31 Agosto 2015 - Sessodipendenza

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31 Agosto 2015 - Sessodipendenza
SESSODIPENDENZA
di Don Salvatore Rinaldi
articolo pubblicato su “Primo Piano” di Lunedì 31 Agosto 2015
Se il termine “sessodipendenza” è entrato solo di recente nella letteratura psichica, il fenomeno è noto da
tempo sotto più nomi (ipersessualità, ninfomania, sessuomania, etc). Il criterio della sofferenza, del bisogno
imperioso, la «sete divorante», rivela la dipendenza più della frequenza in sé e per sé. Secondo Jaen Claude
Matysiak, specialista delle dipendenze, «si può parlare di sesso dipendenza quando la vita dell’individuo è
imperniata sul sesso a spese di tutto il resto». Ciò che la contraddistingue è soprattutto il carattere ossessivo
ed imperioso dell’attività sessuale. C’è vera dipendenza solo quando l’individuo si sente in preda ad un
bisogno incoercibile, da cui non riesce a liberarsi. Non si tratta quindi tanto di pulsioni eccessive, quanto del
fatto che esse diventano patologiche, perturbanti per la vita dell’individuo (ad esempio in quanto
interferiscono con le sue capacità di lavoro) e distruttive per le relazioni sociali. La diagnosi di
sessodipendenza rimane difficilmente separabile da criteri etici e di costume. La diagnosi di sesso
dipendenza sta assumendo un’importanza crescente sul piano non solo psichiatrico, ma anche giuridico e
mediatico. Abbiamo, per esempio, casi famosi come quello del campione di golf Tiger Woods che, una volta
rivelato dalla stampa l’enorme numero delle sue amanti, ha dichiarato pubblicamente di soffrire di sesso
dipendenza. A proposito della sessodipendenza si pone l’interrogativo classico di tante patologie mentali: si
tratta di malattia fondata su cause ormonali o neurobiologiche, oppure di una costruzione sociale, cioè di
un’etichetta arbitraria e mutevole imposta ad un ventaglio di comportamenti altrettanto mutevoli? Le due
alternative non necessariamente si escludono a vicenda. È chiaro che la sessualità è una pulsione
fondamentale per tutti gli esseri umani, ma c’è un’ampia variabilità individuale. Sotto il profilo psicologico,
il dongiovannismo indica più il bisogno di moltiplicare le conquiste per il gusto della seduzione fine a se
stessa, che la ricerca di gratificazione dell’impulso sessuale. Qui intervengono in maniera decisiva le norme
sociali. A seconda della morale corrente e delle rappresentazioni collettive, questi personaggi dalla sessualità
dirompente possono essere oggetto delle concettualizzazioni più varie: dal “grande amatore” al caso
psichiatrico bisognoso di una terapia di riabilitazione. Per comprendere cosa si intende nel dire che la
sessualità è dimensione strutturale della persona basti pensare al rapporto tra sesso e corpo. L’essere umano
è, dunque, un essere strutturalmente sessuato e tale sessualità non è univoca nella sua espressione, ma
bivalente, maschile o femminile: la sessualità ha allora la funzione di differenziare persone di pari dignità
che vivono la loro esperienza terrena secondo modalità diverse. «La sessualità non si esaurisce nelle
particolarità maschili o femminili del corpo umano, ma appare caratterizzante anche nello spirito; l’uomo
nella sua totalità e non solo nel suo corpo, ha un carattere sessuale». La sessualità, dunque, può essere
semplicemente definita come la capacità di vivere secondo il proprio sesso. L’essere uomo o donna è allora
più che un semplice dato biologico, un’apposizione secondaria alla propria esistenza ma un fatto originario
ed originale: originario, poiché l’esistenza personale non può non passare fin dalla sua origine, cioè dal
concepimento, attraverso l’esperienza della mascolinità e della femminilità; originale, in quanto l’essere
uomo o donna è un’esperienza ben diversa dall’essere maschio o femmina per un animale. L’uomo e la
donna, dunque, non solo hanno un sesso ma sono il loro sesso, poiché non potranno realizzarsi nel mondo se
non accettando quel modo di essere; la sessualità umana non è riconducibile ad una cosa o ad un oggetto, ma
è componente fondamentale della persona per cui reclama rispetto ed accettazione; ciascuno, uomo o donna,
deve accettarsi ed essere accettato con il sesso datogli dalla natura ed ogni forma di manipolazione è da
considerare contraria non solo alla legge biologica , ma anche all’ordine morale della persona. Il corpo, in
quanto corpo della
persona, ha anche altre dimensioni e funzioni, per cui anche se è vero che nessuno può rifiutarsi di essere
uomo o donna, non è altrettanto vero né possibile che il sesso esprima tutta la vita e che ogni persona sia
necessitata ad esprimere la totalità delle sue capacità sessuali. La sessualità è allora segno e luogo
dell’apertura, dell’incontro, del dialogo, della comunicazione e dell’unità delle persone tra loro: è questa la
funzione socializzante della sessualità, che diviene una spinta pulsionale ad uscire da se stessi per entrare in
comunicazione con gli altri. Attraverso la comunicazione ed il dialogo l’uomo e la donna percepiscono la
differenza sessuale e si sentono automaticamente attratti, spinti ed orientati verso l’altro sesso, di cui si
vorrebbero scoprire e comprendere anche i più arcani misteri: l’uomo e la donna sono simili e diversi nello
stesso tempo; non sono identici ma hanno uguale dignità che deriva in primo luogo dal loro essere persone e
che è necessaria affinché tra di loro ci sia una possibilità di incontro e di intesa. In quanto patrimonio della
persona la sessualità non può essere ridotta alla sola genitalità, cioè all’esercizio di atti genitali: pensare che
sia la sola genitalità ad avvicinare l’uomo e la donna «diventa un tentativo disperato di sfuggire all’ansia
suscitata dalla separazione ed il suo risultato è sempre un crescente
senso di isolamento, poiché l’atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due creature
umane, se non in modo assolutamente momentaneo». Quindi se la sessualità è anche, ma non solo, genitalità
gli atti sessuali non sono l’unico modo per esprimere il proprio essere uomo o donna e nessuno è necessitato
ad avere rapporti sessuali per sentirsi realizzato come persona. Essere donna, infatti, non equivale
necessariamente ad essere moglie o madre, così come essere uomo non vuol dire essere necessariamente
marito o padre: se così non fosse non si spiegherebbe la scelta della verginità fatta da un religioso/a o da un
sacerdote. L’aver scelto di vivere la propria sessualità senza attività genitale, in vista del potenziamento della
capacità di donazione su un piano di amore più impegnato verso gli uomini e verso Dio, non li rende
certamente né meno uomini né meno donne. «La relazione è tra uomo e donna (eterosessualità); la relazione
è tra un solo uomo ed una donna (unicità ed esclusività); la relazione coinvolge l’intera durata di vita dei due
partner (indissolubilità e fedeltà); la relazione tende alla mutua integrazione e perfezione dei due (coppia), la
relazione tende ad aprirsi ad una nuova persona, quella del figlio (fecondità); la relazione si fa conoscere alla
società (matrimonio)».

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