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Il Pil della felicità
di Giacomina Dingeo
“
…Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro
educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza
della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia
nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la
nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta…
Discorso tenuto da Robert Kennedy il 18 marzo 1968 presso l’Università del Kansas
”
È da tempo che gli economisti stanno cercando modalità di calcolo alternative per determinare “la ricchezza” di un Paese. Alternative al Pil, ovviamente. Alternative a quel Prodotto interno lordo,
la cui crescita è diventata l’ossessione degli Stati a economia capitalistica o prevalentemente tale. Tra questi Stati anche l’Italia.
Ogni intervento della politica o degli economisti ci ricorda che,
complice questa crisi economica infinita, che perdura dal 2008, il
Pil non cresce. E son guai che ne conseguono!
Per il vero, l’Italia più di altri Stati dell’Unione europea, ad esempio, vive quest’angosciosa sospensione, come un maleficio inspiegabile: il Pil non cresce, di conseguenza i parametri di finanza
sostenibile peggiorano, le Borse impazziscono, le manovre economiche incarogniscono, la popolazione patisce i tempi maligni
che viviamo. E l’uscita dal tunnel appare lontana!
E gli italiani sono infelici!
Secondo l’ultimo rilevamento Ocse (giugno 2011), su 34 Paesi presi in considerazione, che poi sono quelli che aderiscono all’Organizzazione, l’Italia è solo ventiquattresima nella singolare classifica
della felicità.
Questa classifica è stata stilata prendendo in considerazione 11 parametri, tra i quali
la soddisfazione sul lavoro, la stabilità politica, la salute, la politica per la casa, la
cura per l’ambiente, la percezione della sicurezza.
I primi dieci Paesi più felici sono: Canada, Svezia, Nuova Zelanda, Norvegia (purtroppo forse oggi meno a causa della terribile tragedia del 22 luglio), Danimarca,
Stati Uniti, Svizzera, Finlandia, Olanda, Australia.
L’Italia, come detto, solo ventiquattresima, è seguita da Paesi come Polonia, Corea
del Sud, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo, che, evidentemente, hanno qualche motivo in più di noi per lamentarsi.
Molti hanno parlato, a proposito di questa classifica, di Bil, ovvero di Benessere
interno lordo, che è ancora, sia pure in piccola parte, tarato su parametri economici,
anche se più orientati verso grandezze valutabili in termini più qualitativi che quantitativi.
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Non siamo ancora alla “felicità interna lorda” che ha preso il posto del Pil nel piccolo Stato himalayano del Bhutan, sulla base della quale si prendono le decisioni di
politica finanziaria, ma qualcosa si sta muovendo.
Si tratta, comunque, di una svolta.
La classifica dell’Ocse ha analizzato parametri che non sempre i governi considerano priorità.
Quegli stessi governi che dovrebbero cambiare rotta nel perseguire i loro obiettivi.
Oggi i governanti, quelli di Eurolandia almeno, ma non solo, sono pervicacemente
concentrati su politiche di tagli draconiani per raggiungere il pareggio del bilancio
entro il 2014; tagli necessari, dicono, per salvare l’euro, la stessa Unione europea e
la stabilità politica dei singoli Stati.
Quale sia, però, il prezzo da pagare per raggiungere tali obiettivi, non dicono.
Tacciono sui disagi delle popolazioni, sul loro impoverimento, sulla marginalizzazione delle fasce sociali più povere che vedono polverizzarsi il welfare state, senza
che venga sostituito da alcunché.
Tacciono sull’accumulazione del disagio psico-fisico che consegue all’incertezza
e al crollo della sicurezza economico-sociale su cui erano basate le relazioni tra
cittadini e Stato.
La società è diventata più ingiusta e la percezione è che la situazione può solo peggiorare.
Gli italiani, ad esempio, si trovano ad avere paura del futuro perché il lavoro, per chi
ce l’ha, è a rischio, la disoccupazione cresce e i giovani vedono ridursi al lumicino
le occasioni di lavoro.
In più, i capisaldi dello Stato sociale, scuola, salute e previdenza, si stanno sgretolando sotto gli occhi attoniti di un popolo che li considerava punti fermi e fiori
all’occhiello del sistema-Paese.
In Italia è cresciuto il consumo di psicofarmaci. E questo la dice lunga sull’angoscia
di un popolo che oggi vi unisce la rabbia di sentirsi (forse un unicum) turlupinato
da una classe politica (e più in generale dirigente) che impone ai comuni mortali
sacrifici duri a cui essa stessa si sottrae con spirito levantino e allo stesso tempo con
sfacciata tracotanza.
Forse per questo siamo solo ventiquattresimi.
Ma quali possono essere le soluzioni per uscire dall’impasse?
È ovvio che non si può pensare di uscire dalla palude seguendo i vecchi percorsi.
Sarebbe illusorio credere che quando la crisi finirà tutto tornerà meglio di prima, che
il Pil continuerà a crescere, i posti di lavoro aumenteranno e tutto tornerà al suo posto.
Coltivare questa illusione ha un qualcosa a metà strada tra la stoltezza e la presunzione, entrambe figlie naturali dell’ignoranza.
L’Italia, prima degli altri Stati, ha cominciato a non crescere. E, in piena crisi, abbiamo respirato la nube tossica alimentata da chi ha minimizzato, e perfino negato,
che la crisi ci fosse.
Una crisi da cui, per i più pessimisti, avremmo dovuto uscire già nel 2010. Ma dentro cui siamo ancora in pieno.
Ecco perché gli italiani sono “infelici”. E arrabbiati.
I nuovi percorsi da seguire, allora, devono necessariamente
portare altrove.
Secondo l’economista Richard Layard, della London School
of Economics, il sociologo Geoff Mulgan e lo storico Anthony Seldon, nell’epoca in cui tutti siamo stati concentrati
ad aumentare la nostra ricchezza, sono aumentate ansia e
depressione. Occorre ora cambiare rotta.
Occorre, invece di vivere nella frenesia di arricchirsi, dare
un senso alla propria vita, vivere buone relazioni umane,
trarre felicità dall’aiutare gli altri (come già aveva rilevato l’economista Sen), accettarsi per come si è, fare attività
fisica.
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Una sorta di mens sana in corpore sano, intesa come massima sia individuale sia
collettiva.
Bisogna, insomma, sentirsi a proprio agio, con se stessi e con gli altri, e coltivare
tutto quello che ci conduce a questo risultato.
Nessuno nega che anche una buona disponibilità economica aiuti, ma un conto è una
vita economicamente dignitosa, un’altra è una forsennata rincorsa all’accumulazione di beni e danaro, in una sorta di fregola consumistica che non solo oggi è fuori
luogo, perché non più sostenibile, ma anche stressante e dannosa per l’equilibrio
psico-fisico individuale e collettivo.
Non beni, ma benessere potrebbe essere il motto della new way of life che dovremmo coltivare.
E il benessere, quello che l’Ocse ha misurato, e che sarebbe utile che gli Stati perseguissero, sta in tante piccole cose (il tempo libero, le relazioni frequenti e serene, il
lavoro che si svolge con piacere e tranquillità, senza ansie da prestazione, la capacità
di risparmiare risorse, una maggiore attenzione per l’ambiente in cui viviamo ecc.).
Sia le politiche dei governi sia i comportamenti delle persone devono cambiare,
evidentemente.
Serve una svolta a 180 gradi della mentalità e dei comportamenti.
Il benessere collettivo, sommatoria anche dei “benesseri individuali”, è una sorta di
rivoluzione copernicana da portare necessariamente a compimento quanto prima.
E per noi italiani un po’ più necessaria che per altri popoli, come una prova di saggezza di chi fa, o meglio è costretto a fare, di necessità virtù.
per comprendere il testo
Pil
Il Prodotto interno lordo (in inglese Gross domestic product o Gdp) è il valore
complessivo dei beni e servizi finali ai prezzi di mercato prodotti da un Paese in
un determinato periodo di tempo (di solito nell’anno). I beni e i servizi finali sono
quelli che scaturiscono dal processo produttivo. Non sono quindi considerati nel
calcolo del Pil i beni destinati ai consumatori intermedi, che rappresentano il valore dei beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere
nuovi beni e servizi. Il Pil è un indice significativo è viene utilizzato sia per fare
previsioni sull’andamento dell’economia e misurarne la crescita o il ristagno, sia
per operare confronti internazionali. La graduatoria delle economie mondiali è
stilata tenendo conto proprio del Pil, che quantifica il risultato dell’attività economica in un anno.
Fil
La Felicità interna lorda (Happiness gross index) è un indice coniato nel 1972 dal
Re del Bhutan, piccolo Stato himalayano, Jigme Singye Wangchuck. Egli voleva
segnalare l’impegno a costruire un’economia che servisse e fosse adatta alla cultura del Bhutan, basata su valori spirituali buddhisti. Il nuovo indice è un tentativo
di definire la qualità della vita in un senso più olistico e psicologico di quanto non
faccia il Pil. Il concetto di Fil si basa sull’idea che il vero sviluppo di una società
umana avviene solo quando lo sviluppo materiale e spirituale vanno di pari passo
e si completano a vicenda. Le quattro colonne della Felicità interna lorda sono:
la promozione dello sviluppo socio-economico eguale e sostenibile, la preservazione e promozione dei valori culturali, la conservazione dell’ambiente naturale e
l’affermarsi di principi di buon governo.
Bil
Il Benessere interno lordo misura tutto ciò che rende una vita degna di essere
vissuta, focalizzando una serie di parametri. In particolare, le condizioni di vita
materiali, la salute, l’istruzione, le attività personali, la partecipazione alla vita
politica, i rapporti sociali, l’ambiente, l’insicurezza economica e fisica. La prima
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a occuparsi di questo indice è stata, nel 2008, la commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi
(presieduta dall’economista Joseph Stiglitz) incaricata da Nicolas Sarkozy di definire la formula del Bil. Dopo l’esperienza francese anche l’Inghilterra nel 2010
ha iniziato una serie di studi per individuare un indice di Buon vivere generale (General wellbeing). Per questo il premier David Cameron ha dato istruzioni
all’Ufficio nazionale di statistica di creare un indice che identifichi il livello di
soddisfazione e di benessere della popolazione. Per il leader dei conservatori la
vera sfida politica dell’era moderna è misurare il benessere della popolazione,
ovvero quanto i cittadini sono in grado di godersi la vita. Un vero e proprio indice
per la felicità di Stato.
Ocse
È stata però l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), solo recentemente, a mettere a punto il Better index life (Indice per una vita
migliore) e stilare una apposita classifica dei Paesi più felici. L’analisi riguarda
trentaquattro Paesi, tra cui l’Italia, valutati attraverso indicatori quali l’abitabilità,
il lavoro, l’ambiente, la qualità della vita, il numero di laureati ecc. Ogni Paese è
rappresentato da un fiore, i cui petali indicano gli indici, che possono essere più o
meno lunghi in base al valore assegnato. La cosa più importante è che il profilo del
Paese che si viene a delineare (il fiore) non è stabilito dall’Ocse, ma dai cittadini
stessi che su un sito interattivo possono dare una valutazione sulla propria nazione
per ciascun indice.
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