servizi sociali e consultori familiari

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servizi sociali e consultori familiari
Federazione CFC Puglia onlus – Delegazione UCIPEM in Puglia
“Ripensare i Consultori familiari in Puglia”
BARI 16-17 GENNAIO 2009
Relazione al III gruppo di lavoro sul tema:
SERVIZI SOCIALI E CONSULTORI FAMILIARI
Dr. Salvatore Nuzzo
Il dr. Salvatore Nuzzo è Psicologo Psicoterapeuta presso il Consultorio Familiare di Poggiardo, ASL LE, con incarico di
Alta Professionalità “Adozioni, Abuso e Maltrattamento Minori”. Esperto Formatore nell’ambito dei programmi aziendali
della ASL LE per l’aggiornamento e la formazione del proprio personale. E’ consigliere dell’Ordine degli Psicologi della
Puglia, direttore di “Psicopuglia”, Giornale dell’Ordine, e componente della Commissione Etica e Deontologia.
1. Il Consultorio Familiare interagisce con numerosi Soggetti
Interagisce innanzitutto con numerosi Servizi sociali:
• i Servizi sociali gestiti dall’Asl (Sert, DSM, Riabilitazione…)
• i Servizi sociali gestiti dai Comuni o dall’Ambito,
• i Servizi sociali gestiti da altri Enti (Ministero di Giustizia…).
Ma interagisce anche con Enti Locali, Istituzioni scolastiche, Autorità Giudiziarie, Comunità di accoglienza, Privato
Sociale, Organizzazioni non profit e for profit, Associazioni di volontariato attraverso una progettualità condivisa
strutturalmente mediante il Piano di Zona che:
costituisce una preziosa opportunità di lavorare insieme (Servizi dei Comuni/dell’Ambito - Servizi dell’ASL Privato Sociale, etc.);
richiede un progressivo ampliamento del lavoro di rete con una pluralità di soggetti, istituzionali e non;
implica la capacità di auto-organizzarsi e di lavorare in équipe;
può favorire lo sviluppo di competenze professionali specifiche (es. équipe integrate di ambito per affido/adozioni e
per abuso/maltrattamento);
comporta una rivisitazione della cultura e della mentalità degli operatori;
necessita di una grande chiarezza nella definizione dei ruoli e delle funzioni, oltre che nella progettualità
partecipata locale e nell’integrazione tra Servizi, progetti, prestazioni e operatori.
2. Dal “sofferto” isolamento alla “difficile” integrazione
“Ripensare i Consultori Familiari in Puglia” significa innanzitutto, per i Consultori, transitare dal “sofferto” isolamento alla
“difficile” ma indispensabile integrazione. Significa inoltre affrontare questioni che riguardano la normativa che
assegna all’Ente locale le funzioni di assistenza sociale sui minori e la famiglia, quindi:
le politiche sul territorio, alla luce delle modifiche al titolo V della Costituzione (D.lg. 31.3.1998, n. 112) che hanno
cambiato il sistema delle responsabilità in ordine all’assistenza sociosanitaria (ora di esclusiva competenza delle
Regioni), anche se lo Stato mantiene una funzione strategica per la governance del sistema di welfare nazionale, in
particolare per la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali;
l’integrazione tra Servizi sociali e Servizi sanitari e tra soggetti pubblici e soggetti privati;
il rapporto e il confronto tra il Consultorio Familiare e l’Ambito territoriale;
la progettualità del Piano di Zona che chiama il Consultorio ad operare in sinergia e ad integrarsi con i Servizi
sociali comunali/di Ambito.
“Ripensare i Consultori Familiari in Puglia” significa, pertanto, fare i conti con la normativa nazionale e regionale degli
ultimi anni nel campo delle Politiche sociali e sanitarie:
Progetto Obiettivo Materno Infantile (D.M. 24 aprile 2000)
Legge 8 novembre 2000, n. 328 - Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali
Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie (DPCM 14.2.2001)
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Piano Nazionale degli Interventi e dei Servizi Sociali 2001-2003 (DPR 3 maggio 2001)
Livelli Essenziali di Assistenza (DPCM 29 novembre 2001)
Piano Sanitario Regionale 2002-2004 (DGR 27 dicembre 2001, n. 2087)
Protocollo Operativo per le Adozioni Nazionali e Internazionali (DGR 11 marzo 2003, n. 168)
Piano regionale delle Politiche sociali (DGR 4 agosto 2004, n. 1090)
Piano Sanitario Nazionale 2006-2008 (DPR 7 aprile 2006)
Legge regionale 10 luglio 2006, n. 19
Regolamento regionale 18 gennaio 2007, n. 4
Linee guida sull’affidamento familiare dei minori (DGR 17 aprile 2007, n. 494)
Legge regionale 19 settembre 2008, n. 23 - Piano regionale di Salute 2008-2010.
Con il Piano Regionale delle Politiche Sociali alcune aree tipiche dell’attività consultoriale sono divenute di pertinenza del
Piano di Zona, ovvero nella progettazione e realizzazione a livello di Ambito territoriale. Si pensi alla:
area delle Politiche per i minori
- tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza
- interventi in materia di adozioni, affidamenti e altre forme di accoglienza
- interventi in favore di minori e donne vittime di maltrattamento, abuso e sfruttamento sessuale
area delle Responsabilità familiari
- genitorialità consapevole e responsabile
- gestione della conflittualità
- mediazione familiare
- separazione/divorzi, etc.
3. Verso un nuovo Servizio Consultoriale?
Il 20 settembre 2007 è stata approvata dalla Conferenza Unificata Stato-Regioni, un’importante intesa tra il Governo, le
Regioni e gli enti locali riguardante la riorganizzazione dei Consultori Familiari, mediante l’attivazione di interventi,
iniziative ed azioni finalizzati alla realizzazione delle indicazioni presenti all’articolo 1, comma 1250 e comma 1251, lettere
b) e c), della Legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Finanziaria 2007). A seguito di questa intesa, il DPCM del 28 settembre
2007 ha approvato la ripartizione del “Fondo per le politiche per la Famiglia” a favore delle Regioni e Province autonome,
prevedendo cospicue quote per ogni singola Regione.
L’intesa ribadisce la validità del Consultorio Faniliare quale centro di aiuto per tutta la famiglia, per la sua stabilità e
per la presa in carico dei suoi momenti di fragilità. A seguito di questa intesa, lo Stato e gli enti locali sono chiamati a
promuovere progetti sperimentali innovativi per la riorganizzazione e il potenziamento dei CF, per ampliarne e potenziarne
gli interventi sociali. Gli obiettivi indicati sono:
promuovere la maggiore integrazione della componente sociale con quella sanitaria;
assicurare la multidisciplinarità degli interventi (in riferimento agli aspetti psicologici, giuridici, sanitari e ai
problemi educativi);
svolgere funzioni di educazione permanente e di mediazione familiare a favore delle coppie, di sostegno ai genitori
nei delicati momenti che precedono e seguono il parto e nel percorso di crescita e formazione dei figli;
costituire punti privilegiati di ascolto per le famiglie;
facilitare l’accesso ai servizi;
promuovere interventi di ascolto, sostegno e prevenzione delle violenze e dei maltrattamenti sulle donne, sui
minori e all’interno delle famiglie;
attuare una collaborazione con l’autorità giudiziaria e potenziare percorsi di accompagnamento per le famiglie che
accolgono minori in adozione o in affido.
4. In attesa dei nuovi LEA
A seguito dell’accordo tra Stato e Regioni, il 23 aprile 2008 veniva firmato da Romano Prodi il Dpcm (Decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri) contenente i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, successivamente revocati dal
nuovo Governo, che all’art. 24 così contemplavano l’«Assistenza sociosanitaria ai minori, alle donne, alle coppie, alle
famiglie:
1. Nell’ambito dell’assistenza distrettuale il Servizio sanitario nazionale garantisce alle donne, ai minori, alle coppie e alle
famiglie le prestazioni, anche domiciliari, mediche specialistiche, diagnostiche e terapeutiche, psicologiche e
psicoterapeutiche, e riabilitative previste dalle norme vigenti e dal POMI ritenute necessarie ed appropriate nelle
seguenti aree di attività:
a) educazione e consulenza per la maternità e paternità responsabile;
b) somministrazione dei mezzi necessari per la procreazione responsabile;
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c)
d)
e)
f)
g)
h)
i)
j)
k)
l)
consulenza preconcezionale;
tutela della salute della donna;
assistenza alla donna in stato di gravidanza e tutela della salute del nascituro;
corsi di accompagnamento alla nascita in collaborazione con il presidio ospedaliero;
consulenza e assistenza per l’interruzione volontaria della gravidanza e rilascio certificazioni;
consulenza e assistenza per problemi di sterilità e infertilità e per procreazione medicalmente assistita;
consulenza e assistenza per problemi correlati alla menopausa;
consulenza ed assistenza psicologica per problemi individuali e di coppia;
consulenza e assistenza a favore degli adolescenti;
prevenzione, assistenza e supporto psicologico ai minori in situazione di disagio, in stato di abbandono o
vittime di abusi;
m) psicoterapia (individuale, di coppia, familiare, di gruppo);
n) supporto psicologico e sociale a nuclei familiari a rischio;
o) adempimenti per l’affidamento familiare e l’adozione di minori;
p) rapporti con il Tribunale dei minori.
2. L’assistenza distrettuale ai minori, alle donne, alle coppie, alle famiglie è integrata da interventi sociali».
E’ molto probabile che il nuovo Decreto riproporrà per intero il contenuto dell’art. 24, contribuendo così a fissare
inequivocabilmente le aree di attività dell’assistenza consultoriale.
5. Conclusioni
Lo scenario nel quale opera il Consultorio Familiare risulta complesso e ricco di intrecci relativi a storie di vita, profili di
personalità, emozioni e sentimenti, generazioni che si confrontano e si scontrano, apporti di professionalità diverse,
confronto con istituzioni, strutture e servizi molteplici, etc.
Il prendersi cura della persona, e non solo curare la persona, richiede la maggiore integrazione possibile tra la
componente sociale e quella sanitaria. Impone anche soluzioni di equilibrio tra esigenze diverse, rappresentate da chi
opera nella produzione di servizi sociali e socio-sanitari: i Comuni, l’Azienda Sanitaria, le Autorità giudiziarie, le Istituzioni
scolastiche, i Servizi sociali comunali/di Ambito, le Organizzazioni non profit e for profit, le strutture di accoglienza, gli
operatori individuali remunerati o volontari, le Famiglie che in Puglia assorbono una quota rilevante del lavoro di cura.
Avremmo voluto che il nuovo Piano della Salute dicesse di più circa le modalità dell’auspicata integrazione con i Servizi
sociali delle amministrazioni comunali a livello di Ambiti sociali. In assenza di indicazioni chiare ed esaurienti appare utile
per gli operatori consultoriali:
incontrarsi e confrontarsi - ma non annullarsi - all’interno della progettualità di Ambito, facendo emergere funzioni
e compiti specifici del Consultorio;
lavorare per progetti definendo compiti, ruoli e funzioni di ciascuno, secondo l’ottica dell’intervento di rete;
evidenziare e rafforzare l’attività specifica e peculiare del Consultorio Familiare rispetto ad alcuni punti deboli o
critici nella realtà dei Servizi di ambito (es. la consulenza psicologica, sociale, educativa; il sostegno alla
neogenitorialità e alla genitorialità; gli spazi di ascolto dei minori; gli interventi informativi, formativi ed educativi
sul territorio, etc.);
potenziare all’interno dei Consultori l’integrazione tra figure e competenze sanitarie e sociali, tra équipe dedicate,
e all’esterno l’integrazione con gli altri servizi pubblici e privati (i Servizi sociali comunali/di ambito, le Unità
Operative territoriali di Psichiatria e di Neuropsichiatria infantile, le Unità Operative ospedaliere), con gli altri
Consultori, ed anche con i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera scelta, nel rispetto delle specifiche
autonomie e reciprocità. L’integrazione dovrà sostanziarsi attraverso la stesura di protocolli operativi ed intese che
permettano la realizzazione di azioni concrete.
Attraverso il Piano regionale delle Politiche Sociali e, quindi, lentamente ma concretamente attraverso i Piani sociali di
Zona, si sta cercando di rendere operativa una rete integrata di risorse pubbliche, del volontariato e del privato sociale che,
nel suo insieme, sia in grado di offrire un ampio ventaglio di possibilità e di supporti per la famiglia, per la condizione
minorile e giovanile, per la terza età, per i disabili, ecc. Ciò potrà avvenire a condizione che non si sovrappongano le
iniziative, che un Soggetto non ritenga di poter decidere per tutti, che qualcuno non finisca con lo scavalcare o anticipare
tutti gli altri!
Il traguardo più difficile da raggiungere non è il rispetto dell’articolato della Legge quadro sui servizi sociali e degli atti di
indirizzo e coordinamento nazionali, o del Piano regionale delle Politiche sociali e delle varie Linee guida, e nemmeno la
realizzazione del Piano di Zona, quanto un presupposto che sta a monte dell’intera dinamica dei servizi alla persona: la
cultura e la mentalità degli operatori.
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Se non si struttura in tutti coloro che costituiscono la “risorsa umana” dei Servizi territoriali una concreta volontà a
costruire una rete integrata di servizi e prestazioni, si potrà arrivare a rapporti di buon vicinato ma non ad una risposta
globale e unitaria ai bisogni dei cittadini.
Un sistema integrato di servizi richiede:
competenza, formazione, abilità di esercizio di tecniche e di metodologie specifiche capaci di rispondere alle
diverse caratteristiche della persona umana e a quel principio di unità senza il quale si torna alla prassi di individui
identificati come “caso” assistenziale o come “numero” di cartella clinica;
un intervento operativo sul territorio con applicazione critica e specifica di modelli di intervento predefiniti e con
una attenzione a quanto via via va emergendo in campo sociale.
Lavorare per l’integrazione significa accostare tra loro dati che apparentemente appartengono a schemi di classificazione
diversi ma che in realtà fanno parte della storia della stessa persona e come tali andrebbero trattati. Le differenze
professionali e culturali diventano, pertanto, nella programmazione sociosanitaria un momento di amplificazione della
conoscenza: la diversità dei ruoli, in una logica di integrazione, assume l’aspetto di risorsa ed è finalizzata a rispondere in
modo globale e non parcellizzato al problema.
Essere attori di un’attività integrata a carattere programmatorio non significa fare le stesse cose, ma lavorare in sinergia
su un obiettivo comune, a priori dichiarato, dal quale discende una articolazione di impegni che verranno presidiati dai
singoli Servizi (e professionisti) in base alla specificità dei loro ruoli. Significa articolare un progetto, individuare i
referenti, assegnare i compiti di ciascuno, potenziare la “rete” tramite l’integrazione funzionale dei Servizi e il collegamento
con il volontariato.
Proposta di discussione e approfondimento in gruppo
1. Alla luce delle esperienze personali, professionali (in base al proprio ruolo) e del Consultorio di appartenenza,
come abbiamo vissuto e stiamo vivendo il Piano di Zona?
Quali richieste sono state avanzate al Consultorio Familiare: in che modo è stata intesa, proposta e
realizzata l’integrazione?
Come operatori ci siamo sentiti ignorati, scavalcati oppure considerati e invitati ad operare in sinergia e
ad integrarci con i Servizi sociali comunali/di Ambito?
Ci è stato richiesto e abbiamo potuto dare il nostro contributo in tutti quegli interventi e progetti
finalizzati alla formazione e cura della persona, alla promozione del benessere e al perseguimento della
coesione sociale, nel sostenere le famiglie nei momenti critici e di disagio, nella formazione alla
genitorialità, ecc.?
2. Abbiamo da riferire al gruppo qualche esperienza significativa di integrazione tra il Consultorio e i
Servizi sociali comunali/di Ambito?
3. In considerazione anche della normativa più recente quale contributo il Consultorio Familiare può dare
alla progettazione integrata di Ambito? In quali aree di intervento il Consultorio può offrire il proprio
contributo specifico e prezioso nella progettazione di Ambito?
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