Allegato PDF - Il sole al Guinzaglio

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15. La carne, seconda parte. Seconda introduzione; di alcune botteghe e di quello che ci
sta dentro; lo strano destino di certi edifici che hanno cambiato destinazione; banchetti,
veri o aspiranti tali; On the Road, 1 e 2
‘…Le mie lamentele da bambino riguardavano il fatto di non riuscire a vedere al di là dei
muri…e non poter osservare quando andavo con mia madre nella macelleria
maleodorante (dopo un po’ dimenticavo il fetore, ma appena uscito sulla strada, nell’aria
fresca, lo ricordavo di nuovo), subito davanti al posto di polizia, l’uomo che tagliava sul
banco di legno la carne con i suoi coltelli, grandi quanto la mia gamba…’ (Orhan Pamuk,
Istanbul, 2003)
1. Seconda introduzione
Secondo un sondaggio fatto in Francia, nei macellai ha fiducia l’81% delle persone
interrogate. Essi si piazzano in quinta posizione dopo i pompieri, le infermiere, la famiglia e
i medici. Se consideriamo che i risultati seguono di poco la scoperta di carne di cavallo in
cibi preparati, possiamo dire che la categoria ha retto bene il colpo.
E colpisce l’allegra variegazione delle altre, chiamiamole fra noi, specie, i pompieri e la
famiglia secondo tradizione, laddove, almeno da noi, i pompieri non vengono più a darti
una mano se ti trovi chiuso fuori dalla porta di casa tua di notte e pure la famiglia,
diciamocelo, lascia a desiderare sotto diversi punti di vista.
Ma il macellaio regge, anzi, ha sviluppato un modo di stare al mondo del tutto inedito.
Prendiamo per esempio le due superstar parigine del momento: Hugo Desnoyer
http://hugodesnoyer.fr e Yves-Marie Le Bourdonnec http://le-bourdonnec.com.
Incarnano, è il caso di dirlo, letteralmente, una nuova generazione ‘plus rock que leur
aînés, plus élitiste aussi. Avec eux, la viande se fait chic et couture, les tarifs flirtent plus
avec le sur-mesure que le prêt-à-porter’ (Le Figaro), ovvero più rock dei loro antenati,
anche più elitista. Con loro la carne si fa chic e couture, qui non è il caso di tradurre, le
tariffe flirtano più con il su misura che con il prêt-à-porter.
(I francesi, come sempre, mettono la moda dappertutto. E fanno benissimo).
Partecipazioni televisive, happening, pubblicazione di libri, siti, blog, Le Bourdonnec posa
anche nudo per il suo calendario (ve ne risparmio la vista, lui dice di voler rendere sexy la
professione ma non so se ci riesca).
Non si sa bene se i giovani siano attratti dalla macelleria, forse è un lavoro troppo faticoso
e anche sporco, però è vero che essa ha una dimensione quasi religiosa, sacrificale,
biblica, per non parlare della nutrizione e, tout court, della carne. Come sappiamo, in
italiano anche quella della mortificazione e della tentazione.
Da noi la musica è diversa. Ho controllato l’elenco delle otto migliori macellerie di Roma,
alcune delle quali mi hanno venduto alcune volte bistecche di nessuna importanza,
qualcuna ha un sito con il quale manca il collegamento, un’altra si presenta meglio ma
siamo sempre nell’ambito di una specie di provincia, la nostra.
Inoltre, secondo me a Roma la carne è pessima e per mangiare una buona fiorentina,
appunto a Firenze bisogna andare, c’è anche una piacevole trattoria davanti a Santa
Maria del Carmine dove c’è Masaccio, è il caso di dire che con una fava si prendono due
piccioni o, come dicono loro in Francia, si fanno d'une pierre deux coups.
Fare il macellaio non è un mestiere femminile.
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E’ un mestiere da maschi, forti, carnali, sanguigni.
Vi basta?
Allora andiamo avanti.
2. Di alcune botteghe e di quello che ci sta dentro
Per prima cosa vi invito a fare un giro con me a Oxford. Che ve ne pare?
Lì andiamo alla Christ Church, un’istituzione unica, uno dei più grandi college nella
University of Oxford e una cattedrale per la diocesi che porta il medesimo nome. C’è un
coro famoso, una collezione di libri e di arte, visitatori che vengono e vanno e una Summer
School. Molti hanno studiato in questa università, vi cito il poeta W. H. Auden fra tutti. Ma
io vi ho portati qui perché all’interno del complesso c’è la Christ Church Picture Gallery e
perché nella galleria c’è un importante dipinto del nostro Annibale Carracci (1560-1609),
un pittore bolognese e grande, che finì purtroppo la sua vita in uno stato di malinconia che
ancora oggi a sentirlo raccontare strazia.
Ma occupiamoci dei suoi inizi, quelli che vedono la produzione di un dipinto di cui ora vado
a parlarvi, una cosa singolare, soprattutto se inserita all’interno di una carriera che sembra
andare da tutt’altra parte.
Lì l’opera si chiama The Butcher’s Shop, ovvero La bottega del macellaio, ed è entrata a
far parte della collezione nel 1765.
Per prima cosa ve la mostro.
Annibale Carracci, La bottega del macellaio, 1582-83
A destra un uomo sta spostando un mezzo vitello appeso a un gancio; un cane occhieggia
da sotto il banco; il ragazzo sta per uccidere la pecora, la tiene ferma con una mano e un
ginocchio; un altro pesa la carne per il soldato che cerca nel borsellino il denaro per
pagare; al centro il macellaio prepara la carne per la cliente sullo sfondo.
Tutto semplice e leggibile, no?
No.
Dunque, come sempre accade nell’arte, cominciamo a ragionarci su e a riflettere.
L’opera ha creato molti interrogativi negli storici perché è probabile che, anche se ci
mostra una bottega di un macellaio, ci voglia dire altro.
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Qui dobbiamo ricordare che Annibale aveva fondato nella città natale con il cugino
Ludovico e il fratello Agostino una scuola d’arte che si chiamò prima Accademia dei
Desiderosi, poi Accademia degli Incamminati, due nomi entrambi molto belli, che
racchiudono in sé il senso del movimento verso qualcosa che si vuole raggiungere.
In questa scuola, oltre a propugnare un ritorno al classicismo per superare l’involuzione
della fase manierista, si dava molta importanza al disegno dal vero, ovvero dal modello
vivo, ovvero dalla viva carne.
Carne tale e quale a quella che vedete appesa, venduta e preparata nella bottega.
E’ anche vero che ci sono allusioni a situazioni religiose: per esempio il macellaio che
pesa la sua merce tiene in mano una bilancia, tale e quale all’Arcangelo Michele che pesa
le anime nel Giudizio Universale. E l’agnello in primo piano ci riporta fin troppo facilmente
al ruolo che questa bestiola ricopre nella narrazione della vita di Cristo, ovvero nei Vangeli,
dal Buon Pastore all’identificazione medesima di Gesù con l’Agnello di Dio.
Ricordiamo qui che la metafora del pastore, dunque delle pecore, percorre come un fiume
carsico la storia dell’arte. Ce lo ricorda Angela Vettese, mutuando la narrazione da altri
studiosi, in un passo del suo Artisti si diventa, 1998, cominciando con Giotto, che fu
scoperto da Cimabue, ‘pittore celebratissimo’ che lo trovò a disegnare su una lastra con
un sasso ‘una pecora di naturale’ (Giorgio Vasari).
E in questo flusso di storie, quasi per emulazione, reclamarono la medesima ‘origine
bucolica’ Andrea Mantegna, Andrea Sansovino, Andrea del Castagno, Zurbarán, Goya,
Franz Xavier Messerschmidt, Segantini e, in tempi più vicini, anche Joseph Beuys, che
racconta che negli anni giovanili si comportava ‘come un pastore’, portando un ‘bastone
eurasiatico’ e immaginando di avere intorno un gregge.
Ma torniamo ad Annibale. Che nel suo dipinto usa pennellate dense e non amalgamate,
anticipando così di due secoli e mezzo l’Impressionismo.
Avete visto quanta altra roba c’è su un banco? Per non parlare della possibilità che nei
volti dei personaggi ci siano i ritratti di tutta la famiglia Carracci. Insomma, una struttura
parecchio complessa che è bene non semplificare con una lettura fatta di fretta.
Qualcosa di simile fa anche Bartolomeo Passerotti (1529-1592), con un’altra bottega in cui
i due macellai ci appaiono brutali e realistici, anche con una testa di cinghiale in primo
piano sulla sinistra.
La concretezza del dipinto si fa però poetica con la firma dell’artista, il passero, che
compare sopra i ganci destinati alla carne.
Influenze fiamminghe della natura morta, certamente, ma anche acuta capacità di
osservazione di quello che c’è intorno.
Bartolomeo Passerotti, La macelleria, 1580
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Vi porto anche rapidamente in Olanda, o, meglio, a Londra, dove il dipinto è conservato
presso la National Gallery, per restiuirvi l’interpretazione di un negozio di polli di Gerrit Dou
(1613-1675), il primo allievo del giovane Rembrandt. Maniaco della pulizia e della
conservazione (corretta) della sua attrezzatura, atteggiamento con il quale noi ci troviamo
d’accordo, usava talvolta una lente di ingrandimento per dipingere. E tanta cura si vede
anche qui, nella nettezza della descrizione di una scena, come spesso accade in lui,
inserita in una nicchia, con una lepre tenuta per le zampette dalla venditrice e la giovane
serva che la indica. Tutto è rivelato, pulito, chiaro ai nostri occhi, compresa la scena con i
ragazzini che giocano nella lastra nel primo piano in basso ripresa da un rilievo dello
scultore fiammingo François Duquesnoy, attivo poco prima a Roma.
Gerrit Dou, Il negozio di polli, 1670
C’è un Boucher, ossia un macellaio, anche nel XVIII sec., si chiama François, vive fra il
1703 e il 1770 ed è l’artista forse maggiormente rappresentativo dell’elegante superficialità
del Rococò. È bravo in tutto, dalle colossali decorazioni per i castelli di Versailles e di
Fontainebleau al design per ventagli e babbucce.
Non ha dipinto botteghe di macellaio, d’accordo, però anche a un’occhiata superficiale alla
sua produzione mi sembra che di carne se ne intenda.
Guardate come sta andando fra Leda e il suo regale cigno: fra tante scene piene di
allusioni di cui è ricca la storia dell’arte, fra avvitamenti, contorsioni, intricatissimi abbracci,
qui sembra veramente che l’animale sappia come ci si comporta con una signora anche
quando è meravigliosamente scomposta.
François Boucher, Leda e il cigno, 1740
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Ora vorrei farvi notare come il negozio con la sua merce esposta evolva nel sec. XIX
diventando un elemento importante della vita moderna. Ce lo dice, per esempio, il sempre
suggestivo Whistler, l’artista dalla fantasia fervida che venendo in Europa si era
reinventato un’esistenza e fingeva di essere un aristocratico nativo di un’America che non
avrebbe mai più rivisto. Figlio di un ingegnere ferroviario, era nato a Lowell,
Massachusetts e raccontava di essere un gentiluomo del sud. Dandy raffinatissimo,
appassionato di japonaiserie, fu amico di Gustave Courbet, con cui condivise la bella e
rossa Jo, l’irlandese, che compare nei dipinti di entrambi ed ebbe il rispetto di Manet e di
Degas, ovvero di due dei massimi e dei più intellettualmente complessi artisti del periodo.
Whistler vede la città nel modo giusto, la ritrae dal vivo, la fa vitalissima, piena di
movimento e di scorci interessanti.
L’acquerello con la bottega del macellaio che vi mostro non fa per niente presepio, anche
se fa calore del contatto umano e brusio di fondo tale e quale a quello che nelle scene
narrative della Natività si trova facilmente.
James Abbot McNeill Whistler, La bottega del macellaio, 1858
Suggestivo anche Gustave Caillebotte (1848-1894), il compagno di strada degli
Impressionisti, artista che si distingue per un fragante amore per l’esistenza tutta, per i
suoi rituali e i suoi paesaggi, compresi quelli umani.
Nel suo catalogo compare una serie di nature morte che ha anche a che fare con
l’étalage, ovvero con l’esposizione della merce nel negozio.
A questo proposito e visto che stiamo nel nostro ipermercato, ipotetico ma parecchio
metaforico, mi piace ricordare l’attenzione che dedica Émile Zola alla tecnica, anzi,
diciamo meglio, all’arte di esporre nel suo Au Bonheur des Dames, il romanzo che onora il
primo grande magazzino di Parigi, quello che avrebbe ingoiato tutti gli altri negozi, apparso
en feuilleton nel Gil Blas nel 1882-1883:
‘Bruscamente, egli intervenne. – Ma perché cercate di trattare bene l’occhio? disse. Non
abbiate dunque paura, accecatelo…Prendete! del rosso! del verde! del giallo!
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Aveva preso dei capi, li gettava, li stropicciava, traeva da essi gamme eclatanti. Tutti erano
d’accordo: il patron era il primo étalagiste di Parigi, un étalagiste rivoluzionario in verità,
che aveva fondato la scuola del brutale e del colossale nella scienza dell’étalage.’
Octave Mouret, nel suo desiderio di far uscire dal negozio le clienti con il ‘male agli occhi’,
oltre ad affermare ancora una volta il suo potere di seduzione su signorine e signore, che
agisce principalmente, anche se non solo, sulla smania femminile per gli acquisti, si
propone qui come un rivoluzionario che porta scompiglio nella scuola classica ‘della
simmetria e della melodia cercate nelle sfumature’.
E l’aggressione funziona. Arriva subito dopo una donna che resta ‘plantée et suffoquée
devant l’étalage’ (non traduco perché non serve) e si tratta, guarda un po’, di Denise, una
dei protagonisti del romanzo, quella destinata ad avere un grande ruolo presso il patron
del Paradiso delle Signore.
Lasciamo Zola ai suoi incanti e citiamo pure un altro genio dell’étalage, questo qui più
vicino a noi, Renée Herbst (1891-1983), architetto, designer, grafico e campione degli
allestimenti e delle vetrine, che prima o poi, ve lo prometto, ritroveremo sul nostro
cammino.
René Herbst, Vetrina per i tessuti di Sonia Delaunay, Exposition International des Arts Décoratifs, Parigi
1925
Stavamo parlando di Caillebotte e delle sua felicità di esistere.
Esistono e sono straordinariamente vitali anche le sue vedute di animali macellati esposti.
Hanno il ritmo del passo rapido di chi vive in città, suscitano in noi il piacere
dell’abbondanza, insomma, contrariamente a altre situazioni, non recano con sé il senso
della morte.
Effetto (o miracolo) di una pittura dinamica e scattante, armoniosamente inserita in una
Parigi che sta diventando sempre più moderna, in cui anche i negozi partecipano di un
panorama che ormai definiamo urbano e che, anche a distanza di anni, riconosciamo
come nostro e che ci rappresenta.
Dato il ruolo così importante presso gli Impressionisti, mi piace ricordare l’aiuto loro fornito
a più riprese da Caillebotte, che veniva, sì, da una ricca famiglia ma che con il suo denaro
avrebbe anche potuto fare altro, e il legato della sua collezione di sessantacinque dipinti
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che dopo la sua morte furono oggetto di una forte opposizione accademica e che
riuscirono comunque a entrare in numero di trentotto al Musée du Luxembourg e che oggi
ammiriamo al Musée d’Orsay, con parecchi pensieri di riconoscenza nei confronti di chi ha
espresso la sua amicizia per i provvisoriamente meno fortunati colleghi in modo pieno e
tangibile.
Gustave Caillebotte, Banco di polli e cacciagione, 1882
Gustave Caillebotte, Vitello nella bottega del macellaio, 1882
4. Lo strano destino di certi edifici che hanno cambiato, è il caso di dirlo, vita
Colpisce, nella trasformazione contemporanea delle città, che il macello spesso diventi un
luogo d’arte.
E’ accaduto a Roma, dove il Mattatoio di Testaccio è stato dismesso nel 1975.
Funzionava dal 1890, quando la città aveva 430.000 abitanti, ed era stato concepito
dall’architetto Gioacchino Ersoch con criteri industriali moderni, che vedevano una
differenziazione degli spazi e delle funzioni in una superficie di circa 105.000 mq.
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Quando la Capitale raggiunse i 3.000.000 di abitanti si dovette portare la macellazione
altrove e il Mattatoio, diventato ex, cominciò un percorso per rifarsi una vita: nel suggestivo
spazio di archeologia industriale passano gli studenti di Architettura e i vigili urbani, poi nel
2002 due suoi padiglioni sono assegnati al MACRO, Museo d'Arte Contemporanea di
Roma e inizia la stagione artistica oggi in piena fioritura.
http://www.museiincomuneroma.it/ne_fanno_parte/macro
Nel 2006 è anche iniziato il cantiere da poco conclusosi per l’utilizzo de La Pelanda, in
passato sede, appunto, dell’operazione di spelatura dei suini. Il padiglione è diventato un
‘centro di produzione culturale’ aperto in occasione di eventi espositivi, luogo ‘di rara
suggestione’, che riscatta nella riconversione il passato di morte cui è stata legata la sua
nascita.
http://www.060608.it/it/cultura-e-svago/beni-culturali/sedi-espositive/la-pelanda-centro-diproduzione-culturale.html
Nella difficoltà che ha sempre Roma a mettersi in relazione con l’arte contemporanea,
ecco che l’ex Mattatoio è diventato un’oasi di idee, iniziative, incontri.
Il Mattatoio di Testaccio a Roma
Macro Testaccio
Poco prima di Roma, per la precisione nel 2000, in Francia, sulla riva sinistra della
Garonne, a Tolosa, si afferma un polo culturale in uno spazio analogo: Les Abattoirs
(ancora il mattatoio, ma stavolta in francese) gioca un ruolo importante in quanto museo e
luogo di esposizione per l’arte contemporanea.
Lo spazio è vasto, suggestivo, accogliente.
Sono stata a Tolosa e l’ho visitato, comprendendo solo in un secondo tempo che cosa era
successo in quella superficie a perdita d’occhio prima che vi entrasse l’arte.
Avevo preso la mia bicicletta e me ne andavo a spasso nella città rosa un po’ deserta per
via della stagione estiva.
L’impatto fu violento.
Con la cura estrema che i francesi hanno sempre per tutto ciò che è cultura, una città di
provincia non del tutto vivace, almeno non in quei giorni, mi offriva uno dei più bei luoghi
espositivi mai visti.
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Les Abattoirs, Toulouse
E fui anche fortunata perché in quel periodo era esposto il capolavoro conservato lì dentro,
‘le rideau de scène de Picasso, La Dépouille du Minotaure en costume d’Arlequin. Créé
par l’artiste en 1936 avec la collaboration de Luis Fernández, cette immense œuvre (8,30
x 13,25 m) a été réalisée pour 14 Juillet, pièce de Romain Rolland donnée au Théâtre du
peuple le 14 juillet 1936’.
Vi spiego subito. Come vedete nella foto, è un sipario di scena di dimensioni regolari,
appunto 8 metri e trenta centimetri di altezza per 13 e venticinque di larghezza. L’ha
dipinto Picasso con la collaborazione di Luis Fernández e si chiama La spoglia del
Minotauro in costume di Arlecchino.
Fu realizzato con parecchia rapidità per l’opera teatrale di Romain Rolland intitolata 14
luglio, che fu rappresentata nel 1936; però con la pièce c’entra poco o niente perché
Picasso, ricevuto l’incarico, lavorò su una gouache che aveva già pronta e la sviluppò
nelle dimensioni richieste, appunto con l’aiuto di Fernández.
L’iconografia è complessa e privatissima, proviamo a raccontarla: Minotauro morto in abito
di Arlecchino (Picasso stesso) è sostenuto da un gigante alato con la testa d’aquila molto
simile a Horus, il dio del sole egizio. Un uomo potente e barbuto (ancora Picasso), coperto
da una pelle di cavallo (Marie-Thérése, amante dell’artista, immagine della purezza
dell’amore di cui egli si è stancato), avanza mostrando i pugni. Porta un adolescente bello
coronato di fiori (ancora Picasso, stavolta però con un profilo che evoca quello di Dora
Maar, la sua nuova compagna). Ha le braccia aperte e sembra arrestare l’altra coppia.
Spero di essere stata in grado di farmi seguire. Però vi invito a lasciar perdere la
decifrazione dei simboli e delle allusioni e a concentrarvi solo sulla potenza animale che
emana dall’opera: dentro c’è il toro, simbolo della Spagna e, quando è mezzo umano,
come nel caso di Minotauro, principale identificativo di Picasso. L’aquila è un rapace, tutto
è lotta, contrasto, passione, erotismo.
Nel bestiario immaginario del grande artista, ogni sua relazione amorosa assume forme
fisiche e narrative diverse, la sua vicenda appena avviata con Dora Maar e quella ancora
in essere con Marie-Thérèse Walter alimentano una fantasia febbrile che nell’essenza
dell’animale trova ospitalità e conforto.
Perché fui fortunata a trovare lì Picasso? Perché stiamo parlando di un sipario, ovvero di
una stoffa, che soffre nello stare troppo a lungo in esposizione e che pertanto è visibile
solo di tanto in tanto e per periodi brevi.
Quindi, se andate a Tolosa, informatevi e preparatevi a un formidabile e indimenticabile
impatto.
http://www.lesabattoirs.org
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Picasso, La Dépouille du Minotaure en costume d’Arlequin, 1936
Che entri in tutto ciò che vi ho raccontato la violenza che si è accumulata nell’uso
precedente dei luoghi?
Che sia possibile cambiare di segno architetture che hanno ospitato il dolore immenso di
bestie che non avevano altra scelta?
Che la vita segua la morte e non viceversa?
Ci piace pensarlo.
5. Banchetti, veri o aspiranti tali
Del libro Sacro romano Gra, 2013 di Nicolò Bassetti e Sapo Matteucci abbiamo già parlato
a proposito di toponomastica (Campo di Carne, v. pag. 98).
A Roma, e di Roma stiamo parlando, almeno fino a un po’ di tempo fa c’era un simpatico
modo di dire che suonava così: chi gira, lecca; chi resta a casa si secca.
Si presentava regolarmente in questo modo alla mia porta della casa di quand’ero ragazza
una vicina che così facendo prendeva da una parte il caffè e dall’altra andava a fare
quattro chiacchiere.
Gli impavidi autori dell’itinerario romano più romantico e metropolitano che mai sia stato
messo a segno a casa certamente non sono restati, così hanno rimediato qui e là anche
qualcosa di buono da mangiare. In qualche caso di ottimo, come raccontano a proposito
del fumo, seguito dall’arrosto, verso cui procedono nel Parco dell’Appia Antica: Verso li
sardi. Accompagnati da due imponenti maremmani, ‘cani pastori di umanità oltreché di
armenti’, arrivano sull’aia di un casale dove è allestito un desco con ‘due schidionate
degne del Ciclope’.
Non è porceddu, bensì pecora. E c’è anche un maiale che cuoce dalle nove del mattino.
Essendo le 13:00, il concetto di fast food qui non alligna.
‘Dalle nove di oggi, domenica, la carne, infilzata in ferri di due metri, piange grassi suini e
ovini sopra le braci. Gli spiedi girano lenti in virtù di cigolanti cerchi di ruote e pulegge
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alimentati dalle batterie di Fiorini e Land Rover. Il maiale sprigiona dalla sua corazza
brunita profumi di carne dolce e erbe; i tocchi grassi della pecora stentano a sciogliersi’.
Mangiano in venti, seduti ben divisi fra coppole e gonne, con coltelli a serramanico con
l’impugnatura d’osso e Cannonau che scorre.
La carne si afferra con le mani, viene servito anche il pane carasau e la misticanza del
GRA, ‘tutta coltura antiserra’.
Il filu ‘e ferru conclude il pranzo e i nostri narratori, proprio come gli eroi che abbiamo
imparato a conoscere nei grandi poemi studiati a scuola, dopo la pausa riprendono il largo,
in cerca di nuove avventure.
Degno di menzione anche il banchetto cinematografico di Cleopatra (1963, di Joseph
Mankiewicz con Liz Taylor, Richard Burton e Rex Harrison), in cui l’irresistibile regina in
alta uniforme egizia invita a cena Antonio, che sta a Tarso, nell’attuale Turchia e per non
giocare fuori casa, prepara la festa sulla sua imbarcazione.
Ho già avuto modo di analizzare la serata, suggerendo così le istruzioni per l’uso di un
marcantonio che una donna si fosse trovata per le mani la sera di San Silvestro
http://www.ilsolealguinzaglio.it/?id=12&lim=275&descr=Opera_Soap#para26835.
Ricordo qui la ricchezza del servizio e l’abbondanza delle portate, con arrosti, spiedi, piatti
immensi e un pavone sopreso mentre fa la ruota.
Mi piace anche ricordare una delle battute più belle del film, con Antonio depresso e lei
che domanda ‘Anthony, what happened to you?’. E lui: ‘To me? You, happened to me’.
Niente male, vero?, soprattutto ricordando la loro Never-ending love story, tempestosa,
reiterata, disperata, almeno da sobri inimitabile.
Liz Taylor e Richard Burton in Cleopatra di Joseph Mankiewicz, 1963
Il banchetto di Cleopatra e Antonio è all’altezza del successivo Satyricon (1969) felliniano
con quello di Trimalcione. Certo, la cultura è completamente diversa ma questi americani
si danno da fare parecchio e, mettiamola su questo piano, anche carnalmente.
Abbiamo citato Fellini ed eccovi un’immagine del film in uno dei suoi momenti apicali, con
un trionfo di portate che, giustamente, sono controllate dal padrone di casa, interpretato
dall’oste della trattoria romana Il Moro, Mario Romagnoli, il cui ‘sguardo sabbioso’ colpì il
grande regista, con il risultato che, più vero del vero, nel Grand-Guignol del celeberrimo
pranzo, Trimalcione gioca anche lui in casa e nel ruolo ci sta benissimo.
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Federico Fellini, Satyricon, 1969, Il banchetto di Trimalcione
Un paragrafo, un capitolo, meglio, un’enciclopedia a parte meriterebbe Alfred Hitchcock
con la sua passione per la buona tavola. Figlio di un droghiere londinese, il Maestro del
brivido, nato nel 1899, conservò per tutta la vita il gusto per la cucina borghese del secolo
cui apparteneva per un soffio. Aiutato dalla bravura della moglie Alma, mise su chilo su
chilo, arrivando alla celebre silhouette che tutti conosciamo.
E di cucina e ricette sono, prendo in prestito da Massimo Mila un termine che qui sta
benissimo, lardellati i suoi film.
Ve ne offro qualche esempio.
Alfred Hitchock, 1899-1980 con ‘un’anatra al sangue’
Nel remake de L’uomo che sapeva troppo (1956), rivisitazione del film dal medesimo titolo
del 1934, i coniugi McKenna sono in un ristorante di Marrakech e sono invitati a dividere
un complicato tavolo con una coppia che rovinerà loro la vacanza e li condurrà in
un’avventura che si risolverà a Londra.
Già le lunghe gambe di James Stewart sono un intralcio nella seduta, aggiungete pure la
cortesia di uniformarsi agli usi locali e di prendere la carne con tre dita e avrete una prova
dell’umorismo del Maestro del brivido, che ci culla in dolcezza prima di trascinarci in una
suspense mozzafiato (che con me funziona sempre perfettamente anche se conosco tanti
dei suoi film a memoria).
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Doris Day e James Stewart alle prese con una complicata cena in L’uomo che sapeva troppo, 1956
Più informale ma non meno ricolmo di segreti propositi il picnic, nel genere, anch’esso un
banchetto, di How to Catch a Thief (Alfred Hitchcock, da noi Caccia al ladro, 1956), con
Grace Kelly e Cary Grant alle prese con pollo e birra. Lei guida una Sunbeam Alpine
scintillante, arrivano in cima alla collina, lei si pettina (la macchina è scoperta) sullo sfondo
di una French Riviera da cartolina, lui tira fuori un delizioso seppur minimalista cesto da
picnic dal bagagliaio e serve da bere e da mangiare.
Una nota di galateo: lei beve dal bicchiere che è nel cesto, lui direttamente dalla bottiglia.
Cospargono di sale il pranzo.
Si baciano dopo avere un po’ discusso del tema del film (lui è The Cat, il famoso ladro
andato in pensione?), lei ha i biondi capelli nel cestino, lui non sembra farci caso perché fa
caso a tutt’altro.
Grace Kelly e Cary Grant in Caccia al ladro di Alfred Hitchcock, 1955
Ma la carne più interessante in Hitchcock è quella che scompare dopo essere stata usata
come arma del delitto.
Mary è una sposa modello ed è anche incinta. Nonostante tutto il marito rientra per dirle
che è innamorato di un’altra e che intende lasciarla.
Mary prende dal freezer una coscia d’agnello surgelata e assesta un gran colpo sulla testa
del fedifrago.
La botta non fa male al ‘gigot’, anzi, come potrà constatare la polizia, che avrà modo di
gustarlo cucinato a puntino, facendo scomparire così l’arma del delitto.
Geniale. E del tutto giustificato da parte dell’assassina, ammettiamolo.
Accade nell’episodio n° 28 della terza stagione della serie Hitchcock presenta, in cui il
regista diventa ospite d’onore di una serie memorabile di film brevi. Il titolo dell’episodio
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Lamb to the Slaughter, ha più o meno il significato dell’agnello portato al carnefice e allude
all’inconsapevolezza di una catastrofe imminente, locuzione appropriata in molti sensi alla
narrazione.
Lamb to the Slaughter, episodio 28 della terza stagione di Alfred Hitchcock presenta, 1958
Chiudo questa breve ricognizione dedicata ai banchetti con Norman Rockwell (18941978), grande illustratore americano dallo stile ‘aneddotico, sentimentale e piacevolmente
dettagliato’.
Lui ci racconta il miglior mondo possibile e lo fa attraverso delle immagini che
praticamente tutti hanno visto solo riprodotte e mai nella versione originale, ovvero dipinte
ad olio su tela.
Il suo Freedom from Want, ovvero la liberazione dal bisogno, è un pasto di una bella
famiglia americana protestante e per bene, come attestano anche i bicchiere colmi di
acqua, in cui tutti sorridono, non ci sono malumori né devianze.
C’è solo il gigantesco tacchino sacrificato per la festa del Thanksgiving di novembre,
l’unico infelice in un universo di gaiezza che più televisiva di così nessuno è mai stato
capace di proporre.
Norman Rockwell, Freedom from Want, 1943
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6. On the Road, 1
Qui bisogna fare una sosta.
Dappertutto ci sono strade mitiche, soprattutto quando conducono verso il mare e le
vacanze.
Alla National 7, che porta in 996 km da Parigi a Mentone, già cantata da Charles Trenet
nel 1955, hanno dedicato un bellissimo libro con 15 tappe per buongustai e 50 ricette
Clémentine Donnaint e Élodie Ravaux.
Grafica nostalgica con tanto di tovaglia a quadretti bianchi e rossi e linea di mezzeria
bianca su fondo grigio asfalto, questa squisito percorso racconta la nascita di nuovi usi e i
costumi che cambiano, con un’economia che si organizza intorno al concetto nuovo delle
ferie pagate (le prime, in Francia, nel 1936), in un anelito verso una libertà nuova che
dispiegherà completamente le sue ali solo dopo da Seconda guerra mondiale, negli anni
’60, quando le strade si riempiranno di vacanzieri per non vuotarsi mai più, nemmeno in
questo secondo decennio degli anni 2000 che hanno trasformato la vacanza in un obbligo
cui bisogna far fronte nonostante le difficoltà economiche.
Vi offro dalla città di partenza un Filet mignon au miel, così rimaniamo leggeri e,
soprattutto, in argomento
Clémentine Donnaint Élodie Ravaux, Nationale 7, 2013
7. On the Road, 2
Amo gli audaci e nella categoria metto i forestieri che vanno a cucinare in Francia,
incuranti di come saranno guardati, come degli intrusi o dei selvaggi.
Che coraggio.
In testa all’esiguo drappello c’è una ragazza californiana, Kristin Frederick, che, dopo una
formazione presso la prestigiosa École Ferrandi, che si presenta come ‘l’école française
de gastronomie’, ovvero ‘la’ scuola francese di gastronomia, penalizzata da non pochi
punti deboli, è donna, americana, parla ancora male la lingua, decide di mettere su un
proprio ‘affaire’ e pensa, giustamente, a un food truck, uno di quei camion ambulanti che
offrono una cucina ‘creativa e gastronomica’ a basso costo che hanno molto successo
negli USA da quando è scoppiata la crisi.
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In molti la mettono in guardia: figuriamoci se i francesi, che amano il confort, accetteranno
l’idea di mangiare in piedi per la strada, per non parlare della difficoltà di ottenere i
permessi per aprire un ristorante mobile a Parigi.
Ma io non vi ho parlato di audacia?
Kristin decide per i ‘burger’, quelli veri, autentici, fatti in casa.
Reagiscono male i fornitori, con in testa i macellai che si rifiutano di consegnarle i 50 kg di
carne tritata che le servono a settimana.
Lei decide di fare da sola, prova diversi tagli di manzo, compresi i meno nobili e finisce per
trovare la preparazione ideale, gustosa e morbida, tritata da lei stessa.
Le Camion qui fume ha un successo immediato, inaugura la sua esistenza l’11 novembre
2011 e i clienti sono subito numerosi e impazienti di gustare tutto, anche le sue patatine
fritte.
Con il passaparola e il fiorire di tante iniziative, la stampa che continua a parlare de Le
Camion qui fume, il supporto dei social network e una mole di lavoro personale
straordinaria che comporta sole quattro ore di sonno a notte e mai un giorno di vacanza, si
è avverato un sogno.
Nel 2012 esce anche un libro di ricette.
Una storia bellissima e rinvigorente, proprio quello che ci vuole per tutti noi in un periodo
un po’ appannato dove il talento sembra non esserci o esprimersi faticosamente.
A questo proposito vi rivolgo un invito.
Seguiteci nel nostro Ipermercato e fate la spesa con noi nei reparti che vi proponiamo.
Di stimoli, suggerimenti, orizzonti nuovi ne troverete tanti e tutti utili a farvi vedere il mondo
attraverso l’arte, ovvero con occhi diversi.
Le Camion qui fume di Kristin Frederick www.lecamionquifume.com
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