Claudio Santori CINQUE SECOLI DI MUSICA AD AREZZO

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Claudio Santori CINQUE SECOLI DI MUSICA AD AREZZO
Claudio Santori
CINQUE SECOLI DI MUSICA
AD AREZZO
Prefazione di
Piero Mioli
Recensione di
Ferdinando Abbri
Edizioni Helicon
La musica ad Arezzo
in epoca medicea
1. Un po’ di storia
La prima metà del XVI secolo fu caratterizzata in terra
aretina da numerose e gravissime calamità naturali, ad aggravare le quali contribuì la particolare congiuntura storica
perché gli Aretini, sottoposti fin dal 1304 ai fiorentini e ad
altre repubbliche, tentarono più volte di scuotere il giogo e
dovettero così vedere spesso i campi devastati dal passaggio di truppe di ogni nazionalità. Si rende necessario un sia
pur breve cenno alla storia aretina di quegli anni poiché alle
calamità naturali e alle guerre sono legate anche le vicende
artistiche e culturali ed anche le due cappelle musicali aretine, l’una in Cattedrale e l’altra nella Chiesa Concattedrale
di Santa maria della Pieve, ebbero a soffrire, com’è naturale,
gravi disagi.
Nel 1502 Arezzo fu istigata alla ribellione contro Firenze
da Vitellozzo Vitelli il quale aveva intravisto la possibilità di
vendicarsi della morte del fratello Paolo che era stato fatti
uccidere dai Fiorentini in seguito all’impresa contro Siena
del 1499, nel corso della quale egli era stato sospettato di
tradimento. Unitosi con alcuni fuorusciti fiorentini fra i quali Piero de’ medici, e con Pandolfo Petrucci, Giovan Paolo
Baglioni, il Duca Valentino e gli Orsini, ebbe ben presto ragione delle forze fiorentine e conquistò il territorio aretino
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quasi per intero. Si apprestava a prendere la città quando
il Valentino, forse per consiglio del re di Francia col quale
aveva stretto un accordo, lasciò repentinamente la lega che
rimase disorientata e si sfasciò quasi subito.
Gli Aretini, che già avevano intravisto una possibilità di
liberazione, dovettero tornare sotto il giogo anche se la loro
sconfitta non fu senza gloria, come afferma lo storico aretino
Giovanni Rondinelli:
poiché eb­
bero dai fiorentini la pace con
le migliori condizioni che avessero potuto
sperare, cioè come se la guerra stata non
fosse giammai tra di loro; che è una condizione la quale tutti i vinti si eleggerebbero1.
Il medesimo Rondinelli tuttavia, partigiano fiorentino, non
aveva mancato di notare nell’introduzione del suo resoconto
che “ ....le ribellioni son radice e pianta di future miserie...”,
ma a questa aurea sentenza non si attennero gli aretini
sempre pronti a cogliere il momento opportuno per liberarsi,
tanto più che le migliori condizioni garan­tite per la pace non
furono rispettate e un altro storico aretino, Arcangelo Visdomini, ci informa che
“...la città fu dichiarata ribelle; furono confiscati tutti i beni ai cittadini che avevano
intelligenza del trattato; e li ostaggi, che
furono in numero di trenta, sotto questo
colore furono mandati a Fiorenza dove soffrirono prigionie, tormenti e altre miserie2.
1 G. Rondinelli, Relazione sopra lo stato antico e moderno della città di Arezzo al Granduca Francesco I, Arezzo, 1755.
2 Racconto di Messer Arcangelo Visdomini dei fatti della città di Arezzo
dell’anno MDII, in aggiunta alla citata Relazione di G. Rondinelli al Granduca Francesco I, Arezzo 1755.
8
La musica ad Arezzo in epoca medicea
L’odio degli aretini covava e si arrivò così alla seconda ribellione che avvenne nel 1529 in seguito a circostanze piuttosto strane. Arezzo si trovò coinvolta in un gioco di forze
ben più grandi di lei: era l’epoca della lotta tra il re di Francia, Francesco I, e l’imperatore Carlo V; questi venne in Italia
a raggiungere l’esercito che già si trovava nella penisola da
due anni ed aveva anzi posto il campo il 22 aprile del 1527
proprio nelle vicinanze di Arezzo, devastando il contado ed
esigendo le vettovaglie dalla popolazione inerme.
I Fiorentini tentarono in un primo momento di munire la
città che tenevano sotto controllo, per cercare di opporsi
all’avanzata dell’imperatore, come apprendiamo dallo storico aretino Mario Fiori:
...et maxime Arezzo appare bastioni et
fossi et scale a le mura dove a quelle che
c’erano solite ne ferono fare infra ogni dua
torri una in quello mezzo con la grande
spesa di la nostra comunità d’Arezzo.3
Più tardi però, quando la situazione in Toscana precipitò, in
seguito alla presa di Cortona da parte di Malatesta Baglioni
e l’arrivo ad Arezzo del messo imperiale , il principe D’Oranges, che venne a chiedere le chiavi della città, fu ritenuto
opportuno dai governatori fiorentini rifugiarsi nella fortezza
che avevano appena finito di allestire, lasciando la città agli
aretini perché organizzassero la difesa. Furono costretti a
ciò anche a causa della scarsità di truppe, dovuta alla fuga
degli uomini che, per timore della guerra, avevano cercato
rifugio nel contado.
Di difesa fortunatamente non ci fu bisogno perché il principe D’Oranges, ricevute nelle mani le chiavi della città non
ritenne opportuno occuparla : una volta tanto rispettò le
3Mario Fiori, Ricordi di storia aretina, Tomo I, Biblioteca della città di Arezzo.
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condizioni che egli stesso aveva posto e cioè la resa “salvo
la vita, la robba et onore”; se ne andò così conducendo via
anche l’esercito. I fiorentini, asserragliati nella fortezza, si
pentirono di aver riconsegnato la città e cercarono di riprenderla a tutti i costi: fecero sortite notturne e cannoneggiarono dalla rocca la città. Punti sul vivo gli aretini colsero la
buona occasione e sperarono finalmente di poter riacquistare la libertà: respinsero gli assalti e strinsero d’assedio la
fortezza; finite le munizioni e le vettovaglie, i fiorentini furono ben presto ridotti allo stremo e mandarono ambasciatori
nella città bassa ad offrire ai Priori la fortezza dietro assicurazione di ottenere
quei capitoli e condizioni ragionevoli et
onorevoli che domandavano per salvamento delle persone loro e loro soldati, loro
roba et armi4.
I Priori d’Arezzo, dopo avere riunito una pubblica consultazione, decisero di accettare e così
la notte seguente furon fermati li capitoli
intra le parti e per sicurtà delle cose promesse dati gli ostaggi secondo la conventione ... fu consegnato il possesso della
fortezza in mano degli aretini con tutte le
artiglierie e munizioni secondo la conventione5.
4 Racconto d’Anonimo autore dei fatti della città di Arezzo dello anno 1529
e 1530, in aggiunta alla Relazione di G. Rondinelli al Granduca Francesco
I , cit. Arezzo, Michele Bellotti, 1755.
5lbidem
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La musica ad Arezzo in epoca medicea
Arezzo era dunque libera e come primo atto della riconquistata libertà abbatté la fortezza, simbolo dell’odiata tirannide fiorentina. Ma tale situazione non poteva durare a lungo:
troppo grossi interessi erano in gioco in Toscana. Arezzo fu
nuovamente una pedina travolta nel vortice di vicende più
grandi di lei. Carlo V non aveva infatti nessun interesse a
conservare libera la città e desiderava invece mantenere buoni rapporti con i Medici e con il Papa; dette quindi ordine che
la città ritornasse sotto il governo e reggimento di Clemente pontefice, ovvero
dell’illustrissima Casa de’ Medici6.
Si giunse così all’accordo o Capitolazione che ebbe luogo
fra i rappresentanti delle due città il 7 agosto 1531. Consta
di 40 articoli, di cui due sono fondamentali, ossia il 23° e il
25°: l’uno fissa una tassa che dovrà essere pagata dagli aretini come naturale conseguenze della capitolazione, assai
blanda in verità, ma destinata come vedremo a costituire il
precedente legittimo di tutta una serie di tasse e di balzelli
indegni che ridurranno gli aretini alla disperazione; l’altro
concede alla città una parvenza di autogoverno che resterà
naturalmente lettera morta (vedremo a suo tempo in qual
modo indegno il Duca Cosimo tratterà i Priori d’Arezzo). I
due articoli sono del seguente tenore:
Art. 23 : ...per recognizione di Superiorità per la città d’Arezzo si debba pagare
e dare alla eccelsa Repubblica Fiorentina
per tassa e censo ogni anno per l’avvenire
ducati duemilacinquecento d’oro...
6 Racconto d’Anonimo autore dei fatti della città di Arezzo dello anno 1529
e 1530 in aggiunta alla Relazione di G. Rondinelli al Granduca Francesco
I. Arezzo, Michele Bellotti 1755.
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Art. 25: ...che a detta città sia lecito far leggi e statuti e provvigioni da approvarsi per
gli signori fiorentini o altri per loro deputati7.
La città fu governata tramite un Podestà e un governatore
dell’armi, destinato l’uno ad esercitare le sue funzioni in tempo di pace, l’altro ad occuparsi di tutto ciò che concerne la
cura delle armi e dell’istruzione militare. I fiorentini si dettero
subito a ricostruire proprio quella fortezza che gli aretini avevano abbattuto nell’euforia di una effimera vittoria. Vedremo
meglio tuttavia fra poco come anche in questa circostanza il
Duca Cosimo ebbe modo di manifestare il suo animo rapace e tirannico. Altro che “felicissimo principio di dominio”,
come si legge in un libriccino adespoto dal titolo Compendio
delle sette età d’Arezzo, nel quale si fa cominciare dal 1531,
anno della Capitolazione, la settima età nella quale
Iddio consolò e medicò la città così afflitta
e quello restaurò un felicissimo principio di
dominio, e regno d’un principe della nobilissima e serenissima Famiglia de’ Medici8.
Ma come i Medici … medicassero Arezzo lo vedremo a suo
tempo: conviene dare uno sguardo prima alle calamità naturali che colpirono la città, in gran numero e gravissime nel
giro di pochi anni.
Cominciò la peste, nel 1525, e fu causa di innumerevoli decessi. Così scrive il già citato storico Mario Fiori:
7 Capitolazione fatta fra gli eccelsi Fiorentini e la città di Arezzo il dì 7 agosto
1531. Si tratta di un codice carta­ceo del XVI sec. conservato nella Biblioteca della Città di Arezzo.
8 Compendio delle sette età d’Arezzo, che si trova nella Raccolta di diverse
memorie aretine spettanti alla città di Arezzo. Manoscritto in due volumi
del 1801. Biblioteca della Città di Arezzo.
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La musica ad Arezzo in epoca medicea
Et essendo il vivere caro, e nutricandosi
molti d’erba e altri cibi cattivi, e quelli che
avino el modo e che vivono bene ripenso
che nel travaglio et paura d’uno simile
campo9, e di gente barbare di più lingue, et
crudeli, e vedendo la cita (sic) male fornita,
et non esendo più achaduto ai tempi nostri, et rappresentandosi tutte queste cose
a lo intelletto nostro gli davano principio, e
casgione di purtrefactione, e che fosse in
le predette casgioni, et favorite da influssi
celesti o in permissione divina nel punire i
nostri peccati, et seguendo et dilatandosi
la peste di maggio, e giugno, e in fino a
mezzo agosto, e in fino a 20 di settembre
fu tale peste, e strasgie grande, che ne moriva 30,40,50 al dì e un dì fra gli altri n’andò
62 non perdonando a nissuno grado e qualità di persone10.
Appena finita la pestilenza, che infierì per più di un anno,
i raccolti furono devastati dalle soldatesche di Carlo V che
avevano posto il campo, come si è visto, nel contado d’Arezzo il 22 aprile del 1527.
Nel 1532 con la morte del Cardinale Pietro Accolti, aretino,
la città perse uno dei suoi più accaniti difensori e nel 1534,
quando la vita e i commerci cominciavano appena a rifiorire
dopo la peste e la guerra, una terribile inondazione dell’Arno
distrusse nuovamente tutti i raccolti e dette un fiero colpo
all’economia del Casentino poiché travolse tutti i mulini ad
acqua che erano allora in gran numero sulle rive dell’Arno.
9
Allude al passaggio dell’esercito di Carlo V. Il campo imperiale si fermò a
pochi chilometri dalla città, in località Chiassa.
10 Mario Fiori: Ricordi di storia aretina. Tomo I. Biblioteca della Città di Arezzo.
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Numerose sono le testimonianze su questo avvenimento.
Il canonico Francesco Testi ci dà il giorno e l’ora di inizio del
nubifragio:
Memorabile la pioggia caduta in sabato 30
agosto alle ore 3 della notte in Arezzo e più
strabocchevole nel Casentino, gonfiatosi
l’Arno tanto da rovinare tutti i mulini che
vanno da Subbiano a Monte sopra Rondine
e da coprire di più braccia la più alta superficie dei castelli di Giovi e Petrognano e
da rimanere il castello di Subbiano per più
giorni allagato11.
Notizie più particolareggiate offre il citato Mario Fiori il
quale si sofferma a dare ampia notizia sui danni subiti in diverse località del contado e conclude con l’affermazione che
“si trattò di cosa mai più udita né letta dal diluvio universale
in qua”. E veramente dovette esser cosa tale da giustificare
una simile iperbole, tanto più che nei mulini distrutti e nei
castelli allagati morirono centinaia di persone.
Nel 1538 ci fu uno scarsissimo raccolto, con comprensibile
disagio generale, come testimonia il citato Canonico Testi:
Memorando fu per gli aretini anzi per la
Toscana e al di fuori lo scarsissimo ricolto
di grano e biade, e però fu fatto portare,
sebbene difficilmente, dall’estero12.
Questo non era però, purtroppo, che il tetro preannunzio
della carestia vera e propria che afflisse la città nei due anni
seguenti, 1539 e 1540. Sentiamo ancora il Canonico testi:
11 Canonico Francesco Testi: Repertorio di notizie aretine. Manoscritto n. 5,
Biblioteca della Città di Arezzo.
12 Ibidem.
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La musica ad Arezzo in epoca medicea
Molti, specialmente nel contado, morivano
di fame … onde camparono molte brigate
di lupini mangiati in erba e cotti nell’acqua. A tanta miseria si aggiunsero moltitudini di vagabondi i quali non lasciavano
aver riposo né di notte né di giorno, rubando la città e le ville di campagna, tagliando
perfino i catenacci e i ferramenti13.
Questi stessi particolari riferisce il Fiori, attribuendoli però
all’anno seguente, il 1540, che fu anch’esso afflitto dalla carestia: probabilmente il Testi, che è del XIX secolo, copiava
e riassumeva il Fiori e confuse gli anni che furono comunque
terribili entrambi. Questa la testimonianza di prima mano
del Fiori:
Richordo come questo anno 1540 fu per
tutta Italia una grande carestia di le cose
necessarie al vitto umano, et maxime del
grano che vale nel mese di gennajo più di
lire sette lo stajo … et hora che siamo al
dì 14 d’aprile con gran fatica si truova da
comprare del pane casgione di chi ci governa per non aver voluto impedire chel (sic)
grano non esca fuori dil (sic) Capitanato
perché con tutto che fussi cattiva ricolta
n’avevano d’avanzo assai, ma chi poteva
non volse rimediare et noj bisogniò avere
pazientia per non potere fare altro. Non mi
pare fora di proposito di scrivere uno notando (sic) che questo anno ogni persona
(Grandi et Piccholi, Ricchi et Poveri) avevano uno incredibile appetito di mangiare
et mangiavasi più assai chel (sic) solito.
Pascevano i Poveri l’erbe come le bestie
13 Ibidem
La musica ad Arezzo in epoca medicea
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et cotte et crude, et anco di l’erba n’era
gran carestia, et penso se abbia a perire di
fame dimolta gente et maxime dil contado
perché per fine a qui si sono sostentati di
più cose che son venute meno, come castagnie e rapi che ano campato per fine a
qui di molte brigate et maxime i rapi che
non se saria maj creduto che ripieno hanno
fatto, di poi vennero i lupini in erba che gli
mangiavano cotti nell’acqua. Concorsero
in Arezzo grande moltitudine di poveri di
più Patrie che non ci lasciavano avere riposo né di dì né di notte con tanta prontitudine et pertinacia, et sonsi dati a robbare
et di fora appare danno et maxime pali et
altri legniami, recandole a vendere in piazza et così di fora i contadini si sono recati
affare alladro et maxime a le case dei cittadini quali sono di fora di la terra togliendo
per fine i catorci feminelle et gangheri da
li usci, et peggio per la venire si spera se
Iddio non ce repara perché tutta Italia crescie per la fame. E più mangiarono le canne fresche quel tenerume drento14.
Parallelamente alla carestia infierì la siccità per cui tutti i
corsi d’acqua si asciugarono e l’Arno stesso fu ridotto a un
rigagnolo. Oreste Brizi, grande erudito e studioso di storia
aretino del XIX secolo, poté scrivere un intero libro dal titolo: Calamità pubbliche aretine nel sec. XVI. Ne riporto il brano relativo al grande sciutto, così il quadro sarà completo:
Ricordo come questo anno 1540 fu un grande sciutto in modo che nessuno dei viventi
non si ricorda mai il simile, che incominciò
14 Mario Fiori: Ricordi di storia aretina, cit. Tomo II.
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La musica ad Arezzo in epoca medicea
d’ottobre 1539 e è durato per fino al novembre 1540, che rarissime volte è piovuto, e se pure è piovuto da qualche giorno
in qua, è stata si poca, che non è corso ruotina [= rigagnolo]. Si sono secchi una gran
parte dei pozzi di Arezzo dentro la città e
di fuori; in molti luoghi hanno patito carestia d’acqua sì le persone e il bestiame: era
venuta tanta carestia d’erba che non si trovava erba verde. La raccolta del grano non
fu molto buona e venne presto, e così quasi tutte le altre frutte quasi un mese: e fu
di molte malattie e morirono assai persone e dimolti giovani, erano ridotti i molini
dell’Arno per carestia a macinare a un solo
palmento, e insino a due, e non macinava
nel nostro paese se non l’Arno15.
Gli anni seguenti, che videro in piena attività Paolo Aretino e furono i primi della vita di Orazio Tigrini, ebbero la
loro parte di lutti: dopo la peste, l’inondazione, la guerra, la
carestia e la siccità, non mancava che il terremoto, e anche
questo venne nel 1543 e fu di inaudita violenza in tutta la
Toscana:
…sette potentissime scosse succedutesi
a brevissimo intervallo l’una dall’altra atterrarono in Arezzo molte case e palazzi..
a ciò tenne dietro una sì cruda carestia che
innumerevoli morti di fame furono rinvenuti, smunti cadaveri, con la bocca piena
d’erba. L’anno seguente, tanto per dare
una variante alle passate calamità, il destino volle affliggere le popolazioni di Toscana con sì straordinarie piogge torrenti15 Oreste Brizi: Calamità pubbliche aretine nel sec. XVI, Arezzo, 1862.
La musica ad Arezzo in epoca medicea
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zie, che la campagna aretina ne fu allagata
con gravi danni di bestiame e caseggiati,
e l’Arno, eccessivamente ingrossato, per
poco non sommerse Firenze e Pisa. Per
questa straordinaria inondazione, che aveva per lungo tempo relegato i cittadini e
i campagnoli nelle loro abitazioni, le industrie, le arti, i commerci e le faccende agricole rimasero interrotte e sospese sì che si
dové ricorrere a Firenze, onde provvedesse a riparare al danno derivatone16.
Questo accenno a soccorsi da parte fiorentina è assai interessante e ci offre l’occasione di completare il quadro della
situazione aretina di quest’epoca, gettando uno sguardo sui
rapporti fra le due città dalla Capitolazione del 1531 in poi:
quale aiuto infatti i fiorentini abbiano recato ad Arezzo in
questa circostanza, non sappiamo; sappiamo però quanto
indegnamente l’avida e rapace amministrazione medicea
abbia, di pari passo con le calamità naturali, contribuito a
stremare la città. La storia dimostra del resto che i patti
stretti con i più forti sono destinati a non essere rispettati:
la qual cosa si verificò naturalmente anche per quanto riguarda la Capitolazione del 1531.
Lasciamolo dire al citato Canonico Testi:
Ai fiorentini non bastò rescindere sotto
vani pretesti i primi capitoli, ma non sentirono scrupolo di non osservare neppure
i secondi, sebbene riformati ad arbitrio
loro17.
16 Ugo Leoni: La storia d’Arezzo dalle più remote epoche ai tempi presenti,
Arezzo, G. Cristelli, 1897.
17 Canonico Francesco Testi, Repertorio cit.
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La musica ad Arezzo in epoca medicea
Incominciò per Arezzo un pesante e doloroso servaggio che
stremò la città; è significativo che il sopra ricordato Canonico Testi, riportando il risultato del censimento che fu ordinato dai Priori nel 1534, attribuisca la colpa dello spopolamento della città unicamente ai Medici, dimenticando la peste,
le calamità naturali e le guerre. Certo Arezzo dovette avere
in quegli anni il minimo di abitanti di tutta l’epoca moderna:
Anno 1534: censo degli aretini ridotti per le
molte vicende sofferte in pochi anni a cagione della famiglia de’ Medici a 7379 anime18.
Il Duca Cosimo, salito al potere in Firenze nel 1536, in seguito alla morte del Duca Alessandro, fatto uccidere da Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici, venne in Arezzo con la
Duchessa Eleonora ai primi di settembre 1539 e trattò con
i Priori di voler ricostruire a sue spese la fortezza, rovinata,
come sappiamo, fin dal 1529. Non fecero in tempo gli aretini
a rallegrarsi di simile benevolenza del principe, che questi
cambiò repentinamente idea e non solo accollò alla città le
spese per la ricostruzione della fortezza, ma anche applicò
“con lamento universale -così il Canonico Testi- un balzello sul clero e sui luoghi pii, escludendo solamente le monache”. Il Duca ritornò subito a Firenze, anche perché in Arezzo infuriava, come si è visto, la carestia e non era la città un
bel luogo di soggiorno. L’anno seguente, 1540, nella prima
metà, qualcosa come 13.000 soldati fra tedeschi, spagnoli e
italiani attraversarono e devastarono le campagne: a completare l’opera pensò, nella seconda metà di quel disgraziato anno, il Duca Cosimo.
18 Ibidem. Sulla consistenza della popolazione aretina nel corso del XVI secolo cfr. “Discorso sopra la Città e Capitanato di Arezzo” di G.B. Tedaldi,
in F. Cristelli: “Capitanato e diocesi di Arezzo nelle relazioni di G.B. Tedaldi
e M.A. De Giudici”, Arezzo, Edimond, 2009, pagg. 36 e 37 (Del numero
delle case et habitatori della città di Arezzo) e relative note 8 e 9.
La musica ad Arezzo in epoca medicea
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Fra i tanti episodi della rapacità fiorentina val la pena di
rammentare soltanto quello relativo al pezzo forte dell’artiglieria aretina, la mitica bocca da fuoco da sessanta libbre
che per la sua grandezza era orgogliosamente chiamata “Il
cannone” e testimonia della capacità progettuale e concreta
degli esperti fonditori e delle relative maestranze aretine.
Bocca da fuoco cinquecentesca
L’episodio19 si colloca nel pieno dell’attività di Paolo Aretino,
cioè nel 1540, l’anno avanti la nascita di Orazio Tigrini. Cosimo
I giunse ad Arezzo con la duchessa sua donna nella tarda serata del 18 luglio 1540 e fu alloggiato nel Palazzo dei Priori (attuale Palazzo del Comune), costruito nel 1333 e successivamente
più volte ristrutturato nel corso dei secoli (cfr. A. Tafi, Immagine di Arezzo, Arezzo, 1978, pag. 250). Gli Aretini si resero conto
19 Per il succinto, ma efficace e gustoso resoconto di Enzo Droandi, cfr. Corriere di Arezzo, 23 luglio 1996.
20
La musica ad Arezzo in epoca medicea
subito che non era venuto per feste, tornei, giostra di Buratto,
Te Deum, partite di caccia e musica, ma appunto per requisire
le bocche da fuoco del parco d’artiglieria degli insorti di dieci
anni prima. L’ebbe vinta non solo con i 17 pezzi più belli ed
efficienti, ma anche col famoso cannone che con poche botte
aveva stanato i Fiorentini dalla fortezza e li aveva costretti alla
resa. Il cannone fu fatto a pezzi e spedito a Firenze su 14 muli.
Gli Aretini non ne seppero più niente.
Eppure gli aretini rimasero molto ligi al Duca tanto è vero che
l’anno dopo -ce ne informa ancora il Canonico Testi- fecero una
processione in rendimento di grazie, la mattina del 25 marzo,
per la nascita del di lui figlio Francesco. Ma Cosimo I ritornò ad
Arezzo nell’ottobre del medesimo anno
prendendo alloggio con sterminata corte
nel Palazzo dei Priori che dovettero sloggiare in Fraternita cedendo il luogo anche
alla corte del Vicerè, suocero del Duca il
quale andò a visitare il Sacro Monte della Verna. Mentre il suocero era impegnato
in questo pio pellegrinaggio il Duca pose
il bando che niuno andasse al soldo d’altri
sotto pena di 40 scudi d’oro e il doppio a
quelli che fossero stati capitani20.
Da qui in avanti è tutto un susseguirsi di richieste sempre
più esose, tanto più che erano imposte ad una città, come
abbiamo visto, duramente provata: “Ogni volta che veniva
in Arezzo -nota amaramente il Testi- il Duca trovava sempre
il modo per chiedere e farsi ricco a spese dei popoli suoi soggetti”. Infatti, dopo la gabella cui abbiamo accennato sugli
ecclesiastici e una seconda odiosa gabella sui contadini, ne
inventò un’altra detta tassa sull’arte. Si trattava, come spiega il Testi di
20 Canonico Francesco Testi, Repertorio cit.
La musica ad Arezzo in epoca medicea
21
una imposizione di far pagare ai poveri artisti una tassa, sicché tutti i capi di bottega
di poco corpo pagare dovevano soldi 15 e i
lavoratori soldi 7 all’anno. Con una lettera
al Commissario ordinò che ciascun cittadino pei bisogni di stato pagasse denari, che
la maggior somma fosse di scudi 50 e la
minore di 1e ½, e anche questa fu ingollata
dagli aretini21.
Ma il capolavoro doveva ancora venire di lì a poco, perché il
Duca mise in atto una birberia usuraia che fece perdere agli
aretini il 25% delle loro sostanze: una
spietata invenzione onde ingrassare col
sangue dei poveri l’erario: fu bandito in
Arezzo che per l’avvenire non avrebbero
avuto più corso se non monete ducali, battute dalla zecca di Firenze. In esecuzione di
tal bando, ai primi di ottobre, Albizo degli
Albizi deputato, cominciò a tener banco di
cambio delle monete nella perdita di particolari. E giacché la popolazione aveva dato
le monete buone in pagamento dell’imposizione, era costretta a portare monete
non fiorentine a quel banco perdendovi la
quarta parte del loro valore22.
Lapidaria e apodittica nella sua amara ironia, la conclusione della nostra fonte: “La cosa fece perdere al Principe il
nome di Padre amoroso e di Principe clemente e acquistandogli il titolo di tiranno crudele”.
Il quale infatti non si smentì cominciando di lì a poco la lun21 Ibidem.
22 Ibidem.
22
La musica ad Arezzo in epoca medicea
ga serie di spietate distruzioni, studiate a freddo a tavolino
meritandosi di essere chiamato lo “sventratore di Arezzo”:
furono abbattuti palazzi, torri, campanili, chiese; fu creata
la nuova fortezza (per far posto alla quale fu smantellato il
teatro, del quale sono oggi appena visibili le tracce lungo
il viale Bruno Buozzi) e in compenso fu abbattuto il duomo
vecchio, la cittadella della chiesa aretina, sorta sul Pionta
sulla tomba di S. Donato. L’abbattimento ebbe inizio il 21
ottobre 1561, per cui scrisse il Sinigardi nel suo diario:
…si cominciò a buttare a terra e rovinare
il duomo con gran disturbo della città a
veder disfare sì bello e santo Duomo dove
erano molte cose belle, sante e notabili.
Che Dio gliene perdoni a chi fu inventore
di tale cosa23.
2. La Cappella musicale del Duomo di Arezzo
Il periodo di maggior splendore e di piena autonomia della
cappella musicale aretina va collocato all’incirca nei centocinquanta anni fra il 1510 e il 1640: si trova pertanto nel cuore dell’epoca medicea. Le pagine che seguono, senza trascurare di fornire un quadro, sia pure succinto ed essenziale
della vita musicale aretina dell’epoca (organisti, maestri di
cappella e di canto, occasioni, pubblicazioni e stipendi) mirano a fare il punto sugli studi relativi ai grandi, con particolare riferimento a Paolo Antonio del Bivi, noto come Paolo
Aretino, Orazio Tigrini24, Girolamo Bartei, Giovanni Apolloni,
23 Libro dei ricordi di Jacopo Sinigardi, vol. I, carta 67v. Manoscritto nella
Biblioteca della Città di Arezzo.
24Quella fra Paolo Aretino, musicista dalla straordinaria personalità creativa, e Orazio Tigrini, suo allievo e successore, compositore routinier, ma
La musica ad Arezzo in epoca medicea
23

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