Per tomba il mare

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Per tomba il mare
Per tomba il mare
di Massimo Vitale
Nelle cabine sottocoperta, un’aria pesante, palpabile, rende insopportabile l’afrore di tanta umanità
stipata da molte ore. Le lunghe marce di avvicinamento al porto, la scarsa disponibilità di acqua e di
servizi, non hanno certo consentito ai bravi soldati del 55° fanteria di curare al meglio l’igiene della
persona.
L’imbarco è cominciato fin dal giorno 5, prima materiali, mezzi, armi di reparto, casse di
munizioni, cofani di fureria, quindi gli uomini, squadra per squadra, plotone per plotone, compagnia
per compagnia.
Si torna in Patria, in Italia finalmente, forse si avrà diritto a qualche giorno di licenza. E questo
rende tollerabile ogni disagio, la traversata del resto durerà poche ore.
I pensieri, la casa la giovane moglie Michelina i figli, si affastellano dolci nella mente di Gaetano
Ciaramella (1), mentre spera di prendere sonno coricato al fianco del suo zaino.
Il “Principe Umberto” è salpato alle 19 in punto dal molo di Valona e fa rotta su Taranto. E’ la sera
di giovedì 8 giugno 1916.
Una bella nave, costruita nel 1909 nei cantieri di Palermo, e che tanti emigranti ha trasportato verso
le floride terre del Sud America (2). All’inizio delle ostilità è stata requisita e adibita al trasporto
truppe.
Il piroscafo Principe Umberto
Di conserva naviga il “Ravenna”. E’ tutta la brigata Marche (3) che rientra.
Gaetano ripensa ai quattro mesi trascorsi alla fronte albanese. E’ andata bene in fin dei conti. Da
quando il 55° è sbarcato, a febbraio, per andare a rinforzare il settore di Hederai, zona Grnec, solo
qualche scaramuccia e qualche scambio tra le opposte artiglierie. Pochissime perdite, altro che
l’Isonzo insanguinato dove la “Marche”, in soli tre mesi nel corso del 1915, ha avuto quasi 3.000
uomini fuori combattimento.
Giorni di orrore e di morte, lì tra Oslavia e il Sabotino. Poi il trasferimento in Albania e ora
finalmente il ritorno. E’ ovvio che a bordo l’atmosfera sia distesa, serena, gioiosa addirittura. Si
scherza, si canta, si ride, si fuma, si beve.
Solo un velo di apprensione che l’Adriatico quieto e scuro sa destare in fondo al cuore di un
montanaro, come Gaetano.
Sta annottando, infatti, e i due piroscafi, in linea di fila, stanno già uscendo dalla baia, scortati dai
cacciatorpediniere “Insidioso”, “Impavido”, “Espero” e “Pontiere” e dall’esploratore “Libia”. A
sinistra già si intravede l’ultimo lembo di capo Linguetta, dopo sarà il mare aperto.
Anche nel piccolo guscio del sommergibile W 4 della Regia Marina, poco più di 45 metri di
ferraglia nel quale sono rinchiusi 3 ufficiali, 5 sottufficiali e 14 tra sottocapi e marinai (4), deve aver
fatto molto caldo per il 2° capo torpediniere Ferdinando Oliviero Iarussi e per il sottonocchiere
Salvatore Marinucci (5). Caldo, e un’aria quasi irrespirabile. Ci vuole molto coraggio, forse
incoscienza, per essere sommergibilisti in questo 1917. Macchine ancora imperfette, poco solide,
lente, e con spazi per l’equipaggio veramente angusti.
Dal dicembre 1916 il W 4 è assegnato alla III squadriglia con base a Brindisi, al comando del
tenente di vascello Alessandro Giaccone. Ha già preso parte a 18 missioni operative, in caccia al
largo delle coste dalmate.
Il 3 agosto 1917 l’ordine di uscire per la diciannovesima, obiettivo la foce del fiume Drin, tra capo
Rodoni e punta Menders, per tendere l’agguato a unità nemiche.
Dalla sala comando del “Principe Umberto” il tenente di vascello Nardulli, comandante militare del
piroscafo, e il capitano Sartorio comandante civile rimasto in servizio secondo l’uso, scrutano
preoccupati le onde. Sulle loro spalle grava l’onere di condurre incolumi in porto i 2.821 uomini
imbarcati e gli ingenti materiali di carreggio.
Nella zona non sono stati infrequenti i siluramenti e proprio qui,
all’uscita dalla baia, il 4 dicembre 1915 sono affondati il quasi
omonimo “Re Umberto” e il CT “Intrepido”, incappati in un
banco di mine posato dall’UC 14 del cap. Caesar Bauer.
Sommergibili austriaci e tedeschi sono stati segnalati anche in
questi giorni. Ma è meglio non allarmare i soldati, giù
sottocoperta.
Il linenschiffleutnant Friedrich Schlosser (6), un boemo di 35
anni, a sua volta osserva il mare. Il k.u.k. U boot 5, poco avanti
capo Linguetta, attende la preda, immobile a pelo d’acqua.
Il convoglio ha appena doppiato il capo. Seppure oscurate, il
profilo delle navi si staglia sulla linea d’orizzonte, vagamente
illuminata dalla luna al primo quarto. Il ronzio dei motori si fa
via via più forte. Schlosser, dalla torretta, segue l’avvicinamento
col binocolo. Ha già fatto armare i tubi di lancio, deve solo
scegliere la vittima.
Friedrich Schlosser
Il “Principe Umberto” è la nave più grande, un bersaglio congruo. Il piroscafo è ora distante meno
di un miglio.
“Heraus” comanda Schlosser all’interfonico, “fuori”. Due siluri partono veloci, invisibili, precisi,
mentre l’U boot 5 già si immerge.
Pochi istanti e la notte viene squarciata da due violente esplosioni. I siluri hanno centrato la poppa,
aprendo vaste falle.
Il ”Principe Umberto” imbarca subito tantissimo mare e si appoppa, iniziando a scivolare verso il
fondale.
Sotto coperta, nelle cabine, sui ponti, è il panico. La nave affonda rapidamente, non c’è il tempo per
ammainare le scialuppe. Chi può si getta in acqua, gli altri, e sono i più, restano imprigionati dalla
calca.
Anche Gaetano Ciaramella cerca di raggiungere la tolda,
impedito dalla ressa nei corridoi e alle scalette d’accesso.
L’acqua rapidamente arriva alle ginocchia, all’addome, alla
gola. Poi sommerge tutto e penetra nei polmoni con l’ultimo
disperato respiro.
Il piroscafo scompare tra i flutti trascinando con sé centinaia
di uomini e si adagia sul fondo. Li si trova ancora oggi, con
il suo carico di morte.
Le altre navi del convoglio cercano di recuperare il più
celermente i naufraghi, prima di allontanarsi. C’è il rischio
di ulteriori attacchi.
Con il povero Gaetano, sono scomparsi in mare Rodolfo
Ovidio Ciummo di Acquaviva d’Isernia, Amico Fantone di
Forlì del Sannio, Fortunato Luca Fiore di Lupara, Felice Di
Pardo di Macchiagodena, Matteo Di Corpo di Matrice,
Vincenzo De Ambrosis di Mirabello Sannitico, Romeo
Attilio Procario di Montenero Valcocchiara e Michele Di
Iorio di Riccia.
Le vittime, in totale, sono quasi 2.000, con il comandante
del reggimento col. Ernesto Piano piemontese di
Gaetano Ciaramella
Castagnole; circa 800 i naufraghi salvati (7).
Oscura, invece, la sorte del sommergibile W 4 a bordo del quale abbiamo lasciato i molisani Iarussi
e Marinucci.
Ligio agli ordini ricevuti, il t.v. Giaccone dirige in direzione della costa albanese.
Forse una esplosione in sala macchine, forse una avaria imprevedibile, forse, cosa più probabile,
l’urto contro una mina.
Del minuscolo sommergibile da crociera nulla più si saprà. Il 10 agosto 1917 uno dei piccioni
viaggiatori in dotazione fa rientro alla colombaia, senza messaggi. Ma questo fa ritenere, almeno,
che il W 4 sia stato in navigazione emersa al momento della scomparsa. Viene aperta una inchiesta
condotta dal viceammiraglio Camillo Corsi, nulla si riesce ad appurare. Neppure nel dopo guerra,
perché negli archivi della k.u.k. Kriegsmarine non risultano notizie circa l’affondamento da parte di
unità nemiche.
Il sommergibile W 4 con il suo equipaggio
L’ipotesi della mina resta la più accreditata, contro la quale il W 4 potrebbe aver urtato il giorno 4
agosto al largo di Durazzo.
Con il comandante Giaccone, con il 2° capo nocchiere Iarussi e il sottocapo Marinucci, sono da
considerare dispersi in mare altri 2 ufficiali e 17 uomini d’equipaggio. Iarussi era già decorato di
medaglia di bronzo per precedenti missioni.
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Ma questi non furono i soli molisani morti a bordo di imbarcazioni civili o militari.
Sul piroscafo “Linz”, come ho riferito nei precedenti volumi, trovarono la morte Pasquale Mansi di
Casacalenda, Domenico Zentena di Guardiaregia, Michele Spallone di Riccia e Nicola Giangioppo
di Bonefro.
Di proprietà dei Lloyd Austriaci di Trieste, varato nel 1909, 104 metri di lunghezza, 3.810
tonnellate di stazza lorda, il “Linz”, preso a nolo per il trasporto truppe, era salpato da Zelenika
(cap. Hugo Tonello) alle h.18 del 18-3-1918, scortato dal caccia “Balaton” e dalle torpediniere 98 e
TB 74. Ufficialmente trasportava 1.003 civili e 413 prigionieri italiani. Ma probabilmente anche
alcune centinaia di soldati austriaci diretti in licenza in Montenegro, saliti a bordo senza
autorizzazione per non attendere a lungo nel porto dalmata.
Il piroscafo Linz
Il “Linz” colò a picco alle ore 0,29 del 19 marzo 1918 presso capo Rodoni, forse silurato da un
sommergibile non identificato. Affondò nel giro di 25 minuti. Nella tragedia perirono più di 1.000
uomini. Tra i prigionieri italiani provenienti dal campo di Ostffyasszonyfa in Ungheria, persero la
vita 7 ufficiali, 265 soldati, 11 marinai e un'infermiera della Croce Rossa (fonte OnorCaduti).
Il 13 dicembre 2000, dopo lunghe ricerche e preparativi durati due anni, alcuni sub austriaci hanno
individuato il relitto a circa 45 metri di profondità.
Così anche il “Verona”, trasporto di 8.261 tonnellate, costruito a Belfast e colato a picco dai siluri
lanciati dall’U boot 52 della II Pola Flotilla (8), oberleutnant zur see Hellmut von Doemming, l’115-1918 al largo di capo Peloro. Tra le vittime Giuseppe Miele di Cercemaggiore, Giuseppe Russo di
Frosolone e Guglielmo D’Andrea di San Biase.
La poppa sommersa del Linz
L’U boot 39 del kapitanleutnant Walter Forstmann (9) fu uno
dei più celebri sommergibili tedeschi tra quelli attivi nel
Mediterraneo. Una accoppiata vincente se è vero, come è vero,
che tra l’11 febbraio 1915 e il 14 ottobre 1917 l’ U 39 affondò
148 navi, delle quali 35 battenti bandiera italiana, per un totale
di oltre 390.000 tonnellate.
Tra i successi più significativi, e luttuosi, quello del “Minas” un
trasporto di 2.854 t. per 110,90 metri di lunghezza e 12,22 di
larghezza (10). Il 15 febbraio 1917 era in navigazione sulla rotta
Taranto-Salonicco. Con le truppe destinate al fronte macedone,
si vuole avesse nelle stive, notizia peraltro mai confermata
ufficialmente, anche un carico di 25 casse di lingotti d’oro. L’U
39, che il giorno prima aveva affondato il piroscafo Torino di
4.159 t., lo intercettò e silurò al largo di capo Matapan, zona di
altro tragico disastro della nostra Marina nel corso della II
Guerra Mondiale.
Walter Forstmann
Tra le 870 vittime, Antonio Vincenzo Marsilio di Lupara e Antonio Potalivo di Montecilfone,
entrambi del 39°f. ma probabilmente destinati ad altro reggimento giacché la brigata Bologna non
fu mai in Macedonia.
Il piroscafo Minas
Sommergibile della classe U 31 del tutto simile all’U 39
La sfortuna si accanì invece contro il nostro sommergibile H 5 (t.v. Francesco Quentin), in missione
operativa presso Cattaro. Scambiato per nemico dal
sottomarino britannico HB 1, il 16-4-1918 venne da
questo silurato affondando in pochi istanti e
trascinando sul fondo 15 uomini, tra cui il
termolese Ferdinando Pellegrino, capo telegrafista
2a classe. Si salvarono in 5, tra cui il comandante
Quentin, recuperati dallo stesso HB 1.
L’H 5 aveva già svolto 10 missioni di guerra,
navigando per 1.883 miglia delle quali 942 in
immersione (11).
Il nostro sommergibile H 5
Causa incidente affondò anche il cacciatorpediniere “Benedetto Cairoli”, sul quale trovò la morte il
fuochista Giuseppe Cicogna da Vastogirardi. L’unità, con altri sei caccia italiani e francesi, era di
scorta a tre nostre corazzate della II Divisione, in fase di trasferimento da Brindisi a Taranto nella
notte tra il 9 e 10 aprile 1918. Un’operazione evidentemente perseguitata dalla iella: prima vennero
a collisione i francesi “Mangini” e “Faulx” che affondò, poi doppiando S.Maria di Leuca, il
“Carini” speronò il “Cairoli” che si inabissò dopo qualche ora (12).
Cacciatorpediniere Benedetto Cairoli
Tra i rovesci subiti dalla Regia Marina, causati dalla notevole efficienza dei sottomarini nemici e
dalla grande abilità dei loro comandanti, vanno ricordati i siluramenti della corazzata “Regina
Margherita”, sulla quale erano imbarcati il fuochista scelto Francesco D’Anchera, un ventunenne di
Campobasso, e il capo meccanico 2a classe Concezio Angiolelli, pure 21 anni, di Campolieto.
La nave da battaglia “Regina Margherita” (13), ottima unità uscita
dall’arsenale di La Spezia nel 1901 ed entrata in servizio nel 1904, il
giorno 11 dicembre 1916 si trovava davanti a Valona quando andò a
urtare alcune mine posate il giorno stesso dall’UC 14 della Pola
Flotilla, kapitanleutnant Franz Becker (14). Le esplosioni aprirono
ampi squarci e non fu possibile salvarla. Con la nave, andarono
perduti 675 uomini.
La fine dell’”Amalfi” (15) era già arrivata il 7 luglio1915 in alto
Adriatico, silurato dal sommergibile tedesco U 26 (16) del
kapitanleutnant Heino von Heimburg, ma mascherato da
autroungarico come UB 14:
Heino von Heimburg
<<Occorre ricordare, a tal proposito, che in quel momento l’Italia e la Germania non erano ancora in guerra,
lo saranno dal 25 agosto 1916, però i battelli tedeschi, con equipaggi di pari nazionalità, furono inviati lo
stesso nelle basi austriache, (per ferrovia, divisi in moduli e quindi rimontati negli arsenali austriaci, e
operarono da subito, prescindendo dal fatto che l’Italia fosse o meno già in guerra con la Germania>>
(Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo, A.Mondadori editore 1994)
L’incrociatore corazzato era in missione esplorativa insieme ad alcune altre unità nel golfo di
Trieste a 18 miglia da Venezia, quando fu raggiunto nella parte poppiera sinistra da un siluro del
tipo G125, con carica esplosiva di 140 kg. Tra le onde perì il campobassano Giuseppe Zita,
sottocapo torpediniere, in totale le vittime furono 67.
Dell’”Amalfi” fu possibile recuperare alcuni cannoni, messi in postazione a punta Sdobba, presso
Monfalcone, e adibiti ad artiglierie terrestri.
Incrociatore corazzato “Amalfi”
Nicola Sciarretta di Termoli, 23 anni, era sulla “Leonardo da Vinci” (17) quale sottonocchiere. Il 2
agosto 1916 la corazzata era alla fonda nel Mar Piccolo di Taranto con le altre navi da battaglia
“Andrea Doria”, “Giulio Cesare”, “Duilio” e “Dante Alighieri”.
Intorno alle 23, quando i marinai rientrati dalla franchigia erano già sulle brande, si udì una sorda
esplosione, poi fumo prese ad uscire da una torre corazzata posta proprio sopra la santabarbara. Alle
23.40 la nave fu squassata da una violentissima ulteriore esplosione. Mentre fiamme altissime
repentinamente la avvolgevano, alle 23.45 la “Leonardo da Vinci” si capovolse.
Morirono 21 ufficiali e 228 uomini d’equipaggio tra cui lo Sciarretta e il comandante capitano di
fregata Sommi Picenardi per le ustioni riportate (med.oro), 80 rimasero feriti.
Fu subito accreditata l’ipotesi del sabotaggio, peraltro mai definitivamente suffragata.
Le bombe ad orologeria sarebbero state portate a bordo con le ceste per i viveri, e piazzate nel
deposito munizioni di poppa da marinai traditori al soldo del nemico.
Ideatore dell’operazione sarebbe stato il kapitanleutnant della marina Asburgica Mayer.
Fu aperta una inchiesta e del sabotaggio furono incolpati un tale Vincenzi, mai arrestato, il
commissario di P.S. Cimmaruta, il capo furiere Criscuolo, lo stesso comandante della nave,
Picenardi, accusato di non aver saputo prevenire il sabotaggio. Il processo, protrattosi per tre anni,
terminò nel giugno del 1920 con l’assoluzione di tutti gli imputati per mancanza di prove.
La perdita della “da Vinci” causò conseguenze immediate, il Duca degli Abruzzi, capo della marina
italiana, lasciò l’incarico, e l’ammiraglio Cutinelli, comandante della 1ª Squadra navale, fu
esonerato.
Nave da battaglia “Leonardo da Vinci”
La “da Vinci” capovolta nel Mar Piccolo
Gloriosa infine la sorte del cacciatorpediniere “Nembo” (18), una sorte che costò la vita ad un altro
marinaio termolese, il capo meccanico I classe Gaetano Consiglio, che al momento della morte
aveva ben 48 anni, essendo nato il 13 marzo 1868. Il Nembo fu colpito al largo di Valona il 17
ottobre 1916, dal sommergibile U 16 del linenschiffleutnant Orest Ritter von Zopa (19), ma prima
di colare a picco a sua volta riuscì ad affondare l’unità nemica.
A bordo di imbarcazioni perirono, ma per malattia, anche il fante Angelo Alfieri d S.Croce di
Magliano, sulla nave ospedale “Italia”, e il fante Luciano Cannito di S.Martino in Pensilis durante il
tragitto dalla Dalmazia ad Ancona.
Cacciatorpediniere “Nembo”
Né la strage terminò con la fine della guerra. Il vinchiaturese Michelangelo De Lucrezia fu tra le
vittime dell’affondamento del piroscafo “Mazzini”, probabilmente su mina, l’11-11-18; con la nave
“Verbano” in navigazione per la Libia e inabissatasi il 12-11-18, scomparve il sergente Antonio
Francano di Guglionesi; il fuochista Luigi Mascitelli, ancora un termolese, trovò morte nella
sciagura dell’incrociatore leggero “Basilicata”, affondato il 13-8-1919 a Tewfik, presso Porto Said
nel Mar Rosso, per l’esplosione di una caldaia; l’ardito del III gruppo d’assalto Antonio Nicodemo
di Trivento, infine, risulta disperso in mare il 21-3-1919. Era a bordo di un piroscafo che non sono
riuscito a identificare.
A conclusione di questo capitolo dedicato alle vicende sui mari nei quali furono protagonisti nostri
corregionali, voglio ricordare il primo cannoneggiamento di Termoli, all’alba del 24 maggio 1915,
giorno della nostra entrata in guerra.
Due squadre della k.u.k. Kriegsmarine, erano uscite dai porti fin dalle ore 20 della sera prima, per
azioni contro il nostro litorale. Alle navi da battaglia, salpate da Pola con le insegne del comandante
innalzate sulla “Habsburg”, fu assegnato il compito di cannoneggiare la costa da Rimini a Porto
Potenza Picena e in particolare la piazzaforte di Ancona, dove furono danneggiati l’ospedale
militare, la cattedrale di S.Ciriaco e molte abitazioni private. Le unità leggere, levate le ancore nel
porto di Sebenico, ebbero per obiettivo il tratto di mare tra Termoli e Barletta. In una pubblicazione
ho rintracciato i nomi delle navi che, quella mattina, tirarono sulla città molisana, provocando
tuttavia scarsi danni coi loro pezzi da 10 e 7,1 cm: furono i cacciatorpediniere “Admiral Spaun”,
“Wildfang”, “Streiter” e la torpediniera “Uskoke”, che successivamente colpirono anche Torre
Mileto e le Tremiti.
Admiral Spaun
Wildfang
Altre navi cannoneggiarono da Vieste a Barletta. Due nostre unità, “Turbine” e “Aquilone”, che si
trovavano in zona, avvistati i caccia nemici, nel dubbio fossero italiani, si limitarono a segnalarne la
presenza per radiotelegrafia, indi ripiegarono su Barletta (t.v. Nicola Morabito, La Marina Italiana
in Guerra, 1915-1918, maggio 1933 XI).
La k.u.k Kriegsmarine nella base di Pola
1 Gaetano Ciaramella, di Michelangelo-Felicita M.Rosa
2 Il “Principe Umberto” faceva parte della classe “Regale” con le consorelle “Re Vittorio” e “Regina Elena” di
proprietà della compagnia Navigazione Generale Italiana. Lungo 145 metri, largo 16, 7.929 tonnellate di stazza, poteva
trasportare 1.330 passeggeri, in alloggiamenti finalmente dignitosi.
3 Brigata Marche, sede in pace 55°f. Treviso e 56°f. Belluno. Allo scoppio della guerra era in Cadore, poi trasferita nel
settore del Sabotino, quindi in Albania, di nuovo il Carso tra Monfalcone e Oppachiasella, ed ancora alta Valtellina, val
Camonica, monte Grappa dove si trovava all’atto dell’armistizio. Trascorse complessivamente 31 mesi e 28 giorni in
linea, 9 mesi e 12 giorni a riposo. Perdite. Ufficiali: 102 morti, 167 feriti, 11 dispersi. Truppa: 2.970 morti, 6.339 feriti,
1.759 dispersi. Ricompense: 3 med.oro (cap. Colombo Cesare di Milano, cap. Matter Edmodo di Mestre, cap. Faggin
Lucindo di Padova); 2 Ordine mil. di Savoia (ten.gen. Fabbri Augusto, col. Lombardi Eugenio); 64 med.argento, 104
med.bronzo. Il giorno 8 giugno 1916, il 55° fanteria, nel quale erano Ciaramella e gli altri molisani, era agli ordini del
col. Piano Ernesto, comandanti di btg. I da nominare, II mag. Finzi Ermanno, III mag. Saibante Egidio.
4 sommergibile W 4, costruito in Inghilterra nei cantieri Armstrong di Withworth, in servizio nella Regia Marina dal 18-1916, lung. m. 45,7, larg. m. 5,18, profondità operativa m. 30, propulsione 2 motori diesel Schneider da 760 cv, 2
motori elettrici CGE 480 cv. complessivi, velocità 13 nodi, in immersione 8, autonomia in emersione 1.000 miglia
nautiche a 11,5 nodi, armamento 2 tubi lanciasiluri da 450 mm a prua con 2 siluri in dotazione, un cannone antiaereo
Armstrong da 76/30.
5 Iarussi Ferdinando Oliviero, nato a Forlì del Sannio il 13-10-1886. Marinucci Salvatore, nato a Termoli il 28-4-1891.
6 Friedrich Schlosser, nato a Teplitz il 19-3-1885, morto, forse a Graz, nell’ottobre del 1959.
7 Secondo i dati ufficiali, il 55° perse nella circostanza 1.900 uomini tra sottufficiali, graduati e truppa e 48 ufficiali.
Con il col. Ernesto Piano, mag. Ermanno Finzi di Rivarolo, i capitani Ivo Calvi di Farra di Soligo, Pasquale Caridi di
Siderno, Umberto Magner di Montelupone, Alfredo Nucci di Napoli, Vasco Pellatiero di Schio, Giovanni Pellizzon di
Sacile, Eugenio Pistoso di Sarego, Mario Saccozzi di Reggio nell’Emilia, Guglielmo Salinas di Napoli, Gastone Sensi
di Firenze ufficiale medico, Arrigo Tarsitano di Ravenna; i tenenti Giovanni Pasolli di Camposampiero, Vincenzo
Restifa, Antonio Venni di Venezia, don Riccardo Zannoni di Mel cappellano, Giovanni Zuffini di Sanguinetto ufficiale
medico; i s.tenenti Giuseppe Amadori di Firenze, Giovanni Battista Andretta di Tombolo, Arturo Artico di S.Stino di
Livenza, Aristide Balloncini di Farra di Soligo, Giuseppe Benvenuto di Maiori, Erminio Brevedan di Treviso, Giovanni
Calvi di Farra di Soligo, Domenico Camodeca di Castrovillari, Nicolò Campaniolo di Trapani, Francesco Catanzaro di
Montalto Uffugo, Pino Cattaruzza di Auronzo, Giuseppe Cavallari di Brescia, Giuseppe Crico di Treviso, Mario Figoni
di Padova, Paolo Folli di Langhirano, Attilio Gorzio di Saluzzo, Andrea Labella di Avigliano, Carlo Miglioretti di
Torino, Roberto Petruzzelli di Napoli, Salvatore Porcari di Polizzi, Paolo Ruini di Giulia, Silvio Secchieri di Napoli,
Mario Tonissi di Firenze, Innocenzo Vaglio di Santhià, Antonio Vitiello di Torre del Greco; gli asp.ufficiali Luigi Beni
di Cavriglia, Giovanni Friziero di Chioggia, Antonio Lucchini di Luino, Umberto Mascherin di Fiume, Giuseppe
Metelka di Treviso, Beniamino Zimei di Capestrano.
8 All’attivo di questo sommergibile tedesco ben 18 navi affondate e 4 danneggiate, per un totale di oltre 31.000
tonnellate.
9 Walter Forstmann (9-3-1883-2-11-1973), decorato tra l’altro di Croce di Ferro di 1a e 2a classe e della Croce Pour le
Mèrite. U boot 39: classe U 31, 685 t., lung. fuori tutto 64,70 m., larg.6,32 m., propulsione 2 motori diesel da 950 HP, 2
motori elettrici da 600 HP, velocità 16,4 nodi, 9,7 in immersione, autonomia 8.790 miglia a 8 nodi, 80 miglia 5 nodi in
immersione, profondità operativa 50 m., equipaggio 4 ufficiali, 31 tra sottufficiali e marinai, armamento 4 tubi
lanciasiluri da 500, 1 cannone da 88 mm.
10 Poteva trasportare 60 passeggeri in cabine di 1a classe e 900 in terza alla velocità massima di 12 nodi. Costruito
dalla Ansaldo&C. di Sestri Levante per l’armatore Angelo Parodi, fu venduto alla Mazzino (ribattezzato Remo) alla
società di navigazione Ligure-Romana (Para) e infine alla Ligure-Brasiliana (Minas) che l’impiegò sulla rotta per Rio
de Janeiro, fino alla requisizione per il trasporto truppe.
11 Costruito dai cantieri della Electric Boat Company di Montreal, dopo aver attraversato l’Atlantico al comando dello
stesso Quentin, fu assegnato alla base di Brindisi. Dislocamento 360 t., lung. m. 45,8, larg. m. 4,65, profondità operativa
m. 80, propulsione 2 motori diesel da 490 cv. 2 motori elettrici da 600 cv, velocità 12 nodi, 11 in immersione,
autonomia 3.300 miglia in emersione a 7 nodi, 1.200 in immersione a 3,5 nodi, armamento 4 tubi lanciasiluri da 450, un
cannone da 76/30.
12 Cacciatorpediniere “Benedetto Cairoli”, costruito nei cantieri Odero di Sestri Ponenente, dislocamento 840 t., lung.
73,5 m., larg. 7,3 m., propulsione 4 caldaie per 2 turbine a vapore 16.000 HP, velocità massima 30 nodi, autonomia
2.230 miglia a 13 nodi, equipaggio 99 tra ufficiali, sottufficiali e comuni, armamento 4 pezzi da 102/45, 2 pezzi da
76/30, 4 tubi lanciasiluri.
13 Faceva classe con la “Benedetto Brin”, affondata per sabotaggio nel porto di Brindisi nel 1915. Dislocamento 13.427
t. 14.570 a pieno carico, lunghezza fuori tutto 138,60 m., larghezza 23,80 m., propulsione 2 motrici alternative a triplice
espansione con 28 caldaie alimentate a carbone, 21.700 HP, velocità massima 20 nodi, autonomia 8.000 miglia a 10
nodi, protezione cintura 150 mm, ponte 80 mm, torri 220 mm, armamento 4 pezzi binati da 305, 4 pezzi singoli da 203,
12 pezzi singoli da 152, 20 pezzi singoli da 76, 2 pezzi da 47 e 2 da 37, 2 mitragliere da 20 mm, 4 tubi lanciasiluri da
450, equipaggio da 797 a 820 uomini.
14 Nato nel 1888, al suo attivo 42 successi per circa 95.000 t.
15 Classe “Pisa”, cantiere Odero, completato nel 1909, dislocamento 9.832 t., 10.401 a pieno carico, lunghezza 140,50
m., larghezza 21.10 m., propulsione 2 motrici alternative verticali a triplice espansione con 22 caldaie Belleville
alimentate a carbone, potenza 20.260 HP, velocità massima 23,6 nodi, autonomia 2.672 miglia a 12 nodi, 1.520 a 21
nodi, protezione acciaio Vickers cintura 200 mm, ponte 51 mm, torri 160 mm, armamento 4 pezzi binati da 254, 8 pezzi
binati da 190, 16 pezzi singoli da 76, 2 pezzi da 47, 2 mitragliere, 3 tubi lanciasiluri da 450, equipaggio da 655 a 687
uomini.
16 Kapitanleutnant Heino von Heimburg, 1889-1945, all’attivo 23 successi.
17 La nave corazzata da battaglia “Leonardo da Vinci”, classe “Conte di Cavour”, era una delle più moderne e potenti
unità della nostra marina. Varata dai cantieri Odero nel 1911, entrata in servizio nel 1914, dislocava 23.088 t, 25.086 a
pieno carico, lunghezza fuori tutto 176,10 m., larghezza 28 m., propulsione motore a vapore Pearson con 24 caldaie
Blechhynden, 12 alimentate a nafta e 12 miste, potenza 31.000 HP, velocità massima 2,.5 nodi, autonomia 4.800 miglia
a 10 nodi, protezione cintura 250 mm, ponte 110 mm, torri 280 mm, armamento 13 pezzi da 305 su torri sovrapposte,
18 pezzi da 120, 16 pezzi da 76, 3 tubi lanciasiluri da 450. Motto dell'unità: «Non si volta chi a stella è fiso». La
corazzata fu recuperata nel 1919 per ripararla ma il progetto fu poi abbandonato, per cui andò venduta per demolizione
nel 1923.
18 In servizio dal 1902, dava il nome alla classe della quale facevano parte i caccia “Turbine”, “Aquilone”, “Borea”,
“Espero” e “Zeffiro”. Cantiere Pattison di Napoli, dislocamento 360 t., lung. 63,90 m. larg. 5,90 m., propulsione 2
motrici alternative a triplice espansione con 3 caldaie tubolari Thornycroft dal 1910 alimentate a nafta, potenza 5.200
HP, velocità massima 30 nodi, autonomia 2.200 miglia a 9 nodi, armamento dal 1910 4 pezzi da 76/40, 2 tubi
lanciasiluri da 450.
19 von Zopa era nato a Czernowitz in Bucovina il 20-11-1886