scarica - SugarZero

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LA MIGRAZIONE DELLE FALENE
Hot & Spicy
I
Addiction
Una falena che svolazza goffamente
sopra il mio cranio cattura la mia
labile attenzione. La seguo con lo
sguardo fino a portare il mento in
linea con il collo: il cinturino inizia a
stringere, a farmi sentire gli occhi
che si gonfiano, e si protendono a
quel lepidottero (non credevo di
sapere il nome dell'ordine) come gli
occhi di un viscido pesce vorace che
sta per abboccare ad un uncino fin
troppo scintillante. Ma io non ho
branchie, il mio ossigeno sta finendo.
Seguo quell'insetto notturno come
fosse il mio ultimo pasto. Svolazza
goffamente, quasi arrancando: una
di quelle poche cose che volando
danno l'idea della pesantezza. Però
lo invidio perché sa volare.
Faticosamente prosegue per il suo
percorso. Ogni battito d'ali sembra
farlo rimbalzare, come se l'aria che ci
circonda fosse in qualche modo
gommosa. È come me: non la
respira, ci rimbalza; è divertente, nel
mio cranio. Può volare, ma io almeno
ho un po' più eleganza, credo. Chissà
se sia davvero la polvere sulle sue ali
a permetterglielo -anche in questo
caso non saremmo poi tanto diversi.
Rimbalza e svolazza, svolazza e
rimbalza e... brucia, nella lanterna
verde, che tanto ciecamente
desiderava. Il volo s'infrange, i battiti
s'interrompono, i lepidotteri
bruciano. É buffo: siamo talmente
attratti dalla luce da spingerci verso
di essa il più possibile, e quando
arriviamo a quel punto, ci investe e ci
abbaglia, eludendo l'ultimo limite.
Ma, d'altronde, l'assuefazione capita.
Allungo il collo di ancora un
centimetro, l'attesa del respiro di
ancora un attimo. Tocco con lo
sguardo lo scheletro del nostro
posto, che sorregge la lanterna.
Ti prometto, scheletro sghignazzante
che facce tristi non puoi portarne,
che se veglierai su di me, scansando
la lanterna sempre di un centimetro,
quando sarò uno scheletro anch'io,
sarai il primo per cui desidererò di
perdere la mia nuova verginità;
quando non ci saranno più femmine
e maschi: soltanto scheletri
sghignazzanti che facce tristi non
possono portarne. E se, con le carni
erose dal tempo, non ci sarà più una
verginità da perdere, un orgasmo con
cui sperimentare l'agghiacciante
calore della morte, per un frangente
d'eternità, io t'amerò.
Spunk mi svuota una bottiglia di
tequila sulle tette, ed io, con un
grosso respiro, torno al mondo. Alla
fine, quando si viene al mondo, ci si
viene sempre bagnati e con un gran
respiro, e spesso anche la tequila, in
un modo o nell'altro, c'entra
qualcosa.
Riemergo, evoluta nuovamente nella
rana che sono di solito: l'anfibio con
gli anfibi, sempre viscido e con le
pupille enormi, di un verde troppo
sgargiante per poter scegliere tra il
dentro e il fuori dello stagno della
vita.
In preda all'estasi della musica e
delle droghe, colpisco le corde della
chitarra usando il plettro come uno
scalpello per scolpirne note distorte
e rocciose, e lancio la mia lingua
estensibile a ricercare l'ugola nella
gola di Spunk. Lui si sposta il
basso indietro e mi tira su
afferrandomi per le natiche. Più che
baciarci ci lecchiamo la lingua a
vicenda, con la bocca carica di
acquolina, quasi sputandoci sopra,
facendo grondare la saliva dalle
fauci, e lasciando poi i nostri menti
bagnati riflettere il colore delle luci.
Andiamo, signori benpensanti, un
bacio può essere molto più sporco
del sesso, anche perché il contatto è
inevitabilmente diretto, non si
possono prendere precauzioni.
Così lui non ha precauzioni per il suo
labbro. Io voglio essere lasciata, ma
in certi momenti le parole non
esistono. Allora gli stringo il labbro
tra i denti, mi aggrappo ai muscoli
del suo collo, e continuo a stringere,
a serrare la bocca, che in questo
momento ad altro non serve. È fatto
anche lui, anestetizzato da ogni
dolore sobrio, e si accorge di questo
solo quando inizia ad uscire il
sangue. Benedetta droga: era proprio
quello che volevo!
Mi lascia immediatamente, ma col
cazzo che io lo mollo adesso:
rimango avvinghiata al suo collo e
cadendo lo trascino giù con me sul
bancone ristagnante di tequila.
Mentre mi morde il collo, lo sguardo
mi cade sulla boccetta del tabasco
sulla parte interna del bancone: lo
prendo e me ne verso un po' di gocce
in bocca. Spike alla chitarra e
qualcuno nell'ombra alla batteria
aumentano magistralmente il ritmo
come se il tabasco glielo avessi
messo nel culo, o come se volessero
stimolare me a prendere qualcosa
nel medesimo posto. Spunk allora
torna alla mia bocca sollecitato.
Dopo pochi secondi fa forza per
ritrarsi dal bruciore che il
peperoncino, il sale e l'aceto,
provocano sul taglio che gli ho fatto,
ma io, ovviamente, sono pronta: devo
continuare a baciarlo per condividere
il bruciore, altrimenti sarà troppo.
Quando lo lascio andare, lui schizza
all'indietro e involontariamente sfila
con il ginocchio il jack dalla mia
chitarra.
A questo punto volgo lo sguardo alla
sala e vedo tutte quelle farfalle della
notte che, abbagliate dalle luci
colorate e annebbiate dal fumo, su
questo pavimento a scacchiera,
cercano, senza riposo, anche
goffamente, di svolazzare.
Spunk torna giù.
“Infilalo”, gli dico, ma, per evitare
fraintendimenti aggiungo: “Voglio
scopare!”.
II
Happenz
Schiudo gli occhi, impiastricciati di
una pece di matita e mascara. La
lanterna verde splende ancora sopra
di me, sorretta dalla mano dello
scheletro del Nostro Posto. A quanto
sembra ha accettato il patto. Alzo la
testa dal bancone, il mio altare
sacrificale... Ahh! Ho un dolore atroce
dal lato della rasatura, per la tequila
su cui mi sono addormentata e per
quella che mi ha addormentata. Delle
voci provengono dalla cucina, mi alzo
e le seguo barcollando: il mio palato è
una landa arida in cui aleggia un
saporaccio di vomito. Non ricordo se
ho vomitato oppure no. L'Addiction al
risveglio è un familiare luogo
spettrale: le luci sono fioche, la sala
pervasa da un acido olezzo stantio. Il
mio anfibio destro risuona come un
colpo di cassa, il sinistro, per
l'appiccicume sulla suola, come un
piatto, ed ogni passo, incerto e
pesante, riecheggiando nel silenzio,
riporta i miei timpani a venire
martellati a 180 bpm. I primi ed ultimi
bizzarri compiacimenti dell'aver
festeggiato, del ritrovarsi senza nulla
di acquisito, e finalmente con
qualcosa di perduto per sempre. Che
ora è? Ma perché me lo domando
ancora? Qui all'Addiction non ci sono
orologi.
Il clan dell'Addiciton al completo,
esclusa me, è all'opera in cucina.
Shame, ovviamente, è seduta al
computer e detta la ricetta trovata in
internet. È una ragazza un po'
alienata: a qualunque ora la incontri,
la troverai sempre faccia a faccia con
uno schermo elettronico, invischiata
nella ragnatela del web, a
scannerizzare ogni pagina o a farsi
scannerizzare il cervello. Sembra
immune ad ogni nostro discorso, sia
pure sulle tematiche più importanti e
varie, come il sesso, la droga, o i
giocattoli erotici o le pasticche, e non
parla fino a quando non le chiedi un
parere, che uscirà da una bocca
insicura e da delle corde vocali
contuse, quasi strozzate, mentre quei
suoi grandi occhiali staranno
costituendo un altro schermo. Per
questo la chiamo Shame, perché, ci
scommetto le ovaie, quando invece è
da sola, in quel suo mondo virtuale
avrà visto pornografia di ogni sorta,
magari andando a ricercare le
gangbang più sovraffollate, o i dildo
più grandi, i bondage più estremi. Dio,
ma come diavolo fa? Io voglio toccare,
voglio sentire, voglio sperimentare; se
la mia gangbang non è la più
sovraffollata del mondo, che importa?
Se la corda intorno al mio collo non è
la più stretta, o se la mia fica non è la
più slabbrata, che importa? Che
importa finché la cosa non mi
riguarda? I primati virtuali possono
riguardare il mondo intero, ma
sussistono il tempo di caricamento
dell'elemento che li spodesterà.
Quello che accade qui, dove io sono,
accade solo qui ed ora, e posso
testimoniarlo io stessa, anzi, sono
l'unica vera testimone della mia vita:
un mio orgasmo, o quello di chi è con
me, è lo schiacciante vaffanculo alla
tracotanza dell'universalità, da parte
di noi due piccoli, miseri, sporchi,
significanti individui. Ma lei forse non
la vede così: per questo non si è mai
lasciata dare neppure un bacio.
Ma tutto ciò vale per quando è sobria.
Quando beve un po', infatti, il suo
senso del ritegno si stappa come una
bottiglia di spumante (l'alcolico che
accetta più spesso), dalla quale
emerge incontrastabilmente una
personalità frizzante e spudorata,
tanto da meritare, se non addirittura
necessitare, il nome Shameless. In
quelle occasioni potrai vederla
sbarazzarsi dell'apparecchio
elettronico con cui sarà stata in
simbiosi fino a quel momento e, fino a
che non si sarà spenta
automaticamente, potrai sentirla
sproloquiare sulle tematiche più
importanti e varie, come il sesso, la
droga, o i giocattoli erotici, o le
pasticche. Si potrebbe dire che
l'alcool la renda esuberante come non
è in realtà, così come si potrebbe dire
che l'alcool le conceda di tirar fuori la
sua parte più vera. Ma, poiché ognuna
delle sue personalità sembra non aver
mai assimilato nemmeno una
sfumatura dell'altra, l'ipotesi più buffa
è che sia una simbiosi vacante: mai
del tutto singolare e mai del tutto
universale, mai del tutto nella realtà e
mai del tutto vera; intrappolata in un
mondo virtuale per la mancanza di
connessioni, che non potrebbero
comunque permetterle di evadere per
sempre, ma di avere un attimo di
significato. Come tutti noi qui
all'Addiction. Come tutti quelli là fuori.
Un acre odore di cipolla soffritta
m'impregna le narici, ma non è solo
cipolla, ci sono anche dei pezzetti
d'aglio che schizzano indemoniati
come per scaldarsi il prima possibile e
non essere da meno. Ah... Spunk e
Spike, ci scommetto le... nausea.
Corro in bagno.
Vomito.
Dalla quantità direi che ieri non avevo
vomitato. La leggera vulnerabilità dei
postumi: del resto non so nemmeno
quanto abbia dormito. La testa nel
cesso, la frangia che mi punge
l'occhio: la scanserei se con le mani
non dovessi sostenermi un minimo.
Staccando anche un solo braccio
dalla tazza annegherei in questa
pozza giallo ocra che non posso
evitare di guardare. Ma la frangia
punge troppo, forse è il caso di
lasciarsi andare. Vado.
La mia fronte entra in collisione con la
tavoletta del cesso: due corpi
tutt'altro che estranei. È bagnata di
piscio. Ma ormai che importa? Ho gli
occhi colmi di lacrime che non colano,
le narici piene di muco e succhi
gastrici e dalla mia bocca cola un
denso filo di bava che mi tiene ancora
unita al mio rifiuto. Respiro con
affanno a grandi boccate quell'odore
molto più acre della cipolla e
dell'aglio: a vedermi da fuori sembra
che voglia risucchiare tutto quello che
ho appena sputato. Ma ovviamente
non è così. Forse in realtà il mio
desiderio è che, quando avrò tirato lo
sciacquone, il filo di bava non si
stacchi e che io venga così trascinata
dentro con lui, per ripulirmi da questo
strato di trash che mi si è calcificato
addosso. Sogno di fluttuare nell'acqua
della fogna e di nutrirmi, attraverso
questo cordone, degli scarti
metabolizzati che piomberanno giù a
me. Nell'utero di nuovo, di nuovo nel
posto più confortevole e macabro del
mondo. Certo è più pulito di una
fogna, ma più macabro, proprio come
la vita è più macabra della morte. Se
mai, sia pure una fogna, un posto del
genere possa esistere ancora, io lo
chiamerei semplicemente “Mamma”.
Ma che sto dicendo? L'effetto della
droga deve non essere svanito del
tutto: spesso visioni del genere mi
vengono in mente in queste
situazioni.
Rido, sghignazzo. Inizio a sentirmi
meglio; mi sento purificata. Oh sì,
sono proprio un innocente angioletto
con una tavoletta splendente di piscio
come aureola. Sono l'aglio tagliato a
pezzetti che, già che è sulla fiamma,
brucia veloce per lasciare senza
perder tempo una forte ed
inconfondibile fragranza.
Ad ogni modo dicevo che Spunk avrà
messo a soffriggere un ingrediente e
Spike un altro, giusto per
competizione. Di Spunk non direi che
sia propriamente ordinario, neppure
per un posto come questo. Non direi
che sia propriamente speciale, né un
tipo profondo, né uno superficiale. Ma
che cacchio direi? Beh, dal momento
che lo valuto per negazione, potrei
dire che sia come la masturbazione.
Di conseguenza di Spike potrei dire
che ha i capelli dritti e tinti, e che è in
competizione con la masturbazione.
Insieme formiamo gli Hot-Special-Icy,
una band (sul genere della quale è
meglio non discutere) che se ne va in
giro per i club e i centri sociali della
città a sverginare timpani a suon di
powerchords.
Mi sfilo l'aureola usando i gomiti
come fulcro del peso di un corpo vivo.
Mi scrocchiano le ginocchia, torno con
i piedi per terra. Quel filo è così denso
che ancora non s'è disciolto: lo
guardo ancora per un attimo. Tiro lo
sciacquone.
Shadow bussa, proprio perché la
porta è aperta.
“Hey,” mi dice, “prendi, magari ti
toglierà la nausea, e ti farà venire
appetito. Nel peggiore dei casi sarai
solo fatta”.
E sorridendo mi passa uno spino.
“Grazie,” gli rispondo accettando
“comunque credo di esserlo ancora”.
Si appoggia allo stipite della porta il
tempo di guardarmi fare un tiro e di
abbassare lo sguardo al pavimento.
“Qui c'è una puzza di merda” gli
suggerisco appoggiata con la schiena
al muro.
“Allora hai cagato” mi provoca lui.
“D'accordo, una puzza di vomito” mi
fa sorridere.
“Beh, certo, la cacca è un elemento
molto discriminato nel mondo
femminile, per questo tutti vogliono
fare sesso anale...”
Fa una breve pausa e continua il suo
soliloquio.
“Credono tutti che le ragazze non la
facciano e quello diventa così il buco
più immacolato del loro corpo,
probabilmente nella speranza che il
corpo maschile e femminile
differiscano in più punti erogeni
possibili. Tolto questo preconcetto in
alcuni casi o emerge un feticismo
ancora più forte, o il buco del culo
diventa solamente un posto più
stretto e meno confortevole della
fica.”
Fa un'altra pausa mentre lo fisso,
aspettando di capire come concluderà
il discorso.
“Certo, a meno che non vogliate
giocare insieme con un dildo: in quel
caso può essere un buco davvero
utile”.
Mi fa ridere, mi fa riprendere.
“Quindi siamo tutti sporchi allo stesso
modo?” gli domando col fumo che mi
scappa dal sorriso.
“Chiaro. È curioso però, che il vomito
sia ok”.
“Beh, io non l'ho fatta davvero, sono
un angelo innocente” dico,
spiegandogli che avevo anche
l'aureola, e aggiungo: “Ecco, secondo
me, gli angeli innocenti non la fanno”.
“No... gli angeli innocenti fanno
polvere magica”.
“È vero!”.
“Comunque” ribadisco, “qui c'è puzza
di vomito, non devi rimanere per
forza”
“L'erba è l'incenso del nostro tempio”
Con un sorrisetto malizioso preciso:
“...Della nostra cappella”.
“Uh, umorismo”.
Gli passo lo spino, lui lo prende, lo
guarda, mi sorride, fa un tiro e se ne
va. Appena volta l'angolo sento che
sputa un paio di volte: il filtro era
sporco del vomito che avevo sulle
labbra, e lui lo aveva visto. Era il suo
modo per dirmi che, perfino in quello
stato, io non facevo così schifo
davvero.
Questo era Shadow. Anche se lui si fa
chiamare Fennel. È decisamente
intelligente ed ha una cultura
autentica, ed ogni volta avrà un
significato diverso da attribuire a quel
nome. La motivazione più costante e
che quasi tutti conoscono è che
distilla assenzio, per cui sono
indispensabili i semi di finocchio. Un
assenzio dolce e profumato, in cui
non ti stancherai mai di disciogliere
uno zuccherino, con un elevato tasso
di sapori nel suo elevato tasso
alcolemico che sarà elevato nel tuo
sangue ed eleverà la tua mente nel
pieno rilassamento: poetica alchimia.
Io lo chiamo Shadow, anche se lui
s'intimidisce un po', perché è come
un'ombra, per l'intimità che stabilisci
con lui, per l'affascinante discretezza
con cui è sempre presente, perché a
volte sembra conoscerti più di quanto
tu sia disposto ad ammettere. Ma non
solo per questo: anche per quel
singolare senso del mistero che mi
trasmette, nonostante la sua
singolare schiettezza, che allora lo
amplifica ulteriormente. E perché
indossa sempre una maglietta nera a
maniche lunghe. Sarebbe il reale
possessore dell'Addiction Happenz,
ma lui ha sempre un attimo di
esitazione ad ammetterlo. Alcuni
dicono che sia per scansare il suo
nome da affari illegali, e che questo
sia il vero ed unico motivo per cui si
faccia chiamare in quello strano
modo: che schifo di mondo che c'è là
fuori. Ma di solito idioti del genere
non hanno nemmeno mai superato la
soglia della porta. Lui ci permette di
stare qui, ci permette di dormirci, di
mangiarci e, se vogliamo o se
abbiamo bisogno di soldi, di suonare o
collaborare. Quando all'inizio gli
domandavo perché, lui rispondeva
sempre di chiederlo ad uno qualunque
che non lo facesse, e che il contrario
di tutto ciò che avrebbe risposto
erano le sue motivazioni. “Da loro ho
imparato molto” diceva.
Mi sciacquo il viso, la bocca e la gola,
la rasatura, e do una ripassata con
l'acqua ai capelli. Mi dirigo verso la
porta dell'uscita. La apro e mi
affaccio: è pieno giorno. La visione del
cielo limpido e del sole accecante è
tagliata in parte dalla pericolante
insegna rossa dell'Addiciton Happenz.
Torno in cucina.
“Che hai combinato ai capelli?” mi
domanda Spunk.
Scuoto la testa per sgrullarmi l'acqua
di dosso.
“Sembri un cane bagnato” dice Spike.
“...Una cagna” puntualizzo con ironia
mentre Spunk sorride, e spiego:
“Fuori piove”.
Shadow allora mi guarda con un
sorrisetto di silenziosa complicità.
“Che noia!” si lamenta Spike mentre
Spunk annuisce.
È incredibile: nonostante sia stata
l'ultima a svegliarsi sono stata
praticamente l'unica almeno ad
affacciarmi.
“Non è vero che piove” interviene
Shame a sorpresa.
“Non ci credo che ti sei staccata dal
computer per andare a controllare”
“No, infatti. L'ho letto in internet”
“E sentiamo, Cybernella comatosa,” le
dico con ostilità, ma senza ostilità “se
io staccassi la spina della macchina
che ti tiene in vita che
succederebbe?”
Lei stacca dallo schermo per un
attimo i suoi occhi che sono come
ventose, mi guarda e dice: “Prenderei
l'ombrello”.
Ridiamo tutti.
“Ma allora che hai fatto ai capelli?”
ripropone Spunk mentre mescola il
sugo.
“È una storia breve, ma la allungherei
riempiendola di dettagli”.
“Come sempre,” dice Shadow “una
buona storia è un susseguirsi di buoni
dettagli”.
“Già” rispondo mentre aggiungo al
sugo un mucchio di peperoncino.
Questa sono io: l'aglio a pezzetti
bruciacchiato, la cipolla che ti fa
piangere quando la tagli, il
peperoncino di troppo sulla tua lingua
vergine. Figlia abbandonata dell'intera
generazione precedente, sono la
puttana che tutti loro vogliono, lo
spirito giovanile che s'illudono di
poter comprare, e di cui mai avranno
abbastanza. Collegata ad una bomba
ad orologeria in simbiosi vacante con
l'orologio della morte attivato dalla
vita, e quindi con ogni orologio. Ma
qui all'Addiction non ci sono orologi.
Ignara su quale filo staccare, io sono
Dyinamite.
III
Hardcore life
Drìììn! Il campanello suona: è il
proprietario del monolocale in cui
abito. Oggi è il giorno del mese che
preferisco, il giorno in cui viene a
riscuotere i soldi dell'affitto. È una
specie di tradizione ormai. Arrotolo i
soldi in un elastico; meglio se si tratta
di banconote di valore molto alto, che
infondano nel suo sguardo una nota
di stupore e curiosità, o di valore
molto basso, che lo costringano a
contare per più tempo,
incrementando, sul finire, quella
smorfia di imbarazzo per aver anche
solo dubitato. Oggi il malloppo è
composto da pezzi grossi. Lo passo
dalla mia alla sua mano rendendo così
la soglia della porta un confine che lui
non può più valicare.
“50... 100... ma dove diavolo li prendi
tutti questi soldi?” domandano i
battiti delle sue palpebre irrequiete.
“cos'è che ti indispone?” dice il mio
sorriso beffardo “I piercing uncinati al
mio labbro? O il tatuaggio sul mio
petto, per cui mi sono appositamente
lasciata la spalla scoperta? O forse il
fatto che sono solo una minorenne?”
“150... 200...” la sue sopracciglia
contratte “Il fatto che tu, cagna
bastarda, già non potresti stare qui e
in più spaccerai pure droga, ed io non
ho nemmeno il diritto di controllare la
mia casa”.
“Perquisiscimi il buco del culo,
dolcezza, fa i soldi di un mese
d'affitto” risponde una lieve
contrazione del mio ano indispettito.
“300... 400... ma allora perché stai
ancora qui a dare tutti questi soldi a
me? Compratela una casa” dice il dito
indice a cui è scivolata una
banconota, così che ha pure dovuto
toccarla due volte.
“Io non do i soldi a te perché te li
meriti più degli altri, né perché la tua
latrina faccia meno schifo delle altre”
confessa un ultimo dolcissimo battito
di ciglia “Li do a te perché
prendendoli ti logori l'anima a pensare
a come una ragazzina minorenne
possa darti da campare, e che non hai
nemmeno il diritto di chiederle come
faccia perché, per quello che ne sai,
lei nemmeno dovrebbe stare lì; perché
non ne avrai mai abbastanza ”.
“500... 600... e 700”.
“Al mese prossimo!”
9 pesantissimi pezzi di una carta
leggerissima: che ironia!
Esco dai pantaloncini, dagli slip e
dalla canottiera dell'accoglienza, getto
tutto sulla poltrona rossa e, con le
piante dei miei piedi che si
appiccicano leggermente al
pavimento in parquet, mi dirigo verso
la doccia. Dog mi taglia la strada
prima che io entri in bagno: devo
dargli da mangiare. Perciò vado al
frigorifero, gli strappo una foglia di
lattuga e gliela porto. Se la
sgranocchia gustosamente con
espressione compiaciuta (per quanto
possa essere compiaciuta la faccia di
una tartaruga). Mi venne in mente di
chiamarlo così quando scoprii che era
maschio: pensai che se di lui si
doveva dire che era una tartaruga
maschio, di me si sarebbe dovuto dire
che ero un uomo femmina. Così mi
sembrò più elegante chiamare lui
“Dog” e me “Bitch”.
Sotto la doccia. Le molle dei piercing
iniziano a fare una pressione
fastidiosa sul labbro, e me li tolgo.
Abitando solo con Dog non ho
bisogno di chiudere la porta del
bagno, ma credo che eviterei di farlo
comunque: quando sono sotto la
doccia è ovviamente il momento in cui
le persone sono più belle. Mi
piacciono i corpi bagnati, i profumi
artificiali nell'aria che risultano
naturali in quel luogo, mi piace la
pioggia calda sui capezzoli e le
goccioline che rimangono aggrappate
ai seni quando il getto finisce. Mi
metto una mano sul petto incavandola
a formare una conchetta, per vedere
se il tatuaggio all'henné si disciolga
in una nera pozzanghera. Ma
ovviamente l'hennè è più resistente
del mascara, che già inizia a rivestire
la mia bagnata nudità come una muta
da sub, ma senza pinne: un abito
fetish, insomma.
Esco dalla doccia calda e gocciolante,
vado verso lo specchio a passi lenti
tra le bianche pareti, guardo le luci
per godermi il vapore del calore e
l'attesa: niente può freddarmi.
Spannando lo specchio con la mano,
disegno, come su una tela, un quadro
bellissimo di una giovane ragazza
sotto gli spotlight, dallo sguardo
deciso, le soffici labbra, ed una
cascata di mascara nero dallo
strapiombo dei suoi occhi, specchio
del selvaggio sentire della sua anima.
Voglio che di questo sentire fugace
che rende fugace quest'arte resti, se
non il ricordo, almeno la prova anche
quando questa vaporosa ispirazione si
sarà dissolta: perciò premo il mio viso
sullo specchio, prima da un lato e poi
dall'altro, lasciando lacrime così
lunghe che somigliamo ad artigli,
impresse come squarci; ed in fine, mi
concedo di firmare con un bacio.
Poi mi rifaccio il trucco ed indosso il
mio fresco rosario di bulloni. Esco dal
bagno e vado ai fornelli a prepararmi
un panino gigante con pressata di
ceci e, per secondo, del radicchio allo
sciroppo d'acero. Riempio il panino di
curry e tabasco e il radicchio di pepe
e cannella.
Dopo cena mi infilo sotto le coperte:
accarezzo ed abbraccio il mio corpo
ad occhi chiusi mentre si raffredda
per la digestione. Aggomitolata come
un gatto, mi prendo un po' cura di me.
Solo io so toccarmi così. È bello quasi
come nei sogni.
Quando è il momento premo il tasto
“play” dello stereo a forma di jukebox
accanto al letto. Mi vesto per andare
al “lavoro”... che ironia! Diciamo che
mi travesto in modo da non sembrare
al “lavoro”.
Sulla strada. Vedere le altre sempre
piazzate sotto ai lampioni è come
aprire il frigorifero per farsi lo
spuntino della mezzanotte e trovare
illuminato quel gustoso alimento di
cui hai lasciato una parte lì fin oltre la
data di scadenza. Fumano chewing
gum e ruminano fumo. Vorrebbero
trasmettere di avere una bocca pulita,
ma secondo me trasmettono solo che
hanno costantemente qualcosa da
pulire; non ho ancora capito quale
delle due adeschi di più. Mi tocca
sempre fare un sacco di strada per
superarle, perché, ovviamente, non
appartenendo a nessuno, non posso
permettermi nemmeno di mostrarmi
più appetitosa di loro. Cambio strada
ogni volta: a seconda del giorno e
dell'orario è preferibile andare su una
strada che può percorrere qualcuno
che ha appena concluso la giornata
lavorativa, oppure sulla strada di un
locale aperto fino a tardi, ma non
tanto vicino da sembrare parte della
clientela. Insomma, che sprechino la
loro vita in un ufficio o che la
consumino in una festa, a qualunque
ora, le persone hanno bisogno di
scopare, e non c'è da sorprendersi se
piuttosto che provvedere insieme ai
bisogni che le accomunano
preferiscono pagare.
Ecco Bunny, un amico che fa
esattamente quello che faccio io.
Sempre fresco di doccia e profumato,
senza un pelo sul viso o un capello
fuori posto. Tiene in bocca una
sigaretta non ancora accesa.
“Ciao, bellezza” lo saluto rallentando
ma senza fermarmi: non posso, o le
macchine penseranno che siamo una
coppia.
“Hey, Honey” mi risponde “Come ti
va?”
“Ancora non sono neanche arrivata. A
te come va?”
“Sono arrivato da poco”.
“Ah, allora hai intenzione di fregarmi
proprio tutte le macchine, eh?”
ironizzo mentre proseguo
camminando all'indietro.
“Solo quelle che passano in questo
senso di marcia”.
“Ti serve da accendere?” gli domando
sorridendo.
“No, grazie, questa è la mia esca” mi
confida.
“Cioè fai l'autostop per farti
accendere una sigaretta?”.
“Volendo...” sorride e spiega “è solo
che diventa monotono sentirsi dire
sempre che cosa ci faccio qui da solo
o se mi serve un passaggio, ma
soprattutto è importante che il primo
contatto con l'altro avvenga tramite il
fuoco. Sai, quando si dice far
scoccare la scintilla...”.
Faccio una smorfia divertita e
disorientata, come spesso mi capita
con Bunny.
“Con te avrebbe funzionato”.
Mi volto sorridendo, lasciandogli
l'ultima battuta.
“Io intendevo stanarti col fumo,
coniglietto” penso.
È uno strano personaggio, abbiamo la
stessa età ed entrambi abbiamo delle
particolari tecniche di seduzione: mi
fa piacere incontrarlo.
“Hey, Funny Bunny” gli dico a voce
alta da lontano “questo mese vieni
all'Addiction Happenz a prendere un
tè nel paese delle meraviglie! Potresti
fare il White Bunny”.
È uno strano personaggio, abbiamo
molte cose in comune e molte che
non lo sono, forse siamo solo molto
variopinti e perciò incontrarlo mi
rilassa, ma non posso nemmeno
fermarmi a parlare con lui.
Sola sulla strada. Scarto un lecca
lecca e me lo infilo in bocca. Ho il mio
vecchio lettore mp3 collegato alle mie
orecchie. Gioco con il lecca lecca, mi
muovo e guardo le macchine che
passano come se avessi qualcosa da
fargli vedere. Ogni volta rischio di
cagarmi addosso, ma sarebbe poco
professionale, se non su richiesta. È
inutile nasconderlo, ogni volta ho una
tale paura per la mia incolumità che il
pensiero della sola penetrazione
diventa qualcosa in cui sperare.
Una macchina si ferma. Il finestrino si
abbassa e dentro c'è un ragazzo che
non corrisponde precisamente a
nessuna delle categorie che ho citato.
Beh, ogni teoria è imprecisa. C'è un
club nella direzione da cui veniva, ma
è ancora troppo presto per uscirne
con uno sguardo del genere. Magari si
è solo fatto qualche tiro di coca.
“Che fai tutta sola?” mi domanda.
Mi appoggio allo sportello e,
fissandolo con occhi più sbarrati dei
suoi, gli rispondo: “Faccio la puttana”.
Non a caso sono le uniche parole che
dico, perché in ogni secolo la parola
“puttana” altro non è che un impulso
nervoso dal cervello ai genitali. A volte
i clienti, pensando che basterà pagare
per ottenere i benefici di una scopata,
ne hanno una prospettiva
pornografica, che può svanire
nell'approccio, quando capiscono che
dovranno confrontarsi con una
persona reale. Lasciarli disilludere
significherebbe solo lasciare spazio
ad un disagio di vergogna.
“Allora monta su”.
“C'è un posto appartato poco più
avanti” gli suggerisco salendo per poi
rimanere in silenzio.
Sul cruscotto ha una prevendita del
club da cui avevo pensato che
provenisse.
“Allora, qual è il tuo nome?” mi
chiede.
“Rose. Il tuo?”
“Lucifer”.
Passiamo in silenzio qualche metro.
M'illumina facendo un lieve
beatboxing, che si protrae tedioso ed
inesorabile.
O-fis/O-is... O-fis/O-is... O-fis/O-is...
“Sei un tipo riflessivo, eh?” chiede
retoricamente lui.
“Dovrei farti l'identikit per
<<relazionarci>> un po' come fanno
tutte?” rispondo retoricamente io, ma
per non sembrare troppo indisponente
aggiungo: “Fallo tu a me, è compreso
nel prezzo”.
“Ecco... a proposito di questo...”
cincischia lui.
“Dell'identikit, spero” taglio netto io.
“No... del prezzo... tu quanto prendi?”
“Abbastanza, e non sono una
missionaria... ma se paghi possiamo
farla una missionaria” gli dico
giocando con il lecca lecca.
Non rispondo subito alla sua
domanda perché se mi ha
implicitamente chiesto uno sconto
ancora prima di sapere il costo vuol
dire che è solo un imbecille che ha
intenzione di risparmiare; e le
trattative sono ciò che più mi irrita.
“Oggi è il mio compleanno...”
“E io domani vado in pensione”.
Raggiungiamo lo spiazzo.
“Allora cosa vuoi?” gli domando.
“Voglio tutto” risponde lui,
continuando a fissare il parabrezza.
“Ma perché non l'hai detto subito?” gli
domando sorpresa.
“Non sapevo che oggi fosse il tuo
ultimo giorno” risponde estraendo un
mazzo di contanti dal portafoglio.
La battuta della missionaria fa
sempre colpo.
“Happy birthday to you...” inizio a
cantargli mentre con una mano gli
sfilo qualche banconota e con l'altra i
pantaloni.
Lui mi sfila il lecca lecca di bocca
mentre si gode la canzoncina e la mia
mano sul suo pacco. Cantando a pelo
delle sue orecchie, quando passo
dall'una all'altra, percepisce che la
mia bocca non puzza di fumo
mentolizzato, e cerca di baciarla. Ma
non se ne parla. Lo stoppo
sfoderando un preservativo
impacchettato che apro con i denti.
Stringo il cappuccio tra le labbra, lui si
avvicina e ci infila la lingua dentro fino
a srotolarmene in bocca una buona
parte. Un bacio così non lo avevo mai
ricevuto da nessuno. Già che ci sono,
e che lui c'è, glielo infilo direttamente
con la bocca. Senza tornare più su.
Ora che ho la bocca tappata mi ritrovo
a pensare a svariate cose: a come
squittisce quando il lecca lecca esce
dal risucchio delle sue labbra, come
capita a me, ai profondi e caldi sospiri
di godimento con cui quel suono si
alterna, e a quello strano bacio.
Prima di scoparmi vuole tirare una
striscia dalle mie tette. Ovviamente
glielo concedo. Mentre fa avanti e
indietro con la foga della cocaina mi
guardo i piedi, appoggiati sul
finestrino e sul cruscotto, per
osservarne nelle dita qualche lieve
contrazione di piacere.
Prima del sesso anale prendo il
lubrificante che ho portato ed inizio a
prepararmi, mentre lui tira un'altra
striscia dalla mia natica. Poi, Mentre
si stappa il naso, mi dice che vuole
che mi spari una striscia dal suo
cazzo. Gli dico che è bagnato e
appiccicoso. Mi risponde di soffiarci
sopra mentre lui riprende la bustina in
cui la tiene. Vuole che la striscia la
prepari io. Ha una distorta pulsione
quando con la scheda telefonica gli
passo sulla cappella. Un'inalazione
profonda e via, la più profonda della
serata. Mi anestetizzo la bocca. Con
quel respiro, la speranza della sola
penetrazione sfuma quasi in una
pretesa. Mi tiene sulla pancia, poi su
un lato, poi sulla schiena a gambe
all'aria. Faccia pure ciò che vuole. Ma
alla fine vuole che sia io a muovermi.
Così si sdraia sul sedile ed io mi siedo
su di lui, più volte, fino a farlo venire.
Finalmente. Ma proprio quando sto
per togliermi lui allunga una mano
sulla mia fica. Provo a scansarlo, gli
dico che toccare me non è compreso,
e lui risponde che neppure la coca lo
era. Non è il fatto di sentirmi in
debito, ma il fatto di avermi ricordato
di essere sotto l'effetto della cocaina.
Cielo... è così piacevole... non voglio...
alzarmi per nulla al mondo... non...
voglio... ancora... ancora...
il mio ventre si muove da solo
rapidissimamente, ma più forte... più
veloce... mi aggrappo al suo petto.
Sono laddove il mondo finisce.
“Posso farti una domanda?” gli dico,
sorreggendomi allo sportello e allo
specchietto per nascondere che le
gambe mi tremano.
Lui annuisce.
“Perché sei venuto a spendere un
sacco di soldi con una puttana,
quando al club da cui venivi potevi
trovare gratis una ragazza come me?”.
“È una vita hardcore, baby!” dichiara
lui mentre mette in moto e riparte.
Le gambe mi cedono e finisco a terra
nella polvere. Continuano a tremarmi,
mi trema tutto il corpo finché non mi
tremano anche la gola e gli occhi.
Sono laddove il mondo finisce,
completamente sola nella notte
oscura.
Vomito.
In lacrime.
Nella polvere.
Torno indietro sulla strada. Mi tengo
abbracciata stretta al petto. Vedo
Bunny in lontananza, in bocca ha una
sigaretta che non produce fumo. Mi
vede anche lui. Quando mi avvicino
non può non notare i muscoli contratti
della mia faccia sporca di trucco e
polvere.
“Hey, Honey, che ti è successo?” mi
domanda immediatamente.
Io non so che rispondere, mentre
entrambi vediamo che proprio in quel
momento una macchina sta
segnalando che ha intenzione di
accostare.
Bunny mi tira per un polso, mi porta al
suo petto e mi abbraccia forte. La
macchina prosegue.
Mi fa accomodare su un tronco
d'albero dandomi la sua mano come
appoggio.
“Sei bellissima anche così,” sospira
“ma immagino che non eri uscita per
questo stasera. Chiudi gli occhi”.
Io faccio come dice.
Mi mette una mano sulla coscia e poi
la fa scivolare nella mia tasca. Tira
fuori le mie salviette e me le posa
sulle gambe. Poi lo sento che si torce
per arrivare con la sua mano sinistra
alla sua tasca destra. E qui mi
accorgo che tutto quello che sto
vedendo ad occhi chiusi, lo sto
vedendo perché lui non mi ha mai
lasciato la mano.
Sento la freschezza della salvietta
pulirmi il viso come se fosse pregna d'
un'acqua santa. Una tiepida brezza,
soffiata dolcemente dalle trombe
degli angeli, mi accarezza e mi rivela
la pelle nuova, come la muta di un
serpente. Ed il demone della
creazione col suo pennello magico mi
disegna ancora degli occhi belli, che
ancor prima di lasciare il buio si
contraggono in un flash.
“Questa sei tu” farfuglia Bunny,
costretto a tenere la sigaretta in
bocca, ora che con la mano libera mi
mostra una foto sul suo telefono.
Io prendo l'accendino dalla tasca e,
senza dir nulla, faccio scoccare la
scintilla. Un bacio di fuoco e fumo
nella notte.
Ce ne torniamo insieme all'Addiction
Happenz.
“Hey, Bunny e Clyde!” Ci accoglie
Shadow abbracciandoci.
“Beh sì, grazie al cielo non eccedo in
virilità” risponde Bunny.
“Fratello, non fare il modesto, è tutto
merito tuo. Tornate da un gran
colpo?”
“Beh...” esita Bunny, che non ha
nemmeno insistito per sapere come
sia andata la mia serata. E pensare
che la mia serata era quella andata
bene... che ironia.
“Già” sparo io.
Allora estraggo dalla tasca una
banconota ripiegata a quadratino e la
sfoglio lentamente come una mano di
poker, che più si mostra più
incrementa la vincita.
“Dacci due birre, fratello” dico
mettendo i soldi nel boccale dello
scheletro mendicante delle offerte.
Shadow mi sorride attonito sapendo
che non accetterò mai di riprenderli,
mentre andiamo per primi abbracciati
al bancone e mi strofina i capelli con
la mano.
“È stato davvero un gran colpo?”
spara lui.
“Credevo che il trucco fosse a posto”
mi scopro io.
“Lo è, infatti. È il tuo alito che non
profuma di caramella... né di sperma”
mi spiega versando la birra in due
grandi boccali.
Che dolce: ha notato che quando
torno dalla strada il mio alito sa di
quello, e che oggi non è così.
“Niente sperma!” dichiaro innalzando
il boccale contro Bunny che è appena
giunto.
“Perché no?” risponde lui imitando il
mio tono di voce, scontrando il suo
boccale con il mio.
Spunk, Spike (e Shame) sono
talmente presi da un dibattito che non
si sono accorti che siamo entrati.
“Ma di che diavolo stanno parlando?”
domando a Shadow.
“Sei davvero sicura di volerlo sapere?”
risponde lui “è più di un'ora che
discutono su cosa sia hardcore”.
Ma che cazzo! Non bastava aver già
discusso migliaia di volte su ciò che è
punk e ciò che non lo è, ci mancava
l'hardcore!
Hardcore o non hardcore: questo è il
dilemma: se sia più hardcore nella
mente soffrire le cinghie e le spade
dell'oltraggiosa droga, o prendere gli
strumenti contro un mare di
assuefazioni e, contrastandole, porre
loro fine?
La storia non è morta, la storia vive in
ogni istante che passa, per cui è
sempre in una strettissima relazione
con se stessa, ed i termini come
“hard” e “soft” sono dunque
convenzioni decisamente relative.
Hardcore non è un comparativo, ma
un superlativo assoluto, la cui base
non è presente in alcun vocabolario,
e, come tale, ha un'intensità
indefinita. Non si tratta della storia,
ma della tua storia, quella che
esisterebbe anche se tu fossi l'unica
persona nell'universo, e che,
nonostante tutto, sopravvive anche
con miliardi di persone. Non è
hardcore lo spingersi verso un limite
che non esiste perché ci si è lasciati
diventare insensibili, ma il non
rinnegare la propria ipersensibilità,
scoprirla e stimolarla impavidi.
Hardcore è il posto in cui torni ogni
volta in cui finalmente senti, la cui
storia è costituita esclusivamente dai
tuoi singolari attimi di percezione. È lo
spillo che fa scoppiare la bolla in cui
sei intrappolato. In definitiva,
hardcore non è altro che una scintilla
nel volatile etere della tua anima.
Eppure, proprio mentre penso questo,
una testa apre la porta del bagno
scivolandoci contro, sempre più verso
il basso. Nel suo corpo è impiantato
un ago, e Shadow si precipita a
prestare soccorso. La porta è aperta,
la testa è ormai lontana, forse troppo
per dire che stia davvero cadendo, ed
il corpo... basta. Bevo il mio boccale
tutto d'un fiato. Prendo il dildo rosa
fluorescente a due punte appeso alla
parete, e me ne vado con Bunny
all'Anyway Innocent, a vivere, come
sempre, tutte le note d'una vita
veramente hardcore.
IV
Anyway Innocent
In fondo alla via dell'Addiction
Happenz, sull'altra sponda della
strada, ci sono i nostri cugini
dell'Anyway innocent. Bunny ed io
entriamo nel lungo corridoio nero con
i neon blu ai lati che creano la
caratteristica atmosfera di
preparazione. È la prima volta che ci
andiamo insieme. Apriamo la porta: le
luci colorate ci investono e la tipica
musica divampa. Il genere varia
sempre, ma, nel suo genere, la musica
crea sempre un'atmosfera intensa,
essendo ogni volta straordinariamente
appropriata. In altre parole, riesce
sempre a stimolare la libido,
conferendo alle persone la sensazione
giocare un ruolo importante
nell'osservare gli angeli innocenti
sfilare sulla passerella con eleganza
felina e scambiarsi deliziosi baci
stracolmi di altrettanto deliziose
attese. Stampate sulle loro mutandine
ci sono delle parole che li distinguono,
come “COCK” o “EROS”. Agli occhi di
Bunny, che non è proprio di famiglia
al club, risultano essere soprannomi,
ma s'incuriosisce quando nota che su
un paio di slip è scritta solo la lettera
“K”. Questa sera, stando con me,
scoprirà la vera funzione di quelle
scritte: ciascuna è un nome in codice
per identificare quale magica polvere
troverai nascosta nel culetto del
corrispettivo angelo. Questo sistema
non è stato istituito per portare più
soldi al club, né, ovviamente, perché
un angelo venga riconosciuto solo per
l'uovo che cova, ma affinché tutti
possano essere ricompensati
personalmente per entrambi i
particolari compiti che sono disposti a
svolgere. È dunque fuori discussione
che tu possa prendere l'uovo da un
angelo e poi appartarti con un altro in
un nido: ha conservato dentro di sé
ciò che desideri fino al tuo arrivo; un
minimo di riconoscenza e che cazzo!
Gli angeli non sono spacciatori,
quando una dose di polvere finisce,
finisce. Tale polvere magica, di
qualunque tipo si tratti, è la migliore
della città. Nessuno sa da dove
provenga, ma tutti sappiamo che la
fonte deve essere piuttosto diretta:
produzione-consegna-vendita, fine
della storia. Per quanto riguarda la
purezza, siamo tutti abbastanza
inesperti, e chi afferma il contrario
mente, perché la legge non ci
permette di approfondire certi
argomenti. Ma per quanto ho appena
detto, l'Innocent ci offre ogni
possibilità di fidarci, pur non potendo
permettersi di fidarsi di nessuno.
Ma tutto questo per ora a Bunny non
posso dirlo.
Seduto sul primo divano, a far
ondeggiare il brandy nella sua coppa,
con quello stile che mi suscita
l'espressione “Baroque Pop”, se ne
sta l'architetto di questo magnifico
progetto dell'illegalità, il ragno
solitario che si compiace della sua
tela perfetta. Noi dell'Addicition
abbiamo stretto i rapporti con lui nel
periodo in cui l'assenzio fu messo
fuori commercio senza una plausibile
motivazione dichiarata; cioè per
aumentarne il fascino e, una volta
riammesso, incrementarne le vendite.
Ma avendo Shadow dalla nostra
parte, si rivelò il periodo più
prosperoso dell'Addiciton Happenz ed
un momento fondamentale per l'allora
neonato Anyway Innocent: fu il Big
Bang dell'antiproibizionismo e
dell'autosufficienza, le cui radiazioni
di fondo echeggiano ancora tonanti.
Almeno lo è stato per me.
Quando mi vede molla la coppa sul
tavolo e scatta subito in piedi per
salutarmi. Dopo i saluti gli presento
Bunny.
“Theraphos” si presenta.
“Bunny, piacere di conoscerti” mi fa
eco il mio compagno.
“Dal momento che sei suo amico
credo che si rivelerà essere un
piacere anche per me”.
Gli faccio l'occhiolino in segno di
conferma.
Formula sempre delle frasi lunghe,
ma riesce ad esprimersi così
precisamente che nessuna parola
sembra mai di troppo.
“Hai un nome piuttosto singolare”
dice Bunny incuriosito “nasconde per
caso qualche particolare significato?”
“Non lo nasconde, lo rivela” risponde
Theraphos sorridendo “è il nome
scientifico della tarantola”.
“Oh, Beh, affascinante” balbetta
Bunny disorientato.
“Terrificante” precisa Theraphos
“nulla mi spaventa quanto i ragni”.
“Nulla ti spaventa a parte i ragni” lo
elogio io con simpatia.
“...quanto i ragni” si concede di
ripetere e di scoprirsi, ora che la mia
prima affermazione su di lui è stata
un complimento.
“Guardati intorno” spiega a Bunny
“questo luogo è interamente un
santuario d'esorcismo delle paure,
con questo nome tengo da conto la
mia. L'esorcismo, sai, quello bene
inteso, sarà sempre la cosa più
ricercata”.
“Potresti comprare un ragno gigante e
mettertelo in una vaschetta vicino al
divano” scherza Bunny.
“Mai sentito dire che l'unico potere
del diavolo è la compassione che
provi a vederlo impotente?”.
Rimaniamo attoniti per qualche
secondo.
“Anni di catechismo spazzati via da
un'affermazione in uno strip club”,
dichiaro sorpresa quanto amareggiata
“tempo perso che rivoglio indietro”.
“Magari lo stai già riavendo indietro,
altrimenti forse non saresti qui”
risponde Theraphos, che ormai ha
assunto le vesti di un profeta “i giorni
degli adulti sono il tempo sprecato dei
bambini”.
“...E che l'affanno duri!” conclude
Bunny.
“No, c'è ancora tempo per crescere”
irrompo io sfoderando il mio dildo
rosa come un nunchaku “e questa
sera non siamo di certo qui per
sprecarlo”.
“Ma certo,” dice Theraphos “e se
avessi comprato un ragno gigante e lo
avessi messo in una vaschetta voi
avreste sprecato del tempo a
scrutarlo nei dettagli, e invece
guardate cosa ho scelto come
esorcismo!”.
Attraverso il basso fumo del ghiaccio
sintetico, nel silenzio che Theraphos
crea con il mixer, entra in scena una
femmina di sensualità sconosciuta.
Tutti gli angeli si siedono ai lati della
passerella ad osservarla. Non
trasmette la leggerezza di camminare
sopra il fumo, ma con i suoi piedi
scalzi sembra percepirne tutta la
sofficità. Passo dopo passo. I suoi
seni si fanno sempre più immensi e
perfetti mentre avanza, e vedere che
le sue mani ancora non s'alzano a
curarsene avidamente mi fa vibrare
l'anima. Smette di avanzare e punta il
suo sguardo, sicuro più della morte,
verso di noi. Spiega le braccia
mostrando quattro zampe di ragno
che spuntano dal suo corpo. Sono
dispersa nell'universo delle mie
pulsioni, tra l'amore e il raccapriccio.
Ma la musica riparte improvvisamente
ed il ragno s'avvinghia all'angelo che
porta la parola “MINE”, come fosse la
sua preda. Sono aggrovigliati così
stretti che non riuscirei a distinguerli
se non fosse per la scritta “ARACNE”.
“I ragni non sono davvero l'unica cosa
che ti spaventa” dico sorridendo.
“E tu invece perché ti chiami Bunny?”
domanda Theraphos.
“I coniglietti” risponde Bunny
“creature abominevoli... per questo
piacciono”.
Ed io esorcizzo la morte oppure la
vita?
Bunny ed io ci dirigiamo verso lo
spazio scenico a fare la nostra scelta.
“Se avete bisogno di qualcosa” dice
Theraphos ricambiando l'occhiolino
che gli avevo fatto all'inizio “sapete
dove trovarla!”.
Gli faccio vedere nuovamente il mio
dildo, mostrandoglielo dal lato su cui
ha stampata a neri caratteri cubitali la
scritta “ADDICTION HAPPENZ”.
Mentre camminiamo, spiego
velocemente a Bunny il vero
significato delle scritte sugli slip.
Improvvisamente per lui non sono più
soprannomi, ma s'incuriosisce ancora
una volta quando nota anche lui la
scritta “ARACNE”.
Giunti sul luogo dello spettacolo,
risplendendo di luce colorata, entro in
scena sottraendo la preda alle grinfie
del ragno: perché forse mi rivedo più
in lei, almeno questa sera. ARACNE si
alza e mi fissa con uno sguardo
ipnotico tentando di gettare ragnatele
di fantasmi che mi raggiungano la
retina. Mi accorgo solo ora che ha
altri due ocelli su ciascuna delle
tempie.
Mi avvicino alle sue labbra, tenendo
ancora la preda per mano. Passo
l'altra mano dalla mia tasca all'interno
del suo costume. ARACNE fa un
sospiro. Io lo respiro.
Poi volgo lo sguardo a Bunny con il
mio sorrisetto malizioso, e do uno
schiaffetto sul sedere del ragno,
indirizzandolo verso di lui: offrendo al
mio amico la scopata che merita.
Ci dirigiamo nei nostri rispettivi nidi di
nuvole e di ragnatele e così ci
salutiamo.
Nessuno sa coccolarti come una
puttana alata. E dopo aver tirato fuori
la sua polvere magica e dopo
essermela tirata dentro, desidero
afferrarle i polsi e baciarle gli occhi.
Mentre i suoi baci scivolano verso il
basso sul mio corpo nudo, e mi
trascinano dolcemente negli abissi del
piacere, bacio dopo bacio, le mie
visioni si fanno così estatiche, che mi
trovo a pregarla di lasciarmi un segno
sull'inguine. Io non posso lasciare
segni su di lei, anche se credo che le
piacerebbe.
Scoppio in una risata euforica per il
solletico e per gli effetti della polvere,
che portano il circostante al livello del
mio corpo e della mia percezione. Ma
tuttavia prendo il suo viso tra le mani
e, ridendo, la supplico di riprovarci. È
un vero sollievo essere
completamente nuda, perfino in
ambiti sociali a volte ne sento quasi il
bisogno. Quando lo faccio con i
maschi, invece, non mi spoglio quasi
mai, e se qualcuno prova a farlo per
me gli inchiodo le mani al letto, al
muro, o al pavimento che sia. Cosa
può sapere del tuo corpo uno che
punta a sviluppare il proprio in
tutt'altro modo? Cosa può sapere di
ciò che bisogna fare per modellare un
corpo di sesso diverso dal suo?
Probabilmente questo dirà di
ricercare determinate forme a
seconda di un corpo maschile o
femminile. Ma allora che senso
avrebbe dire di sentirsi a proprio agio
nel proprio corpo? Capita di
arrendersi così facilmente a credere
che sia fondamentale bollarsi
omosessuale, eterosessuale,
transessuale, e anche uomo o donna,
ecc..
Siamo tutti umani, ahimè, e tra questi
io mi sento meno instabile con quelli
che hanno una fica. L'assenza di un
organo con cui penetrarci, anche se
questo è una cosa che mi
incuriosisce, non è di certo un
problema, perché so a cosa
corrisponde ogni contrazione di lei,
conosco il modo in cui la serotonina,
colando sui neuroni, accende le sue
palpebre celate come la luce di un
proiettore su un telo inanimato, come
i giochi delle ombre divampanti di un
fuoco isolato nella notte. E quando mi
sembra di non saperlo la scopo solo
più forte.
Sul muro davanti a me è appeso
incorniciato un pezzo di carta su cui è
scritto a mano qualcosa di leggibile. A
volte Theraphos scrive poesie.
Siamo fuori dalla legalità,
E dall'illegalità ricercati.
Siamo angeli eppure siamo pirati:
Necessarie fiducia e fedeltà
Rigoglioso lo scoglio in alto va,
Stelle e conchiglie lo rendon barocco,
Ma zitto e solo, con tanto di fiocco,
Al ciel notturno le vuol ridonar.
Siamo pirati muti in questo mondo:
Due spade in mano ed una in mezzo
ai denti.
Un tesoro nascosto nel profondo.
Borderline su confini inesistenti,
Noi che vi esiliamo nel vostro mondo:
Sporchi, cattivi e comunque
innocenti!
IV
Holiday in Wonderland
Una giornata di tradizioni e ricorrenze.
Più di una volta l'anno e meno di una
volta al mese, ci concediamo di
prendere un tè nel Paese delle
Meraviglie, di lasciare che la libera
associazione fluisca istintivamente
fuori dal nostro subconscio, per non
negare alla nostra mente di mentire. È
davvero terapeutico. Quando la
esponiamo vulnerabile allo stimolo
dell'inutilità, ne scaturisce la
partecipazione più distensiva del
mondo. I soldi per la comodità, i lavori
per l'attività, i potenti per la politica:
ordinari controsensi su cui la mente
non è più costretta ad arrovellarsi,
aprendosi agli straordinari paradossi.
La seconda ricorrenza è il ciclo. Per
cui, praticamente, sono in vacanza.
Shadow si appresta a raccontare la
leggenda dello scheletro del nostro
posto, quella storia che, a seconda
dell'occasione, è diversa. Il ritmato
ticchettio del quieto trafficare di
Shame s'interrompe quando
un'inattesa voce di bambino grida il
mio nome. È Macis, il fratellino di
Spunk, che porta in braccio il solito
gatto. Mi corre incontro, con quel suo
ciuffo rosso che ondeggia come una
fiammella, per stringersi al mio petto,
come ogni volta; se oggi è qui
dev'essere per quei soliti motivi di cui
non spetta a me parlare. Spunk ha
un'espressione disgustata. Spike, che
era quasi caduto dalla sedia, pensa
allora di prendere Macis sulle spalle e
di farlo contribuire all'allestimento
degli addobbi.
Siamo tutti presenti ora, e Shadow,
ridotta la luce e accese le candele,
può iniziare a narrare la leggenda.
Vien da un posto che non esiste
senza piste per star nascosto
predisposto a genti sprovviste
nelle sviste sta il nostro posto
se ne va zitto come morte
ma ancor più forte mira dritto
senza profitto d'una corte
porta la sorte in quest'editto:
La mente mente spudoratamente
o lettore che ancora non lo credi
vedi il fatto è che in fondo tu non vedi
che ti chiami "vivo" e nonl' sei per
niente
non lo sei ad esempio quando siedi
a legger "vero" ciò che non lo è mai
sai in realtà il fatto è che tu non sai
stare seduto non è andare a piedi
se almeno conoscessi le parole
frenesia della mente è l'avvenire
la realtà costretta la fa soffrire
come ad un bambino il telegiornale
finché lei fa battere il cuore tuo
finché lei ti consente di sentire
lasciati pungere dal suo cucire
lascia che la mente abbia il verbo suo
“L'inutilità è sempre utile a qualcosa”
soggiungo “altrimenti a che
servirebbe?”.
In quel momento entra a sorpresa
Bunny, annunciando: “È tardi, è
tardi!”.
Viene a sedersi vicino a Macis, di cui
fa la conoscenza in questo momento.
“Perché ci hai messo tanto?” gli
domando.
“Sono dovuto scappare
all'accalappiamatti” scherza lui, credo.
“Dici davvero o stai recitando?”
chiede Spike.
“Penso sia lo stesso in quest'ambito”
risponde “e quindi probabilmente lo è
davvero”
“In che senso?” lo mette alla prova
Shadow, con un sorriso che conta su
una buona risposta.
“Nel senso che un vero attore non
finge mai” conclude Bunny.
“Ah, il tuo leggendario assenzio”
continua poi “ma dov'è l'alambicco
con cui lo produci?”.
“Se me lo trovano, la multa avrà un
altissimo costo, per questo lo tengo
nas-costo”.
“Ma il costo è forse l'unica cosa
evidente”.
“Sì, quando si tratta di pagare, ma il
prezzo dei soldi è nascosto
magistralmente, molto meglio del mio
alambicco: è un vero e proprio nascosto”.
Le nostre tazze sono caminetti
fumanti di vapore da cui, ogni tanto,
spunta il visetto curioso del gatto. Gli
zuccherini ardenti emanano una calda
brezza speziata.
“Ne voglio uno anch'io” reclama
Macis.
“Ma certo” risponde quella beona di
Shame, e si appresta a versargli un
bicchiere d'assenzio.
La trasformazione è in atto, bastano
pochi sorsi di pozione per ingigantire
la sua personalità e farle perdere il
senso delle proporzioni.
“Tieni” dico a Macis passandogli uno
zuccherino “questo basta”.
“Ma così dov'è la fiamma?” mi chiede
lui incerto tra una delusione ed una
speranza.
“Ce l'hai in testa” gli rispondo
strofinandogli i capelli.
Una risposta che non lo lascia proprio
soddisfatto. Così penso di versargli un
po' di tè, ma i bicchieri sono finiti.
“Hey, simposiarca”, dico allora a
Shame puntandole il bicchiere contro
“alla salute”.
Lei, che, mirando con un occhio
chiuso e con la lingua tra le labbra,
era ancora intenta a mescere la
“giusta” quantità di pozione, mi
guarda e mi corrisponde. La
trasformazione può considerarsi
completata. Poi, però, penso che dopo
quel brindisi di baldoria ad un
pensiero di bambino potrebbe fare più
piacere portare la brocca che ribolle
di vapore. Infatti Macis è tutto
contento, specialmente quando il
gatto gli si avvicina per scaldarsi il
naso e poi ritrarsi. Spunk mi sorride.
“Siamo tutti matti qui?” irrompe una
voce inaspettata.
È Theraphos, che porta un grande
narghilè a tracolla come l'eroe di un
racconto fantasy porterebbe la sua
spada magica.
“Solo se il tuo concetto di pazzia si
estende alla sanità mentale” risponde
Shadow mentre si alza per
abbracciarlo.
Theraphos si sfila il narghilè e lo
poggia sul tavolo. Macis è troppo
incuriosito per aspettare le
presentazioni.
“Questo cos'è?” domanda a chiunque
sappia dargli una risposta.
“Vediamo... a te cosa sembra?”
chiede Theraphos mentre si fa
annusare la mano dal gatto.
“Mm... un flauto” risponde Macis.
“Nella forma, ma non precisamente
nel suono”.
Noi altri ci guardiamo pensando che
l'affermazione di Theraphos sia solo
un'amichevole concessione.
“È una cornamusa” conclude
quest'ultimo.
Shameless, sorpresa mentre stava
bevendo, sputa schizzando Spunk.
“Roba forte, eh?” intervengo io.
“No, è solo tè” risponde Spike
annusando il nostro compagno, che è
tanto bagnato da non poter essere
davvero seccato.
“Roba forte davvero, vi faccio vedere”
risponde Theraphos, e si appresta a
preparare il narghilè.
“Allora, Fen”, dice poi a Shadow “nel
frattempo perché non ci spieghi il
significato del tuo nome?”.
“Ma lo sanno tutti ormai”.
“Lo so, ma quello che non so è quello
che non so”.
“Beh, in tal caso... Fennel significa
finocchio, finocchio significa frocio,
frocio si dice fairy, fairy significa fata,
e la fata è il simbolo dell'assenzio”.
“Wow... bel sillogismo” dice Spike.
“Come dicevano gli antichi” declama
Shadow “Rum tene verba sequentur”.
“Però allora potevi chiamarti
direttamente fairy”, suggerisco
divertita “troppo femminile?”.
“Già,”, risponde con un sorriso di
timido sconforto “Temo che mi
manchi un pezzo”.
“Chi dice che le fate siano solo
femmine?” chiedo incuriosita, ma
anche quasi per consolarlo.
“Beh, altrimenti sono personcine
ermafrodite, e qualcosa manca
comunque” risponde lui.
“Ermafrochè?” interviene Macis con
occhi curiosi che riflettono il luccichio
di polvere di fata “Che cos'è che
manca?”.
“Le ali” risponde Shadow quieto.
“Quelle grandi e quelle piccole?”
domando ironicamente.
“Quelle grandi e quelle piccole” mi fa
eco lui.
Mi protendo e gli faccio il baciamano.
Lui ne è molto divertito.
“E poi,” continua “in questo un modo
mi porto sempre una scusa per
spiegare che la parola “frocio” e la
parola “fascista” condividono la
stessa etimologia: le persone hanno
sempre delle reazioni esilaranti”.
Infatti anche le nostre lo sono, in
particolare quella di Shameless.
“Ah,”, intuisce Macis che era rimasto
a pensare alle fate “le formiche!”.
“Le formiche?” domanda Shameless.
“Sì, le formiche, intendevi, che hanno
le ali finché non decidono di creare
una nuova colonia... e poi quelle nate
stanno sempre ad operarsi per le
formiche regine... cioè siamo come
loro... cioè, metaforicamente... e
anche non. Cioè stiamo sempre a
preoccuparci per qualcosa di così
piccolo che alla fine magari nemmeno
esiste, e anche no, cioè voi vi curate
di me, che sono più piccolo, e io mi
curo del gatto, che è più piccolo”.
“Non solo”, precisa Shadow “tu ti curi
anche di noi spiegandoci queste
cose”.
“L'anarchia spiegata in un semplice
passo, metaforico e non” dico io
colpita “continua così, Macis, e tra
qualche anno non saprò resisterti”.
Macis arrossisce al pensiero e Spunk
rabbrividisce per lo stesso motivo.
“E vaffanculo ai patridioti!” dice
Spike.
“Aracnìa!” grida Theraphos.
“A proposito, Spunk” riemerge
Shameless “ma perché oggi l'hai
portato qui? Non che mi dispiaccia”.
In quel momento una raffica di bolle
di sapone si libra nell'aria, ognuna
figlia di una nota di cornamusa.
Theraphos aspira e spira un principio
di magia immettendolo
deliziosamente nell'utero del narghilè;
da qui si genera un'atmosfera di
bellezza, la quale è sempre tessuta
con le fantastiche qualità di una
ragnatela: chimicamente semplice,
naturalmente fragile, e, per chi può
riconoscerla, quasi invisibile.
Quando il gatto, con la sua curiosità
felina, simile a quella scattata in noi,
tenta timidamente di toccare le bolle,
queste scoppiano in una nube di
vapore, nella quale lo vediamo
sfumare.
“Sei un genio, Tesla!” esclama Spunk.
“Qui si tratta di musica” ribatte
Theraphos “e come disse proprio
Tesla, senza Kurt Cobain non sarei
qui”.
“Suoni come Peter Pan” sospiro con
un sorriso malinconico.
Le bolle scoppiano tutte, e attraverso
il loro vapore, vediamo entrare una
fanciulla con un bianco vestito
bagnato, il cui peso rivela la
leggerezza delle sue ossa. Si avvicina
al nostro tavolo, e, guardando
Shameless, con estrema ingenuità, le
domanda se lei abbia trovato il lavoro
più vecchio del mondo. Il suo sguardo
è davvero troppo candido per
sottintendere un'offesa. Così capisco
che è il caso di mostrare il mio ruolo e
appartarci. Mentre stiamo andando a
sederci ad un altro tavolo, Shadow le
porge il suo bicchiere d'assenzio
dicendole che la riscalderà.
La fanciulla lo odora continuamente
nel tragitto, e quando ci sediamo
scansa il cucchiaino per farlo
ondeggiare. Si sta dimenticando di
tutto. Poi intinge la punta della lingua
giù nel bicchiere, come un secchio in
un pozzo. Con il viso chinato, l'ombra
sui suoi occhi si fa più profonda, ed
uno strano groviglio al suo polso
ribadisce la sua magrezza... sembra
una qualche specie di piantina. La
sua situazione è chiara come la sua
pelle: non c'è bisogno che mi soffermi
su altri dettagli.
Poco dopo, Macis, ciondolante, va a
dormire. Così noi possiamo mettere
nel narghilè un po' di polvere magica.
Invito la nostra ospite a sedersi al
tavolo con noi, e una volta lì,
Theraphos le spiega il meccanismo e
le concede il primo sospiro.
“Uno stormo di bolle si libra nell'aria”
esordisce lei “ed i miei occhi sono
uova in un nido di ciglia”.
Theraphos risponde allora con una
rapida melodia, al suono della quale
lei inizia una bizzarra e frenetica
danza. Io faccio il mio tiro e la seguo;
e così, uno alla volta, fanno anche
tutti gli altri. Le ballo vicino come
fossi la sua ombra prodotta delle
roteanti luci colorate: le uniche
accese.
“Ci siamo staccati come i petali d'un
fiore” mormora “con cui s'è giocato a
M'ama o non m'ama”.
“E cosa ne è venuto fuori alla fine?”.
“Che non ha senso deturpare un fiore
per scoprirlo”.
Allora la prendo per mano e
riconduco noi due, petali danzanti
nella brezza, ad un fiore ormai
condannato, per ridonargli almeno
due possibilità nel dividerci, ed una,
mai considerata prima, nel restare
uniti. Accendo i nostri zuccherini. La
fiamma si riflette nei suoi occhi come
il destino in una sfera di cristallo.
“Fuochi fatui” sussurra nel suo
stupore.
Perciò alzo i bicchieri e mi faccio
strada nel buio verso la camera in cui
c'è il letto. Lei senza esitare segue la
luce. Ma poi mi torna in mente un
particolare che non posso proprio
omettere.
“Ho il ciclo” ammetto con aria
sconsolata.
“Anch'io”.
VI
Buffering
Come la rugiada al levarsi d'un sole
caldo, come un'immagine felice nella
memoria, scomparsa: sono di nuovo
sola. I miei vestiti sono scomparsi
anch'essi. Non poteva di certo
rimettersi il suo candido vestito
macchiato di sangue: tutto ciò che mi
rimane di lei. Ma perché i miei soldi
sono ancora sul tavolo? Per quale
cazzo di motivo non ha preso anche
quelli?
Shadow entra nella camera dei miei
pensieri per rinfrescarli con un
bicchiere d'acqua. Io mi tiro le coperte
al petto per celare le lenzuola sporche.
“Buongiorno, principessa” mi dice.
“Grazie, mi ci voleva proprio” rispondo
io, scoprendo che l'acqua è anche
frizzante.
Lo sguardo del mio amico si posa
inevitabilmente sulla veste che ho
dimenticato di nascondere.
“I tuoi seni” dice “sono bellissimi... da
far risultare le coperte inopportune...”.
La bocca mi trema per l'incertezza su
cosa rispondere.
“...Se solo queste non fossero così
pregne d'amore” aggiunge alla fine.
“Una cosa che non c'è più” confesso
mordendomi le labbra “ora c'è solo
sangue, mi dispiace”.
“Quelli” dice lui indicando i soldi “non
te li ha lasciati lei”.
Scuoto la testa. Gli occhi, lucidi, fissi.
Il mio amico mi prende la mano con
cui trattenevo le coperte e
dolcemente mi conduce a svelarmi.
“Ma perché non li ha presi?” mi ripeto
ad alta voce “ne aveva bisogno, è per
questo che era venuta qui”.
La mia voce inizia a farsi rauca e
sospinge del peperoncino mal digerito
nei miei occhi.
“Perché cazzo non ha preso anche
quelli?” continuo nel silenzio di
Shadow “lei non è una puttana, non è
giusto che sia costretta a diventarlo”.
M'infrango.
“Io sono una puttana! Mi faccio
scopare per campare, ma che senso
ha se poi i soldi non riesco neppure a
regalarli? Sono i soldi più sporchi che
abbia mai avuto: non valgono più
come denaro né come regalo, valgono
solo il numero di volte che mi hanno...
scopata. I vestiti che si è portata via
sono i vestiti di una puttana: sono utili
solo quando non li ha. Lei li avrà
ancora? Dio mio, che ore sono?
Quanto tempo è passato? E se si
ritrovasse costretta a perdere la
sua...”.
“Perché non ti domandi nemmeno per
quale motivo non sia rimasta?”
interrompe il mio delirio.
“Posso immaginarlo” rispondo
prontamente singhiozzando, mio
malgrado “sono una femmina da
poche ore, non c'è niente da
condividere con una puttana... e ora
non sono neanche quello, ora che i
miei occhi sono impiastricciati da
questa pece”.
“No...” dice lui piano mentre mi
carezza le palpebre con le dita “sono
impacchettati come un preziosissimo
regalo”.
Mi stringo al suo petto.
“Facciamo un gioco” dice lui
prendendomi per le lacrime “un gioco
in cui tu lasci passare i miei pensieri
in te e la vedi andar via questa
mattina: lei sembra aver trovato
proprio ciò di cui aveva davvero
bisogno, e quei vestiti le donano la
bellezza che avevano donato solo ad
un'altra fanciulla”.
“Forse anche a più di un'altra” dico
sorridendo “li avevo presi al mercatino
dell'usato”.
“Uh, umorismo”.
“Avevo il trucco già sbafato quando
sei entrato?” domando poi.
“Sì”.
“Vuoi sapere perché?”
Annuisce.
“Ha detto che i miei occhi sono uova
che devono schiudersi, e per
proteggerli c'è bisogno di un nido più
grande di quello delle mie ciglia; così,
proprio come gli uccelli, lo ha
costruito, a poco a poco, con i baci”.
“Aveva la pelle calda, Fen,” continuo a
sognare i ricordi “come il sole
d'agosto, ed in bocca aveva il sapore
dei fiori”.
“Ahh!” grida Macis sulla porta.
Non so se sia per il fatto che sono
nuda o per via delle lenzuola sporche.
Mi rintano sotto le coperte.
“È-è sangue quello?” chiede Macis
intimorito.
Io sono un po' titubante, non so se
evitare l'argomento, poiché non saprei
come affrontarlo. Ma per fortuna c'è
Shadow.
“Non proprio” risponde serenamente
“è una ragazza, quella”.
“Non preoccupartene troppo” spiega
“accade spesso che si faccia
confusione tra il sangue e chi
sanguina, ma tranquillo: in questo
caso si tratta solo di buone notizie”.
“Ma come è possibile?”.
“È... un super-potere”.
“Un super-potere che spaventa
tutti?”.
“Centro” rinvengo io “solo le persone
intelligenti se lo domandano”.
“Ma è doloroso?”
“Non molto” rispondo guardando
Shadow “se sai come non farlo
pesare”.
“Ma a me non accade, vero?”.
“No”.
Tra le labbra di Macis brulica una
parola trattenuta.
“Tranquillo, non mi pesa se ne sei
contento” gli dico.
Macis si scioglie in un sospiro di
rasserenamento.
“Quella ragazza sapeva come non
fartelo pesare...” azzarda poi.
“Beh... per la precisione... Hey, ma tu
non eri venuto a dormire in questa
stanza?”.
“Ehm... Sì, ma poi siete venute voi e
mi avete... svegliato. E così sono
andato in bagno a... dormire”.
Shadow sbotta in una risata
fragorosa, io, un po' più intimidita, lo
seguo.
“Che c'è?” domanda Macis perplesso
e arrossendo un po'.
“Niente” risponde Shadow sorridendo,
e con le mani macchiate del mio
trucco gli tinge le guance.
“Stiamo per fare un rito, piccolo naif”
aggiunge.
Prende i soldi e mi passa un
accendino. Io lo guardo un po'
sorpresa, ma sono d'accordo.
Accendo una banconota. Poi passo
l'accendino a Macis, che è rimasto
alquanto incuriosito.
“Si può?” domanda.
“Prova” dice Shadow “vedi che ti
risponde la chimica”.
Macis accende. I suoi occhi
trascurano la banconota e restano a
fissare la fiamma e ci fa notare che
questa è leggermente colorata.
Ancora una volta anche noi abbiamo
da imparare da lui.
Mi sento meglio.
Oggi devo andare a trovare una
signora e poi un signore, che ogni
volta mi danno entrambi qualche
soldo ed un dolcetto. Praticamente i
miei nonni. Costituiscono la mia
principale sicurezza di mantenimento.
Sono in ritardo, tranne che per il ciclo,
ahimè, e non faccio in tempo a
tornare a casa a prendere i miei
vestiti: perciò Shadow me ne presta
alcuni dei suoi.
“Questi li indossavo quando ero
grasso” dice mentre me li infilo.
“Ma smettila”.
In realtà mi stanno molto lunghi ma
non tanto larghi.
“Scopriti pure un spalla” mi incita.
“Ma rovinerei la maglietta”.
“Un abito è rovinato solo se non veste
bene, e poi non sia mai che lui rovini
te”.
Poi, per sostenere la manica che è
diventata veramente troppo lunga, mi
presta il suo bracciale in stile
buddhista. E in fine Macis si propone
lieto di prestarmi la sua cinta
colorata.
“Grazie” dico abbracciando prima
l'uno e poi l'altro “butto le coperte”.
“Ma no”, risponde Shadow “io
pensavo di farne un'opera d'arte, ma
credo che bruceremo anche quelle”.
Sorrido ed accetto. Poi mi intasco il
peperoncino poiché probabilmente
farò uno spuntino dai nonni, che ne
sono sprovvisti. Com'è bizzarra la mia
vita: certe volte il peperoncino
potrebbe essermi utile in uno spray
ed alcune volte perfino come
condimento. Pensando questo esco di
casa... cioè...
La mia cara nonnina lesbica non abita
molto vicino all'Addiction, per arrivare
da lei devo prendere la metropolitana.
A volte è divertente fare finta di
mescolarmi con la gente comune,
altre volte, invece, mi sento
completamente sola e vulnerabile.
Un'unicità vacillante la mia. Chissà
perché? Costretta in questo tubo
sotterraneo, poi, se lasciassi correre
anche solo una paranoia, altre ne
verrebbero come gli impulsi elettrici
che spingono la metro di fermata in
fermata. E forse questo pensiero è
solo la paranoia pilota.
Arriva la mia fermata.
Citofono e mi fa salire. Una nonnina
lesbica davvero pulita e depilata. Mi
invita a casa sua sempre per l'ora del
tè. Mi racconta un sacco di cose sulla
sua vita precedente, quando era
giovane: sembrano tutte così
interessanti.
Ogni volta devo stare attenta quando
il discorso inizia a prendermi, o, per
scansare certi pensieri naturali, come
credere che siamo lì solo per parlare,
ci vorrà necessariamente qualcosa di
artificiale. D'altronde, sul tavolino ha
sempre pronto uno spinello di una
canapa che coltiva lei stessa.
“Quante zollette, tesoro?” mi
domanda.
“Oh...Tre, grazie” rispondo io.
“Complimenti,” continuo “non molti
adulti sanno rollare uno spinello così”.
“Mi dichiarerò vecchia ed invalida
quando non sarò più capace di farlo”
dice mentre mescola il tè per me.
Poi mi cede la tazza di ceramica, nella
quale protendo il mio viso. Mi scaldo i
palmi tenendola tra le mani e con i
polpastrelli accarezzo i draghi ed i
ghirigori che ci sono verniciati sopra.
“Mi domando se la mia generazione
ne sarà ancora in grado alla tua età”.
“Hey, non sono mica morta, eh!”.
“No, certo, intendevo...”.
“E allora anche io faccio parte della
tua generazione, cara” spiega “Se
anni fa siamo riusciti a cambiare
qualcosa, non è stato certo perché
contavamo sul fatto di essere della
stessa età, ma perché contavamo sul
fatto di essere vivi, nuovi, e femmine”.
“Quindi una generazione è un gruppo
di rivoluzionari?”.
“No, tesoro, quello è un gruppo di
rivoluzionari, e spesso è una falsa
pretesa. Una generazione, oltre che
l'atto di generare, è tutto ciò che vive
mentre tu vivi. Il concetto di
generazione che hanno fatto
sperimentare alla <<mia>> ed alla
<<tua>> generazione tra i banchi
della scuola coatta, è servito a
recluderci in un gruppo sempre più
ridotto: prima composto da bambini
della stessa età, poi da ragazzini dello
stesso sesso, poi da una coppia, e poi
da una coppia legalizzata che, per
aprirsi, abuserà del potere più grande
che ha a disposizione, cioè generare
una nuova vita, che immetterà nello
stesso vecchio circolo. Se ben ricordi,
I bambini capiscono da subito che gli
adulti sono viventi come loro, tanto
che li chiamano <<i grandi>>, perché
l'unica cosa che li rende diversi è la
loro statura. Ma poi è naturale che i
bambini, nell'estatico giovamento del
gioco, attraverso il quale conoscono,
pensino che <<i grandi>>, che non
hanno più bisogno di fiabe, che non
hanno risposta ad ogni perché, e che
neppure hanno alcun bisogno di
procurarsela, che non piangono mai,
siano <<grandi>> dalla nascita, e
inevitabilmente che occupino, per
diritto o per potere, un ruolo più
grande. Però, durante l'adolescenza,
avremmo intuito che il nostro corpo
cresceva proprio perché era vivo, e
che la vita richiede a tutti i viventi
esattamente le stesse cose: un posto
in cui ripararsi, il nutrimento, la
possibilità di crescere, e potersi
accoppiare, a seconda delle proprie
necessità. Sai, questo che sto dicendo
non sono mie ideologie, è scritto
proprio sui libri di scienze che, come
te, ho studiato proprio a scuola. Ma in
quel momento la nostra funzione di
vita era quella di dover sopravvivere
con un voto in scienze, a tal punto che
non potevamo sentire dentro di noi
ciò che scientificamente è vita.
Avremmo riscoperto che tutti
meritiamo di poter vivere, perché tutti
siamo vita, ed avremmo abbattuto la
gerarchia del più grande. Avremmo
capito che il tempo della vita è il
presente, il verbo dell'umano l'essere.
Qui ci troviamo ad insegnare che non
esiste cibo, né case a sufficienza, ma
che possono magicamente apparire
con i soldi: e quando i soldi
stabiliscono il diritto di rispondere ai
propri bisogni, crediamo
automaticamente che sia nostro
diritto averne il più possibile da
spendere. Diventiamo superstiziosi,
ma non c'è alcuna magica creazione:
all'eccesso da un lato corrisponde il
decesso dall'altro. Ci insegnano che il
tempo della vita è un futuro, che
quindi si ripresenta costantemente,
deformando la nostra percezione del
tempo vitale: diciamo uno alla volta
<<Quando sarò grande>>,
<<Quando avrò finito la scuola>>,
<<Quando mi sposerò>>, <<Quando
avrò dei figli>>, <<Quando sarò
vecchio>>, <<Quando sarò morto>>.
Dunque una generazione non è un
gruppo di persone ugualmente più
piccole di un gerarca, ma è tutto ciò
che è generato. Fanno parte della
generazione presente tutte le forme di
vita che sono nate durante questo
monologo, così come ne sono uscite
tutte quelle che sono morte, di freddo,
di fame. Perché, per quanto si
pretenda di fare i genitori, siamo tutti
per sempre figli, parte della stessa
incestuosa generazione bastarda. E
se i tuoi occhi ora sono lucidi perché
mi hai ascoltato, conviene asciugarli,
perché le lacrime non sono una
proposta. La nostra età fertile non
dura tutta la nostra vita, e questo è il
segnale del fatto che il vero progresso
dev'essere fulmineo: e cos'è il
progresso se non fare in modo che
ogni madre abbia la naturale libertà di
scegliere se concepire un figlio, una
figlia, liberi, senza l'angoscia che un
giorno non potrà più? Di sceglierlo
senza che sia un sintomo od un
rimedio di un disagio sociale o
esistenziale? Perché ci sono dei
disperati che accettano di generare
figli in un mondo che abortisce la loro
libertà. Ci sono dei disgraziati che
rinfacciano ai propri figli di aver
vissuto peggio di loro. E poi, come a
questo punto avrai capito, ci sono
quelle ragazze... madri... quelle...
davvero testarde... che, spinte da un
incondizionato legame con un figlio
inconcepito, hanno lottato in ogni
modo per rintracciargli un genitore e
per regalargli davvero l'universo; ma
sempre fallendo. Ed ora che son vive
e la loro fecondità è morta, coltivano
l'amara radice del buonsenso, che
porta il dolciastro retrogusto di una
voce ingenua che dice: << Mamma,
non ti odio>> ”.
Dopo lo spinello ed il cunnilingio mi
dirigo verso casa del nonnino per il
secondo giro di prestazione orale. Sì,
anche nel senso di conversazione. Le
persone un po' avanti con l'età che
sono, anche se autosufficienti, vivono
un tale isolamento per cui raramente
riescono ad accettare la propria
condizione serenamente, e spesso
vanno in paranoia per cose
normalissime. Qualche decimo di
vista in meno gli fa vedere il resto
della vita in maniera imperfetta, ed un
inesorabile peggioramento sarà
sempre normale, a quell'età.
Gli uomini come lui, come mi
confermò Bunny, non vogliono i
ragazzi come noi semplicemente
perché sono più giovani e quindi più
belli: sono come ossessionati da
questo nostro potere, da questa
nostra pelle che non cede alla gravità.
E la loro ossessione rimane tale
paradossalmente per una sorta di
istinto di sopravvivenza, per non
evolversi in qualcosa di peggio.
Affittano il mio corpo per un'ora... del
resto anch'io ci sto in affitto e, a
differenza di me, loro occupano una
sola stanza. All'inizio mi sembrava
strano, ma la maggior parte di loro
non sembra neanche che stia
scopando con me, sembra che non
stiano neppure guardando il mio
corpo, e della mia vita non sanno
praticamente nulla. Sembra che mi
stiano impiegando per masturbarsi:
sono solo un feticismo incarnato
contro l'agonia della realtà; una
bambola di silicone da gonfiare con
potere, giovinezza, entusiasmo,
perdizione, oblio e rassegnazione, e
da tappare con il cazzo.
Dopo aver scopato la cosa migliore è
il succo di mango. Sì, anche dopo un
pompino. Lui lo ha comprato apposta
per me.
Quando torno al mio appartamento
sono ancora fatta. L'aver pensato al
sesso tutto il giorno senza nemmeno
essere stata toccata risveglia in me
una sopita voglia di guardare un
porno.
L'aspetto più attraente del porno è
che ogni volta puoi costruirti la tua
scopata ideale: puoi scegliere il tipo di
performance, le dimensioni delle
tette, del culo, la direzione del
cumshot, il colore dei capelli, un corpo
sovrappeso o uno sottopeso, e perfino
il colore degli occhi. Il problema del
porno è che tutto questo si rivolge
quasi esclusivamente alle attrici.
Quando digito “blue eyes”, infatti,
appare sempre la ragazza di turno che
si becca uno schizzo in mezzo agli
occhi. E se io stessi ricercando il mio
principe azzurro della pornografia?
Effettivamente si potrebbe ipotizzare
molto della propria psicologia in base
al tipo di porno che si guarda: in
fondo si tratta di scegliere,
direttamente con un click, qualcosa
che stimoli le pulsioni sessuali fino a
farle placare. Se Shame guardasse
davvero quello che penso, non
significherebbe anche che
accetterebbe di riprodurlo, ma, a
partire da quello, potrei capire se quel
suo pudore derivi da una normale
curiosità che ha dovuto reprimere, e
dunque, se la rigetti in un mondo
virtuale, e segreto, che le propone
ogni tipo di sfogo senza mai
giudicarla.
Ad ogni modo la sua connessione
sarà di certo più veloce della mia, che
mi tiene i video costantemente in
buffering; un riquadro pubblicitario
recita sarcasticamente: “Stanco di
farti le seghe?”.
“Ancora no” rispondo.
Allora apro una foto di lei a schermo
intero: quanta pornografia ci vede
protagoniste nel riquadro dei suoi
grandi occhiali. Rimango a fissare lo
schermo in un modo a metà tra quello
dei cuccioli de La carica dei cento e
uno e quello del protagonista di
Videodrome.
C'è chi passa una vita in buffering.
VII
Ultra-fetish
L'ago entra ed esce rattoppandomi la
pelle. È il bacio di un colibrì che fa
sanguinare il mio fiore del suo nettare
e mi consola l'udito con un ronzio
d'amore. Perché l'ago è mosso dalla
tatuatrice più bella e delicata al
mondo: la mia amica Manga, che la
vita ha reso per me un po' una sorella
maggiore.
“Fuck for free” è la frase ironicamente
provocatoria che sta tatuando sul mio
corpo di puttana. Quando le domando
a che punto siamo, lei risponde che
siamo alla “F”.
“Di' un po'”, mugolo “hai chiamato
questo posto MD perché farsi tatuare
da te è un'estasi?”.
“Tu hai tendenze masochiste” ironizza
con modestia.
“Se il dolore è questo, uccidimici”.
“Mi ricordi la me stessa di anni or
sono” dice.
“Lusingata, ma è improbabile: tu non
mi ricordi la me stessa di anni or
saranno, che non sono poi così tanti.
Ma solo perché non so nemmeno se
ci sarò domani”.
“Tutto fila” spiega lei “Quando rischi
ogni cosa quel futuro maledetto
nemmeno esiste. E quando poi ti
fermi a pensare a quei giorni in cui hai
rischiato ogni cosa, trovi sempre che
siano un'infinità”.
Sospira.
“Ti narrerò la leggenda di questo
posto, o almeno del suo nome”
prosegue “MD – Magic Dimension,
dove la “M” sta per Manga e la “D”
sta per... Doom. C'erano una volta
Manga e Doom...”.
Ogni volta che dice quel nome l'ago
entra con pressione maggiore.
“Vivevano di euforia e di rifiuto”
racconta “erano giorni all'insegna
dell'originalità più pura, era la
dirompente unicità del nuovo. Il giorno
frenetico non sorgeva mai, e la notte
era così comoda. Il passato era
giustificato, il presente, come il buio,
avvolgente ed infinito, ed il futuro era
pregno di redenzione e grazia.
Ingoiavano pillole di ogni tipo con ogni
tipo di alcolici e riciclavano le bottiglie
vuote usandole per fumare. La droga
poteva essere consumata avidamente
perché loro non si sarebbero
consumati mai. In quell'alone si
formavano speranze, si
agglomeravano fedi e si addensavano
i sogni. Ma una mal riposta
rimembranza del mondo fuori era
entrata in collisione con
quell'atmosfera, sibilandoci che la
nostra era una necessità di
narcotizzare quell'energia, perché
questa non era affatto libera di fluire
e perciò ci avrebbe distrutti. Ci
stavamo uccidendo per sopravvivere,
ma mai avrei rinnegato. E poi... non so
cosa accadde... ti giuro che non so
cosa accadde. Doom rinnegò, Doom
rinunciò, Doom se ne andò.
Perdonami, è quasi finita. Malasorte
la chiamano, e così la chiamavo
anch'io, ma fino a che punto può
davvero una dannazione esulare da
un amore? Quanto vale una vita allora
se non è almeno dannata? Quanto
valgono le fiamme dell'inferno e la
luce del paradiso se non si riflettono
su un'eterna ed inequivocabile
giovinezza?”.
“È una storia molto triste” commento
con una lacrima sulla guancia “molto
bella e triste”.
“Non volevo farti male. Un ragazzo
che è passato poco fa ha detto che la
vita ci sta sempre uccidendo e in
questo possiamo solo leggere
l'ironia”.
Porgo l'altra guancia, solo per lasciar
colare una lacrima anche su di essa.
“Vorrei che alla scritta “Fuck for free”
aggiungessi anche la parola “Doom”,
se per te va bene. Sarebbe un onore
farmelo scrivere da te”.
“È un onore per me scrivere sul tuo
corpo” risponde lei sorpresa “ma sei
sicura che non sia una decisione un
po' avventata?”.
“Non mi capita spesso di avere
emozioni da esprimere in modo così
teatrale senza essermi drogata:
questa è la mia sicurezza” spiego
mentre un senso di inadeguatezza
inizia a frugare nel mio stato d'animo
“Se anche tu fossi in lacrime sarebbe
empatia, ma così è solo esibizionismo,
inutile, come quest'ultima frase”.
“Non sono lacrime” mi rasserena
baciandone una “ma il miglior gin
distillato. Ed ora sono in empatia con
te”.
“Ti sei scoperta buddhista?” domanda
poi guardando il mio bracciale.
Sta bene proprio con tutto.
“Oh, questo... è un regalo della mia
migliore amicizia” rispondo
accarezzandolo “Shadow”.
“Sì, mi ricordi decisamente me
stessa”.
All'Addiction i discorsi pesanti
discorrono trasportati dalla corrente
di fiumi di birra a doppio malto. Al
momento del mio arrivo, l'argomento
è nientemeno che “la prima volta”.
Forse è perché ancora non ho bevuto
niente, o forse mi sembrerebbe
comunque un argomento pesante. Un
boccale di birra darà risposta.
“... andò proprio così” conclude
Shame.
E che cazzo, perfino quello
sconosciuto al tavolo avrà sentito
della prima volta di Shame; arrivo
sempre tardi!
“Arrivi proprio al momento giusto!”
esordisce Spike.
“Sicuro?”.
“Sì”, interviene Spunk “raccontaci
come tutto ebbe inizio”.
“Calma”, temporeggio io “lasciatemi
scaldare. Nel frattempo ci sarà
qualcuno che non ha ancora parlato”.
“Sì, Spike” risponde Spunk.
E che cazzo, mi sono persa pure il
racconto di Shadow!
“Te l'ho detto che eri arrivata al
momento giusto” ribadisce Spike.
D'altronde credo che Shadow lo
racconterà comunque un'altra volta a
me, devo solo ricordarmi di
chiederglielo.
“Allora” comincia Spike “come ben
sapete io sono un tradizionalista: mi
feci un bidè, caldo, nella speranza di
una anche minima dilatazione, diedi
una spuntata alla frangia, misi un
preservativo nel cassetto del
comodino accanto al letto e, un po' mi
vergogno a dirlo... le avevo preso dei
fiori”.
Naturalmente, dato che ce l'ha
praticamente suggerito, un po' lo
sfottiamo.
“Ma possibile che solo questo ti
intimidisca?” chiede Shadow
sorridendo.
“Lo so” risponde Spike “è strano cosa
ti tocchi ancora di una storia
passata”.
“Ad ogni modo” prosegue “nella mia
prima volta c'era un bidè, un
preservativo nel comodino, dei fiori,
una bottiglia del peggior vino della
storia ed uno strap-on”.
“Uno strap-on?!” chiede Spunk per
tutti noi.
“Beh” ci risponde Spike “non era
proprio la prima volta anche per lei”.
“E alla fine?” taglio corto io.
“E alla fine lo abbiamo usato... cioè io
su di lei”.
Questo non me la racconta giusta.
“Scommetto che è stato necessario
perché non ti si è alzava” lo provoca
Spunk.
“Non mi si alzava? Sfidava la
gravità!”.
“È che siccome tu non hai sentito la
sua storia” dice poi rivolto a me “ora
ne spaccia tutte le cose più
vergognose come parte della mia”.
“Non è vero!” si affretta a spiegare
Spunk “a me si è alzato alla grande...
alla stragrande!”.
“Mentre lo facevi con due ragazze,
immagino” lo stuzzico io.
“Masturbatici con quell'immagine”
ribatte lui “ma non esagerare che ti
cala la vista”.
“No, quello succede solo ai maschi”.
“Giusto. Hai visto? il mondo non è poi
maschilista come credi”.
“No, infatti, a noi c'è ancora qualcuno
che fa il favore di rattopparcela come
un paio di pantaloni rotti, che peraltro
non possiamo indossare”.
“Ma tu li indossi” ronza Spike.
“Sì” interviene Shame a sorpresa “ma
lei è una ragazza con le palle”.
“Comunque fatto sta che ci sono
andato vicino a farlo con due ragazze”
riprende Spunk.
“Quale fatto? Il fatto che l'uno è vicino
al due?” ribatto io, non
lasciandogliene passare una.
“Ma, no” ritorna Spike “intende che è
andato con una ragazza trans”.
“Le persone trans valgono doppio solo
per i nazisti” dichiara Spunk.
“Volevamo farti saltare la copertura”
dico io.
“E invece credo proprio che sia venuto
il momento di far saltare la tua”.
“E va bene” dico e bevo un grosso
sorso dal boccale, il secondo “ma con
calma, prima vado a farmi un paio di
shots”.
Mentre mi alzo, pronta a ricevere
l'ultima provocazione di Spunk, mi
accorgo che lui, invece, sta
approfittando del fatto che
l'attenzione sia rimasta tutta su di me,
per placare una sua curiosità
evidentemente irrefrenabile.
Aguzzando le orecchie, mentre faccio
l'indifferente, riesco a sentire dei
frammenti del bisbiglio che intrattiene
con Spike, i quali formano questa
struttura: “strap-on” “davvero” “una
volta” “anch'io”.
Trova la parola mancante:
femminucce!
Sul ripiano degli alcolci la mia mano
gira come la pallina bianca in una
roulette.
“Se mi servirai, te ne sarò grato”
esordisce il ragazzo che era seduto al
tavolo accanto al nostro, ora al
bancone accanto a me.
Allora faccio scivolare un bicchierino
verso di lui, per poi avvicinarmi e
riempirlo con una bottiglia a caso
insieme al mio.
“Perché tutto solo, ragazzo?” gli
domando.
“Questa è di certo la domanda che mi
è stata fatta più spesso in vita mia”
commenta lui.
“Che sei una puttana?” mugugno tra
me e me.
“Eh?”
“Niente... niente...” mi riprendo “allora
fingiamo che non te l'abbia fatta, non
mi va di essere banale”.
“Fingeremo... ma la seconda non era
banale. Potrei chiederti io come
faceva ad essere così appropriata, ma
sarebbe imbarazzante e dovrei
mugugnarlo” gioca lui.
“Solo qualora la mia risposta sia
negativa” lo sfido io.
“Non è detto,” sorride “potrebbe
esserlo comunque”.
C'è qualcosa di strano in questa
conversazione. Ma cosa? Inutile
chiederlo. Ma perché?
“Allora... a cosa?” chiedo alzando il
mio shot.
“Alla salute?”.
“Un po' banale, no?”.
“È ironico, ed ironico è il fatto che tale
ironia sia diventata una banalità”.
“Oh, beh...”.
Così protendo il mio bicchiere e lui mi
fa specchio.
Buttiamo giù.
“Allora...Verresti al mio tavolo?”
domanda finalmente.
“Quel tavolo è più mio che tuo”
contesto, spirando etanolo, per
riprendere il controllo del discorso.
“Va bene,” risponde dolcemente “ma
l'invito è mio, e l'unico modo che hai
per eludere questa condizione è
accettarlo”.
“D'accordo” rispondo in fine, perché
in fondo di tornare dai miei compagni
a raccontare la mia storia proprio non
mi va.
Così, mentre andiamo, riprendo il mio
boccale per trasportarlo al nostro
tavolo.
“Piuttosto” emerge Spunk “invita il
tuo amico a sedersi con noi”.
“Non vorrai rubarle la preda!” lo
disarma Shadow con quello stile che
pacifica tutti.
A volte è difficile dire se certe
affermazioni siano indirizzate al mio
orecchio di puttana o al mio orecchio
di semplice ragazza; se io non sia
diventata per loro una semplice
puttana, se non lo sia diventata per
me stessa. Ma quando le parole
provengono da Shadow non penso
mai alle mie orecchie, ma a quello che
sento, ed io, per un po', torno ad
essere semplicemente me.
Quando ci sediamo, lui inizia a
raccontarmi che si trova qui di
passaggio, e questo particolare, una
volta assimilato assieme all'alcol,
porta i nostri discorsi a confluire nelle
tematiche tipiche dell'Addiction
Happenz. Dopo qualche bicchiere, i
collegamenti delle sue teorie mi
appaiono a tratti deliranti, e a questi
sono aggrovigliate delle metafore che
sembrano basate su un mondo che
non esiste, o quantomeno
sconosciuto. Ma come posso dire di
non essere ubriaca? In ogni caso, mi
bastano quelle espressioni così
scandite sul suo viso, di cui lui non
sembra accorgersi, per capire che
tutto proviene da un fulcro alquanto
fragile.
“Hai ragione” dice ad un certo punto
“se credi che il mondo sia ancora un
po' maschilista”.
“Ma quando l'ho detto?” gli domando.
“Quando parlavi con i tuoi amici”.
“Ah, già, decisamente maschilista.
Credi anche tu che gli uomini
ragionino col cazzo?”.
“Magari gli uomini ragionassero col
cazzo: è la loro parte più sensibile, e
di conseguenza quella che a maggior
ragione può essere nel giusto. Perché,
tolti i blandi moralismi, essere rigidi
non ha alcun senso (turgidi,
piuttosto), quando tutti abbiamo delle
pulsioni sessuali, che non possiamo
eliminare. Quando le reprimiamo,
dunque, stiamo solamente accettando
di indirizzare la nostra sessualità
verso qualcosa di definito, effimero e
riduttivo. Non sto parlando dei
feticismi, ma di quell'ipocrita e
contraddittorio concetto di normalità,
che mirando alla sola superficie, porta
inevitabilmente all'esaltazione della
virilità e all'abuso della parola
<<puttana>>”.
Quando sento questo credo che sul
mio viso potrebbe essere apparsa
un'espressione enfatizzata come le
sue; ma non posso averne la certezza.
Ad ogni modo, lui continua come
sollecitato.
“E trattandosi di un virilismo nella
norma, la vera perdita consiste, per
un maschio, nell'evitare di
comprendere in sé, non vedendone
possibilità di successo, tutte quelle
qualità che convenzionalmente
vengono nominate femminili, e, per
una femmina, più o meno nella
medesima cosa, a causa della
spersonalizzazione della femminilità.
A causa di questa incompletezza ci si
dà il ruolo di parte dominante e di
parte dominata, nel tentativo di
sentirsi più potenti delle pulsioni
sessuali stesse e per incarnare la loro
incompresa potenza nel corpo di
qualcuno. Per quanto riguarda il
feticismo, tutti si sono masturbati con
un oggetto particolare almeno una
volta nella vita, e il piacere derivato
consisteva nel fatto che ogni cosa può
essere eccitante per noi. I normali
sono quelli che se ne stanno
dimenticando, e di tutte le cose si
eccitano solo a dire <<puttana>> o a
sentirselo dire, un poco, secondo me,
anche al di fuori del sesso, in quella
normale vita di persone costrette a
ragionare con una mente frustrata
piuttosto che con il cazzo o con la
fica”.
Dopo tutto questo libero parlare, non
ho la minima idea se lui abbia voglia
scopare con me oppure no. Non ci ho
pensato neanche per un momento,
perché le sue insolite teorie eludono
totalmente quella barriera di
misticismo disagiante con cui è
costretta a cozzare la parola “sesso”.
È la prima volta che mi capita. E per la
prima volta inizio spontaneamente a
mettere in gioco me stessa.
“Credi che il feticismo si possa avere
per le persone?” gli domando.
“Beh, di solito è proprio così”.
“Ma non mi riferisco al feticismo dei
piedi e simili... non so come spiegare
la mia sensazione...”.
“Tranquilla, neanch'io mi riferivo a
quello”.
Poi risucchia tutto ciò che rimane del
suo cocktail, facendo gorgogliare il
bicchiere a lungo com'è buona usanza
tra i bambini.
“Vieni, Ti svelerò un segreto” sussurra
sporto verso di me, toccandomi
l'orecchio con le parole “esiste un
feticismo per il fatto di spogliare una
persona di ogni sua caratteristica
individuale, ricercando una
presupposta essenza del sesso.
Quando donna, da sempre puttana,
diventa un corpo aperto che necessita
di venire riempito e svuotato...
riempito e rivuotato, perpetuamente.
Ed uomo, da sempre dominatore, un
martellante corpo implacabile... una
pompa idrante stracolma di sperma”.
“Ecco”, dice quando torniamo a
sedere composti “se quest'immagine
te l'ha fatto venire duro, hai avuto
questo tipo di feticismo”.
Io mi fermo il sorriso con una
sigaretta.
“Sì” ride lui “fumare una sigaretta è
proprio quello che si tende a fare
dopo un rapporto di questo tipo”.
“Ne vuoi una?” ribatto nascosta in
una nuvola di fumo.
“Certo!”.
Quando aspira il fumo, le sue labbra,
aprendosi per far passare l'aria,
producono uno schiocco simile a
quello di un bacio.
“E quindi” domando poi sconsolata
tornando alla realtà “io mi sarei
sentita... nel caso... una parte
totalmente passiva?”.
“Tu ti saresti sentita...” mi fa eco lui
“nel caso... una parte del piacere.
Vedi: tu sei il soggetto, il piacere
l'oggetto, e il sentire un'azione che si
riflette in te. Il feticismo, d'altronde,
non si può avere che per dei concetti
illusoriamente incarnati. Attiva o
passiva, in realtà, puoi essere solo tu
in relazione alla tua vera psicologia:
se partecipi all'individuazione di
questa, o se ti lasci limitare da
un'alienazione meccanica”.
“Ma perché dovrei scegliere di
lasciarmi limitare? Quale ulteriore
godimento potrei trarne?”.
Lui aspira profondamente il fumo.
“Sai... il dolore...” mi dice “definiscilo”.
“Il dolore è la mancanza d'integrità,”
inspiro “è il sentirsi completamente
impotenti, ed incapaci di vedere in
questo un qualunque tipo di estetica”.
“Sei davvero una persona bella, e
questo mi induce a svelarti un altro
segreto: il Nome è il simbolo di tutta
la fatale impotenza verso la propria
identità, ed al fine di superarne
l'eventuale complesso, si manifesta
quel feticismo per la disintegrazione
dell'individualità a favore dell'essenza
del piacere. E cos'è il piacere?”.
“È...” balbetto “il piacere è... direi che
sia il contrario del dolore, ma
squalificherei tutto come un'insulsa
dicotomia...”.
“Un orgasmo...” trovo in fine, pur non
reputandola una risposta esaustiva “o
qualcosa che ci si avvicina.
“Un orgasmo... o qualcosa che ci si
avvicina... quando si presenta la prima
volta, se in maniera naturale, è
l'evento più rivoluzionario del nostro
organismo. Da questo momento,
infatti, il nostro corpo rivela di essere
pronto a produrre un piacere
esclusivo, in contrapposizione al
dolore esclusivo, che, al fine della
sopravvivenza, doveva essere in grado
di produrre dapprima. Tale piacere è
puramente indipendente dal mezzo
che si usa per raggiungerlo e ciò si
manifesta dunque come una capacità
che completa ogni individuo nella
propria evoluzione. Solamente in
seguito, ripetendo il procedimento,
anche solo mentalmente, associamo il
piacere al mezzo, per un periodo
naturalmente transitorio. Ma quando
questo percorso di conoscenza viene
represso, la ricerca si trasforma in un
riflesso condizionato per cui si
ambisce ad un piacere compulsivo ed
impersonale. Ci si ritrova, a volte, a
pensare ad uno schizzo per arrivare a
schizzare. I feticismi sono davvero vari
e bizzarri. Forse, una delle molteplici
ragioni per cui alcune ragazze che non
schizzano hanno difficoltà ad
agguantare l'orgasmo, è che hanno
meno probabilità di sfruttare un
feticismo un po' narcisista a questo
scopo. La ricerca del piacere
sessuale, nella nostra natura,
assumerebbe la qualità di un nuovo e
perenne oggetto transizionale,
simbolo per noi della nostra vera
emancipazione da un qualunque tipo
di contingenza”.
“Oggetto transizionale?”.
“Nella teoria di un certo Winnicott, è
un oggetto che rappresenta in
maniera soddisfacente il rapporto di
necessità madre-figlio: come una
bambola o un orsacchiotto... non a
caso Winnie the Pooh si chiama così”.
“Questa te la rubo. Comunque ora
non tentare infarcirmi la testa con
quelle puttanate sull'invidia del pene
e sull'attrazione per un genitore
complessato”.
“Oh, no, no, quelle hanno fatto tanto
successo perché sono teorie
sanguinolente, ma questa è una teoria
anche femminista in un certo senso”.
“Ah, si? Il mio amico è un autentico
femminista” gli illustro indicando
Shadow che è venuto a prendere i
bicchieri vuoti.
“Cosa?” domanda lui.
“Dicevamo che sei un autentico
femminista” ripete il mio compagno.
“Fino alla prostata, sorella!”
soggiunge mentre scompare,
lasciando spazio ai nostri pensieri.
“Tutto ciò,” riprende lui “ovviamente,
è possibile solo grazie all'illusione
tipica del gioco, che è l'unico vero
tramite che ci permette di bilanciare il
mondo esterno con la nostra
creatività personale, ed il giocare
insieme costituisce l'unica cultura
autentica; perciò capisci da te che
siamo nella merda quando i dogmi
sociali sono <<Prima il dovere e poi il
piacere>> o <<Non è più tempo di
giocare, è ora di crescere>>. La
naturale modalità d'apprendimento
viene stravolta e la nostra forza
creatrice, che aveva scoperto l'orsetto
di pezza, precipita, sottraendolo
all'area di gioco tra interno ed
esterno, costringendoci ad
introiettarlo, e a renderlo l'idolo della
nostra personalità, specchio della
nostra inadeguatezza. Come l'orsetto
Pooh, appariamo animati in un corpo
che non sembra adatto ad ospitare la
vita: le nostre braccia sono troppo
corte per poter prendere
consapevolezza perfino del nostro
corpo, che riconosciamo come tale
solo in funzione di quello di qualcun
altro. Quindi, finché siamo così
disagiati e scissi, non possiamo
giocare davvero insieme, perché
siamo solo fantocci di adulti mal
riposti su uno scaffale impolverato,
solo patetici orsetti di pezza”.
“...In una casa di bambole gonfiabili”.
“Ma se invece fosse tutto sbagliato...
se il sesso, in questo mondo di idioti,
non fosse altro che una via alternativa
per nuove delusioni, un ulteriore
motivo di incomunicabilità con il
prossimo, e di inesorabile perdita
della nostra integrità, a cui la nostra
prima volta ci avrebbe condannato? O
se la natura avesse fatto gli umani
drammaticamente incompleti nel
proprio corpo... ed alcuni perfino
repellenti ad esso... per volere
disperatamente il corpo di un altro e,
nell'impossibilità di successo, per
generare un altro corpo in cui rivedere
quelle agognate caratteristiche? Si
spiegherebbe perché i genitori
abbiano quella subdola invidia nei
confronti dei figli e la mania del
dominio su di loro”.
“E allora sarebbe solo colpa mia”
crolla improvvisamente con la testa
sul tavolo “che speravo di sfuggire a
questa pandemia d'alienazione,
convinto che un giorno sarei stato
capace di giocare di nuovo, e meglio
che mai, che sarei stato in grado di
darmi la mia redenzione, quando la
verità è in quella mediocre direzione
già percorsa da chi ti ha messo al
mondo”.
Che ridere! Crede di potermi fottere
così? Dopo che ho provato per lui
tanta simpatia?
“Chi si lascia indirizzare dalla volontà
dei suoi presunti genitori” gli dico
allora “non si è mai evoluto dalla
condizione di spermatozoo”.
“Nel migliore dei casi lo si fa
comunque col nome ed il corredo
genetico prescelti”.
“Il corredo lo vedo, ma il tuo nome
non lo so”.
“Me lo stai implicitamente
chiedendo?”.
“Se pensi che possa scaturirne
qualcosa di positivo...”.
“È un nome come un altro”
sghignazza “sono Gesù Cristo in
persona”.
“E io sono l'adultera” rispondo
prontamente.
“Non mi sorprende”.
“Come? Non sarai mica davvero
onnisciente?”.
“Potevo immaginarlo: è l'archetipo
della ragazza”.
“Hey, non è da tutte invece!”.
“No, no, io intendevo... a livello
etimologico... e quindi sociale” spiega
con un sorriso di timido sconforto
“cioè io non posso esserlo come lo sei
tu”.
Che razza di paranoie mi trovo a
sentire.
“A proposito” aggiunge “non concordo
con la tua amica: più che una ragazza
con le palle, sei un ragazzo con la fica,
ed io un po' ti invidio per questo”.
“Andiamo, jesus,” sorrido “andiamo a
sistemarci per la notte”.
“Ce li hai tre chiodi ed una prima
pietra?”.
Lungo la strada i nostri discorsi
ironico-paranoidi ancora ci
accompagnano. Quando gli dico che
stiamo andando al monolocale in cui
alloggio, lui mi chiede cos'è che ci
porta a fidarci l'uno dell'altra, a
credere che non ci deruberemo di
nulla, che non ci uccideremo, che non
ci faremo del male.
Non è di certo la legge, che non
giunge nel luogo in cui siamo. Non è
la morale prescritta sull'etichetta del
bene. È forse quella pellicola
trasparente che protegge i segni che
quest'oggi abbiamo deciso di incidere
nella nostra pelle.
Metti su della musica. Quale? Quella
che ti fa sentire. Hot-special-icy dallo
stereo jukebox.
Vieni in bagno con me. Nello specchio
un unico riflesso. Lunghe lacrime
nere, alla mia immagine più vicine che
a me.
Desideri mai di fare l'amore?
Protendo la mano. Mi conduce al letto
in casa mia e mi prega di
accomodarmi. È un gioco
entusiasmante.
Carezzami via ogni strato, rimani
soltanto tu.
Colpiscimi, e dall'urto risalirò al tuo
pugno, e dal tuo pugno al tuo nervo,
dal tuo nervo all'impulso elettrico, e
dall'impulso elettrico all'universo di
ogni tua potenzialità.
Qual è il tuo feticismo?
Crocifiggimi.
Lapidami.
Non avevo mai udito la mia voce in
questa situazione.
Accogli il mio fiato nella tua bocca
stupenda, lungo la tua gola lascialo
scivolare, e aleggiando sprofondare
nei tuoi polmoni. Miscelalo al tuo ed
esala tutto in me. Finché il respiro
divenga compresso da spirar fuori nei
fantasmi dell'isolamento alla fine del
bacio.
Compenetrazione di anidride vitale.
Un bacio così non lo avevo mai
compiuto con nessuno.
Quando il tuo corpo si placa per il
debito di ossigeno, qual è il tuo
feticismo?
Il miele sulla tua pelle amaranto
salata, che induca quelle labbra
rapaci a posarsi sulla vetta vergine
che nessuno osò raggiungere: la tua
fronte splendente.
Desidero il tuo corpo, desidero la tua
prospettiva, desidero lo spazio che
occupi tu: desidero esserti... e
nell'abisso dell'insuccesso, s'infervora
la speranza che il desiderio succeda
in te.
Allora nel frattempo ti racconto della
mia prima volta, ora che questo
spazio e questo tempo sono nostri.
“Ma tutto a un tratto... sì, inizierei
così. Ma tutto a un tratto, all'apice del
piacere, mi accorsi di quanto i nostri
corpi fossero drammaticamente simili.
Erano uniti per la loro differenza,
certo, ma esclusa questa, nulla di
rilevante. Il suo corpo non era
corazzato, il suo collo era vulnerabile
esattamente come il mio, molliccio,
fradicio e contuso come una gomma
masticata, ed i suoi artigli nella mia
schiena e nella mia natica s'erano
ritratti in rosei polpastrelli. Potrà
sembrarti buffo il fatto che me ne
accorsi solo allora, e questo
probabilmente perché tu ancora non
te ne sei accorto. Non ti sei accorto
che non c'è nulla di razionale nel
desiderare il corpo di un altro quando
già del nostro conosciamo gli aspetti
più macabri. Voglio dire... io lo sentii,
sentii qualcosa che non avrei mai
voluto sentire, mentre ciò che
produceva tale sensazione era dentro
di me, ed io ne stavo godendo. Smisi
di sentire ciò che nella mia testa
fluttuavano come una nuvoletta: tutti
quei bei pensieri di estasi ed estetica
diventarono come fulmini pungenti in
una tempesta di paranoie dentro al
mio cranio desolato. Se con ciò ho
scansato un po' del ridicolo, allora ti
sembrerà paradossalmente grottesco
che provai un tale disagio nel sentire
che dentro me non v'era alcuna entità
mostruosa. Ma il punto è che fino a
quel momento mi ero così
ingenuamente spinta a ricercare in
quella sola unica differenza, di circa
16 cm, tutto ciò che dentro me non
avevo ancora trovato, e tutto ciò che
desideravo avidamente. Ti sembrava
grottesco il mio ultra-feticismo?
Guarda cosa si rischia di attribuire ad
un comunissimo cazzo.
Costantemente ci somministriamo
visioni di un universo del prossimo a
noi proibito, e non c'è prossimo che si
predisponga meglio di un nostro
simile che abbia almeno quella
differenza; ed io, come la società che
mi aveva cresciuta, c'ero cascata in
pieno. Lui non era altro che un
umano, con le stesse debolezze di
tutti gli umani: non avrebbe potuto
proteggermi dagli altri perché lui
stesso apparteneva agli altri. La sua
pelle era divenuta liscia, i suoi capelli
sinuosi, ed i suoi occhi, verdi, potevo
vederli attraverso le sue palpebre
strizzate dal godimento. Era orribile.
Premetti i miei piedi contro il suo
petto, mentre lui probabilmente
pensava ad una strana posizione
erotica. Quando l'orgasmo,
solleticandomi la punta delle dita dei
piedi, aveva iniziato a stuprarmi,
concentrai tutta l'energia in una
contrazione degli inguini, che si
propagò nelle cosce, tornò ai piedi e,
scaricando sul petto di lui, lo
scaraventò via sul pavimento,
finalmente fuori dal corpo in cui ora
mi ritrovavo. Ero confusa, fuori di me,
o dentro me troppo a fondo: la mia
prima vera sensazione hardcore. Mi
infilai le scarpette e gli diedi un paio
di calci. Lui incominciò a lacrimare,
non tanto per i colpi, credo, quanto
perché lo avevo allontanato in quel
modo e in quel momento. Dicevo, ero
confusa. Mi inginocchiai, fissandolo
con occhi vitrei, e gli tolsi il
preservativo. Mi avvicinai con la
bocca, sempre fissandolo, lasciai
colare un filo di saliva dalla punta
della mia lingua, ma mancai il
bersaglio. Così gli presi il cazzo
mentre singhiozzava, e glielo strofinai
contro il ventre bagnato, anche
facendo un po' di pressione: mi venne
istintivo. Il mio palmo stava
funzionando come antidolorifico fisico
e morale, e lui stava smettendo di
piangere. L'orgasmo avrebbe deciso
cosa mietere. Continuai così fino a
farlo venire. Poi presi i miei vestiti e
me ne andai. Mi rivestii solo una volta
uscita di casa. Non ho mai saputo
cosa lasciò quell'orgasmo. Fino a quel
momento avevo creduto che lui fosse
il mio primo vero amore. Ma lo stavo
solamente deprivando di quelle
scomode qualità che tutti e tutte
abbiamo per natura, stavo
convertendo il brutto in bello
arbitrariamente, per saziare la mia
avidità di bellezza: quella che sola
stabilisce la nostra partecipazione alla
nostra vita. E per questo gli elementi
che ci siamo imposti di apprezzare
diventano complessi che ci pungolano
costantemente quando il patto
finisce: ci sentiamo violati in ogni
modo, e, nel caso in cui li avessimo
esternati in complimenti, odiamo la
mancanza di riconoscenza da parte di
un essere che senza il nostro arbitrio
non sarebbe stato altro che la più
grottesca forma di vita immaginabile.
E allora che senso ha credere in un
amore totale e sincero quando questo
è solo il più estremo dei feticismi, una
forza che creiamo arbitrariamente
affinché ci sottometta? Tuttavia, se
sono effettivamente un essere
umano, come posso rinnegare
l'esistenza di un sentimento così forte
che potrebbe confermarmi la mia
qualità d'essere? Io esisto perché
sento, se non sento quell'estasi di
amore puro, io... mi sento brutta.
Ergo 'fanculo! Allora voglio le squame,
gli artigli, le zanne, una vergogna
esasperata, una repulsione impotente,
un bulimico rancore carnivoro: voglio
sentire l'orrido grattarmi i brividi.
Perciò, dolce fata, apri le cosce,
fammi bere la tua acqua della vita, ti
bacerò fino all'alba e morderò il tuo
collo fino a perforarti la giugulare, ma
solo per far scivolare meglio la mia
lingua lungo la tua gola; perché io ti
amo!”.
VIII
Il colmo
Cosa ci fa un presunto straight edge
in un posto chiamato Addiction
Happenz?
Incrocia le braccia a “X” come per
farsi scudo dai testi di sesso e droga
che grido a tutti, a tutte, e a nessuno.
Non si esclude però dall'afflusso del
mosh sprigionato dalle note di una
canzone che nessuno apprezza
davvero, e che tutti e tutte sfruttano.
Somiglia ad uno sfogo, ma la presunta
ira che starebbe fuoriuscendo è così
contaminata, talmente lontana dalla
sua causa, dalla sua origine, dal suo
nucleo, che alla fine non può mai
essere tutta drenata; e lascia noi,
massacrati assuefatti, a chiedere
brutalmente sempre nuove
contusioni, che ci impediscano il
pensiero di leccarci le ferite.
L'ira è sacra, perché sospinge molto
lentamente la nostra culla
dell'alienazione, e poi, all'improvviso,
con un paio di spinte magiche ci
abbandona al sonno più profondo,
rassicurandoci che si tratta di un
incubo. Ma quanto la profaniamo,
quando la usiamo come condimento
per le nostre parole insipide, come
sapore ferroso per una rossa
centrifuga che non è altro che succo
di pomodoro.
Somiglia all'hardcore, ma, a dispetto
delle consolazioni che ci
somministriamo, nulla è puro qui
dentro, neanche le sostanze nocive,
neanche la presunzione di essere
innocenti. Non sono autentici quelli
che si masturbano la volontà con la
parte intima della mia mente affinché
scuota la loro culla, proprio come
fanno altri con le parti intime del mio
corpo. Non è autentica forse neanche
la competitività delle parole che,
raschiandomi la gola, s'infrangono in
un grido che, privo di magia, ci terrà
svegli tutta la notte e non ci farà mai
ritrovare in un incubo.
“T-shirt, poster e spille le trovate qui
al bancone, esattamente dove trovate
quello che ci interessa davvero... Dolci
sogni di puro malto”.
“Un poster...” emerge Theraphos “da
consegnarti”.
Mi siedo sul bancone a gambe
incrociate e srotolo lentamente il
papiro del messaggero:
PANxSEX
(('))
HOT-SPECIAL-ICY
REM-EMBER
DISSIDEUM
HYBIRDS
LIFEBLOOD
DEMONSTERATION
VESPERANZA
Tutti riuniti nel più grande evento di
musica, sesso e droga.
“Questa è la prima stampa; ci sarai?”.
“Cer-” tossisco “to, è scritto”.
È una pergamena davvero bella: ci
sono disegnati mostri, fate e folletti di
colori sgargianti, talvolta dalle
grottesche sembianze e dai contorni
inchiostrati di nero; ed il mio, ed altri
gruppi di clandestini firmano da sé i
propri wanted poster che ridoneranno
sprazzi di colore alle mura della città.
I miei compagni, ognuno con la
personale reazione, sono anch'essi
d'accordo. Devo solo ricordarmi di
chiedere a Shadow se abbia
intenzione di darci ritmo alla batteria.
Mentre mi alterno sfrenatamente tra
lo spaccio di alcolici e quello del
merchandising, noto che il presunto
straight edge, che è andato a sedersi
al tavolo riservato da Shame, alza la
mano per chiamarmi, contorcendosi in
maniera del tutto innaturale per
mostrarmi la “X” che ha scritta sul
dorso di essa. Quando lo raggiungo
vedo che la ha scritta anche sull'altra
mano.
“Porta alla ragazza una bottiglia del
peggiore spumante, fa' il favore” mi
ordina con quella cortesia
presuntuosa.
Non so su chi dei due puntare il mio
sguardo perplesso, ma non intendo
negare la differenza di questa scelta
come si fa quando si guarda una
coppia. Così guardo Shame e leggo
nelle sue espressioni che inizialmente
aveva accettato solo un bicchiere e
che ora era troppo timida per
contestare un'offerta divenuta
esagerata.
“Beh?” s'intromette quello “sei
affaticata? Eh... la roba di cui canti ti
rovina a poco a poco il corpo e la
mente”.
È solo da questo momento che noto
che è decisamente più grande di noi.
Beh, sono sempre stata impertinente
con i grandi.
“E non li rovina anche agli altri, come
le tue borchie nella poga?” domando
per l'evidente contraddizione.
“Ma no: tutto il tempo che ha
impiegato per accettare un bicchiere
significa che non beve praticamente
mai. Visto? Sono uno che se ne
intende io” risponde strofinandosi la
faccia.
Odio che qualcuno parli per Shame,
che tenti di spiegare la sua mentalità
banalizzandola mentre lei è presente.
Ma mi suggerisco di non prenderlo in
considerazione.
“Allora ti porto un bicchiere” dico
rivolta alla mia amica.
“Non hai sentito che ho detto?” si
ripropone lui con un'arroganza di
difesa “ti pago una bottiglia”.
“Non scaldarti, controllo se c'è”.
Vado in cucina, prendo una bottiglia
di spumante sigillata dal frigo e la
apro facendo partire il tappo nella
sala. Poi riempio un bicchiere e lo
porto al tavolo.
“Scherzi?” biascica quello mordendosi
nervosamente le labbra.
“È gratis, a lei lo offro io”.
“Perché?”.
“Sei carina” dico guardando Shame.
“Almeno su questo siamo d'accordo?”
chiedo poi a lui.
“Ah... beh... certo”.
“L'abecedario della balbuzie”
commento sarcasticamente tra me e
me.
“Che hai detto?”.
“Niente, niente”.
“Come niente?”.
A questo punto comprendo quanto
ogni cosa sarebbe più leggera se
fossimo tutti muti: spieghiamo i
concetti con parole il cui concetto
necessita di essere spiegato, con altre
parole. Se le persone fossero tutte
mute, io tacerei volentieri. Ma se
usano dei preconcetti per eludere
l'incapacità di comunicare, portando
tutto in un luogo comune, io rispondo
con sarcasmo ed ironia, e, districando
l'ambivalenza delle mie frasi, porto
avanti la mia conversazione solitaria.
“Porta il resto della bottiglia” insiste
quello fissandomi.
“Il resto è il vetro”.
“Ma l'hai stappata ora... mi prendi per
scemo?”.
“Era già stata aperta, il tappo ce lo
avevamo rinfilato”.
“Il tappo è troppo grosso per essere
rimesso al suo posto”.
“Come la tua testa di cazzo”.
Basta che lo chiami “punk” perché
non si senta troppo offeso.
“Visto che cresta?! Questo è punk,
non quelle schifezze nei tuoi testi!”.
“Cosa speri? Che guardando la tua
cresta io senta che mi manchi un
pezzo?”.
“Beh, già che la paragonavi ad un
cazzo...”.
Shame ha colto l'occasione del mio
intervento per farsi scudo col suo
schermo digitale, e probabilmente non
si è accorta del punto a cui è arrivata
la discussione. Potrei farglielo notare,
però dovrei farlo notare a me stessa,
e forse... forse è meglio lasciar
perdere.
“Capisco che vuoi scopare” concludo
per congedarmi “ma allora con quei
soldi fai prima a pagare una puttana”.
Voltandomi, mi compiaccio nel
districare che la mia merce più
venduta è sempre quella che non si
consuma, ed che il ricavato non è mai
propriamente in soldi: quando una mi
preleva una copia della mia musica in
cambio di un buono per anfetamine,
ed un altro si stanzia furtivamente nel
mio corpo per un buono d'affitto.
Vendo merce inconsumabile, vendo
me stessa, eppure sento che mi sto
consumando... No, io non sono una
meretrice, né una prostituta: sono una
puttana, una giovane con la chitarra e
la gola logora. Sono il buco in nero
della falsa economia, e barattare
l'inconsumabile io lo chiamo
“produttività”.
Forse l'attenzione di quel figlio di un
puttaniere è ricaduta su di me più di
quanto volessi, forse Shame non ne
ha davvero idea. D'altronde non la
chiamerei così: ma io... io sono
Dyinamite.
Le tocca un punto... intimo.
Una spinta.
E poi, ad una naturale reazione,
soggiunge anche la seconda, tutt'altro
che metaforica... dolcissima spinta.
Mi tuffo al di là del bancone, e
inveendo contro di lui ne ricevo
un'altra.
Immersa in quest'incubo, ne conosco
le regole e la dinamica, ed una
razionalità nuova e perfetta si aggira
tra gli antri bui del mio spirito.
Non c'è battaglia tra un un maschio
ed una femmina: lui ti dà uno schiaffo
e tu sei costretta a spaccargli un
bicchiere in testa.
Se solo gli avessi portato la bottiglia
che aveva chiesto senza fare tanta
ironia forse ora... forse avrei potuto
usare quella, e forse ora avrei potuto
concedermi di fermarmi. Ma era un
bicchiere così piccolo: ha tagliato lui
quanto me, e se lui avesse le forze
per rialzarsi... Mi ritrovo a gettarmi su
di lui e a sbattergli la nuca contro il
pavimento più volte che posso.
Quanto ci vuole perché qualcuno
fermi una ragazza?
Quando noto che le sue braccia non si
muovono più, il mio sguardo focalizza
i suoi bracciali a spuntoni. Il suo polso
finisce prontamente afferrato dalla
mia mano sanguinante. Fa male, fa
fottutamente male! Anche se non è
reale. Punto con fermezza gli spuntoni
alla gola di lui e, mentre si spingono
più affondo nella mia ferita, voglio
fare ancora più pressione... ma
un'ombra s'invola sopra di me e
rapace mi solleva come una bambina.
Mi trasporta in cucina, chiude a
chiave la porta e si frappone tra me
ed essa.
L'ardente frenesia di morte si vanifica
nello sguardo di Shadow.
Poi le voci ed i suoni d'allarme confusi
travasano nel silenzio della camera.
Grida estatiche divampano allora fuori
da me e frastagliano quell'atmosfera
di confusione per annullare il senso di
vergogna con la vanità.
“Facciamo un gioco” dice “ti va?”.
Come puoi pensare a giocare?
“Un gioco in cui c'è questa”.
Estrae una boccetta su cui c'è scritto
qualcosa che leggo distrattamente.
“Dolphin?” chiedo mentre gliela
prendo dalla mano.
“Un gioco in cui quel disgraziato stava
nuotando in un mare e si è spinto
tanto a largo fino a perdersi
nell'abisso, e per non affogare si è
aggrappato a questo delfino”.
“Stiamo affogando noi?”.
“Stiamo affogando tutti” mi rispondo
da sola mentre tolgo il tappo.
“Se la prendi, la prenderò anch'io”
dice.
In effetti c'è posto su questo delfino.
Amen.
Poco dopo i rumori si affievoliscono e
le voci si arrotondano; dall'altra parte
le cose staranno seguendo il loro
corso.
Sulla porta di legno coliamo
quiescenti come nettare d'acero, e,
disciolti al suolo, ci fondiamo in un
alchemico amplesso. In questo
momento Shame bussa alla porta ed
io la faccio entrare. È un po' scossa,
eppure tenta di non darlo a vedere.
Cerca di raccontarmi qualcosa, ma si
accorge che sono rilassata. Così le
confido che sul dorso del delfino c'è
ancora un po' di posto, e lei,
stranamente, accetta subito. Doveva
essere molto scossa, eppure ha
tentato in tutti i modi di non darlo a
vedere: in fondo la stimo davvero.
“Sapete qual è il colmo per un
disgraziato che soffre l'astinenza?”
“Imbattersi in un posto chiamato
Addiction Happenz”.
IX
99%
Shadow ha una buona idea per me,
che, come tutte le idee davvero
buone, può essere buona per tutti e
tutte. Una rivista, su carta riciclata, o
un sito, in cui rappresentare con delle
fotografie un'essenza dimenticata
delle persone come me. Già... come
me, ed almeno per il 99%, in una
statistica suggestiva. Dice anche che
quel 99% comprenda solo
relativamente il nostro aspetto:
riguarda qualcosa di più interno: i
nostri bisogni, le nostre vulnerabilità,
le nostre viscere, e perfino la nostra
difficoltà a comunicare, ed il nostro
modo di sentirci alienati. Infatti,
seppure nel guardare qualcuno siamo
in grado di riconoscerlo della nostra
specie, non possiamo evitare di
riconoscere anche quei tratti per cui
distinguiamo proprio quella persona
come diversa da noi e da tutte le
altre: quella maschera che cela, in
una statistica suggestiva, un 1% di
universo inaccessibile. Dice che noi
potremmo essere il fulcro di tutto, ed
io potrei occupare un posto unico in
tutto ciò: essere la prima a
rappresentare questi alieni della
stessa specie.
Io so che con lui tutto andrà nel verso
giusto, perché è capace di sentire una
linea del viso, i pori della pelle, l'odore
della sudorazione, come ciò che altro
non avrebbe potuto essere.
Accarezzerà il mio corpo nudo con
l'obiettivo di una fotocamera, e saprà
far risultare il mio culo come una
parte di tutta la mia corazza. E saprà
farlo con le persone che vedrà, quelle
che vivono cibandosi di vita, ne
nascondono gli orrori nel proprio
scrigno, e, con l'eleganza della
solitudine, ne espellono la parte per
loro superflua. Quelle che la notte
vivono tanti sogni che non li ricordano
tutti, e depredano gli artisti delle loro
opere rendendone immortale il
ricordo. Quelle forme d'arte vacanti
sul punto di dimenticare di esserlo,
che bisogna immortalare perché non
venga dimenticata quella poetessa
che è la Natura. Quelle persone che
bevono, respirano, il cui cuore batte
ancora, e che per tutto questo non
hanno mai avuto un riconoscimento.
Dice che in fondo tutte le persone
sono come me: disposte ad esistere
fino al decadimento fortuito del
proprio corpo, o in grado di grattarsi
via la condizione di esistenza a poco a
poco considerandolo un atto di vita.
“Mascaraid” sarà il nome, o almeno
crede: un composto i cui elementi
sono più di quanti possano apparire,
affinché ogni persona vi rintracci
quelli per lei più significativi.
Io ci intravedo la parola “scar”, che
lega altre due parole più evidenti
come una sutura armonica: la
cicatrice sottocutanea che unisce le
ossa nasali mie e di Shadow e ci
permette di respirare con un certo
ritmo, finché la droga non l'avrà
eliminata.
Armoniosa sarà l'alchimia dei
contrasti, quando aprirà una finestra
di luce sulle mie curve e le mie ombre
sfumeranno, plasmando la mia
materia. Delimiterò “l'orizzonte degli
eventi dei miei occhi” curvandone il
ciglio con un mascara nero di spazio
profondo.
Sarà più poetico che fare l'amore, e
tutto avrà una nota di peperoncino:
perciò dice che senza di me il
progetto non avrà modo di diventare
opera.
Shame potrà fare la sua parte
utilizzando il mondo virtuale.
Solo che, ripensando a quel 99%...
forse in realtà è il 99% delle persone
su questo pianeta ad assomigliarsi
per il 99%, ma io, in una statistica
drammaticamente suggestiva, mi
sento un completo 1%. Probabilmente
anche questa è una sensazione che
ogni persona ad un certo punto avrà
provato, per poi dimenticarsene; ma il
mio sentimento persevera
intensamente ed è questo a rendermi
diversa davvero. Per non sfociare nel
banale, devo dire che forse ho
incontrato un paio di persone che
sembravano essere diverse dalle altre
con la mia stessa intensità
sentimentale: ma erano solo di
passaggio, e, come loro, prometto di
continuare a pensare alle buone idee
e passo, perché ora sono in ritardo e
preferisco sentirmi, ancora per un po',
in una statistica suggestiva, un
completo 1%.
X
Cyber-punk
Bunny mi ha invitato ad una festa, a
cui è stato invitato da uno dei suoi
ricchi clienti. Ho appena il tempo di
passare a cambiarmi. Mi infilo nel mio
unico vestito <<elegante>>... già,
come se un paio di anfibi non potesse
esserlo. Sto già iniziando a parlare
come i ricchi signori dell'alta
ipocrisia? No. Eleganza è scegliere di
armonizzare uno stato d'animo: per
questo i suoi lampeggianti riflessi
sono visibili anche nella depressione,
nella solitudine, nella follia e perfino
nella noia, ma mai nell'accidia per la
propria autenticità. E a questo punto
della mia vita, io scelgo un vestito di
un blu elettrico, che si sorregge al mio
collo lasciandomi nude le spalle e la
schiena, scelgo di tempestarmi gli
occhi di nero, scelgo i piercings al mio
labbro inferiore, scelgo gli anfibi che
fanno rumore quando passo, e scelgo
anche di non scegliere il reggiseno, gli
slip e il braccialetto, che non si
intonano a questo costume. Che
vedano inizialmente riflesso in me
quel loro senso di resa ad un'eleganza
impersonale e fossilizzante, per poi
scoprire nel mio sguardo tetro e
colloso come la pece, e nel sordo
suono dei miei passi, l'innegabile
verità: io sono diversa, io ho vinto.
Bunny mi sta aspettando alla fermata
della metropolitana.
“Ciao, bellezza!” lo saluto.
Lui si volta verso di me e, prima che
possa scusarmi per il ritardo, mi
ammutolisce con la sua espressione
di stupore.
“Principessa” sospira baciandomi.
I suoi caldi e soffici palmi continuano
a scrutarmi nel silenzio ancora per
qualche secondo.
“No, nessun potere” rispondo
sorridendo timidamente al terreno.
“Come, Honey, non lo sai? Le
principesse sono belle perché non
hanno ancora alcun potere effettivo, e
le compatiamo dal primo momento
perché sono già condannate ad
averlo, per di più senza aver fatto
nulla di male per meritarselo”.
“Ma,” continua, lasciando scivolare le
mani sul collo “diciamoci la verità:
questa sera incontrerai alcuni degli
uomini più potenti tra quelli la cui
persona non è famosa, e proprio
costoro saranno succubi alla tua
potenza”.
Bunny citofona, dichiara il suo nome e
la porta ci viene aperta.
I neon dell'ascensore, mentre
attendiamo, richiamano alla mia
mente l'immagine dell'Anyway
Innocent, ed il ricordo di quella volta
in cui ci sono andata con Bunny. La
situazione di questa sera è
decisamente opposta a quella di
allora, se non per altro, perché in
quell'occasione ci sbarazzavamo dei
soldi, mentre oggi siamo qui per
prenderli. Sarà per il fatto che li avevo
offerti ad una così sensuale donnaragno e ad un dolce angelo caduto,
ma tra le due condizioni credo di
preferire quella in cui li passo. Forse
però l'averci pensato denuncia che c'è
qualcos'altro di opposto... opposto
come le direzioni in cui scorrono le
porte dell'ascensore aprendo alla mia
mente altri pensieri. C'è ancora un
piano da salire, che bisogna salire a
piedi. Sulla porta una ragazza vestita
da cameriera ci accoglie nel mega
attico. Il pavimento in mattonelle di
un bianco marmo, la luce dei
lampadari di cristallo, camerieri
adornati con tartine e calici di
spumante in passerella, più vetrate
che muri: una spettacolare
prospettiva di dominio sul mondo.
Gruppetti di uomini che ridono,
brindano e chiacchierano spensierati:
tra questi appare il cliente di Bunny,
che ci viene incontro a braccia aperte.
Saluta Bunny con un bacio e, mentre
lui ci presenta, mi fa il baciamano e
mi porge altre consuete galanterie.
Poi ferma un cameriere sul cui
vassoio c'è una montagna di ghiaccio
frantumato, sopra la quale giacciono
delle ostriche, e si ergono delle coppe
tanto sottili che la bevanda al loro
interno traspare come una fluttuante
nuvola giallo paglierino. Invita me e
Bunny a prendere un'ostrica, ma per
me è l'unico elemento che rovina quel
quadro che perfino io ero disposta ad
apprezzare, e rilancio con una coppa
di spumante. Bunny invece ne prende
due, dichiarando: “Ostriche: il
tentativo di Poseidone di rendere la
vulva un essere autonomo”.
“Inutile che provi a persuadermi”
penso “qual è il risultato? Che s'apre
solo con la forza”.
“Brindano” scontrando le conchiglie e
buttano giù. Io rispondo nauseata
proponendo la coppa. Il cliente di
Bunny domanda retoricamente se ci
sia qualcosa di più prelibato da
ingoiare così. Basta che la stessa
frase esca dalla bocca di Bunny
perché gli sovvenga una risata di
solletico libidico. Così poggiano le
conchiglie morte sul vassoio vuoto del
cameriere, che non avevo notato fino
a questo momento non
riconoscendovi una funzionalità,
poiché ogni cosa qui si mostra per
come è drasticamente funzionale.
Anche Il mio stomaco reclama la
propria funzione, ma piuttosto che i
più viscidi spuntini della più viscida
gente preferirei mangiarmi la coppa di
cristallo. Il cliente di Bunny si scusa
retoricamente con me dicendosi
desideroso di presentare il mio
compagno ai suoi amici. Bunny sfrutta
allora quell'ondata di galanteria per
“salutare una signorina come si deve”.
“Lascia che ti dia un ultimo
suggerimento, Honey” mi dice
prendendo l'altra coppa di spumante
con la mano vuota “se vuoi riempire la
pancia ricorda che non sono più
viscidi degli altri molluschi: sono le
perle che richiamano l'attenzione su
di loro”.
Nel caso non fosse abbastanza
esplicita la nostra sfrontatezza,
protendo il mio bicchiere dichiarando:
“Operazione Robin Hood...”.
“Avviata” risponde Bunny brindando
con me.
Si allontanano: Bunny mangia l'ostrica
e ne poggia la conchiglia su un
vassoio di passaggio.
Credo che sia il prezzo attribuito a
certi animali a stabilire che la gente
ricca debba mangiarli, e credo che
valga per ogni cosa di cui usufruisce.
Sono affetti da un relativismo
intrinseco: devono avere qualcosa per
dimostrarsi che possono avere
qualcos'altro. Una condizione in cui la
volontà non è contemplata, per cui
ogni azione rifrulla in una coazione a
ripetere; sebbene sia un mondo da cui
ho sempre cercato di tenermi alla
larga, ho la vaga sensazione che
anche le parole tendano a ripetersi in
un ambiente come questo. Ma chi è
davvero in grado di salutare questo
senso di cortesia verso il potere,
poiché esso prima o poi bussa alla
porta di tutti, e noi, per gentilezza, lo
lasciamo entrare? Il potere è il
compagno più fedele: rassicura il
despota che non sa più cosa
mangiare garantendogli che mangerà
cibo “migliore degli altri”, rasserena il
genitore che punisce un bambino
sussurrandogli che lo sta facendo per
“il suo bene”, consola il partner che
ne mortifica un altro che l'ha tradito
dicendogli che lui merita “rispetto”. Il
potere è un fedelissimo compagno:
pretende che tu sia migliore degli
altri, pretende che tu sappia ciò che è
giusto, ed in fine che tu lo rispetti,
perché il pane che starete
condividendo è la tua vita e dovrà
essere sufficiente a camparvi
entrambi. Per questo probabilmente
Bunny ha ragione: nel grande mare le
ostriche sono solo alcuni dei tanti
viscidi molluschi, che risaltano per
delle perle che sono il risultato del
tentativo di prevenire un'infezione. Ma
se il suo cliente non è stato in grado
di capire la metafora, mi domando se
avrebbe capito il mio discorso, magari
in un ambito che gli permettesse di
estraniarsi dal suo ruolo.
Mi domando, invece, se non si
sarebbe sentito tanto disperato da
dover tentare di zittire i dubbi
facendomi fuori. Il potere, si sa, ha la
sua strategia: basterebbe che lo
spumante in questa limpida coppa
fosse avvelenato e stanotte con me e
Bunny la signorina dal mantello nero
sarebbe impegnata in un manage à
trois.
Ma io non ho detto niente: perciò
shhh!
O Magari questi sono schiavi al punto
che gli si drizza solo per la
perversione di penetrare un cadavere.
Del resto è stato lui a chiamare il
cameriere e le coppe erano
esattamente due, e lui non ne ha
presa una...
Forse il motivo di tutte queste
paranoie è che sono fondate.
Poco male, ora che sono spacciata: in
fondo preferisco essere scopata da
morta piuttosto che da vecchia. Ma
quando la morte verrà spero che sarò
tanto ubriaca da tentare di fare
l'amore con lei. Perciò tracannerò
voracemente altro veleno.
“Che ragazza maleducata” mi dirà un
vecchio avvicinandosi a me.
“Speravo tu volessi insegnarmi
l'educazione” gli risponderò con il mio
decadente sorriso.
Ed il mio ultimo ironico pensiero sarà
che il sapore di questo costoso
spumante non è poi tanto meglio del
sapore di quello che abbiamo
all'Addicition, solo meno familiare.
Uh, del sushi di frutta! Mi precipito ad
inzupparlo nella salsa di soia e a
cospargerlo di wasabi.
Ho detto cazzo che botta!
Ora che almeno il mio corpo ha
accettato la situazione, le immagini si
susseguono rapidamente, senza
sovrapporsi o legarsi tra loro.
Ancora qualche altro bicchiere. Nella
piscina sul balcone; è la prima volta
che provo l'idromassaggio; potrebbe
massaggiarmi proprio tutto il corpo?
Cerco di scoprirlo senza farmi notare.
Oh, che sensazione... L'acqua che ti
massaggia nell'acqua... è come se la
mia clitoride potesse discorrere avanti
e indietro nella mia fica durante una
penetrazione. Almeno mi dà un po' di
motivazione. Un vassoio di cocaina.
Le luci della città. Sottostanti. L'alcol
che ritorna. I camerieri che ancora
girano. Qui non si conosce la
provenienza di alcuna cosa, né il
punto della sua fine. La mia maschera
infranta in una tiepida smorfia di
piacere. La mano di quell'uomo sul
mio seno. Come una stretta di mano
tra soci in affari. Bunny davanti a me
che pulisce il labbro del suo cliente
dalla cocaina come fanno gli amanti
con la schiuma di latte. Bunny è una
volpe! Così non sentirà niente quando
dovrà succhiargli il cazzo. Io però non
posso imitare la sua illustrazione:
rischierei di mordere! Questo tizio non
sembra volere che io lo tocchi. Ed
anche il cliente di Bunny sembra non
volersi spingere troppo oltre. Ma che
cazzo vogliono? Ci fanno uscire
dall'acqua. Ci infiliamo gli accappatoi.
Ci conducono ad un'altra porta sul
balcone. Un letto matrimoniale,
incellofanato. Un paio di quadri
ornamentali con cornici di ebano. Un
tappeto rosso arrotolato, appoggiato
al muro. Io e il mio amico siamo belli,
giovani, e con qualche speranza... per
questo vogliono guardarci scopare.
È chiaro che io e il mio amico siamo
belli... lampante che abbiamo qualche
speranza... siamo giovani... non
poteva capitarci di meglio. Solo...
prima i soldi. Non c'era bisogno di
dirlo.
Cosa troverò sotto le tue mutande?
Se sarà ciò che tutti credono, userò
tutto quello che posso per farti sentire
a tuo agio, o non otterremo alcun
risultato. Ma allora perché
accompagni il mio corpo e la mia
testa a coricarsi delicatamente sul
talamo? Perché sei tu a sciogliere il
nodo del mio accappatoio candido?
Perché mi fai bagnare più di quando
eravamo in piscina? Perché con le
mani porti il mio sapore alla mia
bocca e solo allora mi baci? Sei il
dottore dei sogni, l'iniezione che
appena si sente e solo i baci tra di noi
sono sempre leciti.
Il suo cliente non si accontenta, viene
a farselo succhiare; ovviamente
protendendo altre banconote. Ma da
dove le tira fuori? Dalla sua tasca di
pelle, di pelle umana. Ed allo stesso
modo arrivano altri due o tre. Ed
appare anche uno strap-on. Le
banconote che mi passano sono le
stesse con cui tirano la cocaina.
Certo, ora che il mio amico ha
preparato il territorio è facile
penetrarmi. Eppure riescono
comunque a farmi male. Fanno male
anche a te, Bunny? Non posso
chiedertelo, ma tu mi appari sempre
perfetto. Allora lo chiedo alla droga:
non mi risponde, e ciò lascia correre
le mie considerazioni. Il futuro ci sta
fottendo: tutti i privilegi che esistono
qui sono quello che apparterrà alle
generazioni future quando sarà
divenuto materiale di scarto.
Accoglieranno con clamore gli
escrementi del potere e s'illuderanno
di essere loro a nutrirlo
compiacendosi di costituire “la
richiesta”. Sarà un regime così
splendente da lasciare tutti accecati.
E pensare che la natura aveva creato
un tempo mortale per vanificare ogni
potere! Ma il potere ci costringe a
vivere una vita a metà, ci costringe ad
esistere, e chi esiste non può vivere il
proprio tempo mortale, e mal lo
accetta. Si circondano di questo
antiquato del futuro per compensare
la loro assenza di presente, e, quando
sospetteranno che anche ciò che
tengono in mano può essergli tolto, si
tranquillizzeranno nascondendo
stimolanti nel proprio corpo. Il cibo del
futuro sarà composto da uno o due
ingredienti, le case costruite in due o
tre materiali, e l'esperienza del sesso
sarà basata sul voyeurismo. Il futuro
non è barocco, ma minimale: mi
dispiace per Theraphòs. Il futuro ci
sta fottendo: è il mio universo dentro
il loro, è il loro universo dentro di me,
ed occupa una sola stanza.
Solo un paio di loro sono riusciti a
venire senza masturbarsi da soli. Gli
altri danno la colpa a me, e al fatto
che non sono disposta a farmi
schizzare addosso. Ma un vero
voyeurista gode dei particolari, perciò
ci fa molta attenzione. Lui ha notato
che da Bunny mi sono lasciata
persino baciare... un'ultima
banconota, suvvia! Mentre il cliente di
Bunny che nel frattempo lo sta
scopando sta per venire, penso che
per quanto abbia tentato per tutta la
vita di conquistarsi un ruolo al di
sopra degli altri, sarà sempre il nostro
cliente.
Siamo rimasti in tre: coraggio,
coniglietto! Sarebbe più facile se
quello non ti fissasse, ma tu allora
ascolta le mie parole, avvicina il tuo
orecchio ai miei sussurri, fruisci dei
miei sospiri: il mio corpo sudato
squittisce sfregandosi col cellofan, ed
il mio fiato è caldo e denso come
vapore, e proviene dalle profondità
più profonde; ci siamo solo tu ed io, e
tutto va bene.
“È davvero questo il gusto delle
ostriche, Bunny?”.
Torno all'Addiction Happenz, per
fumare un po' d'erba trastulla con
Shadow. Shame mi accoglie, essendo
l'unica rimasta in sala: mi dice che il
nostro compagno è alla toilette. Nel
frattempo mi siedo davanti a lei, e la
osservo picchiettare in silenzio sullo
schermo del suo cellulare.
“Sai” le dico “hai un che di cyberpunk”.
Lei inarca le sopracciglia per un
secondo, e poi riprende a picchiettare.
Forse non conosce il significato di
quell'affascinante espressione e lo
sta cercando in internet perché si
vergogna a chiedermelo. Io invece l'ho
imparato stasera. Ma quanto tempo ci
vuole a Shadow? Shame se ne sta
andando.
“Potremmo fare una festa in
maschera a tema” le dico prima che
chiuda la porta.
Busso ma nessuno risponde.
Apro...
Maniche su...
Nel braccio è impiantato un ago...
cinque... quattro... tanti buchi...
nessuno ha prestato soccorso. La
testa è lontana... troppo lontana... per
far battere il cuore... vedendomi... è
vicino... un sacchetto... con una
scritta... mi avvicino... lo prendo... e
leggo... “ARACNE”.
XI
Sala prove
Shame suona. Le apro. Preparo due
birre e le metto su un vassoio
assieme ad una bottiglia di crema di
whiskey, con due bicchieri.
Dopo qualche sorso ho bisogno di
andare... in bagno. Le accendo il
computer ora che deve aspettare.
Torno di là.
Shame, che diavolo stai facendo?
Lo schermo del mio PC è costellato di
pagine di informazioni sulle malattie
più assurde, sulle controindicazioni
dell'alcol, sulle malattie sessualmente
trasmissibili, sulle cause di
depressione e suicidio, sul possibile
significato di leggere fitte al fianco
destro od al cuore, sull'aborto.
Occhi scuri, è questo che stava
succedendo nella tua mente
frenetica?
È una di quelle rare volte in cui mi
parla guardando la mia faccia, e non
un'interfaccia. Sono io ora a
scannerizzare le sue parole in lettere
nere su una pagina bianca, e, in
questo mondo virtuale, esse
compongono l'ermetica risposta “Non
solo, ti farò una sorpresa”.
E se ne va, ed io mi ritrovo sdraiata a
stratracannare questo denso intruglio
di zucchero, uova, latte e malto
scadente.
Drìììn! Il giorno dell'affitto.
Alzandomi il mio stomaco ondeggia
come una borsa dell'acqua calda.
Apro la porta... non ho i soldi in
mano... se nel frattempo vuole
accomodarsi.
Gli offro la birra di Shame. Allora mi
domando: “E nella sua testa cosa
succede?”.
Cosa succede se fingo che mi
interessi parlare con lui delle ipocrisie
della sua vita monotona e nel
frattempo gli do da bere? Cosa
succede se continuo a bere, e se, una
volta ubriachi, mi scopro il ventre
dicendogli che è come una borsa
d'acqua calda? Cosa succede se gli
suggerisco di toccarla, e poi di
spostare la sua mano un po' più su o
un po' più giù? Cosa succede se fingo
di godere già? Cosa succede se lo
porto al massimo dell'eccitazione e
poi gli chiedo di legarmi al letto?
Voglio solo che faccia male... ma una
puttana non ha nemmeno il diritto di
chiedere.
Ma basta che io chieda a me stessa.
Sono la scopata della sua vita. Allora
che succede se gli dico che non sto
sentendo niente? Che se non si
decide a farmi sentire qualcosa mi
prosciugherò? Cosa succede se lo
umilio mentre sono indifesa e lui è in
preda ad un'estasi sconosciuta? Cosa
succede se la mia fica non mi
asseconda e si secca davvero? Cosa
succede se proietto la colpa su di lui
e, con disgusto, gli dico di venire a
bagnarsi nell'altra mia bocca? E se
aggiungo che almeno qui spero di
sentire qualcosa? Se ancora respiro?
Se lo incito ad andare più a fondo?
Ora non respiro... grazie al cielo... ora
respiro... ora no... ora le mie braccia
non possono muoversi... ora il mio
corpo si contorce e si contrae da
solo... ora non respiro... ora non
respiro... ora vomito... ora non
respiro... ora piango albumi d'uovo...
ora non respiro... ora...
Mi risveglio. I miei occhi sono
invischiati in una super-colla di matita
e mascara e muco. Vedono tutto
offuscato. La mia faccia è di gomma.
Ho uno strano sapore in bocca.
Dev'esserci venuto dentro. Lo voglio
fuori.
Non sono più legata. Mi alzo per
andare in bagno. Le gambe non mi
reggono. Cado. Di fianco ad una pozza
di vomito. Allora rimango a fissarla,
affinché nelle mie narici ostruite,
penetrino gli spilli di quell'odore
acerbo. Tutto quello che avevo dentro
butto fuori. Mi spingo a gattoni verso
il bagno. Dog mi taglia la strada.
Sotto la doccia.
Gelata.
Bollente.
Aspetto che l'acqua mi pulisca.
Me ne trascino fuori.
Tiro giù gli asciugamani.
Attendo che assorbano l'acqua.
Gli anfibi pesano troppo. Mi infilo le
scarpette... la felpa con cappuccio... la
minigonna.
Spunk e Spike suonano. Dobbiamo
fare le prove. Gli apro.
Datemi una sigaretta. Il fumo mi
sciacqua la gola. Andiamo a sederci.
Non ho le forze per suonare. Tanto
sapete che ne siete capaci. Inoltre,
senza batteria... Perché piuttosto non
fate caso al fatto che non mi sono
infilata le mutandine? Perché non
fumiamo, beviamo, e mi scopate
insieme?
Ma da questa parte: non voglio che il
vomito li deconcentri.
Entrate in competizione, in una
situazione in cui mai avreste pensato
di poterci entrare davvero. Fate a gara
a chi riesce a farmi godere di più, a
farmi strillare di più. Lasciate fare le
prove almeno a me.
Solo... non spogliatemi.
Se ne vanno, una volta finito.
Non ho più nulla da fumare. Alzo il
cappuccio sui miei capelli bagnati ed
esco. Barcollando. Di parete... In
parete.
Il distributore automatico riconosce la
tessera di identità che ho trovato: mi
dà le sigarette.
Drìììn! Suono all'Anyway Innocent. Ma
Theraphos non è un distributore
automatico: riconosce le mie
intenzioni. Non mi apre neanche se
scalcio freneticamente come se le
mie scarpette fossero anfibi con la
punta di acciaio. Né se busso con
tanta veemenza da farmi sanguinare
le nocche. Né se, perdendo le forze e
l'equilibrio, lo invoco insultandolo e
provocandolo disperatamente...
Non vuole lasciarmi fare l'ultima
prova.
XII
Requiem da rave
Spunk e Spike stanno accordando gli
strumenti qui dietro le quinte, mentre
i Panxsex, al di là di queste, stanno
già rendendo sovreccitata buona
parte della folla. Spio la situazione
scansando timidamente la tenda,
quasi usando le ciglia; come ad una
recita scolastica. I ragazzi hanno una
birra in mano, e le ragazze, passando
lo spinello, gliene prendono qualche
sorso. Ci sono pinte di plastica a
terra, ed i bambini le adoperano per
costruire castelli di neve: pinta su
pinta per arrivare sempre più in alto.
Un vento gelido spira nel mio occhio
esposto e me lo fa lacrimare; fa
freddo qui, ma forse sopra queste
nuvole gli angeli stanno preparando
grattachecche. Shame è come sempre
accattivata dal suo computer, ma oggi
sembra più attiva del solito, come la
mia mente pregna di virus, da
resettare. Mi rintano nella folla: ballo,
bevo, mi sbatto di qua e di là, ma
niente cambia; sono sempre il fulcro
del mio mondo.
Sul palco cala uno striscione con una
ambigua equazione, che, come un
sipario, sospende lo spettacolo:
{WO [FE (S) (HE) MALE] MAN}
il sipario viene tratto indietro di scatto
fino a strapparsi, e sul palco ci sono
le ((')). Resterei a divertirmi, a
smaltire la tensione: del resto sono il
mio gruppo preferito dal vivo. Invece
sento di dover andare in bagno. Passo
a prendere la custodia della chitarra,
e mi ritiro per meditare nel mio
tempio personale. “Il punk non è
morto, e mi ucciderà” è il mantra in
loop nella mia testa mentre cerco di
accordare il mio strumento, cosa che
non ho mai imparato a fare; apro la
zip per prendere l'accordatore
elettronico e mi imbatto nel mio
karma. C'è un pacchetto di polvere di
ragnatela, ed una siringa nuova
nuova. Magari uno schizzetto, per
smaltire la tensione. Del resto
sarebbe ironico morire per overdose
mentre suona la mia band preferita
dal vivo. Shame bussa alla porta. Dice
di avere una cosa importante da
dirmi, che deve dirmi al più presto. E
viene fuori che quella piccola nerd
dalla digitazione compulsiva è anche
una prestidigitatrice della musica
elettronica. Ha progettato delle basi
ritmiche per convertire l'assenza della
batteria in un'insolita peculiarità.
Ognuna di queste segue
perfettamente la linea di una
determinata canzone, come se lei ne
avesse compreso tanto a fondo le
intenzioni da saper esaltarle: i battiti
per minuto, le atmosfere, il kickbass
d'una tekno forte e decadente, il
rollante talvolta echeggiante, talvolta
strozzato. È incredibile che abbia fatto
tutto in così poco tempo; mi domando
se io abbia un'estrema capacità
comunicativa o se la musica che
compongo sia estremamente banale.
Solo un intoppo: Shame. Le gambe le
tremano, le dita tormentano la sua
felpa, l'insicurezza brulica sulle sue
labbra e le preclude perfino la
possibilità di ubriacarsi. La sua
timidezza la rende maledettamente
affascinante. Ma io non posso
lasciarmi sedurre, io non sono affatto
timorata: io sono quella che seduce,
io sono Dyinamite. Metto il mio palmo
sul suo ventre, e con l'altro braccio
l'avvolgo.
“Manca poco, amica mia” le sussurro
all'orecchio “spogliami”.
Lei strofina la sua guancia sul mio
collo, posa le mani sui miei fianchi; il
suo respiro è un tiepido fruscio sulla
mia clavicola, e per una volta lei
sembra sentirsi davvero a suo agio
con me. Le mie mani scivolano
lentamente sulle sue, le accarezzano
e le aiutano a sollevarmi la felpa.
“La mia nudità sarà il mio costume di
scena” dico “e se qualcosa nella
musica non dovesse funzionare,
nessuno ci farà caso”.
“Ma fa un freddo cane là fuori”.
Sorrido “Da oggi si dirà che fa un
freddo cagna”.
Così mando Shame a ragguagliare
Spunk e Spike, ed io finisco di
prepararmi.
Esco dal cesso, vado verso lo
specchio a passi lenti tra le bianche
pareti, guardo le luci per godermi il
brivido e l'attesa: nulla può freddarmi.
Spanno lo specchio con la mano, e
disegno, come su una tela, un quadro
bellissimo di una giovane ragazza
sotto gli spotlight, dallo sguardo
deciso, le soffici labbra, ed una
cascata di mascara nero dallo
strapiombo dei suoi occhi, specchio
del selvaggio sentire della sua anima.
La musica s'interrompe: indosso la
mia chitarra e si va in scena.
Sembra la nuova alba di un'arte,
un'onda anomala sonora che s'inoltra
verso nuovi orizzonti. Non c'è Shadow
sul palco. Non c'è Theraphos tra la
folla. E Bunny... parli del coniglio... e
spuntano le orecchie. Sempre in
ritardo, coniglietto, siamo sempre in
ritardo. Perché il nostro grande
concerto è già arrivato alla fine.
Ho una strana sensazione che non so
spiegare, guardandomi allo specchio:
mi striscia dentro, mi scivola sulla
pelle; quella strana sensazione sono
io. Allora voglio che di questo sentire
fugace che rende fugace quest'arte
resti, se non il ricordo, almeno la
prova anche quando questa vaporosa
ispirazione si sarà dissolta: perciò
premo il mio viso sullo specchio,
prima da un lato e poi dall'altro,
lasciando lacrime così lunghe che
somigliano ad artigli, impresse come
squarci; ed in fine, mi concedo di
firmare con un bacio.
Facciamo un gioco, un gioco in cui
trovo un'ampolla di assenzio nella
custodia della chitarra. Un gioco in cui
vi diluisco la polvere di ragnatela per
prelevare la fusione con il fuso della
siringa. Un gioco in cui mi fascio il
braccio con la tracolla del mio
strumento, faccio un respiro, ed infilo
l'ago. Perché questa sono io: l'aglio a
pezzetti bruciacchiato, la cipolla che ti
fa piangere quando la tagli, il
peperoncino di troppo sulla tua lingua
vergine. Figlia abbandonata dell'intera
generazione precedente, sono la
puttana che tutti loro vogliono, lo
spirito giovanile che s'illudono di
poter comprare, e di cui mai avranno
abbastanza. Collegata ad una bomba
ad orologeria, in simbiosi vacante con
l'orologio della morte, attivato dalla
vita. Ma qui all'Addiction non ci sono
orologi. Ignara su quale filo staccare,
io sono Dyinamite.
Premo il detonatore.
BOOM!
Yai con il suo palloncino
volante
I
Foschia limpida, il sole del ricordo.
Alto e contro. Sfumature e riflessi di
gomma, trasparente, era lei:
candida fronte, sempre calda di una
febbre ancestrale, l'immensa
consapevolezza infantile,
l'incapacità di perderla. Le sue
emozioni rabbiose, arse, placate da
quel suo calore interiore,
carboncino ardente, vivo, perché
viva è la fiamma che 'l divampa e
che sì lo fa forte e bello. Era lei, su
un campo di fiori, piedi scalzi,
freschi come le verdi foglie su cui
poggiavano, su cui roteavano,
quando lei s'avvitava al suolo; e
quei giravigli alla caviglia ed al
pallido polso la univano,
evanescendo il loro ultimo colore,
alla quinta stagione, pur alla vita
che lei condonava. Si nutriva del
nettare dei petali colorati, un per
fiore, e del nettare della quercia
viola -fu un pungipiglia da sempre;
il suo corpicino, come ampolle di
vetro soffiato, distillava linfa vitale,
per tutti, per entrambi, per me.
È passato così tanto tempo...
eravamo così piccoli... era lei, era
Yai.
II
Ricordo che in quel giorno i grandi e
le grandi in cerchio accerchiavano
un piccolo alla volta. Palloncini
protesi, affilati coi fili d'erba, e noi a
cercar di catturarli prima che
volassero via. A quel basso centro
dell'area di gioco, s'affacciavano le
estetiche di quelle maschere che
tenevan in mano le fila del gioco
stesso, adulatorie imitatrici
dell'estetica perfetta. Ma solo alla
fine, senza i palloncini conquistati e
con quelli mancati, potevi lasciarti
vedere il gioco degli altri entusiasti.
E la mia ritmata mancanza, rifuggiva
ogni ritmo d'applauso, ed in vero mi
sbrigava ad assistere al fenomeno
del gioco di lei. Sul limite della sua
circonferenza, v'era una con i capelli
estetizzati a melograno: rossi
lampanti, involti a dorso di
coccinella, e gli agrodolci semi (che
certo v'erano), nascosti dal suo
collo, nessun altro poteva scorgere
se non quello che in testa aveva
sottili aghi di pino e stava alla sua
destra con le mani occupate a
gonfiare un palloncino. Era beffardo
allora che l'imitazione reversa di
quel frutto le ponesse sul capo una
coroncina. V'era poi una che aveva
gonfiato il suo palloncino ben prima
degli altri partecipanti, e pazientava.
I suoi crespi capelli estetizzavano
l'infiorescenza bianca del riso, cinti
da verdi nastri d'erba. E solo sul
capo poteva carezzare quell'erba
ancora fresca, ma la schiena china
ed il bastone piantato la rendevano
una valida giocatrice. V'era un con i
capelli blu che come spine d'un
cardo andavan insù, e, convivendo
in breve spazio, con una che aveva
gli occhi come neri pistilli, le
deviava il vento e, frusciando, le
toccava il papavero. E v'era in fine
uno che i capelli aveva come un
soffione: candidi e pomposi, e che
in quella brezza volavano via. Ed il
suo capo ora cominciava a
somigliare ad un sasso.
In questo cerchio c'era lei; ed al
“via” la sospingevano impulsi felini
e rapaci, eleganti come il respiro.
Durante questo rapido gioco
nessuno aveva il tempo
d'immaginare un esito nel buio di un
battito di ciglia: era una scena di
sequenze, di palloncini colorati che
ascendevano, e lei li prendeva tutti.
Bisogna prendere prima dal riso, mi
diceva con naturalezza, perché quel
palloncino s'innalza prima degli altri.
Aveva gli occhi mandorlati come la
pupilla d'un ofide, ed i capelli del
verde dell'erba che accetta i primi
raggi dell'alba. Mai avevo visto un
piccolo saper cogliere tutti i
palloncini, se non per pianto, e mai i
piccoli si estetizzavano, perché i
piccoli non hanno bisogno di
inventare una parola per la propria
eleganza: essi sono l'estetica eletta
della Natura.
III
Era un giorno quello, in cui, se
avessi voluto raffigurare un
pomodoro in maniera “realistica”,
avrei dovuto raffigurarlo con un
bianco riflesso di luce che ne
seduceva il rosso. Proprio come ho
fatto. Era un giorno, quello, in cui
alle piante mancava l'acqua, e i
moscurini condivano, per questo,
quel quadro di natura viva come
semi di sesamo neri. Quando si
guarda una pianta aspettando che
cresca, pensavo, non la si vede
crescere mai, quando si aspetta di
vederla divorare, non vedi nessuno
divorarla. Il cambiamento della
natura è quieto ed inesorabile: ma
si può riuscire a vederlo, mi
chiedevo. Per te, al mio fianco, era
un fatto naturale non riuscire a
vedere il cambiamento se si rimane
immobili. Allora mi portavi ad
imitare i tuoi gesti, quando tendevi
il palmo sotto un pomodoro,
sollevandolo quel poco che bastava
per acquisirne con i sensi il peso e
la consistenza. Anche i tuoi frutti
erano cresciuti, ed infatti non ero
stato ad attenderli. Coglievi il
pomodoro più rosso. Ora bisognerà
assaporarlo, mi dicevi. Ad ogni
morso le mani si tingevano e si
bagnavano di succo, come le labbra.
Era così completo il tuo modo di
assaporare che mi chiedevo se la
tua saliva potesse aver assunto
qualche singolare e delizioso
sapore. Certamente, mi
rispondevano quelle labbra che si
aprivano e si chiudevano sul lato
aperto del frutto. E allora ci
inoltravamo in quella foresta di
piante di pomodoro.
Conducevo la tue fulgide chiome a
coricarsi su un cuscino di lattuga.
Portavi i rossi frutti alla mia bocca.
Schioccavano ai baci levigati,
sanguinavano ai denti bianchi.
Accarezzavamo la polpa con la
lingua, e con i polpastrelli
cospargevamo ingenuamente di
rosso il viso.
Che odore sprigionano le giovani
ragazze quando giocano all'amore in
un campo di pomodori!
A saperlo, davvero, sarei stato
l'unico...
IV
Avevano una ghirlanda d'ortica, con
cui ti cingevano il collo.
Dichiaravano che non avresti
sofferto, che non avresti sentito il
bisogno di grattarti. Davanti a tutti
eri impassibile. Qualcuno era in
fermento stupito. Qualcun altro
gridava una parola che nessuno
aveva mai sentito: “miracolo!”.
Non ti vedevamo più giocare con
noi. Non ti si vedeva affatto, se non
in questi “rituali sacri”. Noi ragazzi
ci domandavamo, bisbigliando, delle
cause di questa condizione. I grandi
ci esortavano a prestare silenzio e
guardare. Perché tu parlavi poco. Di
volta in volta sempre meno. Il tuo
verbo si sublimava sempre più, fino
a diventare: “La trama d'amore
ricama con fibra brandelli di
tenebra”.
V
Avevano una specie di detto sulle
rose:
Lampante il rosso richiama il
sangue che ti toglie con le spine.
Intendevano le rose come un vizio
tentatore. La prima interpretazione
d'un fiore che mi sembrava del tutto
incongruente. Tutti, sussurrandola,
si lasciavano contaminare la bocca.
E nella tua, già ferita, ponevano il
gambo di quel fiore, affinché lo
stringessi, affinché sanguinassi,
senza dar cenno di soffrire. Il tuo
volto non aveva alcuna piega di
dolore, ed imperterrita concludevi
ripetendo il tuo inesorabile verbo:
“La trama d'amore ricama con fibra
brandelli di tenebra”.
Non soffrivi, dichiaravano, perché
da te non sgorgava sangue, ma
succo di mora, e questo perché tu
eri “pura”: la fanciulla dai capelli
naturalmente verdi come l'erba
fresca. Come potevano sapere il tuo
sapore? Io lo avevo saputo, e non
era affatto di mora... era di
pomodoro. Non conveniva dirlo. Non
conveniva neppure dire che anche
le piante di more hanno le spine.
Quando venivano a sapere il tuo
sapore, affermavano che fosse di
mora. Più lo affermavano, più lo
confermavano. Stavo notando allora
ciò che loro non avrebbero più
potuto vedere: i tuoi candidi piedi
che si tormentavano, al di sotto di
ogni scena, cercando il sottosuolo
per aggrapparcisi forte, come radici
ai seni della madre terra. A cosa
sarebbe servito pregare per il
miracolo di trasformarti in un
albero, grande, robusto, con una
massiccia corteccia che ti
proteggesse, se questo non era
ancora avvenuto? Io non avrei
pregato mai.
VI
Avevano la febbre. Accusavano le
tue labbra calde e chi, a loro
insaputa, gli aveva negato per
sempre la “purezza”. Ma non
sapevano di chi si trattasse. Perciò
ammonivano tutti e tutte noi, e a te
non so cos'altro facevano: ma il
fatto che ancora potevo
chiedermelo, significava che stavi
mantenendo il silenzio. Certo, ormai
non parlavi più.
La notte non riuscivano più ad
avere sogni tranquilli. Io sognavo
che condannavano me scoprendo
che ero l'unico a non aver preso la
febbre. Per provvidenziale ironia,
questa mia irrequietezza li induceva
a credere che stessi male come
loro.
Solo le persone sane andavano
all'orto, a cogliere i frutti anche per
quelle malate, ed io, che recitavo
un'impertinente buona volontà. Ogni
qualvolta incontravo una ragazza o
un ragazzo gli suggerivo l'immagine
di un mondo senza malanni, che
forse era proprio al di là delle fratte
che limitavano il campo. Ogni volta
la risposta era che forse l'indomani
quel posto sarebbe venuto qui, e
che se ce ne fossimo andati i malati
non avrebbero più avuto chi gli
portava il cibo. Quella non era
sfortuna, era una pandemia: ci
saremmo ammalati anche noi
restando lì. E poi le case erano così
vicine agli orti. Poiché sentivo che
non conveniva dirgli tutta la verità,
gli dicevo che anche io ero malato,
perché fosse evidente che anche i
malati potevano tornare a cogliere i
frutti da soli. Non piangevano per
me. Non si fermavano a temere per
se stessi. Soltanto mi rispondevano
che saremo stati meglio perché
eravamo ancora giovani.
Una notte aspettavo con ansia che i
buoni sogni facessero loro visita,
anche solo per pochi minuti. Erano
già venuti e andati un paio di volte:
non mi ero sentito avere fede. Poi,
una terza volta, un velo di sogni
impermeabili discendeva a placare
gli spasmi del loro mare in
tempesta: nella notte mi tuffavo.
Avevo fede nella notte, non sapevo
se ne avessi in quella notte. Avevo
fede nei sogni, non sapevo se ne
avessi in quei sogni. Avevo fede
nelle mie gambe, avevo in loro fede
assoluta. Avevo fede nella completa
esistenza buia che mi circondava.
Correvo. Correvo forte che avrei
finalmente vinto ogni gara. La
solitudine me lo confermava. Ma
non avevo fede che sarei stato in
grado di correre più veloce di te: per
saperlo mi presentavo alla tua
finestra. Tu eri sveglia e vestita.
Sembrava che stessi aspettando
proprio me per correre via.
Semplicemente stavi aspettando
che i tuoi piedi feriti guarissero.
Ti offrivo il frutto della mia fede,
germogliato nell'oscurità. Tu lo
coglievi con entrambe le braccia.
Trattenevi una coperta che ci
facesse da mantello, scudo, casa.
Correvo forte, e sembrava che tu
respirassi per me: era la notte più
tiepida con cui la mia pelle fosse
entrata in contatto. Mi fermavo solo
davanti alla grande quercia viola e ti
concedevo per poco al terreno.
Prendevo la pietra più aguzza che
c'era, e dilaniavo la corteccia del
bell'albero con tutta la violenza che
la natura mi aveva infuso. Da un
momento all'altro ci avrebbe dato il
suo succo: ce ne serviva il più
possibile. Così ti facevo risalire sulla
mia schiena, e procedevamo sotto il
colle per trovare un contenitore nel
cimitero.
C'era un forestiero, seduto su un
sepolcro. Aperto. Abitava una veste
di tenebra, che veniva ricamata
costantemente da uno stormo di
lucciole. E altrettante falene vi
danzavano assieme inseguendo la
loro luce. Che strano
comportamento, pensavo in un
primo momento. D'altra parte non
ero mai stato al cimitero all'ora
delle falene: poteva essere del tutto
naturale. A tale visione il tuo unico
verbo riceveva un'ultima levigatura,
conferitagli dalle tue pause, che
sembravano intendere
frammentarlo in versi:
“La trama d'amore
ricama con fibra
brandelli di tenebra”
A sì tremanti e soavi sospiri, il
forestiero delle lucciole suggeriva di
scambiare la tenebra con l'amore.
Tu ripetevi, con un furore profondo
in cui avevamo quasi smesso di
credere, i tuoi sospiri tremanti e
soavi. Stendendo un papiro allora vi
collineava i propri.
“Erano gli angelli
erano gli agnelli
ove era una pecora
la quale pecca ora
or che un serpente
scombina il presente”
Le torce già stavano corrodendo la
notte al di sopra del colle. Non
potevamo tornare all'albero.
Intendeva lasciare i suoi versi tra le
falangi dello scheletro rinvenuto e
poi dileguasi nell'oscurità,
acciocché ci credessero
responsabili di tale sacrilegio. Così
le languide tenebre li avrebbero
costretti ad abbandonare la loro
smaniosa ricerca di “santità” in noi,
che saremmo divenuti finalmente
irrecuperabili. Sopraggiungeva la
mia disperazione per non poter
tornare a raccogliere il succo
dell'albero, il tuo nettare. Per loro
sarebbe stato viziosamente
deturpato. Il mio sentimento di
impotenza s'intrugliava con un
rancido senso di colpa in una
fanghiglia spietata. Il forestiero
delle lucciole ci tendeva allora un
piccolo palloncino di vetro, simile
alle nostre pipette sparabolle,
illuminandoci sul fatto che avremmo
potuto utilizzarlo per distillare il
nutrimento da certe piante. L'erba
del cimitero era verde e fresca e tu
potevi proiettarti a prendere il
palloncino.
Subito ci spingevamo nel bosco
dicendo addio per sempre al nostro
posto.
7
Finito di raccontarle la nostra storia,
il suo musetto si è alzato
lievemente, il suo collo ha vibrato
un morbido mugugno di una sola
“m”: ha annuito. Lei sta sempre
dimenticando. Sarà per la mancanza
di energie, sarà per il disagio. Quel
ragazzo invece forse la ricorderà. Si
è fermato proprio perché ha sentito
nelle mie parole il plasma di un
racconto. Quando poi lo stomaco di
Yai ha emesso qualche tenero
quanto tremendo gemito, si è
prodigato ad illustrarci come trovare
del cibo in quel luogo. Nonostante
anche lui ne sapesse poco, questo
lo sapeva. Sul nostro cammino
c'erano pochi alberi, e nessuno con
dei frutti. Nel posto in cui ci ha
portato c'erano tanti frutti e nessun
albero. Da nessuna parte abbiamo
trovato dei fiori. Io ho preso un
frutto per ogni specie che non avevo
mai visto. Era uno spazio di scatole
e barattoli, sistemati con ordine
minuzioso. Era uno spazio di
bottiglie colorate, di vetro e di... un
vetro morbido. Era uno spazio di
rosso e di freddo. Lei ha preso una
bottiglia morbida trasparente con
tante bollicine. Lui un pezzo di pizza
fredda. Yai si domandava se al di là
delle pareti di quella grande scatola
vi fossero campi di orti e panettieri.
Lui ha detto che probabilmente non
era così. In questo posto, ha detto, i
frutti crescerebbero naturalmente
avvelenati. Non sapeva però da
dove provenissero.
Abbiamo scoperto tutto quel posto
dai molteplici pallidi colori. Yai ha
toccato quasi ogni cosa. Erano belli
particolarmente i disegni sugli abiti
di una carta molto liscia di alcune
scatole. Raffiguravano degli animali
in uno stile che non avevamo mai
visto. Non somigliavano affatto al
modello, eppure questo traspariva
immediatamente: un topo, un
coniglio, un gallo, una mucca, un
orsetto. A lei è piaciuto molto il
coniglio, per i suoi denti forti e le
orecchie lunghe lunghe. A me il
topo, perché era simile al coniglio
ma aveva una simpatica coda
sinuosa con cui giocare. Alcune
delle altre rappresentazioni erano
terrificanti. La mucca aveva un
bavaglino e impugnava delle posate
e nella scatola che rivestiva non
c'era erba di campo. La carta
trasparente su cui era disegnato il
gallo avvolgeva il corpo spennato e
decapitato di un altro gallo: il gallo
disegnato ci strizzava l'occhio e con
il suo becco molle e pieno di denti
sorrideva. L'orsetto mangiava altri
orsetti più piccoli. Il ragazzo ci ha
osservati in silenzio per tutto il
tempo in cui siamo stati lì.
Prima di poter uscire da quella
grande scatola, siamo passati per
uno sbocco stretto ed abbiamo
dovuto cedere per poco ad una
signora tutto quello che avevamo
preso con noi, cosicché potesse
tastarlo ed osservarlo. Non ha fatto
commenti di alcun tipo. Ha poi detto
un numero che non ricordo e il
ragazzo che era con noi le ha
passato un pezzo di carta colorata.
Lei lo ha preso ed in cambio gli ha
dato un pezzo di carta di un altro
colore ed una specie di oro sporco
stampato circolarmente come il
quadrante di un orologio. Un posto
in cui puoi scambiare della carta per
del cibo, ho pensato, è davvero
straordinario. Yai ha notato
immediatamente che quello
scambio di carte era superfluo. Una
volta usciti ha domandato al
ragazzo se il motivo per cui gli alberi
erano pochi e diffidenti a fruttare
fosse che li tagliavano per farne
quei pezzi di carta. Lui ha annuito.
Ci siamo seduti su una panca e
abbiamo mangiato. Quei frutti che
non conoscevo erano davvero dolci.
Yai non riusciva ad aprire la
bottiglia, così l'ho aperta io per lei:
ha come starnutito. Poi Yai ha
annusato il liquido al suo interno e
vi ha bevuto: ha iniziato a starnutire
anche lei. Vendono il raffreddore da
queste parti, mi sono chiesto. La
nostra guida ha riso. Yai è delicata
anche nello starnutire. Per curiosità
ho bevuto anch'io. Quell'acqua
bollicina era più dolce dei frutti che
avevo preso io: sembrava uno di
quei rimedi che si preparano a chi
ha un capogiro. Lei però non riesce
a smaltire neanche i liquidi troppo
concentrati ed ha vomitato quel
breve sorsetto. Il ragazzo mi ha
chiesto se stesse male. Cosa potevo
rispondere? Sarebbe stata male se
non fosse riuscita a tenere giù
niente. Ho fatto la cosa più difficile
che abbia fatto fino ad ora:
masticare un frutto evitando di
ingoiarne il succo. Poi abbiamo
congiunto le nostre labbra ed ho
distillato con la massima cautela
quelle gocce di nettare nella sua
boccuccia. Lei ha riso. Quel gioco le
è piaciuto tanto e lo abbiamo
ripetuto tante volte. Spesso
capitava che il dolce nettare
sgorgasse fuori da un sorriso, e
questo ci faceva ridere ancora di
più. Alla fine del pasto le nostre
risate avevano colmato lo spazio
lasciato dal cibo che avevamo
condiviso. Lui era molto scettico nel
crederci davvero appagati, ma in
poco tempo lo ha accettato.
Abbiamo ricominciato a camminare.
C'era una folla di ragazzi che
fumano e avevano delle borse in
spalla. Un'escursione, ho pensato.
Poi lui ha detto qualcosa sulle
galline, qualcosa tipo che le
tengono chiuse in gabbie minuscole
o capannoni finché possono ancora
fare uova. Io non ho mai visto una
gallina in gabbia, non avrebbe alcun
senso di produttività. Ma poi ho
pensato a come mi sentivo prima di
fuggire, e in un attimo sono
sprofondato nell'immaginazione di
come poteva essersi sentita Yai.
Saremmo stati proprio come galline
in minuscole gabbie. Lui lo ha
chiamato “sfruttamento”. Mi è
parso di pensare che lo
sfruttamento in questo ambito non
possa esistere, perché se un albero
frutta eccessivamente, si evince
semplicemente che non è un albero:
nessun essere può produrre più del
necessario, se lo fa, il problema è
soprattutto che non è più se stesso.
Deprivati del nostro contesto
naturale, noi saremmo stati come
galline trasmutate in non-galline, e
di non-galline sarebbero state le
nostre uova: questo non è uno
scambio equivalente. Perché in
fondo cosa sarebbe un lago se il
cielo non vi si specchiasse? Che
cosa sarebbe l'aria se non la
sentissi penetrarti i polmoni? Che
cosa sarebbe lo sguardo di lei, se
non l'avessi aiutata a fuggire con
me?
Mentre pensavo questo, ho
realizzato che la nostra fuga per la
nostra redenzione evidentemente
non era stato uno scambio
equivalente, perché ho avuto sete,
perché non riuscivo a sentire l'aria...
non riuscivo a sentire l'aria... perché
desideravo una sorgente ed un cielo
limpidi, perché forse lei non mi
avrebbe più guardato, perché forse
non sarebbe stata più in grado di
vedermi, perché lei sta sempre
dimenticando.
E dell'acqua sul viso mi ha
risvegliato, e all'aria che non sentivo
non ho più pensato. Ero sdraiato su
quella strada di pietra nera, con la
testa nella culla delle sue pallide
cosce.
La sera è calata silenziosa, mentre
un indefinibile quantità di rumori
sopprimeva i suoi consueti suoni.
Tronchi metallici senza fronde e
grigie campanule dagli steli
orizzontali e sconfinati le
iniettavano l'arancio languido del
sole che si scioglie nel mare al
tramonto.
La nostra guida aveva compreso la
nostra inadeguatezza a quel tipo di
giornata: ha studiato una mappa
appiccicata ad un muro, ed ha
chiesto indicazioni ad una ragazza.
Lei era diretta proprio verso quella
meta e ci ha edotto lì.
In quel posto la luce era più
notturna. Era una specie di
scantinato impolverato e fragile, ed
era la cassa armonica di una
ritmatissima tempesta di tuoni che
battevano il tempo ai lampi
abbaglianti. Ci accarezzavano
furtivamente quelle svolazzanti
faville colorate: neppure Yai riusciva
a trattenerle. C'era una folla di
ragazzi simile a quella che stava
facendo un'escursione... o che
aveva suscitato quel pensiero sulle
galline... quella folla di ragazzi che
faceva un'escursione in un pollaio:
ma ora parlavano di rado, però
s'impegnavano la gola contraendovi
il fumo, la birra o l'acqua contenuta
in bottiglie di vetro morbido.
Ballavano come la fiammella d'una
candela: le braccia squagliate lungo
i fianchi, l'assenza di cenere, il
sordo bruciare. Lei ha mosso un
passo in avanti ed ha teneramente
ceduto alla consapevolezza di non
avere forze. Io, che ne avevo
qualcuna, ho impedito che la gravità
peccasse di prepotenza verso di lei.
Abbiamo seguito la nostra guida,
che seguiva la sua. Siamo entrati in
una stanzetta illuminata con le
mattonelle bianche. La tempesta
ora sembrava provenire da fuori. La
guida ha estratto un palloncino di
vetro nero dal suo marsupio. Forse
aveva gli stessi problemi di Yai.
Sono rimasto a guardare
attentamente. Poi una bustina con
una polvere simile alla farina di riso,
ma più bianca. Ha inserito la
polvere nel palloncino ed ha posto
sotto di esso la fiammella d'una
strana candela. Del fumo ha
riempito il palloncino, e lei lo ha
risucchiato. Allora Yai ha porto il
nostro palloncino. La nostra guida
ha dato alla sua dei pezzi di carta e
lei ce lo ha riempito di “neve”. Poi
l'ha fatta evaporare e Yai ne ha
fatto un gran respiro. Il palloncino è
divenuto nero. Subito dopo io ho
fatto lo stesso. Giusto il tempo di
qualche colpo di tosse e le
pulsazioni del temporale collidevano
con le mura di quella stanzetta,
penetrando levigate, e mi
permeavano il cervello come un
massaggio cerebrale. Quando poi lei
ha smesso di tossire ha iniziato a
sorridere, di nuovo, finalmente. I
suoi denti erano bianche piastrelle e
davanti a me c'era un muro, un
muro con i suoi occhi. E poi a
destra, a sinistra e perfino sotto i
nostri piedi, denti ovunque, serrati
ed inamovibili. Tutti eravamo in
quella situazione e, in quella bocca,
nessuno avrebbe fatto del male a
nessun altro. In quell'intimità, il
calore della sua febbre poteva
raggiungermi e farmi sciogliere
come il tempo quando degli occhi
verdi riflettono un panorama
maestoso. Quella camera respirava,
si gonfiava e si sgonfiava, aveva un
cuore e vibrava ad ogni sua
contrazione. Yai è corsa via. La
nostra guida ed io l'abbiamo
seguita. L'abbiamo ritrovata che
ballava tra le sagome saltando;
tenendo il suo candido vestito con
le braccia rigide, sembrava proprio
una candelina. Ora che stavamo
bene, potevo chiudere gli occhi e
lasciarmi immaginare la
paradossale situazione che stavamo
vivendo. Avevamo chiuso fuori una
notte dal cielo sereno, per trovare
riparo in uno scantinato in cui
imperversavano tuoni e fulmini. Il
vetro era morbido, il tempo lo era.
Mi sentivo in una di quelle
tradizionali sfere con l'acqua: una
rapida scossa all'inizio e poi la neve
che fluttuava lieve. E schiudendo gli
occhi per lo spazio di una linea di
matita, potevo lasciare quei lampi
entrare a ridisegnare la mia
immaginazione.
Poi una voce ha fatto irruzione
annunciando la pioggia. Era ora, ho
pensato. Ma per tutti gli altri è stato
motivo di gran confusione. Io e Yai
ci siamo avvicinati e ci siamo stretti
forte. Ragazzi e ragazze che
correvano di qua e di là, senza
sapere quale strada prendere ma
evitando rigorosamente quella da
cui eravamo entrati. Perfino la
nostra guida all'inizio ha titubato.
Ma poi ci ha edotto nella stanzetta
dalle piastrelle bianche. Qui stava
ancora la sua guida, la quale
dormiva profondamente. Ha provato
a svegliarla, con la voce e con gli
schiaffi, ma non reagiva. Allora è
uscito, ha chiuso la porta ed ha
cominciato a chiamarla con un
nome simile ad “azalea”
ordinandole di venir fuori. Ma
niente. In fine si è arrampicato
verso una finestrella arrugginita
cercando il modo per aprirla. Poi ci
ha guardato e ci ha suggerito di
prendere il marsupio
dell'addormentata. Era pieno di
quella neve: Yai ed io eravamo così
contenti. Ma subito dopo lei ha
spostato lo sguardo dal marsupio a
quella che dormiva. Ho avuto un
momento di sconforto. Ma poi ho
ricordato quella notte, in cui
dilaniare la quercia viola non era
servito a procuraci il nutrimento per
lei. Questo, chiunque ci stesse
inseguendo, stavolta non ce lo
avrebbe negato. La nostra guida ha
spaccato il vetro: non era morbido.
Siamo sgattaiolati via.
Abbiamo trovato ristoro in una
locanda dando al proprietario tutti i
fogli che avevamo trovato nel
marsupio. La nostra guida ci ha
spiegato che se loro avessero
trovato quell'addormentata con
quella neve l'avrebbero
intrappolata. Ed io che pensavo di
aver scelto! Era semplicemente la
cosa giusta da fare. Eppure sui suoi
occhi persisteva un velo di
malinconia.
Era una notte fredda: ci siamo
stretti a Yai. Era più calda del solito
ma nemmeno in due riuscivamo a
farle sentire calore. Ha detto di
sentire la pioggia, ha detto che era
fresca, sulla sua testa, sulla sua
schiena, e ci ha pregato di non
scappare. La nostra guida è andata
nella stanza da bagno ed è tornata
con un oggetto dalla facile
impugnabilità, che aveva un lungo
filo. Ha infilato l'estremità di questo
in un buco della parete e subito ne
è fuoriuscito un vento caldo
incanalato precisamente verso di
noi. E mentre queste folate
meccaniche rinvenivano dalla mia
memoria i suoni di quella ritmata
tempesta, asciugava, con questo
magico strumento, quella pioggia
immaginaria.
8
Non ricordavo bene la storia del
nostro posto, che lei mi ha chiesto
di raccontarle, di nuovo. Allora ho
cercato l'ispirazione nel nostro
palloncino, nella speranza che
potesse elevarmi attraverso il
grigiore di quel cielo. Lei ha fatto lo
stesso, da spettatrice.
Le ho raccontato la storia dei ragni
nel cielo. Ci sono dei ragni nel cielo,
le ho detto, e tessono nuvole di
ragnatele, appese al soffitto del
mondo. Mi ha domandato allora,
curiosa, perché questi ragni non si
vedessero. Bisogna considerare, le
ho detto, che i ragni sono in grado
costruire opere molto più grandi di
loro. Queste ragnatele, le ho
spiegato, servono a catturare la
nostra attenzione ignara quando
guardiamo uno spazio azzurro senza
limiti o punti di riferimento. Il cielo,
in fondo, è un oceano tanto grande
e tanto intangibile, è l'abisso
concreto dell'astrazione, una
fantasia esterna alla nostra mente e
per questo così familiare per lei. È
un abisso sublime che potrebbe
mescolare il tuo spirito con le sue
onde, e nemmeno l'acqua avresti a
cui aggrapparti. Per questo ci sono i
ragni del cielo. Lei ha sospettato
che se il sole non potesse essere un
punto di riferimento, perché
inosservabile, allora magari era un
limite. Il sole non è un punto di
riferimento, e tanto meno un limite:
è il motivo per cui la fantasia del
cielo si realizza d'azzurro, e la sua
assenza è il motivo per cui
un'infinità di altri soli giganteschi e
lontani, risorgono a farci da piccoli
punti di riferimento. Lei mi ha
chiesto allora cosa bisogna fare
quando le ragnatele catturano le
stelle. Quando le ragnatele
catturano le stelle, le ho detto,
quella fantasia diventa così densa
che alcuni filamenti colano giù, a
legare al cielo il nostro palloncino.
Lei ha sorriso, ed ha poggiato la sua
calda tempia al mio petto. Le ho
chiesto se avesse fame. Lei ha
felicemente risposto di no.
Abbiamo ripreso a vagare:
i locomotori ristagnavano nella
strada, invischiati nella mancanza di
spazio, e producevano un gorgoglio
come di rospi meccanici. Una
bambina è scesa nel viale allarmata,
per gioco. Mary è morta, ha detto,
ha giocato a fare la morta ed ora
Mary è morta. Dicendo questo,
mostrava a quella persona che
chiamava “Mamma”, la sua
bambola di pezza, immobile.
Yai ha detto che le piacerebbe
avere l'aspetto che ha ora quando
morirà. Non significa che vuole
morire giovane, semplicemente
pensa che le piacerebbe avere
quest'aspetto almeno per quel
giorno. Le piacerebbe, ha detto, che
il suo viso facesse venire ancora, ai
partecipanti al funerale, la voglia di
baciarla. Ed al crepuscolo, quando
quelle ragnatele si sono incendiate,
trasmettendosi il bagliore di morte
come spighe di un campo di grano,
quella voglia è sovvenuta a me,
quando ci siamo imbozzolati nella
sua coperta. L'ho baciata forte sotto
quel velame rovente. L'ho baciata
forte sotto quel manto di velluto che
attutiva il rombo della passione.
L'ho baciata forte mentre quelle
ragnatele infuocate andavano
spegnendosi, per lasciare soltanto
le nuvole cineree della sera.
La storia dei ragni si è evoluta, le ho
detto. Ci sono dei ragni nel cielo e le
nuvole sono intessute di ragnatele.
Quando sembrano catturare tutte le
stelle, in realtà le stanno solo
avvolgendo in un'umile coperta,
servendogli l'occasione per giocare
ad amarsi. Il cielo in fondo non
esiste: il cielo è uno stato d'animo.
Ma questo io l'ho capito solo alla
fine. L'ho baciata troppo forte,
anche se lei non ha detto niente –
proprio perché lei non ha detto
niente. Sentivo i suoi piedi tirare la
coperta - forse per il piacere – e
quando mi sono svuotato, sono
stato immediatamente ricolmato
dall'immagine di lei che si procurava
le sue ferite. Tutta la storia del
nostro posto è schizzata dalla mia
mente penetrandomi gli occhi in un
istante: è stato come spingersi una
pagnotta intera in gola usando il
pugno come stantuffo, e, per quanto
fossi affamato, mi ha riempito solo
di senso di colpa e malinconia.
9
Pioggia acida. In questo posto i
tuoni ci sono anche all'aperto. In
questo posto non ci sono ripari. Ci
siamo seduti ai margini della strada,
l'un l'altra di fronte, per non sfidare i
fulmini. Tanto vicini, tanto
impossibilitati a raggiungerci. Io
tenevo la polvere, lei, ovviamente, il
palloncino. Scrosciavano le gocce
d'acqua sul suo viso, scrosciavano
sotto i suoi piedi. Yai era uno
specchio per me, ed in quel
silenzioso riflesso ho sentito il
suono dei miei denti che
scrosciavano. I ragni del cielo
devono essere minuscoli: sono
precipitati su di me in ogni lacrima
del cielo. Li ho sentiti muoversi
sulla mia pelle: otto zampette
ognuno, pelose ma pungenti. Ho
tentato di strofinarmeli via, mentre
altri continuavano a piovermi
addosso perpetuamente. Non ho
mai avuto la certezza di essere
riuscito a togliermene almeno
un'ondata, almeno uno. Non ci sono
ragnetti del genere nel nostro posto,
ho pensato, domandandomi se uno
specchio riflette anche i pensieri.
C'è di peggio laggiù, ho riflettuto
istantaneamente, pensando allora
che forse ero io lo specchio di lei.
Forse eravamo due specchi, posti
l'uno di fronte all'altro, condannati a
riflettere all'infinito vuoti spazi di
sofferente melanconia: lande
inaridite, dove piogge acide
uccidono la morte, ed è fertile il
terreno per fiori fantasma. Allora
c'era stata vita attraverso lo
specchio, fin quando questo era
stato integro per poterla riflettere.
Ed allora sentivo che quei pensieri e
quelle immagini non erano riflessi in
due specchi integri, e neanche in
due pezzi dello stesso specchio:
quei pensieri e quelle immagini
erano i frammenti di quell'originario
riflesso di vita.
Quella pioggia ha lavato via la
nostra polvere magica, ed il verde
estetizzato dei capelli di Yai.
10
Avevamo fame.
Abbiamo provato a prendere la
frutta che trovavamo. Ogni volta
loro ci hanno detto che avremmo
dovuto pagargliela. Abbiamo
provato a ragionare su quale fosse
l'ingiustizia che avevano subito da
parte nostra, per cui ora avremmo
dovuto pagargliela. Forse era che
noi eravamo venuti in quel posto,
mentre loro non erano ancora mai
venuti nel nostro posto: ma non era
un bel posto, altrimenti non ne
saremmo scappati per rifugiarci in
un posto in cui per mangiare
bisogna trovare un “lavoro”. Gli
abbiamo domandato che cosa fosse
questo “lavoro”. Nessuno riusciva a
fornircene una definizione precisa.
Ad ognuno scattava un'espressione
appesantita, alleggerita talvolta solo
da una vena di disperato sarcasmo.
Allora ho pensato che potesse
essere proprio la loro frustrazione
nel non riuscire a saperlo il motivo
del loro cinismo. Questo lavoro
dev'essere un animale della notte,
ho immaginato, una specie di faina,
capace di intrufolarsi in ogni pollaio,
fare stragi per la sua natura di
predatore, e dileguarsi poi senza
lasciare tracce personali, solo
spazio a supposizioni istantanee e
ad un malcontento rassegnato.
Avrei ucciso una faina pur di
mangiare qualcosa. Siamo rimasti a
fare la guardia a quel posto fin
quando le luci si sono spente. Solo
allora il corpicino di Yai ha iniziato a
brontolare. Miagolando si è
acchiocciolata come un riccio. Poi
come un serpente che tenta di
riempirsi lo stomaco con la propria
coda. Senza mangiare si ragiona
male. I suoi capelli erano appassiti,
come stavano appassendo i fiori
della nostra speranza. I suoi occhi
erano mesmeraldi sul fondo d'un
lago di ghiaccio.
Lei ha detto che c'era ancora
speranza fintanto che i miei capelli
non avevano perso la loro estetica
naturale... la loro naturale estetica a
rovi di mora. Allora l'ho presa in
braccio, costringendo il suo
stomaco alle mie costole. Abbiamo
errato incessantemente alla ricerca
di cibo finché non mi hanno
abbandonato anche le forze per
stringerla. Peggio dell'essere
obbligati a rubare c'è solo il non
poterlo fare.
Non so per quale motivo quella
debolezza crescente ed il
conseguente senso d'angoscia
hanno illuminato le mappe
appiccicate ai muri tutt'intorno
come un sentiero d'ultima speranza.
Abbiamo chiesto indicazioni:
sembra sia l'unico bisogno a cui
quasi tutti rispondono, almeno in
parte.
Era un posto di gente e confusione.
Non riuscivo a sentire la folla
passandovi attraverso. Scansavo le
persone come fossero state tende
ed io un vento: l'inarrestabile vento
della fame. Quelle persone non
erano altro che accumuli d'aria
vestiti.
E poi una pentola, con della pasta.
Fredda.
Dal fondo della pentola si è
innalzata una musica dirompente
che in una manciata di secondi ha
pervaso il circostante, come se io
l'avessi liberata; si è mescolata a
sprazzi di discorsi, e l'atmosfera si è
tinta di sguardi e di personalità. E
fra tutti quello di Yai,
d'imperturbabile rassegnazione, nel
dirmi che avevo trovato un lavoro
almeno per me. Non mi sono sentito
altro che un accumulo d'aria vestito.
Poi quell'aria s'è impregnata d'un
aroma speziato simile all'incenso.
Una ragazza, apparsa al mio fianco,
stava fumando. Immediatamente le
ho chiesto di lasciar fumare anche
noi. Lei ha gentilmente acconsentito
e dopo non ha neanche voluto
indietro il suo cartoccio. Quel fumo
aveva un buon sapore.
Ci ha domandato cosa facessimo
nella nostra vita: una domanda su
un territorio così ampio che ogni
risposta mi sembrava riduttiva.
Sono rimasto in un silenzio
agorafobico immaginando i verdi
prati che s'incurvano verso il cielo, e
le stelle e le loro scie, e l'arte delle
rondini vivaci, ed i nidi e gli alberi, e
lo scoppiettar del fuoco,
condizionato solo dagli spiragli di
vento, che mi spargono negli occhi il
fumo che mi fa lagrimar.
Allora ha pensato di restringere il
campo per aiutarci, domandandoci
se studiassimo o se avessimo un
lavoro. Proprio in quel momento io
stavo effettivamente studiando
l'intermittente massaggio che
stavano subendo le mie pupille,
contraendosi ad ogni battito di
palpebre per una forte luce puntata
su di me. Ma non ho la certezza di
averglielo detto. Yai ha risposto che
stava cercando lavoro. La nostra
compagna ci ha lasciato per andare
a ballare, dicendo a Yai che in quel
posto l'unico lavoro per le ragazze
come loro, in un modo o nell'altro, è
il più vecchio del mondo.
Il mio corpo ha iniziato una ricerca
frenetica nell'orizzonte di quel
tavolo. Ho capito cosa stesse
cercando solo quando, in assenza di
altro cibo, ha iniziato a succhiare i
rimasugli di bevande da ogni
bicchiere che ancora ne conteneva.
Yai ha detto che alcuni mi hanno
fatto strizzare gli occhi tanto a
fondo che sembrava non avessi le
palpebre, come se avessi voluto
estetizzare un gatto che sogna di
fronteggiare un serpente.
Significava che lei non avrebbe
potuto berne. Potevano invece bere
dalla sua pelle sottile le zanzare che
io tentavo di allontanare da me. Di
qualcosa dovranno campare, ha
detto, si tratta solo di un po' di
prurito per tanti piccoli stomaci
pieni. Il suo caldo corpicino era per
loro tutta una stagione estiva.
Yai non ha mai avuto un corpo
senza febbre, i suoi capelli hanno
perso l'illusione di quel colore: tutto
ciò che le è rimasto da dare è
soltanto sangue per le zanzare.
11
Era un prato verde. Rigogliosi
germogliavano i grovigli d'amore.
Distesa perpetua: i suoi confini al
guardo vicini potevano forse pararsi,
ma l'immaginazione non vi si
proiettava mai oltre a ricercare
bellezza diversa. E di bellezza
sentire le piante ragionar, ed i
ragazzi e le ragazze con loro,
sognando il fuoco delle stelle, come
il loro amore, stabile ed
inestinguibile, e mai aspirare a
meno. Le loro stelle non avevano
nomi e loro sapevano scoprirglieli
col dito indice. Disegnando sulle
nuvole i lineamenti del volto del
cielo e le sue fantasie. E quando
neanche quest'amorosa fragranza
poteva più saziare appieno
l'appetito di vita, solo allora v'era
senso di cogliere di un albero
adolescente il frutto ed accogliere
di un'albescente adolescenza la
realtà... la realtà... la realtà.
Lei non aveva più nemmeno la sua
candida veste, ma degli abiti tetri e
bizzarri. Certamente non ho
dubitato che lei fosse una fata: ho
pensato che probabilmente era così
che le fate vestivano in quel posto.
24
Era una scia di fiaccole, come era
usanza alla festa del nostro posto;
perciò abbiamo creduto che
seguendola avremmo potuto
ritrovarlo. Ed in breve ci siamo
ritrovati tutt'intorno una moltitudine
di ragazzi e ragazze: suddivisa in
gruppetti più numerosi e vivaci del
nostro. Alcuni ci hanno offerto la
loro pipa, altri la loro ambra liquida.
O forse gliele abbiamo chieste. Non
ricordo: io sto sempre
dimenticando. D'altronde certe
persone sono così generose.
Credevamo che saremmo dovuti
giungere alla fine, ma nel percorso
ciò che stavamo cercando ha
trovato noi. E siamo giunti alla fine,
sorreggendoci l'un l'altra.
Era un campo di musica, di verde
erbetta ostinata, in mezzo a sprazzi
di neve, di grigiore macchiata. Ed
una compagnia picciola di rondini,
sperdute al deliquio della primavera,
ne mangiava i fiocchetti ghiacciati.
Quella più vicina era Yai, che si era
rintanata in me come in un nido,
con quegli stivali a penzoloni che
proteggevano le sue esili zampette.
Soffriva la vertigine, ed un baratro
immenso si accostava al nostro
posto; più profondo della nostra
fantasia, la divorava, e null'altro
potevamo guardare, ma da lontano.
Foschia limpida, il sole del ricordo.
Sulla linea di confine, c'era una
sagoma in controluce con in mano
un palloncino volante; ma per poco,
il tempo di guardarlo, rendendo la
nostra fantasia più profonda del
baratro, poi gli sfuggì.
Era lei; i suoi giravigli, alla caviglia
ed al pallido polso, stavano
evanescendo il loro ultimo colore.
Ed al “via” l'hanno sospinta impulsi
felini e rapaci, eleganti come il
respiro.
Durante questo rapido gioco,
nessuno ha avuto il tempo
d'immaginare un esito nel buio di un
battito di ciglia: è stata una scena,
di un palloncino che ascendeva, di
lei che è balzata fuori dal suo nido.
Mai avevo visto qualcuno prendere
tutti i palloncini, eccetto lei; lei ha
preso perfino quello. Ed io, verso
l'altra parte della terra, ho visto Yai
volare.
L'ERRANTE
25
Inizio
Noia. Come descriverla? Non hai
nemmeno voglia di descriverla. Avrei
provato di tutto per uscirne, ed avevo
già provato un po' di cose...
discutibili... strane... ma ogni volta non
bastava mai. Non pensare che fosse
superficialità, forse dovuta ad uno
spirito adolescenziale, perché sarebbe
una superficialità la tua, forse dovuta
ad uno “spirito” senile. Avrei provato
di tutto, ma ero così annoiato...
invalidato.
Certe persone non sopportano la noia.
Quando pensai questo, per un tempo
che prima sarebbe stato solo un
attimo fugace, fui... sorpreso! Quel
pensiero forgiò l'azione di afferrare la
chiave della mia stanza e girarla.
La chiusi.
Involontariamente.
Forse.
Feci un folle sospiro (perché si fa
sempre un folle sospiro prima di fare
qualcosa di folle, ed è folle questo
sospiro perché senza di esso non si
farebbe nulla), girai la chiave nell'altro
verso ed uscii. Ero andato a cercare
quelle persone.
Mi venne in mente che tutti moriremo,
ci beiamo soltanto di poter usare il
futuro. Proprio come tu, ora, leggendo,
ti stai beando del fatto che dovrei
essere sopravvissuto almeno a questa
storia perché è scritta al passato.
26
Errare diabolicum est
Spesso capita che il treno che ti serve
tardi ad arrivare, e, nell'attesa, il
movimento di cui necessiti non può
che spingersi all'indietro. I tuoi
pensieri sono già magicamente
passeggeri di quel treno, e ti portano
alle fermate precedenti al percorso
che volevi intraprendere. Così,
nonostante i migliori propositi, non
potei evitare di riflettere come uno
specchio su tutto il percorso che mi
aveva portato lì, ad attendere. Perché
non si è mai pronti per l'attesa.
Quantomeno la riflessione fu più
lucida, magari perché lo specchio lo
avevo smacchiato un poco, a forza di
cercarvi freneticamente un appiglio
per non cadere.
La storia inizia da una storia infranta
da un addio a stento pronunciato.
Avevo passato giorni e mesi a
guardarne i pezzi scintillanti cercando
di capire se non fossero stati
concepiti così, e se, una volta riuniti,
avrebbero formato qualcosa che
sommava la bellezza di ognuno.
L'addio ti rende monco, e per
ricostruire con precisione è dunque
necessario un tempo inaspettato. Poi,
quando il tuo modellino inizia
finalmente a prender forma, ti
concentri sui punti di frattura; tu,
mutilato, ci sprofondi con l'abissale
immaginazione che avrebbero potuto
non esistere. La colla che ci riversi
disabilmente sopra non fa altro che
rendere ogni pezzo più opaco e te più
invischiato. Quantomeno, alla fine,
quando, per scamparvi, avrai
smacchiato ogni pezzo, lo specchio
dei tuoi occhi potrà riportare il riflesso
d'un ambiguo scintillio.
Ero stato nel periodo in cui “il cibo è la
tua personale bambola vudù”: una
frase che avevo trovato in internet nel
video di una ragazza con disordini
alimentari. Non era per me che avevo
iniziato a cercare certe cose; lo facevo
da prima che avrei potuto avervi
qualcosa in comune, anche se
davvero per una minima sfumatura,
che non era nemmeno la mancanza di
appetito in sé. Lo facevo per lei, e per
riuscire io magari a comprenderla. E
ad un certo punto avevo proprio la
sensazione di essere sui suoi passi:
più volte capitò che le ragazze che
incontravo nei video mi portassero
qualcosa di cui lei mi aveva parlato
proprio in quel periodo, come una
particolare dieta, ma anche un
inusuale colore di capelli, una
singolare visione del mondo. Perché
non glielo dissi direttamente? Perché
non ebbi il tempo di pensare che non
sarebbe stato invadente farlo. Così
quando lei a stento pronunciò l'addio,
s'interruppe ogni comunicazione
diretta, e le teorie, i buoni propositi, e
l'empatia si compressero nell'universo
della virtualità. Un mondo in cui ogni
mia passione poteva ricercare un
ulteriore stimolo, ed ogni mia bizzarria
trovava risposta; una finestra sul
mondo di una sconosciuta da cui il
mio incerto sentire poteva scorgerne
la sgargiante drammaticità: un mondo
isolato che si stava rivelando
asfissiante e tedioso. A volte ero
sveglio quando la prima stella del
mattino introduceva il sole: allora
aprivo la finestra (quella reale) per
lasciarmi andare ad un un respiro di
luce fresca. Ma, puntuale come non
mai, passava quel tram dichiarando
insensibilmente il luogo del suo
capolinea: uno spiazzo col nome di lei.
Come accadde agli spettatori della
prima proiezione dell'arrivo di un
treno, quel tram trasportava le mie
esperienze contro di me ad una
velocità di 24 fps. Ogni volta che
pensavo di affacciarmi alla finestra mi
si presentavano due certezze: la
certezza che fuori avrei visto solo i
miei ricordi e la certezza che ciò non
sarebbe dipeso dalla mia volontà.
Tuttavia in seguito, avendo passato
un bel po' di tempo al buio, la mia
sensibilità era acuita, e mi permise di
intuire che il mio disagio non era
connesso al rimembrare le immagini,
bensì le parole. Queste, come un
conservante artificiale,
impossibilitavano la mia memoria ad
ammuffire e trasformarsi. Era perfetta
come quella del computer che ora
conserva queste parole, che tu invece,
leggendo, vedrai crescere con te, che
saranno il progetto perpetuo di
quell'emisfero sensibile e della
bellezza che lo ha già contaminato:
per me erano solo scarabocchi
ordinati, progetto di una realtà
orribilmente univoca che non potevo
smettere di ricontrollare.
Non vivo. Non morto. Esistevo. Ero
guasto, incapace di abbandonarmi alla
vita: ma esistevo, e per gli interessi di
qualcun altro avrei potuto essere
perfettamente funzionale.
Decisi di muovermi un'ultima volta
quando sulla tastiera mi apparve
l'iniziale del mio nome vicina a quella
del nome di lei, minacciandomi che
sarebbero state le due sole a
comporre la mia storia, che sarebbero
state seguite da un singolo, ultimo
punto.
La contattai e mi offrii di offrirle una
vacanza, perché pensavo che, fuori
dal contesto, avremmo ritrovato un
senso. Non ricordo cosa le dissi
precisamente, ma fui convincente. La
sua unica condizione fu che venisse
anche il suo fidanzato -ironica e
drastica come il modo in cui mi
appariva la vita.
Per tua e mia fortuna, il resto del
viaggio non mi concesse di indugiare
in ulteriori teorizzazioni: tutto divenne
pratica. Ma neppure l'ultima volta mi
concessi di evitarlo. Avvicinai
l'orecchio alla porta il più possibile,
poggiando la mano sulla maniglia per
tenermi in equilibrio.
A che scopo mi ero fermato lì?
Avrei potuto sentirli scopare, avrei
potuto sentirla ansimare e spezzare i
suoi sospiri dicendo il nome del suo
fidanzato. Proprio come faceva con
me. Ma avrei anche potuto sentirla
godere come mai l'avevo sentita,
immaginarla desensibilizza in
un'estasi unica, che avrei solo potuto
pensare perversa. Avrei potuto sentire
lui sopra di me ghermire e fottere con
consenso la mia anima femminile,
uscire dal mio corpo, sentirmene
godere, ansimare, dire il suo nome, e
non poterci fare nulla; perché questo
era lei: la mia anima femminile.
Ma da quella porta, per tutto il tempo
che pensai questo, non era provenuto
nemmeno un fiato. Poi, all'improvviso,
il silenzio s'infranse in un grezzo
russare. Quel suono penetrò nella mia
mente frenetica in cui aleggiava una
nuvola di angosce e paranoia, e
scaturì un impulso elettrico che mi
tirò il sorriso. Compresi che in fondo
non doveva esser molto che ero lì,
solo il tempo di un respiro, e che c'ero
per lasciare impresso su quella
maniglia e sul mio tatto, con una
magica alchimia, questo epitaffio:
A fare male
Non è l'amore
Ma la morale
3
Fuori dalla stazione, proprio sulla
scalinata, un ragazzo stava
raccontando una storia alla ragazza
che era con lui. Quando sei da solo c'è
un'elevata probabilità che qualcuno
venga a relazionarsi con te. Quella
storia, così intensamente nostalgica,
avvolgeva quei due ragazzi nel velo di
una tale solitudine che spingeva me a
relazionarmi con loro.
La ragazza aveva fame, e si chiamava
Yai. Li guidai al supermercato. Erano
stranamente affascinati da quel
posto. Alla fine presero talmente
poche cose che pagai io il tutto come
un'unica spesa. Io presi un trancio di
pizza marinara freddo. Yai bevve un
sorso dalla sua bibita, ma poco dopo il
suo corpo lo rifiutò: non avevo mai
visto qualcuno vomitare per così poco.
Allora lui estrasse il succo dai frutti
che aveva preso lo cedette con un
bacio a lei. Lo fece senza neanche
pensare a lavarli.
Passammo davanti ad una scuola.
Tutti gli studenti erano fuori, ed anche
fuori erano studenti. Quel ragazzo
procedeva a passi lenti e tardi e gonfi:
come il suo sentire s'involvesse nel
silenzio, cadde.
C'era ancora il sole quando riaprì gli
occhi, ma comprendevo il modo in cui
si sentiva fuori dal tempo, al di sopra
degli eventi: è un limbo tiepido il
sogno necessario, come le cosce di
Yai e le sue limpide carezze, che
disegnavano sul suo viso bagnato
un'espressione di malinconica
serenità. C'era ancora una luce fioca,
quando riaprì gli occhi, e sul suo viso
un'espressione di rugiada.
Quando la notte calò, andammo ad un
evento hardcore.
Fu una ragazza a guidarci lì, una
ragazza che aveva i capelli fulgidi
come il bagliore della fantasia, lo
sguardo disinibito di chi non crede più
alle fiabe, e della polvere magica. Yai
aveva una pipetta immacolata. Io
guardai loro fumare.
Poco dopo ci ritrovammo tutti e tre in
pista, ed ammiravo quei movimenti
estaticamente connessi, avversi agli
affanni, della droga che ti traina dal
baricentro.
E venne uno gridando che era arrivata
la polizia. Solo una volta che vidi tutti
correre di qua e di là pensai a
scappare. Mi diressi verso i bagni, loro
mi seguirono. Ed ecco la ragazza con i
fulgidi capelli e la polvere magica. Che
macabra sensazione attendersi uno
sguardo e non ricevere la minima
risposta sensoriale. Fu un fatto
davvero strano, quando la
schiaffeggiai per ridestarla, che
provassi un istante d'abisso assoluto.
Lo spirito di quella ragazza, che forse
ora vagava per ciò che è al di là, aveva
lasciato incustodito all'universo della
veglia un cadavere bellissimo. In
quell'istante compresi cosa sia in
realtà la bellezza sentendola
pizzicarmi le viscere: una sensazione,
la più divina che ci è concesso di
immaginare, e che ci appartiene.
Striscia sinuosa nei tiepidi flutti del
nostro sangue. È una tempesta di
fulmini che squarcia il nostro cielo
buio per trovarvi al di là un riflesso
della propria luce. È la fiamma di un
drago che ci arde nel cuore, e
divampa fuori per generare sculture di
cenere.
Sentendo questo, sentivo che non
avrei dovuto sentirlo: ogni schiaffo
che le davo per svegliarla
corrispondeva ad un passo della
polizia verso di noi, ed era obbligato
per questo a diventare in fine una
carezza d'addio. La mia fiamma si
costipò nel mio petto, quasi
soffocandomi. Se fosse stata reale
sarebbe esplosa deflagrando
chiunque le si era opposto. Purtroppo
o per fortuna era una fiamma
metaforica, una fiamma metaforica
che mi ustionava i nervi. Mi involai
verso la finestra. Poi dissi loro di
prendere il marsupio in cui lei teneva
la droga affinché restasse “pulita”.
Ruppi il vetro di quella vecchia
finestra con un pugno ferendomi e ci
calammo fuori.
Nel marsupio c'erano, com'era ovvio,
anche quei pochi soldi riscossi dallo
spaccio, e con quelli e con parte di
quelli che avevo con me ci pagammo
una stanza d'ostello. Avevamo vissuto
un'avventura: molte persone
avrebbero seguitato quell'adrenalinica
prospettiva per un po' di tempo prima
di assimilarla -per me quello
rappresentava il momento adatto per
deprimersi. Ma forse questo faceva
parte del mio modo contorto di
giocare.
Non so essere chiaro sulla nefasta
sorte di quella bellissima ragazza,
eppure immagino che adesso tu,
leggendo, desideri chiedermi cosa
significhi “ciò che è al di là” oppure
che significato abbia “una carezza
d'addio”, e che desidererai chiedere
ancora, dal momento che l'unica
risposta che so darti è: “bisognerebbe
chiederlo a lei”.
“Sento la pioggia, è fredda” disse Yai
“non scappare”.
28
Gli orfani
Sulla strada. Quando il vetro rosso del
semaforo si illuminò, una ragazza ed
un ragazzo entrarono in scena: le
automobili ed io, immobili.
Fiamme germogliarono dal sottosuolo,
come una passione li attraversasse.
Si fronteggiavano in un turbinio
delirante con ogni vampata.
Lingue di fuoco, come lanciate con
veemenza sull'attrazione di un
magnetismo irrifugibile, si fondevano
alla fine in un sublime bacio.
Gli spettatori, durante il limbo di quel
semaforo rosso, si compiacevano
vedendo palesarsi schietto davanti ai
loro occhi lo spettacolo infernale che
vive chi è costretto ad usare la
macchina in città.
In fine camminarono attraverso le fila
di anime condannate, riscuotendo
pegno da ognuna.
Poi, come in un prato incenerito, tornò
il verde.
E loro tornarono sul marciapiede,
proprio dove io li attendevo, ancora
fissandoli, con la mia offerta fra le
mani.
“Quando il diavolo esorcizza” disse lei
porgendo il suo cappello di paglia
“riscuote sempre il suo tributo”.
“Quando il diavolo esorcizza” subentrò
lui col suo cappello di stoffa “ lo fa
con un crocifisso”.
“E Gesù come lo faceva” domandai
ironicamente “con o senza?”.
“Ministero della fede” risposero quasi
in coro con tono parodistico.
“Gesù prese l'offerta” dissi “ e disse:
vi do un comandamento nuovo:
prendetene e spezzatene tutti, così
come io ne ho spezzato voi
spezzatene”.
E così dicendo spezzai la banconota a
metà e ne misi una parte in ognuno
dei cappelli. Loro mi apparvero stupiti,
confusi. Perciò, per timore che
avrebbero potuto fraintendere il mio
gesto, e vedendo le loro torce ancora
accese, mi sbrigai ad offrirgli la mia
bottiglia.
Ah già, ero un po' brillo.
“Mi farà parlare come te?” chiese lei
prendendola rapace.
“È acqua santa” risposi
imperterritamente ammiccante.
Bevve un sorso di liquido. Poi lo sputò
in fiamme. La bocca di quella ragazza
era tutto uno studio di alchimia.
“Nella vostra bocca c'è lo spirito dei
passanti e la benzina delle loro
macchine, e li bruciate entrambi: chi
siete? I figli del diavolo?”.
“Siamo orfani”.
Semaforo rosso: limbo.
Assistetti ad altri tre o quattro
spettacoli prima che la loro mansione
fosse finita e che fosse finito l'alcool
nella mia bottiglia, parlando con loro
ad ogni verde. La ragazza si chiamava
Fee, il ragazzo si chiamava Hirsch. Mi
offrii di offrir loro un pasto come
riconoscimento del fatto che avevo
assistito alla loro arte più
gratuitamente che senza spendere un
soldo. Agli orfani piaceva cucinare,
perciò accolsero la mia proposta e si
diressero al supermercato per
acquistare gli ingredienti che li
avrebbero ispirati:
Linguine di grano
Olio d'oliva extravergine
Salsa di soia
Aglio
Semi di sesamo nero
Zenzero
Basilico.
Peperoncino e pomodorini li avevano
già nella loro roulotte.
Fee tagliava ogni cosa
minuziosamente tranne i pomodori ed
il basilico, mentre Hirsch accendeva
un fuoco a terra. Gli orfani sapevano
usare un coltello senza tagliarsi ed
accendere un fuoco senza bruciarsi. A
me diedero un piccolo paiolo da
lavare alla fontana che era lì, e da
riempire con l'acqua della stessa.
Quando le linguine furono pronte
Hirsch le pescò con uno scolapasta, le
mise in un'insalatiera e vi unì gli altri
ingredienti. In fine sopra ogni porzione
pose tre pomodorini.
“Et voilà” disse Fee porgendomi un
piatto.
Sentii quel vapore fragrante pervadere
ogni spazio vuoto del mio corpo come
fosse stato ossigeno afrodisiaco, e
come se fossi stato a trattenere il
respiro dal momento in cui le linguine
erano sembrate voler sfuggire alla
cattura.
“Ah” dichiarai soddisfatto “un nido di
basilisco!”.
“Che?” mugugnò Hirsch che ne aveva
appena addentato una parte, metà
della quale gli penzolava ancora fuori
dalla bocca.
“Certo” spiegai “un nido fatto di
grano, in cui sono adagiate uova di
pomodoro, che trattiene piume di
basilico e che emana un odore
inconfondibile”.
“E si può mangiare?” domandò Fee
disorientata.
“Oh, sì” risposi “per fortuna il cuoco
non ha deciso di frullare tutti gli
ingredienti insieme, altrimenti ci
saremmo imbattuti in un nido di
basilisco nero”.
Loro mi guardarono un po' perplessi,
ma ne immaginavo il motivo.
“...E non conosco persona che possa
raccontare di averne mangiato uno”
conclusi.
Allora Hirsch risucchiò la penzolante
metà del suo boccone.
“E conosci qualcuno che sia
sopravvissuto dopo aver mangiato
questo?” chiese Fee.
“Certo che non lo conosce” intervenne
il cuoco “questo è un assemblaggio
più unico che raro”.
“Tu sei vivo?” gli domandai.
“Almeno dal palato allo stomaco,
fratellino: altrimenti farei a meno di
mangiarne ancora” rispose lui.
“Allora buon appetito” concluse Fee
con dolce voce “cantastorie”.
Alla cena seguitarono qualche
bicchiere d'assenzio e qualcuno
d'amaro alle erbe. L'alcool ci scaldava
dentro, il fuoco ci scaldava fuori. Le
foglie secche erano un letto
confortevole la cui sporcizia potevo
trascurare. Il fumo spinto dal vento,
che veniva a toglierti il respiro e a farti
lacrimare gli occhi, era familiare.
Feci una domanda a cui sapevo che
non avrei avuto una risposta precisa;
perciò ottenni una verità.
“Insomma, cosa siete?”.
“Animali che camminano a due
zampe?” domandò ironicamente
Hirsch.
“Intendevo... fratello e sorella...
amanti... parenti incestuosi...”.
“Mai sentito dire <<fratelli
coltelli>>?” chiese lui attizzando il
fuoco.
Fee rise.
“<<Mothers smother>>?” rise anche
lui.
Fee rise ancora più forte.
“<<Parenti serpenti>>?” proposi io.
“Questa non l'avevo mai sentita: i
serpenti badano bene all'avere
parenti”.
Annuii.
“Dimmi, qual è il prezzo della tua
vita?”.
“La mia, come qualunque altra vita,
non ha prezzo”.
“Perché ha un valore, o perché non lo
ha affatto?”.
“Io sento che non faccia molta
differenza in questo discorso. Voglio
dire, una vita che non abbia davvero
un minimo valore sarebbe una tale
rarità che il suo prezzo sarebbe
inestimabile. D'altra parte è vero che
bisogna far decrescere il valore della
propria vita perché il suo prezzo possa
incrementare e diventare una
motivazione. Ma credo ci sia sempre
un valore che una vita, in quanto tale,
non possa perdere”.
“Una risposta poco pratica, ma siamo
arrivati al punto: questa vita
dall'innegabile valore esiste per quale
volontà?”.
“La volontà di chi ci ha generati”.
“E qual è il prezzo di una vita dal
valore innegabile e che non ha
prezzo?”.
“Quella vita stessa”.
“Esattamente. Fintanto che i tuoi
genitori saranno gli artefici della tua
vita sarai in debito con loro finché
essa durerà. Io non sono un tuo
nemico, questo discorso non è uno
scontro: diciamo che io sono
l'avvocato difensore con cui stai
riorganizzando le idee, perciò mi sta
bene che tu voglia revisionare di volta
in volta le tue affermazioni
sull'effettivo valore della vita. Se
pensassi che il tuo concepimento sia
stata una scelta del tutto egoistica e
che la vita di chi ha scelto sia
divenuta per questo priva di valore,
non sarebbe lecito cercare il modo di
uccidere i responsabili?”.
“Per permettere alle forme di vita
innocenti di vivere, sarebbe giusto!”.
“Ma per esularti al massimo da quella
catastrofica scelta, per far davvero
parte degli innocenti, dovresti
rinunciare tu alla vita che ti è stata
imposta, non credi?”.
“È questo il vostro progetto?”.
“Certo” intervenne Fee alzandosi e
barcollando verso Hirsch “stiamo solo
cercando il modo che sia di più nel
nostro stile e alla fine di questa storia
io premerò il tuo viso sulle fiamme”.
Poi scoppiò in una risata quasi
istrionica.
“Temo che sia illogico uccidere
qualcuno” mi sorrise lui “se
scegliessimo di uccidere loro,
saremmo responsabili di una scelta
altrettanto egoistica verso della vita.
Credi davvero che il volto di Fee lo
abbiano disegnato quelli che la
concepirono? Credi che i miliardi di
molecole del suo corpo, che sente e
reagisce, stiano insieme per volontà
degli stessi? Credi davvero che lei
debba a qualcuno il prezzo del suo
sorriso? È la natura che ha creato noi
e tutto quello che non possiamo
creare senza il suo consenso. Ecco
allora che la vita esiste, e si proietta
al di là di Fee, di me o di te: è proprio
quel valore che non possiamo perdere
mai, e che ogni forma di vita ha in sé.
Ad ogni semaforo rosso arriva una
serie di persone, ed ognuna si ostina
a credere che la vita sia il dono che
qualcuno in particolare gli abbia fatto:
per questo, al verde, ritrovano il
debito che li divide e non il valore che
li accomuna. Perché siamo arrivati a
questo punto? L'opera creativa della
natura può assumere, ai nostri sensi,
forme artistiche, poetiche, di una
bellezza sconcertante, e per gli esseri
umani, bestie creative, è forse l'unico
vero complesso. Il prezzo di una vita
dal valore unico è quella vita stessa, a
noi non resta che vivere”.
Così disse e si congedò. Fee si
apprestò a lavare le stoviglie
proponendomi di aiutarla. Il
“fratellino” non se ne era andato per
scappare a questa frustrazione
-avremmo potuto tralasciare un terzo
del tutto e lui l'avrebbe pulito
l'indomani- però desideravo stare con
lei per qualche piatto in più prima di
conoscere l'interno di quella casa
mobile. Ma prima Fee vi entrò con lui,
dicendo che era il momento di
cambiare l'acqua ai pesci rossi. Poco
dopo tornò con una boccia di vetro in
cui nuotavano delle cicche di
sigaretta. Altre galleggiavano a pancia
all'aria, altre, immobili, dormivano sul
fondo. Il fondo era ricoperto dalle
ceneri: era decisamente il momento di
cambiare l'acqua, e magari pure i
pesci.
Lo strofinio della spugna sul paiolo
(che ovviamente era spettato a me)
mi suggeriva il gracidar dei grilli alle
notti di luna calda. La fontana era una
sorgente, la notte un velo di seta, ed il
fuoco, là in fondo, l'ultimo spiraglio di
un crepuscolo eterno. E cos'era Fee?
la vita, la morte, la Natura, le
tematiche sulle quali avevamo
filosofeggiato, erano scritte su post-it
appesi alla mia anima d'acciaio, ma le
sue risate erano la calamita che li
sorreggeva. Era una persona con cui
avevo fretta di condividere il silenzio,
ma prima avevo fretta di parlarci di
tutto. Queste sensazioni opposte si
attrassero definitivamente in una
domanda vaga e precisa.
“E cos'hai da dirmi riguardo l'Uno?”
dissi come se il nostro filosofeggiare
si fosse svolto sin dal principio intorno
a quella fontana.
Lei sorrise.
“Ho una canzone al riguardo”.
E così cominciò.
“Io so' la fine e l'inizio de tutto:
Lo zero, i nummeri, l'alfa, l'omega;
Io guardo voi che vivete nel lutto,
E nun c'avete capito na sega.
Io già ero quanno tutto scoppiò;
Solo buio, noia, et eternità.
Quella notte la miccia s'infiammò:
Fu capodanni e un gran patatrac!
Faville e scintille accoppiasse in rima,
Vidi, la luce d'ogni sole 'ntorno,
E tutto quello che non era prima:
Quel botto era il riso mio al primo
giorno.
Poi intervenne la gravità padrona:
Sembrò far tutto tristemente in stasi.
Ma su un pianetino co' ll'acqua bbona
La vita cresceva perfetta, o quasi.
Gli uccelli volavano in cielo, i pesci
Sott'acqua. Le piante erano pietanza
De le bestie lente, le più velosci
Sbranavano, ma mai lor somiglianza.
Ma poi ruppe la sequenza un col
pollice:
In mano un sasso e nel pianto un
riflesso;
Senza perdono si credette giudice,
Conoscendo la morte di se stesso.
Sì perfetto da avecce imperfezioni!
risi più forte e nun ho mai più
smesso,
come risi de le belle invenzioni,
quelle prima che inventaste il
processo.
Chi stupra pe "tirà fori i cojioni"
li tajierebbe a chi passa col rosso.
Ma quel che dice "che so' paragoni?"
è quel che me fa ride a più non posso.
E mo che ve salva la bomba
atommica
dall'ultima guerra fra le "nazioni"
io che posso so la risata cosmica
di cui il radar sente le vibrazioni”.
“Sono lieta che l'ultima cosa che tu
abbia percepito dalla mia bocca sia
stata una canzone, cantastorie”
concluse dolce e schietta come solo
le fate sanno essere.
Quello era il suo modo gentile di dirmi
che se fossi rimasto lì quella notte
una parte di me sarebbe morta per
sempre. Perché gli orfani non ti
cacciano mai dalla loro casa, perché
essa è una roulotte che orbita a
migliaia di km/h intorno ad un centro
caldo. Perché con gli orfani avrei
potuto sentirmi parte di una vera
famiglia, perché con loro non ci si
annoia mai; ma questo, leggendo, non
ti avrebbe soddisfatto.
Sospirai. Ed il sospiro si fece arte al
cospetto di quel capolavoro della
natura. Le dissi che anch'io ero lieto
di aver sentito alla fine la sua
canzone, ma che le canzoni che
preferivo erano quelle composte ad
anello. Allora se ne andò nella roulotte
con le stoviglie e la boccia dei pesci.
Poco dopo uscì con le guance gonfie,
prese un ramo del fuoco e venne
verso di me.
La luce delle fiamme divampava nei
miei occhi, lo scroscio dell'acqua
fluiva nelle mie orecchie. Alla fine
dello spettacolo, come sangue
rappreso appena liberato, una goccia
scura colava al lato del suo labbro. Lei
ammiccò guardando quella e poi me.
In quel punto esatto, tra mento e
bocca, le mie labbra si posarono, fra
l'orlo del baratro e l'orizzonte degli
eventi. A quella viscosa sostanza
s'aggrapparono forte, assaporando
ogni sentore della fine: era...
cioccolata. Quella ragazza sputava
fuoco e nella sua bocca c'era polvere
di cacao.
29
Heautontimorumenos
Un parco giochi è un posto attraente
di giorno. È il regno degli schiamazzi
estatici, governato dai bambini e le
bambine indaffarati; e tu sei il
viaggiatore che ritorna a casa dopo
tanti eventi, con la barba incolta e
l'aspetto trasandato. Nessuno ti
riconosce per ciò che sei al ritorno, né
ricorda ciò che fosti prima di partire.
Sei la presenza contro cui, di tanto in
tanto, può urtare un pallone, quella da
schivare durante le corse deliranti,
quella contro cui puntare i piedi
mentre la loro altalena li porta più su,
perché le sue catene sono fissate
all'azzurro. I bambini e le bambine,
quando giocano fra loro, ti
confondono col tutto, e tu accetti
serenamente di partecipare
osservando: perché vedi i più grandi
andare da soli e, al cambio di turno,
spingere i più piccoli. La fiducia di
un'infanzia che gioca è una lama che
ti screma via i tuoi viaggi, la tue
esperienze, e tu sei leggero, sei
presenza, sei l'angelo custode, il
fantasma del giorno. Di notte,
pertanto, un parco è un posto
pericolosamente desolato, e
sull'altalena non potresti dondolarti
senza la spinta di qualche droga.
Saresti l'unico punto di vista, nel tuo
corpo vivo e vulnerabile a ciò che temi
di non vedere in tempo. Ti sentiresti
come la prima notte in un carcere
-come ti ha raccontato di essersi
sentito il ragazzo che ti ha offerto da
fumare. Ma poi con ciò, all'aumentare
del tuo battito cardiaco, al crescere
della tua stanchezza, la sensazione
che tu non possa comunque salvarti si
amplifica e sopprime la tua
agorafobia. Le presenze allora sono
coloro che spostano i sassi nelle
vicinanze, che senti frusciare nel
prato intorno a te, il motivo per cui
non odi i grilli e le cicale orchestrarsi.
E quando odi frinire la ferraglia
dell'altalena sai che i fantasmi dei
bambini e delle bambine stanno
giocando. Alcuni non hanno mai
smesso, ad altri è stato negato di
giocare per tutta la vita. Ma un vento
mellifluo li ha soffiati lì tutti insieme,
perché le catene della loro altalena
sono affisse al cielo stellato e quelle
lievi vibrazioni lo tengono quieto, al di
là delle nubi, come una soave
ninnananna. Ecco, io avrei concluso
con ciò. Ma la luce ritorna e tutto
prosegue. Perché quest'arte debba
contaminarsi con la vicenda che vissi
quella notte io non lo so. D'altra parte
fu proprio questa ad indurmi a
scrivere anche tutte le altre -o almeno
a scrivere questa frase.
Era pomeriggio quando gli schiamazzi
furono abbastanza numerosi e
collettivi da svegliarmi. Doveva essere
un giorno di scuola. Avevo dormito,
acchiocciolato come un gatto in una
cesta, in una larga altalena a nido. La
mia bocca era arida e la mia lingua si
era impregnata di aglio e d'origano.
Raccolsi il cartone vuoto della pizza e
mi diressi verso un secchio per
buttarlo. Sporco, affamato, stordito,
una sensazione mi accompagnava
come al solito: la sensazione che in
quel viaggio non potevo fallire. Sotto
ogni cielo magnifico c'era una città
monotona costruita su meccanismi
mediocri: in un momento di necessità
il mio istinto di sopravvivenza avrebbe
automaticamente usufruito delle mie
conoscenze per trovare una soluzione.
Ero curioso di sapere in che modo.
Mi mossi solo quando venne la notte,
perché essa sfuma i colori e leviga i
contrasti tra persone, fuori dai
cancelli del parco. Di notte tutti
cercano qualcosa. A me serviva un
bagno, e allora tanto valeva cercarlo
nel posto più notturno: un pub.
Guardai sul menù i prezzi della birra, e
ordinai una pinta mettendo i soldi sul
bancone, così da evitare un
costipante senso di debito per il
tempo che avrei trascorso in bagno.
Feci quello che dovevo fare, compreso
lavarmi i denti con spazzolino e
dentifricio.
Quando tornai in sala, il boccale mi
apparve come il Santo Graal che mi
riservava il posto al tavolo, ed io ne
bevvi come fosse stata la mia ultima
cena.
Qualche ora dopo eravamo rimasti
solo il mio boccale ed io. Proprio
quando stavo per rassegnarmi all'idea
di dover prosciugare il Graal entrò una
coppia: un ragazzo e una ragazza. Si
comportavano con i gestori come se li
conoscessero, e questi rispondevano
in modo simile. Ordinarono qualche
shot e un cocktail: bevevano
voracemente. Dopo un rapido
scambio di battute fra ultimi clienti la
coppia era divenuta un trio. Lui chiese
poi al gestore di poter preparare uno
spino per tutti. Doveva essere una
notte di polizia. Il gestore gli indicò la
cucina. Loro mi invitarono a seguirli.
Avevano qualche anno più di me.
Abitavano nello stesso appartamento.
Il nome di lui non lo rammento. Il
nome di lei temo di confonderlo con
quello di un'altra ragazza che aveva
vissuto una realtà analoga. Quando lui
mi offrì da fumare io accettai solo un
paio di tiri, dichiarando che non
fumavo quasi mai.
“Fai bene” commentò lui “per noi oggi
sarà la sesta”.
“Se non ci rilassiamo così a casa ci
ammazziamo” spiegò subito lei “ce ne
lasciamo una pronta in ogni stanza”.
“Senza canne vi scannate e senza
hashish vi assassinate” sintetizzai,
trovando in quel paradossale gioco di
parole l'unica cosa simpatica da dire.
Lui sembrò ridere del concetto. Lei
sembrò capire anche il gioco.
“Siamo una specie di
Heautontimorumenos” propose lei
con un sorriso un po' beffardo.
Io, sorridendo, le mostrai di aver
accolto la sua proposta.
“Ecco che ricomincia...” sbuffò lui
“andate a chiamare il capo piuttosto,
e ordinate tre cocktail: al nostro amico
che non fuma glielo offriamo noi”.
Io lo ringraziai e così facemmo.
Nell'attesa ci sedemmo al tavolo.
“Ti piace leggere?” le domandai.
“A scuola ero bravissima” mi garantì
come se avessi avuto qualche motivo
per non crederci “tutti 8 e 10...
passavo le giornate a studiare”.
“E poi?”.
Lei sorrise.
“E poi le nottate... la droga...
l'hardcore”.
Avrei voluto dirle che l'assuefazione
non è una causa ma un sintomo:
quando le morali, gli obblighi, i falsi
ruoli capitano, anche l'assuefazione
capita. Glielo avrei suggerito se solo
lo avessi intuito un capitolo prima.
D'altra parte ricordare ciò che
accadde in seguito non fa che
confermarmi quanto io in quella storia
fossi insignificante. Eravamo due
sprovveduti alla vita.
“Rimpiangi qualcosa”.
“No”.
“Di che state parlando?” subentrò lui.
“Di musica... hardocore” rispose lei.
E così iniziarono a raccontarmi dei
vari concerti che avevano visto
assieme, degli stupefacenti sintetici
che li avevano accompagnati, e di
come l'erba fosse diventata da un po'
di tempo l'unica droga che si
concedevano. Poi arrivarono i cocktail.
La loro presunta esperienza rispetto
all'ingenuità con cui mi approcciavo li
aveva portati a trattarmi come un
ragazzino, e, come per ogni persona
adulta, quella presunzione esprimeva
il bisogno di un confronto. Un uomo,
una donna ed un ragazzino: una
famiglia nucleare degna di questo
nome. Ecco perché non riuscivo ad
esporgli nulla del capitolo precedente.
Il mio cocktail non era nemmeno
dimezzato quando il gestore venne a
dirci che il locale era in fase di
chiusura. Lui, allora, si lanciò in una
grottesca protesta, apparentemente a
mio favore, che neanche un maestro
di nosense sarebbe capace di
trascrivere. Poco dopo infatti si
concordò semplicemente di travasare
il mio drink in un bicchiere di plastica,
e la discussione finì in abbracci e
saluti.
“Vieni con noi? Ti facciamo vedere un
posto”.
Lì vicino c'era un altro locale: senza
neanche una finestra ma con uno
spiraglio di musica reggae che
induceva ad immaginarsi la
condizione all'interno. Una condizione
di sovraffollamento, come ci spiegò il
guardiano, per cui non potevamo
entrare. Lui disse qualcosa... tipo che
era venuto a prendere la cugina... che
non poteva telefonarle perché là
dentro la linea non arrivava... ma non
ho alcuna voglia di stare a spiegare
come la discussione si sviluppò
perché lui arrivasse ad afferrare lei
per la faccia e a scagliarla contro il
muro. Non fece nient'altro. Lei non
fece nient'altro. Poi tornò a fare la sua
richiesta al guardiano, che lasciò
entrare solo lui perché cercasse
velocemente chi doveva cercare e poi
andasse via.
Sospiri di sigaretta erano tutto ciò che
usciva dalla bocca di lei. Da quando
lui era entrato, lei si era come spenta.
Non pensava al fatto che io le sedevo
accanto. I suoi occhi erano staccati
dalla realtà: fissavano, nel vuoto, la
condizione che le avrebbe permesso
di accendersi ancora.
Lui tornò fuori. Non aveva trovato la
cugina, ma non fu di certo questo il
motivo per cui iniziò a ricercare un
litigio con ogni passante: i motivi per
litigare ci sono sempre, specialmente
quando non traspaiono, così come ci
sono quelli per evitare di litigare. Ma
qual era il motivo per cui lei ogni volta
incitava lui a sfogarsi sul suo corpo?
Qual era il motivo per cui incitava noi
a non intrometterci?
“Sfogati su di me, tanto lo fai sempre”
fu l'ultima frase che le sentii dire.
I pugni alle costole e sulla schiena
fanno un rumore sordo, e lasciano
segni ciechi. Poi si baciavano, poi lei
lo schiaffeggiava, poi lui altri pugni.
Poi si buttavano a terra. Lei gli
sputava in faccia. Lui le tirava i capelli
e lei rideva.
Quando, nel mio totale
disorientamento, cercai di
risparmiarle almeno un colpo, lui si
voltò di scatto caricando un pugno
sopra di me.
Risparmio, ecco per cosa mi ero
intromesso, per fare in modo che uno
di quei pugni lo conservasse per
quando io non li avrei più visti, così
con te che leggi avrei fatto più
dignitosa figura.
Ma si fermò al mio riflesso di
schivare, come riconoscendomi, e
subito lei lo richiamò a sé. Avrei
dovuto provare un senso di
gratitudine?
Se ne stavano andando quando lui
tentò di provocare l'ultimo passante.
Aveva i capelli ricci e gli occhiali. E al
suo fianco un compagno, che forse lui
non aveva identificato come tale.
Mentre io cercavo di spiegargli che
era ubriaco e fatto, la provocazione
proseguiva con insulti razziali.
Tuttavia sembrava che i miei modi
gentili venissero presi in
considerazione.
“È tuo amico?” Mi chiese mentre loro
stavano girando l'angolo.
“No” risposi con una certa
indifferenza “l'ho conosciuto stasera”.
Quella risposta, ovviamente, vanificò i
motivi che avevo proposto per evitare
un litigio. Quel ragazzo con i capelli
ricci e gli occhiali era quello che la
sera prima aveva condiviso lo spino
con me. Corse con il suo compagno
verso il suo provocatore, e dietro
l'angolo li guardai sparire. Io andai in
direzione opposta. Ma per provocare il
senso d'indagine che hai, leggendo, ti
dico che prima di essere troppo
lontano sentii lei finalmente urlare.
Quella notte andai al parco -non in
albergo, perché provavo una
scomodissima mancanza di fiducia
per gli esseri umani.
Desideravo solo che i fantasmi di
un'infanzia giocosa tornassero a
confondermi col tutto, rendendomi
capace di giocare ancora. Desideravo
spiriti puri circondarmi danzando, per
scremarmi via le mie effimere e
falsificate emozioni, ed essere
leggero, essere presenza, essere io
l'angelo guardiano: perché i guardiani
buttano fuori, ma è fuori che è
pericoloso. Desideravo sentire tutto il
mio cielo stellato quietarsi nella culla
di quell'altalena. Perché anche
l'altalena degli adulti dondola
incatenata al cielo; e per questo loro
hanno una fottutissima paura di
scendere.
6
Avevo scambiato la mia fame per un
tatuaggio. La mancanza di appetito
provata nei giorni addietro si era
rivelata un segnale troppo interno del
mio dissenso generale, perciò avevo
speso tutto il denaro risparmiato per
rimuovermi quella sensazione da
dentro, fissandola in superficie.
Quando l'ago fosse penetrato, avrei
pensato che fosse tutto un mio
progetto inconscio; in realtà non avrei
mai pensato di farmi tatuare se non
mi fosse capitato in internet
l'annuncio di quel posto.
“Sembra che la caratteristica primaria
della vita sia l'appetito di vita, in ogni
senso” avevo ponderato.
Un robot umanoide avrebbe potuto
essere allora il simbolo più
rappresentativo da incidere sulla mia
caverna come un graffito.
“Ma se i graffiti sono una primordiale
forma di espressione, gli scarabocchi
sono una primordiale forma di
graffito?” mi aveva fatto domandare,
una volta arrivato allo studio, un
ragazzino seduto sul pavimento,
intento a scarabocchiare.
Se fosse innata nell'essere umano la
capacità di comunicare oltre la
propria presenza, sintetizzando le
sensazioni più significative della
propria vita in un'opera percettibile e
longeva, perché produrre un disegno
privo di ordine e senso?
Che gli scarabocchi siano il quieto
sfogo di una pulsione intollerabile, un
tentativo di rimozione psicologica?
L'infanzia è un perpetuo
sperimentare, sentire, conoscere, e in
quanto tale forse non permette la
dimenticanza automatica, anzi, ricerca
un ricordo indelebile. Uno
scarabocchio potrebbe essere il primo
sussurro dell'inconscio che induce ad
esternare le sensazioni affinché il loro
ricordo sia assicurato. L'inconfutabile
esistenza dello scarabocchio è un
documento del passaggio di una vita,
la sua incomprensibilità la denuncia
delle incomprensibili ingiustizie
subite. Suppongo che tu, leggendo,
pensi di non produrre uno
scarabocchio da molto tempo, e che
quindi queste teorie ti sembrino
deliranti. Ma uno scarabocchio è
anche un litigio feroce, è la scopata
che mette a fuoco l'obiettivo sulla
sfocatura dell'esistenza, è il tentativo
di lucidare la mente con l'alcool, è la
prima penetrazione e il primo “ti
amo”. Ed uno scarabocchio era il
tatuaggio che avevo scelto, quello per
cui avevo scambiato la mia fame.
Quella tatuatrice era stata forse la
persona più calma che avevo
incontrato fino a quel momento. I suoi
occhi erano grandi, ma le sue
palpebre non avevano fretta di
schiudersi dopo ogni battito: era come
se si fosse svegliata, dopo aver fatto
dolci sogni, accanto al suo amante.
Così, quando io le avevo raccontato i
miei incubi, lei mi aveva sussurrato le
sue verità.
Se il maschio ha la forza, mi aveva
indicato, la femmina ha un superpotere. La superiorità è in seno al
maschio solo in virtù dell'oppressione
della femmina. Un uomo non abusa
del proprio potere su una donna,
abusa della donna stessa, della sua
incomprensibile capacità di
resistenza. Il virilismo traspare allora
nella coscienza come un miraggio
sbiadito, un nome dato al potere per
giustificarlo come un fatto naturale,
una superstizione su cui si è basata la
propria prospettiva di vita. La
femminilità si contrappone alla
virtualità come l'esistenza più
sensibile e certa: il dolore del corpo, il
tedio della mente, il male del mondo.
È ingenua disobbedienza,
spregiudicata curiosità, viziosa
seduzione, stregoneria, follia,
malinconia e frigidità. È logico a
questo punto che una femmina
desideri la virtù, è logico che consideri
virtuale la femminilità. Logicamente la
femminilità non è virtuale, né virtuosa:
è una qualità percettibile
dell'esistenza, come la salinità per il
sale, ed è perciò unica, indipendente
ed indefinibile mediante affermazioni
logiche. Ma una ragazza... una ragazza
è anche tutto il resto: è l'universo che
la circonda e la condizione che la
circoscrive, è la realtà che sintetizza
ed è tutte le contraddizioni del suo
tempo. Una ragazza può trovarsi a
ricercare il dogma della femminilità in
uno specchio luminoso, e poi in uno
integrale; e quando si sente oppressa
può usare il riflesso come proprio
sostituto. Esso ha un ruolo, che
riveste perfettamente, ha un make-up
che copre i segni del dolore, ha delle
forme che eludono i lividi. Una
ragazza può trovarsi a sentire la
propria irriducibile femminilità nel
tentativo di ridurla, e se lei non si
comprende può arrivare ad
autodistruggersi. Se il maschio ha la
forza, la femmina ha un super-potere.
Coloro che vivono in pace non hanno
bisogno di alcun potere”.
Il dolore era svanito ormai da un po',
ma mi sentivo in debito con la
prospettiva di anestesia alcolica che
avevo immaginato mentre l'ago mi
pungeva.
Addiction Happenz
una pericolante ed ammiccante
insegna rossa al neon.
“Il karma si svela in presenza di una
barista” dissi alla ragazza che mi
versava da bere.
“Ah, si? E perché non in presenza di
uno spacciatore? Credi che il karma
sia legalizzato?”. Domandò
ironicamente lei.
“Quest'ultima è una bella domanda: la
porto con me. Per quanto riguarda la
prima, una barista non è di passaggio,
come un pusher, ti pungola con la sua
gratuita disponibilità finché non le
concedi di ubriacarti fino allo
sfinimento: tu la riconosci come tuo
karma perché in fondo vuoi essere
punito amorevolmente”.
“In pratica io sono la mistress, tu lo
schiavo e l'alcool il feticismo che ci
lega”.
“D'altronde il fine ultimo della filosofia
è darsi una giustificazione
universalmente accettabile per tutta
questa voglia di inebriarsi”.
Ciò che in realtà ci legava erano i
tatuaggi cuciti freschi sulla nostra
pelle. Passammo la serata a bivaccare
come se fossero stati i segni di una
battaglia, vinta senza il vantaggio
della morte. Non ricordo di cosa
dialogammo: d'altronde, come ho già
detto, questo viaggio non mi concesse
di indugiare in ulteriori teorizzazioni.
Come certezza del fatto che davvero
avessimo discorso molto (almeno io),
mi rimase solamente una sua
esclamazione: “Ma quanto
chiacchieri!”, che forse rammento solo
in funzione della mia memorabile
battuta: “Se avessi voluto lasciar
parlare qualcun altro avrei fatto il
ventriloquo”. Forse una battuta era la
cosa più sensata da ricordare per il
mio ego.
Quella ragazza aveva una carica
sessuale esplosiva, e si chiamava
Dyinamite. Mi invitò al monolocale nel
quale alloggiava. Aveva la sua musica
da farmi sentire. La cosiddetta
hardcore è una realtà concentrata che
catalizza il sentire in una precisa
emozione. Qualità, queste, non
esaustive per la sua creatività, che
scatenava la mia fantasia.
Attraverso i flutti di note blue e rosse
mi insinuai, assorbendone le
sgargianti tonalità: vidi i pentagrammi
divenire un'autostrada ad otto
volante, sentii i suoi scream sgraziati
ascendere in armonia, la sua
fragranza pervadermi ogni vuoto, la
sua carne unirsi alla mia. Fu l'unica in
questo viaggio con cui scarabocchiai
l'amore.
Allora uno scarabocchio è forse
un'interpretazione della realtà, ed
esponendola per mezzo di strumenti
reali, come un foglio ed una matita,
l'interpretazione diventa parte della
realtà stessa, e contribuisce perciò ad
ampliarla irrimediabilmente. Solo
l'intima interrelazione fra ogni cosa
creata e la sintesi individuale
sembrerebbe allora un'esistenza
confermata. Uno scarabocchio è
creatività ed essa amplifica i sensi e
predispone la mente a stimoli nuovi:
si passa da uno scarabocchio ad un
disegno universalmente comprensibile
per scambiarsi reciprocamente le
sintesi di vita e conoscere e sentire
così realtà alternative. Uno
scarabocchio è arte e l'arte è uno
scarabocchio; ma scarabocchi sono
tutti i tentativi di una persona, le
credenze sulle quali ha riposto la
propria fede, le sue voglie e la sua
insoddisfazione, e lei può scegliere se
lasciare che perdano il loro senso o
sceglierle affinché si rivelino dettaglio
di un'opera in continua evoluzione,
comprendendo che scarabocchiare è
un atto d'amore.
Il giorno seguente, con gli ultimi soldi,
comprai una pizza marinara solo per
insaporirla con la sua paprika.
31
AAA cercasi: Alcolismo Anoressia
Autolesionismo
Fame, Sonno, Sporcizia: gli affluenti
del fiume dal quale il nostro eroe,
dopo aver perso la battaglia, era
trasportato alla deriva. Udendo un
pianto come di bambino provenire
dalla sponda, una maestra zen lo
avrebbe salvato accogliendolo nel suo
regno, che, ironia della sorte,
comprendeva le più tetre sofferenze.
Al mio risveglio, dettaglio dopo
dettaglio, si materializzò una stanza
che conoscevo come fosse stata la
mia... ma sapevo che non lo era. C'era
un orologio a pendolo gotico in legno
di ciliegio, grande come una persona.
Uno specchio scarno di decori e
frantumato in alto a sinistra, per il
resto limpido, grande come una bara.
Ma ciò che unì tutte le mie minute e
formicolanti reminiscenze fu il web
del computer acceso alla destra del
letto. Dall'oscurità del corridoio si
plasmava una sagoma che procedeva
a braccia tese verso la fioca luce della
mia lampada. E poi uno scatto sotto di
lei, che mi raggiunse in un palpito. Un
gatto dal volto mezzo bianco e mezzo
scuro spadroneggiava tremendamente
elegante sulle mie gambe, come se
volesse impedirmi di alzarmi, e
quando osai toccarlo strinse il mio
dito indice fra i suoi artigli: dolore, ma
non più di quello che può provocare
qualcosa di piccolo e bello. Nel
frattempo la sagoma si era
materializzata: era la sagoma della
ragazza con disordini alimentari della
quale avevo visto... e rivisto qualche
video. Il suo nickname era Hara S., e
le sue braccia protese reggevano il
vassoio della colazione che mi aveva
preparato. Era l'ultimo desiderio di
tenerezza concesso ad un condannato
a morte, il primo attraverso cui ci
conoscevamo davvero.
Com'ero finito lì? Il mio istinto di
sopravvivenza doveva aver
estrapolato dalla mia memoria l'unica
cosa che conoscevo di quella città: lei.
Come fossi riuscito a farle accogliere
un estraneo in casa invece era un
mistero, ma quello stesso istinto mi
suggeriva di non chiederlo. Ogni
giorno circa 24.311 persone muoiono
per la falsa informazione sullo spreco
di cibo, e lei ne era informata: glielo
aveva cordialmente riferito il
commento di qualcuno ad uno dei
suoi video sulla sua anoressia; non
avrebbe dovuto dunque essere mossa
a compassione per solo me. D'altra
parte, un favore ad un ammiratore
non si nega mai.
“Hello” mi disse al risveglio.
“Hell-yeah!” sospirai fiacco mentre
posava il vassoio sulle mie cosce.
Faceva gioco di squadra col gatto.
Pane azzimo e acqua; inutile
commentare. Però erano le uniche
cose che la mia nausea avrebbe
tollerato. Poi, quasi per cortesia, si
girò di spalle e mi lasciò solo. Per
prima cosa sospettai che il cibo fosse
stato avvelenato. Ma in un secondo
momento considerai che lei avrebbe
potuto facilmente avermi avvelenato
nel sonno, prima del mio risveglio.
Forse lo aveva fatto, ed il cibo aveva
allora la funzione di procrastinare la
morte, solo per vedermi tentare di
sopravvivere e poi arrendermi. Non
pensavo questo autonomamente, lo
leggevo negli occhi del gatto. Lo
sguardo di questi animali svuota la
tua mente del suo pneuma: l'oblio di
cui il suo era pregno era la matrice di
ogni paranoia.
Drìììn! Il campanello.
Hara tornò correndo in camera, mi
afferrò per un braccio, mi tirò fuori dal
letto e mi trascinò fino alla porta di
casa.
“Amici” disse “noi siamo amici. Io sto
dormendo”.
E scappò nella sua camera, chiuse la
porta e spense la luce. Immaginavo
che si fosse infilata sotto le coperte.
Sentii la chiave penetrare nella
serratura, e sbloccare, girando, tre
sicure... entrò una coppia. Per le
informazioni che avevo potevano
essere i sevizi sociali, o degli strozzini:
ad ogni modo probabilmente erano i
suoi genitori. Fu una paralisi
istantanea per me, perché, fra tutti,
solo loro avrebbero potuto contestare
la mia presenza lì. Ma non lo fecero.
Non so neanche se mi chiesero il mio
nome: perché non parlavo la loro
lingua. Posarono delle buste
all'ingresso e andarono verso la
camera di Hara. Cercarono di aprire la
porta, la quale era ovviamente chiusa
a chiave. Bussarono un paio di volte.
Allora tentai di fargli concepire un
fatto piuttosto plausibile, cioè che
stava dormendo: non rispondeva.
Riprovarono qualche altra volta. Poi
se ne andarono.
Hara uscì dalla camera fumando una
sigaretta e si mise a perquisire le
buste: “solo roba da mangiare”, che
scansava con le mani, come faceva il
gatto con la sabbia della lettiera.
Trovò dei soldi. Poi si rialzò e si
spense la sigaretta alla sinistra del
ventre, con due tentativi. Come per
motivare quel gesto, tirò giù con forza
il collo della sua maglietta nera per
mostrarmi le bruciature che aveva sul
petto: una... due... alcune erano
piccole e si confondevano con quelle
più grandi... cinque... sei...
poi, come per improvviso riflusso di
timidezza, mollò la presa. Aprì la porta
di casa ed uscì lasciandola aperta:
sarebbe andata nel primo pub di
strada a scambiare quei soldi per una
sbornia. Perciò, andandosene in quel
modo, intendeva concedermi un alibi
per non essere a bere con lei. Ma non
lo accettai.
“Amici” aveva detto “noi siamo amici”.
Forse fu per questo che il giorno
seguente neppure sottintese che avrei
dovuto andarmene. Quando mi
svegliai, rimasi immobile, senza
battere ciglio. Tutto ciò che avevo
conosciuto di lei in quella nottata era
che l'alcol non la rendeva affatto
loquace. Solo dopo qualche minuto
schiusi gli occhi: capelli e peli di gatto
dalla mia prospettiva. La moquette
era calda sul mio corpo e soffice sulle
mie braccia: non avevo la maglietta.
Allora mi misi a cercarla per non
provocare un disagio ad Hara. Nella
stanza da letto non c'era. Mentre mi
dirigevo all'ingresso pensavo al fatto
che lei avrebbe evitato di spogliarsi
anche davanti allo specchio, e a quale
insolente affronto sarebbe stato allora
vedermi gironzolare a petto nudo per
casa sua. Ma la casa era pervasa dal
silenzio e dall'immobilità: tranquilla
come un cimitero di giorno. Lei
sembrava non esserci. La porta del
bagno era chiusa, perciò bussai: Toc,
toc, toc. La porta si aprì. Ed eccola lì
la mia maglietta: con le sue taglie in
più, le copriva perfettamente quel
corpo che non voleva mostrare.
“Ciao, dolcezza” disse “è stato
fantastico stanotte! Te lo ricordi? O
eri troppo ubriaco?”.
Io... beh... che dire? Sulla scia di
quelle parole la mia immaginazione
iniziava a plasmare la sua nudità e ad
inserirmi il suo odore nella narici: mi
faceva apparire trasmutato in un lupo,
che scorticava quel poco di carne
attorno alle sue ossa, e che, alla fine,
aveva adornato i suoi resti con parte
del proprio pelo per nasconderne le
macabre oscenità. Ma lei non mi
baciò. Se solo lo avesse fatto, la
matrice della mia visione avrebbe
fatto poca differenza, perché avrei
conosciuto comunque le sue
intenzioni. Così, incerto tra
l'immaginazione e la memoria, rimasi.
Però era certo che lei fosse
suggestiva per me, e che non le chiesi
indietro la maglietta perché la
rendeva affascinante davvero.
Chiusi la porta del bagno e mi
concentrai su quella fantasia, o su
quel ricordo, fino all'orgasmo.
“Vediamo che cibo c'è in frigo” disse
aprendo lo sportello tanto
violentemente da spaventare il gatto.
Io curioso (ed affamato) mi sporsi a
guardarci dentro.
“Controllati, non sei una bestia.”
ammoniva una scritta su un foglio con
la stessa disinvoltura di un'etichetta
che recita “Controfiletto di manzo”.
“Puoi mangiare quello che vuoi” mi
disse con sfrontata indifferenza.
Per il disagio avrei optato volentieri
per il pane azzimo. Ma ero talmente
intimidito che non riuscivo nemmeno
ad aggirare la situazione. Avevo
troppa paura del suo possibile
giudizio e per questo ogni mio
tentativo si sarebbe rivelato
fallimentare.
“Tu non ne hai bisogno, immagino”
temporeggiai.
“Esatto, io posso farne a meno”.
“Almeno per oggi” bisbigliai tra me e
me.
Le sue sopracciglia si contrassero,
guardando in basso verso la mia
pancia e, come per magia nera, anche
il mio stomaco si contrasse di
conseguenza. E lei sembrò tentare di
spingere fuori quelle parole che le si
erano aggrappate alle corde vocali per
non essere inghiottite dalla voragine.
“Sì, beh” spinse “a volte vo... vomito.
Sì, hai ragione, la bulimia è una
condizione da perdenti, ed un totale
spreco di cibo, perché c'è una parte
acida di te che lo fa inusufruibile per
altre persone, per gli animali; è
materiale da discarica iperbiotica.
Eppure sono sicura che se il mio video
avesse trattato della mia bulimia
nessuno avrebbe osato giudicarlo per
questo aspetto. Perché c'è una parte
acida di te, che quasi nessuno ha il
coraggio di fronteggiare; e quando
puoi guardarla dall'alto verso il basso,
hai riconquistato il primo posto, e la
sua vacuità”.
“Ma... ma... magari quei pomodori” mi
esposi, sperando di eludere i suoi
sillogismi.
“Sì, credo che quelli siano perfetti”.
Li sciacquò a lungo. Poi chiuse il
rubinetto, lo riaprì e li risciacquò. Lì
tagliò in pezzi grandi affondando la
lama nella loro carnosità, e tagliò via i
punti di attaccatura del picciolo. Li
condì con olio sale e pepe e si sedette
al tavolo con me.
“Buon appetito” dissi un po' in
imbarazzo ma con l'acquolina in
bocca.
“Sai che i pomodori verdi immaturi
sono ricchi di solanina? Una sostanza
tossica” mugugnò mentre ne
addentava uno spicchio di un intenso
rosso.
Quelli che avevamo davanti erano
tutti quasi completamente rossi, ma
credo che procedessi comunque per
sfumature. Lei sembrava fare lo
stesso, anzi, sembrava precedere
sempre la mia scelta; e probabilmente
avrei dovuto esserne contento.
“Mangia” mi esortava “non hai
fame?”.
“Certo”.
“Non sembra. Sai che i pomodori sono
ricchi di licopene? Una sostanza che ti
fa venire un pene da lupo”.
“Mi risparmia il cancro alla prostata?”.
“Già, e a me non risparmia un cazzo”.
“Ulula, piccolo lupo” rideva “ulula!”.
Dopo aver mangiato qualcos'altro, ci
sdraiammo sul letto, a guardare il
soffitto in silenzio. Quel silenzio
lasciava spazio all'ansia. Silenzio.
Era una situazione perfetta per
abbandonarsi al sonno. La mia mente
neanche si sforzò di sognare un'altra
realtà: la situazione era esattamente
la stessa, solo i miei muscoli erano
più rilassati. Così rilassati che sentivo
il mio cervello spalmarsi contro il mio
cranio, il quale pendeva nel vuoto al
lato del letto. Il mio corpo era
pesantissimo. Solo la gravità poteva
smuoverlo: essa iniziava a trascinarmi
giù, in un inferno di claustrofobica
sofficità, di piume d'oca, e di acari,
che scorrazzavano dai miei polsi verso
il mio cuore, e calore in corpo affinché
il lattice vi si fondesse in un processo
di vulcanizzazione.
Mi svegliò il frastuono di un'eruzione:
proveniva dal bagno. Oltre la porta
colate laviche minavano il mio
cammino. Poi un altro paio di eruzioni.
In fine la quiete e l'affanno.
“I pomodori non mi fanno bene alla
gastrite” disse “sono di nuovo una
perdente”.
A che scopo convincerla del
contrario?
Il terzo giorno aveva in programma un
appuntamento con il suo
strizzacervelli. Mi portò con sé solo
per la curiosità di conoscere la sua
reazione.
“È geloso di te?” le domandai.
“Regolare, sono il suo esperimento di
scienze: sono il super-potere negato
ai comuni mortali, sono la forma di
vita intelligente aliena da
vivisezionare e la realtà da oscurare
per non turbare le folle”.
Sulla scrivania aveva un gadget a
forma di uccello che, sfruttando una
qualche legge fisica, simulava l'azione
di bere dal bicchiere davanti a sé.
Ovviamente la nostra attenzione seguì
il suo moto oscillatorio per buona
parte della seduta. Non capii bene la
spiegazione che lei diede per la mia
presenza, ma era chiaro che lui non
avrebbe potuto contestarla. Da
quell'incontro appresi solo le risposte
che lei dava attraverso la propria
comunicazione fisica, quella
comunicazione spontanea dalla quale
lei credeva di poter esimersi; quella
da cui il suo strizzacervelli sembrava
aver imparato ad esentarsi a pieni
voti.
“No, non ho scritto nulla su di loro”
rispondeva sfregandosi gli avambracci
“ma ho fatto dei video al riguardo”.
“In quale sito può vederli?”
stuzzicandosi i capelli “Nei migliori
pornografici”.
“I commenti virtuali sono sempre più
reali di quelli che lei si risparmia”
tormentandosi i capelli “Sono perfino
allegati ad una data: non sono
impressioni effimere, sono documenti.
A volte sono prediche, a volte sono
sentenze, a volte dicono che sono
bellissima”.
Allora prese l'uccellino con i palmi
delle mani ed iniziò a contemplarlo
scrutandolo con totale perdizione.
Lui lo riprese. Lo mise da parte. Ed
incitò lei a concentrarsi su se stessa e
parlare.
Avrei voluto strozzarlo con le mie
mani, e forse avrei anche conquistato
la fiducia di Hara. Ma forse era
proprio questa eventualità a
terrorizzarmi. In tutto il mio viaggio fu
l'unica persona che mi suscitò una
vera e propria fame di violenza stando
faccia a faccia con me.
Da quel momento fu un tracollo di
emotività. Saltellava di palo in frasca.
Cinguettava un mezzo concetto ed il
suo contrario, un avverbio e un suo
sinonimo. Un brivido le si propagava
dal petto alle ali per scrollarle di
dosso le lacrime. Perfino con un lupo
avrebbe trovato maggiore complicità.
Mi trovavo a pensare a tutte le volte
che quello scricciolo si era
somministrato delle dita in gola, e a
me, che avrei solo potuto sorreggerle
la fronte, suscitandole così un
“Vaffanculo, non sono debole”, oppure
una semplice smorfia a bocca sporca,
con un energico abbraccio estenuato
alla fine, che avrebbe mostrato, forse
in modo ancora più vero, il suo
coraggio.
Ce ne andammo, però prima ripresi
quell'uccellaccio del malaugurio.
“Così magari puoi considerarti guarita
almeno dall'invidia dell'uccello” le
dissi quando glielo diedi.
Fu la prima volta che la vidi ridere. E
corremmo a festeggiare quella felicità
che aveva riportato la luce sul suo
viso prima che sfumasse.
Ordinò, portafoglio alla mano, uno
shot di vodka, uno di tequila, uno di
gin e una porzione di tortilla;
dopodiché si accorse che non avrebbe
potuto ordinare altro.
Seduti al tavolo, Hara mangiava senza
fare complimenti. Era un bene? Era un
male? Qual era il giusto punto di vista
da cui scrutare la situazione? Forse
quello che avevo mantenuto per tutto
il viaggio: quello di spettatore. Ma la
vita ti costringe a scegliere quando
non puoi acquistare gli shot in numero
pari. Uno solo per non sembrare un
ingordo? Oppure due, mostrandole un
certo interessamento? O magari tutti
e tre, impossibilitandola a farsi del
male... bene... o quello che era?
A quel punto la “fortuna” (e sai che
fortuna!) mi fu amica e mi impedì di
assumere un comportamento
genitoriale. Ebbe un gusto agrodolce
vederla spararsi uno shot dopo l'altro
rendendomi così esente da ogni senso
di responsabilità. O quasi.
“Ti va una pinta?” mi chiese
sorridendo dopo qualche minuto
“voglio farmi perdonare”.
Prima che riuscissi a selezionare una
risposta, si era alzata e diretta verso il
bancone. Quella ragazza era pura
retorica. Poi virò a destra, verso il
bagno che era proprio lì accanto.
C'erano poche persone quella sera, il
pub era piuttosto silenzioso. La sentii
rigozzare. Tutti la sentimmo. Fui il
primo a tenderle una mano, ma
evidentemente le sue erano più che
sufficienti. Quando anche il barista
sopraggiunse, lei gli disse che qualche
tortilla doveva essere andata a male.
E quando lui, mortificato, chiese come
avrebbe potuto rimediare, Hara ordinò
la pinta di birra.
Seduti al tavolo.
“Vedi, non solo festeggiare è un
affronto alla sofferenza che c'è al
mondo, ma la felicità, in un mondo
sofferente, è una forza terribilmente
pericolosa”.
Era un bocciolo cinto da un nastro, e
quando la primavera tornava a fare il
suo ingresso lei non poteva che
sentirsi soffocare.
Un senso di colpa, come un flusso
imperterrito, mi dipartiva lo spirito.
Non sapevo dove fosse la sua fonte,
ma conoscevo per esperienza il punto
della sua fine: in fondo al bicchiere.
Ripercorsi quel canyon come la strada
per casa, affidandomi ciecamente alla
memoria.
Quando fummo tornati a casa sua,
rinvenne un quadernino che giaceva
tra il letto e la rete di questo. Lei ne
prelevò la parte che per qualche
motivo mi spettava.
“Qualcosa ho scritto su di loro” disse,
e scappò in bagno con il resto.
Non avrei sentito rumori per diverse
ore questa volta. E temevo la tragedia,
leggendo le sue tre poesie.
32
Talenti sprecati
I
Ingigantire
Il proprio
Involucro per
Il mondo
Ignoto
Io resisto
Io deperisco
Insolentemente
Il bisogno pungente
Ingigantisco
In due
Io
Il riflesso
Invisibile
Inviolato
Igienico
Inesistente se
Isolato
Immobile m'
Immagina
Indivisibile
Ignoto confine come tratto di
"I"
Sublimia
*Leggere dal basso verso l'alto
Vomito
Reflusso mortale: devovo e...
Riflesso vitale si cambia in
Co'i'to
sembra quasi orgasmo, miasma,
In un solo spasmo un gran pasto
Emesi
Ambrosia letale chiamata
Che a tutti dà uguale, a me dona
Nemesi,
Di rime strozzate: fiera asma.
Labbra spalancate: suon fasto
Auto-alchimismo
Vergine dell'argine che rimargina
Or il rossor sull'osso
Si stende in te fendente
Il paradiso il disio il paradosso
Pungi spingi piangi e poi volti pagina
Di amante e di diamante
La punta sparge unguento
Che grafite addosso non è graffiante
Divino alcol nervino come colla
Re-mar-gi-na ma a stento
Crema d'alcherminio
L'ultima alchimia è sangue del filosofo
Per alluminio
9
Hara non mi lasciò dormire sogni
tranquilli quella notte. Mi era montata
sopra di peso, ma pesava talmente
poco che ebbi modo di sognarla per
qualche secondo prima di riaprire gli
occhi. Ed allora trovai la stanza così
buia da poter percepire di lei solo la
voce. Con una frenesia esasperata tra
la voglia ed il desiderio mi incitava
ferocemente a scoparla.
“Non vuoi i miei buchi?” diceva “Non
sei qui per questo?”.
La mia paura più grande era che,
scopata o no, alla fine mi avrebbe
voluto fuori da casa sua, fuori dalla sua
vita. Seguirono altre provocazioni che
sarebbe poco elegante ripetere;
perché, a dire il vero, sembrava che
non credesse affatto in quello che
diceva, e che avesse soltanto voglia di
stuprarmi con le parole. Non sapeva
toccarmi né con una carezza né con un
pugno, né con un bacio, né con uno
sputo; probabilmente il mio corpo le
faceva ribrezzo, e forse proprio per
questo voleva sentirlo sopraffare il suo.
Infatti la mia immobilità sprigionò dai
suoi occhi una manciata di lacrime,
che percepii solo quando la gravità le
condusse a schiantarsi sul mio volto.
“Se tu non mi uccidi” singhiozzò “cioè,
se tu non mi fai una qualsiasi violenza,
io mi uccido con le mie mani”.
Così, mentre giravo la testa in cerca di
una soluzione, quelle lacrime come
biglie di vetro rotolarono nella mia
bocca, e invece che ferirmi le gengive,
come palline di zucchero mi infusero
un dolce retrogusto. Compresi allora
che se nelle sue mani v'era una
soluzione suicida era proprio lì che
doveva giacere sepolta anche la sua
vulnerabilità alla tenerezza, magari
custodita da quei nastri viola che le
avvolgevano gli avambracci. Quei
nastri sui quali strofinavo la mia gota.
Quei nastri di seta. Quei nastri lunghi,
che srotolarli era tutto un rituale. La
maglietta che mi accinsi a sfilarle.
“No” mugugnò quasi supplicando.
Ma era stata lei a chiedermi una
violenza. Solo per la totale oscurità
deformante proseguimmo. Legai con
un fiocco i nastri facendone uno. Lo
avvolsi attorno al suo collo... pallido
come una cometa... due volte. Poi mi
lasciai alla scia scivolando lungo la sua
schiena, splendente del candore
tremendo di una radura innevata; e
giunto alla tana del Bianconiglio, si
divaricò il sentiero per fasciarle
entrambi gli inguini; e risalì poi ad
aggrovigliarsi alle sommità delle sue
caviglie. In fine discese nuovamente ai
suoi polsi per sigillarli come fossero
stati un vellum aureo, ferito dalle
cancellazioni, incapace di guarire.
V'era una sacralità farsesca in tutto
ciò: il pallore della sua pelle riportava
la mia mente tanto alla neve quanto al
trucco dei clown. Fui molto accorto
nell'evitare di toccarla in punti “sacri”,
eppure l'avevo fatta voltare solo per
non azzardarmi ad urtarle il ventre.
Accarezzare il suo torace era
un'esperienza deliziosamente tragica:
potevo contare le sue costole e
pizzicarle come le corde di un'arpa.
Poco dopo non la sentii far altro che
respirare e capii così di aver suonato
una dolce ninnananna.
Quando al sorger del sole mi ridestai,
lei, tutta legata, ancora dormiva.
Pensavo che bello sarebbe stato se
fosse potuta rimanere così per sempre.
Però colsi in quel pensiero la
sfumatura tipicamente genitoriale e mi
rifiutai di perseverare in esso.
Piuttosto la consapevolezza della
realtà mi imponeva di farmi da parte.
Temevo che al risveglio la vergogna
avrebbe strisciato lungo i suoi nervi per
attorcigliarle le viscere ed ingabbiarla
fra le sue vene. Mi avrebbe ordinato
allora di slegarla, e qualora l'avessi
assecondata, le sue mani sarebbero
state libere per grattarle via quel
prurito formicolante come di insetti
sottopelle, e zittirne il brusio dentro la
sua testa. In caso contrario, il mio
dissidio sarebbe stato impudente,
immorale, probabilmente illegale, e
non sarebbe potuto neanche durare.
Perciò nascosi il suo corpo nella
coperta come un cadavere da
nascondere all'ordine pubblico, ed
andai ad accucciarmi nella poltrona
all'estremità del corridoio. Qui fu il
gatto, grattando la stoffa con i suoi
artigli e facendomi le fusa, ad
impedirmi di errare per il mondo dei
sogni. Ipotizzai che avesse fame:
perciò gli aprii il frigorifero affinché
potesse servirsi da solo. Mentre
rovistava fra il radicchio ed i pomodori
in cerca di un cibo più adatto a lui,
stravaccato sulla poltrona, fissando il
bianco del soffitto, mi ritrovai a
ripercorrere i vari reparti del
supermercato in cerca di un cibo più
adatto alla condizione di Hara.
Dapprima passai per il dietetico, ma
l'etichetta delle barrette mi garantiva
13g di zuccheri per 20g di ognuna, e
quelle con zero zuccheri promettevano
la speciale alternativa dell'acelsulfame
k: Hara, in alternativa, avrebbe
preferito 13g di special k. Così mi
imbattei negli spaghetti di konjac, ma
mi domandai che senso avrebbe avuto
proporle di ingerire un nutrimento
illusorio. Non poteva più mangiare
neppure i pomodori. Iniziavo a
comprendere, reparto dopo reparto,
che se l'alimentazione è una realtà
così soggettiva, deve dipendere da
quella singolare realtà che ognuno si
trova a vivere. Novantanove gatti
sarebbero riusciti dal frigorifero con lo
stesso pezzo di carne sanguinante in
bocca: il cibo che avrebbe soddisfatto
al meglio il loro palato e tutto il loro
organismo. Perché i gatti non si
lasciano convincere a vivere una realtà
parziale, i gatti hanno la loro dignità di
animali, devi basare sulla necessità il
tuo rapporto con loro affinché non
intraprendano un'altra strada. I gatti
non credono di essere solo studenti,
disoccupati, o tanto meno parassiti;
però, se gli chiudi la porta di casa e
appendi dei pesci al soffitto, ognuno di
loro studierà tutta la materia che lo
circonda con lo scopo di arrivarvi; solo
allora alcuni appariranno ingegnosi ed
altri goffi, ma lo saranno comunque in
una situazione snaturata. E qualora
dovessero scoprirti ad elargire pesci ai
gatti fuori casa, alcuni avranno motivo
di seguirti fiduciosi finché non gli avrai
pestato una zampa, altri di sentirsi
odiati e prigionieri, altri di tentare di
cavarti gli occhi: avranno acquisito
allora quella superbia squisitamente
umana per cui si abbandoneranno
all'alternativa dei croccantini, mentre i
pesci, appesi al soffitto, andranno tutti
in putrefazione. Dunque ero in un
ritardo praticamente irrecuperabile per
trovare il cibo adatto ad Hara. Ma
siccome avevo percorso metà del
supermercato stando seduto in
poltrona, percorsi l'altra metà
rimembrandomi da piccolo, nel carrello
della spesa. A quel tempo il mio cibo
rifletteva la luce della mia fame, e
quello che non rifletteva brillava di luce
propria. Scorrevo fra i colori accesi ed i
marchi personalizzati con i quali sarei
cresciuto, quelli a cui mi stavo
affezionando. Le buste delle patitine
fritte sembravano i poster che non
avevo nella mia cameretta
-specialmente quando vi erano
raffigurati gli eroi dei cartoni animati- e
le etichette delle bibite zuccherate
erano figurine sempre mancanti al mio
album. Costretto in quella poltrona
comoda come un carrello d'acciaio, mi
stavo preparando a vivere la giornata
attraverso la sfocatura calda del
ricordo ingenuo. La realtà mi si
ripresentava con la patina vellutata
dell'eternità: era l'alba di un cielo
limpido e avevo tutto il giorno per
celebrare la mia infantile onnipotenza.
Scorrevo fra le bottiglie che mi
avevano accompagnato nella mia
crescita, fra i colori, i sapori, gli aromi
ed i postumi; ognuna sbrigliava
un'autentica sinestesia e quelle che mi
avevano fatto stare peggio erano le più
evocative: le birre echeggiavano del
vetro che s'infrange, il vino pesava
come un sacco di sabbia, i
superalcolici erano un'oasi nel deserto,
e tutto era costituito dalla sostanza di
un miraggio.
“Luce!” gridò una voce isterica “Luce!”.
Hara si era svegliata nell'oscurità in cui
l'avevo lasciata: cosa che doveva
averla terrorizzata. Chiusi i miei
pensieri, il frigorifero e mi precipitai a
soccorrerla.
“Sono qui” le dissi per tranquillizzarla.
“Accendi la luce... ti prego!” piangeva
con affanno dopo essere caduta a
terra.
Stavo aspettando che i miei occhi si
abituassero nuovamente all'oscurità
per trovare l'interruttore ed
accontentarla, ma il suo tormento
s'interruppe quando sentimmo
scattare la porta di casa.
“Chiudi la porta a chiave” sibilò con
voce strozzata “chiudi!”.
Chiusi a chiave.
“Controlla” insistette.
Controllai, due volte. E poi una terza.
“Adesso silenzio”.
Mentre ascoltavamo i movimenti delle
presenze che si aggiravano per casa,
nel buio le palle bianche dei suoi occhi
trasparivano come quelle di un cartone
animato; così immobili e spiritate
nessuno le aveva disegnate mai.
Toc, toc! Due colpi al cuore, ma lei
stette muta. Sembrava discutessero.
Grazie al cielo, pensai, non ero andato
al supermercato. Proprio quando
sembrò che l'ostilità di quel silenzio
avesse persuaso loro a rinunciare, la
sottile corda della mia anima emise un
flebile cigolio, che echeggiò nel mio
petto e mi drizzò il pelo: se loro lo
avessero sentito, l'odio di Hara me la
avrebbe tagliata di netto. Avevo chiuso
il gatto dentro il frigorifero!
Toc!
Solo allora lei rispose che stava
dormendo. Loro, appagata la propria
coscienza, ripercorsero il corridoio
borbottando. Passarono davanti al
frigorifero. Se ne andarono.
Speravo che lei avrebbe ripreso a
piangere. Non lo fece.
“Slegami”.
Io mi accinsi a farlo, ma capii subito
che la stavo toccando indiscretamente
e senza riuscire nel mio intento; il suo
pianto non si era prosciugato, buona
parte di esso era straripata dal proprio
canale sfociando nel derma della sua
pelle. Avevo un gatto da tirare fuori dal
frigorifero al più presto; perciò le dissi
che era necessario tagliare quei
legacci. Uscii dalla stanza, presi un
coltello, e finalmente sprigionai il
gatto. Si era rannicchiato nella
vaschetta del controfiletto di manzo ed
era tutto inzaccherato di sangue.
“Controllati” gli lessi “non sei una
bestia”.
Quel giorno non concretizzammo altro,
poiché la stanchezza ci aveva fatto
dubitare perfino della nostra reale
necessità di bere: da una stanza
all'altra serpeggiammo e gattonammo.
Però il giorno seguente, dopo neanche
sette ore fra sonno e sogni, lei iniziò a
canticchiare come una sveglia od un
allarme antincendio.
“Binge, binge, binge...” persisteva
“Binge! Binge! Binge!”.
Quella parola per me era solo un suono
molesto ed inarrestabile. Lei stava
accanto al letto, ed io, con la stessa
insonnia del giorno prima iniettata
nelle ossa, le ruzzolai sopra nel
tentativo di spegnerla.
“Sveglia!” mi disse entusiasta “oggi è
un giorno di festa”.
“Ah si? È il tuo compleanno?”.
“No. È per caso il tuo?”.
“Non che io sappia”.
“Per fortuna” sospirò lei “oggi è un
giorno molto più importante”.
“Più importante del disgraziato giorno
in cui siamo venuti al mondo? E che
giorno è, Pasqua?”.
“Coniglietto... felice come sono...”.
Ebbi modo di sciacquarmi velocemente
la faccia e fummo già fuori casa: diretti
al supermercato per una significativa
raccolta di alcolici.
Naufragando nel reparto, ogni bottiglia
ne richiamava un'altra, e l'averne prese
già molte l'avrebbe messa in
condizione di escluderne qualcuna: no,
non fece favoritismi. Quella spesa
costò circa metà del mio viaggio; le
buste pesavano circa metà del suo
corpo.
“Brindiamo a questa bella giornata?”
disse quando uscimmo.
Giusto il tempo di scontrare le bottiglie
ed un tuono infranse la quiete
dell'azzurro.
Quando iniziò a piovere, con l'intento di
correre, ci strascinammo finché non ci
mancò il fiato. Poi, quando l'affanno
divenne più fastidioso della pioggia,
arrancammo verso una chiesa lì vicino.
Una messa era in fase di svolgimento e
noi entrammo in punta di piedi, come
se stessimo rincasando ad ora tarda
dopo una festa, col timore di svegliare
qualcuno; moderammo perfino il
fiatone e tentammo di evitare che le
bottiglie si urtassero.
Le nuvole picchiettavano con la
pioggia le vetrate colorate: il
quotidiano espressionismo del cielo
quel giorno vedeva i santi sfumare.
Mentre io ero assorto in questi
pensieri, lei, che stava camminando
davanti a me, nel frattempo si era
imbambolata, ed io le andai addosso,
facendo schioccare tutte le bottiglie.
Tutti i peccatori intenti a recitare il
Mea culpa si voltarono di scatto,
trovando in noi ben due capri espiatori.
Ma in chiesa esiste ufficialmente solo
ciò di cui il prete si preoccupa, e lui
non può permettere che la gente si
distragga dalla performance, per
carità, domandandosi perché un
neonato pianga, perché i bambini
corrano, o perché un ragazzo ed una
ragazza posseggano una quantità di
alcol che basterebbe per tutti i
presenti.
Hara si era imbambolata per una
buona ragione. Col mio stesso sguardo
deciso ed indecifrabile un gigante di
marmo distoglieva lo sguardo
dall'altare.
“Vedi” mi disse “ecco i tuoi canoni di
bellezza, stabiliti una volta e per
sempre anche per la vecchiaia”.
Plasmare il mio corpo come una
scultura di marmo? Sì, Come bere una
pinta di birra! Però capivo cosa
intendeva: almeno io avevo un
simulacro che mi proteggeva dalla
crudeltà del gusto soggettivo.
Ed ecco una ragazza dal crin fulvo che,
secondo quel mio crudele gusto
soggettivo, era di una bellezza
agghiacciante. Stava facendo uno
schizzo sul libretto dei canti, che poi ci
porse incuriosita dalla mia curiosità.
La proporzione era stata
completamente abolita, la massa
muscolare era sfolgorata e due raggi
fotonici gli trasfiguravano il volto. Solo
la barba era rimasta praticamente
identica, eppure il modello traspariva
evidente.
“Non gli hai ritratto le corna” osservai
allora.
“In quel tempo” spiegò lei “la bibbia
era scritta senza vocali, come su un
social network, e l'acronimo KRN,
riferito al volto di Mosè dopo che
questi era sceso dal monte, poteva
stare per <<keren>>, cioè
<<corna>>, o per <<karan>>, cioè
<<raggi>>”.
“Dunque è un errore di
interpretazione”.
“Da parte di chi? Della bibbia, di
Michelangelo, o mia?”.
“Mia...” risposi “credevo che il ritratto
fosse l'espressione di un sentimento
piuttosto che di una conoscenza”.
“La conoscenza vera supporta il
sentimento vero, l'ignoranza solo il
sentimentalismo”.
Detto ciò, da una cartella che aveva
sottobraccio, prelevò dei fogli, che
probabilmente erano pagine strappate
ad un libro d'arte, per argomentare la
sua tesi. Erano quasi tutti nudi di
ragazze; i loro corpi non erano tutti
magri, ma tutti lo sembravano: una
magrezza in fermento.
“Eresia!” esclamai ironicamente.
“inizialmente lo fu perfino la Maria
della Pietà di Michelangelo”.
“Per quale motivo?” domandò Hara
incuriosita, senza distogliere lo
sguardo dai fogli.
“L'autore di questi dipinti disse che
nessuna opera erotica è una porcheria,
quando è artisticamente rilevante, lo
diventa solo attraverso lo spettatore,
se questo è un porco. Maria era troppo
giovane, bella e realistica perché le
persone frustrate dalle morali la
vedessero come una vergine. Dopo
qualche sega, mentale e non, se ne
fecero una ragione”.
“È magra come questa?” le domandai
indicando il dipinto di una scheletrica e
morente maternità.
Solo allora lo sguardo di Hara si
risollevò vispo dal foglio, come un faro
nella notte. Come un navigatore con la
sua nave, virai il mio sguardo verso il
pericolo.
“Ha una veste rigogliosa che le avvolge
tutto il corpo” disse “ad ogni modo,
chiunque intenda trasmettere un certo
splendore non può di certo ingozzarsi
di schifezze”.
Quella ragazza si chiamava Aurora, ed
Hara la invitò alla festa che avremmo
tenuto a casa sua. Lei accettò
volentieri dicendo che sarebbe potuta
venire dopo la mezzanotte.
Era il momento dell'ostia, quando
stavamo per riuscire, ed il prete
cannibale e gli zombie fedeli si
accingevano a rendere grazie per il
corpo di cristo che avrebbero
divadorato. Hara mi diede le sue buste
e si orientò verso la fila. Con tutta la
forza che avevo in corpo, potei
sollevare il mio braccio incatenato, per
afferrare le sue dita scarne,
polpastrello su polpastrello, ed
indicarle, con uno sguardo dalla
melliflua schiettezza, l'esterno.
“Questo no” le sussurrai “andiamo”.
Quando fummo tornati a casa, ci
preparammo un tè caldo sperando che
potesse svegliarci un po'. Mi
domandavo se fossi stanco per un
debito di sonno o per un debito di
fame, se non avessi fame perché il
sonno era la priorità o se non avessi
sonno perché la priorità era la fame. La
risposta non poteva che essere in
bocca ad Hara.
“Il cibo è una truffa!” mi spiegò “cos'è
che chiami cibo? Ciò che può entrarti
da un buco e riuscirti dall'altro?
Ascolta: un pasto pesa almeno 300
grammi, 4 pasti al giorno 1.200
grammi. Il cibo ti dà energia, vero?
Verissimo, energia per trasportare un
peso di almeno 1 kilo e 200 grammi
ovunque tu vada. Possono essere
necessarie anche 24 ore per espellere i
resti del tuo cibo, quindi il tuo corpo è
sempre costantemente vincolato. Sai
cosa succede alla carne quando la
lasci fuori dal frigorifero per 24 ore? Il
tuo corpo è per caso un frigorifero, a
36°C? Allora è inappropriato parlare
di carne: allora parliamo di un pezzo di
cadavere in putrefazione. E parlando
del tuo tempo, devi spenderlo per
comprare il cibo, per portarlo a casa,
per cucinarlo, per mangiarlo, per
aspettare di averlo digerito, per
espellerlo. Dì la verità, non credi che
avresti molto più tempo per te stesso?
Non credi che saresti molto più
produttivo? Non credi che molte delle
tue frustrazioni sarebbero costrette a
svanire? Se finora hai creduto che il
cibo svanisse, che il tuo corpo fosse
incontaminato, sei stato un
insensibile”.
“Con te ha funzionato la tua
sensibilità?”.
“Non ancora, ma se lo preferisci diamo
un taglio netto a questo discorso. A
proposito, sai che fra le popolazioni
tribali era usanza tagliarsi per far
uscire gli spiriti maligni attraverso il
sangue?”.
“Come un rave party senza droghe”.
“Come un rito spirituale, stronzo
insolente!”.
“Dicevo per dissacrare”.
“È proprio questo il tuo problema: ti
ostini a rifiutare ogni senso di
sacralità! E allo stesso tempo hai un
disegno più incomprensibile dei miei
tatuato sulla pelle. A proposito, sai che
i tatuaggi sono ferite riempite
d'inchiostro? La mia scarificazione è
semplicemente più pulita, più onesta e
più bella della vostra!”
A quel punto non le restava altro che
dimostrare con la pratica la sua teoria
perfetta e dare scacco matto al mio
adagiato scetticismo.
“Allora, beviamo o no?” concluse.
“Certo!” mi affrettai a rispondere,
ingenuamente sollevato.
Furono ore di distrazione, furono ore in
cui l'alcol riempì ci riempì la bocca in
ogni modo: d'altro non parlammo,
finché non venne l'ora di cena. Hara,
piuttosto brilla, volle ordinare pizza e
patatine fritte “a domicidio”.
“Come si può fare baldoria senza
cibo?” aveva detto.
Quando arrivò il ragazzo delle
consegne, lei tentò ardentemente di
convincerlo ad unirsi alla festa.
Ovviamente lui, che stava lavorando,
dovette rifiutare. Alla fine lei tentò di
offrirgli una birra, e lui ovviamente
dovette rifiutare anche quella. Fu
insistente come uno di quei venditori
da bancarella che pretendono di
rifilarti una fregatura a buon prezzo. In
questo caso la fregatura era
ovviamente il senso di colpa per essere
i soli a festeggiare.
Lei ripiegò la sua pizza a triangolo,
come fosse un solo spicchio, e ne
addentò il centro. Si aiutò a mandare
giù con un bel sorso di bourbon.
L'alcool è il farmaco più indicato per
l'attesa: da quando avevamo iniziato a
bere eravamo stati semplicemente ad
attendere il suo arrivo. Dallo scoccare
della mezzanotte iniziai a contare i
minuti. Dopo qualche minuto
finalmente arrivò. Hara accese
immediatamente lo stereo e mise della
musica ad alto volume.
“Questa la conosco!” esclamai.
“Impossibile” commentò lei “l'adoro, e
la conosco solo io”.
“Dimmi almeno il nome della band che
l'ha composta”.
“Scordatelo”.
“Ce l'ho sulla punta della lingua”
“Sciacquatela”.
Furono ore di festa: ballammo
freneticamente e bevemmo da ogni
bottiglia. Hara divorava le patatine ed
imboccava anche noi. Poi ci infilava in
bocca il suo biberon di birra light e gin
finché la schiuma non esplodeva; a
quel punto rideva e beveva lei. Cercò di
ubriacare anche il gatto, ma Aurora la
inibì.
“Vuoi punirlo per averti graffiato le
braccia?” le domandò retoricamente.
“No” rispose lei “per avermi spento le
sigarette addosso”.
Poi scoppiò a ridere e guardò me.
“Scommetto una manciata di patatine
che stai per addossarmi la
responsabilità di averle accese, quelle
sigarette”.
Le sua scommessa era un baro, le sue
carte erano truccate: avrebbe perso in
ogni caso.
“Buon appetito, allora!” intervenne
Aurora.
Hara mangiò. Aurora diventava sempre
più affascinante mentre l'ebrezza
ascendeva. Fra quelle due ragazze mi
sentivo completamente a mio agio, ed
anche quando Hara corse in bagno non
mi turbai molto. Ma provennero le urla
dei dannati, ed il loro chiasso schiacciò
la musica contro le pareti; echeggiò il
fragore di un'estasi perversa che
squarciò la morbida atmosfera della
luce elettrica; stava gridando una serie
di lunghissime “A” come fossero
schegge taglienti nelle sue corde
vocali. La porta era chiusa, ma finché
la sentivamo non dovevamo
preoccuparci più del solito. Solo per un
istante, ma un istante che vale la pena
di appuntare, la mia curiosità timorata
lasciò spazio ad un appagante
sensazione: ero rimasto da solo con
una ragazza bellissima e nella sua
stessa condizione, l'apocalisse era
circoscritta nel bagno e si sarebbe
risolta, come sempre, con o senza di
noi. La serratura scattò e la porta si
aprì. Il volto di Hara era una maschera
grottesca di lacrime dense e nere che
piombavano nel suo sorriso,
scoprendone la profondità come un
sasso lanciato in un baratro dal fondo
invisibile. E mentre quel sasso
precipitava e precipitava nell'oscurità e
nell'abisso, mi parve chiaro il
significato della parola “abbuffata”. Le
sue gambe cedettero, senza che
avesse alcuna preoccupazione ad
inclinarsi verso le braccia di qualcuno.
Ma Aurora ebbe il rapido istinto di
afferrarla mentre era in caduta libera.
“Quando non avrò più la forza per
ridere” disse Hara ridendo “uccidimi”.
Dopo neanche un minuto, puntò i piedi
a terra, si rialzò e si rimise in ballo;
disse che si sentiva più leggera e che
le erano tornate le energie. Ballammo
finché l'affanno iniziò a spezzare le sue
frasi. Allora le suggerivo di sedersi, e
lei rispondeva di non essere stanca, e
quando, per invogliarla, fingevo di
essere stanco io, lei si affermava più
forte di me. Ma dalla frenesia per cui
tentava di coinvolgere il gatto, e quel
“piccolo lupo” che ero io, intuii che
forse tale desiderio era trattenuto
saldo da un istinto, altrimenti sepolto,
che si rifletteva nell'animalità: l'istinto
di sopravvivenza.
“Facciamo un gioco” le proposi.
“Che gioco?”.
“Lupus in fabula”.
“Parli del diavolo...” commentò Aurora.
“Come si gioca?” chiese Hara
incuriosita.
“Serve un mazzo di carte”
temporeggiai.
Hara andò a cercarlo in camera sua.
Realmente indispensabile era la
partecipazione di almeno altre sei o
sette persone, ma mi sentivo
abbastanza ispirato per improvvisare.
L'unico mazzo di carte che aveva era
quello dei tarocchi. Selezionai le carte
più simili a quelle fondamentali per il
gioco originale: Il Diavolo per Il Lupo,
L'Eremita per Il Veggente, L'Appeso
per Il Contadino.
“E al gatto niente?” chiese Hara.
“Al gatto Il Matto”.
Mi ritirai un momento in me stesso per
ripassare rapidamente tutte le regole
del gioco e trovare il modo di
ricombinarle:
Si danno le carte. Il gioco è composto
da due fasi: notte e giorno. Di notte
tutti si addormentano chiudendo gli
occhi. Il lupo indica chi sarà mangiato,
il veggente indica per sapere chi sia il
lupo, e il contadino... il contadino
aspetta che gli eventi si svolgano. Di
giorno l'obiettivo di tutti è sorprendere
il lupo ed ucciderlo.
Spartii le tre carte. Loro le guardarono.
“E adesso?” domandò Hara.
“È notte, chiudiamo gli occhi” enunciai.
Avevo già consumato le uniche regole
che aveva senso riciclare.
“Adesso sdraiamoci congiungendo le
nostre teste” improvvisai.
Domandandomi quale carta avessi
scelto, ricordai che, da regolamento,
non avrei dovuto averne nessuna: io
avrei dovuto essere Il Narratore
onnisciente che di giorno avrebbe
spiegato la dinamica notturna della
favola. Ma per ora era notte, avevamo
gli occhi chiusi, e mentre il gatto si
aggirava incuriosito per le nostre
sagome, m'addormentai.
“È tardi!” si allarmò Hara svegliandomi
“È tardi!”.
Era trascorsa qualche ora ed una luce
fioca penetrava silenziosa dalla
serranda. Aurora era andata via.
“Tardi per cosa?” mugugnai.
“Tardi per l'alba” rispose “vieni con
me?”.
Volevo morire e riposare, riposare,
riposare: desideravo un sonno più
potente di qualunque disturbo.
“Facciamo almeno colazione” dissi
sporgendomi verso la bottiglia di gin.
Nel momento in cui l'afferrai, schioccò,
colpita da un ciondolo che pendeva dal
mio collo. Hara non gli diede peso.
“Dove andiamo?”.
“Come tutti i filosofi che si sono posti
questa domanda, a cercare di
rispondervi”.
Andammo alla stazione, prendemmo il
treno, e giungemmo al mare.
L'irradiamento all'orizzonte e l'insonnia
rendevano etereo ogni granello di
sabbia. E mentre eravamo seduti a
riempirci dello scroscio del vento e del
fruscio delle onde, e del calore del gin,
lei cominciò a parlare, come mai aveva
fatto: cominciò a raccontare.
“Qui...” sospirò “questo è il posto in cui
ci incontrammo. Qui assaggiai la sua
pelle per la prima volta: per me non
aveva un sapore, né un odore, e questo
può solo voler dire che aveva gli stessi
della mia. Quando nuotavamo insieme
e ci bagnavamo, s'insaporiva di
salsedine. D'altronde baciarsi è un po'
cibarsi, e da quando me lo proibì mi
accorsi che, nell'ingoiare, le mie labbra
si contraevano come le sue, e sulla mia
pelle iniziai a sentire un appiccicume
irremovibile. Sai, non è sbagliato
lasciarsi lo spazio di cui necessitiamo,
anche, e specialmente, quando si
tratta di uno spazio vasto come il
mare, perché questo è il territorio dei
nostri sogni, tende all'orizzonte, è tutto
ciò che comprendiamo: ma bisogna
essere decisamente esperti e fermi per
comprendere uno tsunami senza
sentirsene pienamente responsabili. Io
ero un oceano, e pretendevo di essere
la causa di tutti i miei maremoti e di
tutti i loro cataclismi, ma, tendendo
all'orizzonte, stavo solo divenendo una
cascata ai confini del mondo; allora in
un folle volo mi tuffai nel sole e vidi lo
splendore nelle mie onde sinuose.
Quel riflesso abbagliante era la mia
speranza ultima di non prosciugarmi.
Ben presto si trasformò nel desiderio
perverso di prosciugare il sole
assorbendo la sua luce”.
Il cielo stava macerando nell'alcool.
“Il mio stomaco ribelle, la mia mente
rivoluzionaria: ho sentito che c'era vita
dentro di me, ce ne erano diverse,
troppe per chi non riesce a non
ascoltarle tutte. Perciò in qualche
modo devo aprirgli una via. D'altronde
un lembo è un po' un limbo, ed io
desidero tagliarmi a pezzetti e ridonare
vita autonoma ad ogni vita che mi
compone, ma so che tale processo si
rivelerà vano: ogni legame vitale che
avrò tagliato si ricreerà ancora più
saldo fra altre vite, ed allora io non
potrò fare più nulla. Io voglio solo
essere innocente, in un mondo in cui
non esiste salvezza”.
“Mi sembra” dissi “che tu non soffra
l'aria di mare”.
“Se dicessi che il dolore sia l'unica mia
sensazione sarei pateticamente in
cerca di attenzioni. Io ho sentito
spesso il piacere, ed ho riso forte, ma
ad certo punto si è innescato in me il
desiderio di sentire più di chiunque
altro; volevo le mie sensazioni
sradicate dall'incertezza, volevo viverle
intimamente in solitudine, volevo
padroneggiarle. Ma solo chi ride è
padrone del mondo, e, imparando a
ridere del mio dolore, l'argine che lo
separava dal piacere, si è rimarginato.
Ho imparato a ridere con la testa nel
cesso, ho imparato a ridere quando
non avevo le forze per far altro, ho
imparato a ridere per il solletico della
lama sulla pelle. Desideravo sentire più
di chiunque altro: il mio desiderio era
bizzarro ed autentico, il mio amore
nero e puro”.
S'arrestò il mare al suo silenzio.
La luce del sole ascendeva inesorabile
abbagliando l'ultimo pianeta.
L'ubriachezza stava travolgendo il mio
corpo esausto ed io potevo solo
stringere i granelli di sabbia con le mie
mani come l'orifizio di una clessidra...
quando vidi qualcosa di straordinario.
Gli abiti esanimi al suolo ed il suo
corpo finalmente nudo alla luce del
giorno. Fra le mani quel gadget-uccello
che simulava l'azione di bere.
“Volevo sentire leggerezza, volevo
spiegare di nuovo quelle ali atrofizzate
sotto il peso delle delusioni. La tua
amicizia è stata fedele, e sappiamo
che ciò è dovuto ad un desiderio
abbastanza simile ai miei: tu volevi
vedermi morire, ecco perché sei ancora
qui e non hai intenzione di andare. Hai
la smaniosa curiosità di sapere cosa si
sente a vedere un corpo senz'anima.
Tu hai urgente bisogno che io squarci
la tua trama di noia e malinconia con
la mia lama, e non potrai lasciarmi
finché non l'avrai soddisfatto. Sono io
quella sola delusione che può tagliare
le mie ali: ali grandi d'arcangelo
grifagno che mi proteggono come il
ventre di una madre che abortisce. Io
non sono una donna, né un uomo:
sono la tua quotidiana insoddisfazione;
sono stata una dignitosa compagna di
viaggio, ti ho protetto dalla
contingenza di queste specie idiote, e
né oggi, né mai, io ti deluderò” spirò e
mise l'uccello bevitore nella mia
bottiglia “lascia andare le assuefazioni,
non esserne geloso, non avere la
presunzione di essere l'unico a poter
spezzare le tue ali. Uomini e donne
sono solo i falsi prototipi di una
perpetua coazione a ripetere: non
essere deludente come loro. Senti la
leggerezza, senti questa brezza, sentiti
le ali ed ammira di nuovo questo cielo.
Risorgi, riparti, rivoluziona questa
storia ripercorrendo la tua fantasia,
perché essa è la luce divina su tutto
ciò che ti spetta, e plasma il sentiero
sacro dei più puri desideri”.
S'inoltrò all'orizzonte: il mare rivestì la
sua sagoma coi mille riflessi dell'alba,
ed il sole di fronte, a poco a poco,
oscurò il nome intagliato sulla sua
pallida schiena: Lucifer.
34
Melencolia I
L'amuleto che mi pendeva dal collo
aveva un indirizzo scritto sul retro:
l'unica pista da seguire. Arrivai ad un
portone con due soli citofoni. Li scelsi
entrambi.
“Hai preso il gin?” mi domandò una
voce di donna.
“Sì” risposi con mio grande stupore.
Aprì il portone ed entrai. Salii finché
trovai una porta aperta: sbirciai dalla
soglia con gli occhi e con le orecchie
per qualche secondo. Ma fu il naso a
percepire per primo il fumo.
“Entr... ah non sei tu” disse la donna
apparendo, facendomi sussultare.
Mi prese il gin dalle mani e ne bevve
un sorso.
“Arriverà fra poco... credo” tossì
“intendi aspettare qui al freddo oppure
dentro?”.
Mentre ci pensavo confuso, mi incitò
ad entrare.
“Un po' di gin? Una sigaretta? Caffè e
xanax?”
“No... grazie?”.
“Ma voi ragazzini avete la serotonina
nel corpo?”.
In quella casa c'era un alone di fumo
come incenso in una messa funebre.
Un divano esausto, con i cuscini in
bilico ed una copertura decadente
come una ragnatela scardinata. Una
tela su un cavalletto mirava il
panorama oltre il balcone.
Il volume della televisione ci teneva
connessi attraverso le pareti.
Il tempo stava dilatandosi come una
plastilina tirata per due estremi, ed il
clima stava plasmando filamentose
nuvole. Aurora stava arrivando con una
busta di alcol ed acquerelli,
salutandomi, come un cane od un
angelo. Versando la vernice, rendendo
la tela tale. Aurora stava trasfigurando
gli umori del cielo ed i miei,
spiegandomi come l'arte trasmuta la
tua purissima astrazione in grezza
concretezza: il pennello lacrimando
nella tempera, infiammando i colori,
come i primi toni di una strana sera.
Un compasso come stampella per le
sue ali, annoiate sotto il peso d'un
ossigeno etereo e rarefatto. E per
ironia, una bilancia senza talenti, e la
sabbia in una clessidra fermata per
sempre nello scorrere. Aurora stava
formando, linea dopo linea, lato dopo
lato, un poliedro nuovo, sconosciuto e
senza nome, che stavamo chiamando
“poliedro”. Quattro chiodi non
penetrati sul pavimento, un martello,
una pinza ed un seghetto; una
campana che mai suonerà; un edificio
inquadrato a metà; una scala che di
sette pioli in alto va. Uno spettrale
vipistrello, un mare, un arcobaleno, ed
un bagliore.
Poi la madre di Aurora inciampò nel
cavalletto -l'equilibrio lo aveva perso
da tempo- e trapassò col piede il
quadro nel suo centro.
“Beh, che cazzo pretendi?” disse, a sua
discolpa “te l'ho detto milioni di volte
di non fare tutto questo disordine”.
Aurora stette. Raccolse il quadro e lo
rimise sul cavalletto.
“Andiamo” disse poi.
“Brutta puttana, cos'hai da fissare con
quel tuo sguardo inquisitorio, eh?” ci
sgridò fissandoci.
Aurora era bella, non era una puttana,
e non la stava guardando. Uscimmo di
casa. Non avevo idea di dove stessimo
andando; Aurora non parlò per tutto il
cammino.
Arrivammo al porto.
“Non c'è qualcosa per cui vuoi
gridare?” disse Aurora.
Aurora gridò, forte.
Quel grido squarciò il cielo, che iniziò a
sanguinare... neve.
“C'è qualcosa per cui voglio gridare...
ma forse non c'è più”.
“Ogni cosa è sempre qui”.
Gridammo insieme, più forte.
Dopodiché Aurora estrasse una
bomboletta di vernice spray e disegnò
sul muro del porto un putto alato
intento a scarabocchiare.
Creatura pittrice, ma chi ti disegnò così
bella?
E una scritta lampeggiò il suo
avvertimento, nelle parole che stava
formando. E la scritta diceva: “Le
parole dei profeti sono scritte sui muri
della metropolitana, e negli atri di un
caseggiato”. E sussurrò nel suono del
silenzio.
All'alba del giorno seguente vidi uno
scenario innevato che posso rendere, a
te che leggi, solo con una pagina
bianca:
.
35
Perseverare autem Humanum
Ancora la condizione non mi si era
dipanata. Perciò andai a cercare il filo
laddove spesso lo avevo ritrovato
-probabilmente perché lì spesso lo
avevo perso.
Ordinai un Bloody Mary, con salsa
tamari.
Seduto al tavolo. Ricordi frammentati,
vedevo, facce frastagliate. Due
scheletri avorinei che danzavano
anelati l'uno all'altro; nella loro cassa
armonica risuonavano le loro canzoni...
le canzoni di Dyinamite... se solo lo
avessi ricordato alla festa di Hara...
Un altro Bloody Mary... i pomodori di
Yai... se solo avessi provato a cederli
ad Hara con un bacio... ma Hara non
poteva più mangiare i pomodori.
Com'è scomodo concepire la realtà
attraverso i nomi!
Un altro Bloody Mary, e poi avrei
pensato a come pagare. Quel mare
rosso ostruiva il passaggio ai miei
pensieri, eppure era un passaggio
obbligato. Ma ecco che, in lontananza,
proprio sotto le luci al neon, un gioco
di luce ed ombra plasmava il volto di
una vecchia amicizia. Quanti giorni
erano passati, e quanti eventi poteva
leggere la luce sulla nostra pelle;
d'altronde eravamo stati da sempre
personalità precoci. Quella sagoma,
che dalla penombra si stava
avvicinando inesorabilmente al mio
tavolo, era ancora fregiata della
prematura esperienza delle sigarette,
dell'erba e del vino; precoce per un
gruppo di coetanei, non per me, che
ero un po' più piccolo. In quella
persona, il cui sguardo stava vagando
a caso per i tavoli, traspariva ancora la
ragazzina curiosa che aveva incarnato
ogni moda e tendenza di quegli anni:
cambiando svariate tipologie di vestiti,
colori di capelli, generi di musica ed
interessi, forandosi la lingua da sola;
assimilando così tutto ciò da cui la mia
timidezza mi aveva preservato. Una
sensazione che si rivelava utile quando
lei chiedeva un parere sul suo look: gli
altri rispondevano istintivamente con
un “stai bene” o con un “stavi meglio
prima”, mentre io attendevo che
fossimo soli per dirle che era sempre
bellissima. Il suo sorriso era autentico,
i suoi modi naturalmente gentili, la
infastidivano le imprecazioni, e la sua
ricerca, come la mia silenziosa, era
fatalmente incline all'amore. Lei era in
cerca di protezione, io di una svolta.
Lei non la percepiva in me, ma io in lei.
Ed ora che era quasi giunta, mi si stava
presentando l'occasione di scoprire
cosa saremmo stati se fossi stato
perfetto per lei. Il suo sguardo incontrò
il mio, riempiendomi lo spirito come un
cappuccio in una giornata ventosa, ed
io la invitai a sedersi.
Quella ragazza si chiamava Mary, ed
era incinta.
“Ancora verde è il nostro parco?” mi
chiese.
“Certo”.
“Come le piume dei pappagalli?”.
“Ci sono ancora”.
“E quel serpente è stato poi
recuperato?”.
“Così dicono, ma io non credo”.
Le piaceva la buona novella che stavo
raccontando, e a me piaceva
raccontarle qualcosa che non sapeva.
“Ma chi ti proibisce di tornarci?” le
domandai.
“Una scelta... o due, a dire il vero, che
ho da fare qui. Ma ho l'impressione di
aver perduto troppo tempo oramai”.
“Parla chiaro”.
“Eh?”.
“Stai facendo la vigliacca”.
“Ma chi ti credi di essere per
giudicarmi?”.
“Nessuno ti ha giudicata. Non fare la
vigliacca, perché nulla è più banale
della vigliaccheria, e tu sei stata creata
per essere straordinaria”.
“In un mondo di vigliacchi? Bel
riguardo per una creatura prescelta!”.
“Ascolta, tu sei stata l'antieroe della
mia banalissima preadolescenza. Poi
sei scomparsa dalla mia vista, ma sei
entrata nei miei sogni, li hai resi
straordinari, e da quei sogni ho
imparato più che dalla veglia. Ora ho
l'occasione di restituirti il tuo spirito.
Coraggio, parlati chiaro, Mary!”.
“Di', non avresti preferito che fossi
un'anti-eroina? Sono scomparsa per
cercare di non morire, e invece ho
trovato una vita da portare con me.
Vorresti incoraggiarmi a recuperare il
tempo perso?”.
“Tentare di recuperare il tempo perso,
è il modo più sicuro per perdere
tempo”.
“Intendi che dal fondo posso solo
risalire?”.
“Tutto il contrario, amica mia: il fondo
è un pavimento abissale composto da
granelli di convinzione, e se tu l'hai
toccato, non cercare di risalire, ma
persevera, scava, continua a scavare,
ed esci dall'altra parte; e così mostra ai
vili una forza in cui possano credere”.
“Beh... Non è forse il sogno segreto di
ogni madre partorire Cristo?”.
“O quantomeno abortirLo...”.
“E tu come mi vedi meglio?”.
“Tu sei sempre bellissima”.
“Non puoi aiutarmi ad ipotizzare un
futuro?”.
“Un futuro è in te. Ma io posso aiutarti
ad ipotizzare un passato. Se ci fossimo
conosciuti da piccoli, saresti stata
sempre a casa mia, avremmo guardato
insieme tutti i cartoni del pomeriggio, e
forse adesso avrei potuto più
facilmente, tenendoti la mano, condurti
sul sentiero della mia fantasia, laddove
ci avrebbero atteso demoni sorridenti e
simpatici fantasmi, e piccole fate che
zampillano di fiordaliso in orchidea. E
quando nei tuoi occhi fossero
lacrimate gocce di luna, ed io avessi
lasciato agli angeli smemorati il
compito di ricordare la strada del
ritorno, ci saremmo fusi insieme, ci
saremmo entrati dentro così come la
realtà non concede: avremmo guarnito
le nostre orecchie, che non ci
sarebbero più state, ed avremmo
placato i nostri occhi, mostrandogli
finalmente quello che celano”.
E proprio in questo momento, le frasi
iniziarono a comporre quel sacro
sentiero: ogni lettera un ciottolo, ogni
parola un passo, mi condussero
nell'errare dicendo: “Principe della
luminescenza, fosti spiraglio
dell'umana esistenza: tu che
conoscesti la paura del buio, sognasti
per questa creatura un mondo di
nobiltà. Tu che sapevi la bellezza, la
vedesti assai inadatta a saperla,
eppure così incline al tentativo, così
insolita, così bizzarra. Allora
quell'Amore, che tu riconoscevi come
un diamante ettagonale, lo corrompesti
in sette prismi, tu che solo potevi farlo,
affinché quelle creature brancolanti
potessero intravedervi la sua Luce.
Quella creatura incline al tentativo non
poteva non essere incline alla
tentazione: la sua inesperta sensualità
fu prosciugata dalla lussuria, la sua
fragile integrità fu disintegrata in ogni
pezzo di altra materia, la sua
razionalità nell'affermarsi si
contraddiceva, e la sua intelligenza
giocosa conobbe il livello della serietà.
Con questi mezzi quelle creature si
conquistarono un posto speciale in una
catena naturalmente perfetta: ne
divennero il primo anello. Il tuo cuore
aveva capito immediatamente che il
primo anello di una catena è simile, più
che ad ogni altro, all'ultimo, ma il
coraggio spaventa, e tu giudicasti la
tua condotta assolutamente perfetta.
La tua specie divenne dominante, e
quindi oppressa da se stessa. Ma la
Natura silenziosa aveva plasmato la
perversità con l'incapacità di
raccontarsi. E siccome chi non
racconta resta nel buio, questa razza
ne riscoprì il timore e raccontò favole
timorate alla sua prole. Come ti
sentisti, Principe della luminescenza,
quando vedesti i prescelti accomodarsi
nella bara dell'istruzione? Come ti
sentisti quando quella creatura avida
dell'universo, si contentò di stringere
fra le proprie mani una ricchezza
sempre relativa? Come ti sentisti,
Principe, quando ti furono avversi,
quando si divisero fra loro, e quando ti
proclamarono principio di conflitto? Tu
li odiasti, Principe della conoscenza, li
odi tutt'ora, e odi te stesso perché tu
sai che ucciderli sarebbe un delirio di
ignoranza, che vincere su qualcuno ti
renderebbe perdente sotto tutti gli
altri. Quando senti quelle creature
promettersi amore finché la morte non
le avrà separate, tu le odi, ma il tuo
odio non è una pretesa per l'avvenire, è
vero, è sentito: tu li stai odiando in
continuazione. Adesso io ti riconosco,
e capisco che l'odio è un frammento di
quel diamante, che ti si è attaccato
addosso come pece infuocata, ed ha
negato alla tua onestà le buone morali,
ha vietato alla tua singolarità di
omologarsi, ed ha mantenuto i tuoi
desideri incontaminati dalle voglie più
blande: l'odio è divino, e allora io
desidero comprenderlo. E ragionando
così sto già comprendendo i tuoi errori
di logica. L'odio non comprende
l'amore, l'amore comprende
principalmente l'odio. Io non ripudio
l'odio, né gli giuro eterno amore:
adesso io sto amando l'odio in
continuazione. E vedo un universo in
cui nulla è comparabile: le stelle tanto
grandi ed elementari, e la vita così
piccola e complessa. Nulla è
insignificante e nulla è eccessivamente
significativo. Vedo galassie nella mia
mente che con gli occhi non potrei.
Sento la mia fantasia con tutti i miei
sensi e so che vive. Ed io cammino in
un paradiso in cui è contemplata tutta
questa bella materia, che esiste
certamente e che certamente si
trasforma. Riconosco l'essenza del
bene e del male: so che il male si
trasmette più in fretta perché obbliga a
rispondere, mentre il bene non obbliga
mai. Vedo che agli animali non
interessa, che mi considerano anche
se non ho un nome, che possono fare a
meno di definire il mio io; e così lo
imparo anch'io. Ed allora scopro che
questo paradiso è tanto fantastico da
comprendere la morte, che essa non
obbliga nessuno più della nascita, che
entrambe sono la magica
trasmutazione di un IO
onnicomprensivo: e noi siamo un umile
pezzo di realtà, un umile parola di
verità. Leggendo, l'Amore che siamo si
riconosce in ogni frammento della
Natura, e comprende perché lo si teme
e quindi lo racconta. Io sono lo
scrittore e il primo lettore. Io sono
Yasha, io sono Keran. Io: <<sono
liber*>>”.
36
Beautify your demons
Dove vanno le falene quando la notte
finisce? Dove vanno a morire quando
le fiaccole e le lanterne si
esauriscono?
C'era un'orda che si scuoteva
incurante pur di rivelarlo. Ballerini
ubriachi e guerrieri massacrati
assuefatti: campioni del nulla. C'era un
sole alto e contro, che assisteva a
questo rito tribale, e sdoppiava
quell'esercito fiacco accendendone
ogn'ombra prigioniera. Bicchieri di
plastica a terra ostacolavano il
passaggio. Folate di fumo e di cenere
annebbiavano la vista e l'olfatto.
Dirompeva la sonorità di un requiem
da rave che cantava la vita.
Il sole, affiancato da vespero, iniettò di
rosso l'umore del cielo.
I lampioni della strada lì attorno
s'accesero quieti in sequenza come
una processione solitaria.
Da dove vengono le falene quando
giunge la sera?
C'erano i primi flash colorati ad attrarle
e neanche i vapori del ghiaccio secco
potevano dissuaderle. Alcune perivano
presto, mentre l'ostinazione di altre
sembrava intesa ad oscurare quei soli
notturni.
Dopo che in quella notte nulla era
cambiato, i primi raggi dell'alba
iniziarono a sfumare il cielo. Allora io
mi arrampicai su un albero a
contemplare in solitudine; e
nell'amplesso di quei rami, mi si svelò
la somiglianza fra un proverbio e un
epitaffio.
Verrà la morte
E tu le dirai:
“Ma come, di già?”.
E in sua onestà
Dirà: “ora lo sai
È durata abbastanza”.
Nell'istante in cui questo pianeta
scoprì il sole, uno stormo di falene
s'involò all'orizzonte, e comprendendo
finalmente, porsi loro il mio battito di
mani e di cuore.
C'è una gioventù che si muove
sotterranea, che parlò chiaro e non fu
ascoltata. Adesso di parlare s'è
stancata, e si attende ad una felicità
subitanea.
Non giunse il trentaseiesimo schiocco,
che il battito si era frammentato in un
echeggiante applauso di solenne
umiltà, in un momento di
partecipazione, e diventò il suono di
queste farfalle della notte che
svolazzano, speranzose nella brezza, in
quest'inesorabile e misteriosa ricerca
di luce.

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