Verdun e l`Europa futura

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Verdun e l`Europa futura
Gianni Ambrosio
20/12/14 13.10
Verdun e l’Europa futura
Gianni
Ambrosio,
vescovo
vicepresidente della COMECE
di
Piacenza-Bobbio
L’11 novembre i vescovi dell’Unione Europea saranno a Verdun
per ricordare le vittime della prima guerra mondiale e come
gesto penitenziale per la scarsa distanza dai nazionalismi delle
Chiese del continente. Momento opportuno per dare valori e
anima al progetto dell’Unione Europea.
A Verdun, città francese nella regione della Lorena, si è
combattuta la più violenta e più cruenta battaglia della prima
guerra mondiale, con la morte di quasi un milione di soldati.
Non a caso il vecchio adagio dei soldati francesi recita: «Se non
avete visto Verdun, non avete visto niente della guerra». Qui
infatti si vede lo “spirito” della guerra, qui si comprende il senso
della “distruzione totale” e delle conseguenze altrettanto
tragiche che hanno segnato tutto il secolo scorso: questo è il
luogo della più devastante interpretazione del conflitto che
sconvolse l’Europa e il mondo dal 1914 al 1918, con il primato
del campo di battaglia che ha avuto la maggior densità di morti
per metro quadro.
Proprio a Verdun si recheranno in pellegrinaggio i vescovi della
COMECE (Commissione degli episcopati che fanno parte
dell’Unione Europea) l’11 novembre prossimo. Innanzi tutto per
commemorare le vittime del primo conflitto mondiale e per
pregare per la pace in Europa e nel mondo. Ma vi è pure un’altra
motivazione che possiamo qualificare come penitenziale. Se, da
parte dei cristiani, molto è stato fatto per alleviare le
drammatiche sofferenze causate dalla guerra, poco è stato fatto
per evitarla. Furono poco ascoltati i ripetuti messaggi di papa
Benedetto XV, eletto papa il 3 settembre 1914. Da subito, già
nel suo primo messaggio dell’8 settembre, rivolgeva
«un’esortazione a tutti i cattolici del mondo per la pace (...):
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vediamo tanta parte d’Europa (...) rosseggiare di sangue
cristiano». Nella sua prima enciclica (pubblicata il 1° novembre
1914), egli si appellò ai governanti delle nazioni per far tacere le
armi che causano «gigantesche carneficine». Più tardi definì la
guerra «inutile strage», «suicidio dell’Europa civile». Ma i capi
delle nazioni non accolsero i messaggi di pace. Anche l’opinione
pubblica in Francia, in Germania e in Austria reagì in modo
negativo, con tono oltraggioso.Le Pape boche, «il Papa crucco»,
si diceva in Francia, mentre in Germania era «il Papa francese»,
der französische Papst. Anche il clero e gli stessi vescovi non
seppero distinguere la lealtà nazionale dal nazionalismo.
TRA PACE E INTERVENTISMO
In Italia, durante il primo periodo di neutralità, i vescovi
considerarono la guerra come un male. Ma, dopo la
dichiarazione di intervento da parte del governo italiano, anche
in Italia, salvo alcuni casi, si consolidarono le professioni
nazionaliste. Pur con distinzioni e sfumature, l’episcopato
italiano fu influenzato dalla lealtà nazionale e dalla solidarietà
patriottica, anche se era attento ai bisogni e ai sentimenti della
popolazione rurale, contraria alla guerra. Certamente il contesto
era problematico. Nelle allocuzioni pastorali era difficile lasciar
trasparire lo sforzo della distinzione tra la fedeltà alla patria e
l’interventismo. Tanto più che i pregiudizi anticlericali del
governo si accentuavano di fronte a posizioni in qualche modo
pacifiste, subito dichiarate antipatriottiche, mentre tendevano ad
attenuarsi di fronte ad una certa mobilitazione ecclesiastica per
la patria.
Sul piano pratico, la dedizione pastorale fu notevole, con molti
sacrifici e con grande carità. Molti sacerdoti furono chiamati alle
armi e condivisero i gravi disagi delle truppe. Fu pure notevole
l’impegno di evitare lo scoraggiamento della popolazione civile
e di rafforzare la tenuta morale dello stesso esercito. In ogni
caso, la Chiesa italiana svolse l’impegnativo compito di aiuto
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umanitario, con l’assistenza ai feriti, l’accoglienza dei profughi e
dei prigionieri di guerra, superando le visioni nazionaliste in
nome dell’universalità della carità. Ma occorre riconoscere il
rischio di un certo slittamento ideologico, anche per l’oggettiva
difficoltà di mantenere un equilibrio tra la lealtà patriottica e il
ministero pastorale in un contesto incline all’interventismo. La
Santa Sede arrivò ad imporre, nel maggio 1915, alcuni limiti alla
partecipazione dei sacerdoti e dei vescovi a cerimonie connesse
agli eventi bellici.
NON TRADIRE I GIOVANI
Vi è, infine, un’ulteriore motivazione di questo pellegrinaggio,
altrettanto significativa. Desideriamo rendere grazie al Signore
per il dono di quei “padri fondatori” dell’Europa unita che, dalle
macerie causate dalle guerre fratricide, hanno saputo costruire il
grande progetto di pace riconciliando nazioni e popoli europei.
Spicca, in particolare, la figura di Robert Schuman, morto in
quelle terre insanguinate dalla grande battaglia, precisamente
vicino a Metz, nel settembre 1963, poco più di cinquant’anni fa.
Nato in Lussemburgo da padre lorenese, egli aveva visto che le
guerre causavano povertà e suscitavano la nascita di sentimenti
di rivincita. Mentre era ministro degli esteri del governo
francese, questo politico cattolico (il 29 maggio 2004 si è
concluso il processo diocesano che ha proclamato Schuman
«servo di Dio»), fece la storica Dichiarazione, da cui prese il via
il processo di integrazione europea. Era il 9 maggio 1950.
Insieme a De Gasperi, Adenauer e Monnet, Schuman lavorò
intensamente per favorire «la pace in Europa» che «è la chiave
della pace mondiale». Nel 1958 venne eletto per acclamazione
primo presidente del nuovo Parlamento europeo, sostenendo che
l’integrazione economica è la struttura di base, importante ma
non sufficiente, per fare dell’Europa la casa comune. Il cammino
europeo deve favorire «l’unione spirituale»: solo così si potrà
valorizzare ciò che fa parte della migliore tradizione culturale
europea. Senza questa visione alta, l’Europa resta confinata in
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procedure amministrative e in tecniche finanziarie e sarà
incapace di resistere all’assalto dei populismi e dei nazionalismi
di ogni genere. R. Schuman ci avverte che l’Europa, se vuole
vincere la sfida con il futuro, deve lavorare insieme e
condividere grandi obiettivi comuni: l’unione deve essere anche
culturale, artistica, associativa, spirituale.
Forse è per questo che Martin Schulz, presidente
dell’Eurocamera, ha invitato papa Francesco: il 25 novembre
Francesco sarà a Strasburgo, in Alsazia, per visitare il
Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa (cf. Sett. 38/2014 p.
16). «Il papa dà coraggio alle persone con la sua linearità
onesta», ha affermato Schulz. Non solo il Parlamento ma
l’Europa tutta ha bisogno di questo coraggio per ritrovare se
stessa, per ricuperare lo spirito comunitario e per riprendere a
parlare con la sua voce.
E anche per rispondere alle attese dei giovani europei. È infatti
questa la nota più intertessante di questa difficile situazione:
secondo gli ultimi dati dell’Eurobarometro, l’orientamento della
popolazione giovanile nei confronti dell’Unione Europea
continua a rimanere positivo. Per il 70% degli under trenta, l’UE
costituisce un fattore di forza e i giovani fanno coincidere il loro
futuro con quello europeo. Innanzi tutto a livello della loro vita
personale, con la possibilità di viaggiare e di lavorare in paesi
diversi. Ma anche a livello delle istituzioni: l’UE viene vista
come una struttura indispensabile per avere voce sulla scena
internazionale. Questa valutazione positiva comporta tuttavia un
giudizio critico circa il modo in cui l’Europa affronta la crisi: la
maggioranza della popolazione giovanile ritiene che l’Europa
stia andando nella direzione sbagliata. Le nuove generazioni
vogliono l’Europa, ma la vogliono diversa.
FRANCESCO A STRASBURGO
Il difficile momento storico è un’occasione per quel salto di
qualità che l’Europa, dopo l’allargamento e dopo l’euro, non ha
saputo fare per mancanza di slancio ideale: il senso di una
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comune cittadinanza europea non si è radicato, le istituzioni
sono apparse lontane dalla vita delle persone e dalla coscienza
diffusa, le divergenze sulle politiche di austerità hanno minato la
fiducia reciproca. La sfida è difficile, quasi titanica. Papa
Francesco ci aiuterà a riscoprire l’amore per la vita che sembra
essere venuto meno: «Voi, europei, amate ancora la vita?»,
domandò ad alcuni vescovi. E ci indicherà quell’orizzonte
umano-etico-spirituale verso cui dobbiamo guardare, sapendo
che «la città dell’uomo» non è solo frutto dei rapporti economici
ma è anche frutto – ancora più e ancora prima – delle relazioni
di gratuità, di solidarietà, di accoglienza, di fraternità.
( Da Settimana)
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