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AT HOME
MARINA SAGONA
PIANTA
SOGGIORNO
CAMERA
LAYOUT
LIVING ROOM
BEDROOM
CUCINA
BAGNO
ARMADIO
KITCHEN
BATHROOM
CLOSET
MOBILI
QUADRI
OGGETTI
FURNITURE
PAINTINGS
THINGS
BIANCHERIA
VESTITI
SCARPE
LINENS
CLOTHES
SHOES
A CASA
RACCONTI DI | SHORT STORIES BY GIOVANNA CALVINO, ANTONIO MONDA, SHARIFA RHODES-PITTS, LILA AZAM ZANGANEH
MARTE GALLERIA | ROMA 13/12/2008 · 14/02/2009 | MOSTRA A CURA DI | CURATED BY NICOLETTA LEONARDI | LEA MATTARELLA
A CASA
Lea Mattarella
Cominciamo dai piedi. O meglio dalle scarpe. Ovvero dalla fine, dall’ultima immagine di questo film colorato disegnato da
Marina Sagona. “Quando ho visto le sue scarpe io ho capito tutto di lei” dice Michele, il protagonista di Bianca di Nanni
Moretti al commissario, mentre confessa che sì, in effetti è stato proprio lui a far fuori quelle coppie che aveva ‘scelto’ e che
lo avevano deluso. A un commissario con le scarpe tutte uguali, nere e con i lacci, si può, anzi si deve raccontare la verità.
È così, non c’è niente da fare, le scarpe parlano, “riassumono e definiscono, mi fanno sentire a casa”, dice Marina. Le nostre scarpe qui sono comodamente appoggiate su una poltrona, non hanno corpo, non ne hanno bisogno. Bastano loro a
farci capire che, insomma, diciamocelo, in fondo il peggio è passato. La protagonista di questo racconto per immagini si sta
riprendendo. Tra poco si alzerà, aprirà la porta e uscirà dalla casa che l’aveva un po’ protetta e un po’ tenuta prigioniera.
Fine (lieta, tutto sommato). Titoli di coda.
Marina Sagona fa l’illustratrice. Ascolta le parole e le traduce, le sintetizza, le afferra e le blocca in un’immagine. Una sua
tavola può contenere molte frasi. L’illustratore è un po’ come lo scrittore: assume diverse identità. Ma questa volta Marina
ha messo in scena se stessa. La mostra che ha preparato – con la complicità di Nicoletta Leonardi - ha origine da una necessità. La Sagona sentiva il bisogno di dare una forma alla voce bizzarra che, perennemente e insistentemente come in tutti
gli autentici artisti, si agita dentro di lei come un demone suggeritore.
“Volevo raccontare l’intimità e la claustrofobia della vita domestica attraverso lo spazio fisico della casa”. Dopo sono arrivate le parole: i racconti dei quattro scrittori chiamati a raccolta in questo libro sono nati dai suoi disegni. Lei che ha inventato tante copertine per racchiudere in una linea ogni tipo di narrazione, questa volta ha delle storie a far da scrigno, a
contenere le sue invenzioni colorate.
La sua ostinata esplorazione della casa va seguita attentamente, perché non è esattamente quello che potrebbe sembrare
a una prima occhiata superficiale. La pittura di Marina è leggera e vivace. Persino quando è monocroma dà l’impressione
di esprimersi attraverso il colore. La sua stesura pittorica è rasserenante, tutto scorre senza ostacoli. L’impressione che fanno le sue opere a guardarle di passaggio è sempre quella di una certa allegria, sembrano costantemente in perfetta armonia con il mondo. Marina quando disegna domina la situazione. In tutti i sensi.
Eppure queste schegge di vita, confinate tra mura chiuse, senza aperture, dalle finestre con le tende ben serrate – respirano anche il dolore, la rappresentazione visiva dell’assenza, del vuoto inteso come perdita e non come naturale, riposante
e addirittura indispensabile bilanciarsi del pieno. Quel letto così perfettamente in ordine, quelle gocce di pioggia un po’
sbarre e un po’ ferite, i segni che coprono lo spazio della cucina e finiscono per ingabbiarlo, lo scheletro nell’armadio che
diventa lo specchio del sé circondato da elementi ornamentali, sono racconti di malinconia, di solitudini silenziose e raccolte, di paure e anche di rabbie. Per esempio, quando Marina racconta la biancheria decide di utilizzare come supporto la
stoffa della sua casa che ha già vissuto una vita precedente: qui, tra righe scintillanti e limoni, si muovono le sue ombre.
Abitano un bel mondo, non c’è che dire. Eppure le senti che stanno lì forzatamente, vestali che ripetono i loro gesti senza
AT HOME
Lea Mattarella
volontà, angeli del focolare a cui nessuno ha chiesto il parere. Sogni infranti, speranze disilluse. E tu stai lì che stiri. Esiliata
da te stessa.
Ma Marina Sagona è artista dalla vocazione almodovariana. Le sue donne non si arrendono, sono quelle di Volver, si fanno la doccia con i tacchi, si riprendono la vita e la trascinano in salvo direbbe Jovanotti. Ecco la figurina che si lava con le
Let us begin with feet. Or rather, shoes. That is, from the end; from the final image in this technicolor film conceived by
scarpe: sembra davvero l’icona di una femminilità spavalda. “Sotto la doccia viene sempre una buona idea” suggerisce Ma-
Marina Sagona. “When I saw your shoes, sir, I understood everything about you,” says the protagonist of Nanni Moretti’s
rina. In questo caso l’illuminazione deve essere geniale, proprio come quella di affidare, in questa partitura, a seta e coto-
movie Bianca to the Commissario. He speaks these words while confessing that yes, indeed, he is the killer. The very couple
ne il ruolo della biancheria che così interpreta se stessa. Alla fine, nonostante tutto, annusi il profumo della leggerezza, di
whom he had “chosen” and who had disappointed him so, ultimately became his victim. To a Commissario whose shoes are
un’irresistibile insolenza, vittoriosa nel dichiarare il proprio desiderio di essere come ci si piace. Le nuvole sulla cucina sono
all the same, black lace-ups, one can, one must, tell the truth.
spazzate via dal vento della vita.
No two ways about it: shoes speak. “They summarize and define, they make me feel at home,” says Marina. The shoes in
E poi ci sono gli oggetti. Il dio delle piccole cose di Marina li trasforma in amuleti che esorcizzano la sofferenza. “Mi ero ri-
question are propped up against an armchair, there is no body in them; they have no need of one. Alone they are enough
conosciuta. C’era qualcosa che mi piaceva e mi restituiva identità” scrive Valeria Parrella ne “Lo spazio bianco” a proposito
to convey the message—let’s get it out in the open, let’s be frank: the worst is over. The protagonist of this image-tale is
del manifesto di un film intravisto per strada in un momento di dolore. E i libri e le teiere, Mozart, le fotografie, le masche-
gathering her forces. In a moment, she will stand up, open the door and leave the home that has in part protected her, in
rine e tutto il resto per Marina sono un “autoritratto attraverso gli oggetti di uso quotidiano”. L’identità, l’esistenza nel
part held her prisoner. The end (a happy one, all things considered). Roll credits.
mondo è fatta di tanti tasselli che si aggregano misteriosamente.
Marina Sagona is an illustrator. She listens to words and she translates them, she synthesizes their meaning and captures
Guardare questa mostra e il libro che l’accompagna è un po’ come sfogliare un album di fotografie in cui finiamo per rico-
them in images. Any single page of illustration can contain many sentences. An illustrator is a little like a writer: he or she
noscere parte di noi. Quante volte ci siamo sentiti così, proprio come lei, tra le sedie e i tavoli che si attraggono e si respin-
assumes many identities. But this time Marina has placed herself in the scene. This exhibition, prepared in collaboration
gono come fossero persone? Non si può, a questo punto, non evocare i “Mobili nella valle” che de Chirico immaginava in
with Nicoletta Leonardi, began as a need. Marina Sagona felt she had to lend form to the bizarre voice that moves inside
conversazione. Sappiamo che è possibile che il nostro stato d’animo si rispecchi negli angoli della casa, quasi trasudando da
her—perennially and insistently, as with all authentic artists, like a demon consul.
questi. Succede. E allora ecco che il lavoro di Marina somiglia a quello dello scrittore proustiano “strumento ottico ch’esso
“I wanted to talk about intimacy and the claustrophobia of domestic life utilizing the physical space of a home.” The words
offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe veduto in se stesso”. Così è stato un
came after: the stories gathered in this book were born from the drawings. Marina, who has created many book jackets
pomeriggio d’estate, mentre progettavamo questa mostra. Marta, Laura, Alessandra e io tutte intorno a un tavolo a guar-
that bestow a single unifying aesthetic on a great variety of fictions, now has stories to serve as her creel, to contain her
dare i disegni di Marina e a rivedere noi.
colourful inventions.
Le pareti di questa storia, di questo living in cui ci si può trasformare in animali come nelle più antiche mitologie perché, in
Marina’s tenacious exploration of the home deserves close attention, for it is not exactly all that it might appear to be at
fondo, se ci voltiamo a Oriente, abbiamo tutti lo stesso destino, sono quelle in cui, alla fine, avviene il riscatto. Nella stan-
first glance. Her style is light and lively. Even when monochromatic, her painting gives the impression of expressing itself
za tutta per sé che Virginia Woolf sognava per la sua Judith si può innanzitutto fantasticare e acchiappare i pensieri, mo-
through colour. Her brushstrokes are soothing, everything flows free of obstacles. Glancing at her works, the viewer is struck
strarli in qualche modo. Come ha fatto Marina realizzando la sua costellazione di momenti d’essere casalinghi. Che sono
by a certain sense of joyfulness: they seem forever in perfect harmony with the world. When drawing, Marina is in control
anche i nostri. Per questo tornerei all’inizio, cioè alla fine di questa sequenza di immagini, a quelle scarpe con il cinturino
of the situation in every way.
che cinge la caviglia. Ecco, le vedo camminare, varcano la soglia. Adesso chi le indossa è di spalle, in strada, indossa lo stes-
Yet these splinters of life—confined, walled-in, trapped behind tightly drawn curtains—also exude pain, the visible pres-
so vestito verde che prima aveva fatto a pezzi. Sembra Marina. Un po’. Il resto siamo noi.
ence of absence, emptiness intended as loss and not as a natural, peaceful and even indispensable counterpart to fullness.
That bed perfectly made, those raindrops slightly hindered, and a little injured, the marks that cover the kitchen space and
finally enclose it, the skeleton in the closet that becomes a mirror of the artist surrounded by ornamental elements; all are
stories of melancholy, of silent and intimate solitudes, of fear and anger. Case in point: when Marina depicts household
linen, the material she uses is fabric from her own house, one that she inhabited in a previous life. Here, between dazzling
lemon yellow stripes, her shadows move. They reside in a beautiful world: this we must acknowledge. Yet one feels that
they are forced to be there, vestals that repeat the same involuntary gestures, angels of the hearth whose opinion nobody
has bothered to ask. Shattered dreams, dashed hopes. And there you are, doing the ironing. Exiled from yourself.
But Marina Sagona is an artist of the Almodóvar school. Her women do not surrender, they are those protagonists of
Volver, they shower in their high-heels, and they reclaim life and drag it to safety. Indeed, there is the figurine showering
with her shoes on: she seems an icon of daring femininity. “Good ideas flow under the shower,” suggests Marina. In this
case, the illumination must really be a stroke of genius—like the one that here chose silk and cotton as materials with
which to depict household linen. Linen thereby interprets itself. In the end, and in spite of everything, one perceives the
scent of lightness, an irresistible insolence victoriously insisting upon its right to be however and whatever it wants. The
clouds looming over the kitchen are whisked away by life’s breeze.
And then there are the objects. Marina’s god of small things transforms them into amulets that exorcise suffering. “I recognized myself. There was something there that I liked and that gave me back my identity,” writes Valeria Parrella in “Lo
spazio bianco” (“The White Space”) about a movie billboard that her character glimpses in a moment of pain. Books, a
teapot, Mozart, photographs, masks, and so on, represent for Marina “self-portraiture via objects of daily use.” Identity—
that is, existence in this world—is composed of so many pieces of a puzzle that mysteriously fit together.
Viewing this exhibition and the book that accompanies it is a little like thumbing through a photograph album in which
we finally recognize a part of ourselves. How often have we felt that way, just like her, amid the chairs and tables that flow
together and ebb away from one another as if they were people? We can’t, at this point, avoid mentioning “Mobili nella
valle” (“The Furniture in the Valley”), pieces of furniture that de Chirico imagined in conversation together. We know that
it is possible that our frames of mind are mirrored in the corners of our homes, almost oozing from them. Such things do
happen. And so, here is Marina’s work resembling that of the Proustian author, “a kind of optical instrument that makes it
possible for the reader to discern what, without this book, he would perhaps never have seen in himself.” That’s exactly
what it felt like one summer afternoon as we sat planning this exhibition. Marta, Laura, Alessandra and I all around a table
examining Marina’s drawings and finding in them elements that belonged to us. The boundaries of this story, the confines
of this living room in which one can be transformed into animals as in the oldest myths (for if we turn to the East, we all
have the same destiny) are those where redemption comes in the end. In the room of her own that Virginia Woolf dreamed
of for her Judith one can first and foremost fantasize and collect one’s own thoughts, and show them in some way or another. Just as Marina has done by creating her constellation of domestic moments of being. They are ours, too. For this reason I return to the beginning; that is, to the end of this sequence of images, to those shoes with the little belt cinched tight
around the ankle. There, I see them walking, they step over the doorsill. Now, the woman wearing them has her back to
me, she’s in the street, wearing the same green dress that earlier she had cut into pieces. She looks a little like Marina. Just
a little. For the most part she resembles us.
Translated from the Italian by Michael Reynolds
AT HOME A CASA
1
PIANTA
SOGGIORNO
CAMERA
LAYOUT
LIVING ROOM
BEDROOM
Abbiamo aspettato per anni che il suo vicino di casa morisse
ma lui non sembrava intenzionato. Il suo appartamento, adiacente a quello di Marina e con lo stesso identico layout, ne è
il gemello specchiato. Così se lui fosse morto e l’avesse messo in vendita, si sarebbe aperto per noi un mondo di infinite possibilità. Io non abito insieme a lei ma in qualità di amica del cuore ho voce in capitolo.
I lavori in casa sono una delle cose più sgradevoli che mi siano capitate nella vita ma vado pazza per la fase iniziale in cui si
immagina come riconfigurare gli spazi. Passo notti intere sul sito immobiliare del New York Times a studiare i floor plans
degli appartamenti in vendita, correggendoli a matita. Marina mi ha confessato di avere la stessa perversione, cosa che mi
rassicura su di me ma mi preoccupa per lei.
Così, senza nulla togliere ai meriti dell’appartamento di Marina, la sua parte più bella è quella che non c’è. Ho usato fin qui
due parole in inglese perché la mia unica esperienza diretta in questo campo si è svolta a New York e la mia psiche non ammette variazioni linguistiche.
Tornando a noi, in questi ultimi cinque anni il vicino di casa
GIOVANNA CALVINO
ha dimostrato di essere più solido lui sulla sua sedia a rotelle che i pilastri su cui lei aveva fondato la propria esistenza . Venuti meno alcuni elementi decisivi, Marina ha per adesso archiviato il progetto espansionistico e abbracciato la casa che c’è.
Ha spostato mobili e rivestito muri, spalancando le sue porte al turbinio di una nuova vita. Ci sono stati cocktail e festini e
io ho assistito impotente all’invasione di un territorio sul quale credevo di avere dei diritti. Quello spazio familiare si è brutalmente riempito di alieni, venuti da chissà dove e frutto di nuove complicità nate dall’oggi al domani. Finché un giorno,
sconvolgendo me e l’armonia cromatica della casa, Marina è arrivata addirittura a sostituirmi con tre bionde, tutte e tre
nuove migliori amiche. Bionde effimere che con il tempo sono state ristrutturate, tanto che di tre ne rimangono due, di sfumature perfettamente a metà tra il senape dell’ingresso e l’arancio della cucina.
Ma io, che non perdono facilmente, nel frattempo ho coltivato di nascosto la mia vicina del piano di sotto. Questa nuova
alleanza promette opportunità che lasceranno mute di ammirazione Marina e le sue seguaci.
Potrei per esempio convincere la vicina a vendermi la sua casa, diventando io splendidamente duplex. O sposare suo fratello banchiere e aggiudicarmi l’intero palazzo. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, venderle il mio appartamento per un
prezzo superiore alla media del mercato e trasferirmi da Marina nella camera degli ospiti che non c’è.
We had been awaiting the death of Marina’s next-door neighbor for several years, but he seemed to have no intention of dying in the near future. His apartment, adjacent to hers, had
the same layout, was its identical twin. If he would only die and put his apartment up for sale, it would open a world of infinite possibilities for her, and for me. I did not live with Marina, but as her closest friend, I had a say in all matters.
Home renovation is one of the most unpleasant things I have ever experienced, but I adore the initial phase, where you get
to imagine how to remake a space. I spend entire nights on the New York Times real estate website, studying the floor
plans of apartments for sale and improving them in my mind. Marina has also admitted to this perversion, which reassures
me, but makes me worry about her. I have translated this text into English, but even in the Italian original I used the words
layout and floor plan. That’s because my only direct personal experience of home renovation took place in New York and
the trauma has branded these words on my psyche.
But back to us…
Not to take anything away from Marina’s beautiful apartment,
but the most beautiful part of it was the part that wasn’t there: the apartment still occupied by the neighbor who refused
to give up the ghost. In these last five years, the next-door neighbor has proven to be more resilient in his wheelchair than
the foundations of Marina’s adult life. As some of the crucial elements of that life have given way, she has—for now—put
aside her expansionist project and embraced the home that is actually hers. She has moved furniture around, covered the
walls anew; she has swung her doors wide open to the tourbillon of a new life. There were cocktail parties and soirees as
I witnessed impotently the invasion of my familiar territory. That intimate space filled suddenly with aliens landed out of
the blue, the product of new complicities born from one day to the next. Until one day, I was usurped and the chromatic
harmony of the apartment upset by three blondes, all Marina’s new best friends. Thankfully the trio of blondes proved
ephemeral and today only two of them remain, with colorings that blend perfectly with the mustard yellow of the foyer
and the orange of the kitchen counter.
But I am not one who easily forgives, and I have in the meantime secretly cultivated the trust of my downstairs neighbor.
This new alliance is ripe with opportunities that will leave Marina and her followers awestruck.
I could, for instance, convince my neighbor to sell me her apartment, which would make my place a jaw-dropping duplex.
Or I could marry her banker brother and purchase the whole building. Or, if all else fails, I could sell my apartment to her
for a handsome price, and move in with Marina, into the guest room she doesn’t have.
Translated from the Italian by Giovanna Calvino
AT HOME A CASA
2
CUCINA
BAGNO
ARMADIO
KITCHEN
BATHROOM
CLOSET
Come ho fatto a ridurmi così.
Meglio scacciare subito questi pensieri. Meglio guardare avanti. Il passato è storia: questo è il paese delle opportunità, mica dei rimpianti.
Sono stato un re e posso tornare a esserlo. Devo solo superare questo momento, perché si tratta soltanto di un momento.
Bridget mi ha lasciato urlando che non c’è un secondo atto nelle vite americane. Mi ha urlato dietro anche chi è che l’aveva detta, questa massima immortale. Voleva farmi sentire che lei era colta e io pensavo solo ai soldi, o forse voleva sigillare con l’autorità di una persona famosa il mio fallimento sentimentale. Ma oggi quella frase mi fa pensare solo a quanto
mi è successo. Altro che sentimenti: quelli vanno e vengono. L’importante è quello che si costruisce. E io so quello che avevo costruito e che oggi non ho più. Ho gestito fondi che avrebbero sostenuto l’economia di interi paesi africani. Ho avuto
una casa di due piani al 770 di Park Avenue, quadri trattati dai dealer più prestigiosi, una villa a Millbrook ed una a Cap
Ferrat. Un elicottero e una barca a vela sempre pronta a Palmer Point. Non so se ho voluto troppo, se ho perso il mio fiuto
o semplicemente la fortuna, che poi nella vita è l’unica cosa che conta. Devo solo al mio avvocato se oggi non sono in carcere. Con lui non sono stato molto riconoscente: devo ancora pagarlo, e chissà se mai riuscirò a farlo.
In questi ultimi mesi ho dormito a Central Park, ma da qualche giorno mi sono affezionato alla panchina di Sutton Place
che affaccia sul ponte di Queensborough. Una volta Bridget mi ha sfidato a indovinare quale film c’era stato girato. Ho risposto “La febbre del sabato sera” e lei si è limitata a sorridere. Se mi vedesse in questo stato oggi non sorriderebbe, e io
sorrido ancora meno quando penso che oggi quella panchina è diventata la mia casa.
ANTONIO MONDA
Non mangio da due giorni, non mi lavo da almeno quattro, e più cerco di cacciare via il passato e più ritorna.
Ho percorso la Grand Street inseguendo la vista del ponte. Ho voluto vedere qual è il punto in cui l’isola viene aggredita
dal quartiere che crede ancora di essere una città. Le fondamenta sono gloriose, potenti… bastano quelle per farmi sentire quello che sono stato.
Un compagno di dormite a Sutton Place mi ha detto che nei palazzi vicino al fiume è facile entrare. È un africano gigantesco, e non ho mai saputo il suo nome. Lui non ha mai visto la luce: è passato dalla miseria del suo paese a quella di questa
terra. Mi ha spiegato che non c’è portiere, e per superare la porta interna basta suonare il citofono fingendo di fare delle
consegne. Poi, per entrare negli appartamenti basta usare una metrocard o un carta di credito. L’ultima volta che ho preso
la metro è stato quando studiavo a Columbia, ma le carte di credito le ho tenute tutte, anche se ora non hanno alcun credito. Un giorno le sbatterò in faccia a tutti quelli che oggi sono in riunione e non prendono le mie telefonate, quelli che
non mi riconoscono, e quelli che si voltano dall’altra parte pensando inorriditi “ma quello è veramente Tim? Come ha fatto a ridursi così… ha trentatré anni e ne dimostra cinquanta…”
Il negrone aveva ragione, è un gioco da ragazzi entrare in questi palazzi. Ora si tratta solo di aspettare la notte per entrare in un appartamento. Un tempo l’idea di attendere non l’avrei neanche concepita, roba da perdenti, ma di questi tempi
è l’unica cosa che faccio. E la notte mi sembra eterna. Bridget mi diceva sempre che è tenera, citando non so chi. Forse era
il suo modo per dirmi che mi voleva bene. Forse era quello di ribadire la mia ignoranza. Chissenefrega, ormai.
Ho scelto un appartamento all’ottavo piano solo perché l’otto è il mio numero preferito. E il B perché in fondo a Bridget ci
penso ancora. Il negrone aveva ragione anche con la storia delle carte di credito. Sono entrato senza problemi e poi, dopo
How did I end up like this?
aver richiuso la porta, sono rimasto paralizzato.
I’d better stop thinking that way right now and start looking ahead. The past is history. This is the land of opportunity, not
Come ho fatto a ridurmi così.
of regrets. I was a king and I can be king again. I just have to get through this phase, because that’s what it is: a phase.
E cosa faccio se qualcuno si sveglia. Finora neanche un rumore, ma devo avere un odore terribile.
Bridget left me. She left screaming that there were no second acts in American life. She even turned back to scream the
Devo trovare subito soldi o qualcosa da portar via. O almeno da mangiare. Devo dare un senso alla follia che mi ha porta-
name of whoever it was that uttered this immortal maxim, wanting to make me feel that she knew things, I guess, whereas
to in questa casa. Ma la verità è che non sono mai stato così stanco. Di me stesso.
I thought of nothing but money. Or maybe she wanted to slap a seal bearing the authority of somebody famous on my ro-
Una volta ho detto a Bridget che per secoli la cucina è stato il regno delle donne. Lei l’ha presa male, ma io non volevo di-
mantic failure. Nowadays, whenever I remember those words I just think of all I’ve been through. I don’t mean in matters
re nulla di brutto. Anzi.
of the heart: feelings come and go. I mean what you’re able to build; that’s the only thing worth a damn. And I know what
Chi vive qui deve pensarla come lei. La sua vita sembra altrove. La cucina è troppo ordinata per essere realmente amata, e
I built, and what I no longer have. I managed funds that could have shored up the economies of entire African nations. I
la finestra invita a vedere fuori, il treno che passa sul ponte.
owned a two-storey apartment at 770 Park Avenue, paintings bought from the most prestigious dealers, a villa in Millbrook,
Ma cosa ne so, magari su questo tavolo prepara piatti prelibati o mangia felice con la persona che ama. Magari crede an-
another in Cap Ferrat, a helicopter, and a yacht moored and ready at Palmer Point… Maybe I asked for too much, I don’t
cora nei sentimenti, e di me avrebbe solo pietà. Magari mi farebbe mangiare.
know. Maybe I lost my knack or merely my luck, which is all that counts in life. My lawyer is the only reason I’m not in jail
Non mi ero ancora reso conto di quanto mi mancasse una casa. Ogni singola stanza. Persino il bagno. Perché a me i bagni
today. I didn’t thank him enough, really. In fact, I still haven’t paid him. Who knows if I ever will.
hanno sempre messo allegria: in fondo è lì che riveliamo senza finzioni quello che siamo nella realtà.
I slept in Central Park for months. Then, a few days ago, I moved to a nice bench in Sutton Place with a view of Queensbor-
Vorrei potermi lavare, e rimanere sdraiato per ore nella vasca. A guardare le curve troppo strette dei tubi, il richiamo all’or-
ough Bridge. Bridget once asked me to guess the movie they’d filmed there. Saturday Night Fever, I replied, and she just
dine e alla pulizia del lavandino, l’indifferenza delle mattonelle. Finora non avevo mai amato una casa, ma solo quello che
smiled. If she saw me now she wouldn’t smile. I sure don’t when I think that that bench is now my home. I haven’t eaten in
poteva rappresentare e mostrare. Io nel mio bagno mettevo teli e profumi, chi abita qui delle foto in bianco e nero. Reg-
two whole days, I haven’t washed in at least four, and the more I try to forget the past the more it comes flooding back.
giseni e cristalli.
I walked down Grand Street, with the bridge in front of me. I wanted to see the exact point where the island gets mugged
Deve trattarsi di una donna.
by the sprawling neighborhood that still insists on thinking it’s a city. The piers are magnificent, powerful… Just looking at
Sì, è proprio una donna, e dorme abbracciata a una bambina. Devono essere madre e figlia. Si somigliano, e prima di ad-
them I remember what I once was.
dormentarsi devono essersi dette qualcosa di divertente, perché sembra che stiano ancora sorridendo.
I met this guy, a fellow lodger in Sutton Place, who told me that getting into the buildings down by the river was easy. He’s
La mamma deve essere fissata con le scarpe, perché nell’armadio a muro ce ne sono molte. Sono coloratissime e con i tac-
this big African guy and I still haven’t asked him his name. All he’s ever known is darkness: straight from misery in his na-
chi alti. Bridget era tutto il contrario: si vestiva che sembrava un’Amish, e poi era molto alta.
tive country to misery here. He explained that there was no doorman, and to get through the front door all you had to do
Nella mia vita da re i miei investimenti hanno sottratto denaro a molte persone, ma chi li ha mai conosciuti. Oggi invece
was ring the doorbell and pretend you’ve got something to deliver. Then, to get into the apartments you need a Metro-
questa donna la vedo. Vedo dove mangia, dove si lava, dove e come si veste.
Card or a credit card, that’s it. The last time I took the subway I was a student at Columbia, but I’ve still got my credit cards,
L’armadio è pieno di abiti ancora più colorati delle scarpe, e in un angolo ci sono due camicie da uomo. Devono essere di
even if they’re no-credit cards by now. I’m going to throw them in the faces of those people who are always in meetings
una persona che viene ogni tanto. Chissà se lei lo aspetta con trepidazione o non vede l’ora che vada via. Chissà se hanno
these days, who never take my call; those people who don’t recognize me, who turn away, horrified, and think, “Is that re-
mai visto i treni insieme. Chissà se la bambina è sua.
ally Tim? How did he end up like that… He’s thirty-three but he looks fifty…”
Se avessi anch’io una figlia, oggi sarebbe diverso. Forse non mi farei mai vedere da lei in questo stato. O forse no, mi farei
The big black guy was right, it’s child’s play getting into these buildings. Now I only have to wait for nightfall to break in-
vedere perché anche questa è vita. Chissà come reagirebbe. E chissà come reagirebbero queste due donne sorridenti nel
to an apartment. There was a time when the idea of waiting was unthinkable—losers wait! These days it’s all I do. And the
vedermi piangere appoggiato all’armadio pieno di scarpe e di abiti colorati, con l’unico desiderio di morire. O dormire.
night feels like it lasts forever. Bridget used to say it was tender, quoting I don’t know who. Perhaps it was her way of telling
O forse soltanto sognare di poter vivere ancora.
me how much I meant to her. Perhaps it was a way of underlining my ignorance. Who fucking cares, anyway?
I chose an apartment on the eighth floor, just because eight is my favorite number. And “B” because deep down I still think
of Bridget. The black guy was right about the thing with the credit card as well. There was nothing to it. I slipped in, closed
the door behind me, and stood there, paralyzed.
How did I end up like this?
And what do I do if somebody wakes up? There’s nothing stirring, but Jesus I must smell awful.
I have to find some money now. Or at least something to eat. It’s insane being here, inside this house, and I have to give
the insanity some meaning. But I’ve never felt so goddamned tired. Tired of myself.
I once told Bridget that, for centuries, the kitchen had been the realm of women.
She took it the wrong way: I didn’t mean anything negative. On the contrary.
Whoever lives here must think of kitchens in the same way Bridget does. It’s too tidy to be really loved, and the window invites your gaze outside, to the train crossing the bridge.
But what do I know, maybe mouthwatering dishes are set on this table, maybe the occupant eats happily in the company
of loved ones. Maybe the person who lives here still believes in feelings, and would have nothing but pity for me. Maybe
he or she would make me something to eat.
I hadn’t realized how much I missed having a home, how I miss every single room, even the bathroom. Because bathrooms
have always put me in a good mood: it’s there that we reveal what we really are, without any disguises.
I’d like to be able to take a bath, to sit in the tub for hours and stare at the tight turns in the pipes, the call to order sounded
by the sink, the indifference of the tiles. I have never really loved a house, but only what it represents. I used to put linen
towels and perfumes in my bathroom; whoever lives here fills theirs with black & white photographs, bras and crystal curios. The occupant must be a woman.
Yes, it’s a woman, and she’s sleeping arm in arm with a small girl. Mother and daughter. Yes, they look alike, and before
they fell asleep they must have been giggling at something funny that one of them said, because it looks as if they’re still
smiling.
The mother must be obsessed with shoes—the walk-in closet is full of them. They’re all so colorful, with high heels. Bridget was the complete opposite: the way she dressed she looked like an Amish, tall as she was.
In that other life, when I was king, my investments deprived many people of money but who ever met these people in person! Now I can see this woman. I see where she eats, where she washes, where and how she dresses.
The closet is full of clothes that are even more colorful than her shoes. There are two men’s shirts hanging in the corner.
They must belong to someone who comes over now and again. Who knows whether she waits for him with butterflies in
her stomach or can’t wait until he leaves. Who knows if they have ever watched the trains together from the window. Who
knows if the child is his.
If I had a child today things would be different. Perhaps I wouldn’t let a child of mine see me in this state. Or no, perhaps
I would, because this too is life. How would a child react to seeing me like this? And who knows how these two smiling
women—the mother and her daughter—would react if they woke and saw me in tears leaning against a closet full of colorful shoes and dresses, with just one wish: to die. Or to sleep.
Or maybe just to dream of living once again.
Translated from the Italian by Michael Reynolds
AT HOME A CASA
3
MOBILI
QUADRI
OGGETTI
FURNITURE
PAINTINGS
THINGS
Mi piace trascorrere il tempo in case prese in prestito. È per via
del disagio che infliggono, visto che i miei movimenti non sono ancora calibrati rispetto allo spazio. Inciampo sulle soglie
quando giro l'angolo troppo bruscamente; avverto dei doloretti quando mi chino o mi allungo per raggiungere un piano
di lavoro troppo basso o troppo alto, costruito appositamente per un abitante di straordinaria altezza; pareti rimaste intatte dal periodo in cui era di moda la carta da parati di iuta che reprime ogni desiderio di sognare a occhi aperti durante
la siesta pomeridiana.
Forse è un effetto equivalente all'austerità dell'arredamento
nella cella di una suora adibita alla mortificazione della carne. Nella casa di un estraneo, in cui sono presenti gli arredi di
un estraneo, le ferite fisiche ed estetiche avvicinano all'Ignoto. Sono più vigile nella casa di un estraneo, non solo per via
del jet-lag o del suono dei pavoni del vicino che urlano, ma anche perché, lontano da casa, non è possibile attraversare come un sonnambulo il percorso domestico a ostacoli disposto con cura in base ai miei gusti.
SHARIFA RHODES-PITTS
A casa mia, gli oggetti non inducono a un esaltato stato di grazia. Probabilmente vengono scelti per lo scopo opposto. Tutto ciò che è familiare dentro casa contiene e giustifica i miei impulsi e difetti. Questa sedia e questo tavolo, su cui compio il mio rito sacerdotale del tè mattutino, con gli oggetti sistemati
nel modo predestinato fin dal giorno della Creazione; quel divano, che fu testimone di numerosi e incauti appuntamenti
senza porre la minima obiezione.
Gli agi della propria dimora: il mio tappeto di pelle d'agnello,
sempre disponibile come un cane fedele, la mia sedia a dondolo, rassicurante come il mio ultimo innamorato ma con una
costanza di gran lunga superiore. Le qualità umane o animali che attribuiamo ai nostri oggetti sono di solito positive. Non
scegliamo di circondarci di lampade che potrebbero tradirci o di tavolinetti che cresceranno per poi abbandonarci. In tal
modo, nelle nostre case creiamo un universo molto dissimile dalle vite che effettivamente conduciamo, tutto ciò che nell'esistenza è instabile e inconciliabile si svolge su uno sfondo rigido e prevedibile.
Alla luce di queste osservazioni, potreste pensare che ho
I like to spend time in borrowed houses. It is because of the
escogitato un modo completamente nuovo di vivere con le mie cose: un susseguirsi rapido e anaffettivo di accumuli e ab-
discomforts they inflict, my movements are not yet calibrated to the space. I crash into thresholds when making too sharp
bandoni. È vero il contrario. Se dovessi improvvisamente trasferirmi domani, la maggior parte del mobilio verrebbe trasci-
a turn round a corner; slight aches arise from reaching up or down toward a countertop too high or too low, customized
nato con me da una parte all'altra della città o da un continente all'altro. Desidero che miei cospiratori siano sempre al mio
to an occupant of extreme height; walls unchanged since the fashion for burlap wallpaper repel mid-afternoon reverie.
fianco. Questa incapacità di disfarmi dei miei tesori degenera in una smania missionaria che mi spinge a soccorrere gli sfrattati. Dai negozi di antiquariato di campagna salvo mobili per una casa che ancora non ho, per una vita che non ho ancora
Perhaps it is an equivalent effect to the austerity of a nun’s
vissuto (quella vita che richiede un ampio divano Duncan Phyfe troppo grande per il mio appartamento di New York; è in
cell: interior arrangements as precursor to mortification of the flesh. In a stranger’s house, with a stranger’s belongings,
deposito). Dalle passeggiate serali, porto a casa oggetti che altre persone hanno gettato tra i rifiuti. Ricevono una rapida
physical and aesthetic injuries bring one closer to the Unseen. I am more awake in a stranger’s house, not only because of
passata di disinfettante, che uccide il 99,9% dei batteri ma non ha alcun potere certo contro una certa difficile aura.
jet-lag, or the sound of the neighbor’s screaming peacocks, but also because, far from home, it is not possible to sleepwalk
through the carefully arranged domestic obstacle course of my own design.
Non riesco a smettere di leggere riviste di arredamento di interni, che offrono sempre nuove promesse: "Il nuovo look bohémien" o "Stile cottage da spiaggia". Leggo di un uomo che è
In my own house, the objects do not lead to an exalted state
proprietario di dodici case in giro per il mondo e fa in modo che, in anticipo sui suoi spostamenti da una casa all'altra, il suo
of grace. Perhaps they are chosen for the opposite purpose. All that is familiar at home contains and condones my impulses
personale spedisca copie identiche di certi mobili. Leggo di una donna anziana, dotata di un gusto impeccabile, che è riuscita
and shortcomings. This chair and this table, where I carry out a sacerdotal rite of morning tea, with objects set in places
a far sì che i suoi mobili si intonassero alla moda del tempo, dagli anni in cui era una giovane ingenua appena arrivata in cit-
determined since Creation; that sofa, which quietly witnessed but did not object to a number of ill-advised trysts.
tà fino ai giorni nostri, ora che è diventata una matriarca del bridge. E poi i mobili di cartone, un'idea futuristica per i poco
pretenziosi ma ecologisti. E infine una ricetta per la felicità: dopo delusioni d'amore, comprate sempre lenzuola nuove.
The comforts of home: my lambskin rug that is as good as a
loyal pet, my rocking chair as comforting, and yet more constant than the last lover. The human or animal qualities we attribute to our objects are typically positive. We do not choose to be surrounded by lamps that might betray us or end-tables that will grow up and move away. In this way, in our homes we create a universe that is very unlike our actual lives, all
that is unsteady and unreconciled about existence takes place against a backdrop that is rigid and predictable.
You might think, in light of these observations, that I have
devised a new way to live with my things—a rapid and unsentimental pattern of accumulation and abandonment. The opposite is true. If I were to suddenly move tomorrow, most pieces would be dragged across town or across the continent. I
keep my conspirators close. This inability to be rid of my treasures spills over into a missionary’s fever to aid the dispossessed. From rural antique shops I rescue pieces of furniture for a house I do not yet have, for a life I have not yet lived (that
life which requires a vast Duncan Phyfe sofa too big for my New York apartment; it is in storage). On an evening walk, I
bring home items that other people have discarded as trash. They receive a cursory wipe with disinfectant, known to kill
Traduzione dall’inglese di Elena Fantasia
99.9% of bacteria but with no confirmed power against a difficult aura.
I cannot give up the habit of reading home décor magazines,
always offering new promises: “The New Bohemian Look” or “Beach Cottage Style.” I read about a man who owns twelve
homes around the world and instructs his staff to dispatch identical copies of certain pieces in advance of any move from
one house to another. I read about an elderly woman, possessed of impeccable taste, who has managed to make her furnishings match current fashion all the way from her ancient past as an ingénue in the city to her present days as a bridgeplaying matriarch. Also, cardboard furniture, a futuristic idea for the noncommittal but eco-conscious. And, prescriptions
for happiness: after heartbreak, always buy new sheets.
AT HOME A CASA
4
BIANCHERIA
VESTITI
SCARPE
LINENS
CLOTHES
SHOES
“A cosa stai pensando? A cosa pensi? A cosa?
Non lo so mai a cosa stai pensando. Pensa.”
Sono imprigionata in una gabbia di colore, un'ombra sottile che porta un minuscolo vassoio. Ho amato molti uomini, ma nessuno granché.
Ho recitato molte parti, ma nessuna granché bene. Sono un'ombra che porta un vassoio, la flebile ombra di un angelo dagli occhi scoloriti, un'ombra aggrovigliata in colori evanescenti. Sono grigia arancione color talpa blu verde marrone gialla nera. E a volte sogno di...
“Che cos'è quel rumore?”
Il vento sotto la porta. “E ora, quel rumore?
Che sta facendo il vento?”
Ora ho freddo. Una corrente d'aria fredda sibila sotto la porta a vetri. Ho acceso una luce intensa e sono entrata in una cabina. Le mura
al di fuori della mia gabbia di vetro sono colore arancione cinese, proprio come arancione cinese sono i miei asciugamani, i miei guanti e
i tappetini. Non avevo proprio voglia di scegliere qualcos'altro, abbinamento di colori, tonalità cangianti. Al negozio, non sono riuscita a
cercare nient'altro. Sentivo freddo dentro, freddo come adesso, solo più freddo. "Desidera qualcos'altro?" mi ha chiesto una ragazza, voce melliflua, occhi annacquati. "Basta così. Tutto il resto, lo stesso". Sono prigioniera nel sogno di un arcangelo. Un demone domestico
intrappolato dentro un sogno impostore. Tutta sexy, su tacchi a spillo. L'acqua scorre sui miei seni tesi. Scorre sulle mie membra serrate. I
miei capelli sono lunghi, sapete, le mie gambe seducenti. Ma la cabina è stretta, il colore è vincolante e l'arcangelo sta fissando. Sono con-
LILA AZAM ZANGANEH
finata e non esco, no no non esco. Altrimenti i miei capelli, la mia testa, i miei seni e le mie membra finiranno, in quel sogno domestico.
Niente ancora niente.
“E niente non sai? Non vedi niente? Non ricordi
niente?”
Sono un cane con la testa di donna. Un cane intelligente, ma pur sempre un cane. Lasciato libero, esco in giardino, sotto gli alberi di limoni. Gli alberi di limoni con limoni gialli, drupe di limone e foglie di limone. Ora mi muovo a lunghe falcate sotto gli alberi, ora sbatto contro un muro su cui sono dipinti alberi di limoni. Oppure rotolo in una coperta beige, con disegni di limoni stampati. O corro in
tondo nel giardino, sotto gli alberi di limoni. I vicini in cucina guardano fuori e aggrottano le sopracciglia, confusi. Mi scateno, mi lamento e abbaio. Ricordo, niente. Forse solo Benji, ricordo, Benji, che è uscito stamattina per andare a scuola. Non ha voluto parlarmi. Io
non ho parlato con nessuno. Quindi, lasciata libera, sono uscita in giardino, sotto gli alberi di limoni.
“Stasera sto male di nervi. Sì, male. Resta con me.
Parlami. Perché non parli mai? Parla.
Il cane con la testa di donna me lo sono inventato. Sono ancora qui, davanti a una montagna di biancheria. A stirare interminabili pile
di biancheria. Serie di chicchi rossi si intersecano in griglie rettangolari. Mentre appoggio la mano sinistra sulla fronte, chicchi rossi
aspettano in fila e si moltiplicano come pani biblici davanti ai miei occhi. Mano sinistra sulla fronte, giro in tondo e ancora in tondo, sti-
“What are you thinking of? What thinking? What?
rando con la mano destra quella pila di biancheria che cresce all'infinito. E scivolo via, su piste rosse di perle senza vita.
“I never know what you are thinking. Think.”
Quelle sono le perle che erano i suoi occhi.
I am caught in a cage of color, a slender shadow bearing a tiny tray. For a thousand days a slave girl destined to be king. I have loved
“Sei vivo o morto? Non hai niente in testa?”
many men, but none too much. Played many parts, but none too well. I am a shadow bearing a tray, the fey shadow of an angel with
fading eyes, a shadow snared in fading colors. I am gray orange taupe blue green brown yellow black. And sometimes, I dream of…
Rapidamente trovo un sentiero nella foresta. Piante tropicali, alberi lussureggianti, magnolie rosa. Un vento delicato fa ondeggiare fiori giganteschi e foglie rugiadose. Qui ci sono già stata. Un sentiero in cui cupole di ghirlande proiettano ombre scure nel sottobosco pal-
“What is that noise?”
pitante. Dove la luce del giorno è solo un velo traslucido sopra il tetto della foresta. Dove il sussurro frusciante e cadenzato dei rami
The wind under the door.
evoca luoghi ancora sconosciuti. Ogni volta sogno di penetrare, oltrepassare, spalancare il drappo magico. Sono venuta qui per incon-
“What is that noise now? What is the wind doing?”
trare mio figlio in una profondità maculata. Silenziosamente sorrido in trepida attesa. Ma d'improvviso la foresta sembra sconfinata e
spoglia e tutto quel che resta, quando apro gli occhi, è una stampa a fiori su un vestito fuori moda.
I am cold now. A cold draft hisses beneath the glass door. I’ve switched a bright light and stepped into a booth. The walls outside my
glass cage are Chinese orange, just as my towels and wash gloves and rugs are Chinese orange. I could not bother to choose anything
“Che cosa farò adesso? Che cosa devo fare?”
else, matching colors, shifting shades. At the store, I could not search for anything else. I felt cold inside, about as cold as now, only colder.
“Uscirò come sono e me ne andrò per le strade
“Anything else?” asked the girl, voice mellifluous, eyes afloat. “That will be all. Everything else, the same.” I am a captive in an archangel’s
con i capelli sciolti, così. Cosa faremo domani?
dream. A domestic demon trapped in a sham dream. Sexed up, on high-heels. Water gliding over taut breasts. Gliding through tight
Cosa faremo mai?”
limbs. My hair is long, you know, my legs alluring. But the booth is narrow, and the color binding, and the archangel’s staring. I am
bound and I shan’t go out, no no I shan’t go out. Or else my hair and head and breasts and limbs shall be done with, in that domestic
Mi immagino in 44 modelli diversi. 44 possibilità (e contando) 44 costruzioni mentali che si uniscono o si dividono a piacimento. I miei
dream.
sogni su misura. I miei frammenti color verde mela, fragili e fugaci. Come tanti baccelli verde pisello per una signora in attesa, che un
tempo danzava in una luna verde mare.
Nothing again nothing.
“Do
SBRIGATEVI PER FAVORE CHE È ORA
“You know nothing? Do you see nothing? Do you remember
SBRIGATEVI PER FAVORE CHE È ORA
“Nothing?”
"È ora di svegliarsi, signora!" Posso andare liberamente? O sto vagando prigioniera nel sogno a occhi aperti di qualcun altro? Mi sono
I am a dog with a woman’s head. A clever dog but, still, a dog. Let loose, I run out into the garden, under lemon trees. Lemon trees with
addormentata sulla sedia di un uomo. Gambe sollevate, le suole delle scarpe con il lato migliore esposto al sole. Con il cuore sotto i pie-
yellow lemons and lemon drupes and lemon leaves. Now I lope under the trees, now I crash into a wall painted with lemon trees. Or
di. Cosa farò domani? Cosa farò mai?
else I wallow in a beige blanket, patterned in lemon prints. Or else I run in circles in the garden, under lemon trees. The neighbors in
their kitchen look out and frown, befuddled. I binge and bitch and bark. I remember, nothing. Perhaps only Benji, I remember, Benji,
L'acqua calda alle dieci e se piove
who left for school this morning. He would not talk to me. I talked to no one. So let loose, I ran out into the garden, under lemon trees.
un'automobile chiusa alle sedici.
E ci faremo una partita a scacchi
“My nerves are bad to-night. Yes, bad. Stay with me.
premendoci gli occhi senza palpebre
“Speak to me. Why do you never speak? Speak.”
in attesa che bussino alla porta.
Traduzione dall’inglese di Elena Fantasia
NdT: la traduzione delle citazioni proviene da "La terra desolata" di Thomas S. Eliot, Feltrinelli, 1995, traduzione dall'inglese di Angelo Tonelli.
I made up the dog with a woman’s head. I am still here, facing a pile of linen. Pressing never-ending lengths of linen. Strings of red beans
crisscrossing in rectangular grids. As I lay my left hand on my forehead, red beans wait in line and multiply like Biblical breads before
my eyes. Left hand on my forehead, round and round and round I go, pressing with my right hand that ever-growing length of linen.
And on I glide, over red lanes of lifeless pearls.
Those are pearls that were his eyes.
“Are you alive, or not? Is there nothing in your head?”
Swiftly a forest path I find. Tropical plants, luxuriant trees, pink magnolia. A gentle wind sways giant flowers and lubricated leaves. I
have been here already. A path where crown canopies cast dark shadows through heaving undergrowth. Where daylight is only a translucent scrim over the forest roof. Where the sigh-and-sough of lilting branches beckons toward places as yet unknown. Each time I dream
of stepping through, of brushing past, of parting open the magic drapery. I have come here to meet my son in some dappled depth.
Silently I smile in anxious expectation. But of a sudden, the forest seems boundless and bare, and all that remains, when I open my eyes,
is a pattern of flowers on an old-fashioned dress.
“What shall I do now? What shall I do?”
“I shall rush out as I am, and walk the street
“With my hair down, so. What shall we do to-morrow?
“What shall we ever do?”
I fancy myself in 44 different pieces of fabric. 44 possibilities (and counting.) 44 figments coming together or parting at will. My tailored
dreams. My apple-green fragments, fleeting and frail. As many pea-green pods for a lady in waiting, dancing once in a sea-green moon.
HURRY UP PLEASE IT’S TIME
HURRY UP PLEASE IT’S TIME
“Time to wake up, Madame!” May I walk free? Or am I a wandering captive in someone else’s daydream? I have fallen asleep in a man’s
chair. Legs up, shoe soles sunny side up. My heart under my feet. What shall I do tomorrow? What shall I ever do?
The hot water at ten.
And if it rains, a closed car at four.
And we shall play a game of chess,
Pressing lidless eyes and waiting for a knock upon the door.
Marina Sagona è nata a Roma
e vive a New York con la figlia Anna.
I suoi disegni sono apparsi
sul New York Times e il New Yorker.
Nel 2006 ha scritto
e illustrato il libro per bambini
“No. Anna e il cibo”;
nel 2007 ha rappresentato l’Italia
alla Biennale di illustrazione
di Bratislava.
Tra le sue mostre personali:
· 2008 Non La Libreria Parigi
· 2007 Punti fermi
Galleria Le Nuvole Palermo
· 2001 I live here
California College of Arts & Crafts,
San Francisco
· 2000 Call a date
Swatch Space, New York
· 1999 Marina Sagona
Teatro Valle, Rome
Marina Sagona was born in Rome
and now lives with her daughter
Anna in New York.
Her illustrations have appeared in The
New York Times and The New Yorker. In
2006, she wrote and illustrated a children’s
book entitled “NO: Anna and Food”.
In 2007, she was Italy’s representative
at the Bratislava Biennial of Illustration.
Her personal exhibitions include:
· 2008 Non La Libreria Paris
· 2007 Punti fermi
Galleria Le Nuvole, Palermo
· 2001 I live here
California College of Arts & Crafts,
San Francisco
· 2000 Call a date
Swatch Space, New York
· 1999 Marina Sagona
Teatro Valle, Rome
Tutte le opere sono
realizzate a gouache
su carta, escluso il gruppo
“Linens”, realizzato
a gouache su stoffa.
All works:
gouache on paper.
Except “Linens” group:
gouache on fabric.
Layout 1 | cm. 15,5 x 27,5
Layout 2 | cm. 31 x 55
Living 1, 2 | cm. 21,5 x 28
Bedroom 1, 2, 3, 4 | cm. 27,5 x 16,5
Kitchen 1, 2, 3, 4 | cm. 49 x 21,5
Bathroom 1 | cm. 12,5 x 14
Bathroom 2 | cm. 27 x 9
Bathroom 3 | cm. 14 x 11
Bathroom 4 | cm. 19 x 16,5
Bathroom 5 | cm. 19 x 21
Closet 1, 2 | cm. 20 x 20
Furniture 1 | cm. 21,5 x 13
Furniture 2 | cm. 15,5 x 15,5
Furniture 3 | cm. 14,5 x 20,5
Furniture 4 | cm. 19 x 13,5
Furniture 5 | cm. 24 x 8
Furniture 6 | cm. 14 x 17
Furniture 7 | cm. 14 x 20,5
Furniture 8 | cm. 16 x 21,5
Furniture 9 | cm. 28 x 17,5
Furniture 10 | cm. 32 x 38,5
Paintings 1, 2 | cm. 25 x 21,5
Things 1 | cm. 55,5 x 31
Things 2 | cm. 55,5 x 34,5
Linens 1 | cm. 40 x 28
Linens 2 | cm. 30,5 x 39
Linens 3 | cm. 41 x 41
Linens 4 | cm. 45 x 48
Clothes 1 | cm. 24 x 24
Clothes 2 | cm. 43 x 24
Shoes 1, 2 | cm. 20 x 20
Giovanna Calvino è nata a
Roma e vive negli Stati Uniti
da vent'anni. Ha
fatto un dottorato in
letteratura comparata
all'università della
Pennsylvania e insegna
letteratura italiana e
francese alla New York
University. Abita all'ultimo
piano di una casa
ottocentesca senza ascensore
vicino al Central Park.
Giovanna Calvino was born
in Rome and has been living
in the United States
for over twenty years. She
has a Ph.D. in comparative
literature from the
University of Pennsylvania
and she teaches Italian and
French literature at
New York University. She
lives on the top floor of a
19th Century townhouse
with no elevator, close to
Central Park.
Antonio Monda è un
meridionale che vive a New
York. Sposato con Jacquie,
giamaicana, è l'orgoglioso
padre di tre figli. Ha dato al
suo cane, Winston, il nome
del suo statista preferito.
Insegna al Dipartimento di
cinema della New York
University, e ha curato
esibizioni per il MoMA, il
Guggenheim e il Lincoln
Center. Ha diretto numerosi
documentari e il film
"Dicembre". Scrive per La
Repubblica. I suoi libri sono
"La Magnifica Illusione",
“The Hidden God",
"Tu Credi?" e il romanzo
"Assoluzione".
Antonio Monda is a southern
Italian who lives in New York.
He's married to a Jamaican,
Jacquie, and proud father of
three. His dog, Winston, is
named after his favorite
statesman. A professor in the
Film Department at New York
University, he has curated
exhibitions at the
Guggenheim, MoMA and
Lincoln Center. He has
directed several
documentaries and a feature
film, entitled "Dicembre". He
writes for La Repubblica and
his books are: "La Magnifica
Illusione," "The Hidden
God," "Do you Believe?" and
the novel "Assoluzione".
Sharifa Rhodes-Pitts è saggista
e giornalista. I suoi lavori
sono pubblicati su diverse
testate, tra cui The New York
Times e The Boston Globe. Ha
ricevuto riconoscimenti dalla
Independent Press Association,
dalla Rona Jaffe Foundation
e dalla Lannan Foundation.
Nel 2006-2007 ha partecipato
al programma Fulbright nel
Regno Unito ed ha appena
vinto la borsa di studio messa
a disposizione per il 2009 dal
Centre International des
Récollets di Parigi. È
attualmente impegnata nella
scrittura di una trilogia sugli
afroamericani e l'utopia;
il suo primo libro, “Harlem is
Nowhere”, sarà pubblicato
da Little, Brown.
Sharifa Rhodes-Pitts is an
essayist and journalist whose
work has appeared in The
New York Times, and The
Boston Globe, among others.
She has received awards
from the Independent Press
Association, the Rona Jaffe
Foundation and the Lannan
Foundation. In 2006-2007 she
was a Fulbright scholar in the
United Kingdom and she has
just been named a 2009
laureate of the Centre
International des Récollets in
Paris. Ms. Rhodes-Pitts is
writing a trilogy on AfricanAmericans and utopia; her
first book, “Harlem is
Nowhere,” will be published
by Little, Brown.
Lila Azam Zanganeh è nata,
piuttosto casualmente,
a Parigi da genitori iraniani.
Ha insegnato letteratura,
cinema e lingue romanze alla
Harvard University. Dal 2002,
collabora con Le Monde e i suoi
lavori sono stati pubblicati in
The New York Times, The Paris
Review e La Repubblica.
Nel 2006, ha curato una
raccolta di saggi narrativi
sull'Iran. Il suo primo libro,
“Light of My Life”, un'opera a
metà tra il romanzo e il saggio
sulla felicità secondo Vladimir
Nabokov, sarà pubblicato nel
2009. Le citazioni in
“Biancheria, vestiti, scarpe”
provengono da “La terra
desolata” di T.S. Eliot (1922).
Lila Azam Zanganeh was born,
quite by accident, in Paris to
Iranian parents. She has taught
literature, cinema and
Romance languages at Harvard
University. She is, since 2002,
a contributor to Le Monde and
has been published in The New
York Times, The Paris Review,
and La Repubblica. In 2006,
she edited a collection
of narrative essays on Iran.
Her first book, “Light of My
Life,” a combination of fiction
and essay about happiness
according to Vladimir Nabokov,
will be published in 2009.
The sentences quoted
in “Linens, clothes, shoes” are
all excerpts from T.S. Eliot's
“The Waste Land” (1922).
MARTE Galleria
vicolo del Farinone 32, 00193 Roma
tel 0039.06.97602788
www.m-artegalleria.com | [email protected]com
Traduzioni | Translations Elena Fantasia, Michael Reynolds
Grafica | Graphic design orecchio acerbo
Finito di stampare nel mese di dicembre 2008
da Futura Grafica ‘70, Roma | Printed in December 2008
by Futura Grafica ’70, Rome
© 2008 Marina Sagona
© 2008 Giovanna Calvino
© 2008 Antonio Monda
© 2008 Sharifa Rhodes-Pitts
© 2008 Lila Azam Zanganeh
Per la presente edizione | For this edition
© 2008 orecchio acerbo s.r.l.
viale Aurelio Saffi 54, 00152 Roma
www.orecchioacerbo.com