La metropoli nei quadri di Claudio Buso Ringrazio

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La metropoli nei quadri di Claudio Buso Ringrazio
La metropoli nei quadri di Claudio Buso
Ringrazio Paola Cortese e Susanna Buso per avermi invitato a presentare questa
mostra del pittore Claudio Buso. Hanno ritenuto, è evidente, io avessi qualcosa da
dire benché io non sia un critico d’arte. Il mio intervento sarà quindi piuttosto un
tributo di affetto e di stima verso un pittore che mi ha subito colpito quando ne
vidi i quadri la prima volta. Non può avere però la pretesa di dire qualcosa di
professionale, sì di sentito, volto a condividere con voi riflessioni personali, nella
convinzione che un’opera d’arte, nel momento in cui è messa dall’autore in
circolazione, si presti alle diverse interpretazioni che ciascuno di noi vorrà
trovarvi.
Non ha senso che io parli delle tecniche pittoriche utilizzate da Buso, pennelli dai
pochissimi peli, utilizzati pochissime volte a rendere il dettaglio minuto delle
scritte, dei particolari quasi impercettibili. Lascio alla sensibilità di ciascuno di voi
apprezzare l’amore per la precisione, quasi l’illusione ottica che tale attenzione
produce in chi guarda le tele.
Messo quindi da parte il significante espressivo vorrei sottoporvi solo qualche mia
considerazione sul significato, sul contenuto dei quadri e cercare di capire perché
tra gli infiniti possibili il pittore abbia scelto di tradurre in quadri proprio quelle
foto della metropoli, che cosa volesse comunicarci con questa sua scelta, insistita
e precisa.
Si coglie infatti, nella selezione, la ricorsività di alcuni elementi: il taxi giallo
‘Ford’, il semaforo, anonimo regolatore di traffico coi suoi colori o la mano che
ordina di andare o di fermarsi, orologi, marche temporali e spaziali ben precisi.
Sono senal, simboli o codici cifrati ad inquadrare la grande mela, come pure la
bandiera a stelle e strisce, precisati ulteriormente dal codice a barre.
Questo primo livello di ‘lettura’ dell’opera è però presto superato, con la sua
illusione di iper-realismo, se si procede a considerare il piano architettonico che
presiede alla stesura del quadro stesso. Linee verticali della skyline si intrecciano
infatti alle strade orizzontali a formare un reticolo, talvolta collegato da curve o
diagonali, sfondo prospettico su cui si muovono presenze animate.
Tra esse, in primo piano, gli anonimi taxi gialli. In essi, come sulle pareti di vetro
dei grattacieli, i vetri agiscono da specchio, a riflettere ciò che sta fuori dal quadro
(come in certo Velasquez) e ad impedire di vedere ciò che sta dietro di essi,
dentro il quadro. C’è quindi un’idea ossimorica che contempla la compresenza di
opposti: così come lo specchio del vetro riflette e nasconde, la gente si muove ma
è bloccata in quell’istante, si intuisce il rumore del traffico ma anche, quasi per
magia, il silenzio di quell’istante fissato dal pittore tra un ‘prima’ in cui non
c’eravamo, e un ‘dopo’ che potrebbe essere inghiottito dal nulla.
Di qui un terzo e ultimo livello di lettura: le persone che si muovono in questo
reticolo inanimato. Fissate nei loro insondabili pensieri esse camminano ciascuna
nella propria solitudine silenziosa e auto centrata. La natura è lontana. C’è come il
sospetto di essere in un mondo ‘altro’, molto mutato dalle origini, un paesaggio
da Blade Runner, dove il cacciatore di androidi del romanzo di P. Dick ci lascia
intravedere, tra le scritte pubblicitarie plurilingue che coprono-nascondonoinvitano i distratti viaggiatori multietnici la scritta-monito ‘Save the world’, salvate
il mondo, se non volete diventare androidi solitari incapaci di comunicazione.
Questo è il messaggio convincente che mi pare di cogliere nei quadri di Buso.
Grazie. 

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