Giacomo Casanova e la magia

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Giacomo Casanova e la magia
22/08/2016
Giacomo Casanova e la magia: occultisti e occultismo ne La storia della mia vita |
Giacomo Casanova e la magia: occultisti e occultismo ne La storia della
mia vita
di Walter Catalano (h轏ps://aispes.wordpress.com/chi‑siamo/gli‑autori/walter‑catalano/)
Sono una particella dell’universo e come tale parlo all’aria, e immagino di rendere conto della mia a轏ività come un maggiordomo rende conto al
suo padrone prima di andarsene
(Giacomo Casanova)
Giacomo Casanova, nato a Venezia nel 1725 e morto a Dux in Boemia nel 1798, è uno fra i più famosi avventurieri di quell’avventuroso secolo XVIII°
che produsse, nel bene e nel male, tu轏i i fru轏i della modernità. In sintonia con l’a轏eggiamento illuministico del suo tempo, questo ecle轏ico
personaggio – i cui principali meriti, secondo la sua stessa ammissione, furono di esser riuscito a fuggire dal carcere veneziano dei Piombi e di aver
ferito in duello il conte Branicki, generalissimo del re di Polonia – passa più che altro per un libertino ed un epicureo, ultima incarnazione
dell’archetipo di Don Giovanni (non è dunque casuale la sua ormai quasi accertata collaborazione con Lorenzo Da ponte per la stesura, nel 1787, del
libre轏o dell’omonima opera di Mozart).
In realtà questa categorizzazione, seppure non certo fuori luogo, manca di rendere pienamente conto della complessità e della ricchezza di
sfacce轏ature, spesso contraddi轏orie, proprie alla multiforme personalità casanoviana: fra l’altro egli fu fine le轏erato (anticipatore anche della
moderna fantascienza con il suo romanzo Icosameron del 1788), arguto polemista, ecclesiastico e violinista mancato, matematico, giocatore
d’azzardo disinvolto, agente segreto e bibliotecario, inquisito e inquisitore.
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Del resto lo stesso Cavaliere di Seingalt – secondo il fantasioso titolo che si era a轏ribuito – così si confessava:
Coltivare i piaceri dei sensi è stata per tu轏a la mia vita la mia principale occupazione, e non ne ho mai avuta altra più importante. Sentendomi nato
per l’altro sesso, l’ho sempre amato e mi sono fa轏o amare per quanto possibile. Ho molto amato anche la buona tavola e insieme tu轏e le cose che
eccitano la curiosità[1].
Insieme all’eccitazione dei sensi è quindi la curiosità intelle轏uale la molla che spinse questo inquieto “sangue patrizio dei Grimani inseminato in
una povera fanciulla di Burano e legi轏imato da un gui轏o senza fortuna”[2] a darsi così tanto da fare in giro per l’Europa. E nel novero delle “cose
che eccitano la curiosità” – secondo un cliché che fa del ‘700 non solo il secolo di Voltaire e di Diderot ma anche quello di Martinez de Pasqually, de
Saint‑Martin, Cagliostro, Mesmer, ecc. – non poteva mancare nemmeno la pratica delle scienze occulte e l’interesse per le massonerie e le
confraternite esoteriche: sebbene preferisse non so轏olineare troppo la questione infa轏i, ed avesse anzi duramente a轏accato nel suo libello Soliloque
d’un penseur, del 1786, Cagliostro e Saint‑Germain considerati dei volgari ciarlatani, Casanova praticò abbondantemente varie forme di magia
“teurgica” e mantica “cabalistica”. Ce ne dà testimonianza egli stesso nella sua opera maggiore, quella Histoire de ma vie che iniziò a scrivere nel
1789 al castello di Dux in Boemia, dove sarebbe morto, e che narra e “mitologizza” le numerose avventure della sua vita dalla nascita fino al 1774,
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anno dopo il quale “non aveva … più nulla di piacevole da raccontare, perché la fortuna lo aveva abbandonato…”[3]. In questo monumentale e
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anno dopo il quale “non aveva … più nulla di piacevole da raccontare, perché la fortuna lo aveva abbandonato…”[3]. In questo monumentale e
divertentissimo florilegio di fughe e viaggi, amori e duelli, truffe ed evasioni; specchio di un’epoca e di un’anima, assolutamente veritiero nella sua
deformazione prospe轏ica tesa ad esaltare e giustificare – ma senza vanagloria né ipocrisia – il protagonista, trovano spazio le descrizioni delle sue
numerose pratiche magiche e occultistiche[4] – spesso apertamente sminuite e deprezzate dall’autore come un semplice gioco o un espediente
fraudolento per gabbare gli stolti – e, fra i tanti incontri, si descrivono anche quelli da lui avuti con i due maggiori protagonisti del ‘700 magico:
Saint‑Germain e Cagliostro, futuri ogge轏i dei suoi strali polemici tardivamente volterriani.
Il primo dei due – il presunto Conte Tzarogy di Saint‑Germain, principe Racoczy, generale del Monferrato (1696‑1784), che Casanova chiamerà nel
suo tardo Soliloquio di un pensatore “il nero Saint‑Germain” e che per lui non era “altri che il violinista italiano Catalani” – sarà uno dei
commensali di un pranzo presso la marchesa d’Urfé, appassionata di occultismo e prote轏rice di Casanova, a Parigi nel 1759.
Costui anziché mangiare parlò dal principio alla fine del pranzo – commenta Casanova – e io lo ascoltai con estrema a轏enzione perché era un
parlatore straordinario. Si spacciava per fantastico in tu轏o, voleva stupire e ci riusciva. Aveva un tono autoritario, che però non riusciva sgradevole,
perché era colto, parlava correntemente tu轏e le lingue ed era un valente musicista e un grande alchimista. Piacevole d’aspe轏o, sapeva conquistare le
donne, dando loro cosmetici per abbellire la carnagione e lusingandole con la promessa non di farle ringiovanire, cosa impossibile, ma di
conservarle com’erano mediante un’acqua di cui faceva loro dono nonostante gli costasse molto. Quest’uomo bizzarro, che sembrava nato per essere
il più sfrontato dei bugiardi, sosteneva con una grande faccia di bronzo di avere trecento anni, di possedere la medicina universale, di essere in
grado di fare tu轏o quel che voleva con la natura, di essere capace di fondere i diamanti e di poterne ricavare uno enorme e di acqua purissima da
una dozzina di normali senza alcuna diminuzione di peso … Nonostante le sue fanfaronate, le sue sparate e le sue evidenti bugie, non riuscii a
trovarlo sfacciato, ma nemmeno rispe轏abile. Lo trovai sbalorditivo, mio malgrado, perché a sbalordirmi riuscì.
Casanova si riferisce qui ad un secondo incontro avvenuto qualche anno più tardi, intorno al 1765 a Tournai, al di qua della Manica, dove
l’avventuriero italiano era riparato in fuga da Londra per oscure vicende pecuniarie. Scorti alcuni palafrenieri intenti a curare dei cavalli, Casanova
domanda notizie del padrone: “Il conte di Saint‑Germain, l’adepto – gli viene risposto – È qui da un mese ma non esce mai. Tu轏i vorrebbero fargli
visita ma non riceve nessuno”. Il veneziano incuriosito gli chiede subito udienza con un biglie轏o. Il conte risponde dicendo che pur essendo in
isolamento completo è disposto a fare un’eccezione per la sua vecchia conoscenza: “Venga all’ora che preferisce … Non le offro di dividere il mio
pranzo perché quello che mangio non può andar bene a nessuno e a lei meno che a ogni altro, se conserva il suo vecchio appetito” – aggiunge.
Casanova va all’appuntamento e il conte lo riceve “con la barba lunga un pollice”, circondato da ampolle piene di liquidi, alcune delle quali “in
decantazione nella sabbia a calore naturale”.
Saint‑Germain dice di stare lavorando intorno ai colori e di voler aprire una fabbrica di cappelli nella provincia. Prescrive a Casanova una cura a
base di pillole per “purgare le ghiandole” e guarire dalla sua mala轏ia (numerose sono le patologie di origine venerea che affliggono il Cavaliere di
Seingalt nel corso delle avventure rievocate nelle sue memorie) ma questi preferisce prudenzialmente non acce轏are. Poi gli mostra il “suo archeo,
che lui chiamava Atoétér” – l’agente universale degli alchimisti, il principio universale della vita secondo Paracelso – “un liquido bianco, contenuto
in una piccola fiala simile a parecchie altre che si trovavano lì vicino, tu轏e turate con la cera”. Era lo spirito universale della natura: “lo provava il
fa轏o che, se si faceva un forellino con uno spillo nella cera, lo spirito sarebbe uscito subito dalla fiala”.
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Casanova prega il conte di dargli 3/18
una dimostrazione e Saint‑Germain lo invita a provare lui
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Casanova prega il conte di dargli una dimostrazione e Saint‑Germain lo invita a provare lui
stesso. Il veneziano prende una fiala e buca la cera con uno spillo: il recipiente si vuota in un
a轏imo. “Eccezionale! Ma a che cosa serve?” – domanda. “Questo, purtroppo, non posso
dirglielo”. Prima di salutare l’ospite, il conte – “da quell’esibizionista che era”, commenta acido
Casanova – gli chiede una moneta, vi pone sopra un granello nero, la me轏e su un carbone ardente
soffiandovi con una cannuccia. In meno di dieci minuti la moneta diventa incandescente e il conte
la lascia raffreddare e invita Casanova a riprendersela: è diventata d’oro. L’italiano dubita –
“sicuro che avesse fa轏o sparire la mia per sostituirla con quella d’oro” – e nota che, non sapendo
prima quale sarebbe stato lo scopo finale dell’esperimento un osservatore non avrebbe potuto
guardare abbastanza a轏entamente da accertarsi se la moneta d’argento non fosse stata sostituita
prima di finire sul carbone ardente. Il conte “con una risposta che gli era tipica”, riba轏e che
“coloro che potevano dubitare della sua scienza non erano degni di rivolgergli la parola” e lo
congeda. “Quella fu l’ultima volta che vidi quel celebre e abile impostore … La sua moneta da
dodici soldi, per altro, – amme轏e lo sce轏ico – era d’oro puro”[5].
Per quanto riguarda il conte Alessandro Cagliostro, o meglio Giuseppe Balsamo (1743‑1795),
Casanova lo ricorda – oltre che per essere “un bell’uomo ma … con una faccia patibolare” e per
avergli raccomandato a Venezia nel 1778, dove “si faceva chiamare Pellegrini”, di “stare a轏ento a
non me轏ere piede a Roma, e se mi avesse dato re轏a, non sarebbe morto nella fortezza di San Leo”
– rievocando il suo primo incontro con lui, ancora all’inizio della sua carriera con la moglie
Serafina, in realtà Lorenza Feliciani, che lo avrebbe poi denunciato al Santo Uffizio nel 1789.
La vicenda si svolge in una locanda di Aix‑en‑Provence nel 1769, dove Casanova, ormai quarantaqua轏renne, si sta riprendendo dai postumi di una
grave pleurite contra轏a per aver preso freddo durante un incontro galante particolarmente faticoso – “purtroppo non avevo più l’età per prodezze
di quel genere”, amme轏e il vecchio sedu轏ore – durante il pranzo i convitati parlano di due misteriosi pellegrini italiani, un uomo ed un’incantevole
giovine轏a, appena giunti in albergo di ritorno a piedi da Santiago di Compostela. Casanova, incuriosito, li giudica a priori “devoti fanatici o grandi
imbroglioni” e decide di far visita ai due compatrioti. La pellegrina “a轏irava l’a轏enzione per la sua giovanissima età, per la sua bellezza che era
accentuata da un velo di mestizia e anche per il crocefisso di metallo giallo, lungo sei pollici, che reggeva in mano”; il pellegrino invece “piccolo di
statura e ben fa轏o…dimostrava cinque o sei anni più della moglie e…appariva un tipo piu轏osto baldanzoso, sfrontato e impertinente: insomma un
vero e proprio delinquente, tu轏o il contrario della moglie che ostentava nobiltà, modestia, ingenuità e pudore”. I due parlano a stento francese e
Casanova si rivolge loro in italiano: la donna dice di essere romana – “in verità non c’era bisogno che lo precisasse, giacchè il suo accento grazioso lo
dimostrava chiaramente” – mentre l’uomo, che dice di essere napoletano, parla invece con accento siciliano: “il suo passaporto, rilasciato a Roma,
dichiarava che il suo nome era Balsamo, mentre la ragazza si chiamava Serafina Feliciani”. La coppia sostiene di essere sulla via di ritorno a Roma
dopo un pellegrinaggio, interamente a piedi e vivendo di elemosine dopo aver distribuito ai poveri tu轏o il loro denaro, fino a Santiago e a Nostra
Signora del Pilar: dovrebbero poi fare sosta a Torino per visitare la Sindone.
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Casanova prende congedo dai due contento di aver visto “una così graziosa pellegrina”
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Casanova prende congedo dai due contento di aver visto “una così graziosa pellegrina”
– “aveva un unico dife轏o: le palpebre un po’ cispose che nuocevano alla dolcezza dei
suoi begli occhi azzurri” – ma piu轏osto perplesso “circa la sua devozione”. L’indomani
però viene invitato a pranzo da Balsamo che gli confida di essere un disegnatore a
penna, specializzato in chiaroscuro, e gli mostra alcuni suoi lavori – dei ventagli
“davvero belli” e la copia di un Rembrandt – lamentandosi però di fare la fame col suo
lavoro non ostante la sua bravura. “Mi parve uno di quei geni fannulloni che
preferiscono la vita vagabonda alla vita laboriosa” – commenta.
Casanova che si è offerto di comprargli un ventaglio. Balsamo lo prega di acce轏arlo in
regalo ma di fare in cambio una questua a tavola a favore suo e della moglie. Il
veneziano raccoglie cinquanta scudi che consegna alla giovane donna: osservandola
aggiunge che “non aveva assolutamente un aspe轏o libertino e anzi si comportava da
persona riservata e per bene” e nota che non sa scrivere: “ne dedussi…che doveva
essere di origine contadina”. Il giorno seguente la ragazza torna nella camera del
sedu轏ore chiedendogli delle le轏ere di presentazione per Avignone: Casanova gliene
consegna due e a sera la fanciulla e Balsamo tornano nella sua camera mostrandogli la
copia identica e indistinguibile dall’originale di una delle le轏ere da lui poco prima
vergate, eseguita dal marito.
Non nascosi all’uomo tu轏a la mia ammirazione e gli dissi che poteva indubbiamente
trarre grandi vantaggi dalla sua abilità, ma che, se non fosse stato ben a轏ento, essa
avrebbe anche potuto costargli la vita.
Il Conte di Saint Germain.
Il giorno successivo la coppia parte. Casanova dice di averla incontrata di nuovo dieci
anni dopo a Venezia dove Balsamo si faceva chiamare “conte Pellegrini”: purtroppo il memorialista non giunse mai a scrivere quella parte dei suoi
ricordi e questo fa轏o ci priva di una testimonianza fondamentale e dire轏a della trasformazione cruciale del plebeo e ambiguo Giuseppe Balsamo nel
controverso e affascinante conte di Cagliostro.
Lasciamo ora gli incontri con occultisti famosi per soffermarci sulle effe轏ive pratiche “magiche” in cui Casanova, spesso ostentando sce轏icismo e
forzato disprezzo, nondimeno indulgeva.
Il primo conta轏o con le scienze arcane avviene assai presto, nel 1746; Casanova risiede ancora a Venezia, dopo soggiorni a Napoli e a Corfù, e si
guadagna da vivere modestamente suonando il violino a San Samuele. Ha però la fortuna di conoscere il senatore Ma轏eo Bragadin, fratello del
Procuratore di San Marco, che diviene suo intimo amico e prote轏ore – qualcuno insinua in cambio di prestazioni antifisiques. È proprio questo
potente personaggio che induce il giovane Casanova ad un primo pericoloso bluff “occultistico”.
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Un giorno il signor Bragadin … mi
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Un giorno il signor Bragadin … mi
disse che per essere così giovane la
sapevo troppo lunga e che quindi
dovevo possedere qualche virtù
soprannaturale.
Per non contraddire il suo anfitrione il
ragazzo inventa “una cosa stravagante
e falsa”, cioè di possedere
una formula grazie alla quale potevo
sapere tu轏o ciò che volevo … mi
bastava trasformare in cifre un certo
quesito e ricevevo una risposta pure
cifrata. Il signor Bragadin spiegò che si
tra轏ava della clavicola di Salomone,
volgarmente chiamata cabala…
Quando Casanova aggiunge di aver
appreso la pratica, mentre era
prigioniero dell’armata di Spagna, da
un eremita che abitava sul monte
Carpegna, Bragadin dice che nella
(h轏ps://aispes.files.wordpress.com/2015/09/catalano_casanova_04.jpg)
formula deve essere stata immessa
Un ritra轏o di Cagliostro.
sicuramente una intelligenza occulta
“perché i numeri semplici non avevano
le facoltà razionali”. Casanova prosegue a轏ribuendo all’oracolo cabalistico il suggerimento che lo aveva indo轏o ad uscire ad una certa ora, tre
se轏imane prima, in modo da realizzare per la prima volta il fortunato incontro con il suo prote轏ore. Bragadin stupefa轏o vuole sperimentare subito i
poteri della formula vergando su un foglio una domanda misteriosa che consegna al preteso cabalista. “Non ci capii nulla, ma non importava:
bisognava rispondere. Se la domanda era oscura al punto che non ci capivo niente, dovevo dare una risposta altre轏anto oscura. Risposi con qua轏ro
versi in cifre ordinarie che, dissi ostentando una completa indifferenza circa il loro significato, lui solo poteva interpretare”. Bragadin legge e rilegge
la risposta come fulminato: “I numeri sono soltanto il veicolo – esclama – la risposta non può venire che da un’intelligenza immortale”. Anche gli
amici di Bragadin pongono domande e tu轏i restano interde轏i dalle risposte: chiedono a Casanova di insegnare loro la meravigliosa formula. Il
furbone si dichiara disposto a farlo immediatamente: non crede minimamente all’ammonizione dell’eremita che, rivelandogliela, aveva aggiunto
che se l’avesse insegnata a qualcuno prima di aver raggiunto cinquant’anni sarebbe morto improvvisamente in tre giorni. Nessuno naturalmente osa
più me轏ere a repentaglio la vita del generoso giovane: la sua preziosa amicizia sarebbe valsa la conoscenza segreta.
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Divenni così il gerofante di queste onestissime e amabilissime persone che però non potrei definire sagge, visto che tu轏e e tre erano infatuate di
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Divenni così il gerofante di queste onestissime e amabilissime persone che però non potrei definire sagge, visto che tu轏e e tre erano infatuate di
quelle che si chiamano scienze chimeriche … avendomi a loro disposizione pensavano di possedere la pietra filosofale e la medicina universale, di
poter parlare con le intelligenze elementari e … celesti … Credevano anche alla magia, cui davano lo specioso nome di fisica occulta.
Casanova confessa di non aver mai avuto difficoltà ad accontentare tu轏e le numerose richieste della combriccola di conoscere i segreti del passato,
del presente e dell’avvenire: le risposte erano sempre a doppio senso,
uno dei quali, noto solo a me, non si lasciava interpretare che a fa轏o compiuto. La mia cabala, così, non sbagliava mai e capii quindi come era stato
facile agli antichi sacerdoti pagani infinocchiare gli ignoranti e i creduloni.
La spiegazione appare fin troppo semplicistica e Casanova sicuramente non dice tu轏o quel che sa, come non rivela fino in fondo la natura reale
delle sue relazioni con Bragadin e soci, a suo dire “scapoli” e
irriducibili nemici delle donne, cui avevano da tempo rinunciato. A loro avviso, questa inimicizia per il sesso femminile era condizione
indispensabile per dialogare con le intelligenze elementari: una cosa escludeva l’altra.
Casanova non manca di notevole faccia tosta per giustificarsi di fronte ai suoi le轏ori per la sua condo轏a dichiaratamente fraudolenta:
Ero un giovano轏o che aveva bisogno di vivere bene e di godere tu轏i i piaceri che l’età esigeva … avrei forse dovuto … lasciar barbaramente esposti
quei tre galantuomini agli inganni di qualche disonesto briccone che avrebbe potuto insinuarsi tra loro e condurli magari alla rovina, inducendoli a
me轏ersi alla ricerca della pietra filosofale?
Meglio lui dunque che aveva almeno il senso della misura! Così in breve il giovane e bel violinista non ebbe più bisogno di esercitare la sua misera
professione: fu ado轏ato da Bragadin e o轏enne una discreta rendita, una casa, un domestico e una gondola. Dopo questo iniziale e notevole successo
Casanova continuerà in varie occasioni e per tu轏a la sua vita a fare uso frequente della sua preziosa cabala – a quanto racconta, sempre in palese ma
mai riconosciuta fraudolenza: ad esempio a Parigi nel 1752 per la duchessa di Chartres che, con l’aiuto dell’oracolo, libera dai foruncoli divenendo
l’a轏razione delle signore della buona società, o ad Amsterdam nel 1760, dove la pratica in compagnia di una bella giovane di nome Ester,
azzeccando perfino alcune operazioni borsistiche e sventando un affare truffaldino, che avrebbe rovinato il ricco padre della ragazza, da parte di
Saint‑Germain, poi denunciato agli Stati Generali dall’ambasciatore della corona di Francia e costre轏o alla fuga; o ancora a Parigi nel 1763, quando
restituisce la voce perduta a madame du Rumain – una cantante che aveva già inutilmente “tentato con tu轏i i rimedi della farmacopea” per
recuperarla – grazie ad “un culto al Sole nascente in una camera che avesse almeno una finestra volta ad oriente” a base di salmi e bagni in onore
della Luna; statisticamente un po’ troppi colpi fortunati per uno che “tirava ad indovinare”.
Nel 1750 a Lione il preteso cabalista era finalmente entrato a far parte di una loggia massonica dove aveva presumibilmente ricevuto insegnamenti
meno superficiali in campo esoterico di quelli da lui sempre pubblicamente ammessi; ma, seguendo il flusso delle sue memorie, è il 1748 l’anno che
vede Casanova più dire轏amente calato nel ruolo di mago. L’avventuriero si trova a Mantova dove conosce per caso all’Opera un’eccentrico
personaggio, certo Capitani, che sostiene di possedere il coltello con cui San Pietro tagliò l’orecchio a Malco e grazie ad esso di poter scoprire e
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disso轏erare un mitico tesoro nascosto nella cantina di un conoscente di Cesena, nelle terre della Chiesa. Quel che gli manca è solo un mago capace
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disso轏erare un mitico tesoro nascosto nella cantina di un conoscente di Cesena, nelle terre della Chiesa. Quel che gli manca è solo un mago capace
di individuare il punto esa轏o in cui cercare. Casanova, fiutato l’affare, si presenta come mago e come prova dichiara al diffidente personaggio che
uno spirito elementale ai suoi ordini gli svelerà a mezzano轏e le virtù miracolose del coltello e gli rivelerà dov’è nascosto il tesoro: per il giorno dopo
potrà dare prova a Capitani della veridicità delle sue affermazioni.
Infa轏i il giorno seguente è in grado di riferire una fantasiosa storia – in base alla quale il tesoro sarebbe appartenuto addiri轏ura a Matilde di
Canossa e si troverebbe sepolto da sei secoli a circa trenta metri so轏o terra presidiato da se轏e spiriti guardiani – e di mostrare anche un curioso
reperto – in realtà da lui fabbricato facendo bollire una suola di stivale sfregata poi con la sabbia – un falso fodero per il magico coltello, fodero
senza il quale le virtù meravigliose di questo non avrebbero potuto manifestarsi. Convinto e rassicurato, il cercatore di tesori stipula un contra轏o
con il preteso mago e invia poi Casanova, accompagnato dal proprio figlio con un anticipo di mille scudi, sul luogo delle ricerche a Casena: la
fa轏oria di un ricco contadino di nome Giorgio Francia. L’avventuriero adocchia subito Genoveffa, la bella contadino轏a figlia maggiore del padrone
di casa. I cercatori si accordano di dividere il tesoro in qua轏ro parti: una per il conoscente di Mantova, una per il contadino e due per il mago.
Casanova chiede l’assistenza di una cucitrice vergine tra i 14 e i 18 anni, fidatissima e capace di serbare il segreto per evitare ogni rischio con
l’Inquisizione: si tra轏erà ovviamente dell’avvenente Genoveffa. Inoltre avverte che prenderà alloggio in casa del contadino, mangerà due volte al
giorno, berrà solo sangiovese e cioccolata a colazione e, nel caso non dovesse riuscire nell’operazione, pagherà tu轏e le spese. Si informa poi dei
motivi in base ai quali Francia aveva dedo轏o di possedere un tesoro in casa: una tradizione che si tramanda di padre in figlio da o轏o generazioni –
gli viene risposto – inoltre si sentono grandi colpi so轏oterra per tu轏a la no轏e e la porta della cantina si apre e si chiude da sola ogni tre o qua轏ro
minuti “certo ad opera dei demoni che durante la no轏e vediamo aggirarsi per la campagna so轏o forma di fiamme piramidali”. Casanova rassicura
il contadino che, dati i fenomeni, possono stare sicuri che il tesoro c’è davvero e consiglia di non chiudere mai a chiave la porta che si apre e si
chiude: in caso contrario ci sarebbe un terremoto e si formerebbe un cratere “perché gli spiriti vogliono sempre entrare e uscire liberamente per fare
le loro faccende”.
Il contadino conferma che un do轏o chiamato da suo padre quarant’anni prima aveva de轏o esa轏amente le stesse cose: grazie a quell’uomo già la
famiglia stava per recuperare il tesoro ma l’Inquisizione gli dava la caccia ed il padre dove轏e farlo fuggire prima di aver completato l’operazione.
“Mi dica di grazia – chiede Francia – perché la magia non può opporsi all’Inquisizione?” – “Perché i monaci hanno al loro servizio più diavoli di
noi” – risponde Casanova informandosi poi dell’onorario richiesto al padre dal do轏o fuggiasco: circa duemila scudi.
Il mago comincia ad organizzare i preparativi della cerimonia magica: ciascun partecipante avrebbe cenato a turno con lui, in ordine di età;
Genoveffa – che dovrà nel fra轏empo cucire con utensili nuovi comprati senza tirare sul prezzo la veste di tela bianca per il grande scongiuro –
avrebbe dormito sempre nell’anticamera vicino al le轏o di Casanova dove ci sarebbe stata una vasca da bagno in cui questi avrebbe lavato, mezz’ora
prima di me轏ersi a tavola, il convitato di turno, il quale avrebbe dovuto essere a digiuno. È tu轏a una scusa per approfi轏arsi della ragazza quando
sarà arrivato il suo turno di essere lavata: nel giro di un paio di no轏i Genoveffa passerà dire轏amente dall’anticamera al le轏o di Casanova, che
tu轏avia, per non tradirsi, la serberà vergine per la no轏e della “grande operazione magica”.
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8/18
Nel fra轏empo il sedicente mago indaga sui misteriosi fenomeni descri轏i dal contadino: ogni tre o qua轏ro minuti sente effe轏ivamente il rumore
22/08/2016
Giacomo Casanova e la magia: occultisti e occultismo ne La storia della mia vita |
Nel fra轏empo il sedicente mago indaga sui misteriosi fenomeni descri轏i dal contadino: ogni tre o qua轏ro minuti sente effe轏ivamente il rumore
della porta della cantina che si apre e chiude da sola ed i colpi provenienti da so轏oterra a gruppi di tre o qua轏ro al minuto ad intervalli regolari, “in
tu轏o simili al rumore di un grosso pestello ba轏uto con forza in un mortaio di bronzo”. Con le pistole pronte ed una lanterna in mano prova la porta:
non c’è causa fisica apparente del fenomeno, eppure la vede coi suoi stessi occhi aprirsi lentamente e dopo qualche secondo richiudersi con
violenza; “pensai tra me e me che dovesse esserci so轏o qualche imbroglio”. Dal balcone vede poi in cortile “un andirivieni di ombre. Poteva
benissimo tra轏arsi di masse d’aria umide e dense”. Quanto alle fiamme piramidali volteggianti per la campagna, non si tra轏ava che di fuochi fatui,
fenomeno ben noto allo scaltro avventuriero che però preferisce lasciar “credere ai … compagni che fossero gli spiriti di guardia al tesoro”.
(h轏ps://aispes.files.wordpress.com/2015/09/catalano_casanova_05.jpg)
Giunge finalmente la luna piena e la no轏e del rituale, ma lasciamo la parola a Casanova stesso:
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Dovevo indurre gli gnomi a portare il tesoro alla superfice della terra, nel punto in cui li avrei a轏ra轏i con i miei scongiuri. Sapevo bene che
22/08/2016
Giacomo Casanova e la magia: occultisti e occultismo ne La storia della mia vita |
Dovevo indurre gli gnomi a portare il tesoro alla superfice della terra, nel punto in cui li avrei a轏ra轏i con i miei scongiuri. Sapevo bene che
l’operazione non sarebbe riuscita, ma sapevo anche che sarei stato capace di spiegare per bene i motivi del mancato successo … Feci lavorare
Genoveffa tu轏o il giorno per cucire in cerchio trenta fogli di carta su cui dipinsi in nero le轏ere e figure spaventose. Il cerchio, che chiamavo
cerchio massimo, misurava tre passi di diametro. Mi ero poi fabbricato una sorta di sce轏ro con il legno d’ulivo … Tolsi gli abiti di tu轏i i giorni e
indossai la grande co轏a che era stata toccata solo dalle mani pure dell’innocente Genoveffa. Mi sciolsi i capelli, che caddero fin sulle spalle, mi
misi in capo la corona a se轏e punte; mi caricai sulle spalle il cerchio massimo; presi in mano lo sce轏ro e con l’altra impugnai il coltello con cui
San Pietro aveva tagliato un orecchio a Malco. Scesi quindi in cortile, stesi per terra il cerchio, gli girai intorno tre volte e vi saltai dentro.
Ecco però che, inaspe轏atamente, poco dopo l’inizio del rituale, si scatena una forte tempesta.
Sapevo che si tra轏ava di un fenomeno naturale e non avevo la minima ragione di meravigliarmene. Ciononostante, avvertivo un principio di
paura che mi faceva rimpiangere di non trovarmi in camera mia … Le sae轏e che mi scoppiavano tu轏o intorno mi gelavano il sangue. In preda al
terrore come ero, mi convinsi che se i fulmini non mi colpivano era perché non potevano entrare nel cerchio e così non osavo uscirne per correre
al sicuro … Il mio sistema nervoso, che credevo a prova di bomba, era a pezzi. Dove轏i riconoscere che esisteva un Dio vendicatore che mi aveva
a轏eso al varco per punirmi di tu轏e le mie scellerataggini e per me轏er fine alla mia incredulità annientandomi.
Un solenne acquazzone pone fine ai terrori del sedicente mago: nel giro di un quarto d’ora di nuovo la luna piena brilla in un cielo terso. Casanova
torna in camera e, rifiutando le a轏enzioni di Genoveffa, crolla in un sonno profondo. Al risveglio, il giorno dopo, prova un senso di disgusto per le
sue macchinazioni e non sente più la minima a轏razione per la bella contadina:
Per una sorta di superstizione conclusi che lo stato di innocenza di quella ragazza era prote轏o dal cielo e che sarei morto se avessi osato a轏entarvi.
Decide di partire precipitosamente, trovando ancora giustificazioni razionali al suo agire: qualche contadino potrebbe averlo visto nel cerchio e aver
pensato che l’uragano fosse stato provocato dalle sue magie denunciandolo poi all’Inquisizione. Si congeda dunque dai suoi compagni
giustificando il suo ritiro dall’operazione con la scusa di un pa轏o concluso coi se轏e spiriti guardiani del tesoro; lascia a Francia e a Capitani una
pergamena con tu轏e le informazioni avute dagli stessi spiriti sul tesoro – “sepolto alla profondità di diciasse轏e tese e mezzo … Consta di diamanti,
rubini, smeraldi e centomila libbre di polvere d’oro…” – si fa prome轏ere che lo avrebbero aspe轏ato per il recupero finale e fa bruciare corona e
cerchio ma conservare gli altri ogge轏i in a轏esa del suo ritorno.
Genoveffa è inconsolabile e Casanova le prome轏e che si rifarà vivo presto e “per scrupolo di coscienza, ritenni doveroso dirle che non essendo la
sua verginità più necessaria per l’estrazione del tesoro, era libera di sposarsi se le si fosse presentata l’occasione”. Prima di andarsene l’avventuriero
riesce comunque a vendere al figlio di Capitani il falso fodero del magico coltello per cinquecento scudi romani.
Come si evince da questa pi轏oresca vicenda, la conclamata incredulità truffaldina di Casanova resta sempre profondamente ambigua e
contraddi轏oria: un fondo di non de轏o emerge evidente nei suoi racconti e l’a轏enzione rivolta alle coincidenze improbabili e certi particolari che
denotano una le轏ura ed una conoscenza tu轏’altro che superficiale almeno del De Occulta Philosophia di Agrippa, oltre che dei grimoire dozzinali,
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convergono a smentire molte smargiassate volterriane e a sbugiardare l’ostentazione 10/18
sprezzante di sicurezza e controllo del libertino,
22/08/2016
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convergono a smentire molte smargiassate volterriane e a sbugiardare l’ostentazione sprezzante di sicurezza e controllo del libertino,
confermandolo assai più incline alla “superstizione” di quanto egli tenesse ad apparire.
Non sarà un caso che, quando sarà rinchiuso nel carcere dei Piombi – dal quale riuscirà ad evadere nel modo audace e mirabolante da lui più volte
descri轏o – le accuse, reali o pretestuose che fossero, da parte degli inquisitori di stato furono proprio quelle di eresia e stregoneria.
Nel 1755 Casanova è tornato a Venezia da due anni e si dile轏a tra complicati maneggi amatori e polemiche le轏erarie negli ambienti teatrali
veneziani. Riceve la visita di un conoscente, un certo Manuzzi, in realtà spia degli inquisitori di stato (lavoro, sia de轏o per inciso, che Casanova
stesso svolgerà, senza ufficiale contra轏o, nel 1776 per poter sopravvivere nella ci轏à natale dopo 18 anni di esilio), che notando “diversi libri sparsi
qua e là” si sofferma su
alcuni manoscri轏i di magia. Divertito dal suo stupore, gli mostrai quelli che insegnavano a conoscere gli spiriti elementari. Come il le轏ore può ben
immaginare, disprezzavo quei libri, però li avevo.
Il le轏ore immagina anche ben altro. Con la scusa di aver trovato un acquirente che offriva mille zecchini per i libri, ma che voleva prima
controllarne l’autenticità, Manuzzi si appropria per qualche giorno dei volumi: si tra轏ava de “La clavicola di Salomone, il Zecor ben[6], un Picatrix e
un Libro planetario contenente ampie istruzioni sulle ore propizie per fare i profumi e gli scongiuri per evocare demoni d’ogni grado”. In realtà il
delatore “li aveva portati al segretario degli inquisitori … costoro erano venuti a sapere che ero un insigne stregone”, contemporaneamente anche la
Signora Memmo, madre di alcuni conoscenti di Casanova – tu轏i massoni e progressisti –
essendosi messa in testa che incitavo i suoi figli all’ateismo, si raccomandò al vecchio cavaliere Antonio Mocenigo, zio di Bragadin, che ce l’aveva
con me perché diceva che con la mia cabala gli avevo sedo轏o il nipote. La cosa era di competenza del Sant’Uffizio, ma siccome era difficile farmi
rinchiudere nelle carceri dell’Inquisizione ecclesiastica, la signora Memmo e il cavaliere decisero di so轏oporre la faccenda agli inquisitori di stato.
Le testimonianze contro Casanova si accumulano presso gli investigatori: fra le altre accuse c’è quella
di credere solo nel demonio. Gli accusatori sostenevano che quando perdevo al gioco, invece di bestemmiare Dio come facevano tu轏i i credenti,
scagliavo le mie maledizioni al diavolo. Ero anche accusato di mangiare di grasso tu轏i i giorni e si diceva che c’erano buoni motivi per ritenermi
massone.
Secondo il tribunale “la giovane contessa Bonafede era impazzita a causa dei filtri amorosi che le avevo somministrato: era ancora ricoverata
all’ospedale e nel delirio non mancava mai di fare il mio nome coprendomi di maledizioni” (in realtà, secondo il sedu轏ore, era impazzita perché
egli non aveva più accondisceso alle sue brame amorose).
Il 25 luglio del 1755 Casanova viene arrestato. Resta però rinchiuso ai Piombi per meno di un anno: dopo la sua rocambolesca fuga ripara a Parigi,
qui, nel 1757, conosce la sua futura prote轏rice e sovvenzionatrice, la marchesa Adelaide Marie‑Thérèse d’Urfé, altro personaggio affascinato dal
mondo della magia e dell’occulto.
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Il nipote della marchesa, il conte La Tour d’Auvergne, era guarito da una sciatica alla coscia grazie all’applicazione, fa轏a quasi per gioco 11/18
da
22/08/2016
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Il nipote della marchesa, il conte La Tour d’Auvergne, era guarito da una sciatica alla coscia grazie all’applicazione, fa轏a quasi per gioco da
Casanova, di una mistura a base di nitro, fiore di zolfo, mercurio e urina fresca del paziente, con la quale l’improvvisato taumaturgo aveva tracciato
sulla parte malata una stella di Salomone pronunciando una formula di cinque parole – secondo Casanova del tu轏o inventate. La voce del miracolo
si era sparsa per Parigi e la vecchia zia del conte “famosa per la sua competenza nelle scienze magiche e nota anche come grande alchimista …
donna intelligente, ricchissima e unica padrona delle sue ricchezze”, aveva subito voluto incontrare l’apparentemente rilu轏ante Casanova che
ribadisce anche in questa occasione di aborrire “la reputazione di mago”.
La marchesa, “una bella donna, benchè avanti con gli anni”, mostra all’avventuriero la sua biblioteca e si vanta di possedere già la pietra filosofale e
di essere molto esperta in tu轏e le grandi operazioni. “Il suo autore preferito era Paracelso, che secondo lei, non era stato né uomo né donna e si era
disgraziatamente avvelenato ingerendo una dose eccessiva di panacea”. La padrona di casa lascia consultare al suo ospite un piccolo manoscri轏o
“che conteneva la spiegazione chiarissima, in francese, della grande opera”, puntualizzando che il testo era invece cifrato e “solo lei possedeva la
chiave del cifrario”, e gli regala una copia della Steganografia dell’abate Tritemio.
Dopo la biblioteca il visitatore viene introdo轏o nel laboratorio: gli viene mostrata una sostanza che si trova sul fuoco da quindici anni – grazie ad un
marchingegno che rifornisce automaticamente di carbone il fuoco, eliminando le ceneri di scarto – e che dovrà restarci per altri cinque: una polvere
di proiezione “a轏a a trasformare in un minuto qualsiasi metallo in oro”. Altre meraviglie presenti sono il mercurio calcinato; l’albero di Diana di
Taliamed – un “vegetale metallico” composto “facendo cristallizzare insieme argento, mercurio e spirito di nitro” ‑; un barile di “platino del Pinto”
(il platino, scoperto nel Rio Pinto in Giamaica era stato introdo轏o in Europa solo nei primi anni ’40 del ‘700) che fondeva solo con lo specchio
ustorio; un athanor in funzione da quindici anni; e un “commento di Raimondo Lullo che spiegava ciò che aveva scri轏o Arnaldo di Villanova dopo
Ruggero Bacone e Geber, i quali, sempre secondo lei, non erano morti”.
I due disce轏ano a lungo di Agrippa e di Polifilo, di tartaro e di polvere di proiezione, di pentacoli e di Geni planetari. Casanova mostra come
sempre una competenza eccessiva in materia per rendersi credibile al le轏ore come furbesco improvvisatore e casuale orecchiante:
Ho disegnato sulla coscia del signor di La Tour d’Auvergne il pentacolo di Salomone nell’ora di Venere – spiega ad esempio alla sua versata
interlocutrice – e l’operazione non sarebbe riuscita se non avessi cominciato con Anael, che è il Genio di quel pianeta … Si deve passare a Mercurio,
da Mercurio alla Luna, dalla Luna a Giove e da Giove al Sole. Come vede è il ciclo magico secondo il sistema di Zoroastro. Salto solo Saturno e
Marte che la scienza esclude da questa operazione
Vedo che lei ha molta familiarità con le ore – commenta la marchesa – Altrimenti non si potrebbe far nulla in magia, perché non si ha il tempo di far
calcoli. Ma non è difficile. Basta un mese per impratichirsi. Più difficile è il culto, perché è complicato. Ma ci si arriva…
Si scambiano poi il giuramento segreto dei Rosacroce.
Da quel momento in poi la marchesa d’Urfé riterrà Casanova “un vero iniziato so轏o le sembianze di un uomo qualunque”; l’avventuriero le rivela il
nome del suo Genio, Paralis, e la raggira con la solita cabala – che però gli perme轏e di decifrare davvero, grazie a non meglio precisati calcoli, la
chiave segreta del manoscri轏o sulla Grande Opera in possesso della marchesa e noto solo a lei.
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Andandomene quel giorno – confessa Casanova – portai via con me il suo animo, il suo cuore, la sua intelligenza e quel poco di buon senso che le
22/08/2016
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Andandomene quel giorno – confessa Casanova – portai via con me il suo animo, il suo cuore, la sua intelligenza e quel poco di buon senso che le
rimaneva … ne abusai tu轏e le volte che potei.
L’anziana nobildonna a轏ribuisce al suo prote轏o poteri sovrumani e si convince con il passare del tempo che
mediante una operazione che doveva essermi nota avrei potuto farla entrare so轏o forma di spirito nel corpo di un bimbo maschio nato
dall’accoppiamento filosofico tra un immortale e una mortale o di un mortale con un essere femminile di natura divina. Secondando le folli idee
della signora non ritenevo di ingannarla, perché ormai lei era fa轏a così e non sarei mai riuscito a farle cambiare parere. Se, da uomo onesto, le avessi
de轏o che le sue idee erano assurde, non mi avrebbe creduto … non potevo che divertirmi continuando a farmi giudicare il più gran Rosacroce e
l’uomo più potente del mondo da una signora legata alle maggiori case di Francia e ricchissima per il suo patrimonio liquido più ancora che per le
o轏antamila lire di rendita provenienti da varie terre e da palazzi che possedeva a Parigi. Sapevo, senz’ombra di dubbio che in caso di bisogno non
mi avrebbe potuto rifiutare nulla…
La d’Urfé si è messa in testa di voler diventare un uomo e a轏ribuisce a Casanova il potere di operare quella trasformazione: insiste ripetutamente ed
alla fine, durante un ennesimo incontro, il veneziano è “costre轏o” ad amme轏ere di poter compiere il miracolo, ma, per schermirsi, precisa di non
voler procedere all’operazione perché questa provocherebbe la morte di lei. Questo avvertimento non scompone la marchesa che afferma di essere
pronta e di sapere già anche che dovrà morire dello stesso veleno che uccise Paracelso – il quale però non o轏enne l’ipostasi non essendo “né uomo
né donna, mentre bisogna essere perfe轏amente l’uno o l’altra”. Casanova allora aggiunge che non si può preparare quel veleno se non si dispone di
una salamandra, ma la marchesa imperterrita è convinta di possederlo già nel suo laboratorio: “mi manca solo il bimbo dotato del verbo maschile
ricevuto da una creatura immortale. So che tu轏o dipende da lei e non credo che una malintesa pietà per questa mia vecchia carcassa le tolga il
coraggio necessario”. L’avventuriero, non a caso figlio di a轏ori, finge di piangere guardando malinconicamente fuori della finestra, poi con un coup
de théatre da professionista, prende la spada ed abbandona precipitosamente la camera sospirando.
Per sua fortuna importanti affari “finanziari e diplomatici” allontanano per qualche tempo Casanova da Parigi: la minacciata operazione magica
viene per il momento accantonata. Nel 1759 è di nuovo di ritorno nella capitale francese e, arrestato per una le轏era di cambio non pagata, viene
liberato per intervento della marchesa che lo rifornisce come sempre di denaro. Viene poi invitato da lei ad un pranzo in compagnia di Saint‑
Germain: la marchesa porta al collo una grossa calamita perché spera che un giorno o l’altro questa possa a轏irare un fulmine “e con quel sistema lei
sarebbe ascesa al cielo”. Poiché Saint‑Germain si vanta di poter conferire ad una calamita una forza mille volte maggiore di quella che le danno i
fisici, Casanova, con fare gelido, scomme轏e ventimila scudi che il conte non sarebbe riuscito nemmeno a raddoppiare la forza della calamita che la
signora portava al collo. La marchesa però interviene per impedire la scommessa convinta che il mago Saint‑Germain avrebbe sicuramente sconfi轏o
il mago Casanova. Anche quest’ultimo, seppur a malincuore, rinnova le sue manifestazioni di invidia e ammirazione per il rivale: “In vita mia non
ho mai conosciuto un impostore più abile e più seducente”.
Fra i molti aneddoti cara轏eristici della singolare relazione fra Casanova e la d’Urfé ce n’è un altro particolarmente divertente in cui la taumaturgia
paracelsiana ha un ruolo del tu轏o secondario rispe轏o all’astuzia e alla lascivia dell’avventuriero italiano. Questi ha preso a cuore la sorte di una
fanciulla che minaccia il suicidio se non riuscirà ad abortire, chiede pertanto consiglio alla marchesa su un metodo abortivo assolutamente sicuro.
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Questa risponde senza esitazioni che l’Aroph di Paracelso è un rimedio infallibile: si tra轏a di un unguento di zafferano in polvere, mirra e altri
22/08/2016
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Questa risponde senza esitazioni che l’Aroph di Paracelso è un rimedio infallibile: si tra轏a di un unguento di zafferano in polvere, mirra e altri
ingredienti e miele come veicolo. Casanova pur ridendo della rice轏a “assurda a lume di un po’ di buonsenso”, si risolve a consigliare l’intruglio alla
sua prote轏a aggiungendo però agli ingredienti una significativa variante: “dello sperma che non avesse perduto nemmeno per un istante il suo
calore naturale”; la convince poi che “in assenza del suo uomo, le ci sarebbe voluto un amico che potesse rimanere con lei senza suscitare sospe轏i,
per amministrarglielo tre o qua轏ro volte al giorno”.
Ovviamente si offre volontario e, dopo qualche esitazione, la bella giovane acce轏a le “applicazioni” che ovviamente non sortiranno l’effe轏o voluto
anche se alla fine, grazie agli abili maneggi dell’intraprendente prote轏ore, la sfortunata ragazza troverà perfino un marito consenziente salvando sia
il bambino che l’onore: tu轏o è bene quel che finisce bene.
Più a轏inente al nostro tema è la serie dei numerosi riti celebrati da Casanova per la Marchesa d’Urfé fra i quali in particolare quello riguardante un
insolito scambio di missive, svoltosi ad Aquisgrana, fra la nobildonna e Selenis, uno spirito lunare. Così l’avventuriero ci descrive il climax della
paradossale vicenda:
Nel giorno fissato sulla base della luna condussi la marchesa a cena in una villa con giardino fuori ci轏à, dove, in una stanza al pianterreno, avevo
preparato tu轏o quello che era necessario alla cerimonia. Avevo in tasca la le轏era che doveva scendere dalla luna in risposta a quella che la marchesa
aveva preparato con cura e che dovevamo spedire a destinazione. A qualche passo dalla stanza della cerimonia avevo fa轏o me轏ere una grande
vasca piena d’acqua tiepida mescolata ad essenze che piacciono all’astro delle no轏i e in cui io e la marchesa dovevamo tuffarci insieme … Dopo aver
bruciato gli aromi e sparso le essenze tipiche del culto di Selenis, recitammo le preghiere misteriose e ci spogliammo completamente. Quindi
tenendo la le轏era nascosta nella mano sinistra, con la destra guidai, con estrema gravità, la marchesa presso il bordo della vasca dove si trovava una
coppa d’alabastro piena di spirito di ginepro cui diedi fuoco, pronunciando parole cabalistiche di cui io stesso ignoravo il significato e che
comunque lei ripetè consegnandomi la le轏era indirizzata a Selenis. Bruciai la le轏era alla fiamma del ginepro su cui la luna splendeva in pieno e
quella credulona di una d’Urfé mi assicurò che seguendo i raggi dell’astro aveva visto salire in cielo i cara轏eri da lei vergati. Entrammo quindi nella
vasca e dieci minuti dopo la le轏era che tenevo nascosta nella mano e che era scri轏a in cerchio e in cara轏eri d’argento su una carta verde lucida,
apparve sulla superficie dell’acqua.
Nella le轏era di Selenis la marchesa apprende che la sua “ipostasi” deve essere differita ancora fino all’anno seguente (in realtà il mago cerca di
ritardare il pericoloso rito trasformativo che potrebbe costargli la fiducia della sua prote轏rice) e impone alla nobildonna di aiutare alcune signore
(che Casanova vuole beneficare a spese della “credulona”).
Nel 1763 a Marsiglia, però, Casanova non è più in grado di temporeggiare ed il rito di “rigenerazione” in qualche modo deve compiersi:
I riti lunari ebbero fine il sabato, e così feci in modo che l’oracolo fissasse il grande momento per il martedì, nelle ore del Sole, di Venere e di
Mercurio che nel sistema planetario dei maghi si succedono come nell’immaginazione di Tolomeo. Per l’esa轏ezza quelle ore corrispondevano alla
nona, alla decima e all’undicesima ora di quel giorno, poiché essendo martedì, la prima ora sarebbe stata quella di Marte. E poiché eravamo ai primi
di maggio e le ore perciò erano di sessantacinque minuti, il le轏ore, pur sapendo poco di magia, può calcolare facilmente che l’operazione sulla
marchesa d’Urfé doveva svolgersi tra le due e mezza e le sei meno cinque.
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Casanova avrebbe, in base all’oracolo, dovuto fecondare Séramis (nome RosaCroce della marchesa) due giorni dopo la fine dei riti 14/18
e
22/08/2016
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Casanova avrebbe, in base all’oracolo, dovuto fecondare Séramis (nome RosaCroce della marchesa) due giorni dopo la fine dei riti e
“un’affascinante Ondina” sarebbe comparsa a purificare i due celebranti (si tra轏ava in realtà di Marcolina, amante di Casanova in quel tempo). Con
la solita faccia tosta il mago confessa di aver preso le dovute precauzioni per non fare bru轏a figura:
La marchesa era bella, ma era vecchia: mi sarebbe anche potuto capitare di non farcela, tanto più che ormai trento轏enne, mi accorgevo di essere
spesso sogge轏o a siffa轏o inconveniente. Per questo avevo pensato a procurarmi un aiuto e la bella Ondina che dovevo o轏enere dalla Luna era
ovviamente Marcolina che, facendomi il bagno, mi avrebbe certo dato la forza rigeneratrice che mi era necessaria.
Un vero e proprio rito di magia sexualis, dunque. All’ora convenuta Marcolina, tenuta fino ad allora nascosta nell’armadio della camera di
Casanova, fa il suo fantomatico ingresso come Ondina nella sala del rito: consegna un foglio bianco alla marchesa che capisce di dover consultare
l’oracolo. Casanova traccia la piramide di numeri e la marchesa la interpreta: “Quel che è scri轏o nell’acqua non può esser le轏o che nell’acqua”.
Immerge il foglio nella vasca da bagno e legge “in cara轏eri più bianchi della carta: ‘Sono muto ma non sordo. Esco dal Rodano per farle il bagno.
L’ora di Oromasis è giunta’”. Oromasis, il re delle salamandre, sarebbe stato il testimone dell’unione fra il mago e la sua discepola che, fecondata
dal Verbo del Sole, avrebbe partorito un’altra sé stessa mutata di sesso e sarebbe poi morta. I due celebranti si spogliano e prendono posto nella
vasca, sempre assistiti dall’Ondina. Casanova si unisce allora a Séramis “ammirando le bellezze di Marcolina, che non avevo mai guardato con
tanta a轏enzione come quella volta” – confessa il grande amatore – “Tu轏avia la marchesa, tenera, amorevole, curata e niente affa轏o disgustosa, non
mi spiacque”.
L’operazione viene ripetuta più tardi nell’ora di Venere:
il secondo assalto … doveva essere il più duro, perché l’ora era di sessantacinque minuti. Entrai in lizza e sfaticai mezz’ora … La marchesa mi
asciugava la fronte dal sudore che mi colava dai capelli mescolato alla pomata e alla cipria e l’Ondina, accarezzandomi con sapienza, rianimava ciò
che il vecchio corpo che ero obbligato a toccare distruggeva, ma la natura si rifiutava di assecondare i miei sforzi di chiudere in bellezza.
In qualche modo anche la seconda operazione giunge al termine, ma comincia la terza ora, sacra a Mercurio, ed è solo grazie alle sapienti arti
cortigianesche di Marcolina – “divenuta, tu轏o ad un tra轏o lesbica” – che Casanova riesce di nuovo a trovarsi “non senza la folgore ma senza la
forza di farla scoppiare”. Simulando “una vera e propria agonia accompagnata da convulsioni che terminarono in una specie di deliquio”, il mago
pone finalmente termine al rituale. I contendenti, stremati, possono finalmente concedersi il meritato riposo:
Séramis, ispirata dal suo Genio, si tolse la collana e la mise al collo della bella fanciulla che, dopo averle dato un bacio alla fiorentina, fuggì a
nascondersi nell’armadio.
Più tardi la vecchia Séramis chiede a Casanova di sposarla:
Potrà essere il tutore del mio bambino che sarà suo figlio: lei potrà così conservare tu轏i i miei beni ed entrare in possesso di ciò che devo ereditare
… Se non sarà lei ad occuparsi di me il prossimo febbraio, quando rinascerò uomo, chi mi proteggerà? Sarò dichiarato bastardo e mi toglieranno le
o轏antamila lire di rendita che invece lei può conservarmi … Dentro di me mi sento già un uomo. Glielo confesso, sono innamorato dell’Ondina e
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voglio sapere se potrò andare a le轏o con lei fra qua轏ordici o quindici anni. Se Oromasis lo vuole, lo può…
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Giacomo Casanova e la magia: occultisti e occultismo ne La storia della mia vita |
voglio sapere se potrò andare a le轏o con lei fra qua轏ordici o quindici anni. Se Oromasis lo vuole, lo può…
Casanova risponde dicendo che sarà l’oracolo a illuminarli e guidarli sempre e che per quanto riguardava lui, non avrebbe mai permesso che suo
figlio fosse dichiarato bastardo:
A queste parole la marchesa si sentì rassicurata e … si tranquillizzò … Se il le轏ore pensa che, come uomo d’onore, avrei dovuto disingannarla, si
sbaglia, perché era impossibile.
Dopo averla indo轏a a partire per Lione – continuando per conto proprio un semplice rito individuale nell’ora della luna – il cavaliere di Seingalt, di
nuovo temporanemente libero, parte per nuovi avventurosi vagabondaggi. Qualche tempo dopo viene informato per le轏era che la marchesa è
morta avvelenata da una dose troppo forte
di un liquore che lei chiamava medicina universale. Inoltre … era stato trovato un testamento insensato, con cui la marchesa, convinta di essere
incinta, lasciava tu轏i i suoi averi al primo figlio o figlia che avesse partorito”
In realtà quest’affermazione è una delle più grosse fro轏ole raccontate da Casanova e resta tu轏ora inspiegata ed imbarazzante per i casanovisti: la
marchesa d’Urfé, infa轏i, morì solo nel 1775 – ben dieci anni dopo la data riportata nell’Histoire de ma vie – lasciando un testamento perfe轏amente
ragionevole in favore del legi轏imo nipote, e pare che il cavaliere di Seingalt, come a轏estano delle le轏ere ritrovate, lo sapesse benissimo. “Fossi
venuto a sapere che la mia buona signora d’Urfé era morta o rinsavita per me avrebbe avuto lo stesso effe轏o” – confessa l’avventuriero in un altro
passo delle sue memorie: l’ipotesi più probabile è che la vecchia avesse ormai mangiato la foglia, dopo il mancato ingravidamento conseguente al
rito di magia sessuale, abbandonando finalmente il suo prote轏o al destino che lo a轏endeva: l’orgoglioso intrigante preferiva considerarla morta
piu轏osto che amme轏ere il naufragio definitivo dei suoi magici maneggi.
Con questo episodio terminano le esperienze più esplicitamente occultistiche narrate nella Storia della mia vita.
Anche limitandoci solo agli aneddoti, presumibilmente abbelliti e rimaneggiati, riportati dalla sua testimonianza, Giacomo Casanova si conferma,
in ultima analisi, come una figura perfe轏amente inserita in quella galleria di personaggi se轏ecenteschi a metà strada fra impostura e candore,
sce轏icismo e credulità, modernità illuminata e ombroso vecchio mondo, razionalismo e magia, che vede fra i suoi esponenti più celebrati – almeno
in questo ruolo – Saint‑Germain e Cagliostro. Le apparenti antitesi emergono come complementarità effe轏ive forse utili a tracciare una nuova
mappa di quell’Illuminismo la cui immagine ci è probabilmente sempre stata tramandata in modo forzato e incompleto. Come i grandi anticipatori
Giordano Bruno e Isaac Newton – se non ci limitiamo ad estrapolare le intuizioni più geniali di alcune loro opere ma li ricollochiamo globalmente
nel loro contesto storico, tornano ad apparirci anche come maghi e alchimisti – così gli uomini del “secolo della ragione” finiscono per assomigliare
complessivamente più al rilu轏ante e reticente Casanova e ai suoi sodali ambigui che agli illuminati philosophes.
A differenza di Cagliostro però Casanova sopravvive, dissimula e bara sempre sapientemente: pavoneggiandosi per la sue visite frequenti ed i suoi
passati rapporti amichevoli con Voltaire e Rousseau; sminuendo e sdrammatizzando le sue pratiche irrazionali (meglio apparire un truffatore che
un credulone); ostentando una quanto mai forzata fedeltà al cristianesimo e alla chiesa ca轏olica ma contemporaneamente, ancora nel 1797,
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inneggiando alla Rivoluzione francese (“Viva la Repubblica ! È impossibile che un corpo senza testa comme轏a pazzie”); e riesce a morire in età, per
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Giacomo Casanova e la magia: occultisti e occultismo ne La storia della mia vita |
inneggiando alla Rivoluzione francese (“Viva la Repubblica ! È impossibile che un corpo senza testa comme轏a pazzie”); e riesce a morire in età, per
l’epoca, acce轏abilmente tarda – se轏antatrè anni – dopo essersi assicurato un impiego dignitoso come bibliotecario nel castello di Dux in Boemia per
il conte di Waldstein, dove forse non felicemente ma almeno tranquillamente, può dedicarsi alla le轏eratura e alla matematica, sue passioni di
sempre, e all’edificazione le轏eraria del suo mito. Valgano in chiusura le sue stesse considerazioni conclusive su sé stesso, ad un tempo sincere e
ingannevoli come sempre: “Vizio non è sinonimo di deli轏o, perché si può essere viziosi senza essere criminali. Tale sono stato io durante tu轏a la
mia vita e anzi oso dire che sono stato spesso virtuoso proprio nel momento stesso in cui ero vizioso, perché se è vero che ogni vizio è
necessariamente opposto alla virtù, è anche vero che esso non nuoce all’armonia universale. I miei vizi del resto sono sempre stati a mio carico, ad
eccezione dei casi in cui mi sono servito delle arti della seduzione, ma la seduzione non è mai stata l’elemento cara轏erizzante della mia natura, dal
momento che ho sempre sedo轏o senza sapere di farlo ed essendo a mia volta sedo轏o”.
Note
[1] Tu轏e le citazioni sono tra轏e da Giacomo Casanova, Storia della mia vita, a cura di Piero Chiara e Federico Roncoroni, Mondadori, Milano 1983‑
84‑89, vol. I‑II‑III.
[2] Piero Chiara, prefazione a Giacomo Casanova, Le轏ere a un maggiordomo, Edizioni Studio Tesi, Trieste 1985, pag. XV.
[3] Piero Chiara, cit., pag. IX.
[4] Nella monumentale bibliografia casanoviana pochi sono gli studi dedicati espressamente a questo aspe轏o minore delle sue molteplici a轏ività:
una delle poche eccezioni – purtroppo ormai introvabile – è il testo tedesco di B. Marr, Casanova als Kabbalist, del 1913.
[5] Sui rapporti fra Casanova e Saint‑Germain esiste un capitolo, Une enigme historique: Casanova et Saint‑Germain, in Edoardo Maynial, Casanova
et son temps, 1910.
[6] Cioè il Sefer ha‑Zohar, il “Libro dello splendore”, classico della Kabbala ebraica.
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