RIFLESSIONI DI UN ESPERTO (di Paolo Attivissimo)

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RIFLESSIONI DI UN ESPERTO (di Paolo Attivissimo)
RIFLESSIONI DI UN ESPERTO (di Paolo Attivissimo)
Una ricerca della Bicocca smonta il mito della competenza informatica giovanile.
Poiché i ragazzi usano dispositivi che si connettono in modo trasparente,
invisibile, non percepiscono Internet come un'infrastruttura di base.
Stanno crescendo in un mondo nel quale non solo non sanno, ma non possono
smontare, smanettare, sperimentare. Tutto questo non crea nativi digitali. Polli di
batteria, piuttosto…
Vado spesso nelle scuole a insegnare le basi della sicurezza informatica e della
gestione della privacy in Rete, per cui incontro sovente i cosiddetti “nativi
digitali”: i giovani che hanno sempre vissuto attorniati dalle tecnologie digitali e
dalle consuetudini sociali che li caratterizzano.
Quelli che non si ricordano del mondo prima di Internet, cellulari, tablet,
Playstation e smartphone e quindi li considerano elementi assolutamente ovvi e
naturali della propria esistenza. I genitori di questi nativi li contemplano spesso
estasiati, ammirando la naturalezza con la quale maneggiano i dispositivi digitali,
come se vedessero Mozart al clavicembalo, e sospirano rassegnati, convinti di
non poter competere con chi è cresciuto sbrodolando omogeneizzati sul
touchscreen e sicuri che basti dare ai loro virgulti un iCoso per garantire loro
l'articolata competenza informatica di cui avranno bisogno nella carriera e nella
vita quotidiana. Se solo sapessero.
Pochi giorni fa, durante una delle mie lezioni, ho chiesto agli studenti di
quinta elementare (tutti già dotati di iPad o iPod touch) se c'era per caso
qualcuno di loro che non usava Internet. Si è alzata una mano.
Ho chiesto al ragazzo come mai non navigasse in Rete e mi ha risposto,
perplesso per la mia domanda, che lui non va su Internet. Lui usa Youtube. I suoi
compagni non hanno fiatato per contraddirlo o correggerlo.
Mi sono reso conto che dal suo punto di vista avevo fatto una domanda stupida.
È un bell'esempio di come ragionano i “nativi digitali”: poiché usano dispositivi
che si connettono in modo trasparente, invisibile, non percepiscono
Internet come un'infrastruttura di base alla quale ci si deve prima
collegare per poter fare qualcosa. Vedono soltanto i servizi commerciali che
Internet veicola e interagiscono con quei servizi toccando un'icona separata per
ciascuno di essi. E questa separazione grafica è diventata un ghetto mentale.
Non mandano più mail, ma messaggi su Facebook o WhatsApp. Guardano e
riguardano i video di Miley Cyrus in streaming, scaricandoli ogni singola volta
invece di salvarli localmente: non hanno alcuna percezione del consumo di
banda. Con pochissime eccezioni, non hanno la più pallida idea di come
funzionino realmente i dispositivi che usano.
Si scambiano foto intime tramite SnapChat, convinti che le immagini vengano
davvero cancellate per sempre dall'app e non siano recuperabili; si fidano delle
promesse di privacy di Facebook, senza rendersi conto che il social network vive
raccogliendo e vendendo i loro dati personali.
Non è un fenomeno limitato ai giovanissimi.
Una recente indagine dell'Università di Milano-Bicocca sull'uso dei nuovi
media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde indica che due su
tre non sanno come funziona Wikipedia, non sanno riconoscere una pagina
di login fasulla guardandone l'URL (e non chiamatelo URL, se non volete che vi
guardino basiti) e non hanno idea di come si reggano in piedi economicamente i
siti commerciali più popolari. Due su tre hanno uno smartphone e la metà lo usa
per andare online tutti i giorni: la fruizione della Rete da postazione fissa sta
diventando minoritaria. Il computer, se c'è, è prevalentemente un portatile:
sigillato, non modificabile, da usare a scatola chiusa, come lo sono i tablet e gli
smartphone.
Questo rende molto più difficile che in passato l'apprendimento di come
funzionano i dispositivi e le tecnologie di uso quotidiano. I “nativi digitali”
stanno crescendo in un mondo nel quale non solo non sanno, ma
non possono smontare, smanettare, sperimentare, in parole povere
diventare hacker, nell'accezione originale, positiva e sempre più spesso
dimenticata, di questo termine. Non hanno le possibilità che hanno avuto gli
“immigrati digitali”, che anzi erano costretti a imparare per riuscire a far
funzionare modem, schede audio e periferiche bisbetiche. Quelli di oggi sono
meri utenti, e non è neanche tutta colpa loro: è la tecnologia stessa ad
ostacolarli. L'emancipazione, il brivido di libertà che offrivano i PC autocostruiti, i
modem, le BBS e Internet sono stati accecati dalla lucentezza dello specchio
scuro nel quale questi “nativi” si riflettono per una media di tre ore al giorno: lo
schermo del telefonino e del tablet.
Non stiamo semplicemente crescendo una generazione di falsi nativi
digitali, che non hanno una reale competenza informatica (chiedete loro
come si fa a mandare una mail in BCC o che cos'è un sistema operativo, per
esempio; per loro Tor è un personaggio della Marvel). Intorno a loro si sta
evolvendo, non per cospirazione ma per aggregazione spontanea, un giardino
cintato e privatizzato dal quale diventa sempre più difficile uscire per diventare
competenti. E in questo contesto affidare un tablet a un'adolescente non farà di
lei un'informatica provetta, esattamente come rinchiuderla tante ore in garage
non la trasformerà in un'automobile.
L'origine del potere dirompente dei primi personal computer, in particolare del PC
IBM, era il fatto che era basato su standard tecnici aperti. Dopo decenni di
calcolatori incompatibili, farciti di componenti proprietari e non intercambiabili,
arrivava sul mercato un oggetto che accettava componenti di marche differenti
tra loro. Con poche eccezioni, i protocolli e i linguaggi di comando di quei
componenti erano noti e liberamente utilizzabili.
Chiunque poteva essere hacker e sviluppare software, driver, sistemi operativi.
Questo fece prosperare in modo esplosivo la cultura dell'informatica amatoriale.
Il personal computer era, appunto, personal. Ci mettevi su il software e
l'hardware che volevi, senza renderne conto a nessuno. Ora considerate invece
un iPad: è bello, funziona bene, ma è sigillato. Niente aggiunte hardware.
Provate a installarvi software non autorizzato da Apple: potete farlo soltanto
pagando una licenza ad Apple o ricorrendo a un jailbreak. Il dispositivo è
fisicamente vostro, ma per essere liberi di metterci il software che vi pare dovete
scavalcare attivamente gli ostacoli e le restrizioni che il costruttore ha imposto. Il
salto da consumatore passivo a utente creativo è diventato più lungo.
Com'è cambiato il paradigma dell'informatica personale: da uno scatolone
rustico, flessibile e aperto a una tavoletta patinata, rigida e chiusa. Nel terzo
trimestre del 2013 sono stati venduti nel mondo 80 milioni di PC (8,6% in meno
rispetto a un anno prima) contro 250 milioni di smartphone, e le previsioni
di IDC indicano che le consegne di tablet, da sole, supereranno quelle di PC
prima della fine di quest'anno. Il PC sta morendo per abbandono: troppo
scomodo, troppo ostico come manutenzione, troppo vulnerabile al malware. Un
universo di app sterilizzate e verificate, su un dispositivo che fa di tutto per non
sembrare un computer, è molto più allettante e rassicurante per il consumatore
medio.
La stessa china scivolosa si sta delineando per Internet. Il boom della Rete è
avvenuto per merito dei suoi standard e protocolli aperti e interoperabili, a
differenza di tutte le reti telematiche commerciali chiuse che l'avevano
preceduta. Su queste fondamenta aperte, accessibili a chiunque volesse
semplicemente studiare, è stato possibile costruire liberamente di tutto: mail,
Web, ftp, VoIP sfruttabili con qualunque client e qualunque sistema operativo,
anche fai da te (Linux, e scusate se è poco).
La mancanza di un gestore centrale ha impedito l'introduzione di sistemi
di censura e controllo liberticidi e ha intralciato i tentativi commerciali
monopolistici d'imporre il Browser Unico e il Sistema Operativo Unico:
non dimentichiamo, infatti, che nel 2002 Internet Explorer era usato dal 96%
degli utenti e Windows deteneva oltre il 90% del mercato desktop.
Confrontate questa situazione con quella di oggi: Facebook per molti
utenti è l'unico sito visitato, tanto da essere per molti sinonimo e
sostituto integrale di Internet. Qui le regole d'uso vengono decise
unilateralmente, senza dibattito, col risultato che per esempio il video di una
donna che viene decapitata va benissimo, ma un seno del quale si veda l'areola è
tabù, e la mannaia della sua censura può colpire anche un museo che osa
pubblicare una foto di nudo femminile parziale in bianco e nero (però Rate My
Bikini o Boobs, Butts and Cleavage Collection non sono un problema). È un
ambiente chiuso, controllato secondo criteri bizzarri e soprattutto insindacabili. Il
parco pubblico è stato sostituito dal centro commerciale. E a un miliardo e cento
milioni di utenti questo va benissimo.
I dati indicano che stiamo rinunciando progressivamente agli elementi
tecnici fondamentali che hanno permesso lo sviluppo della Rete,
sostituendoli con un ecosistema hardware e software progressivamente
sempre più chiuso.
La preoccupazione è che tutto questo non crea “nativi digitali”.
….Crea polli di batteria.

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