PATRICIA CORNWELL

Commenti

Transcript

PATRICIA CORNWELL
PATRICIA CORNWELL
L'ULTIMO DISTRETTO
(The Last Precinct, 2000)
A Linda Fairstein.
Procuratore. Scrittrice. Maestra.
E mia migliore amica.
Questo libro è per te.
Prologo
DOPO IL FATTO
Il freddo dà una sfumatura livida al buio del crepuscolo e sono contenta
che le tende di camera mia siano abbastanza pesanti da nascondere l'ombra
riflessa sui vetri mentre faccio le valigie. La vita non potrebbe essere più
assurda, in questo momento.
«Ho voglia di bere» dichiaro aprendo un cassetto del comò. «Ho voglia
di accendere il camino, di bere qualcosa e di farmi una pasta. Tagliatelle
paglia e fieno con i peperoni e la salsiccia. È da un sacco di tempo che ho
intenzione di prendermi un anno sabbatico e andare in Italia, imparare l'italiano per davvero. Imparare a parlarlo, non solo a pronunciare il nome di
qualche piatto. Oppure in Francia. Sì, in Francia. Ci andrei anche adesso»
aggiungo con un tono di rabbiosa impotenza. «Potrei andare a stare a Parigi. Senza problemi.» È il mio modo di rifiutare la Virginia e tutti quelli che
ci vivono.
Il capitano della polizia di Richmond Pete Marino domina la mia camera
da letto come un faro nella notte, le mani in tasca. Non si è offerto di aiutarmi a fare i bagagli, sapendo benissimo che non glielo avrei mai permesso. È grande, grosso e rozzo, ma è molto intelligente, sensibile e percettivo. In questo momento capisce un particolare molto semplice: meno di
ventiquattr'ore fa, un uomo chiamato Jean-Baptiste Chandonne ha sfidato
una notte di luna piena per entrare in casa mia. Conoscendo bene il suo
modus operandi, credo di sapere che cosa mi avrebbe fatto, se gliene avessi lasciato la possibilità. Ma non voglio soffermarmi su come sarebbe a
quest'ora il mio corpo straziato, per quanto io sia la persona più adatta a
immaginare le terribili ferite che mi avrebbe inflitto: sono un anatomopatologo con una laurea in legge e dirigo l'Istituto di medicina legale della Vir-
ginia. Ho effettuato l'autopsia delle due donne che Chandonne ha recentemente massacrato qui a Richmond e ho studiato i dossier relativi ad altre
sette che ha ucciso a Parigi.
Preferisco dire che cosa ha fatto a loro: le ha picchiate selvaggiamente,
le ha morsicate sui seni, sulle mani, sui piedi e ha giocato con il loro sangue. Non usa sempre la stessa arma. Ieri sera aveva un martelletto da muratore, un attrezzo simile a una gravina. So per certo che ferite provoca,
perché Chandonne ha usato un martelletto - lo stesso, presumo - anche per
uccidere Diane Bray giovedì, due giorni fa. Era vicecomandante della polizia ed è stata la sua seconda vittima qui in America.
«Che giorno è?» chiedo al capitano Marino. «Sabato, vero?»
«Sì, è sabato.»
«Sabato 18 dicembre. Fra una settimana è Natale. Auguri.» Apro la tasca
laterale della valigia.
«Sì, il 18 dicembre.»
Mi guarda come se temesse una mia scenata da un momento all'altro, e
nei suoi occhi arrossati leggo la pesantezza dell'atmosfera che aleggia. La
sfiducia è palpabile ovunque: mi pare quasi di sentirne il sapore, l'odore.
Mi opprime come una cappa di umidità. Casa mia è invasa da poliziotti e
tecnici della Scientifica. Il rumore delle ruote sull'asfalto bagnato, i passi,
le voci e il gracchiare della radio mi paiono la colonna sonora dell'inferno.
Mi sento violata: ogni centimetro quadrato della mia abitazione, ogni più
piccolo aspetto della mia vita, è denudato, esposto. Mi sento come uno dei
cadaveri stesi sui tavoli del mio obitorio. Marino sa che è meglio non offrirsi di aiutarmi. Sì, sa benissimo che non gli conviene toccare niente, neanche una scarpa o una calza, una spazzola o una confezione di shampoo.
La polizia mi ha chiesto di andarmene dalla mia bella casa di pietra nel
quartiere ben protetto di Windsor Farms. Roba da matti. Sono praticamente certa che Jean-Baptiste Chandonne - il loup-garou, il lupo mannaro,
come si fa chiamare - in questo momento è trattato meglio di me. I suoi diritti sono rispettati: il sistema gli garantisce un alloggio confortevole, protegge la sua privacy, lo mantiene e gli fornisce cure mediche gratuite nell'ala speciale riservata ai detenuti del Medical College of Virginia, di cui
faccio parte anch'io.
Marino non dorme né si lava da ventiquattr'ore. Quando gli passo vicino
mi pare di risentire l'odore nauseabondo di Chandonne e ho un attacco di
nausea, mi si rivolta lo stomaco e mi vengono i sudori freddi. Con la testa
che mi gira, cerco di prendere un respiro profondo e scacciare il malessere.
In quel momento, una macchina rallenta qui davanti. Ho imparato a riconoscerne il rumore, il ritmo del traffico che cambia. Ormai ci sono abituata. La gente si ferma a guardare. I vicini sbirciano, curiosi. Sono in preda a un turbinio di emozioni contrastanti e passo dallo stupore alla paura,
dall'esaurimento all'iperattività, dalla depressione alla calma come se niente fosse. L'adrenalina mi rende il sangue effervescente.
Sento sbattere una portiera. «E adesso che cosa succede?» protesto. «Chi
sarà, stavolta, l'Fbi?» Apro un altro cassetto. «Marino, non ne posso più.»
Faccio un gesto di stizza. «Toglimeli di torno, tutti quanti. Subito.» La collera mi annebbia la vista. «Appena finisco di fare i bagagli levo le tende.
Non possono aspettare che me ne sia andata?» Prendo un paio di calze con
le mani che mi tremano. «Già mi dà fastidio che stiano in giardino.» Le
butto nella borsa. «Mi dà fastidio che mi stiano intorno.» Altro paio di calze. «Digli che tornino quando sono uscita.» Getto nella borsa un altro paio
di calze, ma sbaglio la mira e mi chino a raccoglierlo. «Non sono libera
nemmeno di girare per casa mia.» Altro lancio. «Di avere un attimo di pace e tranquillità.» Rimetto delle calze nel cassetto. «Cosa cavolo sono andati a fare in cucina?» Cambio idea e le riprendo. «E nello studio? Quante
volte glielo devo ripetere che nello studio non ci ha messo piede?»
«Bisogna dare un'occhiata dappertutto, capo» cerca di blandirmi Marino.
Si siede ai piedi del letto e anche in questo sbaglia. Mi viene voglia di
gridargli di togliersi di mezzo pure lui e devo fare uno sforzo di volontà
per non mandarlo a quel paese, per non dirgli di lasciarmi in pace e di non
farsi rivedere mai più. Non m'importa se lo conosco da un sacco di tempo
e abbiamo fatto tante cose insieme.
«Come va il gomito, capo?» mi chiede, indicando l'ingessatura che immobilizza il mio braccio sinistro.
«È rotto. Mi fa un male cane.» Chiudo il cassetto con troppa forza.
«L'hai presa la medicina?»
«Non muoio, stai tranquillo.»
Osserva ogni mio movimento. «Se te l'hanno prescritta, devi prenderla.»
Di colpo ci siamo scambiati i ruoli: io sono scontrosa e irascibile e lui
logico e calmo. Apro l'armadio e comincio a prendere le camicie e a stenderle nella valigia, controllando che siano abbottonate fino al colletto e
passandoci sopra la mano destra per lisciarle. Il braccio mi pulsa come un
ascesso e la pelle sotto il gesso mi prude. Ho passato quasi l'intera giornata
in ospedale: non perché un'ingessatura richieda tanto tempo, ma perché i
dottori volevano tenermi sotto controllo per accertarsi che non avessi altre
lesioni. Ho detto e ripetuto che correndo fuori di casa sono caduta per le
scale e mi sono rotta il gomito, tutto lì. Jean-Baptiste Chandonne non è
riuscito a mettermi le mani addosso: sono scappata e sto bene. Ciononostante mi hanno fatto lastre su lastre e mi hanno tenuto in osservazione fino a sera, in un viavai di investigatori e poliziotti. Mi hanno persino portato via i vestiti e mia nipote Lucy ha dovuto procurarmi un cambio. Non ho
chiuso occhio.
Il telefono squarcia il silenzio come una sirena. Rispondo dall'apparecchio sul comodino. «Scarpetta» dico con il tono che uso quando mi chiamano nel cuore della notte per comunicarmi che è stato ritrovato un cadavere. Il piglio professionale evoca le immagini che fino a quel momento
ho scacciato dalla mia mente e vedo come sarei potuta essere in quel momento, un corpo brutalizzato steso sul letto e sangue ovunque, il mio vice
che riceve la chiamata, la sua espressione nel sentirsi dire - da Marino, presumibilmente - che sono stata assassinata e che ci vuole un medico sul
luogo del delitto. Mi viene in mente che non verrebbe nessuno dei miei
collaboratori. Ho contribuito alla messa a punto di un sistema per far fronte a qualsiasi emergenza nel territorio dello Stato. Sappiamo come intervenire in caso di disastro aereo, alluvione e attentati, ma che cosa succederebbe se morissi io? Probabilmente chiamerebbero un patologo esterno, magari di Washington. Il problema è che conosco quasi tutti i patologi
della East Coast e mi dispiacerebbe molto che qualcuno di loro dovesse
farmi l'autopsia. È difficile, quando si conosce la vittima. Questi pensieri
mi frullano nella testa come uccelli mentre Lucy mi chiede per telefono se
ho bisogno di qualcosa e io le rispondo assurdamente che sto bene.
«Non puoi stare bene» ribatte.
«Sto facendo i bagagli» mi correggo. «C'è qui Marino, e io sto facendo i
bagagli» ripeto fissandolo con occhi di ghiaccio. Lo vedo che si guarda intorno e mi viene in mente che non era mai entrato in camera mia. Non voglio pensare a cosa si immagina. Lo conosco da tanti anni e sono sempre
stata consapevole che nel rispetto che nutre per me c'è una componente di
insicurezza e di attrazione sessuale. È un omone grande e grosso, con la
pancia di chi beve troppa birra e l'espressione burbera, peloso ma con pochi capelli di un colore ormai imprecisato. Sto a sentire mia nipote che mi
parla al telefono e vedo lui che osserva i miei spazi privati: il mio comò, il
mio armadio, i cassetti aperti, la roba che metto in valigia, il mio seno.
Lucy mi ha portato in ospedale una tuta e un paio di scarpe da ginnastica,
ma si è dimenticata il reggiseno e appena sono tornata mi sono infilata un
vecchio camice che uso per fare i lavori di casa.
«Allora mandano via anche te» dice Lucy.
È una storia lunga: mia nipote è un agente dell'Atf, l'agenzia governativa
che si occupa di alcol, tabacco e armi da fuoco, e appena è intervenuta la
polizia è stata immediatamente allontanata, forse per paura che un agente
federale si intromettesse nelle indagini. Non so, ma penso che Lucy si senta in colpa perché non era con me ieri sera, quando ho rischiato di morire
ammazzata, e non è con me neanche adesso. Le spiego che non è assolutamente il caso, ma non voglio pensare a come sarebbe andata se fosse stata con me invece che con la sua amica, quando Chandonne si è presentato
qui. Forse, sapendo che non ero sola, sarebbe rimasto alla larga, o forse
vedendo qualcun altro se ne sarebbe andato decidendo di aspettare ad ammazzarmi l'indomani, il prossimo Natale o il prossimo millennio.
Cammino avanti e indietro con il cordless mentre ascolto Lucy che mi
parla e scorgo il mio riflesso nello specchio. Ho i capelli corti e biondi
scarmigliati, gli occhi rossi e stanchi, lucidi, tristi. Ho il camice sgualcito e
non sembro affatto il capo dell'Istituto di medicina legale dello Stato. Sono
pallida come un cencio. Ho una voglia di bere e di fumare assolutamente
fuori del normale, da non riuscire quasi a trattenermi, come se il fatto di
essere sfuggita alla morte per un soffio mi avesse trasformato in una drogata.
Immagino di essere sola in casa, senza che sia successo nulla. Mi godo il
fuoco che scoppietta nel camino, una sigaretta, un bicchiere di vino francese, magari un bordeaux, che è meno impegnativo di un borgogna. Il bordeaux è un vecchio amico che ormai si capisce al volo. Scaccio le fantasticherie pensando alla realtà: non importa quello che Lucy ha fatto o non ha
fatto. Chandonne sarebbe venuto a cercarmi, prima o poi, e mi sento una
spada di Damocle sulla testa, quasi l'angelo della morte fosse stato da
sempre davanti alla mia porta. Stranamente, sono ancora qui.
1
Capisco dal tono di voce che Lucy è spaventata. La mia brillante nipote
è una donna forte, pilota gli elicotteri, fa palestra con ossessiva regolarità,
lavora nelle forze dell'ordine e non si spaventa facilmente.
«Mi sento malissimo» continua a ripetere al telefono. Marino resta seduto sul letto e io non riesco a smettere di camminare.
«Non devi» le dico. «La polizia non vuole nessuno fra i piedi e ti assicu-
ro che non vorresti essere qui nemmeno tu. Immagino che tu sia con Jo e
fai bene a starci.» Glielo dico come se a me non facesse né caldo né freddo, come se non mi dispiacesse che lei non c'è, che non l'ho vista tutto il
giorno. Invece mi dispiace, ma tendo a tenere lontana la gente. Non amo
essere respinta, e meno che mai da Lucy Farinelli, che per me è come una
figlia.
Dopo un attimo di esitazione, risponde: «In realtà sono al Jefferson».
Cerco di capire: il Jefferson è il miglior albergo della città e non vedo
perché Lucy debba stare in un hotel, oltretutto tanto elegante e costoso. Mi
vengono le lacrime agli occhi, ma cerco di non mettermi a piangere e mi
schiarisco la voce per liberarmi del groppo che ho in gola. «Oh» mi limito
a dire. «Bene. C'è anche Jo, immagino.»
«No, è dai suoi. Senti, sono appena arrivata. Ho preso una stanza per te.
Ti vengo a prendere?»
«Non mi sembra che stare in hotel sia una buona idea, in questo momento.» Ha pensato a me, ha voglia di stare con me. Mi sento un po' meglio. «Anna mi ha proposto di andare a casa sua. E penso che sia la cosa
migliore. Ha invitato anche te. Ma forse ti sei già sistemata.»
«Come fa a saperlo?» mi chiede. «L'ha sentito al telegiornale?»
Dal momento che è successo tutto molto tardi, sui quotidiani la notizia
non è ancora uscita, ma immagino che sia stata diffusa da radio e televisione. Non so come abbia fatto Anna a saperlo, ora che ci penso. Lucy preferisce restare in albergo, ma passerà a trovarmi più tardi. Riattacchiamo.
«Ci manca solo che la stampa scopra che sei in un albergo. Saranno tutti
in allerta» mi avverte Marino corrucciato. «Dove sta Lucy?»
Gli ripeto quello che mi ha detto e rimpiango quasi di averle parlato. Mi
sento ancora peggio, in trappola, come se fossi chiusa in una campana subacquea in fondo all'oceano, con la testa che mi gira, fuori da un mondo
improvvisamente irriconoscibile e surreale. Sono intontita e al tempo stesso no i nervi a fior di pelle.
«Al Jefferson?» esclama Marino. «Ma scherzi?! Ha vinto alla lotteria o
cosa? Non ci pensa ai giornalisti? Che cazzo ha nella testa?»
Riprendo a fare i bagagli. Non so rispondere. Sono stufa di tante domande.
«Allora non è andata a casa di Jo» riprende Marino. «Interessante. Già.
In realtà, lo sapevo che non sarebbe durata.» Sbadiglia e si passa la mano
sul mento mal rasato, guardandomi mentre prendo i vestiti che mi servono
per lavorare e li appoggio su una sedia. Devo riconoscere che Marino è
sempre stato equilibrato e comprensivo, da quando sono uscita dall'ospedale. Per lui è difficile comportarsi bene anche nelle circostanze migliori e
certamente queste non sono fra le più favorevoli. È teso come una corda di
violino, non ha dormito, ha preso troppi caffè e mangiato male. In più, io
gli impedisco di fumare in casa. Era prevedibile che cominciasse a dare
segni di cedimento, prima o poi, e che ritornasse irascibile e scontroso come suo solito. Osservo la metamorfosi e stranamente mi sento sollevata:
ho bisogno di normalità, bella o brutta che sia. Comincia a parlare di Lucy
e di come ha reagito ieri sera, quando mi ha trovato davanti a casa mia con
Jean-Baptiste Chandonne.
«Guarda che trovo più che comprensibile che le sia venuta voglia di
ammazzarlo» commenta. «Ma è proprio per questo che fai l'addestramento. Non importa se hai davanti tua zia o tuo figlio: devi regolarti come
ti hanno insegnato. Lei invece non l'ha fatto. Ma proprio per niente. È uscita di testa.»
«Anche tu esci di testa, in certe situazioni. Ti ho visto con i miei occhi»
gli ricordo.
«Be', secondo me a Miami hanno sbagliato a farla lavorare sotto copertura.» Lucy lavora a Miami ed è qui, fra l'altro, per le vacanze di Natale. «A volte, a furia di stare con gentaglia, si diventa come loro. Lucy ha
sete di sangue. Ha il grilletto facile, capo.»
«Non dire così.» Mi accorgo di aver messo in valigia troppe paia di
scarpe. «Come ti saresti comportato tu se fossi arrivato per primo, ieri sera?» Mi interrompo e lo guardo in faccia.
«Almeno per un nanosecondo avrei cercato di capire come stavano le
cose, prima di prendere la pistola e puntargliela addosso. Quel bastardo
non vedeva più un cazzo perché gli avevi gettato la formalina negli occhi,
gridava come un ossesso, non era armato e non era in grado di nuocere a
nessuno. Questo era evidente. Come era evidente che tu ti eri fatta male.
Perciò io, al suo posto, avrei chiamato un'ambulanza. Invece a Lucy non è
nemmeno passato per l'anticamera del cervello. È troppo aggressiva, capo.
E no, non l'ho voluta far entrare in casa, con tutto quello che era successo.
Per questo l'abbiamo interrogata al commissariato. Abbiamo raccolto la
sua deposizione in un luogo neutro, perché si calmasse.»
«Il commissariato non è un luogo neutro» preciso.
«Sempre meglio della casa in cui a momenti facevano fuori la zia Kay.»
Non ha torto, ma il suo sarcasmo mi innervosisce.
«Comunque sia, devo dirti che mi spaventa sapere che è sola in albergo»
aggiunge, passandosi di nuovo la mano sulla faccia. Per quanto si atteggi a
duro, so che vuole molto bene a Lucy e che farebbe qualunque cosa per lei.
La conosce da quando aveva dieci anni e lui le parlava di camion, motori e
armi, assecondando tanti suoi interessi cosiddetti maschili, che adesso invece le critica. «Ti accompagno da Anna e poi magari passo a trovarla.
Certo che, quando esprimo dei timori io, nessuno mi dà retta» dichiara seguendo linee di pensiero tutte sue. «Tipo Jay Talley. Naturalmente non sono affari miei, ma secondo me è un emerito stronzo.»
«Ma se mi ha aspettata in ospedale tutto il tempo!» Lo difendo per l'ennesima volta, nonostante l'aperta gelosia di Marino. Jay Talley è un agente
dell'Atf che lavora per l'Interpol. Non lo conosco molto bene, ma ci sono
andata a letto a Parigi quattro giorni fa. «Questo vuol dire che è rimasto lì
tredici o quattordici ore» continuo, mentre Marino alza gli occhi al cielo.
«Non mi sembra un comportamento da stronzi.»
«Ma sei fuori?» esclama Marino. «Cristo santo!» Ha lo sguardo pieno di
risentimento. Disprezza Jay Talley dal primo momento che l'ha visto, in
Francia. «È incredibile! Ti ha fatto credere che è restato in ospedale tutto il
tempo? Guarda che non ti ha aspettata per niente: ti ha raccontato una balla. Ti ci ha portato sul suo bel cavallo bianco e poi è tornato qui. A un certo punto ha chiamato per chiedere quando ti dimettevano ed è venuto a
prenderti.»
«Mi sembra più che ragionevole.» Non gli lascio capire che sono sconcertata. «Non era il caso di restare lì a far niente. Non mi ha detto che è rimasto tutto il tempo in ospedale: sono io che l'ho dato per scontato.»
«Sì, perché lui te l'ha fatto credere. Non ti dà fastidio che ti abbia lasciato pensare una cosa non vera? A casa mia, questo si chiama mentire.
Che cosa c'è?» Cambia tono improvvisamente. C'è qualcuno sulla porta.
Entra una poliziotta in divisa, sulla targhetta di riconoscimento leggo
"M.J. Calloway". «Pardon.» Si rivolge a Marino. «Scusi tanto, capitano,
non credevo che fosse qui.»
«Be', adesso lo sa.» La guarda male.
«Dottoressa Scarpetta?» I suoi occhi sembrano palline da ping-pong, che
passano veloci da Marino a me e viceversa. «Le devo fare un paio di domande a proposito del barattolo di formulina...»
«Formalina» la correggo a bassa voce.
«Sì, certo» borbotta. «Okay, mi può dire esattamente dove si trovava il
barattolo, quando l'ha preso in mano?»
Marino rimane sul letto, come se fosse normale per lui starci seduto so-
pra. Cerca il pacchetto di sigarette nel taschino.
«Sul tavolino del soggiorno» rispondo alla Calloway. «L'ho già detto.»
«Sì, ma dove di preciso? Ho visto che è un tavolino basso ma piuttosto
grande. Mi dispiace disturbarla, mi creda, ma stiamo cercando di ricostruire l'accaduto, e più tempo passa più è difficile ricordare i dettagli.»
Marino si fa scivolare in mano una Lucky Strike. «Agente Calloway»
non la guarda nemmeno in faccia «da quanto tempo è nell'Investigativa?
Non mi pare di ricordarla nell'A Squad.» Marino è a capo di una squadra
con questo nome che si occupa dei crimini violenti.
«Non sappiamo dove fosse esattamente il barattolo, capitano. Soltanto
questo.» Ha le guance in fiamme.
Probabilmente hanno mandato lei a chiedermelo perché pensavano che
mi disturbasse meno ricevere in camera mia una donna che un uomo. Forse l'hanno fatto per questo, o forse perché nessun altro aveva voglia di parlare con me.
«Guardando il tavolino, sull'angolo anteriore destro» le dico. Ci ho pensato e ripensato. Non ricordo niente con chiarezza: è tutto confuso e irreale.
«Più o meno dove era lei quando gli ha buttato il liquido negli occhi?»
mi domanda.
«No, io ero dall'altra parte del divano, vicino alla porta scorrevole. Mi
inseguiva e io, a un certo punto, mi sono trovata lì» spiego.
«E subito dopo è uscita di casa?» mi chiede prendendo appunti sul taccuino.
«Sono passata per la sala da pranzo» preciso. «Dove avevo posato la pistola poco prima. Avevo fatto male a lasciarla lì, lo riconosco.» I pensieri
vagano per conto loro. Mi sento come se fossi vittima del jet-lag. «Ho
premuto il pulsante dell'allarme e sono uscita dalla porta principale con la
pistola, la Glock. Sono scivolata sui gradini ghiacciati e mi sono fratturata
il gomito. Con una mano sola non riuscivo a tirare indietro il carrello.»
La Calloway continua a prendere appunti. Il mio è un racconto stanco e
sempre uguale. Sento che, a furia di ripeterlo, potrei diventare irrazionale e
nessun poliziotto su questa terra mi ha mai visto irrazionale.
«Non ha sparato?» Mi guarda e si bagna le labbra.
«Non riuscivo a mettere il colpo in canna.»
«Non ha nemmeno provato a fare fuoco?»
«Non capisco. Le ho detto che non riuscivo a tirare indietro il carrello.»
«Ma ci ha provato?»
«In che lingua glielo deve spiegare?» sbotta Marino fulminandola con
due occhi che mi fanno venire in mente i mirini laser. «Non riuscendo a tirare indietro il carrello, non poteva sparare. È chiaro?» Lo ripete in modo
lento e arrogante. «Quanti colpi c'erano nel caricatore? Diciotto?» mi chiede. «È una Glock 17, diciotto colpi nel caricatore e uno in canna. Giusto?»
«Non lo so» rispondo. «Probabilmente, diciotto no. Anzi, sicuramente
no. È difficile inserirli tutti perché la molla è dura. Quella del caricatore,
intendo.»
«Okay, ho capito. Ti ricordi l'ultima volta che l'hai usata?» mi chiede.
«Quando sono andata al poligono a esercitarmi. Due o tre mesi fa.»
«Tu pulisci sempre la pistola dopo che vai al poligono, vero?» È un'affermazione, più che una domanda. Marino conosce Te mie abitudini.
«Sì.» Sono in piedi al centro della mia camera e sbatto le palpebre. Ho
un terribile mal di testa e la luce mi fa bruciare gli occhi.
«Lei ha visto la pistola, agente Calloway? L'ha esaminata, vero?» La
fulmina con lo sguardo. «Allora, che problema c'è?» La tratta come una
deficiente. «Mi dica che cosa ha trovato.»
La vedo esitante e capisco che non vuole rispondere davanti a me. La
domanda aleggia nell'aria per un po', incombente come un temporale. Decido di mettere nella borsa due gonne, una grigia e una blu.
«Quattordici colpi nel caricatore» risponde la Calloway in tono militaresco, da automa. «Nessuno in canna. Il carrello non era stato tirato. Sembra
pulita.»
«Molto bene. Abbiamo accertato che la dottoressa Scarpetta non ha tirato indietro il carrello e non ha sparato. Adesso che cosa vogliamo fare?
Continuiamo a menarcela con questa storia o possiamo passare ad altro?»
È sudato e puzza.
«Senta, non ho altro da aggiungere» intervengo io sul punto di scoppiare
a piangere. Tremo, ricordandomi improvvisamente l'odore nauseabondo di
Chandonne.
«Ma come mai il barattolo era a casa sua? E di che sostanza si tratta, con
esattezza? È roba che usa in obitorio, giusto?» La Calloway si posiziona in
maniera da non avere Marino nella propria visuale.
«Formalina. Soluzione acquosa al dieci per cento di formaldeide» spiego. «Si usa per conservare tessuti, organi. In questo caso un lembo di pelle.»
Ho gettato un liquido caustico negli occhi di un essere umano, accecandolo e forse causandogli danni permanenti. Il pensiero di Chandonne
legato in un letto al nono piano del Medical College of Virginia mi fa star
male. Mi sono salvata la vita, ma non provo alcuna soddisfazione.
«Dunque, aveva in casa dei tessuti umani. Un lembo di pelle. Un tatuaggio prelevato dal cadavere non identificato ritrovato al porto. In un
container, vero?» La voce dell'agente Calloway, il rumore della sua penna
sul foglio, delle pagine del suo taccuino, mi fanno venire in mente i giornalisti. «Non vorrei sembrarle ottusa, ma non capisco perché tenesse qui
una cosa del genere.»
Le spiego le difficoltà che abbiamo incontrato nell'identificare il cadavere rinvenuto nel container. Non avevamo nulla, a parte un tatuaggio, e la
settimana scorsa sono andata a Petersburg per sottoporlo all'esame di un
esperto. Dal suo laboratorio sono tornata subito a casa, e quindi il barattolo
di formalina è rimasto da me. «Normalmente riporto tutto in ufficio» aggiungo.
«L'ha tenuto in casa sua una settimana?» mi chiede perplessa.
«Nel frattempo sono successe molte cose: è stata uccisa Kim Luong, mia
nipote ha rischiato di morire in uno scontro a fuoco a Miami e io sono dovuta partire per la Francia perché l'Interpol mi aveva convocata a Lione.
Dovevano parlarmi di sette omicidi di donne avvenuti a Parigi e del fatto
che il cadavere nel container poteva essere il fratello dell'assassino, Thomas Chandonne, anche lui figlio di un boss della malavita organizzata ricercato dalle forze dell'ordine di tutto il mondo. Appena sono tornata, è
stato ucciso il vicecomandante della polizia di Richmond, Diane Bray. Capisce che riportare il tatuaggio in obitorio era l'ultimo dei miei pensieri?»
Mi batte il cuore. «So che avrei dovuto farlo, ma avevo altro per la testa.
Me ne sono dimenticata.» Mi rendo conto della mia aggressività.
«Se n'è dimenticata?» ripete l'agente Calloway. Marino ascolta, sempre
più irritato, cercando di lasciarle fare il suo lavoro ma disprezzandola al
tempo stesso. «Dottoressa Scarpetta, lei conserva altri pezzi di cadaveri in
casa?» mi domanda la Calloway.
Ho una fitta all'occhio destro. Sta per venirmi l'emicrania.
«Che cazzo di domanda è?» Marino alza la voce di un altro decibel.
«Glielo chiedo soltanto perché non vorrei che ci imbattessimo in liquidi
corporei o sostanze chimiche che...»
«No, no.» Scuoto la testa e fisso una pila di maglie e pantaloni ben piegati. «Soltanto vetrini.»
«Vetrini?»
«Per analisi istologiche» rispondo, tenendomi sul vago.
«Come, scusi?»
«Basta così, agente Calloway.» Le parole di Marino schioccano come
una frusta. Si alza.
«Volevo semplicemente accertarmi che non ci fossero in giro sostanze
pericolose» si giustifica la Calloway, rossa in viso ma con una luce ribelle
negli occhi. È evidente che odia Marino. E non è la sola.
«L'unico pericolo per lei, qui dentro, sono io» grida Marino. «Vuole lasciare in pace la dottoressa e piantarla con le sue domande idiote?»
La Calloway è una donna bruttina, con il mento sfuggente, i fianchi larghi e le spalle strette. È tesa per la rabbia e l'imbarazzo. Si volta ed esce
nel corridoio, dove i suoi passi sono attutiti dal tappeto persiano.
«Mi chiedo che cos'ha nella testa. Pensa forse che fai collezione di trofei?» brontola Marino. «Che ti porti a casa dei souvenir come quel coglione di Jeffrey Dahmer? Ma per l'amor di Dio!»
«Non ce la faccio più.» Metto delle polo perfettamente piegate in una
sacca.
«Invece ce la devi fare. Comunque, per oggi basta così.» Si risiede stancamente in fondo al letto.
«Tienimi lontani i tuoi detective» lo avverto. «Non voglio più vedere
nessun poliziotto. Che cosa ho fatto di male, vorrei sapere!»
«Gli dirò di rivolgersi a me, se hanno bisogno di qualcosa. A dirigere
l'indagine sono io, anche se forse la Calloway non se n'è ancora accorta.
Ma ho paura che la polizia non sia l'unico dei tuoi problemi. Sappi che qui
fuori c'è una fila di gente che ti vuole parlare.»
Poso i pantaloni sopra le maglie, poi cambio idea e li sposto di sotto per
non stropicciarle.
«Naturalmente, per parlare con lui c'è addirittura la lista d'attesa.» Si riferisce a Chandonne. «Esperti di profili psicologici, psichiatri, giornalisti e
chi più ne ha più ne metta» spiega Marino.
Smetto di fare i bagagli. Non ho nessuna intenzione di tirare fuori la
biancheria davanti a lui e non voglio nemmeno che mi veda mentre prendo
cosmetici e spazzolino. «Ti dispiace uscire un momento?» gli chiedo.
Mi guarda, con gli occhi rossi e la faccia congestionata. È rosso persino
sulla testa pelata. Ha i pantaloni cascanti, una felpa sgualcita che non nasconde la pancia prominente, gli scarponi Red Wing enormi e sporchi. Capisco che sta riflettendo. Non mi vuole lasciare sola e sembra gravato da
preoccupazioni di cui non vuole mettermi a parte. La paranoia si alza come
un pennacchio di fumo nella mia testa: Marino non si fida di me. Marino
ha paura che non regga.
«Ti prego, esci un attimo mentre io finisco qui. Non lasciar entrare nessuno, mi raccomando. Se puoi, vammi a prendere la valigetta nel bagagliaio della macchina: se mi chiamano per qualche omicidio... insomma,
mi serve. Le chiavi sono nel cassetto della cucina, quello in alto a destra,
dove tengo tutte le chiavi. Grazie. A proposito, anche la macchina mi serve. Anzi, no, lascia perdere. Se prendo la macchina, non c'è bisogno che
mi porti la valigetta.» Sto facendo confusione.
Marino è titubante. «Non puoi prendere la macchina.»
«E perché no?» esclamo. «Non mi dirai che devono perquisire anche
quella. È assurdo!»
«Senti, ieri sera, la prima volta che è scattato l'allarme è stato perché
qualcuno aveva cercato di entrare nel garage.»
«Come qualcuno?» Non riesco a crederci. Ho le tempie che mi pulsano e
la vista annebbiata. «Sappiamo benissimo chi era! Ha cercato di forzare il
portellone del garage perché voleva far scattare l'allarme e far arrivare la
polizia, così avrebbe avuto la scusa di bussare alla mia porta subito dopo
spacciandosi per un poliziotto.»
Jean-Baptiste Chandonne si era presentato a casa mia poco dopo che gli
agenti se n'erano andati, sostenendo che un vicino aveva notato qualcuno
che si aggirava furtivamente nei pressi di casa mia. Non riesco a credere di
esserci cascata.
«Non abbiamo ancora accertato la dinamica dei fatti» ribatte Marino.
«Perché ho la sensazione che nessuno mi creda?»
«Devi andare da Anna e farti una dormita.»
«La mia macchina non l'ha nemmeno toccata» insisto. «Non è entrato
nel garage. Voglio che la mia macchina la lascino stare. Devo prenderla
stasera. Non è il caso di tirar fuori la valigetta dal bagagliaio.»
«Stasera non la puoi prendere.»
Marino esce e chiude la porta. Ho una voglia disperata di qualcosa di
forte perché ho il sistema nervoso in tilt, ma che cosa posso fare? Andare
di là e dire ai poliziotti di levarsi dai piedi perché devo farmi uno scotch?
E, comunque, so che bevendo il mal di testa peggiorerebbe. In realtà mi
sento così a pezzi che non me ne frega assolutamente niente di quel che mi
fa bene o male. Vado in bagno e apro uno sportello facendo cadere tutti i
rossetti, che rotolano fra il gabinetto e la vasca da bagno. Mi chino a raccoglierli con le gambe che mi tremano, e faccio fatica a ricuperarli con la
mano destra, anche perché sono mancina. Mi fermo a meditare davanti ai
profumi sul comò e prendo con delicatezza il flacone dorato dell'Hermès
24 Faubourg. Lo sento freddo. Me lo avvicino alle narici e l'aroma speziato
e sensuale che Benton Wesley tanto amava mi fa venire le lacrime agli occhi. Mi pare che il cuore vada per conto suo. È più di un anno che non uso
quel profumo, da quando Benton è stato ucciso. Adesso hanno ucciso anche me. Ho la testa che mi scoppia. Sono ancora qui, Benton, sono ancora
qui. Tu eri un esperto di profili psicologici dell'Fbi, tu sapevi sezionare la
psiche di mostri, interpretarne e prevederne il comportamento. Tu avresti
capito quello che stava per succedermi, vero? Tu mi avresti avvertita, avresti impedito che succedesse. Perché non ci sei più, Benton? Se ci fossi stato tu, sarebbe andato tutto bene.
Sento bussare alla porta. «Un attimo solo» rispondo, schiarendomi la
voce e asciugandomi gli occhi. Mi spruzzo un po' d'acqua sulla faccia e infilo il profumo di Hermès nella sacca. Vado ad aprire pensando che sia
Marino, invece mi trovo davanti Jay Talley, in tuta dell'Atf. La barba di un
giorno gli conferisce una bellezza sinistra. È uno degli uomini più belli che
io abbia mai conosciuto, ha un fisico che sembra scolpito e sprizza sensualità da tutti i pori.
«Volevo salutarti, prima che andassi via. Come stai?» mi dice sfiorandomi con lo sguardo dove quattro giorni fa, a Parigi, mi ha accarezzato con
le mani e con la bocca.
«Come vuoi che stia?» Lo faccio entrare in camera e all'improvviso mi
sento a disagio per come sono scarmigliata. Mi secca che mi veda in questo stato. «Devo andarmene da casa mia. Fra pochi giorni è Natale. Mi fa
male il braccio e ho mal di testa. A parte questo, sto bene.»
«Posso accompagnarti io dalla dottoressa Zenner, Kay. Lo faccio volentieri.»
In qualche modo mi rendo conto che sa dove sto andando, nonostante
Marino mi avesse promesso di non dirlo a nessuno. Chiude la porta e mi
prende per mano, ma a me viene in mente soltanto che non è stato in ospedale tutto il tempo e adesso mi vuole accompagnare da Anna.
«Voglio aiutarti, Kay. Io tengo molto a te.»
«Mi sembra che ieri sera nessuno tenesse molto a me» ribatto ricordandomi che, quando mi ha riaccompagnato a casa dall'ospedale e io l'ho
ringraziato di essermi rimasto vicino, lui non mi ha detto di essere andato
via e poi tornato. «E meno male che sei venuto fin qui dalla Francia con la
tua squadra speciale! Alla faccia dellìnternational Response Team! Quel
bastardo è arrivato comunque a casa mia!» protesto. «Mi fate ridere. Sem-
brava un filmaccio da quattro soldi: mille poliziotti armati fino ai denti
sguinzagliati per la città e quel mostro mi bussa tranquillamente alla porta
di casa.»
Jay mi guarda come se il fatto di aver avuto accesso al mio corpo qualche giorno prima lo autorizzasse a riprovarci. Mi disgusta che si faccia certe idee in un momento come questo. A Parigi avevo pensato di potermi innamorare di lui. Ora, vedendolo tanto interessato a ciò che si nasconde sotto il mio camice da laboratorio, mi rendo conto che non sono per niente
innamorata di lui.
«Sei sconvolta, Kay. Del resto, chi non lo sarebbe? Mi dispiace. Voglio
che tu sappia che puoi contare su di me.» Cerca di toccarmi, ma io mi sposto.
«Siamo stati insieme un pomeriggio.» Gliel'ho già detto, ma adesso lo
penso davvero. «Poche ore. Il nostro è stato solo un breve incontro.»
«Un errore?» La sua voce tradisce dolore. Negli occhi gli brilla una luce
di collera.
«Un incontro di poche ore non è una storia, Jay. Non dargli troppo significato. Non ne ha. Mi dispiace ma è così. Per l'amor di Dio.» La mia indignazione cresce. «Non chiedermi niente.» Mi allontano da lui agitando il
braccio sano. «Che cosa fai? Che cosa diavolo vuoi fare?»
Si posa una mano sulla fronte. Riconosce di aver sbagliato, ma non sono
sicura che sia sincero. «Non so che cosa sto facendo. Lo stupido, probabilmente» dice. «Non volevo chiederti niente. Ma sì, è stupido provare
quello che provo per te. Ti prego solo di non usarlo contro di me.» Mi lancia uno sguardo intenso e apre la porta. «Io ci sono, Kay. Je t'aime.» Mi
rendo conto che mi sta salutando come se fosse l'ultima volta che ci vediamo e mi coglie un panico atavico e profondo. Resisto alla tentazione di
chiamarlo, di scusarmi, di invitarlo una sera di queste a uscire a cena o a
bere qualcosa. Chiudo gli occhi e mi massaggio le tempie, appoggiandomi
un istante alla testiera del letto. Mi dico che non so che cosa sto facendo,
che è meglio non fare niente.
Marino è nel corridoio, con una sigaretta spenta in bocca, e mi rendo
conto che sta cercando di capire come sto e che cosa è successo mentre Jay
era in camera mia con la porta chiusa. Lascio vagare lo sguardo per il corridoio, da una parte sperando e dall'altra temendo che Jay riappaia. Marino
prende le valigie; nel vedermi i poliziotti si zittiscono ed evitano il mio
sguardo. Si muovono nel soggiorno sbatacchiando e facendo cigolare i cinturoni d'ordinanza. Un investigatore fotografa il tavolino facendo brillare il
flash sulle pareti. Un altro fa delle riprese e un tecnico della Scientifica
monta il Luma-Lite, una sorgente luminosa per il rilevamento di impronte
digitali, sostanze e fluidi corporei invisibili a occhio nudo. Io lo uso quotidianamente in obitorio e nei luoghi dei delitti. Vederne uno in casa mia mi
provoca una sensazione che non so descrivere.
I mobili e le pareti sono coperti di polvere nera, il tappeto persiano è stato spostato e piegato malamente. Vedo la lampada con la spina staccata sul
mio parquet di rovere antico, il divano componibile senza cuscini... L'aria
puzza di olio e di formalina. La sala da pranzo è attigua al soggiorno e dalla porta noto un sacchetto di carta marrone sigillato con del nastro giallo.
Sull'etichetta c'è scritto: "Abiti Scarpetta", con tanto di data e sigla di chi li
ha raccolti. Dentro ci sono i pantaloni, il maglione, le calze, le scarpe, il
reggiseno e le mutande che avevo indosso ieri sera e che ho dovuto consegnare alla polizia in ospedale. Quella busta e altre prove, insieme a un paio
di torce elettriche e strumenti vari, sono sul mio amato tavolo di legno pregiato, che tecnici e agenti stanno usando come fosse un bancone da lavoro.
Le sedie sono ingombre di giacche e cappotti e ci sono impronte di fango
dappertutto. Ho la bocca asciutta e mi tremano le gambe per la rabbia e la
stanchezza.
«Ehi, Marino!» grida un poliziotto. «C'è Righter che ti vuole.»
Buford Righter è il procuratore di Stato della Virginia. Mi guardo intorno in cerca di Jay, ma non lo vedo.
«Digli di mettersi in coda e aspettare il suo turno» risponde Marino.
Appena apro la porta di casa si accende la sigaretta. L'aria fredda mi fa
lacrimare gli occhi. «Hai preso la mia valigetta dal bagagliaio?» gli domando.
«È sul pick-up.» Ha il tono del marito condiscendente cui la moglie ha
chiesto per l'ennesima volta di prenderle la borsetta.
«Perché Righter ti vuole parlare?» gli domando.
«Sono una gran massa di guardoni, tutti quanti» borbotta.
Il pick-up di Marino è parcheggiato lungo la strada; nel mio giardino coperto di neve ci sono le impronte di grossi pneumatici. Buford Righter e io
lavoriamo insieme da anni e mi offende che non abbia chiesto a me il permesso di venire qui. A quanto mi risulta, non ha nemmeno chiamato per
sapere come sto.
«Secondo me, sono curiosi di vedere la tua baracca» sostiene Marino.
«Con la scusa di dover controllare questo o quello, ne approfittano per ficcare il naso.»
Imbocco il vialetto bagnandomi le scarpe nella neve.
«Non hai idea di quanti mi chiedono com'è casa tua, manco fossi Lady D
o roba del genere. E poi Righter è un ficcanaso maledetto, è sempre dappertutto come il prezzemolo. E questo è il caso più importante dopo Jack
lo Squartatore. Ci sta torchiando come dannati.»
I flash lampeggiano tutti insieme, abbagliandomi. Per un pelo non scivolo in terra. Impreco ad alta voce. I fotografi sono riusciti a entrare nel mio
quartiere protetto. Ne vedo tre che mi corrono incontro scattando foto all'impazzata mentre io cerco di salire sul pick-up di Marino, impacciata dal
fatto di poter usare una mano sola.
«Piantala!» grida Marino al più vicino, che è una donna. «Stronza!» Fa
per tapparle l'obiettivo e quella scivola, trascinando con sé l'intera attrezzatura.
«Testa di cazzo!» strilla lei.
«Sali! Sali!» mi incita Marino.
«Brutto bastardo!»
Ho il batticuore.
«Io ti denuncio, pezzo di idiota!»
Altri flash. Mi chiudo un lembo del cappotto nella portiera e sono costretta a riaprirla. Intanto Marino mette le valigie dietro e sale al posto di
guida. Il motore romba come quello di un jet. Vedo la fotografa che cerca
disperatamente di rialzarsi e mi viene in mente che potrebbe essersi fatta
male e aver bisogno di aiuto. «Dovremmo accertarci che non sia ferita» dico guardando dal finestrino.
«E che cazzo!» esclama Marino accelerando, facendo slittare il pick-up
sul nevischio.
«Chi erano?» Ho l'adrenalina alle stelle e la vista offuscata.
«Un branco di coglioni, ecco chi erano.» Prende il microfono. «Unità
nove» annuncia alla radio.
«Unità nove» risponde l'operatore.
«Ci manca solo che fotografino me e la mia casa...» Alzo la voce, indignata di fronte a tanta ingiustizia.
«Dieci-cinque, unità tre-venti, voglio che mi chiami subito sul cellulare.» Marino tiene il microfono vicino alla bocca. L'unità tre-venti lo richiama e il cellulare vibra ronzando come un enorme insetto. Marino risponde.
«I giornalisti sono arrivati non so come vicino alla casa. Fotografi. Credo
abbiano parcheggiato in Windsor Farms e superato a piedi le recinzioni attraversando il prato dietro la guardiola. Manda qualcuno a controllare se ci
sono auto parcheggiate in divieto e fagliele portare via. Appena entrano
nella proprietà della dottoressa Scarpetta, arrestali.» Chiude il telefono con
l'aria del capitano Kirk che ha appena ordinato all'Enterprise di partire all'attacco.
Rallentiamo davanti alla guardiola. Joe esce. È un vecchio, orgoglioso
da sempre di portare la divisa. È molto gentile, educato e protettivo, ma
più di tanto non è in grado di fare. Non mi sorprende che abbia lasciato entrare Chandonne ieri sera e i giornalisti oggi. Vedendomi, assume un'espressione imbarazzata.
«Senta» gli dice burbero Marino dal finestrino «com'è che sono entrati i
fotografi?»
«Che cosa?» risponde Joe, subito sulla difensiva, socchiudendo gli occhi
e guardando le strade vuote illuminate dalla luce gialla dei lampioni.
«Ce n'erano almeno tre davanti alla casa della dottoressa.»
«Di qui non sono passati» dichiara. Rientra nella guardiola e prende il
telefono.
Ripartiamo. «C'è poco da fare» borbotta Marino. «Bisogna che ti rassegni a vedere la tua foto sui giornali.»
Dal finestrino osservo le belle ville georgiane addobbate per Natale.
«Il brutto è che qui sei sempre meno sicura.» Mi sta facendo la predica,
mi dice cose che so già e a cui in questo momento non ho voglia di pensare. «Perché adesso mezzo mondo sa dove vivi e in che casa abiti. Il problema è che così rischi che ti venga a bussare alla porta qualche altro
squinternato. È questo che mi preoccupa. La gente si fa delle idee. Una
volta che ti reputano una vittima, non li ferma più nessuno. Sai che c'è gente che va in tribunale per vedere le donne violentate?»
Si ferma all'incrocio fra Canterbury Road e West Cary Street e lascia
passare una berlina scura, che svolta, rallenta e accosta. Vedo la faccia piccola e insulsa di Buford Righter che guarda il pick-up di Marino. Tutti e
due abbassano il finestrino.
«Stai andando via?» comincia a dire Righter. Colgo la sua espressione
sorpresa quando si accorge che ci sono anch'io seduta in macchina. Ho la
sensazione poco rassicurante che non avesse alcuna voglia di incontrarmi.
«Mi dispiace di tutto questo disturbo» continua, come se quello che mi è
successo non fosse che un semplice disturbo, un piccolo, spiacevole, inconveniente.
«Sì, sto andando via.» Marino fuma e non commenta. Ha già espresso
quello che pensa del fatto che Righter voglia andare a casa mia. È inutile, e
comunque, ammesso e non concesso che ritenga importante controllare
con i propri occhi, non capisco come mai non ci sia andato prima, mentre
io ero in ospedale.
Righter si stringe il soprabito sul petto e intorno al collo. La luce dei
lampioni gli si riflette sugli occhiali. Fa un cenno con il capo e mi dice:
«Riguardati. Mi fa piacere vedere che stai bene». Evidentemente ha deciso
di ammettere che quello che ho passato è più di un disturbo. «Siamo rimasti tutti scioccati.» Fa per aggiungere qualcos'altro, ma soprassiede. Qualsiasi cosa fosse, ha preferito non riferirmela. «Ci sentiamo» promette a
Marino.
I finestrini si richiudono. Ripartiamo.
«Dammi una sigaretta» dico a Marino. «Suppongo che stamattina avesse
altro da fare e non potesse venire» aggiungo.
«Macché, è venuto anche stamattina. Intorno alle dieci.» Mi passa un
pacchetto di Lucky Strike senza filtro e fa scattare l'accendino.
Sono furibonda: ho il collo in fiamme e la testa che mi scoppia. La paura
si risveglia dentro di me come una bestia sopita. Divento cattiva, premo il
pulsante dell'accendisigari dell'auto e lascio sgarbatamente Marino con
l'accendino acceso in mano. «Grazie di avermelo detto» sibilo. «Ti spiacerebbe farmi sapere chi altro è venuto a casa mia? E quante volte? E quanto
tempo c'è stato? E cosa ha toccato?»
«Non te la prendere con me» mi avverte.
Conosco il tono. Sta per perdere la pazienza con me e i miei casini. Siamo come due nuvoloni che stanno per collidere scatenando un nubifragio,
e non voglio che succeda. In questo momento fare la guerra con Marino è
l'ultima cosa che voglio. Appoggio la spirale incandescente alla sigaretta e
inspiro. Il tabacco mi fa girare la testa. Proseguiamo in silenzio per qualche minuto e, quando finalmente apro bocca, mi sento annebbiata. Mi
sembra di avere le febbri cerebrali e un dolore sordo che si diffonde nel
costato. «So che stai facendo il possibile e te ne sono grata» mi sforzo di
dire. «Anche se non si vede.»
«Non devi darmi spiegazioni.» Tira una boccata e soffia il fumo verso il
finestrino socchiuso. «So come ti senti» aggiunge.
«E come fai a saperlo?» ribatto risentita. «Non lo so neppure io.»
«Capisco molto più di quanto tu creda» mormora. «Te ne accorgerai, capo. Adesso non è niente. Ci vorranno giorni, settimane, perché la situazione migliori. Funziona così, il peggio viene dopo. Sapessi quante volte l'ho visto, quante persone ci ho visto passare...»
Non voglio sentire una parola di più.
«Fortuna che vai da Anna» dice. «Che fai come ti ha ordinato il medico.
In più di un senso.»
«Non vado da Anna perché me l'ha ordinato il medico» ribatto nervosa
«ma perché è mia amica.»
«Ascolta, sei stata vittima di una violenza e per superare il trauma hai
bisogno di aiuto. Anche se sei un medico pure tu.» Marino non molla, perché ha voglia di litigare, ha bisogno di sfogare la rabbia. So che cosa sta
per succedere e mi va il sangue alla testa. «Quando si è traumatizzati, si
diventa tutti uguali» continua Marino, manco fosse un'autorità in materia.
Tiro fuori le parole lentamente. «Non sono traumatizzata.» Mi si incrina
la voce per la collera. «C'è differenza fra subire un trauma ed essere traumatizzati. Io non ho bisogno di uno psichiatra.» Assumo un tono più tagliente. «Non è riuscito a farmi quello che voleva. Chandonne, intendo dire. E, anche se ci fosse riuscito, non gli avrei dato la soddisfazione di trasformarmi in ciò che desiderava lui. Poteva ammazzarmi, ma cambiarmi
no. Poteva togliermi la vita, ma non la dignità.»
Sento che Marino si irrigidisce alla guida del suo pick-up, enorme e virile. Non capisce di che cosa sto parlando o quello che provo, e forse non lo
capirà mai. Reagisce come se gli avessi dato uno schiaffone o un colpo
basso.
«Io dico le cose come stanno» ribatte. «Bisogna che almeno uno di noi
due affronti la realtà.»
«La realtà è che sono ancora viva.»
«Già. Per miracolo, cazzo.»
«Dovevo immaginarlo, che avresti reagito così.» Divento di una calma
raggelante. «Succede sempre. Si dà la colpa alla preda e non al predatore.
Si critica la vittima, non il carnefice.» Tremo nel buio. «Sei uno stronzo,
Marino.»
«Non capisco come hai fatto ad aprirgli la porta!» grida. Quello che mi è
successo lo fa sentire impotente.
«E voi dove eravate, eh?» gli ricordo, facendogli del male. «Non avreste
dovuto tenere d'occhio la mia casa? Visto che eri così preoccupato che mi
venisse a cercare.»
«Ti ho telefonato, ricordi?» Mi attacca su un altro fronte. «Mi hai detto
che stavi bene. Ti ho raccomandato di fare attenzione, visto che avevamo
trovato il suo nascondiglio ma non lui e pensavamo che fosse in giro a cercarsi qualcun'altra da massacrare di botte e prendere a morsi. E tu che cosa
fai, nonostante una laurea in medicina e una in legge? Apri la tua cazzo di
porta al primo venuto! Nel cuore della notte!»
Io credevo che fosse la polizia. Mi aveva detto che era della polizia.
«Perché?» Marino grida e picchia il pugno contro il volante come un
bambino che fa una scenata. «Perché, cazzo? Perché?»
Sapevamo chi era l'assassino, avevamo identificato il mostro: Chandonne. Sapevamo che era francese e che era figlio di un boss mafioso che viveva a Parigi. La persona che ha bussato alla mia porta non aveva l'accento
francese.
Polizia.
Non vi ho chiamato, avevo risposto senza aprire la porta.
Mi scusi, ma abbiamo ricevuto una segnalazione: pare che un individuo
sospetto si aggiri nei pressi di casa sua. Sta bene?
Non aveva il minimo accento straniero. Non mi aspettavo che parlasse
inglese senza accento. Non ci ho pensato. Tornassi indietro, continuerei a
non pensarci. La polizia era appena venuta perché era scattato l'allarme e
non mi sembrava per niente strano che ritornasse. Avevo erroneamente
creduto che sorvegliassero la mia casa. Era capitato tutto così in fretta. Avevo aperto la porta: la luce fuori era spenta e avevo sentito puzza di cane
bagnato nella notte gelida e buia.
«Allora, mi vuoi rispondere?» grida Marino, battendomi sulla spalla.
«Non mi toccare!» Ritorno in me con un sussulto, sospiro e mi sposto il
più lontano possibile da lui. Sbandiamo. Il silenzio nel pick-up rende l'aria
pesante come l'acqua a trenta metri di profondità. Immagini terribili si insinuano nei miei pensieri più cupi. La cenere dimenticata è talmente lunga
che non riesco ad arrivare in tempo al posacenere. «Puoi girare dallo Stonypoint Shopping Center, se vuoi» gli dico. «Si fa prima.»
2
La villa in stile neoclassico della dottoressa Anna Zenner si erge illuminata nella notte sulla sponda meridionale del James River. Con le sue
grandi colonne corinzie, esemplifica la convinzione di Thomas Jefferson e
George Washington secondo cui l'architettura del nuovo mondo doveva
esprimere la grandezza e la dignità dei tempi antichi. Anna proviene dalla
vecchia Europa, essendo tedesca. O almeno io credo che sia tedesca. Ora
che ci penso, non ricordo se mi ha mai detto dov'è nata.
Sugli alberi brillano lucine bianche natalizie e alle finestre tante candele
che mi fanno venire in mente il Natale a Miami alla fine degli anni Cinquanta, quando ero bambina e mio padre ci portava a Coral Gables, nelle
rare occasioni in cui la leucemia che lo affliggeva era in remissione. Forse
gli sembrava che portarci lì ad ammirare le splendide case ci rendesse parte di quel mondo. Ricordo che io fantasticavo su come doveva essere vivere in quelle dimore principesche, andare in giro in Bentley e mangiare bistecche o gamberoni sette giorni su sette. I privilegiati che vi abitavano
non avevano problemi di soldi o di salute, ne ero convinta, e non venivano
emarginati da chi non amava gli italiani, i cattolici o gli immigrati che si
chiamavano Scarpetta.
È un cognome strano e non so quasi nulla sul conto di chi lo porta. So
che gli Scarpetta sono in America da due generazioni, o almeno così dice
mia madre, ma non ne conosco altri, al di fuori della mia famiglia. Non ne
ho mai incontrato uno. Mi è stato detto che i miei antenati erano originari
di Verona e facevano i contadini e i ferrovieri. So solo che ho una sorella
più giovane di nome Dorothy. È stata sposata per un po' con un brasiliano
che aveva il doppio dei suoi anni e che dovrebbe essere il padre di Lucy.
Uso il condizionale perché solo un esame del Dna potrebbe convincermi
dell'identità dell'uomo con cui Dorothy ha avuto rapporti il giorno in cui ha
concepito Lucy. Il suo quarto marito si chiamava Farinelli ed è stato l'ultimo a far cambiare nome a mia nipote. A parte mia madre, sono l'unica altra Scarpetta di cui io conosca l'esistenza.
Marino frena davanti all'imponente cancello di ferro battuto e allunga il
braccio per suonare il citofono. Segue un ronzio elettronico e i battenti di
ferro cominciano ad aprirsi lentamente, come ali di corvo. Non so perché
Anna abbia lasciato l'Europa per venire a stare in Virginia e i motivi per
cui non si è sposata. Non le ho mai chiesto perché sia venuta a fare la psichiatra in questa piccola città del Sud, quando sarebbe potuta andare ovunque. Non so perché mi chiedo queste cose proprio adesso. I pensieri mi si
inceppano, scattano a vuoto. Scendo cauta dal pick-up e mi incammino sul
vialetto di granito. Mi sembra di avere un problema di software, come se i
file mi si aprissero e chiudessero da soli e mi apparissero continuamente
sullo schermo messaggi di sistema. Non so con certezza quanti anni abbia
Anna, ma di sicuro ha superato la settantina. Non mi sembra che mi abbia
mai detto dove ha studiato. Ci siamo scambiate opinioni e informazioni per
anni, ma non problemi personali né racconti intimi.
In questo momento mi infastidisce sapere così poco di lei ed è con un
certo imbarazzo che salgo la bella scala che conduce al portone, un gradino
alla volta, aggrappandomi con la mano sana alla ringhiera. Anna mi apre e
sorride. Vede che ho un braccio al collo e mi guarda negli occhi. «Kay, che
piacere vederti!» mi dice, salutandomi come fa sempre.
«Come va, dottoressa Zenner?» chiede Marino. Il suo entusiasmo è esagerato, come se volesse farsi vedere simpatico e cordiale e al tempo stesso
dimostrare che non gliene frega niente di me. «Che profumino! Che cosa
mi ha preparato di buono?»
«Stasera niente, capitano.» Anna non fa caso a Marino e alle sue pretese.
Mi bacia su tutte e due le guance e mi abbraccia stando attenta a non farmi
male al braccio, ma con grande affetto. Marino posa le borse nell'atrio, su
uno splendido tappeto di seta sotto un enorme lampadario di cristallo.
«Se vuole posso darle un po' di minestra da portare a casa» gli propone.
«Ne ho fatta un pentolone. Sana, senza grassi.»
«Se è sana e senza grassi va contro i miei principi. Sarà meglio che vada.» Evita il mio sguardo.
«Dov'è Lucy?» Anna mi aiuta a togliermi il cappotto: faccio fatica a sfilare la manica per via del gesso. Sgomenta, mi rendo conto di avere ancora
addosso il vecchio camice da casa. «Ancora nessun autografo» osserva
Anna, perché non ho firme sul gesso, né mai le avrò. Ha un senso dell'umorismo molto sottile e aristocratico. Fa le battute senza accennare il
minimo sorriso, e se uno non è attento e pronto non le capisce.
«Siccome casa sua non è abbastanza elegante, ha preferito il Jefferson»
commenta ironico Marino.
Anna va ad appendere il cappotto nell'armadio. Sento che le energie nervose mi stanno abbandonando. La depressione mi opprime il petto e mi
stringe il cuore. Marino continua a far finta che io non esista.
«Naturalmente, qui è la benvenuta. Mi farebbe molto piacere vederla»
mi dice Anna. Il suo accento tedesco non si è ammorbidito nel corso degli
anni. Parla in maniera spigolosa, non usa forme contratte. Ho sempre pensato che preferisca parlare tedesco e che usi l'inglese semplicemente perché non ne può fare a meno.
Dalla porta vedo Marino che se ne va. «Perché sei venuta a stare qui,
Anna?» Non seguo un filo logico.
«Qui? In questa casa, intendi?» Mi osserva.
«No, a Richmond. Perché proprio a Richmond?»
«Facile. Per amore.» Lo dice senza l'ombra di un'emozione, né positiva
né negativa.
La temperatura è calata, ora che è scesa la sera, e i passi di Marino scric-
chiolano sulla neve ghiacciata.
«Amore?»
«Sì, per una persona che si è dimostrata solo una perdita di tempo.»
Marino si toglie la neve dagli scarponi prima di salire sul pick-up. Il motore romba come il ventre di una grande nave e i fumi di scappamento si
condensano nella sera. Capisce che lo sto guardando, ma fa finta di non
accorgersene o di fregarsene. Sbatte la portiera, ingrana la marcia e parte,
facendo schizzare neve da tutte le parti. Anna mi chiude la porta davanti
agli occhi mentre io, persa in un vortice di pensieri e sensazioni, guardo
fuori.
«Ti devi sistemare» mi dice sfiorandomi il braccio e facendomi cenno di
seguirla.
Mi riscuoto dal torpore. «Marino è arrabbiato con me.»
«Se non fosse arrabbiato con qualcosa o qualcuno penserei che è malato.»
«È arrabbiato con me perché ho rischiato di farmi ammazzare.» Ho la
voce stanca. «Sono tutti arrabbiati con me.»
«Sei esausta.» Si ferma nel corridoio per sentire che cosa ho da dire.
«Devo forse scusarmi perché hanno cercato di ammazzarmi?» protesto.
«Me la sono cercata? Ho fatto qualcosa di male? D'accordo, ho aperto la
porta. Ho commesso un errore, ma sono ancora qui, no? Sono viva, no?
Siamo ancora vivi, no? Perché ce l'hanno tutti con me?»
«Non tutti» risponde Anna.
«Ma è colpa mia?»
«Tu credi che sia colpa tua?» Mi osserva con un'espressione che posso
solo definire "ai raggi X". Mi guarda dentro.
«No» rispondo. «So benissimo che non è colpa mia.»
Chiude la porta, inserisce l'allarme e mi accompagna in cucina. Cerco di
ricordare l'ultima volta che ho mangiato o che giorno della settimana è. Poi
mi viene in mente: è sabato. L'ho già chiesto diverse volte. Sono passate
venti ore da quando ho rischiato di morire. La tavola è apparecchiata per
due e sul fornello bolle una grossa pentola di minestra. Sento profumo di
pane e mi viene nausea e fame insieme. Nonostante tutto, mi rendo conto
di una cosa: se Anna aspettava Lucy, come mai ha apparecchiato per due?
«Quando tornerà Lucy a Miami?» Pare leggermi nel pensiero, mentre
solleva il coperchio e mescola la minestra con un lungo mestolo di legno.
«Che cosa vuoi da bere? Uno scotch?»
«Sì, grazie. Il più forte che hai.»
Apre una bottiglia di Glenmorangie Sherry Wood Finish di puro malto e
ne versa la preziosa essenza ambrata in bicchieri di cristallo pieni di ghiaccio.
«Non so quando ci tornerà. Non ne ho la minima idea, a dire il vero.» Le
spiego che cosa è successo. «Ha condotto un'operazione per l'Atf a Miami
che è andata molto, molto male. C'è stata una sparatoria e Lucy...»
«Sì, Kay, lo so.» Mi porge il whisky. Ha il tono impaziente anche quando è calma. «L'ho sentito al telegiornale. Ti ho chiamata, non ricordi? Ne
abbiamo già parlato.»
«Ah, sì. È vero.»
Si siede di fronte a me, con i gomiti sul tavolo, e mi guarda fisso. È una
donna intensa, alta, sottile, dal fisico asciutto, una Leni Riefenstahl illuminata e giovanile. Indossa una tuta da ginnastica blu che mette in risalto i
suoi occhi color fiordaliso e porta i capelli grigi legati con un nastro di velluto nero. Non so se si sia fatta un lifting o altro, ma dal momento che potrebbe passare tranquillamente per una cinquantenne, sospetto che sia ricorsa alla chirurgia estetica.
«Dunque Lucy è venuta da te in attesa che si concludano le indagini?»
domanda. «Immagino che sia una faccenda molto delicata.»
Durante la sparatoria, Lucy ha ucciso due esponenti di un pericoloso cartello di trafficanti di armi che si presume essere legato al clan Chandonne e
ferito accidentalmente Jo, l'agente della Dea che in quel periodo era la sua
amante. Definire delicata la faccenda è poco.
«Non so se sai di Jo» dico ad Anna. «Che era nella stessa squadra Hidta
in cui era Lucy.»
«Non so che cosa sia l'Hidta.»
«High Intensity Drug Trafficking Area: è formata da membri di Atf, Dea, Fbi, polizia di Miami e si occupa del traffico di sostanze stupefacenti»
spiego. «Due settimane fa l'operazione è saltata e Jo è rimasta ferita. Il
proiettile che le hanno estratto dalla gamba risulta sparato dall'arma di
Lucy.»
Anna mi ascolta sorseggiando il suo scotch.
«Dunque, Lucy ha involontariamente sparato a Jo, con cui aveva una relazione» continuo. «Che naturalmente ne ha risentito. Non so come vadano
le cose fra loro, a dire il vero. Ma Lucy è qui e immagino che ci resterà fino alla fine delle feste. Poi chissà.»
«Ignoravo che la storia con Janet fosse finita» mi dice Anna.
«Ormai è un po' di tempo.»
«Mi dispiace.» Vedo che la cosa la intristisce. «Janet mi piaceva molto.»
Mi guardo nel piatto. È parecchio che non parlo più di Janet. Lucy evita
con cura l'argomento. Mi rendo conto che mi manca; penso che avesse un'influenza positiva e stabilizzante su mia nipote. A dire la verità, Jo non
mi è mai piaciuta molto, anche se non so bene perché. Forse, rifletto prendendo in mano il bicchiere di whisky, perché non è Janet.
«E Jo è a Richmond?» si informa Anna.
«Lei è di qui, anche se non è qui che si sono conosciute. Lavoravano insieme a Miami. Adesso Jo è venuta a Richmond dai suoi, per la convalescenza. Non chiedermi come andrà a finire, perché non lo so. Sono cristiani fondamentalisti e non sono molto contenti delle scelte della figlia.»
«Lucy non cerca mai le cose facili» osserva Anna. Ha ragione. «Sparatorie, sparatorie... finisce sempre con la pistola in mano. Meno male che
ieri sera non l'ha ucciso.»
La mia oppressione cresce: mi pare di avere il sangue denso come metallo fuso,
«Perché si trova così spesso costretta a sparare?» insiste Anna. «Quello
che è successo stavolta mi preoccupa, se c'è da credere a quello che dicevano alla televisione.»
«Non l'ho accesa. Non so che cosa abbiano detto in televisione.» Bevo
un sorso di scotch e mi viene voglia di accendermi una sigaretta. Ho smesso di fumare un sacco di volte, nella mia vita.
«Che stava per ammazzarlo. Il francese, Jean-Baptiste Chandonne. Che
lo aveva sotto tiro, ma tu l'hai fermata.» Gli occhi di Anna mi scrutano,
sondandomi nel profondo. «Raccontami com'è andata.»
Le spiego che Lucy era andata al Medical College of Virginia a prendere
Jo, la quale era stata appena dimessa. Erano arrivate a casa mia dopo mezzanotte e mi avevano trovato nel giardino insieme a Chandonne. La Lucy
che ricordo in quel momento mi pare irriconoscibile, una donna violenta
che non conosco, il volto stravolto dalla collera, la pistola puntata su di lui,
il dito sul grilletto, io che la imploravo di non sparare. Gli gridava di tutto,
lo malediceva e io urlavo: «No, Lucy, no!». Chandonne era piegato in due
dal dolore, si trascinava, cieco, fregandosi la neve sugli occhi ustionati, urlando e chiedendo aiuto. In quel momento Anna mi interrompe.
«In francese?» chiede.
La domanda mi coglie alla sprovvista. Cerco di ricordare. «Mi pare.»
«Allora capisci il francese.»
Ci penso. «Be', l'ho studiato alle superiori. So solo che in quel momento
mi sembrava che gridasse implorando aiuto. Sì, capivo quello che diceva.»
«E l'hai aiutato?»
«Cercando di impedire a Lucy di sparargli, sì. Gli ho salvato la vita.»
«L'hai fatto per Lucy, non per lui. Il tuo scopo non era salvargli la vita,
ma impedire a Lucy di rovinarsi la propria.»
I pensieri si scontrano, si cancellano l'uno con l'altro. Non rispondo.
«Lucy voleva ammazzarlo?» continua Anna. «Le sue intenzioni erano
chiare?»
Annuisco, guardo da un'altra parte, rivivo la scena. Lucy, Lucy. L'avevo
chiamata, avevo cercato di riscuoterla dalla furia omicida. Lucy! Mi ero
trascinata verso di lei sulla neve. Posa quella pistola, Lucy. Per favore, posa quella pistola. Chandonne gemeva e rantolava come una bestia ferita
mentre lei, in ginocchio, gli puntava la canna alla testa stringendo la pistola con le mani tremanti. Poi, di colpo, ci eravamo trovate intorno un
sacco di persone: agenti dell'Atf, poliziotti in tenuta da combattimento, pistole e fucili puntati. Nessuno sapeva cosa fare, mentre io imploravo mia
nipote di non sparare. Troppi morti, Lucy, piangevo, strisciando vicino a
lei, incapace di muovere il braccio sinistro. Non lo fare. Ti prego, Lucy,
non lo fare. Noi ti vogliamo bene.
«Sei convinta che Lucy volesse ucciderlo, pur non trattandosi di legittima difesa?» mi chiede di nuovo Anna.
«Sì» rispondo. «Ne sono convinta.»
«Allora, forse, dovremmo prendere in considerazione l'ipotesi che non
fosse costretta a uccidere neanche a Miami.»
«È tutto diverso» rispondo. «E non posso farne una colpa a Lucy se ha
reagito in quel modo vedendolo lì, a casa mia, vicino a me. Eravamo tutti e
due per terra, nella neve, a tre metri l'uno dall'altra. Sapeva che cosa aveva
fatto quell'uomo a Kim Luong e Diane Bray, e sapeva perché era venuto da
me, che cosa mi voleva fare. Come ti saresti sentita tu, al posto di Lucy?»
«Non riesco a immaginarlo.»
«Infatti» replico. «Non si può sapere come si reagisce in certe situazioni
finché non ci si trova dentro. So che se fossi stata io a sorprendere Lucy
per terra, con Chandonne lì vicino che voleva ucciderla, avrei...» Non riesco ad andare avanti, non so portare a termine il pensiero.
«L'avresti ucciso» finisce Anna, pensando che fosse questo che intendevo dire.
«Probabilmente sì.»
«Anche se in quel momento non c'era pericolo? Anche vedendolo in
preda a un terribile dolore, cieco e inerme?»
«È difficile valutare se chi hai davanti è inerme o no, Anna. Che cosa ne
sapevo io, sdraiata nella neve, al buio, con un braccio rotto e una paura da
morire?»
«Be', ne sapevi abbastanza da dire a Lucy di non ammazzarlo.» Si alza,
prende un ramaiolo di legno da una rastrelliera di ferro a cui sono appesi
pentole e utensili da cucina e scodella la minestra in due grandi fondine di
terracotta, riempiendo la cucina di un profumo caldo e aromatico. Serve in
tavola dandomi tempo di riflettere su quello che ha appena detto. «Hai mai
pensato che la tua vita può essere letta come uno dei tuoi referti più complicati?» mi chiede. «Come una successione di cause ed effetti.» Gesticola,
per dare maggior enfasi alle sue parole. «Ti trovi qui a causa di qualcosa
che a sua volta era una conseguenza di un'altra cosa e così via, fino alla ferita originaria: la morte di tuo padre.»
Cerco di ricordare quel poco che le ho raccontato del mio passato.
«Tu sei quella che sei perché hai studiato la morte sin da piccola» continua. «Hai passato gran parte della tua infanzia con un padre moribondo.»
Sento che nella minestra di verdura e pollo ci sono alloro e sherry. Non
credo di riuscire a mangiare. Anna con le presine tira fuori dal forno dei
panini, che serve su piccoli piatti con burro e miele. «Sembra che il tuo
karma ti riporti di continuo in quella situazione» osserva. «A rivivere la
morte di tuo padre, la perdita originaria. Come se in qualche modo tu potessi riparare a quello che è successo. Invece non fai che ripeterlo. È un
meccanismo tipico, che vedo mettere in atto tutti i giorni.»
«Mio padre non c'entra.» Prendo in mano il cucchiaio. «La mia infanzia
non c'entra e, a essere sinceri, in questo momento è l'ultima delle mie preoccupazioni.»
«C'entra la tua mancanza di emozioni.» Si rimette a sedere. «Hai imparato a non sentire perché sentire ti faceva soffrire.» La minestra è troppo
calda; Anna giocherella con il pesante cucchiaio di argento lavorato. «Da
bambina non riuscivi a vivere con il senso di tragedia che aleggiava in casa, con la paura, il dolore, la rabbia. E così hai sbarrato la porta.»
«A volte non si può fare altrimenti.»
«È sbagliato.»
«A volte è indispensabile, per sopravvivere.» Non sono d'accordo con
lei.
«Sbarrare le porte è negare la realtà. Quando si nega il passato, si tende a
ripeterlo. Tu ne sei la prova vivente. La tua vita è stata una successione di
perdite: dopo la perdita originaria, hai fatto della perdita il tuo lavoro. Sei
diventata il medico dei morti, quella che si siede al capezzale dei defunti. Il
divorzio da Tony, la morte di Mark, l'assassinio di Benton l'anno scorso.
Adesso hai rischiato di perdere Lucy in quella sparatoria e per ultimo persino te stessa. Quell'uomo terribile ha bussato alla tua porta e tu hai rischiato di perdere te stessa. Una perdita dietro l'altra.»
Il dolore per l'assassinio di Benton è spaventosamente vivo. Temo che lo
sarà per sempre, che non riuscirò mai più a superare il senso di vuoto, l'eco
del deserto nel mio animo, l'angoscia nel mio cuore. Al pensiero che la polizia è venuta in casa mia, ha toccato le cose di Benton, ha spostato i suoi
quadri, sporcato di fango il tappeto che mi aveva regalato un anno per Natale, mi prende una rabbia insostenibile. Non gliene importa niente a nessuno. Nessuno capisce.
«La coazione a ripetere è un meccanismo potentissimo» commenta Anna. «Se non lo interrompi, ti distrugge, ti risucchia in un grande buco nero.»
Ribatto che la mia vita non è un buco nero. Riconosco di fare quello che
dice, sarei un'idiota se lo negassi. Ma su un punto non sono affatto d'accordo. «Mi offende la tua allusione al fatto che gli ho aperto la porta» reagisco, riferendomi di nuovo a Chandonne, che non riesco a nominare.
«Come se avessi messo in moto tutto io perché l'assassino venisse da
me. Se è questo che hai detto. Se è questo che intendi.»
«Lo chiedo a te.» Imburra un panino. «Voglio che me lo dica tu, Kay»
ripete molto seria.
«In nome di Dio, Anna, come puoi pensare che io voglia tirarmi in casa
un assassino?»
«Non saresti né la prima né l'ultima. Non sono cose che si fanno consciamente.»
«No. Né consciamente né inconsciamente» protesto.
«Io in tutto questo vedo l'autorealizzazione di una profezia. Prima tu, poi
Lucy, che si è praticamente trasformata in ciò che combatte. "Attento a chi
ti scegli per nemico, perché è così che diventerai."» Anna ripete una citazione da Nietzsche che ha sentito da me.
«Non volevo che mi venisse a cercare» ripeto lentamente, senza enfasi.
Non riesco a pronunciare il suo nome, non voglio farlo assurgere al rango
di persona reale.
«Come faceva a sapere dove abitavi?» mi domanda.
«Purtroppo il mio indirizzo è apparso più volte sui giornali» ipotizzo.
«Non lo so.»
«Pensi che sia andato in biblioteca a cercare il tuo indirizzo su qualche
microfilm? Un essere tanto deforme da non uscire quasi alla luce del giorno? Una creatura che assomiglia a un animale, coperto di lunghi peli chiari
su tutto il corpo? Pensi davvero che sia andato in una biblioteca?» Lascia
che l'assurdità della mia teoria aleggi tra noi.
«Non so come facesse a saperlo» ripeto. «Il luogo in cui si nascondeva
non era distante da casa mia.» Mi sto innervosendo. «Non dare la colpa a
me. Non avete diritto di dare a me la colpa di quello che ha fatto lui. Perché date la colpa a me?»
«Ci creiamo il nostro mondo da soli e da soli ce lo distruggiamo. È semplice, Kay» mi risponde.
«Non riesco a credere che tu possa pensare anche per un solo momento
che io abbia voluto che venisse a cercare me, con tutte le donne che ci sono al mondo.» Mi viene in mente un'immagine di Kim Luong. Ricordo la
sensazione del suo volto sfigurato sotto le mie dita protette dai guanti. Ricordo l'odore pungente del sangue che si coagulava nel retrobottega asfittico e caldo in cui Chandonne l'aveva trascinata moribonda per poter dare
sfogo alla sua furia omicida, picchiandola, morsicandola e giocando con il
suo sangue. «Neanche le altre lo volevano» aggiungo emozionata.
«Non le conoscevo» replica Anna. «Non posso dire se lo volevano o
no.»
Mi viene in mente Diane Bray, la sua arrogante bellezza cancellata, distrutta e crudamente esposta sul nudo materasso della sua camera da letto,
irriconoscibile. Sembrava quasi che Chandonne su di lei avesse sfogato un
odio più profondo di quello che provava per Kim Luong e per le altre donne uccise a Parigi prima di venire a Richmond. Mi chiedo se si fosse identificato in Diane Bray e avesse manifestato con la sua furia l'odio profondo
che provava verso se stesso. Esprimo questo dubbio ad Anna. Diane Bray
era intelligente e fredda. Crudele, abusava del proprio potere con la stessa
facilità con cui respirava.
«Avevi dei buoni motivi per odiarla» è la sua risposta.
Le sue parole mi bloccano. Non reagisco subito. Cerco di ricordare se ho
mai detto di odiare qualcuno o, peggio ancora, se l'ho mai fatto. Odiare è
sbagliato. Sempre. L'odio è un crimine dello spirito che porta a commettere crimini della carne. L'odio è un sentimento che porta tanta gente all'obitorio. Dico ad Anna che non odiavo Diane Bray, nonostante lei ce l'avesse
con me e avesse fatto di tutto per farmi licenziare. Diane Bray era una
donna invidiosa e ambiziosa a livelli patologici. Ma io non la odiavo, dico
ad Anna. Era cattiva, concludo, ma non meritava la fine che ha fatto. E
certamente non se l'era cercata.
«Lo credi davvero?» Anna dubita di tutto ciò che dico. «Non pensi che,
simbolicamente, Chandonne le abbia fatto ciò che lei stava facendo a te?
Era un'ossessione. Era entrata nella tua vita nel momento in cui eri più
vulnerabile. Ti aveva aggredita, degradata e distrutta con una passione
quasi sessuale. Non dici tu stessa che la gente muore nel modo in cui è vissuta?»
«Succede.»
«È successo anche a lei?»
«Simbolicamente, intendi? Forse.»
«E a te, Kay? Non hai rischiato di morire nel modo in cui sei vissuta?»
«Non sono morta, Anna.»
«Ma hai rischiato di farlo» ripete. «E quando ha bussato alla tua porta, ti
sei quasi arresa. Hai praticamente smesso di vivere quando è morto Benton.»
Mi vengono le lacrime agli occhi.
«Che fine pensi che avresti fatto, se Diane Bray non fosse morta?» mi
chiede.
Diane Bray era vicecomandante della polizia di Richmond e andava avanti a furia di imbrogli. In poco tempo si era fatta un nome in Virginia e,
ironia della sorte, potevano essere stati proprio il suo narcisismo, la sua sete di potere e riconoscimenti ad attirare Chandonne. Mi domando se l'aveva seguita, se aveva seguito anche me e immagino che la risposta sia sì.
«Credi che saresti ancora il capo dell'Istituto di medicina legale, se Diane Bray fosse viva?» Mi guarda fisso, senza incertezze.
«Non gliel'avrei data vinta.» Assaggio la minestra e mi sento rivoltare lo
stomaco. «Per quanto diabolica fosse, non glielo avrei permesso. La mia
vita è nelle mie mani, non nelle sue. Sono io che decido che cosa farne.»
«Forse sei contenta che sia morta» dice.
«Stiamo tutti meglio, senza di lei.» Spingo da una parte la tovaglietta
con il piatto e tutto quello che c'è sopra. «È la verità. Stiamo tutti meglio
senza di lei e quelli come lei. E staremmo meglio anche senza di lui.»
«Senza Chandonne?»
Annuisco.
«Allora, in fondo, ti dispiace che Lucy non l'abbia ucciso» sussurra. Anna pretende la verità senza essere né aggressiva né giudicante. «Avresti
premuto il bottone per infliggergli la scossa mortale?»
«No.» Scuoto la testa. «No, non lo farei mai. Con nessuno. Scusa, non
riesco a buttare giù niente. Mi dispiace che tu ti sia data tanto disturbo.
Spero di non covare qualche malanno.»
«Abbiamo parlato abbastanza.» Anna fa il genitore che ha deciso che è
ora di andare a letto. «Domani è domenica, possiamo restare a casa e riposare. Io ho annullato gli appuntamenti di lunedì. E sono disposta ad annullare anche quelli di martedì, mercoledì e del resto della settimana, se
necessario.»
Cerco di obiettare, ma non me lo permette.
«Il bello di avere la mia età è che puoi fare tutto quello che ti pare» aggiunge. «Sono reperibile per le emergenze, ma solo per quelle. E in questo
momento per me l'emergenza sei tu, Kay.»
«Non sono un'emergenza.» Mi alzo da tavola.
Anna mi aiuta a portare le valigie lungo il corridoio che conduce all'ala
occidentale della sua splendida casa. La stanza degli ospiti in cui starò a
tempo indeterminato è dominata da un grande letto che, come quasi tutti i
mobili di quella casa, è un Biedermeier dorato. L'arredamento è limitato
all'essenziale, semplice e lineare, ma la morbidezza del piumino e dei cuscini e le tende di seta color champagne che scendono come cascate sul
parquet lasciando trapelare la vera natura di Anna, una donna che vive per
far star bene gli altri, per curare e allontanare il dolore e celebrare la bellezza nella sua essenza più pura.
«Ti serve ancora qualcosa?» Mi appende i vestiti.
L'aiuto a sistemare le mie cose nei cassetti del comò e mi rendo conto
che tremo.
«Vuoi qualcosa per dormire?» Allinea le mie scarpe sul fondo dell'armadio.
L'idea di un calmante mi tenta, ma resisto. «Ho sempre avuto paura di
prendere l'abitudine» rispondo tenendomi sul vago. «Vedi come faccio con
il fumo? Non mi posso fidare di me stessa.»
Anna mi guarda. «È importante che tu dorma, Kay. Non c'è amico migliore per la depressione.»
Non sono sicura di che cosa intenda, ma credo di capirne il senso. Sono
depressa. Probabilmente mi verrà la depressione e non dormire peggiora le
cose. In tutta la mia vita ho avuto attacchi di insonnia come altri soffrono
di artrite, e da medico ho sempre resistito alla tentazione di rifugiarmi nelle
pillole. Ho a disposizione molti farmaci, ma me ne sono sempre tenuta lon-
tana.
Anna mi saluta e io resto a letto con la luce spenta, a guardare nel buio,
illudendomi che domattina mi accorgerò che è stato soltanto un brutto sogno, uno dei tanti incubi che sgorgano dal profondo quando la coscienza si
sopisce. La mia razionalità sonda il mio intimo come una torcia elettrica,
senza riuscire a scorgervi nulla. Non trovo un significato al fatto che ho rischiato di essere mutilata e uccisa. Non so che effetto avrà su di me. Non
riesco a sentirlo, a dargli un senso. Dio mio, aiutami tu. Mi giro su un fianco e chiudo gli occhi. Signore, mi metto nelle tue mani. Mia madre, da piccola, mi faceva recitare una preghiera che io pensavo fosse più per mio padre, che giaceva malato nell'altra stanza. A volte, appena lei usciva, la ripetevo riveduta e corretta. Prendilo tu, tienilo stretto fino a domani, mio
buon Gesù. E piangevo finché non mi addormentavo.
3
Mi sveglio il mattino dopo sentendo delle voci e ho la sensazione spiacevole che sia squillato il telefono tutta la notte. Non sono sicura se l'ho sognato o no. Per un momento terribile non capisco dove sono, poi mi viene
in mente e mi torna la paura. Sono turbata. Mi tiro su contro il cuscino e
aspetto un momento prima di alzarmi. Dalla luce che filtra oltre le tende
capisco che è una brutta giornata, di nuovo grigia.
Prendo un accappatoio di spugna appeso dietro la porta del bagno e mi
infilo un paio di calze prima di avventurarmi fuori dalla mia camera per
vedere chi c'è, sperando che sia Lucy. Ho ragione: è in cucina con Anna.
Oltre la vetrata che dà sul giardino e il fiume di un livido color peltro vedo
cadere piccoli fiocchi di neve. Gli alberi spogli e scuri tremano lievemente
per il vento e dalla casa del vicino si alza un filo di fumo. Lucy indossa
una vecchia tuta dei tempi in cui studiava informatica al Mit. Ho l'impressione che si sia pettinata con le dita i corti capelli castani e che sia più cupa
e impenetrabile del solito. Ha lo sguardo un po' vitreo che le viene quando
la sera prima ha bevuto troppo.
«Sei appena arrivata?» L'abbraccio.
«No, sono qui da ieri sera» mi risponde stringendomi forte. «Volevo venirti a trovare e stare un po' con te, ma eri già andata a dormire. Colpa mia
che sono arrivata troppo tardi.»
«Dovevate svegliarmi» protesto. «Perché non lo avete fatto?»
«Figuriamoci. Come va il braccio?»
«Mi fa meno male.» Non è del tutto vero. «Sei andata via dal Jefferson?»
«No.» Ha un'espressione indecifrabile. Si siede per terra e si toglie i pantaloni della tuta. Sotto ha dei fuseaux da corsa di spandex.
«Tua nipote ha esercitato su di me una cattiva influenza» sussurra Anna.
«Ha portato un'ottima bottiglia di Veuve Clicquot e siamo rimaste alzate
fino a tardi. Non l'ho lasciata tornare indietro in macchina.»
Mi sento offesa, o forse gelosa. «Champagne? Che cosa c'era da festeggiare?» chiedo.
Anna alza le spalle. È preoccupata. Sento che ha dei pensieri di cui non
vuole farmi parte e mi chiedo se il telefono che ho sentito non sia squillato
davvero. Lucy si toglie la giacca della tuta. Ha un body azzurro e nero di
nylon che aderisce al suo corpo atletico e statuario.
«Le ferie» risponde Lucy con amarezza. «Le mie ferie forzate. L'Atf mi
ha messo in congedo amministrativo.»
Non ci posso credere. Il congedo amministrativo equivale praticamente a
una sospensione dal servizio e prelude al licenziamento. Lancio un'occhiata ad Anna per vedere se lo sapeva già, ma mi pare sorpresa quanto
me.
«Mi hanno mandata alla spiaggia.» Nel gergo dell'Atf significa che
l'hanno sospesa. «Fra una settimana o giù di lì mi manderanno una lettera
per dirmi che cosa ho fatto di male.» Fa la dura, ma la conosco troppo bene per non capire che è tutta scena. Sono mesi, se non anni, che sento ribollirle dentro un'ira funesta e la riconosco anche adesso, per quanto sotterranea. «Elencheranno tutti i motivi per cui intendono licenziarmi e mi
convocheranno perché io dia una spiegazione. A meno che non decida di
lasciar perdere e me ne vada da sola. Cosa che sto prendendo in seria considerazione. Non ho nessun bisogno di loro.»
«Ma perché? Che cos'è successo? Non sarà mica per colpa sua?» Intendo di Chandonne.
Con rare eccezioni, quando un agente è coinvolto in una sparatoria o in
un incidente grave, viene fatto seguire da un gruppo di sostegno e assegnato a compiti meno stressanti. Questo significa, per esempio, che svolge indagini su incendi dolosi invece che lavorare sotto copertura come ha fatto
Lucy a Miami. Se si rivela emotivamente incapace di svolgere le proprie
mansioni, ha diritto a un periodo di malattia per superare il trauma. Non lo
si mette in congedo amministrativo. Quella è una sanzione pura e semplice.
Lucy, seduta sul pavimento con le gambe tese in avanti e le mani dietro
la schiena, alza la testa verso di me. «L'avrei preso in quel posto comunque» risponde. «Sia che gli sparassi sia che non gli sparassi. Me l'avrebbero fatta pagare in ogni caso.»
«Qualche giorno fa sei stata coinvolta in uno scontro a fuoco e ieri sera
eri di nuovo sul punto di sparare a una persona.» Anna dice la verità. Poco
importa che questa persona fosse un serial killer e che fosse in casa mia.
Lucy aveva dimostrato la tendenza a ricorrere alle armi anche prima dell'incidente di Miami. Il suo difficile passato è opprimente come un fronte
di bassa pressione.
«Sono la prima ad ammetterlo» ribatte Lucy. «Avevamo tutti voglia di
eliminarlo. Non credi che anche Marino volesse sparargli?» Mi guarda negli occhi. «Non credi che ogni poliziotto, ogni agente intervenuto avesse
voglia di premere il grilletto? Pensano che io sia una specie di mercenaria,
una psicotica che ama far fuori la gente. È chiarissimo che sotto sotto la loro paura è questa.»
«Hai davvero bisogno di prenderti un periodo di ferie» interviene Anna.
«Forse si tratta solo di questo.»
«No, non si tratta solo di questo. Andiamo, se quello che ho fatto io a
Miami l'avesse fatto un uomo, a quest'ora sarebbe un eroe. Se a puntare la
pistola contro Chandonne fosse stato un uomo, le alte sfere di Washington
ne apprezzerebbero il controllo e non lo metterebbero in croce perché a
momenti lo faceva fuori. Come si fa a punire la gente perché a momenti faceva qualcosa? Come si fa a dimostrarlo, tanto per cominciare?»
«Be', se non lo dimostrano non possono fare niente» dice il legale che è
in me. In quello stesso momento mi rendo conto che anche Chandonne a
momenti mi ammazzava, ma in realtà non l'ha fatto, qualunque fosse la sua
intenzione. Sicuramente il suo avvocato punterà su questo.
«Che facciano quello che credono» continua Lucy, ferita e indignata.
«Che mi licenzino o mi mandino tra le scartoffie in qualche ufficio nel
South Dakota o in Alaska. Che mi trasferiscano in un dipartimento per rincoglioniti.»
«Kay, non hai ancora preso il caffè.» Anna cerca di stemperare la tensione crescente.
«Forse è per questo che stamattina non capisco niente. Forse è questo il
mio problema.» Mi avvicino alla macchinetta vicino al lavello. «Chi vuole
caffè?»
Non ne vuole nessuno. Me ne verso una tazza mentre Lucy comincia a
fare stretching. Mi sorprende ogni volta vedere la sua agilità, la sua scioltezza, i movimenti che catturano l'attenzione altrui senza sforzo né spacconeria. Da piccola era cicciottella e un po' impacciata, ma ha lavorato per
anni per diventare una macchina capace di rispondere prontamente a qualsiasi comando, come gli elicotteri che è abilitata a pilotare. Forse grazie al
sangue brasiliano che le dà un fascino ardente, Lucy è una donna bellissima che la gente si volta a guardare mentre lei, al massimo, fa spallucce.
«Non so come tu possa andare a correre con un tempo del genere» le dice Anna.
«Mi piace soffrire.» Si allaccia in vita il marsupio; dentro c'è la pistola.
«Dobbiamo parlarne ancora, cercare di capire che cosa è meglio fare.»
La caffeina mi rigenera il cuore e rende più lucidi i miei pensieri.
«Dopo che ho corso vado in palestra a fare pesi» annuncia Lucy. «Torno
fra un po'.»
«Soffrire, soffrire...» riflette Anna.
Quando guardo mia nipote, l'unica cosa che mi viene da dire è che è una
donna straordinaria con cui la vita è stata ingiusta. Non ha mai conosciuto
suo padre e quando è arrivato Benton ad assumere un ruolo parentale che
le era sempre mancato, lo ha perso. Sua madre è egocentrica, troppo competitiva per volerle bene. Ammesso che mia sorella Dorothy sia capace di
voler bene in assoluto. Lucy è la persona più intelligente e complicata che
io conosca. Questo non la rende simpatica alla gente. È irrefrenabile e, vedendola scattare dalla porta di servizio come una ginnasta, armata e pericolosa, mi viene in mente quando in prima elementare il suo unico problema
era la condotta.
«Come mai?» avevo chiesto a Dorothy quando mi aveva telefonato arrabbiatissima per lamentarsi della figlia e fare la vittima.
«Parla in continuazione e interrompe i compagni; alza sempre la mano
per rispondere» aveva risposto mia sorella. «Vuoi sentire il giudizio che le
hanno scritto sulla scheda? Aspetta che te lo leggo: "Lucy non si impegna
e non socializza con i compagni. È saccente, petulante e di una curiosità
quasi morbosa: smonta spesso le cose, dal temperino alla maniglia della
porta".»
Lucy è lesbica, e questa probabilmente è l'ingiustizia peggiore, perché
non è superabile. L'omosessualità è ingiusta perché crea ingiustizia. Per
questo sono rimasta male, quando l'ho scoperto. Non voglio che lei soffra.
Devo ammettere che finora sono riuscita a nascondermi una cosa ovvia:
l'Atf non sarà né generosa né comprensiva e Lucy, presumibilmente, lo sa
da tempo. Le alte sfere di Washington non si soffermeranno tanto sui suoi
meriti, ma la valuteranno attraverso la lente deformante del pregiudizio e
dell'invidia.
«Sarà una caccia alle streghe» commento non appena Lucy è uscita di
casa.
Anna rompe delle uova in una terrina.
«La vogliono mandare via, Anna.»
Getta i gusci nel lavello, apre il frigo e prende il latte, di cui controlla la
scadenza. «C'è anche chi la ammira» dichiara.
«Nelle forze dell'ordine le donne sono a malapena tollerate. Non vengono accolte a braccia aperte e se sono troppo in gamba vengono addirittura penalizzate. È un piccolo segreto di cui non si parla volentieri» aggiungo.
Anna sbatte le uova con una forchetta.
«Ci siamo passate anche noi» continuo. «Abbiamo studiato medicina in
tempi in cui eravamo viste come quelle che rubavano il posto agli uomini.
Spesso venivamo boicottate, emarginate. Al primo anno nel mio corso eravamo in quattro. Quante donne eravate voi?»
«A Vienna era diverso.»
«Vienna?» Non capisco più niente.
«Io ho studiato a Vienna» mi informa.
«Oh.» Mi sento di nuovo in colpa nel constatare che ci sono tante cose
che non so della mia amica.
«Ma quando sono arrivata in America, era come dicevi adesso tu.» Ha la
faccia severa mentre versa le uova in una padella. «Mi ricordo bene come
funzionavano le cose quando sono venuta a stare qui. Com'ero trattata.»
«Sì, lo so.»
«Ho trent'anni più di te, Kay. Non credo che tu lo sappia.»
Le uova strapazzate sfrigolano sul fornello. Mi appoggio al bancone, bevo il caffè nero e mi rammarico di non essere stata sveglia ieri sera quando
è venuta Lucy. Mi dispiace moltissimo non aver parlato con lei e aver scoperto i suoi problemi solo così, per caso. «Ti ha parlato Lucy?» chiedo ad
Anna. «Di questa cosa che ci ha appena detto?»
Mescola le uova. «Ripensandoci, credo che sia venuta con la bottiglia di
champagne apposta per dirtelo. Un po' inopportuno, tenuto conto di tutto.»
Prende il pane ai cereali appena uscito dal tostapane. «Si dà per scontato
che gli psichiatri si relazionino in maniera profonda con tutti, ma in realtà
la gente mi confida i suoi sentimenti molto di rado, anche quando mi pa-
ga.» Porta i piatti in tavola. «Di solito esprime i propri pensieri. Il problema è questo. La gente pensa troppo.»
«Faranno tutto in maniera molto discreta.» Continuo a pensare all'Atf
mentre ci sediamo l'una di fronte all'altra. «Sarà un attacco velato, come è
successo con l'Fbi. E, in verità, l'Fbi l'ha mandata via per lo stesso motivo.
Era l'astro nascente, il genio informatico, la donna che pilotava gli elicotteri, la prima a entrare in una squadra per la liberazione degli ostaggi.»
A mano a mano che espongo le prodezze di Lucy, vedo che Anna assume
un'espressione sempre più scettica. Non è il caso che io ripassi il curriculum di mia nipote, Anna la conosce da quando era una bambina. «Poi hanno giocato la carta dell'omosessualità.» Non riesco a fermarmi. «Così Lucy
è andata via, è entrata nell'Atf e adesso deve andarsene anche da lì. È sempre la stessa storia. Perché fai quella faccia?»
«Perché ti preoccupi di Lucy invece di pensare ai tuoi problemi, che sono molto più seri.»
Guardo dalla finestra. Una ghiandaia sbatte le ali e becca dalla vaschetta
in cui Anna mette semi di girasole, spargendoli sulla neve bianca. Sembrano pallini da schioppo. Tenui raggi di sole cercano di insinuarsi oltre le
spesse nuvole. Muovo nervosamente la tazza sul tavolo. Il gomito mi pulsa, sordo, anche mentre mangio. Quali che siano i miei problemi, non voglio parlarne, quasi questo equivalesse a dar loro vita. Come se non ce l'avessero già. Anna non insiste. Restiamo in silenzio e per un po' si sente solo il rumore delle posate d'argento sui piatti. Nevica più forte, adesso, e i
rami e le piante sono imbiancati. Sul fiume aleggia una bruma biancastra.
Torno in camera mia e faccio un lungo bagno caldo appoggiando il braccio
ingessato sul bordo della vasca. Mi vesto con difficoltà e nel momento in
cui mi rendo conto che con una mano sola non posso allacciarmi le scarpe,
sento suonare alla porta. Un attimo dopo, Anna bussa per chiedermi se sono presentabile.
I pensieri si muovono cupi come cumuli grigi carichi di pioggia. Non
aspetto nessuno. «Chi è?» chiedo.
«Buford Righter» mi risponde.
4
Il procuratore della Virginia ha molti soprannomi di cui probabilmente
non è al corrente: Easy Righter (perché è un debole), Righter Wrong (perché evita spesso di prendere posizioni precise), Fighter Righter (perché è
tutto fuorché un combattente), Booford (perché è un pavido). Sempre in
ordine, educatissimo, Righter è il tipico virginiano di buona famiglia, nato
e cresciuto per fare il gentiluomo. Non è amato, non è odiato, non è temuto
né rispettato: non ha grinta, non ha carattere. Non l'ho mai visto esprimere
un'emozione, neppure nelle situazioni più catastrofiche e strazianti. Quando gli devo esporre macabri dettagli, cerca di sorvolare e preferisce dilungarsi sui cavilli della legge piuttosto che sull'umana tragedia causata dalle
sue violazioni.
Evita l'obitorio come la peste e pertanto non ha le conoscenze tecnicoscientifiche che la sua posizione richiederebbe. È l'unico procuratore di
una certa esperienza da me conosciuto che preferisce non chiamare a testimoniare nei processi il medico legale. A lui bastano i certificati, i referti,
le carte. Secondo me è sbagliatissimo, oltre che ingiusto. Se in aula non interviene il medico legale, è come se non ci fosse nemmeno il cadavere e ai
giurati viene negata la possibilità di immaginare la vittima e quello che ha
sofferto subendo una morte violenta. I referti non esprimono terrore né sofferenza. Non a caso, di solito è la difesa, non l'accusa, a non volere anatomopatologi al banco dei testimoni.
«Come stai, Buford?» Tendo la mano e vedo che mi guarda il braccio
ingessato, le scarpe slacciate, la camicia fuori dei pantaloni. Mi ha sempre
e solo visto sotto l'aspetto professionale e nel suo lieve cipiglio leggo una
traccia della compassione che gli esseri di nobile estrazione si sentono in
dovere di provare per gli inferiori, in quanto anch'essi creature di Dio. Nelle casate più antiche della Virginia sono tutti così, rampolli privilegiati che
hanno imparato a nascondere la propria arroganza e superiorità dietro un'aura di velata oppressione, come se fosse davvero un'ardua impresa nascere nella bambagia.
«Come stai tu, piuttosto» mi risponde, sedendosi nel bel salotto ovale di
Anna, con il soffitto a volta e la vista sul fiume.
«Non so che cosa rispondere.» Scelgo la sedia a dondolo. «Ogni volta
che me lo sento chiedere, il mio cervello va in resettaggio automatico.»
Anna ha acceso il fuoco ed è sparita. Ho la vaga sensazione che non l'abbia
fatto solo per non essere indiscreta e questo mi turba.
«Lo credo! Non so come fai a funzionare dopo quello che ti è successo.»
Righter ha un mieloso accento della Virginia. «Anzi, scusa se mi presento
così fra capo e collo, Kay, ma volevo metterti a parte di uno svilupo insospettato. Bella casa, eh?» Si guarda intorno. «L'ha fatta costruire ei o c'era
già?»
Non lo so e non mi interessa.
«Tu e la dottoressa Anna Zenner siete molto amiche, vero?»
Non capisco se si tratta di convenevoli o se mi sta sondando. «Le voglio
molto bene» rispondo.
«So che anche lei ti stima molto. Be', non potresti essere in mani migliori, adesso come adesso» continua.
Mi infastidisce che pensi che sia nelle mani di qualcuno, come fossi malata e bisognosa di cure. Glielo faccio notare.
«Certo, certo.» Guarda i quadri appesi alle pareti color rosa antico, i vetri d'arte, le sculture, i mobili europei. «Dunque, i vostri non sono rapporti
professionali? Non lo sono mai stati?»
«Non propriamente» rispondo. «Non ho mai preso un appuntamento per
parlare con lei.»
«Ti ha mai prescritto farmaci?» continua.
«Che io ricordi, no.»
«Sai che non riesco a credere che fra poco è Natale?» Sospirando guarda
dalla finestra, poi torna a girarsi verso di me.
Lucy lo definirebbe fuori del mondo: indossa una camicia di lana scozzese abbottonata fino al collo e un paio di pantaloni di panno verde infilati
in scarponcini imbottiti dalla suola pesante. Non si capisce se ha in programma di scalare una montagna o di giocare a golf in Scozia.
«Torniamo a noi» riprende. «Sono venuto perché un paio di ore fa mi ha
chiamato Marino. Come ti dicevo, c'è stato uno sviluppo inaspettato nel
caso Chandonne.»
Mi sento subito tradita, perché Marino a me non ha detto niente. Non mi
ha nemmeno telefonato per sapere come stavo stamattina.
«Cercherò di essere più sintetico che posso.» Accavalla le gambe e si
mette le mani in grembo. Vedo che porta la fede e ha un anello della
University of Virginia. «Kay, tu sai che l'arresto di Chandonne in seguito
ai fatti avvenuti a casa tua è di dominio pubblico. La notizia è stata riportata in tutto il mondo. Penso che tu abbia seguito i reportage e capisca il
rilievo che avrà questa faccenda.»
La paura è un'emozione affascinante. L'ho studiata tutta la mia vita e
spesso dico alla gente che per capire come funziona basta pensare alla reazione dell'automobilista al quale avete tagliato la strada rischiando un incidente. Il panico si trasforma subito in rabbia: suona il clacson e vi fa un
gestaccio, quando addirittura non tira fuori la pistola e spara. Io seguo la
stessa identica progressione e passo dalla paura alla collera. «Non no guar-
dato la Tv né letto i giornali. L'ho fatto apposta. Perciò forse non capisco
che rilievo potrà avere questa faccenda» rispondo. «Di certo non mi va che
sia stato dato tanto rilievo ai fatti miei.»
«La morte violenta di Kim Luong e Diane Bray ha suscitato molto clamore, ma nulla in confronto al tentato omicidio del capo dell'Istituto di
medicina legale della Virginia» continua. «Immagino che tu non abbia visto il "Washington Post" di stamattina.»
Lo fisso, furibonda.
«In prima pagina c'è una foto di Chandonne in barella mentre viene portato al pronto soccorso, con le spalle pelose che spuntano da sotto il lenzuolo. Ha la faccia bendata, ma puoi immaginare quanto è grottesco: sembra un cane a pelo lungo. Il lupo mannaro a Richmond, la Bella e la Bestia... Figurati!» Lo dice con un certo disprezzo, perché a suo parere tutto
ciò che fa sensazione è volgare. Mi viene in mente come dev'essere a letto
con sua moglie e me lo immagino che fa l'amore con i calzini ai piedi. Ho
il sospetto che per certi versi ritenga il sesso offensivo, al pari di un giudice biologico e primitivo che mette a tacere il suo Io più elevato. Corre voce
che non usi il bagno o l'orinatoio se ci sono altre persone in giro e che si
lavi in continuazione le mani. Immagini e pensieri mi ronzano involontari
nella testa, mentre Righter, seduto in modo impeccabile, continua a parlare
di come sono finita su tutti i giornali.
«Sai se sono apparse foto di casa mia?» devo chiedergli. «Ieri sera, uscendo, ho trovato i fotografi ad aspettarmi.»
«So che stamattina c'erano degli elicotteri che sorvolavano la zona per
fare riprese dall'alto. Mi è stato riferito» precisa, facendomi venire il sospetto che invece sia tornato a casa mia e l'abbia visto con i propri occhi.
Guarda la neve che cade. «Adesso, con questo tempo, avranno smesso. So
che le guardie hanno proibito l'accesso a diverse auto, sia di giornalisti sia
di curiosi. Mi sembra un'ottima decisione quella di venire a stare qui per
un po', tutto sommato. Strano come certe cose partano in un modo e finiscano in un altro.» Si interrompe e guarda di nuovo fuori, verso uno
stormo di oche selvatiche che volano in cerchio come aspettando ordini
dalla torre di controllo. «Normalmente ti avrei raccomandato di non tornare a casa fino a dopo il processo...»
«Fino a dopo il processo?»
«Se fosse stato qui» precisa, e io capisco che sta per dirmi che il processo si celebrerà altrove.
«Mi stai dicendo che il processo non sarà celebrato a Richmond?» chie-
do. «E che cosa intendi per "normalmente"?»
«Ci stavo arrivando. Marino ha ricevuto una telefonata da parte della
procura di Manhattan.»
«Stamattina? È questo lo sviluppo inatteso?» Sono sgomenta. «Che cosa
c'entra New York?»
«Poche ora fa l'ha chiamato il procuratore responsabile della divisione
reati sessuali, una certa Jaime Berger. Strano nome, vero? Si scrive J-A-IM-E, ma si pronuncia Jamie. L'hai mai sentita nominare? In realtà non mi
sorprenderei se vi conosceste.»
«Non la conosco» rispondo. «Ma l'ho già sentita nominare.»
«Venerdì 5 dicembre 1997» comincia a spiegare Righter «in un appartamento fra Second Avenue e Seventy-seventh Street, nell'Upper East Side
di New York, fu ritrovato il cadavere di una donna nera di ventotto anni.
Lavorava in Tv, presentava le previsioni del tempo della Cnbc. Non so se
ti ricordi il caso.»
Comincio a fare dei collegamenti, mio malgrado.
«Quando non si presentò al lavoro la mattina, e visto che non rispondeva
al telefono, qualcuno si insospettì.» Righter si interrompe un istante per
prendere un taccuino di pelle dalla tasca posteriore dei pantaloni e comincia a sfogliarlo. «La vittima si chiamava Susan Pless. Il suo corpo era steso
sul tappeto della camera da letto. Aveva i vestiti strappati dalla vita in su,
la faccia sfigurata. Sembrava fosse stata vittima di un incidente aereo.» Mi
guarda. «Questo non l'ho detto io, ma la Berger a Marino. Ti ricordi quei
ragazzi che facevano le corse in macchina e uno si sporse dal finestrino ed
ebbe la sfortuna di trovarsi davanti un albero?»
«Aveva la faccia sfondata dall'urto, con la conformazione tipica di chi
muore in un incidente aereo o cade dall'alto urtando il suolo con la faccia.
È successo due anni fa?» I pensieri mi mulinano nella testa. «Com'è possibile?»
«Non voglio entrare nei dettagli più macabri.» Gira le pagine del taccuino. «Ma c'erano segni di morsicature anche sulle mani e sui piedi, oltre
a un certo numero di lunghi peli chiari rimasti appiccicati al sangue. In un
primo tempo furono presi per peli di animale, per esempio un gatto d'angora a pelo lungo.» Mi guarda. «Mi segui?»
Abbiamo sempre pensato che Chandonne non fosse mai stato negli Stati
Uniti prima di arrivare a Richmond a bordo della Sirius. La nostra era una
supposizione basata sul nulla, a parte il fatto che lo vedevamo come una
sorta di Quasimodo recluso nei sotterranei della splendida casa di famiglia
a Parigi. Avevamo ipotizzato che fosse partito da Anversa alla volta di Richmond in contemporanea con il cadavere del fratello. Ma forse anche
questo era sbagliato. Lo chiedo a Righter.
«Tu sai che cosa pensa l'Interpol a questo proposito» è la sua risposta.
«Che si fosse imbarcato sulla Sirius sotto falso nome» ricapitolo. «Un
certo Pascal sbarcò a Richmond ai primi di dicembre e rimpatriò in aereo
per gravi motivi familiari.» Ripeto le informazioni passatemi da Jay Talley
alla sede dell'Interpol di Lione la settimana scorsa. «Siccome nessuno lo
vide mai salire in aereo, abbiamo supposto che in realtà fosse Chandonne,
che era rimasto a Richmond e aveva cominciato a uccidere. Se ora invece
si scopre che entra ed esce dagli Stati Uniti, come facciamo a dire da quanto era qui, quando ci è arrivato o perché? Tutte ipotesi.»
«Be', immagino che molte si riveleranno sbagliate. Senza offesa per l'Interpol o chi per loro.» Righter cambia posizione e sembra stranamente
compiaciuto.
«Questo Pascal è mai stato rintracciato?»
Righter non lo sa con certezza, ma immagina che chiunque esso sia - e
sempre che esista veramente - Pascal sia un affiliato del clan. «Un altro
personaggio sotto falso nome, che forse lavorava per l'uomo trovato morto
dentro il container» ipotizza. «Il fratello di Chandonne, si presume. Thomas, che sappiamo per certo essere stato coinvolto nelle attività criminali
della sua famiglia.»
«Immagino che quando Jaime Berger ha sentito che Chandonne era stato
arrestato e ha scoperto come uccideva le sue vittime ha deciso di contattarci» dico.
«Sì, ha riconosciuto il modus operandi. Sostiene che l'omicidio di Susan
Pless non aveva mai smesso di tormentarla. Vuole confrontare il Dna il
prima possibile. Pare che due anni fa avessero ricuperato del liquido seminale e ne avessero ricavato un profilo.»
«Nel caso Susan Pless?» Me ne stupisco, perché di solito i laboratori
hanno troppo lavoro e troppo pochi soldi per effettuare la prova del Dna se
non c'è un indagato con cui confrontare il profilo, tanto più che non esiste
una banca dati abbastanza vasta da sperare di identificare l'assassino in
questo modo. Nel 1997 a New York non esisteva nemmeno una banca dati
del Dna. «Questo vuol dire che sospettavano qualcuno.»
«Credo di sì, ma poi non riuscirono a incastrarlo» mi risponde Righter.
«So solo che effettuarono il test e che adesso vogliono il Dna di Chandonne. Credo che sia già partito, in effetti. Insomma, prima di rinviare a
giudizio Chandonne qui a Richmond dobbiamo sapere se il Dna corrisponde. Quindi conviene temporeggiare e possiamo farlo per motivi di salute, visto che ha riportato gravi ustioni agli occhi.» Me lo dice come se
non fossi stata io a procurargliele. «È un po' come il "tempo di attesa" di
cui parli sempre, quel breve periodo in cui si decide la vita o la morte di
chi ha avuto un incidente grave, per esempio. Noi dobbiamo solo aspettare
che confrontino il Dna e vedere se Chandonne ha effettivamente assassinato quella donna a New York due anni fa.»
Righter ha l'odiosa abitudine di ripetere le cose che dico, come se raccontare aneddoti lo autorizzasse a rimanere all'oscuro delle cose che contano veramente. «E dei segni di morsicature che cosa mi sai dire?» domando. «Abbiamo informazioni in proposito? Chandonne ha una dentatura
molto insolita.»
«Sai che non entro in questo genere di dettagli, Kay» risponde.
Ma certo. Insisto per avere la verità, per farmi dire il motivo per cui è
venuto stamattina. «E se il Dna dimostrasse che è stato proprio lui? Perché
lo vuoi sapere prima del rinvio a giudizio?» È una domanda retorica: credo
di sapere già la risposta. «Non vuoi che venga rinviato a giudizio qui. Intendi lasciare che lo processino prima a New York.»
Evita il mio sguardo.
«Perché, Buford?» Insisto, perché sono convinta che la sua decisione sia
questa. «Vuoi lavartene le mani? Vuoi mandarlo a Riker's Island e liberarti
di lui? Non fare giustizia alle vittime di qui? Sii franco, Buford: se lo condanneranno per omicidio di primo grado a Manhattan lascerai perdere e
non lo processerai anche a Richmond, vero?»
Mi guarda con sincerità. «Ti abbiamo sempre rispettato molto tutti» mi
dice sorprendendomi.
«Perché usi il passato?» Mi viene la pelle d'oca. «Non mi rispettate
più?»
«Ti sto solo dicendo che capisco come ti senti, che ritengo che anche tu
e le altre poverette meritiate giustizia e...»
«Dunque quel bastardo non pagherà per quello che ha cercato di farmi»
lo interrompo furiosa. Provo un dolore insopportabile. Il dolore del rifiuto,
dell'abbandono. «Immagino che non pagherà neppure per quello che ha
fatto alle altre poverette, come le chiami tu. Dico bene?»
«A New York c'è la pena di morte» replica.
«Ma per l'amor del cielo!» esclamo disgustata. Fisso lo sguardo su di lui,
lo metto a fuoco come con la lente di ingrandimento che usavo da bambina
per bruciare la carta e le foglie secche. «E quando è stata l'ultima esecuzione?» Buford Righter sa perfettamente che nello Stato di New York la
pena capitale esiste solo sulla carta.
«Non è garantito che si arrivi all'esecuzione neppure in Virginia» mi risponde. Non ha tutti i torti. «L'imputato non è cittadino americano, ha una
malattia, un handicap o quello che è. Non sappiamo nemmeno se parla inglese o no.»
«Quando ha bussato alla mia porta parlava inglese.»
«Potrebbero considerarlo incapace di intendere e di volere, per quanto ne
sappiamo.»
«Dipende dall'abilità del pubblico ministero, Buford.»
Sbatte le ciglia e stringe i denti. Sembra la parodia hollywoodiana di un
ragioniere, con la camicia abbottonata fino al colletto, gli occhialini e la
smorfia di chi sente un cattivo odore.
«Hai parlato con Jaime Berger?» gli chiedo. «Immagino di sì. Se sei venuto qui a dirmi queste cose, dovete aver patteggiato.»
«Sì, ci siamo parlati. La pressione è forte, Kay, sono sicuro che te ne
rendi conto. Tanto per cominciare, è francese. Hai idea di come reagirebbero i francesi se cercassimo di condannare a morte uno di loro qui in Virginia?»
«Santo Iddio» esclamo. «Qui non stiamo parlando di condanna a morte,
ma di condanna e basta. Tu sai come la penso: sono contraria alla pena capitale. Più invecchio, più contraria divento. Ma non si può lasciare che resti impunito per i reati che ha commesso in Virginia, maledizione.»
Righter non replica e guarda dalla finestra.
«Dunque tu e la Berger vi siete messi d'accordo che, se il Dna corrisponde, Chandonne verrà processato a Manhattan» ricapitolo.
«Pensaci. È il tribunale migliore a cui possiamo aspirare di essere rinviati, mi pare.» Mi guarda di nuovo negli occhi. «E tu sai bene che a Richmond, con tutta questa pubblicità, il processo non verrebbe celebrato
comunque. Ci manderebbero in qualche tribunale a casa del diavolo. E sarebbe un affare di settimane, mesi. Non penso che piacerebbe neanche a te,
Kay.»
«Ho capito.» Mi alzo e con l'attizzatoio sposto i ceppi nel camino. Il calore mi brucia la faccia e le scintille schizzano su per la cappa come uno
stormo di uccelli spaventati. «Dio non voglia che ci tocchi un disturbo del
genere.» Batto l'attizzatoio sui ceppi con il braccio sano, come per spegnere il fuoco. Mi risiedo con le guance arrossate, le lacrime agli occhi. Cono-
sco la sindrome da stress postraumatico e so di esserne vittima. Sono in
ansia e mi agito facilmente. Poco fa ho acceso la radio e una musica di Pachelbel mi ha intristito talmente che sono scoppiata in singhiozzi. Conosco
i sintomi. Deglutisco e cerco di darmi un contegno. Righter mi osserva in
silenzio, con l'espressione stanca del nobile mesto, neanche fosse Robert
E. Lee che ricorda una battaglia particolarmente cruenta.
«Che cosa ne sarà di me?» domando. «Pensi che io possa tirare avanti
come se non avessi mai effettuato quelle terribili autopsie, come se non
avessi mai visto le vittime e non fossi sfuggita alla loro stessa sorte? Quale
sarà il mio ruolo in tutto questo, Buford, se il processo sarà celebrato a
New York?»
«Dipende dalla Berger» risponde.
«Gratis et amore Dei.» È un'espressione che uso parlando delle vittime
cui non viene fatta giustizia. Se le cose andranno come vuole Righter sarà
così anche per me, perché a New York Chandonne non verrà processato
per quello che ha cercato di farmi. La mia aggressione non figurerà fra i
capi d'imputazione. E neppure l'omicidio di Kim Luong e Diane Bray.
«Hai gettato la città in pasto ai lupi» dico a Righter.
Si rende conto del gioco di parole contemporaneamente a me. Glielo
leggo negli occhi. Richmond è già stata gettata in pasto a un lupo, Chandonne, l'uomo che ha cominciato a uccidere in Francia firmando i propri
delitti "Le Loup-Garou", il lupo mannaro. Adesso alle sue vittime di Richmond verrà resa giustizia altrove o, per essere più esatti, non verrà resa
giustizia. Può succedere di tutto. Succederà di tutto.
«E se la Francia chiedesse l'estradizione?» chiedo a Righter con aria di
sfida. «E se New York la concedesse?»
«Con i "se" e con i "ma" non si arriva a niente.»
Lo guardo con aperto disprezzo.
«Non prenderla come un fatto personale, Kay.» Righter mi rivolge la sua
tipica occhiata pia e triste. «Non è contro di te. L'importante è semplicemente mettere questo bastardo in condizione di non nuocere più alla società. Non importa come.»
Mi alzo dalla sedia. «Invece sì, importa. Importa tantissimo» replico.
«Sei un vigliacco, Buford.» Gli volto le spalle ed esco dalla stanza.
Qualche minuto dopo, da dietro la porta chiusa della mia camera, sento
Anna che lo accompagna fuori. Evidentemente Righter si è fermato a parlare con lei e mi chiedo che cosa può averle detto di me. Mi siedo sul letto,
disperata. Non ricordo di essermi mai sentita così sola, spaventata. Con
grande sollievo sento i passi di Anna nel corridoio. Bussa piano alla mia
porta.
«Avanti» dico con voce rotta.
Rimane sulla soglia e mi guarda. Mi sento come una bambina impotente,
disperata, stupida. «L'ho mandato a quel paese» le dico. «Non importa se a
ragione o a torto. Gli ho dato del vigliacco.»
«Pensa che tu sia un po' instabile, in questo momento» mi risponde. «È
preoccupato per te. È anche ein Mann ohne Rückgrat. Un uomo senza spina dorsale, come si dice dalle mie parti.» Sorride.
«Anna, io non sono instabile.»
«Perché stiamo qui, quando di là c'è il camino acceso?» dice.
Vuole parlare con me. «Okay» mi arrendo «come vuoi tu.»
5
Non sono mai stata una paziente di Anna e non ho mai fatto alcuna psicoterapia, anche se questo non significa che non ne abbia avuto bisogno.
Di sicuro mi sarebbe servita. Credo che ne avremmo bisogno tutti. È solo
che sono molto riservata e non mi fido facilmente. Ne ho buoni motivi. So
che il segreto professionale non esiste. Sono un medico e conosco tanti
medici. So che si parlano fra loro, che raccontano cose ad amici e parenti,
nonostante il giuramento di Ippocrate li obblighi a non farlo. Anna spegne
le luci. È una giornata nuvolosa e, sebbene sia tarda mattinata, sembra il
crepuscolo. La luce del camino si riflette sulle pareti rosa e rende il salotto
molto intimo. Mi sento improvvisamente a disagio. Anna ha creato i presupposti perché io mi apra con lei. Mi abbandono sulla sedia a dondolo e
lei si mette sull'ottomana, guardandomi come un uccello appollaiato sul
proprio nido.
«Non riuscirai a venirne fuori se non ne parli.» È diretta in maniera brutale.
Ho un groppo in gola. Cerco di scacciarlo.
«Hai subito un trauma, Kay» continua. «Non sei d'acciaio. Neppure tu
puoi sopportare una cosa del genere facendo finta che non sia successo
niente. Ti ho chiamata un sacco di volte, dopo la morte di Benton, e tu non
hai mai trovato tempo per me. Perché? Perché non volevi parlare.»
Non riesco a nascondere le mie emozioni: sento le lacrime che mi rigano
le guance, che mi cadono in grembo come gocce di sangue.
«Ai miei pazienti che non affrontano i loro problemi dico sempre che
prima o poi arriverà il giorno del giudizio.» Si protende verso di me, assumendo un tono che mi arriva dritto al cuore. «Per te è arrivato oggi.» Mi
punta il dito contro, mi fissa. «Adesso parlerai con me, Kay Scarpetta.»
Abbasso gli occhi: vedo i pantaloni bagnati di lacrime e farnetico al pensiero che le macchie sono perfettamente rotonde perché cadono da un angolo di novanta gradi. «Non ho scampo» sussurro disperata.
«Da cosa?» Anna è incuriosita dalle mie parole.
«Da quello che faccio. Tutto mi ricorda il mio lavoro. Non mi va di parlarne.»
«Io voglio che ci provi» insiste.
«È una scemenza.»
Aspetta, paziente come un pescatore che sa che il pesce sta per abboccare. E infatti abbocco. Cito esempi che mi paiono imbarazzanti, se non ridicoli. Le racconto che non bevo mai succo di pomodoro o Bloody Mary
con ghiaccio perché nel momento in cui questo comincia a sciogliersi sembra sangue che si coagula separandosi dal siero. Ho smesso di mangiare fegato quando ero all'università e l'idea di poter cucinare un organo di qualsiasi tipo mi è inconcepibile. Rammento una mattina a Hilton Head mentre
passeggiavo con Benton sulla spiaggia e le onde, ritirandosi, lasciavano dei
segni sulla sabbia che mi facevano pensare alle pareti interne dello stomaco. I pensieri seguono il loro corso e mi torna in mente per la prima volta dopo tanti anni un viaggio in Francia, una delle rare occasioni in cui
Benton e io ci prendemmo una vacanza. Facemmo un giro nella regione
dei Grands Vins de Bourgogne e visitammo il regno di Drouhin e Dugat,
spillando direttamente dalle botti di Gevrey-Chambertin, ChassagneMontrachet, Chambolle-Musigny e Vosne-Romanée. «Ricordo che mi
commossi in un modo straordinario» dico ad Anna, anche se non lo sapevo
neppure io. «La luce della primavera sulle colline, sulle viti contorte e potate dopo l'inverno, che si tenevano per mano e davano il meglio di sé per
noi, offrendoci la loro essenza. Non cerchiamo quasi mai di capire il carattere dei vini pregiati, non abbiamo la pazienza di trovare l'armonia nei loro
toni sottili, la sinfonia che sono in grado di offrire al nostro palato, se solo
glielo permettiamo.» Mi manca la voce, ma Anna aspetta in silenzio che io
riprenda a parlare. «Come quando la gente mi chiede del mio lavoro» continuo. «Si interessa solo degli aspetti più orridi, anche se c'è tanto altro.
Non sono una bottiglia da quattro soldi, con il tappo a vite.»
«Tu ti senti sola» osserva Anna sottovoce «e anche fraintesa. Forse ti pare di essere spogliata della tua umanità al pari dei tuoi pazienti defunti.»
Non rispondo, ma continuo con le analogie e le parlo di quando io e
Benton attraversammo la Francia in treno per alcune settimane fino ad arrivare a Bordeaux, e i tetti diventavano più rossi a mano a mano che scendevamo verso sud. La primavera colorava il paesaggio di sfumature di
verde incredibili e fiumi e ruscelli scorrevano verso il mare come vasi sanguigni che tornano al cuore, da dove sono partiti. «Mi colpisce sempre la
simmetria della natura, il modo in cui i corsi d'acqua assomigliano al sistema vascolare e le rocce alle ossa» dico. «È il cervello, che nasce liscio e
poi diventa sempre più circonvoluto e rugoso con il tempo, proprio come
le montagne nel corso dei millenni. Siamo soggetti alle stesse leggi della
fisica. E al tempo stesso non è vero. Il cervello, per esempio, ha un'aria ingannatrice. A vederlo non sembra capace di quello che fa. Assomiglia a
una vescia.»
Anna annuisce. Mi chiede se facevo questi discorsi con Benton. Le rispondo di no. Vuole sapere perché non volevo comunicare queste mie sensazioni al mio compagno. Le dico che ci devo pensare un momento. Non
sono sicura della risposta.
«No» mi sollecita. «Non pensare, prova a sentire.»
Mi concentro.
«No, Kay. Senti. Dimmi quello che provi.» Si posa una mano sul cuore.
«Ci devo pensare. È grazie al pensiero che sono diventata quella che sono.» Mi difendo, mi irrigidisco, esco da quella dimensione in cui sono stata fino a poco prima. Torno nel salotto e capisco quello che mi è successo.
«Sei diventata quella che sei grazie alla conoscenza» mi risponde. «E
conoscere è sentire. Pensare è un modo per elaborare ciò che sentiamo. A
furia di pensare ci nascondiamo la verità. Perché non volevi condividere la
parte più poetica di te con Benton?»
«Perché non la riconoscevo. Non serve a niente. In un'aula di tribunale
suonerebbe ridicolo paragonare un cervello a una vescia.»
«Be'» interviene Anna «in tribunale tu fai spesso delle analogie. Per questo sei una teste efficace. Evochi immagini che tutti possono comprendere.
Perché non hai mai fatto con Benton le associazioni che stai facendo con
me?»
Smetto di dondolarmi e mi poso in grembo il braccio fratturato. Distolgo
lo sguardo da Anna e mi volto verso la finestra. Mi sento evasiva come
Buford Righter. Decine di oche selvatiche si sono date appuntamento intorno a un vecchio platano. Sull'erba sembrano zucchette allungate e scure.
Strepitano, sbattono le ali, beccano. «Non voglio attraversare lo specchio»
le dico. «Non è che non ne volessi parlare con Benton. Non ne voglio parlare con nessuno. Non ne voglio parlare e basta. Evitando di esprimere
immagini e associazioni involontarie, io non... cioè, non...»
Anna annuisce di nuovo. Profondamente. «Non riconoscendole, escludi
l'immaginazione dalla tua sfera professionale» conclude per me.
«Devo essere clinica, oggettiva. Tu dovresti capirlo.»
Mi osserva, prima di rispondere. «Dici? Non è che forse stai cercando di
evitare l'insostenibile sofferenza che non potresti fare a meno di provare se
lasciassi entrare l'immaginazione nella tua sfera professionale?» Si protende verso di me, appoggia i gomiti sulle ginocchia e gesticola. «E se, per
esempio...» fa una pausa per dare maggiore enfasi alle sue parole «tu usassi dati scientifici e l'immaginazione per ricostruire nei particolari gli ultimi
minuti di vita di Diane Bray? Se riuscissi a ripercorrerli come in un film, a
vederli, vedere lei che viene aggredita, che sanguina, che viene morsicata e
percossa? Che muore?...»
«Sarebbe terribile» rispondo.
«Pensa se una giuria potesse vedere quel film.»
Ho i nervi a fior di pelle.
«Ma se tu attraversassi lo specchio, per usare la tua espressione» continua «dove finiresti?» Alza le mani. «Be', forse non riusciresti a fermarti,
e saresti costretta a vedere anche il film della morte di Benton.»
Chiudo gli occhi. Resisto. No! Signore, ti prego, non voglio vedere. Un
flash di Benton nel buio, la pistola puntata contro di lui, il rumore delle
manette di acciaio che si chiudono sui suoi polsi. Le ingiurie. Gli scherni.
Allora, caro il nostro agente dell'Fbi, dicci che cosa ti faremo adesso. Visto che sei un esperto di profili psicologici, saprai benissimo che cosa ci
passa per la mente, no? No, Benton non ha risposto a quei due psicopatici,
ne sono certa. Non ha fatto domande, quando lo hanno costretto a scendere
nel magazzino di quel negozietto alla periferia occidentale della University
of Pennsylvania che aveva chiuso alle cinque del pomeriggio. Sapeva che
lo avrebbero ammazzato. Sapeva anche che volevano tormentarlo, torturarlo, e sicuramente si era concentrato su questo, per cercare di evitare il dolore e la degradazione. L'oscurità, un fiammifero. Il suo volto illuminato da
una fiammella tremula nello scantinato di un negozio di alimentari pachistano a cui avevano dato fuoco non appena lui era morto.
Sbarro gli occhi. Anna mi sta parlando. Sento il sudore freddo che mi
cola sulla pelle. «Scusa. Che cosa dicevi?»
«Doloroso, molto doloroso.» La sua espressione è piena di compassione.
«Non riesco a immaginarlo.»
Benton mi entra nella testa. Ha i suoi pantaloni cachi preferiti, le scarpe
da corsa Saucony. Usava solo quelle e io lo prendevo in giro perché quando gli piaceva una cosa insisteva per comprare sempre la stessa marca. Ha
la felpa della Uva che gli ha regalato Lucy, blu con la scritta arancio, sbiadita, sformata, con le maniche tagliate perché erano troppo corte. Mi è
sempre piaciuto come gli sta quella vecchia felpa, gli dona, i capelli grigi,
il profilo deciso, i segreti dietro gli occhi scuri e intensi, le mani che seguono il contorno curvo del bracciolo della sua poltrona... Ha mani da pianista, con dita lunghe e affusolate, che si muovono quando parla e sono delicate sulla mia pelle, anche se mi tocca sempre meno quanto più passa il
tempo. Dico tutto questo ad Anna, parlo al presente di un uomo morto più
di un anno fa.
«Quali segreti pensi che ti tenesse nascosti?» mi domanda. «Quali misteri vedevi nei suoi occhi?»
«Oddio, soprattutto di lavoro.» Mi manca il fiato, mi sento volare via il
cuore per la paura. «Teneva i particolari per sé. Certe cose erano talmente
spaventose che non voleva dirle a nessuno.»
«Nemmeno a te? Che cosa c'è che tu non hai visto?»
«Il dolore» rispondo sottovoce. «Io non vedo il loro terrore, non sento le
loro urla.»
«Ma li ricostruisci.»
«Non è la stessa cosa. No, non è la stessa cosa. La maggior parte dei
killer con cui Benton aveva a che fare amavano fare fotografie, registrare e
in certi casi riprendere quello che facevano alle loro vittime. Benton doveva vedere, sentire. Io lo sapevo. Quelle sere tornava a casa ingrigito, a
tavola stava zitto, non toccava quasi cibo e beveva più del solito.»
«Ma non te ne parlava...»
«Mai» la interrompo, emozionata. «Mai. Era una sorta di cimitero personale a cui nessuno aveva accesso. All'inizio della mia carriera, prima di
trasferirmi qui, quando ero ancora vice a Miami, insegnavo in una scuola
di polizia a Saint Louis. Una volta che avevo una lezione sull'annegamento
decisi di fermarmi il weekend per seguire un seminario. Un pomeriggio
uno psichiatra parlò degli omicidi a sfondo sessuale e mostrò alcune diapositive di vittime ancora in vita. C'era una donna legata a una sedia, a cui
avevano stretto un seno con una corda e infilato degli aghi nel capezzolo.
Non mi dimenticherò mai il suo sguardo. I suoi occhi erano pozze scure.
C'era l'inferno, dentro. Aveva la bocca spalancata in un urlo terrificante.
Ho visto anche delle registrazioni» continuo, monotona. «Una donna rapita, legata e torturata che stava per essere uccisa con un colpo alla testa.
Piangeva, chiamava la mamma. Gemeva, implorava. Credo che fosse in
una cantina. Il film era scuro, sgranato. Si sentiva lo sparo, poi il silenzio.»
Anna non dice nulla. Il fuoco scoppietta nel camino.
«Ero l'unica donna fra circa sessanta poliziotti» aggiungo.
«La cosa peggiore era che le vittime erano donne e tu lì eri l'unica donna» osserva Anna.
Se penso a come certi guardavano quelle diapositive, quei video, mi sento invadere dalla collera. «Le mutilazioni sessuali li eccitavano. Glielo
leggevo in faccia, lo sentivo. E succedeva anche ai colleghi di Benton. Descrivevano come Bundy sodomizzava una donna prima di strangolarla. Gli
occhi strabuzzati, la lingua di fuori. Arrivava all'orgasmo mentre lei moriva. E questa gente con cui Benton lavorava raccontava certe storie un po'
troppo volentieri. Hai idea di che cosa vuol dire?» Il mio sguardo è pungente come uno spillo. «Vedere un cadavere, vedere fotografie, immagini
di persone brutalizzate, che soffrono e hanno paura, e renderti conto che
quelli vicino a te sotto sotto ci godono? Che si eccitano?»
«Tu pensi che Benton si eccitasse?» mi chiede Anna.
«No. Lui vedeva queste cose tutte le settimane, tutti i giorni. No, non si
eccitava. Doveva sentire le loro grida.» Comincio a perdere il filo. «Era
obbligato a sentirle gemere e implorare. Quelle disgraziate non lo sapevano. E, anche se l'avessero saputo, non avrebbero potuto farci niente.»
«Che cosa non sapevano, Kay?»
«Che quei sadici si eccitavano ancor di più a sentirle piangere. A sentirle
implorare. A vederle spaventate» rispondo.
«Tu pensi che Benton abbia pianto o si sia messo a implorare i suoi assassini quando lo hanno rapito e portato in quello scantinato?» Anna sta
per fare centro.
«Ho visto il referto dell'autopsia.» Mi rifugio nel mio nascondiglio clinico. «Non c'è niente che spieghi con esattezza che cosa è successo prima
che morisse. Aveva ustioni talmente gravi che non è stato possibile stabilire, per esempio, se c'era pressione arteriosa quando l'hanno mutilato.»
«Aveva una ferita d'arma da fuoco alla testa, no?» mi chiede Anna.
«Sì.»
«Pensi che gli abbiano sparato prima o dopo?»
La fisso senza parlare. Non ho mai ricostruito la morte di Benton. Non
ho mai trovato la forza di provarci.
«Cerca di immaginarlo, Kay» mi esorta. «Lo sai, no? Hai esaminato
troppi cadaveri per non sapere com'è andata.»
La mia mente è buia, buia come lo scantinato di un negozietto di alimentari di Philadelphia.
«Ha fatto qualcosa, vero?» mi incita, protesa verso di me sul bordo dell'ottomana. «Ha vinto, vero?»
«Ha vinto?» Mi schiarisco la voce. «Ha vinto!» esclamo. «Gli hanno tagliato la faccia, l'hanno bruciato e tu dici che ha vinto?»
Aspetta che io faccia il collegamento. Vedendo che non dico niente, si
alza e va verso il camino, sfiorandomi la spalla mentre mi passa accanto.
Aggiunge un ceppo, mi guarda e dice: «Kay, voglio farti una domanda.
Perché avrebbero dovuto sparargli dopo?».
Mi sfrego gli occhi e sospiro.
«Newton Joyce tagliava via la faccia alle sue vittime» continua. «Faceva
parte del suo modus operandi.» Parla del crudele compagno della crudele
Carrie Grethen, una coppia di psicopatici che avrebbe fatto sembrare Bonnie e Clyde due eroi dei cartoni animati. «La tagliava, la congelava e la teneva per ricordo perché la sua era sfigurata dall'acne» continua Anna.
«Rubava alle sue vittime ciò che a lui mancava: la bellezza. È così?»
«Sì» rispondo. «Anche se avanzare ipotesi sul perché la gente fa quello
che fa a volte serve a poco.»
«Era importante per Joyce compiere questa operazione con calma, per
non rovinare la faccia. Motivo per cui non sparava alle sue vittime, e di
certo non alla testa. Non voleva danneggiare la faccia, lo scalpo. E sparare
è troppo facile.» Anna si stringe nelle spalle. «Veloce. Pietoso. Molto meglio un proiettile nella testa che una gola tagliata. E allora perché Newton
Joyce e Carrie Grethen a Benton hanno sparato?»
La vedo in piedi accanto a me. Alzo gli occhi. «Gli ha detto qualcosa»
rispondo lentamente, dopo un po'. «Deve aver detto loro qualcosa.»
«Sì.» Si risiede. «Sì, sì.» Mi incoraggia con un gesto che sembra quello
dei vigili quando dirigono il traffico agli incroci. «Che cosa, Kay? Forza,
dimmelo.»
Le rispondo che non so che cosa abbia detto Benton a Newton Joyce e
Carrie Grethen, ma deve avergli detto o fatto qualcosa che ha portato uno
dei due a perdere il controllo. Un impulso, una reazione involontaria ha
fatto sì che uno di loro gli puntasse la pistola alla testa e sparasse. Bum, e
il divertimento era finito. Benton non aveva sentito più nulla, non era stato
più cosciente di nulla. Qualsiasi cosa gli avessero fatto dopo, lui non se
n'era accorto. Se non era già morto, stava morendo. Aveva perso conoscenza. Non aveva sentito la lama del coltello. Forse non l'aveva neanche
vista.
«Conoscevi così bene Benton» dice Anna. «Conoscevi i suoi assassini, o
perlomeno Carrie Grethen. Avevi già avuto a che fare con lei in passato.
Che cosa pensi che abbia detto Benton e a chi? Chi gli ha sparato?»
«Non posso...»
«Sì che puoi.»
La guardo.
«Chi ha perso il controllo?» Mi spinge al di là di dove pensavo di poter
andare.
«Lei.» Lo tiro fuori dal profondo. «Carrie. Perché era qualcosa di personale. Conosceva Benton da tanto tempo, sin dall'inizio, da quando era a
Quantico, al centro di ricerca.»
«Dove aveva conosciuto Lucy una decina di anni fa.»
«Sì, Benton conosceva lei, conosceva Carrie. Per quanto si possa conoscere una serpe come quella» aggiungo.
«E che cosa le ha detto?» Gli occhi di Anna sono fissi su di me.
«Qualcosa a proposito di Lucy, probabilmente» rispondo. «Qualcosa a
proposito di Lucy che la facesse uscire dai gangheri. Deve averla insultata,
schernita. O almeno così credo.» Ho una linea diretta fra l'inconscio e la
lingua, non devo nemmeno pensare.
«Carrie e Lucy erano state amanti a Quantico» aggiunge Anna. «Lavoravano entrambe nel centro di ricerca, allo stesso progetto sull'intelligenza
artificiale.»
«Lucy faceva pratica. Era una ragazzina e Carrie la sedusse. Lavoravano
insieme. L'avevo fatta entrare io a Quantico» aggiungo con amarezza. «Io.
Io, la zia influente e potente.»
«Non andò come speravi, vero?» suggerisce Anna.
«Carrie la usò...»
«La fece diventare omosessuale?»
«No, non arrivo a dire questo» rispondo. «Non si può far diventare omosessuale una persona.»
«Fece morire Benton? Arrivi a dire questo?»
«Non lo so, Anna.»
«Una storia personale, un passato inesprimibile... Sì, Benton deve averle
detto qualcosa a proposito di Lucy e lei deve aver perso il controllo e gli
ha sparato» ricapitola Anna. «Non è morto nel modo che avevano previ-
sto.» Il tono è trionfante. «No.»
Dondolo in silenzio e guardo la mattinata grigia e improvvisamente ventosa. Le raffiche scuotono i rami secchi nel giardino e mi fanno venire in
mente l'albero arrabbiato che tira le mele a Dorothy nel Mago di Oz. A un
certo punto Anna si alza senza dire nulla, come se la seduta fosse finita, e
mi lascia per andare a fare qualcosa di là. Abbiamo parlato a sufficienza.
Decido di ritirarmi in cucina ed è li che mi trova Lucy verso mezzogiorno,
quando torna dopo il suo allenamento. Mi sorprende mentre apro una scatola di pelati e faccio rosolare il soffritto per il sugo.
«Ti serve una mano?» Guarda i peperoni e i funghi a tocchetti sul tagliere. «Non dev'essere facile, con una mano sola.»
«Siediti» le dico. «Ti faccio vedere come sono brava.» Esagero e intanto
finisco di aprire la scatola senza aiuto. Lucy sorride e si prende uno sgabello per sedersi dall'altra parte del bancone. È ancora in tuta e ha una luce
strana negli occhi, un riflesso segreto che mi fa pensare ai primi raggi di
sole sul fiume la mattina presto. Tengo la cipolla ferma con due dita della
sinistra e comincio ad affettarla con la mano sana.
«Ti ricordi il nostro gioco?» Appoggio sul tagliere le fettine di cipolla e
comincio a sminuzzarle. «Quanto avevi? Dieci anni? Forse è passato troppo tempo, ma io non me lo scorderò mai» le dico con un tono che vuole
rammentarle quanto era impossibile a quell'età. «Non hai idea di quante
volte ti avrei mandato in congedo amministrativo, se solo avessi potuto.»
Oso spingermi fino a quel punto; forse il coraggio mi viene dal fatto di aver parlato con Anna senza veli. Quel colloquio mi ha lasciato scossa e al
tempo stesso eccitata.
«Non ero poi così male.» Le brillano gli occhi, perché in realtà le piace
sentirsi raccontare quanto era pestifera da piccola.
Aggiungo la cipolla al soffritto. «Il siero della verità. Te lo ricordi?» le
chiedo. «Tornavo a casa dal lavoro e ti leggevo in faccia che ne avevi combinata una delle tue. Così ti facevo sedere sulla poltrona rossa del salotto.
Te la ricordi? Era davanti al caminetto nella mia vecchia casa di Windsor
Farms. Ti portavo un bicchiere di succo di frutta e ti dicevo che era il siero
della verità. Tu bevevi e confessavi.»
«Come quella volta che ti ho formattato il disco rigido?» Ride di cuore.
«Avevi dieci anni, per la miseria, e mi hai formattato il disco rigido. A
momenti mi veniva un infarto.»
«Sì, ma ti avevo fatto un backup completo, prima. Volevo solo farti venire un colpo.» Si sta divertendo.
«Ero lì lì per rispedirti a casa.» Mi asciugo le dita della mano sinistra in
uno strofinaccio, stando attenta perché non voglio che il gesso prenda l'odore della cipolla. Mi sento malinconica. Non ricordo perché Lucy era venuta a stare un po' con me, ma io non sono il tipo che ama stare dietro ai
bambini, ed essendo la prima volta per me aveva costituito uno stress terribile. Doveva essere successo qualcosa a Dorothy. Probabilmente si era
sposata per l'ennesima volta ed era andata via. O forse ero io che ero scema: Lucy mi adorava e io non ero abituata a essere adorata. Quando andavo a trovarla a Miami, mi seguiva dappertutto, in ogni angolo della casa,
attaccata ai piedi come il pallone a un giocatore di calcio.
«Non mi avresti mai rispedita a casa» mi sfida Lucy, ma le leggo negli
occhi che il dubbio le è venuto. La sua paura di non essere voluta è antica e
radicata.
«Era solo perché non mi sentivo in grado di accudirti» rispondo appoggiandomi al lavello. «Non perché non ti volessi bene, piccolo demonio
che non eri altro!» Scoppia di nuovo a ridere. «Ma è vero, non ti avrei mai
rispedita a casa. Saremmo rimaste troppo male tutt'e due. Non ci sarei riuscita.» Scuoto la testa. «Per fortuna che avevamo quel giochetto. Era l'unico modo per capire che cosa avevi in testa o che cosa mi avevi combinato
mentre ero fuori per lavoro. Allora senti: ti devo portare un succo di frutta,
un bicchiere di vino o hai intenzione di raccontarmi che cosa sta succedendo? Non sono nata ieri, Lucy, non sei andata al Jefferson perché ti è girato
di farlo. Un motivo devi averlo.»
«Non sono la prima donna che hanno mandato via» comincia.
«Probabilmente, però, sei la migliore.»
«Ti ricordi Teun McGovern?»
«E come dimenticarla?» Teun McGovern faceva la supervisione a Lucy
nell'Atf a Philadelphia; è una donna straordinaria che mi ha aiutata moltissimo quando è morto Benton. «Non mi dire che le è successo qualcosa.»
Sono preoccupata.
«Ha lasciato l'Atf più o meno sei mesi fa» mi spiega. «La volevano trasferire a Los Angeles e promuoverla agente speciale responsabile di quella
divisione. Uno dei peggiori incarichi che esistano al mondo. A Los Angeles non ci vuole andare nessuno.»
Non capita spesso che una donna riesca a diventare responsabile di una
divisione. Lucy mi spiega che per tutta risposta Teun McGovern ha dato le
dimissioni e ha aperto un'agenzia di investigazioni a New York. «Si chiama L'Ultimo Distretto» mi dice tutta eccitata. «Bel nome, eh? Ha una rete
di poliziotti, avvocati, investigatori specializzati in incendi dolosi, esplosivi e roba varia. Ha già cominciato a lavorare e a farsi un nome. Quando sei
nella merda fino al collo, quando ti sembra di non avere più speranze,
chiama L'Ultimo Distretto.»
Mescolo il sugo e lo assaggio. «Ovviamente vi siete tenute in contatto
dopo che sei andata via da Philadelphia.» Aggiungo due cucchiaini di olio
di oliva. «Maledizione. Be', questo per cucinare va bene, ma per condire
l'insalata no.» Sollevo la bottiglia e aggrotto la fronte. «Spremere le olive
con il nocciolo è un po' come spremere le arance con la buccia: il risultato
è quello che è.»
«Ho l'impressione che Anna non si intenda particolarmente di cucina italiana» commenta Lucy con un sorriso.
«Dovremo porvi rimedio. Facciamo la lista della spesa.» Le indico un
bloc-notes e una penna vicino al telefono. «Innanzi tutto, olio extravergine
di oliva di prima spremitura. Italiano, mi raccomando. Mission Olives Supremo, se riesci a trovarlo. Non è per niente amaro.»
Lucy prende nota. «Sì, siamo rimaste in contatto» mi informa.
«Sei coinvolta anche tu nella sua agenzia?» So dove vuole arrivare.
«Altroché.»
«Aglio tritato. Surgelato. Voglio risparmiarmi la fatica.» Prendo la carne
macinata che ho già cotto e sgrassato. «Con un braccio solo non riesco a
fare tutto.» Aggiungo la carne al sugo. «Quanto coinvolta?» Apro i cassetti
del frigo e constato che Anna non ha un mazzetto di odori.
Lucy sospira. «Senti, zia, non so se ti piacerà ascoltare.»
Da un po' di tempo io e mia nipote non ci parliamo molto e soprattutto
non di cose importanti. Da un anno a questa parte ci siamo viste di rado.
Lei si è trasferita a Miami e dopo la morte di Benton ci siamo entrambe
costruite delle solide difese. Cerco di leggerle nel pensiero e comincio subito a intravedere diverse possibilità. Ho dei dubbi circa la sua relazione
con Teun McGovern, come del resto avevo anche l'anno scorso, quando
lavorammo fianco a fianco a Warrenton, in Virginia, in una villa che era
stata bruciata per nascondere un assassinio che poi si sarebbe rivelato il
primo di una lunga serie architettata da Carrie Grethen.
«Origano, basilico e prezzemolo freschi» ordino. «E un pezzetto di parmigiano reggiano. Lucy, dimmi la verità.» Controllo le spezie di Anna.
Teun McGovern ha più o meno la mia età ed è single, o almeno lo era l'ultima volta che l'ho vista. Chiudo lo sportello del frigo e guardo in faccia
mia nipote. «Che rapporti ci sono fra voi?»
«Non è come pensi...»
«Che cosa vuoi dire?»
«Non ti scaldare» esclama senza rancore. «E poi cosa mi dici della storia
fra te e Jay?»
«Jay non lavora per me» rispondo. «E io non lavoro per lui. Comunque
lasciamo perdere. Stavamo parlando di te.»
«Mi dà fastidio quando mi respingi, zia Kay» dice sottovoce.
«Non ti respingo» mi difendo. «Ma mi fa paura quando la gente che lavora insieme stringe rapporti troppo personali. Credo che vadano fatte delle distinzioni.»
«Tu con Benton lavoravi.» Mi fa notare un'altra eccezione alle mie stesse regole.
Poso il mestolo sul bordo della pentola. «Ho fatto un sacco di cose nella
vita che ti consiglio di evitare. Proprio perché ci sono passata e so che sono sbagliate.»
«Hai mai fatto un secondo lavoro in nero?» Lucy tende la schiena e ruota le spalle.
Aggrotto la fronte. «Non mi pare.»
«Okay. Siero della verità. Ho svolto una seconda attività pur non essendo autorizzata e sono azionista di maggioranza dell'Ultimo Distretto,
l'agenzia investigativa di Teun. Così adesso lo sai.»
«Ci sediamo un momento?» Le faccio segno verso il tavolo.
«È cominciato tutto per caso» inizia a spiegarmi. «Un paio d'anni fa mi
sono creata un motore di ricerca per gli affari miei. Poi no cominciato a
sentire di gente che faceva un sacco di soldi con Internet e mi sono detta
che valeva la pena provarci. Così ho venduto il mio motore di ricerca per
settecentocinquantamila dollari.»
Non rimango scioccata. Le potenzialità di guadagno di Lucy sono state
limitate esclusivamente dalla professione che si è scelta.
«Poi ho avuto un'altra idea» continua. «Avevamo sequestrato dei computer e io dovevo ricuperare le e-mail eliminate, così ho riflettuto su quanto fosse facile resuscitare i nostri fantasmi elettronici e ho studiato un sistema per distruggere definitivamente le e-mail, una sorta di tritadocumenti informatico. Adesso è disponibile in diversi pacchetti di software. Mi ha
reso moltissimi soldi.»
La domanda che sto per farle non ha nulla di diplomatico. L'Atf sa che
lei ha inventato prodotti tecnologici che potrebbero rendere più difficile alle forze dell'ordine ricuperare la posta elettronica dei delinquenti? Lucy mi
risponde che intanto, prima o poi, qualcuno ci avrebbe pensato e che comunque va protetta anche la privacy dei cittadini rispettosi della legge.
L'Atf non è a conoscenza delle sue attività imprenditoriali né dei suoi svariati affari su Internet. Fino a questo momento solo il suo commercialista e
Teun McGovern sanno che è una miliardaria e che ha appena ordinato un
elicottero personale.
«Ecco perché Teun si è potuta mettere in proprio in una città spaventosamente cara come New York» osservo.
«Infatti» conferma Lucy. «E anche perché non intendo battermi contro
l'Atf. O, almeno, questo è uno dei motivi per cui preferisco non farlo. Se
mi espongo, rischio che la commissione Affari interni cominci a scavare e
mi scopra. Così avrà a disposizione più chiodi con cui crocifiggermi e distruggere la mia reputazione. Perché dovrei correre un rischio simile?»
«Se non ti batti contro le ingiustizie, altri ne soffriranno, Lucy. E forse
loro non avranno milioni di dollari, un elicottero e un'agenzia di investigazioni a New York con cui pararsi le spalle e cominciare una nuova vita.»
«È esattamente quello che si propone L'Ultimo Distretto» ribatte. «Combattere contro le ingiustizie. Condurrò la mia battaglia a modo mio.»
«Dal punto di vista legale, il fatto che tu abbia svolto un secondo lavoro
non c'entra con quello che ti contesta l'Atf» mi fa dire la mia esperienza
giuridica.
«Ma la dice lunga sulla mia onestà, non ti pare?» Fa l'avvocato del diavolo.
«L'Atf ti ha accusata di disonestà?»
«No, non credo che la lettera parlerà di questo. Anzi, ne sono certa. Ma
la verità, zia Kay, è che ho infranto le regole. Ai dipendenti di Atf, Fbi o
altre agenzie federali è proibito avere altre fonti di reddito. Io la trovo una
cosa stupida e ingiusta. Ai poliziotti è permesso, a noi no. Ma in fondo l'ho
sempre saputo, che prima o poi me ne sarei andata.» Si alza dal tavolo. «E
quindi mi sono preparata la strada. Forse ero già stufa. Non ho voglia di
passare la vita a prendere ordini.»
«Andartene dall'Atf dev'essere una scelta tua, non loro.»
«Infatti è una scelta mia» ribatte con un'ombra di collera. «Senti, è meglio che vada a fare la spesa.»
L'accompagno alla porta, tenendola sottobraccio. «Grazie» le dico. «È
molto importante per me che tu mi abbia detto queste cose.»
«Voglio insegnarti a pilotare l'elicottero.» S'infila il cappotto.
«Okay. Oggi ho già fatto cose che non avrei mai pensato di poter fare.
Già che ci sono, posso fare anche questa.»
6
Per anni la battuta è stata che noi dalla Virginia andiamo a New York
per i musei e quelli di New York vengono in Virginia per le discariche. Il
sindaco Giuliani ha rischiato di scatenare un'altra guerra civile quando ha
accennato alla cosa durante la sua pubblica battaglia contro Jim Gilmore,
allora governatore della Virginia, sul diritto di Manhattan di liberarsi di
tonnellate di rifiuti nordisti nelle discariche sudiste. Posso solo immaginare
come reagirà l'opinione pubblica nel sentire che adesso dobbiamo andare a
New York anche per chiedere giustizia.
Da quando sono il capo dell'Istituto di medicina legale della Virginia,
Jaime Berger ha diretto l'unità che si occupa di delitti a sfondo sessuale
della procura di Manhattan. Sebbene non ci siamo mai conosciute, abbiamo sentito parlare spesso l'una dell'altra. Si dice che io sia l'anatomopatologo donna più famoso d'America e che lei sia il procuratore donna più
rinomato del paese. Finora l'unica cosa che mi viene da dire è che non voglio essere ramosa, che non mi fido di chi lo è e che "donna" non è un aggettivo. Quando si parla di uomini che occupano posizioni di rilievo non si
fa mai riferimento al fatto che sono maschi.
In questi giorni ho svolto qualche ricerca sulla Berger in Internet. Ho
cercato di non lasciarmi impressionare, ma devo dire che non sempre ci
sono riuscita. Non sapevo, per esempio, che si fosse laureata a Rhodes o
che dopo l'elezione di Clinton fosse stata inclusa nella rosa dei candidati
alla poltrona di procuratore generale e che, secondo la rivista "Time", fosse
stata contenta che alla fine la scelta fosse caduta su Janet Reno. È evidente
che a Jaime Berger piace fare il pubblico ministero. Pare che abbia rifiutato la carica di giudice e gli stipendi da capogiro offerti dai più prestigiosi
studi privati. Gode di tanta stima da parte dei suoi colleghi che le è stata
intitolata una borsa di studio dell'università di Harvard, dove ha seguito dei
corsi da studentessa. Stranamente non ho scoperto molto sulla sua vita privata, a parte il fatto che gioca a tennis (molto bene, naturalmente), va tre
volte la settimana al New York Athletic Club, fa cinque chilometri di corsa
al giorno e il suo ristorante preferito è Primola. Mi fa piacere che apprezzi
la cucina italiana.
È mercoledì sera e Lucy e io siamo in giro a comprare i regali di Natale.
Ho guardato vetrine e fatto acquisti fino alla nausea, la mente intossicata
dai timori, il braccio che mi prude sotto il gesso e una terribile voglia di fumare. Lucy è da qualche parte nel Regency Mall mentre io cerco un po' di
sollievo dalla folla. Migliaia di persone hanno aspettato che mancassero
solo tre giorni a Natale per cercare dei regali speciali e pensati per i loro
cari. Voci e movimento costante rendono impossibile sia pensare sia fare
conversazione e i canti natalizi mettono a dura prova il mio sistema nervoso già molto debole. Guardo la vetrina di Sea Dream Leather, dando le
spalle alla massa di persone che si muovono goffamente e a scatti come le
dita di un pianista alle prime armi. Premo il cellulare contro l'orecchio, cedendo a una nuova dipendenza, e controllo i messaggi in segreteria per la
decima volta da stamattina. È il canale segreto con la mia vita precedente:
ascoltare i messaggi in segreteria è il mio unico modo per tornare a casa.
Ne trovo quattro. Rose, la mia segretaria, ha chiamato per sapere come
stavo. Mia madre si è abbandonata a una lunga lamentela sulla vita. Il servizio clienti dell'AT&T vuole chiedermi informazioni su una bolletta e il
mio vice, Jack Fielding, ha bisogno urgente di parlarmi. Lo richiamo subito.
«Ti sento malissimo» mi dice la sua voce gracchiante in un orecchio,
mentre io mi tappo l'altro. In sottofondo percepisco il pianto di uno dei
suoi figli.
«Non sono in un posto adatto per parlare» gli dico.
«Neanch'io. Sono con la mia ex... Ringraziando Dio.»
«Che cosa mi volevi dire?» gli chiedo.
«Mi ha chiamato la procura di New York.»
Mi sento trasalire, ma cerco di mantenere la calma e di assumere un tono
indifferente nel chiedergli chi. Mi spiega che lo ha contattato a casa Jaime
Berger qualche ora fa. Voleva sapere se aveva assistito alle autopsie da me
effettuate sui cadaveri di Kim Luong e Diane Bray. «Interessante» commento. «Il tuo numero è sull'elenco?»
«Glielo ha dato Righter» mi spiega.
Mi sento invadere dalla paranoia: ho la sensazione di essere stata tradita.
Righter ha dato alla Berger il numero di telefono di Jack e non il mio.
«Perché non le ha detto di chiamare direttamente me?» domando.
Jack tace per un istante e sento un altro figlio che si unisce al coro dei
pianti. «Non lo so. Le ho detto che non ho assistito ufficialmente, che le
autopsie le hai effettuate tu e io non posso testimoniare in tribunale. Che di
questo doveva parlare con te.»
«E lei?»
«Ha cominciato a farmi domande. È evidente che ha una copia dei referti.»
Glieli ha dati Righter, non c'è dubbio. La procura dello Stato riceve in
copia tutti i documenti relativi alle indagini e agli esami autoptici. Mi gira
la testa. Mi sembra di avere contro due procure e la paura e lo sgomento
mi assalgono come un esercito di formiche arrabbiate che mi invadono
nell'intimo oscurandomi la mente. Quello che è successo è misterioso, crudele, e va oltre le mie paure peggiori. La voce di Jack è lontana, la linea disturbata; mi sembra una proiezione del caos in cui mi dibatto. Mi pare di
capire che la Berger gli è sembrata una donna fredda, che forse telefonava
dalla macchina. Poi accenna a qualcosa a proposito di un procuratore speciale. «Credevo che li convocassero solo se c'era di mezzo il presidente o
in episodi come Waco» dice approfittando di un momento in cui la linea è
migliore. Poi sento che grida alla ex moglie: «Potete andare di là, per favore? Non vedi che sono al telefono? Cristo!» esclama. Si rivolge di nuovo a
me: «Ti sconsiglio vivamente di fare figli».
«Perché mi parlavi di un procuratore speciale?» chiedo. «Che procuratore speciale?»
Jack resta un attimo zitto. «Suppongo che debba venire qui lei perché
Righter se ne vuol lavare le mani» mi risponde. Di colpo è diventato nervoso; anzi, evasivo.
«Pare che abbiano un caso analogo anche a New York.» Devo stare attenta a quello che dico. «Per questo c'è di mezzo la Berger. O almeno così
mi è stato detto.»
«Un caso analogo ai nostri?»
«Risale a due anni fa.»
«Cazzo! Io non ne sapevo niente. Okay, a me non ne ha parlato. Mi ha
solo chiesto dei casi di cui ci siamo occupati qui» insiste.
«C'è molto lavoro per domattina?» mi informo.
«Finora siamo a quota cinque. Uno mi sembra una bella rogna. Maschio,
giovane, bianco, forse ispanico, ritrovato in una stanza d'albergo a cui pare
abbiano dato fuoco. Non identificato. Ha un ago piantato in vena, quindi
non sappiamo se è morto per overdose o asfissia.»
«Non parliamone al cellulare» lo interrompo guardandomi intorno. «Mi
racconti tutto domani mattina. L'autopsia la faccio io.»
Segue un lungo silenzio, di sorpresa. «Sei sicura? Perché guarda che...»
«Sono sicurissima, Jack.» Non sono ancora andata in ufficio, questa settimana. «Ci vediamo.»
Ho appuntamento con Lucy alle sette e mezzo davanti a Waldenbooks e
mi avventuro nella folla. Appena arrivo al luogo dell'appuntamento vedo
sulla scala mobile un uomo grande e grosso, con l'aria arrabbiata e familiare. Sta mangiando un pretzel leccandosi le dita e guarda la ragazzina davanti a lui in jeans e maglietta attillatissimi, che mostrano generosamente
ogni curva e avvallamento del suo corpo. Anche da quella distanza mi accorgo che Marino li sta percorrendo con la fantasia.
Lo osservo mentre la scala mobile lo porta su: mastica con la bocca aperta e si mangia con gli occhi la ragazzina, la pancia che trabocca dai jeans larghi e sbiaditi e le mani grosse come guantoni da baseball che spuntano dalle maniche di una giacca a vento rossa Nascar. Sulla testa pelata ha
un berretto della stessa marca e sul naso un paio di occhiali ridicoli, grandi
come quelli di Elvis Presley. È immusonito e ha le guance cascanti di un
colorito acceso, decisamente malsano. Mi sorprende vedere quanto sta male nel suo stesso corpo, come combatte contro quella carne che sembra
vendicarsi di anni di trascuratezza. Marino mi ricorda quelli che trattano
male la macchina, la strapazzano, la lasciano arrugginire e cadere a pezzi e
la odiano con tutti loro stessi. Lo immagino che sbatte giù il cofano e
prende a calci le gomme.
Abbiamo cominciato a lavorare insieme subito dopo il mio trasferimento
a Richmond da Miami. Sin dall'inizio è stato burbero e villano, tanto che
per un certo periodo ho rimpianto di aver accettato quel posto. A Miami mi
ero guadagnata la stima e il rispetto dei colleghi e della polizia, i giornalisti
mi trattavano abbastanza bene e godevo di una fama che mi rassicurava e
mi confortava. Nessuno mi aveva fatto mai pesare che ero una donna quanto Peter Rocco Marino, figlio di italiani immigrati nel New Jersey, che aveva lavorato nella polizia di New York, aveva divorziato dalla donna di
cui si era innamorato sui banchi di scuola e aveva un figlio di cui non parlava mai.
Marino è stato per me come la luce dei camerini. Finché non mi ci sono
specchiata, non mi ha dato tanto fastidio. In questo momento sono abbastanza sconvolta da accettare il fatto che i difetti che mi rimanda sono probabilmente reali. Mi vede vicino alla vetrina, mentre ripongo il cellulare
nella borsa. Gli faccio ciao con la mano. Impiega un po' di tempo per trasportare la sua mole fra una folla di ossessi che stanno pensando a tutt'altro
che omicidi, processi e procure.
«Che cosa ci fai qui?» mi chiede, come se avessi violato qualche divieto.
«Sono venuta a prenderti il regalo di Natale» rispondo. Addenta il pre-
tzel. Sembra che sia l'unica cosa che ha comprato. «E tu?»
«Sono venuto a farmi fare la foto in braccio a Babbo Natale.»
«Non voglio trattenerti, allora.»
«Ho chiamato Lucy sul cercapersone. Mi ha detto dove ti potevo trovare
in questo zoo. Ho pensato che ti facesse comodo uno sherpa, visto che sei
momentaneamente monca. Come pensi di fare a sezionare cadaveri con
quell'ingessatura?»
So perché è qui. Percepisco il rombo lontano di una valanga che sta per
travolgermi. Sospiro. Mi sto lentamente rassegnando al fatto che le cose
non possono che peggiorare. «Okay, Marino, dimmi cos'altro è successo.»
«Sarà su tutti i giornali domani, capo.» Si china a raccogliere le borse
degli acquisti. «Mi ha telefonato Righter: il Dna corrisponde. Pare che sia
stato il nostro lupo mannaro ad ammazzare la signorina delle previsioni del
tempo due anni fa a New York, e pare anche che quel coglione non abbia
niente in contrario a farsi processare nella Grande Mela invece che in Virginia. Anzi, è contento di andarsene dal Medical College. Strana coincidenza che il figlio di puttana decida di andare via proprio il giorno del funerale di Diane Bray.»
«Dov'è la cerimonia?» I miei pensieri si scontrano in tutte le direzioni.
«Saint Bridget.»
Non sapevo neanche che la Bray fosse cattolica e che frequentasse la
mia stessa parrocchia. Mi sento formicolare la schiena. Mi sembra che lo
scopo di quella donna fosse entrare nella mia vita e annientarmi. Il pensiero che si fosse infiltrata persino nella mia parrocchia mi ricorda quanto
era spietata e arrogante.
«Dunque Chandonne partirà da Richmond il giorno in cui porgeremo l'estremo saluto all'ultima donna che ha assassinato» continua Marino guardando la gente. «Non credere che sia un caso. I giornalisti seguono ogni
sua mossa e lui vuole mettere in ombra la Bray, toglierle la prima pagina,
perché è molto più interessante sapere che cosa fa lui piuttosto che vedere
chi va al funerale di una delle sue vittime. Sempre che qualcuno ci vada. Io
non ci penso nemmeno, dopo tutto quello che ha fatto per rendermi la vita
impossibile. Ah, a proposito, la Berger sta arrivando qui. Con un nome così, penso che del Natale non gliene freghi un accidente» aggiunge.
Vediamo Lucy contemporaneamente a una banda di ragazzotti sguaiati e
turbolenti, con acconciature all'ultimo grido e calzoni a vita bassa dai risvolti esagerati. Sbavano dietro a mia nipote, in pantaloni neri stretti, scarponi militari e una vecchia giacca dell'aeronautica pescata in qualche ne-
gozietto dell'usato. Marino lancia loro un'occhiata che, se lo sguardo avesse la possibilità di penetrare oltre i tessuti e perforare gli organi vitali, li
ucciderebbe all'istante. I ragazzi trascinano i piedi nelle enormi scarpe da
basket, dinoccolati e molleggiati come cagnolini cui non sono ancora cresciute le unghie.
«Che cosa mi hai comprato?» chiede Marino a Lucy.
«Un bel sacchetto di maca.»
«Che cavolo è?»
«La prossima volta che vai al bowling con una bella donna sensuale, vedrai che apprezzerai il mio regalo» gli risponde.
«Gliel'hai comprato davvero?» A momenti ci credo.
Marino sbuffa e Lucy scoppia a ridere, troppo allegra per una che sta per
essere licenziata, miliardaria o meno. Quando usciamo nel parcheggio,
l'umidità e il freddo mi assalgono. I fari fendono il buio e ovunque io
guardi vedo gente che corre. Per strada brillano le decorazioni natalizie e le
auto procedono lente, guatando come pescecani alla ricerca di un posteggio vicino agli ingressi del centro commerciale, come se fare cento
metri a piedi fosse una delle cose peggiori che possono capitare a una persona.
«Odio questo periodo dell'anno. Vorrei essere ebrea» scherza Lucy, come se avesse sentito la battuta di Marino a proposito di Jaime Berger.
«Quando tu lavoravi a New York la Berger era già in procura?» gli chiedo mentre carica i miei sacchetti sulla vecchia Suburban verde di Lucy.
«Era appena entrata.» Chiude il portellone. «Non l'ho mai vista.»
«Ma ne hai sentito parlare?» insisto.
«So che è arrapante e ha le tette grosse.»
«Come sei evoluto, Marino!» esclama Lucy.
«Ehi» fa, piegando la testa da una parte e accingendosi ad andare «non
fatemi domande, se poi non volete che vi risponda.»
Vedo la sua sagoma pesante e scura che si allontana in una massa di luci,
gente e ombre. Il cielo è latteo, la luna velata, e la neve cade lenta a fiocchi
sottili. Lucy esce dal parcheggio e si immette nel traffico. Vedo dondolare
dalla chiave un medaglione d'argento con il logo delle Whirly-Girls, nome
apparentemente frivolo di un'associazione internazionale di donne pilota.
Lucy, che rifugge da ogni genere di affiliazione, ci si è iscritta. Sono contenta perché, nonostante mi sembri che tutto vada storto, credo almeno di
aver azzeccato il suo regalo di Natale: alcuni mesi fa mi sono accordata
con un gioielliere per farmi fare una collana d'oro con il simbolo delle
Whirly-Girls. Mi congratulo per il mio tempismo, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi che ha avuto la sua vita. «Ma davvero pensavi di comprarti un elicottero? Che cosa vuoi farne esattamente?» le domando. Vorrei
evitare di parlare di New York e della Berger. Sono ancora seccata per
quello che mi ha detto Jack al telefono e mi rabbuio. Sono preoccupata anche per qualcos'altro, anche se non so bene che cosa.
«Sì. Un Bell 407.» La coda di luci rosse si muove lentamente lungo Parham Road. «Che cosa voglio farne? Volarci, tutto qui. E usarlo per lavoro.»
«Che cos'altro comporterà questo nuovo lavoro?»
«Be', Teun abita a New York. Quindi sposterò là il mio quartier generale.»
«Parlami di Teun» la incoraggio. «Ha famiglia? Dove passerà il Natale?»
Lucy guarda avanti mentre guida, seria fino in fondo. «Devo farti una
piccola premessa, zia Kay. Bisogna che torni un attimo indietro. Dunque,
devi sapere che, quando ha saputo della sparatoria di Miami, Teun mi ha
telefonato. Poi l'altra settimana, quando stavo male, sono andata a New
York.»
Me lo ricordo. Lucy era sparita e io mi ero lasciata prendere dal panico.
L'avevo rintracciata telefonicamente in un locale che si chiama Rubyfruit,
in Hudson Street, uno dei più popolari del Greenwich Village. Era agitata,
aveva bevuto. Io credevo che fosse arrabbiata e preoccupata per Jo, ma adesso capivo che la storia era diversa. Lucy aveva finanziato l'attività di
Teun McGovern sin dall'estate scorsa ma, fino all'incidente dell'altra settimana, non aveva preso alcuna decisione importante. «Ann mi ha chiesto se
avevo qualcuno a cui poteva telefonare» mi spiega. «Perché non ero in
condizione di tornare in albergo da sola.»
«Ann?»
«La proprietaria del bar. Un'ex poliziotta.»
«Ho capito.»
«Siccome mi rendevo conto anch'io di non essere tanto a posto, le ho
detto di chiamare Teun» spiega. «A un certo punto la vedo entrare. Mi ha
riempito di caffè e siamo state tutta la notte alzate a chiacchierare. Soprattutto di Jo e dei miei problemi con lei, con l'Atf... Insomma, tutto quanto. È
un periodo che non mi va bene niente.» Mi guarda. «Penso che sia molto,
molto tempo che ho bisogno di dare una svolta alla mia vita. Mi sono decisa quella sera. Avevo già fatto le mie scelte, quando è successa questa co-
sa.» Si riferisce al fatto che Chandonne ha cercato di ammazzarmi. «Meno
male che c'era Teun.» Non parla della sera della sbronza: è contenta che
Teun ci sia in generale e mi pare di sentire che da qualche parte, anche se
annidato nel profondo di Lucy, c'è un nucleo di felicità. La psicologia sostiene che non sono gli altri o le cose a renderci felici, ma che la felicità
parte da noi stessi. Non è del tutto vero, secondo me. Teun McGovem e
L'Ultimo Distretto fanno felice Lucy.
«Hai già cominciato a lavorare con lei?» la incoraggio a continuare.
«Dall'estate scorsa? È allora che ti è venuta l'idea?»
«È cominciato per scherzo ai tempi di Philadelphia, quando io e Teun iniziavamo a non poterne più di avere a che fare con burocrati lobotomizzati e rompicoglioni e di vedere vittime innocenti stritolate dal sistema. Ci
divertivamo a fantasticare un altro lavoro. Il nome gliel'ho dato io. Dicevamo: "Dove vai quando ti senti all'ultima spiaggia?".» Il suo sorriso è
forzato. Mi rendo conto che tutta questa solare allegria prelude a qualche
ombra: Lucy sta per rivelarmi qualcosa che non voglio sentire. «Mi dovrò
trasferire a New York, te ne rendi conto, vero?» mi dice. «Presto.»
Righter vuole che il processo si tenga a New York. Lucy si trasferisce a
New York. Alzo il riscaldamento e mi stringo nel cappotto.
«Teun mi ha trovato casa nell'Upper East Side, mi pare. A cinque minuti
di corsa dal parco. Fra Sixtyseventh e Lexington» mi informa.
«Ha fatto presto» osservo. «È molto vicino a dove è stata assassinata Susan Pless» aggiungo, come se questo fosse un lato negativo. «Perché proprio lì? Dov è l'ufficio?»
«A pochi isolati di distanza, vicino al 19° distretto. Pare che Teun conosca un gruppo di poliziotti che lavorano in quella zona.»
«E non ha mai sentito parlare di Susan Pless? Non si ricorda il suo omicidio? Strano che sia finita proprio da quelle parti.» Sono negativa, non
posso farci niente.
«Sa dell'omicidio perché ne abbiamo parlato a proposito di quello che è
successo a te» risponde Lucy. «Prima non ne sapeva niente e io nemmeno.
Immagino che il pericolo maggiore in quel quartiere sia il cosiddetto stupratore dell'East Side, di cui ci siamo occupate in prima persona, per la verità. Sono cinque anni che quest'uomo va in giro a violentare donne, preferibilmente bionde e fra i trenta e i quarant'anni. Le punta quando escono
dal bar, spesso un po' alticce, e le aggredisce prima che entrino in casa.
Pensa che il suo è il primo Dna senza nome. Vuol dire che abbiamo il suo
Dna ma non sappiamo chi è.» Sono certa che la procura gli sta dando la
caccia: tutte le strade portano a Jaime Berger. «Adesso mi tingo i capelli e
comincio a uscire tardi dai bar.» Lucy scherza, ma sarebbe capacissima di
farlo.
Vorrei dirle che la strada che ha preso è interessante e che sono molto
contenta per lei, però non ci riesco. Ha vissuto spesso lontano da Richmond, ma chissà perché questa volta mi sembra che se ne stia andando
per sempre, che sia diventata grande. Tutt'a un tratto divento come mia
madre, che nota solo i difetti, le lacune, che alza il tappeto per controllare
se ho lasciato qualche macchia sul pavimento, che guardando la mia
splendida pagella sapeva solo dispiacersi perché non avevo amici, che ogni
volta che assaggia un mio piatto trova da ridire.
«Che cosa ne farai dell'elicottero? Lo terrai là?» le chiedo. «Non sarà un
problema?»
«Pensavo di lasciarlo a Teterboro.»
«Ti toccherà andare nel New Jersey tutte le volte che lo vuoi prendere!»
«Be', non è poi tanto lontano.»
«E il costo della vita è molto più alto. E tu e Teun...»
«Io e Teun cosa?» Nella sua voce non c'è più traccia di allegria. «Perché
fai così?» È arrabbiata. «Non lavoro più per lei. È andata via dall'Atf, non
mi fa più la supervisione. Non c'è niente di male se siamo amiche.»
Ci sono le mie impronte digitali sulla sua delusione, sul suo dolore. Nella mia voce sento riecheggiare quella di mia sorella. Mi vergogno di me
stessa, profondamente. «Scusami, Lucy.» Le stringo la mano con le dita
che spuntano dal gesso. «Scusami. È solo che mi dispiace che te ne vada.
Sono egoista. Sto pensando solo a me stessa. Scusa.»
«Non me ne vado, zia Kay. Verrò spesso. Con l'elicottero ci vogliono
due ore. Non sarà un problema.» Mi guarda. «Perché non vieni a lavorare
con noi, zia Kay?» Mi rendo conto subito che non le è venuto in mente adesso, che ci ha già pensato. Evidentemente ha parlato a lungo di me con
Teun McGovern e ha anche accennato alla possibilità che io lavori nell'agenzia. Questo mi fa una certa impressione. Ho fatto di tutto per non pensare al futuro, ma di colpo mi si alza davanti come un enorme schermo
bianco. Se dentro di me so che ormai non posso più vivere come prima, nel
mio cuore devo ancora accettare questa verità. «Perché non ti metti per
conto tuo, invece di continuare a prendere ordini dallo Stato?» insiste. «Ci
hai mai pensato seriamente?»
«Sì, ma per il futuro» rispondo.
«Be', il futuro è adesso» ribatte lei.
7
È quasi mezzanotte. Sono seduta davanti al camino sul dondolo di legno
intagliato a mano, l'unico oggetto rustico in casa di Anna. Ha posizionato
la sua poltrona in maniera da potermi vedere senza che io debba per forza
vedere lei, nel caso dovessi imbarcarmi in una personale ricerca di prove
psicologiche importanti. Ultimamente ho imparato che non so che cosa
vado a scoprire nel corso dei miei colloqui con lei: mi sembra di esaminare
il luogo di un delitto per la prima volta. Le luci nel salotto sono spente, il
fuoco langue. Le braci incandescenti hanno sfumature di rosso e arancio.
Racconto ad Anna di una domenica sera di novembre di un anno fa, in cui
Benton era insolitamente incattivito nei miei confronti.
«Che cosa intendi con la parola "insolitamente"?» mi chiede con il suo
tono sommesso e deciso al tempo stesso.
«Era abituato al fatto che la sera tardi, quando ero inquieta, girovagavo
per la casa e stavo alzata a lavorare. Quella sera lui si era addormentato a
letto mentre leggeva. Non era strano e io avevo pensato di potermene stare
un po' per conto mio. Mi piace il silenzio, la solitudine della notte, quando
tutti dormono e nessuno ha bisogno di me.»
«È sempre stato così?»
«Sì, sempre» rispondo. «Mi pare di rivivere. Mi sento veramente me
stessa quando sono da sola. Ho bisogno di questi momenti. Mi sono indispensabili.»
«E cosa accadde quella sera?» mi chiede.
«Mi alzai, gli posai il libro sul comodino e spensi la luce» rispondo.
«Che cosa leggeva?»
La sua domanda mi coglie di sorpresa. Ci devo pensare. Non ricordo bene, ma mi pare che fosse un libro su Jamestown, la prima colonia inglese
in America, a meno di un'ora di macchina a est di Richmond. A Benton
piaceva la storia, era laureato in storia e in psicologia e la sua curiosità nei
confronti di Jamestown si era riaccesa quando gli archeologi avevano cominciato gli scavi e trovato il fortino originario. A poco a poco mi torna in
mente: il libro che stava leggendo quella sera era una raccolta di racconti,
molti dei quali scritti da John Smith. Non ricordo il titolo, dico ad Anna.
Suppongo di averlo ancora in casa e l'idea di ritrovarmelo fra le mani uno
di questi giorni mi fa venire male. Riprendo a raccontare.
«Uscii dalla camera da letto, chiusi la porta cercando di non far rumore e
andai nel mio studio. Come sai, quando effettuo un'autopsia seziono campioni di organi e talvolta anche di ferite e mando i tessuti al laboratorio istologico, che prepara dei vetrini che poi io rivedo. Siccome rimango spesso indietro con il lavoro, mi porto a casa i vetrini. Naturalmente la polizia
mi ha fatto un sacco di domande in proposito. È strano, a me sembra una
cosa del tutto normale, finché gli altri non la mettono in discussione. A
quel punto mi rendo conto che la mia vita è molto diversa da quella della
maggioranza delle persone.»
«Perché pensi che alla polizia interessassero i vetrini che avevi in casa?»
mi domanda Anna.
«Perché volevano sapere tutto.» Torno alla storia di Benton e le racconto
che mentre ero nel mio studio, china sul microscopio, persa dietro uno
sciame vorticoso di neuroni simili a creature dorate e purpuree con i tentacoli e un occhio solo, avevo sentito una presenza dietro di me e mi ero voltata. Sulla soglia c'era Benton, con una faccia strana, minacciosa e cupa.
Sembrava il mare appena prima dei fuochi di Sant'Elmo.
"Non riesci a dormire?" mi aveva chiesto con un tono cattivo, sarcastico,
che non mi era parso da lui. Io avevo spinto indietro la sedia, lasciando un
àttimo da parte il mio potente microscopio Nikon. "Se potessi scoparti
quell'arnese, non avresti più bisogno di me" mi aveva detto, e nei suoi occhi avevo visto la stessa furia delle cellule che stavo esaminando. Aveva
indosso solo i pantaloni del pigiama e sembrava pallido alla luce della mia
lampada da tavolo. Ansimava, era sudato, aveva le vene gonfie e i capelli
grigi appiccicati alla fronte. Gli avevo chiesto che cosa gli era preso e lui
mi aveva puntato contro l'indice e ordinato di tornare a letto.
A quel punto, Anna mi interrompe. «Non era successo niente, prima?
Niente che potesse preludere a questo?» Conosceva Benton. Sa che quello
non era lui, ma un alieno che aveva assunto le sue sembianze.
«Niente» le rispondo. «Nessun segnale.» Dondolo piano, senza fermarmi. Le braci scoppiettano. «Non volevo coricarmi accanto a lui, in quel
momento. Sarà anche stato il miglior esperto di profili psicologici dell'Fbi,
ma per quanto bravo a capire gli altri, sapeva essere gelido e impenetrabile
come un sasso. Non avevo nessuna intenzione di restare a guardare il soffitto tutta la notte mentre lui mi dava la schiena, zitto e immobile, senza
quasi respirare. Tuttavia non era mai né violento né crudele. Non mi aveva
mai parlato in quel modo, non aveva mai usato quel tono con me. Se non
altro, Anna, fra noi c'era rispetto. Ci siamo sempre trattati con il massimo
rispetto.»
«Ti diede una spiegazione?» insiste.
Sorrido amaramente. «Capii tutto da quello che mi aveva detto a proposito del microscopio.» Benton e io stavamo bene in casa mia, ma lui
continuava a sentirsi un ospite. È casa mia, tutto quello che c'è dentro l'ho
scelto io. L'ultimo anno era deluso del lavoro e, se ci ripenso, con il senno
di poi capisco che era stanco e demotivato, che aveva paura della vecchiaia. E questo pesava sul nostro rapporto. La nostra vita sessuale era diventata come un aeroporto abbandonato: da lontano sembrava normale, ma
nella torre di controllo non c'era nessuno. Non c'erano decolli né atterraggi,
un'occasionale toccata e fuga solo perché pensavamo che fosse giusto, perché eravamo lì, per abitudine.
«Chi prendeva l'iniziativa, di solito?» mi chiede Anna.
«Alla fine solo lui. Più per disperazione che per desiderio. Forse per frustrazione. Sì, per frustrazione» decido.
Anna mi guarda, ha il viso in ombra, ora che il fuoco sta per spegnersi.
Tiene il gomito appoggiato sul bracciolo e l'indice sul mento: è una posa
che associo a questi momenti intensi che abbiamo avuto nelle ultime serate. Il suo salotto è diventato una sorta di buio confessionale in cui posso rinascere emotivamente, spogliarmi senza vergogna. Non penso a queste sedute come a una terapia, ma come a un'amicizia sacerdotale, sacra e sicura.
Ho cominciato a raccontare a un'altra persona che cosa vuol dire essere
me.
«Torniamo a quella sera» riprende Anna. «Ti ricordi quando è stato, esattamente?»
«Poche settimane prima che lo uccidessero» rispondo calma, attratta dalle braci che mi ricordano la pelle di un alligatore. «Benton sapeva che avevo bisogno di spazio. Anche quando facevamo l'amore, a volte aspettavo
che lui si addormentasse e mi alzavo da letto come un'adultera per infilarmi nello studio. Era comprensivo nei confronti delle mie infedeltà.»
Mi rendo conto che Anna sorride nel buio. «Non si lamentava quasi mai,
se nel sonno mi cercava e io non c'ero» le spiego. «Accettava che avessi
bisogno di stare da sola. O perlomeno così credevo. Prima di quella domenica sera non avevo mai capito quanto le mie abitudini notturne lo facessero soffrire.»
«Pensi che a farlo soffrire fossero le abitudini notturne o il tuo distacco?» mi domanda Anna.
«Non mi sembra di essere distaccata.»
«Ti ritieni una persona che lega con gli altri?»
Mi scruto alla ricerca di verità che ho sempre temuto.
«Legavi con Benton?» mi chiede. «Cominciamo da lui. Con Benton hai
avuto la relazione più significativa della tua vita. Di certo la più lunga.»
«Se legavo con lui?» Tengo in mano la palla, incerta se darle l'effetto o
lanciarla con forza. «Sì e no. Benton era uno degli uomini più belli e buoni
che io abbia mai conosciuto. Sensibile, profondo, intelligente. Potevo parlare di tutto, con lui.»
«E lo facevi? Ho l'impressione che non lo facessi.» Anna non se ne lascia sfuggire una.
Sospiro. «Non credo di aver mai parlato a nessuno di niente.»
«Forse Benton rappresentava la sicurezza» suggerisce.
«Forse» replico. «So che c'erano abissi dentro di me in cui non è mai entrato. E non volevo che lo facesse, non volevo tanta intimità, tanta intensità. Suppongo che in parte fosse dovuto al modo in cui avevamo cominciato a stare insieme. Era sposato e tornava a casa dalla moglie, Connie. Questo è durato anni. C'era un muro che ci divideva e potevamo riunirci solo di nascosto. Dio, non lo rifarei mai più. Con nessuno.»
«Ti sentivi in colpa?»
«Certo, anche» rispondo. «Ogni buon cattolico si sente in colpa. All'inizio tantissimo. Io non sono mai andata contro le regole. Non sono come
Lucy, o forse dovrei dire che lei non è come me. Se le regole sono stupide
e insensate, lei non le segue. Io non ho mai preso nemmeno una multa per
eccesso di velocità, Anna.»
È a quel punto che si china verso di me e alza la mano. È il suo segnale.
Ho detto una cosa importante. «Le regole» ripete. «Che cosa sono le regole?»
«Vuoi una definizione? Vuoi che ti dica che cosa sono le regole?»
«Per te, Kay. Che cosa sono le regole per te.»
«Giusto e sbagliato» rispondo. «Legale e illegale. Morale e immorale.
Umano e disumano.»
«Andare a letto con una persona sposata è immorale, sbagliato, disumano?»
«Se non altro stupido. Ma sì, è anche sbagliato. Non è un errore fatale o
un peccato imperdonabile, e non è nemmeno illegale, ma è disonesto. Sì,
disonesto. È contro le regole, sì.»
«Quindi ammetti di essere capace di disonestà.»
«Ammetto di essere capace di stupidità.»
«Ma sei disonesta?» Non mi permette di non rispondere.
«Siamo tutti capaci di tutto. Avere una relazione con Benton è stato un
atto di disonestà. Nascondendola, indirettamente mentivo, mi presentavo
diversa da quello che ero. Anche a Connie. Ero falsa, semplicemente falsa.
Quindi sono capace di ingannare il prossimo. È evidente.» Questa confessione mi deprime fin nel profondo.
«E riguardo all'omicidio? Qual è la regola? È sbagliato? Immorale? È
sempre sbagliato uccidere? Tu hai ucciso» mi incalza Anna.
«Per legittima difesa.» Su questo sono certa e decisa. «Solo perché non
avevo scelta, perché stavano per uccidere me o qualcun altro.»
«Hai commesso un peccato? "Non uccidere" è un comandamento.»
«Assolutamente no.» Sento aumentare la frustrazione. «È facile giudicare dall'esterno, con il distacco della morale e dell'idealismo. Quando poi
ti trovi davanti un assassino con un coltello alla gola di qualcuno o che sta
per impugnare la pistola e ammazzarti è un'altra storia. Allora sarebbe peccato non fare niente, lasciar morire un innocente, lasciarsi ammazzare. Io
non provo rimorso» dichiaro.
«Che cosa provi?»
Chiudo un momento gli occhi e dalle palpebre percepisco il riflesso delle braci. «Nausea. Non riesco a pensare a quelle morti senza provare nausea. Non ho sbagliato, non avevo scelta. Ma non posso neanche dire di aver fatto una cosa giusta, se capisci che cosa voglio dire. Se penso a quando Temple Gault stava morendo dissanguato davanti a me e mi chiedeva
aiuto, non ci sono parole per spiegare quello che ho provato e che provo
ora a ricordarlo.»
«Successe nella metropolitana di New York quattro o cinque anni fa, vero?» mi chiede. Faccio di sì con la testa. «Il primo compagno di Carrie
Grethen. Il suo mentore, in un certo senso. Non è così?» Di nuovo annuisco. «Interessante» dice. «Hai ucciso il compagno di Carrie Grethen e
lei ha ucciso il tuo. Non c'è un legame fra le due cose?»
«Non ne ho idea.» Mi sorprende che non mi sia mai venuto in mente,
pur essendo così ovvio.
«Credi che Gault meritasse di morire?» mi domanda.
«Certa gente direbbe che aveva rinunciato al diritto di esistere e che
stiamo meglio, ora che non c'è più. Ma, santo cielo, avrei preferito non essere io a ucciderlo. No, Anna, no. Gli vedevo il sangue schizzare dalle dita,
la paura negli occhi, il terrore. Non sembrava neppure più cattivo. Era solo
un essere umano che stava morendo. Per causa mia. Piangeva e mi implorava di fermargli l'emorragia.» Ho smesso di dondolare. Anna mi osserva
attentissima. «Sì» dico dopo un po'. «Sì, è stato terribile. Veramente terribile. Certe volte me lo sogno di notte. Dato che l'ho ucciso, farà parte di
me per sempre. È il prezzo da pagare.»
«E Jean-Baptiste Chandonne?»
«Non voglio più fare del male a nessuno.» Guardo il fuoco che langue.
«Almeno è vivo.»
«Non mi conforta. E come potrebbe? Quelli come lui non smettono di
fare del male neppure quando sono rinchiusi. Il male continua. È così, purtroppo: non voglio ammazzarli, ma so di che cosa sono capaci da vivi. Da
qualsiasi parte la guardi, la partita è persa.»
Anna non risponde. Offre silenzi, più che opinioni: è il suo modo di fare.
Sento il dolore che mi pulsa nel petto, il cuore che mi batte forte, la paura.
«Se avessi ucciso Chandonne avrei pagato, immagino» aggiungo. «Non
l'ho ucciso, ma pago lo stesso.»
«Non potevi salvare la vita a Benton.» La voce di Anna riempie il vuoto
fra noi. Scuoto la testa e mi si riempiono gli occhi di lacrime. «Pensi che
avresti dovuto difenderlo?» mi chiede. I singhiozzi e gli spasmi che provo
nel rivivere quella perdita mi impediscono di parlare. «Lo hai abbandonato, Kay? E adesso per punizione ti imponi di togliere di mezzo altri mostri?
Lo vuoi fare per Benton, perché hai permesso che due mostri lo uccidessero? Perché non l'hai salvato?»
L'impotenza e la rabbia hanno il sopravvento. «Non si è salvato da solo,
maledizione. Benton è andato a morire come un cane o un gatto, come se
fosse stata la sua ora. Oh, Cristo!» Non ce la faccio più. «Cristo, Benton si
lamentava delle rughe, dei muscoli poco tonici, dei dolori. Si è sempre lamentato, anche all'inizio della relazione. Era più vecchio di me. Forse per
questo aveva più paura di invecchiare, non lo so. Ma a quarantacinque anni
non riusciva a guardarsi allo specchio senza scuotere la testa e sospirare.
"Non voglio diventare vecchio, Kay" mi diceva.
«Mi ricordo una sera che facevamo il bagno insieme e lui si lamentava
del proprio corpo. "Nessuno vuole invecchiare" gli dissi a un certo punto.
"Ma io non voglio davvero. Non lo voglio al punto che non credo di poter
sopravvivere" mi aveva risposto. "E invece dobbiamo sopravvivere. Non
farlo è egoismo puro, Benton" avevo ribattuto. "E poi siamo sopravvissuti
alla giovinezza, no?" Si era messo a ridere, credendo che la mia fosse una
battuta. Ma non lo era. "Quanti giorni della giovinezza abbiamo trascorso
aspettando il domani, sperando che ci portasse qualcosa di meglio?" gli
domandai. Lui ci pensò su un momento e poi mi strinse a sé, nella vasca,
accarezzandomi e stringendomi nell'acqua profumata di lavanda. Sapeva
esattamente come fare a blandirmi a quei tempi, quando le nostre cellule si
risvegliavano al minimo contatto. Stavamo bene insieme, allora. "Sì, è vero" mi aveva detto. "Io aspettavo sempre il domani, pensavo che sarebbe
stato migliore. E questo è sopravvivere, Kay. Se non credi che domani o
l'anno prossimo, o quello dopo ancora, saranno migliori, a cosa serve andare avanti?"»
Sto un attimo zitta e mi dondolo. Poi dico ad Anna: «Ecco, Benton ha
semplicemente deciso che non valeva più la pena di andare avanti. È morto
perché non credeva più che il futuro potesse essere migliore del passato.
Non ha importanza che sia stato qualcun altro a togliergli la vita. È stato
lui a decidere». Mi si sono asciugate le lacrime e sento un gran vuoto dentro. Mi sento sconfitta e furibonda. Un debole calore mi illumina la faccia
quando alzo la testa verso il camino. «Che stronzo sei stato, Benton» sussurro alle braci. «Non dovevi mollare.»
«È per questo che sei andata a letto con Jay Talley?» mi domanda. «Perché Benton è stato stronzo? Per vendicarti del fatto che ti ha lasciata, che è
morto?»
«Se mai, non l'ho fatto coscientemente.»
«Che cosa senti?»
Cerco di provare qualcosa. «Mi sento morta. Dopo che hanno ucciso
Benton...» Ci penso. «Sì, morta» ripeto. «Mi sentivo come morta. Non
provavo nulla. Penso di essere andata a letto con Jay...»
«Non quello che pensi. Quello che senti» mi ricorda con dolcezza.
«Sì. È proprio questo. Volevo sentire, avevo una voglia disperata di sentire qualcosa, qualsiasi cosa.»
«E facendo l'amore con Jay hai sentito qualcosa?»
«Sì, penso di aver sentito umiliazione» rispondo.
«Non quello che pensi» mi ricorda di nuovo.
«Ho sentito fame, desiderio, rabbia, amor proprio, libertà. Sì, libertà.»
«Ti sei sentita libera dalla morte di Benton o da Benton stesso? Era represso, vero? Era una sicurezza, aveva un Super-io molto forte. Benton
Wesley era un uomo che faceva le cose per bene. Com'era a letto? Anche a
letto faceva le cose per bene?» mi chiede.
«Era premuroso» rispondo. «Delicato, sensibile.»
«Premuroso. Interessante» dice Anna con un velo di ironia che mi spinge a prestare attenzione a quello che ho appena detto.
«Non aveva mai abbastanza fame, non era mai spinto solo dall'eroti-
smo.» Sono più aperta. «Devo ammettere che molte volte quando facevamo l'amore io pensavo. È già abbastanza brutto che pensi quando parlo con
te, Anna, figurati facendo l'amore. Non bisognerebbe pensare, quando si fa
l'amore, ma solo provare un piacere irresistibile.»
«Ti piace il sesso?»
Scoppio a ridere, sorpresa. Non me l'ha mai chiesto nessuno. «Sì, ma dipende. C'è sesso ottimo, buono, così così, noioso, brutto. Il sesso è una
creatura strana. Non so nemmeno che cosa penso veramente. Ma spero di
non aver ancora assaggiato il Premier Grand Cru del sesso.» Alludo al
bordeaux superiore. Il sesso è come il vino e, a dire la verità, io ho sempre
finito per stappare bottiglie modeste, piuttosto comuni, poco pregiate.
Niente di speciale, insomma. «Non credo di aver ancora sperimentato il
sesso migliore, l'armonia più profonda, erotica e sensuale con un'altra persona. No, non credo proprio.» Sto parlando a vanvera, blatero cose senza
senso cercando di capire e non sono più neppure tanto sicura di voler capire. «Non lo so. Be', forse mi chiedo quanto dev'essere importante. Quanto
è importante.»
«Considerato il mestiere che fai, Kay, dovresti saperlo. Il sesso è potere.
È la vita e la morte» afferma. «Naturalmente quello che vedi tu è più che
altro un abuso di potere. Chandonne ne è un ottimo esempio. Lui ottiene
gratificazione sessuale causando sofferenza, giocando a essere il dio che
decide chi vive e chi muore, e come.»
«Certo.»
«Il potere lo eccita. Succede a molti» dice Anna.
«È il più forte afrodisiaco» concordo. «Bisogna essere abbastanza sinceri da riconoscerlo.»
«Diane Bray ne era un altro esempio. Una donna bella, provocante, che
usava il sex appeal per mantenere il controllo sugli altri, per sottometterli.
O almeno questa è l'impressione che ho avuto io» dice Anna.
«È l'impressione che dava» rispondo.
«Pensi che fosse attratta sessualmente da te?» mi chiede Anna.
Rifletto sulla sua domanda in maniera clinica. L'idea mi mette a disagio,
la distanzio e la esamino come fosse un organo da sezionare. «Non ci ho
mai pensato» decido. «Quindi probabilmente no, altrimenti avrei colto
qualche segnale.» Anna non replica. «È possibile» butto lì.
Anna non se la beve. «Non mi hai detto che ha cercato di usare Marino
per arrivare a te, per conoscerti?» mi ricorda. «Che ti ha invitata a pranzo,
che cercava di socializzare, di conoscerti meglio attraverso di lui?»
«È quello che mi ha detto Marino» rispondo.
«E non pensi che forse lo faceva perché era sessualmente attratta da te?
Non pensi che se fosse riuscita non soltanto a rovinarti la carriera ma anche a possedere il tuo corpo, e quindi a entrare in ogni aspetto della tua vita, questa sarebbe stata l'estrema sottomissione? Non è quello che fanno
Chandonne e quelli come lui? Devono provare desiderio anche loro. Solo
che loro lo mettono in atto in maniera diversa dal resto di noi. E noi sappiamo che cosa gli hai fatto quando lui ha cercato di mettere in atto il suo
desiderio su di te. È stato un grave errore da parte sua, no? Ti ha guardato
con occhi pieni di lussuria e tu l'hai accecato, almeno temporaneamente.»
Si interrompe, il mento fra le dita, lo sguardo fisso su di me.
Anch'io la guardo, adesso. Ho di nuovo quella sensazione, che non so
definire ma che mi suona come un avvertimento.
«Che cosa avresti fatto se Diane Bray avesse cercato di mettere in atto il
desiderio che provava per te, sempre che di desiderio si trattasse? Se ci avesse provato?» Anna continua a scavare.
«So come dire di no alle avance che non desidero» rispondo.
«Anche di una donna?»
«Di chiunque.»
«Allora hai già ricevuto avance da donne.»
«È successo, sì.» A domanda ovvia risposta ovvia. Non vivo in una caverna. «Sì, ho conosciuto donne che mi hanno mostrato un interesse che
non potevo corrispondere.»
«Non potevi o non volevi?»
«Entrambe le cose.»
«E che effetto ti fa sentirti desiderata da una donna? È diverso, rispetto a
un uomo?»
«Stai cercando di capire se sono omofobica, Anna?»
«Lo sei?»
Cerco di concentrarmi. Mi spingo quanto più addentro riesco per comprendere se l'omosessualità mi mette a disagio. Ho sempre assicurato a
Lucy che le relazioni fra persone dello stesso sesso non mi creano alcun
problema, a parte il fatto che sono più difficili. «No, non lo sono» rispondo. «Sinceramente e profondamente. È solo che preferisco gli uomini. Ho
fatto un'altra scelta.»
«Pensi che sia una questione di scelta?»
«In un certo senso, sì.» Di questo sono sicura. «E lo dico perché credo
che la gente provi diversi tipi di attrazione, alcuni più difficili da seguire di
altri e per questo messi da parte. Io capisco Lucy. L'ho vista con le sue
compagne e per certi versi ho invidiato la loro intimità perché, sebbene abbiano il problema di andare contro la maggioranza, hanno anche il vantaggio di poter essere amiche come solo le donne possono esserlo fra loro. Per
un uomo e una donna è più difficile avere un'unione così profonda, essere
veramente amici. Questo lo capisco. Ma credo che la differenza principale
fra Lucy e me sia che io non mi aspetto di trovare un'unione così profonda
con un uomo e che lei con un uomo si sente in condizioni di inferiorità. Per
andare d'accordo bisogna che ci sia un equilibrio di potere. E siccome io
non mi sento in condizioni di inferiorità con gli uomini, li scelgo fisicamente.» Anna non dice niente. «Più in là non riesco ad andare» aggiungo.
«Non si può spiegare tutto. Non si possono spiegare completamente Lucy,
i suoi desideri e i suoi bisogni. E nemmeno i miei.»
«Davvero non credi che sia possibile un'unione profonda fra uomo e
donna? Forse hai aspettative troppo basse, non ti pare?»
«Può darsi.» Mi viene da ridere. «Se ho delle aspettative basse me lo
merito, dopo tutte le relazioni che ho mandato all'aria» aggiungo.
«Hai mai provato attrazione fisica per una donna?» mi chiede. Sapevo
che alla fine me lo avrebbe chiesto.
«Certe donne mi hanno affascinata» ammetto. «Ricordo che da ragazzina mi prendevo delle cotte tremende per le mie insegnanti.»
«Per cotta intendi che esisteva attrazione sessuale?»
«In una cotta c'è per forza una componente di attrazione sessuale, per
quanto innocente e ingenua. Succede a tante ragazze di prendersi una
sbandata per qualche insegnante, soprattutto nelle scuole religiose dove i
docenti sono solo donne.»
«Suore.»
Sorrido. «Sì. Immaginati prendere una cotta per una suora.»
«Immagino che alle suore capiti di prendere una cotta per un'altra suora»
mi fa notare Anna.
Mi sento circondare da una nebbia scura di incertezza e disagio e provo
un brivido di allarme ai margini della mia coscienza. Non so perché Anna
insista tanto sul sesso, sull'omosessualità, e prendo in considerazione l'ipotesi che sia lesbica e sia per questo che non si è mai sposata, o che mi stia
mettendo alla prova per vedere come reagirei se alla fine, dopo tanti anni,
decidesse di dirmi la verità su se stessa. Mi dispiace che possa avermi tenuta nascosta una cosa così importante per paura.
«Mi hai detto che sei venuta a Richmond per amore.» Tocca a me son-
darla, adesso. «Per una persona che si è rivelata una perdita di tempo. Perché non sei tornata in Germania? Perché sei rimasta a Richmond, Anna?»
«Ho studiato medicina a Vienna e sono austriaca, non tedesca» mi dice.
«Sono cresciuta in un castello che apparteneva alla mia famiglia da diversi
secoli, vicino a Linz, sul Danubio. Durante la guerra i nazisti lo occuparono. C'eravamo io, mia madre, mio padre, le mie due sorelle maggiori e mio
fratello minore. Dalle finestre si vedeva il fumo del forno crematorio di
Mauthausen, il campo di concentramento, che si trovava a una ventina di
chilometri di distanza. C'era un'enorme cava da cui i prigionieri dovevano
estrarre il granito e trasportarne blocchi pesantissimi su per centinaia di
scalini. Se vacillavano, li picchiavano o li spingevano di sotto. Erano ebrei,
russi, omosessuali.
«Quasi ogni giorno nuvole oscure di morte macchiavano l'orizzonte e io
sorprendevo mio padre a guardarle e sospirare, pensando di non essere visto. Sentivo il suo dolore, la sua vergogna. Perché non potevamo farci
niente, ed era più facile chiudere gli occhi. La maggioranza degli austriaci
faceva così, fingeva di non vedere quello che succedeva nel nostro bel paese. Io lo trovavo imperdonabile, ma non c'era nulla da fare. Mio padre era
un uomo ricco e influente, ma mettersi contro i nazisti avrebbe significato
finire in un campo di concentramento oppure con una pallottola nella testa.
Sento ancora le loro risate in casa nostra, il tintinnio dei loro brindisi: si
comportavano come se fossero i nostri migliori amici. Uno di loro cominciò a venire in camera mia, la notte. Avevo diciassette anni. Andò avanti
per due anni e io non dissi mai nulla, perché sapevo che mio padre non avrebbe potuto fare niente, ma ho il sospetto che comunque ne fosse a conoscenza. Anzi, ne sono quasi sicura. Avevo paura che succedesse anche
alle mie sorelle, e di questo sono praticamente certa. Dopo la guerra mi
laureai e incontrai un americano che studiava al conservatorio di Vienna.
Era un violinista, molto bello e spiritoso, e quando tornò in America io lo
seguii. Soprattutto perché non potevo più restare in Austria, non potevo
più vivere con il peso che la mia famiglia si era caricata sulla coscienza.
Ancora adesso, quando vedo le Alpi, non posso fare a meno di rivedere
anche quel fumo nero e minaccioso. Non me lo scorderò mai. Mai.»
Il salotto di Anna è freddo e le braci rimaste nel camino paiono decine di
occhi sparpagliati che scrutano la notte. «E come andò a finire con il violinista?» le domando.
«Non resse l'impatto con la realtà.» C'è un'ombra di tristezza nella sua
voce. «Innamorarsi di una giovane psichiatra austriaca in una delle città
più belle e più romantiche del mondo era una cosa; portarla in Virginia, ex
capitale della Confederazione dove sventolano ancora le bandiere confederate, tutt'altra. Io entrai al Medical College e James suonò con la Richmond
Symphony Orchestra per qualche anno. Poi si trasferì a Washington e ci
separammo. Sono contenta di non essermi mai sposata e di non aver avuto
bambini: almeno non ho avuto quelle complicazioni.»
«E la tua famiglia?»
«Le mie sorelle sono morte. Mio fratello sta a Vienna. Fa il banchiere,
come mio padre. Ma adesso andiamo a dormire» taglia corto.
Quando sono sotto le coperte rabbrividisco e mi rannicchio. Mi metto un
cuscino sotto il braccio rotto. Parlare con Anna ha allentato le mie difese e
ho la sensazione che stia per crollare tutto. Come succede ad alcuni a cui
viene amputato un arto, sento male in parti di me che non esistono più, che
appartengono al passato, e ho lo spirito oppresso dalla vicenda che Anna
mi ha raccontato. Adesso capisco perché non parla mai del proprio passato. Essere associata ai nazisti è tuttora una macchia terribile, e alla luce di
questa rivelazione vedo i suoi modi e il suo stile di vita sotto un'altra luce.
Non importa che lei non abbia avuto la benché minima possibilità di dire
no ai nazisti che le abitavano in casa o le entravano nel letto quando aveva
diciassette anni. Se gli altri sapessero, non la perdonerebbero. «Mio Dio»
sussurro guardando il soffitto della sua camera degli ospiti. «Dio santo.»
Mi alzo ed esco nel corridoio buio, passo davanti al salotto ed entro nell'ala orientale della villa. La camera da letto di Anna è in fondo al corridoio. La porta è aperta e dalle tende alle finestre filtra abbastanza luce da
farmi riconoscere la sua sagoma sotto le coperte. «Anna?» la chiamo a
bassa voce. «Sei sveglia?»
Si muove, si alza a sedere. Non riesco a vederla in faccia, mi avvicino. I
capelli grigi, sciolti, le arrivano alle spalle: sembra una vecchia di cent'anni. «Cosa c'è?» mi chiede con voce assonnata e una punta di allarme.
«Mi dispiace» le dico. «Non so come dirti quanto mi dispiace. Anna, sono stata un'amica terribile.»
«Sei la mia amica più fidata.» Mi prende la mano, me la stringe. Le sento le ossa piccole e fragili sotto la pelle morbida e un po' cadente e di colpo
mi pare vecchia, vulnerabile, non il titano che mi è sempre parsa. Forse
perché adesso conosco la sua vera storia.
«Hai sofferto in modo terribile, hai portato un peso enorme tutto da sola» sussurro. «Mi dispiace non essere stata lì con te. Mi dispiace tanto» le
ripeto. Mi chino ad abbracciarla, un po' goffamente per via del braccio in-
gessato, e la bacio sulla guancia.
8
Anche nei momenti di maggiore stress e confusione ho sempre amato il
mio posto di lavoro. So che l'istituto da me diretto è probabilmente il più
bello di tutti gli Stati Uniti, se non del mondo, e così il Virginia Institute of
Forensic Science and Medicine, la prima scuola di specializzazione di questo genere, di cui sono condirettore. La nostra è una delle strutture più moderne che io abbia mai visto.
La nuova sede da trenta milioni di dollari ha una superficie di oltre diecimila metri quadrati e si chiama Biotech II. È al centro del Biotechnology
Research Rark, protagonista di una straordinaria trasformazione del centro
storico della città, in cui al posto di vecchi negozi e palazzi lasciati andare
in malora stanno rapidamente sorgendo eleganti edifici di vetro e mattoni a
vista. Il Biotech ha segnato la riscossa di una città che si era lasciata calpestare a lungo anche dopo che gli aggressori nordisti avevano sparato l'ultimo colpo.
Quando mi ci trasferii, alla fine degli anni Ottanta, Richmond era la città
con il tasso di criminalità più alto d'America. Le imprese si spostavano
nelle contee vicine e dopo la chiusura dei negozi nessuno osava più avventurarsi per le vie del centro. Ora non più. Non l'avrei mai detto, ma Richmond sta diventando una città illuminata e colta. Confesso che all'inizio
la odiavo, per motivi ben più profondi della scortesia di Marino o della nostalgia per Miami.
Io ritengo che le città abbiano un loro carattere e che traggano energia
dalla gente che le abita e le governa. Nei periodi peggiori, Richmond era
testarda e limitata e si comportava con l'arroganza ferita di un ex privilegiato finito alle dipendenze di coloro ai quali un tempo dava ordini.
Era talmente chiusa che quelli come me venivano guardati dall'alto in basso ed emarginati. In tutto questo vedevo le tracce di ferite e traumi antichi,
come mi capita con i cadaveri. Trovavo una tristezza spirituale nella luttuosa foschia che aleggiava d'estate sopra le paludi e i pini rattrappiti sulle
rive del fiume come fumo dopo una battaglia, cupa sopra le ferite di quell'orribile guerra. Mi faceva pena. Non mi sono arresa, ho avuto fiducia.
Stamattina, tuttavia, devo lottare con la convinzione sempre più forte che
Richmond mi abbia abbandonata.
Le cime dei grattacieli sono nascoste dalle nuvole, l'aria è densa di neve.
Guardo dalla finestra del mio ufficio, distratta dai grossi fiocchi che cadono lenti mentre i telefoni squillano e il personale si muove lungo i corridoi.
Ho paura che le autorità decidano di chiudere scuole e uffici pubblici. Non
voglio che succeda il primo giorno in cui ritorno al lavoro.
«Rose?» Chiamo la mia segretaria nell'ufficio adiacente. «Hai sentito le
previsioni del tempo?»
«Neve» mi risponde la sua voce.
«Questo lo vedo. Hanno parlato di chiudere niente?» Prendo la tazza del
caffè e mi meraviglio in silenzio della quantità di neve che continua a cadere sulla nostra città. Generalmente le uniche zone della Virginia che si
imbiancano sono a ovest di Charlottesville e a nord di Fredericksburg. Richmond è al di fuori. Ho sentito dire che è perché il James River scalda l'aria abbastanza da trasformare la neve in una pioggia gelida che spazza la
terra come le truppe del generale Grant.
«Dicono che ne verranno venti centimetri; temperature in graduale diminuzione, con minime intorno ai meno cinque gradi centigradi.» Deve essersi collegata a un aggiornamento meteorologico sulla Rete. «Massime inferiori allo zero per i prossimi tre giorni. Pare che avremo un bianco Natale. Non sei contenta?»
«Rose, tu che cosa fai per Natale?»
«Niente di che» è la sua risposta.
Controllo una pila di carte e certificati di morte e sposto i foglietti con i
messaggi telefonici, la posta e i memo interni. La scrivania è ingombra e
non so da che parte cominciare. «Venti centimetri? Dichiareranno l'emergenza nazionale» commento. «Dobbiamo capire se chiuderanno qualcosa
oltre alle scuole. Qualcuno dei miei appuntamenti è già stato annullato?»
Rose si è stufata di gridare da un ufficio all'altro e viene da me. Sta bene
con il suo tailleur pantalone antracite e il dolcevita bianco, i capelli grigi
raccolti in uno chignon. Ha sempre la mia agenda a portata di mano. La
apre e scorre con il dito sul foglio, scrutando quello che c'è scritto con gli
occhialini a mezzaluna. «Abbiamo sei casi e non sono ancora le otto» mi
informa. «Dovresti anche andare in tribunale, ma penso che telefoneranno
per annullare.»
«Che causa è?»
«Aspetta che controllo. Mayo Brown. Non me lo ricordo.»
«Un'esumazione». Io sì, me lo ricordo. «Omicidio per avvelenamento.
Uno strano caso.» Ho la pratica sulla scrivania e comincio a cercarla mentre mi sento i muscoli del collo e delle spalle contratti. L'ultima volta che
ho visto Buford Righter nel mio ufficio è stato proprio a proposito di questo caso. Penso che farà confusione in tribunale, anche dopo che gli ho
spiegato per ore che l'imbalsamazione provoca una diluizione delle sostanze tossiche nel sangue e che non esiste un metodo per misurare in maniera
soddisfacente il livello di degradazione di un tessuto così trattato. Ho controllato i risultati dei test tossicologici e spiegato a Righter che i liquidi usati per l'imbalsamazione hanno un effetto sul sangue e abbassano i livelli
di tossicità. Pertanto, se il livello di codeina è al limite della dose letale acuta, questo significa che prima dell'imbalsamazione il livello era più elevato. Ho cercato di fargli capire che si tratta di un elemento importante,
perché la difesa cercherà di fare confusione fra eroina e codeina.
Eravamo seduti al tavolo rotondo nella sala riunioni dell'Istituto di medicina legale, con le carte sparpagliate davanti a noi. Righter tende a perdere
la pazienza quando non capisce una cosa, si sente frustrato o nervoso. Continuava a prendere in mano referti e a consultarli accigliato per poi posarli,
sbuffando come una balena quando risale in superficie. «Per me, è arabo»
continuava a ripetere. «Come faccio a far capire ai giurati che la 6monoacetilmorfina è un marcatore per l'eroina e che la sua assenza non significa necessariamente assenza di eroina, mentre il fatto che sia presente
indica la sicura presenza di eroina? Invece di dire se la codeina è un medicinale?» Gli spiegavo che era proprio quello il punto, la cosa su cui non
doveva battere. Era importante mettere l'accento sulla diluizione, sul fatto
che il livello doveva per forza essere più alto prima dell'imbalsamazione.
La morfina è un metabolita dell'eroina, ma anche della codeina, e quando
la codeina viene metabolizzata nel sangue si hanno livelli molto bassi di
morfina. In quel caso non si poteva dire niente di assolutamente certo, a
parte il fatto che il marcatore per l'eroina era assente e c'erano livelli di codeina e morfina a indicare che l'uomo aveva assunto qualcosa, volontariamente o involontariamente, prima di morire. E in dosi molto più elevate di
quanto risultava adesso, a causa dell'imbalsamazione. Ma Righter restava
perplesso: questi risultati dimostravano che la moglie lo aveva avvelenato
con Tylenol 3, per esempio? No. Attenzione a non cadere nella trappola
della 6-monoacetilmorfina, gli avevo raccomandato.
Mi rendo conto che sono ossessionata. Sono seduta alla mia scrivania e
sto controllando rabbiosamente il lavoro arretrato mentre rimugino sulla
fatica che ho fatto per spiegare il caso a Righter promettendogli, come
sempre, assistenza. È un peccato che non voglia restituirmi il favore. Per
me non ci sarà giustizia. Le vittime di Chandonne in Virginia saranno tutte
gratis et amore Dei. Non riesco a farmene una ragione e comincio ad avercela anche con Jaime Berger. «Controlla con il tribunale, per favore» dico
a Rose. «A proposito, sai che esce dal Medical College stamattina?» Evito
di pronunciare il nome di Jean-Baptiste Chandonne. «Aspettati le solite
chiamate dei giornalisti.»
«Ho sentito al telegiornale che è arrivato il procuratore da New York»
mi dice sfogliando l'agenda. Evita il mio sguardo. «Pensa un po' se rimane
bloccata dalla neve.»
Mi alzo dalla scrivania, mi tolgo il camice e lo appoggio allo schienale
della sedia. «Non l'abbiamo sentita, immagino.»
«Qui non ha telefonato. O perlomeno non ha cercato te.» La mia segretaria allude al fatto che la Berger si è messa in contatto con Jack o con
qualcun altro.
Sono molto brava a concentrarmi sul lavoro e a difendermi dai tentativi
altrui di entrare in aree che preferisco evitare. «Per fare più presto» dico a
Rose prima che mi lanci una delle sue occhiate più significative «salteremo la riunione con lo staff. Bisogna che ci sbrighiamo a effettuare queste
autopsie prima che il tempo peggiori ulteriormente.»
Rose è la mia segretaria da dieci anni e mi fa un po' da mamma. Mi conosce molto bene, ma non ne approfitta mai per spingermi in una direzione
che non condivido. Mi rendo conto che nutre una grande curiosità nei confronti di Jaime Berger, glielo leggo negli occhi, ma non fa domande: sa
perfettamente che mi fa male che processino Chandonne a New York anziché qui e sa anche che non voglio parlarne. «Credo che la dottoressa
Chong e il dottor Fielding siano già in obitorio» mi avverte. «Non ho ancora visto il dottor Forbes.»
Mi viene in mente che, anche se l'udienza relativa a Mayo Brown fosse
confermata e il tribunale non chiudesse per il maltempo, Righter non mi
chiamerebbe. Preferirebbe leggere il mio referto in aula e, al massimo,
chiamare a testimoniare un tossicologo. Non vuole vedermi in faccia, dopo
che gli ho dato del vigliacco, tanto più che la mia accusa è vera e una parte
di lui lo sa. Probabilmente troverà il modo di evitarmi per il resto della sua
vita e questo spiacevole pensiero mi porta a fare un'altra riflessione mentre
percorro il corridoio. Dove mi condurrà tutto questo?
Apro la porta dello spogliatoio femminile e da moquette e pannellature
passo al mondo del rischio biologico, dove tutto è spoglio e l'attacco ai
cinque sensi violento. Lungo il tragitto attraverso una serie di stanze e
stanzette, ci si deve spogliare di scarpe e vestiti, che vengono riposti in sti-
petti verdi. Io ho un paio di Nike che uso solo qui e tengo davanti alla porta della sala autopsie. Quelle scarpe non cammineranno più nella terra dei
vivi e, quando sarà ora di buttarle via, le brucerò. Faccio fatica a sistemare
la giacca del tailleur, i pantaloni e la camicia di seta bianca sulla gruccia,
perché il gomito mi pulsa. Faccio fatica anche a infilarmi il lungo camice
con speciali schermature, dalle cuciture sigillate e il colletto perfettamente
aderente per impedire il passaggio di eventuali virus all'interno. Infilo soprascarpe, berretto da chirurgo e mascherina. Da ultimo mi metto la visiera
per proteggermi gli occhi da liquidi o fluidi che possono essere infetti del
virus dell'epatite o Hiv.
Le porte di acciaio inossidabile si aprono automaticamente e i miei passi
fanno un rumore strano sul pavimento di vinile marrone, trattato con resina
epossidica contro i rischi biologici. Medici vestiti di azzurro sono chini su
cinque tavoli di acciaio inossidabile luccicante collegati a lavandini in cui
scorre acqua e sbattono tubi di gomma; sui diafanoscopi illuminati c'è un'esposizione di lastre di organi in bianco e nero, ossa opache e piccole
schegge di proiettili che, come scaglie di metallo in una macchina volante,
tranciano pezzi, provocano danni e bloccano ingranaggi vitali. Stesi ad asciugare, appesi a mollette in appositi contenitori, ci sono campioni di sangue pronti per l'esame del Dna. Sotto la cappa sembrano tante bandierine
giapponesi. I monitor dell'impianto a circuito chiuso montati negli angoli
mostrano un carro funebre nel garage che si appresta a scaricare o a caricare un morto. Questo è il teatro in cui mi esibisco. Per quanto sgradevoli
possano sembrare a una persona normale i suoi odori, i suoi rumori e ciò
che vi si vede, appena io entro qui dentro mi sento subito sollevata. Mi si
allarga il cuore, quando i medici alzano la testa dal loro lavoro e mi fanno
un cenno di saluto. Sono nel mio elemento. Mi sento a casa.
Nella lunga sala dai soffitti alti aleggia un odore acre, di fumo. Su una
barella coperta da un lenzuolo e messa da una parte scorgo un corpo snello, nudo e coperto di fuliggine. Solo, freddo e muto, quel morto aspetta il
suo turno. Sta aspettando me. Sono l'ultima persona alla quale potrà parlare. Il nome sulla targhetta attaccata al piede, scritto con un pennarello indelebile, è John Do. Provo pena per lui: il nome che diamo ai cadaveri senza
nome è John Doe. Qualcuno ha sbagliato a scriverlo. Apro una scatola di
guanti di gomma e mi rallegro di riuscire a coprire bene il gesso, già protetto dalla manica del camice. Non l'ho legato al collo. Dovrò fare le autopsie con la destra, per qualche tempo. Sebbene essere mancini in un
mondo di destri sia difficile, ha i suoi vantaggi. Molti di noi sono ambide-
stri o comunque sanno usare abbastanza bene anche la destra. Il dolore che
mi provocano le mie ossa fratturate mi ricorda che qualcosa non va nel
mio mondo, per quanto io insista a continuare come se fosse tutto uguale,
per quanto mi ostini a focalizzarmi sul lavoro.
Giro intorno al mio paziente, mi chino su di lui, lo guardo. Ha ancora
una siringa infilata nell'incavo del braccio destro e il torace coperto di ustioni di secondo grado. Le vesciche hanno i bordi arrossati e la pelle è
macchiata di fuliggine, soprattutto in corrispondenza della bocca e del naso. Mi sta dicendo che era vivo quando è scoppiato l'incendio. Respirava,
se ha inalato il fumo. Doveva esserci pressione sanguigna perché venisse
pompato liquido nelle ustioni provocando vesciche e arrossamento sui
bordi. Questo, insieme all'ago in vena, mi farebbe propendere per un suicidio, ma sulla parte superiore della coscia sinistra si vede una contusione
che è gonfiata fino a diventare delle dimensioni di un mandarino ed è fortemente arrossata. La palpo: è dura come un sasso. Sembra recente. Come
se l'è procurata? L'ago nel braccio destro mi fa pensare che, se si è iniettato
la dose da solo, con tutta probabilità è mancino, ma il braccio destro è più
muscoloso del sinistro e questo dovrebbe indicare che è destro. Perché è
nudo?
«Non è stato ancora identificato?» chiedo a Jack Fielding alzando la voce.
«Non ci sono stati aggiornamenti.» Cambia la lama a un bisturi. «L'investigatore dovrebbe già essere qui.»
«È stato ritrovato così, senza vestiti?»
«Sì.»
Passo le dita coperte dai guanti sui capelli spessi e coperti di fuliggine
dell'uomo per vedere di che colore sono. Non posso saperlo con certezza
finché non lo lavo, ma i peli sul corpo e sul pube sono scuri. È rasato e ha
gli zigomi alti, il naso diritto e la mascella squadrata. Bisognerà aspettare
che quelli delle pompe funebri gli coprano le ustioni sulla fronte e sul
mento con del cerone prima di fargli una foto per cercare di identificarlo,
se necessario. È rigido, le braccia tese lungo i fianchi, le dita lievemente
piegate. A causa del livor mortis, cioè del deflusso del sangue per la forza
di gravità verso alcune zone del corpo, le natiche e i lati delle gambe sono
di un rosso intenso, mentre la parte posteriore è bianca nei punti in cui appoggiava al muro o al pavimento dopo il decesso. Lo tengo inclinato su un
fianco per controllare se ha ferite sulla schiena e vedo delle abrasioni lineari e parallele sulla scapola. Sono segni di trascinamento. C'è un'ustione al-
l'altezza delle spine delle scapole e un'altra alla base del collo. Attaccato a
una di queste c'è un frammento di carta plastificata, stretto e lungo circa
cinque centimetri, bianco, con una scritta in caratteri azzurri piccolissimi,
tipo quelle che compaiono sulle confezioni alimentari. Lo tolgo con le pinzette e lo metto sotto la lampada da chirurgo. Più che carta sembra plastica
sottile e flessibile, un materiale che mi sembra quello degli involucri delle
caramelle o delle merendine. Vedo che c'è scritto "questo prodotto" e "9-4
EST", un numero verde e parte di un indirizzo web. Il frammento finisce in
una bustina per la raccolta delle prove.
«Jack?» chiamo, e comincio a prendere moduli e diagrammi, che attacco
a una cartellina rigida.
«Non posso credere che sei venuta a lavorare con un braccio al collo.»
Attraversa la sala autopsie. Le maniche corte del camice gli stringono sui
bicipiti possenti. Il mio vice tiene molto alla forma, ma il fisico prestante,
l'alimentazione sana e iperproteica e la palestra non servono ad arrestargli
la calvizie. È strano, ma nelle ultime settimane i suoi capelli castani hanno
cominciato a cadere a ciocche sotto gli occhi di tutti, a svolazzare nell'aria
come piume, quasi stesse facendo la muta.
Si acciglia nel vedere che il nome sulla targhetta è scritto male. «Quello
del servizio rimozione dev'essere asiatico. John Dooo.»
«Chi è l'investigatore che si occupa del caso?» domando.
«Stanfield. Non lo conosco. Stai attenta a non bucarti il guanto o ti toccherà seguire le procedure contro i rischi biologici per settimane.» Mi indica il gesso. «Come faresti, ora che ci penso?»
«Me lo farei cambiare.»
«Dovremmo avere dei gessi usa e getta, qui dentro.»
«Avrei voglia di togliermelo comunque. Senti, non capisco le ustioni di
quest'uomo» gli dico. «Sappiamo a che distanza si trovava dalle fiamme?»
«Era a circa tre metri dal letto. Mi hanno detto che il letto è l'unica cosa
che è bruciata, e anche quello solo in parte. Era nudo, seduto sul pavimento con la schiena appoggiata al muro.»
«Mi chiedo perché si sia bruciato solo la parte superiore del corpo.» Gli
mostro ustioni della grandezza e della forma di una moneta da un dollaro.
«Braccia e torace. Una qui sulla spalla sinistra. Diverse sul volto e qualcuna anche sulla schiena, dove non dovrebbero essercene, visto che era appoggiato al muro. E guarda i segni di trascinamento...»
«A quanto ho capito, i vigili del fuoco l'hanno trascinato nel parcheggio.
Una cosa è certa, comunque: quando è scoppiato l'incendio doveva essere
privo di sensi o impossibilitato a muoversi» afferma Jack. «Non esiste che
uno resti lì a bruciare e a respirare fumo. Mi sa che il Natale ha colpito ancora.» Il mio vice ha la faccia stanca e afflitta che mi fa pensare che ieri
abbia avuto una serataccia. Mi chiedo se la sua ex moglie gli abbia fatto
l'ennesima scenata. «Si uccide un sacco di gente, sotto le feste. Anche
quella là.» Mi indica un cadavere sul tavolo numero 1, che la dottoressa
Chong sta fotografando da una scala a pioli. «L'ha trovata la madre, stesa
sul pavimento della cucina, con un cuscino e una coperta, morta. Il vicino
ha sentito uno sparo. Ha scritto un biglietto. E al numero due» continua indicandomelo «c'è una donna che è finita contro un albero. La polizia sospetta che ci sia andata a sbattere apposta. Ha lesioni in tutto il corpo.»
«Abbiamo i vestiti?»
«Sì.»
«Radiografiamole i piedi e mandiamo in laboratorio le scarpe per controllare se al momento dell'impatto stava frenando o accelerando.» Segno
su un diagramma le parti del corpo annerite dal fumo.
«Abbiamo anche un diabetico con una storia di overdose.» Jack continua
a espormi la lista degli ospiti di oggi. «Ritrovato in giardino. Il problema è:
alcol, droga o freddo?»
«O un misto dei tre.»
«Infatti. Capisco che cosa vuoi dire a proposito delle ustioni, comunque.» Si china a guardare meglio e sbatte le palpebre. Mi viene in mente
che porta le lenti a contatto. «Lo strano è che sono tutte uguali per forma e
dimensione. Vuoi che ti dia una mano?»
«Grazie, ma penso di farcela da sola. Come stai?» Alzo lo sguardo dalla
cartellina.
Ha gli occhi stanchi e la sua faccia da bambino mi sembra tirata. «Appena possiamo, ci andiamo a prendere un caffè» mi dice. «Oggi o domani.
Dovrei chiederlo io a te, piuttosto.»
Gli poso una mano sulla spalla per rassicurarlo. «Sto come posso, Jack.»
Comincio l'esame esterno di John Doe con un Perk (Physical Evidence
Recovery Kit), che prevede un tampone di tutti gli orifizi, taglio di unghie
e raccolta di peli e capelli. Il Perk va effettuato ogniqualvolta si sospetta
che la morte possa essere stata violenta e io vi ricorro sempre quando il
cadavere viene ritrovato senza vestiti, a meno che non ci siano motivi accettabili perché fosse nudo, per esempio perché era nella vasca da bagno o
su un tavolo operatorio. Nella maggior parte dei casi non risparmio umiliazioni ai miei "pazienti". Preferisco così, perché capita che gli indizi più
importanti si nascondano nelle cavità più delicate e scure, sotto le unghie o
nei capelli. Quando violo le parti più intime di quest'uomo trovo lacerazioni in via di guarigione nella zona anale. Scopro anche delle abrasioni agli
angoli della bocca. Ci sono fibre sulla lingua e nella parte interna delle
guance.
Esamino ogni centimetro quadrato del suo corpo con una lente d'ingrandimento e la storia che mi racconta diventa sempre più sospetta. Gomiti e ginocchia presentano lievi abrasioni e sono coperte di sporcizia e fibre, che raccolgo un po' rozzamente tamponandole con la striscia adesiva
di un Post-it che poi infilo dentro una bustina di plastica. Nella parte superiore di entrambi i polsi, a livello della protuberanza esterna, trovo abrasioni semicircolari, asciutte, di colore bruno, e piccolissimi lembi di pelle.
Prelevo un campione di sangue dalle vene iliache e umor vitreo dagli occhi, allineando provetta su provetta per il laboratorio di tossicologia del
terzo piano. Voglio accertare i livelli di alcol e monossido di carbonio. Alle dieci e mezzo, mentre sto divaricando i tessuti dopo aver praticato l'incisione a Y, noto un uomo alto e di una certa età che mi viene incontro. Ha
la faccia larga e stanca e si tiene a distanza di sicurezza dalla mia postazione. Tiene fra le mani un sacchetto di carta marrone con la parte superiore
ripiegata e sigillata con il nastro giallo che si usa per le prove. Mi vengono
in mente i miei vestiti in una busta analoga sul tavolo della mia sala da
pranzo.
«Detective Stanfield?» Sollevo un lembo di pelle e lo libero dalle costole con piccoli e rapidi colpi di bisturi.
«Buongiorno.» Gli cade l'occhio sul cadavere. «Lui non serve più salutarlo.»
Non ha indossato nulla per proteggere il suo completo a spina di pesce
fuori misura, neppure guanti o soprascarpe. Mi guarda il braccio ingessato
e dal fatto che non mi chiede nulla deduco che sa già come ho ratto a farmi
male. Mi viene in mente che la mia storia è finita su tutti i giornali, che io
insisto a ignorare. Anna mi ha accusata velatamente di essere pusillanime,
per quanto possa accusare una psichiatra e senza usare la parola pusillanime. In termini scientifici, si chiama "diniego". Non mi interessa, voglio
stare alla larga dai quotidiani. Non voglio né vedere né sentire nulla di
quello che dicono sul mio conto.
«Scusi se ci ho messo tanto, ma le strade sono in pessime condizioni» mi
dice Stanfield. «Spero che abbia le catene in macchina, perché io che non
ce l'avevo sono rimasto bloccato, ho dovuto chiamare il carro attrezzi e
farmele mettere. Per questo sono in ritardo. Ha scoperto qualcosa?»
«CO al settantadue per cento.» Mi riferisco in gergo al monossido di
carbonio. «Come vede, il sangue è rosso ciliegia. È tipico, quando il CO è
alto.» Prendo dal carrello un paio di divaricatori per le costole. «Alcol zero.»
«Dunque, è morto a causa dell'incendio?»
«Sappiamo che aveva un ago piantato in vena, ma la causa della morte è
avvelenamento da monossido di carbonio. Questo non vuole dire molto,
purtroppo.» Taglio le costole. «La canalizzazione anale prova che vi è stata
attività omosessuale. Prima della morte gli hanno legato i polsi. E lo hanno
imbavagliato.» Gli mostro le abrasioni sui polsi e agli angoli della bocca.
Stanfield sbarra gli occhi. «Le abrasioni sui polsi non hanno crosta» continuo. «E questo significa che sono recenti. Poiché gli ho ritrovato fibre in
bocca, presumo che sia stato imbavagliato poco prima della morte.» Posiziono una lente sulla fossa cubitale, o incavo del braccio, e indico a Stanfield due puntini rossi. «Anche i buchi sono recenti» spiego. «Ma la cosa
interessante è che non ci sono cicatrici che facciano pensare a un precedente uso di sostanze stupefacenti. Controllerò il fegato per verificare se aveva
la triade portale. E poi vediamo i risultati dell'esame tossicologico.»
«Magari aveva l'Aids.» Questa è la preoccupazione principale del detective Stanfield.
«Faremo anche il test dell'Hiv» rispondo.
Fa un altro passo indietro quando estraggo lo sterno. In quel momento
interviene Laura Turkel, della Graves Registration Unit della base militare
di Fort Lee, a Petersburg, distaccata presso di noi. È così attenta e formale
che a momenti mi fa il saluto militare, quando appare come per incanto in
fondo al tavolo. La chiamano tutti "Turk" e lei mi chiama "capo". Suppongo che per lei capo voglia dire qualcosa, dottoressa no.
«Apro il cranio, capo?» La sua domanda è un annuncio che non richiede
risposta. Turk è la tipica soldatessa dura, motivata e sempre pronta a mettere in ombra gli uomini, spesso più schizzinosi e deboli di stomaco delle
donne. «La signora che la dottoressa Chong sta esaminando ha fatto testamento e si è persino scritta da sola il necrologio» mi informa infilando la
spina di una sega Stryker. «Ha sistemato i documenti, le polizze dell'assicurazione, ogni cosa, e ha messo tutto in una cartellina che ha lasciato sul
tavolo della cucina insieme alla fede. Poi si è coricata sulla coperta e si è
sparata in testa. Se lo immagina? Che tristezza!»
«Davvero.» Il blocco degli organi luccica quando lo estraggo e lo poso
su un asse da sezione. «Se vuole restare, si deve andare a vestire» dico a
Stanfield. «Le hanno fatto vedere dove sono i camici e tutto il resto?»
Fissa con sguardo vitreo i polsini intrisi di sangue del mio camice tutto
macchiato. «Mi scusi, ma se non le dispiace vorrei dirle quello che ho scoperto. Possiamo sederci un minuto? Poi io devo andare prima che il tempo
peggiori. Fra un po' ci vorrà la slitta di Babbo Natale, per muoversi.»
Turk prende un bisturi e pratica un'incisione intorno alla nuca, da un orecchio all'altro. Poi ribatte il cuoio capelluto e lo spinge in avanti facendo
accartocciare la faccia, prima di rivoltarla come un calzino. La volta del
cranio luccica bianchissima e io la osservo con attenzione. Non ci sono
ematomi, ammaccature o fratture. Il ronzio della sega elettrica suona come
un misto fra una sega da falegname e un trapano da dentista. Mi tolgo i
guanti e li deposito in un sacco rosso per rifiuti a rischio biologico. Faccio
cenno a Stanfield di seguirmi verso il lungo bancone sulla parete in fondo
alla sala autopsie. Prendiamo due sedie.
«Sarò franco, dottoressa» esordisce Stanfield scuotendo lentamente la
testa con espressione cupa. «Non sappiamo da che parte cominciare. L'unica cosa che le so dire è che quest'uomo» mi dice indicando il cadavere steso sul tavolo «ha preso una camera al Fort James Motel & Camp Ground
alle tre di ieri pomeriggio.»
«Dove si trova questo motel?»
«Sulla Route 5 West, a circa dieci minuti dal campus del William &
Mary,»
«Lei ha parlato con il personale del motel?»
«Con la signora che era alla reception, sì.» Apre una grande busta marrone e tira fuori una manciata di polaroid. «Si chiama Bev Kiffin.» Dalla
tasca della giacca estrae un paio di occhiali e con le mani che gli tremano
lievemente sfoglia un taccuino. «Mrs Kiffin ha dichiarato che l'uomo è entrato e ha chiesto l'offerta 1607.»
«Mi scusi, che cosa ha chiesto?» Sollevo la biro dal foglio sul quale sto
prendendo qualche appunto.
«Centosessanta dollari e settanta centesimi per cinque notti, da lunedì a
venerdì, Si chiama così. Le camere vanno quarantasei dollari a notte che,
se vuole sapere come la penso, è un prezzo altissimo per un posto del genere. Una trappola per turisti.»
«Offerta 1607? Curioso. Jamestown fu fondata proprio nel 1607.» È una
coincidenza incredibile. Solo ieri sera parlavo di Jamestown con Anna a
proposito di Benton.
Stanfield annuisce. «Già. E comunque l'offerta per una settimana è questa. Settimana lavorativa, cioè. E ci tengo a precisare che non è per niente
un bel motel. Ma proprio per niente. Un postaccio, dottoressa, glielo garantisco.»
«Ha dei trascorsi?»
«No, dottoressa. Che io sappia no.»
«Solo squallido.»
«Sì, squallido.» Annuisce.
Il detective Stanfield si esprime come se avesse abitualmente a che fare
con un bambino ritardato al quale bisogna parlare lentamente, con enfasi, o
ripetere più volte le cose. Mi allinea le fotografie sul tavolo perché io le
guardi. «Le ha scattate lei?» domando.
«Sì, dottoressa. Le ho scattate io.»
Anche le sue foto sono enfatiche e precise: la porta della stanza con il
numero 14 bene in vista, la stanza inquadrata dalla porta aperta, il letto
bruciato, le tende e le pareti rovinate dal fumo. C'è un unico comò e l'armadio è praticamente un bastone di legno fissato in una nicchia dietro la
porta. Noto che sul materasso ci sono minimi brandelli di copriletto e lenzuola, ma nient'altro. Chiedo a Stanfield se ha mandato la biancheria in laboratorio per accertare la presenza di liquidi infiammabili. Mi risponde che
sul letto non c'era nulla, a parte i resti bruciacchiati del materasso, che ha
messo in una latta di alluminio accuratamente sigillata "come prevede il
regolamento". Testuali parole. Parole di un investigatore alle prime armi.
Concorda con me che è strano che la biancheria non ci fosse più.
«Quando ha preso la stanza, il letto era fatto?» mi informo.
«Mrs Kiffin ha dichiarato di non averlo accompagnato in camera, ma è
sicura che il letto fosse fatto perché aveva preparato lei stessa la camera
qualche giorno prima, quando era andato via quello che l'aveva occupata
precedentemente» mi risponde. Almeno glielo ha chiesto.
«E i bagagli?» domando poi. «La vittima aveva bagagli?»
«Non abbiamo ritrovato nessun bagaglio.»
«Quando sono arrivati i vigili del fuoco?»
«Li hanno chiamati alle diciassette e ventidue.»
«Chi?» Prendo appunti.
«Hanno ricevuto una telefonata anonima. Uno che passava in macchina
ha visto il fumo e ha chiamato dal cellulare. In questo periodo dell'anno
non c'è molto lavoro, secondo Mrs Kiffin. Dice che tre quarti delle stanze
ieri erano vuote, per via delle feste, del maltempo e tutto il resto. Se guarda
il letto, vede che il fuoco non ha attecchito.» Sfiora le foto con il dito, ruvido e grosso. «Quando sono arrivati i pompieri si era già praticamente
spento da solo. Sono bastati gli estintori. Non c'è stato bisogno di usare
l'acqua, che per noi è tutto di guadagnato. Questi sono i vestiti.»
Mi mostra la foto di una pila di abiti scuri sul pavimento, appena fuori
della porta del bagno. Riconosco un paio di pantaloni, una T-shirt, una
giacca e un paio di scarpe. La foto successiva è stata scattata nel bagno.
Sul lavandino ci sono un secchiello di plastica per il ghiaccio, dei bicchieri
di plastica sigillati con il cellophane e una saponetta ancora fasciata. Stanfield cerca in una tasca un coltellino, fa scattare la lama e apre il sigillo sul
sacchetto di carta che ha portato con sé. «I vestiti della vittima» spiega «o
almeno quelli che presumiamo essere i vestiti della vittima.»
«Aspetti un momento» gli dico. Mi alzo e stendo su una barella un telo
pulito, poi mi infilo un paio di guanti e gli chiedo se sono stati ritrovati
portafoglio o altri effetti personali. Mi risponde di no. Sento odore di urina
mentre estraggo i vestiti dal sacchetto facendo in modo che eventuali indizi finiscano sul telo anziché per terra. Esamino gli slip neri e i pantaloni in
cachemire di Armani, entrambi zuppi di urina.
«Si è bagnato i pantaloni» dico a Stanfield.
Scuote la testa e alza le spalle. Gli leggo negli occhi un dubbio che forse
sconfina con la paura. Sembra tutto senza senso, ma la sensazione che ho è
chiara. Quest'uomo ha preso una stanza da solo, ma a un certo punto è intervenuta un'altra persona; mi chiedo se la vittima ha perso il controllo della vescica per lo spavento. «La signora del motel, Mrs Kiffin, ricorda se
era vestito così quando è entrato?» domando rivoltando le tasche per vedere se c'è dentro qualcosa. Sono vuote.
«Non gliel'ho chiesto» ammette Stanfield. «Non ha niente in tasca?
Strano.»
«Non avevate già controllato sul luogo del delitto?»
«Be', i vestiti non li ho presi io, a dire la verità. L'ha fatto un collega, ma
sono sicuro che nelle tasche non abbiamo guardato e che non aveva effetti
personali. Altrimenti lo saprei e li avrei con me» risponde.
«Potrebbe chiamare Mrs Kiffin e chiederle se si ricorda com'era vestito
quando è arrivato nel motel?» Lo esorto educatamente a fare il suo lavoro.
«E se aveva una macchina. Sappiamo com'è arrivato?»
«Non è stato rinvenuto nessun veicolo.»
«Il modo in cui era vestito non è coerente con uno squallido motel da
quattro soldi, detective.» Disegno i pantaloni su un modulo.
Giacca nera, maglietta nera, pantaloni, cintura, scarpe e calze sono firmati e costosi. Mi viene in mente Jean-Baptiste Chandonne, i cui peli fini e
lunghi erano sul cadavere del fratello Thomas, ritrovato in avanzato stato
di decomposizione in un container nel porto di Richmond ai primi di dicembre. Dico a Stanfield che i due cadaveri erano vestiti in modo molto
simile. L'ipotesi più accreditata, gli spiego, è che Jean-Baptiste Chandonne
avesse ucciso il fratello ad Anversa, in Belgio, e avesse scambiato i vestiti
con lui prima di chiuderlo in un container a bordo di una nave diretta a Richmond.
«Questo per via dei peli che avete trovato sui vestiti?» Stanfield fa fatica
a capire; non sarebbe facile nemmeno per un investigatore capace ed esperto. «L'ho letto sul giornale.»
«Sì, e anche per la presenza di diatomee, cioè alghe microscopiche, trovate nell'acqua della Senna in corrispondenza dell'Ile Saint-Louis, vicino
alla casa degli Chandonne.» Continuo a parlare, ma Stanfield ha perso il filo. «Senta, detective, l'unica cosa che le posso dire è che quest'uomo» - mi
riferisco a Jean-Baptiste Chandonne - «ha una grave malattia congenita e
pare che facesse il bagno nella Senna, forse nella speranza di guarire. Abbiamo motivo di ritenere che gli abiti ritrovati addosso al cadavere del fratello fossero originariamente i suoi. Capisce?» Disegno la cintura e faccio
un segno intorno al buco più usurato.
«A dire la verità» replica Stanfield «ho sentito parlare parecchio di questo caso del lupo mannaro. Insomma, basta accendere la Tv o prendere in
mano un giornale: non si parla d'altro! A proposito, mi dispiace per quello
che ha passato, dottoressa. A dire la verità non so come faccia a lavorare,
con quello che le è capitato. Santo cielo!» Scuote la testa. «Mia moglie dice che se si trova davanti uno così, non c'è manco bisogno che la ammazzi.
Muore prima lei di infarto.»
Colgo l'allusione alla mia vulnerabilità, come se avesse il dubbio che
non sia in grado di lavorare, che non sia abbastanza lucida e proietti su tutto l'ombra di Jean-Baptiste Chandonne. Metto il diagramma con i vestiti
insieme alle altre carte relative a John Doe. Nel frattempo Stanfield compone un numero che ha appuntato sul taccuino. Si tappa l'orecchio libero e
strizza gli occhi mentre Turk apre un altro cranio. Non riesco a sentire
quello che dice, ma aspetto che riattacchi e si rivolga di nuovo a me. Legge
il display del suo cercapersone e poi mi annuncia: «Dunque. Ho una notizia buona e una cattiva. Mrs Kiffin si ricorda che era ben vestito, di scuro.
E questa è quella buona. La cattiva è che si ricorda anche che aveva una
chiave in mano, di quelle con il telecomando, che hanno le macchine nuove e costose».
«Ma la macchina non è stata ritrovata» rispondo.
«Infatti. E nemmeno la chiave» aggiunge. «Sembra proprio che ci sia di
mezzo un'altra persona. È possibile che l'abbiano drogato e poi abbiano
cercato di dargli fuoco per non farsi scoprire?»
«Io credo che dobbiamo prendere seriamente in considerazione l'ipotesi
che si sia trattato di un omicidio.» È ovvio. «Dobbiamo prendergli le impronte digitali e provare a identificarlo attraverso l'Afis.»
L'Afis, un sistema automatizzato per l'identificazione delle impronte digitali, permette di scannerizzare le impronte e confrontarle con quelle di un
database comune a tutti gli Stati. Se la vittima aveva precedenti penali da
queste parti o era stato schedato altrove per qualsiasi ragione, scopriremo
chi è. Mi infilo un paio di guanti nuovi cercando di coprire meglio che
posso il gesso fra il palmo e il pollice. Per prendere le impronte digitali a
un morto si usa uno strumento che chiamiamo "cucchiaio", che altro non è
se non un tronco di cilindro cavo, di metallo, dotato di fessure su cui viene
fissata una striscia di carta bianca in maniera tale che si conformi a dita
non più flessibili o cedevoli. Presa un'impronta, si fa scorrere la striscia di
carta per non avere impronte sovrapposte. Non è un procedimento difficile
e non ci vuole grande intelligenza. Quando lo spiego a Stanfield, arriccia il
naso come se avessi parlato arabo. Gli chiedo se ha mai preso le impronte
digitali a un morto e lui risponde di no.
«Aspetti un momento» gli dico. Vado al telefono e chiamo il laboratorio.
Non risponde nessuno. Provo attraverso il centralino. Se ne sono andati
tutti per via del tempo, mi dicono. Prendo cucchiaio e tampone inchiostrato in un cassetto. Turk pulisce le mani al morto e io gli inchiostro
le falangi e le premo una dopo l'altra sulla striscia di carta. «Se non ha obiezioni» mi rivolgo a Stanfield «posso vedere se la polizia di Richmond
può inserirle nell'Afis in maniera da accelerare le cose.» Finisco con il pollice, mentre Stanfield mi guarda schifato. È uno dei tanti che odiano gli obitori e ci stanno malvolentieri. «In laboratorio non c'è nessuno e vorrei
riuscire a identificare il corpo il prima possibile» gli spiego. «Vorrei anche
mandare le impronte e tutti i dati all'Interpol, nel caso quest'uomo fosse legato a qualche circuito internazionale.»
«Okay» dice Stanfield annuendo mentre guarda l'orologio.
«Ha mai avuto a che fare con l'Interpol?» gli domando.
«No, dottoressa. Sono una specie di servizi segreti, vero?»
Chiamo Marino sul cercapersone. Arriva quarantacinque minuti dopo,
quando ormai Stanfield se n'è andato da un pezzo e Turk sta infilando gli
organi sezionati di John Doe in una borsa di plastica pesante che rimetterà
dentro il cadavere prima di ricucirlo.
«Salve, Turk» esordisce Marino attraversando le porte metalliche. «Stiamo congelando gli avanzi?»
La ragazza lo guarda con aria perplessa e fa un sorrisetto. A Marino
Turk è simpatica, talmente simpatica che non perde occasione di strapazzarla. È minuta, con il viso pulito e la pelle liscia, i capelli lunghi e biondi
raccolti in una coda di cavallo. Fa passare un filo cerato bianco e spesso in
un ago da sutura del dodici. Marino continua a stuzzicarla. «Sai che ti dico? Se mi taglio, a farmi dare i punti da te non ci vengo.» Turk gli sorride,
piantando l'ago nella carne e cominciando a cucire.
Marino ha l'aria di aver preso una sbornia di recente. Ha gli occhi gonfi
e rossi. Nonostante abbia scherzato con Turk, mi accorgo che è di pessimo
umore. «Ti sei dimenticato di andare a letto, ieri sera?» gli domando.
«Più o meno. È una storia lunga.» Mi ignora e osserva Turk, a disagio.
Mi slaccio il camice e mi tolgo la visiera protettiva, la mascherina e il berretto da chirurgo. «Vedi se riesci a inserire quei dati nel computer più presto che puoi» gli dico un po' sbrigativa e per nulla cordiale. È evidente che
Marino mi sta tenendo nascosto qualcosa e io non ne posso più dei suoi capricci da adolescente. «La situazione è grave, Marino.»
Distoglie lo sguardo da Turk e si gira verso di me. È serio, stavolta.
«Perché non me la spieghi, mentre fumo una sigaretta?» mi propone guardandomi negli occhi per la prima volta da qualche giorno a questa parte.
All'interno dell'Istituto di medicina legale è proibito fumare, sebbene
molti non si facciano scrupolo di accendersi una sigaretta nel loro ufficio,
se sono sicuri che i presenti non li denunceranno. Nell'obitorio, però, il divieto va rispettato. Non si fuma e basta. Non tanto perché i nostri pazienti
possano risentire del fumo passivo, ma perché i vivi devono evitare assolutamente il contatto fra le dita e la bocca. Perciò non si mangia, non si beve
e non si fuma. Raccomando anche di non masticare chewing-gum o succhiare caramelle. L'area riservata ai fumatori consiste in due sedie e un posacenere accanto a un distributore di bevande nel garage. In questo periodo
dell'anno è particolarmente fredda e inospitale, ma perlomeno è riservata.
Il caso di John Doe è di competenza della contea di James City e quindi
non interessa Marino, ma io gli voglio esprimere i miei dubbi sul modo in
cui era vestito. «Non ho potuto evitare di fare il collegamento con Chan-
donne» gli confido.
Posa la cenere e allarga le gambe sulla seggiola di plastica. Il fiato si
condensa nell'aria fredda.
«Sì, non è del tutto infondato» concorda. «Ma potrebbe trattarsi di una
semplice coincidenza. Il fatto è che la famiglia di Chandonne ha sicuramente una fifa blu. Non sappiamo quali possano essere le conseguenze, ora che il brutto anatroccolo è stato arrestato negli Stati Uniti con
l'accusa di omicidio e ha attirato l'attenzione di tutto il mondo sul padre
padrino. Quella è gente capace di tutto, te lo dico io. Credi a me, comincio
a rendermene conto solo adesso che brutta razza sono» aggiunge criptico.
«Non mi piacciono i mafiosi, capo. Quando sono entrato nella polizia avevano tutto in mano loro.» Lo sguardo gli si indurisce, mentre lo dice.
«Probabilmente continuano a fare il bello e il cattivo tempo anche adesso,
solo che la differenza è che ora non ci sono più regole, non c'è più rispetto.
Io non so che cosa ci facesse quest'uomo vicino a Jamestown, ma so che
non era andato a visitare gli scavi. E Chandonne era lì, a un centinaio di
chilometri di distanza, in ospedale. Qui c'è sotto qualcosa.»
«Marino, interpella subito l'Interpol» gli dico.
È compito della polizia segnalare i casi all'Interpol. Per farlo, Marino
deve mettersi in contatto con la polizia di Stato, che a sua volta contatterà
l'ufficio centrale di Washington. Vogliamo che l'Interpol dirami una segnalazione internazionale riguardo al caso ed effettui una ricerca sul vastissimo database della sede di Lione. Le segnalazioni sono codificate per colore: rosso sta per arresto immediato con probabile estradizione, blu per ricercato dall'identità incerta, il verde viene usato per i delinquenti abituali,
tipo pedofili o maniaci sessuali, il giallo per le persone scomparse, il nero
per i cadaveri non identificati che, se si presume siano fuggitivi, hanno anche il codice rosso. Questa è la seconda segnalazione che faccio all'Interpol per un cadavere non identificato nel giro di un mese. La prima è stata
all'inizio di dicembre, quando è stato rinvenuto il cadavere di Thomas
Chandonne in avanzato stato di decomposizione in un container a bordo di
una nave nel porto di Richmond.
«Okay, mandiamo all'Interpol foto, impronte e referto dell'autopsia» ricapitola Marino. «Lo faccio appena esco di qui. Speriamo solo che Stanfield non se la prenda a male.» Lo dice per avvertirmi, più che altro. A lui
non importa se Stanfield si offende, ma non vuole neanche avere grane.
«Non capisce un fico secco, Marino.»
«Peccato, perché nella contea di James City ci sono degli ottimi inve-
stigatori» ribatte. «Il problema è che suo cognato è il deputato Matthew
Dinwiddie e quindi Stanfield è sempre stato trattato con i guanti, nonostante abbia la stessa esperienza di omicidi di Winnie-the-Pooh. Ma forse questo caso gli interessava particolarmente e ha insistito per farselo affidare.»
«Vedi un po' quello che riesci a fare» prego Marino.
Si accende un'altra sigaretta e si guarda intorno pensieroso. Resisto alla
tentazione di chiedergliene una. Ho una voglia di fumare spaventosa e mi
detesto per aver ricominciato. Non so perché mi illudo di poter fumare una
sigaretta e basta. Non ci riesco. Il silenzio fra me e Marino è imbarazzato.
Alla fine tiro fuori la storia di Chandonne e quello che mi ha detto Righter
domenica.
«Mi vuoi spiegare che cosa sta succedendo?» gli chiedo con calma.
«Immagino che sia uscito dall'ospedale stamattina presto e che tu fossi
presente. E che abbia incontrato la Berger.»
Tira una boccata mentre prende tempo. «Sì, capo, ero presente. È stato
grottesco» mi dice buttando fuori il fumo. «C'erano giornalisti persino dall'Europa.» Mi lancia un'occhiata e io intuisco che non me ne vuole parlare
e ci resto male. «Secondo me, quelli come lui li dovrebbero mandare nel
triangolo delle Bermuda, invece di intervistarli e fargli le foto» brontola.
«Non è giusto. Comunque, questo almeno è talmente brutto che gli dà problemi tecnici, nonostante le loro macchine fotografiche supermoderne.
L'hanno fatto uscire in catene, legato come un salame, e lo guidavano come se fosse cieco, tutto bendato. Ha fatto la sua bella scena, te lo dico io:
sembrava che stesse per morire dal dolore.»
«Gli hai parlato?» È la cosa che mi preme di più sapere.
«Io non c'entravo niente.» La sua risposta mi sorprende. Guarda da un'altra parte, stringe la mascella. «Dicono che forse gli fanno il trapianto
delle cornee. E che cazzo! C'è un sacco di gente a questo mondo che non
ha nemmeno i soldi per comprarsi gli occhiali e a questa bestia facciamo il
trapianto di cornee? Tanto paga il contribuente! Così come paga i medici
che lo curano, gli infermieri che lo assistono e tutto il resto.» Spegne la sigaretta con rabbia. «Meglio che vada.» Si alza malvolentieri. Vorrebbe
parlarmi, ma per qualche ragione preferisce non farlo. «Vado a bere una
birra con Lucy, dopo. Dice che mi deve parlare.»
«Non ti anticipo niente» rispondo.
Mi guarda di traverso. «Vuoi tenermi sulle spine, eh?»
Faccio per dirgli che è lui a fare il misterioso.
«Neanche un accenno? Dimmi solo se è una cosa bella o brutta. Non mi
dire che è incinta!» aggiunge ironico mentre mi tiene aperta la porta per
farmi passare.
Nella sala autopsie vedo Turk che sta lavando la mia postazione con la
manichetta e una spugna, facendo scrosciare l'acqua sull'acciaio. Appena
mi vede, grida che mi ha cercato Rose. Vado al telefono. «Il tribunale è
chiuso» mi avverte Rose. «Ma la segretaria di Righter ha detto che comunque non è necessario che tu vada a testimoniare. È tutto a posto.»
«Me lo aspettavo.» Com'è che l'aveva definito Anna? Ein Mann senza
spina dorsale.
«E ha chiamato la banca. Un certo Greenwood. Ha chiesto di contattarlo
appena puoi.» Mi dà il numero.
Quando mi telefonano dalla banca, immancabilmente mi viene la paranoia. O i miei investimenti stanno andando malissimo o risulto in rosso
perché il computer fa le bizze o comunque c'è qualche rogna da gestire. Mi
faccio passare Mr Greenwood del servizio clienti. «Mi scusi tanto» si giustifica. «È stato un errore. Un malinteso, dottoressa. Mi scusi per il disturbo.»
«Dunque non c'è nessun problema? Non dovevate parlare con me?» Rimango sbigottita. Sono anni che ho a che fare con Greenwood e mi sembra
che faccia finta di non conoscermi.
«È stato un errore» ripete in modo gelido. «Scusi ancora, dottoressa.
Buona giornata.»
9
Passo le ore successive alla mia scrivania a dettare il referto dell'autopsia
di John Doe, rispondere alle telefonate e firmare carte. Esco dall'ufficio nel
tardo pomeriggio.
Il sole filtra tra le nuvole e il vento fa volare le foglie marroni, come uccelli che si trascinano rasoterra. Ha smesso di nevicare e la temperatura sta
salendo. Le auto alzano schizzi di fanghiglia. Gli alberi gocciolano.
Mentre guido la Lincoln Navigator metallizzata di Anna in direzione di
Three Chopt Road, la radio parla della partenza di Jean-Baptiste Chandonne, dilungandosi sulle ustioni da sostanze chimiche che gli hanno tolto la
vista. I giornalisti danno ampio rilievo al fatto che per salvarmi la vita gli
ho causato danni permanenti: la giustizia è cieca. La dottoressa Scarpetta
ha usato la legge del taglione. "La cecità è una punizione classica" commenta uno speaker. "La troviamo anche in Shakespeare, nel Re Lear, dove
al conte di Gloucester vengono strappati gli occhi e quindi applicate chiare
d'uovo sulle orbite vuote per alleviargli il dolore. Orribile."
Il marciapiede davanti alla chiesa di Saint Bridget è coperto di neve bagnata e sale e nel parcheggio ci sono soltanto una ventina di automobili.
Come Marino aveva previsto, poliziotti e giornalisti hanno altro da fare. È
possibile che anche il maltempo abbia contribuito a tenere lontana la gente
dalla vecchia chiesa gotica, ma di certo il carattere della defunta ha contribuito. Io, per esempio, non sono venuta né per rispetto né per affetto e non
provo alcun senso di lutto. Mi sbottono il cappotto ed entro in chiesa, cercando di non pensare a una triste verità: non sopportavo Diane Bray e sono
venuta al suo funerale per puro senso del dovere. Era nella polizia, la conoscevo, le ho fatto l'autopsia.
Nell'atrio, su un tavolo, hanno esposto una sua foto e mi sorprendo a vedere la sua bellezza superba e algida, il suo sguardo gelido e crudele che né
la perizia del fotografo né la perfezione dell'inquadratura o della luce riescono a nascondere. Diane Bray mi odiava per ragioni che sfuggono alla
mia comprensione. Era ossessionata da me e dal mio potere e puntava il dito su ogni aspetto della mia esistenza. Io non riesco a vedermi come mi
vedeva lei e sono stata lenta a capire che le sue erano aggressioni nei miei
confronti, una vera e propria guerra contro di me, combattuta con un astio
incredibile.
Aveva pianificato tutto. Voleva che il mio istituto passasse dalla Sanità
alla Pubblica sicurezza, voleva entrare nelle grazie del governatore e arrivare abbastanza in alto da far sì che io dovessi rispondere direttamente a
lei e lei potesse togliersi la soddisfazione di mandarmi via, di licenziarmi.
Perché? Continuo a cercare una spiegazione logica ma non riesco a trovarne una che mi convinca. Io non l'avevo mai sentita nominare prima che arrivasse a Richmond l'anno scorso, però lei di sicuro mi conosceva e aveva
chiesto il trasferimento nella mia città con la precisa intenzione di rovinarmi, sadicamente, lentamente, diffamandomi, mettendomi i bastoni fra le
ruote e umiliandomi, per poi distruggermi la carriera e la vita. Suppongo
che nella sua testa il culmine di queste macchinazioni a sangue freddo fosse farmi finire in disgrazia, con un suicidio e magari anche un biglietto in
cui scrivevo che era stata tutta colpa sua. Invece io sono ancora qui e lei è
morta. Che sia stata io a occuparmi del suo cadavere brutalizzato è molto
più di una semplice ironia della sorte.
Un gruppetto di agenti in divisa bisbigliano fra loro. Vicino alla porta
della chiesa il capo della polizia, Rodney Harris, parla con padre O'Con-
nor. Vedo anche alcune persone ben vestite che non conosco e dalla loro
aria sperduta intuisco che non sono di qui. Prendo un messale e aspetto di
parlare con Harris e il sacerdote. «Sì, sì, capisco» sussurra padre O'Connor. Ha l'aria serena, la tonaca chiara e le mani giunte. Mi rendo conto con
un vago senso di colpa che non lo vedo dalla Pasqua scorsa.
«Io no, padre, non posso. È proprio quello che non riesco ad accettare»
sta dicendo Harris. È brutto, basso, grasso e flaccido, con i radi capelli rossicci pettinati all'indietro. È uno di quegli uomini che non potrebbe essere
magro nemmeno se volesse e sembra l'omino della Michelin vestito di blu.
È antipatico e ce l'ha con le donne che hanno potere. Non ho mai capito
perché avesse voluto Diane Bray come vice, ma intuisco che non fosse per
buoni motivi.
«Non sempre l'uomo può comprendere la volontà del Signore» risponde
il sacerdote. Mi vede. «Dottoressa Scarpetta.» Sorride e mi prende la mano
fra le sue. «È stata molto cara a venire. L'ho pensata e ho pregato per lei.»
Dal modo in cui mi stringe e da come mi guarda intuisco che sa che cosa
mi è successo e che gli dispiace. «Come sta? Speravo che venisse a trovarmi.»
«Grazie, padre.» Tendo la mano al comandante Harris. «So che è un
momento difficile per il dipartimento» gli dico. «E per lei personalmente.»
«Terribile» replica senza guardarmi. Mi stringe frettolosamente la mano.
L'ultima volta che ho visto Harris è stato in casa di Diane Bray dopo
l'omicidio. Era rimasto sconvolto alla vista dello scempio in camera da letto. Non credo che scorderemo mai quel momento, né io né lui. Non sarebbe dovuto entrare. Non aveva nessun motivo per andare a vedere il suo vice ridotto in quello stato e io non glielo perdonerò. Disprezzo chi interviene sul luogo di un delitto senza rispetto, senza sensibilità. Harris aveva ceduto all'istinto da voyeur, era venuto ad affermare il suo potere, e sa perfettamente che io l'ho capito. Passo oltre e mi sento il suo sguardo sulla
schiena. Le note di Amazing Grace si levano dall'organo e la gente si sistema nei banchi di mezzo. Santi e cristi ci occhieggiano dalle vetrate colorate, fra croci di marmo e di ottone. Mi siedo e poco dopo inizia la processione. Gli sconosciuti in abito scuro che ho notato prima seguono il sacerdote. Un giovane porta la croce mentre un uomo vestito di nero regge l'urna dorata e smaltata di rosso con i resti cremati di Diane Bray. Una coppia
di anziani si tiene per mano, piangendo.
Padre O'Connor saluta i fedeli, i genitori e i due fratelli della Bray, venuti dallo Stato di New York, dal Delaware e da Washington a testimo-
niare l'affetto che provavano per Diane. La cerimonia è molto semplice.
Padre O'Connor asperge l'urna con l'acqua benedetta. Nessuno si offre di
parlare, a parte il comandante Harris che fa un discorso pomposo e generico: «Diane Bray aveva volutamente scelto una professione incentrata
sull'aiuto al prossimo». È a disagio mentre legge, in piedi dietro il pulpito.
«Sapendo che avrebbe rischiato ogni giorno la vita, perché questo significa
lavorare nella polizia. Impariamo a guardare in faccia la morte senza provare paura. Impariamo che cosa sono solitudine e odio, e a non temerli.
Lottiamo contro il male, contro coloro i quali ritengono di poter prendere
agli altri senza dare nulla in cambio.»
La gente si muove, facendo scricchiolare i banchi. Padre O'Connor ha un
sorriso dolce e la testa piegata lievemente da una parte. Smetto di ascoltare. Non ho mai partecipato a una cerimonia funebre così vuota e sterile e
mi sento sgomenta. Le letture, la predica, i canti e le preghiere non hanno
né musica né passione, perché Diane Bray non ha mai voluto bene a nessuno, neppure a se stessa. La sua vita rapace e sopra le righe non ha lasciato traccia da ricordare. Usciamo dalla chiesa in silenzio, avventurandoci
nella sera buia e fredda alla ricerca delle nostre macchine, della liberazione. Cammino svelta, a capo chino, come faccio quando voglio evitare gli
altri. Sento dei rumori, una presenza, e mi volto un attimo prima di aprire
la portiera. Ho qualcuno alle spalle.
«Dottoressa Scarpetta?» La luce poco uniforme dei lampioni accentua i
lineamenti affilati della donna, lasciandole gli occhi in ombra. Indossa una
pelliccia di visone. Ho come la sensazione di averla già incontrata, anche
se non so dove. «Ignoravo che fosse qui, ma sono contenta di vederla.» Riconosco l'accento newyorkese e lo choc mi travolge prima ancora di capire. «Sono Jaime Berger» si presenta, tendendomi la mano guantata. «Avrei
bisogno di parlarle.»
«Era al funerale?» È la prima cosa che le dico. Non l'avevo vista. Sono
abbastanza paranoica da prendere in considerazione l'ipotesi che Jaime
Berger non sia mai entrata in chiesa, ma mi abbia aspettata nel parcheggio.
«Conosceva Diane Bray?» le domando.
«La sto conoscendo adesso.» Si chiude il colletto. Il fiato le si condensa
davanti alla faccia. Guarda l'orologio e preme il pulsante laterale per illuminarne il quadrante. «Immagino che non stia tornando in ufficio.»
«Infatti. Ma posso farlo, se vuole» rispondo senza entusiasmo. Vuole
parlare dell'omicidio di Kim Luong e Diane Bray, è chiaro. Naturalmente
le interesserà anche il cadavere non identificato ritrovato nel container,
quello che riteniamo fosse di Thomas Chandonne, il fratello di JeanBaptiste. Se mai quell'omicidio verrà discusso in un'aula di tribunale, non
sarà qui. Ma è molto probabile che anche Thomas Chandonne sia morto
gratis et amore Dei. Jean-Baptiste Chandonne ha ucciso suo fratello, ma
non pagherà per questo. Salgo in macchina.
«Le piace la Navigator?» Mi sembra una domanda stupida e fuori luogo.
Già mi sento sotto accusa. Intuisco subito che Jaime Berger non fa nulla,
non dice nulla senza un motivo. Osserva la bella automobile sportiva che
mi ha prestato Anna; la mia, inspiegabilmente, è ancora sotto sequestro.
«Non è mia. Vuole seguirmi?» le dico. «Ci sono dei quartieri di questa
città in cui è preferibile non perdersi, dopo una cert'ora.»
«Non potrebbe rintracciare Pete Marino?» Punta il telecomando verso la
propria macchina, una Mercedes ML430 con targa di New York e quando
apre la portiera si accendono i fari. «Penso che sarebbe meglio se ci fosse
anche lui.»
Metto in moto con un brivido. La notte è umida e fredda. Gocce di neve
sciolta cadono dai rami spogli. Il gelo mi penetra nelle ossa fratturate, insinuandosi negli interstizi più sensibili, fra le terminazioni nervose e il midollo, provocandomi un dolore sordo e pulsante. Chiamo Marino sul cercapersone e mi rendo conto che non conosco il numero del telefono sulla
macchina di Anna. Frugo nella borsa alla ricerca del mio cellulare tenendo
il volante con le dita che spuntano dal gesso e guardo i fari della Berger
nello specchietto retrovisore. Marino mi richiama qualche minuto più tardi, ma mi sembra che sia passata un'eternità. Gli racconto l'accaduto e lui
reagisce con il suo tipico cinismo, ma percepisco un sottofondo di agitazione. Forse è collera, o forse qualcos'altro. «Sì, be', io non credo nelle
coincidenze» mi dice tagliente. «Vai al funerale della Bray e ci trovi la
Berger? Vorrei tanto sapere che cosa è venuta a fare.»
«Non ne ho idea» replico. «Ma, nei suoi panni, appena arrivata a Richmond e senza conoscere nessuno, probabilmente anch'io avrei avuto voglia di andare a vedere chi era abbastanza legato alla Bray da andare al suo
funerale. E chi invece preferiva lasciar perdere.» Cerco di essere logica.
«Non ti aveva detto che sarebbe venuta? Non te ne ha parlato ieri sera
quando vi siete incontrati?» Ormai non mi trattiene più nessuno: voglio
sapere che cosa si sono detti.
«Non ha accennato al funerale» mi risponde. «Aveva altre cose per la testa.»
«Che cosa? O vuoi tenermi all'oscuro?»
Rimane zitto per un po'. «Senti, capo» dice alla fine «questo non è un
caso di cui mi occupo io. Gestisce tutto New York. Io faccio solo quello
che mi dicono. Se vuoi sapere delle cose, chiedile a lei, perché è lei che
comanda.» Sento il suo risentimento. «E poi scusa, ma sono a Mosby
Court e ho da fare. Non posso correre da lei ogni volta che schiocca le dita.»
Mosby Court è uno dei sette quartieri dormitorio della città, tutti chiamati Court. Quattro portano il nome di importanti personaggi della Virginia:
un attore, un pedagogo, un facoltoso produttore di tabacco, un eroe della
guerra civile. Spero che Marino non sia lì per via di una sparatoria. Da
quelle parti ce ne sono in continuazione. «Non mi porterai dell'altro lavoro,
vero?» lo sondo.
«L'ennesimo sgarro.»
Vuol dire che sospetta un regolamento di conti: probabilmente hanno
sparato a un ragazzo nero in mezzo a una strada, probabilmente per questioni di droga, e nessuno ha visto niente.
«Ci vediamo nel garage» mi dice. «Fra cinque o dieci minuti.»
Ormai ha smesso completamente di nevicare e la temperatura è salita
abbastanza da evitare che la città sia stretta in una morsa di gelo. Il centro
è addobbato a festa e le luminarie brillano fra i grattacieli, nonostante
qualche lampadina bruciata qua e là. Davanti al James Center la gente si
ferma ad ammirare una renna scintillante di luci e in Ninth Street il Campidoglio brilla fra i rami spogli di alberi secolari, con le candele accese a
ogni finestra. Osservo le coppie in abito da sera che scendono dalle auto
nel parcheggio e sono colta dal panico al pensiero che stasera c'è la festa
del governatore e che più di un mese fa ho accettato l'invito. Santo Iddio!
Certamente al governatore Mike Mitchell e signora non sfuggirà la mia assenza. L'impulso di entrare nel parcheggio è tanto forte che metto la freccia. Ma la tolgo subito. Non posso andare, nemmeno per fermarmi solo un
quarto d'ora. Come faccio? Mi porto dietro Jaime Berger? La presento a
tutti gli invitati? Mi viene da ridere e scuoto la testa pensando alle occhiate
che mi beccherei e ai commenti che farebbero i giornalisti.
Avendo lavorato per lo Stato tutta la vita, non sottovaluto l'importanza di
certe occasioni mondane. Chiedo il numero del governatore al servizio informazioni telefoniche che, con un addebito di cinquanta centesimi, mi
collega direttamente. Parlo con un funzionario intenzionata a lasciare un
messaggio ma costui, senza lasciarmi finire, mi mette in attesa. Ascolto il
segnale di libero e mi chiedo se il telefono del governatore è sotto controllo. Oltre Broad Street, una strada vecchia e squallida della città, si intravede il regno del Biotech, tutto mattoni e vetrate. Controllo nello specchietto
che la Berger non si sia persa; mi segue come un cagnolino. Sta muovendo
le labbra: è al telefono. Mi mette angoscia vedere che parla e io non posso
sentire quello che dice.
«Kay?» La voce del governatore Mitchell risuona tutt'a un tratto al viva
voce del telefono sulla macchina di Anna.
Sorpresa, mi affretto a spiegargli che non volevo disturbarlo ma che purtroppo non potrò intervenire al suo ricevimento, questa sera. Non risponde
subito e la sua esitazione è un modo per dirmi che sto commettendo un errore. Mitchell è un uomo che sa dare il giusto valore alle opportunità e sa
approfittare delle circostanze. È chiaro che, a suo parere, perdere l'occasione di parlare con lui e con altre personalità importanti dello Stato è una
mossa stupida per me, soprattutto in un momento come questo. Sì, soprattutto in un momento come questo.
«È arrivato il procuratore Berger da New York.» Non c'è bisogno di dirgli perché. «Ho appuntamento con lei fra poco. Spero che tu mi capisca.»
«Penso che sarebbe meglio che tu facessi un salto comunque.» È deciso.
«Volevo parlarti un momento a tu per tu.»
Ho la sensazione di camminare sui cocci di vetro e ho paura di guardarmi alle spalle e vedere che sto lasciando una scia sanguinolenta. «D'accordo» rispondo rispettosa.
«Perché non passi prima di tornare a casa?»
«Penso che mi libererò fra un paio d'ore.»
«Allora a tra poco, Kay. Salutami Jaime Berger» dice. «Quando ero procuratore generale, ho avuto occasione di lavorare con lei. Appena avremo
un momento, te ne parlerò.»
Venendo da Fourth Street, il garage dove entrano i carri funebri per scaricare e caricare i morti sembra un igloo squadrato e grigio. Mi fermo davanti al portellone e mi rendo conto con un certo sgomento che non so come fare ad aprirlo: il telecomando è nella mia macchina, chiusa nel garage
di casa mia, a cui non posso accedere. Chiamo il guardiano notturno. «Arnold?» gli dico quando mi risponde, al sesto squillo. «Per favore, puoi aprirmi la porta del garage?»
«Subito, dottoressa.» Ha la voce stanca e confusa, come se lo avessi appena svegliato. «Ha il telecomando che non funziona?»
Cerco di non spazientirmi. Arnold è una di quelle persone che si la-
sciano sopraffare dall'inerzia. È uno che deve combattere contro la forza di
gravità e alla fine perde. Devo ricordarmi che non serve a niente arrabbiarsi con lui. Chi è motivato non finisce a fare certi lavori. Jaime Berger
si ferma dietro la mia macchina; un momento dopo arriva Marino. Aspettiamo che il portellone si alzi e ci faccia entrare nel regno dei morti. Mi
squilla il cellulare.
«Ma che bel divertimento» mi brontola nell'orecchio Marino.
«Mi ha detto il governatore Mitchell che si conoscono.» Vedo un carro
funebre che svolta dietro la Crown Victoria blu di Marino. Il portellone
comincia ad alzarsi, cigolando paurosamente.
«Bene, bene. Non credi che questo abbia a che fare con la partenza del
lupo mannaro per New York?»
«Non so più cosa pensare» confesso. Il garage è grande abbastanza per
contenere le nostre tre macchine e il carro funebre. Il rumore dei motori e
delle portiere rimbomba fra le pareti spoglie. Il gomito mi fa di nuovo male. Mi stupisco nel vedere che Marino è in giacca e cravatta. «Che eleganza!» commento ironica. Si accende una sigaretta e fissa la Berger che,
in pelliccia di visone, si china a prendere la sua roba sul sedile dietro. Due
uomini vestiti di scuro aprono lo sportello posteriore del carro per estrarne
il macabro carico.
«Che tu ci creda o no» mi dice Marino «volevo fare un salto in chiesa
pure io. Poi quello là si è fatto ammazzare e non ci sono riuscito.» Punta il
dito verso il carro. «È lievemente più complicato di quanto pensassimo in
un primo momento. Forse fa parte di un piano di bonifica ambientale.» La
Berger ci viene incontro carica di libri, classificatori e valigetta in pelle. «È
venuta preparata.» Marino la osserva imperturbabile. Sento il clangore della barella che esce dal carro e lo sportello che si chiude.
«Vi ringrazio di essere venuti tutti e due nonostante il preavviso minimo» esordisce la Berger.
Alla luce fredda del garage noto che ha il viso e il collo segnati da rughe
sottili e le guance lievemente incavate. A prima vista, o truccata in fotografia, potrebbe dimostrare trentacinque anni, ma sospetto che ne abbia qualcuno più di me e che sia vicina ai cinquanta. I lineamenti spigolosi, i capelli corti e scuri e i denti perfetti sono quelli dell'esperta che ho visto a Court
Tv. Comincia ad assomigliare alle immagini che ho ricuperato nel corso
della mia ricerca su Internet, quando ho navigato nel cyberspazio per scoprire informazioni su di lei e prepararmi all'invasione da parte di quella che
mi pare una galassia aliena.
Marino non si offre di aiutarla a portare niente e la ignora come fa con
me quando è arrabbiato, risentito o geloso. Apro la porta che conduce nell'istituto e aspetto che passino gli inservienti con la barella. Mi pare di conoscerli, ma non ne ricordo i nomi. Uno di loro guarda la Berger emozionato. «Lei è quella della Tv?» chiede entusiasta. «Per la miseria. Il giudice!»
«Si sbaglia, non sono giudice.» Li guarda negli occhi e sorride.
«Non è il giudice di Court Tv? Veramente?» La barella entra. «Lo portiamo nella cella frigorifera?» mi chiede uno degli inservienti.
«Sì» rispondo. «Prima, però, lo dovete registrare. Cercate Arnold.»
«Sì, dottoressa. Sappiamo come bisogna fare.» Non accennano al fatto
che pochi giorni fa ho rischiato di finire nel loro carro anch'io, ma ho notato che chi lavora nelle imprese di pompe funebri non si turba né si commuove facilmente. È chiaro che quei due sono più impressionati dal fatto
di aver visto un personaggio famoso che di sapere che io sono viva e vegeta, oltre che nell'occhio del ciclone. «Natale?» mi chiede uno di loro.
«Non penso che farò niente di speciale» rispondo. «Auguri.»
«Meglio di lui ce la passeremo comunque» replicano indicando il cadavere. Si dirigono verso l'ufficio in cui devono registrare il nuovo arrivo e
mettergli la targhetta. Premo il pulsante per aprire le porte di acciaio inossidabile e faccio strada lungo pavimenti disinfettati, celle frigorifere e sale
autoptiche dove l'azione dei deodorizzanti sistemati sul soffitto è fortissima. Marino parla del morto di Mosby Court. La Berger non fa domande,
ma lui evidentemente è convinto che l'argomento le interessi. O forse vuole solo darsi delle arie.
«In un primo momento sembrava che gli avessero sparato da una macchina perché era in mezzo alla strada con la testa in un lago di sangue. Adesso mi viene il dubbio che l'abbiano investito» ci informa. Apro le porte
che conducono nel cupo silenzio degli uffici, mentre lui continua a blaterare, raccontando alla Berger nei minimi dettagli un caso di cui a me non ha
ancora detto niente. Li faccio accomodare nella sala riunioni. Ci togliamo i
cappotti. La Berger ha un paio di pantaloni di panno scuri e un maglione
nero pesante che non mette in risalto il seno prosperoso, ma di certo neanche lo nasconde. Ha il fisico asciutto e sodo di un'atleta e gli scarponcini
con la suola di Vibram lasciano intendere che è in grado di andare dappertutto e di fare qualsiasi cosa il lavoro le richieda. Si siede e comincia a sistemare valigetta, classificatori e libri sul piano di legno del tavolo rotondo.
«Ha delle ustioni qui e qui» continua Marino indicandosi la guancia sinistra e il collo. Estrae alcune polaroid dalla tasca interna della giacca e ha
l'accortezza di mostrarle prima a me.
«Perché dovrebbe avere delle ustioni, se l'hanno investito?» domando
perplessa. Ho un brutto presentimento.
«Potrebbe essersi bruciato con la marmitta, oppure potrebbero averlo
scaraventato giù da un'auto in corsa» butta lì Marino senza troppa convinzione. Ha altri pensieri per la testa.
«Mi sembra alquanto improbabile» ribatto scettica.
«Oh, cazzo!» esclama Marino. Mi guarda negli occhi e comincia a capire. «Io non l'ho visto, perché quando sono arrivato era già nel sacco mortuario. Maledizione, mi sono fidato di quello che mi hanno detto i colleghi.
Oh, cazzo» continua, guardando la Berger e rabbuiandosi, imbarazzato e
irritato. «Quando sono arrivato io, l'avevano già messo dentro il sacco.
Razza di coglioni!»
L'uomo nelle foto è di carnagione chiara, ha i lineamenti regolari, i capelli corti, crespi, tinti di giallo, un cerchietto d'oro all'orecchio sinistro.
Vedo subito che le ustioni non sono state provocate da una marmitta perché sarebbero ellittiche mentre le sue sono perfettamente rotonde, hanno le
dimensioni di una moneta da un dollaro e sono coperte di vesciche. Quando si è bruciato era vivo. Lancio a Marino una lunga occhiata. Lui capisce
e sospira, scuotendo la testa. «È stato identificato?» chiedo.
«Non abbiamo indizi.» Si liscia i capelli che ormai non sono altro che un
ciuffo grigiastro incollato con il gel sulla testa pelata. Starebbe molto meglio se si rasasse a zero. «Nessuno l'aveva mai notato prima e i miei ragazzi dicono che non sembrava di quelle parti.»
«Devo vederlo subito.» Mi alzo.
Marino spinge indietro la sedia e la Berger mi fissa con i suoi occhi azzurri e penetranti. Ha finito di sistemare le carte. «Le dispiace se vengo anch'io?» mi domanda.
Sì, mi dispiace, ma non posso dirle di no. È una professionista e sarebbe
villano da parte mia dubitarne. Mi fermo nel mio ufficio per prendere il
camice. «Suppongo che non abbiate modo di sapere se era gay. Non è una
zona frequentata da gay, un punto di ritrovo?» chiedo a Marino mentre usciamo dalla sala riunioni. «C'è prostituzione maschile a Mosby Court?»
«Ora che mi ci fai pensare, un po' lo sembrava» risponde. «Un collega
ha detto che era un bel ragazzo, di quelli superpalestrati. E aveva l'orecchino. Come ho già detto, comunque, io non l'ho visto.»
«Quanto a stereotipi non c'è male, mi pare» commenta la Berger. «E io
che mi lamentavo dei miei uomini...»
«Davvero? Quali uomini?» esclama Marino strafottente.
«Quelli della squadra investigativa» risponde lei con fare indifferente. «I
miei dipendenti.»
«Ah, lei ha una squadra investigativa tutta sua? Che bella comodità. E su
quanta gente può contare?»
«Una cinquantina di persone.»
«E lavorano tutti per lei?» Lo capisco dal tono: la Berger gli fa paura.
«Sì.» Non lo dice né con arroganza né con condiscendenza, ma perché è
così.
Marino allunga il passo e sbotta: «Bella roba!».
Gli inservienti delle pompe funebri sono nell'ufficio a chiacchierare con
Arnold che, quando mi vede, fa un salto come se l'avessi beccato a fare
qualcosa che non doveva. Tipico. È un uomo timido, taciturno. Come uno
di quegli animali che assumono la colorazione di ciò che gli sta intorno, ha
un incarnato grigiastro e gli occhi rossi e lacrimosi per l'allergia. Il secondo John Doe della giornata è nel corridoio, chiuso dentro un sacco mortuario bordeaux con sopra ricamato il nome dell'impresa di pompe funebri:
Whitkin Brothers. In quel momento mi vengono in mente i nomi degli inservienti. Ma certo: sono i fratelli Whitkin. «Ci penso io» li avverto evitandogli di portare il cadavere in una cella frigorifera o di trasferirlo da una
barella all'altra.
«Non si disturbi» rispondono un po' a disagio, come se gli avessi fatto
pesare che erano lì a perdere tempo.
«No, è che lo devo esaminare» spiego. Spingo la barella oltre una porta
di acciaio e distribuisco alla Berger e a Marino guanti e soprascarpe. Perdo
un po' di tempo a iscrivere il nuovo John Doe nel registro delle autopsie,
ad assegnargli un numero e a fotografarlo. Sento odore di urina.
La sala autopsie è lucida e pulita, stranamente silenziosa. Mi fa piacere
che non ci siano i soliti rumori. Dopo tanti anni, il frastuono costante dell'acqua che scorre nei lavandini di acciaio, delle seghe Stryker e del metallo che sbatte contro altro metallo mi irrita e mi stanca. L'obitorio è un posto sorprendentemente rumoroso. I morti sono chiassosi, sia nei colori sia
nei vincoli che pongono. Il mio nuovo paziente mi darà del filo da torcere,
lo so già. È rigido e non si lascerà svestire, e farò fatica anche ad aprirgli la
bocca per guardargli la lingua e i denti. Abbasso la cerniera del sacco e
sento di nuovo odore di urina. Avvicino una lampada chirurgica e gli palpo
la faccia senza sentire fratture. Dalle macchie sulla mascella e sulla giacca
capisco che era in posizione eretta quando ha cominciato a sanguinare. Gli
punto la luce sulle narici. «Gli è uscito sangue dal naso» spiego a Marino e
alla Berger. «Finora non ho visto traccia di traumi cranici.»
Comincio a esaminare le ustioni con una lente d'ingrandimento. La Berger si avvicina per guardare. Noto la presenza di fibre e sporcizia sulle vesciche e trovo abrasioni agli angoli della bocca e sulla parte interna delle
guance. Gli alzo le maniche della felpa rossa e gli osservo i polsi. Vedo i
segni lasciati sulla pelle da lacci molto stretti. Quando gli abbasso la zip
della felpa, noto due ustioni direttamente sull'ombelico e sul capezzolo sinistro. La Berger mi sta talmente vicina che il suo camice mi sfiora. «Faceva troppo freddo per andare in giro con la giacca della tuta e basta» faccio notare a Marino. «Gli avete controllato le tasche?»
«Volevamo aspettare a farlo qui, dove almeno si vede qualcosa» risponde.
Infilo la mano nella tasche della tuta senza trovare niente. Abbasso i calzoni e vedo che i pantaloncini da corsa blu che indossa sotto sono zuppi di
urina. L'odore di ammoniaca mi mette in allarme e mi fa rizzare i capelli. È
raro che i morti mi spaventino, ma questo mi mette paura. Controllo la tasca interna e tiro fuori una chiave di acciaio con su inciso NON DUPLICARE e il numero 233 scritto con un pennarello indelebile. «Una camera
d'albergo? Un numero civico?» mi chiedo ad alta voce infilando la chiave
dentro una busta di plastica trasparente. Mi sento invadere dalla paranoia.
«Uno stipetto, magari.» Quando ero piccola, a Miami, 233 era il numero
della cassetta postale della mia famiglia. Non arrivo a dire che è il mio
numero preferito, ma l'ho scelto frequentemente per combinazioni e
password perché, senza essere ovvio, lo trovo facile da ricordare.
«Ha già capito come è morto?» mi domanda la Berger.
«Non ancora.» Poi mi rivolgo a Marino: «Immagino che Afis e Interpol
non abbiano trovato niente di risolutivo sull'uomo del motel».
«L'esito della ricerca Afis è stato negativo, per cui, chiunque fosse, le
sue impronte digitali non erano nel database. L'Interpol non ci ha ancora
fatto sapere niente e questo non mi fa sperare bene. Se trovano qualcosa, di
solito lo dicono nel giro di un'ora.»
«Prendiamogli le impronte digitali e facciamo una ricerca anche su di
lui.» Cerco di non sembrare ansiosa. Controllo con la lente di ingrandimento il dorso e il palmo delle mani per accertarmi che non ci sia nulla che
potrei spostare inavvertitamente. Gli taglio le unghie e le metto in una bustina che etichetto e lascio sul bancone insieme ai primi moduli compilati,
poi mi faccio aiutare da Marino a prendergli le impronte con il cucchiaio.
Ne prendo due serie. La Berger resta in silenzio, incuriosita, e ho l'impressione che il suo sguardo sia bollente. Osserva ogni mio movimento, ascolta
ogni mia domanda e istruzione. Cerco di non farci caso, ma sono conscia
della sua attenzione e intuisco che mi sta prendendo le misure. Mi sta valutando. Avvolgo il corpo nel telo e richiudo il sacco. Poi faccio cenno a
Marino e alla Berger di seguirmi; spingo la barella verso la cella frigorifera
in fondo alla sala e apro la porta di acciaio inossidabile. L'odore di morte
ci assale come un fronte di bassa pressione. Non ci sono molti pazienti,
stasera: solo sei. Controllo le targhette alla ricerca del John Doe rinvenuto
nel motel. Quando lo trovo, gli scopro la faccia e indico a Marino e alla
Berger le ustioni, le abrasioni agli angoli della bocca e sui polsi.
«Oh, Gesù!» esclama Marino. «E che cos'è? Un serial killer che va in giro a legare la gente e torturarla con il phon?»
«Bisogna avvertire subito Stanfield» replico, perché è abbastanza evidente che la morte del John Doe del motel è collegata al cadavere ritrovato
in Mosby Court. Do un'occhiata a Marino e cerco di leggergli nel pensiero.
«Lo so.» Non si sforza di mascherare il fatto che comunicare con Stanfield
gli dà fastidio. «Bisogna farlo, Marino» insisto.
Usciamo dalla cella frigorifera e Marino si avvicina al telefono da usare
con le mani pulite. «Sa ritornare nella sala riunioni?» chiedo alla Berger.
«Sì, certo.» Ha lo sguardo un po' annebbiato, come se fosse turbata.
«La raggiungo fra poco» le dico. «Scusi l'interruzione.»
Va verso la porta slacciandosi il camice. «Senta, un paio di mesi fa mi
sono occupata di un omicidio in cui la vittima era stata torturata con uno
sverniciatore ad aria calda. Le ustioni erano molto simili a queste.» Si china per togliersi le soprascarpe e le getta nella spazzatura. «Era stata legata
e imbavagliata e aveva bruciature rotonde sul viso e sui seni.»
«Avete catturato l'assassino?» le chiedo troppo in fretta, per niente contenta delle analogie.
«Era un muratore che faceva dei lavori nel condominio» mi risponde con
la fronte aggrottata. «Un imbecille buono a nulla: entra in casa della donna
alle tre del mattino, la violenta, la strangola e quando esce qualche ora dopo si accorge che gli hanno rubato il furgone. A New York è così. Allora
chiama la polizia per denunciare il furto, arriva un'autopattuglia e lui sale
in macchina con la sua brava borsa degli attrezzi. Nel frattempo in casa
della vittima è entrata la domestica, ha visto il cadavere, si è messa a gridare come un'ossessa e ha chiamato il pronto intervento. Quando arrivano,
lui è ancora lì, si spaventa e scappa. Lo fermano e nella borsa degli attrezzi
gli trovano della corda da bucato e uno sverniciatore.»
«I giornali ne hanno parlato?» domando.
«Il "Times", mi pare. Più qualche tabloid e i giornali locali.»
«Spero solo che a qualcuno che li ha letti non sia venuta l'idea di riprovarci.»
10
Si suppone che io non batta ciglio di fronte ad alcuna vista, immagine,
odore o suono. Non mi è permesso reagire con orrore come tutti gli altri. Il
mio mestiere è ricostruire il dolore senza immedesimarmi, ricreare il terrore senza lasciare che mi segua fino a casa. Devo immergermi nell'arte sadica di Jean-Baptiste Chandonne senza pensare che sono stata una delle
sue vittime designate.
È uno dei pochi killer con l'aspetto del mostro che è. Solo che non è uscito dalle pagine di Mary Shelley, Chandonne è reale. È orripilante a vedersi, ha il viso asimmetrico, con un occhio più basso dell'altro, i denti distanziati fra loro, piccoli e aguzzi come quelli di un animale, e il corpo ricoperto di lungo pelo finissimo non pigmentato. Ma soprattutto è il suo
sguardo a turbarmi: in quegli occhi ho visto l'inferno, una lussuria che mi
ha inquietata nel profondo, quando è entrato in casa mia chiudendosi la
porta alle spalle con un calcio. La sua intelligenza e il suo istinto malvagio
sono palpabili e, sebbene io cerchi di trattenermi dal provare anche solo un
briciolo di pietà per lui, so che la sofferenza che infligge al prossimo è una
proiezione della sua miserabile condizione, un'espressione dell'incubo che
vive da quando è nato.
Raggiungo Jaime Berger nella sala riunioni e le chiedo se vuole accompagnarmi. Lungo il corridoio le spiego che Chandonne soffre di ipertricosi, una rara malattia congenita che colpisce un individuo su un miliardo, stando alle statistiche. Prima di lui avevo visto soltanto un altro caso di questo terribile morbo genetico, quando facevo l'internato a Miami.
Nel periodo in cui ero in pediatria, una messicana aveva partorito una delle
creature più orribili che avessi mai visto. La neonata era coperta di lunghi
peli grigi su tutto il corpo tranne le membrane mucose, i palmi delle mani
e le piante dei piedi. Aveva folti ciuffi che le uscivano dal naso e dalle o-
recchie e tre capezzoli. Gli individui ipertricotici possono essere fotofobici,
presentare anomalie nella dentatura e nei genitali e talvolta un numero eccessivo di dita. In passato venivano venduti alle corti o diventavano fenomeni da baraccone. Alcuni erano chiamati lupi mannari.
«Crede che il fatto di mordere i palmi delle mani e le piante dei piedi
abbia un significato?» mi domanda la Berger. Parla con voce impostata, tipica di chi appare spesso in Tv: nitida e profonda, cattura l'attenzione di
chi ascolta. «Forse perché sono le uniche parti del corpo che non sono coperte di peli. Mah, non lo so» riflette. «Avrei detto che c'era una sorta di
associazione sessuale. Ci sono feticisti che adorano i piedi, ma non ho mai
visto nessuno che li morde.»
Spengo la luce nell'ufficio e apro la serratura elettronica dell'archivio a
prova di incendio in cui vengono conservate le prove. Porta e pareti sono
rivestite di acciaio e un sistema computerizzato registra la password di chi
vi entra e il tempo di permanenza all'interno. Difficilmente vi sono custoditi effetti personali, che in genere vengono sequestrati dalla polizia oppure
restituiti alle famiglie, ma l'ho fatto costruire perché ritengo che nessun ufficio sia sicuro e io ho bisogno di un luogo protetto in cui conservare oggetti di estrema delicatezza e importanza. Contro la parete in fondo c'è un
armadietto d'acciaio a scomparti; ne apro uno e prendo due classificatori
sigillati con nastro adesivo su cui ho scritto le mie iniziali in maniera da
accorgermi se vengono aperti a mia insaputa. Digito il numero del fascicolo di Kim Luong e di Diane Bray sul terminale vicino alla stampante, che
ha appena visualizzato l'ora e la mia password. Io e la Berger continuiamo
a parlare mentre torniamo nella sala riunioni dove Marino ci aspetta impaziente.
«Perché non avete chiesto aiuto a un esperto di profili psicologici?» mi
domanda la Berger entrando.
Poso i classificatori sul tavolo e lancio un'occhiata a Marino. Che risponda pure: non tocca a me decidere se interpellare o meno un esperto di
profili psicologici.
«E perché avremmo dovuto?» ribatte lui aggressivo. «I profili psicologici servono a capire chi può aver commesso un determinato delitto. Noi
sappiamo già chi è l'assassino.»
«E il movente? Il significato, le emozioni, il simbolismo? Questo genere
di analisi è importante. Mi piacerebbe conoscere l'opinione di un esperto.»
Non presta attenzione a Marino. «Soprattutto riguardo ai morsi alle mani e
ai piedi. Mi sembrano così strani...» Quel particolare la incuriosisce.
«Per conto mio, nella maggior parte dei casi questi profili psicologici lasciano il tempo che trovano» insiste Marino. «Per carità, c'è gente che sa
fare bene il suo lavoro e tira fuori un sacco di cose utili, ma il più delle
volte sono stronzate. Prendiamo uno come Chandonne, che morde le donne sulle mani e sui piedi. Non c'è bisogno di un esperto dell'Fbi per capire
che per lui mani e piedi hanno un significato, magari perché ce l'ha deformi. Oppure, in questo caso, il contrario, visto che sono gli unici posti in cui
non ha peli. A parte la bocca e il buco del culo, forse.»
«Io capisco il desiderio di mutilare ciò che odia in se stesso, di accanirsi
su certe parti del corpo, sulla faccia, per esempio.» Jaime Berger non si lascia intimorire da Marino. «Ma le mani e i piedi mi lasciano perplessa.
Credo che ci sia qualcosa di più.» Sottolinea le sue parole con studiata gestualità e con il tono della voce.
«Sì, ma gli piace la carne tenera» continua Marino. Lui e Jaime Berger
sembrano due innamorati che bisticciano. «Si vede benissimo: gli piacciono le donne con le zinne grosse. Le sceglie tutte così. Magari c'entra
con sua madre. Non c'è bisogno di un esperto per fare questi collegamenti.»
Non dico niente, ma gli lancio un'occhiata significativa. Si sta comportando con assoluta mancanza di tatto: tale è il suo desiderio di dar torto
alla Berger che non si rende conto di quello che dice davanti a me. Sa benissimo che i profili psicologici che faceva Benton erano utilissimi, basati
com'erano su un grande talento, supportato da conoscenze tecniche e
scientifiche e da un vasto database costruito dall'Fbi attraverso studi e colloqui con migliaia di criminali. E non mi piace che parli in questo modo
della tipologia di donna preferita da Chandonne, visto che anch'io sono stata una sua vittima.
«Non mi piace la parola "zinna"» dice la Berger in tono neutro, come se
chiedesse a un cameriere di non servirle la salsa bearnese. Guarda Marino
negli occhi. «La trovo volgare e di cattivo gusto. Le parole hanno una storia, un carattere, e possono offendere. Le palle, per esempio, sono oggetti
sferici usati per giocare a tennis, o a calcio. Ma sono anche la sede del cervello in quegli uomini limitati che parlano di zinne.» Lo guarda, in un silenzio carico di tensione. «Adesso che ci siamo intesi sul linguaggio da usare, vogliamo procedere?» Si rivolge a me.
Marino è del colore dei ravanelli.
«Ha una copia dei referti dell'autopsia?» So già la risposta, ma glielo
chiedo comunque.
«Li ho letti e riletti» mi risponde.
Tolgo il nastro adesivo ai classificatori e li spingo verso di lei, mentre
Marino si fa crocchiare le nocche ed evita di guardarci negli occhi. Jaime
Berger fa scivolare fuori da una busta alcune fotografie a colori. «Che cosa
mi potete dire?» chiede.
«Kim Luong» comincia Marino in tono professionale. È furibondo, mi
fa venire in mente l'agente Calloway dopo che lui l'aveva umiliata. «Asiatica, trent'anni, lavorava part time in un negozio di alimentari del West End
chiamato Quik Cary. Pare che Chandonne abbia aspettato che non ci fosse
nessun altro dentro a parte lei. Era sera.»
«La sera di giovedì 9 dicembre» precisa la Berger guardando la foto del
corpo seminudo e massacrato.
«Esatto. La sirena dell'allarme è scattata alle diciannove e sedici» continua Marino. Io sono perplessa: di che cosa hanno parlato ieri sera, se non
di questo? Avevo dato per scontato che Marino e la Berger si fossero visti
per discutere i casi, invece mi sembra chiaro che non hanno minimamente
affrontato l'argomento.
Con aria corrucciata, Jaime Berger prende un'altra fotografia. «Vuol dire
che alle diciannove e sedici è entrato o che è andato via dopo averla uccisa?»
«Che è uscito. Dalla porta sul retro, collegata a un impianto di allarme
separato. Quindi nel negozio è entrato prima, presumibilmente appena ha
fatto buio, dalla porta d'ingresso. Kim Luong era alla cassa. Lui si è avvicinato e le ha sparato, poi ha chiuso la porta, messo il cartello con la scritta
"Chiuso" e l'ha trascinata nel retrobottega, dove l'ha massacrata.» Marino è
laconico e professionale, ma dentro di lui ribolle una miscela di emozioni
che comincio a riconoscere. Vuoi fare bella figura, sminuire Jaime Berger
e fare il galletto; questo perché si sente solo, insicuro e frustrato nei miei
confronti. Vedo che fa di tutto per nascondere l'imbarazzo dietro a una finta nonchalance, e la sua sofferenza mi commuove. Se solo la smettesse di
farsi del male... Perché si caccia sempre in situazioni che gli creano dolore?
«Era viva quando Chandonne ha cominciato a picchiarla e a morsicarla?» mi chiede la Berger, continuando a osservare le fotografie.
«Sì» rispondo.
«Come fa a dirlo?»
«Lo si deduce dalla risposta dei tessuti alle ferite sul volto. Non sappiamo se fosse cosciente o no, tuttavia. O, meglio, per quanto tempo lo sia
rimasta» spiego.
«Abbiamo fatto delle riprese sul luogo del delitto» la informa Marino in
tono che vorrebbe essere annoiato.
«Datemi tutto quello che avete» replica perentoria la Berger.
«Riguardano solo i casi della Luong e della Bray. Del fratello Thomas
non abbiamo niente. Il container non l'abbiamo filmato e probabilmente è
meglio così.» Marino trattiene uno sbadiglio. Le sue scene cominciano a
sembrarmi ridicole e irritanti.
«Lei è intervenuta in tutti e tre i casi?» mi domanda la Berger.
«Sì.»
Osserva un'altra fotografia.
«Dopo essere entrato in quel container non ho più il coraggio di mangiare gorgonzola.» Marino sprizza ostilità da tutti i pori.
«Vorrei un caffè» gli dico. «Ti dispiace?»
«Mi dispiace cosa?» La testardaggine lo incolla alla sedia.
«Andare a farlo.» Lo guardo fisso, per fargli capire che voglio restare un
momento da sola con Jaime Berger
«Non so come funziona la macchinetta.» È una scusa idiota.
«Non è difficile, vedrai» replico.
«Noto che voi due avete trovato un'intesa» commento ironica, appena
Marino è abbastanza lontano da non sentire.
«Abbiamo avuto modo di conoscerci stamattina presto.» Mi lancia un'occhiata. «In ospedale. Prima che Chandonne partisse per nuovi lidi.»
«Scusi se mi intrometto, procuratore Berger, ma secondo me, dovendo
lavorarci insieme per qualche tempo, farebbe bene a mettere le cose in
chiaro con lui. Ho l'impressione che il malanimo che c'è fra di voi non giovi al buon andamento del lavoro.»
Continua imperturbabile a osservare le foto. «Mio Dio, è come se le avesse aggredite un animale. Proprio come Susan Pless, la donna uccisa a
New York. Queste potrebbero essere le sue foto. Sono quasi disposta a
credere ai lupi mannari. Naturalmente è possibile che la leggenda si basi su
individui effettivamente esistiti e affetti da ipertricosi.» Non capisco se
vuole dimostrarmi che ha studiato il caso o se sta solo cercando di cambiare discorso. «Apprezzo il suo consiglio riguardo a Marino. So che lavora
con lui da parecchio e quindi confido che non sia una cattiva persona.»
«Non è per nulla una cattiva persona. Ed è un investigatore straordinario.»
«Scommetto che è stato molto sgarbato anche con lei, nei primi tempi.»
«E continua a esserlo» rispondo.
La Berger sorride. «Marino e io abbiamo qualche problema da risolvere.
Evidentemente non è abituato ai pubblici ministeri che gli dicono che cosa
fare. A New York lavoriamo in modo diverso rispetto a qui» mi ricorda.
«Per esempio, la polizia non può arrestare un individuo sospettato di omicidio senza l'autorizzazione del procuratore distrettuale. Da noi è la procura ad avere in mano le redini e, a dire il vero, mi pare che le cose funzionino molto meglio.» Prende in mano alcuni referti di laboratorio. «Marino
vuole comandare ed è estremamente protettivo nei suoi confronti, dottoressa Scarpetta. Oltre che geloso di chiunque entri nella sua vita» riassume,
dando una scorsa ai risultati. «Niente alcol. A parte Diane Bray: 0,03. Non
aveva mangiato una pizza e bevuto una o due birre prima di aprire la porta
al suo assassino?» Sparge le foto sul piano del tavolo. «Non credo di avere
mai visto nessuno massacrato a questo modo. Una rabbia incredibile...
Rabbia e desiderio sessuale, sempre che così si possa definire. Non credo
che ci sia un termine per descrivere quello che Io spinge a fare questo.»
«Sì, c'è: male.»
«Immagino che l'esito degli altri esami tossicologici non sia ancora arrivato.»
«Abbiamo fatto quelli standard, ma ci vorranno diverse settimane prima
di avere i risultati.»
Continua a disporre le fotografie sul tavolo come se facesse un solitario.
«Che cosa prova al pensiero che avrebbe potuto fare la stessa fine?»
«Preferisco non pensarci» rispondo.
«A che cosa pensa?»
«A quello che mi dicono queste ferite.»
«E cioè?»
Prendo in mano una foto di Kim Luong, una ragazza giovane, intelligente e molto bella che lavorava per mantenersi agli studi. «Il sangue»
comincio. «Quasi tutta la pelle esposta è coperta da striature di sangue. Le
ha fatte lui con le dita, come in un rituale.»
«Dopo averla uccisa.»
«Presumo. In questa foto» le dico mostrandogliela «si vede chiaramente
il foro di entrata del proiettile sulla parte anteriore del collo. Le ha tranciato la carotide e lesionato il midollo spinale. Quando l'ha trascinata nel retrobottega, era paralizzata dal collo in giù.»
«E sanguinava. Dalla carotide.»
«Infatti. Osservi le macchie di sangue sugli scaffali.» Mi avvicino a lei e
le indico diverse fotografie. «Si vede che gli schizzi diventano più bassi e
più deboli a mano a mano che ci si allontana dal bancone.»
«Era cosciente?» La Berger è affascinata e turbata al tempo stesso.
«La lesione al midollo non è stata fatale.»
«Quanto può averci messo a morire dissanguata, con un'emorragia simile?»
«Alcuni minuti.» Cerco una foto dell'autopsia che mostra il midollo spinale estratto dal cadavere e steso su un telo verde accanto a un righello. La
massa cremosa presenta una contusione violacea e un lieve distaccamento
nel punto in cui è penetrato il proiettile, fra la quinta e la sesta vertebra cervicale. «È rimasta paralizzata all'istante» spiego. «Ma la contusione indica
che c'era pressione sanguigna e che il cuore continuava a pompare, come
confermano del resto gli schizzi di sangue arterioso sugli scaffali del negozio. Quindi sì, penso che fosse cosciente quando l'ha trascinata per i piedi
nel retrobottega. Però non so dire con certezza per quanto lo sia rimasta.»
«Allora si è accorta di che cosa le stava facendo, del sangue che le
schizzava dal collo?» La Berger mi guarda attenta, e nei suoi occhi brilla
una luce piena di energia.
«Dipende da quando ha perso i sensi» ripeto.
«Ma è possibile che sia rimasta cosciente fino al retrobottega?»
«Sì, certo.»
«Era in grado di gridare o di parlare?»
«Probabilmente non era in grado di fare assolutamente nulla.»
«Ma il fatto che non l'abbia sentita gridare nessuno non vuol dire che
fosse priva di conoscenza?»
«No, non necessariamente» rispondo. «Se le sparassero nel collo e la
trascinassero per i piedi mentre perde sangue...»
«Soprattutto un essere mostruoso come lui.»
«Sì, infatti. Sarebbe muta per il terrore. A parte che, per quanto ne sappiamo, potrebbe averle ordinato di tacere.»
«Capisco.» Sembra soddisfatta. «Come fa a sapere che l'ha trascinata per
i piedi?»
«Lo deduco dalle strisce di sangue lasciate dai capelli e dai segni delle
dita sopra la linea della testa» le spiego. «Se si trascina una persona paralizzata per le caviglie, le braccia si aprono.»
«L'istinto non è di tenersi stretto il collo per fermare l'emorragia?» mi
domanda. «Ma Kim Luong non poteva perché era paralizzata. Però era cosciente, capiva che stava per morire e aveva paura di quello che lui poteva
farle.» Si interrompe, per dare maggior forza alle proprie parole. La immagino davanti a una giuria e mi rendo conto che la sua incredibile fama non
è affatto immeritata. «Queste donne hanno sofferto moltissimo» aggiunge.
«Lo credo anch'io.» Ho la camicia sudata e sento di nuovo freddo.
«Ha pensato che volesse torturare così anche lei?» Mi guarda intensamente, come sfidandomi a ricordare che cosa mi è passato per la mente
quando Chandonne è entrato in casa mia e ha cercato di gettarmi il cappotto sulla testa. «Ricorda che cosa ha pensato?» mi incalza. «Che cosa ha
provato? O è successo tutto talmente in fretta che...»
«Molto in fretta» la interrompo. «Sì, è successo in fretta». Ci ripenso.
«Terribilmente in fretta. E nello stesso tempo mi pare che sia durato un'eternità. Il nostro orologio interno smette di funzionare, quando siamo in
preda al panico e lottiamo per la nostra vita. Non è un dato scientifico, ma
un'osservazione personale» aggiungo, frugando tra ricordi lacunosi.
«I minuti devono essere sembrati ore a Kim Luong» osserva la Berger.
«Chandonne è rimasto a casa sua soltanto pochi minuti, il tempo di inseguirla per la sala. Lei che impressione ha avuto?» La sua attenzione è totalmente fissa su di me.
«Che impressione ho...» Faccio fatica a spiegarmi. Non ho termini di paragone. «Un frullo d'ali...» Mi manca la voce mentre guardo nel vuoto senza battere ciglio, sudando freddo.
«Un frullo d'ali?» La Berger pare incredula. «Può spiegarsi meglio?»
«La realtà si deforma, si increspa come un'onda, come l'acqua di una
pozzanghera mossa dal vento, e i sensi si acuiscono, perché l'istinto di sopravvivenza prevale sulla ragione. Si sente muovere l'aria, si vede l'aria
che si sposta. È come una scena al rallentatore, come se tutto si accartocciasse su se stesso... sembra durare all'infinito. Si vede tutto, si coglie ogni
dettaglio e si nota...»
«Che cosa si nota?»
«Tante cose» continuo. «I peli sulle mani che prendono la luce come filamenti in una lampadina, traslucidi come lenze al sole. Che lui è felice.»
«Felice? In che senso?» mi chiede a bassa voce. «Sorride?»
«No, non in quel senso. Più che un sorriso vedo in lui una gioia primitiva, un desiderio, una sete di sangue come quella che brilla negli occhi
degli animali di fronte alla preda.» Traggo un respiro profondo e mi concentro sulla parete della sala riunioni, sul calendario con l'illustrazione natalizia. Jaime Berger è seduta diritta, rigida, le mani appoggiate sul piano
del tavolo, immobili. «Il problema non è quello che si osserva, ma quello
che si ricorda» continuo, più lucida. «Ho la sensazione che lo choc provochi un errore di sistema che impedisce di ricordare i particolari con lo stesso grado di attenzione. Forse fa parte anche questo dell'istinto di sopravvivenza. Forse è necessario dimenticare certe cose per non continuare a riviverle. Per superare il trauma bisogna dimenticare. Si ricorda la donna rapita da una banda di delinquenti mentre faceva jogging al Central Park, che
dopo essere stata stuprata e picchiata fu creduta morta e mollata in un angolo? Perché dovrebbe ricordare tanta sofferenza? Non si è occupata lei di
quel caso?» aggiungo con un velo di ironia. Naturalmente aveva seguito lei
le indagini.
La Berger cambia posizione sulla sedia. «Però lei ricorda» puntualizza.
«E ha visto quello che Chandonne fa alle sue vittime. "Gravi lacerazioni al
volto".» Comincia a leggere ad alta voce il referto dell'autopsia di Kim
Luong. «"Frantumazione massiva dell'osso parietale destro... frattura dell'osso frontale destro estendentesi lungo la linea mediana... ematomi subdurali bilaterali... lacerazione del tessuto cerebrale sottostante con emorragia subaracnoidea... fratture depresse che hanno spinto la lamina ossea interna del cranio nella massa cerebrale sottostante... fratture frammentate...
coaguli..."»
«I coaguli indicano che la vittima è sopravvissuta almeno sei minuti dopo che le è stato inferto il colpo.» Ritorno al mio ruolo di interprete dei
morti.
«Un tempo lunghissimo» osserva la Berger, e la immagino mentre lascia
i giurati sedere in silenzio per sei minuti esatti per dimostrare loro quanto
sono lunghi.
«Fratture al volto e qui...» continuo sfiorando alcuni punti di una foto
«lacerazioni e perforazioni provocate da un oggetto contundente che lascia
tracce tondeggianti e lineari.»
«Come il calcio di una pistola.»
«In questo caso, nel caso di Kim Luong, sì. Nel caso di Diane Bray si
trattava di una specie di martello.»
«Un martelletto da muratore.»
«Vedo che è preparata.»
«Cerco di esserlo sempre» mi risponde.
«Premeditazione» continuo. «Ha portato l'arma con sé, non ha usato
qualcosa che ha trovato sul posto. E in questa foto qui» proseguo indicandole un'altra immagine macabra «si vedono lividi provocati dalle nocche delle mani. Quindi, l'ha anche presa a pugni; e da questa angolazione
si notano il golf e il reggiseno sul pavimento. Pare glieli abbia strappati a
mani nude.»
«Come fa a dirlo?»
«Le fibre risultano strappate, non tagliate» rispondo.
La Berger studia un diagramma. «Non credo di aver mai visto tanti segni
di morsicature su un corpo. La sua è una vera e propria furia omicida. Ha
motivo di sospettare che abbia agito sotto l'influsso di qualche droga?»
«Non saprei come accertarlo.»
«E quando è venuto da lei?» domanda. «Quando l'ha aggredita, la notte
fra venerdì e sabato? A proposito, anche quella sera aveva il martelletto,
vero? Un martelletto da muratore?»
«Furia omicida è la parola giusta. Ma non posso sapere se fosse drogato.» Dopo un istante di silenzio, aggiungo: «Sì, aveva un martelletto da
muratore quando ha cercato di aggredirmi».
«Ha cercato? Sia più precisa.» Mi guarda negli occhi. «Chandonne l'ha
aggredita, non ha semplicemente cercato di farlo. L'ha aggredita e lei è
scappata. Ha visto bene il martelletto?»
«Se devo essere precisa, come mi ha appena chiesto: sì, ho visto che aveva in mano un attrezzo. Io so com'è fatto un martelletto da muratore.»
«Che cosa ricorda? Il frullo d'ali.» Cita la mia strana definizione. «In
quei minuti senza fine in cui i peli sulle mani di Chandonne prendevano la
luce come filamenti di una lampadina.»
Rivedo un manico nero, a spirale. «Ho visto la spirale» le dico. «Quella
me la ricordo. È così strana. I martelli da muratore hanno un manico a spirale che sembra una grossa molla nera.»
«È sicura? È questo che ha visto, quando lui la inseguiva?»
«Sono abbastanza sicura.»
«Avrei bisogno che fosse più che abbastanza sicura» ribatte.
«Ho visto anche la punta. Sembrava un becco lungo e nero. Quando l'ha
sollevato... sì, sono sicura: era un martelletto da muratore.» La sfido. «Sì,
impugnava un martelletto da muratore.»
«Al pronto soccorso gli hanno fatto un prelievo» mi informa. «L'esame
tossicologico è negativo: non aveva assunto né sostanze stupefacenti né alcol.»
Mi sta mettendo alla prova. Sapeva già che Chandonne non aveva bevuto e non si era drogato, ma me lo ha tenuto nascosto per conoscere le
mie impressioni. Vuole accertare che io sia obiettiva quando parlo di me,
controllare se mi limito ai fatti oppure no. Sento i passi di Marino nel cor-
ridoio. Arriva con tre bicchieri di plastica e li posa sul tavolo. Spinge dalla
mia parte quello senza latte. «Non sapevo come lo prendeva, così le ho
messo il latte» dice sgarbato alla Berger. «Il sottoscritto vuole quello con
latte e zucchero perché ha paura di essere denutrito.»
«Che danni può provocare la formalina negli occhi?» mi chiede la Berger.
«Dipende dalla durata del contatto» rispondo obiettiva, come se la sua
fosse una domanda teorica e non un'allusione al fatto che sono stata io a
gettarla negli occhi a Chandonne.
«Deve fare un male terribile. La formalina è un acido, vero? Ho visto
come riduce i tessuti: diventano come gomma» osserva.
«Non proprio.»
«Be', certo.» Sorride, come invitandomi a prenderla meno alla lettera, se
possibile.
«Un tessuto che rimane a contatto con la formalina per un determinato
periodo di tempo, per immersione o, per esempio nei processi di imbalsamazione, per infusione, si conserva all'infinito» spiego.
Ma alla Berger queste cose non interessano. Non sono nemmeno sicura
che le interessi se i danni che ho causato a Chandonne siano o meno permanenti. Ho l'impressione che voglia sapere piuttosto come sto al pensiero
di avergli fatto del male e di averlo forse accecato. Non me lo chiede. Si
limita a osservarmi. Comincio a sentire il peso del suo sguardo. I suoi occhi sono come mani esperte che tastano alla ricerca di anomalie e punti deboli.
«Sappiamo chi si è preso come avvocato?» chiede Marino, ricordandoci
della sua presenza.
Jaime Berger beve un sorso di caffè. «È una domanda da un milione di
dollari.»
«Però un'idea ce l'ha» ribatte Marino insospettito.
«Sì, un'idea ce l'ho. E credo che lei non sarà affatto contento.»
«Questo non vuole dire niente» risponde. «Non ho mai conosciuto un
avvocato difensore che mi sia piaciuto.»
«Comunque, è un problema mio, non suo» lo bacchetta la Berger.
Ci rimango male anch'io. «Senta» mi intrometto «io non sono contenta
che il processo si tenga a New York.»
«La capisco.»
«Non credo proprio.»
«Be', ho parlato con il suo amico Righter abbastanza da capire che cosa
succederebbe se Chandonne venisse processato in Virginia.» È fredda, esperta, lievemente sardonica. «L'accusa di essersi fatto passare per pubblico ufficiale cadrebbe e quella di tentato omicidio verrebbe derubricata a
tentata aggressione.» Si interrompe e mi osserva per vedere la mia reazione. «Non l'ha toccata, dottoressa. Il problema è questo.»
«Sarebbe un problema ben più grave se l'avesse fatto» ribatto, cercando
di non farle capire che mi sta irritando.
«Le ha brandito contro il martelletto, ma non l'ha colpita.» Mi guarda
fisso. «E di questo siamo tutti contenti.»
«Ho l'impressione che i diritti dell'individuo siano riconosciuti solo
quando vengono violati.» Bevo un sorso di caffè.
«Righter potrebbe chiedere un unico processo per tutte le imputazioni,
dottoressa. Ma lei che ruolo avrebbe? Perito, testimone o vittima? Il conflitto mi sembra evidente. O lei testimonia in quanto perito e rinuncia a
presentarsi come parte in causa, oppure si presenta come parte in causa e si
nomina un altro perito. O, nella peggiore delle ipotesi» aggiunge, sottolineando bene le parole «Righter si limita a presentare i suoi referti senza
chiamare alcun perito a testimoniare. Lo fa spesso, a quanto mi risulta.»
«È un coniglio» dice Marino. «E la dottoressa ha ragione. Chandonne
deve pagare per quello che ha fatto a lei, ma soprattutto per quello che ha
fatto a Kim Luong e Diane Bray. Dovrebbe beccarsi la pena di morte. Qui
a Richmond, lo manderemmo sulla sedia elettrica.»
«Non se la dottoressa Scarpetta verrà screditata nelle sue capacità di medico legale, capitano. Un buon avvocato difensore riuscirebbe sicuramente
a metterla in contraddizione e a intorbidire le acque.»
«A che cosa serve parlarne? Sono tutte speculazioni, no?» esclama Marino. «Il processo si terrà altrove e io non sono mica nato ieri: so benissimo
che in Virginia non verrà mai processato. Voi lo rinchiuderete e noi poveri
provinciali non avremo mai il piacere di ospitarlo nel nostro tribunale.»
«Che cosa faceva a New York, due anni fa?» domando. «Lo sappiamo?»
«Già» dice Marino, come se fosse al corrente di particolari di cui non mi
ha mai parlato. «Questa è una bella storia.»
«La sua famiglia potrebbe avere dei legami con la mafia newyorkese»
suggerisce la Berger.
«Avranno un dannato appartamento a Manhattan» ribatte Marino.
«E a Richmond no?» ribatte la Berger. «Richmond non è una tappa fissa
per i traffici New York-Miami lungo la I-95?»
«Sì, certo» risponde Marino. «Prima che approvassero il Progetto Exile
e sbattessero nelle prigioni federali tutti quelli che avevano per le mani
armi e droga, sicuro. Sì, un tempo questa città era un nodo importante. Allora, se il clan Chandonne opera a Miami - e questo noi lo sappiamo da
Lucy che lavorava là sotto copertura - e se esiste questa New York
Connection, non c'è da sorprendersi che un po' di armi e droga siano finite
anche qui a Richmond.»
«Magari continuano a finirci» insiste Jaime Berger.
«L'Atf avrà il suo daffare» commento.
«Già» sbuffa Marino.
Dopo un lungo silenzio, la Berger dice: «Be', visto che siamo in argomento...». Mi rendo conto dal suo comportamento che sta per dirmi qualcosa di spiacevole. «Pare che l'Atf abbia un problema. Così come l'Fbi e la
polizia francese. L'idea era di approfittare dell'arresto di Chandonne per ottenere un mandato di perquisizione per la casa di suo padre a Parigi, nella
speranza di trovare prove sufficienti ad arrestare qualche pesce grosso. Invece, pare che finora non sia stato possibile dimostrare che Jean-Baptiste
avesse un qualsivoglia legame con la casa di famiglia. In realtà non è neppure possibile dimostrare che sia uno Chandonne. Non ha patente, né passaporto, né certificato di nascita. Non esiste documento che attesti l'esistenza di quest'uomo. Solo l'esame del Dna, che risulta molto simile a
quello del cadavere ritrovato nel container, proverebbe che erano parenti e
presumibilmente fratelli. Ma per convincere una giuria mi servono prove
più tangibili.»
«E naturalmente nessuno della famiglia si farà avanti a reclamare il
Loup-Garou» dice Marino con una pronuncia abominevole. «Che è il motivo per cui non possiede un documento, del resto, no? I potenti Chandonne non volevano far sapere al mondo che il loro figlio è un mostro peloso
che va in giro ad ammazzare gente.»
«Un momento» li blocco. «Non ha declinato le proprie generalità al
momento dell'arresto? Come facciamo a sapere che si chiama JeanBaptiste Chandonne, se non ce l'ha detto lui?»
«Ce l'ha detto lui.» Marino si frega la faccia fra le mani. «Merda. Le
faccia vedere il video» dice tutt'a un tratto alla Berger. Non ho idea di che
cosa stia parlando e la Berger non sembra per niente contenta che Marino
abbia tirato in ballo l'argomento. «Ha diritto di saperlo anche lei» insiste
Marino.
«Il fatto è che abbiamo nuovi elementi su un imputato di cui conosciamo
il Dna ma non l'identità.» La Berger cerca di svicolare.
Che video? Mi sento invadere dalla paranoia. Di quale video parlano?
«L'ha portato?» Marino guarda la Berger con aperta ostilità. Si squadrano di qua e di là dal tavolo, con rabbia. Marino si incupisce, le prende
la valigetta e la gira dalla sua parte come se volesse aprirla e frugarci dentro. La Berger ci mette una mano sopra e lo fulmina con lo sguardo. «Capitano!» gli urla in tono minaccioso. Marino toglie la mano, rosso in viso. La
Berger apre la valigetta e si rivolge a me. «Avevo intenzione di mostrarglielo comunque» dice in tono misurato. «Solo che avrei aspettato un momento più opportuno.» È controllata, ma mi rendo conto che è furibonda.
Prende una cassetta da una busta marrone, si alza e la infila nel videoregistratore. «Qualcuno sa come funziona questo affare?»
11
Accendo il televisore e porgo alla Berger il telecomando.
«Dottoressa Scarpetta» Jaime Berger ignora volutamente Marino «prima
che cominciamo vorrei dirle due parole sulle procedure della procura distrettuale di Manhattan. Come le anticipavo poco fa, lavoriamo in maniera
diversa da voi. Per questo avrei preferito ciarle spiegazioni più esaurienti,
prima di sottoporle questo nastro. Lei conosce il nostro sistema di gestione
degli omicidi?»
«No» rispondo, con i nervi a fior di pelle.
«A Manhattan un sostituto procuratore è reperibile ventiquattr'ore su
ventiquattro, sette giorni su sette, nel caso si verifichi un omicidio o la polizia fermi un sospetto. Come ho già detto, la polizia non può procedere all'arresto senza l'autorizzazione della procura; questo per garantire che sia
tutto in regola, per esempio i mandati di perquisizione. Di solito il sostituto
procuratore si reca sul luogo del delitto e, nel caso venga spiccato l'arresto,
procede a interrogare l'imputato. Capitano» aggiunge poi rivolgendosi con
freddezza a Marino «lei ha lavorato nel dipartimento di polizia di New
York all'inizio della sua carriera, ma forse queste norme sono state introdotte quando lei se n'era già andato.»
«Infatti non ne ho mai sentito parlare» borbotta, con il colorito ancora
pericolosamente rosso.
«E di approccio verticale?»
«Sembra una posizione sessuale» osserva Marino.
La Berger fa finta di non sentire. «È stata un'idea di Morgenthau» mi
spiega.
Robert Morgenthau è il procuratore distrettuale di Manhattan da quasi
venticinque anni ed è una leggenda. È chiaro che a Jaime Berger piace lavorare per lui. Mi si smuove qualcosa dentro. Invidia? No, forse malinconia. Sono stanca, mi sento sempre più impotente e non ho nessuno tranne
Marino, che è tutto fuorché propositivo e illuminato. Marino non è certo
una leggenda e in questo momento non sono per niente contenta di lavorare con lui. Anzi, mi dà fastidio perfino averlo vicino.
«Il pubblico ministero segue il caso sin dall'inizio» comincia a spiegare
la Berger. «In maniera tale che testimoni e vittime non debbano essere interrogati da tre o quattro persone diverse. Se un caso viene affidato a me,
per esempio, è possibile che io lo segua dal primissimo sopralluogo fino al
processo. Con dei vantaggi indiscutibili. Se tutto va bene, riesco addirittura
a interrogare l'arrestato prima che chiami il suo avvocato, il quale naturalmente gli consiglierebbe di non parlare con me.» Preme il pulsante del telecomando. «Per fortuna ho parlato con Chandonne prima che si scegliesse
un avvocato. Ho avuto diversi colloqui con lui in ospedale, il primo dei
quali a un'ora inconsulta di questa mattina. Credo che fossero le tre.»
Dire che sono scioccata sarebbe poco. La mia reazione a quanto mi ha
appena detto è indescrivibile. Mi sembra impossibile che Jean-Baptiste
Chandonne abbia parlato con qualcuno.
«La vedo sorpresa.» Il commento della Berger mi sembra retorico. Ma
forse vuole dimostrare qualcosa.
«Lo sono» replico.
«Forse lei non ha mai pensato che l'uomo che l'ha aggredita cammina,
parla, mastica chewing-gum e beve Pepsi. Forse a lei non sembra umano»
mi dice. «Forse lei crede che sia realmente un lupo mannaro.»
Io non l'ho visto, quando mi ha parlato come una persona normale da
dietro la porta. Polizia. Tutto bene? Dopo, era un mostro. Sì, un mostro.
Un mostro che mi correva dietro brandendo un aggeggio di ferro che sembrava uno strumento di tortura degno della Torre di Londra, che grugniva e
urlava come una bestia. E che aveva l'aspetto orripilante e spaventoso di
una bestia.
Jaime Berger sorride stancamente. «Adesso vedrà come si è svolto il nostro colloquio, dottoressa. Chandonne non è folle. Non è una creatura soprannaturale. E, se non voglio che i giurati lo considerino diverso solo perché è affetto da una rara malattia, voglio anche che lo vedano così com'è
adesso, prima che si sia ripulito e rivestito. Credo che debbano sapere che
effetto ha fatto alle sue vittime. È d'accordo?» I suoi occhi incrociano i
miei. «Voglio che capiscano che nessuno con la testa sul collo lo avrebbe
invitato a entrare in casa propria.»
«Perché, non le avrà detto che l'ho invitato io?» Ho la bocca asciutta.
«Ha detto molte cose» replica lei.
«Un sacco di stronzate» precisa Marino disgustato. «Ma io lo sapevo.
Sono andato a trovarlo ieri sera, gli ho detto che il procuratore voleva interrogarlo e lui mi ha chiesto com'era. Io ho fatto lo scemo, ho finto di non
capire. Gli ho detto: "Senti a me, John. Per un uomo è dura concentrarsi
davanti a una donna così, non so se mi spiego".»
John, penso. Marino lo chiama John.
"Uno, due, tre, prova. Uno, due, tre, prova" dice una voce registrata.
L'obiettivo inquadra una parete di cemento, poi mette a fuoco un tavolo e
una sedia. In sottofondo si sente squillare un telefono.
«Voleva sapere se è una bella donna, e il procuratore mi scuserà se gli
ho dato corda.» Marino è sarcastico e ce l'ha con la Berger per motivi che
ancora mi sfuggono. «Sto solo riferendo come ha reagito quel pezzo di
merda. Gli ho detto: "Non dovrei, ma ripeto, un uomo fa fatica a concentrarsi davanti a una donna così. Un vero uomo, intendo ".»
So benissimo che Marino non si è espresso in questi termini, e dubito
anche che Chandonne gli abbia chiesto com'era la Berger. È più probabile
che sia stato Marino ad accennare al fatto che era una bella donna, per vedere se Chandonne abboccava e acconsentiva a parlare con lei. Mi viene in
mente il modo in cui l'ha definita ieri sera, quando ha accompagnato alla
macchina me e Lucy, e provo astio e collera. Sono stufa di lui e dei suoi
modi da macho. Sono stufa della sua volgarità e del suo sciovinismo maschile.
«Ma che cosa ti prende?» Ho voglia di fargli una doccia fredda. «Dobbiamo per forza parlare di attributi femminili? Non ce la fai a concentrarti
sul lavoro senza fare riferimento alla grandezza del seno di una donna?»
"Uno, due, tre, prova" ripete la voce del cameraman. Il telefono smette
di suonare. Si sentono rumori di passi, borbottii. «Adesso la facciamo sedere a questo tavolo.» Riconosco la voce di Marino. Bussano alla porta.
«Il punto è che Chandonne ha parlato.» La Berger mi guarda, di nuovo
alla ricerca dei miei punti più deboli e vulnerabili. «Con me, ha parlato a
lungo.»
«Per quel che vale.» Marino guarda lo schermo. Allora è così. Marino ha
contribuito a convincere Chandonne a parlare con la Berger, ma in realtà
voleva che parlasse con lui.
La telecamera è fissa. A un certo punto inquadra il pancione di Marino
che prende la sedia di legno. Un uomo vestito di blu, con la cravatta rossa,
lo aiuta a far sedere Jean-Baptiste Chandonne. Chandonne indossa un pigiama azzurro dell'ospedale e dalle maniche corte gli spuntano lunghi ciuffi di pelo ondulato color miele. Ha peli anche sul collo, che escono dalla
scollatura a V È ripugnante. Si siede e la sua faccia entra nell'inquadratura,
bendata da metà fronte fino alla punta del naso. Intorno alle bende è rasato
e bianco come la neve, come se la sua pelle non avesse mai visto il sole.
"Dov'è la mia Pepsi?" domanda. Non è legato e non ha neppure le manette.
"Vuoi che te ne porti una?" gli chiede Marino.
Chandonne non risponde. La Berger passa oltre la telecamera. Noto che
ha un tailleur color cioccolato con le spalline imbottite. Si siede di fronte a
Chandonne. La vedo di schiena.
"Vuoi un'altra Pepsi, John?" chiede Marino all'uomo che ha cercato di
uccidermi.
"Fra un minuto. Posso fumare?" domanda Chandonne.
Ha una voce delicata e un forte accento francese. È calmo ed educato.
Fisso lo schermo, ma non riesco a concentrarmi. Mi sembra che i neurotrasmettitori facciano contatto, sarà lo stress postraumatico, ma ho i nervi che
schizzano come acqua in una padella piena d'olio e mi sta tornando il mal
di testa. Compare una manica blu con polsino bianco che posa un bicchiere
e un pacchetto di Camel davanti a Chandonne. Riconosco i bicchieri di
carta bianchi e blu del bar dell'ospedale. Si sente il rumore di una sedia trascinata sul pavimento e si vede il braccio blu che accende la sigaretta a
Chandonne.
"Mr Chandonne." La voce della Berger è tranquilla e sicura, come se per
lei parlare con un serial killer rivestito di pelo fosse cosa di tutti i giorni.
"Prima di tutto vorrei presentarmi. Sono Jaime Berger, della procura distrettuale di New York."
Chandonne solleva una mano e si tocca appena le bende. Ha le dita coperte di pelo chiaro, quasi albino, lungo più o meno un centimetro, come
se si fosse rasato fino a poco tempo fa. Mi ricordo quelle mani che cercavano di afferrarmi. Ha le unghie lunghe e sporche. Per la prima volta mi
accorgo che ha muscoli potenti, non grossi e gonfi come quelli dei culturisti, ma forti e allungati come quelli di un animale feroce che se ne serve
per cacciare, per scappare, per sopravvivere. La sua forza fisica sembra in
contrasto con l'idea che ci eravamo fatti che avesse vissuto una vita seden-
taria e inerte, chiuso nella bella casa della sua famiglia sull'Ile Saint-Louis.
"Lei ha già conosciuto il capitano Marino" continua la Berger. "Sono qui
presenti anche Mr Escudero, lui pure della procura di New York, che sta
facendo le riprese, e Jay Talley dell'Atf."
Mi accorgo che la Berger mi guarda e faccio finta di niente. Mi trattengo
dal chiedere che cosa ci faceva Jay lì e assurdamente mi viene in mente
che la Berger è il tipo di donna che potrebbe piacergli. Prendo un fazzolettino dalla tasca della giacca e mi asciugo il sudore sulla fronte.
"Lei sa che la stiamo riprendendo, vero? Non ha obiezioni in merito?"
chiede la voce registrata della Berger.
"Va bene" risponde Chandonne, tirando una boccata di fumo e togliendosi un pezzetto di tabacco dalla lingua.
"Vorrei farle alcune domande a proposito della morte di Susan Pless il 5
dicembre del '97."
Chandonne non ha nessuna reazione. Prende in mano il bicchiere e cerca
la cannuccia con le labbra rosa e asimmetriche. Nel frattempo la Berger gli
dice l'indirizzo della vittima nell'Upper East Side di New York. Gli spiega
che prima di andare avanti ha il dovere di ricordargli i suoi diritti, per
quanto gli siano stati ricordati già diverse volte. Chandonne ascolta. Forse
è la mia immaginazione, ma mi pare che si stia divertendo. Non dà il minimo segno di malessere e non sembra affatto intimidito. È tranquillo e
composto, tiene le mani pelose e ributtanti sul piano del tavolo e ogni tanto
si tocca le bende come per ricordarci di quello che gli abbiamo - che gli ho
- fatto.
"Tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei in tribunale" prosegue la Berger. "Capisce, vero? Vorrei che mi rispondesse sì o no, invece
di fare cenni con la testa."
"Capisco." Collabora in modo quasi commovente.
"Lei ha il diritto di consultare un avvocato prima di qualsiasi colloquio e
a essere interrogato in sua presenza. Capisce?"
"Sì."
"Se non ha un avvocato o non se lo può permettere, gliene verrà fornito
uno d'ufficio. Ha capito?"
A quel punto Chandonne prende di nuovo il bicchiere della Pepsi. La
Berger continua la tiritera perché sia lui sia il mondo intero sappiano che
tutto si è svolto in maniera regolare e che Chandonne è al corrente dei suoi
diritti e accetta di parlare di propria volontà, senza imposizioni di sorta.
"Adesso che conosce i suoi diritti" conclude "vuole dirci la verità su come
sono andate le cose?"
"Io dico sempre la verità" risponde Chandonne dolcemente.
"Le sono stati letti i suoi diritti in presenza del funzionario Escudero, del
capitano Marino e dell'agente speciale Talley. Lei li ha capiti?"
"Sì."
"Perché non mi racconta con parole sue che cosa è successo a Susan
Pless?" domanda la Berger.
"Era molto carina" comincia Chandonne, con mio sommo stupore. "Ci
sto male ancora adesso."
«Lo credo bene» borbotta sardonico Marino guardando il video.
La Berger spegne immediatamente il videoregistratore. «Capitano» lo
fulmina «ci risparmi i suoi commenti, per favore.»
Il silenzio offeso di Marino è velenoso. La Berger punta il telecomando
verso il televisore e sullo schermo compare di nuovo Chandonne. Gli chiede come ha conosciuto Susan Pless e lui risponde che si sono incontrati in
un ristorante chiamato Lumi, in Seventieth, fra Third Avenue e Lexington.
"Come mai si trovava lì? Ci era andato a mangiare? Ci lavorava?" chiede la Berger.
"Stavo cenando, da solo. L'ho vista entrare. Anche lei era sola. Io avevo
una buona bottiglia di vino italiano. Un Barolo Massolino del 1993. Lei
era molto bella."
Il barolo è il vino italiano che preferisco. So che quello a cui fa riferimento è costoso. Chandonne racconta che, mentre mangiava l'antipasto crostini di polenta con funghi trifolati e olio tartufato, che pronuncia in italiano con accento quasi perfetto - aveva visto entrare una bella afroamericana, sola. Il maître la trattava come se fosse una cliente fissa e importante
e l'aveva fatta sedere a un tavolo d'angolo. "Era molto ben vestita, si vedeva che non era una prostituta." Chandonne aveva chiesto al maître di invitarla a unirsi a lui per la cena e lei era stata molto disinvolta.
"In che senso, disinvolta?" domanda la Berger.
Alza le spalle e beve un altro sorso di Pepsi. Impiega il suo tempo a bere
dalla cannuccia. "Ne vorrei un'altra." Alza il bicchiere e il braccio blu di
Jay Talley glielo afferra. Chandonne cerca alla cieca il pacchetto di sigarette con la mano pelosa.
"Che cosa intende quando dice che Susan Pless era molto disinvolta?"
ripete la Berger.
"Che non ho avuto bisogno di insistere. È venuta subito a sedersi al mio
tavolo. Abbiamo chiacchierato amabilmente."
Non riconosco la voce.
"Di che cosa?" chiede la Berger.
Chandonne si tocca di nuovo le bende e io penso a quell'essere ripugnante seduto in un luogo pubblico a mangiare piatti prelibati, bere ottimo
vino e corteggiare le donne. Mi coglie il dubbio che sapesse che la Berger,
prima o poi, mi avrebbe mostrato la cassetta. E se l'accenno alla cucina e ai
vini italiani fosse rivolto a me? Vuole prendermi in giro? Che cosa sa di
me? Nulla, mi rispondo. Non può sapere assolutamente nulla di me. Racconta alla Berger che lui e Susan Pless avevano parlato di politica e di musica, Quando lei gli chiede se lui era a conoscenza di che mestiere faceva
la Pless, risponde che glielo aveva detto lei.
"'Allora sei famosa!' le ho detto, e lei è scoppiata a ridere" racconta.
"Non l'aveva mai vista in televisione?" domanda Jaime Berger.
"Non guardo quasi mai la televisione." Butta fuori il fumo, piano. "Adesso, naturalmente, non potrò più farlo. Non vedo."
"Si limiti a rispondere alle mie domande, per favore. Non le ho chiesto
quanta televisione guarda, ma se aveva mai visto in Tv Susan Pless."
Faccio fatica a riconoscere la sua voce. Ho la pelle d'oca e i brividi: non
ho mai sentito quella voce, non sembra per nulla quella che ho udito fuori
della mia porta. Polizia. Abbiamo ricevuto una segnalazione: pare che un
individuo sospetto si aggiri nei pressi di casa sua.
"Non ricordo di averla mai vista in televisione" risponde.
"Che cosa successe, poi?" domanda la Berger.
"Abbiamo cenato, bevuto il vino e poi io le ho chiesto se voleva venire
con me per una coppa di champagne."
"Dove? Lei dove alloggiava?"
"Al Barbizon Hotel. Avevo preso una stanza sotto falso nome. Ero arrivato da Parigi qualche giorno prima."
"E che nome aveva dato?"
"Non mi ricordo."
"Come aveva pagato il conto?"
"In contanti."
"Per quale ragione era venuto a New York?"
"Avevo paura."
Marino, poco lontano da me, si sposta sulla sedia e sbuffa disgustato.
Ricomincia con i commenti: «Apri bene le orecchie, che adesso viene il
bello».
"Paura?" chiede la voce registrata della Berger. "E di che cosa?"
"Di quelli che ce l'hanno con me. Il vostro governo. È di questo che si
tratta." Si tocca le bende, questa volta prima con una mano, poi con quella
in cui tiene la Camel. Volute di fumo gli si alzano intorno alla testa. "Perché mi stanno usando, mi hanno sempre usato, per arrivare alla mia famiglia. Perché girano voci false sul conto della mia famiglia..."
"Un momento" lo interrompe la Berger.
Con la coda dell'occhio vedo Marino che scuote la testa rabbioso. Si appoggia allo schienale e incrocia le braccia sulla pancia enorme. «Ognuno
ha quello che si merita» bofonchia. Immagino voglia dire che la Berger
non avrebbe dovuto interrogare Chandonne. È stato un errore. Quel nastro
farà più male che bene.
«Capitano, la prego» lo rimprovera la Berger, mentre la sua stessa voce
nel video chiede: "Mi scusi, ma chi la sta usando?".
"L'Fbi. L'Interpol. Forse anche la Cia. Non so, esattamente."
«Già» fa Marino sarcastico. «Dell'Atf non parla perché non ne sa niente
nessuno. Non la riconosce nemmeno il controllo ortografico del computer.»
Il suo odio per Talley e per come sta andando a finire la carriera di Lucy
si è metastatizzato in un odio per tutta l'Atf. La Berger non interviene: fa
finta di niente. Nel video sta tenendo testa a Chandonne con la sua proverbiale grinta: "Mi scusi, ma vorrei farle notare che in questo momento le
conviene dire la verità. Lei capisce quanto è importante che lei mi dica tutta la verità?".
"Io dico la verità" insiste lui a voce bassa, con l'aria convinta. "So che
può sembrare assurdo, ma il problema è che la mia famiglia è potente. Tutti in Francia la conoscono. La mia famiglia vive sull'Ile Saint-Louis da
centinaia di anni. Dicono che ha legami con la criminalità organizzata, con
la mafia, ma non è vero. È qui che nasce la confusione. Io non abito con
loro. "
"Però fa parte di questa famiglia potente. È loro figlio?"
"Sì."
"Ha fratelli o sorelle?"
"Avevo un fratello, Thomas."
"Aveva?"
"È morto, lo sapete. È per lui che sono qui."
"Torneremo su questo punto in seguito. Adesso parliamo della sua famiglia a Parigi. Lei ha detto che non abita con loro. Non ci ha mai abitato?"
"No, mai."
"Perché? Perché non ha mai abitato con la sua famiglia?"
"Non mi volevano. Quando ero molto piccolo, hanno pagato una coppia
senza figli perché si prendesse cura di me e nessuno sapesse."
"Che cosa non volevano che si sapesse?"
"Che sono figlio di Monsieur Thierry Chandonne."
"Perché suo padre non voleva che si sapesse che lei era suo figlio?"
"Ma mi ha visto? Come può farmi una simile domanda?" Stringe i denti
rabbioso.
"Glielo ripeto: perché suo padre non voleva che si sapesse che lei è suo
figlio?"
"Okay, facciamo finta che lei non noti niente. Molto gentile da parte
sua." C'è un'ombra di scherno nella sua voce. "Ho una grave malattia. Per
la vergogna. La mia famiglia si vergogna di me."
"Dove vive questa coppia che lei sostiene essersi presa cura di lei?"
"In Quai de l'Horloge, vicino alla Conciergerie."
"La prigione in cui fu rinchiusa Maria Antonietta durante la Rivoluzione
francese?"
"La Conciergerie è molto famosa, naturalmente. Ci vanno i turisti. Alla
gente interessano le prigioni, le camere di tortura, le ghigliottine. Soprattutto agli americani. Non l'ho mai capito. Voi mi ucciderete. Gli Stati Uniti
mi uccideranno senza problemi. Voi uccidete tutti. Fa parte del vostro piano, di un grande complotto."
"Dove si trova esattamente Quai de l'Horloge? Credevo che vicino alla
Conciergerie ci fosse il Palais de Justice." La Berger ha un'ottima pronuncia francese. "I palazzi residenziali nei dintorni sono molto lussuosi.
Lei sta dicendo che abitava in uno di questi?"
"Molto vicino."
"Come si chiamano le persone a cui è stato affidato?"
"Olivier e Christine Chabaud. Purtroppo sono morti tutti e due molti anni fa."
"Che lavoro facevano?"
"Boucher lui. Coiffeureuse lei."
"Un macellaio e una pettinatrice?" Il tono della Berger lascia intendere
che non ci crede e sa benissimo che sta prendendo in giro lei e tutti noi. Jean-Baptiste Chandonne è un macellaio. Ed è coperto di peli lunghi come
capelli.
"Sì, un macellaio e una pettinatrice" ripete Chandonne.
"Lei aveva contatti con la sua famiglia, quando stava con questa coppia
vicino alla prigione?"
"Ogni tanto li andavo a trovare. Sempre di notte, per non farmi vedere."
"Per non farsi vedere? Perché non voleva farsi vedere?"
"Gliel'ho già detto." Scrolla la cenere alla cieca. "I miei genitori non volevano che si sapesse che ero loro figlio. La gente mormora e mio padre è
un uomo molto conosciuto. Non gli faccio colpe. Così andavo di notte,
quando era buio e le strade dell'Île Saint-Louis erano deserte. Certe volte
mi davano soldi o altre cose."
"La facevano entrare in casa?" La Berger sta cercando in tutti i modi di
trovare un legame fra lui e l'hôtel particulier della famiglia Chandonne, in
maniera da poterlo perquisire. Mi sembra chiaro che Chandonne lo ha capito: sa perfettamente perché la Berger vuole collegarlo a quel palazzo sull'Île Saint-Louis che ho visto con i miei occhi l'ultima volta che sono stata
a Parigi. Prevedo che non ci saranno gli estremi per spiccare un mandato di
perquisizione.
"Sì, ma per pochissimo, e non potevo andare dappertutto" risponde fumando con calma. "La casa è molto grande e ci sono parti che non ho mai
visto. Mi lasciavano stare in cucina e... vediamo, in cucina e nelle stanze
della servitù. E nell'ingresso. Me la sono sempre cavata da solo."
"Quando è stata l'ultima volta che è andato a casa dei suoi genitori?"
"Oh, molto tempo fa. Due anni, come minimo. Non ricordo neppure."
"Non ricorda? Se non lo sa, dica che non lo sa. Non le chiedo di tirare a
indovinare. "
"Non lo so. Ma è passato molto tempo, di questo sono sicuro." Jaime
Berger punta il telecomando verso il televisore e ferma l'immagine. «Capisce a che gioco sta giocando, vero?» mi chiede. «Prima ci da informazioni
che non possiamo controllare. Tira in ballo persone che sono morte, pagamenti in contanti in hotel in cui da un nome falso che dice di non ricordare.
Poi ci nega la possibilità di perquisire la casa di famiglia sostenendo di non
averci mai abitato e di esserci entrato pochissime volte. E non recentemente. Con questi presupposti è improbabile che otteniamo un mandato.»
«Improbabile? Impossibile!» esclama Marino. «A meno che non troviamo un testimone che l'ha visto entrare e uscire da quella casa.»
12
La Berger fa ripartire il nastro. La sua voce registrata chiede a Chandon-
ne: "Lei lavora?".
"Saltuariamente" risponde lui mite. "Faccio quello che trovo."
"Eppure poteva permettersi di prendere una stanza in un bell'albergo, di
mangiare in un costoso ristorante di New York e di ordinare una bottiglia
di ottimo barolo. Dove trovava il denaro?"
Chandonne ha un attimo di esitazione. Sbadiglia, offrendoci una vista
dei suoi denti grotteschi. Piccoli e aguzzi, sono molto distanziati fra loro e
di colore grigiastro. "Scusate, ma sono stanco. Non ho molte forze." Si
tocca di nuovo le bende.
La Berger gli ricorda che sta parlando per sua stessa scelta e che nessuno
lo costringe. Gli propone una pausa, ma lui dice di voler continuare ancora
un po', magari solo per qualche minuto. "Quando non ho lavoro vivo per
strada" risponde. "Chiedo l'elemosina. Ma di solito trovo qualcosa da fare.
Lavapiatti, spazzino. Una volta ho guidato una motocrottes."
"Ovvero?"
"Una trottinette, una di quelle macchinine che puliscono i marciapiedi di
Parigi, sapete? Con un sistema per raccogliere le cacche di cane."
"Ha la patente?"
"No."
"E come faceva a guidare una trottinette, allora?"
"Sotto i centoventicinque di cilindrata non ci vuole la patente. Le motocrottes vanno a venti chilometri all'ora."
Stronzate. Chandonne ci sta prendendo in giro. Marino, accanto a me,
cambia di nuovo posizione. «Quel coglione ha una risposta per tutto, eh?»
"Come altro si è procurato da vivere?" continua la Berger.
"Certe volte prendo soldi dalle donne."
"Come fa?"
"Se me li danno, li prendo. Riconosco che ho un debole per le donne. Io
amo le donne: come sono fatte, il loro odore, il loro sapore, la loro pelle."
Lo dice con grande dolcezza, lui che nella pelle delle donne affonda i denti, le brutalizza e le uccide. Ha l'aria del tutto innocente. Flette le dita come
se le sentisse indolenzite e stringe lentamente i pugni, facendo brillare i peli nella luce.
"Le piace il loro sapore?" La Berger è più aggressiva. "È per questo che
le morde?"
"Non le mordo."
"Non ha morso Susan Pless?"
"No."
"Aveva segni di morsicature dappertutto."
"Non sono stato io. L'hanno fatto loro. Mi seguono e uccidono. Uccidono le mie amanti."
"Chi?"
"Gliel'ho già detto. Gli agenti del governo. L'Fbi, l'Interpol. Per arrivare
alla mia famiglia."
"Se la sua famiglia è stata tanto attenta a nasconderla agli occhi del
mondo, come fanno Fbi, Interpol e gli altri a sapere che lei è uno Chandonne?"
"Devono avermi visto mentre uscivo di casa. Mi pedinavano. O forse
glielo ha detto qualcuno."
"Ha appena dichiarato di non essere andato a casa dei suoi da almeno
due anni a questa parte, ricorda?"
"Come minimo."
"Da quanto tempo ritiene di essere seguito?"
"Da molti anni. Cinque, forse. Non so con sicurezza. Sono molto bravi."
"E perché queste persone si servirebbero di lei per - cito le sue parole 'arrivare alla sua famiglia'?" gli domanda la Berger.
"Se riescono a incastrarmi facendomi passare per un killer spaventoso, la
polizia può entrare nella casa della mia famiglia. Non troverebbero niente:
sono innocenti. È tutta politica. Mio padre è molto potente politicamente.
A parte questo, non so. Posso dire soltanto quello che ho vissuto, che cosa
mi hanno fatto. È un complotto per farmi venire in America, arrestarmi e
condannarmi a morte. Perché voi americani uccidete anche gli innocenti. È
risaputo." Sembra essersi stancato, come se a furia di protestare si fosse
esaurito.
"Come ha imparato l'inglese?" gli domanda la Berger.
"Da solo. Quando ero ragazzo mio padre mi dava dei libri ogni volta che
andavo a trovarlo. Ne ho letti moltissimi."
"In inglese?"
"Sì. Volevo impararlo bene. Mio padre parla diverse lingue perché fa
commercio marittimo con molti paesi stranieri."
"Compresi gli Stati Uniti?"
"Sì."
Riappare il braccio di Talley che posa sul tavolo un'altra Pepsi. Chandonne si infila la cannuccia in bocca e succhia con avidità, rumorosamente.
"Che genere di libri ha letto?" continua la Berger.
"Di storia, e anche parecchi altri per istruirmi, perché dovevo imparare
tutto da solo. Non sono mai andato a scuola."
"Dove sono questi libri, adesso?"
"Oh, chi lo sa. Non li ho più. Perché sono spesso senza casa e vagabondo. Sono sempre in movimento e mi guardo le spalle perché loro mi
seguono."
"Quali altre lingue conosce, oltre al francese e all'inglese?" gli domanda
Jaime Berger.
"L'italiano. E un po' di tedesco." Rutta silenziosamente.
"Anche quelle le ha imparate da autodidatta?"
"A Parigi si trovano giornali in molte lingue. Ho imparato anche così.
Certe volte dormo sui giornali, capisce? Quando non ho casa."
«Mi si spezza il cuore!» Marino non riesce a trattenersi. La Berger riparte alla carica: "Torniamo a Susan Pless e alla sua morte, il 5 dicembre
1997 a New York. Mi racconti che cosa successe la sera del 4, la sera in
cui ha dichiarato di averla incontrata al Lumi".
Chandonne sospira, come se fosse sempre più stanco di minuto in minuto. Si tocca le bende in continuazione e noto che gli tremano le mani. "Devo mangiare qualcosa" dice. "Mi sento svenire. Sono debole."
La Berger prende in mano il telecomando e ferma l'immagine. «Abbiamo fatto un'ora di pausa» mi spiega. «Per dargli il tempo di mangiare qualcosa e riposarsi un po'.»
«Questo la sa lunga su come funziona il sistema» mi dice Marino, come
se non me ne fossi accorta da sola. «E la storia della coppia a cui lo hanno
affidato è una balla. Lo dice solo per proteggere il suo clan di mafiosi.»
La Berger si rivolge a me: «Lei conosce il ristorante Lumi?».
«No, non mi sembra» rispondo.
«Be', è una storia interessante. Quando aprimmo l'inchiesta sulla morte
di Susan Pless due anni fa, scoprimmo che aveva cenato al Lumi la sera in
cui era stata uccisa perché il cameriere che l'aveva servita chiamò la polizia appena sentì la notizia in Tv. Il medico legale le trovò resti di cibo nello stomaco, dai quali dedusse che aveva mangiato alcune ore prima di morire.»
«Aveva cenato da sola?» le chiedo.
«Era arrivata sola, ma poi si era unita al tavolo di un uomo, solo anche
lui. Il fatto è che il cameriere non fece cenno ad alcuna deformità fisica.
Tutt'altro, dalla sua descrizione risultava un bell'uomo alto, con le spalle
larghe, elegante. Gli diede l'impressione di essere anche piuttosto ricco.»
«Che cosa avevano ordinato?» domando.
La Berger si passa le dita fra i capelli. Per la prima volta la vedo incerta,
anzi, sconcertata. «Il cameriere ricordava sia che l'uomo aveva pagato in
contanti, sia i piatti che gli aveva servito. Lui aveva ordinato polenta con i
funghi e una bottiglia di barolo piuttosto pregiata, proprio come ha detto
Chandonne. E Susan Pless un antipasto di verdure grigliate condite con olio di oliva e agnello. Tra parentesi, l'autopsia lo confermava.»
«Cristo!» esclama Marino. Evidentemente questa parte giunge nuova
pure a lui. «E com'è possibile? Neanche tutti i trucchi e gli effetti speciali
di Hollywood riuscirebbero a far passare quel mostro peloso per un bel
dongiovanni!»
«Sarà stato qualcun altro» ipotizzo. «Suo fratello Thomas, magari. JeanBaptiste potrebbe averlo seguito.» Mi sorprendo di me stessa: l'ho chiamato per nome.
«Come ragionamento non fa una piega» osserva la Berger. «Ma c'è un
altro problema. Il portinaio del palazzo in cui abitava la Pless disse di averla vista rientrare verso le nove di sera in compagnia di un uomo la cui descrizione corrisponde a quella fornita dal cameriere del Lumi. Essendo rimasto in servizio fino alle sette del mattino dopo, ricordava che l'uomo era
uscito intorno alle tre e mezzo, ora in cui normalmente Susan era in piedi
per andare a lavorare. Doveva essere in televisione per le quattro, quattro e
mezzo, perché la trasmissione cominciava alle cinque. Il suo cadavere fu
ritrovato verso le sette e, stando al medico legale, la morte risaliva ad alcune ore prima. Tutti i sospetti caddero sin dall'inizio sull'uomo incontrato al
ristorante. In realtà non vedo chi altro possa essere stato, se non lui. L'ha
ammazzata, l'ha mutilata, se n'è andato alle tre e mezzo e si è volatilizzato.
Peraltro, se non è stato lui, perché non ha contattato la polizia quando ha
saputo che era stata uccisa? La notizia era sulle prime pagine di tutti i
giornali!»
Provo una strana sensazione nel rendermi conto che avevo seguito anch'io la vicenda. Improvvisamente ricordo i dettagli di un omicidio che aveva avuto ampio risalto su stampa e notiziari. Mi turba pensare che quando due anni fa seppi della morte di Susan Pless non avevo idea che a un
certo punto mi sarei trovata coinvolta in prima persona in quella storia.
«A meno che non fosse di fuori. Magari era straniero» suggerisce Marino.
La Berger alza le spalle e allarga le braccia: non sa che cosa dire. Cerco
di mettere insieme le informazioni che mi ha dato, ma non riesco a venire a
capo di niente. «Avendo mangiato fra le sette e le nove di sera, alle undici
doveva aver digerito» le faccio notare. «Supponendo che il medico legale
abbia calcolato correttamente l'ora della morte, e che il decesso sia avvenuto diverse ore prima del ritrovamento del cadavere - diciamo intorno all'una o alle due di notte - lo stomaco sarebbe dovuto essere vuoto.»
«L'ipotesi avanzata fu che non avesse digerito per colpa dello stress. Che
la paura le avesse bloccato la digestione» dice la Berger.
«Se tornando a casa l'avesse sorpresa uno sconosciuto nascosto nell'armadio, capirei. Invece doveva sentirsi tranquilla con quest'uomo, visto che
lo aveva invitato a casa sua» replico. «E anche lui doveva essere tranquillo, dal momento che non si preoccupò che il portinaio lo vedesse prima entrare e poi uscire. Le fu fatto un tampone vaginale?»
«Sì. Furono riscontrate tracce di sperma.»
«Non risulta che lui» dico, intendendo Chandonne «abbia mai penetrato
le sue vittime, e che abbia mai eiaculato» faccio presente alla Berger. «Né
a Parigi né qui a Richmond. Dalla vita in giù le sue vittime sono sempre
vestite e non presentano lesioni, a parte i piedi. Credevo che anche Susan
Pless dalla vita in giù fosse vestita.»
«Infatti aveva i pantaloni del pigiama. Ma il liquido seminale c'era e
questo indica che aveva avuto rapporti sessuali cui, almeno in un primo
tempo, era stata consenziente. Dopo certamente no, tenuto conto di come è
finita» replica la Berger. «Il Dna ottenuto dal liquido seminale corrisponde
a quello di Chandonne. E furono ritrovati lunghi peli che assomigliano
straordinariamente ai suoi.» Fa un cenno del capo in direzione del televisore. «Voi avete effettuato la prova sul fratello Thomas, giusto? E il suo Dna
non risulta identico a quello di Jean-Baptiste. Quindi il liquido seminale
non era di Thomas.»
«I profili sono simili, ma non identici» confermo. «Com'è giusto che sia,
visto che non sono gemelli monozigoti.»
«Come fai a esserne certa?» mi chiede Marino.
«Se Thomas e Jean-Baptiste fossero gemelli monozigoti» spiego «sarebbero affetti entrambi da ipertricosi congenita.»
«E allora come si spiega?» mi domanda la Berger. «Com'è possibile che
il Dna sia il medesimo e dalla descrizione risultino due persone diverse?»
«Se il Dna ottenuto dal liquido seminale prelevato dalla vagina di Susan
Pless corrisponde a quello di Jean-Baptiste Chandonne, l'unica spiegazione
che mi viene in mente è che l'assassino non era l'uomo che uscì da casa sua
alle tre e mezzo del mattino» replico. «A ucciderla fu Chandonne. Ma non
è lui l'uomo che videro con lei.»
«Questo vuol dire che il lupo mannaro ogni tanto se le scopa» conclude
Marino. «O comunque ci prova e noi non l'abbiamo mai beccato perché
non ha lasciato sperma in giro.»
«E poi le riveste?» ribatte la Berger. «Gli rimette le mutande e i pantaloni?»
«Be', non abbiamo mica a che fare con uno normale, no? A proposito, a
momenti mi dimenticavo.» Mi guarda. «Un infermiere gli ha dato un'occhiatina. Ce l'ha incappucciato.» Nel gergo di Marino significa che non è
circonciso. «È più piccolo di un fusillo.» Mette il pollice e l'indice a due o
tre centimetri di distanza. «Lo credo, che è sempre di cattivo umore.»
13
Un clic del telecomando mi riporta nella grigia stanza degli interrogatori
dell'ala del Medical College riservata ai detenuti. Vedo Jean-Baptiste
Chandonne che vuol farci credere di potersi trasformare da creatura ributtante in bell'uomo ogniqualvolta desidera andare a cena fuori e corteggiare una donna. Non è possibile. Il suo torso coperto di peli riempie lo
schermo mentre viene aiutato a sedersi e quando nell'inquadratura compare
anche la testa rimango sgomenta nel vedere che al posto delle bende adesso ha un paio di occhiali scuri che non riescono a coprire del tutto la pelle
irritata e rossastra. Ha le sopracciglia lunghe e unite sul naso: sembrano
una striscia di pelo chiaro incollata sopra gli occhi. La stessa peluria copre
anche fronte e tempie.
Io e Jaime Berger siamo sedute nella sala riunioni dell'Istituto di medicina legale. Sono quasi le sette e mezzo e Marino se n'è andato. Le ragioni della sua partenza sono due: lo hanno chiamato sul cercapersone informandolo che forse il cadavere ritrovato in mezzo a una strada di Mosby
Court è stato identificato; in più la Berger lo ha invitato a non tornare, sostenendo di volermi parlare in privato. Secondo me non ne poteva più di
lui e non posso darle torto. Marino ha manifestato chiaramente di non apprezzare il modo in cui ha condotto l'interrogatorio di Chandonne. Era contrario a quel colloquio fin dal principio, in parte per pura e semplice gelosia. O forse solo per quello. Tutti gli investigatori del mondo vorrebbero
interrogare un assassino tanto famoso e temibile. La bestia ha scelto la bella e Marino c'è rimasto male.
Sento la Berger che ricorda a Chandonne i suoi diritti e gli fa dichiarare
di essere d'accordo a parlare con lei. Mi sento un insetto intrappolato in
una ragnatela, una ragnatela malvagia intessuta intorno al mondo. La mia
aggressione è stata solo una mossa su uno scacchiere ben più complesso.
Per Chandonne sono stata un breve interludio. Chissà come si divertirebbe
se sapesse che sto guardando quel video. Prendersela con me è stato un
gioco, per lui, niente di più. Mi rendo conto che, se fosse riuscito a farmi a
pezzi, a quest'ora si sarebbe già fissato su un'altra vittima e io non sarei che
un ricordo fugace e cruento, uno dei tanti sogni erotici di una vita infernale
e piena di odio.
"Le è stato offerto da mangiare e da bere, giusto?" gli sta chiedendo la
Berger.
"Sì."
"Che cosa?"
"Un hamburger e una Pepsi."
"Con patatine?"
"Mais oui, con patatine." Sembra trovare buffa la cosa.
"Quindi le è stato dato tutto ciò di cui aveva bisogno?" domanda la Berger. Sì.
"E gli infermieri le hanno tolto le bende e fornito un paio di occhiali
speciali. Si sente bene?"
"Ho un po' di dolore."
"Le hanno dato degli analgesici?" Sì.
"Tylenol, vero?"
"Mi pare di sì. Due pastiglie."
"E nient'altro? Niente che possa interferire con la sua capacità di giudizio?"
"Nient'altro." La punta da dietro gli occhiali scuri.
"E nessuno l'ha obbligata a parlare con me o le ha fatto promesse di alcun genere, giusto?" Mi accorgo dal movimento delle spalle che sta girando i fogli di un blocco per appunti. No.
"L'ho indotta a parlare con me ricorrendo a minacce o promesse?"
La Berger fa tutte le domande che si è preparata per evitare che la difesa
possa sostenere in seguito che Chandonne ha subito intimidazioni, abusi o
ingiustizie di qualsiasi genere. Chandonne è seduto con le braccia conserte
e la peluria che gli esce dalle maniche corte del pigiama dell'ospedale si intreccia in maniera rivoltante, come la barba del granoturco, e arriva fin sul
tavolo. Non c'è nulla in lui di gradevole. Mi fa venire in mente i ragazzi
che per scherzo si coprono di sabbia e si disegnano gli occhi sulla fronte,
usano i capelli per simulare la barba, si infilano gli occhiali sulla nuca o si
inginocchiano con le mani nelle scarpe facendo finta di essere nani, fingendosi esseri mostruosi per far ridere gli altri. Chandonne non fa ridere
affatto. Non riesco neppure a provare compassione. La collera monta dentro di me come uno squalo in agguato sotto la superficie stoica che mi
sforzo di mantenere.
"Torniamo alla sera in cui dichiara di aver incontrato Susan Pless al Lumi" dice la voce registrata della Berger. "Il ristorante è all'angolo fra Seventieth e Lexington, giusto?"
"Sì."
"Lei dice di averla invitata a bere una coppa di champagne, dopo aver
cenato insieme. Sa che la descrizione dell'uomo con cui la Pless si accompagnò quella sera non corrisponde affatto alla sua?"
"Come posso saperlo?"
"È consapevole, tuttavia, che la sua malattia le conferisce un aspetto
molto particolare e che pertanto è difficile confonderla con una persona
che non soffre dello stesso disturbo? Ipertricosi, dico bene?"
Colgo il movimento impercettibile di Chandonne che sbatte le palpebre
dietro gli occhiali scuri. La Berger ha toccato un punto molto sensibile. I
muscoli della faccia si irrigidiscono. Stringe i pugni.
"È questa la malattia di cui soffre? Lei sa come si chiama?" insiste la
Berger.
"So che cos'è" replica Chandonne teso.
"Ne soffre da quando è nato?"
La fissa.
"Per favore, risponda alla mia domanda."
"Certamente. È una domanda stupida. Che cosa crede, che venga all'improvviso come il raffreddore?"
"Il punto è che lei ha un aspetto molto particolare e quindi ho delle difficoltà a credere che la si possa scambiare per un uomo descritto come aitante, senza barba né baffi e con i capelli corti." Si interrompe. Lo sta provocando, sta cercando di fargli perdere il controllo. "Dai modi eleganti,
ben vestito." Altra pausa. "Non ha appena finito di dirmi che lei viveva
come un barbone? Come poteva essere lei, al Lumi con Susan Pless, quella
sera?"
"Indossavo un abito scuro, camicia e cravatta." È pieno di odio. La sua
vera natura comincia a farsi strada oltre la maschera ingannevole che ha
portato fino a quel punto. Mi aspetto che da un momento all'altro si lanci
sulla Berger per strangolarla o sbatterle la testa contro il muro prima che
Marino o gli altri riescano a fermarlo. Trattengo il fiato. Mi devo ricordare
che la Berger è davanti a me, tutta intera, nella sala riunioni dell'Istituto di
medicina legale. È giovedì sera e fra quattro ore saranno esattamente sei
giorni da quando Chandonne mi è entrato in casa brandendo un martelletto, deciso ad ammazzarmi.
"Ho avuto periodi migliori. Non è sempre come adesso." Si è ricomposto. È di nuovo educato. "Lo stress peggiora il mio stato. E ultimamente
sono sotto stress. Per colpa loro."
"Loro chi?"
"Gli agenti americani che mi hanno incastrato. Quando ho cominciato a
rendermene conto, a capire che volevano farmi passare per un assassino,
sono fuggito e la mia salute è peggiorata. Non sono sempre stato così male
e, più stavo male, più mi dovevo nascondere. Non sono sempre così." Gli
occhiali scuri si scostano impercettibilmente dalla telecamera. Si rivolge
alla Berger. "Quando ho conosciuto Susan, stavo molto meglio. Mi potevo
radere. Lavoravo saltuariamente, mi mantenevo e avevo un aspetto decente. Avevo vestiti e soldi, perché mio fratello mi aiutava."
La Berger ferma la cassetta e mi chiede: «È possibile che questa storia
dello stress sia vera?».
«Lo stress peggiora qualsiasi malattia» rispondo. «Ma quest'uomo, checché lui ne dica, non ha mai avuto un aspetto decente.»
"Thomas?" continua la voce della Berger sul nastro. "Era Thomas a darle vestiti e soldi?"
"Sì."
"Ha detto che quella sera al Lumi indossava un abito scuro. Glielo aveva
dato Thomas? "
"Sì. Gli piacevano i bei vestiti. E avevamo più o meno la stessa taglia."
"Che cosa fece quando ebbe finito di cenare con Susan Pless? Che cosa
successe dopo cena? Pagò lei il conto?"
"Certo che pagai io. Sono un gentiluomo."
"A quanto ammontava?"
"Duecentoventun dollari, più la mancia."
La Berger continua a fissare lo schermo e conferma: «La cifra è esatta.
L'uomo pagò in contanti e lasciò due biglietti da venti sul tavolo».
Le chiedo se la storia del ristorante, del conto e della mancia era stata resa nota in qualche modo. «Non può averlo letto sui giornali?»
«No. Quindi, se non era lui, come fa a sapere a quanto ammontava il
conto?» Percepisco la sua frustrazione.
La sua voce registrata chiede a Chandonne della mancia. Lui sostiene di
aver lasciato quaranta dollari al cameriere. "Due biglietti da venti, mi pare"
dichiara.
"E poi? Usciste dal ristorante?"
"Decidemmo di andare a bere qualcosa a casa sua" risponde.
14
A quel punto, Chandonne entra nei dettagli. Sostiene di essere uscito dal
Lumi insieme a Susan Pless. Faceva freddo, ma avevano deciso di andare a
piedi perché la casa era poco lontana dal ristorante. Descrive la luna e le
nuvole in modo delicato, quasi poetico. Nel cielo c'erano striature fra il
bianco e l'azzurro che parevano tracciate con il gesso e la luna era piena,
parzialmente coperta. La luna piena lo eccita, sostiene, perché gli ricorda il
ventre di una donna gravida, le rotondità del corpo femminile. Il vento soffiava forte fra i grattacieli e a un certo punto si era tolto la sciarpa e l'aveva
stretta intorno al collo di Susan per scaldarla. Lui indossava un cappotto di
cachemire scuro, dichiara. Mi torna in mente il racconto che mi ha fatto il
capo dell'Istituto di medicina legale di Parigi, la dottoressa Ruth Stvan, del
proprio incontro con Chandonne.
Sono andata a trovarla all'Institut Médico-Légal due settimane fa, dopo
che l'Interpol mi aveva pregata di discutere con lei alcuni omicidi avvenuti
a Parigi; in quell'occasione mi raccontò che una sera si era presentato a casa sua un uomo che diceva di aver avuto un incidente d'auto e di aver bisogno del telefono per chiamare la polizia. Ricordava che l'uomo indossava
un cappotto scuro ed era molto educato. Ma ricordava anche un altro particolare: emanava un odore strano e sgradevole, odore di bestia, di cane bagnato. Le aveva fatto paura, aveva percepito la sua malvagità... Tuttavia
stava per farlo entrare, e comunque lui sarebbe entrato con la forza se non
fosse stato per una straordinaria coincidenza.
Il marito della dottoressa Stvan fa lo chef in un famoso ristorante parigino che si chiama Le Dôme e quella sera era rimasto a casa perché non
stava bene. Sentendo delle voci alla porta, aveva chiamato la moglie; lo
sconosciuto si era spaventato ed era fuggito. Il giorno dopo la dottoressa
Stvan aveva ricevuto un messaggio scritto su un pezzo di carta marrone
macchiato di sangue e firmato "Le Loup-Garou". Come avevo fatto a non
capire quello che adesso mi sembra ovvio? La dottoressa Stvan aveva effettuato l'autopsia delle vittime francesi di Chandonne e lui era andato a
cercarla. Io avevo effettuato l'autopsia delle sue vittime americane e non
avevo preso alcuna precauzione. Dietro al mio atteggiamento c'è un errore
stupido ma comune: credere che le cose brutte succedano solo agli altri.
"Mi può descrivere com'era il portinaio?" chiede la Berger a Chandonne
nella videocassetta.
"Aveva baffi sottili. Portava la divisa" risponde Chandonne. "Susan lo
chiamò Juan."
«Un momento» intervengo.
La Berger ferma il nastro.
«Aveva un odore particolare?» le chiedo. «Quando lo ha interrogato
stamattina» spiego indicando il televisore «quando ha parlato con lui, non
ha sentito un odore...»
«Scherza?» mi interrompe lei. «Puzzava come un cane randagio. Un misto fra pelo bagnato e puzza di sudore. Mi veniva da vomitare. Immagino
che in ospedale non l'abbiano lavato.»
Comunemente si crede che all'atto del ricovero i pazienti vengano lavati,
invece gli infermieri si limitano a pulire le ferite e aiutano a lavarsi solo
chi resta a lungo in ospedale. «Durante le indagini per l'assassinio di Susan
Pless due anni fa, nessuno del Lumi accennò al fatto che il misterioso accompagnatore aveva un odore particolare?» domando.
«No» risponde la Berger. «Assolutamente. E di nuovo non capisco come
potesse essere Chandonne. Ma ascolti, perché adesso diventa ancora più
strano.»
Per i dieci minuti successivi osservo Chandonne che beve Pepsi, fuma e
racconta la sua incredibile versione dell'incontro con Susan Pless. Descrive
la casa nei dettagli, dai tappeti al parquet, dai rivestimenti a fiori di poltrone e divani alle lampade art nouveau. Sostiene che Susan Pless non aveva
gusto e che appesi alle pareti c'erano poster da poco prezzo e stampe di paesaggi marini e cavalli. Susan Pless gli aveva detto di amare i cavalli, di
essere cresciuta in mezzo a loro e di sentirne molto la mancanza. La Berger batte la mano sul tavolo per confermare che quello che Chandonne dice è vero. Sì, la descrizione della casa fa pensare che ci sia stato veramente, ed è vero che Susan Pless aveva sempre avuto dei cavalli. Sì, corrisponde.
«Oh, Gesù!» Scuoto la testa e mi sento torcere le budella. Ho paura di
quello che sta per succedere, cerco di non pensarci. Ma una parte di me
non può farne a meno. Chandonne sta per dire che l'ho invitato io a casa
mia.
"Che ore erano?" sta dicendo la voce della Berger. "Ha dichiarato che
Susan Pless aprì una bottiglia di vino bianco. A che ora?"
"Le dieci, le undici, non so. Non ricordo."
"Quanto aveva bevuto fino a quel punto?"
"Oh, più o meno mezza bottiglia al ristorante. Il vino bianco di Susan lo
assaggiai appena, Era un vino scadente della California."
"Dunque, non era ubriaco."
"Io non mi ubriaco mai."
"Era lucido."
"Certo."
"E Susan Pless, secondo lei, era ubriaca?"
"Alticcia, forse. Era allegra, questo sì. Allegra. Ci siamo seduti sul divano del salotto, da cui si gode una vista molto bella, a sudovest. Dalla finestra si vede l'insegna rossa dell'Essex House Hotel nel parco."
«Anche questo è vero» conferma la Berger battendo la mano sul tavolo.
«E il tasso alcolemico di Susan Pless era zero virgola undici. Aveva bevuto un po'» mi comunica, citandomi i risultati dell'esame tossicologico effettuato sul cadavere.
"E poi?" chiede a Chandonne.
"Mi ha preso per mano e si è infilata le mie dita in bocca in maniera
molto sexy. Ci siamo baciati."
"Che ore erano?"
"Non ho guardato l'orologio."
"Lo aveva?" Sì.
"Lo ha ancora?"
"No. La mia vita è peggiorata a causa loro." Pronuncia la parola "loro"
con un disprezzo che sembra autentico. "Ero rimasto senza soldi. Ho dovuto impegnarlo un anno fa."
"Loro? A chi si riferisce? Sempre ad agenti federali e polizia?"
"Sì, gli agenti federali americani."
"Torniamo a Susan Pless" dice la Berger.
"Sono timido. Non so quanto vuole che mi addentri nei particolari."
Prende in mano la Pepsi e le sue labbra si attorcigliano intorno alla cannuccia come vermiciattoli.
Non riesco a immaginare che esista qualcuno al mondo che desideri baciare quelle labbra. Mi pare impossibile che qualcuno desideri toccare
quell'uomo.
"Voglio che mi dica tutto quello che ricorda" gli dice la Berger. "La ve-
rità."
Chandonne posa la Pepsi e sullo schermo compare di nuovo il braccio di
Jay Talley che gli accende un'altra Camel. Lievemente urtata, mi chiedo se
Chandonne sa che Talley è un agente federale, uno di quelli che a suo dire
lo braccano impedendogli di condurre una vita normale. "Va bene, allora
glielo dico. Preferirei di no, ma voglio dimostrarle che sono disponibile a
collaborare." Butta fuori il fumo.
"Prego. Ci racconti tutti i particolari che ricorda."
"Ci siamo baciati per un po' e poi siamo andati avanti." Non aggiunge altro.
"In che senso, siete andati avanti?"
Normalmente basta che uno dica di aver avuto un rapporto sessuale,
senza entrare nei dettagli. Chi conduce l'interrogatorio non ha bisogno di
fare domande esplicite. A causa delle violenze subite da Susan Pless e da
tutte le altre donne che riteniamo essere state uccise da Chandonne, tuttavia, in questo caso è importante entrare nei particolari e farsi un'idea di che
cosa significhi per lui un rapporto sessuale.
"Non mi va di parlarne" dichiara Chandonne. Vuole che la Berger insista, che lo preghi di continuare.
"Perché?" gli domanda.
"Non parlo volentieri di queste cose in presenza di una donna."
"Le conviene pensare a me come a un pubblico ministero, non come a
una donna" ribatte lei.
"Non posso parlare con lei dimenticandomi che è una donna" sussurra
Chandonne con un sorriso. "È molto bella."
"Riesce a vedermi?"
"A malapena. Ma sento che è bella. E l'ho sentito dire."
"La prego di non fare riferimenti di questo tipo alla mia persona. Okay?"
Lui la fissa e annuisce.
"Che cosa successe dopo che baciò Susan Pless? Che cosa fece? L'abbracciò, l'accarezzò, la spogliò? E lei che cosa fece? L'abbracciò, l'accarezzò, la spogliò? Mi dica, ricorda com'era vestita quella sera?"
"Portava dei pantaloni di pelle marrone, della stessa identica sfumatura
del cioccolato belga. Aderenti senza essere volgari. Aveva un paio di stivaletti marroni e una maglietta nera con le maniche lunghe, come quelle da
ginnastica." Alza gli occhi al cielo. "Scollata. Molto scollata e agganciata
in mezzo alle gambe." Mima il gesto con le mani. Le sue dita coperte di
pelo corto mi fanno venire in mente i cactus o gli scovolini.
"Un body?" lo aiuta la Berger.
"Sì. Sono rimasto un po' confuso quando ho cominciato a toccarla e non
riuscivo a tirarglielo su."
"Voleva infilarle le mani sotto il body ma non ci riusciva perché era agganciato in mezzo alle gambe?" Sì.
"E come reagì Susan Pless quando lei cercò di sollevarlo?"
"Scoppiò a ridere e mi prese in giro."
"La prese in giro?"
"Bonariamente, è ovvio! Era divertita. Fece una battuta sui francesi, che
hanno fama di essere grandi amatori ma poi..."
"Dunque sapeva che lei è francese."
"Naturale" risponde Chandonne.
"Susan Pless parlava francese?"
"No."
"Glielo disse o lo pensò lei?"
"Glielo chiesi quando eravamo a cena."
"Quindi la prese in giro per via del body."
"Sì. In modo scherzoso. Poi mi posò la mano sui gancetti per farselo togliere. Ricordo che era eccitata e io ero sorpreso che fosse successo tanto
facilmente."
"Come fece ad accorgersi che era eccitata?"
"Era bagnata" risponde Chandonne. "Molto bagnata. Preferirei non parlare di certe cose." Si è animato: è evidente che invece gli piace molto. "È
proprio necessario?"
"La prego, mi dica tutto quello che ricorda." La Berger è fredda e decisa.
È come se Chandonne le raccontasse di aver smontato un pendolo.
"La toccai e le tolsi il reggiseno."
"Ricorda com'era?"
"Nero."
"La luce era accesa?"
"No, ma il reggiseno era scuro e mi pare che fosse nero. Potrei sbagliarmi. Chiaro non era, comunque.
"Come glielo tolse?"
Chandonne tace per un istante e guarda la telecamera con i suoi occhiali
scuri. "Lo sganciai da dietro." Di nuovo mima il gesto con le mani.
"Non lo strappò?"
"No di certo."
"Il reggiseno di Susan Pless fu ritrovato strappato sul davanti. Lette-
ralmente stracciato in due."
"Non sono stato io. Deve essere stato qualcun altro, dopo che io sono
andato via."
"D'accordo. Ritorniamo a quando le ha tolto il reggiseno. Susan Pless
aveva ancora addosso i pantaloni?"
"Erano slacciati, ma li aveva ancora indosso. Le tirai su il body. Sono un
tipo orale, sa? E a lei piaceva. Facevo fatica a farla rallentare."
"Mi spieghi che cosa intende."
"Mi cercava, voleva togliermi i pantaloni. Però io non ero pronto, dovevo fare ancora un sacco di cose."
"Un sacco di cose? Può dirci quali?"
"Non volevo che finisse."
"In che senso? Che finisse il rapporto sessuale o cosa?"
Che finisse di vivere, penso.
"Che finissimo di fare l'amore" risponde.
Non lo sopporto. Mi viene il vomito ad ascoltare le sue fantasie, soprattutto quando penso che forse lui sa che lo guardo e che le sta infliggendo a
me come le ha inflitte alla Berger. Mi dà fastidio che Talley sia lì e senta
tutto. Talley non è poi così diverso da Chandonne. Tutti e due, sotto sotto,
odiano le donne, anche se le desiderano. Di Talley me ne sono accorta
troppo tardi, quando ormai si era infilato nel mio letto a Parigi. Lo immagino vicino alla Berger nella stanzetta degli interrogatori dell'ospedale. Mi
pare di leggergli nel pensiero, mentre Chandonne ci racconta un'esperienza
erotica che probabilmente non ha mai avuto in tutta la sua vita.
"Aveva un corpo stupendo e volevo godermelo un po', ma lei insisteva.
Non riusciva ad aspettare." Chandonne assapora ogni parola. "Siamo andati nella sua camera da letto, ci siamo tolti i vestiti e abbiamo fatto l'amore."
"Susan Pless si spogliò da sola o l'aiutò lei? A parte i gancetti del body"
aggiunge, facendogli capire che non gli crede.
"La spogliai io. E lei spogliò me."
"Fece qualche commento a proposito del suo corpo?" gli domanda la
Berger. "Lo aveva rasato completamente?"
"Sì."
"Dunque, Susan Pless non si accorse di nulla?"
"Avevo la pelle liscia. Non si è accorta di niente. Deve capire che da allora mi sono successe tante cose, per colpa loro."
"Che cosa le è successo?"
"Sono stato inseguito, perseguitato. Alcuni mesi dopo mi hanno ag-
gredito, picchiato in testa. Mi hanno spaccato il labbro e rotto delle ossa.
Qui e qui." Si tocca sotto gli occhiali. "Da bambino ho avuto problemi ai
denti dovuti alla mia malattia e mi sono fatto curare. Avevo delle capsule
per farli sembrare normali."
"Gliele pagò la coppia che si occupava di lei?"
"I miei gli davano dei soldi."
"Si rasava, quando andava dal dentista?"
"Dove si vedeva sì. La faccia sempre, ogni volta che uscivo. Quando mi
hanno picchiato mi hanno rotto i denti davanti, le capsule. Guardi come
sono ridotto."
"Dove successe?"
"A New York."
"Fu ricoverato in ospedale? Denunciò l'aggressione alla polizia?"
"Oh, era impossibile. Sono stati loro a picchiarmi! Erano tutti d'accordo.
A che cosa sarebbe servito fare denuncia? E non sono stato ricoverato. Ho
vagato per le strade come un vagabondo. Rovinato."
"Come si chiamava il suo dentista?"
"È passato un sacco di tempo. Non so nemmeno se è ancora vivo. Si
chiamava Corps. Maurice Corps. Aveva lo studio in Rue Cabanis, mi pare."
«Corps? Che suona come cadavere in inglese?» domando incredula alla
Berger. «E Cabanis come cannabis, marijuana?» Scuoto la testa, disgustata
e stupefatta.
"Dunque, lei e Susan Pless aveste un rapporto sessuale nella camera da
letto di lei" prosegue la Berger. "Continui. Quanto tempo rimaneste a letto?"
"Fino alle tre del mattino, mi pare. Poi mi disse che me ne dovevo andare perché lei doveva andare al lavoro. Così mi vestii e ci mettemmo
d'accordo per rivederci quella sera. Mi diede appuntamento per le sette all'Absinthe, un bel bistrot francese non distante da casa sua."
"Ha detto di essersi vestito. Anche Susan Pless si rivestì? Com'era,
quando lei se n'è andato?"
"Aveva un pigiama di satin nero. Lo infilò e mi accompagnò alla porta."
"E lei scese. Incontrò qualcuno?"
"Juan, il portinaio. Uscii e feci due passi. Trovai un caffè aperto e feci
colazione. Avevo molta fame." Dopo un istante di silenzio, aggiunge:
"Neil's, è così che si chiama. Di fronte al Lumi".
"Che cosa ordinò? Lo ricorda?"
"Un espresso."
"Aveva molta fame e prese solo un espresso?" La Berger gli fa capire
che lo ha stanato, ha capito che lui la sta prendendo in giro: quando ha usato la parola fame, Chandonne non intendeva dire che voleva mangiare.
Non aveva voglia di fare colazione, ma di godersi gli effetti della violenza
appena perpetrata, il gusto della carne straziata, del sangue versato. Aveva
appena massacrato una donna, anche se lo nega. Quel bastardo aveva appena ucciso. Maledetto bastardo mentitore.
"Quando ha saputo che Susan Pless era stata uccisa?" gli chiede la Berger.
"Non si presentò all'appuntamento quella sera."
"Be', posso immaginarlo."
"E il giorno dopo..."
"Il 5 o il 6 dicembre?" domanda la Berger per dare lei il ritmo all'interrogatorio, per dirgli che è stufa dei suoi giochetti.
"Il 6" risponde. "Lo lessi sul giornale la mattina dopo l'appuntamento
mancato all'Absinthe." Si finge triste. "Rimasi scioccato." Tira su con il
naso.
"Ovviamente Susan Pless non si era presentata all'Absinthe la sera prima. Lei però andò all'appuntamento?"
"Bevvi un bicchiere di vino al bar e rimasi ad aspettare. Dopo un po' me
ne andai. "
"Accennò con il personale del bistrot al fatto che la stava aspettando?"
"Sì. Mi informai se era passata o se aveva lasciato un messaggio per me.
La conoscevano, visto che lavorava in Tv."
La Berger gli fa diverse domande: come si chiamava la persona con cui
aveva parlato, com'era vestito Chandonne quella sera, quanto costava il vino, se aveva pagato in contanti e se, chiedendo di Susan Pless, aveva lasciato il proprio nome. Naturalmente no. Jaime Berger mi spiega che quelli
del bistrot avevano contattato la polizia riferendo che era andata da loro
una persona a chiedere di Susan Pless ed erano stati effettuati i controlli
del caso. Coincide tutto: persino l'abbigliamento indicato da Chandonne
corrispondeva a quello descritto dal personale dell'Absinthe. L'uomo aveva
ordinato un bicchiere di vino rosso al bar e aveva chiesto se era passata
Susan Pless o se aveva lasciato un messaggio, senza specificare il proprio
nome. La descrizione corrispondeva a quella dell'uomo che aveva cenato
al Lumi con Susan Pless la sera prima.
"Ha mai detto a qualcuno che era stato con Susan Pless la sera in cui fu
uccisa?" chiede la voce registrata della Berger a Chandonne.
"No. Quando ho saputo quel che era successo, non ho potuto più dire
niente."
"E che cosa era successo?"
"Eavevano ammazzata. Erano stati loro. Per incastrarmi di nuovo."
"Di nuovo?"
"Avevo già avuto delle donne, a Parigi. Eavevano fatto anche a loro."
"Questo prima che Susan Pless morisse?"
"Una o due, prima. Dopo, altre. Fecero tutte la stessa fine, perché loro
mi seguivano. Dovevo nascondermi sempre di più e la fatica e lo stress mi
hanno fatto peggiorare. È un incubo e io non ho mai detto niente. Chi mi
crederebbe, tanto?"
"Infatti' risponde secca la Berger. "Io, per esempio, non le credo. È stato
lei a uccidere Susan Pless, vero?"
"No."
"Eha violentata, vero?"»
"No."
"Eha picchiata e morsicata, vero?"
"No. È per questo che non ho mai detto niente a nessuno. Chi mi avrebbe creduto? Chi crederebbe che stanno cercando di distruggermi perché
pensano che mio padre sia un criminale, un boss mafioso?"
"Lei non ha mai detto né alla polizia né a nessun altro che potrebbe essere stato l'ultima persona a vedere viva Susan Pless, vero?"
"No, non l'ho detto a nessuno. Se l'avessi fatto mi avrebbero accusato di
averla uccisa io. Proprio come sta facendo lei. Sono tornato a Parigi, ho
vagabondato. Speravo che si dimenticassero di me, ma non è stato così. Lo
vede, non mi hanno dimenticato!"
"Lei sa che Susan Pless era coperta di morsi e che da questi sono stati ricuperati campioni di saliva e il Dna che risulta dal test compiuto su di essi
e sul liquido seminale presente nella vagina della vittima corrisponde al
suo?"
Chandonne punta gli occhiali scuri sulla Berger.
"Lei sa che cos'è il Dna, vero?"
"Non mi sorprende che corrisponda."
"Perché è stato lei a morderla."
"No, perché sono un tipo orale e l'ho... " Si interrompe.
"Eha?... Continui. Che cosa le ha fatto che possa spiegare la presenza
della sua saliva sui segni di morsicature che sostiene di non averle inflit-
to?"
"Sono un tipo orale" ripete. "L'ho leccata, l'ho succhiata dappertutto."
"E dove, in particolare? Su ogni centimetro quadrato di pelle?"
"Su tutto il corpo, sì. Ovunque. Io amo il corpo femminile. Forse perché
io non... Perché è così bello, e la bellezza è qualcosa che io non posso avere. Io adoro le donne, le mie donne. La loro carne."
"Le lecca e le succhia anche sui piedi?"»
"Sì."
"Sulla pianta dei piedi?"
"Dappertutto."
"Ha mai morso il seno a una donna?"
"No. Aveva seni bellissimi."
"Glieli ha leccati, succhiati?"
"Ossessivamente."
"Sono importanti i seni, per lei?"
"Sì, molto. Lo dico sinceramente."
"Lei cerca donne con il seno grosso?"
"C'è un tipo di donna che mi piace in particolare."
"E com'è?"
"Prosperosa." Si mette le mani davanti al petto e manifesta una grande
eccitazione nel descrivere la donna che gli piace. Forse è la mia immaginazione, ma mi pare che gli brillino gli occhi dietro gli occhiali scuri.
"Ma non grassa. Le donne grasse non mi piacciono, no. Con la vita sottile,
ma le curve al punto giusto." Rifà lo stesso gesto, come se sul petto stringesse dei palloni da basket. Gli si tendono i muscoli delle braccia e gli si
gonfiano le vene.
"Susan Pless era quel tipo di donna?" La Berger è imperturbabile.
"Mi è piaciuta subito, sin dal primo momento in cui l'ho vista al ristorante" risponde.
"Il Lumi?"
"Sì."
"Sul suo cadavere furono ritrovati dei peli" continua la Berger. "Peli insolitamente lunghi, fini come capelli di neonato, che corrispondono a quelli che lei ha su tutto il corpo, Mr Chandonne. Com'è possibile, se dice di
essersi rasato? Non mi ha appena detto di avere avuto la pelle liscia?"
"Li hanno messi loro, ne sono sicuro."
"Quelli che le vogliono male?"
"Sì."
"E dove li hanno presi?"
"C'è stato un periodo, a Parigi, più o meno cinque anni fa, in cui mi sono
accorto che mi seguivano" racconta. "Avevo la sensazione che mi pedinassero, che mi tenessero d'occhio, ma non sapevo perché. Quando ero più
giovane non mi rasavo sempre e completamente. Pensi alla schiena, è difficile rasarsela da soli. Praticamente impossibile. Perciò, a volte non mi rasavo per mesi. Allora ero molto più timido con le donne e non tentavo
quasi mai approcci, quindi non pensavo a radermi e mi coprivo con i pantaloni e le maniche lunghe. Mi rasavo soltanto mani, collo e faccia." Si
tocca la guancia. "Un giorno tornai nella casa dove abitavo con i miei genitori adottivi..."
"Ah, i suoi genitori adottivi a quei tempi erano ancora vivi? La coppia di
cui parlava, che abitava vicino alla prigione?" lo interrompe la Berger con
un'ombra di ironia.
"No, ma continuai a stare in quella casa per un po'. Non costava molto e
io lavoravo. Facevo diverse cose. Una sera tornai e mi accorsi che c'era
stato qualcuno. Era strano. Non mancava niente, a parte le lenzuola del
mio letto. Ho pensato che era andata bene, che mi avevano portato via solo
quelle. Ma successe altre volte e adesso ho capito che erano loro. Volevano i miei peli, per questo portavano via le lenzuola. Perché io ne perdo tanti, sa?" Si tocca la testa. "Vengono via così, se non mi rado. Si impigliano
da tutte le parti, per quanto sono lunghi." Allunga un braccio per farle vedere, facendo muovere nell'aria ciuffi di peli chiarissimi.
Sta dicendo che quando ha conosciuto Susan Pless i suoi peli erano meno lunghi? Anche sulla schiena?"
"Non avevo un pelo. Se avete trovato peli lunghi sul cadavere è perché
ce li ha messi qualcuno, capisce? Comunque lo ammetto, è morta per colpa
mia."
15
"In che senso è morta per colpa sua?" gli domanda Jaime Berger.
"Perché si sente responsabile dell'omicidio di Susan Pless?"
"Sapevo che mi seguivano" risponde. "Devono essere entrati appena me
ne sono andato io, per farle quello che le hanno fatto."
"L'hanno seguita fino a Richmond, Mr Chandonne? Perché è venuto
qui?"
"Per mio fratello."
"Si spieghi" replica la Berger.
"Ho sentito del cadavere trovato al porto e mi sono convinto che era mio
fratello, Thomas."
"Che mestiere faceva suo fratello?"
"Lavorava nel ramo dei trasporti marittimi con mio padre. Aveva qualche anno più di me. Mi trattava bene. Non lo vedevo tanto, ma mi dava i
vestiti che non metteva più e altre cose, come le ho già detto. E soldi. L'ultima volta che l'ho visto, più o meno due mesi fa a Parigi, aveva paura di
fare una brutta fine."
"Dove incontrò suo fratello Thomas a Parigi?"
"Faubourg Saint-Antoine. Gli piaceva quella zona, con i pittori e i nightclub. Ci siamo dati appuntamento in una via laterale, Cour des Trois Frères, dove ci sono le botteghe degli artigiani, non lontano dal Sans Sanz e
dal Balanjo e, naturalmente dal Bar Américain dove, se paghi, le ragazze ti
tengono compagnia. Mi ha dato dei soldi e mi ha detto che andava in Belgio, ad Anversa, per poi venire qui. Non l'ho più sentito. Ma poi ho saputo
del cadavere."
"Come l'ha saputo?"
"Leggo molti giornali, come ho detto. Raccolgo quelli che la gente butta
via. E tanti turisti che non parlano francese leggono la versione internazionale di 'USA Today'. C'era un piccolo articolo su un cadavere ritrovato qui e io ho capito subito che si trattava di mio fratello. Ne ero certo. Per questo motivo sono venuto a Richmond. Dovevo sapere."
"Come è venuto in America?"
Chandonne sospira. Ha l'aria affaticata. Si tocca la pelle infiammata e
rossastra intorno al naso. "Non lo voglio dire" risponde.
"Perché non lo vuole dire?"
"Perché temo che lo userete contro di me."
"Io ho bisogno che lei mi dica tutta la verità."
"Sono un ladro. Ho rubato il portafoglio a un tizio che aveva appoggiato
il cappotto a un monumento nel Père-Lachaise, il più famoso cimitero di
Parigi, dove sono seppelliti alcuni miei familiari. Una concession à perpetuité" dice orgoglioso. "Uno stupido americano. Era un portafoglio grosso,
di quelli in cui si tengono anche i documenti e i biglietti aerei. L'ho fatto
molte volte, mi duole ammetterlo. Quando si vive in mezzo a una strada, è
così. E io purtroppo non posso che vivere in mezzo a una strada, da quando mi seguono."
"Sempre gli agenti federali, intende?"
"Sì, sì. Agenti, magistrati, tutti quanti. Ho preso l'aereo subito perché
non volevo che l'uomo avesse il tempo di denunciare il furto del suo portafoglio e mi fermassero all'aeroporto. Era un biglietto di ritorno per New
York. In classe turistica."
"Da che aeroporto è partito e quando?"
"De Gaulle. Credo giovedì scorso."
"Il 16 dicembre?"
"Sì. Sono arrivato presto la mattina e ho preso un treno per Richmond.
Avevo i settecento dollari che avevo trovato nel portafoglio."
"Ha ancora il passaporto e il portafoglio con sé?"
"No di certo. Sarebbe sciocco. Li ho Buttati nella spazzatura."
"Dove?"
"Alla stazione ferroviaria di New York. Non le so dire esattamente dove.
Ho preso il treno e..."
"Durante il viaggio nessuno l'ha notata? Non si è rasato, Mr Chandonne?
Non l'ha guardata nessuno? Nessuno le ha detto niente?"
"Avevo i capelli raccolti in una retina e portavo il cappello. Avevo le
maniche lunghe e il colletto tirato su." Dopo un attimo di esitazione, aggiunge: "Un'altra cosa che faccio quando non mi rado è mettermi la maschera sul naso e sulla bocca. Sa le mascherine che portano quelli che soffrono di allergia? Metto anche guanti neri di cotone e grandi occhiali scuri".
"Era così conciato quando è salito a bordo dell'aereo prima e del treno
poi?"
"Sì. Funziona molto bene. La gente si tiene lontana e io, in questo caso,
ho avuto tutta la fila di sedili per me. Ho dormito."
"Ha ancora la mascherina, i guanti e gli occhiali?"
Si blocca un momento prima di rispondere. La Berger gli ha lanciato una
palla difficile, che evidentemente non sa come colpire. "Penso di riuscire a
ritrovarli, se necessario" dice vago.
"Che cosa ha fatto quando è arrivato a Richmond?" gli domanda la Berger.
"Sono sceso dal treno."
L'interrogatorio continua: in che stazione? Prese un taxi? Come si muoveva? Che cosa pensava di fare per suo fratello? Chandonne risponde in
modo lucido. Dal suo racconto sembra plausibile che sia stato dove dice,
che sia sceso alla stazione Amtrack di Staples Mill Road e abbia preso un
taxi fino a un motel da pochi soldi in Chamberlayne Avenue, dove si fece
dare una stanza per venti dollari a notte fornendo false generalità e pagando in contanti. Di lì, sostiene di aver chiamato l'Istituto di medicina legale
per avere informazioni a proposito del cadavere non identificato che è convinto fosse di suo fratello. "Chiesi di parlare con il capo, ma non me lo
vollero passare" dice alla Berger.
"E con chi parlò?"
"Con una donna. Un'impiegata, credo."
"Le dissero come si chiamava il capo dell'istituto?"
"Sì. Scarpetta. Chiesi di parlare con lui e l'impiegata mi disse che era
una 'lei'. Allora dissi: 'Okay, posso parlare con lei?', ma era occupata. Non
lasciai né nome né numero di telefono, naturalmente, perché dovevo stare
attento. Pensavo che continuassero a seguirmi. Come potevo saperlo? Presi
un giornale e lessi che era stata assassinata una donna in un negozio la settimana prima. Rimasi scioccato e spaventato: voleva dire che erano qui."
"Quelli che ce l'hanno con lei?"
"Erano qui, capisce? Avevano ucciso mio fratello e sapevano benissimo
che sarei venuto da lui."
"Questa storia è davvero straordinaria, Mr Chandonne. Come potevano
queste persone sapere che lei sarebbe venuto in Virginia, dopo aver letto
per caso su 'USA Today' che era stato ritrovato un cadavere a Richmond e
capito al volo che era suo fratello Thomas? Come facevano a prevedere
che lei avrebbe rubato un portafoglio contenente un passaporto e un biglietto aereo?"
"Sapevano che in qualche modo sarei venuto. Io voglio bene a mio fratello. Lui è tutto quello che ho al mondo. È l'unico che mi ha trattato bene
in tutta la mia vita. E poi dovevo scoprirlo per papà. Povero papà."
"E sua madre? Sua madre non sarebbe rimasta male nel sapere che
Thomas era morto?"
"Mia madre è sempre ubriaca."
"È alcolizzata?"
"Beve sempre."
"Tutti i giorni?"
"Tutti i giorni, tutto il giorno. Poi si arrabbia o piange."
"Lei non vive con sua madre, come fa a sapere che Deve tutti i giorni
tutto il giorno?"
"Me lo diceva Thomas. Fa così da quando io mi ricordo. Mi dicono che
è sempre ubriaca. Le poche volte che vado in casa, è ubriaca. Una volta mi
hanno detto persino che la mia malattia può derivare dal fatto che lei era
sempre ubriaca quando era incinta di me." La Berger mi guarda. «Possibile?»
«Sindrome fetale da alcol?» rifletto. «Non credo. Spesso dalle madri con
una storia di alcolismo cronico nascono individui con gravi ritardi fisici o
mentali. Modificazioni cutanee come l'ipertricosi sarebbero il problema
minore.»
«Questo non vuol dire che lui non sia convinto che se è malato la colpa è
della madre.»
«Certo» concordo.
«E questo spiegherebbe il suo odio estremo per le donne.»
«Ammesso e non concesso che esista una spiegazione per certe forme di
odio» rispondo.
Intanto, nelle immagini video la Berger continua a fare domande a
Chandonne sulla presunta telefonata fatta all'Istituto di medicina legale di
Richmond. "Dunque lei cercò di parlare per telefono con la dottoressa
Scarpetta, senza riuscirci. Che cosa fece, allora?"
"Il giorno dopo, venerdì, ero in hotel che guardavo la televisione quando
sentii che era stata uccisa un'altra donna. Una della polizia. Interruppero le
trasmissioni per dare la notizia e ci fu un collegamento in diretta. Vedo
questo macchinone nero che arriva a casa della morta e dicono che è il
medico legale, la dottoressa Scarpetta. Lei. Allora mi viene l'idea di andarci subito e aspettare che esca per avvicinarla e dirle che ho bisogno di parlarle. Così, prendo un taxi."
La sua memoria straordinaria qui lo tradisce: non ricorda il nome della
compagnia dei taxi o il colore della vettura, ma solo che l'autista era un nero. Probabilmente a Richmond l'ottanta per cento dei tassisti è di colore.
Chandonne sostiene che, mentre andava a casa della donna assassinata, il
cui indirizzo aveva scoperto guardando la televisione, sentì un comunicato
radio in cui si avvertiva la cittadinanza di prestare la massima attenzione
perché si sospettava che l'assassino soffrisse di una malattia che gli conferiva un aspetto strano. La descrizione fornita corrispondeva a quella di un
malato di ipertricosi. "Così ho avuto la certezza" continua. "Avevano teso
la trappola e ormai tutto il mondo era convinto che avevo ucciso io quelle
donne a Richmond. Ero sul taxi, spaventatissimo, e cercavo di decidere
che cosa fare. Chiedo all'autista: 'Lei conosce questa dottoressa Scarpetta
di cui parlano?'. Mi risponde che in città la conoscono tutti. Gli domando
se sa dove abita e gli dico che sono un turista. Mi porta lì vicino, ma siccome c'è il guardiano e la sbarra non entriamo. Però, almeno ho scoperto
dove sta. Scendo dal taxi più avanti, deciso a trovarla prima che sia troppo
tardi."
"Troppo tardi per cosa?" si informa la Berger.
"Prima che muoia altra gente. Quella sera vado a casa sua e busso alla
porta per parlare con lei. Vede, io avevo paura che la prossima vittima fosse lei. È così che agiscono, capisce? L'hanno fatto anche a Parigi. Anche lì
hanno cercato di uccidere il medico legale. Una donna. È stata molto fortunata."
"Cerchiamo di non divagare, Mr Chandonne. Mi dica che cosa fece
quando scese dal taxi, la mattina di venerdì 17 dicembre. Era venerdì scorso, no? Come passò la giornata?"
"In giro. Trovai una casa abbandonata sul fiume ed entrai per proteggermi dal freddo."
"Dove si trova questa casa?"
"Non glielo so dire. Ma è più o meno in quel quartiere."
"Il quartiere in cui abita la dottoressa Scarpetta?" Sì.
"Saprebbe ritrovarla, vero, la casa in cui si rifugiò?"
"Ci stanno facendo dei lavori. È una villa in cui adesso non abita nessuno. Grande. So dov'è."
La Berger mi chiede: «Ritenete si sia nascosto lì da quando è arrivato?».
Annuisco. Conosco quella casa. Penso ai poveri proprietari e mi sento
male per loro: come faranno a tornarci a vivere? Chandonne dice di essersi
nascosto nella villa abbandonata fino a quando non fu buio e poi di essersi
avventurato fuori diverse volte, evitando la sbarra del guardiano, semplicemente seguendo il fiume e i binari della ferrovia. Sostiene di essere venuto a bussare alla mia porta nel tardo pomeriggio senza avere risposta. A
quel punto la Berger mi domanda a che ora tornai a casa quella sera. Alle
otto passate, rispondo: mi ero fermata da Pleasant Hardware, dopo l'ufficio, per dare un'occhiata agli attrezzi da lavoro. Mi lasciavano perplessa le
strane ferite sul corpo di Diane Bray e le impronte di sangue sul materasso,
dove l'assassino aveva posato l'arma insanguinata. Nel negozio di ferramenta avevo visto un martelletto da muratore e l'avevo comprato. Poi ero
tornata a casa.
Chandonne intanto dice che aveva paura a venire da me perché c'erano
autopattuglie e poliziotti dappertutto; a un certo punto, arrivato a casa mia
sul tardi, aveva visto due macchine della polizia parcheggiate lì davanti.
Mi era scattato l'allarme, infatti: Chandonne aveva forzato il portellone del
garage apposta perché intervenissero. Naturalmente lui sostiene di non a-
verci nulla a che fare. Sono stati "loro", sostiene, non c'è dubbio alcuno.
Era quasi mezzanotte, ormai, e nevicava forte. Chandonne si era nascosto
dietro gli alberi intorno a casa mia e aveva aspettato che gli agenti uscissero. A suo dire, era la sua ultima possibilità di vedermi, di parlare con me
prima che "loro" mi uccidessero. Per questo, sostiene, venne a bussare alla
mia porta.
"Come bussò?" gli chiede la Berger.
"Mi pare che ci fosse un battiporta. Credo di aver usato quello." Finisce
la Pepsi e la voce registrata di Marino gli chiede se ne vuole un'altra.
Chandonne fa cenno di no con la testa e sbadiglia. Sta raccontando di
quando è venuto a casa mia per ammazzarmi e sbadiglia, il bastardo.
"Perché non suonò il campanello?" vuole sapere la Berger. È un dettaglio importante: il mio campanello attiva il videocitofono. Se Chandonne
avesse suonato, l'avrei potuto vedere da dentro, sul piccolo schermo.
"Non lo so" risponde. "Vidi il battiporta e usai quello."
"Non disse nulla?"
"Subito no. Poi una voce di donna domandò: 'Chi è?'."
"E lei?"
"Dissi il mio nome e che avevo delle informazioni sul cadavere che stava cercando di identificare. Le chiesi per piacere di ricevermi."
"Le disse come si chiamava? Si identificò come Jean-Baptiste Chandonne?"
"Sì. Le dissi che ero di Parigi e che l'avevo cercata all'Istituto di medicina legale." Sbadiglia di nuovo. "Incredibile" continua. "La porta si apre e
la vedo. Mi dice di entrare e, appena metto piede dentro casa, chiude la
porta, prende un martello e cerca di colpirmi."
"Prende un martello? E dove? Si è materializzato tutt'a un tratto nelle
sue mani?"
"Mi pare che fosse su un tavolino nell'ingresso, ma non sono sicuro. È
successo così in fretta... Ho cercato di scappare. Sono corso nella sala da
pranzo gridandole di fermarsi e allora è successa la cosa più terribile. Così,
all'improvviso. Mi ricordo solo che ero dall'altra parte del divano e che mi
arrivava qualcosa sulla faccia. Sembrava fuoco, un liquido infuocato negli
occhi. Non mi sono mai sentito più... più..." Tira di nuovo su con il naso.
"Un dolore terribile. Gridavo, cercavo di togliermelo dagli occhi. Volevo
uscire di casa. Sapevo che lei voleva uccidermi e a un certo punto ho capito che era anche lei una di loro. Sì, una di 'loro'. Ero in trappola. Alla fine
c'ero cascato! Avevano programmato tutto: mio fratello morto era nel suo
obitorio perché era anche lei una di loro. E così adesso mi avrebbero arrestato e finalmente avrebbero ottenuto quello che volevano fin dall'inizio."
"E cioè, cosa?" gli domanda la Berger. "Me lo ripeta, perché faccio molta difficoltà a capire, e a credere, a questa sua versione dei fatti."
"Vogliono mio padre!" esclama. È la prima volta che manifesta un'emozione. "Vogliono papà! Vogliono un appiglio per prenderlo e rovinarlo,
per distruggerlo. Vogliono far credere che papà ha un figlio assassino per
dare addosso alla mia famiglia. Sono anni che ci provano! Io sono uno
Chandonne e guardate che cosa mi è capitato! Guardatemi!"
Allarga le braccia, assumendo la posizione di Cristo in croce, facendo
svolazzare ciuffi di peli. Scossa, vedo che si toglie gli occhiali scuri esponendo alla luce gli occhi orribilmente bruciati. Fisso quegli occhi rossi, ustionati, che sembrano non vedere. Piange.
"Sono rovinato!" grida. "Sono brutto, cieco e accusato di cose che non
ho fatto! Voi americani volete mandare a morte un francese! Non è questo
che volete, dare l'esempio?" Si sente un rumore di sedie trascinate per terra. Marino e Talley lo bloccano, trattenendolo sulla sedia. "Io non ho ucciso nessuno! È stata lei a cercare di uccidere me! Guardate che cosa mi ha
fatto!"
La Berger cerca di calmarlo. "Stiamo parlando da un'ora, adesso ci fermiamo. Basta così. Si calmi, su. Si calmi."
L'inquadratura balla, poi lo schermo diventa a righe e quindi del colore
azzurro di uno splendido pomeriggio. La Berger spegne il videoregistratore. Io sono ammutolita dallo stupore.
«Mi dispiace dirglielo.» È lei a rompere il silenzio di tomba che Chandonne ha fatto calare nella sala riunioni. «Ma ci sono dei paranoici incattiviti con il sistema che gli crederanno. Spero solo che non ce ne capiti uno
in giuria, perché per condannarlo ci vuole l'unanimità.»
16
«Jay Talley» dice Jaime Berger sorprendendomi. Ora che Chandonne
non è più in mezzo a noi, sparito con un clic del telecomando, il procuratore di New York non perde tempo e fissa la sua attenzione su di me. Torniamo a una realtà blanda e minuta, a una sala riunioni con un tavolo rotondo di legno, librerie a muro e un televisore spento. Davanti a noi sono
sparsi classificatori e macabre fotografie, dimenticati, ignorati, perché per
due ore Chandonne è diventato più importante di tutto e tutti.
«Vuole parlarmene lei o vuole che cominci con il dirle quello che so
io?» Mi prende in contropiede.
«Non so. Di che cosa vuole che le parli?» Sono sconcertata, offesa e arrabbiata, se penso che Jay Talley ha assistito all'interrogatorio di Chandonne. Immagino Jaime Berger che gli parla prima e dopo il colloquio e
durante la pausa in cui Chandonne ha mangiato e si è riposato. Jaime Berger è rimasta per ore insieme a Talley e Marino. «E poi vorrei sapere che
cosa c'entra con l'omicidio di Susan Pless» aggiungo.
«Dottoressa Scarpetta.» Si appoggia allo schienale. Mi sembra di essere
stata chiusa in questa stanza con lei per metà della mia vita e ho fretta. Sono terribilmente in ritardo. Devo andare dal governatore. «Capisco che per
lei possa essere difficile» mi dice «ma le chiedo di avere fiducia in me.
Pensa di potersi fidare di me?»
«Non so più di chi fidarmi» rispondo sinceramente.
La Berger sorride e sospira. «Almeno è sincera. È vero, lei non ha alcun
motivo per fidarsi di me. Forse non ha motivo per fidarsi di nessuno. Ma
neppure alcun motivo reale per non fidarsi di me in quanto professionista il
cui unico scopo è far pagare Chandonne per i reati che ha commesso, se ha
ucciso quelle donne.»
«Se?» domando.
«Sta a noi dimostrarlo. E qualsiasi informazione io acquisisca riguardo
ai casi di Richmond è preziosa, per me. Le prometto che non mi farò inutilmente gli affari suoi e non violerò la sua privacy, ma mi serve avere un
quadro della situazione il più ampio possibile. Francamente, vorrei capire
con che cosa ho a che fare e il mio problema è che non conosco i personaggi coinvolti, non so che ruolo hanno e se in qualche modo ci possono
essere ulteriori implicazioni. Per esempio, che Diane Bray spacciasse psicofarmaci potrebbe essere la spia di un suo coinvolgimento in altre attività
illecite, magari legate alla criminalità organizzata, alla famiglia Chandonne, e perfino aver a che fare con il ritrovamento del cadavere di Thomas
proprio nel porto di Richmond...»
«A proposito.» Punto il dito su un'altra questione: la mia credibilità.
«Come spiega Chandonne il fatto che in casa mia c'erano due martelletti da
muratore? Io ne avevo comprato uno, come le ho detto. E l'altro? Se non
l'ha portato lui; da dove è saltato fuori? E perché non ho usato la pistola, se
volevo ucciderlo? La mia Glock era sul tavolo della sala da pranzo.»
La Berger ha un attimo di esitazione ed evita di rispondere. «Se non conosco tutta la verità, mi è difficile capire che cosa riguarda il caso di cui mi
occupo e cosa no.»
«Questo lo capisco.»
«Possiamo cominciare con la sua relazione con Jay Talley?»
«Mi ha accompagnata in ospedale.» Mi arrendo: non tocca a me fare
domande, in questa situazione. «Quando mi sono rotta il gomito. È arrivato
insieme a polizia e Atf. Poi gli ho parlato brevemente sabato pomeriggio,
quando la polizia mi stava perquisendo la casa.»
«Sa perché abbia ritenuto necessario partire dalla Francia per partecipare
alla cattura di Chandonne?»
«No, ma penso che sia perché conosceva bene il caso.»
«O per avere la scusa di vedere lei?»
«Questo deve chiederlo a lui.»
«Vi state vedendo?»
«L'ultima volta che ci siamo parlati, come le ho già detto, è stato sabato
pomeriggio.»
«E come mai? Lei considera conclusa la vostra relazione?»
«Non la considero neppure cominciata.»
«Però ha avuto rapporti intimi con lui.» Mi guarda con aria interrogativa.
«Ho commesso un errore di giudizio, lo ammetto.»
«Jay Talley è un bell'uomo, intelligente, giovane. Perché dice di aver
commesso un errore di giudizio? Molti direbbero che ha soltanto avuto
buon gusto. È single, come lei. Non ha neppure commesso adulterio.» Attimo di silenzio. Allude a Benton, al fatto che mi sono resa colpevole di
adulterio in passato? «Jay Talley ha un sacco di soldi, vero?» Tamburella
sul blocco per appunti con il pennarello, ritmando come un metronomo la
mia difficoltà. «È ricco di famiglia, suppongo. Bisogna che faccia qualche
accertamento. A proposito, devo dirle che gli ho parlato a lungo.»
«Vedo che ha parlato con tutti. Non capisco dove ha trovato il tempo.»
«Nei momenti di buco al Medical College.»
La immagino che va a prendere il caffè con Talley. Immagino la faccia
di lui, i suoi modi. Mi chiedo se alla Berger sia piaciuto, come uomo.
«Ho parlato con Talley e Marino mentre Chandonne si prendeva le sue
pause.» Ha le mani giunte su un blocco con l'intestazione della procura di
New York. Non ha scritto niente, nemmeno una parola, da quando è qui.
Evidentemente prevede che la difesa si attaccherà a tutto e, siccome avrà
diritto ad accedere a ogni carta, compresi i suoi appunti, evita di scrivere.
Di tanto in tanto disegna. Ha riempito due pagine di scarabocchi dal suo
ingresso nella sala riunioni. Nel fare questa riflessione, mi suona un piccolo allarme nella testa: mi sta trattando come un testimone. E io non dovrei
esserlo, non nel processo per la morte di Susan Pless.
«Ho l'impressione che lei si chieda se Jay Talley non sia in qualche modo coinvolto...» comincio.
La Berger mi interrompe con un'alzata di spalle. «Non bisogna mai trascurare alcuna ipotesi» replica. «Anche perché a questo punto mi viene da
pensare che sia tutto possibile. Pensi se Talley fosse in collusione con la
famiglia Chandonne: sarebbe in una posizione assolutamente straordinaria,
le pare? L'Interpol è il luogo più adatto in cui piazzare una talpa, per un
clan mafioso. Potrebbe averla convocata in Francia per valutare che cosa
sapeva a proposito di Jean-Baptiste e poi essere venuto a Richmond per
prendere parte alle ricerche.» Incrocia le braccia e mi guarda con i suoi occhi penetranti. «Non mi piace. E mi sorprende che a lei sia piaciuto.»
«Senta» comincio con voce scoraggiata «la mia intimità con Jay Talley
si è limitata a un periodo di ventiquattr'ore al massimo, a Parigi.»
«Avete avuto rapporti sessuali e litigato in un ristorante, quando lei se
n'è andata furibonda perché lui aveva guardato un'altra donna...»
«Che cosa?» sbotto. «Le ha detto questo?»
Mi osserva in silenzio. Usa con me lo stesso tono che ha usato con
Chandonne, un mostro terribile. Sta interrogando me, adesso, come se fossi anch'io una persona terribile. Ed è così che mi sento. «Non abbiamo litigato per via di un'altra donna» le spiego. «Per favore! Non era certo gelosia. Lui era invadente, petulante, e io a un certo punto non ne ho potuto
più.»
«Ha fatto una scenata al Café Runtz di Rue Favard.» La Berger continua
la storia, o perlomeno la versione della storia fornitale da Jay Talley.
«Non ho fatto nessuna scenata. Mi sono alzata dal tavolo e me ne sono
andata. Tutto qui.»
«È tornata in albergo, ha preso un taxi ed è andata all'Île Saint-Louis,
dove vive la famiglia Chandonne. Ha fatto un giro a piedi, ha guardato la
loro casa e ha prelevato un campione d'acqua della Senna.»
Le sue parole mandano scosse elettriche a ogni mia cellula. Sento rivoli
di sudore che mi scorrono sotto la camicetta. Non ho mai detto a Jay che
cosa ho fatto, quando me ne sono andata dal ristorante. Come fa la Berger
a sapere queste cose? Come faceva a saperlo Jay, sempre che sia stato lui a
dirlo a Jaime Berger? O è stato Marino?
«Perché è andata a cercare la casa della famiglia Chandonne? Che cosa
sperava di scoprire?» mi domanda.
«Quando indago su qualcosa, procedo spesso per tentativi» rispondo.
«Quanto al campione d'acqua, come avrà visto dagli esami di laboratorio,
avevamo riscontrato la presenza di diatomee sugli abiti del cadavere non
identificato trovato nel porto di Richmond, Thomas Chandonne. Volevo
prelevare un campione d'acqua nei pressi di casa sua per vedere se in quella zona della Senna la flora era la stessa. Come infatti era. Le diatomee
d'acqua dolce erano identiche a quelle ritrovate all'interno dei vestiti che il
cadavere aveva addosso. E, comunque, che importanza ha? Lei non processerà Jean-Baptiste Chandonne per l'omicidio di suo fratello Thomas, visto che presumibilmente, è avvenuto in Belgio. Mi sembra chiaro.»
«Ma il campione d'acqua è un elemento importante.»
«Perché?»
«Mi aiuta a far luce sull'imputato e sul movente. Identità e intenzione.»
Identità e intenzione. Queste parole mi risuonano nella testa come un
treno. Ho una laurea in giurisprudenza: so che cosa significano.
«Perché ha prelevato quel campione? Le succede spesso di andare in giro a raccogliere prove che non siano direttamente associate a un cadavere?
Non tocca a lei raccogliere campioni d'acqua, mi sembra, tantomeno in un
paese straniero. Perché è andata fino in Francia? Non va un tantino oltre le
competenze di un medico legale?»
«Mi ha convocata l'Interpol. Lo ha appena detto lei stessa.»
«L'ha convocata Jay Talley, per essere più specifici.»
«A nome dell'Interpol: è l'ufficiale di collegamento dell'Atf all'Interpol
di Lione.»
«Mi chiedo perché abbia orchestrato la sua trasferta francese.» Nel breve
silenzio che segue, la Berger lascia che una gelida paura mi attanagli il
cervello. Mi rendo conto per la prima volta che Jay Talley potrebbe avermi
manipolato per ragioni che preferirei non prendere neppure in considerazione. «Talley ha un ruolo complesso in questa vicenda» aggiunge misteriosa. «Se Jean-Baptiste Chandonne venisse processato qui, temo che sarebbe usato dalla difesa più che dall'accusa. Per screditare la sua testimonianza, probabilmente.»
Mi sento avvampare. Ho il collo e le guance in fiamme e la paura mi lacera distruggendo anche l'ultima speranza che tutto questo non succedesse.
«Posso farle una domanda?» Mi sento oltraggiata. Lunica cosa che posso
fare è cercare di mantenere ferma la voce. «C'è qualcosa che mi riguarda
da vicino e che io non so?»
«Temo di sì.»
«Perché ho la sensazione di essere io quella che sta per essere rinviata a
giudizio, procuratore Berger?»
«Non lo so. Perché si sente così?»
«Sto cercando di non prenderla come una cosa personale, ma mi riesce
sempre più difficile.»
La Berger non sorride. Ha lo sguardo determinato e usa un tono più duro. «La capisco, ma le raccomando di non prenderla così. Sa benissimo
come funzionano queste faccende. Un reato si definisce commesso ove
procura danni reali. Jean-Baptiste Chandonne non ha alzato un dito su di
lei, quando è entrato in casa sua. È adesso che comincia a farle del male.
Gliene ha già fatto e continuerà a fargliene giorno dopo giorno, nonostante
sia stato arrestato. Jean-Baptiste Chandonne ha dato inizio a un processo di
lenta e crudele distruzione della sua persona, dottoressa. Mi dispiace, ma è
così. Spero che lei se ne sia resa conto.»
La fisso senza parlare. Ho la bocca asciutta. Mi pare che il cuore abbia
perso il suo ritmo normale.
«Non è giusto: è questo che pensa?» mi chiede con il tono secco del
pubblico ministero che seziona le persone in modo solo lievemente diverso
dal mio. «Del resto sono certa che i suoi pazienti, se lo sapessero, non sarebbero molto contenti di essere nudi sotto il suo bisturi, di farsi frugare
nelle cavità e negli orifizi. Sì, ci sono tante cose di lei che non so. E credo
proprio che non le piacerà che io indaghi sulla sua vita, ma penso anche
che collaborerà, se ciò che ho sentito su di lei è vero. Perché io ho bisogno
del suo aiuto, altrimenti rischio che questo caso vada in malora.»
«Vuole tirare in ballo anche gli altri delitti, vero?» domando senza peli
sulla lingua. «Vuole fare un gran pastone di tutto.»
Esita, mi osserva e per un attimo le brillano gli occhi, come se avessi
detto qualcosa che le fa piacere o per cui mi stima. Poi, altrettanto velocemente, la luce nel suo sguardo si spegne. Risponde: «Non ho ancora deciso».
Non ci credo. Io sono l'unica testimone. L'unica. E lei mi vuole coinvolgere perché ha intenzione di processare Chandonne per tutti i reati che ha
commesso, trovando posto per loro nel processo per un omicidio commesso a Manhattan due anni fa. Chandonne non è uno stupido, ma ha fatto un
grave errore nel colloquio registrato. Ha fornito alla Berger le due armi utili a fargli pagare il conto per intero: identità e intenzione. Io posso identificarlo e so benissimo che intenzioni aveva, quando è entrato in casa mia.
Sono l'unica persona su questa terra che può controbattere alle sue menzogne.
«È fra l'incudine e il martello.» Il gioco di parole è voluto. Mi sta incalzando, come ha fatto con Chandonne, ma per motivi molto diversi. Jaime Berger non vuole distruggermi, ma fare in modo che io non venga distrutta.
«Perché è andata a letto con Jay Talley?» riprende.
«Perché mi è capitato sotto mano, maledizione» rispondo.
Scoppia a ridere, gettando la testa all'indietro. È una risata di cuore.
Non volevo essere divertente. Sono disgustata, se mai. «È la verità, procuratore» aggiungo.
«Perché non mi chiami Jaime e non mi dai del tu?» Sospira.
«Non sempre ho la risposta, nemmeno quando dovrei averla. Non so
perché mi sono lasciata andare con Jay Talley, ma mi vergogno di averlo
fatto. Fino a poco fa mi sentivo in colpa, mi dispiaceva averlo usato, avergli fatto del male. Ma perlomeno io non sono andata a raccontare storie in
giro.»
Non risponde.
«Avrei dovuto capire che tipo di uomo era» continuo indignata. «Come
quelli che sbavavano dietro a mia nipote l'altro giorno al centro commerciale, pieni di testosterone fino agli occhi. Dunque Jay si vanta delle sue
conquiste, è andato a dirlo a tutti, lei compresa. E vorrei aggiungere che...»
Mi fermo, deglutisco. Ho un groppo in gola. «Che certe cose non sono affari suoi e non lo saranno mai. Le chiedo, procuratore, per cortesia professionale, di non addentrarsi in ambiti che non le competono.»
«Non sono la sola.»
Guardo di nuovo l'ora, di proposito. Ma non posso andarmene, non prima di averle fatto la domanda più importante. «Lei mi crede quando dico
che mi ha aggredito?» Questa volta sa che sto parlando di Chandonne.
«C'è qualche motivo per cui non dovrei crederle?»
«Evidentemente la mia versione dei fatti smaschera le storielle che ha tirato fuori Chandonne» replico. «Non sono stati "loro". "Loro" non esistono. Esiste solo lui, un maledetto figlio di puttana che si fa passare per poliziotto e mi si avventa contro con un martelletto. Vorrei proprio sapere come spiega la storia del martelletto. Gli ha chiesto come mai ce n'erano
due? Con lo scontrino del negozio posso dimostrare di averne comprato
uno solo.» Insisto su quel punto. «E allora da dove viene l'altro?»
«Vorrei farle una domanda io, invece.» Evita nuovamente di risponder-
mi. «Esiste la minima possibilità che lei abbia frainteso le intenzioni di
Chandonne e che in realtà lui non volesse aggredirla? È possibile che nel
vederlo si sia lasciata prendere dal panico? È sicura che avesse in mano un
martelletto da muratore e volesse aggredirla con quello?»
La guardo sbalordita. «Ma che cosa dovrei aver frainteso? Perché sarebbe dovuto venire a casa mia, se non per aggredirmi?»
«Be', gli ha aperto lei. Su questo non ci sono dubbi, giusto?»
«Mi sta chiedendo se l'ho invitato io?» La guardo con aria di sfida, la
bocca secca e le mani che mi tremano. Vedendo che non risponde, spingo
la sedia all'indietro. «Non ho nessuna intenzione di farmi trattare in questo
modo. È ridicolo. Anzi, più che ridicolo!»
«Dottoressa Scarpetta, come si sentirebbe se venisse resa pubblica l'ipotesi che lei ha invitato Chandonne a entrare in casa sua e poi l'ha aggredito, magari perché si è lasciata prendere dal panico? O, peggio ancora,
perché lei fa parte del complotto cui Chandonne allude nel video, magari
in combutta con Jay Talley? Il che spiegherebbe come mai è partita per Parigi, è stata a letto con lui, è andata a trovare la dottoressa Stvan e si è fatta
consegnare da lei alcune prove importanti?»
«Come mi sentirei? Non so che cosa rispondere.»
«Lei è l'unica testimone, l'unica persona al mondo che sa per certo che
quelle di Chandonne sono tutte menzogne. Se lei dice la verità, il caso è
nelle sue mani, dottoressa.»
«Non posso essere chiamata a testimoniare nel processo per l'omicidio di
Susan Pless» le ricordo. «Non c'entro niente, con quel caso.»
«Ho bisogno del suo aiuto. E di tempo. Molto, molto tempo.»
«Io non l'aiuterò. Non se comincia a mettere in dubbio la mia sincerità o
la mia salute mentale.»
«Non metto in dubbio né l'una né l'altra. Ma la difesa lo farà, sistematicamente. Sarà terribile.» Sta girando intorno a qualcosa che non mi ha
ancora detto e che si sta preparando a dirmi. Immagino che sappia chi assumerà le difese di Chandonne. Immagino che sappia chi si appresta a
concludere l'opera che Chandonne ha già iniziato: distruggermi e umiliarmi pubblicamente. Ho il cuore gonfio, mi sento morire. La mia vita è
finita.
«Avrò bisogno che lei venga a New York con me» mi dice. «Fra non
molto, credo. In ogni caso, devo raccomandarle di stare molto attenta a che
cosa dice e a chi. Le sconsiglio vivamente, per esempio, di parlare dei casi
con chiunque senza discuterne prima con me.» Comincia a raccogliere le
sue carte. «E le sconsiglio anche di intrattenere rapporti di qualsiasi genere
con Jay Talley.» Mi lancia una breve occhiata mentre chiude la valigetta.
«Purtroppo penso che riceveremo tutti un regalo di Natale indesiderato.»
Ci alziamo e ci guardiamo negli occhi.
«Chi è il suo avvocato?» le chiedo con voce stanca. «Lei sa chi lo difenderà, vero? Per questo è rimasta tutta la notte con Chandonne. Voleva
riuscire a parlargli prima che il suo avvocato glielo impedisse.»
«È vero» risponde con un pizzico di irritazione. «Il problema è se ho fatto il mio gioco o il suo.» Ci osserviamo dai lati opposti del tavolo. «Non
riesco a credere una coincidenza che a un'ora dal mio ultimo colloquio con
Chandonne io venga a sapere che ha scelto da chi farsi difendere» aggiunge. «Ho il sospetto che avesse già deciso e, forse, che lo avesse anche già
contattato. E che insieme avessero stabilito che un video come questo poteva tornare utile più a loro che a noi.»
«Perché i giurati penseranno che ha ragione, oppure che è paranoico»
concludo.
Annuisce. «Certamente. Nella peggiore delle ipotesi cercheranno di farlo
dichiarare incapace di intendere e di volere. Ma noi non vogliamo che
Chandonne finisca a Kirby, vero?»
Kirby è un noto ospedale psichiatrico di New York, dove è stata rinchiusa anche Carrie Grethen prima che riuscisse a fuggire e a uccidere
Benton. La Berger ha di nuovo messo il dito su un punto dolente del mio
passato. «Allora lei sa di Carrie Grethen» le dico in tono di sconfitta, mentre usciamo da una sala riunioni che non sarà mai più la stessa per me. È
come se fosse diventata il luogo di un delitto. Ormai il mondo intero lo è.
«Ho preso qualche informazione sul suo conto» mi dice quasi scusandosi. «E sì, ha ragione, so chi ha scelto come avvocato Chandonne e non
ne sono affatto contenta. È una pessima notizia.» Si infila la pelliccia di visone per uscire. «Lei conosce il figlio di Marino?»
Mi blocco e la guardo sbigottita. «Non credo che Marino l'abbia mai fatto conoscere a nessuno.»
«Lei adesso deve andare dal governatore, no? Le spiego tutto per strada.» Con libri e classificatori sottobraccio, ci incamminiamo lungo il corridoio. «Rocco Marino, soprannominato affettuosamente Rocky, è un avvocato con il pelo sullo stomaco, che difende mafiosi e altri criminali disposti a pagarlo cifre da capogiro purché lui gli faccia evitare il carcere con
qualsiasi mezzo. È uno a cui piace la pubblicità, che ama farsi vedere.» Mi
lancia un'occhiata. «Ma soprattutto è un sadico che adora pestare i piedi al-
la gente. Così si sente potente.»
Spengo le luci nel corridoio e restiamo un attimo al buio prima che si aprano le porte di acciaio inossidabile.
«Mi è stato riferito che alcuni anni fa, quando era ancora all'università»
continua la Berger «ha cominciato a farsi chiamare Caggiano. Per rifiutare
definitivamente il padre che ha sempre disprezzato, immagino.»
Esito e la guardo, nella penombra. Non voglio che veda la mia espressione, che capisca quanto mi sento disperata. Ho sempre saputo che Marino odiava suo figlio e avevo elaborato una serie di teorie in proposito. Avevo preso in considerazione che Rocky fosse omosessuale, drogato o
semplicemente un inetto. Di certo Marino non ne ha mai parlato volentieri,
e ora capisco perché. Mi colpisce l'amara ironia, la vergogna. Mio Dio.
«Rocky Caggiano ha sentito la storia di Chandonne e si è offerto di difenderlo?»
«È possibile. Ma è possibile anche che il clan degli Chandonne sia arrivato a lui attraverso contatti mafiosi o che avessero già avuto a che fare
in precedenza. Potrebbe essere una semplice combinazione di intenti. Ma
gettare padre e figlio nell'arena ha certamente degli aspetti esaltanti. Una
sorta di parricidio in diretta, le pare? Non è detto che Marino debba testimoniare nel processo di New York, ma neanche è escluso che possa venire convocato. Dipende da come vanno le cose.»
Io so come andranno le cose. Mi è chiarissimo. La Berger è venuta qui
con la precisa intenzione di includere anche i casi di Richmond nel processo che si celebrerà a New York per l'omicidio di Susan Pless. Non mi sorprenderebbe se riuscisse a farci entrare anche quelli di Parigi, alla fine.
«Comunque» continua «Chandonne sarà sempre un caso di Marino.
Quelli come lui prendono a cuore i casi di cui si occupano. E il fatto che
sia Rocky a difendere Chandonne mi mette in una brutta posizione. Se lo
processassimo a Richmond, andrei dritta filata dal giudice a contestare l'evidente conflitto di interesse. Probabilmente mi caccerebbe via a calci nel
sedere, ma senza dubbio obbligherebbe Caggiano a farsi affiancare da un
assistente in maniera da evitare che Marino venga interrogato dal proprio
figlio.»
Premo un bottone facendo aprire un'altra porta di acciaio.
«Scatenerei un'ondata di proteste» prosegue la Berger. «E anche se il
giudice respingesse la mia richiesta, potrei comunque accattivarmi le simpatie dei giurati, dimostrando loro la malvagità di Chandonne e del suo
avvocato.»
«Comunque vada il processo, Marino a New York non può essere chiamato a testimoniare.» Capisco dove vuole andare a parare. «Non c'entra
con l'omicidio di Susan Pless. E quindi non riuscirà a liberarsi di Rocky.»
«Giusto. Non esiste conflitto. Non ci posso fare niente. E Rocky è pericoloso.»
Continuiamo a parlare anche una volta arrivate alle rispettive automobili, al freddo. Il nudo cemento intorno a noi sembra simboleggiare lo
squallore di ciò che stiamo per affrontare. La vita è diventata dura e spietata. Non vedo vie di uscita, non c'è scampo. Non so come si sentirà Marino
quando scoprirà che a difendere il mostro che lui ha fatto di tutto per catturare sarà il proprio figlio. «Chiaramente Marino non lo sa» dico.
«Forse ho sbagliato a non metterlo al corrente» replica. «Ma già così è
insopportabile... Ho pensato che glielo dirò domani o dopo. Lei sa che non
gli ha fatto piacere che io interrogassi Chandonne» aggiunge trionfante.
«Me ne sono accorta.»
«Ho già avuto a che fare con Rocky Caggiano diversi anni fa.» Apre la
portiera e sale a bordo per mettere in moto e accendere il riscaldamento.
«Un ricco imprenditore di New York era stato avvicinato da un ragazzo
armato di coltello.» Si rialza e mi guarda in faccia. «Aveva reagito, buttando per terra il ragazzo e facendogli battere la testa sul marciapiede, ma
nel frattempo si era preso una coltellata nel fianco. Il ragazzo aveva riportato un trauma cranico, ma dopo un ricovero in ospedale se l'era cavata,
l'uomo invece era morto. Caggiano cercò di far scagionare il ragazzo invocando la legittima difesa, ma per fortuna la giuria non gli credette.»
«Sono sicura che da allora in poi Rocky Caggiano ha nutrito per lei
grande stima.»
«Non sono riuscita a impedire a quel delinquente di costituirsi parte civile e chiedere un risarcimento di dieci milioni di dollari per danni emotivi
permanenti e tutto il resto. Alla fine la famiglia dell'imprenditore è andata
incontro alle sue richieste. E sa perché? Perché non ce la facevano più. Li
tormentavano, li molestavano, succedevano le cose più strane. Gli sono entrati in casa i ladri, gli hanno rubato la macchina, gli hanno avvelenato il
cane. E io sono convinta che dietro tutto questo c'era Rocky Marino Caggiano, anche se non sono mai riuscita a dimostrarlo. Il suo stile è molto
semplice: ricorre a ogni mezzo e accusa tutti fuorché l'imputato. E poi non
sa perdere.»
Ricordo che una volta Marino mi ha detto di essere dispiaciuto che
Rocky non fosse morto. «Potrebbe essere in parte questa, la sua motiva-
zione?» domando. «Il desiderio di vendicarsi. Un'ottima occasione per dare addosso non soltanto al padre, ma anche a lei? E di farlo pubblicamente?»
«È possibile» risponde la Berger dalla sua macchina. «Comunque sia,
voglio che lei sappia che intendo fare un esposto. Non so a cosa servirà,
dal momento che non costituisce nessuna violazione etica. Dipende dal
giudice.» Si allaccia la cintura di sicurezza. «Dove passerà la vigilia di Natale, Kay?»
Dunque adesso sono Kay. Ci devo pensare un momento. La vigilia di
Natale è domani. «Devo seguire i casi degli ustionati» rispondo.
Annuisce. «È importante che torniamo sui luoghi dei delitti, finché si
può.»
Compresa casa mia, immagino.
«Ha tempo, domani pomeriggio?» mi domanda. «Quando vuole. Io durante le feste lavoro, ma non voglio rovinarle anche a lei.»
Devo sorridere, di fronte a tanta ironia. Le feste? Sì, buon Natale! La
Berger mi ha fatto un regalo senza neanche accorgersene: mi ha aiutato a
prendere una decisione, una decisione importante, forse la più importante
di tutta la mia vita. Mi licenzierò e il governatore sarà il primo a saperlo.
«La chiamo appena torno dalla contea di James City» dico alla Berger.
«Verso le due?»
«La vengo a prendere» mi risponde.
17
Sono quasi le dieci quando svolto in Capitol Square da Ninth Street e
passo davanti alla statua di George Washington a cavallo e lungo i portici
bianchi dell'edificio progettato da Thomas Jefferson, dietro a cui si vede un
albero di Natale alto dieci metri decorato con palline di vetro e tutto illuminato. Per fortuna la festa del governatore non prevedeva una cena. Nel
vedere che molti ospiti sono già andati via, provo sollievo: nei posteggi riservati a legislatori e visitatori non c'è una macchina.
Il palazzo dei primi dell'Ottocento in cui abita il governatore è giallino,
con un imponente colonnato. La leggenda vuole che durante l'incendio di
Richmond, al termine della guerra civile, fosse stato salvato da un gruppo
di intrepidi cittadini a secchiate d'acqua. Nella miglior tradizione del Natale in Virginia, ogni finestra è decorata con candele e coroncine di fiori,
mentre la cancellata di ferro scuro è abbellita da ciuffi di sempreverdi. Ve-
dendo una guardia che si avvicina, abbasso il finestrino.
«Desidera?» mi chiede sospettoso.
«Mi ha invitato il governatore Mitchell.» Sono già venuta diverse volte,
ma mai a quell'ora della notte e a bordo di una grossa Lincoln. «Sono la
dottoressa Scarpetta. Sono un po' in ritardo, temo. Gli dica di scusarmi.»
La guardia si illumina. «Non l'avevo riconosciuta, con quella macchina!
Ha dato via la Mercedes? Aspetti un momento qui, per favore.»
Entra nella guardiola e si attacca al telefono. Io guardo Capitol Square e
mi sento prima a disagio, poi triste. Ho perso questa città, ormai non posso
più tornare indietro. Posso dare la colpa a Chandonne, ma se voglio essere
sincera, non è stata solo colpa sua. Devo fare una scelta difficile, cambiare.
Lucy mi ha incoraggiata, o forse mi ha soltanto aiutata a vedere come sono
diventata rigida, statica, istituzionalizzata. Sono più di dieci anni che dirigo l'Istituto di medicina legale della Virginia. Ormai sono prossima alla
cinquantina. Non vado d'accordo con la mia unica sorella. Mia madre ha
un carattere difficile e non sta bene di salute. Lucy va a stare a New York.
Benton è morto. Sono sola.
«Buon Natale, dottoressa Scarpetta.» La guardia si china a parlare dal finestrino. Leggo sulla targhetta che si chiama Renquist. Abbassa la voce:
«Volevo dirle che mi dispiace per quello che ha passato, ma sono contento
che l'abbiate preso. Ha avuto una prontezza di riflessi eccezionale, dottoressa».
«Grazie, agente Renquist.»
«Dal primo dell'anno non sarò più qui» aggiunge. «Passo all'Investigativa.»
«È contento?»
«Sì, certamente.»
«Ci mancherà.»
«Magari ci incontreremo in qualche indagine.»
Spero proprio di no. Se mi incontrerà per qualche indagine, vorrà dire
che è morto qualcuno. Mi fa un cenno verso il cancello. «Può parcheggiare
qui davanti.»
Sì, cambia tutto. Il governatore Mitchell se ne andrà fra tredici mesi e
questo provocherà un trambusto. È un uomo in gamba e mi piace molto;
mi piace soprattutto sua moglie, Edith. In Virginia i governatori non possono essere rieletti e cambiano ogni quattro anni, scatenando un terremoto
che coinvolge centinaia di dipendenti, numeri di telefono, computer,
scomparsa o distruzione di pratiche, nuovi incarichi, nuovi programmi.
Lunica costante è il personale fisso: sono sempre gli stessi detenuti a curare il giardino e a compiere lavoretti esterni, le stesse persone che cucinano
e fanno le pulizie. Se cambia qualcosa, a quel livello, non è per motivi politici. Aaron, per esempio, fa il maggiordomo nella casa del governatore da
quando abito in Virginia. È un afroamericano alto e snello, bello ed elegante in giacca bianca e papillon.
«Come va, Aaron?» chiedo entrando nell'atrio scintillante di lampadari
di cristallo tra gli archi che si estendono da un lato all'altro della casa. Fra
le due sale da ballo c'è un albero di Natale con palline rosse e luci bianche.
Stucchi e finiture sono appena stati restaurati usando i grigi e i bianchi originari e sembrano una ceramica di Wedgwood. Aaron mi prende il cappotto. Dice che sta bene ed è lieto di vedermi con poche parole, perché ha imparato l'arte di essere educato senza smancerie.
Oltre l'atrio, di qua e di là del corridoio ci sono due salotti arredati con
mobili antichi. Quello riservato agli uomini ha la tappezzeria con un bordo
in stile impero, quello riservato alle donne a motivi floreali. Hanno una
funzione molto semplice: permettere al governatore di ricevere ospiti senza
farli entrare realmente in casa. La gente viene accolta sulla porta e scortata
in uno dei salotti per una breve udienza. Aaron mi accompagna oltre queste stanze impersonali, lungo la scala rivestita di moquette "istituzionale" a
stelle scure su sfondo rosso che porta agli appartamenti in cui il governatore abita con la famiglia. Mi ritrovo in un soggiorno con il pavimento di abete e una serie di poltroncine e divani, dove Edith mi aspetta in completo
pantaloni di seta rossa. Quando mi abbraccia, sento il suo profumo vagamente esotico.
«Quando andiamo a giocare di nuovo a tennis?» mi chiede con un sorriso, guardando l'ingessatura.
«Non conviene cimentarsi con il tennis quando è un anno che non giochi, hai un braccio al collo e stai cercando per l'ennesima volta di smettere
di fumare» rispondo.
Edith capisce al volo l'allusione. Chi mi conosce bene sa che da quando
è morto Benton la mia vita è stata un vortice cupo e privo di ogni serenità.
Ho smesso di vedere gli amici, di uscire o di invitarli a casa mia, di fare
ginnastica. Non ho fatto che lavorare. Non seguo più quello che succede
intorno a me, non ascolto quello che mi dice la gente, non avverto nulla. Il
cibo non ha più sapore, le stagioni non hanno più importanza. Come dice
Anna, ho perso la capacità di sentire. Non so come ho fatto, ma sono rimasta una brava professionista. Non ho commesso errori, forse perché sono
stata più attenta del solito a non sbagliare. Ma la mia sofferenza ha avuto
ripercussioni anche sul lavoro e le mie carenze hanno cominciato a mostrare i loro effetti anche nella sfera professionale. E come amica, tuttavia, che
ho dato il peggio di me.
«Come stai?» mi chiede Edith con dolcezza.
«Come vuoi che stia?»
«Accomodati. Mike è al telefono» mi avvisa. «Forse gli sembrava di non
aver parlato con abbastanza gente, stasera.» Sorride e alza gli occhi al cielo, come si stesse lamentando di un figlio monello.
Edith non ha mai assunto il ruolo di first lady, almeno come prevede la
tradizione del Commonwealth of Virginia, e per quanto abbia numerosi
detrattori, in genere è considerata una donna forte e al passo con i tempi.
Archeologa di professione, non ha smesso di lavorare quando il marito è
stato eletto. Se ritiene un'occasione troppo frivola o una perdita di tempo,
evita di partecipare. Ma è una moglie devota e ha cresciuto tre figli, che
adesso sono grandi. Sulla cinquantina, ha un bel carré di capelli scuri e occhi color dell'ambra. In questo momento sono pieni di pensieri e di domande: ha in mente qualcosa. «Volevo prenderti da parte durante la festa
per parlarti a tu per tu, Kay. Sono contenta che tu sia venuta, grazie. Sai
che normalmente non mi interesso dei casi di cui ti occupi» continua «ma
devo confessarti che questa storia che ho letto sui giornali mi ha molto turbata. Sai l'uomo trovato morto in uno squallido motel nella contea di James City? Mike e io siamo preoccupati per via del legame con Jamestown,
naturalmente.»
«Quale legame con Jamestown?» Sono stupita, e il mio primo pensiero è
che Edith Mitchell sappia qualcosa che io non so. «Non c'è alcun legame
con gli scavi archeologici. Almeno che io sappia.»
«È un'impressione» risponde semplicemente. «Nient'altro.»
Jamestown è la sua passione. Si è avvicinata al sito per motivi professionali alcuni anni fa e ha appoggiato con fervore gli scavi in qualità di
first lady. Ha scoperto costruzioni e ossa umane e cercato instancabilmente
l'appoggio di potenziali finanziatori e l'attenzione dei mass media. «Passo
davanti a quel motel tutte le volte che ci vado, perché faccio prima passando dalla Route 5 invece che dalla 64.» Si rabbuia. «Un postaccio. Devo dire che non mi ha sorpreso che ci fosse successo qualcosa di brutto: sembra
un ritrovo di spacciatori e prostitute. Tu ci sei andata?»
«Non ancora.»
«Posso offrirti da bere, Kay? Ho dell'ottimo whisky che ho portato dal-
l'Irlanda il mese scorso. So che ti piace il whisky irlandese.»
«Solo se mi tieni compagnia anche tu.»
Alza il telefono e chiede ad Aaron di portarci su una bottiglia di Black
Bush e tre bicchieri.
«Che cosa succede a Jamestown di questi tempi?» Nella stanza aleggia
fumo di sigaro e mi viene voglia di accendermi una sigaretta. «L'ultima
volta devo esserci andata tre o quattro anni fa» le spiego.
«Quando abbiamo trovato JR.»
«Infatti» rispondo.
«È davvero così tanto che non ci vai?»
«Dal 1996, mi pare.»
«Be', devi farci una visita. È straordinario com'è cambiata la pianta del
forte, e poi devi vedere i manufatti. A migliaia, come avrai letto sui giornali. Stiamo compiendo studi isotopici su alcune ossa, che penso troverai interessanti. JR continua a essere il mistero più grosso. Il suo profilo isotopico non è coerente con una dieta di granoturco o frumento e quindi finora
non ci raccapezziamo. L'unica spiegazione è che non fosse inglese. Abbiamo mandato alcuni denti in un laboratorio inglese per l'esame del Dna.»
JR sta per Jamestown Rediscovery ed è un prefisso che accompagna ogni ritrovamento negli scavi. In questo caso, Edith si riferisce al centoduesimo ritrovamento scoperto nel terzo strato, detto strato C. JR102C è una
tomba, la tomba più famosa di tutti gli scavi perché lo scheletro in essa ritrovato sembra quello di un giovane giunto a Jamestown nel maggio del
1607 insieme a John Smith e ucciso con un colpo di arma da fuoco l'autunno successivo. Appena si erano resi conto che poteva trattarsi di una
morte violenta, Editti e il direttore degli scavi mi avevano chiamata. Ripulendo le ossa dalla terra, avevamo scoperto una palla da moschetto calibro
.60 che aveva fratturato la tibia facendola ruotare di centottanta gradi, così
che il piede era girato completamente dall'altra parte. Il colpo doveva aver
lesionato, se non reciso del tutto, l'arteria poplitea dietro il ginocchio e JR,
come è stato affettuosamente chiamato da allora, doveva essere morto dissanguato in poco tempo.
Naturalmente i media avevano dato ampio risalto a quello che era stato
subito definito il primo omicidio d'America. Definizione impropria, bisogna dire, visto che non si può affermare con certezza che si trattasse davvero del primo e che il Nuovo Mondo non era ancora l'America. Alcune
prove di laboratorio avevano stabilito che JR era stato ucciso da un proiettile sparato da un moschetto di provenienza europea da una distanza infe-
riore ai cinque metri. Essendo pertanto impossibile che si fosse sparato accidentalmente da solo, si poteva dedurre che il suo assassino fosse un
compagno di viaggio. Ancora una volta sembrava di poter concludere che
il karma degli americani, purtroppo, fosse ammazzarsi l'uno con l'altro.
«Nella stagione fredda il lavoro si sposta all'interno.» Edith si toglie la
giacca e l'appoggia sullo schienale del sofà. «Cataloghiamo i manufatti,
scriviamo le schede e facciamo tutto quello che durante gli scavi veri e
propri lasciamo in sospeso. Einverno è anche il momento di trovare finanziamenti, ingrato compito che negli ultimi tempi tende a essere tutto
sulle mie spalle. Arrivo al punto. Ho ricevuto una telefonata a dir poco inquietante da parte di uno dei legislatori, il quale ha letto dell'omicidio nel
motel e si è arrabbiato moltissimo. La cosa è davvero spiacevole perché alla fine farà accadere proprio quello che sostiene di voler evitare, e cioè attirare l'attenzione sul caso.»
«Perché si è arrabbiato moltissimo?» chiedo. «Sui giornali c'era scritto
poco o niente.»
Edith si incupisce. Chiunque fosse l'autore della telefonata, è evidente
che non gode della sua stima. «È di Jamestown» mi risponde «e sembra
convinto che la vittima sia stata uccisa per motivi di odio razziale o perché
omosessuale.»
Sento un rumore attutito di passi sulle scale moquettate e poco dopo
compare Aaron con una bottiglia e tre bicchieri con lo stemma del Commonwealth su un vassoio.
«Inutile dire che una cosa del genere potrebbe compromettere fortemente il nostro lavoro.» Misura le parole, mentre Aaron ci versa il Black
Bush. Una porta si apre e dal proprio ufficio privato spunta il governatore
in una nuvola di fumo di sigaro, con lo smoking ma senza cravatta.
«Kay, mi dispiace di averti fatto aspettare» dice venendomi incontro per
abbracciarmi. «Purtroppo ci sono dei problemi. Forse Edith ti ha accennato.»
«Me ne stava parlando» rispondo.
18
Il governatore Mitchell è visibilmente turbato. Sua moglie si alza per
consentirci di parlare a tu per tu. Si mettono velocemente d'accordo per telefonare a una delle due figlie, poi Edith mi dà la buonanotte e se ne va. Il
governatore si accende un altro sigaro. È un bell'uomo dall'aria un po' ru-
de, ex giocatore di football, i capelli bianchi come la sabbia dei Caraibi.
«Ti avrei cercata domani. Non sapevo se andavi via per le vacanze» esordisce. «Grazie di essere venuta.»
Il whisky mi scalda la gola a ogni sorso, mentre chiacchieriamo amabilmente di progetti natalizi e del Virginia Institute of Forensic Science
and Medicine. Non posso fare a meno di pensare al detective Stanfield.
Quello stupido è andato a raccontare informazioni riservate sul caso a un
politico, maledizione, suo cognato Dinwiddie. Il governatore è un uomo
astuto e, soprattutto, ha lavorato in procura alcuni anni. Sa che sono furiosa e perché.
«Dinwiddie ha l'abitudine di sollevare dei gran vespai» dice, confermandomi l'identità del colpevole di tanto caos. È un rompiscatole patentato
che fa di tutto perché i cittadini non dimentichino che discende, per quanto
indirettamente, dal capo Powhatan, il padre di Pocahontas.
«L'investigatore ha sbagliato a parlargli del caso» replico «e Dinwiddie,
a sua volta, ha sbagliato a parlarne con te o chiunque altro. È un'indagine
per omicidio, non il quattrocentesimo anniversario di Jamestown. Qui non
c'entrano turismo e politica. Qui c'è un uomo che probabilmente è stato
torturato in una camera d'albergo a cui poi è stato dato fuoco.»
«Su questo non si discute» risponde Mitchell. «Ma ci sono alcuni aspetti
di cui vale la pena tener conto. Se si stabilisce un qualsivoglia legame fra
un serial killer e Jamestown sarà un disastro.»
«Non credo che ne esistano i presupposti, a parte il fatto che l'albergo si
trova nella zona e che l'offerta per cinque notti si chiama 1607.» Mi sto esasperando.
«Con tutta la pubblicità che è stata data a Jamestown, basta questo per
far rizzare le antenne ai media.» Si gira il sigaro fra le dita e lo porta lentamente alle labbra. «Si prevede che le celebrazioni del 2007 potranno
fruttare allo Stato della Virginia un miliardo di dollari. È la nostra esposizione mondiale, Kay. L'anno prossimo Jamestown apparirà su una moneta.
I giornalisti cominciano a venire a frotte per visitare gli scavi.»
Si alza per attizzare il fuoco e io ripenso a quando Mitchell si vestiva
con meno eleganza, andava sempre di fretta e lavorava in uno studio ingombro di carte e libri nella procura distrettuale. Avevamo collaborato in
diversi casi, alcuni dei quali diventati pietre miliari nella mia carriera, crimini crudeli e senza senso le cui vittime mi tormentano ancora: una ragazza che consegnava i giornali rapita lungo la strada, stuprata e lasciata lì a
morire di morte lenta, una vecchia uccisa per gioco a colpi di pistola men-
tre stendeva il bucato, le tante vittime dei crudeli fratelli Briley. Mitchell e
io abbiamo lavorato fianco a fianco per risolvere quei casi e ho sentito
molto la sua mancanza quando ha intrapreso la strada della politica. Il successo divide gli amici, e la politica, in particolare, distrugge i rapporti umani perché nella sua vera essenza distrugge la persona. Il Mike Mitchell
che conoscevo è stato sostituito dall'uomo di potere che ha imparato a filtrare i propri ideali attraverso un processo di calcolo meticoloso. Mike Mitchell ha un piano per tutto. Anche per me.
«Non voglio neanch'io che i media scatenino un parapiglia» gli dico.
Rimette a posto l'attizzatoio e fuma dando la schiena al caminetto, con la
faccia arrossata dal calore. I ceppi scoppiettano e sibilano tra le fiamme.
«Che cosa possiamo fare, Kay?»
«Chiedere a Dinwiddie di piantarla.»
«Mister "Titoli di Testa"?» Sorride scoraggiato. «L'uomo che sostiene a
gran voce che Jamestown è la culla della criminalità americana? Il primo
esempio di odio razziale contro i nativi americani?»
«Be', a me sembra che l'odio esista da sempre e che sia ciò che spinge
l'uomo a uccidere, a prendere lo scalpo, a far morire la gente di fame...
Non sarò io a dargli il destro per parlare di odio razziale, Mike. Non credo
che corrisponda a una particolare categoria di violenza, che sia una casella
da barrare sui certificati di morte. Le teorie sul perché e il percome la gente
commette un omicidio le avanzano i pubblici ministeri e gli investigatori,
non i medici legali.»
«Qual è la tua opinione?»
Gli parlo dell'altro cadavere ritrovato a Richmond nel pomeriggio e del
fatto che ritengo le due morti collegate.
«Su che basi?» Ha messo il sigaro ancora acceso nel posacenere. Si frega la faccia e si massaggia le tempie come se avesse mal di testa.
«Sulla base del fatto che entrambi sono stati legati nello stesso modo»
rispondo. «E presentavano lo stesso tipo di ustioni.»
«Lo stesso tipo di ustioni? Nel primo caso c'era stato un incendio! Come
mai anche il secondo aveva delle ustioni?»
«Io sospetto che li abbiano torturati.»
«Erano gay?»
«Il secondo non so. Ma non posso escluderlo.»
«Sappiamo chi è o di dov'è?»
«Finora non sappiamo niente. Nessuno dei due aveva con sé effetti personali.»
«Questo fa pensare che qualcuno non volesse che li identificassimo. O
che siano stati derubati. O entrambe le cose.»
«È possibile.»
«Dimmi qualcosa di più su queste ustioni» mi chiede.
Gliele descrivo. Parlo del caso seguito da Jaime Berger a New York e
sento crescere la sua ansia. Forse è anche arrabbiato. «Questo genere di ipotesi deve restare fra noi» dice. «Un altro collegamento con New York è
l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno, per la miseria!»
«Non è provato che ci sia alcun tipo di collegamento, a meno che qualcuno non abbia copiato l'idea dai giornali» rispondo. «Non posso neanche
dimostrare che le ustioni sui due cadaveri siano state causate da uno sverniciatore ad aria calda.»
«Non ti sembra strano? Gli omicidi di Chandonne hanno un precedente a
New York e pertanto il processo si celebra lì. Adesso abbiamo altri due
omicidi qui che assomigliano paurosamente a uno già successo a New
York...»
«Sì, è strano. Molto strano. Senti, io ti posso dire soltanto che non ho intenzione di scrivere un referto di autopsia che diventi un elemento fondamentale nel programma politico di qualcuno. Come sempre, mi limiterò ai
fatti ed eviterò di formulare ipotesi. Secondo me è preferibile gestire che
insabbiare.»
«Maledizione, scoppierà un putiferio» borbotta in una nuvola di fumo.
«Spero proprio di no» ribatto.
«È il tuo caso? Il licantropo francese, come lo chiamano adesso?» Mitchell affronta finalmente l'argomento. «Che cosa ne sarà di te?» Si risiede
e mi guarda negli occhi.
Bevo un sorso di whisky pensando a come rispondergli. Cerco di dirglielo meglio che posso. «Che cosa ne sarà di me?» Sorrido amaramente.
«Dev'essere stato terribile. Meno male che almeno è servito a catturarlo.» Ha gli occhi lucidi e si gira dall'altra parte. Si sta identificando con
il pubblico ministero. Lo sento vicino: siamo di nuovo colleghi, amici. Sono commossa, estremamente commossa. E al tempo stesso depressa. Il
passato è passato. Adesso Mitchell è il governatore della Virginia. La
prossima tappa sarà Washington. Io sono a capo dell'Istituto di medicina
legale della Virginia e dipendo da lui. Sto per rassegnare le mie dimissioni.
«Non credo che sia nel mio interesse e neppure nell'interesse della collettività che io rimanga dove sono.» Ecco, l'ho detto.
Mi fissa, senza dire una parola.
«Scriverò una lettera ufficiale, naturalmente, come prevede il regolamento. Ma ormai ho deciso. Mi dimetto a partire dal 1° gennaio. Resta inteso che continuerò a lavorare fin quando sarà necessario, finché non mi
avrai trovato un sostituto.» Mi chiedo se se lo aspettava. Forse è sollevato.
Forse invece è arrabbiato.
«Tu non sei una che si arrende facilmente, Kay» dice. «Non lo sei mai
stata. Non mollare solo perché qualche deficiente ti rende la vita difficile.»
«Non intendo cambiare lavoro, ma ambiente. E non ho alcuna intenzione
di mollare.»
«Ambiente?» Mi osserva, appoggiato allo schienale. «Vuoi dire che, invece di lavorare per lo Stato, lavorerai per chi ti offre più soldi?»
«Per favore!» Disprezziamo entrambi chi si vende al miglior offerente
anziché servire la giustizia.
«Sai che cosa voglio dire.» Si riaccende il sigaro e guarda nel vuoto,
formulando già un altro piano. Sta pensando.
«Farò consulenze esterne» gli spiego. «Ma non mi lascerò comprare da
chi offre di più. A dire la verità il lavoro che intendo fare adesso non mi
renderà un centesimo, Mike. Voglio collaborare alle indagini sull'omicidio
di New York. Mi impegnerà molto.»
«D'accordo, Kay. Se vuoi, lo Stato della Virginia sarà il tuo primo cliente. Ti propongo un lavoro come consulente medicolegale finché non avrò
trovato una soluzione migliore. Spero che le tue tariffe siano ragionevoli»
aggiunge con un sorriso.
Non era quello che mi aspettavo di sentire.
«Mi sembri sorpresa» commenta.
«Lo sono.»
«E perché?»
«Forse Buford Righter te lo saprà spiegare» rispondo indignata. «In questa città sono state orribilmente uccise due donne e, comunque la si metta,
mi addolora che il loro assassino adesso sia a New York. Non ci posso far
niente, Mike: mi pare che la colpa sia mia. Mi sembra di aver compromesso quei casi perché Chandonne se l'è presa con me. Mi sembra di essere
diventata un peso, una zavorra.»
«Ah, Buford» osserva Mitchell senza troppa emozione. «È un brav'uomo, ma un pessimo procuratore. Tuttavia, secondo me, lasciare che Chandonne venga processato a New York non è sbagliato, date le circostanze.»
È evidente che ci ha pensato a lungo e alla luce di considerazioni diverse,
compresa la prevedibile reazione dell'Europa alla notizia che un tribunale
della Virginia ha condannato alla pena capitale un cittadino francese. La
Virginia è nota per l'alto numero di persone che manda a morte ogni anno.
Io effettuo tutte le autopsie e conosco le statistiche. «Sarei in difficoltà anch'io, a occuparmene» aggiunge Mitchell dopo un momento di silenzio.
Ho la sensazione che il cielo stia per cadermi sulla testa. L'atmosfera fra
noi è carica di segreti, ma so che non è il caso di cercare di farmeli svelare:
il governatore Mitchell non è uomo che si può convincere a fare qualcosa
che ha deciso di evitare. «Cerca di non prenderlo come un fatto personale,
Kay» mi consiglia. «Io sono dalla tua parte e ti appoggerò. Ho lavorato
con te abbastanza da conoscerti bene.»
«Mi dicono tutti di non prenderlo come un fatto personale.» Sorrido appena. Il senso di catastrofe incombente è sempre più forte. Perché mi dice
che continuerà ad appoggiarmi? C'è motivo di sospettare che potrebbe non
farlo?
«A me lo dicono sempre Edith, i miei figli e i miei consulenti» continua
Mitchell. «E io continuo a prendermela. Solo che cerco di non farmene accorgere.»
«Tu hai parlato con Jaime Berger della possibilità di processare Chandonne a New York?» Dovevo chiederglielo.
Giocherella con il sigaro, riducendo la cenere a un cono appuntito, butta
fuori il fumo, prende tempo. Sì, ha avuto anche lui il suo ruolo nella faccenda. E forse anche importante. «È una donna in gamba, Kay.» La sua
non risposta è significativa.
Capisco, ed evito di insistere per farmi dire di più. Mi limito a domandargli come fa a conoscerla.
«Abbiamo frequentato la stessa università» mi risponde. «Poi, quando
ero procuratore generale, mi sono occupato di un caso di cui forse ti ricordi
anche tu. Sai la donna newyorkese che aveva acceso una polizza da capogiro sulla vita del marito un mese prima di ucciderlo in un albergo di Fairfax fingendo che si fosse suicidato?»
Me lo ricordo benissimo. In seguito aveva accusato me e l'Istituto di
medicina legale di collusione con la compagnia di assicurazioni. Sosteneva
che avevo preso dei soldi per falsificare il referto in maniera da giustificare
il mancato pagamento del premio.
«Contattai Jaime Berger quando scoprii che anche il primo marito della
donna era deceduto in circostanze misteriose a New York qualche anno
prima» mi racconta Mitchell. «Era più vecchio di lei, di salute malferma,
ed era morto nella vasca da bagno un mese dopo aver stipulato una cospi-
cua assicurazione sulla vita a beneficio della moglie. Il medico legale aveva riscontrato la presenza di lividi che potevano indicare una colluttazione
e tenuto a lungo il caso in sospeso in attesa che le indagini portassero a
qualcosa di risolutivo. Invece, alla fine non si era approdati a nulla e non
c'era stato processo. Anche allora la donna aveva fatto causa al medico legale per diffamazione, danni psicologici e roba del genere. In quell'occasione parlai con diverse persone della procura, soprattutto con Morgenthau, ma qualche volta anche con Jaime Berger.»
«Mi chiedo se i federali offriranno uno sconto di pena a Chandonne per
farlo parlare delle attività mafiose della sua famiglia. Che cosa sarebbero
disposti a concedergli in cambio di qualche rivelazione bomba?» dico.
«Che cosa succederebbe, se lui accettasse?»
«Lo faranno sicuramente» risponde Mitchell solenne.
«Allora è finita.» Ecco, così lo so. «È sicuro che scamperà la condanna a
morte. È questa l'offerta, vero?»
«È risaputo che Morgenthau cerca sempre di evitare la pena capitale» mi
dice. «Secondo me, invece, va applicata. Io sono un duro.»
Il governatore mi ha appena fatto capire come è andata la trattativa. Di
Chandonne si occuperanno i federali e in cambio il processo si celebrerà a
New York, dove è garantito che non gli faranno l'iniezione letale. Qualsiasi cosa succeda, il governatore Mitchell non farà una brutta figura. Il problema non sarà più suo. La Virginia non c'entra più. Non faremo scoppiare
uno scandalo internazionale mandando a morte Chandonne.
«È un peccato» mi permetto di dire. «Non che io sia favorevole alla pena
di morte, intendiamoci. Ma mi dispiace che sia diventata una questione politica. Ho appena ascoltato per ore le menzogne di Chandonne e so benissimo che non parlerà, non collaborerà con la giustizia. Non lo farà mai. E
ti dico un'altra cosa: se finirà a Kirby o a Bellevue, prima o poi uscirà e ricomincerà a uccidere. Così, da una parte sono contenta che il pubblico ministero sia la Berger e non Righter, perché Righter è un codardo. Dall'altra,
mi dispiace che perdiamo il controllo della situazione.»
Mitchell si protende in avanti e appoggia le mani sulle ginocchia, facendomi capire con inequivocabile chiarezza che il colloquio è finito. Non
intende discutere ulteriormente la questione con me e questo è di per sé
molto significativo. «Sei stata molto gentile a passare, Kay» mi dice. Lo
fisso e lui non abbassa gli occhi: è il suo modo per dirmi: "Non me lo
chiedere".
19
Aaron mi riaccompagna giù per la scala e mi apre il portone con un sorriso appena accennato. Renquist mi saluta con la mano vedendomi passare
davanti alla guardiola. Ho la sensazione che sia finito qualcosa, mentre mi
immetto nel traffico di Capitol Square lasciandomi alle spalle la casa del
governatore. Mi sento diversa, come se mi fossi staccata da quella che fino
a un momento fa era la mia vita e avessi perso la fiducia in un uomo che
ho sempre ammirato. No, non credo che Mitchell abbia fatto qualcosa di
sbagliato, ma so che non è stato franco con me, che mi ha tenuta all'oscuro
di qualcosa. È direttamente responsabile del fatto che Chandonne ha lasciato la nostra giurisdizione e ha preso questa decisione per motivi politici, non perché giustizia fosse fatta. Lo sento, ne sono sicura. Mike Mitchell
ha smesso di lavorare in procura, fa il governatore. Perché mi sorprendo?
Che cosa mi aspettavo?
Il centro di Richmond mi sembra estraneo e inospitale; percorro Eighth
Street verso la Expressway. Guardo i volti delle persone che mi passano
accanto e mi sorprendo a pensare come nessuno sia presente nel momento
che sta vivendo. Guidano tutti guardando nello specchietto retrovisore,
cercando qualcosa sul sedile o alle prese con la radio, parlando al telefono
o con qualcuno in macchina. Non notano la sconosciuta che li osserva.
Vedo le loro facce tanto chiaramente che posso dire se sono belli o brutti,
se hanno l'acne o i denti sani. Mi rendo conto che esiste almeno una grande
differenza fra assassini e vittime, ed è che gli assassini sono presenti. Vivono attimo per attimo, controllano l'ambiente che li circonda, valutando
con attenzione ogni elemento per stabilire se può giocare a loro favore o
metterli in difficoltà. Scrutano gli sconosciuti, si fissano su una persona e
decidono di seguirla fino a casa. Mi chiedo se è così che sono stati scelti i
due ragazzi, i miei ultimi pazienti. Mi domando con che tipo di predatore
ho a che fare. Mi chiedo anche qual è il vero motivo per cui il governatore
Mitchell mi ha chiesto di andare da lui stasera e perché Edith mi ha fatto
tante domande sull'omicidio nel motel. C'è sotto qualcosa. Qualcosa di
brutto.
Chiamo la segreteria di casa e scopro di avere sette messaggi. Tre sono
di Lucy. Non mi dice che cosa vuole, ma solo che ha bisogno ai parlarmi.
Provo a chiamarla sul cellulare e quando risponde la sento tesa. Capisco
che non è sola. «Tutto a posto?» le chiedo.
È titubante. «Zia Kay, posso venire con Teun?»
«È a Richmond anche lei?» domando sorpresa.
«Possiamo essere a casa di Anna fra un quarto d'ora» mi dice.
I segnali sono forti e chiari. Non riesco a identificare che cos'è che picchietta il mio subconscio cercando di farmi capire un'importante verità.
Che cosa c'è, maledizione? Sono talmente confusa che mi agito e mi distraggo. Un motociclista alle mie spalle suona il clacson e io faccio un salto sul sedile. Senza fiato, mi rendo conto che il semaforo è diventato verde.
La luna quasi piena è coperta di nuvole, il James River è una striscia scura
sotto lo Huguenot Bridge. Entro nella zona sud della città e parcheggio davanti a casa di Anna, dietro la Suburban di Lucy. La porta d'ingresso si apre immediatamente. Pare che Lucy e Teun McGovern siano arrivate un
attimo prima di me. Sono ancora nell'atrio, sotto il lampadario di cristallo
scintillante. Gli occhi di Teun McGovern incontrano i miei. Mi sorride rassicurante, come per comunicarmi che andrà tutto bene. Ha i capelli tagliati
corti ed è ancora una bella donna, sottile e mascolina, in pantaloni neri e
giacca di pelle. Quando mi abbraccia, mi ricordo di quanto è muscolosa e
determinata, ma al tempo stesso delicata. Sono contenta di rivederla. Mi fa
veramente piacere.
«Venite, accomodatevi» dice Anna. «Auguri. Fra poco è la vigilia di Natale. Che bello!» Ma sembra tutt'altro che allegra. Ha il viso tirato, oli occhi cerchiati per le preoccupazioni e la fatica. Mi sorprende a guardarla e si
sforza di sorridere. Andiamo tutti in cucina. Anna ci chiede che cosa vogliamo da bere e se abbiamo fame. Abbiamo già mangiato? Lucy e Teun
vogliono fermarsi a dormire lì? Non bisognerebbe stare in albergo la vigilia di Natale, sostiene. È un delitto. Continua a parlare e quando va al mobile bar e comincia a tirare fuori whisky e liquori, mi rendo conto che le
tremano le mani. I segnali si susseguono talmente numerosi che non riesco
a seguire la conversazione. Poi ho un'illuminazione, capisco: mentre Anna
mi versa uno scotch, la verità mi fulmina come una scossa elettrica.
Ho detto alla Berger di non avere oscuri segreti, e con questo intendevo
che sono sempre stata una donna riservata. Non rivelo a nessuno cose che
potrebbero essere usate contro di me. Sono cauta per natura. Ultimamente,
però, con Anna ho parlato, ho esplorato i recessi più nascosti della mia anima, le ho raccontato cose che neanche credevo di sapere. E non l'ho mai
pagata per essermi stata a sentire. Quello che le ho detto, pertanto, non è
protetto dal segreto professionale. Rocky Caggiano può citarla in giudizio
e, a giudicare dalla faccia che ha Anna in questo momento, credo proprio
che l'abbia già fatto. Prendo il bicchiere di scotch senza smettere di guar-
darla negli occhi.
«È successo qualcosa?» le chiedo.
Abbassa lo sguardo. Cerco di capire come andrà a finire. Jaime Berger
può opporsi, impedire a Caggiano di fare i suoi giochetti giuridici. È ridicolo. Le sue sono vere e proprie molestie, intimidazioni. Non può comportarsi così. Stronzo. Mi dico queste cose, faccio finta che il problema sia
risolto, perché sono straordinariamente brava a chiudere gli occhi di fronte
a verità in grado di scardinare il mio essere più profondo, i miei sentimenti, il mio benessere. «Dimmelo, Anna» insisto.
In cucina scende il silenzio. Lucy e Teun McGovern smettono di parlare.
Lucy mi viene vicino e mi abbraccia. «Non preoccuparti, zia Kay, siamo
qui noi» mi dice.
«Siamo venute apposta» ribadisce Teun alzando il pollice in segno di
vittoria.
Il loro tentativo di rassicurarmi prima di sparire in salotto mi lascia inquieta, in preda a un brutto presentimento. Anna mi guarda e per la prima
volta vedo che la mia stoica amica austriaca ha le lacrime agli occhi. «Ho
fatto una cosa terribile, Kay.» Si schiarisce la voce e riempie impacciata un
altro bicchiere di ghiaccio facendone cadere per terra un cubetto, che va a
finire dietro il cestino della spazzatura. «È venuto il vicesceriffo. Quando
sono andata ad aprire la porta, non ci potevo credere. Aveva una citazione
per me. Sono rimasta sconvolta a vederlo qui, perché di solito le convocazioni mi arrivano in ufficio. E capita spesso perché, come sai, sono un perito del tribunale. Non potevo credere che mi avesse fatto una cosa del genere. Mi fidavo di lui.»
Mi coglie il dubbio. Non riesco più a far finta di niente. La paura arriva
al sistema nervoso centrale. «Di chi parli?» le chiedo. «Di Rocky Caggiano?»
«Chi?» Fa una faccia sbalordita.
«Oddio!» borbotto. «Oddio!» Mi appoggio al bancone. Allora non stiamo parlando di Chandonne... Non è possibile! Se non è stato Rocky Caggiano a citare Anna in giudizio, resta un'unica altra possibilità, e non può
essere Jaime Berger. Che ragione avrebbe il pubblico ministero di parlare
con Anna? Ripenso alla strana telefonata da parte della banca, al messaggio lasciato dall'AT&T, al comportamento incomprensibile di Righter e alla sua faccia vedendomi sul pick-up di Marino sabato sera. Collego tutto
questo con il desiderio di Mitchell di vedermi con urgenza, con i suoi modi
evasivi e persino con l'acidità di Marino e la sua ansia di evitarmi sempre
di più. Mi torna in mente che Jack sta perdendo vistosamente i capelli e
che ha sempre avuto paura di fare il capo. Di colpo tutti i pezzi vanno a
posto. È chiaro: sono nei guai. Dio mio, sono nei guai fino al collo. Mi
tremano le mani.
Anna borbotta, si impappina, balbetta, quasi avesse perso la capacità di
parlare una lingua che, pur non essendo la prima che ha imparato nella vita, usa ormai da anni. È in difficoltà e mi conferma ciò che a questo punto
non posso più fare a meno di sospettare: è stata convocata dal gran giurì.
Una commissione speciale sta indagando sul mio conto per valutare se esistono i presupposti per rinviarmi a giudizio per l'omicidio di Diane Bray.
Anna si sente strumentalizzata, mi dice. L'hanno incastrata.
«Chi ti ha incastrata? Righter? È stato Buford?» domando.
Lei fa cenno di sì con la testa. «Non glielo perdonerò mai. Gliel'ho detto
chiaro e tondo» mi assicura.
Andiamo in salotto, dove prendo il cordless su un elegante mobiletto di
legno. «Ti rendi conto che non mi devi dire niente, vero, Anna?» Faccio il
numero di casa di Marino. Mi sforzo di restare calma. «Sono sicura che
Buford non sarebbe contento. Perciò, forse, è meglio che non mi parli.»
«Non mi interessa se è meglio oppure no. Subito dopo la citazione ho ricevuto una telefonata di Buford che mi spiegava quello che vuole da me. E
io ho chiamato Lucy.» Continua a parlare in un inglese stentato e fissa con
sguardo vuoto Teun McGovern, come se solo adesso si fosse resa conto di
non sapere chi è o perché si trova lì in casa sua.
«A che ora è arrivato il vicesceriffo con la citazione?» le chiedo. In quel
momento sento attaccare la segreteria telefonica di Marino. «Maledizione»
borbotto. È impegnato in un'altra conversazione. Gli lascio detto di richiamarmi al più presto. È urgente.
«Verso le dieci di stamattina» risponde Anna.
«Interessante» ribatto. «Proprio mentre Chandonne stava partendo per
New York. Prima del funerale di Diane Bray e prima che io incontrassi
Jaime Berger.»
«Secondo te c'è un legame?» Teun McGovern ascolta con lo sguardo attento e competente fisso su di me. È stata un'ottima detective dell'Atf, prima di venire promossa a supervisore dagli stessi che poi l'avrebbero costretta a dare le dimissioni.
«Non sono sicura» replico. «Ma so che la Berger voleva sapere chi c'era
al funerale della Bray. Adesso mi chiedo se non volesse controllare se ci
andavo io e se questo significa che sapeva che ero indagata.» Squilla il te-
lefono di Anna. «Pronto, casa Zenner» rispondo.
«Che cosa è successo?» mi chiede Marino ad alta voce. Sento che ha il
televisore acceso.
«Non lo so bene neanch'io, ma sto cominciando a farmi un'idea» replico.
Capisce dal tono che non è il caso di fare altre domande e gli conviene
salire subito sul pick-up e raggiungermi. È venuto il momento della verità,
è ora di smetterla con i trucchi e le bugie. Lo aspettiamo sedute davanti al
camino nel salotto di Anna, dove l'albero di Natale decorato con luci bianche, animaletti di vetro e frutti di legno nasconde i regali. Ripenso a cosa
ho detto ad Anna, cercando di ricostruire quello che lei ricorderà certamente, quando Righter la chiamerà a testimoniare sotto giuramento davanti a
una giuria di persone preposte a decidere se devo essere processata per omicidio. Ho il cuore stretto in una morsa di gelo e paura, ma parlo in modo
sensato. In apparenza sono salda, mentre Anna spiega in maniera particolareggiata perché sente di essere stata incastrata. Tutto è cominciato martedì
14 dicembre, quando Righter la contattò. Mi spiega per un quarto d'ora che
Righter la chiamò in qualità di amico, un amico sinceramente preoccupato.
Aveva sentito voci che intendeva controllare e sapeva che io e Anna eravamo molto amiche.
«Ma come?» interviene Lucy. «Il 14 dicembre Diane Bray era ancora
viva. Perché Righter l'ha chiamata già allora?»
«Non riesco a capire» concorda Teun. «C'è qualcosa che non quadra.»
Sono sedute per terra davanti al fuoco. Io sono sul dondolo, come al solito, e Anna sull'ottomana. È rigida e impettita.
«Quando ti chiamò il giorno 14, che cosa ti disse esattamente?» chiedo
ad Anna. «Come introdusse l'argomento?»
Mi guarda negli occhi. «Era preoccupato per la tua salute psichica. Me
lo disse chiaro e tondo.»
Annuisco. Non sono offesa. Ho risentito della morte di Benton, è vero,
ma non a livelli patologici. Sono sicura di non essere psicopatica, di essere
perfettamente in grado di ragionare e di pensare. L'unico mio sbaglio è stato cercare di sfuggire al dolore. «So di non aver superato bene la morte di
Benton» riconosco.
«E come si fa a superare bene una cosa del genere?» domanda Lucy.
«No, no. Non è questo che Buford intendeva» si intromette Anna. «Non
parlava del modo in cui stavi elaborando il lutto, Kay. Parlava del tuo rapporto con Diane Bray.»
«Del mio rapporto con Diane Bray?» Mi viene subito in mente che pro-
babilmente era stata lei a chiamare Buford, per tendermi l'ennesima trappola. «Ma se la conoscevo appena!»
Anna continua a guardarmi negli occhi e sul suo volto si alternano luci e
ombre. Mi sembra improvvisamente vecchia, come se in un giorno fossero
passati dieci anni. «Avevate litigato in diverse occasioni. Me lo hai detto tu
stessa» replica.
«Era sempre lei a cominciare» rispondo subito. «Non avevamo alcun
rapporto personale, nemmeno alla lontana.»
«Io credo che se uno fa la guerra a una persona, non può non avere con
lei un rapporto personale. Anche chi si odia ha un rapporto personale, se
capisci che cosa intendo. Certamente lei aveva un rapporto con te, Kay.
Metteva in giro voci, mentiva sul tuo conto, aveva creato una chat line in
cui faceva finta di essere te coprendoti di ridicolo e mettendoti in cattiva
luce con la Pubblica sicurezza e con il governatore.»
«L'ho appena visto, a proposito. Non mi è sembrato che ce l'avesse con
me.» Nel momento stesso in cui lo dico, mi sorprendo. Dato che Mitchell
sapeva che ero indagata per l'omicidio di Diane Bray - e non poteva non
saperlo - perché non ha semplicemente accettato le mie dimissioni e ringraziato il Signore di essersi liberato di me in maniera indolore?
«Ha messo in pericolo anche la carriera di Marino perché era il tuo scagnozzo» continua Anna.
L'unica cosa che mi viene in mente è che Marino non sarebbe contento
di sentirsi chiamare il mio scagnozzo. In quel preciso momento suona il citofono che annuncia il suo arrivo.
«In poche parole, ha cercato in tutti i modi di boicottarti.» Anna si alza.
«Non è così? Non è questo che mi hai detto anche tu?» Preme il tasto del
citofono, di nuovo energica perché la rabbia ha la meglio sulla depressione. «Sì? Chi è?»
«Sono io, baby» risponde maleducato Marino. Il rombo del motore del
suo pick-up riempie la sala.
«Se mi chiama baby un'altra volta, lo ammazzo.» Anna alza le braccia.
Va alla porta e l'attimo successivo vediamo apparire Marino. È uscito di
casa talmente di corsa che non si è nemmeno messo la giacca. Indossa un
maglione grigio e le scarpe da tennis. Vedendo Teun McGovern seduta a
gambe incrociate accanto al fuoco, che lo guarda dal basso verso l'alto, rimane sbigottito.
«Per la miseria!» esclama. «Guarda chi c'è!»
«Mi fa piacere rivederla, Marino» gli risponde Teun.
«Mi volete spiegare che diavolo sta succedendo?» Avvicina una poltrona
al caminetto e si siede, scrutandoci tutte una per una per cercare di capire.
Sta facendo lo scemo, quello che cade dalle nuvole, ma io credo che sappia
tutto: per questo ultimamente si comportava in modo così strano.
Arriviamo al punto. Anna continua a ricordare che cosa successe nei
giorni precedenti l'arrivo di Jaime Berger a Richmond. La Berger continua
a essere al centro della vicenda, al punto che sembra quasi che sia lì con
noi. Non mi fido di lei, ma al tempo stesso sono contenta che la mia vita
sia in mano sua, piuttosto che di qualcun altro. Cerco di ricostruire dov'ero
il giorno 14, partendo da oggi, 23 dicembre, e tornando indietro fino a quel
martedì. Ero a Lione, in Francia, nella sede dell'Interpol. È il giorno in cui
ho conosciuto Jay Talley. Ripenso al nostro incontro, a quando siamo rimasti soli al tavolo della mensa. Marino lo aveva preso subito in antipatia
e se n'era andato per i fatti suoi. Mentre pranzavamo, io gli avevo raccontato di Diane Bray, dei problemi che avevo con lei e del fatto che stava
rendendo la vita impossibile a Marino, rispedito a fare i turni di notte. Come l'aveva chiamata Jay Talley? "Una serpe in un vestito di velluto." Mi
aveva raccontato di aver avuto lui stesso degli screzi con lei, ai tempi in
cui lavorava in sede e collaborava spesso con la polizia di New York.
Sembrava sapere molte cose sul suo conto. Era davvero un caso che proprio il giorno in cui io ne avevo parlato con lui Righter avesse chiamato
Anna chiedendole dei miei rapporti con la Bray e alludendo a una mia presunta instabilità psichica?
«Non te lo avrei detto» continua Anna con voce dura. «Non avrei dovuto
dirtelo ma, visto che ormai mi useranno contro di te...»
«Come sarebbe a dire?» si intromette Marino.
«In un primo momento ho pensato di poterti aiutare fugando queste accuse di instabilità» continua Anna. «Non ho mai creduto che tu avessi dei
problemi mentali. E anche se è stato Righter a mettermi la pulce nell'orecchio, visto che non ti vedevo da tanto tempo avevo comunque intenzione di parlarti, per amicizia. Mi sarei preoccupata in ogni caso. Buford mi assicurò che, qualsiasi cosa avessi scoperto sul tuo conto, non ne
avrebbe fatto nulla. I nostri dovevano essere colloqui riservati, fra me e lui.
Non parlò mai, neppure alla lontana, di prendere provvedimenti nei tuoi
confronti.»
«Righter?» Marino fa la faccia brutta. «Righter voleva che lei facesse la
spia?»
Anna scuote la testa. «Mi ha chiesto una mano» ribadisce.
«Quel vigliacco. Quel gran bastardo.» Marino è furioso.
«Aveva bisogno di stabilire con certezza che Kay era sana di mente. E si
capisce anche perché, visto che doveva essere la sua supertestimone. Io ho
sempre pensato che fosse perché doveva essere una supertestimone, non
l'imputata!»
«Imputata un cazzo!» Marino è scatenato. Ha smesso di far finta di non
sapere di che cosa stiamo parlando.
«Marino, so che non dovevi avvertirmi che sono indagata per l'omicidio
di Diane Bray» gli dico senza collera. «Ma, per curiosità, da quanto tempo
lo sai? Per esempio, quando mi hai accompagnata qui sabato sera, lo sapevi già? È per questo che non mi hai lasciata un momento sola quando sono
tornata a casa dall'ospedale? Perché non facessi qualcosa di strano, non nascondessi qualche prova importante o Dio sa che? È per questo che non mi
hai permesso di usare la macchina? Perché dovevate controllare che non ci
fossero dentro degli indizi, magari fibre, capelli o sangue di Diane Bray?
Qualcosa che dimostrasse inequivocabilmente che ero a casa sua la sera in
cui è stata ammazzata?» Parlo con calma, ma il tono è tagliente.
«Cristo!» esclama Marino. «Lo so benissimo, che non sei stata tu! Righter è una grandissima testa di cazzo e gliel'ho detto in faccia. Gliel'ho detto
e ripetuto. Vorrei proprio sapere che cosa gli hai fatto. Perché cazzo ce l'ha
tanto con te?»
«Stammi bene a sentire.» Lo guardo fisso, dura. «Non mi dire un'altra
volta che è colpa mia. Io a Righter non ho fatto un bel niente. Non so perché abbia messo su questa farsa. A meno che Jay Talley non abbia seminato in giro degli indizi.»
«E neanche lì tu avresti colpa, eh? Andarci a letto insieme...»
«Se mai, lo farebbe non perché ci sono andata a letto insieme» ribatto
«ma perché ci sono andata una volta soltanto.»
Teun McGovern ha la fronte aggrottata. «Il caro Jay ha colpito ancora.
Strano, ma a me non è mai piaciuto. Troppo perbene, per i miei gusti».
«Ho detto a Buford che eri perfettamente sana di mente.» Anna serra la
mascella e mi guarda negli occhi. «Voleva sapere se pensavo che tu fossi
in grado di assisterlo, se pensavo che fossi stabile. Io credevo intendesse
nel processo contro Chandonne. Non immaginavo... Non posso credere
che Buford sia stato tanto viscido da incastrarmi in questo modo.» Si posa
una mano sul petto, come se avesse mal di cuore. Chiude gli occhi.
«Stai bene, Anna?» Faccio per alzarmi.
Scuote la testa. «Non posso stare bene. Non avrei mai parlato con te,
Kay, se avessi anche solo immaginato che potesse succedere una cosa del
genere.»
«Ha registrato i colloqui? Preso appunti?» chiede Teun.
«No di certo.»
«Bene.»
«Ma se mi chiedono...» comincia a dire.
«Capisco» replico. «Anna, guarda che capisco. Quel che è stato è stato.»
Adesso devo comunicare a Marino l'altra novità. Già che ci siamo, tanto
vale che sappia anche questa. «Tuo figlio Rocky» sussurro. Nient'altro.
Forse lo faccio per vedere se Marino lo sa già.
È impietrito. «Che cosa c'entra Rocky?»
«Pare che abbia assunto lui la difesa di Chandonne» rispondo.
Marino si incupisce e diventa paonazzo. Per un attimo restiamo tutti in
silenzio. Non lo sapeva. In tono piatto e duro, dice: «C'era da aspettarselo.
Forse c'entra anche con il fatto che sei indagata e tutto il resto. È possibilissimo. La cosa strana è che mi sono sempre chiesto se c'era lo zampino di
Rocky nel fatto che Chandonne fosse arrivato proprio qui».
«E perché mai?» gli domanda stupita Teun.
«Perché so che lavora con la mafia, ecco perché. Perché probabilmente
conosce il boss, Monsieur Chandonne di Parigi, e se può mettermi in difficoltà lo fa volentieri.»
«Secondo me, è ora che ci parli un po' di tuo figlio» lo sprono.
«C'è del bourbon, in questa casa?» chiede Marino ad Anna.
Anna si alza ed esce dal salotto.
«Zia Kay, non puoi più rimanere qui» mormora Lucy.
«E non ti conviene parlare con lei» aggiunge Teun.
Non rispondo. So che hanno ragione. Adesso, oltretutto, ho perso anche
un'amica.
«Perché, le hai detto qualcosa?» mi domanda Marino con il suo tono accusatorio che di questi tempi usa troppo di frequente.
«Le ho detto che ora che Diane Bray è morta, stiamo tutti meglio a questo mondo. In altre parole, che ero contenta fosse morta.»
«Non sei l'unica» mi conforta Marino. «Glielo dirò io, ai giurati, che
siamo tutti più contenti senza la Bray.»
«È un'affermazione pesante, ma non compromettente» mi fa notare Teun
McGovern.
«Pesante è dir poco» borbotta Marino. «Spero proprio che Anna non vada a raccontare a Righter che eri contenta che la Bray fosse crepata» di-
chiara.
«È assurdo!» dico.
«Be'» fa Marino «sì e no.»
«Non mi devi parlare di questa cosa» gli ricordo. «Non ti mettere nei
guai.»
«'Fanculo» è la sua risposta. «So benissimo che non sei stata tu a far fuori quella strega. Ma mettiti un attimo dalla parte dell'accusa: avevi dei problemi con lei. Diane Bray stava cercando di farti licenziare e tu, da quando
è morto Benton, ti sei comportata in maniera un po' strana, o almeno così
erano convinti tutti, giusto? Hai litigato con la Bray in un parcheggio. L'idea è che tu eri gelosa della nuova primadonna di Richmond, che ti metteva in ombra e ti criticava a ogni piè sospinto, e l'hai tolta di mezzo facendo
in modo che sembrasse opera del maniaco che aveva ammazzato Kim
Luong. Chi meglio di te poteva fare una cosa del genere? Chi più di te poteva sperare nel delitto perfetto? Avevi accesso a tutti gli indizi: potevi
massacrarla di botte e poi cospargere su di lei peli di lupo mannaro e
scambiare i tamponi perché venisse fuori il suo Dna. Il fatto che tu ti sia
portata appresso dall'obitorio di Parigi roba sua peggiora la situazione. Così come il campione d'acqua della Senna. Righter pensa che sei uscita di
testa, mi duole dirtelo. E purtroppo non gli sei neanche tanto simpatica,
non glielo sei mai stata perché lui è senza coglioni e non sopporta le donne
forti, che hanno potere. Ce l'ha anche con Anna, se proprio volete saperlo.
Ci godo, che anche la Berger sia una donna. Scommetto che la odia.»
Silenzio.
«Mi chiedo se citerà in giudizio pure me» mormora Lucy.
20
«Righter pensa che sei fuori di zucca pure tu» dice Marino a mia nipote.
«L'unico punto su cui siamo d'accordo.»
«Crede davvero che Rocky sia legato al clan degli Chandonne?» chiede
Teun McGovern a Marino. «O che lo sia stato in passato? Quando ha detto
che aveva già avuto dei sospetti, parlava sul serio?»
«Sì» risponde Marino. «So che Rocky ha sempre avuto dei contatti con
la malavita organizzata, ma di preciso non so che cosa cazzo faccia, con
chi o come. Non posso giurare che sia mafioso pure lui, ma di certo è un
poco di buono. Lo è sempre stato. È un malnato, quello. Non lo considero
nemmeno mio figlio.»
«Però lo è, Marino» ribatto.
«Lo disconosco. Ha preso dalla parte più marcia della mia famiglia» insiste. «Nel New Jersey c'erano i Marino buoni e i Marino cattivi. Io avevo
uno zio mafioso e uno poliziotto. Fratelli, ma diversi come il giorno e la
notte. Quando avevo quattordici anni, quel bastardo dello zio Louie ha
ammazzato l'altro mio zio, il poliziotto, che si chiamava Pete come me. Gli
ha sparato davanti a casa una mattina, quando ha aperto la porta per prendere il giornale. Non è stato mai provato, ma in famiglia pensano tutti che
sia stato lui. Io ne sono certo.»
«Dov'è, adesso, questo tuo zio Louie?» si informa Lucy mentre Anna
torna con il bourbon per Marino.
«È morto un paio d'anni fa. Non lo so con precisione, perché non ci sentivamo mai. Non volevo averci niente a che fare.» Prende il bicchiere che
Anna gli porge. «Ma Rocky ha preso da lui. Gli assomiglia anche fisicamente. È marcio da quando è venuto al mondo. Un pezzo di merda. Perché
secondo voi si fa chiamare Caggiano? Perché è il nome da ragazza di mia
madre e Rocky sa benissimo che infangare il nome di mia madre mi fa girare i coglioni. Con certa gente non c'è niente da fare. Chi nasce male, nasce male. Non chiedetemi perché: guardate che io e Doris abbiamo fatto di
tutto, abbiamo provato in tutti i modi. L'abbiamo persino mandato all'accademia militare, anche se poi si è rivelato un errore perché ha preso gusto
alla parte peggiore: nonnismo e roba del genere. Eppure a lui non ha mai
fatto niente nessuno, nemmeno appena entrato. È grande e grosso come me
e ha una faccia così cattiva che nessuno ha mai osato torcergli un capello.»
«Non è giusto» borbotta Anna risedendosi sull'ottomana.
«Perché Rocky ha deciso di difendere Chandonne?» So che cosa pensa
Jaime Berger in proposito, ma voglio sentire l'opinione di Marino. «Per
farti dispetto?»
«Per attirare l'attenzione. Quel processo sarà un circo.» Non dice la cosa
più ovvia, e cioè che Rocky vuole umiliare suo padre, dimostrare al mondo
che è migliore di lui.
«Pensa che suo figlio la odi?» gli domanda Teun McGovern.
Marino sbuffa. Gli vibra il cercapersone.
«Com'è andata, poi?» continuo. «L'avete mandato all'accademia militare. E dopo?»
«Alla fine del primo anno di accademia l'ho preso a calci nel culo: gli ho
detto che o seguiva le regole della casa, oppure se ne andava. E sapete che
cos'ha fatto quel maledetto?» Guarda il display del cercapersone e si alza
in piedi. «È andato a stare nel New Jersey da mio zio Louie, il mafioso. E
poi ha avuto la faccia tosta di tornare qui a studiare. Ha fatto legge al William & Mary. E pare fosse bravissimo.»
«Ha fatto l'esame di Stato in Virginia?» domando.
«Sì, ma pratica un po' dappertutto. Sono diciassette anni che non lo vedo. Anna, le dispiace se faccio una telefonata? Con questo qui preferisco
non usare il cellulare.» Prima di uscire, mi lancia un'occhiata. «Stanfield»
mi spiega.
«A proposito, era vero che avevano identificato il cadavere di Mosby
Court?»
«Spero che mi abbia chiamato per questo» mi risponde. «Se è così, è un'altra bella stranezza.»
Mentre Marino parla al telefono, Anna sparisce. In un primo momento
penso che sia andata in bagno, ma non vedendola riapparire rifletto che
deve sentirsi a pezzi. Per certi versi sono più preoccupata per lei che per
me. Adesso che conosco il suo passato, capisco la sua vulnerabilità e mi
rendo conto delle terribili cicatrici che si porta dentro. «Non è giusto.» Sto
cominciando a perdere la compostezza. «Non è giusto per nessuno.» Mi
sembra che il peso ammucchiatosi sulle mie spalle cominci a essere eccessivo. Inizio a dare segni di cedimento. «Come può essere successa una cosa del genere? Sto pagando le colpe commesse nella mia vita precedente?
Non penso di meritarmi tutto questo. Nessuno di noi lo merita.»
Lucy e Teun assistono al mio sfogo. Ho l'impressione che abbiano una
loro opinione in merito, ma che non si vogliano esprimere.
«Dite qualcosa, per l'amor del cielo!» sbotto. «Per piacere, dite quello
che pensate.» Mi rivolgo soprattutto a mia nipote. «La mia vita è andata in
malora. Ho sbagliato tutto. Scusate.» Mi viene da piangere. «In questo
momento ho voglia di fumare una sigaretta. Chi me la offre?» Marino è
l'unico che potrebbe farlo, ma è in cucina e io non ho nessuna intenzione di
andarlo a interrompere per farmi dare una sigaretta, di cedere al vizio fino
a questo punto. «Sapete, quello che mi fa più male è essere accusata della
cosa che più disprezzo al mondo. Ho sempre aborrito l'abuso di potere.
Non ucciderei mai a sangue freddo.» Continuo a parlare. «Odio la morte,
odio l'omicidio, odio quello che mi trovo davanti agli occhi tutti i santi
giorni. E adesso il mondo mi accusa di aver fatto una cosa come questa? Il
gran giurì magari deciderà che posso averla fatta?» Lascio in sospeso la
domanda, ma né Lucy né Teun rispondono.
Marino parla forte. Ha una voce potente e nel dialogo, come nella vita,
tende a spingere più che a condurre, a opporsi più che a cercare la sintonia.
«Sicuro che è la sua ragazza?» urla al telefono. Immagino che parli con
Stanfield. «Magari è una semplice amica. Mi spieghi perché. Ah, ho capito. Sì, sì. Che cosa? Se sono d'accordo? No, non sono per niente d'accordo,
Stanfield. Per me non vuol dire un cazzo.» Passeggia per la cucina intanto
che parla. Sta per mettersi a litigare. «Sa che cosa le dico, Stanfield?» sbotta. «Si tolga dai coglioni. Guardi, non me ne frega niente, se lei è un raccomandato di merda. Dica pure a suo cognato di venire da me, che metto a
posto pure lui.» Stanfield, evidentemente, sta cercando di dire la sua senza
riuscirci.
«Accidenti!» esclama Teun, riportando la mia attenzione nel salotto di
Anna, alla confusione della mia vita. «Ma con chi sta parlando Marino,
con l'investigatore che segue i casi dei due uomini torturati e uccisi?»
La guardo strana, colta da una sensazione ancora più strana. «Come fai a
saperlo?» Cerco una risposta che mi sfugge. Teun McGovern era a New
York e io non ho ancora fatto l'autopsia assecondo John Doe. Come mai
all'improvviso tutti sanno tutto? Mi viene in mente Jaime Berger. Penso al
governatore Mitchell, a Dinwiddie, ad Anna... La paura sembra appestare
l'aria, peggiore dell'odore di bestia bagnata di Chandonne; se ripenso al
suo puzzo il mio sistema nervoso centrale ha una reazione involontaria,
comincio a tremare, come se avessi appena ingurgitato una caffettiera intera o mezza dozzina di quegli espressi cubani zuccheratissimi che si chiamano coladas. Mi rendo conto che non ho mai avuto tanta paura in tutta la
mia vita e inizio a pensare l'impensabile: forse Chandonne ha detto un barlume di verità, proclamandosi insistentemente vittima di un intricato complotto politico. Sono paranoica e ho ragione di esserlo. Cerco di ragionare.
Dopo tutto sono indagata per l'omicidio di un vicecomandante di polizia
corrotto e probabilmente legato alla malavita organizzata.
Mi accorgo che Lucy mi sta parlando. Si è alzata dal suo posto accanto
al fuoco e sta avvicinando una sedia alla mia. Mi si siede vicino e mi accarezza il braccio, come per svegliarmi. «Zia Kay?» mormora. «Mi senti, zia
Kay?»
Mi focalizzo su di lei. Marino è ancora al telefono, sta dando appuntamento a Stanfield per la mattina dopo. Mi sembra una minaccia. «Abbiamo bevuto una birra insieme da Phil's» continua Lucy. Lancia un'occhiata verso la cucina. Rammento che stamattina Marino mi aveva detto
che si sarebbero visti perché lei doveva parlargli. «Sappiamo del cadavere
ritrovato nel motel.» Parla al plurale perché include Teun McGovern, che è
rimasta accanto al fuoco e mi guarda per vedere la mia reazione nel sentirmi dire il resto. «Teun è qui da sabato» mi confida Lucy. «Quando ti ho
telefonato dal Jefferson, ricordi?, ero con lei. L'avevo chiamata io.»
«Ah.» È tutto quello che mi viene da dire. «Be', sono contenta. Mi dispiaceva saperti sola in albergo.» Ho le lacrime agli occhi e mi vergogno.
Mi volto dall'altra parte per non farmi vedere da Lucy e Teun. Sono una
donna forte, sono io a tirare fuori dai guai mia nipote, non lei. Sono io a
guidarla lungo la retta via. L'ho fatta studiare, le ho comprato i libri, le ho
regalato il suo primo computer, l'ho mandata a tutti i corsi di specializzazione che le interessavano, in qualsiasi parte degli Stati Uniti. Un'estate me
la sono portata a Londra. L'ho sempre difesa, anche con sua madre, che mi
ha ricompensata per la mia dedizione con astio e ingratitudine. «Dovresti
nutrire rispetto, per me» dico a Lucy asciugandomi le lacrime con il palmo
della mano. «Come ti sarà possibile, adesso?»
Si alza in piedi e mi guarda. «Non dire scemenze» mi rimprovera con
sentimento. Marino torna in salotto con un altro bicchiere di bourbon.
«Che cosa c'entra il rispetto?» continua Lucy. «Oh, Gesù! Qui ti rispettiamo tutti come e più di prima, zia Kay. Il problema è che hai bisogno di
aiuto. Per una volta, devi lasciarti aiutare. Perché da sola non ce la fai, non
ce la puoi fare. Per una volta, metti da parte l'orgoglio e lasciati aiutare!
Non ho più dieci anni. Ne ho ventotto, okay? Non sono una verginella inesperta, ho lavorato nell'Fbi, nell'Alf e ho un sacco di soldi. Posso fare il
cazzo che voglio.» Le sue ferite si infiammano sotto i miei occhi. Le dispiace che l'abbiano messa in congedo amministrativo. Le dispiace moltissimo. «E adesso che mi sono messa per conto mio, faccio quello che mi
pare» continua.
«Ho dato le dimissioni stasera» le dico, e nella stanza cade un silenzio
sbigottito.
«Come hai detto?» mi domanda Marino in piedi davanti al caminetto
con il bicchiere in mano. «Hai fatto cosa?»
«Ho detto al governatore che lascio l'Istituto di medicina legale» rispondo, colta da un'inspiegabile calma. Mi conforta aver fatto qualcosa io,
invece di averla subita. Forse dimettermi mi ha fatta sentire meno vittima,
come se alla fine avessi accettato di esserlo. Forse lo sono davvero, e l'unico modo per non esserlo è finire ciò che Chandonne ha cominciato: dare
un taglio alla vita che ho vissuto sino a ora e ricominciare daccapo. Che
pensiero strano e sconcertante! Racconto a Marino, Teun e Lucy il mio
colloquio con il governatore Mitchell.
«Un momento.» Marino è seduto davanti al fuoco. È quasi mezzanotte e
a furia di non sentirla, per un attimo mi dimentico che c'è anche Anna.
Forse è andata a letto. «Questo significa che smetterai di lavorare?» mi
domanda Marino.
«No» rispondo. «Continuerò a fare il mio dovere finché il governatore
non prenderà una decisione.» Nessuno mi chiede che cosa intendo fare della mia vita. Non ha senso preoccuparsi di un futuro lontano quando è in
ballo il presente. Sono contenta che nessuno faccia domande e probabilmente sto mandando i miei soliti segnali per scoraggiarle. La gente capisce quando è meglio stare zitta. A volte mi limito semplicemente a deviare il loro interesse, così che neanche si rendono conto che li manipolo
perché non mi sollecitino su cose che preferisco tenere per me. Sono diventata esperta in quest'arte molto tempo fa, quando non volevo che le mie
compagne di scuola si informassero con me su come stava mio padre, se
sarebbe mai guarito o se stava per morire. Ero condizionata a non dire nulla e anche a non chiedere. Negli ultimi tre anni di vita di mio padre la mia
famiglia cercò di evitare l'argomento. Soprattutto lui. Era come Marino, il
tipico maschio italiano convinto che il proprio corpo non lo abbandonerà
mai, per quanto malato o indebolito. Penso a mio padre mentre Lucy, Marino e Teun parlano di che cosa fare e come per aiutarmi, compreso affidarmi lavori e consulenze attraverso L'Ultimo Distretto.
Non li sto a sentire. Le loro voci mi paiono il brusio dei corvi tra l'erba
fitta di quando ero piccola e dietro la nostra casa di Miami c'era un cedro e
ogni tanto ci trovavo delle cimici morte. Mio padre mi aveva insegnato ad
aprire le noci di cocco con martello e cacciavite e io passavo le ore a staccare piano piano la polpa carnosa e bianchissima dal guscio duro e peloso.
Lui si divertiva a vedermi così meticolosa nel mio lavoro. Riponevamo la
polpa nel frigo, che era basso e bianco, e nessuno la mangiava, nemmeno
io. Nelle domeniche d'estate, quando il caldo era soffocante, mio padre ci
sorprendeva portando a casa due grossi blocchi di ghiaccio dal negozio di
alimentari del quartiere. Avevamo una piccola piscina gonfiabile che
riempivamo con la canna per annaffiare e con mia sorella Dorothy ci sedevamo sul ghiaccio, con il sole che ci scottava la faccia e il sedere gelato.
Saltavamo dentro e fuori ci appollaiavamo sui nostri troni di ghiaccio come principesse, e mio padre rideva, guardandoci dalla finestra del salotto,
e picchiettava sul vetro ascoltando Fats Waller ad alto volume.
Mio padre era un brav'uomo. Quando si sentiva discretamente bene si
dedicava a noi, era premuroso e spiritoso. Era un bell'uomo, abbastanza al-
to, biondo e con le spalle larghe, prima che la leucemia lo consumasse. Si
chiamava Kay Marcellus Scarpetta III e decise che il suo primogenito si
doveva chiamare come lui, come voleva la tradizione familiare sin dai
tempi di Verona. Arrivai io, una femmina, ma non gli importò. Kay è uno
di quei nomi che vanno bene sia per i maschi sia per le femmine, anche se
mia madre mi ha sempre chiamato Katie. Secondo lei era per evitare la
confusione generata dal fatto di avere due Kay in famiglia. Tuttavia, quando questo non fu più un problema perché ero rimasta l'unica Kay, continuò
a chiamarmi Katie, perché rifiutava di accettare la morte di mio padre. Non
l'ha ancora accettata. È rimasta legata a lui. Mio padre è morto più di trent'anni fa, quando io avevo dodici anni, e mia madre non ha mai più avuto
un uomo. Porta ancora la fede al dito. E continua a chiamarmi Katie.
Lucy e Teun vanno avanti a parlare fino a mezzanotte passata. Hanno
smesso di cercare di coinvolgermi nei loro discorsi e non danno segno di
notare che sono persa nelle mie riflessioni, lo sguardo fisso sul fuoco, la
mano destra che massaggia distrattamente le dita della sinistra, tentando di
infilarsi sotto un'ingessatura che mi prude e mi dà fastidio. Dopo un po'
Marino comincia a sbadigliare come un orso e si alza in piedi. È lievemente malfermo sulle gambe a causa del bourbon e puzza di fumo, ma
mi rivolge uno sguardo tenero che potrei definire d'amore, se fossi disposta
ad accettare quello che prova veramente per me. «Su, capo» mi dice con la
voce triste. «Accompagnami al pick-up.» È il suo modo per propormi una
tregua. Marino non è un bruto e sta male per il modo in cui mi ha trattata
da quando ho rischiato di andare all'altro mondo. Non mi ha mai vista così
distante e taciturna.
La notte è fredda e tranquilla e le stelle brillano timidamente dietro le
nuvole. Dal vialetto davanti alla casa di Anna guardo il bagliore delle candele alle finestre e mi ricordo che domani è la vigilia di Natale, l'ultima del
XX secolo. Il rumore delle chiavi di Marino che apre la serratura del pickup rompe un silenzio praticamente assoluto. Prima di salire, Marino ha un
attimo di esitazione. «C'è un sacco di lavoro da fare. Ci vediamo in obitorio. Vengo presto.» Non è questo, che voleva dirmi. Alza gli occhi al cielo
e sospira. «Senti, capo, io è da un po' che lo sapevo, okay? Ormai l'hai capito anche tu. Sapevo che cosa aveva in mente quel figlio di puttana di Righter e non potevo fare niente per impedirglielo.»
«Quando me l'avresti detto?» Non glielo chiedo in tono d'accusa, ma per
curiosità.
«Sono contento che l'abbia tirato fuori Anna. Perdio, so benissimo che
non sei stata tu ad ammazzare Diane Bray, ma ti assicuro che se l'avessi
fatto non te ne farei una colpa. Era una delle persone più stronze che abbia
mai incontrato in vita mia. Anche se l'avessi ammazzata tu, per me sarebbe
stata legittima difesa.»
«Non è vero, Marino» lo correggo, prendendolo sul serio. «Non sarebbe
stata legittima difesa. E, comunque, non l'ho uccisa io.» Lo osservo alla luce che arriva dai lampioni e dalle luminarie. «Non hai pensato nemmeno
per un momento che?...» Non finisco la frase. Forse non voglio sapere la
risposta.
«Non so più nemmeno io cosa pensare» risponde. «È la verità, capo.
Come farò?»
«In che senso?»
Si stringe nelle spalle e tossicchia. Ha un groppo in gola. Incredibile,
Marino sta per piangere. «Se te ne vai tu.» Si schiarisce la voce e cerca affannosamente le Lucky Strike. Avvicina le sue manone alla mia e mi accende una sigaretta, sfiorandomi il mento con la pelle ruvida. Soffia via il
fumo e guarda dall'altra parte. È disperato. «Che cosa faccio, adesso? Continuo ad andare in obitorio anche se non ci sei più tu? Cazzo, se non fosse
per te ci verrei la metà delle volte, te ne rendi conto? In quel mortorio sei
l'unica che ha uno sprazzo di vita.»
Lo abbraccio. Gli arrivo a malapena al petto e il suo pancione mi tiene
lontana dal suo cuore. È un uomo che ha eretto intorno a sé molte barriere
e di colpo provo grande compassione e profondo bisogno. Gli poso una
mano sul torace e gli dico: «Abbiamo lavorato insieme tanti anni, Marino.
Non ti libererai di me così facilmente».
21
I denti hanno una loro storia. La dentatura spesso parla di noi più dei
gioielli o degli abiti che indossiamo e ci identifica in maniera precisa, distinguendoci da tutti gli altri. Questo, naturalmente, se abbiamo qualche riferimento precedente con cui raffrontarla. Dallo stato dei denti si capisce
quanto una persona teneva all'igiene, se faceva uso di sostanze stupefacenti, se aveva preso molti antibiotici da piccolo, se aveva avuto malattie
o traumi e se teneva al proprio aspetto fisico. Dai denti di una persona si
capisce anche se il suo era un bravo dentista o un incompetente.
Marino si presenta all'Istituto di medicina legale di buon mattino, prima
che spunti il sole. Ha in mano gli schemi della dentatura di un uomo di
ventidue anni, residente nella contea di James City, che ieri è uscito a fare
jogging nei pressi del campus del William & Mary e non è più rientrato. Si
chiama Mitch Barbosa. Il campus è a pochi chilometri dal Fort James Motel e, quando Marino ha parlato con Stanfield ieri sera per farsi dare gli ultimi aggiornamenti, il mio primo pensiero è stato: "Che strano". Il figlio di
Marino, Rocky Caggiano, ha studiato giurisprudenza al William & Mary.
La vita è piena di coincidenze.
Sono le sette meno un quarto quando faccio uscire il cadavere dalla sala
radiografie e lo porto nella mia postazione di lavoro. Il silenzio è totale. È
la vigilia di Natale e gli uffici pubblici sono chiusi. Marino si è cambiato
per darmi una mano, ma non mi aspetto di vedere nessuno, tranne forse
l'odontoiatra. Marino mi dovrà aiutare a svestire il cadavere, rigido e poco
collaborativo, e a spostarlo sul tavolo da autopsie. Non lascerò che faccia
nulla di competenza di un medico, non che lui si sia mai offerto di farlo.
Non gli ho mai nemmeno chiesto di prendere appunti al posto mio, perché
sbaglierebbe l'ortografia della maggior parte dei termini medici.
«Prendilo da lì» gli dico. «Ecco, così. Bravo.»
Marino afferra la testa dell'uomo, cercando di tenerla ferma mentre io
provo a inserire uno scalpellino fra i molari per aprirgli la bocca. Il rumore
dell'acciaio sullo smalto dei denti fa venire la pelle d'oca. Sto attenta a non
tagliargli le labbra, ma scheggiare i denti è inevitabile.
«Meno male che sono già morti, quando gli fai queste cose» commenta
Marino. «Scommetto che non vedi l'ora di poter usare di nuovo tutte due le
mani.»
«Non mi ci far pensare.» Sono così stufa del gesso che a volte mi viene
voglia di togliermelo da sola con una sega Stryker.
Finalmente riesco ad aprirgli la bocca. Accendo una lampada chirurgica
e la esamino. Sulla lingua ci sono fibre che raccolgo. Marino mi aiuta a
spezzare il rigor mortis nelle braccia in maniera da potergli togliere la
giacca della tuta e la maglietta. Poi gli sfilo scarpe e calze e per ultimo i
calzoni della tuta e i pantaloncini da corsa. Effettuo un Perk senza trovare
lesioni nell'ano o altri indizi di pratiche omosessuali. A un certo punto
chiamano Marino sul cercapersone. È Stanfield. Stamattina Marino non ha
neppure nominato Rocky, ma lo spettro di suo figlio incombe. È nell'aria, e
gli effetti su suo padre sono sottili ma profondi. Irradia un'angoscia pesante
e impotente che non si può non avvertire. Dovrei temere per me, ma non
riesco a pensare ad altro che ai danni che Rocky Caggiano potrà causare a
Marino.
Ora che il mio paziente è nudo davanti a me, lo osservo con attenzione.
Un metro e settanta per sessanta chilogrammi di peso, gambe muscolose
ma torace e braccia poco sviluppati, come spesso accade a chi corre. Non
ha tatuaggi, è circonciso e di certo curava la propria persona, visto che ha
le unghie accuratamente tagliate e il mento ben rasato. Non vedo lesioni o
Ferite esterne e dalle radiografie non risultano proiettili o fratture. Ha vecchie cicatrici sulle ginocchia e sul gomito sinistro, ma nulla di recente, a
parte le abrasioni provocate dai legacci e dal bavaglio. Che cosa ti è successo? Come sei morto? Non risponde. Solo Marino parla, ad alta voce,
burbero, per dissimulare la propria agitazione. È convinto che Stanfield sia
un cretino e lo tratta come tale. È più impaziente e offensivo del solito.
«Be', sarebbe interessante saperlo con certezza» gli dice sarcastico al telefono. «La morte non prende mai ferie» aggiunge un momento dopo. «Lei
li avverta che sto arrivando e vedrà che mi fanno entrare.» Un attimo dopo:
«Sì, sì, sì. È la stagione. Senta, Stanfield, tenga la bocca chiusa, okay? Ha
capito? Guardi che se leggo ancora una volta sul giornale che... Davvero?
Be', se lo compri. Se vuole le taglio l'articolo e glielo metto da parte. Sì,
parla di Jamestown e del fatto che non si esclude la pista dell'odio razziale.
Se trapela ancora qualcosa, faccio scoppiare un casino che se lo ricorda, io
l'avverto».
Si infila un paio di guanti puliti e torna da me, facendo sventolare il camice. «Di bene in meglio, capo. Ammesso e non concesso che il cadavere
sia il suo, il tizio scomparso mentre faceva jogging era un camionista senza precedenti penali né niente; viveva in un appartamento con la sua ragazza, che lo ha riconosciuto dalla foto. Stanfield le ha parlato ieri sera, ma
pare che stamattina non risponda al telefono.» Fa una faccia strana, come
se non si ricordasse che cosa mi ha già riferito e che cosa mi deve ancora
riferire.
«Mettiamolo sul tavolo» dico.
Sposto la barella accanto al tavolo per le autopsie. Marino lo prende per
i piedi, io per un braccio e tiriamo. Il cadavere sbatte contro il metallo e dal
naso esce un rivoletto di sangue. Apro il rubinetto facendo scrosciare l'acqua nel lavandino di metallo. Le lastre del morto sui diafanoscopi mostrano ossa integre, il cranio visto da diverse angolazioni e la cerniera lampo
della giacca della tuta che scende fra costole perfettamente arcuate. Mentre
passo il bisturi da una spalla all'altra e giù fino al pube, aggirando l'ombelico, suona il citofono nel garage. Sullo schermo dell'impianto a circuito
chiuso vedo il dottor Sam Terry e con il gomito schiaccio il pulsante che
comanda l'apertura della porta. È l'odontoiatra dell'istituto che ha la sfortuna di essere reperibile la vigilia di Natale.
«Stavo pensando di passare a trovarla, già che dobbiamo andare da quelle parti» continua Marino. «La fidanzata, intendo. Mi sono fatto dare l'indirizzo della casa dove vivono.» Abbassa gli occhi sul morto. «Vivevano,
per la precisione.»
«Pensi che Stanfield terrà la bocca chiusa?» Ribatto i tessuti con piccoli
colpi di bisturi, aiutandomi con le pinze che tengo fra le dita della mano
ingessata, protetta da un guanto di lattice.
«Lo spero. Dice di vederci al motel, dove non sono per niente cordiali,
brontolano che è la vigilia di Natale e sono stufi di avere gli occhi di tutti
puntati addosso perché li danneggia. Pare che abbiano disdetto la prenotazione in dieci, appena sentito dell'omicidio. Per me sono tutte balle. Chi
va in un cesso di posto come quello o non guarda il telegiornale o se ne
sbatte.»
Arriva il dottor Terry, con la valigetta nera in mano, il camice ancora
slacciato sulla schiena, le spalle curve. Si avvicina al bancone. È il nostro
odontoiatra più giovane, è arrivato da poco ed è alto più di due metri. Gira
voce che fosse un ottimo cestista e che avrebbe potuto giocare nell'Nba, se
non avesse preferito continuare gli studi. Lui, invece, racconta che era un
esterno mediocre nella squadra della Virginia Commonwealth University,
che era migliore nel tiro a segno che in quello a canestro, che è diventato
odontoiatra solo perché non ha passato l'esame di ammissione a chirurgia e
che, in realtà, il suo sogno era rare il patologo e per questo si è poi offerto
di collaborare con l'Istituto di medicina legale.
«Grazie, Sam» gli dico mentre sistema le sue carte. «Sei stato molto
gentile a venire qui stamattina.»
Sorride, poi fa un cenno di saluto a Marino marcando l'accento del New
Jersey: «Come va, capitano?».
«Sa il Grinch, quella favola sul Natale? È così che mi sento. In vena di
rubare i regali ai bambini e toccare il culo alle mamme salendo e scendendo dai camini.»
«Fossi in lei, non mi avventurerei su e giù per i camini. Rischia di rimanerci incastrato.»
«Certo, se ci va lei sta con la testa di fuori e i piedi per terra. Dica un po',
ma continua a crescere?»
«E lei, capitano? Quanto pesa, adesso?»
Sfoglia gli schemi di dentatura che ha portato Marino. «Be', non è difficile. Il secondo premolare superiore destro è ruotato verso la lingua. E... un
sacco di otturazioni. Il che significa che questo qui» dice guardando gli
schemi «e questo qui sono la stessa persona.»
«Ha visto la partita dei Rams contro il Louisville?» Marino alza la voce
per farsi sentire nonostante lo scroscio dell'acqua.
«Lei c'era?»
«No, ma lei nemmeno, Terry, visto che hanno vinto.»
«Eh, già.»
Prendo un bisturi dal carrello. In quel momento squilla il telefono.
«Sam, per piacere, ci pensi tu?» gli chiedo.
Corre al telefono e risponde: «Obitorio». Taglio le cartilagini costocondrali a livello inserzionale per rimuovere lo sterno e le coste parasternali. «Resti in linea» dice. Poi si rivolge a me: «Dottoressa Scarpetta, c'è
Benton Wesley che vuole parlare con lei».
La sala autopsie diventa un baratro senza più né luci né suoni. Rimango
attonita, impalata, con il bisturi sanguinolento a mezz'asta nella mano destra.
«Ma cosa cazzo?...» esclama Marino. Corre al telefono e strappa la cornetta di mano a Terry. «Chi parla?» urla. «Vaffanculo.» Riattacca in malo
modo: evidentemente dall'altra parte non c'è più nessuno. Sam Terry è sbigottito. Mi conosce da poco e non può sapere di Benton, a meno che non
glielo abbia raccontato qualcuno; evidentemente, non è così.
«Che cosa le hanno detto di preciso?» gli chiede Marino.
«Ho fatto qualcosa di sbagliato?»
«No, no.» Ritrovo la voce. «Non ti preoccupare» lo rassicuro.
«Era un uomo» mi spiega. «Mi ha detto che voleva parlare con la dottoressa Scarpetta e che si chiamava Benton Wesley.»
Marino prende di nuovo il telefono, imprecando e brontolando perché in
obitorio non abbiamo il servizio di identificazione delle chiamate in entrata. Non ce n'è mai stato bisogno. Preme dei tasti, resta in ascolto, poi prende nota di un numero e lo compone. «Sì, chi parla?» chiede brusco. «Dove? Okay. Ha mica visto chi ha usato il telefono un minuto fa? Sì, quello
che sta usando lei. Okay, ho capito. Be', non ci credo, stronzo.» E sbatte
giù la cornetta.
«Ha parlato con quello che ha chiamato poco fa?» chiede Terry confuso.
«Che cos'ha fatto, asterisco sessantanove?»
«Era un telefono pubblico. Al distributore della Texaco in Midlothian
Turnpike. O così pare. Non so se ho parlato con quello che ha chiamato
prima. Che voce aveva?» Guarda Terry con gli occhi socchiusi.
«Giovane, mi sembra. Però non ne sono sicuro. Chi è Benton Wesley?»
«È morto.» Prendo il bisturi, gli cambio la punta e getto quella vecchia
in un contenitore per rifiuti a rischio biologico. «Era un mio amico. Un caro amico.»
«Un cretino che ha fatto uno scherzo del cazzo. Chi può sapere il numero di qui?» Marino è agitato, arrabbiato. Vorrebbe poter mettere le mani
su quello che ha chiamato e prenderlo a pugni. E teme che ci sia lo zampino di suo figlio. Glielo leggo negli occhi, pensa che sia stato Rocky.
«È sull'elenco.» Comincio a tagliare vasi sanguigni, recido le carotidi in
basso, vicino alla base, e scendo verso le arterie iliache e le vene del pube.
«Non mi dire che sull'elenco c'è il numero dell'obitorio.» Marino ricomincia con il suo giochetto: se la prende con me.
«Credo di sì, sotto "Uffici pubblici".» Taglio il muscolo piatto del diaframma liberando il blocco degli organi. Polmoni, fegato, cuore, reni e
milza brillano in diverse gradazioni di rosso. Poso il blocco su un tagliere e
lavo via il sangue con la manichetta dell'acqua fredda. Noto emorragie petecchiali, puntini scuri grossi come la capocchia di uno spillo intorno a
cuore e polmoni. Indicano che il morto aveva difficoltà respiratorie al
momento del decesso o poco prima.
Terry va a prendere la sua valigetta e l'appoggia sul carrello degli strumenti. Prende uno specchietto e controlla la bocca del morto. Lavoriamo
in silenzio, oppressi dall'episodio di poco fa. Prendo un bisturi più grosso e
seziono gli organi, aprendo il cuore in due. Il lume delle coronarie è aperto
e pulito; allargo il ventricolo sinistro di un centimetro, le valvole sono
normali. A parte qualche striatura di grasso nell'aorta, cuore e vasi si presentano sani. L'unica cosa che non va è la più ovvia: a un certo punto il
cuore si è fermato. Per qualche motivo ha smesso di funzionare. Non riesco a capire il perché.
«Come ho già detto, non è difficile» dice Terry prendendo appunti. Mi
sembra nervoso: è chiaro che rimpiange di aver risposto a quella telefonata.
«È il nostro uomo?» gli domando.
«Sicuramente.»
Le carotidi sembrano binari ferroviari. Fra loro ci sono la lingua e i muscoli del collo, che rimuovo in maniera da poterli esaminare attentamente.
Nei tessuti profondi non ci sono emorragie. Lo ioide, piccolo e fragile osso
a forma di U, è intatto. L'uomo non è morto strangolato. Quando ribatto la
pelle del cranio, non trovo né contusioni né fratture. Infilo la spina di una
sega Stryker e mi rendo conto che con una mano sola non ce la faccio.
Terry mi aiuta tenendo ferma la testa, mentre io spingo la lama semicircolare sulla scatola cranica. Vibra con un rumore infernale, sollevando una
sottile polvere di osso finché la calotta si stacca, emettendo un sibilo, tipo
sottovuoto, e lasciando intravedere le circonvoluzioni cerebrali. A prima
vista, non mi sembra che ci sia niente di anomalo. Quando lo seziono, brilla come agata cremosa dai bordi grigi increspati. Lo lavo e lo conservo, insieme al cuore, per ulteriori accertamenti. Li metterò in formalina e li
manderò al Medical College.
Non trovando una causa di morte patologica evidente, procedo per esclusione. Le piccole emorragie sul cuore e sui polmoni, le ustioni e le abrasioni provocate dai lacci mi portano a pensare che Mitch Barbosa sia
morto per aritmia indotta da stress. Deduco inoltre che abbia trattenuto il
fiato o sia stato impossibilitato a respirare, al punto da provocare una parziale asfissia. Probabilmente la colpa è del bavaglio, magari inzuppato di
saliva. Qualunque sia la verità, il quadro che mi si presenta davanti agli
occhi è di una semplicità che fa orrore. Chiamo Terry e Marino per darne
dimostrazione.
Prima di tutto taglio diversi tratti del filo spesso e bianco che usiamo per
suturare le incisioni a Y. Chiedo a Marino di tirarsi su le maniche del camice e tendere le braccia, poi gli lego un tratto di filo intorno al polso sinistro e uno intorno al destro, senza stringere troppo. Gli dico di alzare le
braccia e chiedo a Terry di prendere i due capi e tirare. Terry è alto abbastanza per tenere alzate le braccia di Marino senza dover salire su uno
sgabello. I legacci segnano immediatamente la parte in basso dei polsi di
Marino, inclinandosi dalla parte del nodo. Proviamo posizioni diverse,
cambiando la distanza fra le braccia, fino ad arrivare alla posizione di Cristo in croce. Marino resta con i piedi per terra, naturalmente. Non rimane
mai appeso.
«Il peso del corpo quando le braccia sono aperte rende difficile l'espirazione» spiego. «Inspirare è facile, ma espirare è più difficile perché i
muscoli intercostali sono compromessi. Dopo un po', questo può portare
all'asfissia. Se si aggiungono lo choc della tortura, il dolore e il panico, ecco che si spiega l'aritmia.»
«Come mai gli è uscito il sangue dal naso?» Marino allunga le braccia
per farmi vedere i segni che gli ha lasciato il legaccio. Sono inclinati e
molto simili a quelli che ho visto sul cadavere.
«Aumento di pressione intracranica» dico. «Quando si trattiene il fiato,
l'epistassi è frequente. Dato che non ho visto lesioni, penso che sia stato
questo.»
«Mi chiedo se volessero ammazzarlo oppure no» interviene Terry.
«Di solito, se leghi uno e lo torturi, poi non lo lasci andare in giro a raccontare che cosa gli hai fatto» rispondo. «Prima di scrivere il referto voglio
aspettare l'esame tossicologico.» Guardo negli occhi Marino. «Ma credo
che dovresti considerarlo un caso di omicidio. Particolarmente atroce.»
Ci ripensiamo in macchina, diretti alla contea di James City. Marino ha
voluto prendere il suo pick-up e io gli ho consigliato di passare per la
Route 5 costeggiando il fiume, attraverso la contea di Charles City, dove le
piantagioni del XVIII secolo scendono di qua e di là della strada, punteggiate da case e casolari, fra Sherwood Forest, Westover, Berkeley, Shirley
e Belle Air. In giro non ci sono né pullman né camion né lavori stradali e
tutti i negozi sono chiusi. È la vigilia di Natale e il sole splende fra alberi
secolari che si incontrano sopra la strada formando una specie di galleria.
In questo luogo di sogno due uomini sono stati barbaramente uccisi: non
sembra possibile che in un posto così possano succedere cose simili finché
non arriviamo al Fort James Motel & Camp Ground. Poco discosto dalla
strada, fra gli alberi, è un guazzabuglio di bungalow e caravan malridotti e
arrugginiti, con la vernice scrostata.
La reception è in una casetta fra i pini e per arrivarci si cammina su un
tappeto di aghi marroni. Fra i cespugli mal tenuti spuntano distributori di
bibite e ghiaccio. Intravedo alcune biciclette da bambino gettate da una
parte e altalene e giochi talmente sgangherati da aver paura a salirci sopra.
Un bastardino vecchio e brutto si alza sulle zampe posteriori e ci guarda
dalla veranda.
«Non avevamo appuntamento con Stanfield?» chiedo aprendo la portiera.
«Figurati.» Marino scende e dà una rapida occhiata intorno.
Dal camino esce un filo di fumo che il vento fa scendere quasi orizzontale rispetto al terreno. A una finestra brillano sgargianti luci di Natale. Mi
sento osservata, vedo muovere una tenda e sento spegnersi un televisore.
Mentre aspettiamo sulla veranda, il cane mi fiuta e mi lecca una mano.
Marino segnala il nostro arrivo bussando alla porta. Dopo un po' dice ad
alta voce: «C'è nessuno?». Bussa più forte. «Aprite! Polizia!»
«Arrivo, arrivo!» risponde spazientita una voce dall'interno. Una donna
dalla faccia dura e stanca fa capolino da uno spiraglio della porta. Non toglie la catena.
«Mrs Kiffin?» le domanda Marino.
«Chi siete?»
«Sono il capitano Marino della polizia di Richmond. E questa è la dottoressa Scarpetta.»
«Perché si è portato dietro un dottore?» Aggrotta la fronte e mi guarda
male. Si sentono dei passi, poi spunta la faccia di un bambino. Sorride.
«Zack, torna dentro.» Braccine magre e mani dalle unghie lerce stringono
le ginocchia della mamma. Lei lo scaccia irritata. «Vattene, ho detto!» Il
bambino si allontana.
«Dovrebbe farci vedere la stanza dov'è scoppiato l'incendio» le spiega
Marino. «Abbiamo appuntamento con il detective Stanfield della polizia
della contea. L'ha mica visto?»
«Stamattina non è ancora venuto nessuno della polizia.» Chiude la porta,
toglie la catena e riapre. Esce sulla veranda infilandosi una giacca scozzese
sul rosso. Ha un mazzo di chiavi in mano. Grida dentro la casa: «Zack, io
esco un momento. Non toccare l'impasto dei biscotti, mi raccomando!
Torno subito». Chiude la porta. «Si mangia la pasta cruda, sapete? Mai visto un bambino così.» Scendiamo la scaletta. «Pensate che una volta ho
comprato la pasta surgelata e l'ho beccato che se la mangiava dalla carta.
Se n'era già divorata metà. Gli ho detto "Lo sai cosa c'è dentro? Uova crude!".»
Bev Kiffin non deve avere più di quarantacinque anni e ha la bellezza
ruvida e appariscente delle cameriere dei bar per camionisti e dei ristoranti
aperti anche la notte. Ha i capelli ossigenati e con la permanente, la faccia
tonda e i fianchi larghi. È ostinata e sulle difensive, come ho notato succede a chi si arrabatta per vivere ed è sempre sul filo del rasoio. Mi sembra
anche un po' falsa. Non ho nessuna fiducia in lei.
«Non ne posso più» si lamenta. «Come se non avessi già abbastanza
problemi, specialmente di questa stagione.» Ci fa strada. «Con tutta 'sta
gente che viene, mattino, pomeriggio e sera, a curiosare e fare foto.»
«Quale gente?» le chiede Marino.
«E che ne so. Arrivano in macchina e si fermano a guardare. Certi scendono pure a farsi un giro. Ieri sera mi hanno svegliata, dal rumore che facevano. Ho guardato l'ora: erano le due.»
Marino si accende una sigaretta. Seguiamo Bev Kiffin lungo un sentiero
innevato fra gli alberi, passando davanti a vecchi caravan simili a navi in
disarmo. Accanto a un tavolo da picnic c'è un mucchio di roba che a prima
vista sembra spazzatura lasciata da qualche campeggiatore maleducato.
Poi, però, mi accorgo che ci sono giocattoli, bambole, libri tascabili, due
guanciali, una coperta e un passeggino a due posti. Non sono oggetti abbandonati lì sotto la neve, ma inavvertitamente lasciati all'aperto. Tutto intorno ci sono cartacce, involucri che mi fanno tornare in mente il frammento che ho trovato attaccato sulla schiena del primo cadavere ustionato. Sono bianchi, blu e arancioni, strappati in striscioline sottili, come da chi lo
fa per abitudine, quando è nervoso.
«Qualcuno è andato via di fretta» commenta Marino.
Bev Kiffin guarda me.
«Magari senza pagare il conto» continua Marino.
«No, no.» Bev Kiffin sembra ansiosa di raggiungere il motel che si intravede fra gli alberi. «Hanno pagato anticipato come gli altri. Due adulti e
due bambini, in tenda. Se ne sono andati all'improvviso e non so come mai
hanno lasciato tutto qua. Certa roba era bella, come il passeggino. Naturalmente si è rovinata, ora che è nevicato.»
Una raffica di vento scompiglia le carte strappate come coriandoli. Mi
avvicino e do un colpetto a un guanciale con il piede, per rivoltarlo. Quando mi chino a osservarlo, sento un odore pungente e aspro. Alla federa sono attaccati dei peli, lunghi dodici, quindici centimetri, finissimi, non pigmentati. Il cuore mi batte all'impazzata. Tocco le cartacce con un dito. Sono involucri di plastica resistente, del tipo che non si strappa con facilità, a
meno che non si cominci a tirare dal bordo saldato a caldo. Dai frammenti
più grandi vedo che sono carte di merendine della Hershey's Chocolate.
Leggo l'indirizzo web. Vedo altri peli sulla coperta: corti, scuri, sono peli
pubici. E altri più lunghi e più chiari.
«PayDay» dico a Marino. Apro la borsa guardando Bev Kiffin. «Lei conosce qualcuno che d'abitudine mangia merendine PayDay e strappa gli
involucri?»
«Da casa mia non vengono» risponde risentita, come se avessimo accusato lei o suo figlio Zack di mangiare troppi dolci.
Se non ci sono cadaveri da esaminare, di solito non mi porto dietro la
mia valigetta di alluminio, ma in borsa tengo sempre una piccola sacca termica con guanti di lattice, buste per la conservazione delle prove, tamponi,
una fialetta di acqua distillata e un kit per la raccolta di residui di polvere
da sparo. Il kit consiste in un piccolo cilindro di plastica trasparente con
una striscia adesiva, con la quale raccolgo tre peli dal guanciale e due dalla
coperta. Chiudo il cilindretto e i peli in una bustina per le prove.
«Posso farle una domanda?» mi dice la Kiffin. «A cosa le servono?»
«Penso che porterò via tutta questa roba, signora. Vorrei farla esaminare
in laboratorio.» Marino è improvvisamente calmo e dimesso, come un esperto giocatore di poker. Sa che la Kiffin va blandita, che è indispensabile
tenersela buona, perché i peli che ho raccolto, lunghi, fini e non pigmentati, simili a capelli di neonato, appartengono chiaramente a una persona che
soffre di ipertricosi. I neonati non hanno capelli così lunghi. E, comunque
sia, io e Marino li abbiamo già visti e li riconosciamo. Probabilmente JeanBaptiste Chandonne è passato di qui. «Gestisce lei il motel, Mrs Kiffin?»
le chiede Marino.
«Sì, faccio quasi tutto io.»
«Quando è andata via la famiglia che è partita all'improvviso? Non è
stagione per stare in tenda.»
«Prima che cominciasse a nevicare. La settimana scorsa.»
«Ha per caso scoperto come mai sono partiti così in fretta?» Marino continua a sondarla con discrezione.
«Non mi hanno detto niente, neanche una parola.»
«Dobbiamo controllare meglio quello che hanno lasciato.»
La Kiffin si soffia sulle mani per scaldarle e si stringe nella giacca, voltando la faccia per ripararsi dal vento. Guarda la casa e le si legge in faccia
che è scontenta della sua famiglia e del tipo di vita che fa. Marino mi fa
segno di seguirlo. «Ci aspetti qui, per favore» le dice. «Torniamo subito,
andiamo a prendere una cosa sul pick-up. Per favore, non tocchi niente.
Okay?»
Bev Kiffin ci guarda mentre ci allontaniamo. Marino e io parliamo a voce bassa. Alcune ore prima che Chandonne venisse a bussare alla mia porta, Marino e una squadra speciale avevano scovato il suo nascondiglio in
una villa di Richmond lungo il James River, non lontano da dove abito.
Dal momento che era disabitata perché i padroni la stavano ristrutturando,
Chandonne si era piazzato lì, prendendo tutto quello che gli serviva e nessuno l'aveva notato perché di giorno non usciva mai o quasi. Fino a questo
momento, non era venuto in mente a nessuno che poteva aver avuto anche
altri nascondigli.
«Credi che abbia spaventato quelli della tenda per impadronirsi delle loro cose o per portarsela via?» Marino apre il pick-up e fruga nel bagagliaio, dove so che tiene un fucile a pompa. «Devo dirti, capo, che quando
siamo entrati nella villa sul lungofiume la prima cosa che abbiamo visto
sono state le cartacce. Involucri di merendine, soprattutto.» Prende una
cassetta per gli attrezzi e richiude il portellone. «Evidentemente gli piacciono i dolci.»
«Ti ricordi che tipo di merendine?» Mi viene in mente che durante il colloquio con Jaime Berger Chandonne ha bevuto ininterrottamente PepsiCola.
«Snickers, mi pare. Non mi ricordo se c'erano anche PayDay, cioccolate,
arachidi. I sacchetti piccoli, sai? E, ora che ci penso, erano tutti strappati a
striscioline.»
«Cristo santo!» esclamo. Ho la pelle d'oca. «Forse soffre di crisi ipoglicemiche.» Cerco di mantenere un atteggiamento clinico, di ritrovare l'equilibrio. La paura mi assale come uno stormo di pipistrelli.
«Che cosa sarà venuto a fare qui?» dice Marino guardando in direzione
della Kiffin per controllare che non faccia qualche pasticcio toccando roba
che ormai è sotto sequestro. «E come ha fatto ad arrivarci? Che avesse una
macchina?»
«Davanti alla villa in cui si nascondeva c'erano delle macchine?» gli
chiedo. Bev Kiffin ci guarda tornare, stretta nella sua giacca scozzese, con
il fiato che le si condensa nell'aria fredda.
«Quelle dei proprietari no» mi risponde Marino sottovoce, per non farsi
sentire dalla Kiffin. «Può darsi che ne avesse rubata una e l'avesse parcheggiata un po' più in là per non farsi notare. Io davo per scontato che non
avesse la patente, visto che supponevo che fosse rimasto chiuso nelle segrete della casa di famiglia a Parigi.»
«Sì, abbiamo dato troppe cose per scontate» bisbiglio. Mi viene in mente
che Chandonne ha ammesso di aver guidato le macchinette verdi che lavano le strade di Parigi. In un primo momento non ci avevo creduto, ma adesso mi sembra verosimile. Torniamo al tavolo del picnic e Marino posa
la cassetta e la apre. Prende un paio di guanti da lavoro di pelle e se li infila, quindi srotola alcuni sacchi della spazzatura resistenti e me li dà da tenere aperti. Ne riempiamo tre. Poi Marino ne apre un quarto lungo il bordo
e avvolge il passeggino sigillandolo con il nastro adesivo. Nel frattempo
spiega alla Kiffin che è possibile che qualcuno abbia spaventato la famiglia
che stava nella tenda. Potrebbe essere stato qualche sconosciuto, che magari voleva semplicemente passare una notte al riparo. Non aveva notato
nulla di strano, magari una macchina che non conosceva parcheggiata lì
nei pressi prima di sabato scorso? Le fa queste domande come se non avesse il minimo sospetto che lei possa mentirgli.
Noi sappiamo che Chandonne non può essere andato al Fort James Motel dopo sabato, visto che era sotto custodia. La Kiffin non ci aiuta: sostiene di non aver notato niente di strano, a parte il fatto che una mattina era
uscita a prendere la legna e si era accorta che i campeggiatori non c'erano
più, ma che era rimasto un mucchio di roba. Marino insiste, ma lei non è
sicura. Le pare però che fossero le otto di venerdì mattina. Chandonne ha
ucciso Diane Bray la notte fra giovedì e venerdì. Che poi sia fuggito a nascondersi nella contea di James City? Immagino la scena. Lui che apre la
tenda dove dormono i genitori con due bambini piccoli. Quelli che lo vedono e decidono di salire in macchina e scappare, senza preoccuparsi del
resto.
Portiamo i sacchi con il materiale sul pick-up e di nuovo Bev Kiffin ci
aspetta, con le mani in tasca e la faccia arrossata per il freddo. Il motel è
davanti a noi, oltre i pini. È una costruzione a due piani piccola e squadrata, bianca con le porte verdi. Dietro il motel ci sono altri pini e un ruscello che sbocca nel James River.
«Quante persone stanno nel motel, adesso?» chiede Marino alla donna
che gestisce questa squallida trappola per turisti.
«Adesso? Tredici, se non se n'è andato qualcun altro. C'è gente che lascia la chiave nella porta e io mi accorgo che è ripartita quando vado a rifare la stanza. Mi scusi, ho dimenticato le sigarette in casa» dice a Marino
senza nemmeno guardarlo in faccia. «Me ne offre una?»
Marino posa la cassetta per terra e fa uscire dal pacchetto una sigaretta,
che poi le accende. Quando la Kiffin aspira il fumo, il labbro superiore le
si arriccia come carta crespata. Soffia il fumo dal lato della bocca. Mi viene voglia di fumare. Il gomito fratturato patisce il freddo intenso. Non riesco a smettere di pensare alla famiglia nella tenda e alla paura che devono
essersi presi, se è vero che Chandonne li ha spaventati e se sono realmente
esistiti. Se è venuto qui direttamente dopo aver ucciso Diane Bray, che cosa ha fatto dei vestiti? Doveva essere tutto sporco di sangue. Possibile che
appena uscito dalla casa della Bray sia arrivato nel campeggio, tutto insanguinato, a spaventare i turisti senza che qualcuno abbia chiamato la polizia
o raccontato niente a nessuno?
«Quanti ospiti aveva nel motel l'altro giorno, quando è scoppiato l'incendio?» Marino raccoglie la cassetta e riprendiamo il cammino.
«So quante stanze avevo dato via» risponde, vaga. «Ma non so chi c'era
veramente. Avevo undici stanze occupate, compresa la sua.»
«Quella del morto, intende?» Tocca a me, adesso, fare le domande.
La Kiffin mi guarda. «Sì.»
«Mi parli di quando è arrivato» le chiede Marino mentre camminiamo.
Si ferma a dare un'occhiata in giro e poi prosegue. «L'ha visto arrivare,
come ha visto noi oggi? Le macchine si fermano proprio davanti a casa
sua, no?»
Scuote la testa. «No, non ho visto nessuna macchina. A un certo punto
ho sentito bussare e ho aperto la porta. Gli ho detto di accomodarsi in ufficio e l'ho raggiunto di là. Era un bell'uomo, ben vestito. Diverso dai tipi
che vengono di solito, questo è chiaro.»
«Le ha detto come si chiamava?» le chiede Marino.
«No, ha pagato in contanti.»
«E se pagano in contanti lei non gli fa riempire nessun modulo?»
«Se non vogliono, non è obbligatorio. Se devo fare la ricevuta, scrivo
tutti i dati sul registro, ma lui mi ha detto che non gli serviva.»
«Aveva un accento particolare?»
«Non mi sembrava di queste parti.»
«Non ha capito se era del Nord, o magari straniero?» insiste Marino,
mentre ci fermiamo di nuovo sotto i pini.
Bev Kiffin fuma e ci pensa su, mentre noi la seguiamo lungo un sentiero
fangoso che porta al parcheggio del motel. «Non era del profondo Sud»
dichiara. «Ma non mi sembrava nemmeno straniero. Sapete, non è che ha
parlato molto. Ci siamo detti quello che ci dovevamo dire e stop. Però
qualche dubbio mi è venuto, sa? Mi è sembrato di fretta, nervoso. Di sicuro non era un chiacchierone.» Quest'ultima aggiunta mi sembra inventata
di sana pianta. Cambia addirittura il tono di voce, mentre lo dice.
«Nei caravan non c'è nessuno, adesso?» le domanda Marino.
«Siamo fuori stagione, la gente non arriva con il proprio camper. Se me
li chiedono, li affitto.»
«E in questo momento ce n'è qualcuno affittato?»
«No, nessuno.»
Davanti al motel ci sono un distributore di Coca-Cola, un telefono a gettoni e una poltroncina con la fodera lacerata. Sono parcheggiate diverse
automobili, americane e vecchiotte: una Granada, una Ltd, una Firebird.
Non c'è traccia dei proprietari.
«Chi si ferma nel suo albergo in questo periodo dell'anno?» mi informo.
«Un po' di tutto» risponde la Kiffin mentre attraversiamo il parcheggio
diretti al lato sud della costruzione.
Controllo l'asfalto bagnato.
«Quelli che litigano. Più che mai nel periodo delle feste. Bisticciano, si
piantano e uno se ne va, oppure è l'altro che lo manda via di casa. Hanno
bisogno di un posto dove stare. Poi ci sono quelli che si mettono in viaggio
per raggiungere i familiari e fanno tappa qui. Un paio di mesi fa c'è stata
l'alluvione ed è venuta un sacco di gente perché lascio tenere gli animali. E
poi turisti.»
«Quelli che vengono a vedere gli scavi?»
«Sì, ce ne sono parecchi che arrivano qui per Jamestown. Sempre di più,
da quando hanno cominciato a tirare fuori antichità. Proprio vero che il
mondo è bello perché è vario.»
22
La stanza numero 14 è al primo piano, in fondo al corridoio. La porta è
sigillata con nastro giallo. È un luogo isolato, in mezzo a un bosco che nasconde il motel dalla Route 5.
Controllo l'asfalto di fronte alla stanza dove i soccorritori devono aver
trascinato il corpo, alla ricerca di indizi. Noto terra, foglie secche e cicche
di sigaretta e mi chiedo se il frammento di involucro di merendina che ho
trovato sulla schiena del morto veniva da dentro la stanza o dal parcheggio. Se veniva da dentro, poteva darsi che ce l'avesse inavvertitamente
portato l'assassino, magari perché prima aveva attraversato il campeggio e
gli era rimasto attaccato alle scarpe, oppure che fosse lì già da tempo, magari da quando la Kiffin aveva rassettato la camera dopo che era andato via
l'ultimo cliente che l'aveva occupata. Gli indizi di questo tipo sono insidiosi: bisogna sempre valutare con attenzione da dove provengono ed evitare
conclusioni affrettate. Le fibre raccolte su un cadavere, per esempio, possono esservi state portate dall'assassino, che magari le ha raccolte da un
tappeto su cui erano state originariamente depositate da qualcuno che a sua
volta le aveva portate in casa dopo che qualcun altro le aveva lasciate sul
sedile di un'automobile.
«Chiese una stanza in particolare?» domando alla Kiffin mentre cerca la
chiave nel mazzo.
«Ha detto che ne voleva una tranquilla e io gli ho dato la 14 perché non
c'era nessuno né di sopra né di fianco. Che cosa si è fatta al braccio?»
«Sono scivolata sul ghiaccio.»
«Mi dispiace. Per quanto deve tenere ancora il gesso?»
«Per poco, ormai.»
«Ha avuto l'impressione che fosse con qualcuno?» le chiede Marino.
«Io non ho visto nessuno.» Con Marino Bev Kiffin parla il meno possibile, con me è più cordiale. La sorprendo a guardarmi di frequente e ho la
netta sensazione che abbia visto la mia foto sui giornali o in televisione.
«Ha detto che è un medico. Che tipo di medico?» mi interroga.
«Anatomopatologo.»
«Ah!» Si illumina. «Come Quincy! Mi piaceva così tanto, quel telefilm.
Si ricorda l'episodio in cui lui capiva tutto di una persona da un osso?» Infila la chiave nella toppa e spalanca la porta. Ci assale un odore acre, di
bruciato, di sporco. «Fantastico. Da un osso ha capito che era un maschio,
la razza, quanto era alto e persino che mestiere faceva. Oltre, naturalmente,
a come era morto.» Ci troviamo di fronte a un antro nero e sudicio come
una miniera di carbone. «Non vi dico quanto mi verrà a costare tutto questo» borbotta mentre le passiamo davanti per entrare. «L'assicurazione mica mi rifonde, per una cosa del genere. Maledette assicurazioni. Sono uno
spreco di soldi e basta.»
«Dovrebbe aspettarci fuori, per cortesia» le dice Marino.
L'unica luce è quella che entra dalla porta. Intravedo un letto matrimoniale, con un cratere al centro, dove il materasso è bruciato fino alle
molle. Marino accende una torcia e muove il fascio luminoso per la stanza,
a cominciare dall'armadio a destra della porta. Al bastone di legno sono
appese due grucce di metallo. A sinistra della porta c'è il bagno e sulla parete direttamente di fronte un comò. Sopra c'è qualcosa, un libro. È aperto.
Marino si avvicina per illuminarne le pagine. «La Bibbia» dice.
Il cono di luce si muove verso l'angolo opposto della stanza, dove ci sono due sedie e un tavolino davanti a una finestra e a una porta che dà sul
retro. Marino tira le tende, lasciando entrare la pallida luce del sole. Mi pare che l'incendio abbia rovinato soltanto il letto, che si è consumato senza
fiammate, producendo un fumo denso. La stanza è coperta di fuliggine e
questo ci facilita notevolmente il lavoro. «È tutto nero» esclamo.
«Come hai detto?» Marino muove la torcia di qua e di là. Tiro fuori il
cellulare. Mi accorgo che Stanfield non ha nemmeno provato a cercare impronte latenti. Capisco anche perché: molti investigatori pensano che fumo
e fuliggine cancellino le impronte digitali, quando in realtà è il contrario. Il
calore e i depositi carboniosi lasciati dal fumo facilitano il compito, tanto è
vero che per controllare le impronte su materiali non porosi, come i metalli
lucidi, che tendono a respingere le normali polveri, fino a poco tempo fa si
usava proprio il fumo. A lasciare le impronte latenti sono le creste cutanee
presenti sui polpastrelli e sui palmi delle mani, che trattengono secrezioni e
residui oleosi e li depositano sulle superfici lisce, come maniglie, bicchieri
e vetri. Il calore ammorbidisce questi residui e il fumo e la fuliggine vi aderiscono. Quando la temperatura si abbassa nuovamente, i residui si fissano, e per visualizzare le impronte basta togliere la fuliggine con un pennello morbido. Prima dell'avvento delle moderne tecniche di rilevamento
con i vapori di cianacrilato e luminol, spesso le impronte latenti si evidenziavano bruciando in un ambiente chiuso legno di pino resinoso, canfora e
magnesio. È molto probabile che sotto la patina di fuliggine ne troveremo
una grande quantità senza alcuna fatica.
Chiamo a casa Neils Vander, il responsabile della divisione Impronte.
Gli spiego la situazione e lui promette di raggiungermi al motel fra due ore. Marino è immerso nei suoi pensieri e osserva con grande attenzione i
pannelli direttamente sopra il letto, su cui sta puntando la luce della torcia.
«Per la miseria!» borbotta. «Capo, guarda un po' qua.» Illumina due occhielli a vite fissati a un travetto del soffitto a circa un metro di distanza
l'uno dall'altro. Chiama la Kiffin nel corridoio.
La donna fa capolino sulla porta e alza gli occhi verso il soffitto, dove
Marino punta il fascio di luce.
«Come mai ci sono quegli occhielli, lassù?» le chiede.
La donna fa una faccia strana e con la voce più alta di un'ottava, come
ho notato che fa quando è evasiva, risponde: «Mai visti prima. Chi ce li avrà messi?».
«Quando è stata l'ultima volta che è entrata qui dentro?» le domanda
Marino.
«Un paio di giorni prima dell'incendio. Avevo rifatto la stanza dopo che
se n'era andato un cliente.»
«E gli occhielli c'erano già?»
«Se c'erano, non li ho notati.»
«Mrs Kiffin, resti qui fuori, per favore. Nel caso dobbiamo farle altre
domande.»
Marino e io ci mettiamo i guanti. Marino allarga le dita per infilarli meglio. La finestra sul retro dà su una piscina piena di acqua sporca. Di là dal
letto c'è un piccolo televisore Zenith su cui è attaccato un biglietto che invita i signori ospiti a spegnere l'apparecchio prima di uscire. La stanza è
come me l'aveva descritta Stanfield, che però aveva omesso il particolare
della Bibbia aperta sul comò e della presa di corrente a destra del letto, accanto a cui giacciono staccate, sulla moquette, la spina dell'abat-jour e del-
la radiosveglia. La radiosveglia è vecchiotta. Non è nemmeno digitale.
Quando è stata staccata segnava le 15.12. Marino chiama di nuovo Mrs
Kiffin. «A che ora ha detto che è arrivato?»
«Verso le tre.» È ferma sulla porta e osserva con occhio vacuo. «Deve
aver staccato abat-jour e radiosveglia appena arrivato. Strano, però, vero?
A meno che non avesse bisogno della presa per attaccarci qualcos'altro.
Magari un computer portatile.»
«Lei ha notato se aveva un computer portatile?» Marino la guarda in
faccia.
«No, ho visto solo quelle che credo fossero le chiavi della macchina e il
portafoglio.»
«Non ha mai parlato del portafoglio, Mrs Kiffin. Lei ha visto un portafoglio?»
«L'ha tirato fuori per pagare. Era di pelle nera, se ben ricordo. Aveva l'aria costosa, come tutto il resto, peraltro. Per quanto ne so io, poteva essere
di coccodrillo.»
«Quanti soldi le ha dato e in che taglio?»
«Una banconota da cento e quattro da venti. Mi ha detto di tenere pure il
resto. Il conto era centosessanta dollari e settanta centesimi.»
«Ah, già, l'offerta 1607» replica Marino in tono stanco. Bev Kiffin non
gli piace e non si fida di lei, ma non vuole farsene accorgere per non metterla sulla difensiva. Se non lo conoscessi bene, ci cascherei anch'io.
«Ha per caso una scaletta?» le chiede.
La donna ha un attimo di esitazione. «Sì, mi pare di sì.» Va via lasciando la porta spalancata.
Marino va a controllare la presa di corrente e le due spine per terra.
«Pensi che abbia collegato qui lo sverniciatore ad aria calda?» mormora.
«È possibile. Sempre che si trattasse di uno sverniciatore» gli faccio notare.
«Io ne ho uno. Per liberare i tubi quando gelano e togliere il ghiaccio
dalla scala esterna è una meraviglia.» Guarda sotto il letto con la torcia.
«Non mi è mai capitato di vederlo usare come arma. Cristo, devono averlo
imbavagliato bene, perché non lo sentisse nessuno. Chissà perché ha staccato tutte e due le spine.»
«Per evitare un sovraccarico, forse.»
«Effettivamente, in un posto così è possibile che l'impianto salti con poco. Credo che gli sverniciatori abbiano lo stesso voltaggio dei phon, ma
qui c'è un impianto talmente schifoso che magari basta un asciugacapelli a
mandarlo in tilt.»
Vado al comò e guardo la Bibbia. È aperta al capitolo 6-7 dell'Ecclesiaste. Le pagine sono annerite, mentre il piano del comò sotto al volume è
pulito, a indicare che era in quella posizione quando è scoppiato l'incendio.
Il problema è accertare se lo era anche quando la vittima è entrata nella
stanza oppure no. In realtà non so nemmeno se la Bibbia era già lì o se ce
l'ha portata lui. Do una scorsa alfe pagine e mi soffermo sul primo verso
del settimo capitolo: "Un buon nome è preferibile all'unguento profumato
e il giorno della morte al giorno della nascita" leggo a Marino. Gli dico che
la prima parte dell'Ecclesiaste parla della vanità.
«Be', tenuto conto che era frocio, ci sta» è il suo commento. Sento un
rumore di passi e di metallo e poco dopo arrivano Bev Kiffin e una folata
di aria fredda. Marino prende la scaletta sporca di pittura e la apre. Poi ci
sale e punta la torcia sugli occhielli. «Maledizione, bisogna che vada dall'oculista. Non ci vedo più» brontola, mentre io gli tengo ferma la scala.
«Vuoi che guardi io?» mi offro.
«Meglio di sì.» Scende.
Prendo la lente d'ingrandimento dalla borsa e salgo. Marino mi porge la
torcia e io controllo gli occhielli. Non vedo fibre e, se anche ce ne fossero,
non riusciremmo a raccoglierle. Spesso conservare un tipo di prova senza
contaminarne altre è praticamente impossibile, e quegli occhielli a vite sono importanti per almeno tre ragioni: le fibre, le impronte digitali e quelle
lasciate da attrezzi e strumenti. Se tolgo la fuliggine alla ricerca di impronte latenti, elimino anche eventuali fibre da cui potrei risalire al tipo di corda che vi è stata fatta passare attraverso. Rimuovendoli dal soffitto, peraltro, rischio di distruggere i segni che potrebbero avervi lasciato gli attrezzi
usati per avvitarli. Il pericolo maggiore, tuttavia, è cancellare inavvertitamente delle impronte, e le condizioni e la luce sono talmente sfavorevoli
che dovremmo lasciar perdere tutto. Mi viene un'idea. «Mi passi due bustine e del nastro adesivo?» chiedo a Marino.
Mi porge due sacchetti di plastica trasparente. Copro uno dei due occhielli con un sacchetto e lo chiudo con il nastro adesivo, attenta a non
toccare né la vite né il soffitto. Quando scendo, vedo che Marino sta frugando nella cassetta degli attrezzi. «Ci deve scusare» dice alla Kiffin che
scalpita sulla soglia con le mani in tasca, visibilmente infreddolita. «Ho
paura che le rovineremo il soffitto.»
«Più rovinato di così...» borbotta. Non capisco se la sua è rassegnazione
o indifferenza. «Immagino che non possiate farne a meno...» aggiunge.
Mi domando come mai il letto sia bruciato senza fiamme. Non me lo
spiego. Chiedo a Mrs Kiffin che tipo di lenzuola e di copriletto c'erano.
«Il copriletto era verde scuro, come le porte» risponde sicura. «Le lenzuola bianche. Non so dove siano finiti.»
«Di che materiale erano?» le chiedo.
«Mi pare che il copriletto fosse di poliestere.»
Il poliestere è un materiale estremamente infiammabile. Per quanto mi
riguarda, sto attenta a non indossare materiali sintetici quando prendo l'aereo: se scoppia un incendio durante un atterraggio di emergenza, avere poliestere sulla pelle è come cospargersi di benzina. Se quando hanno appiccato il fuoco il copriletto fosse stato al suo posto, si sarebbe infiammato all'istante e a quest'ora la stanza sarebbe distrutta. «E il materasso?» domando.
Bev Kiffin è titubante, come se non volesse dirmi dove lo ha preso. «Be'» decide finalmente di scoprirsi «nuovi costano uno sproposito. Appena
posso, li compro usati.»
«Dove?»
«Sa la prigione di Richmond che hanno chiuso qualche anno fa? Li ho
presi lì.»
«Il carcere di Spring Street?»
«Sì. Per carità, erano in ordine. Ho preso solo quelli su cui avrei dormito
io stessa» si difende. «Ho scelto i più nuovi.»
Questo potrebbe spiegare come mai il materasso si è consumato senza
mai realmente prendere fuoco. Negli ospedali e nelle carceri i materassi
vengono impregnati di sostanze ignifughe. Chiunque abbia appiccato l'incendio, non sapeva che il materasso aveva ricevuto uno speciale trattamento e non si era trattenuto abbastanza da vedere che le fiamme non avevano
attecchito. «Mrs Kiffin» chiedo «c'è una Bibbia in ogni camera?»
«Dove non me l'hanno ancora rubata.» È di nuovo evasiva e ha il tono
stridulo di quando non vuole rispondere.
«Sa come mai questa è aperta all'Ecclesiaste?»
«Non l'ho mica aperta io! Io le metto sul comò e basta. Chiuse.» Dopo
un attimo di esitazione, aggiunge: «L'hanno ammazzato di sicuro, altrimenti non fareste tutto questo lavoro».
«Dobbiamo valutare ogni possibilità» risponde Marino salendo di nuovo
sulla scala. Ha in mano un seghetto che torna molto utile durante questo tipo di sopralluoghi perché ha la lama rinforzata e i denti non angolati, per
cui permette di tagliare modanature, listelli, tubi o, come sta facendo ades-
so Marino, travetti, in situ.
«Per me è dura» ci confida Bev Kiffin. «Faccio tutto da sola perché mio
marito è sempre via.»
«Che lavoro fa?» le domando.
«Il camionista. Per la Overland Transfer.»
Marino comincia a staccare dal soffitto gli elementi intorno a quelli in
cui sono piantati gli occhielli.
«Quindi non è mai a casa?» dico.
Le trema impercettibilmente il labbro inferiore e le vengono gli occhi lucidi. «Mi ci mancava solo un omicidio! Oh, Signore, adesso sarà ancora
più dura.»
«Capo, mi reggi la torcia?» Marino resta insensibile allo sfogo di Bev
Kiffin.
«Gli omicidi fanno male a molta gente.» Faccio luce sul soffitto e con la
mano buona tengo ferma la scala. «È triste, ma è così.»
Marino comincia a segare, facendo scendere per terra briciole di segatura.
«Non era mai successo che mi morisse qualcuno nell'albergo» si lamenta. «È la cosa peggiore che può capitare.»
«Magari, invece, la pubblicità le farà arrivare più clienti» urla Marino,
per farsi sentire nonostante il rumore.
Bev Kiffin gli lancia un'occhiataccia. «Dio ce ne scampi e liberi.»
Dalle foto che mi aveva mostrato Stanfield riconosco il punto in cui era
seduta la vittima e mi faccio un'idea di dove sono stati ritrovati i suoi vestiti. Immagino quel poveretto nudo sul letto, con le braccia legate e appese
agli occhielli sul soffitto. Poteva essere in ginocchio, seduto, o semisdraiato ma, con le braccia allargate e il bavaglio, di certo faceva fatica
a respirare. Ansante, senza fiato, con il cuore che batte all'impazzata per la
paura e il dolore, vede il suo assassino che attacca la spina di uno sverniciatore e poco dopo sente il sibilo del getto di aria calda. Non ho mai capito il desiderio di tortura. Ne comprendo la dinamica, mi rendo conto che
è un modo per controllare la realtà, per dimostrare il proprio potere, ma
non mi capacito di come si possa provare soddisfazione, gratificazione e
piacere sessuale nel fare del male a un essere vivente.
Ho i nervi tesi allo spasimo, il battito accelerato e sono sudata nonostante il freddo ci condensi il fiato. «Mrs Kiffin» le chiedo mentre Marino
continua a segare «come mai l'uomo aveva preso l'offerta della settimana?
Non è strano, in questo periodo dell'anno?» Guardo la sua faccia perplessa.
Non capisce che cosa ho nella testa, non vede quello che vedo io. Non può
immaginare le cose orribili che sto ricostruendo, in piedi in quella misera
stanza d'albergo con il materasso riciclato da una prigione. «Proprio sotto
Natale?» Voglio capire. «Non le ha accennato niente? Non le ha raccontato
perché era qui, di dov'era, che cosa era venuto a fare? Lei ha detto che le
sembrava un forestiero, no?»
«Io non chiedo mai niente.» Guarda Marino che traffica. «Forse dovrei.
C'è gente che parla troppo e mi racconta un sacco di cose che non mi interessano e certa, invece, che si fa gli affari suoi.»
«A lei che impressione ha fatto?» insisto.
«Be', a Mr Peanut non è piaciuto.»
«Mr Peanut?» Marino mi porge un pannello del soffitto, con uno dei due
occhielli a vite piantato in un travetto.
«La nostra cagnetta. Non l'ha vista, quando mi ha bussato? Mi rendo
conto che è uno strano nome, visto che è una femmina e che ha fatto un
sacco di cuccioli, ma mio figlio l'ha voluta chiamare così. Comunque,
quando si è presentato questo signore, Mr Peanut si è messa ad abbaiare
come una matta. Le si è rizzato il pelo, gli stava lontana...»
«Non è che l'aveva spaventata qualcun altro? Qualcuno che magari lei
non ha visto?» domando.
«È possibile.»
Marino mi porge il secondo pannello e scende, facendo tremare pericolosamente la scaletta. Dalla sua cassetta degli attrezzi tira fuori un rotolo di
pellicola per alimenti e del nastro adesivo e comincia a sigillarli. Intanto io
entro nel bagno e do un'occhiata in giro con la torcia. È tutto bianco e il
piano sotto lo specchio è pieno di segni giallastri, lasciati con ogni probabilità dalle sigarette che i clienti posano fi mentre si truccano o si fanno la
barba. Vedo un'altra cosa che a Stanfield è sfuggita, un pezzo di filo interdentale che penzola nel water, intrappolato fra l'asse e la tazza. Con la mano protetta dai guanti lo prendo e lo esamino. È lungo più o meno trenta
centimetri, in parte bagnato di acqua del gabinetto e rosato al centro, come
se qualcuno si fosse pulito i denti facendosi sanguinare le gengive. Siccome è bagnato, non lo infilo in una bustina di plastica, ma lo poso su un
pezzo di pellicola trasparente che metto in un sacchettino da gioielliere.
Probabilmente abbiamo un campione di materiale biologico da cui è possibile risalire al Dna. Ma di chi?
Marino e io torniamo al pick-up all'una e mezzo. Non appena Mrs Kiffin
apre la porta di casa, Mr Peanut esce di corsa e ci insegue abbaiando. Men-
tre ci allontaniamo, guardo nello specchietto e vedo la Kiffin che urla.
«Cuccia! Torna subito qui!» Batte le mani arrabbiata. «Forza!»
«Dici che l'assassino ha smesso un attimo di torturarlo per pulirsi i denti?» attacca Marino. «Secondo me, quel filo interdentale non c'entra un
corno. Sarà lì dall'anno scorso.»
Mr Peanut ci ha raggiunto sulla strada sterrata nel bosco che collega il
motel alla Route 5.
«Torna qui, ho detto!» grida Bev Kiffin dalla porta di casa, battendo le
mani.
«Maledetto cagnaccio» brontola Marino.
«Attento! Frena!» Ho paura che lo metta sotto.
Marino inchioda, facendomi sobbalzare sul sedile. Mr Peanut salta verso
il finestrino dalla mia parte abbaiando. «Cosa c'è? Cos'hai?» Non capisco:
quando siamo arrivati, qualche ora fa, non aveva mostrato grande interesse
nei nostri confronti.
«Torna subito qui!» Bev Kiffin sta venendo a riprenderla. Sulla porta di
casa è apparso un ragazzo, non il bambino che abbiamo visto prima, ma
uno alto come lei.
Appena scendo dal pick-up, Mr Peanut comincia a scodinzolare e mi
tocca la mano con il muso. Povera bestia, è sporca e puzza. La prendo per
il collare e la giro verso la casa, ma è recalcitrante. Vuole restare vicino al
pick-up. «Su, torna a casa, prima che qualcuno ti investa» le dico. «Da brava.»
Arriva la Kiffin, furibonda, e la picchia sul muso. Mr Peanut uggiola
come un agnellino ferito. Ha la coda fra le gambe, ha paura. «Devi smetterla di fare così! Hai capito?» Agita l'indice minacciosa davanti all'animale. «Fila subito in casa!»
Mr Peanut si nasconde dietro di me.
«Forza!»
La cagna si accuccia alle mie spalle; la sento tremare contro le mie gambe. Il ragazzo che ho visto poco fa sulla porta è sparito, ma Zack è uscito
di casa. Ha un paio di jeans e un maglione, tutti e due troppo grandi. «Mr
Peanut!» chiama dolcemente, facendo schioccare le dita. Mi sembra spaventato anche lui.
«Zack! Quante volte ti ho detto di non uscire?» gli urla sua madre.
Il tono è crudele. Appena ce ne andiamo, prenderà a botte il cane e forse
anche il bambino. Bev Kiffin è una donna frustrata, che perde facilmente il
controllo. Si sente prigioniera della vita che fa, si sente vittima di un'ingiu-
stizia e cova rabbia e rancore. O forse è semplicemente cattiva e Mr Peanut
ci sta correndo dietro perché spera che la portiamo via di lì, che la salviamo. Mi viene in mente questa possibilità. «Mrs Kiffin» dico calma ma autorevole, con il tono che uso quando voglio spaventare veramente qualcuno. «Non picchi quel cane, per cortesia. Non mi piacciono le persone che
se la prendono con gli animali.»
Si rabbuia. Vedo che è furibonda. La guardo negli occhi, gelida.
«Maltrattare gli animali è reato, Mrs Kiffin» continuo. «E picchiando
quel cane non dà un buon esempio ai suoi figli.» Alludo al fatto che ho visto anche l'altro, cui lei non ha mai fatto il minimo accenno.
Fa un passo indietro, poi mi volta le spalle e va verso casa. Mr Peanut
rimane lì, a cuccia, e mi guarda. «Vai a casa» le dico, anche se mi piange il
cuore. «Su, bella. Ubbidisci.»
Zack scende le scale di corsa e ci viene incontro. Prende la cagnetta per
il collare, l'accarezza dietro le orecchie e le parla. «Da brava, non far arrabbiare la mamma. Ti prego.» Mi guarda. «Vi abbaia perché le state portando via il passeggino.»
Sono sbigottita, ma cerco di non farglielo capire. Mi accuccio e accarezzo Mr Peanut cercando di scacciare dalla mia testa Chandonne, che ha
lo stesso odore di cane sporco. Mi viene da vomitare. «Perché, era suo?»
chiedo a Zack.
«Quando ha i cuccioli, ce li metto dentro e li porto in giro con quello»
mi spiega Zack.
«E come mai era vicino al tavolo da picnic?» domando. «Credevo che
l'avessero lasciato lì dei campeggiatori.»
Fa di no con la testa e continua ad accarezzare il cane. «No, no. Era di
Mr Peanut. Vero, Mr Peanut? Scusi, adesso devo andare via.» Si alza e
lancia un'occhiata furtiva alla porta di casa.
«Senti» gli dico, alzandomi «ti prometto che appena finisco di controllare il passeggino di Mr Peanut te lo riporto. Okay?»
«Okay.» Porta via il cane, strattonandolo appena un po'. Li guardo finché non entrano in casa e l'uscio si chiude. Resto lì sulla strada sterrata, all'ombra di pini spelacchiati, con le mani in tasca, perché sono sicura che
Bev Kiffin mi sta spiando. Voglio che si ricordi che esisto, voglio farle
sentire la mia presenza. Non ho ancora finito con il Fort James Motel.
Tornerò.
23
Imbocchiamo la Route 5 in direzione est e mi accorgo che è tardissimo.
Anche se avessi l'elicottero di Lucy non riuscirei a essere a casa di Anna
per le due. Prendo il portafoglio e cerco il biglietto su cui Jaime Berger mi
ha scritto i suoi numeri di telefono. In albergo non risponde: le lascio un
messaggio in cui le chiedo di venirmi a prendere alle diciotto e rimetto il
cellulare nella borsa. Marino sta zitto e guarda la strada, che è stretta e tutta curve. Riflette su quello che gli ho appena detto a proposito del passeggino. Bev Kiffin, è evidente, ci ha mentito.
«Che postaccio!» dice alla fine scuotendo la testa. «Da paura. Avevo la
sensazione che ci fossero occhi dappertutto, che ci spiavano qualunque cosa facessimo. Sembra che quel posto abbia un'anima, uno spirito di cui
nessuno sa niente.»
«La Kiffin qualcosa sa» ribatto. «Questo è ovvio. Ci ha raccontato che
quel passeggino era stato lasciato lì da una famiglia che era andata via dal
campeggio in fretta e furia. L'ha detto lei, senza che nessuno glielo chiedesse. Voleva farcelo credere. Perché?»
«Secondo me, si è inventata tutto. Non c'è nessuna famiglia che se n'è
andata in fretta e furia. Se viene fuori che quei peli sono di Chandonne, la
mia teoria è che lo ha fatto stare lì lei, motivo per cui adesso si comporta in
maniera tanto strana.»
Lidea che Chandonne sia arrivato al motel e abbia chiesto a Bev Kiffin
un posto dove passare la notte mi sembra inimmaginabile. Non riesco a
capacitarmi che possa essere successo. Le Loup-Garou, come si fa chiamare, non correrebbe un simile rischio. Se bussa a una porta, è per massacrare
di botte e uccidere chi gli apre. Ha sempre fatto così. O, comunque, a noi
risulta questo. In realtà, ho l'impressione che sappiamo sempre meno di lui.
«Dobbiamo ricominciare tutto daccapo» dico a Marino. «Abbiamo elaborato un sacco di belle teorie sul suo conto senza avere gli elementi per farlo. Abbiamo commesso l'errore di credere che l'idea che ci eravamo fatti di
lui corrispondesse al cento per cento. Invece ci sono aspetti che abbiamo
trascurato. L'abbiamo arrestato, ma non lo abbiamo fermato.»
Marino tira fuori le sigarette.
«Capisci che cosa voglio dire?» insisto. «Nella nostra arroganza, abbiamo deciso che era fatto in un certo modo sulla base di dati che in realtà
non sono per niente certi. Abbiamo fatto una caricatura, non un profilo
psicologico. Non è un lupo mannaro, ma un essere umano e, per quanto
malvagio, ha molte sfaccettature che adesso ci colgono di sorpresa. Acci-
denti, il video lo dimostra, non credi? Perché siamo stati così stupidi? Senti, non voglio che Vander vada da solo in quel motel.»
«Giusto.» Prende il telefono. «Lo accompagno io. Tu torna pure a Richmond con il mio pick-up.»
«C'era qualcun altro sulla porta» dico. «L'hai visto? Un ragazzo grande.»
«Boh» replica. «Io non ho visto nessuno. Solo il bambino, com'è che si
chiama? Zack. E il cane.»
«Io ho visto anche un'altra persona» insisto.
«Controllerò. Hai il numero di Vander?»
Glielo detto e lui chiama. Vander è già uscito, ma la moglie gli dà il numero del cellulare. Guardo dal finestrino le grandi ville in stile coloniale
leggermente arretrate rispetto alla strada. Fra gli alberi baluginano eleganti
decorazioni natalizie.
«È un posto che fa venire i brividi» sta dicendo Marino a Vander.
«Quindi sarò la tua guardia del corpo.» Finisce di parlare al telefono e per
un attimo tace. Gli avvenimenti di ieri sera riempiono il silenzio fra noi. Si
sente solo il rombo del motore del pick-up.
«Da quanto lo sapevi?» gli domando dopo un po'. Non è la prima volta
che glielo chiedo, ma non sono soddisfatta della risposta che mi ha dato ieri sera quando è andato via dalla casa di Anna e io l'ho accompagnato alla
macchina. «Quand'è che Righter ti ha detto che voleva aprire un'inchiesta,
e perché?»
«Non avevi nemmeno finito di farle l'autopsia. Il cadavere della Bray era
appena arrivato in obitorio.» Si accende una sigaretta. «Righter mi chiama
e mi dice che non vuole che fai tu l'autopsia. "E io che c'entro?" gli ho
chiesto. "Non vorrà mica che vada lì e le ordini di posare il bisturi e alzare
le mani?" Che coglione!» Butta fuori il fumo e il mio sgomento si trasforma in paura. «Ecco perché non ti ha chiesto il permesso di andare a ficcare
il naso in casa tua» continua Marino.
Quello, almeno, l'avevo capito.
«Voleva vedere se la polizia aveva trovato qualcosa.» Si interrompe e
posa la cenere. «Tipo un martelletto da muratore. Magari ancora sporco di
sangue.»
«Forse quello che aveva lui, quello con cui mi ha aggredito, era davvero
ancora sporco di sangue della Bray» gli faccio notare con buonsenso. La
voce è calma, ma l'angoscia mi attanaglia.
«Infatti. Il problema è che è stato ritrovato in casa tua» mi ricorda Marino.
«È logico. Se l'era portato appresso per massacrare anche me.»
«Ed era veramente ancora sporco di sangue della Bray» continua Marino. «Hanno già fatto la prova del Dna. Non ho mai visto i laboratori lavorare così in fretta come in questi giorni. Puoi immaginare perché. Il governatore segue l'indagine minuto per minuto, caso mai venisse fuori che il
capo del suo Istituto di medicina legale in realtà è una pazza assassina.»
Aspira una boccata e si volta dalla mia parte. «Un'altra cosa, capo. Non so
se la Berger te l'ha accennato. Sai il martelletto che hai detto di aver comprato nel negozio di ferramenta? Non è stato ritrovato.»
«Che cosa?» Sono incredula, poi furiosa.
«Quindi l'unico martelletto in casa tua era quello sporco di sangue. Un
martelletto solo. Ritrovato in casa tua e con sopra il sangue di Diane
Bray.» È un elemento importante e, per quanto gli dispiaccia, vuole che io
me ne renda conto.
«Tu sai perché ho comprato quel martelletto» gli dico, come se dovessi
dimostrare qualcosa a lui. «Volevo vedere se i segni che lasciava combaciavano con quelli che avevo visto sul cadavere. Ed era a casa mia. Se non
l'avete trovato significa che vi è sfuggito, oppure che l'ha preso qualcuno.»
«Ti ricordi dove l'avevi messo?»
«L'ho usato in cucina su due petti di pollo per controllare le ferite che
provocava e le macchie che lasciava il manico a spirale.»
«Infatti abbiamo trovato del pollo martoriato nel cestino della spazzatura. E una federa sporca di salsa, che forse avevi usato per i tuoi esperimenti.» Marino non ci trova niente di stravagante: sa benissimo che per
cercare di ricostruire come è morta una persona spesso mi avventuro nelle
ricerche più inconsuete. «Ma il martelletto no. Quello non l'abbiamo trovato. Né con la salsa, né senza» continua. «Perciò mi chiedo se non è stato
quello stronzo di Talley a prenderlo. Secondo me, dovresti chiedere a Lucy
e Teun di indagare su di lui. Il primo vero incarico per L'Ultimo Distretto.
Io comincerei con un bel controllo bancario, per capire come fa ad avere
tanti soldi.»
Guardo l'ora, per vedere quanto ci vuole dal Fort James Motel alla casa
in cui abitava Mitch Barbosa: sono dieci minuti di macchina. È un condominio nuovo, senza un albero intorno, circondato di terra brulla con qualche ciuffo d'erba secca e chiazze di neve qua e là. Nel parcheggio ci sono
diverse macchine e riconosco tre Ford Crown Victoria e una Chevrolet
Lumina della polizia, posteggiate nella stessa fila. Non sfugge né a me né a
Marino che due di queste sono targate Washington.
«Merda» esclama Marino. «Sento puzza di federali» mi dice mentre posteggia. «Non promette granché.»
Mentre percorriamo il vialetto che conduce alla casa in cui Barbosa viveva con la sua presunta fidanzata, noto un dettaglio curioso, una canna da
pesca appoggiata a una finestra in alto. Non so che cosa sia a colpirmi, a
parte il fatto che non è stagione di pesca, proprio come non è stagione per
il campeggio. Mi torna in mente ancora una volta la fantomatica famiglia
scappata abbandonando le proprie cose. Ripenso alla bugia di Bev Kiffin e
mi sembra di addentrarmi in zone pericolose, soggette a forze che non capisco, incredibilmente vorticose. Marino e io aspettiamo sulla porta che
conduce al civico D. Suoniamo il campanello.
Dopo un po' viene ad aprirci il detective Stanfield, che ci saluta distrattamente, muovendo gli occhi di qua e di là. La tensione fra lui e Marino è come un muro. «Scusate, ma non ce l'ho fatta a venire al motel» ci
annuncia brusco, facendosi da parte per lasciarci entrare. «C'è stato un
nuovo sviluppo. Vedrete voi stessi.» Indossa un paio di calzoni di velluto a
coste grigi e un pesante maglione di lana. Non guarda negli occhi neanche
me, forse perché sa che cosa penso del fatto che racconta tutto a suo cognato Dinwiddie, o forse per altri motivi. Mi coglie il dubbio che sappia
che sono indagata per omicidio. Cerco di scacciare il pensiero. In questo
momento preoccuparsi non servirebbe a niente. «Sono tutti di sopra» ci
avverte. Lo seguiamo.
«Tutti chi?» si informa Marino.
I passi risuonano attutiti sulla moquette. Stanfield non si ferma e nemmeno si volta verso di noi. Risponde: «Atf e Fbi».
Sulla parete a sinistra della scala ci sono diverse fotografie incorniciate.
Riconosco Mitch Barbosa in un bar insieme con una banda di amici dall'aria allegrotta e affacciato al finestrino di un camion con rimorchio. Lo vedo anche su una spiaggia tropicale, forse alle Hawaii, in costume da bagno,
con un bicchiere in mano. In altre foto compare con una bella donna e mi
chiedo se è la fidanzata con cui vive. A metà scala c'è un pianerottolo con
una finestra, la finestra contro cui è appoggiata la canna da pesca.
In preda a una strana sensazione, mi fermo a esaminare senza toccarla
una canna Shakespeare in fibra di vetro con mulinello Shimano. Alla lenza
sono attaccati un amo e alcuni pesi, e vicino all'impugnatura, sulla moquette, c'è una scatoletta di plastica azzurra. Poco distante ci sono due bottiglie
vuote di birra, un pacchetto di sigari Tiparillo e delle monete, come posati
lì da qualcuno entrando in casa. Marino, davanti a me, si volta a vedere che
cosa sto facendo. Lo raggiungo in cima alla scala. Arriviamo in un salotto
luminoso e molto bello, arredato con pochi mobili moderni e tappeti indiani.
«Quando è stata l'ultima volta che sei andato a pescare?» gli chiedo.
«Da queste parti, in questa stagione non si pesca» risponde.
«Come pensavo.» Mi pare di conoscere una delle tre persone in piedi
davanti alla finestra del salotto e, quando si gira, mi viene un colpo. Che
cosa ci fa qui Jay Talley? Non sorride e mi guarda male. I suoi occhi sono
come frecce acuminate. Marino emette una sorta di grugnito, come il verso
di un animale primitivo: è il suo modo di comunicarmi che Jay Talley è
l'ultima persona al mondo che ha voglia di vedere. Accanto a lui c'è un
uomo giovane in giacca e cravatta, dalle apparenti origini sudamericane.
Quando si china a posare la tazza del caffè, vedo che sotto l'ascella porta
una pistola di grosso calibro.
La terza persona è una donna e non manifesta la disperazione confusa e
incontrollabile di chi ha appena perso il proprio compagno. È turbata, questo sì, ma le sue emozioni sono controllate. Dallo sguardo acceso e dalla
mascella serrata mi accorgo che è arrabbiata. Ho già visto quella luce negli
occhi di Lucy, Marino e tanti altri che, nel perdere una persona cara, provano qualcosa che va oltre il lutto. I poliziotti restano colpiti dalla morte di
un compagno in un modo che chiede vendetta. L'istinto mi dice che la fidanzata di Mitch Barbosa lavora nelle forze dell'ordine, probabilmente sotto copertura. Nel giro di pochi minuti, lo scenario è cambiato completamente.
«Bunk Pruett, dell'Fbi» esordisce Stanfield, facendo le presentazioni.
«Jay Talley, dell'Atf.» Jay mi stringe la mano come se non ci fossimo mai
visti prima. «Jilison McIntyre.» La sua stretta di mano è fredda ma ferma.
«Anche lei dell'Atf.»
Ci sediamo in maniera da poterci vedere tutti in faccia. L'atmosfera è pesante e carica di tensione. Succede sempre, quando muore un poliziotto.
Adesso che Stanfield ha esaurito i convenevoli, si trincera dietro un muro
di silenzio. Prende la parola Bunk Pruett, che è il tipico agente dell'Fbi.
«Dottoressa Scarpetta, capitano Marino, vorrei prima di tutto raccomandarvi la massima riservatezza» comincia. «Abbiamo a che fare con una
faccenda alquanto delicata. Cercherò di divulgare meno particolari possibile, ma è indispensabile che vi comunichi alcune informazioni.» Stringe i
denti. «Mitch Barbosa è - era - un agente dell'Fbi e lavorava sotto copertura a un'indagine importante, che a questo punto, almeno in parte, è saltata.»
«Traffico di droga e armi» riassume Jay Talley, spostando lo sguardo da
Marino a me.
24
«Anche l'Interpol è coinvolta nelle indagini?» Non capisco perché Jay
Talley sia qui. Solo due settimane fa lavorava in Francia.
«Dovreste saperlo» replica Talley con un'ombra di sarcasmo. O forse
sono io che me lo immagino. «Avete segnalato all'Interpol un cadavere
non identificato trovato nella camera di un motel poco lontano da qui, giusto? Abbiamo un'idea di chi potrebbe essere. Dunque sì, l'Interpol è coinvolta. Certamente.»
«Non sapevo che l'Interpol avesse già risposto» replica Marino al limite
della maleducazione. «E così, lei mi dice che questo tizio è una specie di
ricercato internazionale.»
«Infatti» risponde Jay. «Rosso Matos, ventotto anni, colombiano, residente a Los Angeles. Detto "il Gatto", perché era silenziosissimo. Di professione killer. Ama le automobili, i bei vestiti e i bei ragazzi. O, meglio, li
amava.» Si interrompe. Nessuno dice nulla. Ci limitiamo a guardarlo.
«Quello che non sappiamo è che cosa fosse venuto a fare in Virginia.»
«A che operazione stavate lavorando?» domanda Marino a Jilison McIntyre.
«Tutto è cominciato quattro mesi fa, quando un uomo fu fermato per eccesso di velocità lungo la Route 5, a pochi chilometri da qui.» Guarda
Stanfield. «L'agente che lo fermò chiamò in centrale per i controlli di routine e scoprì che era un pregiudicato. Inoltre, scorse sul sedile posteriore,
seminascosta da un plaid, l'impugnatura di un'arma che poi venne fuori essere un MAK-90. Il numero di serie era cancellato, ma i laboratori di Rocksville riuscirono a ricostruirlo e così accertammo che l'arma era arrivata
a Richmond dalla Cina, via mare. Come tutti sapete, il MAK-90 è una versione meno raffinata del fucile d'assalto AK-47 e sulla strada vale circa
mille, duemila dollari. Ci sono bande che usano solo MAK fabbricati in
Cina, regolarmente trasportati nei porti di Richmond e Norfolk, nascosti
insieme con eroina fra carichi di materiale elettronico o tappeti orientali.»
Con un piglio professionale che solo di tanto in tanto lascia trapelare lo
stress e il turbamento, Jilison McIntyre descrive un traffico di armi e droga
che si avvale di una società di autotrasporti della contea di James City, in
cui Barbosa si era fatto assumere come camionista e lei come impiegata,
entrambi sotto copertura. Lei aveva scoperto che polizze di carico e fatture
venivano regolarmente falsificate per nascondere lucrose operazioni dietro
il trasporto di sigarette dalla Virginia a New York e altre località nel nordest degli Stati Uniti. Alcune armi venivano vendute attraverso un trafficante locale, ma la maggior parte veniva smerciata sottobanco nelle fiere, che
in Virginia sono particolarmente frequenti.
«Come si chiama questa società di autotrasporti?» domanda Marino.
«Overland Transfer» risponde la McIntyre.
Marino mi lancia un'occhiata fulminea e si passa le dita fra i radi capelli.
«Cristo santo» esclama «è dove lavora il marito di Bev Kiffin.»
«La proprietaria del Fort James Motel» spiega Stanfield.
«La Overland è una ditta molto grossa e non tutti i dipendenti sono
coinvolti in attività illecite» si affretta a precisare Pruett. «Per questo l'operazione è così delicata. La società e la maggioranza delle persone che ci
lavorano sono a posto. Se controllassimo tutti i loro camion, magari un
giorno non troveremmo assolutamente niente e il giorno dopo, invece, fra
televisori, cancelleria o Dio sa cosa, scoveremmo una bella quantità di fucili d'assalto e droga.»
«Secondo lei, Barbosa è stato tradito?» chiede Marino a Pruett. «Qualcuno ha raccontato che era una talpa e così l'hanno fatto fuori?»
«E la morte di Matos, allora, come la spieghiamo?» interviene Jay Talley. «Che peraltro è morto per primo, giusto?» Mi guarda. «Il suo corpo è
stato rinvenuto in circostanze alquanto strane in un motel a pochi chilometri da qui, il giorno prima che il cadavere di Barbosa venisse scaricato
in mezzo a una strada di Richmond. Teniamo presente che Matos era un
sicario. Non capisco che cosa fosse venuto a fare. Ammesso e non concesso che qualcuno volesse togliere di mezzo Barbosa, Matos non era
l'uomo giusto. Lui si occupava più che altro di esponenti di grossi gruppi
criminali, bersagli difficili, gente che gira sotto scorta.»
«Ma per chi lavorava, esattamente?» chiede Marino. «Lo sappiamo?»
«Per chiunque lo pagasse» risponde Pruett.
«Viaggiava moltissimo» aggiunge Jay. «Sudamerica, Europa, Stati Uniti... Non apparteneva ad alcuna organizzazione o cartello: era un mercenario. Chi aveva bisogno di un lavoretto ben fatto, cercava Matos.»
«Quindi era qui per fare un lavoretto» concludo.
«È probabile» replica Jay. «Non penso che fosse venuto a vedere gli
scavi o gli addobbi natalizi di Williamsburg.»
«E Barbosa non l'ha ucciso lui» aggiunge Marino. «Matos era già in obi-
torio dalla dottoressa, quando Mitch Barbosa è uscito a fare jogging.»
Tutti annuiscono. Stanfield si tormenta un'unghia. Sembra spaesato, a
disagio. Continua a passarsi la mano sulla fronte e ad asciugarsi il sudore
sui calzoni. Marino chiede a Jilison McIntyre di spiegarci per filo e per segno come sono andate le cose.
«A Mitch piaceva andare a correre prima di pranzo, intorno a mezzogiorno» comincia. «Ieri è uscito poco prima delle dodici e poi non è tornato. Verso le quattordici sono andata a cercarlo in macchina e, non trovandolo, ho chiamato la polizia e avvertito Atf e Fbi. Anche loro hanno
partecipato alle ricerche, ma senza risultato. Sappiamo che è stato visto nei
pressi della facoltà di giurisprudenza.»
«Il palazzo Marshall-Wythe?» chiedo, prendendo appunti.
«Sì, nel campus del William & Mary. Mitch faceva sempre lo stesso
percorso, da qui fino alla Route 5, poi verso Francis Street, South Henry e
ritorno. Ci metteva un'oretta.»
«Ricorda com'era vestito e se aveva qualcosa con sé?» le chiedo.
«Indossava una tuta rossa e sopra un giubbotto di piumino. Grigio, della
North Face. E il marsupio. Non usciva mai senza.»
«Ci teneva la pistola, dentro?» chiede Marino.
Jilison annuisce. Cerca di non mettersi a piangere. «Pistola, soldi, cellulare, chiavi.»
«Quando è stato ritrovato non aveva il giubbotto» la informa Marino. «E
neanche il marsupio. Ci descriva la chiave.»
«Le chiavi» lo corregge. «Quella di casa e quella della macchina, appese
a un portachiavi d'acciaio.»
«Com'è fatta la chiave di casa?» domando. Sento lo sguardo di Jay su di
me.
«Normale, di ottone.»
«Nella tasca dei pantaloncini da corsa ne aveva una di acciaio inossidabile» dico. «Con il numero 233 scritto sopra a pennarello.»
L'agente McIntyre ha la fronte corrugata: non ne sa nulla. «Be', è davvero strano. Non ho idea di che chiave sia» risponde.
«Dobbiamo supporre che l'abbiano preso mentre correva» dice Marino.
«L'hanno legato, imbavagliato, torturato, portato a Richmond e buttato giù
dalla macchina in una delle "aree modello" della città, Mosby Court.»
«Un quartiere di spacciatori?» domanda Pruett.
«Ma certo, come tutti i quartieri dormitorio. Droga e armi in quantità.»
Marino è nel suo. «Ma il bello di quei posti è che non vede niente nessuno.
Butti un cadavere in mezzo a una strada davanti a cinquanta persone?
Tranquillo, tanto soffrono tutti di amnesia.»
Stanfield interviene per la prima volta: «Quindi si tratta di qualcuno che
conosce bene Richmond».
Jilison McIntyre ha gli occhi sgranati. È sconvolta. «Non sapevo che l'avessero torturato» dice. Il suo contegno professionale dà segni di cedimento.
Descrivo le ustioni sul corpo di Barbosa e di Matos. Spiego che entrambi sono stati legati e imbavagliati. Poi Marino racconta degli occhielli
sul soffitto della camera del motel e tutti capiscono. Immaginiamo benissimo che cosa è stato fatto a quei due uomini. Dobbiamo sospettare che
l'assassino, o gli assassini, siano gli stessi. Ma non abbiamo idea né di chi
siano né del perché li abbiano uccisi. Non sappiamo nemmeno dove è stato
rapito Barbosa. Anche se io ho qualche sospetto.
«Quando ci torni con Vander» dico a Marino «vai a dare un'occhiata alle
altre stanze, per vedere se ci sono altri occhielli piantati nel soffitto.»
«Okay, fra un po' vado» risponde. Guarda l'ora.
«Torna al motel?» domanda Jay.
«Sì.»
«Lei ritiene che Barbosa fosse stato drogato, come Matos?» mi domanda
Pruett.
«Non ho visto buchi» rispondo. «E non ho ancora ricevuto i risultati degli esami tossicologici.»
«Gesù!» mormora Jilison McIntyre.
«E si sono entrambi bagnati i pantaloni» puntualizza Stanfield. «Succede
sempre, prima di morire? È normale perdere il controllo della vescica e
bagnarsi i pantaloni?»
«Una perdita di urina è frequente, devo dire. Ma Matos era nudo. Si è
bagnato prima di spogliarsi.»
«Quindi, prima delle bruciature» osserva Stanfield.
«Presumo di sì. Non è stato ustionato attraverso i vestiti» spiego. «È
possibile che sia Matos sia Barbosa abbiano perso il controllo della vescica
per la paura, il panico. Uno spavento molto forte può avere questo effetto.»
«Oddio!» esclama Jilison.
«E se vedi uno che pianta degli occhielli nel soffitto e attacca uno sverniciatore ad aria calda, ti prendi uno spavento tale che te la fai addosso»
rincara la dose Marino. «Perché capisci benissimo che cosa ti aspetta.»
«Oddio santo!» sbotta Jilison McIntyre. «Ma cosa state dicendo?» Ha lo
sguardo infuocato.
Silenzio.
«Come è potuto accadere? Mitch non era certo un coglione! Non sarebbe
mai salito sulla prima macchina che incontrava! E nemmeno si sarebbe avvicinato a uno sconosciuto che accostava davanti a lui.»
Interviene Stanfield: «Mi viene in mente quello che facevano in Vietnam
ai prigionieri di guerra per farli parlare».
Senza dubbio cercare di estorcere informazioni è uno degli scopi della
tortura, spiego a Stanfield. «Ma è anche una dimostrazione di potere» aggiungo. «Alcuni dalla tortura ricavano un piacere sessuale.»
«Pensa che sia questo il caso?» mi chiede Pruett.
«Non ho gli elementi per valutarlo.» Dico a Jilison McIntyre: «Ho visto
una canna, salendo».
Lì per lì non mi capisce. Poi le viene in mente di che cosa sto parlando.
«Sì. A Mitch piace pescare.»
«Andava da queste parti?»
«Nel torrente vicino a College Landing Park.»
Lancio un'occhiata a Marino. È il torrente dietro al Fort James Motel.
«Le ha mai parlato del motel che dà sul torrente?» chiede Marino.
«No, so solo che andava a pescare lì.»
«E sa se per caso conosceva la proprietaria, Bev Kiffin? E suo marito?
Magari lo conosce anche lei, visto che lavora come autista per la Overland» insiste Marino.
«Veramente, so che Mitch conosceva i figli. Ne ha due, e a volte li incontrava sul fiume perché andavano a pescare anche loro. Diceva che gli
facevano pena perché il padre non c'era mai. Ma io non conosco nessun
autista che si chiami Kiffin. Tengo la contabilità, quindi dovrei saperlo.»
«Puoi controllare meglio?» le chiede Jay.
«Magari Kiffin è il cognome da ragazza.»
«È vero.»
Annuisce.
«Ricorda l'ultima volta che Mitch è andato a pescare al torrente?» le
domanda Marino.
«Appena prima che nevicasse. Quando il tempo era ancora bello.»
«Ho visto delle monete, due bottiglie di birra e un pacchetto di sigari,
vicino alla canna da pesca» dico.
Marino mi capisce al volo. «È sicura che non fosse più andato a pescare
da quando si è messo a nevicare?»
Dalla sua espressione capisco che Jilison non è sicura e mi chiedo che
cosa sappia veramente del suo finto fidanzato.
«Lei e Barbosa non sapevate se in quel motel succedeva qualcosa di illegale?» continua Marino.
Jilison fa di no con la testa. «Non mi ha mai detto niente al riguardo. Assolutamente. Ci andava soltanto per fare due chiacchiere con i ragazzi, se li
incontrava.»
«Non si davano mai appuntamento per andare a pescare insieme?» Marino non molla. «Non sa se gli capitava di andare fino a casa loro, magari
per fargli un saluto?»
La donna è titubante.
«Era un ragazzo generoso?»
«Sì, molto» risponde. «Potrebbe essere andato a trovarli, sì. Ma non me
ne ha mai parlato. I bambini gli piacciono. Cioè, gli piacevano.» Le vengono gli occhi lucidi. Stringe i denti, rabbiosa.
«Come si presentava alla gente? Diceva che faceva il camionista? Che
cosa diceva di lei? Lei è un'impiegata, no? Voglio dire, voi non eravate fidanzati per davvero, giusto? Faceva solo parte della copertura.» Marino ha
fiutato qualcosa. È chino in avanti, i gomiti sulle ginocchia, e la guarda intensamente negli occhi. È nel suo stile: a volte fra una domanda e l'altra
non lascia nemmeno il tempo di rispondere, così le persone si confondono
e dicono qualcosa di cui poi si pentono. Succede anche a Jilison McIntyre.
«Che cos'è, questo, un interrogatorio?» sbotta. «Perché cazzo le interessa
sapere della nostra relazione? Eravamo due professionisti, chiaro? Ma è
impossibile non affezionarsi, se si vive nella stessa casa e si fa finta di essere fidanzati, se ci si presenta al mondo come fidanzati.»
«Ma non c'era niente di più che semplice affetto, no?» continua Marino.
«Perlomeno da parte di lui. Era un lavoro, giusto? Se voleva fare la corte a
una donna sola con due figli simpatici, poteva farlo, no?» Si appoggia allo
schienale. Il silenzio nella stanza è talmente assoluto che assomiglia quasi
a un ronzio. «Il guaio è che non avrebbe dovuto. Troppo pericoloso. E stupido, tenuto conto della situazione. Era uno che faceva fatica a tenerlo nei
pantaloni?»
Jilison non gli risponde. Scoppia in lacrime.
«Sapete una cosa?» dice Marino guardandosi intorno. «È possibile che
Mitch Barbosa abbia fatto la fine che ha fatto per motivi che non c'entrano
niente con la vostra operazione. Si è semplicemente trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ha preso all'amo un pesce che non doveva
prendere.»
«Lei sa dove si trovava Barbosa alle quindici di mercoledì pomeriggio, il
giorno in cui Matos fu ucciso e la sua camera incendiata?» Stanfield sta
mettendo insieme i pezzi. «Era a casa o fuori?»
«Non era a casa» risponde Jilison con un filo di voce, asciugandosi gli
occhi in un fazzolettino di carta. «Era uscito. Non so dove fosse.»
Marino sbuffa disgustato. Non c'è bisogno di dirlo, ma chi lavora in
coppia sotto copertura deve sempre sapere dov'è l'altro e se l'agente McIntyre non sapeva dov'era l'agente speciale Barbosa, era perché lui stava facendo qualcosa che non aveva niente in comune con le loro indagini.
«So che non le fa piacere sentirselo ricordare» continua Marino in tono
più dolce «ma Mitch è stato torturato e ucciso, capisce? Voglio dire, è
morto di paura. Letteralmente, visto che gli è venuto un infarto. Gli hanno
fatto qualcosa di talmente terrificante che si è bagnato i pantaloni. L'hanno
preso, legato e imbavagliato, gli hanno ficcato una chiave nella tasca. Perché? Non pensa che dovremmo sapere che cosa faceva, Jilison? Siamo sicuri che in quel campeggio ci andava solo per pescare?»
Jilison McIntyre piange. Si asciuga le lacrime dalle guance e si soffia il
naso. «Gli piaceva bere e andare a donne» risponde a voce bassissima.
«Okay?»
«Usciva mai di sera? Andava al bar?» si informa Pruett.
Jilison McIntyre annuisce. «Faceva parte della copertura. Avete visto...»
Guarda me. «Lei l'ha visto. Aveva i capelli tinti, l'orecchino... Insomma,
faceva quello a cui piace divertirsi e far casino, il donnaiolo. Non ha mai
finto di essermi fedele, in quanto sua presunta fidanzata. E questo apparteneva al suo personaggio, ma era anche la sua vera natura. A me dispiaceva,
dico la verità, ma Mitch era fatto così. Era un bravo agente e non penso
che abbia mai fatto niente di disonesto, se è questo che vi interessa. Ma
non mi diceva tutto. Può darsi benissimo che avesse visto qualcosa di strano in quel campeggio e che avesse deciso di indagare.»
«Senza dirle niente» precisa Marino.
Jilison annuisce. «Sì. Anch'io mi facevo i fatti miei, intendiamoci. Non è
che stessi sempre in casa ad aspettarlo. Lavoravo part time all'Overland, e
per il resto... be' non rendevamo conto l'uno all'altra di tutti i nostri movimenti.»
«Secondo me» conclude Marino «Mitch aveva scoperto qualcosa. Mi
viene il dubbio che fosse al motel quando è arrivato Matos e potrebbe aver
avuto la sfortuna di farsi notare in giro, qualsiasi cosa stesse succedendo.
Magari è andata semplicemente così. Qualcuno ha creduto che avesse visto
o scoperto qualcosa e l'ha tolto di mezzo.»
Nessuno ribatte. La teoria di Marino, finora, è l'unica che abbia un senso.
«Il che ci riporta al motivo per cui Matos era in Virginia» osserva Pruett.
Guardo Stanfield, che si è di nuovo estraniato. Ha lo sguardo vacuo. È
sull'orlo di un collasso nervoso. Mi guarda di sfuggita e abbassa subito gli
occhi. Si passa la lingua sulle labbra e tossisce.
«Detective Stanfield» mi sento in dovere di dirgli davanti a tutti «per
l'amor del cielo non faccia parola di tutto questo con suo cognato.» Vedo
l'ira nei suoi occhi. L'ho umiliato, ma me ne frego. «Mi raccomando» aggiungo.
«Le dico una cosa» ribatte rabbioso «non voglio sapere altro.» Si alza e
si guarda intorno sbattendo le palpebre. «Non so di che cosa stiate parlando, ma non ci voglio entrare comunque. Fate voi. Tanto ormai ci sono
di mezzo anche i federali. Io tolgo il disturbo.» Ribadisce: «Ha sentito bene. Me ne vado».
Detto questo, con nostro sommo stupore, cade a terra con tanta violenza
da far tremare le pareti. Scatto in piedi. Grazie al cielo, respira. Il battito è
irregolare, ma non è in arresto cardiaco. Non corre pericolo di vita, è semplicemente svenuto. Gli controllo la testa per accertarmi che non si sia ferito. Va tutto bene. A poco a poco riprende i sensi. Marino e io lo aiutiamo a
rimettersi in piedi, quindi lo portiamo al divano. Lo faccio coricare e gli
metto un paio di cuscini sotto la testa. Più che altro, è imbarazzato.
«Detective Stanfield, lei è diabetico?» domando. «Soffre di cuore?»
«Se mi date una Coca, poi sto meglio» dice con un filo di voce.
Mi alzo e vado in cucina. «Vediamo che cosa posso fare» dico, come se
fosse casa mia. Nel frigo c'è del succo di arancia. In un armadietto trovo
del burro di noccioline e ne prendo un bel cucchiaio. Mentre cerco dei tovaglioli di carta, noto un flacone di medicinali vicino al tostapane. Sull'etichetta c'è il nome di Barbosa. Prendeva Prozac, un antidepressivo. Quando
torno in salotto ne parlo con Jilison McIntyre. Mi spiega che Mitch stava
facendo una cura da alcuni mesi perché soffriva di ansia e di depressione,
che imputava allo stress del lavoro sotto copertura.
«Interessante.» Sono le uniche parole di Marino in proposito.
«Ha detto che tornava al motel, vero?» chiede Jay a Marino.
«Sì, Vander sta andando a vedere se trova qualche impronta.»
«Impronte?» mormora Stanfield dal suo letto di dolore.
«Cristo, Stanfield!» sbotta Marino. «Ma le hanno insegnato qualcosa
quando ha fatto il corso, o l'hanno promossa direttamente grazie alle raccomandazioni di quello stronzo di suo cognato?»
«Se vuole proprio saperlo, sono d'accordo con lei: mio cognato è proprio
uno stronzo.» Lo dice con tanto candore e ingenuità che scoppiamo tutti a
ridere. Stanfield si tira un po' su, appoggiandosi ai cuscini. «Ha ragione»
continua guardandomi in faccia «non avrei dovuto dirgli una parola. E non
gli dirò più niente, perché è tutto un casino politico. Non sono stato io a tirare in ballo la storia di Jamestown, comunque.»
Pruett si acciglia. «Che storia di Jamestown?»
«Be', gli scavi, le celebrazioni e tutti i programmi che hanno. E vi dirò
un'altra cosa: Dinwiddie ha tanto sangue indiano quanto me. La storia che
discende dal capo Powhatan è una cazzata. Figurarsi!» esclama pieno di risentimento. Immagino che odi il cognato.
«Mitch aveva sangue indiano» dice cupa Jilison. «Era un mezzosangue.»
«Speriamo che i giornalisti non lo vengano a sapere, Cristo santo!» borbotta Marino a Stanfield, non credendo nemmeno per un secondo che terrà
la bocca chiusa come ha promesso. «Un gay colombiano e un indiano. Bella roba!» Scuote la testa. «Meglio che la politica ne resti fuori. Dico sul serio.» Guarda Stanfield dritto in faccia. Poi si rivolge a Jay: «Sa perché?
Non possiamo dire che cosa c'è sotto veramente, giusto? Non possiamo tirare fuori la storia che lavorava sotto copertura, che era un agente dell'Fbi
e che, non sappiamo bene come, ma forse c'è di mezzo Chandonne. Se i
giornali cominciano a parlare di odio razziale, pregiudizi contro gli omosessuali e compagnia bella, noi come facciamo a controbattere? Non possiamo dimostrare che non è vero, visto che non possiamo dare spiegazioni».
«Non sono d'accordo» ribatte Jay. «Tanto per cominciare, io non mi sento affatto in grado di dare spiegazioni. Per esempio, non posso escludere
che Matos e Barbosa fossero legati in qualche modo al traffico di armi.
Lunica cosa di cui sono certo è che i due omicidi sono collegati.»
Nessuno replica. Il modus operandi è troppo simile perché l'assassino
non sia lo stesso.
«Non sono nemmeno in grado di escludere che il movente sia l'odio razziale» continua Jay. «Uno era sudamericano, l'altro aveva sangue indiano.»
Si stringe nelle spalle. «La tortura è sintomo di odio. C'erano lesioni ai genitali?» Si volta verso di me.
«No.» Reggo il suo sguardo. Mi sembra strano pensare che siamo andati
a letto insieme, che ho baciato quelle labbra, che le sue mani mi hanno accarezzata. Quando passeggiavamo per Parigi, la gente si voltava a guardarlo.
«Be', mi sembra un elemento rilevante» prosegue. «Non sono uno psichiatra, naturalmente, ma mi sembra che quando il movente è l'odio, i genitali non vengono toccati.»
Marino gli lancia un'occhiataccia. Il suo disprezzo è evidente.
«Un assassino pieno di pregiudizi razziali, omofobico, non si avvicina ai
genitali di un uomo» spiega Jay.
«Se vogliamo continuare con le teorie» ribatte acido Marino «parliamo
un po' di Chandonne. Neanche lui toccava i genitali. Si limitava a mordere
le sue vittime sulla faccia e sui seni, ma dalla vita in giù gli toglieva solo
calze e scarpe e gli mordeva i piedi. Perché? Perché i genitali gli fanno
paura, visto che lui ce li ha deformi, come tutto il resto del corpo.» Guarda
le espressioni dei presenti. «Quando l'hanno arrestato gli abbiamo dato un'occhiata. Volete sapere una cosa? Quasi non ce l'ha. È talmente minuscolo che non si può neanche definire uccello.»
Stanfieid si tira su a sedere e spalanca gli occhi.
«L'accompagno al motel» dice Jay a Marino.
Marino si alza e guarda dalla finestra: «Mi chiedo dove diavolo è finito
Vander».
Lo chiama sul cellulare e qualche minuto dopo usciamo e ci incamminiamo verso il parcheggio. Jay mi cammina a fianco. Sento che ha voglia di parlarmi, di fare la pace. Da questo punto di vista, è molto femminile. Vuole comunicare, ristabilire il contatto per poi ripartire alla carica.
Io, peraltro, non ne ho alcuna voglia.
«Kay, mi concedi un minuto del tuo tempo?» mi chiede quando arriviamo nel parcheggio.
Mi fermo e lo guardo mentre mi abbottono il cappotto. Noto che Marino
mi lancia un'occhiata mentre tira fuori del bagagliaio i sacchi della spazzatura e il passeggino e li carica sulla macchina di Vander.
«So che è difficile, ma non possiamo cercare di essere un po' meno prevenuti l'uno nei confronti dell'altra? Anche perché dobbiamo lavorare insieme» mi dice Jay.
«Forse avresti dovuto pensarci prima di andare a raccontare tutto nei minimi dettagli a Jaime Berger» ribatto.
«Non l'ho fatto per danneggiarti.» Il suo sguardo è intenso.
«Okay.»
«Mi ha fatto delle domande, com'è giusto. Fa solo il suo lavoro.»
Non gli credo. È questo il mio problema con Jay Talley: non gli credo e
rimpiango di averlo fatto. «Be', è curioso» commento. «Sembra che la gente abbia cominciato a fare domande sul mio conto prima ancora che Diane
Bray fosse uccisa. Più o meno nel periodo in cui ero in Francia con te, a dire il vero.»
Si rabbuia. La collera è tale che non riesce a nasconderla. «Sei paranoica, Kay» dice.
«Hai proprio ragione, Jay» ribatto.
25
Non ho mai guidato il Dodge Ram Quad Cab di Marino e, se le circostanze fossero meno drammatiche, mi scapperebbe da ridere. Sono alta poco più di un metro e sessanta, abbastanza minuta e niente affatto appariscente. A volte metto i jeans, ma non oggi. Tendo a vestirmi come si
conviene a una professionista di un certo livello, in tailleur oppure in giacca e pantaloni di flanella, a meno che non debba recarmi sul luogo di qualche delitto. Ho i capelli biondi corti, con un taglio semplice, mi trucco poco e, a parte un anello con il sigillo e l'orologio, metto gioielli solo quando
mi ricordo. Non ho tatuaggi e non ho per niente l'aria di quella he va in giro su un camioncino a trazione integrale da vero uomo, blu scuro, con giganteschi parafanghi cromati e tanto di antenne per radio e baracchino.
Prendo la 64 West in direzione Richmond perché è la strada più veloce e
cerco di concentrarmi dato che guidare un arnese di quella stazza con un
braccio solo non è impresa da poco. Non ho mai trascorso una vigilia di
Natale così e se ci penso mi deprimo. In condizioni normali, a quest'ora
avrei riempito frigo e congelatore, avrei preparato salse e minestre, decorato la casa. Mi sento defraudata, emarginata. Sono in autostrada, sul pick-up
di Marino, e non so ancora dove passerò la notte. Probabilmente resterò da
Anna, anche se il fatto di non poter parlare con lei mi mette tristezza. Stamattina non ci siamo nemmeno incontrate. La solitudine mi inchioda al sedile, cupa e pesante. Chiamo Lucy. «Domani rientro a casa» le annuncio.
«Forse ti converrebbe venire in albergo con noi» propone.
«Perché invece non venite tu e Teun a casa mia?» È così difficile per me
esprimere un bisogno, e io ho bisogno di loro. Per un sacco di motivi.
«Quando vuoi che veniamo?»
«La mattina. Passiamo insieme il giorno di Natale.»
«Presto, allora.» Lucy non si è mai alzata dopo le sei, il giorno di Natale.
«Appena sono pronta, andiamo» le dico.
È il 24 dicembre, una delle giornate più corte dell'anno; ci vorrà ancora
parecchio prima che torni un po' di luce a rischiarare il giorno e il mio umore cupo e malinconico. Quando arrivo a Richmond è buio. Mi fermo
davanti a casa di Anna alle sei e cinque e trovo Jaime Berger che mi aspetta sulla sua Mercedes, con i fari accesi. La macchina di Anna non c'è. Anna non è in casa. Non so perché, ma questo mi turba profondamente. Forse
sapeva che avevo appuntamento con la Berger e ha preferito non esserci.
Appena prendo in esame questa eventualità, mi viene in mente che Anna è
in contatto con persone che un giorno potrebbero chiederle di raccontare
tutto quello che le ho confidato nei miei momenti di massima vulnerabilità.
Apro la portiera e Jaime Berger scende dalla sua auto. Se il fatto che giri in
pick-up la sorprende, non lo dà minimamente a vedere.
«Deve passare un momento da casa o possiamo andare via subito?» mi
chiede.
«Un minuto solo» le dico. «Quando è arrivata, ha visto per caso se la
dottoressa Zenner c'era?»
Vedo che si irrigidisce. «Sono arrivata appena prima di lei.»
Non mi ha risposto, penso mentre salgo le scale. Apro il portone e disattivo l'antifurto. L'ingresso è buio, il lampadario di cristallo e le luci dell'albero di Natale sono spente. Scrivo un biglietto ad Anna, ringraziandola
per la sua amicizia e ospitalità. Le spiego che ho bisogno di tornare a casa
domani e che sono sicura mi comprenderà. La cosa che più mi preme è farle capire che non ce l'ho con lei, che mi rendo conto che è rimasta vittima
delle circostanze quanto me. E, se parlo di circostanze, è perché non sono
più sicura di chi sia a tenere Anna sotto tiro, intimandole di rivelare tutto
quello che le ho detto. Anche Rocky Caggiano potrebbe approfittarne,
sempre che non decidano di rinviarmi a giudizio. Se così faranno, non potrò testimoniare contro Chandonne. Lascio il biglietto sul letto Biedermeier
di Anna, il cui copriletto non ha una piega. Poi salgo sulla macchina di
Jaime Berger e le racconto del motel nella contea di James City, della roba
che abbiamo trovato abbandonata in un angolo e dei lunghi peli chiari sul
passeggino. Mi ascolta attenta, guidando come se conoscesse la città alla
perfezione e sapesse esattamente dove andare.
«Possiamo provare che sono peli di Chandonne?» mi domanda alla fine.
«Supposto che, come al solito, non ci siano radici. Lei, nei suoi casi, non
ha trovato peli o capelli dotati di bulbo, vero? Né su Kim Luong né su
Diane Bray.»
«Infatti» rispondo, ferita dal fatto che ne parli come di casi miei. Non
sono per niente miei, mi viene voglia di dirle. Invece preciso: «Li perde,
quindi il bulbo non c'è, ma è comunque possibile ricavarne il Dna mitocondriale. Quindi sì, possiamo accertare se i peli trovati nel campeggio sono di Chandonne».
«Per favore, mi spieghi meglio» interviene. «Non so che cosa sia il Dna
mitocondriale. Tenga presente che non mi intendo neanche di peli e capelli, quindi non posso dire se quelli di Chandonne sono particolari.»
Quello del Dna è un tema complesso. Capire la vita umana a livello molecolare per la maggioranza delle persone è troppo faticoso. Poliziotti e
procuratori apprezzano i vantaggi che il Dna offre loro, ma non hanno voglia di approfondire i meccanismi. Pochi affrontano il problema dal punto
di vista scientifico. Alcuni, forse, non sanno nemmeno cos'è. Le spiego che
è possibile ottenere il Dna dal nucleo di una cellula dove questo è presente,
e cioè nel sangue, nei tessuti, nel liquido seminale e nelle formazioni pilifere dotate di bulbo. Questo tipo di Dna è il più completo perché si eredita
da entrambi i genitori, per cui consente di avere tutte le informazioni su un
individuo e di confrontarne il profilo genetico con altri campioni biologici.
«Non possiamo semplicemente confrontare i peli ritrovati nel campeggio
e quelli ritrovati sui cadaveri?» chiede la Berger.
«Non basta» rispondo. «Nel caso specifico, l'esame delle caratteristiche
microscopiche non sarebbe risolutivo perché i peli non sono pigmentati.
L'unica cosa che possiamo accertare è se la morfologia è similare o compatibile.»
«E a una giuria non basta per emettere un verdetto.» Sta pensando ad alta voce.
«Infatti.»
«Se non facciamo un esame al microscopio, comunque, la difesa ce lo
contesterà» continua. «Mi pare già di sentirli: "Perché non è stato condotto
un esame al microscopio?".»
«Si può fare, se le sembra utile.»
«Confrontiamoli con i peli ritrovati sul cadavere di Susan Pless.»
«Se vuole» ripeto.
«Mi spiega come è possibile ricavare il Dna anche dai capelli senza radice?»
Le spiego che si può estrarre Dna anche dai mitocondri, che si trovano
sulle pareti anziché nel nucleo delle cellule, e quindi da campioni biologici
come capelli, unghie, elementi dentari e resti scheletrici. Il Dna mitocondriale costituisce la nostra struttura portante, per così dire, ma la sua utilità
è limitata perché è ereditato solo per via materna. Faccio l'esempio dell'uovo. Supponiamo che il Dna mitoeondriale sia l'albume e il Dna nucleare il
tuorlo: non si possono confrontare fra loro. Se si ricava il Dna dal sangue,
tuttavia, si ha l'uovo intero e si può confrontare mitoeondriale con mitoeondriale, cioè albume con albume. E noi abbiamo il sangue di Chandonne,
perché gli è stato fatto un prelievo al momento del ricovero in ospedale.
Quindi abbiamo il suo profilo completo e possiamo confrontare il Dna mitoeondriale dei peli trovati nel campeggio con il Dna mitoeondriale del suo
sangue.
Jaime Berger ascolta senza interrompermi. Mi sembra che abbia capito.
Come suo solito, non prende appunti. Domanda: «A casa sua ha lasciato
peli?».
«Non so che cosa abbia trovato la polizia.»
«Visto che ne perde in continuazione, immagino che ne abbia lasciati
anche in casa sua o nel giardino, quando si trascinava nella neve.»
«Penso anch'io» dico.
«Mi sono documentata sui lupi mannari» dichiara poi, cambiando argomento. «Pare che siano esistite persone realmente convinte della loro esistenza, che hanno tentato in tutti i modi di trasformarsi in licantropi loro
stessi: magia nera, culti satanici, rituali vampireschi come mordere e bere
sangue umano. Secondo lei è possibile che Chandonne ritenga di essere
veramente un licantropo, un loup-garou? Che addirittura lo desideri?»
«E quindi venga dichiarato insano di mente?» ribatto. Sono convinta che
la difesa si appellerà a questo, pur di evitare la condanna.
«Si dice che all'inizio del XII secolo una contessa ungherese, Erzsébet
Báthory-Nádasdy, nota anche come la Contessa Sanguinaria, avesse torturato e ucciso qualcosa come seicento fanciulle» continua la Berger. «Per
bagnarsi nel loro sangue, convinta di poter preservare così gioventù e bellezza. Lo sapeva?»
«Ne ho sentito parlare.»
«Pare che le tenesse rinchiuse nelle segrete del suo palazzo, le mettesse
all'ingrasso e le dissanguasse per fare il bagno nel loro sangue, costringendo poi le altre prigioniere a ripulirla con la lingua, per non irritare la
propria pelle delicata con gli asciugamani, troppo ruvidi per lei. Sembra
anche che si cospargesse il corpo di sangue» continua. «Le cronache trascurano un elemento che a me pare ovvio e incontestabile, tuttavia: la
componente sessuale. Anche ammettendo una sincera convinzione nei poteri magici del sangue, alla fine si tratta sempre di potere e di sesso, sia nel
caso della bella contessa sia del mostro cresciuto sull'Île Saint-Louis.»
Svoltiamo in Canterbury Road ed entriamo nel quartiere ricco e pieno di
verde di Windsor Farms, ai margini del quale viveva Diane Bray, il cui
giardino confinava con la rumorosa Expressway.
«Darei il mio braccio destro per conoscere la biblioteca di Chandonne»
dice. «O, meglio, che libri ha letto, a parte i saggi e i volumi eruditi che gli
prestava il padre. Vorrei tanto sapere, per esempio, se conosce la storia
della Contessa Sanguinaria, se si cospargeva di sangue anche lui per curare
magicamente la sua anomalia genetica...»
«Riteniamo che facesse il bagno nella Senna e nel James River» rispondo. «Probabilmente, proprio per cercare la guarigione.»
«Una credenza che ha radici bibliche.»
«È possibile.»
«Forse ha letto anche la Bibbia» continua. «È stato influenzato da Gilles
Garnier, serial killer francese che uccideva i bambini per mangiarli e latrava alla luna? Nel Medioevo la Francia pullulava di cosiddetti licantropi.
Furono accusati in trentamila, se lo immagina?» Evidentemente la Berger
ha studiato a fondo l'argomento. «E c'è un'altra cosa strana» prosegue. «La
leggenda vuole che chi viene morso da un lupo mannaro lo diventi a sua
volta. È possibile che Chandonne volesse trasformare le proprie vittime in
licantropi? Magari per trovare una compagna?»
Queste singolari considerazioni cominciano a formare nella mia testa un
quadro molto più realistico e meno pedestre di quanto possa sembrare.
Jaime Berger sta semplicemente anticipando le possibili argomentazioni
della difesa, che cercherà di distrarre i membri della giuria dagli orribili
crimini commessi facendoli concentrare sulla deformità fisica, sulla presunta infermità mentale e sull'innegabile stranezza dell'imputato. Se l'avvocato difensore riuscirà a convincere i giurati che Chandonne ritiene di
essere una creatura paranormale, un licantropo, un mostro, difficilmente
questi lo giudicheranno colpevole e lo condanneranno a passare il resto
della sua vita rinchiuso in un carcere. Probabilmente alcuni proveranno
addirittura compassione per lui.
«Il proiettile d'argento.» La Berger allude alla leggenda secondo cui solo
un proiettile d'argento può uccidere un lupo mannaro. «Abbiamo una montagna di prove, ma anche il pubblico ministero nel processo contro O.J.
Simpson le aveva. Il proiettile d'argento della difesa sarà la vita infernale e
pietosa di Chandonne.»
La casa di Diane Bray sembra una villa di Cape Cod con il tetto spiovente e, nonostante la polizia abbia ormai tolto i sigilli, non è ancora tornata alla normalità. Nemmeno Jaime Berger può entrarvi senza il permesso
del proprietario o, in questo caso, della persona cui è stata affidata in custodia. Ci sediamo sul vialetto ad aspettare Eric Bray, il fratello di Diane,
che ci deve portare la chiave.
«L'ha visto al funerale» mi dice Jaime Berger, ricordandomi che Eric
Bray era l'uomo che portava l'urna con le ceneri della sorella. «Mi spieghi
come ha fatto Chandonne a farsi aprire la porta da una donna che lavorava
nella polizia da anni.» L'attenzione di Jaime Berger si sposta dai mostri
che popolavano la Francia medievale al massacro avvenuto nella casa davanti a noi.
«Non sono assolutamente competente a risponderle, procuratore. Forse è
meglio che si limiti a farmi domande sui cadaveri.»
«Non è questione di competenze. Sono curiosa.»
«Vuole sapere la mia opinione perché teme di non potermela chiedere in
aula in qualità di perito, perlomeno a New York?» Mi spingo oltre. «Ora
che la mia integrità morale è stata messa in discussione?»
Mi fermo per vedere se raccoglie. Siccome non risponde, insisto. «Righter non le ha accennato al fatto che per lei sarebbe meglio non contare
troppo su di me, visto che sono indagata per l'omicidio di Diane Bray?»
«Me l'ha più che accennato» risponde sottovoce, fissando la casa buia.
«E ne ho parlato anche con Marino.»
«Alla faccia della privacy» replico sardonica.
«Be', la legge stabilisce che ciò che si discute davanti al gran giurì non
può lasciare l'aula, ma finora non ci sono state udienze. Righter ha convocato il gran giurì per aver accesso alle sue bollette telefoniche, ai suoi
estratti conto e a tutto quello che la riguarda. Per poter ascoltare le testimonianze dei suoi conoscenti eccetera eccetera. Lei sa come funziona, no?
Sono certa che le sarà capitato di essere convocata davanti al gran giurì in
qualità di testimone.»
Lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo. La mia indignazione cresce al punto che non riesco più a trattenermi. «Anch'io ho dei sentimenti» sbotto. «Forse per lei essere indagati per omicidio è all'ordine del
giorno, ma per me no. Io tengo moltissimo alla mia integrità morale, ci
tengo più che a qualsiasi altra cosa al mondo e mi offende essere accusata
di un crimine contro il quale combatto quotidianamente. Io accusata di o-
micidio? Io, che lotto contro gli abusi di potere? Non ci posso credere. Io,
che non ho mai fatto del male a nessuno, deliberatamente, almeno? No,
non posso passarci sopra, procuratore. Per me è la cosa peggiore che mi
poteva capitare. La peggiore.»
«Posso darle un consiglio?» Mi guarda negli occhi.
«Sono sempre aperta ai suggerimenti.»
«Prima di tutto, si aspetti che i media lo vengano a sapere. Io, se fossi in
lei, cercherei di batterli sul tempo indicendo una conferenza stampa, il più
presto possibile. La cosa positiva è che non è stata licenziata, che le persone cui lei risponde del proprio operato non le hanno voltato le spalle. Non
capita molto di frequente, lo sa? I politici cercano sempre di pararsi le
spalle, ma il governatore ha molta stima di lei e crede nella sua innocenza.
Se esprimesse pubblicamente questa sua opinione, lei sarebbe a posto.
Sempre che il gran giurì decida per il non luogo a procedere.»
«Ha parlato con il governatore Mitchell?» le domando.
«Ci conosciamo da molto tempo. Abbiamo lavorato insieme a un caso,
quando lui era ancora procuratore generale.»
«Sì, me lo ha detto.» Ma non era questo che le avevo domandato.
Silenzio. Jaime Berger fissa la casa di Diane Bray. La luce esterna è
spenta. Le dico che Chandonne svita sempre la lampadina del portico, oppure stacca i fili, in maniera da essere protetto dall'oscurità quando la vittima apre la porta.
«Vorrei sapere che cosa ne pensa lei» dichiara. «Sono certa che ha un'opinione in proposito. Ha una grande esperienza di indagini.» Lo dice in tono fermo, lievemente nervosa. «E sa anche che cosa ha fatto Chandonne
con lei. Lei lo conosce meglio di chiunque altro.»
Il riferimento alla mia aggressione è una nota stridente. Sebbene stia
semplicemente facendo il suo lavoro, mi offende la sua oggettività brutale
e mi infastidisce la sua evasività. Mi irrita che decida lei di che cosa parlare e per quanto. Non posso farci niente, ma sono un essere umano anch'io e
vorrei che mostrasse almeno un briciolo di comprensione per me e per
quello che ho passato. «Stamattina qualcuno mi ha cercata in obitorio dicendo di essere Benton Wesley» la informo. «Ha sentito Rocky Caggiano?
Che cosa dice?» La mia voce è piena di collera e di paura.
«Per un po' non lo sentiremo» ribatte con sicurezza. «Com'è nel suo stile. Ma non mi sorprenderei se fosse ricorso a qualche mezzuccio. Le molestie sono la sua specialità. È distruttivo, semina il panico. Va a toccare i
punti più deboli, anche solo per lanciare un avvertimento. Secondo me,
non si metterà in contatto con lei né direttamente né indirettamente fino al
processo. Potrebbe non farsi vivo affatto. È così, un gran figlio di puttana,
uno che lavora dietro le quinte.»
Per un momento tacciamo entrambe. Jaime Berger aspetta che io abbassi
la guardia. «Vuole sapere come penso che siano andate le cose?» le chiedo
dopo un po'. «Vuole davvero che glielo dica?»
«Sì, certo. Lei sarebbe un'ottima assistente.» O mi ha appena fatto un
complimento, o mi sta prendendo in giro.
«Diane Bray aveva un'amica che la passava a trovare piuttosto spesso.»
Faccio il primo passo oltre i limiti delle mie competenze e comincio con le
deduzioni. «Un'investigatrice, Rene Anderson, che pendeva dalle sue labbra e che la Bray, però, teneva sulla corda. Forse Chandonne spiava Diane
Bray, prendeva nota delle sue abitudini e aveva visto la Anderson andare e
venire. La sera dell'omicidio aspettò che lei uscisse da casa della Bray» dico guardando la porta. «Subito dopo, andò a svitare la lampadina esterna e
bussò alla porta. La Bray immaginò che fosse la Anderson, tornata per riprendere la discussione o per cercare di fare la pace.»
«Perché avevano litigato? Litigavano spesso?» si informa la Berger.
«Avevano una relazione burrascosa, a quanto sembra.» Mi addentro
sempre di più in una zona non autorizzata. Non ho alcun diritto di fare
questo tipo di speculazioni, ma vado avanti. «La Anderson aveva l'abitudine di andare via sbattendo la porta per tornare subito dopo» aggiungo.
«Lei ha assistito all'interrogatorio di Rene Anderson dopo il ritrovamento del cadavere.» Dunque lo sa: deve averglielo detto qualcuno. Marino, probabilmente.
«Sì.»
«E ha sentito la sua versione di ciò che accadde la sera dell'omicidio,
quando andò a casa della Bray e mangiò una pizza e bevve una birra con
lei.»
«Sostiene che bisticciarono e lei se ne andò arrabbiata. Secondo me, poco dopo Chandonne bussò alla porta nello stesso identico modo in cui aveva visto fare alla Anderson. Così come da me imitò il modo di bussare della polizia.»
«Cioè?»
Batto tre volte le nocche sul cruscotto, forte.
«È così che bussava la Anderson? Non suonava il campanello?» chiede
Jaime Berger.
«Immagino che lei abbia avuto a che fare con abbastanza poliziotti da
sapere che non suonano mai il campanello. Sono abituati a bazzicare zone
dove i campanelli, quando ci sono, non funzionano.»
«È interessante che la Anderson non sia tornata» osserva. «Pensi se l'avesse fatto... Secondo lei, Chandonne sapeva che non sarebbe tornata,
quella sera?»
«Me lo sono chiesta anch'io.»
«Forse lo ha capito dal modo in cui è uscita. O forse ha perso il controllo» riflette. «L'impulso è stato più forte della paura di venire sorpreso.»
«Potrebbe aver notato un'altra cosa importante» ribatto. «Che la Anderson non aveva le chiavi di casa Bray e che era la Bray ad aprirle la porta.»
«Sì, ma quando la Anderson tornò il mattino dopo e trovò il cadavere, la
porta era aperta, giusto?»
«Questo non significa che lo fosse anche quando l'aggredì. Dopo aver
ucciso Kim Luong chiuse la porta del negozio e appese il cartello "Chiuso".»
«Però, se a casa della Bray ha chiuso o meno la porta non lo sappiamo»
ribadisce.
«Non con certezza. Io no, almeno.»
«Potrebbe averla lasciata aperta» insiste Jaime Berger. «Potrebbe averla
aggredita appena entrato. Averla trascinata in camera da letto e martoriata,
dimenticandosi della porta d'ingresso.»
«Se così fosse, vorrebbe dire che perde il controllo e corre grossi rischi»
le faccio notare.
«Non so se convenga parlare di perdita di controllo» riflette come fra sé
e sé.
«Perdere il controllo non significa essere insano di mente» le ricordo.
«Tutti gli omicidi, a parte quelli per legittima difesa, avvengono quando
l'assassino perde il controllo.»
«Touché.» Annuisce. «Dunque, Diane Bray apre la porta, la luce fuori è
spenta e lui è in ombra.»
«Come quando andò a casa della dottoressa Stvan a Parigi» le spiego.
«E dalle altre donne che uccise in Francia. In alcuni casi lasciò persino un
biglietto.»
«Firmandosi "Le Loup-Garou"» prosegue la Berger.
«Si firmò così anche su uno scatolone di merce dentro il container in cui
fu ritrovato il corpo del fratello Thomas. Comunque sì» continuo «a un
certo punto cominciò a lasciare dei biglietti in cui si firmava "Le LoupGarou". Una sera si presentò a casa della dottoressa Stvan non sapendo che
il marito era a casa. Fa lo chef e a quell'ora di solito lavora, ma quella sera
non stava bene. Quando la dottoressa aprì la porta e Chandonne sentì la
voce del marito che la chiamava, si spaventò e fuggì.»
«La dottoressa Stvan lo vide in faccia?»
«Non bene» rispondo, cercando di ricordare che cosa mi raccontò a Parigi. «Era buio. Le parve che avesse un cappotto lungo, scuro, sciarpa e
mani in tasca. Parlava bene, aveva modi da gentiluomo; le disse che aveva
avuto un incidente d'auto e le chiese di fare una telefonata. Appena si rese
conto che non era sola, però, fuggì.»
«Cos'altro ricordava di lui?»
«L'odore. Mi disse che puzzava come un cane bagnato.»
La Berger fa uno strano verso, quando glielo dico. Sto cominciando ad
abituarmi al suo modo di fare. Quando qualcosa la disgusta, fa una smorfia
ed emette un verso che sembra un pigolio. «Andò a cercare il medico legale di Parigi e poi venne a cercare lei. Perché?» Si è voltata dalla mia parte,
ha appoggiato un gomito al volante e mi guarda fissa.
«Perché?» ripeto, come se fosse una domanda a cui non so rispondere,
come se non me lo dovesse neanche chiedere. «Vorrei saperlo anch'io.»
Sento montare la collera.
«Premeditazione» ribatte lei. «Chi è insano di mente non pianifica un
omicidio con tanta determinazione. Chandonne se l'è presa con il medico
legale prima a Parigi e poi a Richmond. Entrambe donne, entrambe autrici
delle autopsie sui cadaveri delle sue vittime e quindi a lui perversamente
vicine. Donne che per certi versi lo conoscevano meglio di un'amante, perché lo avevano osservato, ascoltato, avevano visto che cosa gli piaceva fare, avevano posato le mani sui corpi che lui aveva morsicato e percosso. In
fondo è come se lei e la dottoressa Stvan lo aveste visto mentre faceva l'amore, perché per Jean-Baptiste Chandonne fare l'amore è questo.»
«Che pensiero disgustoso!» Trovo la sua interpretazione offensiva.
«Agisce secondo un modello. Pianifica, non colpisce a caso. È importante che capiamo quali modelli segue. Superando il senso di repulsione.»
Dopo un attimo aggiunge: «Deve osservarlo in maniera spassionata, Kay.
Metta da parte l'odio».
«Mi è difficile non odiarlo» rispondo con sincerità.
«Quando odiamo qualcuno, quando qualcuno ci ripugna, non riusciamo
a dedicargli tempo e attenzione, ci rifiutiamo. Invece, secondo me, è importante che noi cerchiamo di capire Chandonne. Vorrei che ci si mettesse
con impegno, Kay. Che cercasse di capirlo più di quanto abbia mai cercato
di fare con chiunque altro in vita sua.»
Non posso darle torto. So che quello che dice è vero e importante, ma so
anche che non ho nessuna voglia di dedicarmi a Chandonne. «Sono sempre
stata dalla parte delle vittime» rispondo. «Non mi sono mai posta il problema di capire i criminali che le assassinavano.»
«Però non è mai stata altrettanto coinvolta in un caso» controbatte. «E
non è mai stata indagata per omicidio. Io posso darle una mano, Kay. E lei
può dare una mano a me. Può aiutarmi a entrare nella testa di Chandonne,
a immedesimarmi in lui. Ma per fare questo deve mettere da parte l'odio.»
Rimango zitta. Non voglio concedere a Chandonne più di quello che già
mi ha strappato. Mi vengono le lacrime agli occhi per la frustrazione e la
rabbia. Mi impongo di trattenere il pianto. «In che modo può darmi una
mano?» chiedo a Jaime Berger. «Lei non ha giurisdizione, qui. Lei non si
occupa dell'omicidio di Diane Bray. Si può tirarlo in ballo nel processo per
l'omicidio di Susan Pless, ma con il gran giurì di Richmond devo vedermela io. E non sarà facile, dal momento che c'è chi vuole farmi passare per
un'assassina, per una squilibrata.» Traggo un respiro profondo. Ho il cuore
che mi batte all'impazzata.
«La chiave per la sua salvezza è la stessa che ho in mano io» replica.
«Susan Pless. Lei come può aver avuto a che fare anche con la sua morte?
Come può aver manomesso gli indizi anche in quel caso?»
Aspetta che io le risponda. Il pensiero mi offusca la mente. È ovvio che
non posso aver avuto niente a che fare con la morte di Susan Pless.
«Il mio problema è questo» continua Jaime Berger. «Se abbiamo lo stesso Dna nel caso Susan Pless, nel caso Kim Luong, nel caso Diane Bray, e
forse anche nei casi parigini, non vuol dire forse che l'assassino è lo stesso?»
«Non c'è bisogno di convincere i giurati oltre ogni ragionevole dubbio.
A loro basta che ci siano elementi sufficienti per procedere in giudizio» rispondo, facendo l'avvocato del diavolo. «Un martelletto da muratore con
tracce di sangue di Diane Bray ritrovato in casa mia. La mancata ricevuta
di acquisto di un martelletto. Il martelletto da me comprato che non si trova da nessuna parte. Ho l'impressione che la mia non sia una posizione facile, procuratore. Lei non trova?»
Mi posa una mano sulla spalla. «Mi dica una cosa. L'ha uccisa lei?»
«No» rispondo. «Non l'ho uccisa io.»
«Meno male. Perché se fosse stata lei, per me sarebbe un dramma» mi
spiega. «Io ho bisogno di lei. Abbiamo tutti bisogno di lei.» Guarda la casa
vuota e buia davanti a noi e capisco che si riferisce alle vittime di Chandonne, alle donne che non ce l'hanno fatta a sfuggirgli. Anche loro hanno
bisogno di me. «Okay.» Ritorna al motivo per cui siamo lì ad aspettare, ritorna a Diane Bray. «Dunque, Chandonne entra. Non ci sono segni di colluttazione: non l'ha aggredita finché non sono arrivati in camera da letto,
all'estremo opposto della casa. Sembra che Diane Bray non si sia difesa né
che abbia cercato di scappare. Perché non ha preso la pistola? Era una poliziotta. Dove teneva la pistola?»
«So che appena è entrato in casa mia ha cercato di buttarmi il cappotto
sulla testa» rispondo. Tento di fare quello che vuole Jaime Berger: mi
comporto come se, invece che di me, stessi parlando di un'altra persona.
«Quindi è possibile che le abbia coperto la testa con il cappotto o con
qualche cos'altro e l'abbia trascinata in camera da letto.»
«È possibile. La pistola di Diane Bray non è stata ritrovata. Almeno, che
io sappia» preciso.
«Capisco. Che cosa ne avrà fatto?» si interroga.
Vedendo i fari nello specchietto retrovisore, mi volto a guardare una
station wagon che rallenta e imbocca il vialetto.
«Mancavano anche dei soldi» continuo. «Duemilacinquecento dollari,
soldi che Rene Anderson aveva portato alla Bray quella sera, frutto dello
spaccio di psicofarmaci.» La station wagon si ferma dietro di noi. «Sempre
che la Anderson abbia detto la verità.»
«Secondo lei l'ha detta?» mi chiede.
«Tutta la verità? Non lo so» rispondo. «Può darsi che Chandonne abbia
rubato sia i soldi sia la pistola. O che i soldi se li sia ripresi la Anderson il
mattino dopo, quando ha trovato il cadavere. Anche se, dopo aver visto
quello scempio, francamente credo che il denaro fosse l'ultimo dei suoi
pensieri. Sono convinta che è scappata come il vento.»
«A giudicare da quello che ho visto in foto, penso che abbia ragione» dice.
Scendiamo dalla macchina. Al buio non vedo Eric Bray abbastanza bene
da riconoscerlo. Me lo ricordo come un bell'uomo elegante, più o meno
della stessa età della sorella morta. Porge a Jaime Berger una busta marrone. «Il numero per disattivare l'allarme è scritto sulla chiave» l'avverte. «Io
vi aspetto fuori.»
«Scusi per il disturbo.» La Berger prende una macchina fotografica e un
classificatore dal sedile posteriore della macchina. «Tanto più che è la vigilia di Natale.»
«Voi dovete fare il vostro lavoro» replica lui in tono piatto, sconsolato.
«È stato dentro?»
Esitante, si volta dall'altra parte. «È più forte di me» mormora con la voce rotta dal pianto. Scuote la testa e risale in macchina. «Non ci riesco.
Non so come faremo...» Si schiarisce la voce. È seduto in macchina, con la
portiera aperta, la luce accesa e l'antifurto che suona. «Non so come faremo a entrare e sistemare le sue cose.» Mi guarda. Jaime Berger ci presenta,
anche se sono sicura che Eric Bray sa benissimo chi sono.
«Ci sono imprese di pulizia che si occupano di tutto» gli suggerisco con
delicatezza. «Forse vi conviene contattarne una e far ripulire la casa prima
di entrarci voi. So che la Service Master lo fa, per esempio.» È un consiglio che do sempre ai parenti delle vittime uccise in casa propria. Non si
può pretendere che a pulire il sangue e la materia cerebrale sia qualcuno
che voleva loro bene.
«E fanno tutto senza bisogno che entriamo anche noi?» mi chiede Eric
Bray. «Un'impresa di pulizie?»
«Basta che gli consegni la chiave, o che gliela lasci da qualche parte. Loro vanno e ripuliscono tutto. Senza bisogno che ci siate anche voi» rispondo. «Sono fidati e assicurati.»
«Allora li contatterò senz'altro. Pensavamo di vendere la casa, appena a
voi non serve più» dice poi alla Berger.
«Le farò sapere» risponde lei. «Ma avete tutti i diritti di vendere, naturalmente.»
«Anche se non so chi la vorrà comprare, dopo quello che è successo»
mormora.
Né io né Jaime Berger commentiamo. Con ogni probabilità ha ragione.
Non c'è molta gente disposta a trasferirsi in una casa in cui è stato commesso un omicidio. «Ho già parlato con un'agenzia immobiliare» continua
con un tono da cui traspare un'ombra di collera. «L'ha rifiutata. Gli dispiace tanto e compagnia bella, ma non vogliono nemmeno provare a venderla.
Non so che cosa fare.» Guarda la casa buia e senza vita. «Non vedevamo
spesso Diane. Né io né il resto della famiglia. Non curava molto i rapporti
con gli amici e i parenti, si faceva gli affari suoi. Forse non è bello parlarne
così, ma è la verità.»
«Non vi incontravate mai?» gli domanda la Berger.
Scuote la testa. «Io ero quello con cui andava più d'accordo, forse perché
c'erano soltanto due anni di differenza. Sapevamo che aveva un sacco di
soldi e non capivamo come avesse potuto guadagnarli. Il giorno del Rin-
graziamento, quando fece un salto a trovarmi, aveva una Jaguar rossa nuova di zecca.» Sorride con amarezza e scuote di nuovo la testa. «È lì che mi
sono reso conto che aveva qualche intrallazzo. Non volevo ficcare il naso,
però. Devo dire che non mi sono stupito, quando ho saputo che fine aveva
fatto.» Sospira. «Non mi sono stupito per niente.»
«Sapeva che trafficava in psicofarmaci?» La Berger sposta il classificatore nell'altro braccio.
Mi sta venendo freddo, lì fuori, davanti a quella casa scura che ci risucchia come un buco nero.
«La polizia ha accennato qualcosa. Diane non parlava di sé e noi, a dire
la verità, non le facevamo domande. A quanto ne sappiamo, non c'è nemmeno un testamento» ci confida. «Con tutta questa roba.» Alza gli occhi
verso di noi. Nonostante faccia buio, si vede benissimo che è angosciato.
«Non so proprio come regolarmi.»
Una morte violenta lascia un'infinità di strascichi, di cui non si parla né
nei film né sui giornali: la sofferenza e le preoccupazioni delle persone che
restano, per esempio. Porgo a Eric Bray il mio biglietto da visita e gli dico
di chiamarmi pure in ufficio, se ha dei problemi. Come di routine, lo informo che all'Istituto di medicina legale è disponibile un opuscolo molto
ben fatto, intitolato Quando la polizia se ne va, di Bill Jenkins, il cui figlio
rimase ucciso nel corso di una rapina in un fast-food. «Vedrà che troverà
una risposta a molte domande» aggiungo. «Mi dispiace. Le morti violente
fanno più vittime di quanto sembri in un primo momento. È questa la triste
verità.»
«È proprio vero» dice Eric Bray. «Mi farebbe piacere leggere quell'opuscolo. Non so che cosa aspettarmi, non so che cosa fare» si ripete. «Comunque, se avete bisogno di me, io sono qui in macchina.» Chiude la portiera.
Ho il cuore gonfio. La sua angoscia mi ha commosso, per quanto non
provi dolore per la morte di sua sorella. Anzi, il ritratto che ne ha fatto, se
mai, la sminuisce ancora di più ai miei occhi. Diane Bray non si comportava decentemente nemmeno con i suoi parenti. Jaime Berger non dice
nulla, mentre saliamo i gradini fino all'ingresso. Sento che continua a misurarmi, a studiare ogni mia reazione. Sa che ce l'avevo con Diane Bray
per quello che mi ha fatto. Non cerco nemmeno di nasconderlo: che senso
avrebbe, a questo punto?
Osserva la lampadina del portico, illuminata debolmente dai fari dell'automobile di Eric Bray. È una semplice applique di vetro, piuttosto pic-
cola, rotonda. La polizia ha ritrovato la plafoniera nel prato, vicino a una
siepe di bosso, dove probabilmente Chandonne l'ha gettata prima di svitare
la lampadina. «Dev'essersi protetto le mani per non bruciarsi» faccio presente a Jaime Berger. «Forse con il cappotto.»
«Sulla lampadina non c'erano impronte» mi rivela. «Non di Chandonne.
Così mi ha detto Marino.» Io non lo sapevo. «Non mi sorprende, che si sia
protetto le mani con qualcosa» aggiunge.
«E sulla plafoniera?»
«Niente. Nessuna impronta di Chandonne.» Infila la chiave nella toppa.
«Ma potrebbe aver usato qualcosa anche per togliere quella. Mi chiedo
come ha fatto ad arrivarci, però. È in alto.» Apre la porta facendo scattare
l'allarme. «Pensa che si sia arrampicato?» Digita il codice di disattivazione
sul tastierino dietro la porta.
«Sulla ringhiera, magari» suggerisco. Non mi piace che mi tratti come se
sapessi tutto su Chandonne.
«E a casa sua?»
«Potrebbe essersi arrampicato sulla ringhiera anche da me» rispondo.
«Appoggiandosi contro il muro o contro la tettoia.»
«Non c'erano impronte nemmeno sulla lampada di casa sua, nel caso non
lo sapesse» mi informa. «Non di Jean-Baptiste Chandonne.»
Gli orologi del salotto ticchettano, ricordandomi quanto mi ero sorpresa
nell'entrare in casa di Diane Bray la prima volta, dopo il ritrovamento del
cadavere, di fronte alla sua collezione di orologi perfettamente sincronizzati e di pezzi di antiquariato inglesi, lussuosi e severi.
«Era ricca.» Jaime Berger entra nel salotto e guarda il sofà con i braccioli rotondi, la libreria girevole, l'enorme credenza color ebano. «Sì, doveva avere un sacco di quattrini. Un poliziotto non può permettersi certi
lussi.»
«Spacciava» le ricordo.
«Già.» Si guarda intorno. «Faceva uso di psicofarmaci e li spacciava.
Non direttamente, beninteso. Si serviva di terzi, compresi Rene Anderson
e il suo dipendente dell'Istituto di medicina legale, Chuck Ruffin, che si
metteva in tasca le pasticche che avrebbe invece dovuto eliminare.» Sfiora
i pesanti tendoni damascati e guarda le mantovane. «Ragnatele» commenta. «Polvere di mesi. Chissà cos'auro ci nasconde Diane Bray.»
«Non lo so» replico. «Ma è vero che anche spacciando psicofarmaci non
si guadagna abbastanza da potersi permettere una Jaguar e questo tenore di
vita.»
«Il che mi riporta a una domanda che ho già fatto a tutti quanti: perché
mai Diane Bray aveva chiesto il trasferimento a Richmond?» Va verso la
cucina.
Non so rispondere.
«Io non credo che fosse per motivi professionali, checché lei dicesse.»
Guarda nel frigorifero. È vuoto, a parte una scatola di Grape-Nuts, dei
mandarini, della senape e qualche salsa. Il latte scremato è scaduto ieri.
«Interessante» commenta la Berger. «Sembra che non stesse molto in casa.» Apre uno sportello e osserva qualche scatola di minestra, una confezione di cracker e tre vasetti di olive verdi. «Per il martini cocktail, forse.
Beveva?»
«La sera in cui morì non aveva bevuto» rispondo.
«Già. Il livello di alcol era 0,03.» Apre uno sportello dietro l'altro finché
non scova quello in cui la Bray teneva i liquori. «Una bottiglia di vodka,
una di scotch, due di cabernet. Non mi sembra il bar di uno che beve. Probabilmente stava troppo attenta alla linea per darsi all'alcol. Le pasticche,
perlomeno, non fanno ingrassare. Lei era mai venuta in questa casa prima
che fosse ritrovato il cadavere?» mi domanda.
«No.»
«Eppure abita poco lontano.»
«Avevo già visto la casa, ma non c'ero mai entrata. Io e Diane Bray non
eravamo amiche.»
«Anche se a Diane Bray sarebbe piaciuto.»
«Mi aveva invitata a pranzo, diceva in giro di volermi conoscere meglio...» rispondo.
«A lei l'ha riferito Marino.»
«Sì» le confermo. Ormai sono abituata ai suoi interrogatori.
«Pensa che provasse attrazione per lei?» mi chiede come se niente fosse,
aprendo l'ennesimo sportello e osservando piatti e bicchieri. «Visto che era
bisex.»
«Me l'hanno già chiesto. Sinceramente, non lo so.»
«Le avrebbe dato fastidio, casomai?»
«Credo che mi avrebbe messa a disagio, sì.»
«Mangiava spesso fuori?»
«Secondo me, sì.»
Noto che mi fa domande a cui deve aver già risposto. Probabilmente
vuole sapere come la penso e confrontare le mie impressioni con quelle
degli altri. Mi tornano in mente le domande che mi ha fatto Anna durante
le nostre sere passate davanti al fuoco e mi chiedo se Jaime Berger ha parlato anche con lei.
«Mi fa venire in mente un negozio che nasconde attività illegali» mi dice
guardando sotto il lavello, fra detersivi e spugnette. «Non si preoccupi» mi
rassicura, come se mi avesse letto nel pensiero. «Non lascerò che in aula le
facciano domande sulla sua vita privata e tantomeno sulle sue preferenze
sessuali. Non è materia di sua competenza.»
«Che cosa intende dire?» Mi pare un'affermazione strana.
«Il fatto è che lei dispone di informazioni che non le vengono da terzi,
ma direttamente da Diane Bray. Fu lei a dirle che mangiava spesso fuori da
sala, per esempio» continua aprendo un cassetto. «Che cenava spesso al
bar di Buckhead's.»
«Sì, questo me lo disse lei.»
«La sera in cui aveste un diverbio nel parcheggio.»
«La sera in cui le dissi che sospettavo la sua complicità con il mio dipendente Chuck Ruffin.»
«Come peraltro era.»
«Purtroppo.»
«E così litigaste.»
«Sì.»
«Be', perlomeno il suo ex dipendente adesso è in carcere.» Esce dalla
cucina. «Il fatto è che Rocky Caggiano può chiederle cose che lei conosce
per esperienza diretta senza che io possa obiettare. Perché, se anche lo facessi, non servirebbe a nulla. Bisogna che lei lo sappia, Kay. Può succedere.»
«In questo momento mi preoccupa di più l'udienza davanti al gran giurì
che il processo contro Chandonne» le faccio notare.
Si ferma nel corridoio. La camera da letto ha la porta socchiusa: l'aria
che si respira in quella casa è di trascuratezza e indifferenza. Jaime Berger
mi guarda negli occhi. «Io non la conosco personalmente, Kay» mi dice.
«Come non la conoscono i giurati. Sarà la sua parola contro quella di una
poliziotta assassinata che era Diane Bray a molestarla, e non viceversa, e
anche che lei non ha nulla a che fare con il suo omicidio, sebbene abbia dichiarato che si sta meglio senza la Bray.»
«Glielo ha riferito Anna Zenner o Righter?» le chiedo, aspra.
Riprende a camminare. «Dottoressa Scarpetta, lei deve farsi forza» mi
avverte. «È assolutamente indispensabile.»
26
Il sangue sembra un organismo vivente, e come tale si comporta.
Quando si rompono, i vasi sanguigni si contraggono, si fanno piccoli
piccoli come per lo spavento, allo scopo di ridurre il più possibile la fuoriuscita di sangue, le piastrine corrono subito a cercare di chiudere la ferita
e tredici fattori di coagulazione si attivano per fermare l'emorragia. Ho
sempre pensato che anche il colore del sangue avesse un significato: il rosso è il colore dell'allarme, dell'emergenza, del pericolo, della disperazione.
Se il sangue fosse incolore, come il sudore, le ferite passerebbero inosservate. Una macchia rossa, invece, attira l'attenzione, è una sirena che urla e
avverte che è avvenuta la più grande violazione possibile: qualcuno è stato
ferito o ha perso la vita.
Il sangue grida dai muri e dal pavimento della camera da letto di Diane
Bray sotto forma di gocce, chiazze, schizzi. Racconta una storia, spiega chi
ha fatto cosa e talvolta anche perché. La violenza di un colpo influisce sulla velocità e sul volume degli schizzi che provoca. Dal sangue che cola
quando l'arma viene sollevata si può calcolare il numero dei colpi inferti.
Nel caso della Bray, almeno cinquantasei. Non si riesce a essere più precisi
perché gli schizzi si sovrappongono e calcolarne gli strati è un po' come
cercare di scoprire quanti colpi di martello sono stati dati a un chiodo per
piantarlo in un albero. La versione dei fatti che ci fornisce il sangue nella
camera da letto di Diane Bray conferma quello che mi ha detto il suo cadavere: anche lì, la quantità di fratture multiple e di ossa sbriciolate era tale
che ho perso il conto. La cosa che appare più evidente è l'odio, un odio misto a rabbia e desiderio.
La stanza è rimasta esattamente com'era, nessuno ha nemmeno provato a
ripulirla, e contrasta in maniera sconcertante con l'algida asetticità del resto
della casa. È attraversata dai tantissimi nastri tesi dai tecnici della Scientifica per ricostruire la traiettoria degli schizzi di sangue allo scopo di calcolare distanza dalla ferita, velocità e angolazione, e risalire attraverso un
modello matematico alla posizione del corpo della vittima colpo dopo colpo. Sembra una scultura moderna, un'installazione geometrica color fucsia,
e la vista si perde fra pareti, soffitto, pavimento, mobili antichi e quattro
specchi barocchi in cui la Bray fino a pochi giorni fa ammirava la propria
bellezza spettacolare e sensuale. Le pozze di sangue coagulato sul pavimento sono ormai indurite e spesse come melassa secca e il letto matrimoniale su cui giaceva il cadavere massacrato è tutto pieno di macchie scure,
come se qualcuno vi avesse versato intere latte di vernice nera.
Sento la reazione di Jaime Berger, mentre osserva in silenzio questo
spettacolo orripilante e assolutamente inconcepibile e percepisco un'energia che solo chi per mestiere combatte la violenza può provare, specie
se donna. «Dove sono le lenzuola?» mi chiede aprendo il classificatore.
«Sono state mandate al laboratorio?»
«Non sono mai state ritrovate» rispondo, e nel momento stesso in cui lo
dico mi viene in mente che neanche quelle della stanza del motel sono mai
state trovate e che Chandonne sostiene che qualcuno gli portava via le lenzuola dalla sua casa di Parigi.
«Sono state tolte prima o dopo l'omicidio?» mi domanda, estraendo da
una busta alcune fotografie.
«Prima. Come indica il sangue sul materasso.» Entro nell'enorme stanza,
muovendomi fra corde tese che sembrano indici puntati contro il delitto
commesso da Chandonne. Mostro a Jaime Berger le strane linee parallele
lasciate dal manico a spirale del martelletto insanguinato, che evidentemente a un certo punto l'assassino ha posato sul materasso. Jaime Berger
subito non capisce. Vedo che guarda con la fronte aggrottata le macchie
scure, cercando di orientarsi fra quelle che io ritengo essere impronte di
mano e di ginocchia lasciate da Chandonne quando si è messo a cavalcioni
della Bray per mettere in atto le sue orripilanti fantasie sessuali. «Il materasso non sarebbe ridotto così, se al momento dell'aggressione ci fossero
state le lenzuola» spiego.
Jaime Berger osserva una fotografia di Diane Bray supina, distesa al
centro del letto, con i pantaloni di velluto nero e la cintura ancora indosso,
ma senza né scarpe né calze, nuda dalla vita in su, l'orologio d'oro al polso
sinistro fracassato, l'anello d'oro che portava al dito ormai tutt'uno con l'osso.
«Quindi o il letto era sfatto, oppure lui, per qualche motivo, ha tolto le
lenzuola» aggiungo.
«Sto cercando di capire.» Esamina il materasso. «Entra in casa, la spinge
lungo il corridoio fino in camera. Non ci sono segni di lotta, niente che
faccia pensare che l'abbia colpita prima di arrivare qui. Poi si scatena, diventa una furia. Mi chiedo quando ha disfatto il letto. Possibile che, arrivati in camera, lui le abbia detto: "Aspetta un attimo che tolgo le lenzuola?".
Com'è andata?»
«Quando l'ha scaraventata sul letto, probabilmente lei non era più in
grado né di ribellarsi né di parlare. Si capisce da questo, questo e questo.»
Indico tratti di nastro fissati a macchie di sangue che cominciano sulla porta della camera. «È sangue schizzato dall'arma quando l'assassino l'alzava
per sferrare i suoi colpi mortali.»
Jaime Berger segue i nastri rosa acceso cercando di correlare il modello
a ciò che vede in fotografia. «Sia sincera» mi dice. «Pensa che serva a
qualcosa, tutto questo lavoro? So che ci sono poliziotti che lo ritengono un
enorme spreco di tempo.»
«Se è ben fatto, secondo me serve. Eimportante è essere rigorosi dal
punto di vista scientifico.»
«Ovvero?»
Le spiego che il sangue è composto al novantun per cento di acqua e segue quindi leggi fisiche, della dinamica e di gravità. Secondo un modello
assoluto, una goccia di sangue cade a 7,9 metri al secondo. Il diametro della macchia prodotta aumenta all'aumentare della distanza da cui cade la
goccia. Il sangue che cola su altro sangue produce una serie di schizzi tutto
intorno alla macchia originaria. Uno spruzzo, invece, produce una macchia
centrale da cui si dipartono schizzi lunghi e stretti. Seccando, il colore passa dal rosso acceso al ruggine, al marrone e quindi al nero. Conosco periti
che hanno passato la vita a fare esperimenti, spruzzando, versando o lasciando gocciolare campioni di sangue su superfici di vario tipo da diverse
angolazioni e altezze, camminando in pozze di sangue per poi saltare o
battere i piedi, registrando meticolosamente i risultati e applicando alle
prove pratiche regole matematiche, di geometria e trigonometria, per ricavarne dei modelli.
Il sangue nella camera da letto di Diane Bray è un resoconto di ciò che
vi è accaduto in un codice decifrabile solo con l'aiuto della scienza, dell'esperienza e della ragione. Jaime Berger vuole che io ricorra anche all'intuito. Una volta di più mi spinge ad andare oltre le mie competenze. Seguo
decine di fili che collegano schizzi e macchioline sul muro e sulla porta a
un punto a mezz'aria. Siccome non si possono legare i fili a mezz'aria, i
tecnici della Scientifica hanno portato dall'ingresso un appendiabiti antico
e fissato l'altro capo del filo a circa un metro e mezzo dalla base, per segnare il punto di origine. Le mostro dove si suppone che si trovasse la
Bray quando le fu sferrato il primo colpo.
«Era già in camera» le dico. «Vede questa zona qui?» Indico un punto
nella parete dove non c'è sangue, a parte qualche schizzo. «Il muro non si è
sporcato perché c'era qualcosa che lo copriva. O il corpo di lei o quello di
lui. Pertanto, almeno uno dei due era in piedi. Tuttavia, se lui era in posi-
zione eretta, è presumibile che lo fosse anche lei, perché è difficile picchiare una persona a terra stando in piedi con la schiena diritta.» Le faccio vedere. «A meno che non si abbiano braccia lunghissime. Inoltre il punto d'origine è a più di un metro e mezzo da terra, a indicare che questo era il
punto di contatto fra l'arma e il corpo. Presumibilmente in corrispondenza
della testa.» Mi avvicino al letto. «Poi è caduta.»
Le mostro le chiazze di sangue sul pavimento e le spiego che quando
una goccia cade a novanta gradi, la macchia che lascia è perfettamente rotonda. Se una persona è a quattro zampe e sanguina dal volto, per esempio,
le macchie sono rotonde. E sul pavimento della camera da letto di Diane
Bray ci sono molte macchie rotonde. Alcune sono sbavate. Occupano una
superficie di circa sessanta centimetri. A un certo punto, Diane Bray era a
quattro zampe; forse cercava di sfuggire alla furia del suo aggressore.
«L'ha presa a calci?» mi domanda la Berger.
«Non c'è modo di saperlo.» È una domanda intelligente. I calci aggiungerebbero al delitto ulteriori sfumature emotive.
«Le mani sono più personali dei piedi» mi fa notare Jaime Berger. «Lo
riscontro spesso, nei reati a sfondo sessuale. È rarissimo che l'assassino
prenda a calci la vittima.»
Proseguo indicando una serie di chiazze e schizzi, fino ad arrivare a una
macchia di sangue secco a qualche metro dal letto. «Qui ha perso molto
sangue» spiego. «Potrebbe averle tolto camicia e reggiseno in questo punto.»
Jaime Berger cerca la fotografia della camicia di satin verde e del reggiseno nero sul pavimento, a qualche metro dal letto.
«Da qui in poi si comincia a trovare materia cerebrale» dichiaro, decifrando orribili geroglifici.
Interviene Jaime Berger: «L'ha adagiata sul letto, non ce l'ha spinta con
la forza. Il problema è se lei era ancora cosciente, quando l'ha fatto».
«Non credo» rispondo. Le indico tessuti anneriti sulla testiera, sulle pareti, sull'abat-jour, sul soffitto sopra il letto. «Questa è materia cerebrale.
Secondo me, a quel punto non si è accorta più di nulla. Anche se la mia è
solo un'opinione, naturalmente.»
«Ma era viva?»
«Sanguinava.» Le mostro le macchie nere sul materasso. «E questo lo so
per certo, non è una mia opinione. C'era pressione sanguigna, ma non credo che fosse cosciente.»
«Meno male.» La Berger prende la macchina fotografica e comincia a
scattare. Mi accorgo che è esperta: deve aver frequentato dei corsi. Esce
dalla stanza e scatta foto su foto entrando, cercando di immortalare la tragica sequenza che le ho appena illustrato. «Chiederò a Escudero di venire a
fare qualche ripresa» mi informa.
«La polizia ha già un video.»
«Lo so» risponde, continuando a far scattare il flash. Non vuole il video
della polizia. Jaime Berger è una perfezionista: vuole che tutto sia fatto a
modo suo. «Mi piacerebbe riprendere lei che spiega tutto, ma non è possibile.»
Se lo facesse, la difesa avrebbe diritto di vedere la cassetta. Vedendo che
si astiene dal prendere qualsiasi appunto, capisco che non intende lasciare
che Rocky Caggiano metta le mani su niente - detto o scritto - a parte i referti. La sua cautela è estrema. Mi assalgono dubbi che faccio fatica a
prendere sul serio. Non riesco a capacitarmi del fatto che qualcuno sospetti
davvero che abbia ucciso io la donna il cui sangue è sparso tutto intorno a
noi.
Finiamo di esaminare la camera da letto e visitiamo le altre parti della
casa, che io avevo trascurato nel corso del mio precedente sopralluogo.
Avevo controllato solo l'armadietto dei medicinali nel bagno principale,
perché è mia abitudine farlo. È importante sapere che cosa prende la gente
per alleviare i propri malesseri: si capisce chi soffre di emicrania, di malattie mentali, o chi è ipocondriaco. So, per esempio, che Diane Bray prendeva soprattutto Valium e Ativan. Ne ho trovato centinaia di pasticche, nascoste in flaconi di Nuprin e Tylenol. Aveva anche del BuSpar. Alla Bray
piacevano i sedativi, aveva bisogno di conforto. Andiamo nella camera degli ospiti in fondo al corridoio. Non ci ho mai messo piede e non mi sorprende vedere che è una stanza poco usata. È quasi priva di mobili ed è ingombra di scatoloni che la Bray doveva ancora finire di aprire.
«Ha anche lei la sensazione che non intendesse fermarsi qui a lungo?»
Jaime Berger comincia a trattarmi come se facessi parte del suo team, come se fossi la sua assistente. «Io sì. Ed è strano, perché un vicecomandante
di polizia difficilmente si trattiene meno di qualche anno. Anche se fa una
carriera stratosferica.»
Do un'occhiata nel bagno e vedo che non ci sono né carta igienica né saponi. Ma quello che trovo nell'armadietto dei medicinali mi sorprende.
«Ex-Lax» annuncio. «Dieci scatole, come minimo.»
La Berger compare sulla porta. «Per la miseria» esclama. «Forse la no-
stra amica era bulimica.»
Spesso chi soffre di bulimia prende lassativi, dopo essersi ingozzato di
cibo. Alzo il coperchio del gabinetto e trovo tracce di vomito lungo il bordo e nella tazza. Il colore è rossastro. Diane Bray aveva mangiato una pizza prima di morire, ma il contenuto dello stomaco era scarso: c'erano solo
resti di carne macinata e verdura.
«Se uno vomita dopo aver mangiato e muore mezz'ora o un'ora più tardi,
ha lo stomaco completamente vuoto oppure no?» mi chiede Jaime Berger,
seguendo il filo dei miei pensieri.
«Avrebbe tracce di cibo sulle pareti dello stomaco.» Abbasso il coperchio del gabinetto. «Lo stomaco non è mai perfettamente vuoto o pulito, a
meno che non si digiuni e si bevano grandi quantità d'acqua. Oppure dopo
una lavanda gastrica o un'infusione ripetuta, per esempio per depurare l'organismo da un veleno.» Immagino come devono essere andate le cose, rivedo la scena come in un film. Quel bagno era la stanza dei segreti di Diane Bray, il luogo della vergogna. Non ci lasciava entrare nessuno, per non
essere scoperta. Chi soffre di disturbi dell'alimentazione vuole disperatamente nascondere i propri vergognosi rituali. Diane Bray era determinata a
non far scoprire che si rimpinzava di cibo per poi svuotarsi lo stomaco, e
forse la sua bulimia spiega perché c'erano così poche provviste in casa. Gli
psicofarmaci, probabilmente, le servivano a tenere sotto controllo l'ansia.
«Adesso capisco perché aveva tanta fretta che la Anderson andasse via»
dice Jaime Berger. «Voleva liberarsi di quello che aveva mangiato e voleva farlo da sola.»
«Di sicuro uno dei motivi era quello» rispondo. «I bulimici sono sopraffatti dal desiderio di eliminare il cibo dal proprio corpo al punto da non
sentire altro. Quindi è possibile che volesse restare da sola per vomitare.
Ed è possibile che fosse qui, nel bagno, quando Chandonne ha bussato alla
porta.»
«Quindi era particolarmente vulnerabile.» Jaime Berger fotografa i lassativi dentro l'armadietto dei medicinali.
«Sì. Deve essersi spaventata moltissimo, se era nel bel mezzo del proprio rituale. Probabilmente è entrata in paranoia e ha trascurato il pericolo.»
«Era confusa.» Si china a fotografare il gabinetto.
«Molto confusa.»
«Prima di tutto avrà cercato di finire di vomitare» ricostruisce la Berger.
«Poi sarà uscita di corsa chiudendo bene la porta e sarà andata ad aprire
credendo che fosse Rene Anderson, perché aveva bussato tre volte. Doveva essere irritata, magari ha spalancato la porta protestando e...» Fa un passo indietro, con una smorfia addolorata. «E a quel punto non ha avuto più
scampo.»
Lascia che le sue ultime parole aleggino fra noi. In silenzio, andiamo a
cercare la lavanderia. Jaime Berger sa che io posso capire che cosa significa aprire la porta pensando ad altro e trovarsi di fronte Chandonne, che
spunta dalle tenebre come una creatura infernale. Apre le ante dell'armadio
nel corridoio, poi, finalmente, trova la porta che conduce al garage. La lavanderia è lì sotto e mi sento stranamente a disagio, camminando sotto la
luce fredda delle lampadine che pendono dal soffitto. Non sono mai entrata
nel garage di Diane Bray e non ho mai visto la Jaguar rossa fiammante di
cui ho tanto sentito parlare. È assurdamente fuori posto in quello spazio
ingombro di roba. È una macchina vistosa, simbolo di quel potere cui la
Bray tanto ambiva. Mi tornano in mente le parole della Anderson, che si
lamentava perché lei la trattava come uno straccio e, fra le altre cose, la
mandava a lavare la macchina.
Dubito che Diane Bray abbia apportato qualche miglioria al garage, che
sembra impolverato, buio e spoglio da sempre. Deve averlo lasciato com'era quando ha comprato la casa. Gli attrezzi appesi al muro e la falciatrice
sono tutti arrugginiti. In un angolo ci sono alcuni pneumatici. Lavatrice e
asciugatrice sono vecchie e, sebbene la polizia le avrà di certo controllate,
non vedo nulla che lo dimostri. Sono entrambe piene di panni che evidentemente Diane Bray non aveva avuto il tempo o la voglia di tirare fuori. Le
mutande, gli asciugamani e i pantaloni nell'asciugatrice sono stropicciati e
mandano un cattivo odore. Le calze e la tuta da ginnastica nella lavatrice
sono ancora da lavare. Tiro fuori una maglietta della Speedo. «Andava in
palestra?» domando a Jaime Berger.
«Bella domanda. Vanitosa e ossessiva com'era, immagino che facesse
qualcosa per tenersi in forma.» Fruga tra la roba sporca ed estrae un paio di
slip macchiati di sangue. «A proposito di lavare i panni sporchi in famiglia» osserva con una smorfia. «Certe volte mi sento una guardona. Aveva avuto da poco le mestruazioni. Non che questo voglia dire molto.»
«Be'» la contraddico «potrebbe aver influito sul suo umore. Senza dubbio con la tensione premestruale la bulimia peggiorava e i cambiamenti di
umore potevano avere un effetto deleterio sul già fragile rapporto con la
Anderson.»
«È strano pensare che piccolezze come queste possono portare a una ca-
tastrofe.» Rimette gli slip nella lavatrice. «Una volta mi sono occupata di
un caso stranissimo. Un uomo lascia un momento la macchina in Bleeker
Street e si infila in un vicolo buio perché gli scappa la pipì. A un certo
punto passa un'automobile, i fari illuminano il vicolo e l'uomo si accorge
che la sta facendo su un cadavere tutto sporco di sangue e gli viene un infarto. Poco dopo un poliziotto vede la macchina in sosta vietata, entra nel
vicolo e si trova davanti un sudamericano pugnalato a morte e un signore
di una certa età, bianco, con il pisello di fuori, morto stecchito accanto
lui.» Va a lavarsi le mani. «Sapesse quanto c'è voluto per ricostruire la dinamica dei fatti!»
27
Finiamo il sopralluogo a casa della Bray alle nove e mezzo e, per quanto
sia stanca, non riesco nemmeno a prendere in considerazione l'idea di andare a dormire. Ho l'adrenalina alle stelle e mi sento lucida, frenetica. Non
lo ammetterei mai, con nessuno, ma lavorare con Jaime Berger mi piace.
Non le sfugge niente, e sono certa che non mi dice tutto quello che nota.
Mi incuriosisce. Ho assaggiato il frutto proibito di un lavoro diverso da
quello che la burocrazia mi impone e ho scoperto che mi diverte. Uso muscoli che di solito lascio inutilizzati perché vado oltre i limiti delle mie
competenze e Jaime Berger, che non è né gelosa del proprio territorio né
insicura, mi incoraggia. Forse lo faccio anche per guadagnarmi la sua stima. Mi ha conosciuta nel momento peggiore della mia vita, ora che sono
indagata per omicidio.
Restituisce la chiave a Eric Bray, il quale non ci fa domande: non vuole
sapere niente, desidera solo andare via.
«Come si sente?» mi chiede Jaime Berger, mentre risaliamo in macchina. «Regge bene?»
«Sì» rispondo.
Accende la luce interna e stringe gli occhi per leggere un Post-it sul cruscotto. Compone un numero sui telefono della macchina lasciando il viva
voce, così che sento il messaggio della sua segreteria telefonica. Digita il
codice per controllare quanti messaggi ha: otto. A quel punto prende la
cornetta, perché io non senta. Mi sembra strano che abbia voluto farmi sapere quanti messaggi aveva. Resto sola con i miei pensieri per qualche minuto, mentre lei guida con il telefono all'orecchio. Fa in fretta, sospetto che
sia impaziente come me e che cancelli i messaggi senza finire di ascoltarli,
se sono troppo verbosi. Segue Sulgrave Road ed entra in Windsor Farms
passando davanti a Virginia House e Agecroft Hall, due case Tudor inglesi
originali che alcuni ricchi abitanti di Richmond si erano fatti smontare
mattone per mattone e rimontare oltreoceano quando lì intorno era ancora
aperta campagna.
Ci avviciniamo alla guardiola di Lockgreen, dove abito io. Rita esce subito e io capisco dalla sua faccia che riconosce sia la Mercedes sia la sua
proprietaria: non è la prima volta che se le trova davanti. «Salve!» la saluta
Jaime Berger. «Sto accompagnando a casa la dottoressa Scarpetta.»
Rita si china a guardarmi dal finestrino. Sembra contenta di vedermi.
«Bentornata» dice, con un sospiro di sollievo. «Adesso non se ne va più,
spero. Ci è mancata, sa? Questi giorni non passa nessuno.»
«Torno domattina.» Sento ambiguità, paura, nel pronunciare quelle parole. «Buon Natale, Rita. Stasera lavoriamo tutti, eh?»
«Il dovere è dovere.»
Mi sento stringere il cuore dai sensi di colpa. È il primo Natale che non
ho un regalo per i custodi. Di solito faccio il pane o dei dolci, e comunque
porto qualcosa di buono a chi è costretto a stare nella guardiola invece che
con i propri cari. Dal mio silenzio, Jaime Berger capisce che sono preoccupata. «È importante che mi dica che cosa prova» sussurra. «Anche se so
che le riesce difficile e che va contro le sue abitudini.» Seguiamo la strada
lungo il fiume. «Peraltro, la capisco benissimo.»
«Stavo pensando che la morte violenta rende tutti egoisti» dico.
«È vero.»
«Provoca un dolore e una rabbia insopportabili» continuo. «Fa chiudere
in se stessi. Pensi che io faccio regolarmente analisi statistiche sui nostri
database e un giorno che cercavo il caso di una donna stuprata e uccisa
trovai tre persone con lo stesso cognome. Erano i suoi familiari: un fratello, morto di overdose a distanza di pochi anni dall'omicidio della sorella, il
padre, suicidatosi in seguito, la madre, morta in un incidente d'auto. Il nostro istituto, nell'ambito di un progetto di ricerca molto ambizioso, segue le
vicende dei familiari delle vittime. Divorziano, diventano tossicodipendenti, ricevono cure psichiatriche, perdono il lavoro, si trasferiscono...»
«La violenza è un veleno da cui è difficile disintossicarsi» commenta
Jaime Berger.
«Io sono stufa di essere egoista. Perché è così che mi sento» replico. «È
la vigilia di Natale e non ho fatto niente per nessuno, nemmeno per Rita,
che lavora giorno, notte e feste comandate per mantenere i figli. Be', non
mi piace affatto. Quell'uomo ha fatto del male a me e a tanti altri. E continua a fare del male. Abbiamo due casi di omicidio che hanno analogie
molto sospette: legami internazionali, tortura, armi, droga, lenzuola sparite...» La guardo. «Quando potremo mettere la parola fine?»
Si immette nel vialetto che porta a casa mia senza nemmeno far finta di
non sapere qual è. «Ci vorrà ancora del tempo» risponde.
Casa mia è completamente buia, come quella di Diane Bray. Qualcuno
ha spento tutte le luci, compresi i faretti discretamente nascosti fra alberi e
cespugli per illuminare il giardino in maniera sobria e non dare fastidio ai
vicini. Non mi sento a casa mia. Ho paura di entrare e vedere come l'hanno
ridotta Chandonne, la polizia, i tecnici della Scientifica. Rimango un momento seduta in macchina a guardare dal finestrino, con il cuore gonfio.
Sto male, sono arrabbiata. E profondamente offesa.
«Come sta?» mi domanda Jaime Berger, fissando casa mia.
«Come sto?» ripeto, amareggiata. «C'è un proverbio italiano che dice:
"Più si spende, peggio si mangia".» Scendo e sbatto la portiera.
Mi piace, quel proverbio: mi fa pensare alla campagna italiana, serena e
alla buona, dove si mangia bene con poco, senza tante complicazioni, semplicemente usando roba genuina, dove non esistono la fretta e le preoccupazioni inutili. I miei vicini pensano che io abiti in una fortezza dotata dei
più sofisticati impianti d'allarme. Per me, invece, è una casa colonica di
pietra grigia, con le persiane marroni che mi ricordano la rassicurante dolcezza dell'Italia da cui provengo. Mi dispiace soltanto di non aver rivestito
il tetto con i coppi, anziché con l'ardesia. Ma il colore rosso della terracotta
nuova mi sembrava troppo sgargiante e non ero riuscita a trovare niente
che mi soddisfacesse.
Mi sento distrutta nella mia essenza fondamentale. La mia vita ha perso
la sua semplice bellezza, la sua sicurezza. Tremo e le lacrime mi annebbiano la vista mentre salgo i gradini e arrivo sotto la lampada che
Chandonne ha messo fuori uso. L'aria della notte è pungente e le nuvole
hanno oscurato la luna. È di nuovo tempo da neve. Sbatto le palpebre e respiro profondamente per cercare di calmarmi, di non farmi travolgere dalle
emozioni. Jaime Berger ha la delicatezza di lasciarmi un attimo in pace e
rimane in disparte, mentre io infilo la chiave nella toppa ed entro nell'ingresso buio e freddo. Digito il codice per disattivare l'allarme e, nello stesso momento, mi viene la pelle d'oca. Accendo le luci e guardo esterrefatta
la chiave di acciaio Medeco che ho in mano. Ho il batticuore. No, non è
possibile! È pura follia, mi dico.
Jaime Berger mi raggiunge e si guarda intorno. I quadri sono storti, i
tappeti persiani sporchi e stropicciati, è tutto in disordine e nessuno ha
pensato di togliere la polvere usata per rilevare le impronte o di lavare i
pavimenti pieni di fango e pedate. Ma non è questo che mi turba. Jaime
Berger mi guarda, stupita della mia espressione.
«Che cosa c'è?» mi chiede, mentre si sbottona la pelliccia.
«Devo fare una telefonata» rispondo, impaziente.
Non le dico che cosa sto pensando. Non voglio farle sapere di che cosa
ho paura. Non le spiego che quando sono uscita di casa ho chiamato Marino dal cellulare pregandolo di raggiungermi il prima possibile.
«Tutto bene?» mi domanda Jaime Berger appena ritorno in casa e chiudo
la porta.
Non le rispondo. È ovvio che non va tutto bene. «Da dove intende cominciare?» le chiedo, ricordandole che siamo venute qui per lavorare.
Vuole che io ricostruisca con esattezza che cosa è successo la sera in cui
Chandonne ha cercato di ammazzarmi. Entriamo nel soggiorno e comincio
dal divano foderato di cotone bianco davanti al caminetto. Ero seduta lì,
venerdì sera, a fare un po' di conti, con il televisore acceso a volume bassissimo. I notiziari avvertivano la cittadinanza di prestare la massima attenzione al serial killer che si faceva chiamare "Le Loup-Garou", spiegando che si presumeva fosse affetto da una malattia genetica che lo rendeva
deforme e molto peloso. Ricordo che quella sera mi era sembrato assurdo
che il conduttore del telegiornale parlasse con estrema serietà di un individuo alto circa un metro e ottanta, con una strana dentatura e il corpo coperto di lungo pelo finissimo, raccomandando alla gente di non aprire la porta
agli sconosciuti.
«Verso le undici, credo, mi sono sintonizzata sulla Nbc per sentire le ultime notizie e in quel momento è scattato l'allarme» racconto alla Berger.
«Ho controllato il display e ho visto che la zona in questione era quella del
garage. Quando mi hanno chiamata dalla centrale, ho chiesto l'intervento
della polizia perché non sapevo che cosa fosse successo.»
«Dunque il suo antifurto comprende anche il garage» dice la Berger.
«Come mai proprio il garage? Perché, secondo lei, ha cercato di entrare da
lì?»
«Voleva far scattare l'allarme perché io chiamassi la polizia» ripeto.
«Perché io aprissi la porta agli agenti, li facessi entrare e lui potesse farsi
passare per uno di loro non appena andavano via. Indipendentemente da
quello che dicono gli altri, o che ha detto lui quando lei l'ha interrogato,
parlava inglese senza il minimo accento straniero.»
«Non parlava come nella videocassetta?»
«No. Assolutamente.»
«Quando ha visto la videocassetta, non ha riconosciuto la voce?»
«No» ribadisco.
«Allora lei pensa che non volesse entrare dal garage, ma semplicemente
far scattare l'allarme» insiste Jaime Berger, senza prendere appunti come
sua abitudine.
«Sì, è quello che penso.»
«Ma come faceva a sapere che il garage aveva l'antifurto?» mi sonda. «È
abbastanza insolito, no? Nella maggior parte delle case l'impianto non si
estende anche al garage.»
«Non so come facesse a saperlo. Non so neanche se lo sapesse.»
«Avrebbe potuto forzare la porta di servizio, per esempio. Così sarebbe
stato certo di far scattare l'allarme, sempre che lei lo avesse inserito. E che
lei l'avesse inserito era prevedibile: è una donna con la testa sul collo e sapeva che c'era un serial killer in circolazione.»
«Non so che cosa avesse in mente» rispondo.
Jaime Berger passeggia avanti e indietro e si ferma davanti al caminetto
di pietra, scuro e vuoto, che fa sembrare la casa trascurata e poco vissuta
come quella di Diane Bray. Mi punta contro l'indice: «Invece lo sa, che cosa aveva in mente» mi sfida. «Come lui stava raccogliendo informazioni su
di lei per capire il suo modo di pensare e di reagire, così stava facendo lei.
Lei lo conosceva perché aveva visto le ferite che infliggeva alle sue vittime, comunicava con lui attraverso i cadaveri delle sue donne, gli scempi
che provocava, le cose che aveva scoperto in Francia.»
28
Il mio divano bianco italiano è macchiato di formalina e i cuscini sono
pieni di impronte che forse ho lasciato io quando ci sono saltata sopra per
sfuggire a Chandonne. Non mi ci siederò mai più. Non vedo l'ora di farlo
portare via. Mi accomodo sul bordo di una poltrona.
«Devo sapere come smontare le sue menzogne al processo» continua
Jaime Berger fissandomi con il suo sguardo intenso. «E posso farlo solo se
lei mi aiuta. Lei può dirmi che uomo è Jean-Baptiste Chandonne. Lei è l'unica che può farmelo conoscere veramente, Kay.» Si siede sul focolare e
alza le braccia con gesto teatrale. «Chi è Jean-Baptiste Chandonne? Perché
ha scelto il garage? Che cos'ha di tanto speciale il suo garage?»
Ci penso su un attimo. «Non so assolutamente che cosa potesse avere di
speciale per lui.»
«Ya bene. Allora mi dica che cos'ha di speciale per lei.»
«È lì che tengo i vestiti che uso quando vado a fare un sopralluogo.»
Cerco di immaginare che cosa può esserci di speciale, nel mio garage. «Ci
sono una lavatrice industriale e un'asciugatrice elettrica. Non entro mai in
casa con i vestiti che ho indossato per esaminare un cadavere e quindi utilizzo il garage come spogliatoio.»
Negli occhi di Jaime Berger compare una luce strana, come se avesse
avuto un'illuminazione o avesse fatto un collegamento importante. Si alza.
«Mi faccia vedere» dice.
Accendo la luce in cucina ed entriamo nello sgabuzzino da cui si accede
al garage attraverso una porta.
«Il suo spogliatoio privato» osserva.
Accendo la luce e mi si stringe il cuore nel vedere che il garage è vuoto
e la mia Mercedes non c'è.
«Dov'è la mia macchina?» domando. Controllo scaffali e armadietti, il
grande guardaroba di legno con uno speciale sistema di ventilazione, i miei
attrezzi ben ordinati, i sacchi di concime e di terriccio, la lavatrice, l'asciugatrice e il grande lavandino di acciaio. «Non mi ha avvertita nessuno.
Nessuno mi ha detto che la portavano via.» Le lancio un'occhiata piena di
accuse, sfiduciata. Ma, o recita benissimo, oppure non ne sapeva niente
neanche lei. Vado al centro del garage e mi guardo intorno come alla ricerca di qualcosa che mi spieghi dov è finita la mia auto. Sabato, quando mi
sono trasferita da Anna, era ancora lì. Da allora, non l'ho più vista. Non
sono più tornata a casa mia. Jaime Berger c'è stata, invece. «Quando è venuta l'ultima volta, la mia macchina c'era ancora? A proposito, quante volte è venuta?» Già che ci sono, le chiedo anche questo.
Passeggia avanti e indietro, si accuccia davanti al portellone ed esamina
le striature che riteniamo siano state provocate da Chandonne nel tentativo
di forzarlo con qualche attrezzo. «Può aprirlo, per favore?» È cupa.
Premo il bottone sul muro che comanda l'apertura del portellone. La
temperatura si abbassa di colpo.
«No, quando sono venuta io la macchina non c'era» mi risponde tirandosi su. «Non l'ho mai vista. Date le circostanze, può immaginare dove
si trova» aggiunge.
La notte riempie il garage vuoto. La raggiungo. «Sotto sequestro, immagino» sussurro. «Oh, Gesù!»
Annuisce. «Prima o poi finirà anche questa.» Si volta verso di me e le
leggo negli occhi un'incertezza che non avevo mai visto prima: Jaime Berger è in difficoltà. Forse mi illudo, ma ho la sensazione che le dispiaccia
per me.
«E adesso?» mi lamento, guardandomi intorno come se fosse la prima
volta che entro nel mio garage. «Come faccio, senza la mia auto?»
«L'allarme scatta intorno alle undici di venerdì sera» riprende la Berger.
È di nuovo professionale, attenta e severa, concentrata sul proprio compito, ovvero ricostruire la sera della mia aggressione. «Arrivano gli agenti,
lei li accompagna qui e trovate il portellone sollevato di una quindicina di
centimetri.» Evidentemente ha letto il verbale dell'incidente. «Nevicava e
c'erano impronte all'esterno del garage.» Esce e io la seguo. «Erano spolverate di neve, ma si vedeva che portavano ai margini del giardino e quindi
sulla strada.»
Caria è fredda e siamo tutt'e due senza cappotto. Alzo gli occhi verso il
cielo cupo e mi sento arrivare sul viso gelidi fiocchi. Ha ricominciato a nevicare. L'inverno è come un emofiliaco, non si ferma più. Le luci nelle case dei miei vicini brillano fra le magnolie e gli alberi spogli e mi chiedo se
la pace di Lockgreen non sia per sempre perduta. Chandonne ha rovinato
la vita anche ai suoi abitanti. Non mi sorprenderei, se qualcuno decidesse
di trasferirsi.
«Si ricorda dov'erano le impronte?» mi domanda la Berger.
Glielo mostro. Seguo il vialetto fino al lato della casa e taglio verso la
strada.
«Da che parte andavano?» Alza gli occhi verso la strada vuota e scura.
«Non si capiva» rispondo. «Nevicava e si perdevano fra le tracce dei
pneumatici. Non sappiamo da che parte sia fuggito. Io non sono rimasta
fuori a lungo, comunque. È meglio che chieda alla polizia.» Penso a Marino. Perché non si sbriga? Rivado con la mente al motivo per cui l'ho chiamato e mi viene di nuovo la pelle d'oca. Guardo intorno le case dei miei
vicini. Ho imparato a interpretare il mio quartiere e dalle finestre illuminate, dalle auto nei giardini e dai giornali sulla porta capisco chi è in
casa e chi spesso è fuori. Molti di quelli che vivono qui sono in pensione e
trascorrono l'inverno in Florida e l'estate al fresco. Non ho mai fatto amicizia con nessuno dei miei vicini, mi sono limitata a salutarli con un cenno
della mano quando li incontravo.
Jaime Berger si stringe nelle spalle e torna infreddolita verso il garage. Il
respiro le si condensa nell'aria gelida della notte. Mi viene in mente quando Lucy, le prime volte che veniva a trovarmi da Miami, arrotolava un foglio di carta e faceva finta di fumare, picchiettando via la cenere e buttando fuori il fumo, ignara del fatto che io la guardavo dalla finestra. «Torniamo a lunedì 6 dicembre» mi dice Jaime Berger camminando. «Il giorno
in cui fu ritrovato in un container nel porto di Richmond il cadavere di un
uomo che riteniamo fosse Thomas Chandonne, ucciso dal fratello JeanBaptiste. Mi racconti che cosa successe esattamente quel lunedì.»
«Mi avvertirono che era stato ritrovato un corpo» comincio.
«Chi fu ad avvertirla?»
«Prima Marino e poi, pochi minuti dopo, Jack Fielding, il mio vice. Dissi che sarei andata io a esaminarlo.»
«Come mai?» mi interrompe. «Lei è il capo dell'Istituto di medicina legale dello Stato. Perché dovrebbe muoversi lei per andare a esaminare un
cadavere in avanzata decomposizione in una mattina particolarmente tiepida? Poteva farci andare Fielding o qualcun altro.»
«Sì, certo.»
«E perché non l'ha fatto?»
«Avevo capito che sarebbe stato un caso complicato. Il container era a
bordo di una nave proveniente dal Belgio ed era probabile che il cadavere
fosse stato nascosto lì prima che la nave salpasse, con le complicazioni internazionali che ne conseguono. Tendo a occuparmi personalmente dei casi più difficili che suscitano particolare attenzione.»
«Perché le piace la pubblicità?»
«No, perché la detesto.»
Siamo dentro il garage e abbiamo freddo tutt'e due. Chiudo la porta.
«Non è che voleva occuparsi lei del caso perché aveva avuto una mattinata difficile?» mi chiede avvicinandosi al guardaroba. «Posso?» Le rispondo di aprire pure tutto quello che vuole, stupendomi che sappia tante
cose di me.
Era stato un lunedì nero. Quella mattina era venuto a trovarmi il senatore
Frank Lord, presidente della commissione giustizia nonché mio vecchio
amico, per recapitarmi una lettera che mi aveva scritto Benton e di cui non
sapevo niente. Non mi aveva mai sfiorata l'idea che qualche anno prima,
mentre era in vacanza sul lago Michigan, mi avesse scritto una lettera e
chiesto al senatore Lord di farmela avere dopo la sua morte. Mi ricordo
che quella mattina, quando Lord mi mise in mano la busta, riconobbi subi-
to la scrittura. Non penso che potrò mai scordare lo choc. Ero sconvolta e
il dolore mi aveva assalita con la violenza e l'intensità che Benton aveva
previsto e voluto. Fine psicologo sino all'ultimo, sapeva benissimo come
avrei reagito se gli fosse successo qualcosa e voleva costringermi ad affrontare il dolore, anziché fare finta che non ci fosse.
«Come fa a sapere della lettera?» chiedo confusa a Jaime Berger.
Sta osservando tute, stivali, pesanti guanti di pelle, pantacolìant, calze e
scarpe da tennis dentro il guardaroba. «La prego di avere pazienza e di limitarsi a rispondere alle mie domande, Kay» mi dice in tono quasi dolce.
«Le risponderò dopo.»
Non mi sta bene. «Che importanza ha quella lettera?»
«Non lo so. Ma mi serve per capire in che stato d'animo era.»
Aspetta un momento perché io comprenda il significato di quello che mi
ha appena detto. Rocky Caggiano punterà tutto sul mio stato d'animo, al
processo. Ma anche qui, anche adesso, tanti dubitano che io fossi nelle
condizioni ideali per fare il mio lavoro.
«Supponiamo che la difesa sappia tutto quello che so io» aggiunge.
Annuisco.
«Lei riceve questa lettera inaspettata. Da Benton.» Si ferma e assume un'espressione comprensiva. «Devo dirle che...» Evita il mio sguardo. «Sarei rimasta sconvolta anch'io. Mi dispiace per quello che ha passato.» Alza
gli occhi. Lo fa apposta perché io mi fidi di lei? «A un anno dalla sua morte, Benton le dice che non ha elaborato il lutto, che ha eluso il dolore senza
affrontarlo.»
«Lei non può aver letto quella lettera.» Sono sbigottita, avvilita. «È
chiusa in una cassaforte. Come fa a sapere che cosa c'è scritto?»
«L'ha fatta leggere a delle persone, Kay» mi risponde tranquilla.
Mi rendo conto con quel briciolo di obiettività che mi è rimasto che, se
non ha già parlato con tutti quelli che mi conoscono, compresi Lucy e Marino, lo farà presto. È suo preciso dovere, del resto. Sarebbe stupida e superficiale, se non lo facesse. «Il 6 dicembre» riprende. «Benton l'aveva
scritta il 6 dicembre 1996 e aveva chiesto al senatore Lord di recapitargliela il 6 dicembre dell'anno successivo alla sua morte. Che cos'ha di speciale il 6 dicembre?»
Sono titubante.
«Sia forte, Kay» mi incoraggia Jaime Berger. «Non abbia paura.»
«Non so se il 6 dicembre sia una data speciale, ma nella lettera Benton
diceva che, sapendo che per me le feste sono un periodo difficile, voleva
che la ricevessi prima di Natale» rispondo.
«Natale è difficile, per lei?»
«Non lo è per tutti?»
Resta in silenzio. Dopo un po' mi chiede: «Quando ebbe inizio la relazione fra lei e Benton?».
«In autunno. Molti anni fa.»
«Okay. In autunno cominciaste ad avere rapporti sessuali.» Lo dice come se io facessi finta di non vedere la realtà. «Lui era ancora sposato,
quando iniziaste a stare insieme.»
«Sì.»
«Okay. Il 6 dicembre lei ricevette la lettera e la mattina stessa andò a esaminare il cadavere nel porto. Poi tornò direttamente a casa. Mi dica che
cosa fa, quando torna a casa subito dopo aver esaminato un cadavere.»
«Avevo messo i vestiti nel bagagliaio in due sacchetti di plastica, uno
dentro l'altro» spiego. «Erano una tuta e un paio di scarpe da ginnastica.»
Fisso lo spazio vuoto dove dovrebbe esserci la mia automobile. «Infilai la
tuta in lavatrice e le scarpe nel lavandino pieno di acqua bollente e disinfettante.» Le mostro le scarpe, che sono ancora sulla mensola dove le avevo posate ad asciugare più di due settimane fa.
«E poi?» Si avvicina a lavatrice e asciugatrice.
«Mi spogliai» le racconto «e buttai tutto nella lavatrice, la misi in funzione e corsi in casa.»
«Nuda.»
«Sì. Andai subito sotto la doccia. Faccio sempre così, quando torno direttamente a casa dopo un sopralluogo» concludo.
Jaime Berger è molto interessata. Evidentemente ha una sua teoria, che
io non conosco. Mi sento a disagio, vulnerabile. «Mi chiedo se lui, in qualche modo, lo sapeva» riflette.
«Se lo sapeva? Mi scusi, ma preferirei tornare in casa» le dico. «Sto gelando.»
«Se sapeva che cosa faceva quando tornava a casa dopo un sopralluogo»
insiste. «Se gli interessava il garage perché era lì che lei si spogliava. Se
non voleva soltanto far scattare l'allarme, ma proprio entrare. Perché nel
garage lei si toglie gli abiti che indossa quando esamina un cadavere e, nel
caso specifico, si trattava di una sua vittima. Nel garage è stata nuda e vulnerabile, anche se solo per un momento.» Mi segue dentro casa e aspetta
che chiuda la porta. «Magari quel pensiero lo eccitava.»
«Non vedo come potesse sapere che cosa faccio io nel mio garage» con-
trobatto. «Non mi ha mai visto.»
Jaime Berger mi guarda con espressione scettica. «Potrebbe metterci la
mano sul fuoco? È sicura al cento per cento che quel lunedì non l'ha seguita fino a casa? Sappiamo che Chandonne è stato al porto, visto che è arrivato a Richmond via mare. Si era imbarcato sulla Sirius, dove lavorava
come cuoco, coperto con la divisa bianca, si rasava le parti visibili del corpo e restava il più possibile in cambusa, per conto suo. Non è questa l'ipotesi più accreditata? Io di certo non credo a quello che ci ha raccontato lui
e cioè che rubò un portafoglio contenente un passaporto e un biglietto aereo.»
«Si ritiene che sia arrivato insieme con il cadavere del fratello» rispondo.
«Quindi, probabilmente era ancora a bordo quando è stato scoperto e ha
visto il movimento intorno al container. Di sicuro non si sarà voluto perdere lo spettacolo! A certi criminali piace un sacco guardarci mentre ci affanniamo a capire che cosa hanno combinato.»
«Ma come potrebbe avermi seguito?» Se ci penso, non mi ci raccapezzo.
«Come ha ratto? In macchina?»
«Magari guida» mi risponde. «Io sto cominciando a prendere in considerazione la possibilità che Chandonne non fosse la creatura solitaria e reclusa piovuta qui come dal cielo. Non so bene come, ma sospetto che il
suo arrivo a Richmond facesse parte di un piano più vasto, che potrebbe
essere legato alle attività criminose di suo padre. E magari anche a Diane
Bray, visto che anche lei era nel giro. Non dimentichiamo che adesso abbiamo altri due morti ammazzati, uno dei quali era sicuramente coinvolto
nella malavita organizzata e faceva il killer di professione, e l'altro era un
agente dell'Fbi che indagava su un traffico di armi. Se i peli ritrovati nel
campeggio risultano davvero i suoi, non potremo continuare a far finta che
Jean-Baptiste Chandonne sia il mostro che ha ucciso il fratello e preso il
suo posto a bordo di una nave casualmente diretta a Richmond per scappare da Parigi, dove la sua abitudine di massacrare donne stava diventando
troppo ingombrante per la potente famiglia di mafiosi, salvo poi ricadere
nel vizio una volta qui. Le pare?» Si appoggia al bancone della cucina. «Ci
sono troppe coincidenze. Come è arrivato al motel, se non aveva un'automobile? Sempre che quei peli siano suoi» ripete.
Mi siedo. Il mio garage non ha finestre, ma sul portellone ci sono delle
piccole aperture per far entrare la luce. È possibile che Chandonne mi abbia seguita fino a casa e mi abbia spiata da lì, mentre mi spogliavo e met-
tevo a lavare la roba. Forse qualcuno lo ha aiutato a trovare la casa, momentaneamente disabitata, sul lungofiume. Forse Jaime Berger ha ragione:
non è solo e non lo è mai stato. È quasi mezzanotte, è quasi Natale e Marino non è ancora arrivato. Ho la sensazione che Jaime Berger potrebbe andare avanti così fino a domattina.
«Scatta l'allarme» riprende. «Arrivano due poliziotti, poi se ne vanno e
lei ritorna nel soggiorno.» Mi fa segno di seguirla di là. «Dove si è seduta?»
«Sul divano.»
«Okay. Era mezzanotte e lei faceva i conti, con il televisore acceso. E
poi?»
«Sento bussare alla porta.»
«Come?»
«Non con le nocche. Con qualcosa di duro.» Cerco di ricordare ogni dettaglio. «Una torcia elettrica o uno sfollagente. Come bussano di solito i poliziotti. Mi alzo e chiedo chi è. Mi pare, almeno: non ne sono sicurissima.
Comunque, una voce maschile mi spiega che è la polizia. Da una segnalazione risulta che un individuo sospetto si aggira nei pressi di casa mia.
Vuole sapere se è tutto a posto.»
«E lei ci crede, perché un'ora prima hanno provato a forzarle la porta del
garage.»
«Esatto.» Annuisco. «Spengo l'allarme, apro la porta e me lo trovo davanti» aggiungo, come se parlassi di uno scherzo di carnevale e non di un
mostro assassino.
«Mi faccia vedere.»
Attraverso il soggiorno, passo nella sala da pranzo e arrivo all'ingresso.
Apro la porta e il solo fatto di ripetere la terribile scena in cui ho rischiato
di perdere la vita mi fa star male: mi viene da vomitare, mi tremano le mani. La luce esterna è ancora spenta, perché la polizia ha tolto lampadina e
plafoniera per mandarle in laboratorio alla ricerca di impronte digitali. Non
le hanno rimpiazzate e dalla tettoia penzolano i fili scoperti. Jaime Berger
aspetta pazientemente che io vada avanti. «Lui entra» le spiego «e chiude
la porta con un calcio.» Chiudo anch'io. «Ha un cappotto nero e cerca di
gettarmelo sulla testa.»
«Ce l'ha addosso o in mano?»
«Addosso. Se lo toglie entrando.» Sono immobile. «E cerca di toccarmi.»
«Come, cerca di toccarla?» mi chiede aggrottando la fronte. «Con il
martelletto?»
«Con la mano. Ha allungato il braccio e mi ha sfiorato la guancia con la
mano pelosa.»
«E lei è rimasta lì? Mentre lui cercava di toccarla?»
«È successo tutto in fretta» spiego. «Molto in fretta» ripeto. «Non sono
sicura. So solo che ha cercato di accarezzarmi, si è tolto il cappotto e ha
tentato di buttarmelo sulla testa. E io sono scappata via.»
«E il martelletto?»
«L'aveva in mano. Cioè, non ne sono sicura. Forse l'ha tirato fuori dopo.
So che lo brandiva quando eravamo nel soggiorno.»
«Subito no? Quando è entrato non lo brandiva? È sicura di questo?» Mi
incalza.
Mi sforzo di ricordare, di rivedere la scena. «Sì, subito non lo brandiva»
decido. «Prima ha cercato di accarezzarmi la guancia, poi di bloccarmi con
il cappotto. Il martelletto lo ha tirato fuori dopo.»
«Mi fa vedere che cos'ha fatto lei?» mi domanda.
«Quando sono scappata?»
«Sì.»
«Non credo di farcela. Non ho abbastanza adrenalina in corpo per correre come ho fatto quella sera. Non ho abbastanza paura.»
«Kay, per favore, ci provi.»
Vengo via dall'ingresso, passo nella sala da pranzo e torno nel soggiorno. Davanti a me c'è il tavolino che ho scovato in un negozio meraviglioso
di Katonah, a New York. Come si chiamava? Antipodes? Il legno dorato
ha i riflessi del miele. Cerco di non notare che è pieno di polvere nera e
che qualcuno ci ha lasciato sopra un bicchiere di plastica. «Il barattolo di
formalina era qui, in questo angolo» le spiego.
«E perché era lì?»
«Perché conteneva un tatuaggio. Quello che avevo asportato dalla schiena del cadavere che riteniamo essere di Thomas Chandonne.»
«La difesa vorrà sapere come mai lei aveva in casa un lembo di pelle
umana, Kay.»
«Naturale. Me l'hanno già chiesto tutti.» Mi irrito. «Quel tatuaggio era
importante e non riuscivamo a capire che cosa raffigurasse, non soltanto
perché il cadavere era in avanzato stato di decomposizione e quindi si vedeva poco, ma anche perché, come poi abbiamo scoperto, si trattava in realtà di due tatuaggi uno sopra l'altro. Era fondamentale capire che cosa
fosse il primo, quello che si era cercato di nascondere con il secondo.»
«Erano due tondini gialli, trasformati poi in occhi di gufo» dice la Berger. «Tutti i membri del clan Chandonne hanno due tondini gialli tatuati
sul corpo.»
«Me lo hanno detto all'Interpol» replico. Mi rendo conto che ha passato
molto tempo con Jay Talley. «Thomas stava fregando il clan, conduceva
affari in proprio, mandava le navi con armi e droga dove voleva lui, falsificava le polizze di carico. A un certo punto pare che la famiglia se ne sia
accorta e che lui abbia cercato di trasformare il tatuaggio in un gufo e abbia cominciato a usare nomi falsi ben sapendo che, se la sua famiglia l'avesse preso, l'avrebbe ammazzato.» È la teoria che mi ha raccontato Jay
Talley a Lione.
«Interessante.» Si porta un dito alle labbra e si guarda intorno. «Come
poi è successo, peraltro. L'ha ammazzato il fratello. Senta, ma perché si è
portata a casa quel barattolo di formalina? Me lo spiega di nuovo?»
«Non c'è un motivo preciso, a dire la verità. Semplicemente, avevo fatto
vedere il tatuaggio a un esperto in un laboratorio a Petersburg. Da lì sono
tornata direttamente a casa e ho lasciato il barattolo nel mio studio. Per pura combinazione, la sera in cui lui venne qui...»
«Jean-Baptiste Chandonne?»
«Sì, lui. Quella sera avevo portato il barattolo in soggiorno per guardarlo
meglio, fra le altre cose che dovevo fare, e l'avevo lasciato lì. Quando cercavo di sfuggirgli e lui mi inseguiva impugnando il martelletto, presa dal
panico ho visto il barattolo e automaticamente l'ho afferrato, sono saltata
sul divano, ho tolto il coperchio e gli ho gettato la formalina in faccia.»
«Il suo è stato un riflesso automatico, dettato dalla paura, perché sa
quanto è caustica la formalina.»
«La maneggio tutti i gioini, non posso non saperlo. Fa molto male anche
solo aspirarne i fumi, e stiamo tutti attenti a evitare il contatto accidentale»
spiego, rendendomi conto che al gran giurì sembrerà un discorso falso, incredibile, bizzarro al limite del grottesco.
«Gliene è mai arrivata una goccia negli occhi?» mi chiede Jaime Berger.
«O da qualche altra parte?»
«No, grazie a Dio.»
«Che cosa è successo dopo che lei gliel'ha gettata in faccia?»
«Sono corsa via. Uscendo, ho preso la Glock che avevo lasciato sul tavolo della sala da pranzo e mi sono precipitata fuori, ma sono scivolata sui
gradini ghiacciati e mi sono fratturata il braccio.» Alzo l'ingessatura per
fargliela vedere.
«E lui cosa faceva, nel frattempo?»
«Mi è corso dietro.»
«Subito?»
«Mi pare di sì.»
Jaime Berger gira intorno al divano e si ferma nel punto in cui la formalina ha corroso il parquet di rovere. Osserva le macchie scolorite: gli
schizzi arrivano quasi alla porta della cucina. Fino a quel momento non ci
avevo pensato. Ricordo solo le grida, le sue urla di dolore, le mani sugli
occhi. La Berger è sulla porta che guarda in cucina. La raggiungo e mi
chiedo che cosa abbia catturato la sua attenzione.
«Devo dire, anche se non c'entra niente, che non ho mai visto una cucina
così bella» commenta.
La cucina è il cuore della mia casa. Al centro c'è una grande stufa Thirode, a cui sono appese casseruole e pentole di rame lucente. Dispone di due
forni, grill, spiedo, bollitore, due piastre elettriche, fornelli a gas e lo spazio per cuocere i pentoloni di minestra di verdura che mi piace tanto fare.
Gli elettrodomestici sono tutti in acciaio inossidabile, compresi frigorifero
e congelatore. Sotto le mensole su cui sono allineati i barattoli delle spezie
c'è un enorme tagliere di legno, da macellaio. In un angolo, sul pavimento
di rovere, c'è un cestello per tenere al fresco le bottiglie di vino e davanti
alla finestra un tavolo da cui si gode la vista del James River.
«Professionale» commenta Jaime Berger a bassa voce, osservando una
cucina che, effettivamente, mi riempie di orgoglio. «Fatta per essere usata,
ma da una persona che ama le cose belle. Ho sentito dire che lei è un'ottima cuoca.»
«Mi piace molto cucinare. Lo trovo rilassante.»
«Come fa ad avere tanti soldi?» mi chiede sfacciatamente.
«Sono una donna parsimoniosa» rispondo fredda. Non mi piace parlare
di denaro. «Ho avuto fortuna con certi investimenti. Molta fortuna.»
«Dunque è anche un'ottima donna d'affari» osserva.
«Be', ci provo. Quando Benton è morto, mi ha lasciato la sua casa di Hilton Head.» Dopo un attimo di silenzio aggiungo: «L'ho venduta, perché
non potevo nemmeno pensare di rimetterci piede». Resto zitta un momento, poi le dico: «Per più di seicentomila dollari».
«Capisco. E quello che cos'è?» Indica il macinacaffè che mi sono fatta
mandare dall'Italia.
Glielo spiego.
«Be', quando sarà tutto finito, mi inviterà una sera a cena? Gira voce che
la sua specialità sia la cucina italiana.»
«Sì, di solito cucino piatti italiani.» Ma che voci girano? Ho l'impressione che Jaime Berger sappia tutto di me. «Pensa che possa essere entrato in
cucina a sciacquarsi la faccia?» mi domanda.
«Non ne ho la più pallida idea. Tutto quello che le so dire è che sono
corsa fuori, sono scivolata per le scale e, quando ho alzato la testa, l'ho visto che usciva dalla porta barcollando. È sceso gridando, si è buttato per
terra e ha cominciato a fregarsi la neve sulla faccia.»
«Per togliersi la formalina dagli occhi. È oleosa, vero? Difficile da
sciacquare?»
«Sì, non credo che sia facile» rispondo. «Ci vuole abbondante acqua tiepida.»
«Lei non gliel'ha offerta? Non ha fatto nulla per aiutarlo?»
La guardo negli occhi. «Ma scherza?» dico. «Che cosa avrebbe fatto lei,
al mio posto?» Mi sento invadere dalla rabbia. «Vuole che mi metta a fare
la crocerossina dopo che quel figlio di puttana ha cercato di spaccarmi la
testa?»
«Glielo chiederanno, al processo» mi risponde senza scomporsi. «Comunque no, io non credo che l'avrei aiutato, in confidenza. Allora, siamo
nel giardino davanti a casa sua.»
«Mi sono dimenticata di dirle che ho premuto il pulsante dell'allarme,
prima di correre fuori casa» mi torna in mente.
«Ha afferrato il barattolo di formalina, è andata a prendere la pistola, ha
premuto il pulsante dell'allarme: ha avuto una grande presenza di spirito,
non le pare?» osserva. «Comunque, siete nel giardino, davanti a casa. Arriva Lucy e lei la dissuade dallo sparargli a sangue freddo. Poi arrivano polizia e Atf. Fine della storia.»
«Quanto vorrei che fosse stata davvero la fine della storia!» brontolo.
«Il martelletto» riprende la Berger. «Lei sapeva che l'arma di Chandonne
era un martelletto da muratore perché era andata dal ferramenta e si era
guardata in giro finché non aveva trovato qualcosa che potesse lasciare dei
segni come quelli che aveva visto sul cadavere di Diane Bray. Giusto?»
«Non è stato facile» replico. «Sapevo che Diane Bray era stata colpita
con due superfici diverse. Una più appuntita e l'altra più squadrata. Si capiva da alcune fratture nel cranio e dalle macchie di sangue lasciate sul
materasso da quella che presumevo fosse l'arma del delitto. E che poteva
essere un martello, una gravina, ma con alcune particolarità. Così mi sono
guardata in giro, ho chiesto al commesso.»
«E quando è venuto a casa sua, Chandonne aveva il martelletto, forse
nascosto sotto il cappotto, e ha cercato di colpirla con quello.» Lo dice
spassionatamente, oggettivamente.
«Sì.»
«Dunque, c'erano due martelletti a casa sua: quello che aveva comprato
lei dal ferramenta dopo l'omicidio di Diane Bray e quello che Chandonne
aveva portato con sé.»
«Sì.» Le sue parole mi lasciano sbigottita. «Ma certo! Ho comprato il
martelletto dopo l'omicidio di Diane Bray, non prima!» Sono talmente
confusa da quello che è successo, dalla successione temporale, da tutto
quanto... «Adesso mi viene in mente! La data sulla ricevuta...» Mi manca
la voce. Mi ricordo che ho pagato in contanti, perché era una cifra bassa.
Cinque dollari o giù di lì. Non ho ricevute, ne sono abbastanza sicura. Mi
gira la testa. Jaime Berger ha sempre saputo ciò che io avevo scordato e
cioè che non ho comprato il martelletto prima che la Berger fosse ammazzata, ma esattamente il giorno dopo. Purtroppo, però, non lo posso dimostrare, a meno che il commesso che mi ha servita non sia in grado di esibire il rotolo del registratore di cassa e dichiari sotto giuramento che a
comprare quel martelletto da muratore sono stata proprio io.
«Adesso ne è sparito uno. Quello che ha comprato lei» continua Jaime
Berger, mentre io penso a mille cose contemporaneamente. Le dico che
non so che cosa ha trovato la polizia.
«Eppure era presente, quando le hanno perquisito la casa. Non era lì anche lei?» mi domanda.
«Mi hanno chiesto di fargli vedere delle cose e l'ho fatto. Ho risposto alle loro domande. Sono andata via sabato sera, ma non ho visto tutto quello
che hanno fatto o cosa hanno preso. E comunque, quando sono partita, non
avevano ancora finito. Non so neppure quanto tempo siano stati in casa
mia o quante volte ci siano venuti.» Lo dico con una punta di collera e lei
se ne accorge. «Santo cielo, io non avevo ancora il martelletto, quando
Diane Bray è stata uccisa! Mi sono confusa perché l'ho comprato il giorno
in cui è stato ritrovato il cadavere, non il giorno dell'omicidio. È morta la
sera, ma l'hanno ritrovata la mattina dopo.» Non riesco più a seguire un filo logico.
«Mi scusi se glielo dico ma, indipendentemente da quando lei ha comprato il martelletto, non dimentichiamo che a casa sua ne è stato ritrovato
uno solo: quello sporco del sangue di Diane Bray» puntualizza. «A proposito, a che cosa serve, esattamente?»
«Si usa nell'edilizia. Per i mattoni, l'ardesia, la pietra.»
«Anche per i tetti? Si pensa che Chandonne l'abbia trovato nella casa in
cui si era nascosto, vero? Quella che stavano ristrutturando.» Non perde un
colpo.
«Sì, è possibile.»
«Anche casa sua è di pietra e ha il tetto d'ardesia» mi fa notare. «Ha seguito da vicino i lavori, quando l'ha fatta costruire? Lei mi sembra una perfezionista, una che vuole tenere tutto sotto controllo.»
«È da sciocchi farsi costruire una casa e non seguire i lavori» rispondo.
«Mi chiedo se gli operai che le hanno fatto il tetto usavano quel tipo di
martello. Può darsi che l'abbia visto lì la prima volta, durante i lavori?»
«Non me lo ricordo, ma non posso escluderlo.»
«Non ne ha mai avuto uno prima di andare da Pleasant Hardware la sera
del 17 dicembre, esattamente due settimane fa, circa ventiquattr'ore dopo
la morte di Diane Bray?»
«No. Non ne ho mai avuto uno prima. Non che io sappia.»
«A che ora è andata dal ferramenta?» mi chiede. In quel momento sento
il rombo del pick-up di Marino che si ferma davanti a casa mia.
«Intorno alle sette, non so con precisione. Fra le sei e mezzo e le sette di
venerdì sera. Venerdì 17 dicembre» rispondo. Non sono lucida. Jaime
Berger mi sta stancando e credo che a questo punto nessuna menzogna potrebbe più reggere a lungo. Il problema è distinguere fra menzogna e verità. Ho l'impressione che lei non mi creda.
«Come ha passato la sera del 16 dicembre?»
Suona il campanello. Lancio un'occhiata al videocitofono e vedo il faccione di Marino sul piccolo schermo. Jaime Berger mi ha appena fatto la
domanda cruciale, ha tastato il terreno su cui Righter intende buttarsi per
distruggermi. Vuole sapere se ho un alibi. Vuole sapere dov'ero la sera in
cui Diane Bray è stata uccisa, la sera di giovedì 16 dicembre. «Ero tornata
da Parigi quella mattina» rispondo. «Avevo fatto delle commissioni e sono
rincasata alle sei passate. Intorno alle dieci ho preso la macchina e sono
andata da Jo, l'amica di mia nipote, quella che è rimasta ferita nella sparatoria di Miami, che era ancora ricoverata al Medical College. Volevo vedere se potevo fare qualcosa, perché la situazione era tesa e i suoi genitori si
mettevano di mezzo.» Suona di nuovo il campanello. «Volevo sapere dov'era Lucy e Jo mi disse che era andata a New York. Mi suggerì di cercarla
in un bar del Greenwich Village.» Vado nell'ingresso, sotto lo sguardo attento di Jaime Berger. «Lucy era a New York. Sono tornata a casa e ho
provato a chiamarla. Era ubriaca.» Marino suona di nuovo il campanello e
bussa alla porta. «Quindi, per rispondere alla sua domanda, procuratore
Berger, non ho un alibi: non posso dimostrare dov'ero fra le diciotto e le
ventidue e trenta di giovedì sera, perché sono stata a casa o in auto. Ero sola, non mi ha vista nessuno, non ho parlato con nessuno, non ho nessuno
che possa testimoniare che fra le diciannove e trenta e le ventidue e trenta
del 16 dicembre non ero a casa di Diane Bray a massacrarla con un martelletto da muratore.»
Apro la porta. Sento gli occhi di Jaime Berger su di me. Marino ha l'aria
truce, ma non capisco se è furibondo o spaventato. «Che cosa succede?»
mi chiede, guardando prima me e poi Jaime Berger. «Mi volete spiegare
che cazzo sta succedendo?»
«Scusa se ti ho fatto aspettare al freddo» rispondo. «Vieni, accomodati.»
29
Marino ci ha messo tanto tempo ad arrivare perché è dovuto passare al
commissariato a ritirare la chiave di acciaio inossidabile che aveva in tasca
Mitch Barbosa quando è arrivato in obitorio. Ci spiega che l'hanno fatto
aspettare un'eternità nell'archivio blindato della polizia, dove si conservano
gli oggetti sequestrati, in appositi sacchetti classificati con un codice a barre. Mi sento male al pensiero che alcuni contengono roba mia.
Ci sono stata anch'io, me lo ricordo bene: le scaffalature sulle quattro pareti arrivano fino al soffitto. Ogni tanto, dai sacchetti in cui sono sigillate
le prove si sente squillare il cellulare o il cercapersone di qualcuno che in
quel momento è in carcere o all'obitorio. L'archivio comprende anche celle
frigorifere per la conservazione di indizi e prove deperibili, come per esempio i petti di pollo che ho battuto con il martelletto da muratore.
«Perché ha battuto un petto di pollo crudo con il martelletto?» Jaime
Berger vuole capire meglio questa mia strana storia.
«Per vedere se lasciava segni analoghi a quelli che avevo riscontrato sul
cadavere di Diane Bray» rispondo.
«Be', è ancora nella cella frigorifera» dice Marino. «L'hai ridotto proprio
male.»
«Vuole descrivermi nei particolari come ha proceduto?» mi chiede la
Berger, come se fossi sul banco dei testimoni.
Guardo lei e Marino in piedi nell'ingresso e spiego che ho posato due
petti di pollo crudi sul tagliere in cucina e li ho battuti con ogni parte del
martelletto, prendendo nota dei segni che lasciava, e ho visto che corrispondevano per forma e dimensioni a quelli sul corpo della Bray, sia dalla
parte squadrata sia dalla parte appuntita. Mi basavo soprattutto sulle fratture nelle cartilagini e nel cranio, da cui si intuiva particolarmente bene la
forma dell'oggetto contundente. Poi, vado avanti a spiegare, avevo steso
una federa bianca e passato il manico a spirale del martelletto nella salsa
per barbecue. Jaime Berger, naturalmente, vuole sapere che tipo di salsa.
Mi pare che fosse Smokey Pig, le rispondo, che avevo diluito fino a farla
diventare della stessa consistenza del sangue. Ci avevo passato il manico a
spirale e l'avevo posato sulla federa. Anche lì, i segni che lasciava erano
identici a quelli che avevo visto sul materasso della Bray. La federa sporca
di salsa, mi informa Marino, è stata mandata in laboratorio per il test del
Dna. Gli faccio notare che è una perdita di tempo. Vogliamo conoscere il
Dna dei pomodori? Non voglio fare dello spirito, ma sono talmente frustrata che non riesco a fare a meno di essere sarcastica. Il referto del test dirà
sicuramente: "materiale biologico di provenienza non umana". Marino
passeggia avanti e indietro, nervoso.
Sono nei guai, dice, perché il martelletto che ho comprato per fare i miei
esperimenti è sparito. Lui non è riuscito a trovarlo da nessuna parte, eppure
ha guardato dappertutto. Non è nell'elenco degli oggetti sequestrati dalla
polizia e ovviamente non è mai arrivato nell'archivio blindato, né è stato
prelevato dalla Scientifica o mandato in qualche laboratorio. Si è volatilizzato. E io non ho la ricevuta. A questo punto sono sicura.
«Ti ho telefonato per dirti che l'avevo comprato» gli ricordo.
«Sì.» Si ricorda che l'ho chiamato dalla macchina per informarlo che ero
passata da Pleasant Hardware fra le sei e mezzo e le sette, aggiungendo
che, secondo me, Diane Bray era stata ammazzata con un martelletto da
muratore. Però potrei averlo fatto per fabbricarmi un alibi, mi fa notare.
«Capisci, per far sembrare che non lo possedevi e che avevi scoperto solo
allora che era l'arma del delitto.»
«Ma da che parte stai, per la miseria?» Mi arrabbio. «Non crederai alle
stronzate che tira fuori Righter, vero? Cristo, io non ne posso più.»
«Non è questione di stare o no dalla tua parte, capo» risponde Marino
dispiaciuto, mentre la Berger ci guarda senza fiatare.
Siamo tornati al martelletto mancante, al fatto che l'unico trovato a casa
mia era quello con il sangue della Bray. Era nel soggiorno, sul tappeto persiano, a quarantacinque centimetri di distanza dal tavolino di legno. Il martelletto di Chandonne, non il mio, continuo a ripetere pensando ai sacchetti
allineati sugli scaffali con un codice a barre che sta per "Scarpetta, Kay".
Non ci posso credere.
Mi appoggio al muro, colta da un senso di vertigine. Mi sembra di essere
un'altra, di essere uscita dal mio stesso corpo e di guardarmi da fuori. Mi
sembra che sia successo qualcosa di terribile e irrevocabile, di non essere
più io. Sono distrutta, morta, come gli altri proprietari degli oggetti sequestrati e allineati sugli scaffali dell'archivio blindato. Non sono morta, ma
forse essere sotto accusa è anche peggio. Non riesco nemmeno a pensare a
quello che sta per succedere. «Marino» dico «prova quella chiave nella
mia serratura.»
Aggrotta la fronte, titubante, poi estrae dalla tasca del giaccone di pelle
logoro e con l'imbottitura tutta lisa una bustina trasparente di quelle che si
usano per conservare le prove. Apre la porta di casa, facendo entrare una
ventata di aria gelida, e infila la chiave di acciaio nella toppa. Entra con facilità e, quando Marino la gira, la serratura scatta senza problemi.
«Il numero che c'è scritto sopra» sussurro a Marino e a Jaime Berger.
«233: è il codice per disattivare il mio antifurto.»
«Che cosa?» La Berger, per una volta, è senza parole.
Andiamo tutti e tre nel soggiorno. Questa volta mi siedo vicino al caminetto, come Cenerentola. Jaime Berger e Marino evitano il divano rovinato e mi vengono vicino. Mi guardano, in attesa di una spiegazione. Ce
n'è una sola e mi sembra ovvia. «Da sabato scorso sono entrate e uscite da
casa mia un sacco di persone» comincio. «Io tengo le chiavi in un cassetto
della cucina: quelle di casa, della macchina, del mio ufficio, degli archivi...
tutte, insomma. Quindi, volendo, chiunque poteva prenderle tranquillamente. Voi sapevate il codice per disattivare l'antifurto, no?» chiedo a Marino. «Voglio dire, prima di uscire lo inserivate, no? Quando siamo arrivate noi, poco fa, era inserito.»
«Dobbiamo avere la lista di tutti quelli che sono entrati e usciti da questa
casa» decide cupa Jaime Berger.
«Le posso fare l'elenco di quelli che ho visto io» dice Marino. «Ma non
ci sono stato sempre. Quindi è possibile che siano venute anche persone
che io non so.»
Sospiro e mi appoggio al caminetto. Comincio a elencare i poliziotti che
ho visto, compresi Jay Talley e Marino. «E Righter» aggiungo.
«E io» continua Jaime Berger. «Per quanto, mai da sola. Io non conosco
il codice.»
«Chi l'ha fatta entrare?» mi informo.
Per tutta risposta, guarda Marino. Mi secca che Marino non mi abbia
mai confidato di averle fatto da guida. È sciocco che mi senta offesa: chi
meglio di lui poteva farlo? C'è qualcuno di cui mi fidi di più? Marino è visibilmente agitato, si alza e va in cucina. Sento che apre il cassetto in cui
tengo le chiavi, poi il frigorifero.
«Io ero con lei, quando ha trovato la chiave nella tasca di Mitch Barbosa» dichiara Jaime Berger. «Posso testimoniare che non ce l'ha messa lei.»
Sta riflettendo. «Perché non era intervenuta sul luogo del delitto e non ha
toccato il cadavere in assenza di testimoni. Voglio dire, c'eravamo sia io
sia il capitano, quando lei ha aperto il sacco mortuario.» Sbuffa, frustrata.
«Marino?»
«Non è stato lui a mettercela» la prevengo, liquidando l'ipotesi con un
gesto della mano. «Impossibile. Avrebbe potuto, forse, ma non l'ha fatto di
sicuro. A parte che, a quanto ha detto, non ha visto il corpo di Barbosa
prima che lo portassero in obitorio. Quando è arrivato a Mosby Court era
già chiuso nel sacco mortuario e lo stavano caricando sull'ambulanza.»
«Quindi, o ce l'ha messa qualcuno dei suoi colleghi...»
«O, più probabilmente, l'assassino, prima di sbarazzarsi del cadavere in
mezzo a una strada.»
Marino torna con una bottiglia di Spaten Beer che deve aver portato
Lucy. Io non ricordo di averla mai comprata. Niente di quello che vedo in
casa mia sembra appartenere a me, ormai. Mi torna in mente il racconto di
Anna. Sto cominciando a capire che cosa doveva aver provato quando i
nazisti avevano occupato il castello in cui lei viveva con la famiglia. Di
colpo mi rendo conto che esiste qualcosa che va oltre la rabbia, le lacrime,
la protesta, il dolore, ed è una cupa accettazione della realtà. Si piglia quello che c'è, il passato è passato. «Non posso più rimanere in questa casa»
annuncio a Marino e alla Berger.
«Ci credo» dice Marino con il tono rabbioso e aggressivo che in questi
giorni sembra essere l'unico che riesce a usare.
«Senti, piantala di parlarmi in questo modo» lo sgrido. «Siamo tutti nervosi, frustrati e stanchi, Non capisco che cosa succede, ma è chiaro che
qualcuno che conosciamo è coinvolto negli omicidi dei due uomini torturati e ritengo che chi ha infilato la chiave di casa mia nella tasca dei pantaloncini di Mitch Barbosa volesse tirarmi in mezzo oppure, più probabilmente, lanciarmi un avvertimento.»
«Secondo me, è un avvertimento» dice Marino.
Dov'è Rocky? sto per chiedergli.
«Il suo amato figlio Rocky» mi previene la Berger.
Marino beve un sorso di birra e si asciuga la bocca con il dorso della
mano. Non risponde. Jaime Berger guarda l'ora e poi alza gli occhi verso
di noi: «A proposito, buon Natale».
30
La casa di Anna è buia e silenziosa, quando arrivo verso le tre del mattino. Gentile come sempre, mi ha lasciato la luce accesa nell'ingresso e in
cucina, insieme a un bicchiere di cristallo e una bottiglia di Glenmorangie,
nel caso avessi bisogno di un cordiale. Data l'ora, rinuncio. Una parte di
me è scontenta che Anna stia dormendo. Sono quasi tentata di fare un po'
di rumore nella speranza che si svegli e venga a chiacchierare con me. Ho
sviluppato una certa dipendenza dalle nostre sedute, nonostante per alcuni
versi dovrei rimpiangere di aver parlato con lei. Vado verso la mia camera
riflettendo sul transfert e chiedendomi se esiste anche fra me e Anna. Mi
sento sola e triste perché è Natale e non ho sonno, sono esausta e mi trovo
in casa d'altri dopo aver lavorato tutto il giorno su una serie di omicidi, per
uno dei quali sono indagata io stessa.
Anna mi ha lasciato una busta beige sul comodino. Appena la prendo in
mano, capisco dal peso e dallo spessore che mi ha scritto una lunga lettera.
Lascio i miei vestiti sul pavimento del bagno, schifata al pensiero di cosa
devono aver assorbito nelle ultime venti ore. Mi accorgo solo dopo essere
uscita dalla doccia che puzzano ancora di fumo, di cui si devono essere
impregnati nella stanza del motel. Li appallottolo dentro un asciugamano
per non pensarci più finché non li porterò in tintoria. Mi infilo un accappatoio di Anna e con una certa trepidazione prendo in mano la lettera. La apro e conto sei fogli. Comincio a leggere, imponendomi di non andare
troppo veloce. Anna sa quello che fa, non è una che spreca parole, e vuole
che io assimili tutto ciò che ha da dirmi.
Carissima Kay,
essendo io figlia della guerra, ho imparato che la verità non sempre è la
cosa migliore o più giusta. Quando le Ss bussavano alla porta per chiedere
se in casa c'erano degli ebrei, era meglio mentire. Quando le Ss occuparono la casa dei miei genitori in Austria, non dissi la verità riguardo all'odio
che provavo per loro. Quando il comandante di Mauthausen veniva nel
mio letto la notte chiedendomi se mi piaceva quello che mi faceva, io non
gli dicevo la verità.
Mi raccontava barzellette orribili, mi sibilava nell'orecchio imitando il
rumore delle camere a gas e io ridevo, perché avevo paura. Una volta che
tornò dal campo di concentramento ubriaco, si vantò di aver ucciso un ragazzino di dodici anni a Langestein, un paese vicino, nel corso di un rastrellamento. In seguito scoprii che non era vero, che a sparare a quel bambino era stato Leitstelle, il capo della Staatspolizei di Linz, ma all'epoca ci
credetti e provai un terrore indescrivibile. In Fondo ero anch'io poco più di
una bambina. Eravamo tutti in pericolo. (Nel 1945 il comandante morì a
Gusen e il suo cadavere venne esposto al pubblico ludibrio per diversi
giorni. Io lo vidi e sputai. Ecco che cosa provavo veramente! Finalmente
potevo dire la verità.)
La verità è relativa, varia nel tempo e a seconda della situazione. La verità è un lusso per privilegiati, per chi ha da mangiare e non si deve nascondere perché ebreo. La verità può causare la rovina e per questo non
sempre è saggio o sano essere sinceri. Strana ammissione per una psichiatra, non trovi? Ti dico questo per un motivo, Kay. Dopo che avrai letto la
mia lettera, prometti di distruggerla e negare che sia mai esistita. Ti conosco bene e so che mentire sarà difficile per te, ma è importante che tu non
dica nulla di quello che sto per rivelarti.
La mia vita in questo paese sarebbe distrutta se si venisse a sapere che la
mia famiglia ospitava le Ss durante la guerra, per quanto malvolentieri e
solo per una questione di sopravvivenza. Penso che neanche a te gioverebbe, se si sapesse in giro che la tua migliore amica è una simpatizzante nazista, perché di certo mi definirebbero così. Sarebbe terribile, soprattutto
perché io detesto i nazisti. Sono ebrea. Mio padre era un uomo lungimirante e capì subito le intenzioni di Hitler, perciò alla fine degli anni Trenta si
avvalse dei propri contatti politici e finanziari per farci cambiare identità.
Adottammo il cognome Zenner e ci trasferimmo dalla Polonia in Austria,
ma ero troppo giovane per capire che cosa stava succedendo.
Si può dire che abbia da sempre vissuto nella menzogna. E forse questo
ti aiuterà a comprendere perché non voglio essere citata in giudizio e perché cercherò in tutti i modi di sottrarmi a questo onere. Il motivo per cui ti
scrivo questa lunga lettera, cara Kay, non è raccontarti la mia storia, tuttavia. Voglio parlarti di Benton.
Tu non lo sai, ma Benton fu mio paziente. Circa tre anni fa venne nel
mio studio: era depresso e aveva grossi problemi sul lavoro dei quali non
riusciva a parlare con nessuno, nemmeno con te. Mi disse che lavorando
nell'Fbi aveva visto il peggio del peggio, gli atti più aberranti che si possano immaginare ma, sebbene ciò che lui chiamava "il male" lo avesse angustiato e tormentato da sempre, non aveva mai avuto veramente paura. La
maggioranza dei delinquenti in cui si era imbattuto non ce l'avevano con
lui. Non volevano fargli del male e, anzi, gli erano grati dell'attenzione che
lui prestava loro quando andava a interrogarli in prigione. Aiutando la polizia a risolvere un caso, non si era mai sentito in pericolo. Stupratori e assassini non avevano alcun interesse nei suoi confronti.
Tuttavia, alcuni mesi prima, erano cominciate a succedergli delle strane
cose. Mi dispiace non ricordare meglio, Kay, ma mi riferì episodi inquietanti. Telefonate mute e non rintracciabili perché satellitari (o forse fatte da
cellulari). Lettere orribili che parlavano di te, minacce nei tuoi confronti,
anche queste anonime e impossibili da rintracciare. Benton aveva capito
che, chiunque fosse l'autore di quelle lettere, vi conosceva personalmente.
Naturalmente sospettava di Carrie Grethen. Diceva: "Quella donna non
ha ancora finito di stupirci'. Non credeva, però, che potesse essere lei a fare
quelle telefonate o a scrivere quelle lettere, perché era rinchiusa a Kirby.
Riassumo sei mesi di conversazioni con Benton dicendo che presentiva
l'imminenza della propria morte. Soffriva di depressione, di ansia, di paranoia, e aveva cominciato a bere. Mi disse che beveva di nascosto da te e
che i suoi problemi stavano iniziando a minare il vostro rapporto. Parlando
con te in questi ultimi giorni mi sono accorta che avevi notato un cambiamento in lui. Adesso, forse, ne comprenderai il motivo.
Volevo prescrivergli un blando antidepressivo, ma lui rifiutò. Era costantemente preoccupato di che cosa avreste fatto tu e Lucy, se a lui fosse
successo qualcosa. Una volta pianse nel mio studio, al pensiero. Fui io a
suggerirgli di scrivere la lettera che il senatore Lord ti ha recapitato all'inizio di dicembre. Dissi a Benton: "Immagina di essere morto e di avere un'ultima possibilità di parlare con Kay". Così fece. Ti disse ciò che hai letto poche settimane fa.
Lo invitai a riflettere sul fatto che forse, se non riusciva a immaginare
chi potesse essere l'autore delle molestie, era perché non voleva guardare
in faccia una realtà che lo faceva soffrire. Lo sentivo titubante, al punto
che pensai che avesse informazioni che non voleva o non poteva dire
nemmeno a me. Adesso credo di cominciare a capire: sono giunta alla conclusione che ciò che gli successe allora e ciò che sta succedendo a te adesso sia collegato al figlio di Marino. Rocky Caggiano è legato alla mafia e
odia suo padre. È un caso che Benton abbia ricevuto lettere minatorie e sia
morto ammazzato e che questo temibile assassino, Chandonne, sia andato
a Richmond per essere arrestato e quindi difeso dal temibile figlio di Marino? Non è forse che questa strada tortuosa, alla fine, porterà alla rovina tutti coloro che hanno un ruolo positivo nella vita di Pete Marino?
Benton mi parlò di un dossier UD in cui aveva raccolto le lettere minatorie e un elenco di tutte le altre comunicazioni e fatti strani. Gli chiesi perché l'aveva chiamato UD e lui mi spiegò che erano le iniziali dell'ultimo
distretto. Quando gli chiesi a che cosa si riferiva, gli venne da piangere e
mi rispose, testuali parole: «È lì che finirò, Anna. All'ultimo distretto».
Puoi immaginare come mi sono sentita nel momento in cui Lucy mi ha
detto che questo era il nome dell'agenzia di investigazioni in cui andrà a
lavorare a New York. Quando ero così agitata, ieri sera, non era solo per
via della citazione. Il fatto è che, appena l'ho ricevuta, ho telefonato a Lucy
per avvisarla di quello che ti stava per succedere e lei mi ha spiegato che il
suo nuovo capo, Teun McGovern, era a Richmond e mi ha parlato dell'Ultimo Distretto. Sono rimasta scioccata e lo sono tuttora. Mi sfugge il significato di tutto questo. Che Lucy sapesse del dossier di Benton?
Può essere una semplice coincidenza, Kay? È possibile che le sia venuto
in mente lo stesso nome che Benton aveva usato per il suo dossier segreto?
Che si tratti solo di casualità? Adesso L'Ultimo Distretto esiste davvero ed
è a New York. Lucy sta per trasferirsi a New York e a New York si celebrerà il processo a Chandonne perché fu a New York che uccise per la
prima volta due anni fa, quando anche Carrie Grethen era a New York. A
New York fu ucciso il suo terribile compagno Temple Gault (da te) e a
New York Marino cominciò la sua carriera nella polizia. Rocky abita a
New York.
Concludo dicendoti che mi dispiace moltissimo se contribuirò a peggiorare la tua attuale situazione, ma non intendo dire nulla che si possa prestare a fraintendimenti. No. Sono troppo vecchia per questo. Domani, il giorno di Natale, partirò per la mia casa di Hilton Head, dove resterò finché
non sarà opportuno che io torni a Richmond. Voglio farlo per diverse ragioni, una delle quali è rendermi irreperibile. Ma, più importante ancora,
ho bisogno di un posto dove stare. Non tornare a casa tua, Kay.
La tua devota amica,
Anna
Leggo e rileggo. Mi sento male al pensiero che Anna è cresciuta respirando l'aria mefitica di Mauthausen e sapendo che cosa accadeva là dentro.
Mi addolora che per tutta la vita abbia sentito ingiuriare e irridere gli ebrei,
abbia scoperto le atrocità commesse contro di loro, essendo ebrea lei stessa. Per quanto lo possa razionalizzare, il comportamento di suo padre è stato sbagliato e vile. Forse era anche a conoscenza del fatto che Anna veniva
regolarmente stuprata dal comandante delle Ss a cui offriva da bere e da
mangiare, ma preferì non prendere posizione, non fare niente.
Mi accorgo che sono quasi le cinque del mattino. Ho le palpebre pesanti
e i nervi a fior di pelle. Provare a dormire sarebbe inutile. Mi alzo e vado
in cucina per fare il caffè. Siedo per un po' davanti alla finestra buia a
guardare il fiume che non riesco a vedere e a riflettere su ciò che Anna mi
ha appena rivelato. Adesso capisco tante cose sugli ultimi anni di vita di
Benton. Mi torna in mente che a volte mi diceva di avere mal di testa perché era nervoso e a me sembrava che avesse la faccia di chi ha bevuto
troppo la sera prima; ora penso che probabilmente avevo ragione. Era
sempre più depresso, distante e frustrato. In un certo senso riesco a comprendere che non mi volesse parlare delle lettere, delle telefonate, di quel
dossier, ma non sono comunque d'accordo. Avrebbe dovuto dirmelo.
Non ricordo di essermi mai imbattuta in quel dossier, quando ho messo a
posto le sue carte dopo la sua morte, ma di quel periodo mi resta poco o
niente. È come se fossi vissuta sottoterra, muovendomi pesantemente e
lentamente, incapace di vedere dove stavo andando o dove ero stata fino ad
allora. Dopo la morte di Benton, Anna mi aveva aiutata a sistemare i suoi
effetti personali. Aveva tolto le sue cose dall'armadio e dai cassetti mentre
io vagavo per casa come un insetto impazzito. L'aiutavo per un po', poi mi
mettevo a piangere e a urlare. Mi chiedo se lei lo abbia visto. Se esiste ancora, quel dossier, lo devo assolutamente trovare.
Le prime luci del mattino rischiarano appena il blu della notte. Porto una
tazza di caffè ad Anna. Resto un attimo sulla porta per sentire se è sveglia.
Tutto è silenzioso. Apro piano e poso la tazzina sul comodino ovale. Ad
Anna piace dormire con le luci accese. Ha abat-jour accesi in ogni angolo.
La prima volta che li vidi, ricordo che mi parve strano. Adesso, invece,
comincio a capire. Forse il buio la riporta a quando era sola e terrorizzata
in camera sua e temeva che da un momento all'altro un nazista ubriaco e
puzzolente le entrasse nel letto e approfittasse del suo giovane corpo. Non
mi stupisce che abbia scelto di dedicare la propria vita alle persone che
soffrono. Le capisce. È diventata quella che è per via del suo passato, come ha detto lei stessa di me.
«Anna?» bisbiglio. La vedo muovere. «Anna, sono io. Ti ho portato il
caffè.»
Si alza a sedere di scatto, strizzando gli occhi, con i capelli grigi scompigliati.
Buon Natale, faccio per dirle. Poi mi correggo: «Buone feste».
«Sono anni che festeggio il Natale pur essendo segretamente ebrea.»
Prende il caffè. «Non sono di compagnia, appena alzata.»
Le stringo la mano e nel buio mi sembra improvvisamente vecchia e fragile. «Ho letto la tua lettera. Non so che cosa dire, ma non posso distruggerla e ho bisogno di parlarne con te.»
Rimane un istante zitta e mi sembra di sentire sollievo nel suo silenzio.
Poi ritorna scorbutica e fa un gesto spazientito, come a liquidare tutto ciò
che ha detto su di sé e su di me. Alla luce degli abat-jour antichi, i mobili
Biedermeier e i dipinti a olio che Anna ha appeso alle pareti gettano ombre
spropositate nella sua splendida camera da letto. Le tende di seta sono tirate. «Non avrei dovuto scrivertela» afferma decisa.
«Mi dispiace che tu non me l'abbia scritta prima, Anna.»
Sorseggia il caffè e si tira su le coperte.
«Quello che ti è successo da piccola non è colpa tua» le dico. «Fu una
scelta di tuo padre, non tua. Lo fece per proteggerti, anche se non ci riuscì.
Forse non si poteva agire diversamente.»
Scuote la testa. «Tu non sai. Non puoi sapere.»
Non voglio discutere.
«Non esistono mostri paragonabili a loro. La mia famiglia non aveva
scelta. Mio padre beveva schnaps. Si ubriacava spesso, si ubriacava con
loro. Io non posso nemmeno sopportare l'odore di schnaps.» Stringe la tazza fra le mani. «Bevevano tutti, non importava. Quando il Reichsminister
Speer e il suo entourage andarono a visitare Gusen ed Ebensee, vennero
nel nostro castello, e i miei organizzarono un sontuoso banchetto. Fecero
arrivare musicisti da Vienna, ordinarono lo champagne migliore e i cibi
più squisiti e si ubriacarono tutti. Ricordo che io andai a rintanarmi in camera mia, temendo che arrivassero. Mi acquattai sotto il letto. Diverse volte sentii dei passi in camera e qualcuno che guardava sotto le coperte e imprecava. Restai lì tutta la notte, a sognare la musica e il giovane che sapeva
far uscire quelle note così dolci dal proprio violino. Nel corso della serata
mi aveva guardato spesso, facendomi arrossire. Quando mi nascosi sotto il
letto, pensavo a lui: una persona capace di creare tanta bellezza non poteva
essere cattiva. Pensai a lui tutta la notte.»
«Al violinista di Vienna?» chiesi. «Quello che poi...»
«No, no.» Anna scuote la testa. «Accadde molti anni prima che incontrassi Rudi. Ma credo che sia per questo che mi innamorai di lui. Forse lo
amai prima ancora di incontrarlo. Vedevo i musicisti vestiti di nero e rimanevo abbagliata dalla magia a cui davano vita, volevo che mi portassero
via dagli orrori di cui ero circondata. Immaginavo di sollevarmi grazie alle
loro note in un luogo di grande purezza. Per un attimo ritornavo all'Austria
che esisteva prima della cava e dei forni crematori, quando la vita era semplice, la gente allegra, le case ben tenute, i giardini curati... Ritornavo alle
giornate d'estate piene di sole in cui mettevamo le lenzuola alla finestra
perché prendessero l'aria più dolce che io abbia mai respirato. E giocavamo nei prati che sembravano estendersi fino al cielo, mentre mio padre
cacciava i cinghiali nei boschi e mia madre cuciva e preparava dolci squisiti.» Si interrompe, commossa. «Un quartetto d'archi poteva trasformare
in sogno anche la più terribile delle notti. Poi il mio amore per la musica
mi spinse fra le braccia di un violinista, un americano. Sono arrivata qui e
ci sono rimasta. Sono fuggita, Kay. Ma mi porto tutto dentro.»
L'alba comincia a rischiarare le tende, facendole diventare del colore del
miele. Dico ad Anna che sono contenta che sia qui. La ringrazio di aver
parlato con Benton e di avermelo detto. Per certi versi il quadro è più
completo, ora che capisco tante cose, per altri invece è più oscuro. Non
riesco a delineare la progressione di umori e cambiamenti che hanno preceduto l'assassinio di Benton, ma so che quando lui era in cura da Anna,
Carrie Grethen stava cercando un compagno che prendesse il posto di
Temple Gault. Carrie si era occupata di informatica, era una donna intelligente e dotata di un fascino perverso, con il quale era riuscita a farsi concedere l'accesso a un computer nell'ospedale psichiatrico di Kirby e attraverso questo si era collegata al mondo esterno. Così aveva trovato un nuovo compagno, un altro assassino psicopatico di nome Newton Joyee. L'aveva contattato attraverso Internet e lui l'aveva aiutata a fuggire da Kirby.
«Probabilmente ha contattato anche altre persone» suggerisce Anna.
«Il figlio di Marino, Rocky?» ipotizzo.
«Ci stavo pensando anch'io.»
«Anna, tu sai dov'è andato a finire quel dossier? Il dossier UD, come lo
chiamava Benton?»
«Non l'ho mai visto.» Si raddrizza, come se avesse deciso che è ora di
alzarsi, e le coperte le cadono sul grembo. Ha le braccia pietosamente magre e vizze, come se qualcuno gliele avesse appena sgonfiate. Intravedo il
seno cadente sotto la camicia da notte di seta scura. «Quando ti ho aiutata a
sistemare le sue cose, non l'ho visto. Ma nel suo studio non ho mai messo
le mani.»
Mi ricordo così poco...
«No.» Scosta le coperte e posa i piedi per terra. «Non volevo. Non ho
toccato le sue carte, i suoi documenti.» Si alza dal letto e si infila la vestaglia. «Pensavo che l'avresti fatto tu.» Mi guarda. «L'hai fatto? E lo studio
di Quantico? Era già andato in pensione, quindi forse aveva già portato via
tutto.»
«Infatti.» Ci incamminiamo lungo il corridoio, dirette in cucina. «Tranne
le pratiche relative ai casi di cui si era occupato all'Fbi. A differenza di tanti suoi colleghi, non le riteneva di sua proprietà» aggiungo triste. «Per cui
le ha lasciate là. Quello che non so è se ha lasciato a Quantico anche il
dossier UD. Se è così, non lo vedrò mai.»
«Era roba sua» mi ricorda Anna. «Lettere personali. Quando me ne parlò
non mi diede mai l'impressione di considerarlo un fatto professionale. Anzi, prendeva le minacce, le telefonate mute come molto personali. Non
credo che ne avesse parlato con altri agenti. Era paranoico, soprattutto perché molte minacce erano rivolte a te. Credo di essere l'unica a cui ne parlò,
a dire il vero. Anzi, ne sono praticamente certa. Gli dissi molte volte che
secondo me doveva avvertire l'Fbi.» Scuote la testa. «Ma lui non ne voleva
sapere» ripete.
Vuoto il filtro del caffè nella spazzatura con una punta di risentimento:
Benton mi ha tenuta all'oscuro di molte cose. «Peccato» replico. «Se ne
avesse parlato a qualche collega, tutto questo non sarebbe successo.»
«Vuoi un altro caffè?»
Mi viene in mente che non ho chiuso occhio. «Meglio di sì.»
«Allora ti faccio un caffè viennese» decide Anna. Apre il frigo e sceglie
fra vari pacchetti. «Dal momento che stamattina mi sento nostalgica.» Lo
dice con un'ombra di sarcasmo, come se si rimproverasse implicitamente
di aver divulgato i particolari più scottanti del proprio passato. Versa i
chicchi nel macinacaffè e riempie la cucina di rumore.
«L'Fbi alla fine lo aveva deluso.» Penso a voce alta. «Non si fidava più
della gente con cui lavorava. Li trovava troppo competitivi. Era il capo
della sua unità e sapeva che appena avesse parlato di dimettersi si sarebbero saltati alla gola l'uno con l'altro per cercare di prendere il suo posto.
Conoscendolo, penso che abbia affrontato il problema da solo, come faceva sempre. Era estremamente riservato.» Passo in rassegna tutte le possi-
bilità. Dove poteva aver messo quel dossier? Dove cercarlo? A casa mia
aveva uno studio in cui teneva le sue cose e il suo portatile, aveva dei classificatori, delle cartelline. Li ho guardati e non ho trovato niente del genere
che Anna mi ha appena descritto.
Poi mi viene in mente una cosa. Benton fu ucciso a Philadelphia, dove
aveva preso una stanza in un hotel, che la polizia naturalmente controllò.
Completate le indagini, mi restituirono quello che vi aveva lasciato, compresa la ventiquattrore, che esaminai. Non ricordo di avervi trovato nulla
che potesse assomigliare al dossier UD di cui parla Anna, ma se è vero che
Benton temeva che Carrie Grethen avesse a che fare con le telefonate mute
e le lettere anonime, poteva non esserselo portato, visto che lavorava a un
caso in cui la riteneva coinvolta? Poteva essere andato a Philadelphia senza
quelle carte?
Vado al telefono e chiamo Marino. «Buon Natale» gli dico. «Sono io.»
«Che cosa?» borbotta, mezzo addormentato. «Oh, merda. Ma che ore
sono?»
«Le sette.»
«Le sette?» Geme. «Babbo Natale non è ancora arrivato. Perché mi
chiami a quest'ora?»
«Marino, è molto importante. Quando la polizia controllò gli effetti personali di Benton nella sua stanza d'albergo di Philadelphia, tu eri presente?»
Sbadiglia, poi sospira: «Devo smetterla di andare a letto così tardi. Devo
anche smettere di fumare: ho i polmoni in fiamme. Ho fatto le ore piccole,
ieri sera, in compagnia degli amici e di una bottiglia di Wild Turkey».
Sbadiglia di nuovo. «Aspetta che ora mi sveglio e mi sintonizzo: prima mi
fai gli auguri e un momento dopo mi chiedi di Philadelphia?»
«Sì. C'eri anche tu quando la polizia controllò le cose di Benton in hotel?»
«Sì, c'ero.»
«Prendesti qualcosa? Magari dalla ventiquattrore? Una cartellina con
delle lettere dentro, per esempio?»
«Un paio di cartelline c'erano. Perché lo vuoi sapere?»
Sono emozionatissima, ma lucida, e ho l'adrenalina alle stelle. «Dove
sono, adesso?» gli chiedo.
«Sì, delle lettere me le ricordo. Roba strana, che lì per lì mi pareva valesse la pena controllare. Poi, però, quando Lucy ha fatto precipitare Carrie
Grethen e Newton Joyce in mezzo al mare, togliendoli definitivamente di
mezzo, il caso è stato chiuso. Cazzo, non riesco a credere che avesse un
AR-15 nell'elicottero...»
«Dove sono quelle cartelline?» gli chiedo ancora una volta, in tono imperioso. Ho il cuore che batte all'impazzata. «Voglio vedere quella con le
strane lettere. Benton la chiamava dossier UD, dove UD sta per Ultimo Distretto. E forse Lucy ha preso il nome da lì.»
«L'Ultimo Distretto? Vuoi dire l'agenzia dove Lucy... L'agenzia di Teun
McGovern a New York? Cosa cazzo c'entra con le cartelline nella ventiquattrore di Benton?»
«Bella domanda» replico.
«Okay, da qualche parte devono essere. Vado a cercarle e te le porto.»
Anna è tornata in camera sua e io penso al pranzo di Natale in attesa che
arrivino Lucy e Teun. Comincio a tirare fuori dal frigo gli ingredienti che
mi servono, e intanto ripenso a quello che mi ha raccontato mia nipote a
proposito dell'agenzia di investigazioni di Teun McGovern. Sembrava che
il nome fosse nato per scherzo. Dove vai quando ti senti all'ultima spiaggia? Nella sua lettera, Annav scriveva che Benton le aveva detto che sarebbe finito all'ultimo distretto. È un mistero, un enigma. Benton credeva
che il suo futuro fosse in qualche modo legato a quello che metteva in quel
dossier. Che l'ultimo distretto fosse la morte? Dove pensava di finire Benton? Aveva paura di morire, è questo che intendeva? Che altra fine temeva
di fare?
Alcuni giorni fa ho promesso ad Anna che avrei cucinato io il pranzo di
Natale, se non le dispiaceva che un'italiana che non ama il tacchino ripieno
prendesse possesso della sua cucina. Lei ha fatto la spesa. Con grande impegno, devo dire: ha persino comprato olio extravergine di oliva di prima
spremitura e mozzarella di bufala. Riempio un pentolone d'acqua e vado a
cercarla in camera sua per dirle che non la lascerò partire per Hilton Head
prima di aver assaggiato il mio pranzo di Natale e brindato con noi. È una
giornata da passare in famiglia, le dico mentre si lava i denti. Ho deciso
che non voglio pensare a gran giurì, procuratori e altri problemi fino a dopo mangiato. Perché non cucina un piatto austriaco? A momenti sputa il
dentifricio. «Assolutamente no» risponde. «Se stiamo in cucina tutt'e due,
finiamo per ucciderci.»
L'umore generale migliora. Verso le nove arrivano Lucy e Teun e i regali si accumulano sotto l'albero. Mescolo uova e farina su un'asse di legno, e quando ottengo la giusta consistenza lascio riposare l'impasto e cerco la macchinetta per fare la pasta che Anna sostiene di avere da qualche
parte. Mentre lavoro, sento chiacchierare Lucy e Teun, e i miei pensieri si
accavallano.
«Non è che non so volare se non a vista» dice Lucy, parlando del suo
nuovo elicottero, che evidentemente le è già stato consegnato. «La strumentazione ci sarebbe, ma avendo un solo motore non voglio mai perdere
di vista la terra. Se il tempo è schifoso, preferisco non volare.»
«È pericoloso» commenta Teun.
«Non è questo: ormai i motori sono affidabilissimi. Io, però, preferisco
non rischiare.»
Mi piace fare la pasta a mano. Se posso, evito gli elettrodomestici, perché secondo me il calore delle dita dà una consistenza alla pasta fresca che
le lame d'acciaio non possono dare. Mi piace impastare, maneggiare la pasta, tirarla con le dita e spingerla con il palmo della mano buona. Anch'io
preferisco non rischiare. E Benton, che cosa stava rischiando? Quando temeva di finire in questo fantomatico ultimo distretto, a quali rischi pensava? È a questo punto che decido che l'ultimo distretto non era la morte. No.
Benton sapeva meglio di tanti altri che esistono cose ben peggiori della
morte.
«Qualche lezione gliel'ho data. Un'infarinatura. Ma chi è abituato a usare
le mani è avvantaggiato» sento che dice Lucy a Teun parlando di me.
È lì che finirò. Le parole di Benton brillano nella mia mente.
«Sì, perché ci vuole coordinazione.»
«Devi essere capace di usare tutte e due le mani e tutti e due i piedi contemporaneamente. Non avendo ali fisse, gli elicotteri sono estremamente
instabili.»
«È quello che dicevo: sono pericolosi.»
È lì che finirò, Anna...
«Non è vero, Teun. Anche con un motore in avaria puoi atterrare da trecento metri di quota senza problemi. Il moto dell'aria fa girare le pale. Hai
mai sentito parlare di autorotazione? Atterri in un giardino, in un parcheggio... Con un aeroplano non puoi mica.»
Che cosa volevi dire, Benton? Che cosa intendevi? Impasto, impasto,
voltando la pasta nella stessa direzione, in senso orario perché in pratica
posso usare solo la mano destra.
«Non hai appena detto che i motori di adesso sono affidabilissimi? Vorrei quel liquore all'uovo. Lo porta Marino?» dice Teun.
«Lo fa a San Silvestro, non a Natale.»
«Perché, a Natale è proibito? Ma perché fa la pasta a mano?»
«Perché è testarda.»
«Mi sento in colpa, a stare qui senza far niente.»
«Tanto non ci lascerebbe muovere un dito. La impicceremmo e basta, fidati. Zia Kay, non ti fa male il gomito?»
Alzo gli occhi. Sto impastando con la mano destra e la punta delle dita
della sinistra. Guardo l'orologio sopra il lavello e mi rendo conto che ho
perso la cognizione del tempo: sono dieci minuti che ci do dentro.
«Eri in un mondo tutto tuo?» Lucy mi guarda allegra. «Sta' tranquilla,
zia. Non farti troppo il sangue amaro. Vedrai che andrà tutto bene.»
Pensa che io sia preoccupata per il gran giurì. Invece non mi è ancora
venuto in mente, stamattina.
«Teun e io ti daremo una mano. Ti stiamo già dando una mano. Che cosa pensi che abbiamo fatto in questi giorni? Abbiamo un piano di cui ti vogliamo parlare.»
«Dopo aver bevuto un bicchiere di liquore all'uovo» aggiunge Teun con
un sorriso dolcissimo.
«Benton vi ha mai parlato dell'ultimo distretto?» Ecco, l'ho detto. E l'ho
detto in tono quasi accusatorio. Poi mi rendo conto dalla loro faccia confusa che non sanno di che cosa parlo.
«Di mettere su un'agenzia investigativa, intendi?» Lucy è perplessa. «Di
aprire un ufficio a New York? Non poteva sapere che era nei miei piani, a
meno che non gliene avessi parlato tu» aggiunge rivolta a Teun.
Divido la pasta in tante palline.
«Be', era da un po' che pensavo di mettermi per conto mio» mi spiega
Teun. «Ma con Benton non ne ho mai parlato. Avevamo troppo da fare, in
Pennsylvania.»
«Altroché» conferma Lucy.
«Già.» Teun sospira e scuote la testa.
«Anche se non sapeva che volevate aprire un'agenzia investigativa» continuo «è possibile che Benton vi abbia sentito parlare dell'Ultimo Distretto? Magari anche solo nominarlo per scherzo? Sto cercando di capire perché abbia usato quel nome per uno dei suoi dossier.»
«Quale dossier?» domanda Lucy.
«Marino ha promesso di portarlo qui fra poco.» Finisco di dividere la
pasta. «Era nella ventiquattrore di Benton a Philadelphia.» Spiego a Lucy e
Teun quello che Anna mi ha scritto nella sua lettera e Lucy mi aiuta a chiarire almeno un punto. È sicura di aver accennato all'idea dell'Ultimo Distretto con Benton. Ricorda che erano in macchina e che gli aveva fatto
qualche domanda a proposito delle consulenze che dava da quando era andato in pensione. Lui le aveva detto che l'idea gli piaceva, ma che la logistica era uno degli svantaggi del lavorare in proprio. Gli avrebbe fatto comodo una segretaria, qualcuno che rispondesse al telefono. Lucy gli aveva
risposto che una soluzione poteva essere metterci tutti insieme e fare una
società. Era stato a quel punto che aveva nominato L'Ultimo Distretto, una
sorta di società fra amici.
Dispongo alcuni asciugapiatti puliti sul bancone. «Aveva capito che intendevi formarla sul serio?» le chiedo.
«Gli dissi che, se avessi avuto i soldi, avrei smesso di lavorare per il governo» mi risponde.
«Be'» dico, mentre infilo dei pezzi di pasta nella macchinetta regolata alla massima apertura «chiunque ti conosce sa che, se vuoi diventare ricca,
hai i numeri per riuscirci. Benton ha sempre sostenuto che uno spirito ribelle come te non resiste a lungo nelle pastoie della burocrazia. Non si
sorprenderebbe, vedendoti adesso.»
«Era prevedibilissimo che prima o poi l'avresti fatto» conferma Teun.
«Infatti non sei durata molto nemmeno nell'Fbi.»
Lucy non si offende. Ha accettato di aver commesso degli errori in passato, il peggiore dei quali è stato avere una relazione sentimentale con Carrie Grethen. Non dà la colpa all'Fbi per averle voltato le spalle. Appiattisco
un po' di pasta con il palmo della mano e lo passo nella macchinetta. «Mi
chiedo se è stato per questo che Benton ha usato quel nome per il suo misterioso dossier. Come se sapesse che L'Ultimo Distretto, cioè noi, un
giorno avremmo indagato su quel caso» suggerisco. «Quasi sapesse che un
giorno sarebbe finito in mano nostra, perché le lettere minatorie e le molestie sarebbero continuate anche dopo la sua morte.» Passo la pasta nella
macchinetta più volte finché non ottengo una striscia larga e perfetta. «Lo
sapeva. Non so come, ma lo presentiva.»
«Aveva un intuito straordinario.» Lucy sembra molto triste.
Benton è qui con noi, nella cucina di Anna. Lo sentiamo vicinissimo,
mentre io faccio la pasta e parliamo di com'era. Sì, era intuitivo, lungimirante. Non mi sorprende che abbia pensato a un futuro oltre la propria morte, immaginando le nostre reazioni, e anche cosa avremmo fatto trovando
le sue carte nella ventiquattrore. Benton sapeva che se gli fosse successo
qualcosa - e sentiva che gli sarebbe successo - io avrei controllato il contenuto della sua valigetta, come del resto ho fatto. Quello che forse non poteva prevedere era che Marino la controllasse prima di me e togliesse una
cartellina di cui io avrei scoperto l'esistenza solo molto tempo dopo.
A mezzogiorno Anna ha finito di mettere i bagagli in macchina, le lasagne sono pronte e il sugo di pomodoro è nella casseruola. Abbiamo grattugiato parmigiano e asiago e tagliato a tocchetti la mozzarella. La casa
profuma di aglio e di legna bruciata e le luci di Natale brillano mentre il
fumo si alza dal camino. Quando Marino arriva, chiassoso e ingombrante
come suo solito, trova un'atmosfera gioiosa come non ricordava da diverso
tempo. È in jeans dalla testa ai piedi ed è carico di regali. Ha anche una
bottiglia di distillato clandestino. Dalla borsa in cui ha messo i regali vedo
spuntare una cartellina e mi manca il cuore.
«Buon Natale!» esclama, ma senza troppa convinzione. Ho la sensazione
che in queste due ore non abbia soltanto cercato la cartellina, ma l'abbia
letta da cima a fondo. «Non mi offrite da bere?» chiede a gran voce.
31
In cucina, accendo il forno e cuocio le lasagne. Mescolo il parmigiano e
l'asiago grattugiati con la ricotta e comincio a disporre strati di pasta, sugo
e carne. Nel frattempo, Anna farcisce i datteri con il formaggio cremoso e
mette le noccioline in una ciotola. Lucy e Teun si versano da bere e Marino si prepara un Bloody Mary con il suo distillato.
È di un umore strano e vuole ubriacarsi. Il dossier UD è ancora dentro la
borsa dei regali, sotto l'albero di Natale. È come un buco nero che ci attrae.
Marino è l'unico a sapere che cosa contiene, ma né io né nessun'altra gli
facciamo domande. Lucy comincia a tirare fuori gli ingredienti per fare i
biscotti al cioccolato e due torte, una con il burro di arachidi e l'altra al lime, nemmeno dovessimo dar da mangiare a tutta la città. Teun stappa una
bottiglia di borgogna Chambertin Grand Cru e Anna apparecchia la tavola.
Il dossier ci magnetizza: è come se avessimo stipulato un tacito accordo di
fare almeno un brindisi prima di cominciare a parlare di morte.
«Qualcuno vuole un Bloody Mary?» Marino parla forte e cincischia in
cucina senza dare una mano. «Cosa dici, capo, ne faccio una brocca?» Apre il frigo e prende due o tre lattine di succo di pomodoro. Mentre le apre,
mi domando se ha già bevuto prima di venire qui e la collera che mi bolle
dentro minaccia di traboccare. Prima di tutto, mi disturba che abbia messo
la cartellina di Benton sotto l'albero. Se voleva fare lo spiritoso, non c'è
riuscito. Che cosa crede, che sia il mio regalo di Natale? O è talmente fuori
di testa che quando ha messo la borsa con i pacchetti sotto l'albero non si è
nemmeno reso conto che c'era anche la cartellina? Mi urta andando a
spremere i limoni. Getta le bucce nel lavello.
«Visto che nessuno mi serve, faccio da me» borbotta. «Ehi!» grida, come se fossimo chissà dove, invece che tutti lì in cucina. «Qualcuno ha
comprato i ravanelli?»
Anna mi lancia un'occhiata. L'umore collettivo comincia a peggiorare.
L'atmosfera in cucina si incupisce, cala il gelo. Mi sento fremere dalla rabbia. Sto per esplodere, ma cerco di trattenermi. È Natale, mi ripeto. È Natale. Marino prende un cucchiaio di legno e mescola il cocktail con gesto
teatrale, versandoci dentro una quantità spropositata di liquore.
«Che schifo» dice Lucy. «Almeno ci mettessi Grey Goose...»
«Io vodka francese non ne bevo» afferma risentito lui. Batte il cucchiaio
sul bordo. «Vino francese, vodka francese... Non siamo di origine italiana?» Esagera l'accento. «Mamma mia!»
«In quell'intruglio che hai appena fatto non c'è niente di italiano, mi pare» gli fa notare Lucy prendendosi una birra dal frigo. «Se te lo bevi tutto,
domattina ti ritrovi sul tavolo della zia Kay. Avvolto in un bel sacco.»
Con una sola sorsata Marino tracanna un bicchiere del cocktail che ha
appena finito di preparare. «A proposito» dice, senza rivolgersi a nessuno
in particolare «se muoio, non voglio che mi apra.» Lo dice come se io non
fossi presente. «Patti chiari, amicizia lunga.» Si versa un altro Bloody
Mary. A quel punto, abbiamo interrotto tutti quello che stavamo facendo e
lo guardiamo. «Sono anni che mi rode, questo pensiero.» Beve un altro
sorso. «Cazzo se scalda, 'sta roba. Non voglio che mi sbatta su un tavolaccio e mi sventri come un pesce al mercato. Alle ragazze l'ho già detto.» Si
riferisce alle mie impiegate. «Non voglio che si passino le mie fotografie.
Come se non lo sapessi, che cosa si dicono fra loro! Guardano chi ce l'ha
più lungo.» Finisce il cocktail e si asciuga la bocca con il dorso della mano. «Le ho sentite con le mie orecchie. Soprattutto Clita.» In realtà si
chiama Cleta, ma Marino è in vena di battutacce.
Fa per versarsi un altro bicchiere, ma io lo fermo e sbotto: «Piantala, adesso. Ma che cosa ti prende? Arrivi qui già mezzo brillo e continui a bere
come un forsennato... Va' a dormire, Marino. Anna ti troverà un letto dove
farti passare la sbornia. Non sei in grado di guidare e qui non ti vogliamo».
Mi lancia un'occhiataccia e afferra il bicchiere con aria di sfida. «Perlomeno io non sono un ipocrita» ribatte. «Io non faccio finta che siccome è
Natale va tutto bene. Cosa cazzo c'entra il Natale? Lucy lascia l'Atf prima
che la caccino perché è una lesbica e ha fatto i soldi...»
«Smettila, Marino» lo avverte Lucy.
«Mrs McGovern se ne va dall'Atf per non so che cosa.» Le punta contro
il pollice, alludendo al fatto che forse ha le stesse inclinazioni di Lucy. «La
dottoressa Zenner abbandona casa sua perché ci sei tu indagata per omicidio, e ora anche tu lasci l'Istituto di medicina legale. Normale, no? Vediamo quante consulenze ti fa fare il governatore. Ci credo poco, io.» Ha la
voce impastata, è paonazzo e malfermo sulle gambe. «E così ve ne andate
tutti. Chi rimane? Io, cazzo. Solo io.» Sbatte il bicchiere sul tavolo ed esce
dalla cucina urtando contro il muro, facendo inclinare una stampa appesa
alla parete.
«Mio Dio.» Teun sospira.
«Che bastardo!» esclama Lucy.
«È il dossier.» Anna si volta verso la porta. «È quello che lo innervosisce.»
Marino dorme ubriaco sul divano del salotto e niente lo riscuote. Non si
muove, ma il fatto che russi ci rassicura: vuol dire che è vivo e che non si
accorge di niente. Le lasagne sono pronte, al caldo nel forno, e la torta di
lime è al fresco nel frigo. Anna è voluta partire per Hilton Head, nonostante le mie proteste. Ho fatto di tutto per convincerla a restare, ma non c'è
stato verso. È metà pomeriggio. Lucy, Teun e io siamo sedute a tavola da
ore, i piatti da una parte in attesa di metterci a mangiare, i regali ancora
sotto l'albero, il dossier UD aperto sotto i nostri occhi.
Benton era un uomo meticoloso. Aveva conservato tutto dentro apposite
cartelline trasparenti. Dalle macchie viola su certi fogli deduco che ha usato ninidrina per evidenziare eventuali impronte latenti. Il timbro sulle buste
è di Manhattan e il codice postale è di tre cifre soltanto: 100. Non è possibile risalire alla filiale che le ha smistate perché le tre cifre indicano semplicemente la città. Se fossero state spedite da un normale ufficio postale,
il codice sarebbe di cinque cifre.
All'inizio del dossier c'è un indice di sessantatré voci, con date che vanno dalla primavera del 1996 (circa sei mesi prima che Benton scrivesse la
lettera che voleva mi fosse recapitata dopo la sua morte) all'autunno del
1998 (pochi giorni prima che Carrie Grethen scappasse da Kirby). La prima voce, la cosiddetta "Prova n° 1" consiste in una lettera spedita da New
York il 15 maggio 1996, anonima e scritta al computer con un carattere
molto elaborato e difficile da leggere. Lucy lo riconosce: si chiama Ransom ed è di WordPerfect.
Caro Benton,
in qualità di presidente del Club dei Bruttoni, ti comunico che sei stato
nominato membro ad honorem. Complimenti, diventerai brutto anche tu!
Non sei contento? A presto...
Seguivano altre cinque lettere, a poche settimane di distanza l'una dall'altra, che facevano tutte riferimento al Club dei Bruttoni e al fatto che
Benton ne era diventato membro. Erano anonime, scritte su normali fogli
di carta bianca, stesso carattere Ransom, stesso codice postale, chiaramente stesso autore. Molto in gamba, peraltro, visto che non ha fatto errori fino alla sesta lettera, in cui ha commesso uno sbaglio evidente a un
occhio allenato. Mi sorprende che Benton non abbia notato i segni lasciati
sul retro della busta bianca. Alla luce, sono visibilissimi.
Prendo dalla mia borsa un paio di guanti di lattice e me li infilo mentre
vado a prendere una torcia elettrica in cucina. Anna ne tiene una vicino al
tostapane. Torno in sala e faccio scivolare la busta bianca fuori della cartellina di plastica trasparente, la prendo per gli angoli e dirigo il fascio luminoso in obliquo. Vedo l'ombra della parola "Postale" e capisco immediatamente come è stata spedita.
«Franklin D.» decifro. «Esiste un ufficio postale intitolato a Franklin D.
Roosevelt, a New York? Perché qui si legge chiaramente N-Y, N-Y.»
«Sì, è dalle mie parti» risponde Teun, sgranando gli occhi. Mi viene vicino per controllare meglio.
«Molti criminali cercano di fabbricarsi un alibi» osservo spostando la
torcia. «Uno dei più comuni è fingere di essere da un'altra parte al momento dell'omicidio mandando posta da un luogo molto lontano nel periodo in cui viene commesso, sperando che la polizia li escluda dalla rosa
dei sospettati sulla base del fatto che non potevano essere contemporaneamente in due posti diversi.»
«È in Third Avenue» dice Teun. «L'ufficio postale FDR, intendo.»
«Abbiamo soltanto una parte di indirizzo, perché l'altra è rimasta sotto
l'aletta. Nove qualcosa. Tre A-V Sì, infatti, Third Avenue. Si fa così: si
scrive l'indirizzo, si affranca la lettera e la si mette in un'altra busta indirizzata al direttore di un ufficio postale, il quale è obbligato a spedirla con
il timbro della propria filiale. Qui qualcuno ha messo la lettera per Benton
dentro un'altra busta e, scrivendoci sopra l'indirizzo, ha lasciato l'impronta
della propria scrittura su quella interna.»
Lucy mi è venuta vicino e si è chinata a guardare. «È il quartiere di Su-
san Pless» dice.
Non solo, c'è una lettera, di sicuro la più atroce, datata 5 dicembre 1997,
cioè il giorno in cui Susan Pless è stata uccisa.
Ciao, Benton!
Come stai, futuro bruttone? Mi chiedevo: tu sai che cosa si prova a
guardarsi allo specchio e desiderare di suicidarsi? No? Be', fra poco lo saprai. Sì, lo saprai presto... Ti taglierò come un tacchino prima di Natale, a
te e a quella stronza di dottoressa che ti scopi quando non ti scervelli a cercare di capire cos'hanno nella testa quelli come me e te. Non ti dico quanto
ci godrò, a prendere la lama e a sventrarla. Quid pro quo, eh? Quand'è che
imparerai a farti i cazzi tuoi?
Immagino che cosa deve aver provato Benton nel ricevere quelle lettere
così orribili e disgustose. Lo vedo in camera sua, seduto davanti alla scrivania con il portatile aperto e il modem inserito, la ventiquattrore a portata
di mano, una tazza di caffè. Dai suoi appunti è evidente che aveva capito
che il carattere in cui erano scritte le lettere era Ransom. Ransom in inglese vuol dire riscatto e il gioco di parole non gli era sfuggito: "Che cosa
vorranno in cambio della liberazione?" aveva scritto. Chissà dov'ero io,
quando lui aveva letto quelle lettere o cercato di interpretarle. Non me ne
aveva mai accennato. Lucy sostiene che non voleva farmi preoccupare, che
dirmelo non sarebbe servito a niente. Tanto non avrei potuto fare nulla, ribadisce.
«Cactus, gigli, tulipani» dice Teun sfogliando le carte. «Qualcuno gli
mandava piante e fiori a Quantico.»
Controllo decine e decine di foglietti per i messaggi telefonici, che registrano data, ora e la dicitura "telefonata muta". Erano dirette al suo numero interno alla divisione di Scienza del comportamento e il servizio di
identificazione delle chiamate in entrata dava semplicemente "utente fuori
area", a indicare che con tutta probabilità provenivano da un telefono cellulare. Lunico commento di Benton è "istante di silenzio prima di riattaccare". Teun ci informa che i fiori venivano ordinati da un fiorista di Lexington Avenue che Benton aveva contattato. Lucy controlla se il numero è
ancora lo stesso. Lo è.
«Ha preso un appunto sulle modalità di pagamento.» Faccio una fatica
terribile a guardare la sua scrittura a caratteri piccoli e aggrovigliati. «Ordini per posta. Pagamento in contanti.» Evidentemente i fiori venivano or-
dinati tramite lettera e il denaro accluso nella busta. Torno all'indice. Le
prove dalla 51 alla 55 sono gli ordini ricevuti dal fiorista. Vado a vedere.
«Scritti al computer, non firmati. Venticinque dollari di tulipani da inviare
all'indirizzo di Benton a Quantico. Piccolo cactus per venticinque dollari.
E così via. Il timbro per tutti è quello di New York.»
«Probabilmente anche questi sono stati inoltrati da qualche ufficio postale. Ma da dove li spedivano, originariamente?»
Non possiamo saperlo, senza le buste esterne, che sicuramente gli impiegati dell'ufficio postale hanno buttato nella spazzatura subito dopo averle aperte. E comunque è molto improbabile che il mittente avesse specificato il proprio nome e indirizzo. Al massimo, avremmo avuto il timbro postale.
«Immagino che il fiorista pensasse di avere a che fare con qualche pazzoide malfidato o con qualche relazione clandestina» osserva Teun.
«O con un carcerato.» Naturalmente sto pensando a Carrie Grethen. È
possibilissimo che sia stata lei a spedire quelle lettere da Kirby. Infilandole
in una busta indirizzata a qualche ufficio postale avrebbe comunque impedito al personale dell'ospedale psichiatrico di vedere a chi scriveva, che
fosse il fiorista o direttamente Benton. Anche appoggiarsi a un ufficio postale di New York avrebbe avuto un senso, perché avrebbe potuto trovare
l'indirizzo su un qualsiasi elenco telefonico. In cuor mio non penso che la
preoccupasse più di tanto che qualcuno potesse sospettare lei perché le lettere provenivano da New York. Il suo problema era non mettere in allarme
il personale di Kirby, e comunque era una grandissima manipolatrice. Tutto ciò che faceva aveva un motivo. Stava studiando Benton quanto lui aveva studiato lei.
«Supponendo che sia stata Carrie, bisogna prendere in considerazione
che in qualche modo sapesse di Chandonne e dei suoi omicidi» mi fa notare cupa Teun McGovern.
«Sicuramente» rispondo rabbiosa, allontanando la sedia dal tavolo. «Sapeva benissimo che Benton si sarebbe accorto che la data corrispondeva a
quella dell'omicidio di Susan Pless. L'ha fatto apposta.»
«Oltretutto, aveva scelto l'ufficio postale più vicino alla casa di lei» aggiunge Lucy.
Continuiamo a formulare ipotesi fino a pomeriggio inoltrato, quando decidiamo che è venuta l'ora di mangiare. Svegliamo Marino e gli comunichiamo le nostre scoperte. Continuiamo a parlare assaggiando l'insalata
verde con la cipolla e i pomodori condita con olio extravergine di oliva e
aceto di vino rosso. Mentre Marino si ingozza di lasagne come se non
mangiasse da giorni, parliamo e riflettiamo eludendo la domanda più angosciante: se l'autrice delle lettere minatorie era Carrie Grethen, e se era
legata in qualche modo al clan Chandonne, l'uccisione di Benton era stata
qualcosa di più di un semplice atto di follia? Era stata forse decisa dalla
malavita organizzata e mascherata per farla sembrare una vendetta personale e senza senso, il gesto di una psicopatica che si era prestata volentieri
a fare da killer?
«In altre parole» dichiara Marino con la bocca piena «dobbiamo chiederci se l'omicidio di Benton è stato come quello di cui ti accusano.»
Restiamo tutte zitte, senza capire. Poi afferro il senso della sua frase.
«Vuoi dire che potrebbe avere avuto un movente diverso ed essere stato
contrabbandato a bella posta per l'atto di un serial killer?»
Alza le spalle. «Come adesso accusano te di aver ucciso Diane Bray facendo in modo che i sospetti cadessero sul lupo mannaro.»
«Ecco perché interessa tanto all'Interpol» interviene Lucy.
Marino si versa un bicchiere di borgogna e lo butta giù come se fosse
Gatorade. «Sì, infatti. Magari Benton si era imbattuto nel clan e...»
«Per via di Chandonne» lo interrompo. Ho l'impressione di essere sulla
strada giusta.
Jaime Berger incombe fra noi come un'ospite non invitata. È tutto il pomeriggio che mi tormenta. Non riesco a smettere di pensare a una delle
prime cose che mi domandò la sera in cui parlammo nella sala riunioni
dell'Istituto di medicina legale. Voleva sapere se avevamo interpellato un
esperto di profili psicologici dopo gli omicidi di Chandonne a Richmond.
Era entrata subito in argomento e mi aveva dato l'impressione di credere
molto nell'importanza dei profili psicologici. Senza dubbio aveva richiesto
l'aiuto di un esperto, quando si era occupata dell'omicidio di Susan Pless.
Ho il sospetto che Benton fosse a conoscenza di quel caso.
Mi alzo da tavola. «Fa' che sia a casa» mormoro, cercando nella borsa il
suo biglietto da visita con un crescente senso di disperazione. Compongo il
suo numero dal telefono in cucina, dove nessuno può sentirmi. Provo un
certo imbarazzo, ma il sentimento predominante è la paura. Sono anche arrabbiata. Se ho preso un granchio, rischio di fare una brutta figura. Se ho
visto giusto, vuol dire che Jaime Berger è stata poco aperta con me. E questo mi disturba profondamente.
«Pronto?» risponde una voce di donna.
«Procuratore Berger?» chiedo.
«Un istante.» Poi sento chiamare: «Mamma! È per te».
Appena risponde, le dico: «Quante cose non so di lei! Mi sembra di non
capire più niente».
«Ah, si riferisce a Jill?» Dev'essere la persona che mi ha risposto. «È figlia di Greg, per la verità, del suo primo matrimonio. E oggi, le assicuro,
cederei volentieri al primo offerente lei e sua sorella.»
«Non è vero!» sento che grida Jill, ridendo.
«Aspetti che mi sposto in un angolo più tranquillo.» Parla mentre cammina per la casa in cui abita con un marito e due figlie di cui non mi ha
mai parlato, nonostante abbiamo passato tanto tempo insieme. Sento crescere il risentimento. «Che cosa c'è, Kay?»
«Lei conosceva Benton?» le chiedo direttamente.
Silenzio.
«È ancora lì?» domando.
«Sì, sono qui» risponde, in tono più grave e sommesso. «Sto pensando a
come rispondere...»
«Basta che mi dica la verità, per una volta.»
«Le ho sempre detto la verità» ribatte.
«Sciocchezze. Voi procuratori mentite spessissimo, per raggiungere i
vostri scopi: minacciate di usare lie detector e siero della verità, pur di far
confessare la gente. E si può mentire anche per omissione. Adesso esigo la
verità, tutta la verità e nient'altro che la verità. Voglio sapere se Benton ha
mai avuto a che fare con il caso Susan Pless.»
«Sì» risponde. «Assolutamente, Kay.»
«Mi dica tutto quello che sa, procuratore. Ho passato il pomeriggio a
leggere le strane lettere che ricevette prima di morire. Provengono tutte
dall'ufficio postale del quartiere in cui abitava la Pless.»
Dopo un attimo di silenzio, mi risponde: «Ho incontrato Benton in diverse occasioni, e la procura di Manhattan si è avvalsa delle sue consulenze. Adesso abbiamo uno psichiatra di New York che collabora con noi,
ma allora ci rivolgevamo alla divisione di Scienza del comportamento.
Quando mi affidarono il caso Susan Pless, gli telefonai e andai con lui sul
luogo del delitto. Controllammo insieme l'appartamento della vittima, proprio come abbiamo fatto io e lei in questi giorni, a Richmond».
«Le disse che aveva ricevuto lettere minatorie e telefonate mute? È possibile che l'autore delle lettere e l'assassino di Susan Pless fossero in qualche modo collegati?»
«Ho capito» ribatte.
«Ah, sì? E che cosa ha capito?»
«Ho capito che lo sa» mi risponde. «Mi chiedo come, però.»
Le parlo del dossier UD e le spiego che ho l'impressione che Benton avesse fatto controllare le lettere per vedere se vi erano impronte digitali. Le
chiedo se sa da chi e con quali risultati. Jaime Berger non è al corrente, ma
suggerisce di controllare di nuovo eventuali impronte latenti e passarle all'Afis, il sistema automatizzato per l'identificazione delle impronte digitali.
«Sulle buste ci sono i francobolli» le dico. «Se avesse voluto fare il test del
Dna, Benton li avrebbe tolti.»
Non è molto che i test del Dna, grazie al sistema di amplificazione genica, sono diventati abbastanza sofisticati da rendere concretamente fattibile
l'analisi della saliva e non so se Carrie qualche anno fa si rendesse conto
che rischiava di tradirsi leccando un francobollo. Io lo sapevo, invece. Se
Benton mi avesse fatto vedere quelle lettere, gli avrei consigliato di provare a fare l'esame e magari saremmo riusciti a risalire all'identità dell'autore
delle molestie. E forse sarebbe ancora vivo.
«Allora non ci si pensava» mi fa notare Jaime Berger. «Era inconsueto
anche per chi lavorava nelle forze dell'ordine.» Continua a parlare del test
del Dna. «Adesso i detective vanno in giro a raccattare bicchieri di plastica, fazzoletti di carta e cicche. È incredibile.»
Mi viene un dubbio atroce. Il suo racconto mi ha fatto venire in mente la
vicenda di un uomo in Inghilterra accusato ingiustamente di furto con
scasso sulla base di una corrispondenza fra il suo Dna, contenuto nel
database di Birmingham, e quello ricavato da materiale biologico lasciato
dall'autore del furto. Il suo avvocato chiese la ripetizione della prova, questa volta utilizzando dieci loci anziché sei, come si fa normalmente. I loci,
o alleli, sono semplici sequenze della mappa genetica. Siccome alcuni sono più comuni di altri, quanto più alto è il numero degli alleli e minore la
loro frequenza, tanto maggiore è l'attendibilità del test. In realtà l'attribuzione è sempre probabilistica: il problema è ottenere un'analisi sufficientemente accurata da escludere false incriminazioni. Nel caso inglese, dopo
la ripetizione della prova, il presunto ladro era stato scagionato. C'era una
possibilità di errore su trentasette milioni, e si era verificata.
«Quando effettuaste la prova del Dna sui campioni raccolti dal cadavere
di Susan Pless, usaste l'Str?» domando a Jaime Berger.
L'Str, o Short Tandem Repeats, è la tecnologia più moderna nel campo
del test del Dna. Si amplifica il Dna attraverso la Pcr e si studiano loci polimorfi denominati Str. Ormai nei database del Dna si utilizzano profili a-
nalizzati su almeno tredici loci, in maniera da rendere sempre più improbabile un errore.
«So che i vostri laboratori sono molto avanzati» dice Jaime Berger. «Sono anni che usano la Pcr.»
«Sì, a meno che non ricorrano alla vecchia tecnica Rfl, che è molto affidabile ma anche estremamente lunga» rispondo. «Nel 1997 il problema
era quanti loci o sonde si usavano. Spesso, al primo esame del campione,
non si usavano dieci, tredici o quindici loci per motivi economici. Se nel
caso di Susan Pless furono esaminati quattro loci, per esempio, è possibile
un margine di errore, per quanto raro. Suppongo che il campione sia stato
conservato.»
«Un margine di errore?»
«Supponiamo di aver a che fare con due fratelli: uno potrebbe aver lasciato il liquido seminale e l'altro i peli e la saliva.»
«Ma lei ha effettuato l'esame del Dna su Thomas, no? Era simile a quello di Jean-Baptiste, ma non era identico.» Non posso crederci: Jaime Berger si sta agitando.
«L'abbiamo fatto qualche giorno fa su tredici loci, non su quattro o sei»
replico. «Suppongo che i profili avessero molti alleli identici e alcuni diversi. Più sonde si usano, più differenze si ottengono. Soprattutto nelle popolazioni chiuse. E possiamo presumere che la famiglia Chandonne sia
una popolazione chiusa, dato che vive sull'Île Saint-Louis da secoli e probabilmente è endogama. Ci saranno state unioni anche all'interno della
stessa famiglia e questo, fra l'altro, spiegherebbe la presenza di malattie
genetiche come quella di Jean-Baptiste. Più numerosi sono i matrimoni fra
consanguinei, maggiori sono le probabilità di malattie genetiche.»
«Dobbiamo ripetere il test sul liquido seminale per il caso di Susan
Pless» decide Jaime Berger.
«Penso che lo ripeterebbero di routine, ma le consiglio di accelerare i
tempi il più possibile» le dico.
«Speriamo solo che non venga fuori che è stato qualcun altro» esclama
frustrata. «Ci pensa, se una volta ripetuto il test il Dna non corrispondesse?
Avrei fatto tutto questo lavoro per nulla!»
Ha ragione: sarebbe tutto inutile. Nemmeno un pubblico ministero bravo
come lei potrebbe convincere la giuria che Chandonne è colpevole dell'omicidio di Susan Pless benché il suo Dna non corrisponda a quello ottenuto dal liquido seminale.
«Chiederò io a Marino di mandare francobolli ed eventuali impronte la-
tenti ai laboratori» mi dice poi. «Mi ascolti, Kay, devo chiederle di non
guardare quel dossier se non in presenza di testimoni. E la sconsiglio dal
proseguire nella lettura. È meglio che non tocchi nessuno di quegli indizi.»
«Capisco.» Mi sta ricordando che sono indagata per omicidio.
«Glielo dico nel suo interesse» aggiunge.
«Senta, procuratore Berger, visto che lei sapeva delle lettere minatorie e
di quello che stava passando Benton, mi dice che cosa ha pensato quando
ha saputo che era stato ucciso?»
«Sono rimasta scioccata e addolorata. E sì, la prima cosa che pensai fu
che l'avesse ammazzato l'autore delle molestie. Tuttavia, quando fu chiarito che i suoi assassini erano stati scoperti ed erano morti, ritenni che non
fosse il caso di aprire un'inchiesta.»
«Se fu Carrie Grethen a mandargli quelle lettere, la peggiore la scrisse il
giorno della morte di Susan Pless.»
Silenzio.
«Io non posso pensare che non ci sia un collegamento.» Non cedo. «È
possibile che Susan Pless sia stata la prima vittima americana di Chandonne e che Benton abbia cominciato a interessarsi e a scoprire verità
troppo scomode per il clan. Carrie era viva e stava a New York, quando
Chandonne arrivò negli Stati Uniti e uccise Susan Pless.»
«Pensa che quello di Benton sia stato un omicidio su commissione?» mi
chiede dubbiosa.
«Sì, lo trovo molto probabile» rispondo. «Conoscevo bene Benton e il
suo modo di ragionare. Tanto per cominciare, aveva il dossier UD nella
sua ventiquattrore. Perché se lo sarebbe portato a Philadelphia, se non fosse stato convinto che esisteva un legame fra quelle lettere e Carrie e il suo
compagno? Carrie Grethen e Newton Joyce ammazzavano e asportavano
la faccia alle loro vittime. Le sfiguravano, le rendevano brutte. E le lettere
avvertivano Benton che sarebbe diventato brutto anche lui. Tant'è vero che
poi...»
«Ho bisogno di vedere quel dossier» mi interrompe Jaime Berger. È
chiaro che vuole chiudere la telefonata. «Ho un fax qui a casa. Mi può
mandare tutto?» Mi dà il numero.
Entro nello studio di Anna e passo mezz'ora a fotocopiare il contenuto
del dossier perché non posso infilare le buste di plastica chiusa nel fax.
Quando torno in salotto vedo che Marino ha finito il borgogna e si è riaddormentato sul divano, mentre Lucy e Teun sono sedute davanti al cami-
netto a bere e chiacchierare, continuando a formulare ipotesi sempre più
assurde e strampalate. Natale sta per passare. Alle dieci e mezzo apriamo i
regali. Marino, un po' stordito, fa Babbo Natale e ci porge i pacchetti cercando di rallegrare l'atmosfera. È di umore nero, però, e si vede benissimo.
Le sue battute hanno una punta di acidità. Alle undici suona il telefono. È
Jaime Berger.
«Quid pro quo?» mi butta lì, facendo riferimento alla lettera datata 5 dicembre 1997. «Non le sembra una frase da gergo legale? Sarà un'assurdità,
beninteso, ma mi piacerebbe tanto fare il test del Dna a Rocky Caggiano.
Penso che non dovremmo dare per scontato che l'autore delle lettere fosse
Carrie Grethen. Io non lascerei nulla di intentato. Può darsi benissimo che
sia stata lei, ma può darsi anche che sia stato qualcun altro.»
Torno ai regali di Natale, ma non riesco a concentrarmi. Cerco di sorridere e ringraziare di cuore, ma non ci casca nessuno. Lucy mi ha regalato
un Breitling di acciaio inossidabile modello B52 e Marino un buono per un
anno di legna da ardere, da consegnare e accatastare personalmente. Lucy
è entusiasta della collana che le ho fatto fare e Marino sembra soddisfatto
del giaccone di pelle che gli abbiamo comprato io e Lucy. Anna sarebbe
contenta dei vetri artistici che ho scovato per lei, se non fosse sulla I-95 diretta a Hilton Head. Apriamo i pacchetti rapidamente, perché abbiamo altro da fare. Mentre raccolgo nastri e carte strappate, chiedo a Marino di
raggiungermi in cucina, perché ho bisogno di parlargli a quattr'occhi. Ci
sediamo. È tutto il giorno che beve e mi rendo conto che forse non è soltanto perché è Natale. Ho l'impressione che da un po' di tempo a questa
parte anneghi i suoi dispiaceri nell'alcol.
«Non puoi continuare a bere in questo modo» gli dico, versandogli un
bicchiere d'acqua. «Non serve a niente.»
«Lo so.» Si passa una mano sulla faccia. «È tutto inutile e io mi sento di
merda. Perché non vedo altro che merda, ovunque mi giri.» Mi guarda. Ha
gli occhi rossi e gonfi e ho paura che si metta di nuovo a piangere.
«Non hai niente da cui si possa ricavare il Dna di Rocky?» gli chiedo,
senza girarci intorno.
Fa un salto sulla sedia, come se l'avessi preso a calci. «Che cosa ti ha
detto la Berger al telefono? È per questo che chiamava? Per Rocky?»
«Vuole controllare tutti quelli che hanno un legame con noi o con Benton e che possono essere collegati alla malavita organizzata» gli rispondo.
«E Rocky è uno di questi.» Gli spiego che cosa mi ha detto Jaime Berger a
proposito di Benton e di Susan Pless.
«Ma le molestie iniziarono prima dell'omicidio di Susan Pless» mi fa notare. «Quindi, perché qualcuno avrebbe dovuto tormentarlo, visto che ancora non aveva ficcato il naso in qualcosa di scottante? E perché proprio
Rocky, poi? Se pensi che sia stato lui a mandargli quelle lettere del cazzo.»
Non so che cosa rispondere.
«Comunque dovrai prendere il Dna da me e da Doris, perché di Rocky
non ho niente, nemmeno un capello. Tanto per te non cambia niente, no?
Se hai il Dna della madre e del padre lo puoi capire, se la saliva è sua o no.
Giusto?»
«Non con assoluta certezza, ma è già qualcosa.»
«Okay.» Sospira. «Senti, visto che Anna non c'è, posso fumare qui?»
«Io non lo farei» rispondo. «E le impronte digitali di Rocky potresti procurarmele?»
«Escluso. A parte il fatto che non mi sembra che Benton avesse trovato
impronte. Eppure ci aveva provato, no? E, senti, forse ti scoccia che te lo
dica, ma secondo me dovresti cercare di capire perché ti stai incaponendo
tanto su questa cosa. Non vorrei che ti lanciassi in una caccia alle streghe
per mettere al muro lo stronzo che ha mandato quelle lettere di merda a
Benton e magari l'ha anche ammazzato. Perché non ne vale la pena, capo.
Soprattutto se è stata Carrie. È morta. Che marcisca in pace.»
«Secondo me, invece, ne vale la pena» ribatto. «Io, se posso, voglio scoprire chi ha scritto quelle lettere.»
«Benton ha detto che sarebbe finito all'ultimo distretto. Be', mi sa che
aveva ragione» riflette. «L'Ultimo Distretto siamo noi e ci stiamo occupando di lui. Non ti sembra straordinario?»
«Pensi che si fosse portato quel dossier a Philadelphia perché voleva essere sicuro che io e te lo ricuperassimo?»
«Nel caso gli fosse successo qualcosa?»
Annuisco.
«Può darsi» risponde. «Aveva paura di non tirare avanti ancora per molto e voleva che trovassimo quel dossier, nel caso. È strano, però. Lui ci ha
scritto poco o niente, come se avesse paura che finisse in mano alla persona sbagliata. Non trovi significativo che non ci sia neanche un nome? Se
aveva dei sospetti, perché non lo ha detto a nessuno?»
Sono d'accordo con lui. «Quel dossier è criptico.»
«Ma a chi temeva che finisse in mano? Alla polizia? Se gli fosse successo qualcosa, i primi a controllare le sue carte sarebbero stati quelli della
polizia. Come infatti è successo. Prima di consegnarli a me, hanno control-
lato tutti gli effetti personali nella sua camera d'albergo. Benton sapeva anche che, prima o poi, questa roba sarebbe arrivata a te. E a Lucy.»
«Il fatto è che non poteva sapere chi avrebbe visto quel dossier. E quindi
ha voluto essere prudente. Benton era una persona prudente.»
«Era lì con l'Atf. Che avesse paura che il dossier arrivasse a qualcuno
dell'Atf? Lucy è nell'Atf. Teun McGovern è nell'Atf, ed era anche quella
che dirigeva l'unità che si occupava degli incendi che Carrie e il suo degno
compare appiccavano per nascondere la loro cattiva abitudine di tagliare la
faccia alla gente.» Marino strizza gli occhi. «Anche Talley è nell'Atf» continua. «Forse dovremmo farlo anche a lui, il test del Dna.» Mi guarda di
nuovo male: temo che non mi perdonerà mai di esserci andata a letto. «Avresti potuto prendergli un campione di qualcosa, a Parigi. Senza offesa,
capo, dico sul serio. Non è che ti è rimasta una macchia sul vestito?»
«Piantala, per favore.»
«Ho bisogno di farmi un cicchetto.» Va alla credenza e prende una bottiglia di Booker's. Se ne versa un bicchiere e torna a sedersi. «Che cosa ne
diresti, se venisse fuori che dietro a tutto quanto c'è Talley? Magari è per
questo che ti ha fatta andare in Francia. Voleva conoscerti per vedere se
sapevi cosa aveva scoperto Benton. Forse, quando Benton aveva cominciato a indagare dopo fa morte di Susan Pless era arrivato vicino a cose
che Talley non voleva che nessuno sapesse.»
«Che state complottando, voi due?» chiede Lucy. Non l'ho sentita entrare in cucina.
«Abbiamo del lavoro per te.» Marino la guarda con gli occhi gonfi, giocherellando con il bicchiere. «Perché tu e Teun non fate un controllino sul
nostro amico Talley? Io, nel mio piccolo, sono convinto che sia marcio. A
proposito» aggiunge rivolgendosi a me «caso mai tu non lo sapessi ancora,
ti comunico che è stato lui ad accompagnare Chandonne a New York. Non
è un po' strano? Prima è presente quando la Berger lo interroga, poi ci passa insieme sei ore in automobile. Saranno grandi amici, ormai. Sempre che
non lo fossero già prima.»
Lucy guarda fuori della finestra con le mani in tasca. Probabilmente è a
disagio per via di Marino. È sudato, indisponente e barcolla sulle gambe,
passando dall'odio e dal risentimento alla depressione più nera.
«Se c'è una cosa che detesto» insiste lui «sono i poliziotti marci che fanno tutto quello che gli pare perché nessuno ha il coraggio di fermarli. Talley è al di sopra di ogni sospetto perché parla dieci lingue, ha studiato a
Harvard, veste firmato dalla testa ai piedi...»
«Non sai quello che dici» lo interrompe Lucy. Nel frattempo ci ha raggiunti anche Teun McGovern. «Sbagli, perché Talley non è intoccabile e
non sei l'unico a questo mondo ad avere dei dubbi su di lui.»
«Serissimi dubbi» le fa eco Teun.
Marino tace e si appoggia al bancone.
«Vi posso dire che cosa abbiamo scoperto finora.» Lucy si volta verso di
me. Vedo che è in imbarazzo, probabilmente perché non sa come la prenderò. «Mi dispiace, ma non è niente di buono, anche se non c'è nulla di definitivo.» Mi guarda, cercando di capire che cosa penso veramente di Jay.
«Okay» le dico. «Sentiamo.»
«Sono tutt'orecchi» replica Marino.
«Abbiamo consultato diversi database. Non ha precedenti, né carichi sospesi. Non che ci aspettassimo di scoprire reati di violenza sessuale o maltrattamento di minore, oppure che risultasse ricercato per chissà quale crimine. Comunque, negli archivi di Fbi, Cia o Atf non risulta assolutamente
niente sul suo conto. Quando abbiamo controllato le proprietà immobiliari,
però, qualcosa abbiamo scoperto. Ha un appartamento a New York, in cui
vanno e vengono amici selezionati, molti dei quali lavorano nelle forze
dell'ordine. Alte sfere, naturalmente» precisa. «Un attico da tre milioni di
dollari vicino al Central Park, ammobiliato rigorosamente con pezzi d'antiquariato. Lui dice che è suo, ma in realtà è intestato a una ditta.»
«È abbastanza frequente che chi ha molte proprietà ne intesti alcune a
soggetti diversi, per motivi sia di privacy sia fiscali» le faccio notare.
«Lo so. Il punto è che la ditta non è di Jay Talley» replica Lucy. «A meno che non sia proprietario di una società di trasporti aerei.»
«È un tantino curioso, non trovate?» interviene Teun. «Soprattutto in
considerazione delle attività del clan Chandonne. È possibile che ci sia un
legame, anche se è troppo presto per dirlo.»
«Non mi sorprenderei» borbotta Marino. Gli brillano gli occhi. «Ti ricordi quante arie si dava perché aveva studiato a Harvard? Guarda, a me è
sempre sembrato strano che ci avesse messo su un Learjet e subito dopo
sul Concorde. Te lo dicevo, che non pagava l'Interpol.»
«Non avrebbe dovuto dire in giro che quell'attico era suo» sottolinea
Lucy. «Ma evidentemente anche lui ha il suo tallone d'Achille.» Mi guarda. «Siccome gli piace far colpo, ti ha fatto volare sul Concorde e poi ti ha
raccontato che i soldi non li tirava fuori lui. In ogni caso, stiamo controllando per vedere chi ha prenotato e come sono andate veramente le cose.»
«Il mio problema è capire se l'attico a New York è del clan Chandonne.
Non è facile, però: potete immaginare che rigiri avranno fatto per confondere le acque.»
«Secondo me, è loro tutto il palazzo» fa Marino. «E mezza Manhattan.»
«Avete controllato il consiglio di amministrazione della ditta?» domando. «Non è venuto fuori nessun nome interessante?»
«Abbiamo controllato, ma senza cavarci nulla di significativo» mi risponde Lucy. «Sono indagini rognose, perché ogni passo avanti che fai ti
tocca verificare tutto quello che viene fuori.»
«Ma che cosa c'entrano Mitch Barbosa e Rosso Matos in tutto questo?»
domando. «Sempre che c'entrino. E perché qualcuno ha preso la mia chiave di casa e l'ha messa nella tasca dei pantaloncini di Mitch Barbosa? Pensate che sia stato Jay?»
Marino sbuffa e beve un sorso di bourbon. «Secondo me, sì. E ti ha anche fatto sparire il martelletto. Non vedo chi altro possa essere stato. Io so
chi è entrato e uscito da casa tua, capo. E se non è stato Talley, è stato Righter, che però è troppo codardo per fare una cosa del genere. E poi non
credo che sia marcio.»
Il dubbio su Jay Talley era venuto già a tutti. Sappiamo che è stato a casa mia, che ce l'ha con me, che ha dei lati oscuri. Ma se è stato lui a rubarmi la chiave, a duplicarla e a darla alla persona che poi l'ha messa in tasca a Barbosa, vuol dire che è direttamente implicato nell'omicidio sia di
Barbosa sia di Matos. «Dov'è adesso? Qualcuno lo sa?» Li guardo in faccia.
«Giovedì era a New York. Ieri pomeriggio nella contea di James City. In
questo momento non ne ho la minima idea» risponde Marino.
«Ci sono altre due cose che forse ti interessa sapere» aggiunge Lucy
guardandomi. «Una è molto strana e non siamo riuscite a capire che cosa
possa significare. Controllando le denunce dei redditi, sono venuti fuori
due Jay Talley, con indirizzi e numeri della tessera di previdenza sociale
diversi. A uno risulta che il numero di previdenza fu assegnato fra il 1960
e il 1961, a Phoenix. Quindi non può essere quello che conosciamo noi,
che ha molto meno di quarant'anni, no? Non penso che sia tanto più vecchio di me. Ne avrà trenta, trentadue al massimo. All'altro Jay Talley, invece, il numero fu assegnato fra il 1936 e il 1937. Non conosciamo la data
di nascita, ma riteniamo che lo abbia ricevuto con la legge del 1935 che lo
rendeva obbligatorio per tutti i cittadini. Chissà quanti anni aveva. Adesso
dovrebbe averne almeno settanta. Gira molto e usa caselle postali, non indirizzi privati. Risulta anche che cambi auto molto spesso, anche quattro
volte all'anno.»
«Talley ti ha mai detto dov'è nato?» mi domanda Marino.
«Mi ha detto che ha passato l'infanzia a Parigi e poi la sua famiglia si è
trasferita a Los Angeles.» rispondo. «C'eri anche tu: eravamo a Lione, nella mensa dell'Interpol.»
«Non risulta che a Los Angeles siano mai stati residenti dei Jay Talley»
mi informa Lucy.
«A proposito di Interpol» interviene Marino «com'è che non hanno fatto
nessun controllo, prima di prenderlo a lavorare lì?»
«Evidentemente i controlli non sono molto approfonditi» risponde Lucy.
«È un agente dell'Atf. Si saranno fidati dell'Atf.»
«Magari ha un altro nome, oltre a Jay» dice Marino. «Lo sappiamo?»
«Dagli archivi dell'Atf non risulta.» Teun McGovern fa un sorrisetto.
«Nemmeno il vecchio Jay Talley che ricevette il numero di previdenza sociale nel '37 ha un secondo nome. Ed è insolito, visto che ce l'abbiamo
quasi tutti. Negli archivi dell'Atf l'agente Jay Talley risulta nato a Parigi da
padre francese e madre americana, residente in Francia fino all'età di sei
anni, poi a New York. Di Los Angeles non parla. Nella domanda di assunzione ha scritto di essersi laureato a Harvard, ma non risulta che a quell'università sia mai stato iscritto un Jay Talley.»
«Ma porco cane!» esclama Marino. «Possibile che sulle domande si possa scrivere qualsiasi stronzata, tanto nessuno controlla? Tu racconti che hai
studiato a Harvard o a Rhodes, che hai vinto una medaglia nel salto con
l'asta alle Olimpiadi e loro ti credono sulla parola, ti assumono, ti danno un
distintivo e una pistola.»
«Be', io all'ufficio del personale a dirgli di stare attenti a Talley non ci
vado» replica Teun. «Non so che agganci abbia al quartier generale e non
voglio assolutamente che scopra che stiamo indagando su di lui.»
Marino si stiracchia. «Ho di nuovo fame» ci informa.
32
La camera degli ospiti in casa di Anna dà sul fiume e in questi giorni mi
sono organizzata una piccola zona studio davanti alla finestra. Ci ho messo
un tavolo, che ho coperto per non rischiare di rovinare il piano di stoffa, e
una sedia girevole di pelle color verde mela che ho preso nella biblioteca.
In un primo momento mi sono disperata perché avevo dimenticato a casa il
mio portatile, ma poi mi sono inaspettatamente trovata bene con carta e
penna. Mi piace lasciar scorrere i pensieri fra le dita e fissarli sulla carta
con l'inchiostro nero. Ho una scrittura indecifrabile e probabilmente il luogo comune che vuole che tutti i medici scrivano in maniera incomprensibile ha un fondo di verità: ci sono giorni in cui metto la mia firma o la mia
sigla su cinquecento fra referti e documenti vari; suppongo che anche
prendere appunti con i guanti di gomma sporchi di sangue non aiuti.
Ho un rito tutto mio, da quando sono a casa di Anna. Tutte le mattine,
quando mi sveglio, vado in cucina e mi verso una tazza di caffè dalla macchinetta che si aziona automaticamente alle cinque e mezzo. Torno in camera, chiudo la porta e mi siedo alla finestra buia. La prima mattina mi sono messa lì a scrivere il programma del prossimo corso per investigatori
che si terrà nel nostro istituto, ma ho smesso di pensare a criminologia e
radiologia forense appena le prime luci dell'alba hanno sfiorato il fiume.
Stamattina mi sono alzata per ammirare di nuovo quello spettacolo. Alle
sei e mezzo l'oscurità ha iniziato a ingrigire e, pochi minuti dopo, ho cominciato a intravedere le sagome delle querce e dei platani e a distinguere
la terra e il fiume. Di solito la temperatura dell'acqua è più alta di quella
dell'aria e sul James si alza una nebbiolina sottile. In questo momento mi
fa venire in mente lo Stige e mi aspetto che all'improvviso compaia una
barca con un vecchio ingobbito e cencioso. Fino alle otto è difficile scorgere gli animali, a cui devo dire che mi sono affezionata. Mi piacciono le
oche selvatiche che si danno appuntamento e starnazzano qui davanti. Mi
rallegra vedere gli scoiattoli che corrono indaffarati su e giù dagli alberi,
con le code arricciate come pennacchi di fumo, e gli uccellini che vengono
a curiosare dalla finestra e mi guardano come fossi una bestia rara. Sono
stata contenta di essere riuscita a vedere i cervi saltare fra gli alberi spogli
sull'altra riva e i falchi scendere in picchiata.
Scorgere l'aquila, con le sue enormi ali, la testa e le zampe bianche, è raro. Mi conforta che voli più alta degli altri uccelli, solitaria e indipendente.
L'ho vista volare in tondo e appollaiarsi brevemente su un ramo senza mai
fermarvisi a lungo e mi sono chiesta, come il poeta Emerson, se non fosse
un segno. La natura mi è amica, e in questo momento di difficoltà ne ho
davvero bisogno.
È lunedì 17 gennaio e sono ancora esule in casa di Anna, o perlomeno
così mi considero. Il tempo è passato lentamente, a tratti stagnante come
l'acqua sotto le mie finestre. La mia vita scorre in una direzione appena
percettibile e non posso mutarne l'inevitabile corso. Le feste sono finite e
al posto dell'ingessatura adesso ho una fasciatura elastica. Ho dovuto no-
leggiare un'automobile perché la mia Mercedes è ancora sotto sequestro fra
Hull Street e Commerce Road, in un garage che non è custodito ventiquattr'ore su ventiquattro e non ha nemmeno un cane da guardia, per cui la sera
di Capodanno qualcuno mi ha rotto il finestrino e rubato autoradio, lettore
di CD e Dio solo sa cos'altro. E meno male che la tengono loro perché
hanno paura che io contamini eventuali prove.
Ci sono stati nuovi sviluppi nel caso Chandonne. Come sospettavo, nel
1997 il test del Dna sul liquido seminale raccolto dal cadavere di Susan
Pless era stato effettuato con quattro sonde soltanto. Il laboratorio forense
di New York comincia tuttora con quattro sonde soltanto, per motivi di
budget. Sul campione, che era stato congelato e conservato, è stata ripetuta
la prova usando quindici loci e il risultato è diverso: non furono né JeanBaptiste Chandonne, né suo fratello Thomas, a lasciare liquido seminale
nella vagina di Susan Pless. Ci sono molti alleli in comune, tuttavia, e i
profili sono talmente simili che possiamo ipotizzare con ragionevole certezza l'esistenza di un terzo fratello, il quale ebbe rapporti sessuali con Susan Pless. Questa rivelazione ci ha lasciati tutti sconcertati. Jaime Berger è
arrabbiatissima. «Ce l'abbiamo in quel posto» mi ha detto per telefono. I
segni dei morsi corrispondono alla dentatura di Chandonne, sul corpo martoriato della vittima c'erano la sua saliva e i suoi peli, ma non fu lui a fare
sesso con Susan Pless la sera in cui morì: questo potrebbe bastare a decidere per il non luogo a procedere. Quando la Berger me lo ha detto, mi è venuto da ridere. Per accusare me di omicidio c'è voluto molto meno: sono
bastati un esperimento con un martelletto da muratore sporco di salsa per
barbecue e alcune voci maligne.
Ho aspettato la citazione in giudizio per settimane. Alla fine è arrivata. Il
vicesceriffo me l'ha portata in ufficio con la solita allegria, evidentemente
non sapendo che questa volta sarei dovuta andare in tribunale in veste di
imputata e non di perito. Devo presentarmi nell'aula numero 302 del John
Marshall Courts Building, al cospetto del gran giurì, martedì 1° febbraio
alle ore 14.
Pochi minuti dopo le sette guardo nell'armadio alla ricerca di qualcosa
da mettermi. Jack Fielding mi ha detto che abbiamo sei casi, e due medici
sono in tribunale. Alle dieci ho un appuntamento telefonico con il governatore Mitchell. Decido per un tailleur pantalone blu gessato e camicia blu
con i gemelli. Vado in cucina a versarmi dell'altro caffè e mangio una scodella di cereali ad alto contenuto proteico che mi ha portato Lucy. A momenti mi spacco un dente e mi viene da ridere: mia nipote vuole a tutti i
costi farmi uscire dallo sconforto in cui sono precipitata. Sciacquo i piatti,
finisco di vestirmi e mi preparo per uscire. In quel momento mi suona il
cercapersone: sul display vedo il numero di Marino seguito da 911.
Davanti a casa di Anna c'è l'ultimo cambiamento nella mia vita in ordine
di tempo: una Ford Explorer blu con i sedili che puzzano di fumo, e continueranno a puzzare se non mi deciderò a seguire il consiglio di Marino e a
mettere un deodorante sul cruscotto. Lo chiamo dalla macchina con il cellulare.
«Dove sei?» mi chiede.
«Sto partendo da casa.» Accendo il riscaldamento e scendo per aprire il
cancello. Non mi fermo nemmeno a raccogliere il giornale. Un momento
dopo Marino mi consiglia di guardarlo, visto che di sicuro non l'ho ancora
fatto altrimenti l'avrei già chiamato.
«Troppo tardi» gli dico. «Ormai sono in Cherokee Street.» Irrigidisco la
pancia come un ragazzino che sta per fare a pugni con un compagno. «Che
cosa è successo? Raccontamelo tu.» Mi aspetto che mi dica che l'indagine
sul mio conto è diventata di dominio pubblico e le mie paure si rivelano
fondate. Proseguo lungo la strada bagnata fra pozzanghere e neve che gocciola dai tetti.
«"Medico legale sospettato di atroce omicidio"» legge Marino dalla prima pagina. «C'è anche la tua foto» aggiunge. «Direi che è quella che ti ha
scattato la stronza che stava in agguato davanti a casa tua, te la ricordi?
Quella che poi è scivolata sul ghiaccio. Ti ha preso mentre sali sul mio
pick-up. Devo dire che non sei venuta molto bene...»
«Lascia perdere. Dimmi cosa c'è scritto» lo interrompo.
Me lo riassume mentre io continuo a guidare. Il capo dell'Istituto di medicina legale della Virginia è indagato per l'omicidio del vicecomandante
di polizia Diane Bray. La notizia viene definita "scioccante e inaspettata".
Le forze dell'ordine sono impegnate come sempre ad accertare la verità.
Sebbene il procuratore di Stato Buford Righter non abbia voluto esprimersi
in merito, fonti accreditate sostengono che l'inchiesta è stata aperta a seguito di alcune dichiarazioni compromettenti da parte di diversi testimoni e
della scoperta di indizi estremamente rilevanti. Altre fonti non meglio specificate sostengono che ero in pessimi rapporti con la defunta Diane Bray,
la quale mi aveva dato più volte dell'incompetente e riteneva auspicabili le
mie dimissioni. Prima di morire, Diane Bray aveva rivelato ad alcuni conoscenti che io l'avevo attaccata in diverse occasioni, con insulti e minacce. Voci di corridoio lascerebbero intendere che ho cercato di far passare
l'omicidio per l'opera del brutale assassino di Kim Luong.
Sono imbottigliata in Huguenot Road, nel traffico dell'ora di punta. Dico
a Marino di smetterla, perché non ne posso più.
«È un articolo lunghissimo» mi dice.
«Lo immaginavo.»
«Devono averci lavorato su per tutte le vacanze di Natale, perché ci sono
un sacco di servizi su di te e sul tuo passato.» Lo sento girare le pagine.
«Parla persino di Benton, di come è morto. E di Lucy. C'è un articolo su
dove sei andata a scuola e tutto il resto. Cornell, Georgetown, Hopkins. Le
foto dentro sono migliori. Oh, merda, ce n'è una anche della camera da letto di Diane Bray.»
«Che cosa dice di Lucy?» domando.
Marino è soddisfatto che sul giornale ci sia una serie di fotografie che ci
ritraggono insieme. «Mai vista una roba del genere.» Lo sento che sfoglia.
«Capo, qui non finisce più. Finora ho visto cinque firme diverse. Devono
aver messo sotto un bel po' di gente. C'è persino una vista di casa tua dall'alto...»
«Che cosa dice di Lucy?» insisto. «Me lo vuoi dire?»
«Per la miseria, c'è persino una foto di te e la Bray nel parcheggio davanti al Quik Cary. Madonna, come vi guardate male...»
«Marino!» Alzo la voce. È tutto quello che posso fare mentre guido.
«Adesso basta!»
Dopo un attimo di silenzio, mi dice: «Scusa, capo. Cristo, mi rendo conto che è terribile, ma ti ho chiamata appena ho visto la prima pagina. Non
mi ero reso conto che continuava anche dentro. Scusami. È che non ho mai
visto dare tanto spazio a una notizia, se non quando muore improvvisamente qualcuno famoso».
Ho le lacrime agli occhi. Non gli faccio notare la gaffe. È come se fossi
morta improvvisamente.
«Fammi guardare cosa dice di Lucy» borbotta. «Be', tutte cose prevedibili. Che è tua nipote ma per te è come se fosse una figlia, che si è laureata con il massimo dei voti alla Uva... Parla dell'incidente di macchina,
dice che è gay, che ha il brevetto di pilota, che ha lavorato per Fbi e Atf...
Sì, sì. Ah, che a momenti sparava a Chandonne davanti a casa tua. Immagino sia per questo che ne parlano.» Percepisco la sua irritazione. Per
quanto faccia il duro con Lucy, le vuole bene come pochi altri al mondo.
«Non dice che è in congedo amministrativo, né che tu sei a casa di Anna.
Almeno questo non l'hanno scoperto.»
Proseguo a passo d'uomo verso West Cary Street. «Dove sei?» gli chiedo.
«In sede. Sto per venire da te» risponde. «Perché vedrai che festa, all'istituto.» Intende dire che troverò i giornalisti ad aspettarmi. «Pensavo
che ti facesse comodo un piccolo servizio d'ordine. E poi ti devo parlare.
Senti, mi è venuta un'idea: se io vado all'istituto e lascio la macchina, tu ti
puoi fermare in Jackson Street, invece di entrare da Fourth Street. La macchina poi te la porto dentro io. Ho sentito che ci sono una trentina fra cronisti, fotografi e cameraman, nel parcheggio. Aspettano te.»
Sto per accettare la sua offerta d'aiuto, poi però ci ripenso e declino. Non
voglio nascondermi la faccia nel cappotto come se fossi un mafioso. Non
ci penso nemmeno. Gli dico che ci vediamo in ufficio, che entrerò come al
solito e affronterò i giornalisti. Prima di tutto perché sono testarda, ma anche perché non vedo che cosa ho da perdere a comportarmi normalmente e
a dire la verità. E la verità è che non ho ucciso Diane Bray: non mi è mai
nemmeno passato per l'anticamera del cervello, nonostante la detestassi più
di chiunque altro al mondo.
In Ninth Street mi fermo al semaforo e mi infilo la giacca del tailleur.
Controllo nello specchietto di essere presentabile, mi metto il rossetto e mi
aggiusto i capelli. Poi accendo la radio, facendomi coraggio prima del notiziario. Immagino che i canali locali non parleranno che del primo scandalo del nuovo millennio.
"Bisogna dire, Jim, che qui abbiamo a che fare con una persona che aveva a portata di mano il delitto perfetto..."
"Veramente. Io ho avuto modo di conoscerla e di intervistarla, e..."
Cambio canale e poi lo ricambio, offesa di sentire tutti che parlano più o
meno male di me solo perché qualcuno ha passato informazioni alla stampa su quello che, a rigore, dovrebbe essere uno dei procedimenti legali più
segreti e protetti. Mi chiedo chi sia stato a violare il segreto e mi dispiace
giungere alla conclusione che possono essere in tanti. Non mi fido di Righter e non mi fido né delle banche né delle compagnie telefoniche a cui si
è rivolto. Ma ho in mente un'altra persona - Jay Talley - e penso che sia
stato citato in giudizio pure lui. Cerco di ricompormi prima di svoltare nel
parcheggio e vedere radio e televisioni allineate in Fourth Street e decine
di persone che mi aspettano con telecamere, microfoni e taccuini.
Nessuno di loro nota la mia Explorer blu, perché non se l'aspettano. È in
quel momento che mi rendo conto di aver commesso un grave errore tatti-
co. Da diversi giorni guido un'automobile a noleggio e non mi è mai venuto in mente che qualcuno possa essersi chiesto il perché. Parcheggio nel
posto a me riservato e la frotta di reporter mi salta addosso. Sembrano cacciatori che hanno appena avvistato la preda. Mi calo nella parte. Sono il
capo, mi dico. Sono una donna riservata, posata e coraggiosa. Non ho fatto
niente di male. Scendo, prendo la valigetta e le carte sul sedile posteriore.
Ho il gomito che mi pulsa sotto la fasciatura. Sento i clic delle macchine
fotografiche e vedo i microfoni puntati contro di me come pistole.
«Dottoressa Scarpetta, vuole rilasciare un commento?»
«Dottoressa Scarpetta...»
«Quando ha scoperto di essere indagata?»
«È vero che lei e Diane Bray non andavate d'accordo?»
«Che fine ha fatto la sua automobile?»
«Conferma di essere stata praticamente cacciata di casa e di non poter
guidare la sua macchina?»
«Rassegnerà le dimissioni, dottoressa?»
Li guardo in faccia, zitta e impassibile, in attesa che facciano silenzio.
Quando capiscono che sono disponibile a rispondere, si sorprendono e diventano meno aggressivi. Ne riconosco alcuni, anche se non so come si
chiamano. Ignoro il nome di quelli che raccolgono le notizie dietro le quinte per permettere ai giornalisti di scrivere i loro articoli. Devo sforzarmi di
pensare che stanno solo facendo il loro lavoro e non ce l'hanno con me.
Non c'è niente di personale. Sono volgari, spietati, insensibili, invadenti e
maledettamente approssimativi, ma non lo fanno contro di me. «Non ho
preparato un comunicato stampa» esordisco.
«Dov'era la sera in cui Diane Bray è stata uccisa?»
«Per favore» li blocco. «Come voi, anch'io ho appreso da poco di essere
indagata per l'omicidio di Diane Bray e vi chiedo di rispettare i vincoli di
segretezza che un procedimento di questo tipo comporta. Sapete perfettamente che non posso discutere di certi particolari con voi.»
«Ma lei...?»
«La sua auto è sotto sequestro?»
Domande e accuse elettrizzano l'aria. Mi avvio verso la porta. Non ho altro da dire. Sono il capo, posata, calma e coraggiosa; non ho fatto niente di
male. Di uno dei giornalisti ricordo il nome, perché è difficile dimenticare
un bel nero, alto e con i capelli bianchi, che si chiama Washington George.
Indossa un lungo soprabito di pelle e me lo trovo alle spalle quando apro la
porta a vetri dell'istituto.
«Posso chiederle una cosa soltanto?» mi dice. «Si ricorda di me? Non è
questa la domanda.» Sorride. «Sono Washington George, lavoro per l'Associated Press.»
«Sì, mi ricordo di lei.»
«Posso darle una mano?» Mi tiene la porta ed entra dopo di me nell'atrio, dove la guardia mi lancia un'occhiata di cui capisco immediatamente il significato. La mia notorietà è riflessa negli occhi della gente che
incontro. Mi piange il cuore. «Buongiorno, Jeff» dico passandogli davanti.
Mi saluta con un cenno del capo.
Passo il tesserino plastificato nell'apposita fessura comandando l'apertura della porta. Washington George mi segue, raccontandomi di essere
in possesso di informazioni che a suo avviso dovrei conoscere. Non lo sto
a sentire. Nella reception trovo una signora rannicchiata in una poltrona,
con la faccia disperata, sperduta fra marmi e cristalli. Chi arriva lì, di solito
preferirebbe essere altrove. «Posso aiutarla?» le domando.
Ha una gonna nera, un paio di zoccoli da infermiera, e si stringe in un
impermeabile scuro. Tiene la borsa stretta in mano come se temesse di essere scippata. «Sto aspettando» mi sussurra.
«Chi?»
«Non lo so neanch'io» balbetta, con gli occhi pieni di lacrime. Scoppia
in singhiozzi e le cola il naso. «Sono venuta per mio figlio. Posso vederlo?
Non capisco che cosa gli dovete fare.» Le trema il mento. Si asciuga il naso con il dorso della mano. «Devo vederlo.»
Fielding mi ha lasciato un messaggio accennandomi ai sei casi di cui ci
dobbiamo occupare oggi e so che uno è un ragazzino morto impiccato.
Presunto suicidio. Mi sforzo di ricordare come si chiamava. «White?» Lei
annuisce. Benny. Le chiedo se è la madre e lei fa di nuovo sì con la testa.
La invito a seguirmi, promettendole di cercare di capire dov'è suo figlio.
Piange forte, adesso. Mi dispiace, ma Washington George dovrà aspettare,
se vuole parlarmi.
«Non credo che sia nel suo interesse» mi risponde.
«Va bene, allora. Venga con me e appena posso la ascolto» gli dico facendo scattare un'altra porta con il mio tesserino di riconoscimento. Cleta
sta lavorando al computer. Appena mi vede, diventa rossa.
«Buongiorno» mi saluta. Si sforza di usare il solito tono allegro, ma ha
lo sguardo che ultimamente ho imparato a temere e odiare. Posso immaginare che cosa si sono detti i miei collaboratori stamattina e non mi sfugge il quotidiano, piegato sulla scrivania, che Cleta ha cercato di coprire con
un pullover. Durante le feste è ingrassata e stamattina ha gli occhi cerchiati. Sto facendo del male a tutti quelli che ho intorno.
«Chi si occupa di Benny White?» le domando.
«Il dottor Fielding, credo.» Guarda Mrs White e si alza in piedi. «Vuole
darmi il cappotto, signora? Desidera qualcosa? Un caffè?»
La prego di accompagnare Mrs White nella sala riunioni e di far aspettare Washington George nella biblioteca e vado a cercare la mia segretaria,
Rose. Mi fa talmente piacere vederla che per un attimo dimentico i miei
guai, anche perché lei non mi rivolge lo sguardo che mi rivolgono tutti,
imbarazzato e curioso al tempo stesso. Rose è Rose, e di fronte ai problemi
diventa di acciaio inossidabile. Mi guarda negli occhi e scuote la testa.
«Sono disgustata» dichiara appena mi vede. «Mai visto pagliacciate tanto
ridicole in vita mia.» Prende il giornale e me lo agita davanti come se fossi
un cagnolino che si è comportato male. «Non ti lasciare impressionare da
queste stupidaggini, mi raccomando.» Come se fosse facile. «Buford Righter si è dimostrato un vero vigliacco. Non aveva il coraggio di dirtelo in
faccia, è chiaro. E così ha scatenato questo putiferio.» Scuote ancora il
giornale.
«Rose, Jack è in obitorio?» le chiedo.
«Sì, sta facendo l'autopsia a quel povero bambino.» Entra lei in argomento e l'indignazione si trasforma in compassione. «L'hai visto? Poveretto!»
«Sono appena arrivata.»
«Sembra un cherubino. Biondo, con gli occhi azzurri, un amore. Se fosse mio figlio, io non so come...»
La interrompo mettendomi un dito davanti alla bocca perché sento arrivare Cleta e Mrs White lungo il corridoio. Capendo che la madre è lì, Rose
si zittisce subito. Mi guarda negli occhi. È nervosa e agitata, stamattina.
Tutta vestita di nero, con i capelli tirati all'indietro, mi fa venire in mente il
quadro di Grant Wood American Gothic. «Tutto bene» le dico sottovoce.
«Non ci credo.» Le si velano gli occhi e si mette nervosamente a spostare delle carte.
Jean-Baptiste Chandonne mi ha alienato lo staff. Tutti quelli che sanno
che cosa è successo e dipendono da me sono sconcertati e preoccupati.
Non si fidano più di me e segretamente sono in ansia per il loro lavoro e il
loro futuro. Mi torna in mente uno dei momenti peggiori della mia vita
scolastica, quando avevo dodici anni. Come Lucy, ero la più piccola e la
più sveglia della classe. Mio padre era morto il 23 dicembre di quell'anno e
l'unico aspetto positivo del fatto che avesse aspettato a morire due giorni
prima di Natale era che almeno amici e vicini di casa erano in ferie e potevano dedicarci un po' di tempo. Nella migliore tradizione, la morte di mio
padre fu celebrata con abbondanza. Per giorni, casa nostra si riempì di risa
e di lacrime, di roba da bere e da mangiare e di canzoni.
Quando tornai a scuola dopo Capodanno, mi impegnai ancora di più:
prendere il massimo dei voti nei compiti in classe non era abbastanza. Volevo attirare l'attenzione, compiacere le insegnanti e facevo sempre più di
quello che dovevo. A un certo punto mi ritrovai a passare tutto il pomeriggio a scuola ad aiutare le suore, a pulire cancellini e mettere in ordine. Diventai bravissima a usare forbici e pinzatrice. Se c'erano da tagliare lettere
o numeri per preparare cartelloni, ero sempre disponibile.
Martha era una mia compagna di scuola. Stava nel banco davanti a me e
non parlava mai. Ogni tanto però si voltava, fredda ma curiosa, per sbirciarmi sul foglio e vedere che voto avevo preso, nella speranza che io avessi fatto peggio di lei. Un giorno, dopo un compito in classe particolarmente difficile, notai che suor Teresa era arrabbiata con me. Aspettò che
mi mettessi a pulire i cancellini sulle scale esterne, sollevando nuvolette di
polvere di gesso nel caldo sole invernale e mi venne vicino. Alzai lo
sguardo: era sua abitudine incombere su noi bambine come un gigantesco
pinguino nero e bianco, accigliata. Qualcuno l'aveva informata che avevo
copiato il compito di algebra, mi disse. Suor Teresa non specificò chi, ma
io capii subito che era stata Martha. L'unico modo per dimostrare la falsità
di quell'accusa era ripetere il compito in classe e prendere lo stesso voto.
Suor Teresa mi tenne d'occhio, da allora, e io per giorni non osai alzare
gli occhi dal banco. Un pomeriggio che vuotavo i cestini e in classe eravamo soltanto io e lei, mi disse che dovevo pregare Iddio di mantenermi
libera dal peccato. Dovevo ringraziare il nostro Padre Celeste per tutti i
doni che mi aveva fatto e implorarlo che mi aiutasse a mantenermi buona e
giusta, perché se non avessi usato bene la mia intelligenza avrei potuto fare
molto male. Dio sa tutto e conosce tutto, mi ricordò suor Teresa. A Dio
non la si fa. Protestai, cercando di discolparmi. Non avevo fatto nulla di
male, le dissi, non volevo ingannare né Dio né nessun altro. Perché non lo
chiedeva a Dio? "Non ho copiato" protestai fra le lacrime. "Voglio il mio
papà."
Quando ero alla Johns Hopkins, al primo anno di medicina, scrissi a suor
Teresa una lettera su quell'episodio che mi aveva tanto segnata. Ribadii la
mia innocenza, ancora offesa di essere stata accusata ingiustamente, ancora
arrabbiata che le suore non mi avessero difesa e avessero perso la loro fiducia in me.
Sono trascorsi più di vent'anni, e adesso, nell'ufficio di Rose, penso alle
parole di Jaime Berger la sera in cui la conobbi. Mi disse che il peggio sarebbe dovuto ancora arrivare e, naturalmente, aveva ragione. «Prima che
vadano via tutti» dico alla mia segretaria «vorrei dire due parole allo staff,
stasera. Li avverti tu, per favore? Nel corso della giornata decideremo come e quando. Adesso vado a vedere Benny White. Stai un po' dietro alla
madre. Fra poco torno e le parlo.»
Esco nel corridoio e passando davanti alla biblioteca vedo Washington
George. «Ho pochissimo tempo» gli dico distrattamente.
Sta sfogliando dei libri, il blocco a portata di mano. «Ho sentito una voce che credo farebbe meglio a verificare» mi informa. «Se non le è già arrivata. Non sarà Buford Righter a presenziare all'udienza per il suo rinvio a
giudizio.»
«Non ne sapevo niente» replico cercando di mascherare l'indignazione
che provo tutte le volte che scopro che i giornalisti sanno le cose prima di
me. «Ma abbiamo lavorato spesso insieme» aggiungo. «Quindi, in un certo
senso mi aspettavo che non volesse occuparsene lui.»
«Infatti. Per questo è stato nominato un procuratore speciale. Ed è qui
che volevo arrivare. Lei sa chi è?» Cerca di leggermi nel pensiero.
«No.» Cerco anch'io di leggergli nel pensiero e spero di reggere il colpo.
«Non le ha detto nessuno che il pubblico ministero sarà Jaime Berger?»
Mi guarda negli occhi. «A quanto ho capito, è uno dei motivi per cui si
trova qui a Richmond. Avete esaminato insieme i casi di Kim Luong e
Diane Bray, ma una fonte molto accreditata vuole che fosse tutta una manovra. Per certi versi, è come se avesse fatto l'infiltrata, la talpa. Non so se
mi spiego. Righter aveva già predisposto tutto prima ancora della sua presunta aggressione da parte di Chandonne. Credo che Jaime Berger fosse
già stata contattata.»
Tutto quello che mi viene da dire è: «Presunta aggressione?». Sono
scioccata.
«Be'» osserva Washington George «deduco dalla sua reazione che non
ne sapeva niente.»
«Immagino che lei non possa farmi il nome di questa sua fonte» dico.
«Infatti.» Sorride, un po' in imbarazzo. «Dunque lei non può confermarmelo?»
«No.» Cerco di riprendermi dal colpo.
«Senta, io continuerò a scavare. Volevo dirle che la stimo molto, dottoressa, lei mi ha sempre trattato bene.» Continua con i complimenti, ma io
non lo sto neanche a sentire. Non riesco a pensare ad altro che a Jaime
Berger, al fatto che in tutto il tempo che abbiamo passato insieme sulla sua
macchina, a casa mia, a casa di Diane Bray, lei prendeva mentalmente nota
di ogni mia parola per usarla contro di me davanti al gran giurì. Adesso
capisco perché sapeva tante cose di me... Probabilmente ha controllato i
miei estratti conto, gli elenchi delle mie telefonate, ha interrogato tutti
quelli che conosco. «Senta» lo interrompo «ho qui la mamma di un bambino morto a cui dobbiamo fare l'autopsia e purtroppo non ho tempo per
parlare con lei.» Mi allontano. Non mi interessa, se pensa che sono scortese.
Vado nello spogliatoio e mi infilo camice e soprascarpe. Nella sala autopsie c'è un gran fracasso e tutti i tavoli sono occupati. Jack Fielding è tutto
sporco di sangue. Ha già sezionato il figlio di Mrs White e gli sta prelevando un campione di sangue dall'aorta con una siringa e un ago da quattordici. Vedendomi arrivare, mi lancia un'occhiata preoccupata e stupita. È
chiaro che ha letto il giornale.
«Ne parliamo dopo» lo prevengo, alzando una mano. «Ho sua madre nel
mio ufficio.» Indico il cadavere.
«Che mondo di merda» è la sua risposta. «Veramente un mondo di merda.»
«Lo vorrebbe vedere.» Prendo un telo da una barella e pulisco la faccia
del ragazzino. Ha i capelli color del grano maturo e la pelle bianca come il
latte, a parte la faccia, che è arrossata. Ha un accenno di peli sul labbro superiore e sul pube. I suoi ormoni stavano cominciando ad agitarsi, preparandolo a una vita adulta che non avrà più. Sul collo è evidente un solco
stretto e scuro che si alza verso l'orecchio destro, dove era annodato il cappio. A parte quel segno, il suo giovane corpo non reca traccia di violenza.
Non si spiega come mai non volesse vivere. I suicidi sono spesso molto
misteriosi. Contrariamente a quanto si crede, è raro che chi si toglie la vita
lasci un biglietto; spesso non riusciva a esprimere i propri sentimenti da
vivo e resta un enigma anche da morto.
«Maledizione» borbotta Jack.
«Che cosa sappiamo?» gli chiedo.
«Intorno a Natale ha cominciato a comportarsi in maniera strana a scuola.» Prende la manichetta e pulisce la cavità toracica finché non brilla come i petali di un tulipano. «Il padre è morto di cancro al polmone qualche
anno fa e la madre si è risposata.» L'acqua scroscia sul tavolo di metallo.
«Quel maledetto Stanfield, sembra che faccia tutto lui. A quanti siamo arrivati, adesso? Tre casi in quattro settimane, cazzo!» Sciacqua il blocco
degli organi, che rifulgono di sfumature diverse di rosso, aspettando di essere violati per l'ultima volta. «Sempre in mezzo, 'sto coglione...» Prende
un bisturi dal carrello. «Comunque, il ragazzo ieri è andato in chiesa e poi,
invece di rientrare a casa, si è infrattato nel bosco e si è legato una corda al
collo.»
Quando Jack Fielding parla in questo modo, vuol dire che sta male.
«Cosa c'entra Stanfield?» gli chiedo. «Credevo che volesse abbandonare
l'Investigativa.»
«Spero che lo faccia. È un coglione. Mi chiama per avvertirmi del ragazzo e, indovina un po'?, va a vedere il cadavere e, dato che penzola dall'albero, gli taglia il cappio.»
Temo il peggio.
«Il nodo, capisci?»
Avevo ragione. «Spero solo che prima lo abbia fotografato.»
«Laggiù.» Mi indica delle foto sul bancone in fondo alla sala operatoria.
Le vado a vedere. Sono terribili: Benny non si era cambiato, di ritorno
dalla funzione domenicale, ma era andato diritto nel bosco, aveva fissato
una corda di nylon a un ramo, aveva fatto un semplice nodo e se l'era infilato intorno al collo. Nelle foto, ha un completo blu con la camicia bianca. Il cravattino rosso e blu è a terra. O se l'è tolto lui, o gli è scivolato
quando il cappio si è stretto. È in ginocchio, le braccia sui fianchi, la testa
piegata, nella posizione tipica di chi si toglie la vita impiccandosi. È raro
trovarli sospesi nel vuoto. È sufficiente comprimere i vasi sanguigni del
collo in maniera che al cervello arrivi sangue scarsamente ossigenato. Per
comprimere le vene giugulari è sufficiente una pressione di cinque chili, e
poco più del doppio per occludere le carotidi. Basta il peso della testa contro il cappio. La perdita di coscienza è quasi immediata. La morte avviene
dopo qualche minuto.
«Senti, facciamo così» dico a Jack, tornando alla sua postazione. «Lo
copriamo con un telo plastificato in maniera che il lenzuolo non si inzuppi
di sangue e glielo lasciamo vedere. L'autopsia la finisci dopo.»
Fa un sospiro e getta il bisturi sul carrello.
«Intanto le parlo e cerco di farmi dire qualcosa di più.» Mi incammino.
«Appena sei pronto, chiama Rose. Grazie, Jack.» Lo guardo un attimo negli occhi. «Ci vediamo dopo, okay? Ci dobbiamo sempre prendere quel
famoso caffè. Non ci siamo nemmeno fatti gli auguri di Natale.»
Mrs White è nella sala riunioni. Non piange più, ma ha lo sguardo vacuo
e spento. Quando apro la porta, mi guarda distratta. Le spiego che ho appena visto Benny e che fra qualche minuto potrà farlo anche lei. Le si
riempiono di nuovo gli occhi di lacrime. Vuole sapere se ha sofferto. Le rispondo che ha perso subito conoscenza. Vuole sapere se è morto perché
non riusciva più a respirare. Le dico che non lo sappiamo ancora con certezza, ma non riteniamo che le vie respiratorie fossero ostruite.
Benny potrebbe essere morto per ipossia cerebrale, anche se a mio parere è più probabile che la compressione dei vasi sanguigni abbia provocato una risposta vasovagale. In altre parole, il cuore ha rallentato e lui è
morto. Quando le spiego che era inginocchiato, Mrs White dice che forse
pregava il Signore di riprenderlo con sé. È possibile, le dico. È molto probabile. Cerco di consolarla. Mi dice che a ritrovare il corpo è stato un cacciatore sulle tracce di un cervo che aveva ferito qualche ora prima. Benny
doveva essere morto da poco perché era sparito dopo essere tornato dalla
chiesa, verso mezzogiorno e mezzo, e la polizia è arrivata a casa sua alle
cinque. Le avevano detto che Benny era stato ritrovato alle due. Perlomeno
non era stato in giro da solo troppo a lungo, dice. E meno male che aveva
il Vangelo nella tasca della giacca, perché sul frontespizio c'erano nome e
cognome. Per questo la polizia l'aveva identificato subito ed era andata ad
avvertire la famiglia.
«Mrs White» le chiedo «Benny era strano, negli ultimi tempi? E quando
è andato in chiesa, ieri mattina, era successo qualcosa?»
«Da un po' di tempo a questa parte, è lunatico.» Si sta facendo forza, ma
parla del figlio come se rosse seduto fuori ad aspettarla. «Del resto, ha
quasi dodici anni. È l'età.»
«In che senso era lunatico?»
«Si chiude in camera sua, è sempre con le cuffie in testa ad ascoltare
musica, ogni tanto risponde. Non è da lui, sono un po' preoccupata.» Le si
incrina la voce e sbatte le palpebre, come se all'improvviso le fosse venuto
in mente dove si trova e perché. «Non capisco perché abbia fatto una cosa
del genere!» Scoppia in lacrime. «So che non andava d'accordo con alcuni
ragazzi della chiesa, che lo prendevano in giro. Dicevano che sembrava
una femminuccia.»
«L'hanno preso in giro anche ieri?» le chiedo.
«È possibile. La domenica mattina vanno in chiesa tutti insieme e con la
storia dei due uomini che hanno ucciso qui nei dintorni... Insomma, se ne
faceva un gran parlare.» Si interrompe. Non vuole approfondire un argomento che trova scandaloso e che le è estraneo.
«Si riferisce ai due uomini uccisi prima di Natale?»
«Sì. Sa, si diceva che erano dei pervertiti, un cancro di questa società.
Che l'America era cominciata tutta in modo diverso. Che un tempo certe
cose non si facevano.»
«Un cancro di questa società? E chi dice questo?»
«Be', si dice in giro. Sa, la gente mormora.» Trae un profondo respiro.
«Con Jamestown qui vicino, capisce? C'è gente che dice di aver visto il
fantasma di John Smith e Pocahontas, roba così. Quando hanno ammazzato quegli uomini, tutti e due da queste parti, si diceva in giro che erano...
Be', insomma, contro natura. E che li hanno ammazzati per questo. O comunque, io ho sentito dire così.»
«Lei ne aveva parlato con Benny?» Mi sento sempre peggio.
«Un pochino, sì. Ne parlavano tutti. Lo sapeva anche lui che li avevano
torturati, bruciati e uccisi. Avevamo un po' paura, stavamo attenti a chiudere bene la porta. E così, con Benny è venuto fuori il discorso. Se devo dire,
è proprio in quel periodo che ha cominciato a essere leggermente strano.
Forse gli ha fatto impressione.» Silenzio. Guarda il tavolo. Non sa se usare
il passato o il presente, parlando di suo figlio. «Tanto più che i suoi compagni lo prendono in giro dicendo che sembra una femminuccia. A Benny
dà fastidio e io lo capisco benissimo. Gli dico sempre: aspetta di crescere e
di diventare più bello di tutti loro. Quando vedranno che le ragazze ti vengono tutte dietro, la smetteranno.» Sorride e ricomincia a piangere. «Come
ci patisce! Sa quanto possono essere cattivi i bambini, quando ci si mettono.»
«Pensa che l'abbiano preso in giro anche ieri in chiesa?» le chiedo ancora. «Magari hanno parlato della fine che avevano fatto quei due uomini,
hanno fatto dei commenti sugli omosessuali e qualche allusione...»
«Be'» mi interrompe «sì. La Bibbia dice chiaramente che chi va contro
natura va punito. "Dio li abbandonò alla loro lussuria"» cita.
«Benny era preoccupato per la propria sessualità?» Cerco di essere dolce
ma ferma. «È normale, durante l'adolescenza. L'identità sessuale è confusa,
soprattutto di questi tempi. Il mondo è complicato, molto più di quanto non
fosse una volta.» Squilla il telefono. «Mi scusa un istante?»
È Jack. Mi informa che Benny è pronto. «Senti, è arrivato Marino. Dice
che deve parlarti con urgenza.»
«Spiegagli la situazione.»
«Benny mi aveva domandato se quei due avevano fatto la fine che avevano fatto perché erano... Be', lui aveva usato la parola "invertiti"» mi risponde intanto Mrs White. «E io gli avevo risposto che poteva essere stata
una punizione divina.»
«Come aveva reagito lui?» le chiedo.
«Mi pare che non abbia detto niente.»
«Quando è successo?»
«Venti giorni fa, più o meno. Dopo che trovarono il secondo morto e i
giornali dissero che forse li avevano ammazzati perché erano stranieri o
omosessuali.»
Mi chiedo se Stanfield si rende conto dei danni che ha causato andando a
riferire informazioni riservate a suo cognato. Mrs White continua a parlare,
sempre più nervosa quanto più si avvicina al cadavere del figlio. L'accompagno nella sala dove i parenti possono vedere i loro cari. Dentro ci sono
un divano e un tavolo, su una delle pareti la riproduzione di una pacifica
scena campestre. La parete di fronte è una vetrata protetta da una tenda,
che dà sulla cella frigorifera.
«Non vuole sedersi, Mrs White?» le dico, posandole una mano sulla
spalla.
È tesa, spaventata, gli occhi fissi sulla tenda blu. Si siede sul bordo del
divano con le mani in grembo. Apro la tenda e dietro la vetrata c'è Benny,
coperto da un lenzuolo azzurro che arriva a nascondergli il segno sul collo.
Ha i capelli pettinati all'indietro e gli occhi chiusi. Sua madre resta impietrita, senza fiato. Lo guarda fisso, senza capire. Poi aggrotta la fronte.
«Come mai ha la faccia così rossa?» mi chiede, come se fosse un'accusa.
«Perché è congestionato» le spiego. «La corda ha impedito al sangue di
tornare al cuore.»
Si alza e si avvicina al vetro. «Bambino mio» sussurra. «Figlio mio. Sei
in paradiso, adesso. Fra le braccia di Gesù. Guardi, ha i capelli bagnati
come se fosse stato appena battezzato. Lo avete lavato, vero? Mi dica che
non ha sofferto...»
Non glielo posso dire, se penso a come si dev'essere sentito quando la
corda si è stretta intorno al collo e la pressione nella testa è aumentata spaventosamente. Si stava togliendo la vita ed era abbastanza cosciente e sveglio da saperlo. Sì, Benny ha sofferto. «Per poco tempo, Mrs White» rispondo. «È stata una sofferenza breve.»
Si copre la faccia con le mani e scoppia in lacrime. Richiudo la tenda e
l'accompagno fuori.
«Che cosa gli farete, adesso?» mi domanda seguendomi.
«Finiremo di controllarlo e gli faremo degli esami per essere sicuri di
non aver trascurato niente.»
Annuisce.
«Vuole sedersi un attimo qui? Vuole bere qualcosa?»
«No, grazie. Adesso vado.»
«Le faccio le mie condoglianze, Mrs White. Mi dispiace molto per suo
figlio. Di qualsiasi cosa avesse bisogno, chiami pure. Anche se non ci sono
io, qualcuno l'aiuterà di certo. Non sarà facile. Perciò, non si faccia scrupolo di telefonarci.»
Si ferma e mi stringe la mano con forza, guardandomi negli occhi. «Lei
è sicura che non è stato qualcun altro a mettergli quella corda intorno al
collo? Come fa a sapere che lo ha fatto da solo?»
«Finora non c'è niente che lasci supporre un intervento esterno» le rispondo. «Ma valuteremo tutte le possibilità. Non abbiamo ancora finito.
Certi esami richiedono settimane.»
«Non vorrete tenerlo qui per settimane!»
«No, signora, potrà portarlo via in giornata. Se lo desidera, può mandare
l'impresa delle pompe funebri.»
L'accompagno all'uscita. Vedo che è titubante, come se non sapesse bene
che cosa fare. «Grazie, dottoressa» mi dice poi. «È stata molto gentile.»
Non mi capita spesso che la gente mi ringrazi. È con animo oppresso che
torno nel mio ufficio. A momenti vado a sbattere contro Marino, tanto sono immersa nei miei pensieri. Mi sta aspettando sulla porta, con un fascio
di carte in mano, raggiante. «Non ci crederai, capo» esordisce.
«Ormai sono disposta a credere a tutto» replico sconsolata, lasciandomi
cadere sulla poltroncina dietro la mia scrivania ingombra. Mi aspetto che
mi dica che sarà la Berger a presentare il mio caso al gran giurì. «Se devi
dirmi della Berger, so già tutto» lo avviso. «Me l'ha detto un giornalista
dell'Associated Press. Non ho ancora deciso se sono contenta o scontenta
che sia lei il procuratore speciale alla mia udienza. Forse non me ne frega
niente.»
Marino è stupefatto. «Che cosa? Il pubblico ministero è lei? E perché?
Ha forse passato l'esame di abilitazione in Virginia?»
«Non è mica indispensabile» rispondo. «Può comparire pro hac vice. È
previsto, in casi eccezionali.» Gli spiego che, su richiesta della giuria, la
corte può autorizzare l'intervento di un procuratore che eserciti in un altro
Stato, anche se non è abilitato all'esercizio della legge in Virginia.
«E Righter?» mi chiede. «Che cosa fa lui, nel frattempo?»
«Jaime Berger deve farsi affiancare da un esponente della procura di
Stato. Secondo me, lei condurrà l'interrogatorio e lui le farà da assistente.»
«Devo comunicarti una cosa incredibile» riprende Marino. «Riguardo al
caso del Fort James Motel: Vander ha rilevato un sacco di impronte nella
camera. Non ci crederai...» ripete. «Indovina di chi? Diane Bray. Non sto
scherzando! Un'impronta latente perfetta, sull'interruttore vicino alla porta
d'ingresso. Chiaramente riconoscibile, inequivocabilmente sua. Poi ci sono
quelle del morto e di Bev Kiffin, nient'altro. Sulla Bibbia ci sono soltanto
impronte della Kiffin. Di Matos niente. E questo mi sembra interessante,
perché vuol dire che è stata lei ad aprire la Bibbia.»
«All'Ecclesiaste» puntualizzo.
«Già. E ti ricordo che lei a noi aveva dichiarato di non averla aperta. Eho
chiamata, gliel'ho richiesto e lei me l'ha ribadito. A questo punto mi chiedo
che ruolo ha, soprattutto alla luce del fatto che abbiamo accertato che la
Bray è stata nella stessa stanza in cui è morto Matos. Che cosa c'era andata
a fare? Me lo dici tu?»
«Potrebbe esserci andata a consegnare pasticche a qualcuno» rispondo.
«Non vedo altre ragioni. Di certo non è il tipo di albergo in cui una come
lei avrebbe preso una camera.»
«Infatti.» Marino mi punta il dito contro come se fosse una pistola. «Non
ci scordiamo che Bev Kiffin ha detto che il marito lavora per la stessa
compagnia di autotrasporti per cui lavorava anche Barbosa, per quanto non
abbiamo ancora trovato nessuno a nome Kiffin, né fra gli autisti né fra gli
altri dipendenti. E che non risulti niente è strano. Comunque noi sappiamo
che la Overland è coinvolta in un traffico di droga e armi. Se stabiliamo
che i peli ritrovati nel campeggio sono di Chandonne, il quadro è quasi
completo: c'è di mezzo il clan. Magari Chandonne è venuto a Richmond
per affari di famiglia e, già che c'era, ha ammazzato un paio di donne.»
«Questo spiegherebbe anche che cosa ci faceva lì Matos» aggiungo.
«Certo. O lui e John erano amici, oppure il padrino o chi per esso gli aveva chiesto di venire fino in Virginia a togliere di mezzo il lupo mannaro,
prima che ci venisse a raccontare gli affari di famiglia.»
Le possibilità sono infinite. «Questo, però, non spiega perché Matos è
stato ammazzato e da chi. E neppure Barbosa» gli faccio notare.
«No, ma secondo me, piano piano, ci stiamo avvicinando» mi risponde.
«Ho la sensazione che dietro a tutto questo ci sia Talley. Forse è lui l'anello mancante.»
«Be', che aveva conosciuto Diane Bray a Washington l'ha detto lui stesso» osservo. «Abita nella stessa città della famiglia Chandonne...»
«Ed è sempre presente, quando c'è di mezzo il nostro John» aggiunge.
«Credo di averlo visto l'altro ieri, a proposito. Ero fermo a un semaforo e
mi affianca questa moto gigantesca, nera. Una Honda. Subito non l'ho riconosciuto perché aveva il casco integrale con la visiera fumé, ma poi ho
notato che mi guardava. Sono abbastanza sicuro che era lui. Appena mi
sono voltato, ha fatto finta di non vedermi, naturalmente. Che stronzo.»
Rose mi chiama per dirmi che sono le dieci e il governatore Mitchell è in
linea. Chiedo a Marino di chiudere la porta del mio studio e alzo il telefono. La realtà irrompe di nuovo, facendomi ripiombare nell'occhio del
ciclone, dove le notizie e i commenti su di me si sprecano. Credo di sapere
che posizione ha assunto il governatore. «Kay?» È cupo. «Ho visto i giornali. Mi dispiace molto.»
«Figurati a me.»
«Sappi che ti sostengo e continuerò a sostenerti» mi comunica, per aprire la strada a quello che sta per dirmi e che di certo non è niente di bello.
Non replico. Immagino che sappia di Jaime Berger e che abbia avuto lui
stesso a che fare con la decisione di nominarla procuratore speciale. Evito
di toccare l'argomento: non servirebbe. «Credo che alla luce dell'attuale situazione, sia meglio che tu lasci l'istituto. E non perché io creda alle accuse
che ti sono state mosse, Kay.» Non dice che crede nella mia innocenza, però. «Finché non si saranno calmate le acque, penso sia meglio che a dirigere l'Istituto di medicina legale sia qualcun altro.»
«Mi stai licenziando?» gli chiedo direttamente.
«No, no» si affretta a rispondere, in tono più cauto. «Aspettiamo che il
gran giurì si pronunci e poi vediamo. A me farebbe piacere che tu potessi
restare, o fissa o come consulente. Però prima bisogna che la situazione si
risolva.»
«Naturalmente. Come credi» rispondo rispettosa. «Ma ti devo dire che
non credo sia nell'interesse dello Stato che io pianti il lavoro a metà.»
«Me ne rendo conto, Kay. Ma non puoi continuare a stare lì.» È il politico che parla, adesso. «In fondo si tratta di due settimane. E speriamo che
decidano per il non luogo a procedere.»
«Santo cielo!» esclamo. «Speriamolo proprio!»
«Ma certo, vedrai.»
Riattacco e guardo Marino. «Ecco, è fatta.» Comincio a gettare le mie
cose nella valigetta. «Spero solo che non cambino la serratura appena met-
to il piede fuori.»
«Ragiona, capo, cos'altro poteva fare?» Marino è rassegnato all'inevitabile.
«Vorrei solo sapere chi lo è andato a spifferare ai giornalisti.» Chiudo la
valigetta e faccio scattare la serratura. «Ti hanno citato in giudizio, Marino?» gli domando, già che siamo in argomento. «Me lo puoi dire. Non
deve essere un segreto.»
«Che cosa ti aspettavi?» Fa la faccia contrita. «Non ti arrendere, capo.
Non dargliela vinta, a quei bastardi.»
Prendo la valigetta e apro la porta dello studio. «Non mi arrenderò, se è
questo che temi. Ho un sacco di cose da fare.»
È confuso, non capisce. Il governatore mi ha appena ordinato di non fare
più niente. «Mitchell è una brava persona» dice. «Non tirare troppo la corda, però. Non metterlo in condizione di doverti licenziare. Perché non te ne
vai per qualche giorno? Potresti andare a trovare Lucy a New York. Non è
a New York? Vai a trovare lei e Teun. Togliti di qui, prima dell'udienza. Io
sarei contento, se te ne andassi un po', mi toglieresti una preoccupazione.
Non mi piace saperti tutta sola in casa di Anna.»
Prendo fiato, cercando di tenere a bada la rabbia e il dolore. Marino ha
ragione: non ha senso prendere di petto il governatore e peggiorare la situazione, ma non ho voglia di fuggire da Richmond. Mi fa male anche che
Anna non si sia più fatta sentire. Mi viene da piangere, ma non voglio
scoppiare in lacrime nel mio ufficio. Mi volto dall'altra parte, ma Marino
se ne accorge benissimo.
«Guarda che hai tutte le ragioni di sentirti infelice. È una situazione di
merda» mi consola.
Esco nel corridoio e vado in obitorio. Trovo Turk intenta a ricucire
Benny White e Jack seduto a compilare moduli. Prendo una sedia e gli vado vicino. Gli tolgo i capelli dal camice. «Devi fare qualcosa» gli consiglio
cercando di non fargli vedere quanto sono sconvolta. «Come mai all'improvviso perdi così tanti capelli?» Sono settimane che ho voglia di chiederglielo. Come al solito, succedono le cose e io e il mio vice non abbiamo
tempo di parlarne.
«Basta che leggi il giornale» mi risponde, posando la penna. «Ecco perché perdo i capelli.» Ha gli occhi pesanti.
Annuisco. Era come prevedevo: Jack sa da tempo che sono nei guai. Righter deve averlo contattato diverse settimane fa per sondare il terreno,
come ha fatto con Anna. Gli chiedo se è andata così e lui mi risponde di sì.
È disperato, mi confida. Odia gli aspetti politici e amministrativi del mio
lavoro e non vuole assolutamente prendere il mio posto.
«Con te si lavora bene» mi dice. «Mi piace che sia tu a prendere le decisioni. Se adesso mi tocca fare le tue veci, cosa faccio? Io non lo so.» Si
passa una mano fra i capelli, facendosene rimanere diversi fra le dita.
«Quanto vorrei che tutto tornasse alla normalità!»
«Sapessi io» esclamo. In quel momento suona il telefono. Risponde
Turk.
«A proposito» mi dice Jack «abbiamo ricevuto strane telefonate, qui in
sala autopsie. Te ne ho parlato?»
«Ne ho ricevuta una anch'io» gli spiego. «Di un tale che si è fatto passare per Benton.» N
«Che schifo!» È disgustato.
«Non sapevo che ce ne fossero state altre» aggiungo.
«Dottoressa Scarpetta?» mi chiama Turk. «È Paul. Vuole rispondere?»
Vado al telefono. «Come stai?» chiedo a Paul Monty, che dirige i laboratori forensi.
«Insomma. Prima di tutto voglio che tu sappia che qui dentro siamo tutti
dalla tua parte, Kay» mi dice. «È assurdo. Quando ho letto il giornale, mi è
andato il caffè di traverso. Senti, stiamo facendo il possibile» aggiunge
poi, intendendo dire che stanno cercando di agevolarmi in tutti i modi. In
teoria le prove andrebbero analizzate in ordine cronologico, senza far passare avanti nessuno e trattando tutte le vittime allo stesso modo. Esiste però una regola non scritta, quella secondo cui fra colleghi ci si dà una mano,
un po' come succede in polizia quando un agente viene assassinato.
«Ho dei risultati che ti voglio comunicare personalmente» continua. «I
peli raccolti al Fort James Motel, ricordi? Be', il Dna corrisponde a quello
di Chandonne, proprio come sospettavi tu. Ma la cosa interessante è che le
fibre delle federe trovate al campeggio corrispondono a quelle raccolte sul
materasso di Diane Bray.»
Incomincio a capire: Chandonne prese le lenzuola dal letto di Diane
Bray e, dopo averla uccisa, si rifugiò al Fort James Motel. Forse le usò per
dormirci, o forse le gettò via. Sia in un caso sia nell'altro, tuttavia, Chandonne passò dal motel. Per ora Paul Monty non ha altro da dirmi.
«E il filo interdentale che ho trovato nel bagno della stanza in cui fu ucciso Matos?» gli domando.
«Il Dna non corrisponde né a quello di Chandonne, né a quello della
Bray o dei soliti sospetti» mi risponde. «Non credo che c'entri. Forse era lì
da prima.»
Ritorno da Jack, che mi parla delle telefonate. Ce ne sono state diverse,
dice.
«Una volta che ho risposto io, un uomo ha chiesto di te, ha detto che era
Benton e poi ha riattaccato» mi riferisce. «Un'altra volta ha risposto Turk.
Di nuovo era una voce maschile. Le ha detto di riferirti che aveva chiamato Benton e che avrebbe tardato per la cena. Come vedi, non c'è da stupirsi
che io perda i capelli.»
«Perché non me l'hai detto?» gli chiedo guardando distrattamente delle
polaroid di Benny White disteso sulla barella prima dell'autopsia.
«Perché pensavo che avessi già abbastanza cose a cui pensare. Comunque hai ragione, ho sbagliato: avrei dovuto dirtelo.»
La vista di quel bambino con il vestito della domenica dentro un sacco
mortuario ancora aperto mi fa una pena tremenda. Noto che i pantaloni gli
stavano corti e che aveva una calza nera e una blu. Mi viene male. «Hai
trovato niente di strano, quando gli hai fatto l'autopsia?» Abbiamo parlato
fin troppo di problemi personali e comunque i miei guai si ridimensionano
immediatamente, appena penso a Benny e a sua madre.
«Be', a dire la verità c'è un particolare che non mi quadra» ammette. «A
me hanno riferito che dopo essere stato in chiesa non è rientrato in casa,
ma è sceso dalla macchina ed è andato nel fienile a cercare il suo coltellino, dicendo che sarebbe tornato subito. Due giorni prima era andato a pescare e l'aveva lasciato nella scatoletta dove teneva ami ed esche. A casa
non è mai tornato e con i suoi non ha pranzato. Però aveva lo stomaco pieno.»
«Che cosa aveva mangiato? Sei riuscito a capirlo?» gli chiedo.
«Popcorn di sicuro. E forse anche un hot dog. Ho chiamato a casa e ho
parlato con il patrigno. Quando gli ho chiesto se Benny poteva aver mangiato in chiesa, è caduto dalle nuvole: non ha idea di dove potesse aver
mangiato» mi spiega.
«È molto strano» osservo. «Va in chiesa, torna a casa e prima di andarsi
a impiccare mangia un hot dog e un sacchetto di popcorn?» Mi alzo in piedi. «C'è qualcosa che non quadra.»
«Se non fosse per il contenuto gastrico, non avrei dubbi sul suicidio»
continua Jack restando seduto. «Se almeno quel coglione di Stanfield non
avesse tagliato il nodo...»
«Dovremmo andare a fare un sopralluogo» decido. «Vedere dove l'hanno trovato.»
«In campagna, nella contea di James City» mi risponde Jack. «Abitava
in una casa sul fiume e l'albero a cui l'hanno trovato appeso era lì vicino,
nel bosco. A circa un chilometro da casa.»
«Andiamoci» gli dico. «Magari ci dà un passaggio Lucy.»
Dall'hangar di New York allo HeloAir di Richmond sono due ore di volo
e Lucy è più che contenta di farci vedere il suo nuovo elicottero. Il piano è
semplice. Domattina ci verrà a prendere e ci porterà alla fattoria dove abitava Benny White, per poi accompagnarci a vedere il posto in cui è stato
ritrovato il suo cadavere. Io vorrei anche andare a dare un'occhiata alla
camera del ragazzo. Dopo riaccompagneremo Jack Fielding a Richmond e
noi proseguiremo per New York. Resterò con mia nipote fino all'udienza.
Il detective Stanfield ha dichiarato di non essere interessato a venire con
noi.
«E perché dovrei?» sono state le sue prime parole. «Che cosa ci andate a
fare?»
L'istinto è quello di rispondergli che il contenuto dello stomaco non ci
convince e di domandargli se ha notato qualcosa di sospetto, quando ha visto il cadavere, ma mi trattengo. Qualcosa mi dice che è meglio evitare.
«Può spiegarmi come arrivarci, per favore?» gli chiedo invece.
Mi spiega che devo prendere la Route 5 e svoltare a sinistra quando arrivo al negozio di alimentari: non posso sbagliare, secondo lui. Dà per scontato che ci vada in macchina. Insisto un po' per farmi dare delle indicazioni
utili per riconoscere la fattoria dall'alto e, quando finalmente mi spiega che
è a circa un chilometro e mezzo dal traghetto che porta a Jamestown, mi
rendo conto che è vicinissima al Fort James Motel & Camp Ground.
«Sì, sì» mi dice Stanfield quando glielo faccio notare. «È a un tiro di
schioppo. Secondo la madre, il ragazzino era rimasto molto turbato dai due
omicidi.»
«Quanto dista la casa dei White dal motel?» gli chiedo.
«È proprio di fronte, sull'altra sponda del torrente. Non è molto grande,
come fattoria.»
«Senta, detective, è possibile che Benny conoscesse i figli di Bev Kiffin? A quanto ho capito, andava a pescare.» Mi torna in mente la canna da
pesca in casa di Mitch Barbosa.
«So che ha detto che doveva andare nel fienile a prendere il coltellino
che aveva lasciato insieme con gli attrezzi da pesca, ma secondo me non
era vero. Era una scusa per restare da solo» risponde Stanfield.
«Dove ha preso la corda? Lo sappiamo?» I suoi commenti inutili mi infastidiscono.
«Il patrigno dice che nel fienile ce n'erano diversi tipi» replica. «Che poi
lo chiamano fienile, ma in realtà è una baracca in cui tengono attrezzi e roba vecchia. Gli ho chiesto che cosa c'è di preciso, ma lui ha detto roba vecchia. Sa, mi era venuto il dubbio che avesse conosciuto Barbosa, quando
andava a pescare. E Barbosa stava volentieri con i bambini, no? Questo
spiegherebbe tutto. La madre sostiene che da un po' di tempo a questa parte suo figlio soffriva di incubi. Aveva una paura da morire, mi ha detto.
Testuali parole. Guardi, se va verso il torrente, il fienile è in fondo al campo e il bosco sulla sinistra. C'è un sentierino poco battuto e l'albero a cui si
è impiccato è una quindicina di metri più sotto, vicino a un capanno di avvistamento per i cervi. Non può sbagliare. Io non sono salito sul capanno,
ho tagliato direttamente il cappio, per cui dovreste trovare la corda ancora
lì, appesa al ramo.»
Cerco di non fargli vedere quanto mi disgusta il suo modo di lavorare
approssimativo. Non faccio altre domande ed evito di dirgli che dovrebbe
mettere in atto la sua minaccia e andarsene dall'Investigativa. Invece,
chiamo Mrs White per spiegarle i miei progetti. Mi risponde con un filo di
voce, affranta. È talmente confusa che non capisce nemmeno che arriveremo in elicottero. «Dove possiamo atterrare? C'è uno spiazzo vicino a
casa senza fili del telefono e con pochi alberi?» le domando.
«Non abbiamo una pista d'atterraggio.» Me lo ripete diverse volte.
Alla fine mi passa il marito. Si chiama Marcus. Mi spiega che c'è un
campo di soia fra la casa e la Route 5, con un silos verde. È l'unico, da
quelle parti, aggiunge. Se vogliamo atterrare lì, per lui va bene.
Il resto della giornata passa lentamente. Lavoro in ufficio e riunisco lo
staff prima che vadano tutti a casa. Spiego loro che cosa è successo e li
rassicuro sul fatto che non stanno rischiando il posto di lavoro. Ribadisco
che non ho commesso nulla di grave e che sono certa che si risolverà tutto
al più presto. Non dico loro che ho dato le dimissioni per evitare un terremoto. Non sgombero l'ufficio ed esco solo con la valigetta, come se andasse tutto bene e mi preparassi a tornare al lavoro domattina.
Sono le nove e sono seduta nella cucina di Anna con un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino rosso. Me lo faccio durare, perché non voglio annebbiarmi la mente e faccio fatica a mangiare. Sono dimagrita. Non
so di quanto, ma non ho appetito e ho ripreso a uscire sulla veranda a fumare. Ogni mezz'ora provo a chiamare Marino, senza riuscirci. Non riesco
a togliermi dalla testa il dossier UD. Da quando l'ho sfogliato, il giorno di
Natale, ha continuato a ossessionarmi. Il telefono squilla poco prima di
mezzanotte. Vado a rispondere pensando che sia Marino che mi richiama.
«Scarpetta» rispondo.
«Sono Jaime» mi annuncia la voce particolare e sicura di sé della Berger.
Mi coglie alla sprovvista. Poi, però, mi viene in mente che Jaime Berger
non si fa scrupolo di parlare con quelli che vuole mandare in prigione a
qualsiasi ora del giorno e della notte.
«Ho parlato con Marino» esordisce. «Quindi so che è al corrente della
mia situazione. Della nostra situazione, cioè. Volevo dirle di stare tranquilla, Kay. Non sono in condizione di poterle dare consigli, ma voglio
dirle solo questo: parli alla giuria come ha parlato a me. E cerchi di non
preoccuparsi.»
«Facile a dirsi» rispondo.
«Comunque la chiamavo per darle un'informazione. Abbiamo effettuato
il test del Dna sulla saliva ricuperata dalla colla dei francobolli. Delle lettere minatorie» specifica. Sembra che mi legga nel pensiero. Mi rendo conto
che adesso i laboratori di Richmond parlano direttamente con lei. «Sembra
che Diane Bray sia dappertutto, Kay. Comunque fu lei a leccare quei francobolli e quindi darei per scontato che fu lei a scrivere le lettere, stando
bene attenta a non lasciare le proprie impronte da nessuna parte. Le uniche
impronte digitali che abbiamo ricuperato, infatti, sono di Benton, probabilmente perché quando le apriva non sapeva ancora di chi erano. Immagino che lui ne fosse consapevole, anche se non capisco perché non lo abbia
scritto da nessuna parte. Non le ha mai parlato di Diane Bray? Sa se si conoscevano?»
«Non mi pare che me ne abbia mai parlato» rispondo. Non riesco a pensare. Non riesco a credere a quello che Jaime Berger mi ha appena rivelato.
«Potevano aver avuto diverse occasioni di incontrarsi» continua. «Lei
abitava a Washington, lui era lì vicino, a Quantico. Non capisco. Ma mi
stupisce che gli mandasse questa roba e mi chiedo se la faceva arrivare da
New York per deviare i sospetti su Carrie Grethen.»
«Riuscendoci, peraltro. Perché Benton c'era cascato» le ricordo.
«Dobbiamo anche chiederci se Diane Bray ha avuto un ruolo nella sua
morte.» È il suo tocco finale.
Mi viene in mente che forse mi sta mettendo di nuovo alla prova. Che
cosa spera, che io dica qualcosa di compromettente del tipo: "Le sta bene.
Ha fatto la fine che meritava"? E comunque non lo so, forse è una mia paranoia. Forse nei fatti non è così. Forse Jaime Berger sta solo dicendo
quello che pensa e niente di più.
«Diane Bray non le parlò mai di Benton, immagino» mi sta dicendo.
«Non mi pare» rispondo. «Non mi pare che me l'abbia mai neppure nominato.»
«Quel che non riesco a capire» continua la Berger «è la storia di Chandonne. Supponendo che Jean-Baptiste Chandonne conoscesse Diane Bray,
che fossero soci in affari, per così dire, perché l'avrebbe ammazzata? E in
quel modo, poi. Mi sembra che non quadri, che non funzioni. Lei che cosa
ne pensa?»
«Prima di chiedermi che cosa penso dell'assassino di Diane Bray dovrebbe leggermi i miei diritti» ribatto. «O tenere in serbo la domanda per il
giorno dell'udienza.»
«Non è in stato d'arresto, Kay» replica. Non riesco a crederci, ma è divertita. L'ho fatta ridere. «Non c'è nessun bisogno che le legga i suoi diritti.» Ritorna seria. «Guardi che non sto giocando, Kay. Le sto chiedendo
di darmi una mano. Dovrebbe essere contenta che a interrogarla sarò io e
non Righter, non so se se ne rende conto.»
«Non mi piace essere interrogata comunque. Non credo di meritarmelo»
dichiaro.
«Be' ci sono due elementi importanti che dobbiamo capire.» Non molla.
Deve dirmi altre cose. «Il liquido seminale rinvenuto nella vagina di Susan
Pless non era di Chandonne. E adesso sappiamo che a scrivere quelle lettere minatorie a Benton era Diane Bray. Non ho niente che lo dimostri, intendiamoci, però non credo che Chandonne conoscesse Diane Bray. Non
di persona, almeno. Credo che lui conoscesse le sue vittime solo alla lontana. Le osservava, le spiava, fantasticava. Peraltro anche Benton la pensava così. Me lo disse quando lo interpellai a proposito di Susan Pless.»
«E pensava anche che l'assassino fosse l'uomo con cui Susan Pless aveva
avuto un rapporto sessuale?» domando.
«Io non avevo neppure preso in considerazione l'ipotesi che fosse qualcun altro» riconosce. «Finché non venni a sapere degli omicidi di Richmond, continuai a cercare l'uomo aitante e ben vestito che aveva cenato
con la Pless al Lumi. Di certo non pensavo a un ipertricotico che si faceva
chiamare lupo mannaro...»
Non riesco a dormire, dopo questo colloquio. A volte mi assopisco, poi
mi risveglio e guardo l'ora. Il tempo avanza impercettibilmente e pesantemente, come un ghiacciaio. Sogno di essere a casa mia e di avere un
cucciolo, un labrador dalle orecchie lunghe e i piedi grossi, una cagnetta
con un musetto adorabile, simile ai peluche di FAO Schwarz, il meraviglioso negozio di giocattoli di New York dove andavo a comprare i regali
per Lucy quando era piccola. Nel mio sogno, a metà fra la veglia e il sonno, ci gioco, le accarezzo la pancia e lei mi lecca scodinzolando. Poi passo
da una camera all'altra e la mia casa è buia, fredda e vuota. Non c'è vita, il
silenzio è di tomba. Chiamo la cagnetta - non mi ricordo il suo nome - e la
cerco dappertutto, disperata. Mi sveglio piangendo in casa di Anna. Non
riesco a smettere di singhiozzare.
33
Con la mattina la nebbia si disperde come fumo mentre voliamo a bassa
quota, poco sopra gli alberi. Siamo sole, io e Lucy, perché Jack si è svegliato con le ossa rotte e i brividi e ha preferito restarsene a casa. Ho il sospetto che la sua non fosse influenza, tuttavia, ma che avesse bevuto troppo ieri sera. Temo che combatta con l'alcol lo stress insopportabile che ho
causato a lui e agli altri che lavorano con me. Era soddisfatto della sua vita, ma adesso è cambiato tutto.
Il Bell 407 è nero a strisce colorate, ha l'odore delle auto nuove e sfreccia morbido verso est a ottocento piedi da terra. Io seguo preoccupata la
carta che ho in mano cercando di riconoscere i fili della luce, le strade e i
binari ferroviari che stiamo sorvolando. Il problema non è sapere dove siamo, visto che l'elicottero di Lucy ha una strumentazione degna del Concorde; il mio è un bisogno di controllo, che a volte diventa quasi ossessivo.
«Due antenne a ore una» le dico. «Cinquecentotrenta piedi sul livello del
mare. Non dovrebbe essere importante, ma non le vedo ancora.»
«Sto guardando anch'io» mi risponde.
Dovrebbero trovarsi sotto la linea dell'orizzonte e questo significa che
non costituiscono un pericolo neppure se ci avviciniamo, ma a me gli ostacoli fanno paura e in questo mondo in cui la comunicazione è sempre più
importante aumentano in continuazione. La torre di controllo di Richmond
ci comunica che il servizio radar è terminato e che dobbiamo seguire le
norme per il volo a vista. Mentre cambio la frequenza, intravedo le antenne
a diverse miglia di distanza. Non hanno lampeggiatori ad alta intensità e
non sono che due aste diritte e spettrali nella nebbia. Le indico a Lucy.
«Okay» mi risponde. «Le odio.» Spinge il ciclico a destra, virando verso
nord per aggirare le antenne e i loro pesanti cavi di acciaio, che sono la cosa più pericolosa.
«Il governatore non si seccherà se scopre che sei qui?» mi chiede Lucy
attraverso le cuffie.
«Mi ha detto di prendermi una vacanza dall'ufficio» rispondo. «E io non
sono in ufficio.»
«Sono contenta che vieni a New York con me» continua. «Ti ospito a
casa mia. Sono contenta anche che lasci l'Istituto di medicina legale, sai?
Che hai deciso di metterti per conto tuo. Potresti trasferirti a New York a
lavorare con me e Teun...»
Non voglio offenderla dicendole che io, invece, non sono per niente contenta, che preferirei restare a Richmond, a casa mia, a fare il mio lavoro di
sempre, solo che purtroppo non è possibile. Mi sento una fuggiasca, le
spiego. È attentissima a quello che fa, non si concede un attimo di distrazione. Parlare con un pilota è come essere al telefono. Non ti guarda, non
gesticola, non ti tocca. Il sole diventa più forte e la nebbia si disperde verso
est. Sotto di noi i ruscelli brillano come viscere della terra e il James River
luccica, bianco come la neve. Scendiamo di quota, sorvoliamo la Susan
Constant, la Godspeed e la Discovery, le ricostruzioni delle navi che portarono centoquattro inglesi in Virginia nel 1607 e in lontananza scorgo l'obelisco che spunta fra gli alberi di Jamestown Island, dove gli archeologi
stanno riportando alla luce la prima colonia americana. Un traghetto porta
automobili verso la contea di Surry.
«Vedo un silos verde a ore nove» osserva Lucy. «Pensi che sia quello?»
Seguo il suo sguardo e vedo una piccola fattoria lungo il torrente, stretto
e fangoso. Sull'altra sponda scorgo fra gli alberi i tetti e i vecchi camper arrugginiti del Fort James Motel & Camp Ground. Lucy sorvola la fattoria a
cinquecento piedi di quota per controllare che non ci siano fili elettrici o
altri pericoli. Valuta le condizioni e, quando è soddisfatta, abbassa il collettivo e scende a sessanta nodi. Cominciamo la discesa nel campo fra gli
alberi e la casetta di mattoni in cui Benny White ha trascorso gli ultimi anni della sua breve vita. L'elicottero si posa dolcemente a terra facendo
schizzare erba secca da tutte le parti. In quel momento Mrs White esce di
casa e ci guarda, riparandosi gli occhi dal riverbero del sole. Poco dopo la
raggiunge un uomo alto, in giacca e cravatta. Restano sulla veranda mentre
noi aspettiamo che le pale si fermino. Quando scendiamo avviandoci verso
la casa, mi rendo conto che i genitori di Benny si sono vestiti bene per ri-
ceverci. Sembrano appena tornati dalla funzione domenicale.
«Non avrei mai creduto che su uno dei miei campi potesse atterrare un
elicottero» mormora Mr White con espressione cupa.
«Prego, accomodatevi» ci dice Mrs White. «Posso offrirvi un caffè?»
Parliamo del volo e facciamo due chiacchiere, ma l'atmosfera è carica di
ansia. I White sanno che sono venuta perché temo che la morte del loro figlio non sia semplice come era sembrata in un primo momento. Danno per
scontato che Lucy mi affianchi nelle indagini e si rivolgono educatamente
a tutt'e due ogni volta che aprono bocca. La casa è pulita e ordinata, con
dei bei mobili e poltrone comode, tappeti e lampade di ottone. Il pavimento è di legno, come le pareti, dipinte di bianco e adorne di acquerelli raffiguranti scene della Guerra Civile. Accanto al caminetto del salotto ci sono
scaffali pieni di palle di cannone, pallottole minié, posate da campo, fiasche e altri oggetti che probabilmente risalgono alla Guerra Civile. Quando
Mr White si accorge del mio interesse, mi spiega che li colleziona. Ha un
metal detector e, quando non lavora, gli piace andare in giro alla ricerca di
reperti. Fa il commercialista, non l'agricoltore ma la fattoria appartiene alla
sua famiglia da più di cento anni, ci spiega.
«Ho il pallino della storia» continua. «Pensate che ho trovato bottoni risalenti al periodo della Rivoluzione. Da queste parti c'è di tutto.»
Andiamo in cucina, dove Mrs White versa a Lucy un bicchiere d'acqua.
«Anche a Benny piaceva andare alla ricerca di cimeli?» domando.
«Certamente!» risponde sua madre. «Sperava di trovare un vero e proprio tesoro.» Ha cominciato ad accettare la sua morte: usa il passato.
«Sa che si dice che i confederati nascosero dell'oro che non fu mai ritrovato? Benny era convinto di riuscire a localizzarlo» aggiunge Mr White
tenendo in mano il bicchiere come se non sapesse che cosa farsene. Alla
fine lo posa senza bere. «Gli piaceva uscire, stare all'aria aperta. Rimpiangevo che avessimo smesso di lavorare i campi, perché pensavo che a lui
sarebbe proprio piaciuto.»
«Amava tanto gli animali» aggiunge Mrs White. «Non ho mai visto nessuno volere tanto bene alle bestie. Era così dolce...» Le vengono le lacrime
agli occhi. «Quando un uccello sbatteva contro i vetri, correva subito fuori
a soccorrerlo e, se si era rotto l'osso del collo, come spesso succedeva,
scoppiava a piangere.»
Mr White guarda fuori della finestra con espressione triste. La madre si
zittisce. Sta cercando di non perdere il controllo.
«Benny ha mangiato qualcosa, prima di morire» gli spiego. «Credo che
il dottor Fielding vi abbia chiesto se era possibile che avesse mangiato in
chiesa.»
Mr White scrolla la testa e continua a guardare fuori. «No. In chiesa servono da mangiare solo il mercoledì sera. Non so proprio dove possa essersi procurato del cibo.»
«Qui no» ribadisce Mrs White. «Avevo fatto l'arrosto, ma lui non è venuto a pranzo. Eppure l'arrosto gli piaceva tanto...»
«Nello stomaco c'erano resti di popcorn e hot dog» dico. «Sembra che li
abbia ingeriti poco prima di morire.» Voglio che si rendano conto che è
una cosa davvero molto strana e va spiegata.
Assumono un'espressione attonita. Sono incuriositi e confusi al tempo
stesso. Non hanno la benché minima idea di dove Benny possa aver trovato hot dog e popcorn. Lucy domanda se è possibile che Benny fosse andato
da qualcuno, prima di avventurarsi nel bosco, ma loro non credono che potesse aver fatto un salto da un vicino, tantomeno all'ora di pranzo. Le persone che abitano lì intorno sono in prevalenza anziani e non gli avrebbero
offerto da mangiare a quell'ora senza prima chiamare i suoi genitori per verificare se fossero d'accordo. «Avrebbero avuto paura di rovinargli l'appetito.» Mrs White è sicura di questo.
«Posso vedere la camera di Benny?» chiedo. «Per capire meglio i miei
pazienti, mi è utile osservare gli spazi in cui passavano la loro vita.»
Sembrano un po' incerti. «Be', non ci vedo nulla di male» dichiara a un
certo punto Mr White.
Ci accompagnano lungo un corridoio, da cui intravediamo la camera di
una bambina, con le tende e il copriletto rosa e poster di cavalli alle pareti.
Mrs White mi spiega che è la stanza di Lori, la sorellina di Benny, che in
questo momento è dai nonni. Non è ancora tornata a scuola e non la riprenderà fino a dopo il funerale, che è previsto per domani. Non aggiungono altro, ma è chiaro che non volevano che Lori conoscesse il medico legale venuto dal cielo per fare domande sulla morte violenta di suo
fratello.
La camera di Benny è piena di animaletti di peluche. Ce ne sono a decine: draghi, orsi, uccelli, scoiattoli, alcuni morbidi e realistici, altri buffi e
caricaturali. Lucy e i signori White restano fuori della porta mentre io entro e mi guardo intorno, lasciando che le cose mi parlino. Appesi al muro
ci sono disegni a pennarello, anch'essi di animali, che rivelano fantasia e
talento. Mr White mi spiega che spesso Benny usciva con album e colori e
disegnava alberi e uccelli dal vero. Quasi sempre regalava i suoi schizzi.
Mentre lui parla, sua moglie piange in silenzio.
Mi incuriosisce un disegno sul muro a destra del comò: raffigura un pescatore su una barchetta, con un cappello a larghe tese. La lenza è curva,
come se avesse appena preso un pesce. Benny ha disegnato anche il sole e
qualche nuvola e, sullo sfondo, una costruzione squadrata con tante porte e
finestre. «È il torrente dietro la casa?» chiedo.
«Sì» risponde Mr White, mettendo un braccio intorno alle spalle della
moglie. «Su, tesoro» le sussurra, lottando lui stesso contro le lacrime.
«A Benny piaceva pescare?» domanda Lucy, dietro di loro. «Me lo
chiedevo, perché spesso chi ama gli animali è contro la caccia e la pesca.»
«Giusto» dico. «Posso aprire l'armadio?»
«Prego» risponde Mr White senza esitazione. «Be', a Benny queste cose
non interessavano. A lui, più che altro, piaceva andare in barca. Così poteva fermarsi da qualche parte a disegnare.»
«Questo è lei, Mr White?» Guardo l'uomo sulla barchetta.
«No, suo padre, penso» risponde triste. «Lui lo portava spesso in barca.
Io, invece, non ci vado mai.» Dopo un istante di silenzio, aggiunge: «Il fatto è che non so nuotare e quindi non ho confidenza con l'acqua».
«Benny si vergognava un po' di avere la passione del disegno» mormora
Mrs White con voce tremante. «Così si portava dietro la canna per non farsi prendere in giro dai compagni. Tante volte non aveva neanche l'esca.
Non ammazzava i vermi, si figuri un po' i pesci.»
«Il pane» precisa Mr White. «Si portava il pane. Io glielo dicevo, che
con il pane pesci grossi non se ne pigliano.»
Guardo i pantaloni e le camicie appese, le scarpe allineate sul fondo dell'armadio. Sono abiti tradizionali e sembrano scelti dai genitori. Da una
parte vedo un fucile ad aria compressa. Mr White mi spiega che Benny faceva tiro al bersaglio con le lattine. Non se la sentiva di tirare un pesce
fuori dall'acqua, non avrebbe mai sparato a un uccello o altro.
Sulla scrivania ci sono libri di scuola e una scatola di pennarelli, e sopra
un album da disegno. Chiedo ai signori White se l'hanno guardato. No, non
ancora. Posso guardarlo io? Mi fanno cenno di sì con la testa. Vado alla
scrivania e prendo in mano l'album, senza sedermi per rispetto nei confronti del loro figlio morto. Lo sfoglio con cura, guardando attenta una serie di disegni a matita. Il primo raffigura un cavallo in un campo ed è sorprendentemente ben fatto. Poi ce ne sono alcuni di un falco su un albero
spoglio, con un corso d'acqua sullo sfondo. Benny ha disegnato anche una
staccionata semidistrutta e alcuni paesaggi nevosi. L'album è quasi pieno e
tutti i disegni hanno qualcosa in comune tranne gli ultimi, in cui stile e
soggetto sono completamente diversi. C'è una scena notturna in un cimitero, con la luna piena dietro i rami spogli che illumina fioca le lapidi inclinate. Poi una mano, un pugno muscoloso e forte, e per ultimo un cane. Un
cane brutto, grassoccio, che digrigna i denti spaventato.
Alzo gli occhi verso i signori White. «Benny vi ha mai parlato del cane
di Mrs Kiffin?» gli chiedo. «Mr Peanut.»
Mr White fa una faccia strana e gli vengono le lacrime agli occhi. Sospira. «Purtroppo Lori è allergica» dice, come se quella fosse una risposta.
«Benny si lamentava sempre di come la trattavano, povera bestia» interviene Mrs White. «Avrebbe voluto prenderla lui. Diceva che i Kiffin
gliel'avrebbero anche lasciata, ma non potevamo.»
«Per via di Lori» concludo.
«Era vecchia, povera cagnetta» aggiunge Mrs White.
«Era?» domando.
«È stato molto triste» risponde. «Subito dopo Natale era stata poco bene.
Benny dice che tremava e si leccava, come se avesse male. E una settimana fa è scomparsa. Sarà andata a morire, povera bestia. Sa che lo fanno,
vero? Benny l'andava a cercare tutti i giorni. Mi metteva una tristezza... Le
voleva proprio bene» aggiunge. «Secondo me andava là solo per giocare
con Mr Peanut. Ah, quanto l'ha cercata!»
«Fu allora che cominciò a cambiare?» chiedo. «Dopo che scomparve Mr
Peanut?»
«Più o meno» risponde Mr White. Né lui né sua moglie sembrano avere
il coraggio di entrare in camera di Benny. Si aggrappano allo stipite della
porta, come se volessero tenere in piedi il muro. «Non pensa che l'abbia
fatto per il cane, vero?» chiede poi in tono pietoso.
Un quarto d'ora dopo Lucy e io ci dirigiamo nel bosco, lasciando a casa i
signori White, che non sono più stati al capanno vicino a cui è stato ritrovato Benny. Mr White mi ha detto che sa dov'è e che l'ha visto diverse volte cercando reperti con il suo metal detcetor, ma né lui né la moglie hanno
più il coraggio di andarci. Gli ho chiesto se pensavano che altra gente conoscesse quel posto, temendo che vi si fossero recati decine di curiosi, ma
secondo loro nessuno sa con esattezza dove si è impiccato Benny. A meno
che non glielo abbia detto il detective, aggiunge Mr White.
Il campo su cui siamo atterrate è fra la casa e il torrente e non vede un
aratro da diversi anni. A est ci sono chilometri e chilometri di bosco; il si-
los è praticamente sulla riva e spunta arrugginito e scuro come un faro
stanco, proprio di fronte al Fort James Motel & Camp Ground. Mi chiedo
come facesse Benny ad andare a trovare i Kiffin, visto che non ci sono
ponti e che il torrente è largo più o meno trenta metri e senza sbocco. Lucy
e io seguiamo guardinghe il sentiero che entra nel bosco. Vicino alla riva
ci sono lenze rimaste impigliate nei rami, bossoli di cartucce e lattine. Dopo nemmeno cinque minuti di cammino arriviamo al capanno. Sembra una
di quelle piattaforme che i bambini costruiscono sugli alberi. Vi si accede
con una scaletta fatta di pioli inchiodati al tronco. Una corda di nylon gialla tranciata pende da una trave dondolando nella brezza fredda che soffia
dall'acqua e sibila fra gli alberi.
Ci fermiamo e ci guardiamo intorno in silenzio: non vedo cartacce, sacchetti di popcorn o altro che indichi che Benny ha mangiato qui. Mi avvicino alla corda. Stanfield l'ha tagliata a circa un metro e mezzo da terra e,
dal momento che Lucy è più atletica di me, le propongo di salire sul capanno per toglierla come si deve, per dare un'occhiata al nodo dall'altra
parte. Prima scatto qualche fotografia. Controlliamo se la scaletta è abbastanza solida, poi Lucy si avventura. Ha un piumino ingombrante, che però
non la rallenta nei movimenti. Sale agilmente e, quando raggiunge il capanno, tasta cauta le assi per assicurarsi che non cedano. «Speriamo bene»
mi dice.
Cerco un rotolo del nastro che si usa per le prove mentre Lucy prende il
suo attrezzo multiuso, con lame, cacciaviti, pinze e forbici. Gli agenti dell'Atf se lo portano sempre appresso, se non altro per togliersi i chiodi dalle
suole degli scarponi rinforzati quando esaminano i luoghi degli incendi.
Quello nell'Atf è un lavoro sporco, faticoso, rischioso. Lucy taglia la corda
di nylon al di sopra del nodo e sigilla i due capi con il nastro che le porgo.
«Doppio nodo piano» mi informa gettandomi corda e nastro. «Un nodo
semplice, da boy-scout. Il capo è fuso. Chi l'ha tagliato, l'ha fuso perché
non si sfilacciasse.»
Questo mi sorprende. Mi sembra strano che uno che vuole impiccarsi
pensi a un dettaglio del genere. «Non me l'aspettavo» dico a Lucy appena
scende. «Senti, mi faccio coraggio e vado a dare un'occhiata.»
«Stai attenta, zia Kay. Ci sono dei chiodi arrugginiti che spuntano. E fa'
attenzione alle schegge.»
Mi chiedo se Benny utilizzava quel capanno per giocare. Mi arrampico
su, aggrappandomi a vecchie assi scolorite, ringraziando il cielo di aver
indossato un paio di pantaloni e scarponcini. Nel capanno c'è un sedile,
dove i cacciatori si appostano in attesa che i cervi si avvicinino ignari del
pericolo. Lo provo con una mano e, trovandolo sufficientemente solido, mi
ci siedo. Benny era solo un paio di centimetri più alto di me e quindi vedo
quello che vedeva lui, se mai saliva lassù. E io ho la sensazione che ci venisse spesso, perché il fondo è pulito. «Hai notato che quassù non c'è neanche una foglia secca?» grido a Lucy.
«Le avranno tolte i cacciatori» risponde.
«Pensi che alle cinque del mattino un cacciatore si metta a fare pulizia?»
Dal capanno si vedono il torrente e il retro del motel, con la piscina sporca
e scura. Il fumo sale dal comignolo della casa di Bev Kiffin. Penso che
Benny venisse quassù a osservare il panorama e a disegnare, magari per
scacciare la tristezza per la morte di suo padre. Ricordo ciò che ho passato
io e mi identifico con lui. Quel luogo isolato doveva essere perfetto per un
ragazzino solo e pieno di fantasia. A poca distanza dalla riva c'è una quercia alta con il tronco coperto di rampicanti: immagino un falco appollaiato
sul ramo. «Secondo me, è l'albero che ha disegnato» comunico a Lucy. «E
da qui si ha un'ottima panoramica del campeggio.»
«Mi chiedo se ha visto qualcosa» osserva Lucy.
«E se qualcuno se ne è accorto» proseguo. «In questa stagione, senza foglie sugli alberi, potrebbero averlo notato quassù. Soprattutto con un binocolo e buoni motivi per controllare di non essere visti.» Nel momento stesso in cui lo dico, mi viene in mente che qualcuno potrebbe aver adocchiato
anche me e Lucy. Scendo subito, spaventata. «Nel marsupio hai la pistola?» chiedo a Lucy appena tocco terra. «Voglio seguire il sentiero per vedere dove arriva.»
Prendo la corda, l'avvolgo e la infilo in un sacchetto di plastica, che poi
mi metto in tasca. Ripongo il nastro per le prove nella borsa e mi incammino. Troviamo altre cartucce e persino una freccia. Ci addentriamo
nel bosco lungo il viottolo che segue il torrente e gli unici rumori che sentiamo sono il fruscio del vento e lo schiocco dei ramoscelli sotto le nostre
scarpe. Voglio vedere se il sentiero porta sull'altra sponda. È così: in meno
di un quarto d'ora siamo al Fort James Motel, sulla Route 5. È possibilissimo che Benny sia venuto fin qui, dopo essere stato in chiesa. Nel parcheggio del motel ci sono cinque o sei macchine, alcune a noleggio, e accanto al distributore della Coca-Cola c'è una Honda di grossa cilindrata.
Lucy e io andiamo verso la casa di Bev Kiffin. Le indico dove abbiamo
trovato il passeggino, le federe e le coperte, e provo un misto di rabbia e
tristezza per Mr Peanut. Non credo che se ne sia andata a morire da qual-
che parte; ho paura che l'abbia uccisa Bev Kiffin, magari con il veleno.
Voglio chiederle che fine ha fatto il suo cane e anche molte altre cose. Non
mi interessa se reagisce male. Non sono qui in veste di pubblico ufficiale,
sono stata sospesa e non so se farò mai più il medico legale. Potrebbero licenziarmi, rovinarmi la reputazione. Potrei persino finire in prigione. Salgo i gradini che conducono alla porta di casa, sentendomi osservata.
«Che postaccio!» esclama Lucy sottovoce.
Dietro le tende spunta una faccia, che scompare non appena il figlio
maggiore di Bev Kiffin si accorge che lo guardo. Suono il campanello e
viene ad aprirmi. È lo stesso ragazzo che l'altra volta avevo visto sulla porta. È alto e robusto e ha la faccia cattiva e punteggiata dall'acne. Non so
quanti anni abbia, ma immagino che sia fra i dodici e i quattordici.
«Lei è la signora che è venuta qui l'altra volta» mi dice guardandomi
male.
«Sì» rispondo. «Puoi dire a tua madre che la dottoressa Scarpetta vorrebbe parlarle?»
Sorride come se fosse a conoscenza di un segreto divertente e trattiene a
stento una risata. «Non c'è. È occupata.» Il suo sguardo, sempre più duro,
va in direzione del motel.
«Come ti chiami?» gli chiede Lucy.
«Sonny.»
«Sonny, che cosa è successo a Mr Peanut?» gli chiedo, come se niente
fosse.
«Quella stupida cagna» risponde. «Mah, forse ce l'hanno portata via.»
Trovo incredibile che qualcuno possa aver portato via quel cane vecchio
e malconcio, che oltretutto era diffidente verso gli sconosciuti. Mi sembra
più probabile che l'abbia investito un'automobile.
«Mi dispiace» replica Lucy. «E come mai pensate che ve l'abbiano portata via?»
La domanda lo coglie di sorpresa. Assume un'espressione vacua e comincia a raccontare una panzana dietro l'altra, interrompendosi a metà.
«Una sera è arrivata una macchina. Io l'ho sentita. Ha sbattuto la portiera.
Mr Peanut abbaiava e il mattino dopo non c'era più. Zack c'è rimasto malissimo.»
«E quando è successo?» chiedo.
«Mah, non lo so.» Alza le spalle. «La settimana scorsa.»
«Anche Benny c'era rimasto malissimo» commento, per vedere come reagisce.
Lo sguardo si fa di nuovo scostante, freddo. «A scuola lo prendevano in
giro tutti perché sembrava una femminuccia. E si comportava da femminuccia. Per questo si è ammazzato. Lo dicono tutti» replica con una durezza che mi sorprende.
«Credevo che foste amici, tu e Benny» dice Lucy, in tono più aggressivo.
«Per niente» risponde. «Anzi, mi dava fastidio che venisse qui a giocare
con Mr Peanut. Se mai, era amico di Zack. Io con uno così non mi ci faccio vedere.»
Sentiamo il rombo di un motore. Alla finestra sulla destra appare Zack
in lacrime.
«Benny è venuto qui domenica scorsa?» chiedo a Sonny. «Dopo essere
stato in chiesa, verso mezzogiorno e mezzo, l'una. Avete mangiato un hot
dog insieme?»
Di nuovo viene colto di sorpresa: non si aspettava che sapessi dell'hot
dog. La curiosità è tale che si tradisce. «Come fa a sapere che abbiamo
mangiato un hot dog?» Con aria corrucciata guarda la moto che abbiamo
visto davanti al motel poco fa sobbalzare sulla strada sterrata che porta alla
casa. L'uomo in sella indossa una tuta rossa e nera e il casco integrale scuro con la visiera fumé, ma ha un che di familiare. Tutt'a un tratto mi viene
in mente chi è. Un attimo dopo, Jay Talley ferma la Honda e scende agilmente di sella.
«Sonny, torna dentro» gli ordina. «Subito.» Lo dice con grande disinvoltura, come se lo conoscesse molto bene.
Il ragazzo rientra in casa e chiude la porta. Zack è sparito. Jay si toglie il
casco.
«Che cosa ci fai tu, qui?» gli chiede Lucy, mentre in lontananza vedo
Bev Kiffin che viene verso di noi con un fucile in mano. Sta arrivando dal
motel e immagino che fosse là con Jay. Mi suonano una serie di allarmi
nella testa, ma né io né Lucy facciamo il collegamento abbastanza in fretta.
Jay si abbassa la lampo della tuta e tira fuori una pistola. Si limita a tenerla
sul fianco, senza puntarcela contro.
«Cristo!» esclama Lucy. «Per l'amor del cielo, Jay!»
«Avreste fatto meglio a non venire qui» mi dice in tono calmo e gelido.
«Mi dispiace molto.» Muove la pistola in direzione del motel. «Andiamo.
Dobbiamo parlare.»
Il mio istinto è di fuggire, ma dove? E, se scappo, Jay potrebbe prendersela con Lucy o spararmi nella schiena. Punta la pistola al petto di Lucy
e le slaccia il marsupio. Da bravo agente, sa che cosa c'è dentro. Poi mi
prende la borsa e mi tasta per vedere se nascondo un'arma da qualche parte. Lo fa con calma, toccandomi dappertutto, per umiliarmi, per mettermi
al mio posto, per far arrabbiare Lucy che deve stare a guardare. «Smettila»
gli dico sottovoce. «Basta così, Jay.»
Sorride e vedo un'ombra di collera sul suo viso olivastro. Potrebbe essere greco, italiano, francese. Bev Kiffin ci ha raggiunti. Mi guarda male.
Ha la giacca scozzese sul rosso che indossava anche l'altra volta e i capelli
scompigliati, come se si fosse appena alzata dal letto. «Bene, bene. Proprio
vero che c'è gente che non capisce quando non è la benvenuta.» Il suo
sguardo sospettoso si posa su Talley.
Capisco immediatamente che vanno a letto insieme e che Jay mi ha raccontato un sacco di trottole. Capisco anche perché Jilison McIntyre era
perplessa quando le ho detto che il marito di Bev Kiffin faceva il camionista per la Overland. Era un'infiltrata e teneva la contabilità dell'azienda,
quindi sapeva che non risultavano Kiffin nei registri. Era Bev Kiffin a essere legata a quella società di facciata che nascondeva traffici di armi e
droga per il clan Chandonne: ora ho tutte le risposte. Ma è troppo tardi.
Lucy mi viene vicino. È impietrita e resta imperturbabile mentre camminiamo fra camper arrugginiti che sospetto essere vuoti per un motivo
ben preciso. «Ci raffinate la droga?» chiedo a Jay. «Dentro quei camper
preparate quello che viene poi smerciato per strada, vero? O ci tenete fucili
d'assalto?»
«Sta' zitta, Kay» mi risponde a bassa voce. «Bev, tu occupati di lei» aggiunge indicando Lucy. «Trovale una bella stanza e falla mettere comoda.»
Bev Kiffin sorride e batte il fucile sulla coscia di Lucy. Siamo arrivati al
motel; guardo le macchine senza trovare segni di vita da nessuna parte. Mi
viene in mente Benton e ho una folgorazione. Bonnie e Clyde. Era così che
definivamo Carrie Grethen e Newton Joyce, la coppia di assassini. Avevo
sempre creduto che fossero stati loro a uccidere Benton, ma la realtà è che
non è mai stato accertato con chi avesse appuntamento Benton quel pomeriggio a Philadelphia. Perché era partito da solo, senza dire niente a nessuno? Non era stupido, non avrebbe preso appuntamento con Carrie Grethen
o Newton Joyce, oppure qualche sconosciuto che gli prometteva informazioni importanti, perché non si sarebbe mai fidato di un informatore che
non conosceva, in una città in cui si nascondeva un'assassina spietata e intelligente come Carrie. Mi fermo nel parcheggio, mentre Bev Kiffin apre
una porta e aspetta che Lucy entri in una stanza. È la 14. Lucy non si volta
dalla mia parte. La porta si richiude alle sue spalle.
«Sei stato tu a uccidere Benton, vero, Jay?» È un'affermazione, più che
una domanda.
Mi posa una mano sulla spalla e, sempre puntandomi contro la pistola, si
ferma dietro di me e mi ordina di aprire la porta. Entriamo nella stanza accanto, la numero 15. «Tu e Diane Bray» continuo. «Per questo spedivate le
lettere da New York, perché sembrasse che fossero di Carrie, perché volevate che Benton pensasse che le scriveva lei da Kirby.»
Chiude la porta e mi fa segno con la pistola, stancamente, come se lo
stessi annoiando. «Siediti.»
Guardo in alto per vedere se ci sono occhielli avvitati al soffitto. Mi
chiedo dove nasconde lo sverniciatore ad aria calda e se è così che devo
morire. Resto dove sono, vicino al comò. Sul piano c'è una Bibbia chiusa.
«Voglio solo sapere se sono andata a letto con l'assassino di Benton.» Lo
guardo dritto negli occhi. «Vuoi ammazzarmi? Fallo. Per certi versi l'hai
già fatto quando hai ammazzato lui. Uccidimi per la seconda volta, Jay.» È
strano, non ho paura. Sono rassegnata. Se provo dolore, angoscia, è per
Lucy. Mi aspetto da un momento all'altro di sentire uno sparo. «Lei non
puoi risparmiarla?» chiedo, e Jay capisce che sto parlando di mia nipote.
«Non ho ucciso io Benton» risponde con la faccia pallida e inespressiva
di un killer professionista. Sembra uno zombi. «Sono stati Carrie e il suo
amico. Io mi sono limitato a telefonargli.»
«Come sarebbe?»
«Gli ho dato appuntamento al negozio. Non è stato difficile, essendo io
un agente dell'Atf» mi ricorda con un certo compiacimento. «Da lì in poi
se n'è occupata Carrie. Lei e il suo folle compagno con la faccia rovinata.»
«L'hai fregato» dico semplicemente. «Avrai anche aiutato Carrie a fuggire, immagino.»
«Non ci è voluto molto» risponde senza emozione. «Carrie ha fatto come tanti, in questo mestiere: appena ha visto un po' di soldi, ha perso la testa e ha cominciato a prendere delle iniziative. Erano anni, ormai. Se non
aveste risolto voi il problema, ci avremmo pensato noi. A quel punto non
ci serviva più.»
«Lavorava con il clan?» Lo guardo negli occhi. È appoggiato contro la
porta, con la pistola sul fianco. Non ha paura di me. Sono tesa come una
corda di violino e sto per perdere il controllo, le orecchie attente a che cosa
succede di là. «Di tutte quelle donne ammazzate, quante sono state tue amanti, oltre a Susan Pless?» Scuoto la testa. «Voglio solo sapere se hai
aiutato Chandonne o se ti seguiva per intervenire appena tu avevi finito?»
Mi guarda con odio: ho toccato la verità.
«Sei troppo giovane per essere Jay Talley, chiunque egli sia» continuo.
«L'unico Jay Talley senza un secondo nome. Non sei andato a Harvard e
dubito che tu abbia vissuto a Los Angeles da piccolo. È tuo fratello, vero
Jay? Quell'orribile mostro che si fa chiamare lupo mannaro è tuo fratello e
il tuo Dna è talmente simile al suo che a un test poco accurato è risultato
identico. Lo sapevi che avete il Dna quasi uguale? Che al test che utilizza
quattro sonde risultate fratelli gemelli?»
È arrabbiato. Vanitoso e bello com'è, Jay non può accettare di avere un
Dna tanto simile a un essere rivoltante e orribile come Jean-Baptiste
Chandonne.
«E il cadavere ritrovato nel container, quello che ci hai aiutato a identificare come il fratello Thomas? Anche il suo Dna è molto simile a quello
di Jean-Baptiste, ma non quanto il tuo, che abbiamo ottenuto dal liquido
seminale lasciato nel corpo di Susan Pless prima che venisse massacrata. È
vostro parente anche Thomas? Se non è un fratello che cos'è? Un cugino?
Hai ucciso anche lui? L'hai affogato ad Anversa? O è stato Jean-Baptiste?
E poi mi hai fatto andare in Francia, all'Interpol, non perché ti serviva il
mio aiuto per risolvere il caso, ma per capire se ero in possesso di informazioni scottanti. Volevi accertarti che non fossi a conoscenza della verità
che Benton aveva scoperto, e cioè che sei uno Chandonne.» Jay non reagisce. «Sei l'erede del boss, vero? Per questo sei entrato nell'Atf, per fare
l'infiltrato, la spia. Dio solo sa quante indagini hai insabbiato o mandato a
monte, stando dalla parte dei buoni per aiutare i cattivi.» Scuoto la testa.
«Lascia andare Lucy» gli dico. «Farò tutto quello che vuoi, ma lasciala andare.»
«Non posso.» Non c'è nemmeno da discutere: è deciso.
Guarda il muro, come se potesse trapassarlo con lo sguardo. So che si
domanda che cosa stia succedendo di là, come mai c'è tanto silenzio. Sono
in tensione. O, Signore, ti prego, fa' che sia rapido. Non farla soffrire.
Jay chiude a chiave la porta e tira il catenaccio. «Spogliati» mi ordina,
senza chiamarmi per nome. È più facile uccidere qualcuno, dopo averlo
spersonalizzato. «Non ti preoccupare» mi dice poi, assurdamente. «Non
voglio farti nulla. Devo solo farlo sembrare un'altra cosa.»
Alzo gli occhi verso il soffitto e Jay capisce a che cosa sto pensando.
Pallido e sudato, apre un cassetto e tira fuori alcuni occhielli a vite e uno
sverniciatore ad aria calda, di colore rosso.
«Perché?» gli chiedo. «Perché proprio loro?» Mi riferisco ai due uomini
che a questo punto sono convinta abbia ucciso lui.
«Avvita questi nel soffitto» ribatte. «Sulla trave. Sali in piedi sul letto e
non fare scherzi.»
Posa gli occhielli sul letto e mi fa cenno di raccoglierli e ubbidire.
«Quando la gente fa cose che non dovrebbe, diventa indispensabile prendere provvedimenti.» Estrae dal cassetto un cencio e una corda.
Io rimango dove sono e lo fisso. Gli occhielli luccicano sul copriletto.
«Matos è venuto qui a cercare Jean-Baptiste. Ho faticato non poco per
sapere che cosa era venuto a fare esattamente e per conto di chi. E non è
affatto chi pensavi tu.» Si toglie il giaccone di pelle e lo appende allo
schienale di una sedia. «Non è stato il clan, ma un luogotenente che temeva che vuotasse il sacco e mandasse in rovina un sacco di gente... Perché la
famiglia, da questo punto di vista...»
«La tua famiglia, Jay?» gli ricordo che so tutto di lui.
«Sì, e allora?» Mi guarda. «È la mia famiglia, okay? Fra parenti ci si aiuta. Il sangue non è acqua. Jean-Baptiste è malato, si vede lontano un chilometro. Si capisce che possa avere dei problemi.»
Non dico nulla.
«È chiaro che noi non approviamo» continua, come se stesse parlando di
un adolescente che tira sassi ai lampioni o beve troppa birra. «Ma purtroppo è così e così dobbiamo tenercelo. La famiglia è la famiglia.»
«E Thomas, allora?» ribatto, senza prendere gli occhielli né salire sul letto. Non ho nessuna intenzione di collaborare alla mia stessa tortura.
«Vuoi sapere la verità? È stato un incidente. Thomas non sapeva nuotare. È inciampato in una cima, è caduto dal ponte ed è annegato» mi racconta. «Io non c'ero, ma Jean-Baptiste ha pensato che fosse meglio che non
lo identificassero e lo ritrovassero il più distante possibile dai cantieri.»
«Balle» replico. «Se avesse davvero voluto evitare di attirare l'attenzione
sul cadavere, perché avrebbe scritto "Bon voyage, Le Loup-Garou" all'interno del container? Scusa, ma non ci credo. Perché non controlli la storiella che ti ha raccontato tuo fratello? Forse nella tua famiglia siete abituati ad aiutarvi, ma Jean-Baptiste è un caso a sé. Non mi sembra che lui aiuti
molto la sua famiglia.»
«Thomas era un cugino» precisa Jay, come se fosse un'attenuante. «Adesso fa' quello che tino detto.» Si sta arrabbiando.
«No» mi rifiuto. «Se vuoi, fallo tu, Jay.» Io voglio continuare a chiamarlo per nome. Non voglio spianargli la strada, voglio che mi guardi ne-
gli occhi, prima di ammazzarmi. «Non ti darò una mano a togliermi la vita,
Jay.»
Un rumore sordo proviene dalla stanza vicina, come se fosse caduto
qualcosa per terra. Poi si sente uno sparo e mi manca il cuore, mi viene da
piangere. Jay si limita a trasalire appena, e riassume l'aria imperturbabile
di sempre. «Siediti» mi intima. Siccome non lo faccio, si avvicina e mi
spinge sul letto. Io piango, piango per Lucy.
«Figlio di puttana!» gli grido. «Hai ucciso anche Benny, vero? Hai impiccato un bambino di dodici anni, bastardo!»
«Non sarebbe dovuto venire qui. E nemmeno Mitch Barbosa. Lo conoscevo, mi ha visto. Non potevo fare altro.» Sta lì, come se non sapesse
come procedere.
«Hai ammazzato quel bambino!» Mi asciugo gli occhi con il dorso della
mano.
Vedo che ci resta male. Il bambino gli crea dei problemi. Ammazzare gli
adulti per lui è routine, ma i bambini no.
«Come hai potuto stare lì a vederlo morire? Un bambino! Un bambino
con il vestito della domenica!»
Mi molla un manrovescio. Succede talmente in fretta che all'inizio non
sento nulla. Poi mi cominciano a formicolare la bocca e il naso e mi vedo
gocciolare il sangue sul grembo. La faccia mi brucia, tremo tutta e guardo
Jay. Adesso che ha cominciato, è più facile. Mi spinge sul letto e mi blocca
le braccia con le ginocchia. Quando mi piega il braccio sopra la testa cercando di legarmi i polsi, sento una fitta lancinante al gomito fratturato. Nel
frattempo, mi schernisce, mi parla di Diane Bray. Mi dice che conosceva
Benton, possibile che Benton non me l'avesse detto che la Bray lo tampinava? Se fosse stato un po' più carino con lei, forse lo avrebbe lasciato in
pace. E magari avrebbe lasciato in pace anche me. Ho il batticuore, non
capisco più niente.
Credevo davvero che Benton avesse avuto una relazione soltanto con
me? Ero così scema da credere che fosse la prima volta che tradiva la moglie? Ma chi cazzo credevo di essere? Prende lo sverniciatore. La gente è
quello che è, mi dice. Benton e Diane Bray avevano avuto una relazione a
Washington e poi, quando lui l'aveva scaricata - quasi subito, peraltro -, lei
se l'era legata al dito. Poteva Diane Bray accettare di venire scaricata? Jay
cerca di imbavagliarmi, ma io mi dibatto. Mi esce il sangue dal naso e con
il bavaglio non riuscirò più a respirare. Gliel'aveva fatta pagare, alla fine, e
poi era venuta a Richmond per farla pagare anche a me. «Un prezzo vera-
mente alto, per un paio di scopate» commenta, alzandosi da letto. È pallidissimo e sudato.
Mi sforzo di respirare con il naso, ho il cuore che batte all'impazzata e
sono in preda al panico. Devo cercare di mantenere la calma: se mi agito,
farò ancora più fatica a respirare. Il terrore mi attanaglia. Sento il sangue
colarmi in gola e tossisco, senza fiato, il cuore che minaccia di esplodermi
nel petto, Lo sento battere forte, come un pugno sulla porta, potente, imperioso, frenetico. Poi vedo girare tutto e non riesco più a muovermi.
34
Due settimane dopo
Sono persone normali, quelle intervenute, e siedono immerse in un silenzio quasi reverenziale, sotto choc. Non possono non aver letto né sentito nulla di ciò che è successo. Bisognava essere in qualche luogo sperduto dell'Africa nera per ignorare gli avvenimenti delle ultime due settimane e in particolare la tragedia dello squallido motel nella contea di James City, ricettacolo di corruzione ed efferatezze.
All'apparenza era un campeggio tranquillo e trascurato. Chissà quanti turisti c'erano passati senza accorgersi delle forze malefiche che vi infuriavano. Adesso l'uragano si è placato, si è spostato altrove. Bev Kiffin e
Jay Talley non sono morti, sono fuggiti entrambi. Per ironia della sorte,
l'Interpol ha diramato per l'ex agente Talley una segnalazione in rosso: i
suoi ex colleghi lo stanno cercando ovunque. Anche per Bev Kiffin il codice è rosso: si sospetta che sia scappata oltreconfine e che si sia nascosta
all'estero insieme a Talley.
Jaime Berger mi sta di fronte, accanto a una giuria composta da tre donne e cinque uomini. Essendo due bianchi, cinque afroamericani e un orientale, rappresentano le razze di tutte le vittime di Jean-Baptiste Chandonne,
sebbene questo non sia frutto di una decisione specifica da parte di qualcuno. Tuttavia, mi pare giusto e sono contenta che sia così. Sulla porta a vetri
dell'aula sono stati applicati grossi fogli di carta marrone per evitare che
curiosi e giornalisti sbircino dentro. I giurati, i testimoni e io siamo entrati
nel palazzo di giustizia attraverso il passaggio sotterraneo che usano i detenuti quando vengono scortati al processo. L'atmosfera è carica di tensione e i membri della giuria mi guardano come se fossi un fantasma. Ho la
faccia ancora piena di lividi giallastri, il braccio sinistro di nuovo ingessato
e abrasioni violacee sui polsi, dove la corda mi ha portato via la pelle. Se
sono viva, lo devo al giubbotto antiproiettile di Lucy. Io non ne sapevo
niente, ma quando mi era venuta a prendere in elicottero si era messa un
giubbotto antiproiettile sotto il piumino.
Jaime Berger mi chiede dov'ero la sera in cui Diane Bray fu uccisa. Mi
pare di essere in una casa piena di stanze, in ognuna delle quali si suona
una musica diversa. Rispondo alle sue domande e intanto mi vengono in
mente altri pensieri, altre immagini, altri suoni. Devo concentrarmi sulla
mia testimonianza. Stiamo parlando del martelletto da muratore acquistato
da Pleasant Hardware. Poi Jaime Berger legge il referto di un esame di laboratorio presentato come prova insieme con il referto dell'autopsia, i risultati degli esami tossicologici e di altri test. Descrive il martelletto ai giurati e mi chiede di spiegare come avevo fatto a capire che poteva essere
l'arma del delitto.
La spiegazione richiede tempo e quando guardo le facce delle persone
preposte a decidere se devo essere processata oppure no, vedo una gamma
di espressioni che vanno dall'assorto, al curioso, allo schifato. Quando descrivo le fratture nel cranio di Diane Bray e il fatto che aveva un occhio
praticamente fuori dall'orbita, vedo che una donna sta per sentirsi male.
Jaime Berger sottolinea che il martelletto ritrovato a casa mia era arrugginito. Mi chiede se anche quello che avevo acquistato dopo l'omicidio di
Diane Bray aveva della ruggine. Rispondo di no. «Un attrezzo di questo
genere può arrugginire nel giro di poche settimane?» mi domanda. «Dottoressa Scarpetta, è possibile che sia stato il sangue a ridurre in tali condizioni il martelletto ritrovato a casa sua, quello che lei sostiene avesse portato
Jean-Baptiste Chandonne la sera in cui l'aggredì?»
«Io non credo» replico, cosciente che è nel mio interesse dare una risposta negativa. Non lo credo davvero, tuttavia. E direi la verità anche se
andasse a mio sfavore. «E, comunque, la polizia si sarebbe dovuta assicurare che il martelletto fosse asciutto, prima di riporlo in un sacchetto di
plastica.»
«I tecnici del laboratorio che lo analizzarono dichiararono che il martelletto arrivò loro già coperto di ruggine, giusto? Ho capito bene?» Mi
sorride appena. Ha un tailleur pantalone scuro gessato e passeggia avanti e
indietro.
«Non so» rispondo. «Non ho letto i referti.»
«Certo. Perché lei è a casa da una decina di giorni e questo referto è arrivato... vediamo un po'... l'altro ieri.» Controlla la data sul foglio. «Dalle
analisi condotte risulta che il martelletto recante tracce di sangue di Diane
Bray era arrugginito e appariva vecchio. E io credo alla dichiarazione del
commesso di Pleasant Hardware, il quale ha detto di ricordare che la sera
del 17 dicembre, circa ventiquattr'ore dopo la morte di Diane Bray, lei
comprò un martelletto nuovo. Non aveva ruggine e non sembrava usato.
Giusto?»
Ancora, non so che cosa abbia dichiarato il commesso del negozio di
ferramenta. Lo ricordo a Jaime Berger, sotto lo sguardo attento dei giurati.
Non mi è stato permesso assistere alle deposizioni dei testimoni. Jaime
Berger mi fa domande a cui non posso rispondere per dare ai giurati informazioni che ritiene importante conoscano. In questo tipo di udienza non
ci sono né giudici né avvocati e quindi nessuno può obiettare alle domande
del procuratore. Jaime Berger mi può chiedere qualsiasi cosa e così fa perché, anche se succede molto di rado, qui il pubblico ministero sta cercando
di dimostrare l'innocenza dell'imputato.
Jaime Berger mi domanda a che ora tornai da Parigi e andai a fare la
spesa. Accenna al fatto che la sera mi recai in ospedale a trovare Jo e telefonai a Lucy a New York. La finestra si restringe sempre di più. Quando
avrei avuto il tempo di correre a casa di Diane Bray, massacrarla di botte e
disseminare indizi per far incolpare qualcun altro al posto mio? E perché
avrei dovuto acquistare un martelletto da muratore ventiquattr'ore dopo se
non per il motivo che ho dichiarato fin dall'inizio, ovvero fare degli esperimenti? Lascia la domanda in sospeso. Buford Righter, seduto al tavolo,
studia un bloc-notes. Evita il più possibile il mio sguardo.
Rispondo a Jaime Berger punto per punto. Diventa sempre più difficile
per me parlare. Il bavaglio mi ha lasciato delle ulcerazioni in bocca, che mi
fanno molto male. È da quando ero piccola che non ne soffro e mi ero dimenticata di quanto fossero dolorose. Appena apro bocca, la lingua infiammata mi batte sui denti e mi costringe a parlare come se avessi grossi
difetti di pronuncia. Mi sento fiacca, debole, e il braccio mi fa male. Me
l'hanno dovuto ingessare di nuovo perché, quando Jay me lo ha alzato sopra la testa per legarmi i polsi alla spalliera del letto, l'ha lesionato.
«Dottoressa Scarpetta, fa fatica a parlare?» mi chiede Jaime Berger. «So
che non c'entra, ma, se mi è concessa una piccola digressione...» Jaime
Berger non parla mai a vanvera: ogni cosa che fa e dice, ogni espressione
che assume, ha un senso. «Credo che sarebbe istruttivo se raccontasse ai
signori giurati che cosa le è successo». Si ferma e allarga le braccia. «Penso che avranno notato che è piena di lividi e fa fatica ad articolare le paro-
le. Saranno curiosi di sapere come mai.»
Si infila le mani nelle tasche dei pantaloni e mi incoraggia a raccontare
la mia storia. Mi scuso di non essere al massimo della forma e comincio da
Benny. La storia li colpisce. Quando racconto che dai suoi disegni arrivai
al capanno di avvistamento per i cervi su cui probabilmente andava a giocare e a disegnare, vedo che a un giurato si riempiono gli occhi di lacrime.
Spiego che il contenuto dello stomaco ci aveva lasciati perplessi e avevamo cominciato a sospettare che a Benny fosse successo qualcosa di brutto.
«Ci sono pedofili che attirano i bambini offrendo del cibo o le classiche
caramelle. Si è mai occupata di casi del genere, dottoressa Scarpetta?» mi
chiede Jaime Berger.
«Sì» rispondo. «Purtroppo.»
«Vuole darcene un esempio?»
«Alcuni anni fa fu rinvenuto il cadavere di un bambino di otto anni»
racconto. «Attraverso l'autopsia capimmo che era asfissiato, molto probatalmente perché un uomo adulto lo aveva costretto a un rapporto orale.
Nello stomaco del bambino - che, ripeto, aveva solamente otto anni - trovai un grosso pezzo di chewing-gum. Alla fine un vicino di casa confessò
di avergli dato quattro gomme da masticare in cambio della prestazione.»
«Dunque, in base alla sua esperienza, aveva ragione di preoccuparsi nel
trovare tracce di popcorn e hot dog nello stomaco di Benny White» afferma Jaime Berger.
«Infatti mi preoccupai non poco.»
«Continui, dottoressa. Che cosa successe quando si allontanò dal capanno nel bosco e seguì il sentiero che portava al motel?»
Una donna nella giuria - la seconda da sinistra in prima fila - mi ricorda
mia madre. È grassa, vicina ai settanta e indossa un modesto abito nero a
fiori rossi. Non mi toglie gli occhi di dosso. Le sorrido. Sembra una brava
donna, con i piedi per terra, e sono contenta che mia madre non ci sia, che
sia rimasta a Miami. Non sa che cosa sto passando. Io non gliel'ho detto.
Siccome non sta bene, ho voluto risparmiarle un cruccio. Mentre racconto
ciò che è successo al Fort James Motel, guardo spesso la signora con il vestito a fiori.
Jaime Berger mi invita a parlare di Jay Talley, di come ci siamo conosciuti a Parigi e siamo stati amanti. Lo fa per dare un senso ad alcuni episodi, altrimenti inesplicabili, avvenuti dopo che Chandonne è venuto a casa mia per aggredirmi: la scomparsa del martelletto che avevo comprato
per i miei esperimenti, la mia chiave di casa trovata nella tasca dei panta-
loncini di Mitch Barbosa, un agente dell'Fbi che io non conoscevo e che
era stato torturato e ucciso. Jaime Berger mi chiede se Jay Talley fosse mai
venuto a casa mia. «Sì, certamente» rispondo. Dunque aveva avuto accesso alla chiave, al codice dell'allarme e a molte altre prove. «Sì, certamente» ripeto.
E accusarmi dell'omicidio di Diane Bray e confondere le acque riguardo
a suo fratello sarebbe stato nel suo interesse, giusto? Jaime Berger ricomincia a passeggiare avanti e indietro, scrutandomi. Non so se posso rispondere. Prosegue. Quando mi aggredì nel motel, prima che mi legasse e
imbavagliasse, io gli graffiai le braccia, vero?
«So che mi ribellai, che opposi resistenza» rispondo. «E so che al termine della colluttazione avevo sangue e pelle sotto le unghie.»
«Non erano suoi, vero? O pensa di essersi graffiata da sola mentre si divincolava?»
«Non credo proprio.»
Torna al tavolo e sfoglia alcune carte alla ricerca di un altro referto. Buford Righter è impietrito e teso. Il Dna ottenuto dai campioni biologici ritrovati sotto le mie unghie non corrisponde al mio, ma a quello ricavato dal
liquido seminale presente nella vagina di Susan Pless.
«È il Dna di Jay Talley» dichiara Jaime Berger riprendendo a passeggiare. «Jay Talley, un agente federale, ebbe rapporti sessuali con la Pless poco
prima che fosse brutalmente uccisa. Il Dna di quest'uomo è talmente simile
a quello di Jean-Baptiste Chandonne che possiamo concludere con ragionevole certezza che si tratta di parenti stretti, molto probabilmente di fratelli.» Cammina con un dito sulle labbra. «Sappiamo che Jay Talley è un
nome falso. Menzogne su menzogne... L'ha picchiata, dottoressa?»
«Sì, mi ha schiaffeggiata.»
«L'ha legata al letto e ha manifestato l'intenzione di torturarla con uno
sverniciatore ad aria calda?»
«Sì.»
«Le ha ordinato di spogliarsi, l'ha legata e imbavagliata e ha dichiarato
di volerla uccidere?»
«Sì. L'ha detto più volte, e molto chiaramente.»
«Perché non l'ha fatto, dottoressa Scarpetta?» Me lo chiede come se non
mi credesse. Ma è tutta una finta. So benissimo che mi crede.
Guardo la signora che sembra mia madre e spiego che facevo una fatica
terribile a respirare, quando Jay mi ha legata e imbavagliata. Avevo paura,
mi stavo agitando e traevo respiri corti e rapidi, senza riuscire a incamerare
abbastanza ossigeno. Il naso mi sanguinava e si stava gonfiando e il bavaglio mi impediva di respirare dalla bocca. Poi avevo perso i sensi e, quando mi ero ripresa, nella stanza c'era Lucy e io ero senza bavaglio, slegata.
Jay Talley e Bev Kiffin erano spariti.
«Abbiamo già ascoltato la deposizione di Lucy Farinelli» dichiara Jaime
Berger andando verso il box della giuria con aria pensosa. «La quale ci ha
raccontato che cosa è successo mentre lei era svenuta. A lei che cosa riferì,
dottoressa Scarpetta?» In un processo, riferire qualcosa che si è saputo indirettamente non è permesso, ma in questa udienza assolutamente straordinaria Jaime Berger fa quello che vuole.
«Mi disse che portava un giubbotto antiproiettile» rispondo. «Che si erano parlate e...»
«Lucy Farinelli e Bev Kiffin?» chiarisce la Berger.
«Sì. Lucy era contro il muro e Bev Kiffin le puntava contro il fucile.
Quando aveva sparato, il giubbotto antiproiettile l'aveva protetta e se l'era
cavata con un grosso livido. Approfittando della sorpresa, aveva strappato
l'arma di mano alla Kiffin ed era scappata.»
«Perché era preoccupata per lei. Lucy Farinelli non cercò di immobilizzare Bev Kiffin perché voleva prima di tutto venire a salvare lei.»
«Sì. Mi disse che aveva cominciato a prendere a calci le porte delle stanze. Non sapendo dove fossi, era corsa sul retro a guardare dalle finestre che
danno sulla piscina. Quando mi aveva visto stesa sul letto, aveva rotto il
vetro con il calcio del fucile ed era entrata. Jay Talley non c'era più. Evidentemente Bev Kiffin l'aveva avvertito e insieme erano fuggiti a bordo
della motocicletta. Lucy ricordava di averla sentita partire mentre cercava
di farmi rinvenire.»
«Ha più sentito Jay Talley, da allora?» mi chiede, guardandomi negli occhi.
«No» rispondo e, per la prima volta dopo tanti giorni, mi sento invadere
dalla rabbia.
«E Bev Kiffin? Sa dove può essere andata?»
«Non ne ho la più pallida idea.»
«Dunque, sono fuggiti. Lei ha lasciato i due figli, e la cagnetta, quella a
cui Benny White era tanto affezionato. Forse fu proprio per vedere lei che
Benny era andato da loro quella domenica, dopo essere stato in chiesa. Mi
corregga se sbaglio. Sonny Kiffin, il figlio maggiore, non ammise di aver
preso in giro Benny quando questi era andato a vedere se Mr Peanut era ricomparsa prima di recarsi in chiesa? Non gli disse forse che la cagnetta era
andata a fare il bagno e che, se fosse ripassato più tardi, probabilmente l'avrebbe vista? Se non erro, Sonny Kiffin riferì tutto questo al capitano Marino dopo la fuga della madre con Jay Talley a seguito del mancato omicidio suo e di sua nipote.»
«Non ero presente, quando Sonny rilasciò queste dichiarazioni al capitano Marino» rispondo, sapendo benissimo che Jaime Berger non aveva
bisogno che io le confermassi nulla, ma desiderava semplicemente che la
giuria ascoltasse la sua domanda. Mi vengono le lacrime agli occhi, al pensiero di quel povero cane e della sua fine.
«Mr Peanut non era andata a fare il bagno, vero, dottoressa Scarpetta?
Non di sua volontà, comunque. Lei e sua nipote la vedeste, mentre aspettavate l'arrivo della polizia, dico bene?»
«Sì.» Mi viene da piangere.
Mr Peanut era in fondo alla piscina dietro il motel, con dei mattoni legati
alle quattro zampe. La signora con il vestito a fiori non riesce a trattenere
le lacrime. Un'altra donna singhiozza e si copre gli occhi. Sui volti dei giurati vedo passare rabbia e indignazione. Jaime Berger fa un attimo di pausa, perché tutti assimilino l'orrore di quella vicenda e si rendano conto della crudeltà di quell'atto contro un povero animale indifeso. Il silenzio è carico di emozione, quasi insopportabile.
«Ma come si può fare una cosa del genere!» esclama la donna con il vestito a fiori, chiudendo di scatto la pochette verde e asciugandosi gli occhi.
«Che cattiveria!»
«Figli di puttana! Ecco quello che sono!»
«L'ha scampata proprio bella, grazie a Dio!» osserva un giurato guardando me.
Jaime Berger fa tre passi e punta gli occhi prima sulla giuria e poi su di
me. «La ringrazio, dottoressa Scarpetta» dice con voce piana. «È vero, c'è
molta gente cattiva a questo mondo» aggiunge poi, a beneficio dei giurati.
«La ringrazio di essere intervenuta, nonostante le sue precarie condizioni
psicofisiche.» Guarda ancora la giuria. «Dopo quello che ha passato.»
Tutti assentono.
«Davvero» rincara la dose la donna con il vestito a fiori. «Dev'essere
stata un'esperienza terribile. Posso fare una domanda?»
«Prego» risponde Jaime Berger.
«Io ho le mie idee» dichiara, guardandomi «ma voglio dirle lo stesso una
cosa. Quando ero piccola io, se non dicevi la verità erano sculacciate.» Assume un'espressione indignata. «Non credevo che ci fossero dei delinquen-
ti così, a questo mondo. Io penso che me li sognerò di notte, sa? E non sono una paurosa.»
«Lo credo» rispondo.
«Perciò glielo voglio chiedere direttamente.» Mi fissa, stringendo fra le
mani la pochette verde. «È stata lei? Ha ucciso lei Mrs Bray?»
«No» rispondo, con forza e decisione. «Non l'ho uccisa io.»
Aspetto di vedere una reazione. Stanno tutti in silenzio, senza parole.
Non ci sono altre domande. Hanno finito. Jaime Berger mette in ordine le
sue carte raccogliendo i fogli e battendone il filo sul piano del tavolo. Dopo un po' alza la testa, guarda i giurati a uno a uno e poi si volta verso di
me. «Non ho altre domande» dichiara. «Signore e signori» dice avvicinandosi alla giuria e afferrando la balaustra del box come se fosse la battagliola di una nave. In un certo senso è proprio così, rifletto. È come se
quella fosse la nave che mi può traghettare verso lidi più tranquilli.
«Io voglio la verità» dichiara. «Il mio scopo nella vita e nel lavoro è accertare la verità. Sono stata chiamata qui a Richmond per fare luce su una
vicenda complicata e ricostruire come erano andate veramente le cose. Avrete tutti sentito dire che la giustizia è cieca» continua. Annuiscono. «La
giustizia dev'essere cieca perché deve essere al disopra delle parti, imparziale ed equanime. Tuttavia» aggiunge guardando in faccia i giurati «noi
non dobbiamo essere ciechi di fronte alla giustizia, vi pare? Abbiamo appena assistito a quello che è successo in quest'aula. Io so che avete occhi
per vedere e che avete visto e capito. Solo un cieco potrebbe non essersi
accorto della verità. Pertanto io credo che la dottoressa Kay Scarpetta» e
mi indica «debba essere scagionata da qualsivoglia accusa. Ha già patito
fin troppe sofferenze, indagini, dubbi. In coscienza, io credo che le dobbiamo delle scuse.»
I giurati sono attentissimi, non sbattono neppure le palpebre. Dopo un istante di silenzio, Jaime Berger continua: «Signore e signori, vi ringrazio
della vostra disponibilità, della vostra collaborazione e del vostro impegno
verso la giustizia. Potete tornare al vostro lavoro, alle vostre case e alle vostre famiglie. Siete liberi. Non ci sarà processo. La dottoressa Scarpetta
viene prosciolta da ogni imputazione. Buona giornata».
La signora con il vestito a fiori sorride e sospira. I giurati battono le mani. Buford Righter tiene gli occhi bassi e le mani giunte sul tavolo. Mi alzo
in piedi e, con la testa che mi gira, scendo dal banco dei testimoni.
ALCUNI MINUTI DOPO
Evito di guardare negli occhi i giornalisti e i curiosi che aspettano dietro
la porta a vetri che è stata oscurata per nascondermi al mondo esterno in
cui adesso posso rientrare.
Jaime Berger mi accompagna nella saletta dei testimoni. Marino, Lucy e
Anna si alzano subito in piedi, emozionati e ansiosi di sapere com'è finita.
Immaginano il verdetto e io glielo confermo con un cenno del capo. Riesco soltanto a dire: «Tutto bene. Jaime è stata grande». È la prima volta
che la chiamo per nome e me ne rendo conto dopo averlo fatto, mentre mi
viene in mente che sono entrata in questa stanza innumerevoli volte negli
ultimi dieci anni per spiegare la morte a diverse giurie senza immaginare
che un giorno ci sarei entrata per spiegare me stessa, per difendermi.
Lucy mi getta le braccia al collo e, quando mi solleva da terra per la contentezza, faccio una smorfia di dolore perché mi fa male il braccio, e contemporaneamente scoppio a ridere. Abbraccio Anna e Marino. Jaime Berger aspetta sulla porta e, per una volta, è discreta. Vado ad abbracciare anche lei. Comincia a preparare la sua roba, a mettere le sue carte nella ventiquattrore. Poi si infila la pelliccia. «Be', io vado» ci annuncia in tono professionale. Io so che è contenta, tuttavia. È fiera di se stessa e ne ha tutte le
ragioni.
«Non so come ringraziarti» le dico, piena di gratitudine e di rispetto.
«Non so che cosa dire.»
«Be', pazienza!» esclama Lucy. Ha un bellissimo vestito scuro e sembra
una professionista in carriera. Capisco dal modo in cui ammira Jaime Berger che la trova una donna bella e affascinante. Non la smette più di guardarla e di congratularsi con lei. È molto espansiva. Anzi, di più: ho la netta
sensazione che le stia facendo la corte.
«Devo tornare a New York» mi dice Jaime. «Ho un sacco di lavoro da
svolgere» mi ricorda. «Susan Pless mi aspetta. Quando pensi di potermi
raggiungere per darmi una mano?» Dice sul serio.
«Vacci, capo» interviene malinconicamente Marino, che per l'occasione
si è messo un completo blu tutto spiegazzato e una cravatta rossa troppo
corta per lui. «Vacci prima che puoi. Togliti da qui, almeno per un po'. Aspetta che si calmino le acque.»
Non rispondo, ma so che ha ragione. Sono senza parole.
«Le piacciono gli elicotteri?» chiede Lucy a Jaime Berger.
«Io non ci salirei per tutto l'oro del mondo» interviene Anna. «Non c'è
legge della fisica che dimostri che quegli aggeggi possono volare. Non u-
na, vero?»
«Non c'è legge della fisica che dimostri come faccia un calabrone a volare» risponde Lucy con un bel sorriso. «Ha un corpo enorme e ali minuscole. Però lui non lo sa e ci riesce.» Si esibisce nell'imitazione di un calabrone, effetti sonori compresi.
«Cristo santo, hai ripreso a drogarti, Lucy?» le chiede Marino alzando
gli occhi al cielo.
Lucy mi mette un braccio intorno alle spalle e mi accompagna fuori.
Jaime Berger, nel frattempo, ha raggiunto gli ascensori ed è sola ad aspettare che se ne fermi uno, con la ventiquattrore sottobraccio. La freccia rivolta all'ingiù si accende e le porte si aprono. Escono alcuni brutti ceffi,
che si apprestano a vivere il giorno del giudizio, loro o di qualcuno che
conoscono. Jaime tiene aperte le porte per farci entrare. Ci sono parecchi
giornalisti in giro, ma non tentano nemmeno di avvicinarmi, sentendo
quanto è deciso il mio "no comment". La stampa non sa che cosa è successo in aula e il mondo nemmeno. L'udienza era a porte chiuse e segreta,
sebbene qualcuno evidentemente avesse lasciato trapelare il giorno e l'ora,
altrimenti non sarebbero qui. Non mi lasceranno in pace ancora per molto
tempo, ne sono sicura. Non m'importa, ma penso che Marino abbia ragione
a suggerirmi di andare via per un po'. L'ascensore tocca terra e così anche
il mio morale. Devo affrontare la realtà, prendere una decisione.
«Vengo con te» dico sottovoce a Jaime Berger appena scendiamo dall'ascensore. «Prendiamo l'elicottero e andiamo a New York. Voglio restituirti il favore e aiutarti, per quello che posso. Credo proprio di dovertelo,
Jaime.»
Jaime Berger si ferma nell'atrio affollato e rumoroso e si passa la ventiquattrore da un braccio all'altro. Le si è rotta una delle due maniglie. Mi
guarda negli occhi. «Grazie, Kay.»
FINE

Documenti analoghi