Patrizio BIANCHI - Fondazione Economia Tor Vergata

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Patrizio BIANCHI - Fondazione Economia Tor Vergata
PATRIZIO BIANCHI
Brexit, alcune considerazioni sui due lati della Manica
Land of Hope and Glory, Mother of the Free, How shall we extol thee, who are born of thee? Wider
still and wider shall thy bounds be set; God, who made thee mighty, make thee mightier yet; God,
who made thee mighty, make thee mightier yet.
“Terra di speranza e di gloria, madre della libertà”, così canta l’inno disegnato sulle musiche di
Elgar, che ogni anno all’ultimo concerto dei Proms permette di far sventolare le Union Jack nei
parchi di Londra. L’esito del referendum ci ha mostrato invece un Regno Unito del tutto disunito ed
una Inghilterra che ben poco aveva della terra della speranza e della gloria.
Tuttavia una riflessione più a freddo sulla Brexit ci permette di allineare meglio i nostri pensieri su
quanto sta succedendo sui due lati della Manica. Non vi è dubbio che l'esito del referendum inglese
dimostri ancora una volta come le vicende europee debbano essere inquadrate nel più complessivo
frantumarsi del rapporto tra governabilità e rappresentatività delle nostre sfibrate democrazie.
Il passaggio referendario britannicopone in mostra ancora una volta come la vicenda europea venga
usata - e non solo Oltremanica - per rispondere ai conflitti interni non solo ai singoli paesi ma
addirittura ai singoli partiti. I partiti storici del resto mostrano chiaramente di non tenere più la
complessità sociale, che dovrebbero rappresentare e governare, e come siano esposti alle pressione
di movimenti che radicalizzano ogni conflitto senza tuttavia proporne soluzioni.
È come se la globalizzazione presentasse il conto della pericolosa illusione che il mondo potesse
essere governato dai mercati finanziari e che internet potesse rappresentare la nuova agorà
iperdemocratica di un mondo senza confini, senza centri e senza periferie.
Il voto inglese illustra invece in maniera plastica le fratture fra generazioni, fra metropoli e
campagne, fra ceti vincenti e ceti perdenti, fra territori integrati nel nuovo mondo e nuove periferie;
fratture che in verità animano non solo la Gran Bretagna ma tutta Europa, e vista la vicenda
elettorale americana, in fondo tutto il mondo occidentale. Siamo di fronte ad un nuovo conflitto
della modernità - per usare le parole che Lord Dahrendorf utilizzò alla fine del secolo scorso - che
non riesce ad esprimersi se non in termini regressivi, con un ritorno al bisogno di confini e di
identità nazionali addirittura forgiate nel secolo prima.
La Gran Bretagna che abbiamo di fronte, nel contempo determinata e smarrita, è il risultato di un
lungo percorso che parte da quel dopoguerra in cui l’Inghilterra stremata, ma vittoriosa contro il
nemico tedesco - allora certamente “land of hope and glory” - avvia necessariamente una
decolonizzazione, che porta l’economia ad una sorta di globalizzazione inversa. Da centro di una
economia globale e protetta (il Commonwealth ), l’Inghilterra si ritrova con una economia piccola e
periferica, dominata da giganti industriali “fuori misura”. L’adesione alla Comunità europea
coincide con una fase di deindustrializzazione, che viene prima affrontata malamente dai laburisti,
poi con decisione dalla Tatcher e dai suoi successori laburisti. Viene decisamente sostenuta una
economia dei nuovi servizi finanziari, delle nuove imprese high tech, delle aziende legate alle
università di élite, generando in effetti una nuova economia ed un nuovo ceto sociale, ma questo
riguarda Londra, Cambridge, Oxford, ma anche Edimburgo e Glasgow. Nel resto del paese vi è
dapprima una massiccia e durissima deindustrializzazione con la privatizzazione di tutte le imprese
tradizionali e poi una ripresa ma sotto altre bandiere. Ad esempio nel settore automotive oggi in
Gran Bretagna si producono oltre due milioni di auto ma quelle fabbriche, quei marchi sono
posseduti dai giapponesi ed oggi dai tedeschi.
La frattura si vede benissimo comparando i profili industriali dei principali paesi europei. In
Germania, ma anche in Italia, vi è una quota di imprese high tech, ed una low tech, al centro rimane
una vasta area di imprese a media tecnologia, che hanno il compito essenziale di diffondere le
tecnologie nei comparti più tradizionali e nel contempo articolare il sistema produttivo in una
varietà di tipologie di impresa fra loro interrelate. La Gran Bretagna invece non ha quel corpo di
imprese a tecnologia intermedia che rende articolato il sistema economico e resiliente il sistema
sociale, metà high tech, dalla aviazione alla farmaceutica, dalla elettronica ai servizi finanziari,
concentrati in contesti universitari, internazionali, ben pagati, e metà in attività tradizionali, in
regioni, città, circoli, che si sentono più periferici che mai e quindi attaccabili da tutti gli “estranei”
che possiamo inventarci.
Nello specifico ricordo che negli ultimi tre anni i richiedenti asilo extracomunitari in Gran Bretagna
erano nel 2013 circa il 5% del totale di quanti erano presenti nei paesi Oecd, riducendosi a meno del
2% nel 2015.
Rimangono certamente in bella evidenza tutti gli errori e la inadeguatezza di Cameron, che tuttavia
eredita da tutti i suoi predecessori un atteggiamento verso l’Europa scettico a parole ed opportunista
nei fatti. Parimenti risalta però anche la inadeguatezza dei leader europei, che negli ultimi dieci anni
hanno non solo sottovalutato l'emergere di queste nuove conflittualità intrinseche in una globalità
senza regole, ma hanno lasciato crescere una Europa senza identità, in cui proprio le odiate
burocrazie bruxellensi sembravano essere l'unico collante, governate a loro volta da un patto
intergovernativo dominato dal più forte.
L’Unione europea nasce da una idea di unione doganale in cui paesi egualmente segnati dalla
guerra e dal difficile dopoguerra gestivano in comune le risorse strategiche, dapprima carbone ed
acciaio, poi un mercato comune aperto all'interno e protetto all'esterno da un patto fra eguali,
egualmente convinti di non poter affrontare isolatamente la nuova situazione internazionale segnata
da un bipolarismo politico che avrebbe inevitabilmente schiacciato le antiche ma fragili nazioni.
Questa azione comune è stata progressivamente allargata a paesi fra loro molto diversi, fino ad una
unione monetaria sbilenca, che ha esplicitato le diverse condizioni di sostenibilità dei processi di
integrazione, con il risultato che si è ricreato un nuovo centro economico nella Germania unificata,
che è diventata - ma non irrestibilmente - anche il perno politico di una Europa nuovamente
schiacciata fra la difficoltà di uscire dal suo eterno Novecento dei nazionalismi e la sua incapacità di
essere leader nel nuovo secolo.
Una visione impressionistica di questa divaricazione interna all’Europa si vede guardando il reddito
pro-capite nella mappa distinta per regioni. Nel 2001 erano le capitali le aree a maggior reddito,
emergenti in paesi omogeneamente più arretrati. Nel 2014 vi è una area ad alto reddito fra
Germania, Austria occidentale, Francia sud-orientale e le poche regioni del Nord-Italia, con cerchi
di periferie sempre più ampi e lontani.
L’unificazione ha certo costituito per la Germania l’opportunità di realizzare quel salto di scala, che
ha definitivamente rotto gli equilibri interni ai paesi europei, così come l’allargamento ha ristabilito
quella centralità europea di una Germania che nel lungo dopoguerra era stata il simbolo di una
Europa sconfitta e divisa. Egualmente l’unificazione ha permesso alla Repubblica Federale di farsi i
conti in casa e con una azione largamente sostenuta dai partner europei ha potuto riorganizzare il
suo sistema produttivo interno giungendo del tutto preparata al doppio appuntamento con Euro e
globalizzazione, che invece ha trovato gli altrui paesi se non impreparati almeno in affanno.
Certamente va riconosciuto la determinazione con cui i governi tedeschi hanno affrontato quel
passaggio, ritenuto non solo storico, ma identitario per un paese che alla fine del secolo sentiva
ancora forte le stigmate di un passato, sia remoto che recente da seppellire sotto la coltre dei nuovi
successi economici. Tuttavia giunta all’apice del successo la nuova Germania ha mostrato il suo
limite di leader dimostrandosi incapace di assumere quel ruolo di guida politica di un’Europa, che
doveva misurarsi con i grandi conflitti mondiali.
Dimostrazione ne è proprio la vicenda greca, o la stessa sufficienza con cui le autorità tedesche
hanno trattato il nostro paese sulla vicenda dei migranti, in cui la Germania non ha colto che proprio
il South-east gateway dell’Unione costituiva la frontiera più delicata di fronte all’emergere dei
nuovi e vecchi conflitti mediorientali, di fronte a quella guerra di Siria, che è l’emblema più
drammatico del fallimento diplomatico e politico della Europa a trazione tedesca. Senza
dimenticare che proprio la Grecia ed i Balcani stanno diventando il perno della penetrazione cinese
in Europa, dopo l’acquisto del porto del Pireo e l’avvio con finanziamento e tecnologie cinesi della
linea ferroviaria Atene- Belgrado- Budapest, che dovrebbe fare della capitale ungherese - nelle mani
più che euroscettiche di Orban - l’hub cinese nel cuore d’Europa.
Egualmente dovremmo dire dei rapporti con la Russia di Putin, con la quale si è avviato un
embargo, che sta danneggiando più noi che loro, mentre la stessa Germania ha rilanciato i suoi
rapporti sull’oleodotto north-rim e sulla nuova ferrovia, che unirà la Cina verso l’Europa.
L’errore più rilevante sarebbe quello di considerare la Brexit una vicenda degli inglesi, senza andare
in profondità sui limiti politici di questa Europa sbilanciata, che non riesce a trovare un suo posto
nel mondo globale. Qui si aprono molte questione sul futuro europeo, e qui il ruolo dell’Italia a
cavallo del suo referendum, ma questa è una altra storia.
Ferrara, 3.7.2016