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Dieci…
di
Petronilla Pacetti
Aprì gli occhi. La luce che entrava dalla finestra era debole, soffusa. E’ ancora presto,
appena passata l'alba, pensò. La parete di fronte a lei era bianca, luminosa, lattea.
Toccò
la coperta con la mano:un tessuto pesante e scivoloso sotto le sue dita. Fu consapevole
delle
lenzuola calde addosso alla sua pelle. Girò lo sguardo ed incontrò uno specchio.
Una
donna scarmigliata , di circa quarant’anni, la fissava con degli occhi smarriti che non
riconobbe.
Chi sono ? Si chiese. Oddio non lo so, non ricordo niente. La mente vuota
arrancava verso un
nome, un volto, un segno qualsiasi che l'aiutasse;
La memoria ,inerte,
annaspava freneticamente alla ricerca di una risposta mentre sentiva le sue mani premere
disperatamente sulla lastra di ghiaccio che sbarrava la strada al cervello paralizzato.
Sono
lucida, rifletté ,non sono ubriaca, né drogata. Allora perché non ricordo niente? Forse sono
pazza e questa è una clinica psichiatrica per quelli che hanno perso il lume della
ragione.
Come inchiodata al letto non riusciva ad alzarsi. E l’ angoscia le stringeva la gola.
Chi sono,chi sono?
Devo saperlo, ricordarlo. Non è possibile che non lo sappia.
Di colpo
tutta la tensione si allentò, fulmineamente la sua mente riprese il controllo, la paura
scomparve lasciandosi dietro solo una leggera scia biancastra come la bava delle
lumache quando si spostano.
Ancora confusa guardò l’ orologio e, subito dopo, con un
brusco movimento, si precipitò fuori dal letto e correndo entrò in bagno.
Dopo la doccia si
infilò l’ accappatoio ed ansimando si appoggiò al muro per calmare il respiro affannoso
che le squassava il petto. Intanto cercava di asciugarsi strofinando con forza la spugna
sulla pelle bagnata , poi prese gli abiti preparati il giorno prima e cominciò a vestirsi.
Tremando indossò lo slip e il reggiseno. Infilò il collant frebbilmente: si sentiva incapace di
portare a termine quell' atto così semplice, quotidiano, che aveva compiuto migliaia di
volte. Era come se le sue mani, il suo corpo non le rispondessero più, completamente
staccati dai comandi inviati dal cervello. Un’ ansia crescente le divorava ogni pensiero,
ogni respiro, ogni gesto. Riusciva solo a pensare che tra poco, presto, quasi adesso lo
avrebbe rivisto, avrebbe sentito la sua voce, stretto la sua mano. Risentito il calore del suo
corpo nella sua. Avrebbe riprovato la sensazione di essere avvolta dal suo sguardo come
se una rete invisibile li tenesse prigionieri nello stessa porzione di spazio fisico, legati l’
uno all’ altra indissolubilmente. Dopo tutto quel tempo.
Un tempo infinito come l’ eternità,
come la morte.
Con le mani insicure, tremanti, tirò il collant e, istantaneamente, sulla
gamba sinistra apparve , correndo velocissima, una riga , dalla caviglia all’ inguine, mentre
la calza si smagliava. L’ angoscia saliva dentro di lei allargandosi aritmicamente, ad ogni
respiro, come un cerchio che si propaga nell’ acqua colpita da un sasso. Cercò di sfilarsi il
collant che si attorcigliò intorno alla ginocchia e che sembrava strangolarla come se le
stringesse il collo nel cappio di una forca.
Diede uno strappo con forza e il tessuto delicato
si lacerò in più parti. Lo sfilò, lo lanciò nel centro della stanza. Sentiva le orecchie rombare
, la testa pulsante, le sembrava di non riuscire più a vedere, a sentire, a respirare. Vacillò
e rischiò di cadere.
Sfinita, quasi incapace di reggersi in piedi, si appoggiò alla parete e
cercò di calmarsi, di inspirare lentamente, a pieni polmoni, l’ aria fresca che entrava dalla
finestra .
Poggiò le mani aperte sul muro, perché il contatto con quella struttura solida e
fresca la riportasse alla realtà, permettesse di nuovo al suo corpo di ritrovare l’ autonomia ,
la lontananza da quell’ emozione che la sommergeva senza controllo.
Aprì i piedi sul
pavimento per trovare un punto d’ appoggio interiore più che fisico, per sentire la stabilità
della terra sotto di sé.
Riuscì a calmarsi un poco, abbastanza per prendere un altro collant
ed infilarlo senza romperlo, una fatica che le apparve titanica. Mise i piedi nelle scarpe. Si
pettinò, passò la cipria sul viso, il rossetto, il mascara, un po’ di fard.
Si sentiva meglio ora
vedendosi pronta nello specchio della camera, presentabile nonostante tutto. Il peggio è
passato si disse. Manca solo il viaggio da affrontare. Un breve tratto di strada prima di
incontrare di nuovo l’ uomo che aveva amato con tutta se stessa, per il quale aveva
sofferto in modo spaventoso quando perderlo era stato come sentirsi strappare la sua
stessa carne .Un dolore che l’ aveva spinta a cercare di morire, perché le era sembrato
che niente al mondo potesse avere un senso o meritasse l’ impresa di vivere, senza di
lui.
Il telefono squillò d’ improvviso facendola sobbalzare. Lo afferrò. Di sotto, nella Hall, l’
avvisavano che il taxi era arrivato.
Prese la borsa e la cartella, un ultimo sguardo nello
specchio le disse che il suo aspetto era gradevole come sempre, solo gli occhi, un po’
smarriti tradivano l’ angoscia. Li coprì con gli occhiali da sole. Ora aveva l’ aria di una
donna di successo, sicura di sé, del suo fascino, delle sue capacità. La vulnerabilità che la
possedeva non era in grado di superare la barriera di quelle lenti scure, misteriose. Per
fortuna, si disse.
Uscì dalla stanza e scese , un saluto e fu sul taxi fermo davanti all’
ingresso. Diede l’ in dirizzo e cercò nuovamente di placarsi, di controllarsi, ma ogni pezzo
di quella strada era un ricordo che la feriva ancora. Sussultò nel vedere un luogo che non
poteva cancellare dai suoi ricordi anche se avesse voluto. E non voleva. Chiuse gli occhi
come se potesse allontanare le immagini, i ricordi che facevano sanguinare le sue ferite
ancora aperte, che non riuscivano a rimarginarsi.
Finalmente arrivarono. Pagò e scese
quasi di corsa, guardò la costruzione che un tempo era stata così familiare, così
importante per lei. I ricordi la sommersero e per un attimo pensò di non farcela, di risalire
sul taxi e scappare dal passato, ma sapeva di non poterlo fare. Rivederlo era la cosa che
aveva desiderato di più ogni attimo di quegli interminabili dieci mesi.
Faticosamente, come
se trascinasse un fardello invisibile arrivò al portone, entrò, salì le scale aggrappandosi al
corrimano .Fu sopra. Rivede la porta esterna, la superò, poi la porta interna e fu dentro nel
corridoio. Era vuoto per fortuna. Senza più esitare ora si diresse alla sala della riunione.
Non poteva attendere un solo istante. Voleva, doveva rivederlo come aveva bisogno dell’
ossigeno nei suoi polmoni per vivere. L’ uomo che era stato il centro del mondo per lei, per
il quale avrebbe fatto qualsiasi cosa. E forse l’ aveva fatta.
Sulla soglia esitò un attimo, il
cuore le batteva furiosamente nel petto, come se stesse per sfondarlo,schiantandosi
addosso alla gabbia toracica. Un uccello in gabbia prigioniero di se stesso.
Mi verrà un
infarto, pensò, prima che riesca ad incontrarlo. Dov’è ? Non lo vedo. Non c’è. Dio mio, se
non fosse venuto? Fino ad allora non aveva pensato a questa possibilità. No, si disse,
questo non potrei sopportarlo.
D’ improvviso, prima che la sua mente potesse vederlo, fu il
suo corpo a riconoscerlo, a sentirlo vicino. Avanzò nella sala e vide, con sorpresa ed
incredulità crescente, un uomo dimesso, dall’aspetto insignificante, che la guardava
cercando di nascondere l’ imbarazzo. Con un brivido di repulsione e di pietà insieme
pensò: non può essere lui, mi sono sbagliata, mi sono sbagliata!
Immobile, incapace di
qualsiasi gesto, fissava quella figura che le sembrava sconosciuta e non riusciva a credere
che fosse lo stesso uomo, fascinoso ed irresistibile, che aveva amato, desiderato fino
quasi a morirne, per il quale aveva distrutto tutto quello che aveva, il cui abbandono l’
aveva quasi annientata.
Solo dieci mesi prima.