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Da Quetzalcòatl a Itzpapàlotl
la fantastica storia della cultura mesoamericana.
Romeo Lucioni – Veronica Grillo
Straordinaria e fantastica la storia dei popoli mesoamericani scoperti
accidentalmente da Colombo spinto a cercare “la via per le Indie” e che forse non
siamo ancora riusciti a comprendere pienamente, nel “cuore vero” della loro
vitalità e sacralità.
L’asse culturale mesoamericano è sicuramente quello tolteci, che copre un
periodo pre -istorico e storico di quasi 2.000 anni prima di raggiungere l’apogeo e
poi il declino e la fine, sotto la forza dirompente dei Maya e degli Spagnoli.
Questa lunga storia di un territorio immenso, che viene diviso in mesoamericano
e arido-americano, è però un coacervo di intrecci culturali e sociali di un
grandissimo numero di popolazioni che, per lo più sedentarie, erano condizionate
dalle abitudini agricole che li condizionavano con gli inevitabili bisogni di fronte
alle “disgrazie” della natura.
Oltre agli Olmecas, ai Toltecas ed ai Mayas, dobbiamo anche ricordare
Chichimecas, Zapotecas, Nonoalcas, Nahuas, Ltecas, Huastecos, Mayueyes,
Otomìes (Nahuas-Otomianos), Amantecas, Nahuatlacas, “hordas de Xolotl”,
Tepanecas, Mexicas.
Queste popolazioni sono state capaci di creare vere e proprie culture. Ricordiamo
la Olmeca, la Tolteci, la Maya, ma non posiamo tralasciare la Civilizzazione
Nahua, la Zapateca e Mixteco-Cholulteca e l’Impero Mexica che in un modo o in
un altro, hanno dovuto affrontare (come lo racconta la loro storia) “las hordas
barbaricas de los Chichimecas”.
Non va dimenticato che tra questi “movimenti di popolazioni”, dobbiamo includere
anche le sporadiche invasioni provenienti dal Costa Rica e dal Nicaragua, oltre
che dal Mexico e dall’Arizona, che hanno lasciato la poro traccia nella ceramica e
nei tessuti, oltre che nelle abitudini alimentari e sociali.
Per affrontare le “invasioni”, i vari Re e Reucci mesoamericani attivarono anche
un ricco scambio di lignaggio con alleanze e matrimoni incrociati tra le diverse
dinastie che si sono mantenute anche per lunghi periodi.
In questo vasto panorama di popolazioni spinte sempre alla ricerca di un
territorio vivibile, proprio perché le calamità naturali (dalle inondazioni alla siccità
distruggevano periodicamente tutto quanto era stato faticosamente costruito), la
filosofia imperante era dominata dal principio che univa guerra e sacrificio.
La guerra era il mezzo più semplice per appropriarsi del “patrimonio dell’Altro” in
una logica di “inevitabile scambio” di cultura e di conquiste scientifiche.
Sempre però ogni cosa era dominata dal sacrificio che paradigmaticamente veniva
raccontato dal “sacrificio degli dei stessi che avevano irrorato con il loro sangue
“l’osso prezioso di generazioni anteriori” che era andato in frantumi durante le
peripezie di Quetzalcòatl pe r averlo da Mictlantecuhtli (Dio del “inframondo” o
mondo sotterraneo) e che diede l’esempio agli altri dei con il suo “sacrificio” che
servi per “creare il genere umano”.
Resta un ito fondamentale questo del sacrificio e dell’offerta del sangue che va a
spiegare tutte le storie dei sacrifici umani, dell’offerta dei “cuori pulsanti” dei
nemici fatti prigionieri, ma soprattutto di quelle “offerte di sangue” che le
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popolazioni attuavano attraverso “sacri-salassi”, attuati nelle orecchie, nel pene o
nei genitali.
Il passato idealizzato entra nel mito di Quetzalcòatl, il cui nome completo Ce Àcatl
Topiltzin fa riferimento al “Re pastore” fondatore di Tula, uno dei quattro figli
della coppia suprema: Tonacacuhtli e Tonacacìhuatl (il signore e la signora della
nostra carne e del nostro sostentamento).
Quetzalcòatl si trasforma nel “Serpente Piumato ” che con l’aiuto di Tezcatlipoca e
di quattro uomini (da loro creati) sollevò il cielo che era caduto sulla terra.
Lotte interiori ed invasioni barbariche giustificano uno stato di insicurezza e la
necessità di abbandonare periodicamente i propri luoghi abituali di vita alla
ricerca di avventura o di sicurezza. In questo ordine di idee si comprende la lotta
continua tra “tradizione militarista” e tentativo di una riforma religiosa (voluta da
Topiltzin) che mirava a stabilire un “regime teocratico”.
In tutto questo, si può comprendere la “tendenza esoterica” che i sacerdoti
applicavano in una “dimensione sciamanica” in quanto erano gli unici che
potevano “parlare con la divinità” per sapere le loro volontà, per trasmettere le
loro conoscenze scientifiche ed anche astronomiche ed astrologiche.
Le forze “messianiche” di questi “legami teocratici” erano in grado addirittura di
far abbandonare città fiorenti e vitali, forse proprio per la “conoscenza
preannunciata” di cataclismi, di catastrofi, di distruzione e di morte.
A questo proposito è fondamentale leggere le “parole degli Dei” riportate nel
“Popol Vuh”, considerato come la “Bibbia dei Maya” e unico libro scampato dalla
barbarie iconoclasta dei frati cattolici al seguito dei “conquistadores”.
Nuovamente parlarono i loro dei e fu questo che allora dissero Tohil, Aulix e
Hacaitiz a Balam Quitzè, Balam Acab, Mahucutah e Iqui Balam: “Andiamocene,
alziamoci, non rimaniamo qui, portateci in un luogo nascosto! Si sta avvicinando
l’alba. Non sarebbe forse una disgrazia per voi che fossimo imprigionati dai nemici
in queste mura, deve non avete i vostri penitenti e sacrificatori? Collocate, dunque,
ciascuno di noi in un luogo sicuro”.
Così dissero.
Così, Auilix fu condotto in un burrone della foresta che nominarono Euabal Ziuàn
(“burrone del nascondiglio”) e quel luogo oggi si chiama “Paulix”. In quel posto lo
lasciarono, là fu collocato da Balam Acab.
Poi toccò a Hacauitz, che fu messo in una grande casa rossa, presso il monte che
oggi si chiama Hacauitz. E la loro cittadella fu fondata proprioin quel luogo. Così
anche Macutah rimase con il suo dio, che fu il secondo ad essere nascosto. Non
precisamente nel bosco, ma in un certo disboscamento fu nascosto Hacauotz.
Anche Balam Quitzé giunse nella grande foresta e, per nascondere Tohil, salì sul
monte che oggi si chiama Patohil. Allora precedettero all’occultamento di Tohil in un
burrone, il suo rifugio. E a quest’altro burrone del nascondiglio dettero l’epiteto di
Cunabal Tohil (“Medicina di Tohil”). Una grande quantità di serpenti, di giaguari e
vipere si trovavano nella foresta dove lo nascosero i penitenti e sacrificatori.
Insieme erano dunque Balam Quizé, Balam Acab, Mahucutah e Iqui Balam; insieme
attendevano l’alba, là sul mente chiamato Hacauitz.
Lotta per la sussistenza e sangue per ingraziarsi l’aiuto degli Dei protettori che
dovrebbero diventare “favorevoli” sempre se “soddisfatti”.
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Sembra quindi che in questa società diventano importanti, tanto quanto i
guerrieri o forse più, le persone addette ai sacrifici e alle “penitenze”: sacrificatori
e penitenzieri.
La società viene divisa in caste rigidamente stabilite in:
- i “nobili” che lo diventano via via per diritto ereditario;
- i rappresentanti e gli amministratori;
- i guerrieri;
- i penitenzieri ed i sacrificatori;
- gli artigiani;
- la massa enorme degli agricoltori.
Diventa interessante notare quanto poco spazio sia lasciato alle donne che non
trovano un ruolo proprio se non fosse solo quello di essere procreatrici. Anche le
ansie per il futuro sono riservate agli uomini che nel “Popol Vhu” vengono
ricordati come “angosciati sulla cima della montagna aspettando la nascita di
Venere, la Stella del Mattino che precede quella del Sole, per trarre quindi un
segno incontrovertibile della benevolenza degli dei: il nuovo giorno che comincia.
Le litanie ed i canti propiziatori che accompagnano l’uso dell’incenso come dono,
diventano importanti e richiamano ancora una volta i propiziatori-sacrificatori.
Gli incensi sono tre (e fanno ricordare i doni dei Re Magi a Nazareth):
- l’incenso di Balam Quitzé, che si chiama Mixtam Pom (“copal di Mixtam”);
- l’incenso di Balam Acab, che si chiama Cauiztàn Pom (“copal di Cauiztàn”);
- l’incenso diMahucutah, che si chiama Cabauil Pom (“copal dorato”).
Le litanie sono sempre rivolte agli Dei per chiedere pietà ed un “illuminato
perdono” di fronte alla debolezza dell’uomo ed alla sue “colpe”.
Se ci sono tribolazioni e catastrofi sono sempre attribuite alle colpe degli umani,
all’incapacità di soddisfare le esigenze degli Dei.
Sembra quindi che la casta guerriera e quella dei sacerdoti dominino totalmente
la società mesamericana proprio perché le tribù possono pure lottare tra loro,
mettersi anche d’accordo, ma devono essere sempre sottomesse alla colpa, al
sacrificio ed alle richieste degli Dei.
Questi Dei sono sostanzialmente gli stessi per tutti; cambiano i nomi ma non
cambiano e tutti richiedono “sacrifici di sangue”, raccolto facendo dei prigionieri
da sacrificare, ma anche sottoponendo se stessi ai sacrifici della vita o dei “salassi
sacri”.
In queste società le arti schamanico-divinatorie diventano fondamentali proprio
perché è assolutamente necessario sapere con anticipazione … di che morte
bisogna morire.
La storia diventa quasi un romanzo di intrighi, di calunnie, di tradimenti, di
ruberie, di scaramucce tribali o di vere guerre che portano a cambiamenti
profondi delle società e tutto questo in una atmosfera di pericolo perché in
qualsiasi momento possono scatenarsi gli elementi naturali portando morte e
distruzione.
Tutti questi elementi dovrebbero essere sufficienti a giustificare l’abbandono di
città fiorenti per costruirne di nuove. La giustificazione principale resta però
quella culturale, rappresentata da cambiamenti nel rapporto con gli Dei.
L’ossessiva necessità di procurarsi la benevolenza divina si accompagna a quella
di difendere le sacre immagini che non sono rappresentative, ma vera e propria
“persona fisica rappresentata dall’immagine”.
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Il “segreto di stato”, fondamento per la sussistenza della tribù, è proprio quello di
sapere dove è stato nascosto quello o quell’altro Dio che, con la sua presenza,
assicura la sua benevolenza, la sua divina e irrinunciabile protezione.
Quello che è stato chiamato “l’occultamento degli Dei” fa parte indissolubile della
cultura dei popoli mesoamericani che hanno creato un “esoterismo totale” tanto
che possiamo pensare che anche le famiglie importanti avevano il loro “segreti
protettori”.
Si parla dell’esoterismo del “Popol Vhu” nel quale viene ricordato come anche le
diversità dei dialetti usati dalle diverse tribù derivavano dall’introduzione di
parole o di frasi segrete usate per “nascondere i loro dei”. Le famiglie dei dignitari
avevano la loro “biblioteca esoterica” nella quale venivano simbolicamente
nascosti i “lari benefici e protettori”.
Da tutto questo è evidente che:
- un solo Diveniva indicato con diverse denominazioni (vedi il caso di
Quetzalcòatl);
- uno stesso Dio veniva rappresentato diversamente in luoghi dive rsi e le
immagini relative avevano significato solo per quello o quell’altro gruppo di
fedeli;
- bisognava cambiare l’ubicazione anche delle città nelle quali si tornavano a
nascondere le figure degli Dei in forme sempre più complesse, misteriose es
esoteriche.
Le popolazioni mesamericane sono sicuramente riuscite allo scopo di accultare se
la famosa “lastra di Palenque” (più di tre metri e mezzo di lunghezza e due di
larghezza) è stata letta nel suo vero significato esoterico solamente dopo duemila
anni e per opera di un ricercatore inglese: M. Cotterell.
Ma in tutto questo possiamo sicuramente dire che siamo all’inizio delle scoperte
nell’ambito dell’esoterismo mesamericano: senza l’aiuto dei sacerdoti sciamani e
dei penitenti-sacrificatori, sarà ben difficile arrivare a risolvere i misteri anche
perché i “sacerdoti cristiani”, al seguito dei “conquistadores” hanno pensato bene
di distruggere tutto quanto a loro dire era segno del “governo di satana”, contrario
alla “verità assoluta” che, naturalmente, era quella che li guidava.
Le dinamiche paradigmatiche di questa ossessiva obbligatorietà ad occultare ci
viene proprio da Palenque la città dedicata al Dio Quetzalcòatl che vi assunse le
sembianze del “serpente volante”, ma anche di un enigmatico “Dio-Farfalla” di
origine tolteca che nel tempo arriva ad essere individuato come “Dio del vento”
per i Mayas, anche se per alcune tradizioni viene identificato come il Dio
fondamentale per il Panteon mesamericano: il “Serpente piumato”.
A Palenque chiama l’attenzione l’enorme costruzione-tempio tradizionalmente
dedicata al “Dio Farfalla” che per la sua potenza (era il simbolo delle forze
distruttive della natura come il vento e gli uragani) riceveva una notevole quantità
di tributi di sangue.
Diventa quasi una stranezza che un Dio tanto importante, che, in qualche modo,
si “genera” a Palenque non venga rappresentato con delle immagini specifiche,
peculiari e rintracciabili.
Se non fosse per le considerazioni fatte a proposito della pratica del
“occultamento degli dei” dovremmo pensare decisamente ad una figura marginale
andando però contro tutti i riferimenti che derivano dalla tradizione (o dal mito).
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Ancor oggi poco si sa sulla iconografia di questo Dio misterioso al cui riferimento
stanno una statuetta che rappresenterebbe un “Sacerdote del Dio Farfalla” ed
una immagine che però sembra proprio poco significativa.
Le ricerche di Maurice M. Cotterell sulla famosa “lastra tombale del Saggio Pacal
a Palenque” hanno portato a scoprire una modalità incredibile di “occultare gli
dei”.
Attraverso uno straordinario intreccio di linee, la sovrapposizione di due lamine di
acetato stampate con immagini uguali e speculari della lastra sepolcrale,
permetteva la comparsa di “figure simboliche” incredibilmente precise, che
rappresentano diverse immagini degli Dei Maya.
Questo semplice stratagemma se utilizzato con le moderne tecniche fotografiche
sarebbe un processo difficile, ma è sicuramente frutto di un incredibile sforzo
mentale, percettivo e riproduttivo, se attuato con la tecnica del bassorilievo.
La scoperta ha suscitato molto interesse e ha permesso la scoperta di altre
interessanti rappresentazioni mitiche nascoste nella pietra con le stesse modalità.
Il processo “esoterico” è evidentemente così sottile e sofisticato che ha fatto
passare per secoli le rappresentazioni segrete come semplici “geroglifici astrusi”
che invitavano scoprire strane storie come nel caso della “lastra di Palenque”
nella quale un ricercatore stravagante aveva trovato la “conferma” di un
“astronauta maya alla guida della sua astronave”.
Evidentemente i sacerdoti, i penitenzieri ed i sacrificatori non erano persone tanto
“semplici”, ma veri e propri studiosi che hanno lasciato una traccia di lettura
solamente per chi avesse avuto gli occhi adatti per vederla: gli iniziati.
Spinti da queste osservazioni siamo stati attratti dalla sfida di “risolvere l’enigma
del Dio Farfalla” una divinità che viene ricordata spesso e che ha il suo “palazzo”
a Teotihuacan, ma la cui immagine non è stata mai individuata con precisione.
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Attratti da questa storia e leggendo come gli dei venivano nascosti nelle pietre
abbiamo pensato di poter trovarne una traccia in una … “immagine pietrificata”.
§
Dopo molti tentativi andati a vuoto, abbiamo finalmente provato la tecnica
della sovrapposizione degli acetati con una maschera di giada che ha dato
risultato positivo. Ruotando le lamine di acetato è comparsa inequivocabile
l’immagine del “Uomo Farfalla” – del “Dio Farfalla”: Itzpapàlotl.
Dio Farfalla – Itzpapàlotl – Quetzal-Papalotl
Questa immagine non ha nulla a che vedere con quelle più note riferite al Dio,
ma ha tutte le caratteristiche tradizionali anche moderne, soprattutto quella
del doppio paio di ali. Va sottolineato che nel panteon mesoamericano il dio
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farfalla appare a Teothiuacan come “Quetzal-Papalotl” trasformato poi dai
toltechi-aztechi in “Dio del Vento”. Nella tradizione mizteco-azteca appare
come divinità negativa che distrugge il mondo creato da Tezcatlipoca, ma la
sua potenza è anche riferita soprattutto come apportatore di civiltà e di
progresso.
§
La prima immagine trovata lavorando su una maschera, non dava una
soluzione del tutto soddisfacente per una certa discontinuità e imprecisione
del dise gno. Abbiamo così continuato la nostra ricerca ed un recente tentativo
ha portato a utilizzare la famosissima maschera di Palenque trovata sul viso
del Nobile Pacal. È stata veramente una sorpresa: di colpo è apparsa una
effigie splendida del famoso Itzpapàlotl, con le sue quattro ali (con un cerchio
nero nel mezzo), le sue gambe possenti, le braccia al lato di un corpo poderoso,
un capo perfettamente disegnato nei più piccoli dettagli, circondato da un
ampio colletto stile nobiluomo inglese e spagnolo del settecento.
Dio Farfalla – Itzpapàlotl – Quetzal-Papalotl
§
Siamo riusciti a trovare anche un’altra maschera che nasconde qualcosa del
“Dio Farfalla” anche se l’immagine non è così netta e, tra l’altro, sembra che
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abbia un riferimento anche al “Dio Uccello” con quel caratteristico becco da
aquilotto che spesso viene riportato nelle immagini relazionate:
Dio Farfalla – Itzpapàlotl – Quetzal-Papalotl
La rappresentazione é veramente significativa e sembra incredibile che degli
“esseri umani” abbiano potuto anche solo pensare una soluzione tanto complessa
per nascondere il loro “Dio Farfalla”. Sarebbe anche oggi difficile risolvere un
problema tanto complesso con l’uso di un computer e pensare … che è stato
realizzato 2000 anni fa da scalpellini guidati da un “pensatore-sacerdote”!
Si ha anche quasi l’impressione che i
“maestri scalpellini” abbiano voluto trovare
il modo di dimostrare che il lavoro di
“nascondere gli dei” non fosse un semplice
risultato casuale e … abbiamo trovato una
maschera che è fatta in maniera tanto
perfetta che la sovrapposizione degli
acetati (naturalmente, anche in questo
caso, speculari) dà una sola immagine: i
due
lati
(destro
e
sinistro)
sono
perfettamente identici.
Questa immagine, che è frutto della
sovrapposizione di due acetati speculari
(esattamente nello stesso modo come nelle
altre riproduzioni delle maschere di giada)
dimostra quanto grandi erano gli artisti
meso-americani nel progettare queste
figure usando esclusivamente la loro
fantasia, la loro capacità di memorizzare i
particolari di un volto per poter creare la
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metà destra uguale a quella sinistra, il
tutto usando pezzi di lastrine di giada.
Le considerazioni fatte sulla rappresentazione
iconografica da noi scoperta apre interessanti
considerazioni:
Una immagine tratta dalla famosa “stele di
Palenque” viene riferita al “dio farfalla” forse per i
grandi occhi che sembrano quello di un
lepidottero e per la presenza di una apparente
luminescenza che viene interpretata anche come
segno di una forza extraterrestre. A nostro modo
di vedere è difficile far riferire questa immagine a
quella da noi scoperta anche se è interessante
osservare una specie di “copricapo” che si rileva
sia nella stele che nella nostra immagine.
Sono molte le rappresentazioni simboliche di un “dio
farfalla” poderoso, malefico e invincibile che colpisce
l’immaginazione, incutendo anche un poco di terrore.
Queste immagini non vogliono rappresentare “il male”,
non sono cioè “sataniche”, ma si rifanno alle forze
incontrollabili della natura, a quella violenza che a
volte si scatena senza poter essere controllata e,
proprio per questo, veniva interpretata come “volontà
divina” dai nostri antiche predecessori che ancora non
avevano raggiunto il sufficiente sviluppo delle
conoscenze.
Nel tempo ed in varie culture è stata molto usata la figura di un “dio farfalla”
proprio perché evidentemente trae con sé un che di potenza e di “superiorità
divina” che colpisce l’immaginazione tanto da essere anche utilizzata in spettacoli
teatrali.
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Conclusioni
La nostra ricerca sull’immagine del “Dio Farfalla” o “Itzpapàlotl” o ”Quetzal
papalotl” (in lingua “Nahuatl” significa “uccello-farfalla”) tanto importante nella
tradizione mesoamericana, ha portato a poter proporre una soluzione dell’enigma
che sicuramente è stato determinato dalla precisa volontà di quelle popolazioni di
tenere segreta l’effigie del loro Dio.
Questa tradizione è stata chiamata “occultamento degli dei”, rituale ch e viene
ampiamente descritto nel libro sacro “Popol Vhu” che è considerato come una
specie di Bibbia Maya.
Lavorando sulle riproduzioni delle maschere di giada scoperte a Palenque e
utilizzando la tecnica dei due acetati, è stato possibile far emergere due immagini
molto significative ed emblematiche. Queste, a nostro modo di vedere, possono
veramente essere prese come riferimento per la “vera immagine del Dio
Itzpapàlotl che come “Dio Farfalla” o “Dio del vento” ricopriva un ruolo
importante nel panteon te ologico delle popolazioni mesoamericane.
Il tema che si è voluto affrontare da un punto di vista culturale, non è
sicuramente del tutto sviscerato e compreso; molte sono le domande che ancora
non hanno avuto risposte, ma, a nostro modo di vedere, la scoperta
dell’iconografia di Itzpapàlotl può essere un importante inizio per ulteriori e
approfonditi studi.
*
Il termine di Mesoamerica è stato coniato da Paul Kirchhoff, nel 1943, per
significare una omogeneità di fondo di molte culture sorte nell’area territoriale
compresa tra la fine della pianura desertica del Nordamerica e l’Honduras
orientale
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La cultura mesoamericana e la problematica
dell’occultamento degli dei come segni di
retrocessione culturale e blocco dello sviluppo.
Romeo Lucioni – Leticia Lucioni
Seppure oggi si insista su possibili contatti precolombiani fra le culture
mesoamericane e quelle europee e asiatiche, non si hanno dati certi per poter
pensare ad un’area geografica nella quale si siano sviluppate autonomamente
culture tanto importanti da giungere alla fondazione di città maestose, ricche e
poderose, che inoltre contavano con un enorme popolazione. Basta far riferimento
al fatto che Teotihuacan nel momento di massimo splendore contava con 200.000
abitanti, esattamente come la Roma imperiale, mentre Tenochtitlan ne aveva
1.000.000, e ci rendiamo subito conto dell’importanza di quelle espressioni
umane, sociali ed antropologiche.
Prendiamo in considerazione che:
- la struttura socio-culturale ha favorito abituali invasioni barbariche, guerre
tribali ed anche di invasione che venivano dal Guatemala e dal Costa Rica,
oppure dal Messico e dall’Arizona.
- La sottomissione alle forze della natura ha portato a creare un vero “stato di
panico collettivo” e la conseguente necessità riparativa per la quale agli “Dei
arrabbiati” bisognava offrire sacrifici umani , di cuori palpitanti e di una
notevole quantità di sangue fresco che veniva raccolto dai “penitenzieri” con
“salassi sacri” fatti dalle orecchie, dai gomiti, dai genitali.
- Le invasioni portavano a continui cambiamenti culturali anche profondi e, da
questi, la necessità di nascondere i propri Dei-Protettori ed anche i Dei-Lari
(della famiglia)
- Le popolazioni mesoamericane si dedicavano prevalentemente all’agricoltura
ed alla raccolta, anche pe rché il loro Dio Quetzalcòatl, “il Re Pastore”, nella
sua bontà, aveva invitato i suoi sudditi a nutrirsi dei prodotti della terra,
risparmiando la vita degli animali. La loro dieta era per lo più vegetariana, con
il mais come cibo di base, insieme a: zucca, fagioli, pomodori, peperoni,
cipolle, cuye, chia (salvia selvatica), cacao, manioca, pepe, muguey, una agave
da cui si ricava il pulque. Non vanno dimenticate anche la patata e la papa
(patata dolce) che potevano essere usate per produrre il chuñu che poteva
essere conservato per lungo tempo.
- La caccia era usata per procurare carne per le famiglie altolocate, senza
dimenticare che gli uccelli ed i cervi che venivano presi o uccisi erano riservati
come “… dono per gli Dei”, ai quali veniva offerto il loro sangue, versato sulle
pietre sacre.
- Nel Popol Vhu viene ricordato come il popolo si nutriva di tafani, vespe, api e
altri piccoli animali.
Con tutto questo, i Maya si consideravano abitanti di una specie di “paradisoterrestre” anche se inseriti in una struttura sociale fortemente e rigidamente
patriarcale, dove la donna si dedicava alla casa, dando anche un aiuto agli
uomini per affrontare le necessità agricole.
L’ambito subtropicale causava la frequente comparsa di cataclismi e fenomeni
naturali disastrosi, tanto che venivano ricordati eventi nei quali “… el cielo se
cayò sobre la tierra!”
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Il territorio mesoamericano dove si sono sviluppate diverse “civiltà” (tra le quali
vengono maggiormente ricordate quelle: Tolteca, Olmeca, Maya, Nahua, Zapateca,
Teotihuacana, Mixteco-Cholulteca, Mexica e la Chichimeca) era per lo più coperto
da foreste rigogliose che però impedivano lo sviluppo organizzato delle
comunicazioni e della caccia proprio per questo si sono sviluppate delle “città
stato” che spesso hanno anche acquisito dimensioni enormi.
La cultura e l’antropologia moderne sono d’accordo nel ritenere che:
- una società fortemente patriarcale è pregiudiziale per lo sviluppo e per la
crescita;
- i principi che sostengono una visione teologica che genera tensioni e paure,
portano ad una “costruzione relazionale” che uccide l’amore, visto come
espressione di solidarietà e di generosità;
- solo una logica integrativa e, quindi, un legame fondato sull’uguaglianza tra i
generi porta ad una struttura socio-culturale favorevole per lo sviluppo e per
l’evoluzione sociale, culturale, umanistica, scientifica e conoscitiva.
Sulla base di questi fondamenti possiamo allora ben dire che la loro mancanza o
il loro deficit nella cultura mesoamericana, caratteristica delle popolazioni Maya,
possono essere considerate come la causa preponderante del ritardo della loro
evoluzione a tal punto che diventa giustificata l’asserzione per la quale i popoli
mesoamericani, anche nel periodo che va dal 1000 al 1500 d.C., erano fermi
all’età della pietra.
Questa osservazione suona quasi come un assurdo perché parliamo di
popolazioni che erano state capaci di costruire città, elaborare un calendario
complesso e preciso, conoscevano la matematica ed anche il valore dello zero,
avevano profonde conoscenze astronomiche ed anche sulla precessione degli
equinozi.
Ancora troppo poco conosciamo della storia di questi popoli, ma ci fa sempre più
pressante l’idea che una so successive catastrofi ambientali (e forse anche un
“diluvio”) avevano determinato la semidistruzione di antichi abitanti che avevano
lasciato importanti tracce per le quali i popoli in via di ricomposizione
utilizzavano conoscenze che non erano loro del tutto proprie.
Se questo sia vero o no, non cambia tuttavia il modello dello sviluppo sociale
mesoamericano (soprattutto se si prende in esame l’area dell’altopiano centrale,
cioè quella riferita all’attuale Città del Messico). Friederich Katz fa riferimento alle
tre fasi di sviluppo (classica, post-classica e storica) riportandole ad altrettanti
caratteristiche dell’organizzazione sociale: dominio delle comunità dei villaggi;
casta sacerdotale; casta militare.
Come unità territoriale e progressivo sviluppo potremmo far riferimento a: 1)
comunità di villaggio; 2) città-stato; 3) grande impero.
Questo modello schematico è applicabile allo sviluppo delle civiltà del continente
europeo e medio-orientale, per altro lato non è del tutto utilizzabile nell’area
mesoamericana nella quale le potenzialità di dominio si sono trasferite sempre
più nelle mani dell’organizzazione sacerdotale che è diventata sempre più
asfissiante per le pratiche di penitenze e di sacrifici umani che, con l’offerta del
sangue, permettevano un ideale “rapporto personale con le divinità”.
Tali considerazioni portano all’inevitabile osservazione sul diverso sviluppo
sociale-culturale-scientifico-umanistico-spirituale tra l’area europea e quella
mesoamericana.
§ Nell’area europea, a partire dai 35.000 anni prima di Cristo, si organizza una
società, sul tipo di quella micenea, che in un periodo lunghissimo permette
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una “integrazione sociale comunitaria”, rispettosa delle diversità anche di
genere, senza una precisa “casta dominante”, che ha permesso uno
straordinario sviluppo scientifico e socio-culturale. Facciamo riferimento:
- nell’agricoltura, all’aratro, all’uso degli animali domestici per il lavoro e per
il trasporto su ruota, alle imponenti strutture di irrigazione, alla produzione
intensiva e all’allevamento del bestiame che hanno portato ad un surplus di
derrate alimentari;
- nello sviluppo delle scienze metallurgiche, astronomiche e mediche, ma
anche delle applicazioni tecniche che hanno portato alla crescita della
metallurgia per creare utensili sempre più raffinati che, partendo dalla
ruota, hanno facilitato lo sviluppo commerciale e l’intercambio di
conoscenze teorico-applicative.
-
-
-
§
Una seconda fase evolutiva è quella delle invasioni barbariche che hanno
portato all’uso improprio della metallurgia e, quindi, alla costruzione di
armi di rame, di bronzo e di ferro ed anche alla costituzione di società che
richiedevano un “capo”, un dominatore e quindi una casta di “padroni”.
Questi invasori, disumani e brutali, seguono un modello di vita in cui
diventa normale l’uccisione di altri esseri umani, la distruzione ed il
saccheggio degli averi, l’asservimento e lo sfruttamento delle persone. Il loro
passaggio porta la morte dei maschi ed il ratto delle ragazze fatte schiave e
concubine. La violenta degradazione della figura femminile si accompagna
alla distruzione degli dei, lari e sociali, a significare che i vinti hanno
perduto i loro”dei protettori”, sostituiti dalle armi dei potenti padroni.
Una terza fase porta allo sviluppo delle città fortificate, alla costruzione di
macchine da guerra che accompagnano eserciti sempre più potenti, il
dominio della casta governante con il sovvertimento di una società
omogenea e paritaria che lascia il posto al più forte ed alla “parte maschile”,
guerriera e violenta, che trova gioco facile nell’alleanza con le caste
sacerdotali (che attuano l’investitura del capo).
In questo modello non manca lo sviluppo dell’arte in tutte le sue
manifestazioni (dalla pittura-scultura, sino alla musica ed alla moda, ecc.),
delle scienze umanistiche ed applicative (vedi l’esempio di Leonardo), delle
comunicazioni e degli scambi commerciali, politici e sociali.
Nell’area mesoamericana, tutto questo non si verifica, proprio perché
l’asfissiante paternalismo e lo strapotere del maschi portano ad una società
dominata dalla paura, dalla colpa, dalla sottomissione più totale. Lo sviluppo
scientifico-applicativo resta abortito, tanto che non si arriva alla “conoscenza
della ruota”, l’agricoltura resta primitivo (si continua ad usare la zappa mentre
l’aratro non si conosce) anche perché non si utilizzano gli animali domestici
per il lavoro ed il trasporto (in queste aree geografiche non c’era né la vacca né
il cavallo) neppure con camelidi (come è avvenuto nel Perù con gli Incas). Il
surplus di produzione agricola avviene solo attraverso il grande rendimento di
una terra straordinariamente fertile, incoraggiando i contadini ad applicazioni
nelle grandi costruzioni istituzionali e religiose.
Da queste considerazioni possiamo trarre la conclusione che:
- mentre i popoli mesoamericani si sviluppavano come agricoltori sedentari in
una società fortemente patriarcale dominata dalle violenze tribali (conosciuto
15
era anche il fenomeno del banditismo utilizzato anche per rapire le persone
destinate ai sacrifici religiosi);
- le popolazione dell’area europea, medio orientale e dell’africa settentrionale
erano stati primitivamente dei cacciatori e, solo in un secondo tempo,
svilupparono l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.
Questo ci sembra fondamentale proprio per la possibilità che ha avuto la donna
europea di sviluppare le arti agricole e dell’allevamento in un ambito familiare e
con la collaborazione dei figli, incidendo fortemente nello sviluppo scientifico e
organizzativo.
Solo in un secondo tempo i maschi hanno abbandonato le lunghe trasferte di
caccia (che sicuramente duravano parecchi mesi), accettando i vantaggi della vita
sedentaria che permetteva apportare ulteriori vie di sviluppo sulla base delle
conoscenze, ampie e profonde, che la caccia aveva sicuramente insegnato loro.
Possiamo scoprire questa verità nell’ambito della “cultura minoica” che, 15.000
anni prima di Cristo, ha portato allo sviluppo di una società scientificamente
molto progredita (scoperta del rame e del bronzo oltre che delle tecniche per la
ceramica, la lavorazione dell’oro e delle pietre preziose, ecc.), ma anche a
organizzare una società equilibrata, diretta sostanzialmente sui principi di
uguaglianza e di compartecipazione, con un alto senso del valore della donna che
veniva rispettata, amata e . coperta di monili e di doni.
Potremmo anche pensare che nelle aree mesoamericane la combinazione di
struttura agricolo-raccoglitrice con il patriarcato ha portato alla costituzione di
una società sempre rivolta su se stessa, mai aperta all’innovazione.
Questa situazione ha portato ad una società dominata dal poter e dalla violenza,
da lotte interne e dalla necessità di mantenere una casta di guerrieri per
difendersi dalle continue e pressanti invasioni di popoli ancora più primitivi.
È proprio da questa situazione di instabilità e di precarietà che i popoli si sono
offerti e abbandonati nelle braccia delle “idee religiose” per le quali l’unica
possibilità di sussistenza era quella di affidarsi alla benevolenza degli Dei
acquisita con pesantissime pratiche di sacrifici umani e di offerte di sangue
procurato uccidendo nemici ed animali, ma anche attraverso i salassi rituali.
Queste regole, divenute tradizionali, hanno portato a bloccare lo sviluppo sociale,
scientifico ed umanistico, anche perché l’ossessiva necessità di “nascondere, per
difenderli dai nemici, i loro dei protettori che si moltiplicavano anche solo
cambiando di nome e fattezze” ha portato ad abbandonare città fiorenti per
ricominciare sempre tutto da capo.
Questa visione delle cose si scontra con l’indiscutibile sviluppo delle scienze
astronomiche e delle capacità di realizzare opere di ingegneria civile di un livello
strutturale veramente straordinario.
La conoscenza era, tra i popoli Maya, strettamente e fortemente nelle mani dei
sacerdoti che, avendo assunto anche il ruolo di penitenzieri e di sacrificatori, con
le mani intrise di sangue, si presentavano come gli unici interlocutori degli Dei.
Nel “Popol Vhu”si trova ben descritta questa regola per la quale i sacrificatori,
mentre versavano il sangue delle vittime sulle pietre sacre dove erano “racchiusi”
gli dei, ne ascoltavano la voce, le parole che davano le regole, gli ordini, le linee
per il comportamento di tutto il popolo.
Da queste considerazioni si può dedurre che nella storia universale lo sviluppo
scientifico, sociale, umanistico e culturale si è strutturato positivamente in
società che sono state capaci di fondare la loro organizzazione su:
- rispetto di tutti senza prevaricazioni di genere;
16
-
superamento dell’esoterismo in favore di una conoscenza aperta a tutti, cioè
esoterica e capace di accettare una evoluzione dei principi fondamentali;
organizzazione di una “scienza dell’uomo” capace di accettare le potenzialità
intrinseche di crescere e di sviluppare la “ragione”, ma anche gli affetti;
fondare le relazioni umane sui principi della libertà, de lle pari opportunità, del
rispetto della vita e dei diritti di ogni individuo.
Se prendiamo in considerazione tali fondamenti evolutivi e creativi, possiamo
vedere anche quanto rapidamente siano state superate le “epoche buie”, proprio
perché anche nei momenti più difficili, disastrosi e distruttivi, il fondamento di un
“messaggio d’amore” è stato quanto mai essenziale per superare le difficoltà e
riprendere il cammino del rinnovamento che si traduce nell’immagine concettuale
di un “Nuovo Rinascimento”.
Considerazioni sullo stato attuale dello sviluppo.
Nella considerazione delle possibilità che si instauri un Nuovo Rinascimento, la
situazione attuale come può essere collegata con il background culturale,
umanistico, politico e sociale che, proprio per le sue caratteristiche peculiari ha
portato al Rinascimento? Il fenomeno rinascimentale, come sottolinea anche lo
storico tedesco Jacob Burkhardt, è stato del tutto italiano o, addirittura, di
alcune Corti Italiane: Firenze con i Medici, Mantova con i Gonzaga, Urbino con i
Montefeltro, Ferrara con gli Estensi, Milano con i Visconti e con gli Sforza e, più
tardi (quando finì il periodo avignonese) Roma con la Corte Papale.
Per capirci senza equivoci, cerchiamo di riassumere.
Il Rinascimento significa:
1)
la fine del periodo gotico-medioevale che
§ nell’arte significò l’appiattimento su un piano verticale, in una visione
antinaturalistica e l’assenza di chiaroscuro;
§ in politica il dominio dell’Impero e del Papato come retaggio
dell’esperienza della Roma imperiale;
§ nel sociale, una sottomissione schiacciante del papato al potere
imperiale;
§ nella religione, una impregnazione del divino in ogni espressione e
propensione dell’uomo, del cittadino, del soggetto;
2)
un profondo mutamento in campo letterario e sociale, con la strutturazione
di un umanesimo (da “humanae litterae”) che investe di “cultura” non solo i
letterati, ma tutti coloro che si applicavano alle scienze e, soprattutto, alle arti
(prima gli artisti erano bravi artigiani che non si occupavano di studi);
3)
la cultura umanistica si sviluppa tra un numero limitato di personaggi che
per lo più guidano lo sviluppo della conoscenza nelle Corti principesche.
L’intuizione rinascimentale sorge però in un ambito ancora più ristretto: “la
Corte dei Medici” a Firenze;
4)
da Firenze, la “nuova cultura” si diffonde rapidamente a tutta l’Europa;
5)
non vanno dimenticate le influenze che hanno fatto superare il gotico nelle
arti e nella cultura. Ricordiamo Dante che riprende e dà impulso ai principi
insiti nel “Roman de la Rose” creando il “Dolce Stil Novo” che dà nuovo
spessore e dimensione creatrice alla donna, alla “signora” simbolo di Saggezza;
6)
queste spinte innovatrici vengono forse dall’esperienza dei Templari che,
dominato il mondo della finanza e del commercio, danno anche una spinta
17
rinnovatrice alla cultura, alle arti, dell’architettura, alla dimensione dominante
dell’uomo.
Il Rinascimento è dunque l’espressione del pensiero di pochi che sanno leggere
nella situazione indotta dalla Cultura dei Templari e sicuramente anche dalle
ideologie indotte dalla scoperta dell’America, i contenuti fondamentali per un
rinnovamento epocale.
Questo si basa su:
§ il concetto antropocentrico che pone l’Uomo nel baricentro del mondo
(geografico, storico, culturale), con la capacità per liberarsi dalle remore e dalle
oppressioni teologiche;
§ l’uomo diventa il fulcro della cultura per la sua capacità di utilizzare gli
insegnamenti della cultura classica nel campo estetico (ritorno al “bello” che è
legato alle “divine proporzioni”), ma anche etico, sociale e culturale, per creare
una civiltà a “misura d’uomo” nei termine del eclettismo ma anche del
individualismo;
§ la filosofia rinascimentale si fonda sull’idea che i pochi creano un
individualismo che sostiene un profondo eclettismo che però non abbandona
le arti, ma, al contrario, proprio attraverso le arti lancia le basi di una
“conoscenza”, di un “sapere” che, oltre ad essere personale, è anche esoterico,
nel senso etimologico della parola (di pochi, nascosto, personalistico), che però
non vuole assumere aspetti anti-cattolici proprio perché nella dimensione
comunitaria e universalista trova il suo vero scopo, le basi per uno sviluppo
che inevitabilmente è evoluzione.
Tutto questo giustifica la lettura dello sviluppo dell’organizzazione socio-culturale
in un ambito che crea le radici della violenza, del predominio
dell’assoggettamento e della guerra nella “cultura patriarcale”.
Patriarcato inteso quindi come forma di organizzazione sociale, economica,
politica ed anche culturale ed umanistica, per la quale il “vero potere” è nelle
mani di “pochi uomini” che stabiliscono il diritto-dovere di tracciare le linee-guida
del giusto, del vero, del santo, del bello sfruttando anche le imposizioni di una
retorica razionalista che, dal tempo della Grecia classica, attraverso l’illuminismo
ed il razionalismo, ha esautorato il mondo affettivo e la parte forse più importante
del cervello umano.
In questo processo le donne hanno pagato lo scotto della loro “… predisposizione
naturale e ormonale” per una vita do solidarietà, di comprensione e di gentilezza,
finendo ad essere relegate nella “sfera dell’irrilevante”.
Da tempo filosofi, scienziati, psicologi, pedagogisti parlano di quel “…
meraviglioso strumento che è la mente umana che sicuramente sa trovare
l’occorrente per immaginare e ripristinare le forme più propizie per creare un
mondo migliore e decisamente … vivibile”.
Questi tentativi verbali lasciano però il tempo che trovano dal momento che non
si tratta di cercare il “nuovo” utilizzando gli strumenti di sempre. È evidente che
bisogna utilizzare quelle vie e quelle strategie che, sulla base delle più moderne
ricerche neuroscientifiche, si stanno profilando per sostenere una straordinaria
rivoluzione culturale e umanistica.
Da quasi venti anni stiamo parlando di “timologia” (scienza dei valori e degli
affetti) e più recentemente di “scienze affettive” che rispettano la organizzazione
triadica cerebrale (ben diversa dalla cosiddetta “organizzazione triadica della
18
mente” che individua: emozioni, cognizioni e volizioni) che, nel cervello umano ha
individuato:
- la struttura che organizza le emozioni = il lobo limbico;
- l’organizzazione funzionale degli affetti = nella corteccia frontale e prefrontale;
- l’organizzazione cognitiva = che implica una complessa integrazione di tutte le
strutture cerebrali, corticali e sottocorticali.
L’organizzazione triadica del cervello ha portato a individuare il momento (si parla
di migliaia di anni) in cui si è strutturata quella “rivoluzione culturale del
neolitico” che, sulla base dell’evoluzione funzionale e strutturale delle aree
cerebrali (frontalizzazione) ha portato all’Homo-sapiens-sapiens ed alla nascita
delle basi culturali della straordinaria “cultura miocenica”.
Oggi sappiamo che si tratta della corteccia cerebrale frontale e pre-frontale, dei
neuroni a specchio e dello sviluppo della “intelligenza affettiva”. Proprio da queste
nuove conoscenze bisogna partire, tenendo in conto che non si tratta di “curare”,
ma di predisporre una azione forte e profonda che ha un valore preponderante di
“prevenzione”.
È difficile pensare di poter cambiare i circuiti cerebrali di vecchi-saggi che
fondamentano il loro sapere nella ragione, nella presunzione di possedere “la
verità” , relegando nel “nulla” la verità degli altri e di qualsiasi “Altro”.
Ci sono voluti secoli e secoli di studi per arrivare a scoprire le differenze tra
emozioni ed affetti; né Cartesio né Freud erano arrivati a concepire un Uomo
integrato in tre livelli anatomici e funzionali e non sembra proprio opportuno
tentare nuovamente un cammino tanto lungo basato sull’insegnamento.
La prospettiva veramente rivoluzionaria sta nel prevedere una azione “formativa”
agita sui bambini, nelle primissime tappe dello sviluppo, accumulando l’azione di
tutti i caregiver che sono responsabili della loro crescita e del loro sviluppo.
Naturalmente questo lavoro è veramente colossale e si basa soprattutto sulla
riscoperta dei ruoli fondamentali dei genitori, di entrambi i genitori in quanto il
bambino deve poter identificarsi sia nella madre che nel padre e apprendere dalla
madre l’amore fisico, sensoriale, istintivo ed intuitivo, mentre spetta al padre
condurre il bambino alla scoperta di quel “amore sociale” che richiede prima di
tutto la formazione della funzione “Nome del Padre” ed in un tempo successivo
l’organizzazione del “Io-Ideale” (che Kohut ha chiamato Sé) capace di contenere le
forze negative e distruttive del “Padre Arcaico” che viene anche definito come
“Ideale del Super-Io”.
Le dinamiche dello sviluppo psico-mentale, in una vi sione neuroscientifica
moderna, tengono conto delle componenti affettive che non si riferiscono
solamente all’erotismo sentimentale, ma soprattutto a quelle logiche sociali e
relazionali che, dal rinascimento ci vengono tramandate come saggezza,
19
specifiche della Sophia, di quella “donna-signora” cioè che rappresenta una
sintesi, una dimensione complessa e globale che, inoltre, si va sviluppando
continuamente ed in forma profonda (illustrazione: “amor sacro, amor-profano” di
Botticelli).
In un precedente lavoro abbiamo anche sottolineato come paradigmatico uno
straordinario disegno dell’impareggiabile Pablo Picasso che, nella sua infinita
capacità di cercare significati e di trovare modelli rappresentativi, ci ha donato
Cercando il “senso profondo dell’Uomo” scopriamo un costante ritorno a Socrate
che si domandava su cosa siamo; da dove veniamo e verso dove andiamo.
Naturalmente ci scontriamo con i temi relativi al pensiero, alla verità ed al
significato dell’essere che portano Lévinas a scoprire che la verità è “l’incontro con
il volto dell’Altro che ci interroga”.
Se per Lacan l’occhio dell’Altro è il “luogo dove scoprire la verità di noi stessi”, a
Lévinas interessano le parole dell’Altro “… tu non mi ucciderai … per il patto
indissolubile che ti farebbe re sponsabile della mia morte”.
Picasso, in una sua straordinaria illustrazione, ci pone di fronte a tutte queste
domande accendendo la luce del pensiero, segnalando la forza violenta
dell’essere, la prevaricazione sessuale, ma anche la tenerezza di uno sguardo
pieno di “desiderio”.
Nell’immagine di Pablo Picasso, c’è tutta la complessità dell’individuo che crea il
paradigma della sua soggettività di fronte al senso di esistere, al senso di Sé, di
essere nel mondo con le sue spinte prevaricatrici e distruttive, con il suo pensiero
illuminante, ma anche con quel “retrobottega” descritto da Michel de Montaigne,
pieno di conflitti, di mostri, di certezze, di debolezze ed anche di “amici”.
Il filosofo Fichte sosteneva che all’inizio non siamo nulla e poi diventiamo ciò che
progettiamo di essere (anche “mostri”? si chiede Sartre), costruendo un Io-Ideale
(Lacan). In questo cammino ideale, c’è il pericolo di rimodellarsi secondo il
20
paradigma dell’essere e dell’essere unico, immobile, immodificabile, “soltanto
uomo” come dice Montagne.
L’uomo “essere” che è “potenza”, cosa diventerebbe, però, se gli tagliassimo il
“telos” di Aristotele o le “dinamiche timologiche” della psicologia d’oggi?
Picasso, con la sua complessa rappresentazione, giunge però a spiegare che
l’uomo con la potenza della sua luce intellettiva (candela), può superare e
contenere la forza della sua indole distruttiva (il bisonte) ed anche
l’intraprendenza della sua sessualità, ma questo proprio perché trova l’Altra-daSé (la compagna), quella dimensione-donna che è “pace”, ma anche “Sophia”,
quindi “saggezza”, perspicacia, capacità di contenere le furibonde spericolatezze
dell’Eroe.
CONCLUSIONI
L’analisi antropologica della storia etico-sociale della terra mesoamericana ed in
special modo degli Dei tra i quali, soprattutto. “Itzpapàlotl” o ”Quetzal papalotl”
(Dio Farfalla), ci hanno portato a considerare per l’ennesima volta quanto sia
fragile la struttura psico-mentale dell’Uomo.
Forse però questi studi dimostrano chiaramente che non si tratta di debolezza
della struttura cognitiva della mente, quanto invece di quella psico-affettiva.
La debolezza psichica dell’Uomo deriva dalle difficoltà relazionali che influenzano
negativamente le prime tappe dello sviluppo di un cervello che alla nascita non è
ancora del tutto maturo e che condizionano l’organizzazione neurofunzionali,
oltre che quella dei neurotrasmettitori e degli ormoni sessuali.
Da questo si desume che la struttura culturale dell’ambito familiare e sociale è
fondamentale per condizionare le dinamiche personologiche di un individuo, ma
anche di un gruppo o di una società determinata.
Potremmo dire che, nell’ambito dell’area europea e medio-orientale, migliaia di
anni (dai 35.000 ai 200.000 a.C.) in cui l’uomo ha vissuto di caccia, hanno
determinato una organizzazione psico-mentale decisamente primitiva (“l’orda
primitiva” di Freud), che non richiedeva una raffinata capacità di intesa
relazionale quando invece era importante sviluppare capacità di coordinamento
senso-motorio, di apprendimento deduttivo per comprendere le informazioni
inviate dall’ambito naturale e dagli animali stessi, oltre che dalla necessità di
migliorare continuamente gli utensili per colpire da lontano, per uccidere e per
scuoiare.
In questo periodo, però, si è vieppiù sviluppato nella donna un cervello capace di
elaborare le informazioni relazionali con i figli e con le “femmine” rimaste a “casa”
mentre i maschi cacciavano in lande lontane per periodi anche lunghi.
Queste modificazioni funzionali e strutturali hanno portato alle differenze di
genere che oggi troviamo tra le donne ed i maschi e che facciamo riferire a
differente predominio dell’emisfero cerebrale destro (affettivo) rispetto a quello di
sinistra (elaborativi -deduttivo).
È interessante ricordare che le diversità di genere sono già evidenti a partire dal
10-18-esimo mese di vita e che inoltre è influenzato dalla predominanza
dell’invasione ormonale degli estrogeni e del testosterone.
Risulta pertanto evidente che le differenze culturali imposte nelle aree europee,
rispetto a quelle mesoamericane, hanno portato “due strutture neuro-funzionali
cerebrali” del tutto differenti, per le quali:
21
-
-
In Europa, la predominanza culturale femminile ha portato a strutturare (tra i
20.000 ed i 15.000 anni a.C.) una società decisamente solidale, integrata,
scevra di modelli di potere dominante, rispettosa della vita dei figli, libera da
“paure”, relazionata con Dei miti e propensi ad aiutare gli uomini.
In questa società si è andato imponendo lo sviluppo scientifico (metallurgia,
allevamento, irrigazione, agricoltura intensiva, trasporto su ruota, abitudini a
cavalcare, alimentazione anche animale, ecc.ecc.)al quale partecipavano tutti
(exoterismo culturale), anche i figli e, naturalmente, le donne che ne erano
state la spinta iniziale.
Solo in secondo tempo (tra i 15.000 ed i 5.000 anni a.C.) si sono presentate le
invasioni barbariche (con il relativo furto delle scienze, applicate poi nella
fabbricazione delle armi) e le conseguenti reazioni che hanno portato al
rafforzamento delle difese, alla costituzione di eserciti sempre più avanzati
tecnologicamente ed alla formazione di caste di guerrieri, di amministratori e
di comandanti.
Nel Mesoamerica la predominanza culturale maschile ha indotto un “feroce
maschilismo patriarcale” che ha portato alla organizzazione di caste ben
definite di soldati, ma anche di sacerdoti che sono stati capaci di assumersi un
potere totale, sviluppando le filosofie teologiche della penitenza, dell’offerta, del
sacrificio anche del proprio sangue e della vita.
Questo ha indotto una forte valorizzazione della figura umana e, soprattutto,
della donna che è stata relegata a funzioni subalterne e dipendenti, anche con
il fenomeno della prostituzione e del concubinaggio tra le vedove che non
trovavano nessuna forma di sostentamento sicuro per sé e per i propri figli.
In questa società predominava la paura e l’insicurezza personale e familiare
che, a loro volta, influivano negativamente sullo sviluppo psico-affettivo e
psico-mentale dei bambini, ma anche di tutta la popolazione.
L’arretratezza culturale e scientifica era in enorme contrasto con la “sapienza”
dei sacerdoti che dominavano l’astronomia, grazie ai saperi tramandati e
strettamente riservati, oltre che il diritto a parlare direttamente e
personalmente con gli Dei che venivano utilizzati per intimorire, ma
soprattutto per sottomettere indiscriminatamente tutta la popolazione alle loro
direttive ed ai loro desideri.
Fatta questa differenziazione che ci porta a comprendere molto di tutto quanto è
successo in Mesoamerica con la scoperta (1492) e con la “conquista”, possiamo
cercare di approfondire la “storia della mente” nelle regioni europee e medioorientali.
A partire dalla costituzione della “città” è andato sempre più sviluppandosi, nella
struttura amministrativa e sociale, un predominio di genere: il maschilismo.
Il dominio spesso asfissiante dell’uomo sulla donna è stato determinato anche dai
preconcetti legati da un lato alla casta sacerdotale dominante (fondata, nell’area
cristiana, sulla mascolinità della Trinità –Padre, Figlio, Spirito Santo), ma anche e
soprattutto su una presunta superiorità intellettuale-razionale che quasi
esautora la figura femminile che con il “cogito ergo sum” cartesiano veniva
relegata alle sue “pratiche e tendenze emotive” del tutto svalorizzate e causa di
perdita di controllo.
Oggi, sull’onda delle ricerche neuroscientifiche che hanno dato valore ad una
presunta “intelligenza emotiva”, si sono sviluppate tendenze riformiste che fanno
capo alle teorie ed alla filosofia di Spinosa.
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Questo non è del tutto positivo perché lo straordinario filosofo olandese non
propone nulla di nuovo, proprio perché anche lui preconizza una “superiorità
della ragione” che è pur sempre “divina” e, soprattutto, nel suo tanto decantato
”Trattato Teologico-politico” parla di “individui” declinati al maschile e mai al
femminile.
Anche Freud, che pure aveva rivalorizzato il “mondo emotivo”, ha in realtà
organizzato tutto il suo pensiero sulla predominanza della ragione, della
coscienza e dell’uomo maschio (vedi il presunto “desiderio del pene”).
Da una quindicina d’anni, stiamo parlando di “timologia” (la scienza dei valori e
degli affetti) che si basa sulla concezione neuroscientifica del “cervello triadico”
che si organizza sui fondamenti delle emozioni (cervello limbico), degli affetti
(corteccia cerebrale anteriore) e delle capacità cognitive (analitico-deduttive) che
rispondono ad una ampia integrazione delle strutture cortico-sottocorticali e dei
sistemi percettivi.
Queste osservazioni hanno portato a modificare sostanzialmente i valori fondanti
dell’organizzazione della mente, considerando lo sviluppo psico-mentale e psicoaffettivo sulle basi della relazione interpersonale, delle esperienze personali e,
soprattutto, dei vissuti più intimi e dell’inconscio.
Tale visione ermeneutica della funzionalità del cervello e della mente ha portato a
ridisegnare la psicologia, la psichiatria, la psicoanalisi e le dinamiche dello
sviluppo sulla base dell’importanza fondamentale degli affetti e dei valori
(“timologia”) che propongono una logica dei ruoli dei genitori e della famiglia con
una totale e fondamentale ri-valutazione della figure della donna come
compagna- sposa- madre.
Oggi parliamo tanto di “Nuovo Rinascimento”, ma è del tutto certo che le basi
fondanti per questo “cambiamento” si trovano nell’organizzazione sociale, nelle
dinamiche relazionali, nella formazione di una società rispettosa dei diritti
individuali di tutti i cittadini, delle pari opportunità e controllata dalle logiche
dell’uguaglianza, della libertà, del rispetto dell’ambente, ma, soprattutto sulla
concezione superiore del valore dell’Uomo come controllore rispettoso della natura
e come “essere unico” capace di cercare continuamente lo sviluppo ed il
miglioramento sulla base di potenzialità che permettono una fondamentale
evoluzione fisica-psichica-spirituale e trascendente.
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