L`altalena dell`America latina

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L`altalena dell`America latina
TEMA 10 LE
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TIGRI DELL’AMERICA LATINA
• DOSSIER DUE
GRANDI PAESI EMERGENTI...
L’altalena dell’America latina
Moses Naim, «Il Sole 24-Ore», 27 ottobre 2009
La crisi economica che ha colpito il mondo nel 2008-2009 sta mettendo a dura prova le economie di Messico e Brasile. Il
Brasile, al momento, sembra avvantaggiato, grazie a un diverso modello di sviluppo. Ecco l’analisi del politologo Moses Naim
per «Il Sole-24 Ore».
F
nei confronti del Brasile, che si sta convertendo in una potenza petrolifera mondiale, mentre una combinazione suicida di restrizioni legali, politici irresponsabili e sindacati impedisce al Messico di sviluppare il suo enorme potenziale in questo settore.
L’aspetto più importante è che il progresso del Brasile non è soltanto economico. Negli ultimi anni, 20 milioni di brasiliani sono usciti
dallo stato di estrema povertà e la distribuzione del reddito è migliorata, nonostante continui a situarsi tra le peggiori al mondo. Anche il
Messico ha registrato notevoli progressi sociali e un’importante espansione della classe media. Tuttavia, questo progresso è stato limitato
da un’economia rallentata e, in epoche più recenti, da una valanga
di altri problemi: la violenza dei narcotrafficanti, il virus H1N1, la caduta delle esportazioni e delle rimesse estere, degli investimenti, del
turismo, del petrolio, e molto altro ancora.
Il Brasile si è sostituito al Messico anche in termini d’influenza internazionale. Il Brasile è diventato un paese indispensabile nei negoziati che riguardano l’ambiente, il commercio, le riforme del sistema
finanziario e addirittura la non proliferazione nucleare. Emblematico
è il fatto che in occasione della crisi in Honduras, il Brasile abbia ricoperto un ruolo da protagonista più del vicino Messico.
Quanto appena detto non significa che il Brasile abbia già superato
i suoi enormi problemi. Nel paese si verificano tragedie sociali della
stessa gravità o addirittura maggiore rispetto al Messico. I criminali
brasiliani non hanno niente da invidiare a quelli messicani. Inoltre,
nelle differenze tra Messico e Brasile anche il caso, la geografia e la
geopolitica hanno giocato un ruolo importante. Non è colpa del governo messicano se il virus H1N1 ha colpito la nazione e ne ha rovinato il turismo. Oppure che la Cina sia un ottimo partner commerciale per le materie prime brasiliane nonché un pessimo concorrente per i prodotti messicani.
In ogni caso, la realtà è che, per adesso, il Brasile si sta staccando
dal Messico. Le spiegazioni sono tante. Ma una, a mio parere la principale, è che il progresso del Messico è stato bloccato dai suoi stessi cartelli. E non mi riferisco ai cartelli della droga. Mi riferisco alle
aziende private, i sindacati, i gruppi politici, le università, i mezzi di
comunicazione e le associazioni professionali che limitano la concorrenza all’interno dei rispettivi settori. In Messico proliferano i cartelli,
molti dei quali godono di privilegi e poteri di veto che impediscono il
verificarsi di cambiamenti senza i quali il paese continuerà in questa
fase stagnante.
Speriamo che la concorrenza con il Brasile possa stimolare quella
all’interno del Messico.
E. Fedrizzi-A. Della Valentina, Dossier Terra. Italia, Europa, Mondo, Minerva scuola
ino a pochi anni fa il Messico era il simbolo del successo
dell’America Latina, mentre il Brasile ne rappresentava il fallimento. Oggi accade il contrario.
Le riforme politiche ed economiche del Messico negli anni ’90 furono esemplari. Tutto a un tratto, il paese si liberò di quell’ipernazionalismo che gli impediva di rapportarsi in maniera costruttiva con gli
altri paesi del mondo, in particolar modo con il problematico vicino
del Nord. Allo stesso tempo, il paese si svincolò in maniera non violenta da un sistema politico che negli ultimi settant’anni era stato
dominato da uno stesso partito.
La firma del trattato di libero scambio con gli Stati Uniti e il Canada;
il suo ingresso nell’Ocse, il “club dei paesi ricchi”; il suo rapido recupero in seguito alla crisi finanziaria del 1994; la sua successiva
stabilità economica; il suo potenziale petrolifero; il suo fascino quale
meta turistica; le dimensioni della sua economia (occupa infatti l’11ª
posizione tra i paesi con le economie più sviluppate) oltre alla sua
privilegiata posizione geografica, hanno fatto del Messico la promessa dell’America Latina. Nei forum internazionali e nelle testate giornalistiche, a fare da protagonista – e a rappresentare la speranza
– era il Messico, non l’altro gigante continentale: il Brasile. Si continuava a fare del sarcasmo nel dichiarare che il Brasile era il paese
del futuro... e che avrebbe continuato a esserlo. Per sempre.
Non più. Ora, il Brasile è la speranza e il Messico è fonte di apprensione. La percezione generalizzata è che mentre il Brasile sta prendendo il volo, il Messico si sta impantanando. Nell’ultimo anno
l’economia brasiliana è cresciuta del 5% mentre quella messicana
soltanto dell’1 per cento. Assieme alla Cina e all’India, il Brasile è
uno dei paesi che meno ha sofferto in seguito alla crisi economica
mondiale. Al contrario, il Messico è una delle nazioni maggiormente colpite.
In Brasile l’occupazione ha già raggiunto i livelli che si registravano
prima della crisi. Le cifre finanziarie sono altrettanto sorprendenti:
quest’anno le banche brasiliane hanno concesso il 60% dei crediti
emessi in tutta l’America Latina. L’incremento della Borsa ha registrato un +144 per cento.
In passato, il Brasile mendicava denaro all’Fmi; oggi, è in grado di
prestarglielo. Il magnetismo finanziario del Brasile è così forte che il
governo, tentando di frenare l’enorme flusso di capitali in entrata, ha
recentemente introdotto un’imposta sugli investimenti stranieri («Una
saggia misura», ha commentato il conservatore «Financial Times»).
I messicani accolgono queste notizie con nostalgia, ricordando i tempi in cui queste si riferivano al proprio paese. Provano inoltre invidia

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