leggere e guardare l`emilia-romagna leer y mirar emilia

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LEGGERE E GUARDARE
L’EMILIA-ROMAGNA
LEER Y MIRAR
EMILIA-ROMAÑA
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Edmondo Berselli
La luna di Modena lasciatela stare
Dejen en paz la luna de Módena
13. Foto: Giorgio Giliberti
... cui non fantastica testa.
... cuya cabeza no es fantástica.
Teofilo Folengo, Baldus
106
I
turisti per bene si fermano a contemplare lo spettacolare rosone del duomo,
secondo le indicazioni dei migliori baedeker, anche giap­ponesi, e riconoscono
che effettivamente la cattedrale mutiniense rappresenta uno dei più squillanti
esempi di romanico settentrionale, una
meraviglia dell’umanità, un dono di Dio,
un exploit architettoni­co irripetibile, una
chiesa che, porca malora, è stata concepita diret­tamente nel settimo cielo, e poi
recapitata generosamente lì, nella pia­
nura, per quelle bestie di uomini. Quindi
i bravi osservatori dedicano qualche occhiata ai bassorilievi scolpiti nella pietra
dal maestro Wiligelmo. Ma alla fine
sono pochi quelli che quando passano
in piazza Grande, dopo avere sistemato
nel catalogo visivo uno scorcio ulterio­re
della Ghirlandina, alzano lo sguardo per
contemplare l’immagine di quella là, la
Potta di Modena.
Sarà per una convenzionale pruderie delle
guide, se c’è un deficit di informazioni.
Eppure la gittata rabdomantica dell’occhio del voyeur dovrebbe indirizzarsi a
colpo sicuro, su quel capitello lassù in
alto, dove immobile per l’eternità, una
donna, anche lei in bassorilievo, se ne sta
beata, o forse solo attonita, a cosce spalancate: mostrando la patacca – diceva più o
meno Alberto Arbasino in Fratelli d’Italia
L
os buenos turistas se detienen a contemplar el espectacular rosetón de
la catedral, según las indicaciones de las
mejores guías, redactadas también en japonés, y reconocen que, efectivamente,
la catedral mutiniense (del latín Mutina,
la actual ciudad de Módena) representa
uno de los ejemplos más llamativos del
estilo románico septentrional, una maravilla de la humanidad, un regalo de Dios,
una hazaña arquitectónica inigualable,
una iglesia que, ¡demonios!, fue concebida directamente en el séptimo cielo, y
luego generosamente entregada allí, en la
llanura, a esas bestias llamadas hombres.
Por lo tanto, los buenos observadores
dedican una mirada a los bajorrelieves
esculpidos en piedra por el maestro Wiligelmo. Sin embargo, al final, son pocos los
que al pasar por la plaza Grande, después
de haber grabado en el catalogo visual
un escorzo más del campanario Ghirlandina, levantan la vista para contemplar la
imagen de ésa, la Panocha de Módena.
Será por un convencional pudor de las
guías si existe un déficit de informaciones.
No obstante, el alcance rabdomántico del
ojo del voyeur debería dirigirse dando en
el blanco hacia aquél capitel en lo alto,
donde, inmóvil para la eternidad, una
mujer, también ella esculpida en bajorrelieve, permanece radiante, o quizás sim-
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e nei suoi turbinosi anni Sessanta – al posteggio dell’Aci. Aggiungendo, l’insigne
jongleur lombardo, che tutto ciò, cosce
e potta, lascia inten­dere di che materia
fosse fatto il cristianesimo medievale in
Italia, o almeno da queste parti:
Deviamo per Modena, per andare a mangiare
fuori dell’autostra­da; benissimo infatti questi
classici, i tortellini alla panna e rane frit­te
leggere come libellule e bolliti intimi e una
spuma di burro soa­vissima come salsa o
come bavaroise; scendiamo nel duomo; e lo
troviamo sconvolto, cinquanta perforatrici
scuotono i Wiligelmi; installano i termosifoni,
sotto la donna scosciata che allarga le
ginocchia sulla piazza dall’alto del tetto....
E vabbe’, più o meno in quel periodo,
sempre in quel Medioevo aspramente
nature, dopo la battaglia di Legnano i ruvidi milanesi fecero scolpire una formella
in cui la moglie dell’odiato Barbarossa si
pettinava il pelo proprio lì, sulla cosa:
così, per gratuita ingiuria, per arbitrario
oltraggio, oltre che per vendicarsi simbolicamente di una inezia, come la distruzione della città nel 1162. D’altronde, si
Cito dall’edizione Einaudi del 1976. Tutto
perfettamente sceneggiato, a parte la panna
nei tortellini che proprio classica non è, direbbe
un purista, uno di quelli affezionati all’aceto
balsamico «tradizionale» e al lambrusco di
Sorbara non pastorizzato.
«La fama accrebbe poi questa calamità di
Milano, essendo giunti alcuni a scrivere che
Federigo vi fece condurre sopra l’aratro e la
seminò di sale: tutte fandonie [...]. Certo intanto
plemente atónita, con los muslos abiertos
de par en par: enseñando la medalla –
decía más o menos Alberto Arbasino en
el libro Hermanos de Italia y en sus turbulentos años Sesenta – al estacionamiento
del ACI. Destacando, el insigne malabarista lombardo, que todo eso, piernas y
vulva, da a entender de qué pasta estaba
hecho el cristianismo medieval en Italia, o
al menos en estos lugares:
Nos desviamos hacia Módena, para ir a comer
fuera de la autopista: muy ricos de hechos
los platos clásicos: los tortellini con nata y las
ranas fritas ligeras como libélulas y cocidos
íntimos y una suave espuma de mantequilla
como aderezo o bavaroise; bajamos a la
catedral; y la hallamos estremecida, cincuenta
perforadoras sacuden los Wiligelmos; instalan
los radiadores, bajo la mujer esparrancada
que abre las rodillas a la plaza desde el alto
del techo….
Bien, más o menos en aquella época,
siempre en aquel Medioevo ásperamente
natural, después de la batalla de Legnano
los rudos milaneses mandaron a esculpir
una baldosa en la cual la mujer del odiado
Barbarroja se peinaba el vello justo ahí, en
Acrónimo de Automobile Club d’Italia: asociación
automovilística difundida extensamente por
todo el país (n.d.T.).
Cito de la edición Einaudi de 1976. Todo
perfectamente representado, a parte de la
nata con los tortellini que no es tan clásica de
verdad, según diría un purista, uno de aquellos
aficionados al vinagre balsámico “tradicional”
y al lambrusco de Sorbara no pasteurizado.
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sa che «Federico Barbarossa / quand’al
chéga al fa d’la pòssa»: la filastrocca scatologica, dialettale e bambinesca, deve
risentire della stratificazione popolare
di disprezzo capriccioso verso l’imperatore tognino, anche oggi che l’ultima
esibizione di cristianesimo veramente
medievale la si è vista per l’ultima volta
diversi anni fa, proprio nel duomo, con
la preghiera solitaria di Karol Wojtyla, inginocchiato a mani strette e a capo chino
accanto all’urna che conserva lo scheletro
pietrificato di san Geminiano: con una
fantastica prestazione di fede «dura»,
profetica e out-of-time, e anche se, a dirla
definitiva, il Medioevo è passato remoto
per tutti (con l’aggiunta, per non trascurare la contemporaneità, che anche il parcheggio dell’Aci è stato smobilitato, e già
da qualche decennio).
Della luna, comunque, parliamo dopo.
A ricercare la sostanza antropologica
emiliana e nella fattispecie modenese si
pencola inevitabilmente verso la velleità
di codificare la varietà umana e padana
dentro certi stereotipi vecchissimi. Uffa,
e che la caduta e la rovina di Milano sparse il
terrore per tutta l’Italia, ed ognu­no tremava
al nome di Federigo Barbarossa» (cronaca e
commento del modenese Ludovico Antonio
Muratori, negli Annali d’Italia, il quale annota:
«A mio credere, i buoni principi fabbricano le
città e i cattivi le distruggono»).
la cosa: así, por gratuita injuria, por arbitrario ultraje, además de por querer vengarse simbólicamente de una nimiedad,
como la destrucción de la ciudad en 1162.
Por otra parte, se sabe que «Federico Barbarossa / quand’al chéga al fa d´la póssa»: la
cantilena escatológica, dialectal e infantil,
resiente probablemente la estratificación
popular de desprecio sin motivo hacia el
emperador alemán, inclusive en la actualidad, cuando se asistió a la última exhibición de cristianismo verdaderamente
medieval por última vez, hace algunos
años, justo en la catedral, con el rezo solitario de Karol Wojtyla, arrodillado con las
manos entrelazadas y la cabeza inclinada
junto a la urna que conserva el esqueleto
petrificado de san Geminiano: con una
fantástica prestación de fe “sólida”, profética y anacrónica, y no obstante, a decir
la verdad, el Medioevo es pasado remoto
“La fama aumentó luego esta calamidad de
Milán, ya que algunos llegaron a escribir que
Federico hizo manejar el arado sobre la ciudad
y la sembró con sal: todas patrañas […]. Por
otra parte, es cierto que el derrumbe y la ruina
de Milán difundió el terror por toda Italia, y
cada uno temblaba al escuchar el nombre de
Federico Barbarroja” (crónica y comentario del
modenés Ludovico Antonio Muratori, en los
Anales de Italia, quien apunta: “A mi parecer, los
buenos príncipes construyen las ciudades y los
malos las destruyen”).
En dialecto modenés: “Federico Barbarroja
cuando caga / apesta” (n.d.T.).
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il dogma del cotechino e del tortellino,
naturalmente esente dalla panna. Ma
non bisogna cedere al criterio razionalista e individualista secondo cui tutti gli
stereotipi sono solo la forma tassonomica
di una schematica avarizia mentale.
Basta un po’ di letteratura, per capirlo.
Se infatti uno lascia le strettoie pietrose
del Medioevo e si porta fin dentro le più
morbide volute del Cinquecento, farà
bene a gettare lì per lì uno sguardo sull’opera maggiore di Teofilo Folengo, ovverossia il Baldus. Poema maccheronico,
eroicomico, esagerato, una specialità
dell’epoca, l’esatto contrario della leggerezza ariostesca, per capirci. Anzi, quello,
l’Ariosto, canta graziosamente «le donne,
i cavalier, l’arme, gli amori», questo qua
invece, il Folengo alias Merlin Cocai, una
tracimazione di cuccagne e di indicibili
pesantezze gastronomiche, inanellate in
un latino così popolare che potrebbe parlarlo un mantovano o uno della Bassa di
qua o di là del Po, così materiale com’è,
così carnale, così grasso, panciuto e vitale: che squisitezza.
Si sfoglia ordunque il «Liber secundus»
del Baldus, con il dito indice opportunamente insalivato secondo il modo antico,
e si trova ben presto una panoramica
sulle città, le idiosincrasie locali e i tipi
italiani d’allora:
para todos (añadimos, para no descuidar
la contemporaneidad, que también el
aparcamiento de la ACI desapareció, y
hace ya algunas décadas).
De la luna, de todas formas, hablamos
luego.
Si investigamos la sustancia antropológica emiliana y en el caso específico
modenés, se cae inevitablemente en la
veleidad de cifrar la variedad humana y
padana dentro de ciertos estereotipos antiquísimos. ¡Basta! el dogma del cotechino
[embutido de carne de cerdo, típico de
la comida de Módena, n.d.T.] y del tortellino, obviamente sin nata. Pero no hay
que ceder al criterio racionalista e individualista según los cuales todos los estereotipos son solamente la forma taxonómica de una avaricia mental esquemática.
Sólo un poco de literatura es suficiente
para comprenderlo. De hecho, si uno se
aleja de los estrechamientos pedregosos
de el Medioevo y se adentra en las más
suaves volutas del siglo XVI, hará bien a
echar una mirada a la obra más grande de
Teófilo Folengo, o sea, el Baldus. Poema
macarrónico, heroico-cómico, exagerado,
una especialidad de la época, antitético a
la levedad ariostesca, para entendernos.
Más bien, aquél, el Ariosto, canta con
gracia a “las mujeres, los caballeros, las
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Dat multam lanam pegoris Verona tosatis
montibus ex altis evangat Brixia ferrum,
bergamasca viros generat montagna gosutos,
de porris saturat verzisque Pavia Milanum,
implet formaio cuncta Piasenza paësos,
Parma facit grossa scocias grossosque
melones,
trottant resanos cuncti sperone cavalli,
Mantua brettaros fangoso bulbare pascit,
si mangiare cupis fasolos vade Cremonam,
vade Cremam si vis denaros spendere falsos,
ingrassat Bologna boves, Ferraria gambas,
non modenesus erit cui non fantastica testa,
quot moschae in Puia tot habet Vegnesia
barcas,
mille stryas brusat regio Piamonta quotannis,
villanos generat tellus padoana diablos,
saltantes generat bellax Vincentia gattos,
congruit ad forcam plus quam chiozottus ad
orzam,
antiquas Ravenna casas habet atque muraias,
innumerusque salat per mundum Cervia
porcos,
sulphure non pocum facis, o Caesena,
guadagnum,
nulla faventinas vincit pictura scudellas,
dat mioramentos vallis Commacchia salatos,
intra ceretanos portat Florentia vantum,
non nisi leccardos vestigat Roma bocones,
Quantos per Napolim fallitos cerno barones,
tantos huic famulos dat ladra Calabria ladros,
Gennua dum generat, testas commater aguzzat,
semper formosas produxit Senna puellas,
Millanus tich toch resonat cantone sub omni,
dum ferrant stringas, faciunt foramina gucchis;
qui ponunt scarpis punctos, sparamenta
zavattis,
quive casas cuppis coprunt spazzantve
caminos
vel sum commaschi vel sunt de plebe
Novarae.
Così traduce l’edizione curata da Emilio
Faccioli (Einaudi, Torino 1989): «Verona
produce molta lana tosando le pecore / Brescia
armas, los amores”; por el contrario, éste,
el Folengo alias Merlín Cocai, un desbordamiento de abundancias e indecibles
pesadeces gastronómicas, ensortijadas en
un latín tan popular que podría hablarlo
un mantuano o alguien de las tierras bajas
adyacentes al Po, tan material como es,
tan carnal, tan opulento, panzón y vital:
¡qué exquisitez!.
Hojeando el “Liber secundus” del Baldus,
con el dedo índice oportunamente ensalivado según la costumbre antigua, muy
pronto se encuentra una panorámica de
las ciudades, las idiosincrasias locales y
los tipos italianos de antaño:
Dat multa lana pegoris Verona tosatis,
montibus ex altis evangat Brixia ferrum,
bergamasca viros generat montagna gosutos,
de porris saturat verzisque Pavia Milanum,
implet formaio cuncta Piasenza paësos,
Parma facit grossas scocias grossosque
melones,
trottant resanos cuncti sperone cavalli,
Mantua brettaros fangoso bulbare pascit,
si mangiare cupis fasolos vade Cremonam,
vade Cremam si vis denaros spendere falsos,
ingrassat Bologna boves, Ferraria gambas,
non modenesus erit cui non fantastica testa,
quot moschae in Puia tot habet Vegnesia
barcas,
mille stryas brusat regio Piamonta quotannis,
villanos generat tellus padoana diablos,
saltantes generat bellax Vincentia gattos,
congruit ad forcam plus quam chiozottus ad
orzam,
antiquas Ravenna casas habet atque muraias,
innumerusque salat per mundum Cervia
porcos,
111
Scusino la lunghezza smisurata della citazione. Sarebbe che a Milano i bauscioni
non fanno altro che laurà, con l’ago e il
martello, a Vicenza i gatti sono allenati
a saltare via rapidissimi (altrimenti i
cava il ferro dagli alti suoi monti / le montagne
bergamasche danno vita a uomini col gozzo /
di porri e verze Pavia satolla Milano / Piacenza
riempie tutti i paesi col suo formaggio / Parma
produce grosse scocce e grossi meloni / non
c’è cavallo che trotti senza speroni fabbricati
a Reggio / Mantova sazia i suoi berrettai con
carpe che sanno di fango / se vuoi mangiare
fagioli vai a Cremona, se vuoi spacciare soldi
falsi vai a Crema / Bologna ingrassa buoi tardi
di comprendonio, Ferrara gente buona a nulla
/ non c’è modenese che non abbia la testa un
po’ balzana / quante mosche ha la Puglia,
altrettante barche ha Venezia / ogni anno il
Piemonte brucia migliaia di streghe / nella terra
padovana nascono villani che sono dei diavoli
/ Vicenza bellicosa genera dei gatti pronti a
scappare / quelli di Chioggia sono fatti per la
forca più che per l’orza / Ravenna ha case e
mura vetuste; Cervia mette sotto sale porcelli
senza numero, venduti dappertutto / e non è
poco ciò che guadagni col tuo zolfo, o Cesena /
non esiste pittura che superi le scodelle faentine
/ la valle di Comacchio fornisce anguille
marinate / Firenze porta il vanto fra i cerretani
/ Roma non cerca altro che ghiotti bocconi /
quanti sono i baroni spiantati che vedo per
Napo­li, altrettanti sono i famigli ladri che vi
manda la ladra Calabria/quando Genova mette
al mondo un bambino, la comare gli fa la testa
aguzza / Siena ha sempre prodotto belle figliole
/ in ogni cantone di strada Milano fa risuonare
il suo tic toc, mentre ferrano cinghie o fanno fori
negli aghi / quelli che danno punti alle scarpe o
mettono fodere alle ciabatte, quelli che coprono
le case con i coppi e spazzano i camini o sono
coma­schi o della plebe di Novara».
sulphure non pocum facis, o Caesena,
guadagnum,
nulla faventina vincit pictura scudellas,
dat mioramentos vallis Commacchia salatos,
intra ceretanos portat Florentia vantum,
non nisi leccardos vestigat Roma bocones,
Quantos per Napolim fallitos cerno barones,
tantos huic famulos dat ladra Calabria ladros,
Gennua dum generat, testas commater aguzzat,
semper formosas produxit Senna puellas,
Milanus tich toch resonat cantone sub omni,
dum ferrat stringas, faciunt foramina gucchis;
qui ponunt scarpis punctos, sparamenta
zavattis,
quive casas cuppis coprunt spazzantve
caminos,
vel sum commaschi vel sunt de plebe
Novarae.
“Mucha lana produce Verona esquilando sus
ovejas, /de sus altos cerros laya Brescia el
fierro, / las montañas de Bérgamo engendran
hombres de buche, /de puerros y coles Pavía
satura Milán, / llena con su queso Plasencia
todos los pueblos, / Parma ofrece grandes
bastidores y grandes melones, / trotan todos
caballos con espolones de Reggio, / Mantua
cría sus gorreros con carpas cenagosas, / si
quieres comer frijoles ve a Cremona, / ve a
Crema si quieres hacer circular moneda falsa,
/ engorda Bolonia bueyes, Ferrara brutos, / no
serás modenés cuya cabeza no es fantástica, /
tantas moscas en Pulla cuantas hay en Venecia
barcas, / miles de brujas la región de Piamonte
quema al año, / la tierra de Padua aldeanos
que se parecen a diablos genera, / listos a la
huida son los gatos en Vicencia belicosa, / el
de Chioggia es mejor para la horca que para la
orza, / Rávena tiene casas y murallas antiguas;
/ Cervia sobre innumerables cerdos vierte su
sal y los envía por el mundo, / no poco ganas
con tu azufre, o Cesena, / no hay pintura que
exceda las escudillas fayentas, / abastece de
anguilas escabechadas el valle de Comacchio,
/ los Cerretanos hacen gala de Florencia, / sólo
112
magnagàti se li màgnano, per l’appunto,
quegli sfortunati felini così commestibili,
soprattutto nei tempi di non grande cuccagna); che Bologna è ricca di studenti
testoni come buoi, che Napoli è affollata
di aristocratici falliti, che a Roma vale
sempre il motto: «O Franza o Spagna
purché se magna», mentre a Mantova
sono abituati a mangia­re carpe che sanno
di pantano e Bergamo genera un gran
numero di miserevoli gozzuti. Come
rassegna sociologica è un campionario
di luoghi comuni, qualcuno sopravvissuto con lieto successo di pubblico fino
ai tempi nostri.
Quanto ai modenesi, non sfugga che
per il Merlin Cocai sono tutti già da allora dotati di testa «fantastica», cioè balzana, cioè piena di grilli. Possediamo già
qualche indizio che ciò sia vero, ma è
vero nel contempo che la simpatia modenese ed emiliana si rivolge a quei meneghini che «agucchiant et martellant» facendo risuonare ogni cantone di strada,
altro che i napoletani spiantati e l’opportunismo alla romana, nonché la sboccata
ciarlataneria fiorentina.
Non si è sempre detto, talvolta con malanimo, talora con rassegna­zione, che Modena è permeata (fino a esserne schiacciata
psicologica­mente), dalla «cultura della
produzione»? Ma ci dev’essere anche
Disculpen la longitud desmedida de la
cita. Sería que en Milán, los fanfarrones
no hacen otra cosa que trabajar, con
la aguja y el martillo; en Vicencia, los
gatos están acostumbrados a escapar rápido (de lo contrario, los comegatos se los
comen, claro, aquellos desafortunados
felinos tan comestibles, principalmente
en los tiempos de poca abundancia); que
Bolonia está llena de estudiantes cabezones como bueyes, que Nápoles está
repleta de aristócratas fracasados, que en
Roma siempre vale el dicho popular: “O
Francia o España con tal que se coma”,
mientras que en Mantua están acostumbrados a comer carpas que saben a fango
y Bérgamo produce un gran número de
míseros buchones. Como reseña sociológica constituye un muestrario de lugares
comunes, alguno sobreviviente con feliz
éxito de público hasta nuestros días.
Con respecto a los modeneses, no pase
bocados apetitosos busca Roma, / en Nápoles
diviso tantos barones arruinados / cuantos son
los fámulos ladrones que les envía Calabria
ladrona, / cuando Génova dé a la luz un niño,
la comadre le saca punta a la cabeza, / siempre
produjo Siena mozas esculturales, / Milán hace
resonar su ¡tic! ¡toc! en cada rincón, / mientras
ferran correas y horadan agujas, / los que dan
unas puntadas a los zapatos o forran chanclas,
/ los que los techos cubren con tejas de canal
y limpian chimeneas, / o son de Como o del
pueblo de Novara”.
113
un’af­finità spirituale, con i lombardi, una
sintonia terrigna e padana, certificata a
suo tempo dal teatrante Carlo Goldoni
(studente a Modena nel 1728) che faceva
dire a un suo commediante: tu parli di
Lombardia, ma che cos’è Lombardia?
Lombardia xe Venessia, xe Mantova, Lombardia l’è Bologna, l’è Modena, l’è Parma.
La parola Lombardia fa «resonare» qualcosa, insomma, non solo il tic e toc del
lavoro. Sarà un suono mentale di pianura, di terra, di attrezzi e di modi di
pensare. Con le debite distinzioni topografiche, perché ad esempio quanto a
Bologna, bah. La tradizione gaudente
del capoluogo turrito, attestata classicamente dal catulliano «Bononiensis rufa
Rufulum fellat», e poi dalle cartoline con
le tette for­mose accanto allo slancio galileiano delle torri, e dal calco tortellinesco
dell’ombelico di Venere, e dalla fama di
grassa e dotta, e dal­l’addome pingue del
cardinal Lambertini e di Gino Cervi giù
giù fino a quello del macellaio assunto
nel cielo della politica Giorgio Guazzaloca, sembra quanto di più lontano si
possa immaginare rispetto alla fisica e
alla metafisica modenese. Non faciunt per
nos bisteccas, si non in tabula, direbbe un
maccheronico.
Ecco qua: passi in centro a Modena e
proprio sotto la Ghirlandina ti si para
inadvertido que para Merlín Cocai todos
ya están, desde entonces, dotados de cabeza “fantástica”, es decir, extravagante,
o mejor, llena de pájaros. Ya poseemos
algún indicio de que lo anterior sea cierto,
pero es cierto al mismo tiempo que la
simpatía modenesa y emiliana se dirige
a aquellos milaneses que “agucchiant
et martellant” haciendo retumbar cada
rincón de la calle, y no a los napolitanos
arruinados y al oportunismo a la romana,
ni a la grosera charlatanería florentina.
¿No se ha dicho siempre, algunas veces
rencorosamente, otras con resignación,
que Módena está permeada (hasta quedar
aplastada psicológicamente por eso),
por la “cultura de la producción”? Sin
embargo, tiene que haber además una
afini­dad espiritual, con los lombardos, una
sintonía térrea y padana, certificada en su
tiempo por el autor teatral Carlo Goldoni
(estudiante en Módena en 1728) que hacía
decir a uno de sus comediantes: tú hablas
de Lombardía, ¿pero que es Lombardía?
Lombardia xe Venessia, xe Mantova, Lombardia l´è Bologna, l´è Modena, l´è Parma.
La palabra Lombardia “hace resonar” algo,
en resumen, no sólo el tic-toc del trabajo.
Será un sonido mental de llanura, de
tierra, de herramientas y de maneras de
pensar. Con las debidas distinciones topográficas, porque, por ejemplo, en cuanto a
114
davanti la statua di Alessandro Tassoni.
Proprio lui, l’au­tore secentesco della Secchia rapita, il codificatore della rivalità
stori­ca o leggendaria fra Modena e Bologna: dove per la verità la differen­za ontologica con i bolognesi non consiste in
questioni territoriali o in baruffe militari,
in un bellicoso orgoglio campanilistico
contrappo­sto e speculare, bensì nella
mentalità stessa del modenese, nella filosofia dell’Existenz di cui il Tassoni era
uno smodato vessillifero.
Il che sarebbe, considerando l’indole
letteraria tassoniana, una «trista allegrezza», come argomentò il romagnolo
Giovanni Pascoli, fatta di sghignazzate
in versi sul conte della rocca di Culagna,
«filosofo, poeta e bacchettone» e sui fiati
malevoli del di lui ventre (ma sì, plebee
scorregge, «un velen mortifero ch’appesta»), dislocate su una quinta teatrale
di comicità fine a se stessa, dato che il
fine del poeta è lo sghignazzo, più che
la maraviglia, dove la caricatura della
cavalleria trasforma le gesta dei poemi
in un cabaret sconclusionato, o in uno
stralunato balletto meccanico, insomma
in un agitarsi di burattini e di burattinate
al cui fondo c’è, già, che cosa c’è dietro
quel sipario? La morte, annuncia a narici
frementi il gran filosofo modenese Carlo
Galli: anzi, la morte e la merda. Cioè una
Bolonia, ¡bah! La tradición gozosa de la capital llena de torres, atestada clásicamente
por el verso de Catulo “Bononiensis Rufa
Rufulum fellat”, y luego por las tarjetas
postales con las tetas abundantes junto a
la esbeltez galileica de las torres, y por la
imitación del ombligo de la Venus en los
tortellini, y por la fama de gorda y culta,
y por el abdomen pingüe del cardenal
Lambertini y de Gino Cervi, y más abajo,
por el del carnicero inmerso en el mundo
de la política, Giorgio Guazzaloca, parece
lo más lejano que pueda uno figurarse en
comparación con la física y a la metafísica
de Módena. Non faciunt per nos bisteccas, si
non in tabula, diría un macarrónico.
Por eso: pasas por el centro de Módena y
justo bajo el campanario Ghirlandina, se
te planta delante la estatua de Alessandro
Tassoni. Precisamente él, el autor del
siglo XVII de La Secchia rapita (El balde
raptado), el codificador de la rivalidad
histórica o legendaria entre Módena y Bolonia: donde, sinceramente, la diferencia
ontológica con los boloñeses no radica
en cuestiones territoriales o en riñas militares, en un belicoso orgullo, provinciano,
contrapuesto y recíproco, sino en la propia
mentalidad de la gente de Módena, en la
filosofía del Existenz de la cual Tassoni era
un desmesurado portaestandarte.
Ésta sería, considerando la índole literaria
115
visione perfettamente e deli­beratamente
nichilista, modernissima in quanto totalmente disperata, priva di riscatto, collocata definitivamente in un Aldiquà materiale e senza la minima ubbia chiliastica
(o soteriologica, fate vobis).
Vuol dire che il «cavalliere» Alessandro
Tassoni, rimatore e cortigiano, uomo
in transizione inavvertita e segnaligna
verso il barocco, il quale sembrerebbe
confinato nel ruolo del poetucolo stitico,
del cacasentenze bizzarro, del critico stizzoso ostile alla nascente borghe­sia, ovvero del glossatore specioso dei classici
che tuttavia al momen­to buono sforna
sempre l’omaggio codino all’ipse dixit
(condanna Omero, elogia il boia, si oppone, ehilà, a Copernico), tende invece
chissà quanto involontariamente a un
suo assoluto eversivo: sicché il brio manierista delle boutade, gli automatismi
satirici, le barzellettacce in rima, e idem
pure il conformismo cinico delle sue disquisizioni politico-fìlosofiche, andrebbero messi a fuoco come l’espressione di
un tedium vitae senza scampo, e insieme
di un temperamento splene­tico che vede
nel mondo non tanto la cuccagna del Folengo quan­to un disfarsi merdoso e irrimediabile.
Senza epos, naturalmente, non scherziamo. Ci si sfa e basta.
de Tassoni, una «triste alegría», como argumentó el poeta de Romaña, Giovanni
Pascoli, hecha de risotadas en versos
acerca del conde de la roca de Culagna,
«filósofo, poeta y santurrón» y acerca del
aliento malévolo del vientre del mismo
(pues sí, plebeyos cuescos, «un veneno
mortífero que apesta»), desplazadas en
los bastidores de una comicidad gratuita,
dado que el fin del poeta es la carcajada,
más que la maravilla, donde la caricatura
de la caballería transforma las hazañas de
los poemas en un cabaret deshilvanado,
o en un trastornado ballet mecánico, en
resumen, en una agitación de marionetas
y payasadas, en el fondo de los cuales
se encuentra, ya, ¿qué hay detrás de ese
telón? La muerte, presagia furioso el gran
filósofo modenés Carlo Galli: más bien, la
muerte y la mierda. O sea, una visión perfectamente y deliberadamente nihilista,
modernísima porque totalmente desesperada, libre de redención, colocada definitivamente en un Más Acá material y sin
la más mínima aprensión milenarista (o
soteriológica, fate vobis).
Quiere decir que el “caballero” Alessandro
Tassoni, rimador y cortesano, hombre en
transición inadvertida y sutil hacia el barroco, que parecería condenado al papel
del poetastro de lenta producción, del
cagasentencias bizarro, del crítico colé-
116
Ecco, se provate ad accennare a uno di
quei modenesi svelti di crapa di cui è
popolato il vasto mondo le glorie di
quella lontana Bologna e i suoi splendori
capitali, sarà facile che quello si stufi e
riconosca sbrigativamente un accento
di verità nelle velenose parole del cardinale Biffi sul conformismo connaturato
all’anima felsinea: «I bolognesi? Papalini
con il cardinal legato, fascisti col duce,
comunisti con Stalin». Questo è parlar
chiaro, sembra neanche un prete: uno
di Mod’na sembra, dio cànta! A Bologna
saranno di casa i moderatoni come Pierferdinando Casini, con quella faccia che
se fosse solo un po’, appena un po’, un
niente più bolognese, sembrerebbe una
maschera. Mentre il modenese nature,
uno di quelli facili a conclude­re una trattativa a forza di bestemmie, si sentirà più
vicino a quel pezzo di Emilia che giace
fra il borgo conteso di Castelfranco e l’e­
strema provincia reggiana a Occidente,
e pazienza se la testa formida­bile di Romano Prodi sembra la conferma perfetta
della quadratura della scatola cranica
rico adverso a la naciente burguesía, es
decir, del glosador especioso de los clásicos que, sin embargo, en el momento
oportuno, saca siempre el homenaje reaccionario al ipse dixit (condena a Homero,
elogia al verdugo, se opone, nada más y
nada menos que a Copérnico), tiende, en
cambio, quizás de manera involuntaria, a
un absoluto subversivo suyo: así es que
el brío manierista de las ocurrencias, los
automatismos satíricos, los chistes de mal
gusto en rima, e idem también el conformismo cínico de sus disquisiciones político-filosóficas tendrían que ser percibidos
como la expresión de un tedium vitae sin
salvación, y además de un temperamento
melancólico que ve en el mundo no tanto
la abundancia del Folengo sino una descomposición mierdosa e irremediable.
Sin épica, por supuesto, no es cosa de risa.
Se deshace uno y punto.
Diceva Mario Melloni, alias Fortebraccio, che
quando un modenese esce di città, lo fanno
subito presidente di qualcosa, e se uno passa
in piazza Grande, sotto la Potta, e chiama
«Presidente!», si voltano tutti tranne i bambini
e i socialdemocratici che non capiscono (absit
iniuria per i socialdemocratici di allora e di
oggi).
Decía Mario Melloni, alias Fortebraccio, que
cuando un modenés sale de la ciudad, enseguida
lo hacen presidente de algo, y si uno pasa
por la plaza Grande, bajo la Panocha, y grita
“¡Presidente!”, se vuelven todos excepto los
niños y los socialdemócratas que no entienden
(absit iniuria para los socialdemócratas de aquel
tiempo y de hoy).
Ahora, si intentan mencionar a uno de
aquellos modeneses espabilados, de los
cuales está poblado el vasto mundo,
las glorias de aquella remota Bolonia y
117
che i modenesi attribuiscono all’antropometria reggiana, cioè ligure, celta, non
come noi, cosi classicamente dolico­cefali
(e giù ghignate, alla Tassoni, eroicomiche
e matte).
Lasciamo anche perdere, detto per inciso,
la Romagna, con le favole dei suoi motori
e la storia dei suoi crani pelati, secondo
il para­digma antropometrico di Benito
Mussolini (volendo, anche Arrigo Sacchi
e Marco Pantani, tutta gente che a vario
titolo ha messo nei guai l’Italia). Il cavalier Muslèn era il «fassismo», il socialista
impa­ziente dalla blindatura cranica esagerata secondo cui «governare gli italiani
non è diffizzile, è inuttile!», e giù pugni da
caporione arrabbiatissimo sulla scrivania
di Palazzo Venezia, e qualche pugno autoinflitto anche sulla suddetta blindatura
cranica (così, per disperazione facinorosa
e gusto fanatico della teatralità, perché
si sa che l’ora scan­dita dal destino batte
sull’orologio della storia, oppure viceversa).
Mentre noi: la Resistenza, i partigiani,
il comandante Claudio, alias il democristiano di sinistra Ermanno Gorrieri, la
Repubblica di Montefiorino, certi sindaci
comunisti tutti d’un pezzo che si chiama­
vano Alfeo e Rubes, gli stendardi volonterosi dell’Anpi, qualche note­vole funerale
civile con la banda che intonava Bandiera
sus esplendores capitales, será fácil que
el mismo se fastidie y conceda con modales bruscos un velo de veracidad a las
venenosas palabras del cardenal Biffi con
respecto al conformismo connatural del
alma boloñesa: “¿Los boloñeses? Papalinos con el cardenal, fascistas con el dictador Mussolini, comunistas con Stalin”.
Esto es hablar claro, ni fuera un cura: uno
de Mod´na sembra, dio canta!. En Bolonia
serán de casa los moderados como Pier
Ferdinando Casini, con esa cara que si
fuera sólo un poco, apenas un poco, un
nadita má boloñés, parecería una máscara. En cambio, el modenés natural, uno
de aquellos que típicamente concluyen
una negociación a fuerza de blasfemias,
se sentirá más parecido a aquel pedazo
de la Emilia que yace entre el burgo contendido de Castelfranco y la extrema provincia de Reggio a oeste, y poco importa
que la formidable cabeza de Romano
Prodi parezca la confirmación perfecta de
la cuadratura de la cavidad craneal que
los modeneses atribuyen a la antropometría de los de Reggio Emilia, es decir,
ligur, celta, no como nosotros, que somos
clásicamente dolicocéfalos (y aquí se ríe
con carcajadas a la manera de Tassoni, heroico-cómicas y locas).
En dialecto modenés: “Parece uno de Módena,
¡por Dios!” (n.d.T.)
118
rossa, e poi cooperative, gemellaggi con
città jugoslave terremotate, vacanze
prolet e apparatĉik in Slovenia e Croazia,
la coscienza di classe e lo spiri­to civico
come carta d’identità del socialismo dal
volto emiliano.
Dice infatti quel famoso sociologo americano, quel tale Robert Putnam, che nel
paese italico segnato dalla dorsale appenninica, fra Emilia e Toscana, si è accumulata, fin dal Medioevo dei comuni,
una quota di «capitale sociale» molto
superiore rispetto al resto della penisola
e delle isole. Può darsi, ammesso che ci
si intenda sul signi­ficato di «capitale sociale». Ma va anche detto che la socialità
di questo lembo di Emilia sconta anche la
convivenza con frammenti di marginalità
umana irriducibili al sentimento collettivo e socialista. Quando il sole martella
le zucche, scriveva Giovanni Guareschi,
e il grande fiume scorre grigio e lento, i
cervelli ci mettono poco a bolli­re. Succede
che le stramberie naturali degli individui
si cuociono in caratteri forsennati, in fissazioni paranoidi, in manie esuberanti
come quelle di uno colpito da insolazione,
o in tristezze melanconiche come il velo
di nebbia che svapora sui poderi in novembre. O non ci ricordiamo delle strampalerie del pittore Antonio Ligabue, con
la sua moto rossa e i suoi quadri replicati
Y pasemos por alto, dicho sea de paso, la
Romaña, con los mitos de sus motores y la
historia de sus cráneos calvos, de acuerdo
con el paradigma antropométrico de Benito Mussolini (y de Arrigo Sacchi y de
Marco Pantani también, sendas personas
que, por diferentes razones, han puesto a
Italia en aprietos). El caballero Muslén era
el “fassismo”, el socialista impaciente del
blindaje craneal exagerado según el cual
«¡gobernar a los italianos no es difícil, es
inútil!», ¡y dale! con puñetazos de cabecilla enfadadísimo sobre el escritorio del
Palacio Venecia, y con algún golpe más
autoinfligido sobre el susodicho blindaje
craneal (así, por facinerosa desesperación
y gusto fanático por la teatralidad, porque
se sabe que la hora marcada por el destino
da sobre el reloj de la historia, o viceversa).
Al contrario, nosotros: la Resistencia, los
partisanos, el comandante Claudio, alias
el democristiano de izquierda Ermanno
Gorrieri, la República de Montefiorino,
ciertos alcaldes comunistas de una pieza
que se llamaban Alfeo y Rubes, los estandartes voluntariosos de la ANPI, algún
funeral civil notable con la banda que
entonaba Bandiera rossa, y luego coope Acrónimo de la Asociación Nacional Partisanos de
Italia (n.d.T.).
Bandera roja, tradicional canción popular de la
Izquierda italiana (n.d.T.).
119
a usura: a cominciare dall’autori­tratto,
per riprodurre di continuo un io percosso
e straripante, schiacciato e furente, dolorante e amoroso, e per distinguerlo dalla
natura, fra le sue belve scattanti e il lusso
meraviglioso e azteco dei pavoni.
Naïf, più o meno: ma come se l’ingenuità
fosse lo strumento spon­taneo di una voglia espressiva irreprimibile, quel desiderio di raccontare che induce un altro
di quei fenomeni di campagna, Pietro
Ghizzardi, contadino e stradino, a riempire quaderni su quaderni di uno strepitante «quasi-italiano», e a ripetere ossessivamente «mi richordo», per cercare di
fermare chissà che cosa, probabilmente il
fluire impreciso del tempo, ogni istante la
perdita smisurata di vita: «C’è un uomo
nella Bassa sui settant’anni che si chiama
Pietro Ghizzardi ed è un grande uomo...»,
ha scritto un bassaiolo più fortunato, Cesare Zavattini: «Io lessi le sue memorie
quando erano in boccio e dissi; “Corro subito ad abbracciarlo”... Lo incontrai dopo
la prima mostra luzzarese dei naïf, al
pranzo invernale dopo la mezzanotte, diventato ormai rituale, tutti avevamo trovato il nostro posto a tavola e Ghiz­zardi
no, ricordo ancora che se ne stava in piedi
in un angolo con la paura di disturbare,
sdentato, il paletò abbottonato male».
Insomma, si può dire che basta uscire
Si veda P. Ghizzardi, Mi richordo anchora, a c. di
G. Negri e G. Marchesi, Einaudi, Tori­no 1976.
rativas, hermanamientos con ciudades
yugoslavas devastadas por terremotos,
vacaciones prolet y apparatĉik en Eslovenia y en Croacia, la conciencia de clase
y el espíritu cívico como carné de identidad del socialismo de sabor emiliano.
Dice, en efecto, el famoso sociólogo americano, el Robert Putnam ése, que en el
país itálico, marcado por la cadena montañosa de los Apeninos, entre Emilia y
Toscana, se acumuló desde el Medioevo
de las primeras ciudades comunales, una
cuota de «capital social» muy superior al
resto de la península y de las islas. Puede
ser posible, con tal que quede claro el significado de «capital social». Pero hay que
precisar que la sociabilidad de esta franja
de Emilia además expía la convivencia
con fragmentos de marginalidad humana
irreducibles al sentimiento colectivo y
socialista. Cuando el sol golpea las calabazas, escribía Giovanni Guareschi, y el
gran río corre gris y lento, los cerebros no
tardan en asarse. Acontece que las extravagancias naturales de los individuos se
traducen en caracteres locos, en fijaciones
paranoicas, en manías vivarachas como
las de uno golpeado por una insolación,
o en tristezas melancólicas como el velo
de niebla que se evapora en las fincas en
noviembre. ¿O no nos acordamos de las
excentricidades del pintor Antonio Li-
120
dalle città, da Modena e da Reggio, e filare verso la Bassa, lì dalle parti assolate
o viceversa nebbiose di Guastalla e di
Gualtieri, ma anche di Mirandola e Finale,
vicino all’argine, per trovare non troppo
casualmente certi tipi che lo spleen lo interpretano en plein air, come libera voce di
ciò che resta dell’anima, quando l’anima
è smorta e dolente, e più ancora come
istintivo atteggiarsi del corpo, quando
il corpo è imbestialito. Con oscillazioni
psichiche e umorali talmente enfatiche
da spingerli ai margini delle comunità,
preda disarmata di una lunaticità che li
rende strambi per tutta la gente normale,
e qualche volta così ubriachi e cat­tivi che
al vederli le donne si segnano in fretta
per lo spavento.
Uno come Zavattini scappa via, perché
si sa che i poveri sono matti (gnéss un
càncher ai puvrätt, infierisce l’esorcismo
sacrilego del popolo): se ne va a Roma e
contribuisce al neorealismo lavando in
piazza i panni sporchi e finendo nelle cineteche e nei libri di storia della cultura.
E allora, visti i tipi, considerati i caratteri,
si capisce qualcosa in più del Poema dei
lunatici di Ermanno Cavazzoni, con quel
suo paese incerto fra il mondo lunare e
la clandestinità sotterra­nea, e assume
una consistenza addirittura visiva, iconografica, la con­trada sublunare in cui
gabue, con su motocicleta roja y sus cuadros repetidos con usura: comenzando
por el autorretrato, para reproducir de
continuo un yo golpeado y desbordante,
aplastado y furioso, dolido y amoroso, y
para diferenciarlo de la naturaleza, entre
sus fieras veloces y el lujo maravilloso y
azteca de los pavones?
Naïf, más o menos; pero como si la ingenuidad fuera el instrumento espontáneo
de un deseo expresivo irreprimible, ese
deseo de contar que induce otro de los
fenómenos típicos del campo, Pietro Ghizzardi, campesino y peón caminero, llenando cuadernos tras cuadernos de un
sensacional «casi italiano», y repitiendo
obsesivamente «me acuerdo», buscando
detener quién sabe qué, probablemente
el fluir impreciso del tiempo, cada instante la pérdida desmesurada de vida:
«Hay un hombre en las tierras bajas alrededor del Po, con setenta y pico años, que
se llama Pietro Ghizzardi y es una gran
hombre…», escribió otro habitante de
aquellos lugares más afortunado, Cesare
Zavattini: «Yo leí sus memorias cuando
estaban en capullo y dije: “Corro enseguida a abrazarlo”…Lo encontré después
de la primera exposición de los artistas
naïf en Luzzara, en la cena invernal pasada la media noche, ya un ritual, todos
habíamos ocupado nuestro puesto en
121
si agitano e vaneggiano i morti di quel
reggia­no finito a insegnare in qualche
posto in America, ma sì, Daniele Benati: quelle ombre defunte obbligate da
un loro destino paranoico a ripercorrere
senza ragione e per sempre la via Emilia
e le carrarecce fra i campi, tra i filari dei
pioppi, nelle bocciofile di notte, in una
città divenuta spenta e fredda, in una periferia azzerata, in un panorama che è un
angolo ottuso, ma così ottuso che di più
farebbe male anche alla geometria, non
solo al cuore dei viventi (e dei morti).
«Io mi richordo che mi sembrava un
sogno...».
Eh già: anche il più grande scrittore modenese d’ogni tempo, Antonio Delfini,
coltiva la sua lunacy con una determinazione infran­gibile. Dice e ripete (ogni
volta che può) il panoramico letterato
Roberto Barbolini che l’introduzione al
Ricordo della basca è la più straordinaria
«vanvera» della letteratura nazionale del
Novecento. Chi non sa che cos’è una vanvera, faccia uno sforzo di immaginazio­ne.
Mentre non ci vogliono troppi sforzi di
fantasia per immaginarlo, Delfini, lo
scrittore straniato e orfano che conobbe
il volto di suo padre vedendolo uscire
intatto dalla terra il giorno dell’esumazione («lui, mio padre, aveva 33 anni; e
la mesa y Ghizzardi aún no, todavía recuerdo que estaba de pie en un rincón,
con miedo a importunar, sin dientes y con
el abrigo mal abrochado»10.
En conclusión, se puede decir que basta
salir de las ciudades, de Módena y de Reggio, y dirigirse hacia las llanuras cerca
del Po, a los lugares soleados o, por el
contrario, neblinosos de Guastalla y de
Gualtieri, pero también a los de Mirandola y Finale, cerca de la ribera, para
encontrar no tan casualmente a ciertos
tipos que el spleen lo interpretan en plein
air, como libre voz de lo que queda en el
alma, cuando el alma está pálida y dolida, y sobre todo como instintiva actitud
del cuerpo, cuando éste está enfurecido.
Con oscilaciones psíquicas y humorales
tan enfáticas como para empujarlos a los
márgenes de la comunidad, presas desarmadas de una posesión lunática que los
vuelve estrafalarios ante toda la gente
normal, y de vez en cuando tan ebrios y
malos que las mujeres al verlos hacen el
signo de la cruz por el espanto.
Alguien como Zavattini se marcha, porque
se sabe que los pobres están locos (gnéss
un càncher ai puvrätt, infiere el exorcismo
sacrílego del pueblo): se va a Roma y contribuye al neorrealismo lavando pública10Se vea P. Ghizzardi, Mi ricordo anchora, a c. de G.
Negri e G. Marchesi, Einaudi, Torino, 1976.
122
io, suo figlio, 54»), non ci vuole una gran
fatica per immaginarlo mentre straparla,
per l’appunto a vanvera, verosimilmente
sbracciandosi fino a disarticolarsi, sotto
i portici del collegio davanti al Caffè nazionale: per spiegare al pubblico estemporaneo e ai presenti informatori dell’Ovra un immaginario quanto delirante
fascismo surrealista, con Elsa Barocas
nei panni di Mussolini e viceversa: «Insomma il surrealismo è la dottrina della
follia sistemata in un’analisi anagrafica e
armata»; finché uno di quelli dell’Ovra
scrolla la testa e si libera con una scrollata di spalle dei sospetti di antifascismo
su quell’intellettuale in pieno dérapage semantico: «Sei matto te Delfini».
Matti erano matti, come no. I sociologi
americani venuti a studiare i distretti industriali alla corte di Sebastiano Brusco,
come Charles «Chuck» Sabel, chissà se
sapevano che la fissazione industrialista e l’autonomia politica dei comunisti
emiliani «pinker than red» si nutrivano
anche di queste remote strampalerie
anarchiche, venute giù con la piena della
tradizione: talché agli albori dell’Ottocento, quando l’orribile e vieto estense
Francesco IV, porco reazionario imbroglione, vuole spedire in esilio, «fora da
Mod’na», il patriota movimentista Ciro
Menotti, ci vuole precisa precisa la verve
mente los trapos sucios y acabando en las
cinematecas y en los libros de historia de
la cultura. Y así, considerando los tipos y
los carácteres se entiende un poco más del
Poema de los lunáticos de Ermanno Cavazzoni, con su reino incierto entre el mundo
lunar y la clandestinidad subterránea, y
asume una consistencia incluso visiva,
icnográfica, el paraje sublunar donde se
agitan y desvarían los muertos de aquel
ciudadano de Reggio que acabó enseñando en algún lugar de América, Daniele Benati, claro: esas sombras difuntas
obligadas por sus destinos paranoicos a
recorrer sin razón y por siempre la vía
Emilia y los carriles entre los campos,
entre las hileras de chopos, en las canchas
de bochas por la noche, en una ciudad ya
apagada y fría, en una periferia anulada,
en un panorama que es un ángulo obtuso,
pero tan obtuso que serlo aún más afectaría a la geometría, no sólo al corazón de
los vivos (y de los muertos).
«Yo me acuerdo que me parecía un
sueño…».
Ya: incluso el más grande escritor de
Módena de todos los tiempos, Antonio
Delfini, cultiva su lunacy con una determinación infrangible. Dice y repite (cada
vez que puede) el panorámico literato
Roberto Barbolini que la introducción al
123
politica di un futuro martire del Risorgimento per rispondere: «Va’ via te, duchín
e’d merda», vai via te, duchino eccetera.
Sempre la cacca, per non perdere il filo.
Tanto per storicizzare, il «Menòti» l’era
un protoindustriale del «truciolo»,
quelle strisce sottili di paglia di salice
tutta colorata che, intrecciate dalle vecchie sulla soglia di casa, in tutte quelle
lunghe estati giunte fino ai nostri anni
Cinquanta, servivano poi a fabbricare
misteriosi cappelli di paglia per qualche
altrettanto misterioso mercato nazionale
o estero (a Firenze, forse, dove dicevano
che i cappelli andassero di gran voga, oppure chissà). Tutte nere, con il fazzoletto
in testa, all’ombra delle case, un occhio
pettegolo alla piazza del paese, quelle
donne antiche concedevano in regalo ai
più piccoli qualche pagliuzza per ingannare il tempo e imbrogliare le dita: e i
piccoli imparavano a intrecciare a tre (e
qualcuno persino a quattro, i più abili),
molto prima dello scubidù, che era roba
artificiale, moderna e inutile.
Ma non solo: «Ciro Menotti, per la svegliatezza
dell’ingegno e la non comune opero­sità, acquistò
nel commercio singolare perizia, dedicandosi a
varie imprese industria­li. Nel 1823 impiantò in
villa Saliceto-Panaro una macchina a vapore
per la filatura della seta, ed altre macchine a
vapore introdusse nel modenese, per raffinare
l’acqua­vite». Così si legge nella Storia di Modena
compilata da Angelo Namias (1894).
Ricordo della basca es el más extraordinario
«nonsense» de la literatura nacional del
siglo XX. Quien no sepa que es un nonsense, haga un esfuerzo con la imaginación. En cambio, no se requieren muchos
esfuerzos de la fantasía para imaginarlo,
a Delfini, el escritor perdido y huérfano
que conoció el rostro de su padre viéndole salir intacto de la tierra, en el día de
su exhumación, («él, mi padre tenía 33
años; y yo, su hijo 54»), no hace falta un
gran empeño para imaginarlo mientras
desvaría, precisamente a tontas y a locas,
verosímilmente desbrazándose hasta
desarticularse, bajo el pórtico del colegio
frente al Café nacional: para explicar al
público extemporáneo y a los presentes
informadores del Ovra11 un imaginario
y delirante fascismo surrealista, con Elsa
Barocas en el papel de Mussolini y viceversa. «En conclusión, el surrealismo es
la doctrina de la locura organizada en un
análisis de censo y armado»; hasta que
uno de los del Ovra sacude su cabeza y
se zafa, encogiendo los hombros, de las
sospechas de antifascismo sobre aquel intelectual en pleno dérapage semántico: «Tú
estás loco, Delfini».
Locos lo estaban, cómo no. Los sociólogos
estadunidenses que vinieron para estu11Acrónimo de Organización de Vigilancia y Represión del Antifascismo (n.d.T.)
124
Cosicché quando sempre negli anni
Cinquanta il padronato licenzia i politicamente impegnati, gli agitprop, i
sindacalisti rossi, i proletari in attesa
dell’ora X, viene naturale al proletariato
stesso mandare le eccellenze loro a farla
nei malghetti, e mettere su per converso
la fabbrichina comunista in un garage,
per sperimentare la propria furibonda
propensione pratica allo start up. Ed ecco
subito la fioritura dei villaggi artigiani,
degli istituti professionali, dei servizi
sociali, per arrivare molto presto, bell’e
pronti, all’inaugurazione della celebre via
emiliana al socialismo. Tutti ossessionati
dal lavoro ben lavorato, dalla per­fezione
del manufatto, dal poter manipolare sovranamente i materiali traendone un
guadagno giusto, e dalla certezza della
riscossa sociale.
Non ci si stupisce affatto che l’eroe spettacolare di questa avventura industrialista
sia riconoscibile nella durezza umana di
Enzo Fer­rari, con la sua fissità crudele e
la sua determinazione feroce, letale, chirurgica per esattezza. L’esattezza, veh,
supremo Moloch meccanico. Per cui
non ci si sorprende neanche un po’ che a
due passi da Modena, a Campogalliano,
ci sia la storica fabbrica Crotti, «bilance
dal 1860», strumenti di precisione meccanica pura e quasi immateriale nei loro
diar los distritos industriales a la corte de
Sebastián Brusco, como Charles «Chuck»
Sabel, quién sabe si sabían que la fijación
industrialista y la autonomía política de
los comunistas emilianos «pinker than
red» se nutrían también de estas remotas
excentricidades anárquicas, legado de la
tradición: de manera que en los albores
del siglo XIX, cuando el horrible y anticuado Francisco IV, puerco reaccionario
embustero, quiso mandar al exilio, «fora
da Mod’na» al patriota del movimiento,
Ciro Menotti, se necesitaba precisamente
el brío político de un futuro mártir del
Resurgimiento para responder: «Va’ via
te, duchin e’d merda12», tú vete, duquito,
etc. Siempre la mierda, para no perder el
hilo.
Justo para situar la situación dentro de
un contexto histórico, el “Menòti” era un
proto-industrial de la “viruta”13, aquellas tiras sutiles de paja de sauce, todas
coloreadas que, entrelazadas por las an12En dialecto modenés: “¡Véte tú, duquito de
mierda!” (n.d.T.).
13No sólo: “Ciro Menotti, por su vivo ingenio y su
laboriosidad poco común, logró en el comercio
una singular pericia, dedicándose a diversas
empresas industriales. En 1823, implantó en
villa Saliceto-Panaro una máquina a vapor
para hilar la seda, y otras máquinas a vapor
introdujo en el territorio modenés, para refinar
el aguardiente”. Así está escrito en la Historia de
Módena redactada por Angelo Namias (1894).
125
equilibri di staffe e leve e pianali. Perché
è vero che quel­li di Campogalliano «cagano in piedi», come diceva il genius loci
Guglielmo Zucconi, padre dell’americano Vittorio. Tentativo di tra­duzione:
la fanno cadere dall’alto. Però precisi.
Infatti: «Facevamo delle stadere a ponte
di diciotto metri, quelle che servono a
pesare i camion a rimorchio... E l’ispettore al collaudo maneggiava con seve­rità
il marco e il romano, e controllava che
la pesata fosse giusta, per­ché la misura
della stadera non deve sballare neanche
di un chilo: un chilo, hai capito?».
Normale pure che una frazione di bilanciai onestamente rossi se ne uscisse, nel
corso degli anni Sessanta, per creare una
cooperativa concorrente, fino a spadroneggiare sul mercato e costringere alla
chiusura l’azienda madre: per poi concludere, una trentina d’anni dopo, dato
l’umanesimo socialista e l’amore per il
mestiere, che valeva la pena di mettere
su un museino della bilancia che è un
gioiello di storia della civiltà materiale,
per un verso, ma anche un incommensurabile tributo laico alla sostanza del
lavoro, e a quell’e­sattezza che ha piegato
l’acciaio per farne un arnese con cui misu­
rare pezzi di mondo.
In sostanza bisogna immaginare nella
provincia quel passaggio abbastanza
cianas en el umbral de la casa, durante
todos aquellos largos veranos hasta nuestros años Cincuenta, servían luego para
fabricar misteriosas sombreros de paja
para algún mercado nacional o extranjero
también misterioso (en Florencia, quizás,
donde decían que los sombreros gozarían
de gran aceptación, o quién sabe dónde).
Todas de negro, con pañuelos en la cabeza, bajo la sombra de las casas, una mirada curiosa a la plaza del pueblo, aquellas
antiguas mujeres concedían como regalo
a los más pequeños alguna pajilla para
engañar al tiempo y enredar los dedos:
y los pequeños aprendían a entrelazar en
tres (y algunos, los más hábiles, hasta en
cuatro), mucho antes del scubidú14, que
era algo artificial, moderno e inútil.
Así que, cuando, siempre durante los
años Cincuenta, el empresariado despide
a los comprometidos políticamente, a los
agitadores, a los sindicalistas comunistas,
a los proletarios en espera de la hora X,
es natural que el mismo sector laboral comience a hacer sus excelencias en los barrios bajos, y al contrario lleve adelante la
pequeña fabrica comunista en un garaje,
para experimentar la propia furibunda
propensión práctica al start up. Y aquí está
el rápido florecimiento de las escuelas de
14Juego infantil en el que se entrelazan en
diferentes maneras hilos de plástico coloreado
(n.d.T.).
126
storico dai polverosi e assolati anni Cinquanta ai primi Sessanta, quando le case
si riempivano di macchine da maglieria,
e le ragazze da marito e da cellula, le
Katie e le Meris, le Nives e le Mirke, sudavano d’estate nelle loro camicie stampate a fiori, smacchinando tutto il giorno
fra spole colorate, matasse e gomitoli
alla rinfusa; mentre in poche notti, lì a
Carpi, venivano su laboratori artigiani
ambigui urbanisticamente ma piuttosto
ben tollerati dall’amministrazione, e si
creavano ricchezze diffuse e si diffondeva un primo benessere, con i tedeschi
belli ciunti che piombavano in Mercedes
da Monaco a comprare sull’unghia tutti i
campionari.
Venivano anche gli inviati dei grandi
giornali, a registrare nel taccuino il miracolo, il boom sul campo. Arrivava
Giorgio Bocca per restare stupefatto di
fronte alla quantità di Ferrari davanti ai
garage, e per chiedere ai capi comunisti,
ai pezzi grossi delle coop, agli ammi­
nistratori rossi (gente pratica, poco incline alle utopie), che cosa era per loro il
socialismo. E allora? «Quelli mi guardavano con l’occhio smorto, come per dire
ma questo è venuto o l’hanno mandato?
e alla fine sbottavano: “Il socialismo?
Ma è il capitalismo gestito da noi, andiamo!”».
artesanos, de los institutos profesionales,
de los servicios sociales hasta llegar rápidamente, ya listos, a la inauguración
de la célebre carrera emiliana del socialismo. Todos obsesionados por el trabajo
bien hecho, por la perfección de la manufactura, por poder manipular soberanamente los materiales sacando de éstos
una ganancia justa, y por la certidumbre
de la revancha social.
No nos asombra para nada que el héroe
espectacular de esta aventura industrialista sea reconocible en la obstinación
humana de Enzo Ferrari, con su cruel
firmeza y su determinación feroz, letal,
quirúrgica, para ser exactos. La precisión, ya, supremo Moloch mecánico. Por
eso, no nos sorprende para nada que, en
Campogalliano, a dos pasos de Módena,
esté la histórica fábrica Crotti, «balanzas
desde 1860», instrumentos de precisión
mecánica pura y casi inmaterial en sus
equilibrios de estribos y palancas y tablados. Porque es verdad que los de Campogalliano «cagan de pie», como decía el
genius loci Guglielmo Zucconi, padre del
estadounidense Vittorio. Tentativa de traducción: la hacen caer desde lo alto. Pero
precisos. En efecto: «hacíamos puentes
de báscula de 18 metros, esas que sirven
para pesar los camiones de remolque… Y
el inspector durante la prueba manejaba
127
Andiamo pure. Purché non si pensi a una
società velocemente pacificata, sotto l’ombrello protettivo delle cooperative, della
Camera del lavoro, dei servizi sociali,
delle polisportive. Quando mio padre,
cattolico povero e quindi di classe sociale
incerta, uno di quelli delle bilance Crotti
di Campogalliano, torna finalmente a casa
dalla prigionia in Inghilterra (nel febbraio
del 1946, perché la guerra l’hanno vinta
loro, gli inglesi, «micca noi», e gli italiani
li rimanda­no in patria quando possono e
vogliono), per prima cosa si compra una
Bernardelli calibro 6 e 75, capito il clima?
E il capo democristia­no Gorrieri, sempre
lui, il comandante Claudio venuto dalla
monta­gna con un alone di leggenda, allorché si torna a parlare con piglio revisionista dei triangoli della morte e delle
spinte insurrezionali dei comunisti nel
primo dopoguerra, e dunque dei depositi
di armi nascoste per fare come in Russia,
con la massima naturalezza dice: «Mo’
ce le avevamo anche noi, le armi imboscate, e all’occorrenza le avremmo tirate
fuori».
Come in Russia? Fatto è che se si prova
a parlare con qualche pro­fessore della
pregiata facoltà di Economia, metti uno
dei due Cavazzuti, quello ti spiega che
allora (già, «allora», quando l’università
con severidad el pilón y la pesa y controlaba que el pesaje fuera justo, porque la
medida de la báscula no debía sobrepasarse ni siquiera de un kilo: ¿un kilo, entiendes?».
Era normal que una aldea de fabricantes
de balanzas honestamente de izquierdas
decidiera, en el curso de los años Sesenta,
crear una cooperativa concorrente, hasta
señorear el mercado y llevar al cierre la
empresa madre: para luego determinar,
treinta años después, considerando el humanismo socialista y el amor por el oficio,
que valía la pena construir un pequeño
museo de la balanza que, por un lado, es
una joya de la historia de la civilización
material, por el otro, un inconmensurable
tributo laico a la esencia del trabajo, y a
aquella exactitud que ha torcido el acero
para convertirlo en un instrumento con el
cual medir trozos de mundo.
En sustancia, es necesario imaginar en la
provincia ese pasaje tan histórico de los
polvorientos y desolados años Cincuenta
hasta los primeros años Sesenta, cuando
las casas se llenaban de máquinas de camisas, y las muchachas de maridos y de
célula, las Katie y las Meris, las Nives y
las Mirke, en el verano sudaban en sus
camisas de flores, cosiendo todo el día
entre canillas coloreadas, madejas y ovillos en desorden; y en pocas noches, allí
128
modenese era pura avanguardia sociopolitica, seconda in Italia solo alla sociologia rivoluzionaria di Trento), l’idea
non era affatto quella di fare le riforme
e i riformisti: la prospettiva vera era di
fare la rivoluzione, cominciasse pure con
la microeconomia, per rovesciare almeno
concettualmente i rapporti di classe e instaurare si spera definitivamente il socialismo.
Poi in verità c’è la nemesi, perché anche
il socialismo in terra, malgrado le più
volonterose analisi accademiche, trova il
suo antidoto e il suo sperpero inaspettato
in quelle cattedrali secolarizzate che sono
le grandi strutture del consumismo cooperativo, dove un’intera peda­gogia civile
viene piano piano lessata fra i banchi di
salumi e di pesce, e via via dispersa fra
pneumatici in offerta speciale, mountain
bike, televisori, impianti hi-fi, telefonini.
Roba da ricchi, o da proletari emancipati,
tant’è che nella Festa «nassionale» dell’Unità, fra il suono eterno dei Nomadi
e l’eco dell’Equipe 84 (ma tutti questi già
surclas­sati dalle urla sballate di Vasco
Rossi), ci sono anche i ristoranti fran­cesi,
ouibiensûr, con le ostriche e il foie gras, e
le salse che risentono alla lontana della lezione magistrale di Paul Bocuse (il quale
sa che tutta la grande cucina francese
tende fatalmente alla merde), e i bian­chi
en Carpi, nacían talleres artesanales ambiguos urbanísticamente, pero bien tolerados por la administración, y se creaban
riquezas difusas y se difundía un principio de bienestar, con los alemanes bien
gorditos que bajaban con Mercedes desde
Munich para comprar sin regatear todos
los muestrarios.
Venían además los enviados de los
grandes periódicos, a grabar en su libreta
de apuntes el milagro, el boom de campo.
Llegaba Giorgio Bocca, estupefacto ante
la cantidad de Ferrari delante de los garajes, para preguntar a los jefes comunistas, a los peces gordos de las cooperativas, a los administradores de izquierdas
(gente poco práctica, poco propensa a las
utopías), qué era para ellos el socialismo.
¿Y entonces? «Aquellos me observaban
con los ojos inexpresivos como diciendo:
¿este vino por su cuenta o lo enviaron? Y
en conclusión estallaban: ‘¿El socialismo?
¡Pero si es el capitalismo hecho por nosotros, vamos!’».
Vamos, pues. Con tal que no se piense
en una sociedad velozmente pacificada,
bajo el amparo de las cooperativas, de
la Cámara del trabajo, de los servicios
sociales, de los centros multideportivos.
Cuando mi padre, católico pobre y por
eso de clase social incierta, uno de los de
129
un po’ noiosi passati in barrique: commeil-faut, va bene: «ma, cameriere!, ci sarà
micca una boccia di Sorbara?».
Chi insiste a restare marginale malgrado il
trend, per una sua vena provinciale senza
né occlusioni né deviazioni, persegue la
sua mite eccentricità come il poeta sassolese Emilio Rentocchini, che fra gli scheletri incombenti delle aziende ceramiche,
nella famosa valle delle piastrelle e fra i
suoi fanghi argillosi, in un paesaggio di
piombo che certe notti sembra un cratere,
insiste a pubblicare poesie in dialetto,
tutte rigorosamente in ottava, e non se ne
accorge nessuno tranne Giovanni Giudici, finché la poetessa Patrizia Valduga,
elegantissima, noir, schifata di tutto, non
schiaffa su qualche giornale un paio di
arti­coli in cui scrive che praticamente
quel Rentocchini lì è il più grande poeta
italiano, si dà il caso.
E allora si capisce che aveva ragione quel
povero ragazzo disgra­ziato di Correggio,
Pier Vittorio Tondelli, a dire che il casello
dell’A22 è più che l’ingresso in un’autostrada, è un’ipotesi europea di libertà, se
lorsignori capiscono i simboli:
Correggio sta a cinque chilometri dall’inizio
dell’autobrennero di Carpi, Modena che è
l’autobahn più meravigliosa che c’è perché
se ti metti lissù e hai soldi e tempo in una
giornata intera e anche meno esci sul Mare del
Nord, diciamo Amsterdam, tutto senza fare
una sola curva, entri a Carpi ed esci lassù. Io
las balanzas Crotti de Campogalliano,
regresa finalmente a casa del encarcelamiento en Inglaterra (en febrero de 1946,
porque la guerra la ganaron ellos, los
ingleses, “no nosotros” y a los italianos
les envían de vuelta a la patria cuando
pueden y quieren), lo primero que hace
es comprarse una Bernardelli calibre 6 y
75, ¿se entiende el punto? Y el jefe democristiano Gorrieri, siempre él, el comandante Claudio bajado de la montaña con
un halo de leyenda, cuando se vuelve a
hablar con tono revisionista de los triángulos de la muerte y de los empujes insurreccionales de los comunistas en la
primera posguerra, y entonces de los depósitos de armas escondidos para hacer
como en Rusia, con la máxima naturalidad dice: «Claro, las armas emboscadas
las teníamos nosotros también, y eventualmente las habríamos sacado».
¿Cómo en Rusia? Es seguro que si se intenta hablar con cualquier profesor de
la preciada facultad de Economía, con
uno de los dos Cavazzuti, por ejemplo,
él te explicará que antaño (ya “antaño”,
cuando la universidad de Módena era
pura vanguardia sociopolítica, segunda
en Italia sólo a la sociología revolucionaria
de Trento), la idea no era para nada la de
crear reformas y reformistas: la verdadera
perspectiva era la de hacer revolución,
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ci sono affezionato a que­sto rullo di asfalto
{...]. Ma ci son notti o pomeriggi o albe o anco
tramonti, anche questo dovete imparare, che
succede il Gran Mira­colo, cioè arriva sul quel
rullo l’odore del Mare del Nord che spazza
le strade e la campagna e quando arriva senti
proprio dentro la sal­sedine delle burrasche
e dell’oceano e persino il rauco gridolino
dei gabbiani e lo sferragliare dei docks e dei
cantieri e anche il puzzo sot­tile delle alghe
che la marea ha gettato sugli scogli, insomma
t’arriva difilato lungo questo corridoio l’odore
del gran mare, dei viaggi....
Finale. «Modana siede in una gran pianura...», scrisse mediocremente il «cavalliere» Tassoni. Se uno rimane, se non
se ne va, può sempre fermarsi una sera
qualsiasi (meglio le mezze stagioni) in
piaz­za Grande e alzare lo sguardo verso
la Potta. Così, per abitudine. Magari gli
scappa l’occhio più in alto, e nel cielo un
po’ afoso, nel blu affumicato della pianura, può esserci anche, tutta gialla, la
luna. Grande come una forma di parmigiano, che ti sembra di poter pren­derla in
mano e mangiarla.
È la luna di Modena, e qualche volta,
se sei sul sentimentale, può anche venirti voglia di metterti a ululare: come
un cane, come un matto, come un Ghizzardi. Sì, lo so che Ghizzardi e quel tale
Ligabue erano matti speciali, sperduti in
La citazione si trova nel racconto Autobahn,
pubblicato in Altri libertini, Feltrinelli, Milano
1980.
empezando por la microeconomía, para
derrocar al menos conceptualmente los
vínculos de clases e instaurar, se esperaba
definitivamente, el socialismo.
Luego, en verdad está la némesis, porque
también el socialismo en tierra, no obstante los análisis académicos más voluntariosos, encuentra su antídoto y su
despilfarro inesperado en esas catedrales
secularizadas que son las grandes estructuras del consumismo cooperativo,
donde toda una pedagogía civil se hierve,
poco a poco, entre los tenderetes de embutidos y pescados, y lentamente se disipa entre neumáticos en oferta especial,
bici de montaña, televisores, equipos hifi y celulares. Cosas de ricos, o de proletarios emancipados, así que en la fiesta
“nacional” de la Unidad, entre el sonido
eterno de los Nomadi y el eco del Equipe
84 (todos estos ya superados por los gritos
descabellados de Vasco Rossi), están también los restaurantes franceses, ouibiensûr,
con las ostras y el foie gras, y las salsas
que siguen desde lejos de la clase magistral de Paul Bocuse (que sabe que toda la
gran cocina francesa tiende fatalmente a
la merde) y los vinos blancos, un poco aburridos pasados en barrique: comme-il-faut,
está bien, «pero mesero, habrá alguna botella de vino tinto de Sorbara?».
Quien insiste en permanecer marginal
131
un pezzo d’Emilia che non si può chiamare Modena: eppure, la luna è la stessa,
e lunatici, siamo luna­tici uguali, dal Po
fino a Zocca. Probabilmente con la malattia dell’or­ganizzazione, del partito, del
progresso, delle macchine, del metallo,
delle acciaierie, e poi del software, dell’innovazione, della competitività sui più
primari mercati. Ma la luna, eh già, quella
luna lì, bisogna lasciarla stare, va’.
Perché l’è così poetica, ma così poetica,
così tanto poetica... C’è solo da stare attenti in quelle sere, guardando lassù, di
non pestare una merda di cane, quaggiù.
pese al trend, por su vena provincial sin
oclusiones ni desviaciones, persigue su
apacible excentricidad como el poeta de
Sassuolo, Emilio Rentocchini, que entre
los esqueletos inminentes de las empresas cerámicas, en el famoso valle de
las baldosas y entre sus lodos arcillosos,
en un paisaje plomizo que en ciertas noches parece un cráter, insiste en publicar
poemas en dialecto, todos rigurosamente
escritos en octavas, y nadie se da cuenta
de eso, excepto Giovanni Giudici, hasta
que la poetisa Patrizia Valduga, elegantísima, noir, hastiada de todo, no publica en
algún periódico un par de artículos en los
que escribe que prácticamente el Rentocchini ése es el más grande poeta italiano,
se da el caso.
Y entonces se comprende que tenía razón
aquel pobre muchacho desgraciado de
Correggio, Pier Vittorio Tondelli, al decir
que la caseta de cuota de la A22 más que
la entrada en una autopista, es una hipótesis europea de libertad, si ustedes entienden los símbolos:
Correggio está a cinco kilómetros del
comienzo del autopista de Carpi, Módena que
es la autobahn más maravillosa que existe
porque si vas hacia arriba y tienes dinero y
tiempo, en sólo un día e incluso menos, llegas
al Mar del Norte, digamos Ámsterdam, todo
sin hacer ni siquiera una curva, entras en
Carpi y sales hacia arriba. Yo me aficioné a
este corredor de asfalto […] Pero hay noches
o tardes, amaneceres o atardeceres, esto
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también tienen que aprender, que acontece el
Gran Milagro, es decir, llega sobre ese pasillo
el olor del Mar del Norte que barre las calles
y el campo y cuando llega sientes dentro el
salitre de las tormentas y del océano y hasta
el áspero grito de las gaviotas y el rechinar
de las dársenas y de los astilleros y también
el hedor sutil de las algas que la marea
lanzó sobre los riscos, en conclusión te llega
rápidamente, a lo largo de este corredor, el
olor del gran mar, de los viajes… 15.
Final. «Módena se sienta en una gran llanura…», escribió de forma mediocre el
“caballero” Tassoni. Si uno permanece,
si no se va, puede siempre detenerse una
tarde cualquiera (mejor las medias estaciones) en la plaza Grande y levantar la
mirada hacia la Panocha. Así, por costumbre. Quizás se le escape la mirada
aun más alto y en el cielo un poco cargado, en el azul ahumado de la llanura,
además puede estar, toda amarilla, la
luna. Grande como un queso parmigiano
entero, que te parece poder tomarla con
la mano y comértela.
Es la luna de Módena, y alguna vez, si te
sientes sentimental, pueden darte ganas
de ponerte a aullar: como un perro, como
un loco, como un Ghizzardi. Sí, ya lo sé
que Ghizzardi y el tal Ligabue eran locos
especiales, despistados en un trecho de
Emilia que no se puede llamar Módena:
15La cita se encuentra en el cuento Autobahn, publicado en Otros libertinos, Feltrinelli, Milán,
1980.
no obstante, la luna es la misma y los lunáticos somos todos iguales, desde el Po
hasta Zocca. Probablemente con la enfermedad de la organización, del partido,
del progreso, de las máquinas, del metal,
de las acerías, y luego del software, de la
innovación, de la competitividad en los
mercados más primarios. Mas la luna, eh
ya, esa luna allí, hay que dejarla en paz,
vamos.
Porque es tan poética, pero tan poética,
tan tan poética… Sólo hay que tener cuidado en esas noches, mientras se mira
hacia arriba, y no pisar una mierda de
perro, acá abajo.
14. Foto: Giorgio Giliberti
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15. Foto: Giorgio Giliberti
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