Origine ed evoluzione dell`uomo

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Origine ed evoluzione dell`uomo
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Origine ed evoluzione dell’uomo
Dispensa del corso di Preistoria – modulo A – a.a. 2013-2014
prof. RAFFAELE CARLO
DE
MARINIS
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO
Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali
Sezione di Archeologia
Via Festa del Perdono 7
I – 20122 Milano
© by RAFFAELE CARLO DE MARINIS
2
__________________________________________________________________________
Indice
Abbreviazioni
6
1. Dal mito alla scienza: dai miti delle origini all’evoluzionismo darwiniano e alla nascita
dell’archeologia preistorica
1.1 L’Antichità……
1.2 Dal Medioevo all’età moderna
8
..
...
..... .
1.3 Le scienze naturali nell’età dei Lumi . .
......
. . . . .24
1.4 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
1.5 Il trasformismo di Lamarck . . . .
...........
30
...
. 35
..
. . . . . 38
1.6 Darwin e la teoria dell’evoluzione . . . . . . . .
1.7 Il posto dell’uomo nella natura
. . . .14
.
...
48
1.8 La dimostrazione dell’alta antichità dell’uomo e la nascita dell’archeologia preistorica . . .
........
..
. . 53
1.9 Darwin affronta il tema dell’origine dell’uomo . .
. . . .. . . 58
1.10 L’evoluzionismo dopo Darwin
...
. .. . . 59
1.11 Darwinismo e creazionismo………
..62
2. La Paleontologia umana
2.1 Metodi di datazione . . . . .
............
2.2 I fenomeni glaciali e interglaciali
. . . . . . . 75
…………………………………… ……… …83
2.3 Classificazione zoologica dell’uomo . . . .
....
. . . . . . . 84
2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana da Darwin ad oggi .
. . 86
2.5 Il falso di Piltdown ………
2.6 Genetisti contro paleoantropologi
88
…
.. 91
2.7 Qualche nozione di anatomia comparata tra Apes e Uomo
2.8 Le strutture antropologiche fondamentali: il gesto e la parola
...
. . . . 94
…
…… 97
3. Dai primi Ominidi al genere Homo
3.1 I primi Ominidi
3.2 L’Ardipithecus ramidus . . . . . . . . .
....
...
...
. . .103
..
. . .106
3
3.3 Il più antico Australopithecus
.....
..
. . . . . . . . .. 109
3.4 L’Australopithecus afarensis . . . . . . . . . . .
3.5 Altre specie di Australopiteci
.
..
. . . . 110
...
. . . . . 117
3.6 Un periodo ancora confuso
119
3.6.1 L’Australopithecus africanus
119
3.6.2 Il significato evolutivo della bipedia
. . 126
4. Il primo Homo
4.1 Gli Ominidi si adattano a un nuovo habitat: la savana
4.2 L’Homo habilis . . . . . . .
132
......
..
136
4.3 La nascita dello strumento artificiale e le più antiche industrie litiche
141
5. L’Homo erectus
143
5.1 Dmanisi………………………………………………………………………………….145
5.2 Homo ergaster ovvero i più antichi Homo erectus africani .
.
5.3 L’Homo erectus dell’isola di Giava . . . . .
5.4 L’Homo erectus in Cina . . . . . . . . .
5.5 L’Homo erectus in Europa
. 147
...
.....
.
. . 151
.
. . 166
…………
….172
5.6 Il significato evolutivo dell’Homo erectus . . .
.
. . . . . . . 176
5.7 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo . .
179
6. L’uomo diventa cacciatore
187
6.1 L’Homo rhodesiensis
……187
6.2 L’Homo heidelbergensis …………
6.3 L’uomo diventa cacciatore
……… …….189
.
.. ........
7. L’uomo di Neanderthal
7.1 Un po’ di storia . . . . . . . . . . .. . . .
7.2 Le caratteristiche dell’uomo di Neandertal . . .
7.3. La cultura materiale: le industrie litiche
7.4 Indici di umanità per i Neandertaliani
. 196
201
..
. . . . . . . . 202
. . . . . . . 206
. . . . . . . . 210
213
4
8. L’origine dell’uomo anatomicamente moderno e l’estinzione dell’uomo di
Neanderthal
................. 220
9. Le radici del comportamento morale: salto ontologico o continuità evolutiva? … .240
Appendice: Le industrie litiche
242
Riferimenti Bibliografici .............................................................................................. ........248
5
"…alla ricerca di legami profondi…l'uomo è stato considerato sotto l'aspetto zoologico
della sua natura. Ne è risultato che l'uomo zoologico non continuava solo ad avere in
comune con gli altri mammiferi l'organizzazione propria agli animali a sangue caldo,
ma che i suoi comportamenti, con l'umanizzazione, restavano identici a quelli di un
mammifero sociale, onnivoro, per il quale i condizionamenti derivanti dal territorio,
dalla ricerca del cibo e dalla riproduzione continuavano a essere concepibili e
interpretabili in termini zoologici. Un simile atteggiamento che può essere
indifferentemente considerato lapalissiano o pieno di un "bestialismo" eccessivo,
sembra giustificarsi per due ragioni. La prima è che nel corso della evoluzione umana,
soprattutto dopo la scrittura, si è formata una immagine non materializzata,
indispensabile allo sviluppo spirituale e al progresso, ma che, in particolare nelle
scienze umane, ha fatto sì che l'uomo perdesse qualsiasi legame con il vasto mondo.
Sull'esempio dell'antenato scimmia ci siamo sforzati di dimostrare a prezzo di quali
difficoltà l'immagine reale dell'antenato umano fosse emersa nell'ultimo secolo. La
seconda ragione è che la distanza a cui si è giunti oggi fra l'uomo che tende a divenire
l'unico mammifero terrestre di qualche importanza numerica e il resto del globo rende
necessaria una presa di coscienza di quello che è realmente l'homo sapiens, nato al
tempo delle steppe per la caccia al cavallo selvatico e adattatosi a poco a poco alla
locomozione seduta in un'atmosfera di petrolio bruciato. La paleontologia umana e la
preistoria, che destano curiosità per motivi che vanno molto al di là del punto di vista
scientifico, assumono il valore di scienze applicate quando si arriva alla constatazione
che tutta l'ascesa delle civiltà si è realizzata con quello stesso uomo fisico e intellettuale
che faceva la posta al mammut e che la nostra cultura elettronica, che ha appena
cinquant'anni, si regge su un apparato fisiologico che risale invece a quarantamila anni
fa. Se c'è motivo di avere fiducia nelle possibilità di adattamento, tuttavia la distorsione
esiste ed è evidente la contraddizione fra una civiltà dai poteri quasi illimitati e un
civilizzatore la cui aggressività è rimasta immutata dal tempo in cui uccidere la renna
significava sopravvivere."
(A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, pp. 463-464).
6
Principali abbreviazioni utilizzate
A Arago, caverna presso Tautavel, in Francia
AL Afar Locality
AP Arborean Pollen
AT Atapuerca
BC Before Christ
BP Before Present (per quanto riguarda il 14C per convenzione 1950 AD)
D Dmanisi
DD Denen Dora, membro intermedio della formazione di Hadar
DNH Drimolen Hominid
ER East Rudolf
ESR Electron Spin Resonance
FT Fission Tracks (tracce di fissione)
Gl glaciale
Igl interglaciale
Ist interstadiale
Ka kilo annum = 1000 anni
KBS tufo Kay Behrensmeyer, a Koobi Fora nel Turkana orientale, dal nome della geologa di
Yale che lo individuò
KH Kada Hadar, membro superiore della formazione di Hadar
KNM Kenya National Museum
KP Kanapoi
LH Laetoli Hominid
Ma Mega Annum = 1 milione di anni
M 1-2-3 Molari inferiori
M 1-2-3 Molari superiori
NAP non arborean pollen
OH Olduvaid Hominid
OIS Oxygen Isotopic Stage
PM 3-4 premolari inferiori
PM 3-4 premolari superiori
7
R/W interglaciale Riss/Würm
SH Sidi Hakoma membro inferiore della formazione di Hadar
SK Sterkfontein
StW Sterkfontein, ominidi delle ricerche dell’università del Witwatersrand
TD Trinchera Dolina (Atapuerca)
TL Termoluminescenza
WT West Turkana
8
_______________________________________________________
CAPITOLO 1
Dal mito alla scienza
dai
miti
delle
origini
all’evoluzionismo
darwiniano
e
alla
nascita
dell’archeologia preistorica
1.1 L’Antichità
La necessità e l’ansia di trovare una risposta agli interrogativi sull’origine del mondo e
dell’umanità, nonché sul senso e lo scopo dell’esistenza, hanno certamente assillato la mente
umana fin dai tempi più remoti, da quando esiste l'uomo dotato di linguaggio articolato,
autocoscienza e capacità cognitive razionali. Anche i popoli senza scrittura, le cd. popolazioni
di interesse etnografico, con cui gli Europei vennero in contatto nelle Americhe, in Africa,
nell'Asia settentrionale, in Australia e in Oceania, avevano elaborato sistemi di spiegazione
del mondo che li circondava1, avevano concepito miti della creazione e delle origini,
cosmogonie, miti escatologici, religioni. I cacciatori e raccoglitori del Paleolitico Superiore,
vissuti tra 35000 e 12000 anni fa, hanno lasciato traccia del proprio pensiero “religioso”
nell'arte parietale, che André Leroi-Gourhan ha interpretato come "mitogramma", un insieme
strutturato di simboli che esprimevano una visione e descrizione del mondo. Ma soltanto a
partire dal momento in cui sono sorte civiltà urbane complesse, dotate di scrittura, abbiamo la
possibilità di conoscere direttamente i pensieri che gli uomini avevano elaborato su temi quali
l'origine del cosmo, della natura e della stessa umanità. Lo strumento con cui gli uomini della
preistoria e delle più antiche civiltà hanno cercato di rispondere alle domande che essi si
ponevano di fronte ai grandi fenomeni della natura o agli interrogativi sul significato della
9
vita e della morte, sull’origine del mondo e della società, è stato – e non poteva essere
altrimenti - quello del mito, un racconto ricco di immaginazione e fantasia, che non intende
ricostruire avvenimenti storici, ma offrire una spiegazione di ordine filosofico ed etico2. La
verità del mito, quindi, non è di carattere storico e scientifico. Il pensiero speculativo dei
popoli senza scrittura e delle più antiche civiltà, come quella egizia o quelle mesopotamiche, è
mitopoieico. Soltanto nel corso del VI secolo a.C. nell’ambiente ricco di fermenti culturali
della Jonia greca cominciò a maturare una nuova visione razionale del mondo, nacquero
allora la filosofia, la storiografia e la scienza. La liberazione del pensiero dai lacci del mito fu
un processo lento e faticoso. La storiografia antica ha per oggetto un passato molto recente,
del quale sono rimaste testimonianze scritte o del quale gli stessi storici sono stati spettatori.
Quando gli storici antichi affrontano il tema delle origini o delle epoche più remote della loro
stessa storia non possono far altro che utilizzare come fonti i miti, le leggende, le tradizioni, a
volte cercando di razionalizzarle e sistemarle criticamente. “Io scrivo queste cose come a me
sembrano vere, poiché molte e ridicole, come a me appaiono, sono le tradizioni dei Greci”,
così Ecateo verso il 500 a.C.3.
Pur essendo “archaiologhia” una parola greca che significa “scienza dell’antico”, gli antichi
non hanno mai fatto opera di archeologia nel senso moderno del termine, vale a dire non
hanno mai interrogato mediante lo scavo gli archivi storici sepolti sotto terra per ricostruire il
passato, anche quello più remoto.
Il problema dell'origine dell'umanità e della sua cultura non fu oggetto di studi e di specifiche
ricerche scientifiche, ma fin dall'Antichità si possono rintracciare due concezioni
fondamentali che cercano di dare risposta a questi interrogativi.
La prima è quella di una decadenza della società o di una caduta dell'uomo, decadenza
rispetto a una felice età dell'oro, ormai tramontata per sempre (Esiodo, Le opere e i giorni,
106 sgg.), o caduta da una condizione originaria di bontà e di innocenza4.
Nei primi undici capitoli della Genesi, il libro con cui ha inizio l’Antico Testamento, si
raccontano la creazione del mondo, di Adamo ed Eva, il peccato originale e la cacciata dal
1
A. LEROI-GOURHAN, Le fil du temps. Ethnologie et Préhistoire, Paris 1983 (Fayard), p. 292 sgg.
Per una rassegna esemplificativa di miti delle origini e cosmogonie cfr. Origine ed evoluzione dell'Uomo, a c. di HENRY
DE LUMLEY, ediz. italiana a c. di G. GIACOBINI, Milano 1985, p. 21 sgg.
2
3
Ecateo, Storie, Proemio (fr. 1).
Sui miti della caduta presso l’ebreismo, la Grecia antica ed altre culture cfr. J. RIES, Alla ricerca di dio. La via
dell’antropologia religiosa, vol. 1, Milano, 2009, capitolo VII, pp. 138-158.
4
10
Paradiso, la storia di Caino e Abele, fino al diluvio universale e ai discendenti di Caino, di Set
e di Sem. Nella Genesi confluiscono due storie sacre, una più antica, detta il racconto dello
Yahvista, da Yahweh, il nome di Dio usato in questa fonte, l'altra più recente, detta il
documento sacerdotale. Soltanto lo Yahvista narra la storia del paradiso e del peccato
originale (Gen., 2, 4b – 3, 1-24), che il documento sacerdotale sembra ignorare5. L'uomo,
collocato da Dio nel paradiso terrestre, è decaduto prestando ascolto alle tentazioni del
serpente. Secondo il documento sacerdotale Dio creò l'uomo al sesto giorno, a sua immagine e
somiglianza (Gen., 1, 26-28). Secondo il racconto dello Yahvista Dio creò l’uomo
modellandolo con creta tratta dalla terra, inspirandogli poi nelle narici il soffio della vita, di
modo che l'uomo divenne un essere vivente; quindi lo pose in Eden, una terra pianeggiante e
verdeggiante ricca di ogni genere di alberi, belli da vedere e buoni da mangiare, fra cui
l'albero della vita e l'albero della conoscenza del bene e del male. Dio impartì al primo uomo,
Adamo, l'ordine di non mangiare il frutto dell'albero della conoscenza ((Gen. 2, 4b – 17)). In
seguito, Dio creò tutti gli animali, a ciascuno dei quali Adamo diede un nome, quindi mentre
era immerso in un sonno profondo, Dio creò dalla sua costola la prima donna, Eva (Gen. 2,1824). Fu Eva a lasciarsi indurre dal serpente, simbolo di Satana, a mangiare il frutto dell'albero
proibito e lo fece mangiare anche ad Adamo. Dal quel momento Adamo ed Eva persero la
loro condizione originaria di innocenza: “Si aprirono allora i loro occhi e si avvidero che
erano nudi”. Dio li cacciò dal paradiso e gli uomini furono condannati a vivere del faticoso
lavoro dei campi e a sopportare innumerevoli sofferenze (Gen. 3). Dopo aver mangiato il
frutto proibito, conobbero il bene e il male e cacciati dal Paradiso Terrestre dovettero
imparare a distinguerli.
Naturalmente gli avvenimenti che sono raccontati nella Genesi non hanno alcun carattere
storico, e bisogna distillare dall’involucro letterario il contenuto dottrinario. Il mito della
caduta ha lo scopo di rispondere a una inquietante domanda: unde malum, qual’è l'origine del
male? La propensione al male è connaturata nell'uomo fin dalla sua creazione o l'uomo, creato
libero di scegliere, è diventato malvagio per sua stessa colpa? Il dolore e la morte sono
conseguenza del peccato, della disobbedienza a Dio, ovvero al Padre.
Il racconto biblico, che tanta importanza avrà nella storia della cultura occidentale, per alcuni
aspetti affonda le sue radici nelle letterature mesopotamiche, in particolare in quella sumerica,
5
J. BOTTERO, Naissance de dieu. La Bible et l'historien, Paris (Gallimard), 1986, p. 155 sgg.
11
la più antica di tutte. Nel racconto epico "Enmerkar e il Signore di Aratta" un passo di una
ventina di versi descrive una mitica età dell'oro, quando tutti gli uomini parlavano una sola
lingua e vivevano in pace e senza pericoli, fino a quando il dio Enki con un malefizio fece
cadere l'uomo da quello stato di grazia, suscitando guerre e conflitti. In un altro poema
sumerico, "Enki e Ninhursag", viene descritto un paese puro, pulito e splendente, in cui non si
conoscono la malattia e la morte, il paese di Dilmun. Il dio Enki ordina a Utu, il dio sole, di
far sgorgare dalla terra l'acqua e di irrigare il paese, che si trasforma in un giardino
lussureggiante. Il paese di Dilmun è forse all'origine della concezione ebraica dell'Eden, il
paradiso terrestre. D’altra parte la parola ha riscontro in sumerico (edin) e in accadico (edinu)
con il significato di “pianura”, “steppa”, il giardino creato da Dio nell’Eden sarebbe quindi
una oasi lussureggiante. Il poema sumerico getta luce anche sulla creazione di Eva dalla
costola di Adamo. In ebraico Hawwah (Eva) significa "colei che fa vivere". Nel poema
sumerico Enki si ammala e una delle parti ammalate è la costola. Ninhursag crea una dea che
guarisce la costola di Enki, Nin-ti, la "signora della costola", che significa anche "la signora
che fa vivere", poiché “ti” in sumerico ha il significato tanto di costola, quanto di far vivere.
In ebraico il bisticcio letterario perde significato, ma il fatto che nel racconto dello Yahvista la
prima donna, "colei che fa vivere", nasca dalla costola di Adamo, è un indizio che rivela la
conoscenza della mitologia sumerica6.
Anche la concezione di una duplice natura dell'uomo, formato dall'argilla,
e perciò
miserabile e caduco, e da qualcosa di divino, dunque superiore a tutti gli altri esseri viventi,
trova alcuni riscontri nella letteratura sumerica. La dea Nintu mescola all'argilla la carne e il
sangue di un dio per far nascere l'uomo7. Per quanto riguarda il racconto del "peccato
originale" è possibile che lo Yahvista abbia utilizzato una storia pre-esistente, ma un vero
parallelo nelle letterature mesopotamiche non è ancora stato rintracciato.
L'idea della decadenza dell'umanità è presente anche nell'antica Grecia. Ne "Le opere e i
giorni" Esiodo (VII secolo a.C.) racconta il mito delle diverse età dell'uomo. Nell'età dell'oro
"gli uomini vivevano come dei, avendo il cuore tranquillo, liberi da fatiche e da sventure, né
incombeva la miseranda vecchiaia…la fertile terra dava spontaneamente numerosi e
abbondanti frutti" (vv. 106-126). Nella successiva età dell'argento visse una seconda
6
Per tutti i riferimenti alla letteratura sumerica e accadica citati cfr. S.N. KRAMER, I Sumeri agli esordi della storia, Milano
1958, in particolare p. 138 sgg.; J. BOTTERO, S.N. KRAMER, Uomini e dei della Mesopotamia, Torino, 1992.
7
J. BOTTERO, Naissance de Dieu cit., p. 214.
12
generazione di uomini che non veneravano gli Dei, "peggiore e per nulla simile sia
nell'aspetto che nell'animo" a quella precedente (vv. 127-142). Nella terza età, l'età del
bronzo, gli uomini erano violenti e terribili, in perpetua guerra (vv. 143-155). La quarta
generazione di uomini, "più giusta e divina", fu quella dell'età degli eroi, che combatterono a
Tebe e a Troia. Infine, venne l'età del ferro, per Esiodo la peggiore di tutte: "mai io avrei
voluto trovarmi con la quinta stirpe di uomini: meglio prima morire o essere nato prima…….
di giorno non cessano mai la fatica e l'inganno...." (vv. 174-201).
Una diversa concezione sulle origini e il passato dell’uomo è quella secondo cui la società
umana si sarebbe gradualmente perfezionata grazie a sempre nuove scoperte e invenzioni.
L'idea del progressivo sviluppo culturale dell'umanità, implicita anche in alcuni miti come
quello di Prometeo, l'eroe civilizzatore - a questo proposito si vedano Esiodo ed Eschilo - si
rintraccia nelle riflessioni di storici come Tucidide e Senofonte e di filosofi come Aristotele e
soprattutto Epicuro (341-270 a.C.).
Le concezioni epicuree troveranno espressione poetica in Lucrezio (98-54 a.C.), autore del de
rerum natura, che contiene in nuce la periodizzazione della storia umana in età della pietra,
del bronzo e del ferro (cfr. vv. 951 e sgg., 1280 e sgg.). I primi uomini - scrive Lucrezio erano di una razza più dura, con ossa più robuste e più grandi, capaci di sopportare
maggiormente il freddo e il caldo, vivevano dei prodotti spontanei della natura, davano la
caccia agli animali usando clave di legno o lanciando sassi con le fionde, vagavano nudi, non
avevano leggi. In seguito scoprirono il fuoco, cominciarono a vestirsi di pelli animali,
scoprirono l'agricoltura, costruirono capanne e adottarono l'istituto della famiglia. Nacque la
religione, si costruirono altari e templi, sorsero città e sovrani, fece la sua comparsa anche la
guerra. Gli uomini scoprirono dapprima l'oro e il bronzo e soltanto in un secondo tempo il
ferro:
Arma antiqua manus ungues dentesque fuerunt
et lapides et item silvarum fragmina rami
et flamma atque ignes, post quam sunt cognita primum.
Posterius ferri vis est aerisque reperta.
Et prior aeris erat quam ferri cognitus usus,
quo facilis magis est natura et copia maior. (libro V, vv. 1283-1288).
(Le prime armi furono le mani, le unghie e i denti,
13
le pietre e parimenti pezzi di rami degli alberi,
e le fiamme e il fuoco, dopo che furono scoperti.
In seguito fu scoperta la forza del ferro e del bronzo.
L’uso del bronzo fu appreso prima di quello del ferro,
la cui natura è più duttile e di maggiore abbondanza).
Un'identica concezione, esposta forse con chiarezza ancora maggiore, si trova in Cina
nell'opera di Yüan K'ang's (52 d.C.), che la attribuisce a Feng Hu Tzu, filosofo vissuto agli
inizi del V secolo a.C., all'epoca della dinastia dei Chou orientali (770-221 a.C.). Feng Hu
Tzu propose una successione di quattro stadi, ciascuno caratterizzato dalla materia con cui
venivano fabbricati gli strumenti e le armi, dapprima pietra, poi giada, quindi bronzo e infine
ferro:
"Nell'età di Hsüan Yüan, Shen Nung e Ho Hsü, armi e strumenti erano fatti di pietra per
tagliare gli alberi e costruire le case e venivano seppellite con i morti…
Nell'età di Huang Ti le armi e gli strumenti erano fatti di giada per tagliare alberi, costruire
case e scavare il terreno… e venivano seppellite con i morti;
Nell'età di Yü armi e strumenti erano fatti di bronzo per costruire canali … e case…
Nell'epoca attuale armi e strumenti sono fatti di ferro."8.
Né in Grecia né a Roma si giunse mai a fare vera e propria opera di ricerca archeologica9.
Le nozioni intorno al passato più remoto dell'umanità derivavano dalla sopravvivenza di
tradizioni di età precedenti, da intuizioni filosofiche e dal confronto con i popoli barbari
contemporanei. Per es., Tucidide ritiene che i Greci dei tempi più antichi avessero un grado
di civiltà paragonabile a quello dei barbari suoi contemporanei (Guerra del Peloponneso, I,
6). Ebbe invece un certo sviluppo presso i Greci e i Romani l'etnografia: Erodoto descrisse le
tribù degli Sciti e degli Etiopi, notando che questi ultimi usavano ancora armi di pietra;
Diodoro Siculo descrisse i trogloditi del golfo arabico; Cesare e Tacito i modi di vita, gli usi e
i costumi delle popolazioni galliche e germaniche.
La nozione che nell' «età degli eroi», vale a dire all'epoca della civiltà micenea (II millennio
a.C.), non si conoscesse ancora il ferro era diffusa nel mondo antico e traeva spunto, oltre che
8
K. CHANG, The archaeology of Ancient China, New Haven, Ct., 1968, p. 1 ss. Cfr. Anche CHENG TE-K’UN, Archaeology
in Communist China, in The China Quarterly, 23, 1965, pp. 67-77.
9
E.D. PHILLIPS, The Greek vision of prehistory, in Antiquity, xxxviii, 1964, pp. 171-178.
14
dai poemi omerici, in cui gli eroi combattono esclusivamente con armi di bronzo, anche da
occasionali scoperte “archeologiche”, come, per es., nel 476-475 a.C. l'apertura della presunta
tomba di Teseo nell'isola di Sciro, da parte di Cimone in ossequio alle prescrizioni
dell'oracolo di Delfi: la tomba fu identificata in un piccolo tumulo che racchiudeva un corpo
di grandi dimensioni e si poté constatare che la spada e la lancia erano di bronzo e non di ferro
(Plutarco, Vita di Teseo, 36).
D'altro canto, già presso i Romani non si conosceva più l'esatto significato delle punte di
freccia in selce scheggiata e delle asce di pietra verde levigata, e si pensava che fossero il
prodotto della caduta dei fulmini: per questo motivo venivano denominate «ceraunia», che
significa «pietre del fulmine» (dal gr. keraunós). Utilizzate spesso come amuleti, veniva loro
attribuito un valore magico e terapeutico (Plinio, Naturalis historia, libri xxxiii e xxxvii)10.
.
1.2 Dal Medioevo all’età moderna
Con la fine del mondo antico e la perdita di una buona parte del suo patrimonio letterario,
storico, scientifico e artistico, i testi sacri giudaico-cristiani diventarono la fonte pressoché
esclusiva per conoscere il passato degli uomini. Durante il Medioevo il pensiero storico si
cristallizzò intorno al racconto biblico inteso in senso letterale, cioè si riteneva - e molti lo
ritengono ancora oggi, ma questa interpretazione letterale non costituisce un dogma di fede che i fatti, gli avvenimenti e i personaggi del Pentateuco, fossero storicamente veri. Come
conseguenza la questione delle origini umane si ridusse a una questione di cronologia biblica,
sulla quale esistevano valutazioni disparate. Infatti, se dalla creazione di Adamo fino alla
nascita di Abramo erano trascorsi, secondo la Genesi, 1946 anni, e Salomone salì al trono
verso il 970 a.C., per il computo degli anni trascorsi da Abramo fino a Salomone – periodo
dei Patriarchi, il soggiorno in Egitto, l’esodo, la conquista di Canaan, il perido dei re – non ci
sono dati sufficientemente precisi nella stessa Bibbia. Dai primi padri della Chiesa fino a
Lutero si fornirono computi differenti, ma alla fine si realizzò un consenso sulla cifra di circa
6000 anni, che ebbe larga diffusione. In As you like it (Così è se vi pare), commedia scritta da
Shakespeare nel 1600, nell’atto IV, scena I, 82, Rosalinda dice:
10
Gli studi più importanti sui «ceraunia» nell'antichità e in rapporto alle superstizioni medievali e alle credenze popolari,
sono: E. CARTAILHAC, L'âge de la pierre dans les souvenirs et les superstitions populaires, Parigi l877; ID., La France
préhistorique, ivi 1889; T. HAMY, Matériaux pour servir à l'histoire de l'archéologie préhistorique, i, Le mémoire de
Mahudel sur les pierres de foudre, 1737, in Revue archéologique, iv serie, vii, 1906, pp. 239-259; CH. S. BLINKENBERG,
The thunderweapon in religion and folklore, a study in comparative archaeology, Cambridge 1911.
15
No, faith, die by attorney. The poor world is almost six thousand years
old, and in all this time there was not any man died in his own person, videlicet,
in a love-cause ……11.
James Ussher (1581-1656), arcivescovo di Armagh, in un'opera pubblicata postuma nel
1658, Gli Annali del mondo dalle origini dei tempi …. fino alla dispersione degli Ebrei,
stabilì che la creazione del mondo da parte di Dio era avvenuta nel 4004 a.C. Poco dopo il
vice-cancelliere dell'università di Cambridge, John Lightfoot, stabilì anche la stagione e il
giorno preciso della creazione, il 23 ottobre del 4004 a.C. alle nove del mattino, mentre
l'uomo era stato creato venerdì 28 ottobre 4004 a.C.12, giorno, mese e ora coincidevano con la
data di inizio dell’anno accademico! Questa cronologia continuò a essere sostenuta dalle varie
chiese cristiane per tutto il XVIII e XIX secolo13, ma era destinata a entrare in conflitto con i
progressi compiuti dalle scienze naturali.
Il problema del passato più remoto dell'umanità cominciò ad affacciarsi nella cultura europea
con la scoperta dell'America e le grandi esplorazioni e navigazioni dell'età moderna, che
misero gli Europei in contatto con nuovi mondi e con popolazioni così diverse da quelle della
“civile” Europa da essere definite “selvagge”. Levi-Strauss con suggestive parole ne ha
efficacemente indicato le conseguenze: “…quel momento cruciale del pensiero moderno in
cui, grazie alle grandi scoperte, una umanità che si credeva completa e perfezionata riceve
all’improvviso, come una contro-rivelazione, l’annunzio che non era l’unica, che era soltanto
una parte di un più vasto sistema e che per conoscersi doveva prima contemplare la sua
irriconoscibile immagine in quello specchio….”14.
La scoperta di una nuova umanità, gli abitanti delle “Indie occidentali”, poneva problemi non
facili da risolvere. Gli Amerindi erano veri uomini o creature brute più simili agli animali? E
11
No, per carità, morite per procura. Questo povero mondo è vecchio pressoché seimila anni
e in tutto questo tempo non c’è stato nessuno che sia morto di mano propria, videlicet,
per causa d’amore. (videlicet è espressione latina da videre licet e significa “naturalmente” oppure in senso
ironico “si intende, si capisce”).
12
13
G. DANIEL, The Idea of Prehistory cit., p. 12 sgg.
A questo proposito è interessante osservare che nel romanzo Moby Dick, apparso nel 1851, Herman Melville fa dire a
Ismaele, la voce narrante, che Adamo è morto sessanta interi secoli fa (capitolo VII). A dimostrazione di quanto le
acquisizioni della scienza abbiano fatto fatica a diffondersi non solo presso la gente comune, ma negli stessi ceti
intellettuali.
14
C. LEVI-STRAUSS, Tristi tropici, p. 312.
16
se erano veri uomini, discendevano anch’essi da Adamo? La Chiesa risolse in breve tempo il
dilemma, con la bolla papale “Sublimis Deus” emanata il 2 giugno 1537 dal pontefice Paolo
III. Veniva affermato che gli Indios erano veri uomini, capaci quindi di ricevere la fede
cristiana, e il fatto di ignorare la religione cattolica non poteva essere addotto a pretesto per
ridurli in schiavitù e privarli dei loro beni. Questa chiara presa di posizione non ebbe alcun
effetto pratico, la conquista del Nuovo Mondo fu segnata dal genocidio sistematico e dalla
distruzione di intere civiltà15.
Nonostante il riconoscimento della piena appartenenza degli Amerindi al genere umano, la
conciliazione della scoperta di nuove popolazioni con i testi sacri si rivelò tutt’altro che
semplice. Non è un caso che comparvero opere che negavano l’unità del genere umano.
Prendendo lo spunto da un difficile passo di Paolo, Epistola ai Romani (5, 12-14)16 e dal
racconto della Genesi, Isaac de la Peyrère (1597-1676), in un’opera dal titolo Praeadamitae,
pubblicata anonima ad Amsterdam nel 165517, sostenne la tesi che erano esistiti uomini prima
di Adamo e che il racconto biblico riguardava soltanto la storia degli Ebrei, ma non quella di
tutta l’umanità. Infatti, dopo l’uccisione di Abele, Caino andò ad abitare nel paese di Nod, a
oriente dell’Eden, prese in moglie una donna che non poteva essere sua sorella, e fondò una
città. Da dove proveniva la moglie di Caino? E la fondazione di una città non implica forse
l’esistenza di abitanti? Quindi Adamo sarebbe l’antenato soltanto degli Ebrei, ma non
dell’intera umanità. La supposizione dell’esistenza dei Pre-Adamiti conferiva alla storia una
nuova profondità temporale, ma l’opera suscitò l’immediata reazione delle autorità
ecclesiastiche e fu pubblicamente bruciata a Parigi nel 1656. La Peyrère, arrestato a Bruxelles
e imprigionato18, pensò bene di ritrattare con formale abiura, il 3 marzo 1657, di fronte ai
15
L’opera più famosa che documenta gli orrori perpretati dai “civilissimi” Europei nei confronti delle “selvagge”
popolazioni indigene è quella di fra BARTOLOMEO DE LAS CASAS, Apologética Historia, scritta tra il 1552 e il
1561, ma pubblicata integralmente per la prima volta nel 1906 a Madrid; trad. italiana La leggenda nera. Storia
proibita degli spagnoli nel Nuovo Mondo, Feltrinelli, Milano 1959, traduzione e introduzione di Alberto
Pincherle. Cfr. anche M. LIVI BACCI, Conquista. La distruzione degli indios americani, Il Mulino, Bologna,
2005.Sulla storia dell’incontro tra Europei e popolazioni del Nuovo Mondo cfr. il recente D. ABULAFIA, The
Discovery of Mankind. Encounters in the Age of Columbus, Yale Univ. Press, 2008 (trad. italiana Il Mulino,
Bologna 2010).
16
Riportiamo i passi in questione: “12. Il peccato è entrato nel mondo a causa di un solo uomo, Adamo. E il
peccato ha portato con sé la morte. Di conseguenza la morte passa su tutti gli uomini perché tutti hanno peccato.
13. Prima della legge di Mosè, c’era già il peccato nel mondo. Ma dove non c’è Legge non si dovrebbe neppure
tener conto del peccato. 14. Eppure da Adamo fino a Mosè la morte ha sempre dominato gli uomini, anche quelli
che non avevano disubbidito come Adamo a un ordine di Dio”. Il corsivo è nostro.
17
L’opera è in latino, ma già nel 1656 fu tradotta in inglese con il titolo Men before Adam.
18
I Paesi Bassi e il Belgio erano all’epoca sotto il dominio della cattolica Spagna.
17
cardinali Albizzi e Barberini e di convertirsi dal protestantesimo al cattolicesimo19.
La scoperta dell’America e i grandi viaggi di esplorazione e di circumnavigazione del globo
diedero il via alla nascita dell’etnografia e dell’antropologia. L’osservazione delle tecniche di
fabbricazione di manufatti in pietra scheggiata e in pietra levigata presso le popolazioni cd.
primitive favorì la comprensione del significato di tutta una serie di reperti che in Europa
venivano scoperti casualmente e le discussioni su «ceraunia» e «glossopetra» (queste ultime
erano, a volte, punte di freccia di selce che venivano ritenute denti fossili di squali o lingue di
serpenti pietrificate) ebbero particolare importanza per la nascita dell'archeologia
preistorica20. Michele Mercati (1541-1593), direttore dell'orto botanico vaticano21, fu il
primo a sostenere che le selci scheggiate, che si scoprivano così frequentemente nei campi in
seguito ai lavori agricoli, erano prodotti dell'attività umana, risalenti a popolazioni primitive
ancora ignare dell'uso del metallo. Purtroppo, la sua opera, rimasta incompleta, un catalogo
delle collezioni di minerali, fossili, oggetti archeologici ed etnografici del papa Clemente
VIII, fu pubblicata più di un secolo dopo la sua morte (Metallotheca, Opus postumum, Roma
1717). Parlando dei "ceraunia" Mercati afferma che intorno alla loro natura circolavano due
opinioni, la prima, che era anche la più diffusa, sosteneva che queste pietre fossero state
prodotte dal fulmine, la seconda, sostenuta dagli storici, riteneva che si trattasse di manufatti
prodotti dall’uomo per percussione delle selci, quando ancora non si conosceva l’uso del
ferro22.
“Frequens in Italia Ceraunia est, quae vulgo sagitta nominatur ad triquetram telorum aciem
scalpturata, materia silicis, tenui ac dura. De qua duplex confertur opinio. Magna pars
hominum credit fulmine deferri. Qui historiam callent, ante usum ferri e durissimis silicibus
tundendo fuisse desectam ad belli infamiam arbitrantur. Nam antiquissimis hominum
19
Su Isaac de la Peyrère cfr. R.H. POPKIN, Isaac La Peyrère (1596-1676) : His Life, Work and Influence, Brill,
1987; A. SCHNAPP 1993, p. 268 ss.; P.C. ALMOND, Adam and Eve in Seventeenth Century Thought, CUP,
Cambridge 1999. L’opera di La Peyrère è stata recentemente tradotta in italiano con il titolo I preadamiti, a c. di
G. LUCCHESINI e P. TOTARO, Quodlibet, 2004.
20
La storia della nascita dell'archeologia preistorica può essere seguita attraverso i lavori di A. LAMINGEMPERAIRE, Origines de l'archéologie préhistorique en France, Parigi 1964; G. DANIEL, 150 years of
archaelogy, London, 1950; ID., The Idea of Prehistory, London 1962, trad. italiana Firenze 1968; ID., The
origins and growth of archaeology, Harmondsworth 1967; ID., A hundred and fifty years of archaelogy, London
1975; ID., A short history of Archaeology, London 1981, trad. italiana Storia dell'archeologia, Milano 1982; O.
KLINDT-JENSEN, A history of Scandinavian archaeology, Londra 1975.
21
Su M. Mercati cfr. E. ANDRETTA, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 73, 2009, ad vocem.
22
Cfr. A. LAMING-EMPERAIRE 1964, pp. 45-48; A. SCHNAPP 1993, pp. 436-438.
18
segmenta silicum pro cultellis fuere.”23 (Michele Mercati, Metallotheca, Armarium XII, cap.
16, p. 244). Nella stessa pagina Mercati raffigura otto cuspidi di freccia in selce, del tipo a
ritocco bifacciale, e una lama di selce.
Mercati cercava poi di conciliare i dati della Bibbia con quelli dell'antiquaria e
dell'etnografia. Secondo la Bibbia lo scopritore del ferro fu Tubalcain, appartenente alla
settima generazione dopo Adamo, ma anteriore al diluvio universale. Mercati formulò
l'ipotesi che la conoscenza del ferro dopo il diluvio fosse rimasta appannaggio di una cerchia
ristretta di uomini e che invece le genti che con le loro migrazioni ripopolarono la terra dopo
il diluvio avessero perduto questa conoscenza e fossero ritornate all'uso di armi e strumenti di
pietra. Mentre Mercati riconobbe la vera natura delle cuspidi di freccia in selce scheggiata e
ritoccata, per quanto riguarda le asce di pietra levigata non sembra aver messo in dubbio
l'opinione tradizionale che si trattasse di pietre cadute dal cielo insieme ai fulmini24.
Il naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), botanico, zoologo e mineralologo,
fu autore prolifico, ma di scarso senso critico25. La sua opera Musaeum metallicum, uscì
postuma a Bologna nel 1648. Nonostante il fatto che raffigurasse strumenti di pietra degli
Indiani d'America, come un pugnale di selce con elaborata impugnatura (p. 156 Culter
lapideus indicus) e un’ascia in pietra levigata completa di manico (p. 158 Securis lapidea
Indorum usitata), rimase fermo all'idea che glossopetra (in cui includeva fossili e cuspidi di
freccia) e ceraunia fossero prodotti dai fulmini26.
Nel corso del Seicento e del Settecento si diffuse, specie in Inghilterra, Francia, Germania e
ancor più nei paesi nordici, il gusto per il collezionismo e si formarono, presso antiquari,
nobili e sovrani, numerose raccolte o «gabinetti» di curiosità, tra i quali un posto di rilievo
era occupato dagli oggetti archeologici provenienti dalle scoperte occasionali. Accanto alla
figura dello storico tradizionale comparve così quella dell'antiquario, mentre di tanto in tanto
venivano effettuati veri e propri scavi, come, per es, nel 1685 quello di una tomba dolmenica
23
“I ceraunia sono frequenti in Italia. Vengono comunemente chiamati “frecce”. Sono tagliati in una selce sottile e dura a
forma di punta triangolare. Vi sono due opinioni intorno ad essi. La maggior parte delle persone crede che siano prodotti dal
fulmine. Al contrario, gli storici di professione ritengono che prima dell’uso del ferro i ceraunia venissero prodotti
scheggiando la selce molto dura per scopi militari. In effetti, i più antichi uomini utilizzavano come coltelli delle schegge di
selce.”
24
Cfr. Metallotheca, cap. XV «Ceraunia Cuneata» e il disegno di cinque asce di pietra levigata con la didascalia Lapis
fulmineus vulgo fulgur.
25
Cfr. G. MONTALENTI, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 2, 1960, ad vocem.
26
Cfr. p. 600 e ss.., cap. X De Glossopetra e cap. XI De Ceraunia. A p. 604 raffigura una cuspide di freccia in selce e a p.
609 un’ascia di pietra verde levigata “ceraunia viridis”. A p. 634 una cuspide di freccia in selce è accompagnata dalla
didascalia “lapis sagittarius quo Romani pro sagittis utebantur”.
19
a Cocherel nel dipartimento dell’Eure (Francia), che portò al rinvenimento di asce di pietra
levigata, fra cui una di giadeite27.
Il secolo XVIII è ricco di descrizioni di scoperte di sepolture «pagane» (così era denominato
tutto ciò che risaliva a epoca anteriore alla diffusione del cristianesimo) nell'Europa centrale:
in particolare si trattava di tombe megalitiche e di necropoli di campi di urne. Un numero
sempre maggiore di antiquari confrontava i "ceraunia" con i manufatti degli Indiani
d'America. L'idea che le "pietre del fulmine" fossero opera dell'uomo e che le antiche
popolazioni europee fossero vissute in condizioni simili a quelle dei selvaggi contemporanei,
è sostenuta con grande chiarezza da Antoine de Jussieu (De l'origine et des usages de la
pierre de foudre, Parigi 1723). All'Accademia Reale delle Scienze de Jussieu presentò
un'ascia di pietra levigata proveniente dai Caraibi e un'altra ascia e tre punte di freccia
provenienti dal Canada e le confrontò con le "pietre del fulmine" della collezione reale,
dimostrando che si trattava di manufatti prodotti dall'uomo. È questo il primo esempio
dell'utilizzo dell'etnografia per la comprensione del significato dei resti archeologici
preistorici. De Jussieu si spinse ancora più avanti. Poiché nella maggior parte dei paesi in cui
si rinvengono le pietre del fulmine, non vi sono cave o ciottoli che possano essere stati
utilizzati per fabbricarle in loco, bisogna ritenere che uomini provenienti da regioni in cui si
trovava la materia prima venissero a scambiarle con altri prodotti ed è lo stesso fenomeno che
si poteva osservare presso le popolazione selvagge delle Americhe.
Anche G.L. Buffon nell’opera Des époques de la nature, Parigi 1778, afferma che le pietre
ritenute un tempo cadute dalle nuvole e generate dal fulmine altro non sono che i primi
monumenti dell'arte dell'uomo allo stato di natura28.
Larga eco ebbe l'opera del missionario gesuita Joseph-François Lafitau, Moeurs des
sauvages amériquains, comparées aux moeurs des premiers temps, Parigi 1724, in due
volumi. Il padre Lafitau (1681-1746) è considerato uno dei fondatori dell’etnologia moderna.
Inviato nel 1711 in Canada studiò per sei anni la struttura sociale, i costumi, i rituali, le
credenze religiose degli Irochesi, la potente confederazione di cinque tribù, il cui dominio si
estendeva dallo stato di New York alla baia di Hudson. L’interesse fondamentale di Lafitau
era quello di mostrare l’unità psichica del genere umano e di affermare che presso le
popolazioni cd. selvagge era esistita una forma primitiva di monoteismo. Nonostante questa
27
28
A. LAMING-EMPERAIRE, 1964, p. 92 e ss.; F. BOURDIER, Préhistoire de France, Paris, 1967, pp. 18-20.
BUFFON, Oevres complètes, a c. di M. Flourens, Paris, IX, p. 579.
20
impostazione di fondo, l’opera di Lafitau, lodata da Voltaire, è importante per avere non solo
descritto la vita economica, sociale e religiosa degli Irochesi, tramandando preziose
informazioni, ma anche per aver messo a confronto le notizie dell'Antichità sulle popolazioni
barbare e i fatti che erano stati osservati presso le contemporanee popolazioni "selvagge" del
Nuovo Mondo.
Le esplorazioni e le navigazioni dell’età moderna, dal doppiaggio del Capo di Buona
Speranza alla circumnavigazione del globo fecero entrare gli Europei in contatto non solo con
popolazioni “selvagge”, ma per la prima volta anche con le scimmie antropomorfe, il gorilla e
lo scimpanzé in Africa centrale, l’orang-utang e il gibbone nel sud-est asiatico. In realtà gli
Europei conoscevano molto male tutte le scimmie, ma certamente la scoperta delle grandi
scimmie antropomorfe rivelò per la prima volta agli Europei animali che mostravano una
straordinaria - e per molti versi imbarazzante - somiglianza con l’uomo, sia dal punto di vista
dell’aspetto fisico che ancor più da quello del comportamento: le scimmie antropomorfe,
infatti, ridono, sono curiose, manipolano oggetti, giocano e comunicano tra loro, hanno
espressioni di gioia e di collera. Nello stesso tempo ciò che li divide dall’uomo è profondo:
non hanno un linguaggio articolato e l’aspetto, pur presentando molte somiglianze con
l’uomo, appare troppo “bestiale” per ammettere facilmente un legame di parentela. Tuttavia,
la scoperta delle scimmie antropomorfe ridusse in maniera radicale l’abisso che fino ad allora
aveva separato l’uomo da tutti gli altri animali.
Gli antichi non conoscevano che le scimmie con la coda, i cinocefali o Cercopithecidae,
come è documentato sia da fonti scritte29 che da sculture e pitture30. Da alcune testimonianze,
tuttavia, sembra che qualcuno già nell’Antichità avesse visto almeno il gorilla. In un’opera di
Claudio Eliano (175-235 d.C.), Sulla natura degli animali, in 17 libri, c’è la descrizione di un
animale che non può essere che il gorilla, senza però che ne sia specificata la localizzazione
geografica. Eliano riprende ciò che aveva scritto Cratete (II-I secolo a.C.)31, il quale a sua
volta riferiva la notizia a un racconto di Pitagora. Pitagora verso il 540 a.C. viaggiò in Egitto
ed è probabilmente qui che apprese dell’esistenza di questa creatura. Nei testi e
29
Ad es. Plinio, N.H., VIII, 80.
Già nell’età del Bronzo gli affreschi di Akrotiri nell’isola di Thera (Santorini) e di Cnosso a Creta mostrano
figure di scimmie con la coda, probabilmente del genere Cercopithecus. In Egitto il babbuino era considerato
animale sacro ed è spesso raffigurato come adoratore del sole.
31
Cratete di Mallo (Cilicia), fu direttore della biblioteca di Pergamo, dove introdusse l’uso della pergamena.
30
21
nell’iconografia dell’antico Egitto non incontriamo mai una scimmia antropomorfa, ma gli
Egizi intrattenevano intense relazioni con le popolazioni della Nubia fino almeno alla sesta
cateratta e possono aver avuto notizie riguardanti le regioni equatoriali dell’Africa centrale.
Inoltre, una flotta fenicia per incarico del faraone Nechao II (610-594 a.C.) avrebbe compiuto
il periplo dell’Africa partendo dal mar Rosso e arrivando al delta del Nilo dopo tre anni. Nelle
soste lungo le coste del golfo di Guinea non può essere mancata l’occasione di vedere le
scimmie antropomorfe. Nel V secolo a.C. un sovranno di Cartagine, Annone, compì un
viaggio oltre le colonne d’Ercole – l’attuale stretto di Gibilterra – giungendo fino alla parte
meridionale del golfo di Guinea. Del suo Periplo rimane una versione in greco32. Nel punto
più meridionale toccato dalla spedizione i Cartaginesi incontrarono una popolazione di
selvaggi: “la maggior parte erano donne, avevano corpi pelosi e gli interpreti le chiamavano
gorilla. Abbiamo inseguito alcuni maschi ma non abbiamo potuto catturarne neppure uno,
poiché erano ottimi arrampicatori e si difendevano con delle pietre. Comunque, riuscimmo a
catturare tre donne, che morsero e graffiarono gli uomini che le conducevano, poiché non
volevano seguirli. Le abbiamo uccise e scuoiate e portato indietro a Cartagine la pelle”. Si
trattava certamente di scimmie antropomorfe.
Erodoto accenna all’esistenza di montagne coperte di nevi da cui nascerebbe il Nilo, che non
possono essere che le montagne delle regioni equatoriali dell’Africa orientale. Tuttavia, se nel
mondo greco grazie ai contatti con l’Egitto e con i Fenici circolava qualche informazione
intorno alle remote regioni dell’Africa equatoriale in cui vivevano le scimmie antropomorfe,
nessuna notizia precisa su di esse è rintracciabile nelle fonti antiche, a parte il Periplo di
Annone e l’opera di Eliano.
Scrive Eliano: “Vi è un animale che chiamano onocentauro e chi lo ha visto non ritiene
inverosimile che sia esistita una popolazione di Centauri e che gli scultori e i pittori siano stati
menzogneri nella loro descrizione. …..è simile a un uomo, la faccia è circondata da folto
pelame, hanno collo e petto simile a quello dell’uomo, hanno anche mammelle rigonfie nel
petto, l’omero, le braccia, le mani e il petto fino ai lombi hanno aspetto umano, mentre il
dorso, i fianchi, il ventre e i piedi sono più simili a quelli di un asino e come l’asino è di
colore cenere, così il basso ventre dalla parte dei fianchi ha un colore leggermente bianco. La
mano ha una duplice funzione, infatti quando sia necessario andare veloci, le mani procedono
32
Il periplo, a cura di L. DEL TURCO, Sansoni, Firenze 1958.
22
innanzi prima degli arti posteriori, per cui nel correre a quattro zampe non è superato dagli
altri animali, ma quando ha necessità di prendere cibo o sostenere, porre, afferrare o stringere
qualcosa quelli che prima erano piedi, diventano mani e allora non cammina, ma sta seduto.
L’animale ha un animo di grave asprezza, infatti se viene catturato, non tollerando la
schiavitù, per il desiderio di libertà si astiene da qualsiasi cibo e si lascia morire di fame.
Crates di Pergamo nella Mysia afferma che Pitagora abbia raccontato queste cose intorno
all’onocentauro”33.
In questa descrizione sono notevoli le osservazioni relative alla locomozione del tipo che oggi
definiamo knuckle walking e alla duplice funzione di piede e di mano delle estremità degli arti
posteriori. Anche le indicazioni sul colore grigio-argentato del pelame non lasciano il minimo
dubbio che l’animale descritto sia il gorilla.
La prima segnalazione scritta delle grandi scimmie antropomorfe africane risale al 162534.
Andrew Battell, un marinaio inglese fatto prigioniero dai portoghesi in Brasile dopo un
naufragio nel 1559, fu costretto ad arruolarsi nelle loro truppe coloniali ed inviato in Angola,
dove visse per diciotto anni. Le sue vicende avventurose insieme a una gran messe di notizie
sulle popolazioni locali, la fauna e la flora di quelle regioni, furono riportate dal suo amico,
geografo e scrittore, Samuel Purchas, in un libro apparso soltanto dopo la sua morte, nel
33
Il testo di Eliano è in greco. La traduzione riportata è stata fatta utilizzando la versione latina pubblicata da
Friedrich Jacobs, Jena, 1832. (libro XVII, 9: Animal quoddam onocentauram vocant, eamque quisquis vidit, non
incredibile ducet, quod fama pervagatum est, Centaurorum nationes fuisse, neque fictores atque pictores in
eorum descriptione mendaces fuisse; sed eos quoque a tempore productos, et gemina diversae naturae corpora in
unum coaluisse, non negabit. Verum sive revera fuerint, sive omni cera flexibilior, et ad fingendum habilior,
fama illos finxerit, tanquam dimidiato hominis et altero equi corporibus permixtis, et una conciliatis anima
praetereo. De onocentaura quidem mihi nunc est animus explicare, quae auditione et fama accepi: Eam ipsam
scilicet homini similem esse; et pilis prolixis faciem ejus ambiri; collum et pectus humanam speciem
similitudinemque gerere; mammas quoque turgidas in pectore; humeros, brachia cubitos, manusque, ac pectus
usque ad lumbum humanam figuram habere; dorsum, latera, ventrem, posteriores pedes, asininis persimiles esse,
et quemadmodum asinum cinereo colore esse, at imum ventrem (ad latera) leviter exalbescere: duplicem usum ei
manus praestare; nam celeritate ubi sit opus, eae praecurrunt ante posteriores pedes, ex quo fit, ut ceterorum
quadrupedem cursu non superetur; ac rursus ubi habet necesse vel cibum capere, vel quicquam tollere, ponere,
apprehendere, aut constringere qui antea pedes essent, manus efficiuntur, tumque non graditur, sed sedet. Animal
est gravi animi acerbitate; nam si capiatur, non ferens servitutem, libertatis desiderio ab omni cibo abhorret, et
fame sibi mortem consciscit. Haec de onocentaura Pythagoram narrare testatur Crates ex Mysio Pergamo).
34
A volte viene segnalata come prima testimonianza scritta l’opera di FILIPPO PIGAFETTA, Relazione del reame
di Congo et delle circonvicine contrade, Roma 1591, p. 32. Il passaggio è però assolutamente generico:
“Scimmie, Mone e simile bestie piccole e grandi di ogni maniera si trovano nel paese chiamato Sogno, che giace
sul fiume Zaire, alcune delle quali sono molto piacevoli e porgono passatempo di tempo e massimamente usate
da quei Signori per diporto, rappresentando esse, tuttoché irrazionali, assai li sembianti e li modi e gli atti
umani….”. T. Huxley cita il testo di Pigafetta nella edizione latina stampata a Francoforte nel 1598 dai fratelli
De Bry, traducendolo in inglese. Poiché l’originale è in italiano, il passaggio italiano → latino → inglese non ha
certo giovato alla comprensione precisa del testo.
23
162535. Nel territorio del fiume Mayombe, che corrisponde più o meno al Congo Brazzaville
e alla regione di Cabinda nell’Angola settentrionale, Battell riporta l’esistenza, nella fitta
foresta equatoriale, di due creature mostruose, chiamate nella lingua delle popolazioni locali
Pongo quella di maggiori dimensioni ed Engeco quella più piccola. La descrizione del Pongo,
pur contenendo alcune notizie poco verosimili, permette di identificarlo con il gorilla.
“Here are also two kinds of monsters, which are common in these woods, and very dangerous.
The greatest of these two monsters is called Pongo, in their language, and the lesser is called
Engeco. This Pongo is in all proportion like a man, but that he is more like a giant in stature
then a man: for he is very tall, and has a mans face, hollow eyed, with long hair upon his
brows. His face and ears are without hair, and his hands also. His body is full of hair, but not
very thick, and it is of a dunnish colour. He differs not from a man, but in his legs, for they
have no calf. He goes always upon his legs, and carries his hands clasped on the nape of his
neck, when he goes upon the ground. They sleep in the trees, and build shelters for the rain.
They feed upon fruit that they find in the woods, and upon nuts, for they eat no kind of flesh.
They cannot speak, and have no understanding more then a beast. The people of the country,
when they travail in the woods, make fires where they sleep in the night; and in the morning,
when they are gone, the Pongoes will come and sit about the fire, till it goes out: for they have
no understanding to lay the wood together. They go many together, and kill many Negroes
that travail in the woods. Many times they fall upon the elephants, which come to feed where
they be, and so beat them with their clubbed fists, and pieces of wood, that they will run
roaring away from them. Those Pongoes are never taken alive, because they are so strong,
that ten men cannot hold one of them; but yet they take many of their young ones with
poisoned arrows. The young Pongo hang on his mother's belly, with his hands fast clasped
about her: so that, when the country people kill any of the females, they take the young one,
which hangs fast upon his mother. When they die among themselves, they cover the dead with
great heaps of boughs and wood, which is commonly found in the forests.”.
Jonathan Swift (1667-1749) ne I viaggi di Gulliver, descrive, nella quarta parte dell’opera,
delle creature simili all’uomo, ma di aspetto più bestiale e ripugnante, gli yahoo, e non è
35
S. PURCHAS, Hakluytus Posthumus or Purchas his Pilgrimes, contayning a History of the World in Sea
Voyages and Lande Travells, by Englishmen and others, London, 1625. La parte relativa a Battell fu
ripubblicata nel 1901: E.G. RAVENSTEIN, (ed.), The Strange Adventures of Andrew Battell of Leigh, in Angola
and the Adjoining Regions. Reprinted from "Purchas his Pilgrimes." Publications of the Hakluyt Society, Ser. 2,
No. 6, 1901, xx + 210 pp.
24
improbabile che l’ispirazione gli sia venuta dalla lettura delle descrizioni di Battell pubblicate
da Samuel Purchas. Sappiamo, infatti, che nella biblioteca di Swift vi erano i cinque volumi
di Purchas36.
Risale al 1641 la prima descrizione di un orango ad opera dell’anatomista olandese Nicolaas
Tulp e al 1658 quella di un orango femmina da parte del medico olandese Jakob de Bondt37.
Uno studio sistematico e comparativo fu realizzato nel 1699 da Eduard Tyson, autore
dell’opera Orangutang or the anatomy of a pigmy compared with that of a monkey, an ape
and a man, London 1699, 2nd ed. 1751. Il pigmeo di Tyson in realtà era un piccolo scimpanzé
portato a Londra dall'Angola e morto pochi mesi dopo il suo arrivo nella capitale inglese.
Tyson individuò 48 caratteri per cui il "pigmeo" assomigliava all'uomo e 34 per cui
assomigliava alla scimmia. Tyson analizzò anche un orango venuto dall’Indonesia38. È a
partire da quest'epoca che nella lingua inglese si afferma il termine ape per indicare le
scimmie antropomorfe, distinguendole dalle comuni scimmie, che sono chiamate monkey,
distinzione che manca completamente nella lingua italiana39.
Uno scimpanzé fu portato a Londra nel 1738, mentre nonostante le numerose segnalazioni
precedenti, la scoperta ufficiale del gorilla avvenne soltanto nel 1846, quando due missionari
inglesi spedirono a Londra alcuni scheletri di un primate di dimensioni maggiori dello
scimpanzé e appartenenti a una nuova scimmia antropomorfa che aveva la fama di non
fuggire l'uomo e di essere particolarmente feroce, il gorilla. Nel 1855 per la prima volta un
giovane esemplare di gorilla femmina arrivò vivo a Londra.
1.3 Le scienze naturali nell’età dei Lumi e l’invenzione della tassonomia
Nel XVIII secolo, l’età dell’Illuminismo, le scienze naturali conobbero un grande sviluppo.
Fu allora che si cominciò a esplorare in maniera approfondita e sistematica l’ambiente
naturale e ad avere un’idea più precisa dell’enorme varietà degli organismi viventi.
36
Cfr. M. D’AMICO, Introduzione, in J. SWIFT, I viaggi di Gulliver, Milano, 1982, p. VIII.
G.B. SCHALLER, L'anno del gorilla (1964), Bari 1968, p. 12 sgg.; J.C. GREENE, La morte di Adamo (1959),
Milano 1971, p. 211 sgg. e pp. 235-236.
38
J.C. GREENE, La morte di Adamo cit., p. 213 sgg.; S.J. GOULD, Lo scimpanzè di Tyson, in S.J. GOULD, The
Flamingo’s smile. Reflections on Natural History, New York 1985, trad. italiana Il sorriso del fenicottero,
Milano, 1987, pp. 211-225; J. MARKS 2004, pp. 24-25.
39
Nella lingua inglese il termine più antico è Ape, che indicava genericamente tutte le scimmie. A partire dal XVI secolo
compare anche il termine monkey, e successivamente si definiscono due significati diversi per i due termini: il primo e più
37
25
L’ampliarsi degli orizzonti, l’intensificarsi delle conoscenze, il prevalere di uno spirito
razionale nello studio della natura sfociarono nella nascita della sistematica botanica e
zoologica. In questo campo il merito è dello svedese Carlo Linneo (1707-1778), che con la
sua opera monumentale Systema naturae ideò un sistema gerarchico di classificazione degli
organismi viventi fondato sulle somiglianze e differenze, sistema che dalla distinzione più
generale, regno animale e regno vegetale, conduce via via fino alla singola specie. Il sottotilo
dell’opera recitava: Regna tria naturae secundum classes, ordines, genera, species40.
Linneo, forma italianizzata di Carl von Linné, dopo aver studiato alle università di Lund e di
Uppsala, compì viaggi di ricerca in Lapponia e nella regione di Dalarna, quindi si trasferì in
Olanda per completare gli studi di medicina e fu in Olanda che diede alle stampe la prima
edizione del suo Systema naturae. Fu poi in Inghilterra e in Francia. Nominato professore
all'università di Uppsala nel 1741, fece ritorno in patria, dove rimase fino alla sua morte. La
sua opera Systema naturae gli procurò larga fama, Linneo lavorò assiduamente per arricchire
e completare questo sistema di classificazione della natura, e ne fece ben dodici edizioni
diverse. Per quanto non abbia viaggiato molto, Linneo si avvalse di un'ampia schiera di
collaboratori, che aveva mandato in giro per il mondo a raccogliere campioni botanici e
animali. Alcuni collaboratori di Linneo, ad es., parteciparono ai primi viaggi del capitano
James Cook, il grande navigatore ed esploratore inglese (1° viaggio nel 1768-1771, 2° viaggio
nel 1772-1775), altri non fecero più ritorno. Per rendersi conto del graduale e progressivo
ingrandirsi dell'opera di Linneo, è sufficiente osservare che le specie animali considerate
erano 549 nella prima e 5897 nell'undicesima edizione. La più importante è la decima
edizione, apparsa negli anni 1758-1759 in due volumi, perché vi fu introdotto per la prima
volta il sistema della nomenclatura binomia per designare le specie, sistema che fu ben presto
universalmente adottato e che rappresentò una svolta nel campo delle scienze naturali. In
precedenza, infatti, non vi erano criteri uniformi per definire le specie e da ciò derivava una
non piccola confusione: moltiplicazione del numero delle specie partendo da semplici varietà
oppure raggruppamento di specie diverse in una sola specie, se si accentuava l'importanza di
un carattere piuttosto che di un altro.
La nomenclatura binaria comprende il genere e la specie indicati con nomi latini, un
antico viene riservato unicamente alle scimmie antropomorfe, il secondo a tutti gli altri primati (scimmie con la coda). Cfr.
Oxford English Dictionary, ad voces.
40
Sull'opera di Linneo cfr. J.C. GREENE, La morte di Adamo cit., p. 155 sgg.; G. BARSANTI 2005, p. 65 e ss.
26
sostantivo il primo, un aggettivo il secondo: ad es., il leone nella classificazione scientifica
viene designato con la formula binomia Panthera leo, in cui Panthera indica il genere, leo la
specie; la tigre è Panthera tigris; l’orango è Pongo pigmaeus, lo scimpanzè Pan troglodytes,
l’uomo Homo sapiens, e così via.
La sistematica linneana comprendeva 6 entità tassonomiche principali disposte in senso
gerarchico, da quelle più generali ed estese fino a quelle più particolari che coincidono con la
singola specie:
Entità tassonomica
Regno
Classe
Ordine
Genere
Specie
Varietà
:
:
:
Animalia
ad es., Mammalia (mammiferi)
ad es. Carnivora (carnivori), Perissodactyla (perissodattili), Proboscidea (proboscidati), Primates
(primati), etc.
: ad es., Panthera, Felis, Canis, Equus, Elephas, Homo
: ad es., Panthera leo, il leone; oppure Felis sylvestris, il gatto; Equus caballus, il cavallo; Homo
sapiens, etc.
: corrisponde più o meno al concetto di razza
Tabella 1 La tassonomia linneana
La nomenclatura trinomia comprende anche la definizione della varietà o subspecie, ad es.
Homo sapiens sapiens.
Nella sistematica di Linneo mancava un'importante unità tassonomica, quella della famiglia.
Infatti, Linneo seguiva l’opinione corrente ai suoi tempi che ogni specie costituisse un’entità
fissa creata da Dio e quindi inserire nella sistematica un concetto come quello di famiglia, che
richiama l’idea di parentela, non poteva certo aiutare l’imprescindibile esigenza di
armonizzare la scienza con la teologia.
Tuttavia, se inizialmente Linneo considerava la specie come un tipo primordiale creato da
Dio e immutabile, tranne che per variazioni temporanee prodotte dall'ambiente e dal clima da qui il concetto di varietà - , nelle sue ultime opere ammise la possibilità che le specie
potessero essersi formate per ibridazione di generi diversi. In un altro punto Linneo venne a
trovarsi ai confini dell'ortodossia, quando rifletteva sulla durata della storia della terra. Era
27
intimamente convinto che il mondo fosse molto più antico di quanto comunemente si
ammettesse in base alle sacre scritture. Già la collocazione dell'uomo fra i quadrupedi, cioè
fra i mammiferi, aveva provocato violente reazioni.
Alle unità fondamentali di classe, ordine, genere, specie si sono in seguito aggiunte altre
unità, innanzitutto la famiglia, un gruppo di generi tra loro affini e imparentati, e in seguito
altre unità intermedie come sottotipo, sottoclasse, sotto-ordine, infra-ordine, super-famiglia o
sotto-famiglia. La nomenclatura scientifica è in latino e si usa il suffisso –idae per designare
la famiglia, ad es. Hominidae, Felidae, il suffisso –ea, per la super-famiglia, ad es.
Anthropoidea o Hominoidea e quello – inae per la sottofamiglia, ad es. Ponginae, Homininae.
Attualmente si usano le seguenti entità tassonomiche (in neretto quelle fondamentali):
•
Regno
•
Phylum (un tempo: Tipo)
•
Sub-phylum
•
Superclasse
•
Classe
•
Sottoclasse
•
Ordine
•
Sotto-ordine
•
Infra-ordine
•
Superfamiglia
•
Famiglia
•
Sottofamiglia
•
Genere
•
Specie
•
Varietà, Razza
Nella tassonomia linneana si rivela pienamente lo spirito razionale e sistematico dell’età dei
lumi. Alla base della classificazione per unità sempre più ampie vi è la maggiore o minore
affinità che le innumerevoli singole specie presentano tra loro. In questo modo l’incredibile e
straordinaria varietà degli organismi viventi animali e vegetali veniva identificata e
raggruppata secondo principi logici e razionali, in base ai diversi livelli di affinità che essi
28
presentano tra loro.
Per Linneo la specie era una entità fissa, poiché ogni individuo genera soltanto individui
simili a se stesso. I diversi livelli di affinità che gli animali mostravano di possedere
avrebbero rispecchiato una sorta di parentela ideale corrispondente al pensiero di Dio all’atto
della creazione. Soltanto un secolo più tardi l’evoluzionismo di Darwin consentirà di
comprendere che la tassonomia linneana era molto di più che una semplice classificazione in
base alle reciproche somiglianze e differenze, essa, infatti, mostrava con chiarezza le relazioni
filogenetiche esistenti fra tutti gli organismi viventi, rispecchiando un legame profondo,
quello della comune discendenza.
Un altro grande naturalista del XVIII secolo è stato Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon
(1707-1788), autore di una monumentale Histoire naturelle in 44 volumi, pubblicata a partire
dal 1749 e a lungo ristampata anche nel corso del XIX secolo41. A Buffon si deve la
formulazione del concetto biologico di specie, che supera il criterio della somiglianza, criterio
che se applicato agli organismi viventi può rivelarsi insufficiente o problematico a causa delle
differenze a volte profonde dovute al dimorfismo sessuale o agli stadi di sviluppo per gli
invertebrati (larve e individui adulti) o viceversa al fatto che organismi viventi
morfologicamente simili possono presentare adattamenti ecologici e comportamenti differenti
e costituire specie distinte.
La specie è costituita da un gruppo di individui che sono in grado di accoppiarsi e generare
una prole fertile, capace a sua volta di riprodursi. Specie diverse possono accoppiarsi tra loro
e produrre prole, che tuttavia risulterà sterile. L’esempio classico è quello del cavallo che
feconda un’asina, da cui nasce il bardotto oppure dell’asino che feconda una cavalla, da cui
nasce il mulo. Mulo e bardotto sono sterili. “Ogni specie – ogni successione di individui che
si possono riprodurre con successo l’un con l’altro – sarà considerata come un’unità…. La
specie è una successione costante di individui simili che si possono riprodurre l’un con
l’altro”42.
Buffon si interrogò anche sulle relazioni di parentela tra le specie: “En géneral, la parenté
d’espèce est un de ces mystères profonds de la nature que l’homme ne pourra sonder qu’à
force d’expériences…A quelle distance de l’homme mettrons-nous les grandes singes qui lui
41
42
Su Buffon cfr. G. BARSANTI 2005, p. 86 e ss., p. 117 e ss.
BUFFON, Œuvres complètes, I, Paris, 1855, p. 430.
29
ressemblent si parfaitement par la conformation du corps? Toutes les espèces d’animaux
étaient-elles autrefois ce qu’elles sont aujourd’hui ? »43.
L'idea che lo stato di natura rappresentasse una condizione originaria e un tempo comune a
tutta l'umanità è ampiamente diffusa nel pensiero settecentesco insieme al «mito del buon
selvaggio». Di un mito, infatti, si tratta, anche se è senza dubbio vero che la maggior parte
delle popolazioni cd. primitive accolsero con grande apertura e benevolenza gli Europei (per
esserne in cambio tragicamente ripagate). Per Jean-Jacques Rousseau l’uomo allo stato di
pura natura viveva isolato e senza legami con i propri simili, errante e disperso, ma libero e
dominato dal sentimento e dall’istinto. La civiltà, invece, lo avrebbe corrotto e reso infelice.
Tra lo stato di natura e la civiltà vi furono degli stadi intermedi, in cui l’uomo divenne da
frugivoro cacciatore e carnivoro, inventò l’arco, l’amo per pescare, il fuoco, la cottura del
cibo, pose fine alla vita errante, costruì capanne e creò la famiglia. L’invenzione del
linguaggio risale a questo stadio intermedio. Con l’agricoltura, la metallurgia, la divisione del
lavoro, la guerra nascono le diseguaglianze, destinate ad acrrescersi con il formarsi dello stato
e delle società politiche.
Il mito del buon selvaggio è un pretesto per la critica della società europea del XVIII secolo,
caratterizzata dalla diseguaglianza e dall’asservimento dei propri simili44. Il buon selvaggio di
Rousseau non è mai esistito, ma l’importanza storica del pensiero rousseauiano, oltre che
nell’aver formulato l’idea di democrazia, eguaglianza e libertà fondate su una legge naturale,
consiste anche nel fatto di avere cercato di delineare una evoluzione della società umana, da
quella naturale e primitiva fino a quella civile dell’Antichità, del Medioevo e dell’età moderna
e contemporanea, caratterizzata da leggi, istituzioni statali, conflitti, e soprattutto dalla
proprietà privata, principale causa per Rousseau dei delitti, delle guerre e dell’infelicità
umana. L’idea che lo stato di natura abbia preceduto, in tempi remoti, lo stato selvaggio e la
civiltà contribuì a dare una nuova profondità temporale alla storia dell’umanità.
La cultura illuministica e l'idea di progresso nella storia, propugnata dagli Enciclopedisti e
da Voltaire – ma avversata da Rousseau, che invocava un ritorno alla natura - , le prime
43
BUFFON, Oeuvres, IV, Paris, 1855, p. 210.
Le opere in cui Rousseau contrappone stato di natura e civiltà sono il Discorso sulle origini e i fondamenti
della disuguaglianza fra gli uomini (1754), l’Essai sur l’origine des langues (pubblicato postumo nel 1781) e il
Contratto sociale (1762). Sulle concezioni di Rousseau cfr. M. DUCHET, Anthropologie et histoire au siècle des
lumières, Paris, 1971, trad. italiana, Le origini dell’antropologia, I-IV, Roma-Bari, 1976, cfr. III, pp. 137-214.
44
30
concezioni evoluzionistiche e il lento formarsi di un nuovo concetto della durata dei tempi
della storia della terra e dell’uomo, prepararono il terreno favorevole allo sviluppo
dell’antropologia culturale e della ricerca preistorica.
1.4 Due nuove discipline scientifiche: la paleontologia e la geologia
Due nuove discipline scientifiche avranno un'importanza fondamentale per la comprensione
del problema dell’origine dell’uomo, la paleontologia, ovvero lo studio dei fossili, e la
geologia.
La prima citazione di fossili risale a Senofone di Colofone, vissuto all’incirca tra 570 e 480
a.C., uno dei filosofi della scuola ionica sorta nel VI secolo a.C. nelle colonie greche dell'Asia
Minore. Sembra che Pitagora - secondo quanto riporta Ovidio, Metamorfosi, XV, 60 ss. - ed
Erodoto conoscessero il significato dei fossili. Ad es., Erodoto a dimostrazione della sua idea
che un tempo la valle del Nilo fosse una grande e lunga insenatura marina, cita il ritrovamento
di conchiglie sui monti circostanti (Erodoto, II, 11-12). L'idea medievale dei fossili come
lusus naturae, giochi o scherzi di natura, si appoggiava ad Aristotele, a cui Avicenna
attribuisce la teoria che i fossili fossero formazioni inorganiche prodotte da una forza interna
alla terra, una non meglio precisata vis plastica. Nel Medioevo era diffusa anche l'opinione - a
lungo sopravvissuta nelle credenze popolari - che i fossili fossero opera del demonio o delle
streghe. Ad es., l'impronta di una conchiglia fossile in una roccia era ritenuta l'impronta dello
zoccolo del diavolo.
La prima comprensione della reale natura dei fossili si deve, in maniera indipendente l'uno
dall'altro, a Leonardo da Vinci (1452-1514), Girolamo Fracastoro (1478-1553) e Bernard
Palissy (1510-1590).
Un appunto di Leonardo da Vinci, nel codice di Leicester45, mostra come egli avesse
chiaramente compreso la vera natura dei fossili: "Il limo dei fiumi ha ricoperto queste
conchiglie fossili, penetrando anche nel loro interno, quando erano ancora sul fondo del mare
presso la costa. Si pretende che queste conchiglie si siano formate sulle colline per influsso
degli astri, ma - mi domando - dove sono oggi le stelle che formano sulle colline conchiglie di
età e specie differenti? D'altra parte come potrebbero le stelle spiegare l'origine delle ghiaie,
che sembrano essere state arrotondate dal movimento dell'acqua corrente? Come spiegare,
45
Il manoscritto risale agli anni 1504-1508. Il codice Leicester, poi chiamato Hammer, è dal 1994 proprietà di Bill Gates.
31
infine, per mezzo di una simile causa la pietrificazione su queste stesse colline di foglie di
piante e di alberi marini?".
La natura organica dei fossili e la tesi che i fossili non potevano essere stati depositati dal
diluvio universale furono sostenute da Bernard Palissy, agrimensore e ceramista. Il suo
mestiere gli fornì l'occasione di compiere molte osservazioni sui terreni, le loro stratificazioni
e i fossili che contenevano. Palissy espose le proprie idee sulla natura dei fossili in una serie
di lezioni pubbliche tenute a Parigi nel 1575 e 1576 e in uno scritto del 1580, senza incontrare
molta fortuna tra le autorità accademiche della Sorbona. Palissy finirà i suoi giorni alla
Bastiglia nel 159046.
Doveva passare ancora un secolo prima che venisse generalmente accettata l'idea che i fossili
sono resti di organismi animali e vegetali un tempo vissuti sulla terra, anche se la loro
deposizione era attribuita al diluvio universale. Le scienze naturali erano costrette a cercare di
conciliare le osservazioni e i dati di fatto accertati con il racconto biblico dalla creazione del
mondo fino al diluvio di Noè, ritenuto il paradigma storico assiomatico, a cui comunque la
scienza doveva rimanere subordinata. Nonostante la forza delle osservazioni scientifiche e
delle scoperte che andavano accumulandosi sempre più numerose, ci vollero secoli per
liberarsi definitivamente da questo paradigma, un processo che si è compiuto molto
gradualmente. Il primo passo fu la consapevolezza di una nuova dimensione del tempo
geologico e della enorme durata delle diverse tappe in cui si articolava la storia della terra. Il
termine "giorno" della Genesi non poteva essere interpretato che in chiave metaforica.
Lo sviluppo della geologia darà un contributo fondamentale alla comprensione della storia
della vita sulla terra e quindi anche al problema dell’origine dell’uomo. Grazie alla geologia
nacque una nuova concezione del tempo. Importante a questo proposito fu l'opera di Buffon,
Des époques de la nature, Paris 1778. Per stimare l'antichità della terra Buffon fece ricorso a
due calcoli. Se un sottile foglietto di ardesia - una roccia argillosa debolmente metamorfosata
- corrisponde a una marea, una collina con una formazione di ardesia dello spessore di
centinaia di metri può avere impiegato 14000 anni a formarsi, un arco di tempo più del doppio
dei seimila anni attribuiti dalla sacre scritture alla storia del creato. Il secondo calcolo
effettuato da Buffon concerne il tempo di raffreddamento dei solidi. La terra in origine era
una sfera di materia allo stato incandescente e poi si è progressivamente raffreddata. Buffon
46
A. LAMING-EMPERAIRE, Origines de l'archéologie cit., pp. 129-130.
32
fece riscaldare fino al calor bianco alcune sfere di metallo e di pietra nelle sue fucine di
Montbard (Côte d'Or), il paese di cui era signore, e poi calcolò il tempo di raffreddamento. In
questo modo, facendo le proporzioni con le dimensioni del globo terrestre, arrivò a calcolare
per la terra un'età di 75000 anni. Per Buffon era una stima minima, in realtà nei suoi
manoscritti si trova la cifra di 3 milioni di anni per l'età della terra. "Il grande operaio della
natura è il tempo: …egli fa tutto". D’altra parte proprio all’inizio della sua opera Buffon
scrive: "Collochiamo un certo numero di pietre miliari lungo la strada eterna del tempo"47.
Fondamentale per la nascita della moderna geologia e la comprensione dell’enorme durata dei
tempi geologici fu la dottrina dell’attualismo di James Hutton (1726-1797)48.
Nato a
Edimburgo da famiglia benestante, dopo aver studiato legge, intraprese gli studi di medicina,
laureandosi nel 1749 all’università di Leida, in Olanda. Non esercitò mai la professione.
Dapprima creò insieme a un amico un’impresa per la produzione di sale di ammoniaca
secondo un procedimento di loro scoperta, poi si dedicò alla ristrutturazione e gestione del
podere ereditato dal padre. In questo periodo crebbe il suo interesse per la storia naturale della
terra. Dopo vari viaggi, stabilitosi definitivamente a Edimburgo nel 1767, Hutton divenne un
membro di quella cerchia di intellettuali che farà della capitale scozzese uno dei centri più
vivaci dell’Illuminismo europeo e che annoverava il filosofo David Hume, lo storico William
Robertson, il poeta Robert Burns, il chimico Joseph Black, che per primo isolò l’anidride
carbonica, l’economista Adam Smith, James Watt, inventore del primo motore a vapore.
Hutton espose pubblicamente le sue teorie sulla storia naturale della terra alla Royal Society
di Edimburgo nel 1785 in due conferenze, il cui testo vedrà la luce nei Transactions of the
Royal Society del 1788.
Le teorie allora vigenti, note come nettunismo e sostenute soprattutto dal geologo Abraham
Gottlob Werner e alle quali aveva aderito anche Goethe, sostenevano che tutte le rocce si
erano formate per sedimentazione in ambiente marino – da cui il nome della teoria derivante
da Nettuno dio del mare - prevedevano la formazione sedimentaria delle rocce primarie in
ambiente marino e il loro successivo emergere in seguito al ritirarsi delle acque,
conformemente all’interpretazione letterale della Genesi. Successivamente l’erosione delle
rocce primarie avrebbe portato alla formazione di quelle secondarie, caratterizzate da una
47
BUFFON, Oevres complètes, edizione a c. di M. Flourens, Paris 1855, IX, p. 455.
Sulla vita e opere di James Hutton si può vedere il bel libro di Repcheck recentemente tradotto in italiano: J.
REPCHECK, L’uomo che scoprì il tempo. James Hutton e l’età della terra, Raffaello Cortina, Milano, 2004.
48
33
stratificazione orizzontale, mentre le rocce più recenti erano dovute ad alluvioni ed eruzioni
vulcaniche. Secondo questa teoria il centro della terra sarebbe stato solido e freddo.
Al contrario, James Hutton era convinto che la spiegazione dei fenomeni geologici, anche di
quelli più grandiosi, doveva essere ricercata nelle stesse forze naturali che sono ancora oggi
visibili in azione: erosione prodotta dalla forza del vento, dalla pioggia, dai fiumi e dal moto
ondoso; trasporto e accumulo dei sedimenti erosi; eruzioni vulcaniche e terremoti; alluvioni. In
particolare Hutton dava importanza al calore interno della terra, che produceva il sollevamento e
l’inclinazione degli strati rocciosi e l’infiltrazione del magma in strati sedimentari più antichi. Le
rocce formatesi per sedimentazione nel mare furono poi sollevate dalla forza del calore interno
della terra che fuoriusciva periodicamento attraverso le eruzioni vulcaniche. Per questo motivo la
teoria di Hutton fu denominata plutonismo.
Inoltre, sedimentazione, sollevamento, erosione, trasgressione marina formavano cicli che si
ripetevano periodicamente. L’attualismo o uniformismo di Hutton in sostanza implicava che
piccole cause, purché agenti continuamente per un lunghissimo periodo di tempo, producono
effetti di grande portata. Hutton troverà le prove più eclatanti delle sue teorie nell’anno stesso
della pubblicazione delle due conferenze alla Royal Society. Nel giugno 1788 Hutton insieme
a John Playfair, professore di matematica all’università di Edimburgo, e sir James Hall,
chimico, perlustrò in barca le coste del mare del Nord a sud di Edimburgo. Al promontorio di
Siccar Point la parete della scogliera mostrava dal basso verso l’alto strati grigi di scisti
micacei con orientamento verticale, uno strato di grossi frammenti di scisti, strati orizzontali
di arenaria rossa. Gli strati grigi con orientamento verticale in origine erano stati deposti
orizzontalmente, poi furono sollevati fino quasi ad assumere un orientamento a V capovolta,
quindi sottoposti all’erosione e poi nuovamente sommersi dalle acque. In seguito si
accumularono le arenarie rosse, che furono poi sollevate sopra il livello del mare ma senza
subire inclinazioni. Tutto questo processo aveva richiesto un tempo incommensurabile.
Nel 1795 Hutton pubblicò Theory of the Earth, with Proofs and Illustrations, in due volumi.
Per quanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1797, gli amici Playfair e Hall si prodigassero per
sostenere le sue teorie e dimostrarne la validità attraverso nuove importanti prove, le idee di
Hutton non fecero molti proseliti, dal momento che erano in contrasto con l’ortodossia, anzi
gli valsero l’accusa di essere blasfemo e ateo. Nel frattempo le scoperte paleontologiche di
Cuvier gettavano le basi di una nuova visione della storia della terra, incentrata sulla
concezione del succedersi di sei grandi catastrofi, l’ultima delle quali era stata il diluvio
34
universale. Il nuovo paradigma divenne il catastrofismo e non mancarono i tentativi di
conciliare nettunismo e catastrofismo in un’unica teoria.
Georges-Léopold Cuvier (1769-1832) è stato uno dei fondatori della moderna
paleontologia49. All'età di 26 anni si stabilì a Parigi, dove trovò lavoro al Jardin des Plantes.
Fece una brillante carriera accademica e politica sotto Napoleone e poi anche sotto la
monarchia, diventando un'autorità indiscussa e per molti aspetti anche indiscutibile. Prima di
lui lo studio dei fossili era in gran parte circoscritto alle conchiglie, Cuvier diede impulso alla
paleontologia dei vertebrati e all'anatomia comparata. In particolare studiò i proboscidati
fossili e attuali: definì un nuovo genere, il Mastodon, un elefante di grandi dimensioni vissuto
nel Vecchio e nel Nuovo Continente durante il Terziario e ancora nel Pleistocene, definì una
specie fossile di elefante, il mammuth (Elephas primigenius), caratterizzato da un folto
pelame e adatto a climi freddi50, e distinse le due specie di elefanti attuali, quello africano e
quello asiatico. Lo studio dei fossili, in particolare dei grandi mammiferi del bacino parigino
(Recherches sur les ossements fossiles de quadrupèdes, Parigi 1812, 4 voll.), aveva rivelato a
Cuvier che un tempo la terra era stata abitata da faune molto diverse da quelle attuali, inoltre
lo studio della successione delle faune fossili attraverso le stratificazioni del terreno
dimostrava che faune diverse si erano susseguite nel corso del tempo e che l’uomo era assente
nei terreni anteriori a quelli contenenti le faune moderne. Cuvier insistette molto
sull'importanza dei fossili per datare gli strati geologici. Inoltre, si deve a Cuvier
un'osservazione che avrà grande peso sulle future ricerche: "le differenze che esistono tra gli
animali fossili e quelli attualmente viventi aumentano in relazione all'età degli strati che li
racchiudono, in modo che una esposizione di queste differenze diventerebbe una specie di
tabella cronologica dei terreni". O ancora: "più gli strati in cui noi troviamo le ossa fossili
sono antichi, più esse sono differenti da quelle degli animali che conosciamo al giorno
d'oggi", un dato di fatto che solo la teoria dell'evoluzione sarà in grado di spiegare
scientificamente. Ma per Cuvier, come per Linneo, la specie era un’entità fissa creata da Dio
e quindi si poneva il problema di conciliare i dati della scienza con la religione cristiana. Fu
così che Cuvier, partendo dal presupposto dell'assenza di forme fossili intermedie tra le varie
49
Sugli sviluppi della paleontologia nel XVIII e XIX secolo cfr. J.C. GREENE, La morte di Adamo cit., p. 109
sgg.
50
Già ai tempi di Cuvier si scoprivano frequentemente resti di mammuth in Siberia, fra cui esemplari completi,
che si erano conservati intatti nel terreno ghiacciato.
35
faune che avevano popolato la terra in tempi successivi, si oppose al trasformismo di J.-B.
Lamarck e Geoffroy Saint-Hilaire. Cuvier elaborò la teoria delle catastrofi, secondo la quale
la storia della terra si articolava in diversi cicli caratterizzati da gruppi differenti di animali,
ciascuno di questi cicli si concludeva con un cataclisma naturale che provocava l’estinzione
repentina di tutte le faune, mentre all’inizio del ciclo successivo Dio creava una serie di nuove
specie per ripopolare la terra. Fissità della specie, creazionismo e catastrofismo sono i cardini
di questa teoria.
La paleontologia, comunque, metteva gli studiosi di fronte a un fenomeno che richiedeva
spiegazioni più adeguate che non il catastrofismo: attraverso le successive stratificazioni della
terra era possibile osservare non solo il continuo cambiamento delle forme di vita, ma anche
la comparsa successiva di forme di vita sempre più complesse.
Il concetto di stratigrafia fornì un altro potente strumento di conoscenza per la ricostruzione
della storia della terra. La geologia stratigrafica si avvale del concetto di fossile-guida,
formulato da un contemporaneo di Cuvier, William Smith (1769-1839): ogni strato geologico
si caratterizza per un insieme di determinati tipi di fossili.
La dottrina dell’attualismo di J. Hutton e la geologia stratigrafica saranno utilizzati da
Charles Lyell (1797-1875) nella prima grande opera di sintesi della geologia moderna,
Principles of Geology or the modern changes of the Earth and its Inhabitants as illustrative
of Geology, 3 voll., Londra,1830-1833, 18727). Scozzese di nascita, Lyell si laureò a Oxford
nel 1819 e iniziò una serie di ricerche sul terreno in patria, in Francia e in Italia che lo
porteranno dalle iniziali convinzioni ortodosse, anti-huttoniane, a comprendere la validità
delle teorie di Hutton e a rivalutarlo come il padre della moderna geologia. In contrasto con la
teoria del catastrofismo e della fissità della specie, propugnata da G. Cuvier, l’attualismo o
uniformismo, di cui Lyell si fece assertore, affermava che la spiegazione dei fenomeni
geologici doveva essere ricercata nelle stesse forze naturali che osserviamo ancor oggi in
azione: le piccole cause, purché agenti continuamente per un lunghissimo periodo di tempo,
producono effetti di grande portata, senza alcuna necessità di ricorrere all’ipotesi di
periodiche catastrofi naturali. È l’antico concetto espresso dal detto latino gutta cavat lapidem
saepe cadendo. L’età della terra non poteva essere di soli 6000 anni, ma
incommensurabilmente più antica.
1.5 Il trasformismo di Lamarck
36
Jean-Baptiste Pierre-Antoine de Lamarck (1744-1829) fu il primo naturalista a elaborare una
teoria della trasformazione graduale degli organismi viventi51. Appartenente a una piccola
nobiltà provinciale ormai decaduta e impoverita, Lamarck dopo aver compiuto i primi studi
presso i Gesuiti e aver perso il padre, nel 1761 si arruolò nell'esercito, ma ben presto dovette
rinunciare, poiché intraprendere la carriera militare per un giovane senza mezzi era troppo
difficile. Nel 1768 si congedò e si recò a Parigi, dove pur vivendo con pochi mezzi e facendo
diversi lavori, riuscì a continuare gli studi. Conobbe Jean-Jacques Rousseau, sviluppò un
grande interesse per la botanica e nel 1778 pubblicò Flore françoise, un'opera che richiamerà
su di lui l'attenzione di Buffon.
Buffon gli affidò l'educazione del figlio, che sperava di avviare lungo la strada della ricerca
scientifica, e fece entrare Lamarck all'Académie des Sciences. Nel 1781 Lamarck ebbe
l'incarico di custode dell'erbario al Jardin du Roi, che durante la Rivoluzione Francese
cambierà nome, diventando prima Jardin des Plants e poi Musée National d'Histoire
Naturelle (1793). Al Museo furono istituite due cattedre di zoologia, affidate una a Lamarck,
con il compito di occuparsi degli Invertebrati, e l'altra al più giovane Geoffroy Saint-Hilaire,
chesi dedicherà ai Vertebrati.
Lamarck fu innanzitutto un grande tassonomista. In otto anni Lamarck compirà un
imponente lavoro di revisione e classificazione degli Invertebrati, che costituiscono la
maggior parte degli animali ma che fino a quel momento era rimasto un campo degli studi in
uno stato di grande confusione. La stessa distinzione tra due phyla fondamentali, Invertebrati
e Vertebrati, risale a Lamarck stesso, così come la definizione di dieci classi differenti di
Invertebrati, dagli Infusori ai Molluschi, basata sulle caratteristiche dei loro organi
fondamentali, respirazione, circolazione e sistema nervoso. Nel 1801 i risultati del suo lavoro
furono pubblicati nell'opera Système des animaux sans vertèbres.
Lo studio degli invertebrati portò Lamarck a concepire la teoria del trasformismo, che espose
nel 1802 nell'opuscolo Recherches sur l'organisation des corps vivants e nel 1809 – lo stesso
anno in cui nacque Darwin - nell'opera Philosophie Zoologique. Lamarck rimase
impressionato dalla constatazione che nel regno animale vi erano delle differenze graduali tra
le varie classi per quanto concerne la complessità della loro organizzazione, tali da poter
formare una sorta di catena della vita, che partiva dalle forme più semplici ed elementari per
51
Su Lamarck cfr. GREENE cit., p. 186 e ss. e sopratutto BARSANTI 2005, p. 126 e ss., con un’accurata
ricostruzione storica e un’ampia bibliografia.
37
giungere attraverso una lunga serie continua di gradini fino alle forme di vita più complesse e
dotate di intelligenza, che culminano con l'uomo, collocato nel gradino più alto. "Cittadini,
andate dal più semplice al più complesso e avrete il filo esatto che unisce tutte le creazioni
della natura, avrete un'idea precisa della loro progressione, sarete convinti che il più semplice
degli esseri viventi ha dato origine a tutti gli altri". Questa scala della progressione della vita
"indica… il cammino percorso dalla natura nel dar vita alle diverse forme animali".
Il punto di partenza di Lamarck era la sistematica: le maggiori o minori somiglianze
morfologiche e di organizzazione complessiva delle varie specie dovevano necessariamente
indicare una parentela più vicina o più remota, in altre parole a partire dalle forme di vita più
semplici si erano venute formando nel corso di un lunghissimo arco di tempo classi, ordini,
generi e specie differenti e sempre più complessi.
Secondo Lamarck l'idea della stabilità della specie era una falsa impressione generata dalla
breve prospettiva temporale considerata, limitata soltanto ai tempi storici. Ma se si
considerano le specie estinte che la paleontologia cominciava a far conoscere in maniera
sempre più approfondita, si potrà comprendere che le specie moderne discendono da quelle
estinte. D'altra parte, poiché tutti gli organismi viventi dipendono per la loro esistenza
dall'adattamento all'ambiente e poiché la storia della terra dimostra che l'ambiente ha
attraversato continue e incessanti trasformazioni, è impensabile ritenere che le specie si siano
mantenute fisse e inalterate. Ciò che deve sorprendere non è la trasformazione delle specie,
ma il fatto che alcune specie siano rimaste inalterate per lunghissimi periodi di tempo.
Lamarck cercò di individuare le cause dell'evoluzione delle specie nella forte pressione
esercitata da un ambiente in continuo cambiamento, per cui le singole specie sono costrette ad
adottare nuovi comportamenti per far fronte ai cambiamenti, usando più frequentemente e più
intensamente un organo piuttosto che un altro, per cui quest’organo si sviluppa e si rafforza
maggiormente rispetto ad altri che cadendo in disuso tendono ad atrofizzarsi e a scomparire. I
cambiamenti climatici e ambientali determinavano nuovi bisogni e la necessità di adottare
nuovi modi di vita, questi ultimi inducevano modificazioni strutturali, che si realizzavano in
base al principio "la funzione crea l'organo". Le modificazioni determinate dall’uso e disuso
di determinati organi vengono trasmesse ereditariamente alle generazioni successive e
l’accumularsi nel corso delle generazioni di queste modificazioni darà luogo alla formazione
di una nuova specie. In altre parole una specie mutava gradualmente per un lungo periodo di
38
tempo fino a diventare una nuova specie.
L’esempio più famoso di Lamarck è certamente quello della giraffa: “la giraffa vive in
località ove il suolo è quasi invariabilmente riarso e privo di erba. Costretta a brucare sugli
alberi, deve continuamente allungarsi verso l’alto. Questa abitudine mantenuta nel corso dei
tempi da ogni individuo della razza, ha dato luogo alla formazione di arti anteriori più
allungati di quelli posteriori e di un collo così slanciato da permettere alla giraffa di sollevare
il capo fino a 6 m di altezza senza staccare le zampe dal suolo”.
La teoria secondo cui i caratteri acquisiti possono essere trasmessi alla prole, che oggi
sappiamo essere completamente infondata, era all’epoca di Lamarck ed ancora per tutto il
XIX secolo largamente condivisa e non fu questa teoria a determinare lo scarso successo del
trasformismo lamarckiano, quanto piuttosto il fatto che le concezioni di Lamarck erano anticreazioniste, antiteologiche, rigidamente deterministiche e presupponevano una lunghissima
durata della storia della terra. Il trasformismo di Lamarck, sostenuto anche da Geoffroy SaintHilaire, si scontrava con la teoria delle catastrofi di Cuvier e nello scontro fu Cuvier ad avere
la meglio. La celebre querelle fra Cuvier e Geoffroy Saint-Hilaire, che si svolse a più riprese
tra il febbraio e l’ottobre 1830 ebbe grande ripercussione non solo in patria e sulla stampa
nazionale, ma anche al di fuori dei confini della Francia e il prevalere di Cuvier segnò il
declino del lamarckismo.
1.6 Darwin e la teoria dell’evoluzione
Negli anni fra il 1830 e il 1859 gli studi delle scienze naturali avviati nel XVIII secolo
giunsero a piena maturazione e le diverse discipline, ormai autonome e ciascuna dotata di una
propria metodologia, interagirono tra loro convergendo verso la comprensione del posto
dell’uomo nella natura: scienze naturali, in particolare la zoologia, la botanica, la
paleontologia, la geologia e la nascente archeologia preistorica.
Charles Darwin nacque a Shrewsbury (Birmingham) il 12 febbraio 1809. Il padre Robert era
un medico di agiate condizioni economiche, la madre Susannah era figlia di Josiah
Wedgwood, fondatore di un’industria ceramica che acquistò grande popolarità nella seconda
metà del XVIII secolo. La sua fabbrica fondata nel 1771 si chiamava Etruria e vi venivano
applicati i principi di una suddivisione del lavoro in unità ciascuna specializzata in un
momento della catena operativa (preparazione dell’impasto, modellazione, cottura,
decorazione).
39
L’ambiente familiare in cui crebbe il giovane Darwin era di stampo progressista e liberale. Il
nonno materno Wedgwood era stato sostenitore del suffragio universale per i cittadini maschi,
favorevole alle riforme sociali e membro della società per l’abolizione del commercio degli
schiavi. Il nonno paterno, Erasmus, anch’esso medico, coltivava le scienze naturali e scirsse
un’opera, Zoonomia or the Laws of the Organic Life (1796), in cui sosteneva la tesi che le
specie non dovevano essere considerate entità fisse.
Charles fu avviato agli studi di medicina presso l’università di Edimburgo, che interruppe al
secondo anno, scioccato dall’aver assistito a un’operazione su di un bambino (a quell’epoca
non vi erano anestetici e non era stato ancora introdotto l’uso del cloroformio). Passò quindi
al Christ’s College di Cambridge, dove nel 1831 conseguì la laurea in Scienze. A Cambridge
ebbe come professori il rev. John S. Henslow (1796-1861) per la botanica e Adam Sedgwick
(1785-1873) per la geologia. Fu Henslow a proporre al giovane Darwin di ricoprire il posto di
naturalista di bordo sul brigantino Beagle, comandato dal capitano Robert Fitzroy, che stava
per iniziare un viaggio di circumnavigazione del globo. Superata la contrarietà del padre
grazie all’intervento dello zio Josiah Wedgwood, figlio del fondatore della fabbrica Etruria,
subito dopo le feste di Natale Charles si imbarcò e salpato da Plymouth il 27 dicembre 1831
farà ritorno in patria il 2 ottobre 1836, dopo un viaggio durato più di 57 mesi, quasi cinque
anni. Come riconosce lo stesso Darwin nella sua autobiografia, fu l’avvenimento più
importante di tutta la sua vita.
Il Beagle veleggiò lungo le coste del Brasile, dell'Uruguay e dell'Argentina, fino alla Terra
del Fuoco, per poi risalire lungo le coste del Cile, del Perù e dell'Equador e raggiungere
l'arcipelago delle Galàpagos. Da qui attraversò tutto l'oceano Pacifico, arrivando a Tahiti e poi
in Nuova Zelanda, Australia e Tasmania. Il brigantino navigò, quindi, lungo le coste
meridionali dell'Australia, puntò poi verso l'Oceano Indiano, raggiungendo le isole Cocos e
quindi le Mauritius. Dopo aver toccato Città del Capo e doppiato il capo di Buona Speranza,
attraversò l'Oceano Atlantico con tappe a S. Elena, Ascensione e infine nuovamente in
Brasile, da cui fece rotta verso l'Inghilterra.
Lo scopo principale del viaggio del Beagle era quello di tracciare una carta dei mari ancora
poco conosciuti, cartografare le coste dell'America meridionale, effettuare una serie di
misurazioni cronometriche e registrare le condizioni meteorologiche di queste parti della
Terra e il capitano Fritzroy era appunto un esperto di cartografia e di geodesia. Il compito di
Darwin, naturalista di bordo, consisteva nel raccogliere campioni geologici ed esemplari della
40
flora e della fauna dei paesi che venivano toccati nel corso del viaggio. Ma, come è stato
scritto, questo viaggio doveva dare risultati ben più importanti che tracciare una carta di mari
e coste ancora poco conosciuti, doveva dare una risposta nuova, tale da sconvolgere il mondo,
ad uno degli enigmi più misteriosi e fondamentali: qual’è l'origine dell'uomo e della vita che
lo circonda52.
Darwin aveva portato con sé, oltre all’Histoire naturelle des animaux sans vertèbre di
Lamarck, il primo volume dei Principles of Geology di Lyell regalatogli dal suo professore di
Cambridge, il rev. Henslow, e il 28 ottobre 1832, quando il Beagle era ormeggiato nel porto
di Montevideo ricevette per posta dall'Inghilterra il secondo volume fresco di stampa, mentre
il terzo e ultimo volume arrivò mentre il Beagle si trovava alle Falkland. L’opera di Lyell
esercitò un influsso decisivo sul giovane naturalista, poiché lo convinse che i tempi della
storia della terra erano incredibilmente lunghi.
Durante la lunga sosta a Bahia, in Brasile, Darwin effettuò alcune spedizioni nella foresta
amazzonica; a Punta Alta, sempre in Brasile, scoprì un importante giacimento di mammiferi
fossili, alcuni di dimensioni gigantesche come il Megatherium e il Glyptodon, antenati
rispettivamente dei bradipi e degli armadilli; attraversò le pampas e la Patagonia, poté
osservare da vicino una popolazione primitiva come i Fuegini della Terra del Fuoco,
attraversò le Ande da Valparaiso in Cile a Tucuman in Argentina, ma soprattutto poté fare
osservazioni nuove sulle somiglianze e differenze tra le varie specie animali e porsi domande
sulle cause dell'estinzione di tante specie e sulla distribuzione geografica di specie diverse, ma
affini. Ad es., Darwin fu colpito dal numero e dalle differenze tra le specie di topi che aveva
trovato lungo la costa atlantica e lungo quella pacifica dell'America meridionale,
rispettivamente 13 e 5. I due gruppi erano separati dalla Cordigliera delle Ande ed erano
sensibilmente differenti. Secondo la spiegazione tradizionale, queste specie erano differenti
perché ciascuna era stata creata da Dio e collocata in diversi ambienti, ma a Darwin si
affacciò un'altra possibile spiegazione: "Altrimenti si dovrebbe pensare che la differenza fra le
specie nelle due regioni si sia prodotta durante un certo periodo di tempo". Nella lenta
maturazione del pensiero di Darwin svolse un ruolo decisivo il soggiorno alle Galàpagos nel
52
Su Darwin e la nascita della teoria dell'evoluzione cfr. J.C. GREENE, La morte di Adamo cit., p. 293 sgg.;
BARSANTI 2005, p. 208 e ss. Per la vita di Darwin cfr. A. KEITH, Darwin (1955), Milano 1965; A. DESMOND, J.
MOORE, Darwin, London 1991 (traduz. italiana Darwin, Bollati Boringhieri, Torino 1992); N. ELDREDGE,
Darwin alla scoperta dell’albero della vita, Codice Edizioni, Torino, 2006.
41
settembre e ottobre del 1835. In questo arcipelago formato da 13 isole, esattamente alla
latitudine dell’Equatore e a quasi 1000 km di distanza dalle coste dell'Equador, Darwin ebbe
la possibilità di osservare la variabilità della specie, poiché ogni isola aveva una differente
varietà di testuggine gigante e di fringuello, qui, inoltre, incontrò 26 specie di uccelli ed
enormi lucertole nere, le iguane, 16 specie di conchiglie terrestri e 90 specie di conchiglie
marine. Per quanto la fauna e la flora delle Galàpagos facessero parte della provincia
americana, Darwin fu colpito dall'impressionante numero di specie nuove, proprie ed
esclusive di questo arcipelago, anzi di ciascuna isola dell'arcipelago. La spiegazione più
semplice e ragionevole sembrava quella di ammettere che un numero limitato di specie avesse
raggiunto le isole dell'arcipelago dal continente e che in seguito ogni specie si fosse sviluppata
separatamente in ciascuna isola senza più avere contatti fino a divenire una nuova specie
distinta da quelle delle isole vicine, nonostante che il clima e il suolo delle diverse isole
fossero sostanzialmente identici. Darwin ebbe l'intuizione che alle Galàpagos si trovava di
fronte alla possibilità di comprendere ciò che Herschel in una lettera a Lyell definirà "il
mistero dei misteri: la prima apparizione di nuovi esseri sulla terra". Nel giugno 1836 a Città
del Capo aveva fatto visita insieme al capitano Fritzroy a John Herschel (1792-1871), una
delle figure più eminenti della scienza inglese, matematico, astronomo, chimico, botanico.
Herschel era rimasto molto colpito dai Principles of Geology di Lyell e gli scrisse nel febbraio
1836 lodando la sua opera che rappresentava una rivoluzione dei punti di vista tradizionali nel
campo della geologia e che avrebbe potuto aprire la strada per la risoluzione del " mystery of
mysteries, the replacement of extinct species by others." Herschel riteneva la teoria delle
catastrofi inadeguata e "the origination of fresh species, could it ever come under our
cognizance, would be found to be a natural in contradistinction to a miraculous process". Non
sappiamo cosa si siano detti Herschel e Darwin, certo è che all’inizio della sua opera
richiamerà proprio le parole di Herchel:
Il suo scopo è quello di "to throw some light on the origin of species — that mystery of
mysteries, as it has been called by one of our greatest philosophers".
Al ritorno in Inghilterra, Darwin era ormai un naturalista affermato, conobbe personalmente
Lyell ed Owen, il fondatore del Museo di Storia Naturale di Londra, fu nominato membro
della Geological Society, di cui sarebbe diventato poco tempo dopo segretario. Nel corso del
viaggio intorno al mondo Darwin aveva formato una cospicua raccolta naturalistica,
comprendente piante, coleotteri, insetti e altri invertebrati, mammiferi fossili, pesci, rettili,
42
uccelli e mammiferi, nonché molti campioni geologici.
Nei primi tempi lavorò per stendere la relazione da inserire nel volume curato da Fitzroy sul
viaggio del Beagle, volume che sarà pubblicato nel 1839 e che riscosse un grande successo.
In seguito Darwin pubblicherà una nuova edizione della sua parte, rivedendola e ampliandola,
opera che vedrà la luce con il titolo Journal of researches into the geology and natural history
of the various countries visited from 1832 to 1836, London, 1845 (traduzione italiana Viaggio
di un naturalista intorno al mondo, Milano 1967).
Dopo un breve soggiorno a Cambridge, per riordinare le collezioni raccolte nel corso del
viaggio intorno al mondo, Darwin si stabilì a Londra in Great Marlborough Street, iniziando a
lavorare intensamente. Ben presto avvertì l’esigenza di una famiglia e nel gennaio del 1839
sposò la cugina Emma Wedgwood. I Darwin presero casa in Upper Gower Street e
inizialmente condussero una normale vita sociale, ricevendo, frequentando i salotti della
borghesia colta, andando a teatro, ma ben presto si manifestarono i sintomi di una malattia che
colpì Charles, con malesseri, tremiti, vomiti e un generale stato di prostrazione. Questi
disturbi lo afflissero per tutta la vita e non ne è chiara l’origine, più che una questione di
carattere psicologico potrebbe essere stata una malattia provocata da un parassita contratta
durante i lunghi anni del viaggio del Beagle. Da questo momento Darwin condusse una vita
appartata e nel 1842 lasciò Londra per trasferirsi in una grande casa di campagna a Down nel
Kent. La casa, ampia e spaziosa, aveva un frutteto, un orto e un grande prato di quasi sei
ettari, lungo il cui confine sud-occidentale correva il famoso sandy walk, il sentiero sabbioso
caro a Darwin, che amava percorrerlo in solitudine concentrandosi nelle sue riflessioni.
Charles ed Emma ebbero otto figli, cinque maschi e tre femmine. Il maggiore, William,
diventerà un banchiere, la secondogenita Ann Elizabeth morirà all’età di dieci anni, l’ultimo
figlio, Robert Waring, nato nel 1856 quando Emma aveva 48 anni, era affetto dal morbo di
Down e morì dopo due anni.
Già nel luglio del 1837 Darwin aveva iniziato a mettere per iscritto le sue osservazioni e
riflessioni su quella che cominciò a chiamare "la mia teoria", sono i famosi Notebooks, i
Taccuini53.
53
Pochi mesi prima Darwin aveva dato a diversi specialisti i materiali della sua
Per la ricostruzione della formazione e svilppo del pensiero di Darwin si veda il bel libro di E. MAYR, Un
lungo ragionamento. Genesi e sviluppo del pensiero darwiniano, Bollati Boringhieri, Torino, 1994 (edizione
originaria: Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1991). I taccuini di Darwin sono stati pubblicati
soltanto nel 1987: P.H. BARRETT ET ALII (eds.), Charles Darwin’s Notebooks, 1836-1844, Cornell University
43
collezione per uno studio di ciascun settore in vista di un'opera collettiva sulla zoologia del
viaggio del Beagle. Ben presto John Gould, specialista in ornitologia, gli comunicò che i
fringuelli e i tordi delle Galàpagos, per quanto simili a quelli del continente sudamericano ed
anche strettamente affini tra di loro, costituivano comunque specie separate. Di fronte a
questo fatto l’idea della fissità della specie non poteva che essere messa in dubbio. In effetti,
le 14 specie di fringuelli delle Galàpagos, appartenenti al genere Geospitza, rappresentano una
delle prove più evidenti di evoluzione per radiazione adattiva. Geospitza magnirostris, una
specie granivora che nidifica nel terreno, partendo dal continente sudamericano, colonizzò
l’arcipelago, dando origine a sei specie terragnole, caratterizzate da un grosso e robusto
becco, poiché sono principalmente granivore e cercano il cibo a terra e sui bassi arbusti, e a
otto specie con becco più piccolo e più lungo, che vivono sugli alberi e si nutrono di insetti. I
caratteri morfologici e comportamentali si erano modificati consentendo l’adattamento alle
diverse nicchie ecologiche dell’arcipelago, mentre l’isolamento geografico aveva favorito la
trasformazione della specie ancestrale in tante nuove specie. Alle Galàpagos Darwin trovò la
risposta alla domanda come si formano nuove specie: per ramificazione ed evoluzione
graduale a partire da una specie ancestrale. La speciazione era stata senza dubbio favorita
dall’isolamento geografico, un fenomeno che in seguito sarà chiamato speciazione allopatrica
o geografica. Inoltre, le Galàpagos dimostravano che la causa prima dell’evoluzione non
poteva essere l’ambiente nel senso in cui l’intendeva Lamarck, poiché le isole dell’arcipelago
apparivano uniformi dal punto di vista del clima e della natura del suolo.
La lettura nel 1838 dell’opera di Malthus, Saggio sul principio della popolazione (1798),
sarà determinante per la formulazione del concetto di lotta per la sopravvivenza e di selezione
naturale. La popolazione, se non è tenuta sotto controllo, continua a raddoppiarsi ogni 25
anni, ossia cresce in proporzione geometrica, quindi con un tasso molto più elevato che non le
risorse disponibili, che crescono in proporzione aritmetica. Sono ancora conservate la pagine
dei Taccuini in cui Darwin calcolò l'aumento di una popolazione di elefanti a partire da una
sola coppia in assenza di ostacoli naturali. Darwin scelse l'esempio dell'elefante perché si
tratta di una specie con basso tasso riproduttivo, in media intorno ai 28 anni. Nonostante ciò,
se tutti i discendenti di una sola coppia di elefanti vivessero e si riproducessero normalmente,
dopo 26 generazioni, corrispondenti a circa 750 anni, ci sarebbero più di 18 milioni di elefanti
Press, Ithaca, N.Y, 1987. Sono stati tradotti in italiano il cd. Taccuino Rosso e i Taccuini B ed E: C. DARWIN,
Taccuini, a c. di T. PIEVANI, Laterza, Roma-Bari, 2008.
44
discendenti da quell’unica coppia (226). Nella realtà ce ne sono più o meno soltanto due.
Perché? il processo attraverso cui questi due animali sono scelti viene definendosi nella mente
di Darwin come selezione naturale ed è l’ambiente ad operare la scelta. In ogni specie il
numero degli individui che nascono è grande in rapporto al numero degli individui che
riescono a sopravvivere e a riprodursi ed è l’ambiente a determinare chi riesce a sopravvivere
e a riprodursi. "Poiché nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere, deve
necessariamente esistere una lotta per l'esistenza tra individui della stessa specie, fra quelli di
specie diverse e di tutti gli individui contro le condizioni fisiche della vita".
D’altra parte, nel caso degli animali domestici l’uomo ha operato allo stesso modo della
natura, sostituendosi ad essa ed applicando la selezione per mantenere le variazioni ritenute
più vantaggiose e modificando quindi le specie originarie. Darwin fu un attento osservatore
delle tecniche degli allevatori, i quali sanno perfettamente che ogni individuo del branco è
diverso da tutti gli altri e selezionano con grande attenzione e cura i capi maschili e femminili
per la riproduzione in base alle caratteristiche ritenute più utili per un determinato scopo.
In natura ogni popolazione presenta variazioni che si verificano spontaneamente, cioè
indipendentemente dall’ambiente, e sono del tutto casuali, vale a dire senza uno scopo o una
direzione precisa. Alcune variazioni possono essere favorevoli perché danno all’individuo una
maggiore capacità di adattamento all’ambiente in cui vive e di conseguenza una maggiore
probabilità di sopravvivere e lasciare una prole più numerosa fornita di quella vantaggiosa
variazione adattiva. Al contrario, gli individui con variazioni sfavorevoli hanno una minore
probabilità di sopravvivenza e una minore discendenza, ragion per cui quella variazione tende
a scomparire. Con il passare del tempo, da una generazione all’altra, la variazione favorevole
diventerà sempre più frequente nell’ambito di una determinata popolazione, producendo una
differenza rispetto a un’altra popolazione della stessa specie. Quando le differenze diventano
numerose e le popolazioni si separano nello spazio, si originano nuove specie. Questo
processo si verifica non solo nello spazio (evoluzione orizzontale), ma anche nel tempo, per
cui la stessa popolazione si modifica gradualmente fino a diventare una specie differente
rispetto alla propria lontana ascendenza (evoluzione verticale).
Già nel 1842 Darwin aveva messo per iscritto un primo abbozzo (Sketch) della sua teoria in
35 pagine e due anni dopo scrisse un testo più ampio (Essay), di circa 200 pagine. Darwin
comunicò i risultati a cui era pervenuto a un gruppo ristretto di amici e colleghi: John S.
45
Henslow, il suo professore di botanica a Cambridge, il geologo Lyell, il botanico Joseph
Hooker, l'entomologo Thomas V. Wallaston, l'ornitologo John Gould, il botanico americano
Asa Gray. Nel 1856 Darwin fu sollecitato da Lyell a pubblicare in un’opera i risultati delle
sue ricerche e i principi della teoria dell’evoluzione degli organismi viventi attraverso la
selezione naturale. Darwin si mise al lavoro e iniziò a scrivere una corposa monografia,
Natural Selection, ma contava di avere bisogno ancora di qualche anno per terminarla.
Nel frattempo Alfred Russel Wallace (1823-1913), un naturalista che stava lavorando in
Malesia e in Indonesia, era giunto, del tutto indipendentemente da Darwin, a conclusioni
simili e nel 1858 aveva messo per iscritto le sue idee in un articolo di una ventina di pagine,
dal titolo Sulla tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originario. Nel
giugno dello stesso anno Wallace inviò a Darwin il suo manoscritto, pregandolo di sottoporlo
al giudizio anche di Lyell. Darwin ne fu abbastanza sconvolto, perché l'articolo sembrava un
riassunto dell'opera che stava terminando di scrivere. Lyell e Hooker, che da tempo erano a
conoscenza della teoria di Darwin, risolsero il problema presentando insieme, il 1 luglio 1858,
l'articolo di Wallace e una sintesi del lavoro di Darwin sulla teoria dell’evoluzione alla
Linnaean Society di Londra. A questo punto Darwin lavorò ininterrottamente per tredici mesi
non più alla stesura della progettata imponente monografia, ma di un’opera più sintetica, il
libro che doveva renderlo celebre.
Il 24 novembre 1859 venne finalmente pubblicata Sull’origine delle specie per mezzo della
selezione naturale. La tiratura di 1250 copie andò esaurita in un solo giorno. L’opera fu
continuamente ristampata e già nel 1876 se ne erano vendute più di 60.000 copie, una cifra
incredibilmente alta per l’epoca. Ben presto sarà tradotta in tutte le principali lingue europee.
L’impatto prodotto dalla teoria darwiniana sul pensiero e la cultura europei fu di vasta
portata. Per la prima volta veniva dimostrato scientificamente come le singole popolazioni
appartenenti alle più svariate specie di organismi viventi potevano lentamente modificarsi fino
a dare origine a nuove specie grazie al ruolo di due meccanismi, la variazione o mutazione
casuale e la selezione naturale. È l’ambiente che attua la selezione naturale e poiché
l’ambiente cambia in continuazione, come era stato ormai chiaramente dimostrato dalla
geologia, i mutamenti ambientali orientano la direzione dell’evoluzione degli organismi
viventi. Senza cambiamenti climatici e ambientali non ci sarebbe stata evoluzione degli
organismi viventi.
L’opera, suddivisa in quattordici capitoli, affrontava il tema della variazione allo stato
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domestico e in natura, quello della lotta per l’esistenza e della selezione naturale, cercava di
spiegare in che modo si producesse la variazione, esaminava le prove a sostegno della teoria
dell’evoluzione come l’anatomia comparata, l’embriologia, gli organi rudimentali o vestigiali,
la distribuzione geografica della fauna e della flora. Inoltre Darwin evidenziava anche le
difficoltà incontro a cui andava la teoria a causa delle grandi lacune della documentazione
paleontologica.
Tra le prove dell’evoluzionismo Darwin adduceva le somiglianze delle strutture fondamentali
delle specie appartenenti a uno stesso phylum o a una stessa classe o a uno stesso ordine. Ad
es. l’omologia della struttura scheletrica degli arti superiori dei vertebrati tetrapodi dimostrata
dall’anatomia comparata non poteva che indicare la comune discendenza di tutti i vertebrati
da un antenato comune. “What can be more curious than that the hand of man formed for
grasping, that of a mole, for digging, the leg of a horse, the padule of a porpoise and the wing
of a bat, should all be constructed on the same pattern and should include similar bones and in
the same relative position?”. L’arto anteriore dell’uomo è costituito da omero, ulna e radio,
ossa carpali, metacarpali e falangi. Questa organizzazione è riconducibile al medesimo tipo
fondamentale di arto anteriore pentadattilo dei vertebrati tetrapodi e la ritroviamo nella rana,
nella lucertola, nel gatto, nella talpa, nella pinna dei cetacei come il delfino e la balena o
nell’ala del pipistrello e degli uccelli. Per quanto le singole ossa siano cambiate di forma e
dimensioni nel corso del lungo tempo dell’evoluzione e gli arti anteriori si siano adattati a
funzioni totalmente differenti, il ritrovare il medesimo modello fondamentale di
organizzazione dimostra una discendenza da un remoto antenato comune. L’omologia non
può che essere il risultato di una parentela, come tutte le ricerche di anatomia comparata
hanno costantemente confermato. I Mammiferi comprendono numerosi ordini e specie. Vi
sono animali con collo molto lungo, come la giraffa o il cavallo, altri con collo meno lungo
(ad es. lupo, leone) o corto (ad es. talpa), altri ancora praticamente quasi senza collo, come la
balena, ma tutti hanno sette vertebre cervicali.
L’omologia toglie credibilità all’idea del creazionismo che ciascun organo di ogni specie è
stato creato da Dio per una particolare funzione, mentre la teoria della discendenza con
modificazioni di Darwin permette di comprendere perché nonostante le profonde diversità di
adattamento e di funzioni vi sia questa struttura anatomica comune.
Darwin era perfettamente cosciente dell’importanza degli organi rudimentali o vestigiali a
supporto della sua teoria. Quando una specie si adatta a nuove condizioni ambientali, alcuni
47
organi ereditati perdono la loro funzione e se non adottano nuove funzioni non esercitandosi
più la pressione selettiva dell’ambiente nei loro confronti regrediscono progressivamente
verso forme rudimentali.
Questa intuizione di Darwin è stata ampiamente confermata. La balena è un mammifero che
si è adattato a vivere nel mare e non possiede arti posteriori, ma conserva nel suo corpo
vestigia delle ossa del cinto pelvico e del femore. Il pitone è un rettile che come tutti i serpenti
ha perso gli arti anteriori e posteriori, ma conserva forme rudimentali dell’osso iliaco e del
femore. Le tartarughe hanno le costole saldate al carapace e prive di mobilità, ma gli individui
giovani conservano ancora dei residui dei muscoli intercostali. L’uomo e le scimmie
antropomorfe non hanno più la coda, ma conservano le vertebre coccigee, che negli altri
mammiferi e primati corrispondono all’asse scheletrico della coda. L’appendice vermiforme
dell’intestino cieco è nell’uomo un organo vestigiale. E così pure le vestigia di muscoli
dell’orecchio e la plica dell’angolo interno dell’occhio, che è un residuo della membrana
nittitante, la cd. terza palpebra, presente nei rettili e in molti mammiferi, che serve a
proteggere l’occhio anche dalla luce troppo intensa.
Quale esempio migliore dell’occhio della talpa? Le talpe vivono sottoterra scavando cunicoli
e sono cieche, il loro occhio è atrofizzato, perché è diventato inutile, addirittura in alcune
specie la palpebra superiore si è saldata a quella inferiore. Tuttavia, la struttura dell’occhio di
una talpa presenta tutti gli elementi fondamentali dell’occhio di un mammifero. Il fenomeno
diventa comprensibile soltanto se consideriamo questi organi ormai privi di funzione come
modificazioni di una struttura fondamentale e funzionale presente negli organismi ancestrali
da cui la specie che li possiede discende. Se le specie sono entità fisse ciascuna creata da Dio
separatamente, perché mai Dio avrebbe dovuto dare alla talpa un organo del tutto inutile?
Oggi le prove fornite dalla paleontologia a favore della teoria dell’evoluzione sono di basilare
importanza, ma all’epoca di Darwin le conoscenze in questo campo, pur essendo già molto
significative, erano ancora fortemente lacunose. In pratica solo l’Europa e l’America
settentrionale erano state indagate con una certa sistematicità, mentre il resto del mondo
doveva ancora rivelare alla scienza la maggior parte dei suoi tesori. Darwin si rendeva conto
che nei fossili mancavano tutti “quegli infiniti stadi di transizione che devono in passato aver
collegato le specie strettamente affini”. Mancavano gli stadi intermedi tra una specie e l’altra
presupposti dalla teoria della lenta e graduale modificazione degli organismi viventi. Darwin
dedicò ben due capitoli a questo problema, rendendosi conto della gravità delle obiezioni che
48
avrebbero potuto essere mosse alla sua teoria alla luce della documentazione dei fossili.
Darwin risolse brillantemente il problema, sostenendo due concetti basilari: 1. la
fossilizzazione degli organismi viventi è un evento raro, che richiede circostanze favorevoli –
in particolare la formazione di rocce sedimentarie in ambiente marino, lacustre o fluviale - e
la maggior parte degli organismi vissuti in passato ed ormai estinti non hanno avuto la
possibilità di fossilizzarsi; 2. la documentazione geologica è fortemente lacunosa. Tra due
strati geologici sovrapposti possono esserci lacune più o meno lunghe. Uno strato geologico
di natura sedimentaria contenente le forme di vita dell’epoca fossilizzate può essere stato
interamento distrutto dai processi di erosione oppure un lungo periodo di tempo oggi può
essere rappresentato, a causa delle enormi pressioni esercitate, da un sottile strato di pochi
millimetri. L’idea che si possano recuperare integralmente tutte le pagine del libro della storia
geologica della terra e di conseguenza della storia della vita sulla terra è illusoria. Molto è
andato per sempre perduto.
Due anni dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie, nei calcari del Giurassico superiore
della Baviera fu scoperto un fossile che costituiva un vero anello mancante tra i rettili e gli
uccelli, il famoso Archaeopterix, che aveva caratteri di un rettile (denti di forma conica,
vertebre caudali di una lunga coda, ileo e ischio separati, ecc.) e di un uccello (la furcula54,
ali, penne e zampa). La teoria di Darwin riceveva una clamorosa conferma. Negli anni ’70
del XIX secolo i paleontologi, utilizzando i fossili europei e nordamericani, cominciarono a
ricostruire l’albero filogenetico del cavallo, da cui appariva una lenta e graduale evoluzione
ramificata a partire da un unico antenato. Un’altra conferma delle concezioni di Darwin.
Anche la visione complessiva dei dati della paleontologia conferma l’evoluzione degli
organismi viventi: i pesci compaiono prima degli anfibi e gli anfibi prima dei rettili, i primi
mammiferi si rinvengono quando i rettili si sono ormai affermati e diversificati. La comparsa
degli echinodermi, dei brachiopodi, dei lamellibranchi, dei gasteropodi, dei crostacei (si pensi
ai Trilobiti) precede di molti milioni di anni quella dei primi pesci.
1.7 Il posto dell’uomo nella natura
I primi fossili umani furono scoperti nell'Ottocento (Engis, 1828; Gibilterra, 1848;
54
La furcula consiste di due clavicole unite nel mezzo da un’interclavicola. Per il resto il cingolo scapolare degli
uccelli è essenzialmente simile a quello di un rettile.
49
Neandertal, 1856), ma il loro significato non fu immediatamente compreso, anche se la
grande antichità della specie umana era già stata intuita da vari studiosi nel Settecento e nei
primi decenni dell'Ottocento. La paleoantropologia ricevette un impulso decisivo soltanto
dopo la pubblicazione de L'origine delle specie e l'affermarsi dell'evoluzione degli organismi
viventi come teoria scientifica. Nella sua opera Darwin non aveva preso in considerazione il
problema dell'origine dell'uomo e si era limitato ad accennare che "molta luce sarà fatta
sull'origine dell'uomo e sulla sua storia". In una lettera indirizzata a Wallace il 22 dicembre
1858 Darwin scriveva che avrebbe evitato di affrontare il problema dell'uomo, perché essendo
ancora avvolto da una gran quantità di pregiudizi, avrebbe contribuito a far respingere tutta la
teoria.
Il tema dell'origine dell'uomo alla luce della teoria evoluzionistica fu affrontato per la prima
volta da Thomas Henry Huxley (1825-1895) quattro anni dopo la pubblicazione dell'Origine
delle specie. Huxley55, dopo aver compiuto studi di medicina a Londra, entrò nella marina da
guerra come medico e nel 1846 si imbarcò sulla fregata Rattlesnake che partiva per una
crociera scientifica della durata di quattro anni nella regione malese. In questo modo Huxley
ebbe la possibilità di focalizzare i suoi interessi verso l'anatomia e la fisiologia animale,
specialmente degli invertebrati. Tornato in Inghilterra si dedicò a tempo pieno agli studi
scientifici e nel 1854 ottenne l'insegnamento alla School of Mines e al Geological Survey e
spostò i suoi interessi sempre più verso la paleontologia dei vertebrati. Strinse amicizia con il
botanico Hooker, con Darwin, con Lyell. Ancor prima della pubblicazione dell'Origine delle
specie, Darwin aveva discusso con Huxley della nuova teoria dell'evoluzione degli organismi
viventi. Nel 1860 alla riunione dell'Associazione per il Progresso delle Scienze tenuta a
Oxford, Huxley difese efficacemente la teoria evoluzionistica di fronte ai violenti attacchi del
vescovo Wilberforce. Huxley svolse un importante ruolo come difensore e divulgatore
dell'evoluzionismo, perché aveva compreso che era necessario che la discussione uscisse dallo
stretto ambito degli specialisti per allargarsi a un più ampio pubblico, se si voleva che la teoria
venisse accettata.
Nel 1863 pubblicò Evidence as to Man's place in Nature, un libro diviso in tre parti, la prima
dedicata alle scimmie antropomorfe e alla classificazione zoologica dell'uomo, la seconda
all'uomo in relazione agli altri animali, la terza ai resti fossili dell'uomo. Attraverso l'anatomia
55
Sulla vita e le opere di Huxley cfr. E. PADOA, Introduzione, in T.H. HUXLEY, Il posto dell'uomo nella natura e
altri scritti, Milano 1956, pp. 5-48.
50
comparata Huxley dimostrò che qualunque aspetto si esaminasse - il cranio, la dentatura, lo
scheletro, la mano, il piede o l'encefalo - si arrivava ad un'unica conclusione: le differenze tra
l'uomo e le scimmie antropomorfe sono più piccole di quelle tra le scimmie antropomorfe e le
scimmie con la coda africane (i cercopiteci) e le altre scimmie inferiori. Ciò nonostante, la
demarcazione tra l'uomo e le scimmie antropomorfe è netta, non ci sono forme intermedie, ma
ancora più netta è la demarcazione tra il gorilla o lo scimpanzé e l'orango. "L'uomo differisce
meno dagli Antropoidi che non essi dalle altre famiglie dello stesso ordine". Di conseguenza
se è vera la teoria dell'evoluzione darwiniana e se le scimmie antropomorfe, i cercopiteci e le
platirrine (scimmie americane) sono rami derivati da un comune gruppo più antico, non è
possibile dubitare che anche "l'uomo può essersi originato da modifiche graduali di una
scimmia antropomorfa o da un ramo derivato dalle medesime forme primitive dalle quali
hanno preso origine gli antropoidi stessi.".
Nella terza parte dell'opera Huxley prese in considerazione i crani scoperti nella grotta di
Engis e nella valle di Neander e concluse che non potevano costituire l'anello mancante tra
l'uomo e le scimmie antropomorfe. Per quanto più primitivi di qualunque altro cranio finora
noto, non erano molto lontani dall'ambito delle variazioni del cranio dell'umanità attuale.
"Dove dobbiamo allora cercare questo Uomo primigenio? …. forse in strati ancora più
antichi, le ossa fossilizzate di una scimmia più vicina all'uomo o di un uomo più pitecoide di
quanti finora conosciuti attendono le ricerche di un paleontologo che deve ancora nascere?".
La risposta a questa domanda gli doveva venire più di trent'anni dopo, quando nel febbraio
1895, quattro mesi prima della sua morte, Hooker gli scrisse che gli Olandesi a Giava avevano
scoperto
qualcosa
che
sembrava
l'anello
mancante
e
che
avevano
denominato
Pithecanthropus erectus Dubois.
Nello stesso anno 1863 in cui Huxley pubblicava il suo libro, veniva dato alle stampe un
altro importante contributo concernente il problema dell'origine dell'uomo e della sua alta
antichità geologica, l'opera di Ch. Lyell, The geological evidences of the Antiquity of Man
with remarks on theories of the origin of species by variation, London 1863. Lyell analizzò
sistematicamente le prove geologiche, paleontologiche e archeologiche dell'antichità
dell'uomo: le scoperte fatte nelle torbiere e nei kjökkenmöddinger della Danimarca, le
palafitte della Svizzera e i crannogs dell'Irlanda, i tumuli dell'Ohio nel Nord America, le
51
scoperte di Tournal, Schmerling e Boucher de Perthes56, quelle effettuate in Inghilterra e le
scoperte di Lartet a Aurignac nella Dordogna. Lyell cercò di valutare la durata dei tempi
quaternari, l'età delle glaciazioni, proponendo una cifra minima di 225.000 anni. Dal
ventesimo capitolo in poi passò a esaminare la teoria del transformismo o dell'evoluzione
degli organismi viventi, mettendo in luce gli apporti forniti da Lamarck, Darwin e Wallace.
Bisogna ricordare che nei suoi Principles of Geology, di trent'anni prima, Lyell aveva
discusso la teoria di Lamarck rifiutandola.
Infine, nell'ultimo capitolo, il XXIV, viene
discusso il significato della teoria dell'evoluzione in relazione al problema dell'origine
dell'uomo. Lyell si domanda se una volta accettata la teoria evoluzionista per il regno animale,
l'uomo debba essere considerato una eccezione alla regola. Per rispondere a questa domanda,
Lyell affrontò per prima cosa il problema della classificazione zoologica dell'uomo,
esponendo il pensiero di chi come Blumenbach (1779) voleva farne un ordine a parte, o
Robert Owen, che addirittura voleva riservare all'uomo una classe a sé distinta da quella dei
mammiferi. Dopo aver soppesato attentamente tutte le opinioni e dimostrato la fondatezza
delle critiche rivolte da molti autori, da Saint Hilaire fino ad Huxley, a coloro che volevano
staccare l'uomo dall'ordine dei Primati, tuttavia Lyell assunse un atteggiamento di sospensione
del giudizio, non prendendo apertamente posizione sul problema dell'inclusione o meno
dell'uomo nel generale processo dell'evoluzione57.
In Germania il medico e zoologo Ernst Haeckel (1834-1919), dell'università di Jena, accolse
subito con grande favore la teoria darwiniana dell'evoluzione delle specie e della selezione
naturale, diffondendola nel mondo di lingua germanica. Nel 1866 pubblicò un'opera in due
volumi, Morfologia generale degli organismi, e nel 1868 Storia della creazione naturale, una
raccolta di conferenze pubbliche. In entrambe le opere Haeckel applicava i principi
dell'evoluzionismo darwiniano a temi quali l'origine delle specie e il significato delle
somiglianze morfologiche fra specie diverse. Ad Haeckel si deve l'introduzione di termini
destinati a grande diffusione e a divenire di uso corrente quali ecologia, ontogenesi e
filogenesi. Attraverso gli studi di embriologia Haeckel formulò una legge secondo cui
l'ontogenesi è una breve ricapitolazione della filogenesi: ogni individuo nelle diverse fasi del
suo sviluppo pre-natale attraversa gli stessi stadi del passato evolutivo della sua specie.
56
57
Sulle prime ricerche di archeologia preistorica cfr. più avanti al capitolo I, 8.
Cfr. J.C. GREENE, La morte di Adamo cit., p. 361 sgg.
52
Nel capitolo XXVII della Storia della creazione naturale Haeckel affrontava il problema
dell'origine dell'uomo. "L'ipotetico albero genealogico del genere umano ci si presenterà da se
stesso come risultato finale dell'anatomia comparata e della sistematica". Haeckel classificava
l'uomo tra i primati, come già Linneo, e ipotizzò l'esistenza di uno stadio intermedio tra le
scimmie antropomorfe e l'uomo, definito Pithecanthropus alalus, cioè uomo scimmia senza
parola. Haeckel suppose che attraverso questo "anello mancante" l'uomo derivasse dalle
antropomorfe asiatiche e non da quelle africane.
Haeckel ha rappresentato il tipico scienziato positivista, sostenitore del materialismo,
convinto che la scienza possa dare una risposta anche ai problemi della religione, della
metafisica, dell'etica. Inoltre, applicando i principi della selezione naturale e della lotta per
l'esistenza al campo sociale, il cd. darwinismo sociale, contribuì alla creazione di un clima
culturale e politico che in seguito si rivelerà nefasto per la Germania della fine del XIX e dei
primi decenni del XX secolo.
Nel clima culturale del positivismo il darwinismo sociale si affermerà anche in campo
filosofico, in particolare per opera di Herbert Spencer (1820-1903), che estese all’ambito della
società i principi dell’evoluzione biologica: nella lotta per la sopravvivenza il successo arride
ai più forti e ai più adatti e quindi è necessario un completo liberalismo senza intervento dello
Stato a favore dei più deboli affinché la selezione naturale possa svolgere il suo compito
benefico, che si risolverà in un miglioramento della società. In ultima analisi, i ricchi sono i
più capaci e meritevoli, i poveri sono meno adatti alla competizione e nella lotta per la vita
soccombono.
Nulla era più lontano dal pensiero di Darwin di queste concezioni. Innanzitutto i Darwin e i
Wedgwood (a cui appartenevano sia la madre che la moglie di Charles) erano di tradizione
progressista, favorevoli al partito Whig, fautori dell’abolizione della schiavitù. Charles e la
moglie Emma avevano una grande sensibilità nei confronti dei problemi sociali. Darwin
riteneva che l’istinto di simpatia verso gli altri rappresentava una parte fondamentale
dell’istinto sociale e fornì agli uomini un vantaggio adattivo, e che proprio in virtù della sua
cultura la specie umana poteva sottrarsi alla fondamentale legge dell’evoluzione biologica, la
selezione naturale. Se nelle società primitive sopravvivono gli uomini forti e sani, nelle
società civili i membri più deboli sono aiutati a vivere dalle istituzioni sociali e le società
civili hanno avuto maggiore successo di quelle primitive.
53
Dopo L'origine delle specie, Darwin lavorò a due nuovi libri, Sui vari modi in cui le orchidee
vengono fecondate tramite gli insetti, pubblicato nel 1862, e Variazione degli animali e delle
piante allo stato domestico, che sarà pubblicato nel 1868.
Naturalmente seguiva attentamente il dibattito sull'origine dell'uomo, che aveva preso lo
spunto dalla sua teoria dell'evoluzione degli organismi viventi. Darwin era in stretti rapporti di
amicizia e di dialogo scientifico con Lyell e con Huxley e intrattenne una corrispondenza
anche con Haeckel.
Nel 1865 fu pubblicato Prehistoric Times di John Lubbock. I Lubbock erano vicini di casa di
Darwin. Il padre, sir John, banchiere e matematico, era divenuto amico di Darwin e lo aveva
aiutato a risolvere alcuni problemi di matematica. Il giovane Lubbock fece omaggio della sua
pubblicazione a Darwin. In Prehistoric Times Lubbock divide il passato preistorico dell'uomo
in quattro epoche: l'età della pietra scheggiata, l'età della pietra levigata, l'età del Bronzo e
l'età del Ferro. È quindi il primo studioso a suddividere l'età della pietra in Paleolitico, età
della pietra scheggiata, di età pleistocenica, epoca in cui l'uomo era vissuto accanto a faune
estinte come il mammuth, e Neolitico, età della pietra levigata, corrispondente ai tempi
geologici più recenti, post-glaciali, in cui le faune sono come quelle attuali e gli uomini
adottano l'agricoltura e l'allevamento.
Quest'opera ebbe un grande successo, poiché rappresentava una prima sintesi delle
conoscenze conseguite dalla nascente archeologia preistorica. Lubbock ha dedicato alcuni
capitoli ai kjökkenmöddinger della Danimarca, alle palafitte della regione alpina, ai
monumenti megalitici e a i tumuli, all'uso della pietra e del bronzo, alle faune quaternarie,
all'uomo delle caverne e all'industria litica proveniente dalle ghiaie pleistoceniche delle valli
fluviali come quella della Somme. Altri capitoli sono dedicati ai cosiddetti selvaggi moderni,
che forniscono un utile materiale comparativo per la comprensione delle vestigia preistoriche.
Infine, Lubbock discusse anche dell'antichità dell'uomo, dell'origine delle diverse razze
umane e dell'applicabilità del concetto di selezione naturale all'uomo.
Nel 1865 la preistoria era ormai diventata una disciplina scientifica che indagava e cercava di
ricostruire gli aspetti culturali dell'umanità anteriore ai tempi storici, dal passato più remoto
fino alle soglie della storia. La sua costituzione come disciplina autonoma era lentamente
maturata nella prima metà del XIX secolo ed è opportuno soffermarci brevemente a
considerare quali siano state le principali tappe che hanno condotto alla nascita
54
dell'archeologia preistorica.
1.8 La dimostrazione della grande antichità dell’uomo e i primi sviluppi
dell’archeologia preistorica
Il grande sviluppo della ricerca preistorica dalla metà dell'Ottocento in poi si deve al
formarsi, nei primi decenni del secolo, di due indirizzi: il primo di carattere naturalistico e il
secondo di carattere antiquario, spesso tra loro strettamente intrecciati, come vedremo nel
caso di Boucher de Perthes.
Il riconoscimento delle selci scheggiate come manufatti prodotti dall'uomo da una parte, il
nuovo pensiero geologico rappresentato da Ch. Lyell dall'altra, aprirono la strada alla
scoperta dell'uomo paleolitico e quindi alla dimostrazione della remota antichità della specie
umana.
Infatti, nel corso della prima metà del XIX secolo si moltiplicarono le scoperte di manufatti e
resti umani associati a ossa di animali estinti in contesti geologici molto antichi, di età
«diluviale», come allora si diceva, corrispondente al nostro Pleistocene, l'età delle glaciazioni.
Già nel 1800 John Frere aveva pubblicato58 la notizia del ritrovamento, avvenuto qualche
anno prima, a Hoxne nel Suffolk, di selci lavorate – si trattava di amigdale - insieme con
ossa di elefante, in uno strato ghiaioso alla profondità di oltre 3 m. Frere aveva osservato
scrupolosamente la sequenza stratigrafica del terreno: 45 cm di terreno vegetale, un potente
strato di argilla di 225 cm, quindi uno strato di sabbia con conchiglie dello spessore di 30 cm,
infine uno strato di ghiaie, quello che conteneva le selci scheggiate, della potenza di oltre 60
cm. Nello strato di sabbie che ricopriva le ghiaie furono rinvenuti i denti e la mascella di un
grande animale di una specie estinta e sconosciuta. Non solo Frere riconobbe la natura
artificiale delle selci scheggiate, ma ne comprese anche la grande antichità: "Mi sembra
evidente che siano armi da guerra, costruite ed usate da una gente che non conosceva l'uso dei
metalli", e ancora: "La situazione in cui furono trovate queste armi può indurci a riferirle a ‘a
very remote period indeed even beyond that of the present world’ (un'epoca veramente molto
remota, perfino al di là di quella del mondo presente)"59. Oggi sappiamo che i manufatti
raffigurati da Frere sono amigdale e che lo strato in cui furono rinvenute risale a 300 ka (OIS
58
In una lettera inviata ad Archaeologia, il periodico della Society of Antiquaries.
59
G. DANIEL, The Idea of Prehistory cit. p. 36 sgg.
55
9).
Nel 1826 un farmacista di Narbonne, Tournal, scavando nella caverna di Bize presso
Narbonne (Aude) scoprì ossa umane associate a resti di mammiferi estinti. Nel 1833 P.-D.
Schmerling, di Liegi, pubblicò un'opera60, in cui si dava notizia delle scoperte fatte nella
caverna di Engis: ossa umane, strumenti di pietra e ossa di animali estinti, come il rinoceronte
tichorhinus e la iena delle caverne. Altre scoperte simili furono fatte in Inghilterra, nella
caverna Kent's Hole presso Torquay tra il 1825 e il 1841, ma è soltanto grazie all'opera di J.
Boucher de Crévecoeur de Perthes che si poté arrivare alla definitiva dimostrazione
dell'esistenza dell'uomo "anti-diluviano" (anteriore al diluvio universale) ovvero appartenente
all'età "diluviale", come allora era denominato il Pleistocene.
Tra il 1836 e il 1859 Boucher de Perthes condusse ricerche sistematiche lungo i terrazzi della
Somme, in particolare nelle cave di ghiaia presso Abbeville. A partire dal 1841 la scoperta di
alcune amigdale nella terrazza media della valle della Somme, nelle cave di Menchecourt,
associate a fauna estinta come rinoceronte, elefante e orso delle caverne, fornì la prova
decisiva dell’alta antichità dell’uomo, dimostrata dalla sua coesistenza con specie animali
fossili. Le sue scoperte e i suoi scritti61 furono oggetto di vivaci polemiche e le sue
conclusioni vennero respinte dalla maggior parte degli studiosi francesi, ma attirarono
l'attenzione dei geologi e archeologi inglesi.
Nel 1858 anche in Inghilterra si era raggiunto
il medesimo risultato: gli scavi nella grotta di Brixham nel Devonshire condotti da Hugh
Falconer portarono alla luce manufatti di selce associati a fauna estinta. H. Falconer nel 1858
si recò ad Abbeville per conoscere Boucher de Perthes e constatare di persona che le selci
provenienti dalla terrazza di 30 m erano effettivamente strumenti artificiali, prodotti dalla
mano dell'uomo, e che gli strati che le contenevano erano intatti. Era questa la prima
autorevole conferma alla giustezza delle tesi di Boucher de Perthes e l'anno seguente,
sollecitati da Falconer, si recarono ad Abbeville anche Joseph Prestwich e John Evans.
Prestwich ed Evans scoprirono e fotografarono in situ un bifacciale nelle cave di Saint
Acheul. Al ritorno in Inghilterra Prestwich lesse una relazione alla Royal Society ed Evans
60
P.-D. SCHMERLING, Recherches sur les ossements fossiles découverts dans les cavernes de la province de
Liège, 2 voll. più un atlante di tavole.
61
J. BOUCHER DE PERTHES, Antiquités celtiques et antédiluviennes. Mémoire sur l'industrie Primitive et les arts
à leur origine, Paris 1847-64, 3 voll; De l'homme antédiluvien et de ses oevres, Paris 1860. Su Boucher de
Perthes e i suoi scritti cfr. A. LAMING-EMPERAIRE, Origine de l'archéologie cit., p. 155 sgg.; C. COHEN, J.-J.
HUBLIN, Boucher de Perthes. Les origines romantiques de la Préhistoire, Paris, 1989.
56
alla Society of Antiquaries. "Quel che sembra stabilito senza alcun dubbio è che in un periodo
di antichità remota, anteriore a tutti quelli di cui finora abbiamo trovato tracce, questa parte
della terra fu popolata dall'uomo" (Evans). Le loro conclusioni furono pubblicamente
sottoscritte da Charles Lyell62.
L'altro grande fìlone che portò allo sviluppo dell'archeologia preistorica, quello di origine
romantico-antiquaria, trovò il clima culturale più favorevole nei paesi nordici, in particolare in
quelli scandinavi. Il Romanticismo valorizzò molto le leggende e le saghe nazionali e gli
antichi monumenti, come per es. quelli megalitici, spesso ancora inseriti nel paesaggio
dell'Europa occidentale e settentrionale, e che circondati da un alone di mistero, esercitavano
fascino e grande suggestione. Gli studiosi nordici, d'altra parte, sapevano che gli oggetti
archeologici costituivano l'unica fonte di informazione per ricostruire la storia culturale del
proprio paese prima dell'impero romano e dell'avvento del cristianesimo. In Danimarca,
grazie anche a una precoce legislazione sulle scoperte archeologiche, si erano
formate
importanti collezioni, per cui storici e antiquari si trovarono di fronte al problema di
raccogliere, classificare e conservare gli antichi manufatti63. Nel 1807 Rasmus Nyerup, che in
una pubblicazione apparsa nell'anno precedente aveva auspicato l'istituzione di un museo
nazionale danese delle Antichità Nordiche, divenuto segretario della commissione regia per la
raccolta e la conservazione delle antichità nazionali, ebbe a scrivere: «Tutto ciò che è giunto
fino a noi dal paganesimo è avvolto in una densa nebbia: esso appartiene a uno spazio di
tempo che non possiamo misurare. Sappiamo che è più vecchio del cristianesimo, ma se di un
paio d'anni o di un paio di secoli o addirittura di oltre un millennio possiamo solo cercare dì
indovinarlo»64. In questa frase di Nyerup è sintetizzata la situazione degli studi agli inizi
dell'Ottocento. Poco tempo dopo Nyerup fu sostituito nella sua carica da Christian Jorgensen
Thomsen (1788-1865), che lavorò alacremente per aprire al pubblico il museo. Per porre
ordine tra i reperti archeologici, egli raggruppò i manufatti in tre periodi, denominati della
pietra, del bronzo e del ferro, che diventarono il celebre sistema delle tre età. Nel 1819 fu
inaugurato il museo di antichità nordiche e negli anni seguenti Thomsen espose i criteri che
62
G. DANIEL, The Idea of Prehistory cit., p. 40 sgg.
Sulla nascita e gli sviluppi dell'archeologia preistorica nei paesi scandinavi cfr. O. KLINDT-JENSEN, A History
of Scandinavian Archaeology, London 1975.
64
Su Nyerup, Thomsen e il sistema delle tre età cfr., oltre alla nota precedente, G. DANIEL, The Origins and
Growth cit., p. 90 ss; ID., The Idea of Prehistory cit., p. 42 sgg.
63
57
aveva utilizzato nel disporre i materiali in senso cronologico, attribuendoli alle tre età
successive della pietra, del bronzo e del ferro65. Si trattava di una suddivisione basata sul
materiale con cui erano fabbricati gli strumenti da taglio: egli vi pervenne osservando che le
tombe ormai vicine al periodo storico contenevano armi e strumenti di ferro, le tombe che
sembravano le più antiche di tutte, quelle di tipo megalitico, contenevano solo strumenti di
pietra, mentre tombe a cremazione in cista litica o in urne fittili chiuse da una lastrina di
pietra contenevano soltanto manufatti di bronzo e mai di ferro, per cui furono assegnate a
un'età intermedia.
Il suo successore, Jens Jacob Asmussen Worsaae (1821-1885) fu il primo archeologo
professionista nel vero senso della parola: formulò i principi dello scavo archeologico,
sostenne la necessità di usare il metodo comparativo e di studiare il passato di un paese non
isolatamente, ma in rapporto a quello delle altre nazioni. Fondamentali furono i suoi scavi
compiuti dal 1847 nei kjøkkenmøddinger e negli skovmoses (torbiere) con il geologo
Forchammer e con lo zoologo Steenstrup, che dimostrarono stratigraficamente la validità del
sistema delle tre età. In La preistoria della Danimarca, Copenaghen 1843, in danese, J.J.A.
Worsaae suddivise l'età della Pietra in un periodo antico corrispondente ai kjøkkenmøddinger
e in uno recente corrispondente all'epoca delle tombe megalitiche; l'età del Bronzo in un
periodo antico caratterizzato da tombe a inumazione sotto tumulo, e in uno recente
caratterizzato da tombe a cremazione; anche l'età del Ferro venne suddivisa in un periodo
antico, coevo all'impero romano, e in uno recente, coevo, alle migrazioni barbariche e all'età
vichinga.
Il sistema delle tre età si diffuse rapidamente in Inghilterra, in Francia e in Svizzera. La
guida del British Museum per il 1866 fa esplicito riferimento alla
suddivisione degli
antiquari nordici. In Svizzera la scoperta delle palafitte durante l'inverno 1853-54 e la loro
interpretazione a opera di Ferdinand Keller66 confermarono l'importanza e l'esattezza delle
classificazioni degli archeologi danesi. A. Morlot, professore di geologia all'Accademia di
65
CH. J. THOMSEN, Rapido sguardo sui monumenti e sulle antichità della preistoria nordica, in Guida alle
antichità nordiche, Copenaghen 1836, pp. 25-89, in danese.
66
«Mitteilungen der Antiquarischen Gesellschaft in Zürich», annate tra il 1853 e il 1879; F. KELLER, The lake
dwellings of Switzerland and other parts of Europe, Londra 1878, cfr. inoltre 125 Jahre Pfahlbauforschung, in
«Archäologie der Schweiz», II, 1979, 1, e Palafitte: mito e realtà, Verona 1982; M.-A. KAESER, Les lacustres.
Archéologie et mythe national, Lausanne 2004.
58
Losanna, scrisse un piccolo trattato che diffondeva le nuove
concezioni67. Soltanto in
Germania la tripartizione della scuola scandinava fu respinta dagli storici e dagli archeologi,
fra cui L. Lindenschmidt, il fondatore nel 1852 del Römisch-Germanisches Zentralmuseum di
Mainz, e passarono alcuni anni prima che venisse generalmente accettata.
In conclusione, verso la metà del XIX secolo le ricerche geologiche, paleontologiche,
archeologiche e quelle di matrice romantico-antiquaria si integrarono tra loro, dando origine
alla moderna scienza della preistoria.
1.9 Darwin affronta il tema dell’origine dell’uomo
Dopo quasi dodici anni di silenzio sul tema dell'origine dell'uomo, Darwin tornò a scendere
in campo e pubblicò nel 1871 The Descent of Man and Selection in Relation to Sex. Il punto
di partenza dell’analisi di Darwin è l’anatomia comparata dei Mammiferi. L’uomo è costruito
sullo stesso modello generale di ogni altro mammifero. Infatti, tutte le ossa del suo scheletro
si possono confrontare con le ossa corrispondenti di una scimmia, di un pipistrello o di una
foca. Le origini dell’uomo sono, quindi, animali. “Tra breve sembrerà inverosimile che dei
naturalisti informati della struttura comparata e dello sviluppo dell’uomo e degli altri
mammiferi, abbiano potuto credere che fossero opera di atti separati di creazione”. Come già
Th. Huxley ed E. Haeckel, anche Darwin sostiene che l'affinità strutturale tra uomo e scimmie
antropomorfe doveva significare una loro antica parentela e quindi la derivazione dell'uomo
da un ancient member, un antico membro della famiglia delle scimmie antropomorfe. A
differenza di Haeckel, Darwin ritiene che l'origine dell'uomo debba essere ricercata in Africa,
poiché le affinità sono maggiori con scimpanzé e gorilla piuttosto che con l'orango o i
gibboni. Per Darwin l’uomo si distingue da tutti gli altri primati per tre aspetti fondamentali:
1. grande intelligenza, che significa coscienza di sé, capacità di astrazione e linguaggio
verbale;
2. abilità manuale e capacità di fabbricare utensili;
3. stazione eretta e locomozione bipede.
Una scimmia antropomorfa che avesse cominciato a possedere anche in piccola misura queste
qualità, avrebbe avuto un sicuro vantaggio rispetto agli altri primati e da questo momento la
pressione continua della selezione naturale avrebbe inevitabilmente condotto, in un lungo arco
67
A. MORLOT, Études géologiques et archéologiques en Danemark et en Suisse, Losanna 1861.
59
di tempo, alla nascita dell’uomo moderno.
Darwin affronta anche il tema dell'origine delle razze attuali, e ritiene che nella
diversificazione delle razze umane il ruolo principale sia stato svolto non dalla selezione
naturale, ma da quella sessuale, che dipende non tanto dalla lotta per l'esistenza, quanto dalla
lotta tra individui della stessa specie, in genere maschi, per il possesso delle femmine. La
maggior parte del libro è dedicata ad esaminare la selezione sessuale e i caratteri sessuali
secondari in tutto il regno animale, dai crostacei fino ai mammiferi68.
Darwin accentuò l'importanza della selezione in relazione al sesso, poiché riteneva che le
differenze tra le diverse razze umane non avessero una qualche particolare utilità, cioè un
valore adattivo, e che di conseguenza non potessero essere ricondotte all'azione della
selezione naturale. Oggi sappiamo che le cose non stanno del tutto in questo modo: le
differenze razziali hanno un certo valore adattivo e sono quindi frutto, almeno in parte, della
selezione naturale. Soltanto due tipi di caratteristiche possono evolversi in relazione alla
selezione sessuale: quelle direttamente coinvolte nella competizione tra i maschi per l'accesso
alle femmine e tutta la gamma di ornamentazioni del maschio che servono a influenzare la
scelta da parte della femmina. In realtà selezione naturale e selezione sessuale sono più
intrecciate tra loro di quanto Darwin ritenesse.
A questo punto, dopo la pubblicazione delle opere di Huxley, Haeckel e Darwin, iniziò la
ricerca
del missing link, l'anello mancante dell'albero genealogico della specie umana,
concepito da Haeckel come un essere a metà strada tra le antropomorfe attuali e l'uomo e
battezzato Pithecanthropus alalus, cioè uomo-scimmia privo di linguaggio.
Nel corso di quasi un secolo e mezzo di ricerche sono stati scoperti in Europa, Asia e Africa
migliaia di resti fossili di Ominidi che consentono di tracciare il quadro, sia pure ancora
lacunoso, del processo dell'ominazione.
1.10 L’evoluzionismo dopo Darwin
Mentre l’evoluzione biologica fu rapidamente accettata dagli scienziati come un fatto
evidente e chiaramente dimostrato, diversa fu l’accoglienza riservata a uno dei caposaldi del
darwinismo, la selezione naturale. Ben pochi naturalisti erano disposti ad accettare la
68
Sul pensiero di Darwin in relazione all'origine dell'uomo cfr. J.C. GREENE, La morte di Adamo cit., p. 368 ss.;
BARSANTI 2005, p. 267 e ss.
60
selezione naturale come unica ipotesi per spiegare l’evoluzione e fiorirono diverse teorie di
stampo neo-lamarchiano o di impronta teleologica. Negli ultimi decenni del XIX secolo e agli
inizi del XX secolo soltanto Weismann difese la selezione naturale, realizzando diversi
esperimenti per comprovarla.
Per quasi un secolo la biologia evoluzionistica fu campo di battaglia tra opposte tendenze.
Agli inizi del ‘900 avvenne un fatto importante, gravido di conseguenze, la riscoperta delle
leggi di Mendel sull’ereditarietà e la nascita della moderna genetica. H. de Vries sviluppò il
concetto di mutazione, si introdussero i concetti di genotipo e fenotipo e si comprese che la
variazione genetica era determinata in parte da mutazioni, ma soprattutto dalla
ricombinazione genetica attuata grazie alla riproduzione sessuata.
Più tardi con la scoperta della struttura molecolare del DNA si verificò un’autentica
rivoluzione nel campo della biologia, che permise di comprendere sempre più a fondo che
cos’è un gene e in che modo avvengono le mutazioni. Ma già negli anni ’40 del XX secolo le
tre discipline che si occupavano di evoluzione, la genetica, la sistematica e la paleontologia,
fecero convergere le loro ricerche integrando le conoscenze acquisite per produrre una teoria
unificata dell’evoluzione grazie soprattutto all’opera di Theodosius Dobzhansky, Ernst Mayr,
George G. Simpson e Julian Huxley. Come scrisse Dobzhansky “in biologia nulla ha senso se
non alla luce dell’evoluzione”69.
La nuova sintesi evoluzionistica o neo-darwinismo ha rappresentato il trionfo delle
concezioni di Darwin per quanto riguarda la selezione naturale, che era stato sempre il punto
più controverso e difficile da digerire per molti studiosi ancorati a tradizioni religiose
fortemente radicate nella società. La nuova sintesi accentuò ancora maggiormente il ruolo del
caso nell’evoluzione biologica, il cui effetto è quello di mantenere una grande variabilità
genetica.
Poche teorie scientifiche hanno ricevuto ripetute conferme e validazioni come quella della
selezione naturale, non solo attraverso esperimenti di laboratorio, ma anche attraverso
l’osservazione di fenomeni che si verificavano in natura. Già Weismann aveva fatto
esperimenti con i bruchi per osservare la selezione naturale all’opera. In seguito si sono
moltiplicate le sperimentazioni in laboratorio. All’università del Michigan hanno utilizzato
cavie di diverso colore esponendole alla predazione di una civetta e variando di giorno in
69
T. DOBZHANSKY, Nothing in Biology Makes Sense Except in the Light of Evolution, in American Biology Teacher,
XXXV, 1973, pp. 125-129.
61
giorno il colore del terreno. Il risultato fu che la civetta divorava in prevalenza cavie che
avevano un colore del manto poco mimetizzato con l’ambiente e quindi maggiormente
visibile, mentre le cavie con il colore simile a quello del terreno avevano maggiore probabilità
di sopravvivere e quindi di riprodursi.
L’introduzione degli antibiotici permise di verificare gli effetti della selezione naturale. I
batteri esposti all’azione degli antibiotici venivano sterminati, ma non tutti. Uno su dieci
milioni sopravviveva perché era portatore di una variazione genetica che gli consentiva di
resistere all’attacco degli antibiotici. Quindi la popolazione dei batteri cambiava radicalmente,
perché uccisi quasi tutti i batteri, quelli portatori della variazione favorevole potevano
moltiplicarsi e diffondersi fino a formare una nuova popolazione con differenti caratteristiche
genetiche.
Quando nel secondo dopoguerra si iniziò a usare il DDT contro le mosche domestiche, le
mosche furono praticamente annientate o almeno così sembrava. A distanza di anni si è visto
che le mosche avevano sviluppato una resistenza al DDT, cioè si è verificato lo stesso
fenomeno osservato con gli antibiotici e i batteri. Quelle poche mosche portatrici di una
variazione genetica che consentiva di sopravvivere all’azione del DDT si sono rapidamente
moltiplicate ed hanno dato origine a una nuova popolazione.
La selezione naturale è stata osservata all’opera lungo l’arco di più di un secolo in Inghilterra
su una specie di farfalla Biston betularia. Verso la metà del XIX secolo la popolazione di
questa specie era composta al 99% da esemplari di colore chiaro, un esempio di mimetismo,
perché una farfalla di questo colore su un’albero dalla corteccia chiara come la betulla era
meno facilmente individuabile dagli uccelli predatori. Già nel 1899 la popolazione di Biston
betularia era composta per il 99 % da esemplari di colore scuro. Cosa era successo?
L’inquinamento prodotto dallo sviluppo industriale della regione di Manchester aveva
annerito la corteccia degli alberi, a questo punto essendo l’ambiente cambiato, il colore chiaro
era diventato sfavorevole per la sopravvivenza della farfalla, mentre le farfalle di colore scuro
avevano maggiore probabilità di sopravvivere e quindi di riprodursi ed avere una discendenza,
conformemente alle previsioni della teoria di Darwin.
Le conferme più clamorose a favore dell’evoluzionismo provengono dalla biologia
molecolare. Tutti gli organismi eucarioti, cioè formati da aggregati di cellule fornite di un
nucleo, hanno all’interno del nucleo il DNA, una lunga catena polinucleotidica con struttura a
doppia elica, formata da desossiribosio e pentosofosfati collegati da quattro tipi di basi:
62
Citosina, Adenina, Timina e Guanina. Queste basi sono come le lettere del codice genetico e
si susseguono secondo un ordine diverso nei singoli organismi determinando tutta la varietà
della vita sulla terra. Nell’uomo il DNA comprende tre miliardi e 200 milioni di coppie di basi
distribuite in 22 coppie omologhe di cromosomi più una coppia che è diversa nell’uomo e
nella donna, in tutto 46 cromosomi. I cromosomi sono formati da una sequenza di geni e i
geni sono segmenti di DNA (comprendenti in media circa 120000 paia di basi), quindi
nell’uomo ci sono circa 26000 geni. Uomo e scimpanzè differiscono tra loro per appena l’1,27
% del DNA.
Il genoma è l’insieme del corredo cromosomico, il genotipo è una coppia omologa di geni in
cui un allele deriva dal padre e l’altro dalla madre, l’allele dominante codifica la sintesi delle
proteine e quindi determina le caratteristiche fenotipiche dell’individuo. Le differenze tra le
specie sono determinate da differenze del DNA, cioè differenti sequenze delle basi, ma gran
parte della sequenza delle basi del DNA è eguale in tutti gli organismi. La struttura del codice
genetico è quindi costituita dalle quattro basi in tutti gli organismi, dai più semplici ai più
complessi, ciò che cambia nelle diverse specie è l’ordine con cui si susseguono le basi. Quale
miglior prova dell’origine comune di tutte le forme di vita sulla terra?
1.11 Darwinismo e creazionismo: caso e necessità o disegno intelligente?
Nel 1543, dopo molte esitazioni e timori di essere accusato di eresia, vedeva la luce l’opera
più importante del canonico polacco Nicolò Copernico, De revolutionibus orbium coelestium.
Copernico aveva studiato all’università di Cracovia e poi in quelle italiane di Bologna,
Padova e Ferrara. Nella sua opera si affermava, in contrasto con la concezione tolemaica fatta
propria da Tommaso d’Aquino e dalla Chiesa, che la terra non era al centro dell’universo, ma
ruotava insieme agli altri pianeti intorno al sole. Quasi un secolo dopo Galileo dimostrò la
validità del sistema copernicano nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632),
ma sarà costretto all’abiura70. A distanza di un secolo e mezzo, Georges-Louis Buffon (1778)
e James Hutton (1788) dimostrarono, con argomenti diversi, che la terra non era vecchia di
6000 anni, come si riteneva sulla base della Bibbia, ma incomparabilmente più antica. Nel
1859 con la teoria dell’evoluzionismo Charles Darwin poneva le premesse per affermare che
70
Sul processo a Galileo v. G. DE SANTILLANA, Processo a Galileo, Milano 1960 (titolo originale The Crime of
Galileo, Chicago University Press, 1955).
63
l’uomo, lungi dall’essere stato creato direttamente da Dio, discendeva da un antenato
scimmiesco.
Le conquiste della scienza moderna faticarono molto ad essere ammesse dalla Chiesa.
Tuttavia, in nessun passo della Bibbia si sostiene che la terra è posta al centro dell’universo.
Galileo fu condannato per eresia perché la Chiesa riteneva che la teoria copernicana fosse
contraria all’insegnamento della Bibbia. In realtà i teologi cattolici avevano fatto propria la
concezione aristotelico-tolemaica dell’universo ed è questo il motivo per cui l’opera di
Copernico fu messa all’indice e Galileo fu condannato, l’aver contestato l’ipse dixit degli
aristotelici e il principio d’autorità71. Il racconto biblico secondo cui il mondo, le piante, gli
animali e l’uomo furono creati in sei giorni può essere inteso in senso metaforico, non certo
letterale, oppure, come già Galileo sosteneva, si tratta di un linguaggio ordinario e popolare
usato da Dio per farsi capire dagli uomini del tempo, mentre il linguaggio scientifico, rigoroso
ed esatto, è lo stesso linguaggio usato da Dio quando ha creato l’universo. Diversa è la
questione dell’origine dell’uomo. In questo caso l’accordo tra religione cristiana ed
evoluzionismo si rivela molto più difficile e complesso.
I creazionisti e i catastrofisti seguaci di Cuvier respinsero la teoria di Darwin, che comunque
guadagnò un consenso crescente nel campo delle scienze naturali per la forza e la solidità
delle prove che andavano accumulandosi in suo favore.
A questo punto è utile esaminare qual’era la posizione di Darwin nei confronti della religione.
Inizialmente Darwin era convinto della fissità della specie, aderiva alle tesi sostenute nella
teologia naturale di Paley e credeva nel creazionismo. Dopo il ritorno dal viaggio intorno al
mondo a bordo del Beagle, o forse già durante il viaggio stesso, Darwin gradualmente
abbandonò il creazionismo e cominciò a elaborare la teoria dell’evoluzione. Come scrisse
nella sua Autobiografia “l’incredulità si insinuò molto lentamente nel mio spirito, ma finì col
diventare totale”. Abbracciò dapprima una posizione teista, e infine, pur con dubbi e
incertezze, assunse una posizione agnostica nei confronti della religione. Il termine
agnosticismo era stato creato da Th. Huxley nel 1869 per indicare una posizione di
sospensione del giudizio per quanto riguarda i tradizionali problemi metafisici, irrisolvibili da
un punto di vista scientifico e razionale.
Nel 1851 Darwin perse la sua secondogenita e figlia prediletta Annie, di soli 10 anni,
71
L. GEYMONAT, Galileo Galilei, Torino, 19572, p. 86 e ss.
64
probabilmente a causa della tubercolosi. Darwin stesso assistette ininterrottamente la figlia
per quasi due mesi a Malvern (Worcestershire), mentre la moglie in stato avanzato di
gravidanza non poteva muoversi dalla loro residenza di Down House. La morte di Annie fu
una tragedia che lo scosse profondamente e che certamente contribuì ad accelerare e in un
certo senso radicalizzare il suo rifiuto della religione72. La moglie Emma era credente e
praticante e Darwin cercò sempre di attenuare le sue posizioni in merito alla religione per non
offendere la di lei fede, ma dopo la morte della piccola Annie rese esplicito il suo distacco
dalla religione tradizionale e da quel momento non partecipò più alle funzioni religiose
insieme ai familiari.
La Natural Theology di William Paley, pubblicata nel 1802 e letta da Darwin quando era
studente a Cambridge, sosteneva che l’universo con tutte le sue meraviglie e bellezze, e a
questo proposito si faceva ricorso all’argomento della complessità e perfezione di un organo
come l’occhio umano, non poteva che essere la manifestazione del disegno intelligente di un
artefice soprannaturale, la prova dell’esistenza di una Causa Prima dotata di intelligenza. Di
fronte a queste argomentazioni Darwin manifestò un atteggiamento scettico e razionalista e
fece proprio l’antico argomento di Epicuro: “la natura del mondo non è stata affatto disposta
per noi dal volere divino, tanto è il male di cui è piena” (Lucrezio, de rerum natura, V, 198199).
A Darwin il “disegno intelligente” appariva in realtà un disegno pieno di imperfezioni e
soprattutto di crudeltà. In una lettera a Hooker, del 13.07.1856, riferendo un commento di
Huxley sulla riproduzione sessuata di certe meduse Darwin scrisse: “quale libro potrebbe
scrivere un cappellano del diavolo sulle opere della natura così rozze, piene di sprechi,
grossolanamente erronee, meschine ed orribilmente crudeli”. In una lettera al botanico
americano Asa Gray, del 22.05.1860, Darwin così si esprime: “Quanto all’aspetto teologico
della questione, esso mi risulta sempre doloroso. Non avevo alcuna intenzione di scrivere da
ateo, ma devo confessare che non riesco a vedere prove di disegno e benevolenza tutt’intorno
a noi così chiaramente come le vedono altri, e come io stesso vorrei vedere. Mi sembra che
nel mondo ci sia troppa infelicità”. Darwin citava il caso degli icneumonidi, imenotteri simili
alle vespe, che immobilizzano le loro vittime, i bruchi, per poi cibarsi del loro corpo ancora
vivo.
72
Tutta la vicenda è accuratamente ricostruita da R. KEYNES, Casa Darwin. Il male, il bene e l’evoluzione
dell’uomo, Einaudi, Torino, 2007 (titolo originale Annie’s Box, Fourth Estate, London, 2001).
65
A questo proposito si potrebbero moltiplicare gli esempi, la femmina del ragno che dopo
l’accoppiamento aggredisce e divora il maschio, i batteri, creati direttamente da Dio secondo i
creazionisti, che provocano malattie uccidendo non solo gli adulti ma anche piccoli bambini
innocenti, l’orrendo meccanismo della catena alimentare. La crudeltà della vita nella natura è
enorme. Si sopravvive a prezzo di grandi sofferenze e di molte vittime. Nella stessa lettera
Darwin esprimeva il suo scetticismo sulla possibilità di conciliare il disegno provvidenziale di
Dio con la sofferenza: “Il fulmine uccide un uomo, buono o cattivo che sia, per effetto
dell’azione enormemente complessa delle leggi naturali.”. Si può ritenere “che Dio avesse
ucciso deliberatamente quell’uomo? Molte persone, o addirittura la maggior parte di esse, lo
credono …io non posso crederlo e non lo credo”. “E’ possibile affermare che quando diamo
un calcio a una pietra o quando una foglia cade da un albero, era già stato stabilito, ancor
prima che fossero gettate le fondamenta dell’universo, dove esattamente quella pietra o quella
foglia sarebbero andate a cadere? In questo senso l’argomento non ha alcun interesse per me”.
Più tardi, nell’Autobiografia, alle obiezioni di coloro che ritengono la sofferenza uno
strumento di Dio per l’elevazione morale dell’uomo e la sua redenzione, una prova a cui Dio
sottopone l’uomo per indirizzarlo verso la salvezza, Darwin risponderà con una osservazione
di fondamentale importanza: come spiegare la sofferenza degli animali e degli innocenti?
“Nessuno mette in dubbio che nel mondo c’è molta sofferenza. Qualcuno tenta di spiegarlo,
per ciò che concerne l’uomo, immaginando che la sofferenza serva alla sua elevazione
morale. Ma il numero degli umani sulla terra è del tutto irrisorio rispetto a quello degli altri
esseri senzienti, i quali spesso soffrono assai senza però la possibilità di un’elevazione
morale”73. L’importanza delle osservazioni di Darwin deriva dalla prospettiva del naturalista
73
Darwin ha svolto le sue riflessioni di naturalista intorno a un tema che in campo filosofico aveva una lunga
tradizione da Epicuro a Leibniz: come conciliare la presenza del male nel mondo con l’esistenza di un Dio creatore
onnipotente, onnisciente e infinitamente buono? Il pensiero di Epicuro è sintetizzato da una famosa argomentazione:
“Dio vuole togliere i mali ma non può, oppure può ma non vuole, oppure non può e non vuole, oppure vuole e può.
Se vuole e non può, è impotente, il che non può essere in Dio. Se può e non vuole, è malvagio, il che è parimenti
contrario a Dio. Se non può e non vuole, è nello stesso tempo impotente e malvagio, quindi non può essere Dio. Se
vuole e può, e ciò sarebbe confacente a Dio, come spiegare l’esistenza del male e perché Dio non lo toglie?”. La più
ampia e sistematica risposta a questa impostazione fu quella di GOTTFRIED W. LEIBNIZ , Saggi di Teodicea sulla bontà
di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del male (1710). Teodicea è la “dottrina della giustizia di Dio”. Secondo
Leibniz Dio ha creato il migliore dei mondi possibili, dal momento che in quanto ente perfettissimo non può aver
creato qualcosa di imperfetto. Ciò che l’uomo, dotato di libero arbitrio, considera come un male, è in realtà un bene
che concorre all’armonia di tutto l’universo secondo un disegno divino che per gli uomini rimane inconoscibile. La
teoria leibniziana del migliore dei mondi possibili fu oggetto della pungente ironia di Voltaire in Candide (1759) e nel
Dictionnaire Philosophique, Ginevra, 1764, 1769, ad vocem Bien, Tout est bien. Il problema della teodicea sarà
trattato anche da F.M. Dostoevskij ne I fratelli Karamazov.
66
quale egli era e dalla considerazione che il male e la sofferenza non riguardano soltanto
l’uomo, ma tutti gli organismi viventi. Con Darwin e la sua teoria dell’evoluzione l’idea di
Cartesio che gli animali siano soltanto delle macchine (e il dolore degli animali qualcosa
come il cigolio di un ingranaggio) e che soltanto l’uomo sia dotato di un’anima razionale
derivante direttamente da Dio, cade per sempre. Darwin ha, infatti, dimostrato come
l’evoluzione non riguardi solo la morfologia e la fisiologia degli organismi viventi, ma anche i
comportamenti e le facoltà mentali (memoria, stati emotivi, attenzione, curiosità, forme di
linguaggio, ecc.) presenti con diversi gradi di complessità in tutti gli animali.
Va dove ti porta il caso
Per Darwin la selezione naturale ha valore adattivo, cioè determina un migliore adattamento
all’ambiente, ma non è teleologica, cioè orientata verso un determinato scopo o fine. “Questo
principio per il quale ogni lieve variazione, se utile si mantiene, è stato da me denominato
selezione naturale per indicare la sua analogia con la selezione operata dall’uomo”.
L’evoluzione è un processo graduale, casuale e imprevedibile, privo di qualsiasi finalità.
Darwin si pose il problema della difficoltà di concepire l’uomo come il risultato di un mero
caso e di una cieca necessità. Nel 1876 nella sua Autobiografia scrisse:
“Mi sembra che un altro ordine di considerazioni, un elemento di raziocinio più che di
sentimento, possa avere maggior peso nel far pensare all’esistenza di Dio. Si tratta
dell’estrema difficoltà o meglio dell’impossibilità di concepire questo immenso e
meraviglioso universo, compreso in esso l’uomo con la sua capacità di guardare lontano sia
nel passato che nel futuro, meramente come il risultato del cieco caso o della necessità.
Quando considero questo, mi sento portato a pensare ad una Prima Causa avente un intelletto
in certo senso simile a quello dell’uomo, e questa potrebbe essere una concezione teista. Essa
era abbastanza fortemente radicata nella mia mente allorché scrivevo l’Origine delle specie,
ma da allora un po’ alla volta, fra molte fluttuazioni, si è via via affievolita….Il mistero
dell’origine prima di tutte le cose mi appare insolubile da parte dell’uomo ed è perciò che
devo limitarmi ad essere un agnostico”. E ancora: “Il vecchio argomento che ci sia un
disegno alla base delle manifestazioni naturali viene a cadere ora che è stata scoperta la
selezione naturale.. Mi sembra che nella variabilità degli esseri organici e nell’azione della
selezione naturale non vi sia nulla di maggiormente predestinato che nella direzione dei
67
venti”.
L’uomo, quindi, è frutto del caso. Nei Notebooks N, 115, Darwin annotò: “che le circostanze
abbiano dato all’ape il suo istinto non è meno meraviglioso del fatto che abbiano dato
all’uomo il suo intelletto”.
Dai passi riportati emerge con chiarezza che Darwin non era insensibile al bisogno di
riconoscere nella storia della vita e nell’uomo uno scopo, un significato, un principio
ordinatore, ma la sua onestà intellettuale lo conduceva a respingere fuori dal campo della
scienza, che significa conoscenza razionale della natura e dell’universo, qualsiasi visione
consolatoria.
La genetica moderna ha ampiamente dimostrato la correttezza della posizione di Darwin dal
punto di vista scientifico. La selezione opera sulle variazioni e le variazioni sono casuali:
- nel processo riproduttivo sessuale avvengono errori di copiatura del DNA;
- dalla coppia diploide di cromosomi omologhi si forma un gamete aploide mediante il
crossing over, cioè lo scambio di materiale genetico tra i due alleli;
- un solo gamete maschile su miliardi riesce a fecondare la cellula uovo.
Questi sono tutti processi casuali, di tipo stocastico, cioè probabilistico-statistico, e non ci
sono leggi che determinano una direzione piuttosto che un’altra. Di conseguenza i processi
evolutivi, che hanno come punto di partenza la variazione, sono casuali e imprevedibili.
Evoluzione teleologica, creazionismo e neocreazionismo
Accanto alle tendenze di tipo positivistico e materialistico, esemplificate da Haeckel, o a
quelle agnostiche per quanto riguarda i riflessi dell'evoluzionismo sulle problematiche di tipo
filosofico o "metafisico", proprie ad es. di Huxley e dello stesso Darwin, ebbe non poca
importanza un filone che potremmo definire di tipo spiritualistico o finalista. Asa Gray, il
botanico americano amico di Darwin e convinto sostenitore della teoria dell'evoluzione,
pubblicò un saggio74, in cui sosteneva che la dottrina della variazione e della selezione
naturale non minava in alcun modo le fondamenta della teologia naturale. L'ipotesi della
derivazione delle specie non era contraria, secondo Gray, ad alcuna idea relativa alla
creazione del mondo della natura. Infatti, basta ammettere che i meccanismi e le operazioni
della natura si compiono in virtù di forze messe in atto fin dal principio della creazione, e
74
A. GRAY, Natural Selection not inconsistent with Natural Theology, London 1861, 55 pp.
68
inoltre si può anche accettare l’idea che di tanto in tanto vi sia stato un intervento diretto di
Dio per orientare il processo dell’evoluzione.
Lo stesso Lyell, che esitò a lungo prima di accettare la teoria di Darwin, nel 1863 concludeva
il suo libro sull'antichità dell'uomo scrivendo: "Bisognerebbe piuttosto dire che lungi
dall'avere una tendenza materialista, l'ipotesi dell'introduzione sulla terra a epoche geologiche
successive, prima della vita, poi della sensazione, quindi dell'istinto, infine dell'intelligenza
propria dei mammiferi superiori così vicini alla ragione e infine della ragione perfettibile
dell'Uomo stesso, ci offre il quadro del predominio sempre crescente dello spirito sulla
materia".
Il più convinto assertore di una evoluzione finalistica fu Alfred R. Wallace, che si allontanerà
sempre più dal darwinismo. Wallace sostenne che le capacità intellettuali e il senso morale
dell'uomo non avrebbero mai potuto svilupparsi soltanto in seguito alle mutazioni e alla
selezione naturale. Bisognava ammettere un intervento esterno, soprannaturale, una
intelligenza superiore che avrebbe guidato lo sviluppo dell'evoluzione fino all'apparizione
dell'uomo75. Concezioni analoghe saranno in seguito espresse da Robert Broom, lo scopritore
di molti fossili di Australopitechi, e dal padre gesuita Teilhard de Chardin (1881-1955),
secondo cui tutta l’evoluzione della vita sulla terra sarebbe orientata verso la comparsa
dell’uomo76.
Paradossalmente, proprio negli Stati Uniti, paese dei più spettacolari progressi scientifici, si
è radicato il creazionismo, sostenitore dell’interpretazione letterale del racconto biblico della
creazione e della giovane età della terra. Si tratta di un movimento religioso e politico,
sostenuto dai fondamentalisti cristiano-evangelici, promotori di vere e proprie crociate contro
il darwinismo. Alcuni stati adottarono leggi che vietavano l’insegnamento scolastico delle
teorie di Darwin ed è rimasto celebre il processo Scopes, un insegnante che violò queste
disposizioni, a Dayton nel Tennessee. Il processo si aprì nel 1925 e John Thomas Scopes fu
condannato a un’ammenda di 100 dollari. Nel 1927 la Corte Suprema annullò la condanna per
un cavillo tecnico, ma soltanto nel 1968 la legge che vietava l’insegnamento
75
Sulle concezioni di Wallace cfr. l'interessante saggio di G. SCARPELLI, Il cranio di cristallo. Evoluzione della
specie e spiritualismo, Torino 1993, p. 21 ss. e p. 125 ss.; cfr. anche J.C. GREENE, La morte di Adamo cit. p. 364
ss.; BARSANTI 2005, p. 287 e ss.
76
Autore di molte opere dedicate a questo tema, pubblicate per lo più postume: Le phénomène humain,
L'apparition de l'homme, La vision du passé, Le milieu divin, L'avenir de l'homme, L'énergie humaine,
L'activation de l'énergie, La place de l'homme dans la nature.
69
dell’evoluzionismo venne dichiarata incostituzionale77.
A questo punto il movimento
creazionista, invocando la libertà di pensiero, cercò di far passare la tesi delle pari
opportunità, cioè chiese che fosse sancito l’obbligo dell’insegnamento nelle scuole della
dottrina del creazionismo accanto alla teoria dell’evoluzione. Nel 1987 la Corte suprema
federale pose fine alla controversia vietando agli Stati di imporre l’obbligatorietà
dell’insegnamento del creazionismo.
Nonostante ciò, negli ultimi venti anni ha acquistato sempre maggior peso il movimento neocreazionista, che ammette l’evoluzionismo, ma non la dottrina darwiniana della selezione
naturale. L’evoluzione della vita sulla terra sarebbe guidata da un disegno intelligente esterno
all’ordine naturale ed avrebbe un fine e una direzione precisa, la comparsa dell’uomo. Il
problema è che i neo-creazionisti sostengono che le loro tesi sono scientificamente
dimostrabili.
Il neo-creazionismo è diventato un movimento molto influente, appoggiato oltre che dalla
chiesa evangelica di stampo fondamentalista, anche dal movimento politico neo-conservatore,
e gode di forti finanziamenti. La saldatura tra creazionisti e politici conservatori ha portato
alla nascita dell’etichetta di “teo-con”, a cui si è in seguito affiancata anche quella di “atei
devoti”, cioè di politici non credenti ma conservatori, che sostengono le posizioni religiose
fondamentaliste per motivi di opportunismo nella lotta politica78.
I neo-creazionisti hanno fatto breccia in alcuni stati come il Kansas, l’Alabama, l’Ohio, il
New Mexico, il Nebraska. Lo stesso presidente americano George Bush, aderente ai
movimenti evangelici integralisti, ha proposto di mettere sullo stesso piano nei programmi
scolastici l’insegnamento del darwinismo e del neo-creazionismo. Un riflesso di questa
situazione si è avuto anche in Italia nel 2004, con il tentativo di sopprimere dai programmi
scolastici della scuola elementare e media l’insegnamento dell’evoluzionismo di Darwin,
tentativo andato per ora a vuoto di fronte all’ondata di proteste del mondo scientifico79.
Fenomeni simili si sono verificati anche in Inghilterra, dove alcune scuole finanziate dallo
stato e sponsorizzate anche da privati hanno tolto l’insegnamento del darwinismo dai
77
Legge che era presente non solo nel Tennessee, ma anche in altri stati come la Florida e l’Oklahoma.
In Italia il rappresentante più noto di questa schiera è Giuliano Ferrara.
79
Tentativo avvenuto quando era ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università Letizia Moratti. Il
consulente del ministro L. Moratti, a cui si deve questa iniziativa, è poi stato consulente del ministro M.S.
Gelmini. Da segnalare che attacchi al darwinismo sono più volte comparsi sul settimanale Il domenicale, del
senatore Marcello Dell’Utri, uomo di spicco della destra berlusconiana (cfr. numeri del 4 ottobre 2003, 3
settembre 2005, 8 ottobre 2005, 18 marzo 2006) (da non confondere con il supplemento del Sole 24 Ore).
78
70
programmi scolastici, sostituendolo con il creazionismo. Nonostante le proteste di illustri
scienziati, come Richard Dawkins di Oxford, e perfino di alcuni vescovi anglicani, il primo
ministro inglese Blair si è rifiutato di intervenire, invocando la necessità di diversificare il
sistema scolastico80.
La Chiesa cattolica si oppose per lungo tempo alle teorie evoluzionistiche. Il Concilio
Vaticano I nel 1870 condannò la teoria dell’origine dell’uomo ab irsuto simio, da un irsuto
scimmione. Di fatto, tuttavia, un numero crescente di scienziati di fede cattolica accettava
l’evoluzionismo. Nel 1950 con l’enciclica Humani generis Pio XII affermava che
l’evoluzionismo poteva essere oggetto di ricerche e di discussioni da parte di scienziati e di
teologi per quanto riguarda l’origine del corpo umano, mentre per i cattolici doveva ritenersi
vincolante l’idea che l’anima fosse stata creata direttamente da Dio.
In realtà, di fronte alle sempre più evidenti prove scientifiche della validità della teoria
darwiniana, le classi colte del mondo cattolico e protestante hanno accettato l’evoluzionismo.
Il 22 ottobre 1996 in un messaggio inviato alla Pontificia Accademia delle Scienze Giovanni
Paolo II ha sostenuto che il punto di vista scientifico e quello religioso sull’origine dell’uomo
non sono inconciliabili. L’evoluzionismo viene accettato non più come una semplice ipotesi
tra le tante, ma come una teoria pienamente confermata. L’uomo rappresenta comunque “un
salto ontologico” nella storia della vita sulla terra. La notizia di questo messaggio fu
pubblicata in prima pagina dal New York Times (25 ottobre 1996) e suscitò una grande eco81.
E’ opportuno riportare ampi passaggi dello scritto di Giovanni Paolo II:
“Tenuto conto dello stato delle ricerche scientifiche a quell'epoca e anche delle esigenze
proprie della teologia, l'Enciclica Humani generis considerava la dottrina dell'
"evoluzionismo" un'ipotesi seria, degna di una ricerca e di una riflessione approfondite al pari
dell'ipotesi opposta. Pio XII aggiungeva due condizioni di ordine metodologico: che non si
adottasse questa opinione come se si trattasse di una dottrina certa e dimostrata e come se ci si
potesse astrarre completamente dalla Rivelazione riguardo alle questioni da essa sollevate.
…… Oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell'Enciclica, nuove conoscenze
80
A posteriori le ragioni della posizione di Blair sono apparse chiare, stava infatti predisponendosi alla conversione al
cattolicesimo, rinviata per motivi di opportunità politica a dopo la sua cessazione dalla carica di primo ministro.
81
Il naturalista S. Jay Gould ha commentato molto positivamente questo messaggio: cfr. S.J. GOULD, I distinti magisteri di
scienza e religione, in I fossili di Leonardo e il pony di Sofia, Il Saggiatore, Milano 2004, pp. 273-286 e le note a pp. 417419 (titolo originale: Leonardo’s Mountain of Clams and the Diet of Worms, Vintage Books, New York, 1999).
71
conducono a non considerare più la teoria dell'evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il
fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all'attenzione dei ricercatori, a seguito
di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza non ricercata
né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce
di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria”.
“Il Magistero della Chiesa è direttamente interessato alla questione dell'evoluzione, poiché
questa concerne la concezione dell'uomo, del quale la Rivelazione ci dice che è stato creato a
immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1, 28-29). ….l'individuo umano non deve essere
subordinato come un puro mezzo o come un mero strumento né alla specie né alla società;
egli ha valore per se stesso. È una persona. Grazie alla sua intelligenza e alla sua volontà, è
capace di entrare in rapporto di comunione, di solidarietà e di dono di sé con i suoi simili.
……. È in virtù della sua anima spirituale che la persona possiede, anche nel corpo, una tale
dignità. Pio XII aveva sottolineato questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua
origine nella materia viva che esisteva prima di esso, l'anima spirituale è immediatamente
creata da Dio ("animas enim a Deo immediate creari catholica fides nos retinere iubet",
Enciclica Humani generis, AAS 42, 1950, p. 575). Di conseguenza, le teorie dell'evoluzione
che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle
forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono
incompatibili con la verità dell'uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della
persona.
Con l'uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un
salto ontologico, potremmo dire. Tuttavia, proporre una tale discontinuità ontologica non
significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche
sull'evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del metodo utilizzato
nei diversi ordini del sapere consente di conciliare due punti di vista apparentemente
inconciliabili. Le scienze dell'osservazione descrivono e valutano con sempre maggiore
precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il
momento del passaggio all'ambito spirituale non è oggetto di un'osservazione di questo tipo,
che comunque può rivelare, a livello sperimentale, una serie di segni molto preziosi della
specificità dell'essere umano. L'esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della
propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l'esperienza estetica e
religiosa, sono però di competenza dell'analisi e della riflessione filosofiche, mentre la
72
teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore”.
Questa è certamente la posizione più avanzata assunta dalla Chiesa per quanto riguarda
l’evoluzionismo darwiniano, ma l’interpretazione esatta delle parole di papa Wojtyla ha dato
luogo a una serie di controversie - a cui possiamo accennare solo brevemente - riaccendendo
le polemiche sull’inconciabilità tra evoluzionismo darwiniano e religioni rivelate.
Secondo il cardinale Ratzinger, ora papa Benedetto XVI, il darwinismo è relativismo
nichilistico: “La teoria evoluzionista si è andata cristallizzando come la strada per far sparire
definitivamente la metafisica, per rendere superflua l’ipotesi di Dio...”82. Secondo Ratzinger è
possibile conciliare la fede nel Dio provvidenziale e la scienza, dal momento che la scienza è
in grado di fornire prove dell’esistenza di un progetto e di una finalità voluti da Dio. Il punto
fondamentale della controversia tra scienza e determinate posizioni religiose è proprio questo:
che l’esistenza del cd. disegno intelligente sia dimostrabile scientificamente, che la scienza
dimostri che l’uomo è un progetto di Dio.
Il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, ha pubblicamente sostenuto, nell’articolo
Finding Design in Nature, pubblicato sul New York Times del 7 luglio 2005, che il pensiero di
Giovanni Paolo II non era stato correttamente inteso e che la teoria dell’evoluzione biologica
rimane una ipotesi, non una certezza, anzi l’evoluzione darwiniana, vale a dire un processo di
variazioni casuali e selezione naturale, senza l’esistenza di un disegno predisposto dal
Creatore, è certamente falsa. Al cardinale Schönborn ha replicato su The Tablet del 5 agosto
2005 il gesuita padre George Coyne, direttore dell’osservatorio astronomico del Vaticano e
consigliere scientifico di Giovanni Paolo II, criticandone le affermazioni. Attualmente il
dibattito sulla conciliabilità tra evoluzionismo darwiniano e religione trova largo spazio sulla
grande stampa quotidiana con interventi di biologi, naturalisti, filosofi e storici della scienza.
Appare chiaro, comunque, che si stanno diffondendo nella società europea – forse per
contagio da quella americana – posizioni anti-evoluzionistiche e che nei media è dato largo
spazio anche a voci anti-darwiniane improntate alla più crassa ignoranza dei reali problemi
scientifici83.
82
Cfr. Verità cattolica, in Micromega, 2002; J. RATZINGER, Fede, Verità, Tolleranza, Siena, ed. Cantagalli, 2003.
A questo proposito citiamo la recente pubblicazione di G. ROSA ALBERONI, Il dio di Michelangelo e la barba
di Darwin, Rizzoli, Milano, 2007, con prefazione del cardinale Renato Martino, Presidente del Pontificio
Consiglio per la Giustizia e la Pace e del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Si
tratta di un lavoro intriso di fanatismo e del tutto privo di senso scientifico. Non bisogna ignorare il fatto che vi
sono biologi e antropologi, che pur essendo credenti e a volte anche cattolici, respingono il cd. disegno
intelligente e tengono nettamente distinti i due campi, quello della scienza, che non può fare ricorso al
83
73
Nel mondo cattolico le posizioni sono molto differenziate, come hanno mostrato una serie di
iniziative svoltesi negli ultimi anni. Nel settembre 2006 si sono tenute a Castel Gandolfo tre
giornate di studio “Schöpfung und Evolution. Eine Tagung mit Papst Benedikt XVI” in
occasione dell’incontro annuale dei “Ratzinger Schülerkreis”, gli allievi provenienti dalle
università tedesche in cui insegnò il prof. Ratzinger (Bonn, Tübingen, Regensburg e
Münster)84. Dal 31 ottobre al 4 novembre 2008 la Pontificia Accademia delle Scienze ha
organizzato in Vaticano il convegno internazionale Scientific Insights into the Evolution of the
Universe and Life, con relazione introduttiva del card. Schönborn85. Infine, la Pontificia
Università Gregoriana ha organizzato dal 3 al 7 marzo 2009 il convegno internazionale
Biological Evolution: Facts and Theories, che è stato aperto a studiosi di varie discipline,
credenti e non credenti. E’ significativo che a questo convegno non siano stati invitati
esponenti del movimento dell’Intelligent Design, ritenuti responsabili della confusione
creatasi nei rapporti tra scienza e fede. Come ha dichiarato mons. (ora cardinale) Gianfranco
Ravasi, tra la teoria dell’evoluzione e il messaggio della Bibbia e della teologia non c’è
incompatibilità a priori. “L’analisi scientifica risponde a domande relative al modo in cui
avviene l’evoluzione dei viventi, mentre compito della religione è interrogarsi sul valore
esistenziale che ha una creatura come l’uomo”.
Non possiamo in questa sede soffermarci ulteriormente sul problema del rapporto tra la teoria
darwiniana dell’evoluzione e la religione, che in sostanza è il problema del rapporto tra
scienza, ragione e fede. I problemi rimangono e sono complessi, l’importante è che il dibattito
avvenga al più alto livello e nella più completa buona fede, senza travisare le posizioni degli
uni e degli altri, cosa che purtroppo non sempre succede.
soprannaturale per spiegare i fenomeni osservabili, e quello della fede. Cfr., ad es., C. DE DUVE, Singularities.
Alle origini della vita, Longanesi, Milano 2008. Diamo alcune indicazioni bibliografiche per chi volesse
ulteriormente documentarsi sul tema dei rapporti tra evoluzione darwiniana e religione e più in generale tra
scienza e fede: O. FRANCESCHELLI, Dio e Darwin. Natura e uomo tra evoluzione e creazione, Donzelli editore,
Roma, 2005; F. FACCHINI, L’avventura dell’uomo. Caso o progetto?, edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo,
2006; T. PIEVANI, Creazione senza Dio, Einaudi, Torino, 2006; O. FRANCESCHELLI, La natura dopo Darwin,
Donzelli editore, Roma, 2007.
84
Gli Atti del convegno sono stati pubblicati nel 2007 (ediz. Dehoniane, Bologna – Libreria Editrice Vaticana, Roma). Un
commento alle affermazioni del pontefice in questo convegno in Science, vol. 322, 14.11.2008, p. 1038; T. PIEVANI,
L’evoluzione addomesticata ovvero come Ratzinger vuole annettersi Darwin, in MicroMega, Almanacco di Scienze,
Darwin 1809-2009, febbraio 2009, pp. 3-15, cfr. pp. 6-7.
85
Cfr. Il commento negativo di J. BOHANNON, Vatican Science Conference Offers an Ambiguous Message, in Science, vol.
322, 14.11.2008, già citato.
74
_______________________________________________________
CAPITOLO 2
La paleontologia umana
La paleontologia umana o paleoantropologia è la disciplina che studia gli ominidi fossili. Per
ricostruire e comprendere il processo evolutivo bisogna disporre di una datazione relativa e
assoluta dei reperti e collocarli nel loro contesto ecologico originario. La ricostruzione delle
condizioni climatiche e ambientali in cui vissero gli ominidi e la loro datazione sono possibili
grazie all'ausilio di
altre discipline scientifiche come la geologia, la mineralogia, la
paleontologia e la palinologia (studio dei pollini); per meglio comprendere lo psichismo, il
modo di vita e le forme di relazioni sociali dei più antichi uomini è indispensabile
l'archeologia preistorica che studia i manufatti e l'evolversi delle tradizioni culturali. La
paleoantropologia fa quindi parte di un complesso sistema di ricerche interdisciplinari, il cui
scopo comune è quello di tracciare un quadro dell'evoluzione fisica e culturale del genere
umano.
La paleoantropologia cerca di ricostruire la filogenesi delle diverse specie di ominidi, ma
mentre in biologia la specie è definibile come una popolazione di individui in grado di
accoppiarsi e generare prole fertile, in paleontologia la definizione di specie va incontro a
grandi difficoltà, che spiegano in parte la miriade di classificazioni diverse proposte dai vari
autori. Innanzitutto, non è possibile la verifica sperimentale, cioè la prova biologica della
interfecondità e quindi della appartenenza effettiva di organismi fossili a una medesima
specie. La classificazione dei fossili deve basarsi soltanto su criteri di carattere morfologico,
con tutti i limiti che ciò comporta, per di più accentuati dal fatto che la documentazione
fossile degli ominidi è spesso molto frammentaria e raramente si dispone di scheletri completi
e ben conservati. Inoltre, mentre la documentazione biologica concerne organismi viventi
75
attuali, quella fossile si dispone lungo un considerevole arco di tempo e in questa ampia
escursione cronologica è possibile osservare la gradualità dei cambiamenti attraverso cui le
specie si trasformano. Se si disponesse di una documentazione fossile completa, risulterebbe
arbitrario delimitare delle unità specifiche in un continuum evolutivo, poiché ciascun
individuo risulterebbe co-specifico con i propri immediati antenati e i propri immediati
discendenti.
La specie paleontologica, quindi, non è soltanto una entità definita nello spazio, ma anche nel
tempo, una cronospecie. È molto difficile stabilire con certezza fino a che punto le specie
definite in paleontologia siano dei taxa validi. I criteri per definire una specie fossile sono la
morfologia, la distribuzione spaziale e la cronologia. Nel caso degli ominidi fossili il
problema della classificazione risulta ulteriormente aggravato da vari fattori quali
l'incompletezza della documentazione - ad es. per interi periodi non si dispone di fossili
oppure sono in numero troppo esiguo o troppo frammentari – o la difficoltà di ottenere una
datazione sufficientemente sicura. Inoltre, come dimostra ampiamente la storia della ricerca,
vi è la tendenza da parte di molti studiosi, i cd. splitters, a moltiplicare i taxa, sopratutto
facendo delle proprie scoperte sempre nuove specie o nuovi generi, spesso per motivi che
esulano dal campo strettamente scientifico.
2.1 Metodi di datazione
Per lo studio della filogenesi degli ominidi i metodi di datazione più importanti sono quelli
radiometrici, integrati dalla biostratigrafia e dalla stratigrafia paleomagnetica e più
recentemente dalle stime dell’età della divergenza evolutiva rese possibili dalla genetica, il
cosiddetto orologio biomolecolare.
Le datazioni radiometriche sono datazioni assolute, cioè forniscono date in anni solari a
partire da oggi, anche se con un margine di errore statistico più o meno ampio a seconda dei
metodi e dei singoli campioni utilizzati. I metodi radiometrici si basano sul fatto che
determinati elementi chimici come ad es. il carbonio, l’uranio o il potassio, hanno isotopi
naturali instabili, cioè radioattivi, che quindi sono soggetti a decadimento con un tempo di
dimezzamento sufficientemente ben conosciuto. Il tempo di dimezzamento (semiperiodo o
vita media, half life) è il periodo di tempo in cui il numero degli isotopi radioattivi si riduce
della metà. Il decadimento radioattivo è costante per ciascun elemento e non è influenzato da
fattori ambientali e neppure dal tipo di sostanza di cui l’elemento entra a far parte.
76
I principali metodi di datazione radiometrica sono il radiocarbonio, il potassio-argon (40K –
40
Ar), le tracce di fissione, il disequilibrio radioattivo 234U/230Th, la risonanza dello spin degli
elettroni (ESR), la termoluminescenza (TL). Questi metodi hanno diversi campi di
applicazione in paleoantropologia86. Ne esamineremo solo alcuni.
Potassio / Argon
Questo metodo si può applicare a ceneri vulcaniche e a rocce di origine effusiva come lava,
basalti, graniti, tufi, feldspati, trachiti, pomici, andesiti, rioliti. La maggior parte delle rocce e
dei minerali contengono potassio. Dei tre isotopi del potassio, uno è radioattivo (40K) e
costituisce lo 0,01167 % del potassio presente sulla terra. Ha un semiperiodo di un miliardo e
duecentocinquanta milioni di anni (T = 1,25 x 109). L’89% del
decade in
40
40
K decade in
40
Ca e l’11%
Ar, un isotopo stabile. Alle alte temperature di un’eruzione vulcanica, tutto
l’argon accumulato in precedenza in una roccia per decadimento del
40
K, viene rilasciato,
mentre dopo l’eruzione e la solidificazione della roccia eruttata, riprende il processo di
decadimento del 40K in 40Ar e l’argon ricomincia ad accumularsi. Il rapporto tra 40Ar e 40K è
funzione diretta del tempo trascorso dal momento del raffreddamento della roccia e quindi la
misurazione del contenuto di
40
Ar e
40
K di una roccia consente di stabilire l’epoca in cui è
avvenuta la sua solidificazione. Affinché la datazione sia valida è necessario che il campione
non abbia acquisito oppure non abbia perso 40Ar nel corso del tempo. L’atmosfera contiene lo
0,93 % di argon e quindi si può verificare contaminazione, il cui tasso può essere calcolato
misurando l’eventuale presenza di due isotopi dell’argon (38Ar e 36Ar), presenti in percentuali
note nell’argon atmosferico. Alcuni minerali, invece, possono perdere argon in seguito a
fenomeni di carattere fisico e chimico e quindi sono meno adatti alle datazioni con questo
metodo.
Il limite inferiore delle datazioni potassio/argon, inizialmente di circa 500 ka87, è stato
notevolmente abbassato con i perfezionamenti della tecnica, ma tanto più il campione è
recente tanto più il metodo diventa impreciso e di scarsa utilità, avendo una deviazione
standard che diventa eguale o quasi eguale alla data stessa. Non esiste un limite superiore per
questa tecnica di datazione, che trova il suo miglior campo di applicazione in geologia e per
86
G. DELIBRIAS, Méthodes phisiques de datation, in La Préhistoire dans le monde, a c. di J. GARANGER, PUF, Paris, 1992,
p. 141-162.
87
D’ora in poi utilizzeremo le seguenti abbreviazioni: 1 ka (kilo-annum) = 1000 anni, 1 Ma (mega-annum) = un
milione di anni. Quindi “3 Ma” significa tre milioni di anni fa, “200 ka” significa 200.000 anni fa.
77
stabilire l’età stessa della terra.
Il primo fossile di ominide datato col metodo 40K/40Ar è stato, nel 1959, il cd. Zinjantropo di
Olduvai, una forma di Australopiteco robusto o Parantropo. Successivamente il metodo è
stato costantemente perfezionato e grazie ad apparecchiature sempre più sensibili attualmente
non si utilizza più un campione di roccia ma un singolo cristallo, che dopo bombardamento
con neutroni – che trasforma l’isotopo stabile 39K in 39Ar - viene fuso ad alta temperatura in
vuoto, mentre uno spettrometro di massa misura i due gas rilasciati, 39Ar e 40Ar. La datazione
di singoli cristalli consente di non utilizzare cristalli che in base al loro aspetto fisico sono da
ritenere in deposizione secondaria e non primaria, quindi più antichi del campione che si
intende datare.
Il radiocarbonio
Il metodo di datazione del radiocarbonio è stato ideato dal chimico americano Willard F.
Libby (1908-1980) verso la fine degli anni ’40 del XX secolo.
comportamento del
14
Libby studiò il
C nell’atmosfera, nell’idrosfera, nella litosfera e nella biosfera. Il
carbonio per combustione in ossigeno forma l’anidride carbonica (CO2), presente
nell’atmosfera. Nell’acqua CO2 si trova in soluzione, nella litosfera il carbonio è sotto forma
di carbonato di calcio o di magnesio, mentre nella biosfera è un costituente fondamentale di
ogni organismo vivente.
Esistono due isotopi stabili del C, 12C e 13C .
12
C ha 6 protoni e 6 neutroni e peso atomico 12
e costituisce il 98.9 % di tutto il carbonio; 13C rappresenta l’1.1 % del carbonio, mentre il 14C
costituisce appena l’1.18 x 10-10 % di tutto il carbonio, vale a dire una parte per miliardo. A
causa dei vasti movimenti dell’atmosfera il radiocarbonio si distribuisce uniformemente per
cui vi è una percentuale costante di 14C in rapporto a 12C. Altezza, latitudine e longitudine non
influenzano il tasso di concentrazione del 14C nell’atmosfera, che è quindi uniforme su tutto il
globo. Di conseguenza nell’anidride carbonica che si forma nell’atmosfera si riproduce la
medesima proporzione tra
14
Ce
12
C: su un miliardo di molecole di anidride carbonica una
sarà 14CO2 anziché 12CO2.
Tutti gli organismi viventi assorbono direttamente o indirettamente
14
C dall’atmosfera.
Infatti, l’anidride carbonica e l’acqua sono il materiale utilizzato dagli organismi autotrofi per
la produzione di carboidrati sia mediante la fotosintesi sia per mezzo di reazioni chimiche. Gli
organismi produttori assorbono CO2 dall’atmosfera, acqua dal terreno e grazie all’energia
della radiazione solare producono carboidrati: CO2 + H2O → CH2O + O2. In parole più
78
semplici le piante assumono anidride carbonica dall’atmosfera e acqua dal terreno e le
trasformano in nutrimento liberando ossigeno.
Come conseguenza della catena alimentare – gli organismi eterotrofi si nutrono di quelli
autotrofi - tutti gli organismi viventi contengono radiocarbonio nella stessa proporzione di
quello atmosferico.
Dopo la morte, cessa l’assunzione di radiocarbonio dall’atmosfera da parte dell’organismo e
quello presente, come tutte le sostanze radioattive, va incontro al decadimento naturale, cioè
si disintegra secondo un ritmo fisso. Conoscendo il semiperiodo del
14
C, si può calcolare
quanto tempo è trascorso dalla morte dell’organismo, misurando il 14C residuo.
Il radiocarbonio permette di datare i resti di qualsiasi organismo vegetale o animale o
comunque materiali che siano stati generati da organismi viventi, che siano cioè di origine
biologica. Tra i materiali più diffusi nell’ambito delle datazioni radiocarboniche sono: il
legno, qualunque resto vegetale carbonizzato e in particolare i carboni che derivano da
focolari o da strutture lignee incendiate, semi, frutti, foglie o qualunque altra parte di un
organismo vegetale; formazioni sedimentarie di origine organica come le torbe, gli acidi
umici dei suoli, fanghi lacustri organogeni; resti animali quali ossa, pelli, corna, gusci di
conchiglie marine; tutti i manufatti fabbricati dall’uomo con materiali che siano resti di
organismi vegetali o animali (legno, ossa, corno, cuoio, pelle).
Per quanto riguarda i gusci dei molluschi, sono affidabili le datazioni effettuate su conchiglie
marine, poiché il carbonio presente nel carbonato dei gusci deriva dall’anidride carbonica in
soluzione negli oceani, che è in equilibrio con quella dell’atmosfera, mentre per i molluschi
terricoli e di acqua dolce non si conosce la composizione isotopica del carbonio utilizzato, che
deriva dalla litosfera e può comprendere carbonio di origine fossile.
Le datazioni radiocarboniche possono estendersi da oggi fino a un limite superiore teorico di
70.000 anni, in pratica si riesce a utilizzare fino a 45-50.000 anni BC e quindi è utile per la
datazione del Paleolitico Medio e Superiore.
La serie dell’uranio
Altri metodi di datazione radiometrica sono il disequilibrio dell’U/Th e le tracce di fissione.
Il metodo dell’uranio-torio ha un limite di circa 350 ka da oggi e quindi è utilizzato per quei
contesti che sono più antichi del limite superiore del radiocarbonio e più recenti del limite
inferiore di applicabilità del potassio-argon. Si può utilizzare per datare concrezioni calcaree,
crostoni stalagmitici, conchiglie marine, coralli e ossa. Le tracce di fissione permettono di
79
datare rocce vulcaniche effusive e in genere il metodo viene utilizzato per confermare o
integrare le datazioni potassio-argon.
ESR
L’electron spin resonance ha cominciato ad essere utilizzato come metodo di datazione in
paleoantropologia a partire dalla fine degli anni ’80 del XX secolo. Il suo campo di maggiore
affidabilità è quello dello smalto dei denti di mammiferi di grossa taglia88.
I reversal paleomagnetici
La magnetostratigrafia si è rivelata uno strumento di datazione molto utile per la
paleoantropologia. I parametri del campo magnetico terrestre (intensità, direzione,
declinazione) sono in continuo cambiamento e nel passato erano molto diversi da quelli
attuali. Alla base della magnetostratigrafia vi sono le fluttuazioni della direzione del campo
magnetico, che attualmente per convenzione è definito di polarità normale, ma che in passato
poteva essere inversa. I cambiamenti di direzione del campo magnetico avvenuti in passato si
chiamano reversal paleomagnetici. La sequenza delle inversioni del campo magnetico è
conosciuta abbastanza bene nel dettaglio per gli ultimi 5 Ma e in misura più generica fino a 80
Ma. Negli ultimi 5 Ma si sono verificati due lunghi periodi di polarità normale e due di
polarità inversa. All’interno di questi periodi vi sono però degli eventi di più breve durata
(poche migliaia di anni o al massimo 20 ka) in cui la polarità si era invertita.
Le rocce vulcaniche e alcune stratificazioni sedimentarie hanno conservato una
magnetizzazione residua che ci indica la direzione del campo magnetico nell’epoca in cui si
sono raffreddate o sedimentate. E’ stata così possibile, a partire dagli anni ’60 del XX secolo,
la costruzione di una stratigrafia paleomagnetica in cui i reversal principali e gli episodi di
breve durata sono stati datati con metodi radioattivi. La cronologia di questi episodi è stata
costantemente raffinata grazie a sempre nuove datazioni.
L’utilità per la paleoantropologia consiste nel fatto che in una sequenza stratigrafica se si
dispone di uno o più strati costituiti da rocce vulcaniche suscettibili di datazioni
radiometriche, l’intera sequenza può essere raccordata con la magnetostratigrafia.
88
H.P. SCHWARCZ, W.J. RINK, ESR dating in Archaeology and Anthropology, in XIII Int. Congress of Prehistoric and
Protohistoric Sciences, Forlì, 8-14 Sept. 1996, Colloquia III-IV, pp. 31-38.
80
Tabella II - la cronologia paleomagnetica, in nero i periodi di polarità normale, in bianco quelli di
polarità inversa
81
82
alla pagina precedente: Tabella III
le ere geologiche
Il Quaternario, da 2 Ma ad oggi, si suddivide in Pleistocene e Olocene e il Pleistocene in
inferiore, medio e superiore:
anni da oggi in Ma
Olocene
0,012
Fine delle glaciazioni
superiore
0,130
crono Brunhes
polarità normale
Pleistocene
medio
0,778
limite Matuyama /
Brunhes
polarità inversa
(crono Matuyama)
inferiore
1,98 / 1,78
episodio di polarità
positiva di Olduvai
Tabella IV Suddivisioni del Quaternario (l’International Commission on Stratigraphy nel
2009 ha stabilito che l’inizio del Quaternario deve essere spostato dall’episodio di Olduvai al
limite Gauss/Matuyama (ca. 2,59 Ma) (cfr. tabella II)
83
2.2 I fenomeni glaciali e interglaciali
Dal punto di vista climatico il fenomeno dominante degli ultimi milioni di anni nella storia
della terra è stato il progressivo raffreddamento, che ha avuto inizio già nel corso del
Miocene, ma che raggiunse il suo apice verso la fine del Pliocene e per tutto il Pleistocene. In
quest’epoca nei periodi di forte abbassamento della temperatura si formarono imponenti
masse di ghiaccio alle calotte artiche e antartiche, nonché alle maggiori altitudini. Il primo
quadro sistematico delle glaciazioni è stato tracciato da Albrecht Penck e Eduard Brückner,
grazie allo studio dei depositi morenici delle Alpi bavaresi, che consentì di identificare quattro
glaciazioni denominate nell’ordine dalla più antica alla più recente Günz, Mindel, Riss e
Würm, dal nome di alcuni corsi d’acqua affluenti di destra del Danubio89. Due glaciazioni mal
definite sono state riconosciute prima di quella di Günz: Donau e Biber. Ogni periodo glaciale
è stato seguito da un interglaciale caratterizzato da clima caldo e durante ogni glaciazione vi è
stata un’alternanza di periodi di freddo intenso e di altri di clima più temperato denominati
interstadiali. Gli interglaciali sono designati dal nome della glaciazione immediatamente
precedente e di quella immediatamente successiva: Günz/Mindel, Mindel/Riss e Riss/Würm.
La nomenclatura di Penck e Brückner ha costituito il modello della cronologia del
Quaternario non solo in Europa, ma in tutti i continenti.
Nel corso degli anni ’50 del XX secolo Cesare Emiliani90 aprì una nuova strada alla ricerca
dei ciclici cambiamenti climatici della terra, quella dei rapporti isotopici dell’ossigeno. Lo
studio delle carote estratte dal fondo degli oceani mostrava un’alternanza di specie di
foraminiferi e altri micro-organismi marini di ambiente freddo e di ambiente temperato o
caldo. Le diverse sezioni della carota potevano essere datate mediante il radiocarbonio, la
serie dell’uranio o il paleomagnetismo. Inoltre, analizzando la differente composizione
chimica del guscio di questi micro-organismi, si poteva tracciare una curva delle variazioni
del tasso di frequenza dell’isotopo stabile
18
O rispetto all’altro isotopo stabile
16
O. Queste
variazioni sono una conseguenza delle variazioni della temperatura e dell’estensione o
contrazione delle masse di ghiaccio ai poli. Infatti, nei periodi freddi l’acqua che evapora e
che poi rimane intrappolata sotto forma di ghiaccio ai poli, contiene un tasso minore di 18O,
che è più pesante, e quindi l’acqua degli oceani si arricchisce di 18O, mentre nei periodi caldi
89
A. PENCK, E. BRÜCKNER, Die Alpen im Eiszeitalter, Leipzig, 1-3, 1901-1909.
Cesare Emiliani (Bologna 1922 – Palm Beach 1995) può essere considerato il fondatore della paleo-oceanografia.
Laureatosi a Bologna nel 1945, si trasferì negli U.S.A. nel 1948, insegnando dapprima all’università di Chicago e poi a
quella di Miami.
90
84
avviene il contrario, diminuisce il tasso di 18O e aumenta quello di 16O.
In questo modo è stato possibile stabilire che il numero dei periodi freddi o glaciali erano più
numerosi di quanto era stato stabilito attraverso lo studio dei depositi morenici. Nel solo
Pleistocene medio e superiore, cioè negli ultimi 780 ka anni, vi erano stati 9 periodi glaciali e
10 interglaciali e altri 8 glaciali e 9 interglaciali nel Pleistocene inferiore. Gli stadi isotopici
dell’ossigeno (Oxygen Isotopic Stages, d’ora in poi abbreviato OIS) sono numerati a partire
dall’Olocene o post-glaciale, che riceve il n. 1, quindi tutti gli interglaciali sono dispari e i
glaciali pari91.
La cronologia dell’OIS ha sostituito quella tradizionale creata da Penck e Brückner, le cui
etichette sono cadute in disuso, ma non del tutto. Infatti, per il Pleistocene medio avanzato e il
Pleistocene Superiore, lo studio della sequenza dei terrazzi fluviali, dei cicli sedimentari, dei
depositi stratificati dei ripari sotto roccia e delle grotte, insieme allo studio dei complessi
faunistici e alle analisi polliniche, aveva condotto a un’articolazione cronologica molto fine,
che trova una buona corrispondenza negli OIS, ma che per gli stadi isotopici più recenti è
certamente molto più dettagliata. Ad es, OIS 2, tra 24 e 11 ka, corrisponde a una sequenza di
ben undici oscillazioni climatiche, dal Würm IV fino al Dryas III, con cinque interstadiali
temperati e sei fasi fredde. L’OIS 3, tra 57 e 24 ka, corrisponde all’interpleniglaciale Würm II
- Würm III con tre interstadiali e tre fasi fredde. L’OIS 5, tra 127 e 71 ka, viene suddiviso in 5
oscillazioni (a-e), OIS 5-e corrisponde all’interglaciale Riss/Würm, mentre OIS 5 a-d
corrisponde alla prima parte della glaciazione würmiana.
2.3 Classificazione zoologica dell’uomo
Un pannello del museo di storia naturale di Londra mostra con chiarezza e semplicità la
classificazione zoologica dell'uomo. Tutti gli esseri umani sono dei vertebrati, infatti come
tutti i vertebrati abbiamo una spina dorsale. Gli esseri umani sono mammiferi, infatti come
tutti i mammiferi abbiamo peli o capelli, ghiandole che producono latte e tre ossa separate
nella parte media dell'orecchio. Gli esseri umani sono primati, infatti come tutti i primati
abbiamo unghie alle dita delle mani e dei piedi, un pollice opponibile e quattro incisivi nella
mascella superiore e quattro in quella inferiore (mandibola). Gli esseri umani sono apes
91
C. EMILIANI, Pleistocene temperatures, in Journal of Geology, 63, 1955, pp. 538-578; ID., Temperature and age analysis
of deepsea cores, in Science, 125, 1957, pp. 383-385; ID., Isotopic palaeotemperatures, in Science, 154, 1966, pp. 851-857;
ID., The significance of deep sea-cores, in D. BROTHWELL, E. HIGGS (eds.), Science in Archaeology, London 1969, pp. 109117. La curva OIS è costantemente in progress e non è possibile in questa sede citare la letteratura di aggiornamento.
85
(scimmie antropomorfe), infatti come tutte le antropomorfe non abbiamo coda, le scapole
sono poste sul dorso e non lateralmente ed abbiamo un modello a Y dei solchi sulla superficie
masticatoria dei molari.
Nella sistematica zoologica, quindi, l'uomo appartiene all'ordine dei primati e per
comprendere la filogenesi umana è necessario fornire qualche notizia sulla sistematica dei
primati. Il termine "primati", dal latino primas, -atis, primato, superiorità, compare per la
prima volta nella decima edizione (1758-1759) del Systema naturae di Linneo per designare
un ordine di mammiferi comprendente le scimmie e l'uomo.
L'ordine dei Primati si suddivide in due sub-ordini, le Proscimmie e le Scimmie o Antropoidi
(Anthropoidea). Le Proscimmie comprendono i lemuri, i loris e i tarsi suddivisi a loro volta in
numerose famiglie. Le Scimmie si suddividono in due infra-ordini, Platyrrhini o Scimmie del
Nuovo Mondo, caratterizzate dal setto nasale largo e narici laterali divergenti, e Catarrhini o
Scimmie del Vecchio Continente, caratterizzate da setto nasale stretto. Le Scimmie catarrine
comprendono due superfamiglie, Cercopithecoidea, scimmie quadrupedi e con coda, ed
Hominoidea, quest’ultima comprendente tre famiglie, Hylobatidae (i gibboni, il siamang ed
altre specie che vivono nell'arcipelago indonesiano, nella penisola malese e in Indocina),
Pongidae ed Hominidae. I Pongidi, ovvero le grandi scimmie antropomorfe (great apes),
comprendono l'orango (Pongo pygmaeus), che vive nelle foreste di Sumatra e del Borneo; il
gorilla (Gorilla gorilla), lo scimpanzé (Pan troglodytes, lo scimpanzè di taglia maggiore, e
Pan paniscus, lo scimpanzè pigmeo o bonobo, che oggi si tende a considerare una specie
distinta). Il gorilla e le diverse specie di scimpanzé abitano le foreste vergini dell'Africa
equatoriale. Gli ominidi sono rappresentati da un'unica specie vivente, Homo sapiens, distinta
in numerose varietà e in grado di occupare tutti gli ambienti naturali della terra.
Oggi è sempre più frequentemente usata una diversa classificazione degli Hominoidea, cioè
uomini e grandi scimmie antropomorfe, una classificazione di tipo cladistico, vale a dire
basata sulla filogenesi, avvalorata anche dalle analisi di comparazione del DNA delle diverse
specie, che permette di stabilire quando si sono verificate le divergenze evolutive. Nella
classificazione cladistica la superfamiglia degli Hominoidea è suddivisa in due famiglie,
Hylobatidae, vale a dire i gibboni, e Hominidae, quest’ultima a sua volta in diverse
sottofamiglie: Ponginae (gli oranghi), Gorillinae (i gorilla), Homininae, comprendente sia lo
scimpanzè che l’uomo. Un inconveniente di questa classificazione è il fatto che la famiglia
degli ominidi, termine tradizionalmente riservato agli umani, viene a comprendere sia gli
86
umani che tutte le grandi scimmie antropomorfe, contravvenendo a una lunga e consolidata
tradizione di studi e creando notevole confusione per i non addetti ai lavori. Quindi
continueremo a usare il termine ominidi per indicare la famiglia che comprende solo quelle
specie che si iscrivono nella linea filogenetica umana.
2.4 Gli sviluppi della paleontologia umana dopo Darwin
Per molti decenni dopo la pubblicazione de L'Origine delle specie (1859) e de L'origine
dell'uomo (1871) le scoperte di fossili umani furono molto poche e questo ebbe un’influenza
negativa sulle concezioni del processo dell'antropogenesi formulate dagli stessi sostenitori
della teoria dell'evoluzione. A parte le sepolture di uomini di Neandertal rinvenute tra il 1908
e il 1911 in Francia, la paleontologia umana poté disporre solo della calotta cranica e del
femore di Trinil (1891), della mandibola di Mauer (1907), del cranio di Broken Hill (1921),
mentre il cranio di un bambino di Australopiteco scoperto a Taung nel 1924 non fu ammesso
come Ominide dalla scienza ufficiale. A ciò si aggiunse il grave episodio del falso di Piltdown
(1912-1915), che disorientò la paleoantropologia per circa quarant'anni.
Solo nel 1929 iniziò il primo ventennio d'oro per la paleontologia umana. Nel 1929 si
scoprirono resti di fossili umani del Pleistocene Medio a Chu Ku Tien in Cina, dove i
ritrovamenti continuarono fino al 1937. Nello stesso tempo ripresero le ricerche degli olandesi
a Giava e tra il 1931 e il 1933 si recuperò un’importante serie di crani a Ngandong e tra il
1937 e il 1941 a Sangiran. In Europa risale al 1933 la scoperta del cranio di Steinheim, in
Germania, al 1935 quella dei primi frammenti del cranio di Swanscombe in Inghilterra, al
1929 e al 1935 quella dei crani di Saccopastore in Italia. Importanti ritrovamenti di uomini di
Neandertal e di uomini anatomicamente moderni furono fatti tra il 1931 e il 1933 nelle grotte
del monte Carmelo in Palestina, a Skhul e a Tabun. Infine, Robert Broom riprese le ricerche
nel Sudafrica e tra il 1936 e il 1948 scoprì i più antichi fossili di Ominidi allora conosciuti a
Sterkfontein, Kromdraai e Swartkrans, mentre Raymond Dart effettuò nuovi rinvenimenti a
Makapansgat.
Nel 1959 con il ritrovamento del cranio di Zinjanthopus boisei da parte di Louis e Mary
Leakey nello strato I di Olduvai e la sua datazione con il nuovo metodo del K-Ar radioattivi a
1,75 Ma iniziò una nuova stagione di grandi scoperte e questa volta soprattutto in Africa, nelle
regioni attraversate dalla Great Rift Valley. Le scoperte a Olduvai continuarono ancora per
alcuni anni, ma una nuova promettente regione fossilifera fu individuata nel 1967 da Richard
87
Leakey. Mentre stava volando dal Kenya all'Etiopia, fece una deviazione dalla rotta normale
per sorvolare il lato orientale del lago Turkana (ex lago Rodolfo). Guardando dal finestrino, si
rese conto che non stava volando sopra una regione vulcanica, come era opinione diffusa, ma
su una regione di rocce sedimentarie incise dai fiumi, un’area ideale, quindi, per la ricerca dei
fossili. Richard Leakey organizzò una serie annuale di campagne di ricerca, che tra il 1968 e il
1976 portarono alla scoperta, a Koobi Fora e a Ileret, di una quantità impressionante di resti di
Ominidi pleistocenici e pliocenici. In seguito Richard Leakey estese le sue indagini alla riva
occidentale del Turkana, dove fece scoperte altrettanto clamorose, come il cd. cranio nero e il
ragazzo del Turkana. Dal 1973 al 1976 una spedizione franco-americana iniziò l'esplorazione
delle gole di Hadar, nella depressione dell'Afar in Etiopia, rinvenendo, tra l'altro, il famoso
scheletro di Lucy. Dal 1974 al 1979 Mary Leakey diresse le ricerche a Laetoli in Tanzania,
che portarono alla scoperta delle impronte lasciate dagli Ominidi pliocenici.
Quelle africane sono certamente le scoperte più numerose e più clamorose - e continuano
tutt'ora con un ritmo intenso - ma anche in Asia e in Europa si sono verificati importantissimi
ritrovamenti: a Giava nella località già nota di Sangiran ed in alcuni nuovi siti; in Cina ancora
a Chu Ku Tien e in alcune località della regione di Lantian, a Yunxian, Hexian, Mapa, Dali e
Yungniushan; a Petralona e più recentemente a Apidima in Grecia; nella caverna dell'Arago
in Francia; ad Atapuerca in Spagna; a Dmanisi in Georgia; a Ceprano e Altamura in Italia.
Come abbiamo detto in precedenza, per quasi settant'anni i sostenitori dell'estensione della
teoria dell'evoluzionismo anche all'uomo avevano ben pochi reperti di ominidi fossili per
convalidare il loro assunto e ricostruire la filogenesi umana, almeno nelle sue linee principali.
Nella ricostruzione del processo di ominazione e nell'interpretazione dei fossili comunque
disponibili ebbero un peso determinante le diverse correnti del pensiero evoluzionistico, che
cominciarono a manifestarsi fin dalla pubblicazione de L'origine delle specie. Come abbiamo
già visto nel capitolo precedente, accanto alle tendenze di tipo positivistico e materialistico,
esemplificate da Haeckel o a quelle agnostiche per quanto riguarda i riflessi
dell'evoluzionismo sulle problematiche filosofiche o di tipo "metafisico", proprie ad es. di
Huxley, ebbe non poca importanza un filone che potremmo definire di tipo spiritualistico o
finalista, rappresentato dal botanico americano Asa Gray, amico di Darwin e convinto
sostenitore della teoria dell'evoluzione, e soprattutto da Alfred R. Wallace, che si allontanerà
sempre più dal darwinismo, e in seguito anche dal padre gesuita Teilhard de Chardin.
88
2.5 Il falso di Piltdown
È nel contesto del prevalere dell'idealismo contro il positivismo a cavallo tra XIX e XX
secolo, dei continui attacchi portati alla teoria darwiniana dell'evoluzione e dell'affermarsi
della concezione di una evoluzione teleorientata, capace di riconciliare scienza e religione,
che possiamo comprendere come sia maturato, anche presso ricercatori delle più diverse
estrazioni ideologiche, un orientamento della paleontologia umana che è stata definita
"pitecofobia", cioè l'allontanamento in un passato geologico sempre più remoto del momento
in cui si è separata una linea ominide indipendente da quella delle scimmie antropomorfe. In
questo modo la nostra parentela con le scimmie antropomorfe o era negata o risaliva a un'età
talmente antica da perdere gran parte del suo significato.
L’idea che un profondo e
insuperabile abisso separava l’uomo da tutti gli animali era così radicata che non si riusciva ad
accettare che l’umanità avesse potuto emergere gradualmente dal mondo animale. La battuta
del vescovo Wilberforce (“Preferite essere imparentato a una scimmia da parte di vostro
nonno o da parte di vostra nonna?”) e della moglie del vescovo Worcester (“Discendere da
una scimmia, mio caro, speriamo che non sia vero! Ma se lo fosse, preghiamo che non si
sappia”), esprimevano uno stato d’animo ampiamente diffuso nella società vittoriana.
I maggiori rappresentanti dell'antropologia agli inizi del XX secolo furono in Inghilterra
Arthur Keith (1866-1955) e Grafton Elliott Smith (1871-1937). Inizialmente Keith, medico e
anatomista, in base ai suoi studi aveva concluso che il primo carattere umano a comparire
doveva essere stata la bipedia e che il processo di encefalizzazione si sarebbe sviluppato
soltanto in un momento successivo. Di parere opposto era Elliott Smith, convinto che per
prima cosa si fosse sviluppato un grande cervello, quando ancora i nostri antenati vivevano
sugli alberi, e che la stazione eretta e l'andatura bipede si fossero sviluppate soltanto in
seguito, quando i nostri antenati scesero dagli alberi. Arthur Keith, tratto in inganno dalla
errata datazione dell'uomo di Galley Hill, attribuito agli inizi del Pleistocene, abbandonò le
sue convinzioni iniziali ed accettò la teoria di Elliott Smith: lo sviluppo di un grande cervello
doveva risalire già al Pliocene e la formula "il cervello apre la strada" orientò gli studi di
paleoantropologia e l'interpretazione dei fossili di ominidi.
A questo punto il terreno era pronto per la beffa di Piltdown92. Nel 1911 Charles Dawson, un
92
Su Keith, Elliott Smith e la vicenda del falso di Piltdown cfr. J.S. WEINER, The Piltdown Forgery, Oxford
University Press, London 1955; J. READER, Gli anelli mancanti. L'avventura della paleoantropologia, (1981),
89
avvocato dilettante di paleontologia e geologia, rinvenne in una cava a Piltdown alcuni
frammenti di teca cranica umana che consegnò a Arthur Smith Woodward (1864-1944),
conservatore del Dipartimento di Geologia del British Museum e specialista di pesci fossili,
con il quale era in contatto. Le ricerche proseguirono nell'estate del 1912 con la
partecipazione dello stesso Woodward e occasionalmente anche del padre Teilhard de
Chardin. Furono rinvenuti tre frammenti di parietale appartenenti allo stesso cranio e in
seguito, alla presenza del solo Dawson, una mezza mandibola sul fondo della cava. In base al
livello degli strati di ghiaia da cui provenivano e alla quota del terrazzo fluviale in cui la cava
era ubicata, i resti furono attribuiti al Pleistocene inferiore o al Pliocene. Woodward battezzò
un nuovo genere di ominide, l'Eoanthropus dawsoni93, che presentava la singolare
caratteristica di possedere un neurocranio di grande capacità e di aspetto moderno e una
mandibola completamente scimmiesca, ma con la strana particolarità di possedere molari con
un’usura piatta, di tipo umano. La scoperta ebbe una certa risonanza sulla stampa e il 18
dicembre 1912 Woodward e Dawson presentarono ufficialmente la nuova specie di ominide
alla Geological Society di Londra.
Nell'agosto del 1913 Teilhard de Chardin rinvenne nella cava il canino che si adattava
perfettamente alla mandibola, un canino del tutto scimmiesco, mentre nel gennaio del 1915
Dawson scoprì in un’altra cava di una località vicina frammenti di occipitale e di frontale che
attribuì alla stessa specie.
La teoria di Elliott Smith ed ora anche di Arthur Keith secondo cui l'encefalizzazione,
l'acquisizione di un grande cervello, costituiva la prima tappa del processo che condurrà
all'uomo, sembrava confermata dai ritrovamenti paleontologici.
A questo punto Keith collocava l'origine della famiglia degli ominidi nell'Oligocene, quando
si sarebbe verificata la divergenza tra il ramo delle scimmie antropomorfe e quello degli
ominidi, da cui si sarebbero poi staccati alcuni rami secondari destinati all'estinzione,
dapprima quello del Pitecantropo di Giava, in seguito quello dei Neandertaliani, mentre
l'Eoanthropus rappresentava un ceppo molto vicino alla linea propriamente umana, che nel
corso del Pleistocene avrebbe condotto direttamente all'uomo moderno.
Molti autorevoli studiosi di primatologia e paleontologia umana dubitarono seriamente
Milano 1983, p. 51 ss.
93
Eoanthropus “l’uomo dell’alba”, dawsoni in onore dello scopritore.
90
dell'associazione tra il cranio e la mandibola: G. Miller, W. K. Gregory (1876-1970), A.
Hrdlicka (1869-1943), M. Boule (1861-1942), H.F. Osborn. In seguito, però, alcuni
(Hrdlicka, Boule, Osborn) accettarono la nuova paradossale specie o comunque attenuarono il
loro rifiuto, principalmente per il fatto che la strana associazione tra un cranio di tipo umano e
una mandibola scimmiesca veniva a ripetersi nel secondo sito individuato da Dawson nel
1915. Per quarant’anni l’uomo di Piltdown creò un quadro falso della filogenesi umana. Nel
1925 la maggior parte della comunità scientifica non comprese il carattere ominide del cranio
di Australopiteco scoperto a Taung e il Pithecanthropus erectus di Giava e l’uomo di
Neanderthal diventavano rami secchi dell’evoluzione del genere umano, senza alcun rapporto
con la linea che avrebbe condotto all’uomo moderno.
Nel 1943 un paleoantropologo di grande caratura, Franz Weidenreich, ammoniva di
eliminare Piltdown dal catalogo degli uomini fossili, ma soltanto anni dopo Kenneth Oakley
sottopose al dosaggio del fluoro i reperti, dimostrando che il cranio umano e la mandibola
scimmiesca erano molto più recenti della fauna estinta proveniente dalle ghiaie del terrazzo
fluviale di Piltdown. A questo punto l'associazione di un cranio moderno e una mandibola
scimmiesca diventava insostenibile, poiché era fuori discussione che in epoche recenti le
scimmie antropomorfe in Inghilterra non erano mai esistite. Nel 1953 John Weiner riesaminò
accuratamente i reperti dell'Eoanthropus e scoprì che la mandibola era stata modificata
artificialmente, limando i molari e il canino, eliminando il processo coronoideo e limando la
sinfisi mandibolare. Inoltre, sia la mandibola che il cranio erano stati colorati artificialmente
per dar loro la stessa patina delle ossa fossili che si rinvenivano nella cava di Piltdown.
L'Eoanthropus usciva definitivamente di scena. Non è mai stato possibile appurare con
certezza chi fosse l'autore del falso. I maggiori sospetti ricadono ovviamente su Dawson, ma
non si è potuto stabilire se egli agì da solo o insieme a qualcun altro. In quest'ultimo caso la
lista dei sospettati comprende Elliot Smith, il geologo W. Sollas e perfino lo scrittore Arthur
Conan Doyle, ma soprattutto Teilhard de Chardin. Quest’ultimo studiò teologia al seminario
dei Gesuiti di Ore Place a Hastings, non distante da Piltdown, dove nel 1912 sarà ordinato
sacerdote. Fin dal 1909 era divenuto amico di Dawson e sembra significativo il fatto che nelle
sue opere non abbia quasi mai menzionato Piltdown, come se sapesse che si trattava di un
falso94.
94
La posizione di Teilhard de Chardin in relazione al falso di Piltdown è accuratamente analizzata da S. J.
GOULD in tre saggi riuniti poi in Quando i cavalli avevano le dita (1983), Milano 1984, pp. 201-252. L’opinione
91
2.6 Controversie sulla data di inizio della linea evolutiva ominide: genetisti
contro paleoantropologi
L'idea che l'origine della linea evolutiva degli ominidi fosse molto antica sarà il filo
conduttore delle ricerche di un allievo di Keith, Louis Leakey. Nel 1932 L. Leakey attribuì ad
alcuni crani frammentari di tipo moderno rinvenuti a Kanjera e a una mandibola rinvenuta a
Kanam, entrambe località del Kenya occidentale, una datazione all'inizio del Pleistocene, ma
fu dimostrato che le sue conclusioni erano errate: i resti di Kanjera erano molto recenti e la
mandibola di Kanam non apparteneva a un uomo di tipo moderno. In un libro pubblicato nel
1934, Adam's Ancestors, Leakey presentò un albero genealogico della specie umana in cui la
divergenza evolutiva tra ominidi e scimmie antropomorfe era collocata nell'Oligocene,
esattamente come aveva già fatto Arthur Keith. Vent'anni dopo, la posizione di Leakey non
era cambiata di molto: nella edizione del 1953 la divergenza evolutiva tra ominidi e Pongidi
era collocata all'inizio del Miocene e soprattutto verso la fine del Miocene si sarebbe
verificata una divergenza tra il ramo delle Neoanthropinae, conducente direttamente all'uomo
moderno, e i rami delle Australopithecinae e delle Palaeoanthropinae, comprendente
quest'ultimo tutti i fossili di Homo erectus e di Homo neanderthalensis, considerati rami
secchi destinati all'estinzione. Molto più tardi Leakey attribuì alla famiglia degli ominidi i
resti di una scimmia antropomorfa africana, il Kenyapithecus wickeri, del Miocene medio
(circa 14 Ma). Leakey continuò a manifestare l'opinione che gli Australopitechi non
appartenessero alla linea evolutiva che avrebbe condotto all'uomo moderno e che un giorno si
sarebbe rinvenuto il genere Homo in strati geologici molto antichi, risalenti al Pliocene.
Leakey non era l'unico a cercare l'origine della famiglia degli ominidi così indietro nel tempo.
Negli anni '60 e '70 del XX secolo i pareri sull'epoca in cui avrebbe avuto inizio una distinta
linea evolutiva ominide erano molto discordi. Alcuni autori la ponevano nell'Oligocene (teoria
delle protocatarrine) o addirittura in epoca più antica (teoria delle proscimmie). Un autorevole
paleontologo come Björn Kurtén sostenne la tesi che la linea ominide da un lato, quella delle
scimmie antropomorfe e delle scimmie catarrine dall'altro si fossero separate più di 35 Ma fa,
al passaggio dall'Eocene all'Oligocene95. Ma la teoria che ebbe il più largo consenso è stata
quella dei pre-brachiatori: da Ominoidei primitivi, arboricoli ma pre-brachiatori, si sarebbero
maturata da Gould è che Teilhard abbia architettato la frode insieme a Dawson o perlomeno che fosse a
conoscenza del fatto che Piltdown era una frode, ma mantenne il silenzio.
92
sviluppate, da una parte le scimmie antropomorfe, in cui prevalsero la brachiazione, un
completo adattamento alla foresta tropicale e una dieta fondamentalmente vegetariana,
dall'altra gli ominidi, a stazione eretta e locomozione bipede, onnivori e progressivamente
adattatisi all'ambiente della prateria. La divergenza evolutiva si sarebbe verificata nel corso
del Miocene medio e superiore.
Nel Miocene superiore venivano ipotizzate quattro linee evolutive distinte: driopiteci,
ramapiteci, oreopiteci e gigantopiteci96. Il Dryopithecus, caratterizzato da grandi canini e
robusta mandibola, rappresenta certamente l'antenato diretto dei Pongidi africani, mentre il
Ramapithecus (databile a 14 Ma in Africa e a 12-7 Ma in Asia) sarebbe stata la prima specie
classificabile come ominide per la forma dell'arcata
dentaria, l'assenza di diastèma, la
morfologia dei denti. Il Ramapithecus, mangiatore di erbe, semi, radici, bulbi, piante grasse,
viveva in un ambiente di foresta rada o savana boscosa, intorno a laghi o lungo fiumi97. La
savana boscosa era ritenuta - e ancor oggi è ritenuta - l'habitat in cui si sono svolte le tappe
iniziali del processo dell'ominazione: né foresta tropicale né aperta prateria, ma un ambiente
di transizione, con alberi sufficienti per fornire cibo e rifugio dai pericoli dei carnivori
predatori e nello stesso tempo con ampi spazi aperti in cui sperimentare nuovi modi di
locomozione e nuove risorse di
cibo, «la culla ideale per l'evoluzione
degli ominidi,
combinando la sfida e l'incentivo delle praterie aperte con la sicurezza della foresta » (J.R.
Napier 1971, p. 173).
L'origine della famiglia degli ominidi veniva quindi individuata nel Miocene medio-superiore
e si pensava che il Ramapithecus potesse essere alla base della linea evolutiva che avrebbe
condotto alle Australopitecine.
A questo punto si aprì una controversia tra paleoantropologi e biologi. Dal momento che il
meccanismo alla base dell'evoluzione è costituito dalle mutazioni geniche, gli studi di
biologia molecolare possono dare un contributo determinante alla ricostruzione delle maggiori
o minori affinità e della maggiore o minore distanza genetica tra le diverse specie. Il numero
95
B. KURTÉN, Non dalle scimmie, (1971), Torino 1972.
L'Oreopithecus, i cui resti scoperti in Toscana (nella miniera di Baccinello presso Grosseto) mostrano qualche
tendenza ominide nel bacino, è stato definito un vero paradosso anatomico; comunque, era certamente un
brachiatore e appartiene a una linea estinta. Il Gigantopithecus, noto solo attraverso denti e mandibole ritrovate
in Asia (databili tra 10 e 2-1 milioni di anni fa, è in parte contemporaneo di ominidi già umani, e forse è da
mettere in relazione con la linea evolutiva che condurrà all'Orango.
97
Per il Ramapithecus classificato come Ominide cfr. D. PILBEAM, The Evolution of Man, New York 1970, p.
100 e ss.; E.L. SIMONS, Gli antichi parenti dell’uomo, in Le Scienze, 51, novembre 1972, p. 61 e ss.
96
93
dei cambiamenti intervenuti nella struttura delle proteine, degli aminoacidi e del DNA in
ciascun ramo evolutivo costituisce un'indicazione del tempo trascorso dal momento del
formarsi di una divergenza evolutiva, il cosiddetto orologio bio-molecolare.
Dal punto di vista genetico uomo, scimpanzé e gorilla sono molto simili, più di quanto non
appaia dal punto di vista morfologico. Dai dati biomolecolari risultava chiaramente che essi
formano un gruppo nettamente separato dalle scimmie antropomorfe asiatiche, orango e
ilobatidi, mentre appariva più difficile comprendere quali fossero le loro precise relazioni. Se
l'anatomia comparata aveva indotto a classificare l'uomo in una famiglia distinta rispetto a
gorilla e scimpanzé, la genetica offriva un quadro differente, in cui le reciproche relazioni
filogenetiche tra uomo, scimpanzé e gorilla non apparivano in modo del tutto chiaro. Nel
1967 Vincent Sarich e Allan Wilson98 confermarono, attraverso le analisi immunologiche di
una proteina del siero sanguigno, l'albumina, quanto era già stato in precedenza appurato e
cioè che l'uomo e le scimmie antropomorfe africane sono più vicini tra loro che non rispetto
all'orango, ma non furono in grado di stabilire il preciso grado di affinità tra uomo, gorilla e
scimpanzé, per cui proposero che la divergenza evolutiva tra le tre specie si fosse verificata
nello stesso momento. Inoltre, basandosi sulla distanza immunologica dell'albumina del
sangue nei Primati, proposero che la separazione di una distinta linea evolutiva dell'uomo e
delle antropomorfe africane non potesse risalire più indietro di 5 Ma, una data molto più
recente di quanto i paleantropologi avevano finora proposto.
Gli studi successivi99 hanno utilizzato la comparazione della sequenza degli aminoacidi in
proteine omologhe, quella dei cromosomi mediante diverse tecniche di banding, la
comparazione della sequenza del DNA nucleare e mitocondriale, l'ibridazione DNA-DNA. I
risultati non sono sempre concordanti, ma dalla maggior parte di essi emerge che le maggiori
affinità si riscontrano tra uomo e scimpanzé, che dunque costituiscono una stretta unità filogenetica divergente rispetto a quella del gorilla. In ogni caso le strettissime relazioni genetiche
tra uomo, scimpanzé e gorilla sono state ulteriormente confermate, differendo queste tre
specie per meno del 3% del loro DNA, una differenza piccola se si pensa che il genoma
(l'insieme del corredo cromosomico) umano comprende circa 3,2 miliardi di coppie di basi.
98
V. SARICH, A. WILSON, Immunological timescale for hominid evolution, in Science, 158, 1967, pp. 12001203.
99
Cfr. i contributi di diversi autori a Genetic clues of relatedness, in The Cambridge Encyclopedia of Human
Evolution , Cambridge 1992, pp. 293-321 e bibliografia a pp. 482-483.
94
Secondo i calcoli di C.G. Sibley e J.E. Ahlquist, basati sull'informazione proveniente
dall'ibridazione DNA-DNA, la divergenza evolutiva tra scimmie del Vecchio Continente
(Cercopitecidi) ed Hominoidea si sarebbe verificata tra 33-32 e 27-26 Ma; il ramo degli
Ilobatidi si sarebbe staccato tra 22-21 e 18-17 Ma, la divergenza tra orango e antropomorfe
africane risalirebbe a un periodo tra 16 e 13 Ma. Tra 10 e 8 Ma si staccò la linea evolutiva del
Gorilla e a un periodo compreso tra 7,7 e 5,8 Ma risale l'ultimo antenato comune tra
scimpanzé e uomo.
Per quanto l'orologio bio-molecolare esprima soltanto un ordine di grandezza, questi dati
portavano ad escludere nella maniera più categorica che avesse potuto esistere una linea
evolutiva ominide già nel corso del Miocene.
Inizialmente, le conclusioni dei biologi non furono accettate dai paleoantropologi, nella
maggior parte dei casi convinti che il Ramapithecus potesse appartenere alla linea ominide,
ma in seguito le cose hanno cominciato a cambiare. Grazie anche a nuove scoperte di fossili
più completi, è stato possibile stabilire che il Ramapithecus non era affatto un ominide, bensì
la forma femminile del Sivapithecus, una specie con forte dimorfismo sessuale da porre nella
diretta ascendenza dell'orango. Tra l’altro, le ricostruzioni fatte si basavano su reperti del tutto
frammentari e si sono rivelate alquanto imprudenti. A questo punto i fossili confermavano le
conclusioni raggiunte dai biologi. Nessun fossile di ominide è stato finora scoperto in strati
geologici anteriori al limite tra Miocene e Pliocene.
2.7 Qualche nozione di anatomia comparata tra Apes e Ominidi
Le problematiche poste dalla paleontologia umana richiedono necessariamente che anche i
lettori di formazione non scientifica si familiarizzino con qualche nozione di anatomia
comparata tra uomo e scimmie antropomorfe100.
Partendo dal cranio, è possibile osservare che il rapporto tra neurocranio e ossa facciali
(splancnocranio) è completamente diverso nell'uomo e nei Pongidi: nell'uomo il neurocranio è
grande in confronto alle ossa facciali, nei Pongidi avviene il contrario. Nell'uomo le ossa
facciali sono poste al di sotto del neurocranio, nei Pongidi sporgono molto in avanti rispetto al
100
A questo proposito cfr. W.E. LE GROS CLARK, The Fossil Evidence for Human Evolution, Chicago, 19642;
B.G. CAMPBELL, Human Evolution: an Introduction to Man's Adaptations, Chicago 1966, trad. ital. Storia
evolutiva dell'uomo, Milano 1974, p. 77 sgg.; L. AIELLO, C. DEAN, Human Evolutionary Anatomy, London
1990.
95
neurocranio. L'architettura della scatola cranica è differente: nell'uomo il frontale si innalza
quasi verticalmente al di sopra delle orbite, la volta cranica è elevata, l'osso occipitale
descrive una curva arrotondata, l'area nucale è piccola ed è rivolta verso il basso; nei Pongidi
la fronte è appiattita e sfuggente all’indietro, la volta cranica bassa (platicefalia), l'occipitale
presenta un'area nucale molto estesa e rivolta posteriormente. Questa differenza è espressa dal
rapporto tra la distanza tra inion e opisthion e tra inion e lambda, nelle antropomorfe intorno a
1,96 e nell'uomo inferiore a 1. La differenza di altezza della volta cranica è espressa
dall'indice di altezza sopra-orbitaria, FB/AB, in cui B è il punto di massima altezza del cranio,
A il punto del piano di Francoforte sulla verticale di B, F il punto del piano passante per il
margine superiore dell'orbita e parallelo al piano di Francoforte sulla verticale di B: il
rapporto è in media 0,69 nell'uomo e 0,45 nello scimpanzé.
Il cranio dell'uomo in norma occipitale presenta un profilo quasi pentagonale, con la
larghezza massima verso l'alto, quello dei Pongidi ha un profilo a tenda con la larghezza
massima verso la base. Nei Pongidi i rilievi sopra-orbitari sono molto spessi e formano un
forte toro continuo. Molto importante è la posizione del foro occipitale (foramen magnum):
nell'uomo è quasi al centro della base cranica, in modo che la testa possa rimanere in
equilibrio al di sopra della colonna vertebrale, nei Pongidi è spostato verso la parte posteriore
del cranio, per cui tutto il peso della testa cade in avanti rispetto alla colonna vertebrale ed è
quindi necessario possedere muscoli nucali molto potenti in grado di controbilanciare il peso
in avanti della testa.
Nell'uomo il foro auditivo esterno è posto al disotto dell'arcata zigomatica, nei Pongidi lungo
il suo prolungamento.
La mandibola umana presenta la protuberanza del mento, il ramo ascendente ha un'altezza
che è circa il doppio della sua larghezza, l'incisura mandibolare è ampia e il condilo
mandibolare e il processo coronoideo sono ben sviluppati. Nei Pongidi il mento è assente e la
simfisi mandibolare anziché verticale è obliqua verso l'interno e presenta un toro mandibolare
e la cosiddetta placca scimmiesca. Il rapporto altezza/larghezza del ramo ascendente è
inferiore a 1,5 (uomo 2,06; gorilla 1,44). La forma dell'arcata dentaria è parabolica nell'uomo,
a U nei pongidi, per cui nell'uomo i molari sono allineati con i premolari, ma non con il
canino, mentre nei pongidi molari, premolari e canini sono allineati e paralleli. Nell'uomo gli
incisivi formano con i canini una curva continua, senza alcuna interruzione; nei Pongidi gli
incisivi sono posti più in avanti rispetto ai canini e separati da uno spazio vuoto chiamato
96
diastèma.
Per quanto riguarda la dentatura, la formula dentaria è la stessa tra uomo e pongidi, 2.1.2.3,
cioè considerando una emi-arcata abbiamo due incisivi, un canino, due premolari e tre
molari, complessivamente 32 denti.
Nell'uomo gli incisivi sono piccoli, nei Pongidi più grandi e più larghi. Il canino dei Pongidi
è grande, ha forma conica, punta aguzza e sopravanza tutti gli altri denti; nell'uomo il canino
ha una forma spatulata e tende a diventare più simile a un incisivo. Nei Pongidi il canino è
un'arma di difesa ed è notevolmente maggiore nei maschi che nelle femmine (dimorfismo
sessuale); negli uomini non c'è dimorfismo sessuale per quanto riguarda il canino. Poiché i
canini dei Pongidi sono molto sporgenti rispetto agli altri denti, per poter chiudere la bocca i
canini devono sovrapporsi e ciò è consentito dal diastèma, lo spazio libero tra canini e incisivi
nella mascella e tra canini e P3 nella mandibola. Nei Pongidi i canini mantengono sempre la
punta aguzza, mentre presentano delle faccette di usura laterale a causa dello sfregamento tra
loro; nell'uomo, invece, la punta del canino è soggetta all'usura piatta al pari della superficie
masticatoria di tutti gli altri denti.
Nell'uomo i premolari sono bicuspidi ed hanno una sola radice; nei Pongidi il primo
premolare inferiore (P 3), correlato funzionalmente con il canino superiore, è unicuspide e P3 e
P4 inferiori hanno due radici.
Nei Pongidi i molari inferiori hanno cinque cuspidi separate da solchi a forma di Y, mentre i
molari superiori hanno quattro cuspidi. Nell'uomo i molari inferiori e superiori hanno quattro
cuspidi, tranne M1 inferiore, che ha cinque cuspidi. Nei pongidi le dimensioni dei molari sono
crescenti da M1 a M3, cioè dall'avanti all'indietro; nell'uomo si verifica il contrario e M3 è più
piccolo di M1 e M2. Un'altra differenza importante è lo spessore dello smalto, nell'uomo
maggiore che nei Pongidi.
Per quanto riguarda lo scheletro postcranico le principali differenze tra Uomo e Pongidi sono
le seguenti:
•
nei Pongidi la lunghezza degli arti superiori è maggiore di quella degli arti inferiori;
l'indice intermembrale (omero + radio / femore + tibia x 100) è 66-73 nell'uomo, 104110 nello scimpanzé, 120-133 nel gorilla, 140-150 nel gibbone.
•
le ossa del bacino (pelvis): nell'uomo la parte superiore (osso iliaco) è più ampia e più
corta e tende ad assumere la forma di un bacino per meglio sostenere i visceri
addominali, mentre nei pongidi è molto più stretta e più alta; nell'uomo la zona di
97
articolazione con il sacro è più in basso e nello stesso tempo più lontana
dall'articolazione con il femore (acetabulo), per cui il peso si scarica sulla gamba in
modo più diretto. In veduta laterale si può osservare come l'osso iliaco presenti la
cresta superiore accentuatamente incurvata, mentre nei Pongidi è solo leggermente
ricurva; nell'uomo l'incisura sacro-iliaca è profonda, nei pongidi è larga e poco
profonda.
•
nei Pongidi l'osso ischiatico è più lungo e più stretto, nell'uomo più corto e più largo;
nei Pongidi il pube è poco sporgente, nell'uomo è decisamente sporgente.
•
l'articolazione del femore con l'acetabulo da una parte e con la tibia dall’altra è
differente tra uomo e Pongidi. Nei Pongidi femore e tibia risultano allineati per cui il
peso si scarica dal collo del femore sul condilo interno del ginocchio, mentre
nell'uomo il femore e la tibia formano un angolo, per cui il peso si scarica dal collo del
femore sul condilo esterno del ginocchio. Di conseguenza, nell'uomo il condilo
esterno è più grande di quello interno, nei Pongidi avviene il contrario.
2.8 Le strutture antropologiche fondamentali: il gesto e la parola
Con un'opera che ha fatto epoca, Le geste et la parole, I. Technique et langage, Paris 1964;
II. La mémoire et les rhytmes, Paris 1965 (traduz. italiana, Torino 1977), André LeroiGourhan ci conduce a "una presa di coscienza di ciò che è realmente l'Homo sapiens, nato al
tempo delle steppe per la caccia al cavallo selvatico e adattatosi a poco a poco alla
locomozione seduta in un'atmosfera di petrolio bruciato".
Leroi-Gourhan dimostra quanto l’uomo sia profondamente radicato nella storia della vita
sulla terra. Il suo ragionamento, volto a definire le strutture antropologiche fondamentali,
parte da molto lontano, alla ricerca delle condizioni che, nel lento svolgersi dell’evoluzione
degli organismi viventi sulla terra, hanno reso possibile l'emergere, con molta gradualità, del
genere umano.
Negli animali vi è una organizzazione funzionale basata su organi di relazione e
orientamento, deputati alla raccolta delle informazioni sull’ambiente, organi di presa per
l'acquisizione del cibo e organi di locomozione per potersi spostare nell'ambiente. Si tratta di
un insieme sinergico sottoposto alla legge delle correlazioni, per cui ogni modificazione di un
organo presuppone quella degli altri due. Tra gli animali è possibile osservare una distinzione
fondamentale tra:
98
•
organismi a disposizione radiale, che hanno, in genere, forma circolare o a vaso di
fiori, nei quali gli organi di presa e di relazione sono distribuiti su gran parte della
superficie del corpo, mentre gli organi di locomozione appaiono poco sviluppati;
•
organismi a simmetria bilaterale e campo di relazione anteriore: in questo caso gli
organi di presa e di relazione sono collocati nella parte anteriore del corpo, che ha
forma allungata, mentre gli organi di locomozione hanno una disposizione simmetrica
bilaterale nella parte medio-posteriore del corpo lungo un asse longitudinale. Negli
animali a simmetria bilaterale si sviluppano forme di tecnicità legate alla cattura e alla
dissezione del cibo e nelle forme più evolute anche alla costruzione di tane, ripari,
nidi.
Nell'evoluzione dei Mammiferi, esclusi quelli adattatisi alla vita acquatica, si è verificata una
netta divergenza di tendenze funzionali per quanto concerne il campo di relazione anteriore.
La prima è quella degli erbivori, animali che si sono specializzati nel consumo di erbe e piante
erbacee e nella locomozione veloce. Essendosi specializzati per la marcia veloce, gli erbivori
hanno perso del tutto l'integrazione degli arti anteriori con il campo anteriore di relazione.
Questo ha comportato la perdita di qualunque tecnicità manuale da parte degli arti anteriori:
tutte le operazioni tecniche si concentrano intorno alla bocca e i denti si specializzano
uniformemente (cfr. incisivi dei ruminanti e degli equidi, zanne degli elefanti e dei cinghiali,
corni nasali e frontali dei rinoceronti, ecc.). In alcuni casi l'esclusione degli arti anteriori dalle
operazioni tecniche ha avuto come conseguenza lo sviluppo di strumenti facciali, ad es. la
proboscide degli elefanti, i corni nasali e frontali dei rinoceronti.
La seconda tendenza funzionale è propria dei carnivori e degli onnivori, animali con
prensione locomotrice, caratterizzati cioè da organi di presa poco specializzati, che svolgono
nello stesso tempo anche una funzione locomotrice. Questi animali hanno denti multiuso e
differenziati e mantengono la primitiva pentadattilia. Gli arti anteriori vengono utilizzati a fini
di tecnicità manuale e non solo di locomozione. In ogni ordine, le specie che sviluppano
maggiormente la capacità di presa, tendono ad acquisire la possibilità di una stazione eretta. Il
legame tra la parte anteriore (la testa) e gli arti anteriori (le mani) è molto stretto, ma la
tecnicità manuale rimane tributaria di quella facciale.
organismi a disposizione radiale
Radiata
gli organi di relazione, di presa e di locomozione
99
sono distribuiti su gran parte della superficie del corpo
ad es., echinodermi
organismi a simmetria bilaterale e campo di relazione anteriore
Bilateralia disposizione simmetrica bilaterale degli organi di locomozione
organi di relazione e di presa nella parte anteriore del corpo
si suddividono in Invertrebati e Cordati
Insetti
Invertrebati
Chelicerati
Crostacei
Pesci
Anfibi
Cordati
Rettili
Uccelli
Mammiferi
perdita dell’integrazione tra campo di relazione anteriore e arti
anteriori, che si specializzano nella marcia veloce
ad es. tutti gli Ungulati (Perissodattili, Artiodattili, Proboscidati)
Mammiferi
gli arti anteriori hanno funzione locomotrice ma nello stesso tempo
mantengono le funzioni di organo di presa, la cui tecnicità rimane
tributaria di quella facciale
ad es. Carnivori, Roditori, Insettivori, Primati
Nei Primati, a differenza di tutti gli altri Mammiferi, anche se la locomozione è quadrupede,
quadrumane o del tipo knuckle-walking, la presa manuale diventa l'azione dominante. Tutti i
primati sono capaci di raddrizzarsi e di liberare braccia e mani per compiere gesti di carattere
tecnico. Esiste una significativa correlazione tra sviluppo del pollice della mano e radice del
100
canino: più il pollice è sviluppato in lunghezza, più è sviluppata la stazione eretta e più sono
ridotte le dimensioni dei canini e più la faccia appare meno "bestiale".
Soltanto collocandola lungo queste tendenze evolutive, scrive Leroi-Gourhan, possiamo
comprendere l'assoluta originalità organica dell'uomo. Nell'uomo avviene la separazione
completa tra gli arti anteriori e la funzione locomotoria: la mano si specializza per la presa e le
azioni tecniche, il piede si specializza per la marcia in stazione eretta sul suolo. Di
conseguenza nel campo anteriore la mano compie le azioni tecniche senza più intervento degli
organi facciali, che possono specializzarsi in un'altra direzione, quella del linguaggio. La
traiettoria evolutiva che ha condotto all’uomo può sintetizzarsi nella formula: il piede libera
la mano, la mano libera la parola.
Funzione
locomotoria
Scimmie e scimmie
antropomorfe
Uomo
Si svolge mediante
gli arti anteriori e
posteriori
gli arti anteriori
Campo di relazioni anteriore
organi facciali
La presa manuale è dominante,
ma non esclusiva, gli arti
anteriori sono utilizzati anche per
la locomozione
La presa manuale è esclusiva e
È svolta interamente compie azioni tecniche senza
dagli arti posteriori
intervento degli organi facciali,
gli arti anteriori non servono più
alla locomozione
Hanno funzioni tecniche,
anche se ridotte rispetto agli
altri mammiferi
Si specializzano nel
linguaggio
La catena delle operazioni compiute mediante la mano costituisce una tecnica che viene
memorizzata. Nell'animale la memoria tecnica è un automatismo determinato dall'istinto, cioè
è ereditaria, geneticamente determinata, e quindi è caratteristica non tanto del singolo
individuo quanto della specie. Anche negli animali, specialmente nei mammiferi e negli
uccelli, esiste un altro tipo di memoria, che Leroi-Gourhan chiama di educazione: i singoli
individui apprendono determinate tecniche per esperienza personale o attraverso l'esempio di
altri individui della stessa specie e nel corso della vita accumulano una serie di conoscenze
che vengono memorizzate, ma che non sono trasmissibili per via genetica alla discendenza.
Negli animali la memoria è soprattutto ereditaria e in misura minore conseguenza
dell'apprendimento. Nell'uomo vi sono proporzioni completamente differenti tra memoria
istintiva e memoria di educazione: la prima rappresenta soltanto l'infrastruttura dei processi
operativi ed è ridotta, la memoria di educazione costituisce la quasi totalità della memoria, per
cui l'individuo dipende totalmente dal gruppo sociale. La memoria di educazione è la somma
101
delle conoscenze possedute dal gruppo sociale, è interamente calata nel linguaggio e si
trasmette da una generazione all'altra per via extra-genetica, non più come una sequenza di
gesti da imitare, ma come una serie di simboli e di valori da apprendere attraverso l'uso del
linguaggio verbale articolato. La parola è uno strumento verbale, isolabile dalla bocca che
l'emette, così come l'utensile artificiale è isolabile dalla mano che l'ha prodotto. La
trasmissione extra-genetica della cultura resa possibile dal linguaggio costituisce l’aspetto
fondamentale della condizione umana.
Memoria
tecnica
Memoria di
educazione
memoria
Animale
Uomo
Ereditaria, caratteristica di Costituisce la maggior parte È ridotta e rappresenta solo
ogni singola specie,
della memoria
l’infrastruttura
dei
processi
è
un
automatismo
operativi
determinato dall’istinto
Si forma per apprendimento È presente nei mammiferi e Costituisce la quasi totalità della
e non è trasmissibile per via negli uccelli, ma in misura memoria e si trasmette solo per via
genetica ai discendenti
ridotta
extragenetica
attraverso
il
linguaggio. Rappresenta la somma
delle conoscenze possedute dal
gruppo sociale, per cui l’individuo
dipende totalmente dal gruppo
sociale
Le strutture antropologiche fondamentali sono, quindi, da una parte il tecnicismo manuale, la
capacità di fabbricare utensili (l'Homo faber) - ricordiamo a questo proposito l’affermazione
di Benjamin Franklin: Man is a tool-maker - , dall'altra il linguaggio verbale, la capacità di
astrazione e l'attività simbolica insite nelle proprietà del linguaggio umano (Homo sapiens).
La formula sintetica di Leroi-Gourhan, il gesto e la parola, esprime efficacemente queste due
strutture fondamentali della condizione umana101.
Leroi-Gourhan ha dimostrato lo stretto legame tra il gesto tecnico e il linguaggio. L'attività
tecnica è stata resa possibile dalla stazione eretta e dalla locomozione bipede, che hanno
liberato la mano da qualunque necessità che fosse diversa dalla tecnicità, la mano ha liberato
la parola, quindi inseparabilità tra locomozione bipede, tecnicità manuale e linguaggio
verbale. Le caratteristiche essenziali della condizione umana sia biologiche che
comportamentali e culturali, non sono apparse all'improvviso tutte insieme, ma si sono
101
E’ sconcertante il fatto che l’opera geniale di Leroi-Gourhan sia ignorata nella letteratura paleoantropologica di lingua
inglese.
102
formate gradualmente nel corso di un processo evolutivo durato qualche milione di anni, uno
spazio di tempo che ci sembra enorme, ma in realtà molto piccolo rispetto a quanto
normalmente si verifica nell'evoluzione degli animali.
Alla luce di questa presa di coscienza di che cosa è realmente l'uomo, possiamo cercare di
definire con più precisione i concetti di Hominidae e di Homo.
Gli ominidi sono una famiglia di Primati che hanno acquisito la stazione eretta e una
locomozione fondamentalmente bipede, nonché una dentatura di dimensioni ridotte rispetto
alle scimmie antropomorfe, in particolare per quanto riguarda il canino. La famiglia degli
ominidi comprende diversi generi: Ardipithecus, Australopithecus, Paranthropus e Homo.
Homo è un genere di ominide che ha acquisito un neurocranio di dimensioni maggiori
rispetto a tutti gli altri generi di ominidi e la capacità di fabbricare utensili, dando con ciò
origine al formarsi di una tradizione culturale. Con la fabbricazione degli utensili ha inizio
l'evoluzione culturale prima ancora che l'evoluzione biologica abbia condotto all'uomo
anatomicamente moderno. Per circa due milioni di anni l'evoluzione culturale procederà
parallela a quella biologica e sarà molto lenta, perché dominata dai ritmi biologici, in
particolare dal processo di accrescimento del neurocranio.
Homo sapiens è la specie umana attuale ed alcuni dei suoi immediati antenati, con cui il
processo di "modernizzazione" dell'anatomia umana giunge a conclusione e vengono
acquisite tutte le facoltà psichiche che contraddistinguono l'umanità attuale: un linguaggio
verbale con una struttura grammaticale e sintattica complessa, capace di organizzare la realtà
esterna ed interna secondo esigenze logiche insite nel linguaggio stesso, di compiere cioè
opera di astrazione e di produzione di simboli. Dal momento in cui la documentazione
archeologica dimostra l'esistenza dell'attività simbolica e della creazione artistica, nonché di
tutta una serie di preoccupazioni, come ad es. la sepoltura dei propri defunti, attività che non
sono strettamente inerenti al procacciamento del cibo e alla riproduzione, l'evoluzione
culturale dominata dai ritmi biologici viene sostituita da un'evoluzione culturale dominata dai
fenomeni sociali.
L'uomo anatomicamente moderno è l'unica specie di ominide e l'unico membro del genere
Homo attualmente esistente sulla terra.
103
CAPITOLO 3
I primi Ominidi
Resti di primati classificabili come ominidi e databili tra 5 e 2 Ma sono stati scoperti nella
Great Rift Valley dall’Etiopia fino alla Tanzania, nel Sud-Africa e in un caso anche nel Ciad.
In nessuna altra parte della terra sono venuti alla luce ominidi fossili più antichi di 2 Ma. La
previsione di Darwin che l’origine dell’uomo dovesse essere ricercata in Africa è stata
pienamente confermata.
Per quanto la genetica abbia dimostrato che le differenze tra la specie umana e lo scimpanzè
sono piccole, soltanto l’1,27 % del patrimonio genetico102, abbiamo visto che l’assoluta
originalità organica dell’uomo capace di trasmissione extragenetica della cultura stabilisce
comunque un abisso profondo tra noi e le scimmie antropomorfe. Ma le qualità umane non
sono emerse all’improvviso, si sono sviluppate lentamente e gradualmente a partire da
antenati scimmieschi. Certamente ancora più piccole di quelle tra scimpanzè e uomo devono
essere state le differenze genetiche tra la specie umana attuale e gli ominidi vissuti tra 5 e 2
Ma e la documentazione paleontologica dimostra che sono esistiti generi e specie di Ominidi
che dal punto di vista tassonomico occupano una posizione intermedia tra le scimmie
antropomorfe e l’uomo, dimostrando ancora una volta l’esattezza della teoria darwiniana, di
una evoluzione lenta e graduale a partire da un ancient member delle scimmie antropomorfe.
Oggi non esistono più creature simili ai più antichi ominidi, tutti i generi e tutte le specie si
sono estinte, ma una di queste ha avuto una discendenza che ha condotto fino al genere Homo
e quindi all’umanità attuale.
3.1 L’evento cladogenetico fondamentale
I primati sono animali di clima tropicale e di ambiente forestale. Circa 40 milioni di anni fa
102
Il che corrisponde a circa 38 milioni di basi.
104
comparvero in Africa i più antichi primati superiori o scimmie; al loro habitat naturale
esclusivamente arboreo, le scimmie devono lo sviluppo di un cervello di grandi dimensioni
rispetto agli altri animali, di una mano col pollice opponibile alle altre dita e di una visione
binoculare stereoscopica. Infatti, una vita condotta permanentemente a 20 o 30 m dal suolo
esige una vista, una prensione manuale, una locomozione e una capacità mentale di grande
efficacia e precisione. Le scimmie antropomorfe, come lo scimpanzè e il gorilla, pur vivendo
nella foresta, trascorrono molto tempo al suolo ed hanno sviluppato forme di socialità
complesse.
Secondo l’orologio bio-molecolare l’evento che porta alla nascita di due distinte linee
evolutive per gli ominidi e i panidi si colloca alla fine del Miocene nel corso dello stadio
messiniano (7,246 – 5,332 My). In questo periodo di ca. due milioni di anni la chiusura dello
stretto di Gibilterra provocò la cd. crisi di salinità del Messiniano: le acque del Mediterraneo,
divenuto un lago, evaporarono quasi completamente, determinando la formazione sui fondali
di potenti depositi evaporitici.
Se già nella seconda parte del Miocene il clima del globo aveva cominciato a divenire meno
caldo, il processo di raffreddamento con formazione di calotte di ghiaccio ai poli subirà una
decisa accelerazione nel Pliocene per culminare nel Pleistocene, l’età delle grandi glaciazioni.
Tra 3 e 2 Ma, la progressiva riduzione della foresta in Africa e l'estensione della savana e
della prateria costituiranno il periodo critico nella storia evolutiva degli ominidi, durante il
quale si verificherà una rapida selezione naturale a favore degli ominidi a più avanzata
bipedia, capaci di camminare a grandi passi, di correre e di procurarsi una maggiore varietà
di cibo, in particolare la carne, praticando lo sciaccallaggio o sviluppando tecniche di cattura.
Soltanto a partire dal 1959, grazie alla datazione dello strato I di Olduvai effettuata con il
nuovo metodo del K-Ar, si ebbe per la prima volta un’idea abbastanza precisa della effettiva
durata dei periodi geologici più recenti della storia della terra interessati dalla comparsa degli
ominidi e poi del genere Homo. Il periodo tra 4 e 2 milioni di anni cominciò ad essere
conosciuto nel corso degli anni ’70 grazie alle sensazionali scoperte del Turkana e di Hadar,
fra cui il celebre scheletro di Lucy, ma fino a pochi anni fa del periodo tra 6 e 4 milioni di
anni si aveva soltanto qualche reperto frammentario, come un frammento di mandibola che
conserva il primo molare e le cavità alveolari del P4 e degli altri due molari, scoperto nel
1967 a Lothagam (Kenya), e datato a 5,8-5,6 Ma; da Tabarin un frammento di corpo
mandibolare che conserva il primo e secondo molare, datato verso 5 Ma; un frammento di
105
omero scoperto nel 1965 a Kanapoi (Kenya) o un primo molare inferiore da Lukeino (Kenya),
scoperto nel 1974.
Tra il 1992 e il 2001 si è verificata una serie di importanti scoperte che gettano nuova luce
sulla più antica storia degli ominidi e sull’evento cladogenetico che ha separato la linea
evolutiva degli scimpanzé e degli ominidi. Il periodo tra 6 e 4 milioni di anni fa è ora
documentato da numerosi resti fossili attribuiti a Ominidi, rinvenuti in Kenya e in Etiopia e in
un caso nel Ciad. Trattandosi di scoperte recenti, le classificazioni proposte sono ancora
incerte e non è possibile disporre di un chiaro quadro tassonomico né tanto meno di una sicura
comprensione del significato filogenetico di questi reperti.
Il più antico di questi fossili è il Sahelanthropus, rinvenuto nel Tchad e databile forse a 6,5 o
7 Ma, la cui classificazione come ominide è del tutto incerta103, mentre potrebbe trattarsi
dell’antenato comune a uomo e scimpanzè.
I paleontologi francesi Brigitte Senut e Martin Pickford hanno annunziato nel dicembre 2000
di avere scoperto nei precedenti mesi di ottobre e novembre a Kapsomin nella regione delle
Tugen Hills, distretto di Baringo, in Kenya, in strati geologici della formazione di Lukeino
datati tra 6,2 e 5,6 Ma, tre frammenti di femore, un frammento di omero, due frammenti di
mandibola, una falange e diversi denti isolati, in tutto tredici resti appartenenti ad almeno
cinque individui. Gli autori della scoperta hanno assegnato questi fossili a un nuovo genere di
ominide, Orrorin tugenensis, soprannominato "Millennium man" o “Millennium Ancestor”.
Nella lingua Tugen Orrorin significa “l’uomo delle origini”, mentre il nome della specie si
riferisce alla regione in cui è stata effettuata la scoperta.
La parte prossimale del femore è robusta, la testa del femore molto larga è stata giudicata di
aspetto umano in rapporto al collo. Queste caratteristiche hanno fatto ipotizzare che il femore
appartenesse a una creatura bipede, anche se non mancano tratti primitivi da primate
quadrupede. Le dimensioni, inoltre, sembrano indicare una statura maggiore di quanto ci si
potesse attendere per un’epoca così remota e per un ominide così antico. I molari sono piccoli
e con smalto spesso, mentre il canino è grande e appuntito, con sfaccette di sfregamento
contro il PM inferiore.
Gli autori della scoperta ritengono che Orrorin sia sulla linea diretta che condurrà al genere
Homo
attraverso
un
genere
intermedio,
battezzato
Praeanthropus,
che
include
106
Australopithecus anamensis, qualche esemplare di Hadar già attribuito all’Australopithecus
afarensis e il celebre cranio KNMER 1470, Homo rudolfensis. Questa interpretazione si basa
sulla convinzione che per comprendere la filogenesi umana debba essere data maggiore
importanza all’evoluzione dello scheletro piuttosto che a quella del cranio e dei denti. B.
Senut e il suo gruppo vedono due linee divergenti nei più antichi bipedi, una Orrorin –
Praeanthropus – Homo, caratterizzata da un’andatura bipede perfettamente eretta, l’altra
caratterizzata da un’andatura bipede con le gambe flesse e dall’abilità di arrampicarsi sugli
alberi, tipica della maggior parte delle specie dei generi Australopithecus e Paranthropus.
L’Ardipithecus ramidus non solo sarebbe da escludere dalla filogenesi umana, ma sarebbe
addirittura da collegare alla linea evolutiva delle scimmie antropomorfe africane, scimpanzé e
gorilla. Queste affermazioni sembrano del tutto premature sia per l’assenza di prove a favore
della teoria proposta sia per l’incertezza che domina nella classificazione dei più antichi
ominidi a causa delle condizioni frammentarie dei resti finora scoperti e comunque non hanno
ricevuto il consenso della comunità scientifica.
Al periodo compreso tra 5,8 e 5,3 My risale l’Ardipithecus kadabba, i cui resti fossili sono
stati scoperti nel sito di Asa Koma, nella valle del medio Awash, in Etiopia. L'ominide,
considerato una specie del genere Ardipithecus, meglio documentato nel successivo milione
di anni, è ritenuto dal suo scopritore come la probabile prima specie del ramo umano subito
dopo la separazione della linea evolutiva ominide da quelle dello scimpanzé (Haile-Selassie et
alii, 2004).
3.2 – L’Ardipithecus ramidus
Ad Aramis, nella regione del medio Awash (Etiopia) resti di Ominidi fossili sono stati
scoperti nel 1992 e nel 1993 in formazioni geologiche comprese tra i tufi vetrosi di Gàala,
datati 4,39 ± 0.03 Ma, e i tufi basaltici di Daam-Aatu, ancora non datati104. I resti sono stati
attribuiti a una nuova specie denominata in un primo momento Australopithecus ramidus
(“ramid” nella lingua Afar significa radice) e comprendono numerosi denti, frammenti di
omero, radio e ulna, la parte destra di una mandibola, frammenti della base del cranio
103
M. BRUNET ET ALII, A new hominid from the Upper Miocene of Chad, Central Africa, in Nature, 418, 2002, pp. 145151; P. VIGNAUD ET ALII, Geology and palaeontology of the Upper Miocene Toros-Menalla hominid locality, Chad, ibidem,
pp. 152-155; B. WOOD, Hominid revelations from Chad, ibidem, pp. 133-135.
104
La polarità magnetica negli strati sottostanti i tufi basaltici è inversa ed è quindi possibile stabilire che i
sedimenti contenenti i fossili di ominidi si sono depositati nell'intervallo tra gli episodi con polarità positiva di
107
(occipitale e temporale)105. In seguito, con il procedere delle scoperte e dell’analisi Tim
White e la sua équipe hanno ritenuto necessario attribuire questi resti fossili non solo a una
nuova specie, ma anche a un nuovo genere, battezzato Ardipithecus ramidus.
All'inizio del 1995 sono stati rinvenuti più di cento resti, comprendenti resti cranici e
postcranici di un unico individuo conservato per circa il 45%, fra cui le ossa di un piede
praticamente completo (ARA-VP-6/500). Tra il 1997 e il 2001 nuovi importanti resti di
Ardipithecus sono stati scoperti sempre nella regione del medio Awash, lungo il bordo
occidentale della Rift Valley, nelle località di Digiba Dora, Asa Koma, Alayla VP-2, Saitune
Dora e Amba East, in strati geologici databili tra 5,8 e 5,2 Ma, in parte quindi contemporanei
con l’Orrorin tugenensis del Kenya. I resti comprendono una emi-mandibola destra,
frammenti di clavicola, omero e ulna, frammenti di falange della mano e del piede e denti
isolati106.
Nel numero del 2 ottobre 2009 della rivista Science (p. 65 e ss.), è apparsa una nutrita serie di
articoli che analizzano a fondo il contesto paleontologico, geologico, paleoecologico del
ramidus, nonché le sue caratteristiche anatomiche e la sua posizione filogenetica. La nuova
specie presenta molte caratteristiche nei denti, nel cranio e nello scheletro postcranico
prossime allo scimpanzé e sembra quindi essere la più simile allo scimpanzé fra tutte quelle
finora conosciute. Ad es., il foro auditivo esterno è piccolo, la dentatura anteriore è robusta,
adatta a mordere e strappare. Il cranio è simile a quello di un bonobo o di uno scimpanzè
femmina, la capacità cranica è piccola, intorno a 350 cm3. I molari sono più grandi che in uno
scimpanzé, ma più piccoli di quelli degli Australopiteci, e la dimensione degli incisivi rispetto
ai molari indica che ha avuto inizio un processo di riduzione della dentatura anteriore. La
posizione dei condili occipitali e del foramen magnum nella parte anteriore e non posteriore
della base cranica indica che il ramidus era un bipede, quindi un ominide. Nello stesso tempo
le ossa del braccio e dell’avambraccio per la loro robustezza dimostrano un’abilità di
arrampicatore sugli alberi. Lo scheletro parziale scoperto nel 1995 ha confermato una
locomozione bipede, ma differente rispetto a quella di qualunque altro ominide conosciuto.
Nunivak (4,48 Ma) e di Cochiti (4,29 Ma).
105
T.D. WHITE, G. SUWA, B. ASFAW, Australopithecus ramidus, a new species of early hominid from Aramis, Ethiopia, in
Nature, 371, 1994, pp. 306-312; G. WOLDEGABRIEL ET ALII, Ecological and temporal placement of early Pliocene hominids
at Aaramis, Ethiopia, ibidem, pp. 330-333; B. WOOD, The oldest hominid yet, ibidem, pp. 280-281.
106
Y. HAILE-SELASSIE, Late Miocene hominids from the Middle Awash, Ethiopia, in Nature, 412, 2001, pp. 178-181; G.
WOLDEGABRIEL ET ALII, Geology and palaeontology of the Late Miocene Middle Awash valley, Afar Rift, Ethiopia,
ibidem, pp. 175-177.
108
Infatti, il piede ha l’alluce divergente, ma nello stesso tempo manca di molte caratteristiche
derivate dello scimpanzè, rispecchiando una condizione ancestrale rispetto allo scimpanzè e
all’uomo. La ricostruzione dello scheletro postcraniale, effettuata combinando i vari
ritrovamenti, mostra un indice intermembrale più primitivo che nell’Australopiteco, ma
lontano dai valori delle scimmie antropomorfe:
gibbone
140-150
gorilla
120-133
scimpanzè
104-110
Ardipithecus ramidus
90
Australopithecus afarensis
86
Australopithecus africanus
79
Homo
66-73
Il bacino è un mosaico di caratteri primitivi e di caratteri derivati. L’ischio e il pube sono più
simili a quello di una antropomorfa, mentre l’ilio è più simile a quello dell’Australopiteco e
dell’uomo. Il femore è leggermente inclinato verso l’interno e forma con la tibia un angolo di
ca. 82-83° (87 nello scimpanzè, 77 nell’afarensis, 75 nell’uomo).
Dallo studio dei resti di legni fossilizzati, dei semi e della fauna è stato possibile stabilire che
l'ambiente in cui visse il ramidus era boscoso con piccole zone di foresta, non certo una
savana. La dentatura dimostra che era onnivoro, l’apparato scheletrico che era capace di
stazione eretta e locomozione bipede, ma che nello stesso tempo era un ottimo arampicatore
sia con le mani che con i piedi.
L’Ardipithecus rappresenta un taxon ominide che per le sue caratteristiche primitive è ancora
molto vicino all’ultimo antenato comune tra uomo e scimpanzè, il quale doveva vivere in un
ambiente forestale, e condurre vita arboricola, ma non era né un brachiatore né un
camminatore sulle nocche. Il ramidus è comunque posteriore all’evento cladogenetico che ha
prodotto le due linee evolutive divergenti che condurranno all’uomo e allo scimpanzé.
Le ossa del ramidus, al pari di quelle di altre specie di mammiferi fossili, recano i segni
lasciati dai denti dei carnivori.
La definizione di una esatta tassonomia e posizione filogenetica dei resti fossili attributi ad
ominidi vissuti tra 6 e 4 Ma è inoltre particolarmente ardua per vari motivi: la frammentarietà
e l’incompletezza dei documenti, il fatto che non conoscendo i caratteri dell’antenato comune
dello scimpanzé e degli ominidi, è difficile stabilire quali caratteri siano primitivi e quali
109
derivati. Secondo gli studi di genetica bio-molecolare la separazione da un antenato comune
della linea ominide e di quella dello scimpanzé si sarebbe verificata esattamente in questo
arco di tempo, tra 7 e 5 Ma, ma non sappiamo se l’antenato comune fosse più simile allo
scimpanzé attuale oppure più simile a un ominide e questo fatto genera grande incertezza
nell’interpretazione dei resti fossili molto prossimi all’evento cladogenetico. La scoperta del
ramidus ha gettato nuova luce su questo problema.
3.3 - Il più antico Australopithecus
Da Kanapoi, sul lato occidentale del lago Turkana, proviene un frammento di omero
scoperto nel 1965. In seguito ulteriori resti comprendenti una mandibola, un mascellare
incompleto, un frammento di tibia e una serie di denti sono stati scoperti nel 1994 da Meave
Leakey. L'età degli ominidi di Kanapoi è stata circoscritta al periodo tra 4,121 e 3,9 Ma107.
Una dozzina di resti di ominidi della stessa epoca e molto simili a quelli di Kanapoi sono stati
scoperti nel 1982, 1988 e 1995, sempre dall'équipe di Meave Leakey, a Allia Bay, lungo il
lato orientale del lago Turkana. Questi resti comprendono frammenti di mandibola e di
mascellare, di radio e diversi denti. Successivamente è stato possibile datare anche il tufo di
Kanapoi a 4,07 ± 0.02 Ma, ottenendo la conferma delle precedenti valutazioni cronologiche.
Solo la mandibola KNM-KP 29287 proviene da un paleosuolo immediatamente sopra il tufo
di Kanapoi e quindi ha una data leggermente posteriore. Tra il 1995 e il 1997 nuovi resti di
Ominidi fossili sono stati rinvenuti sia a Kanapoi che a Allia Bay.
In base ai fossili di Kanapoi e di Allia Bay, Meave Leakey e collaboratori hanno definito una
nuova specie di Australopiteco, denominato Australopithecus anamensis, l’Australopiteco del
lago (nella lingua turkana anam significa lago)108.
La mandibola dell'anamensis ha una forma a U, con molari, premolari e canino allineati e
paralleli, l'arcata dentaria del mascellare ha la classica forma quasi a ferro di cavallo come
nelle scimmie antropomorfe. La sinfisi mandibolare è fortemente inclinata posteriormente e
forma un lungo piano dietro gli incisivi, con un toro superiore sviluppato e uno inferiore ben
107
I livelli fossiliferi appartengono alla parte inferiore di una serie di sedimenti di origine fluviale. Le argilliti di base
(claystones) sono state datate a 4,121 ± 0.004 Ma. I livelli sedimentari con i fossili umani sono sigillati dal tufo di Kanapoi,
che si trova 20 m al di sotto del tufo di Lokochot datato a 3,5 Ma e del basalto di Kalokwanya datato a 3,41 ± 004 e 3,11 ±
0,004 Ma. In base a correlazioni con le sequenze del bacino del Turkana è stato stabilito che la parte inferiore della
sequenza di Kanapoi doveva essere anteriore al tufo di Moiti, datato a 3,9 Ma.
110
sviluppato (placca scimmiesca). Tuttavia, a differenza che nelle scimmie antropomorfe i
canini non sopravanzano fortemente gli altri denti e non hanno forma conica, bensì spatulata
come negli ominidi, inoltre è assente qualsiasi forma di diastèma. Lo smalto dei molari è più
spesso che nel ramidus. La morfologia della tibia indica una locomozione bipede. Si conserva
parte del gomito, l’estremità distale dell’omero, che risulta essere di tipo umano e non
pongide. Il capitato, il più voluminoso osso della regione carpale, è di tipo ominide e si
differenzia nettamente da quello delle antropomorfe. Le dimensioni dei denti e della
mandibola mostrano un chiaro dimorfismo sessuale, evidente soprattutto nella dimensione dei
canini.
In conclusione, l'Australopithecus anamensis è certamente un ominide per l'acquisizione
della locomozione bipede e per le caratteristiche dei denti, ma presenta ancora molti caratteri
primitivi comuni alle antropomorfe mioceniche ed attuali.
3.4 L’Australopithecus afarensis
Resti di ominidi databili al periodo compreso tra 3,8 e 3,0 Ma sono stati scoperti in diverse
zone della depressione dell’Afar in Etiopia: Hadar e medio Awash nelle località di Belohdelie
e Maka; a Koobi Fora (Turkana orientale) e a Lomekwi (Turkana occidentale) in Kenya; a
Laetoli nel nord della Tanzania. Questi Ominidi sono stati classificati come appartenenti alla
specie afarensis del genere Australopithecus. Alla stessa epoca appartengono le impronte di
Ominidi rinvenute a Laetoli.
L'area di Laetoli si trova 25 km a sud di Olduvai, nella parte meridionale della piana di
Serengeti, siamo nel territorio dei Masai e in lingua masai Laetoli significa “giglio rosso”. In
precedenza era conosciuta con il nome di Garusi, il fiume che da Laetoli scorre verso sud
gettandosi nel lago Eyasi. Nel 1935 Louis Leakey vi raccolse un canino che attribuì a un
cercopiteco e che soltanto nel 1979 venne riconosciuto come appartenente a un Australopiteco
adulto. Nel 1939 l'antropologo tedesco L. Kohl-Larsen rinvenne un frammento di mascellare
di ominide conservante due premolari e separatamente un M3 in uno strato di arenaria lungo
una falesia 500 m a nord-ovest del punto in cui il fiume Garusi entra nel lago. Nel 1974 Mary
Leakey riprese le ricerche nella regione. Nel 1975 e 1976 furono scoperti numerosi resti di
108
M.G. LEAKEY ET ALII, New four million year old hominid species from Kanapoi and Allia Bay, Kenya, in Nature, 376,
1995, pp. 565-571; M.G. LEAKEY ET ALII, New specimens and confirmation of an early age for Australopithecus anamensis,
in Nature, 393, 1998, pp. 62-66.
111
Ominidi, soprattutto denti, ma anche due mandibole (LH 4) e resti di scheletro di un bambino
di quattro anni (LH 21). I fossili provengono dall'unità superiore degli strati di Laetoli, una
formazione dello spessore di 50 m, ricca di orizzonti a lapilli e blocchi vulcanici e di strati di
tufo, ed erano compresi tra due strati di tufo datati rispettivamente 3,77 Ma e 3,59 Ma.
Nel 1976 Andrew Hill per primo riconobbe impronte di uccelli e di mammiferi su una
superficie esposta dall'erosione. Negli anni 1977-1979 furono individuate sette zone con
impronte sulla sinistra del fiume Garusi dislocate per una lunghezza di 4,5 km. Non tutte sono
state indagate. Impronte di Ominidi sono venute alla luce nel 1977 nel sito A, datato a 3,6 Ma,
e nel 1978 e 1979 nel sito G, dove sono state rinvenute due file di impronte per una lunghezza
di 50 m e distanti circa 25 cm l'una dall'altra. Queste ultime sono state scavate prima da Tim
White e poi da Ron Clarke e Mary Leakey109.
La conservazione delle impronte è dovuta a un complesso di circostanze del tutto particolari.
Il vicino vulcano Sadiman ha eruttato ceneri leggere contenenti grandi quantità di
natrocarbonatite, subito dopo l'eruzione una serie di precipitazioni atmosferiche ha raffreddato
le ceneri appena deposte e subito dopo animali e Ominidi hanno camminato sopra gli strati di
cenere ancora bagnata, lasciando le loro impronte. La superficie con le impronte si è poi
asciugata al sole e la natrocarbonatite reagendo con l'acqua si è cementificata, conservando le
impronte. Questa dinamica si è ripetuta più volte e il succedersi della caduta di ceneri e della
pioggia atmosferica ha creato in uno spessore di soli 20 cm quindici superfici sovrapposte in
cui si sono conservate le impronte.
Sulle superfici con impronte fossili sono state osservate orme di antilopi, gazzelle, giraffe,
elefanti, rinoceronti, cavallo tridattilo, suidi, iena, babbuino, lepre, uccelli, insetti. Su alcune
superfici è possibile riconoscere perfino le impronte delle gocce di pioggia. Nel sito G le orme
lasciate dagli Ominidi sono 22 in una fila e 12 nell'altra. Le prime sono lunghe 18,5 e larghe
8,8 cm e la distanza tra loro è di 38,7 cm. Nella seconda fila le impronte sono lunghe 21,5 e
larghe 10 cm, mentre la falcata è di 47,2 cm; all'interno delle impronte ve ne sono altre più
piccole appartenenti a un bambino.
Le impronte lasciate dagli Ominidi hanno un contorno e una sagoma di tipo umano. Il tallone
è arrotondato, l'arco plantare ben sviluppato, l'alluce rivolto in avanti e non divergente.
L'andatura è quella di un individuo bipede che procede a grandi passi. Tenendo conto che la
109
M.D. LEAKEY, R.L. HAY, Pliocene footprints in the Laetolil Beds at Laetoli, northern Tanzania, in Nature, 278, 1979,
pp. 317-323; M.D. LEAKEY, R.L. HAY, Le orme fossili di Laetoli, in Le Scienze, no. 164, aprile 1982, pp. 32-49.
112
lunghezza del piede in genere corrisponde al 15% dell'altezza di un individuo, si può calcolare
che l'individuo adulto più grande fosse alto 140 cm, quello più piccolo 120 cm. Sembra quindi
possibile concludere che queste impronte siano state lasciate da due adulti, uno di dimensioni
maggiori dell'altro, probabilmente maschio e femmina, e forse anche da un bambino che
seguiva le orme dell'adulto più grande.
Questa interpretazione è stata criticata come non sicura da Ron Clarke, secondo cui l'impronta
di un tallone più piccolo all'interno dell'orma di maggiori dimensioni sarebbe stata prodotta
artificialmente nel corso della rimozione del riempimento delle impronte a mazzuolo e
scalpello da parte di Mary Leakey. Secondo Clarke il fatto che queste impronte fossero
maggiori si deve semplicemente al leggero scivolamento del piede sulla cenere resa
sdrucciolevole dalla pioggia.
Inoltre, per Ron Clarke le impronte hanno una morfologia simile a quella che possono
lasciare anche le antropomorfe. Nelle impronte dell'individuo di maggiori dimensioni dietro la
punta dell'alluce vi è un'altra impronta simile a quella di un dito, che potrebbe essere stata
lasciata dalla giunzione metatarso - falangi. Lo studio dei calchi presi da Clarke ha condotto
Yvette Deloison, del Museo di Storia Naturale di Parigi, a riconoscere nelle impronte le tracce
di un piede simile a quello di una scimmia antropomorfa, ad es. il peso sembra scaricato sul
lato del piede, il calcagno sarebbe appuntito e sono assenti le impronte delle singole dita
tranne l'alluce. Nel 1985 Clarke effettuò un esperimento con due scimpanzé, un maschio e una
femmina, costringendoli a camminare su due piedi sulla sabbia umida. La femmina camminò
nervosamente affondando le dita nella sabbia e con l'alluce divaricato, il maschio, al contrario,
camminò più tranquillo con l'alluce molto spesso allineato alle altre dita. Secondo Clarke
l'esperimento avrebbe dimostrato che le impronte di Laetoli potevano essere state lasciate da
un piede con alluce leggermente divergente. L’interpretazione di Clarke, tuttavia, non ha
avuto molto seguito tra gli studiosi, che per la maggior parte riconoscono nelle impronte di
Laetoli la prova dell’esistenza di un primate bipede, cioè un ominide.
La specie afarensis è stata definita per la prima volta da Donald Johanson e Tim White nel
1978 al simposio di Stoccolma per il bicentenario della morte di Linneo, utilizzando i fossili
113
di Laetoli e di Hadar, questi ultimi di gran lunga più numerosi110.
Le scoperte più importanti sono state effettuate a Hadar negli anni 1973-1979 da parte di una
missione franco-americana diretta da Maurice Taieb, Donald Johanson e Yves Coppens. Le
ricerche condotte nelle gole dei fiumi Kada Hadar, Sidi Hakoma, Garsela Dora e Ounda
Hadar, tutti affluenti dell’Awash, hanno portato alla scoperta di circa 350 fossili di Ominidi,
che sono riferibili da un minimo di 35 a un massimo di 65 individui. La gola scavata
dall’Hadar è profonda 140 m ed ha portato in esposizione i sedimenti (argille, sabbie, ghiaie,
limi) accumulatisi per circa un milione di anni in un bacino lacustre il cui fondo era formato
da eruzioni basaltiche di lava. La formazione geologica di Hadar comprende tre membri
principali denominati dall’alto verso il basso Kada Hadar, Denen Dora e Sidi Hakoma. Agli
strati di sedimentazione fluviale e lacustre sono intercalati livelli di tuffiti e di basalti che
hanno consentito di eseguire datazioni radiometriche con il metodo del K-Ar. L’abbinamento
delle date radiometriche con la stratigrafia paleomagnetica ha permesso di stabilire una
cronologia più dettagliata delle formazioni geologiche di Hadar. Inizialmente l'unità inferiore,
SH, è stata datata tra 4,05 e 3,6 Ma, quella media, DD, tra 3,6 e 3,2 Ma e quella superiore,
KH, tra 3,2 e 2,7 Ma. In seguito, nuove datazioni effettuate con tecniche più avanzate111,
hanno condotto a una revisione della cronologia: l'unità inferiore si colloca tra 3,4 e 3,22 Ma,
quella media tra 3,22 e 3,18 e quella superiore tra 3,18 e 2,92 Ma. I fossili di Hadar sono
quindi più recenti di quelli di Laetoli.
I reperti di Ominidi fossili di Hadar recano la sigla AL112. I più importanti sono i seguenti:
•
AL 128-33: frammento di mandibola sinistra, dalla sezione inferiore dell'unità SH;
•
AL 199 e 200: frammento di palato e palato con tutta l’arcata dentaria completa dallo
strato inferiore dell’unità Sidi Hakoma (SH 1), databile tra 3,4 e 3,22 Ma;
•
AL 128 e 129: “giuntura del ginocchio”, da SH 1;
•
AL 277-1: frammento di mandibola sinistra dalla sezione superiore di SH 3;
•
AL 266: mandibola frammentaria, conservante i molari e i premolari, dalla parte
basale dello strato SH upper;
•
AL 333: “la prima famiglia”, resti di almeno tredici individui dallo strato Denen Dora
110
Sulla storia della scoperta e le caratteristiche dell’afarensis cfr. D. JOHANSON, M. EDEY, Lucy le origini dell’umanità,
Milano 1981. Cfr., inoltre, R.G. KLEIN 1995, p. 91 e ss., p. 108 e ss. ; W.H. KIMBEL, D.C. JOHANSON, Y. RAK, The first
skull and other new discoveries of Australopithecus afarensis at Hadar, Ethiopia, in Nature, 368, 1994, pp. 449-451.
111
Single crystal 40Ar/39Ar.
112
AL = Afar locality.
114
2, databile tra 3,2 e 3,18 Ma; vi sono mandibole, mascelle, ossa craniche, ossa del
piede, frammenti di omero, femori, ossa della mano, ecc.
•
AL 188: mandibola da DD 3, databile tra 3,2 e 3,18 Ma;
•
AL 288: “Lucy”, scheletro conservato per circa il 40% di un individuo femminile
giovane, dallo strato più basso dell’unità Kada Hadar (KH 1), databile poco dopo 3,18
Ma.
•
AL 444-2: un cranio maschile quasi completo, privo della mandibola, dalla sezione
superiore dell'unità KH
I resti più primitivi provengono da SH 1. L’arcata dentaria di AL 200 ha una forma ad U e
presenta il diastèma tra canino e incisivi e gli incisivi sono larghi e a spatola, tuttavia il canino
è fortemente ridotto rispetto a quello dello scimpanzè e non sporge oltre la linea degli altri
denti. Per quanto la forma dell’arcata è complessivamente a U, si osserva l’inizio di una
curvatura, come è dimostrato dal fatto che la larghezza del palato all’altezza del P3 è minore
che all’altezza di M2, mentre nello scimpanzè è eguale. AL 128-129 comprende la parte
distale del femore e quella prossimale della tibia di un singolo individuo, e poiché la giuntura
del ginocchio è di tipo umano e non scimmiesco – il condilo laterale è ellittico e non sferico -,
il ritrovamento dimostra che erano già state acquisite la stazione eretta e la locomozione
bipede.
Di straordinario interesse è il gruppo AL 333, comprendente circa 200 resti riferibili ad
almeno 9 adulti e 4 bambini, rinvenuti in uno strato sottile di argilla fine limosa, insieme a
resti di pesci e di roditori, ma non di altri animali. La concentrazione di un numero così
elevato di resti di ominidi è un fatto eccezionale. Non è un accumulo causato da animali
carnivori, poiché mancano i segni che normalmente i predatori lasciano sulle ossa delle loro
vittime. Potrebbe trattarsi di un gruppo di ominidi sorpreso da un’improvvisa alluvione, e i cui
corpi sono stati trascinati fino a un’area aperta e pianeggiante, dove le ossa si sono poi
depositate, ricoprendosi lentamente di argilla fine.
AL 288, soprannominato Lucy, comprende 52 resti frammentari di una giovane donna. Di
particolare importanza è la conservazione delle ossa del bacino (sacro, ileo, ischio).
Dall’esame della dentatura è stata calcolata un’età intorno ai vent’anni. La statura è stata
valutata intorno ai 100/110 cm. La conservazione di consistenti parti dell’omero e del femore
ha permesso di calcolarne la lunghezza in 23,5 e 28 cm, con un indice intermembrale intorno
a 85, più prossimo ai valori umani che a quelli delle scimmie antropomorfe (nell’uomo è 68-
115
73, nello scimpanzé 104-110, nel gorilla 120-133).
Tra il 2000 e il 2003 a Dikika è stato scoperto uno scheletro quasi completo di una bambina di
soli tre anni, soprannominata la “figlia di Lucy”. La datazione è intorno ai 3,3 Ma.
L’afarensis presenta un polimorfismo di caratteri, in parte scimmieschi, in parte umani in
proporzioni eguali. Innanzitutto nei fossili attribuiti a questa specie si riscontrano individui
adulti dell’altezza di ca. 130-140 cm e 45 kg di peso ed altri di circa 100-110 cm di altezza e
28-30 kg di peso, nonché notevoli differenze nella dimensione dei canini. Secondo D.
Johanson, T. White e B. Kimbel si tratta di una sola specie caratterizzata ancora da
dimorfismo sessuale, secondo altri autori (Y. Coppens, R. Leakey, P. Tobias) sarebbero
presenti due specie distinte di ominidi.
L’afarensis aveva certamente stazione eretta ed andatura bipede. Lo dimostrano tutte le
caratteristiche del bacino, l’angolo del collo femorale, la giuntura del ginocchio. Nel
complesso la pelvi è decisamente più simile a quella dell’uomo che non a quella dei Pongidi:
l’osso iliaco è basso e largo, incurvato lateralmente, ma non in maniera così ampia come
nell’uomo, permette l’inserzione di un gluteo potente capace di mantenere in equilibrio il
busto sulle gambe. L’osso sacro è largo e ricurvo, l’incisura sacro-sciatica è ampia,
l’acetabulo ha una posizione obliqua; caratteri ancora primitivi sono la curvatura meno
marcata del bordo anteriore dell’ileo, che è piatto rispetto a quello dell’uomo.
Gli arti presentano aspetti pitecoidi. Le articolazioni della spalla sono maggiormente rivolte
verso l’alto, come negli arrampicatori. Il femore è ancora corto, mentre l’omero è di aspetto
più simile a quello dell’uomo. Le gambe risultavano, quindi, più corte, ma non come nei
Pongidi. Le dita della mano sono sottili e leggermente ricurve, così come sono ancora ricurve
quelle del piede. Anche nel piede troviamo la coesistenza di aspetti umani e pitecoidi: le ossa
del calcagno e dell’astragalo sono ben sviluppate, le dita del piede sono corte e l’alluce è
allineato con le altre dita come nell’uomo, ma i metatarsi sono più lunghi, come nelle scimmie
antropomorfe.
Questo polimorfismo di caratteri è stato valutato in maniera differente. Secondo O. Lovejoy e
B. Latimer i caratteri primitivi rappresentano l’eredità evolutiva del passato, ma non avevano
implicazioni funzionali particolarmente significative e la bipedia dell’afarensis era ottima.
Secondo R. Susman, J. Stern e W. Jungers l’afarensis si arrampicava molto agilmente sugli
alberi e la sua bipedia era imperfetta. Braccia lunghe, gambe corte, statura bassa, dita delle
116
mani e dei piedi ricurve sono caratteri che facilitano l’arrampicarsi sugli alberi, abilità che
doveva avere ancora grande importanza. Certamente l’afarensis passava molto tempo sugli
alberi e soprattutto dormiva sugli alberi.
La migliore prova dell’esistenza di ominidi, vale a dire primati bipedi, tra 4 e 3 milioni di
anni fa è stata fornita dalle impronte di Laetoli.
Il cranio è stato ricostruito da T. White e B. Kimbel utilizzando tredici frammenti del gruppo
AL 333. La scoperta nel 1993 di un cranio quasi completamente conservato (AL 444-2) ha
mostrato che questa ricostruzione era sostanzialmente valida.
Il cranio è l’aspetto più
chiaramente pitecoide dell’afarensis: neurocranio piccolo, toro sopraorbitario marcato, forte
prognatismo facciale, cavità orbitarie grandi e distanti tra loro, apertura nasale ampia. La
capacità cranica dell’esemplare ricostruito (AL 333) è stata valutata dapprima in ca. 350 e
successivamente in 485 cm3, ma il cranio maschile quasi completo scoperto in seguito (AL
444) ha una capacità di poco più di 500 cm3. Un altro esemplare, AL 162, ha una capacità di
ca. 375-400 cm3. Ne risulta una media di 461 cm3, e tenendo conto che quella dello scimpanzè
è di 383 cm3, l’afarensis dimostra un indice di cefalizzazione maggiore.
La mandibola è molto robusta e mostra ancora la placca scimmiesca, la curvatura dell’arcata
dentaria non è più a U come nelle scimmie antropomorfe, ma non è ancora arrotondata e
regolarmente parabolica come nell’uomo: presenta uno stadio intermedio, come dimostrano le
mandibole AL 266 e AL 400. Quella di Lucy ha una forma a V.
La dentatura mostra aspetti tipicamente ominidi nella forma dei molari e dei premolari. Il P3
di Lucy non è unicuspide come nei Pongidi, ma presenta un abbozzo di metaconide, quindi l’
inizio di un processo di molarizzazione. Il canino di AL 333 X-3 è più simile a quello
dell’uomo che non a quello dello scimpanzé. Gli aspetti più primitivi si incontrano nei resti
provenienti dallo strato SH 1 (AL 199 e 200), con forma dell’arcata dentaria a U, presenza di
diastèma, dentatura anteriore molto robusta, canino sporgente e più simile a quello dello
scimpanzé che non a quello dell’uomo. L’esame microscopico delle usure della superficie
masticatoria ha mostrato che l’afarensis era sostanzialmente frugivoro e si cibava
prevalentemente di frutta e fogliame.
Le caratteristiche ancora in parte primitive del piede sono state confermate dalla scoperta di
un ominide a Sterkfontein presso Krugersdorp nel Sud Africa, soprannominato Little Foot,
117
datato dapprima verso 3,3 Ma - quindi contemporaneo dell'afarensis – e poi verso 4 Ma113.
Nel 1978 il prof. P. Tobias aveva deciso di iniziare l'esplorazione dei depositi più antichi, le
unità 3 e 2 della formazione di Sterkfontein. Nel 1992 fu fatto saltare con la dinamite un
ampio campione di breccia ricca di fossili di carnivori e di cercopiteci. Ron Clarke nel 1994
esaminando i fossili provenienti da questa breccia identificò alcune ossa del piede di un
ominide, con caratteristiche in parte pitecoidi, in parte umane. Il nuovo ominide fu etichettato
StW 573. Tre anni dopo Clarke trovò altre ossa del piede e frammenti delle due tibie dello
stesso individuo sempre tra i fossili recuperati negli anni precedenti. A questo punto Clarke
pensò che il resto dello scheletro potesse essere ancora intrappolato nella breccia della grotta e
fece ispezionare la superficie in esposizione per cercare se fosse visibile la sezione di una tibia
di ominide. Dopo due giorni furono individuate le sezioni di due tibie e di una fibula incassate
nella breccia. Il lavoro di rimozione della breccia portò alla luce nel 1998 le due tibie, la
fibula, due femori, e in seguito un omero, una mandibola e un cranio. Il proseguimento dei
lavori nel 1999 ha portato alla luce le ossa di un avambraccio e della mano. Nella breccia del
membro 2 di Sterkfontein vi è quindi lo scheletro completo di un ominide con ogni probabilità
simile all'afarensis, che attende di essere completamente recuperato.
Per ora si conoscono le caratteristiche delle ossa del piede e della mano. Il piede aveva
ancora delle capacità prensili ed era adatto ad arrampicarsi sugli alberi. Le falangi della mano
hanno una curvatura simile a quella dell'afarensis. Nel cranio l'occipite presenta un inion
pronunciato e appuntito. L'arco zigomatico è massiccio a differenza che nel successivo
africanus.
3.5 Altre specie di Australopiteci
Australopithecus bahrelghazali
M. Brunet ha scoperto presso Koro Toro nella regione di Bahr el Ghazal nel Ciad un
frammento di mandibola di Australopithecus databile sulla base del contesto bio-stratigrafico
tra 3,5 e 3 Ma. Il frammento comprende la parte anteriore della mandibola con tutti i
premolari, i canini e un incisivo, nonché gli alveoli degli altri tre incisivi. I canini sono grandi
e di forma spatulata, i premolari sono bicuspidi, la faccia interna della regione della sinfisi ha
113
R.J. CLARKE, First ever discovery of a well-preserved skull and associated skeleton of Australopithecus, in South
African Journal of Science, 94, 1998, pp. 460-463; ID., Discovery of complete arm and hand of the 3,3 million year old
Australopithecus skeleton from Sterkfontein, in South African Journal of Science, 95, 1999, pp. 477-480.
118
un piano alveolare sub-verticale con due tori trasversali piccoli. Vi sono quindi affinità, ma
anche differenze con l'afarensis114.
La scoperta dimostra che nel Pliocene medio-avanzato gli ominidi erano distribuiti attraverso
la fascia dei terreni boscosi e della savana dall'Africa orientale fino all'Africa centrooccidentale, oltre che dall'Africa orientale fino al Sud Africa.
Australopithecus garhi
Le ricerche nella regione del medio corso del fiume Awash, nella depressione desertica
dell’Afar (Etiopia), condotte dall’università di Berkeley (J. D. Clark e T. White), hanno
portato alla scoperta di alcuni resti di ominidi databili a circa 2,5 Ma, un periodo ancora mal
documentato in Africa orientale. I ritrovamenti sono stati effettuati nella zona di Bouri e
provengono dal membro Hatayae della formazione di Bouri. Nel 1996 sono stati rinvenuti
frammenti di femore e di omero di un individuo che doveva essere alto poco meno di 1,5 m;
nel novembre 1997 Y. Haile-Selassie rinvenne a 275 m di distanza, sempre nella stessa
formazione geologica, i frammenti del cranio di un secondo individuo, comprendenti parte
della scatola cranica e del mascellare. Il cranio è stato utilizzato per definire una nuova specie,
Australopithecus garhi, “l’Australopiteco della sorpresa” (garhi nella lingua Afar significa
sorpresa). La sorpresa consiste nel fatto che questo Ominide possedeva molari e premolari
molto grandi, ma anche incisivi e canini di dimensioni superiori a quelle di tutti gli
Australopiteci finora conosciuti. Il rapporto tra la dimensione della dentatura anteriore e la
dimensione della dentatura iugale è paragonabile a quello che si riscontra nell’afarensis,
nell’africanus ed anche nelle più antiche specie di Homo. Il cranio presenta un marcato
restringimento post-orbitario e una capacità bassa, di circa 450 cm3.
Non è possibile stabilire se ossa post-craniche e il cranio appartengano alla stessa specie,
anche se la cosa sembrerebbe probabile. Il femore è più lungo di quello dell’afarensis e
dell’africanus e si avvicina a dimensioni umane, mentre le dimensioni dell’omero dimostrano
che questo ominide aveva ancora braccia molto lunghe, come l’afarensis e l’africanus. Nei
pressi dell’area in cui sono venuti alla luce i resti dei due ominidi e sempre nella stessa
formazione geologica, sono state trovate ossa di antilope frantumate con una pietra per
estrarne il midollo.
114
M. BRUNET ET ALII, The first australopithecine 2500 kilometres west of the Rift Valley (Chad), in Nature, 378, 1995, pp.
273-275.
119
3.6. Un periodo ancora confuso
3.6.1 L’Australopithecus africanus115
Per l’arco di tempo tra 3 e 2,4 Ma la più importante documentazione di Ominidi fossili
proviene dal Sudafrica, mentre quella dell’Africa orientale, così ampia e significativa per le
epoche precedenti, appare lacunosa e frammentaria tra 3 e 2,4 Ma.
Negli strati della fine del Pliocene del Sudafrica sono stati scoperti numerosi resti di Ominidi,
databili tra 3 e 2,5 Ma e attribuibili per la maggior parte a un’unica specie, l'Australopithecus
africanus. Il nome fu introdotto da Raymond Dart, professore di anatomia all’università di
Witwatersrand (Johannesburg), che nel 1925 pubblicò il cranio fossile di un bambino
rinvenuto l’anno prima a Taung116.
Le ricerche sugli ominidi sudafricani furono riprese da un medico di origine scozzese, Robert
Broom (1868-1951). Dopo aver esercitato la professione di medico in Australia, Broom si
trasferì nel 1897 nel Sudafrica, dove per molti anni fece il medico condotto, ma nello stesso
tempo coltivò anche gli studi di anatomia comparata e di paleontologia. La scoperta di Taung
aveva stimolato il suo interesse per la paleoantropologia. Broom condivideva l’interpretazione
che del fossile di Taung era stata data da R. Dart. Insegnò per cinque anni zoologia e geologia
al Victoria College di Stellenbosch, costituendo importanti raccolte di fossili provenienti dai
bacini del Karoo. Nel 1934, all’età di 66 anni, ritiratosi definitivamente dall’attività di
medico, fu nominato conservatore paleontologo del Transvaal Museum di Pretoria. Allo
scopo di ottenere nuovi fossili di ominidi condusse ricerche nelle cave di calcare dei dintorni
di Pretoria e in quelle nei pressi di Krugersdorp, una sessantina di km a ovest di Pretoria. In
cima alla collina di Sterkfontein, a 10 km da Krugersdorp, vi erano alcune caverne con brecce
ossifere ed in una di queste era attiva una cava di calcare. Due studenti di R. Dart, G.W.H.
Schepers e H. le Riche, vi recuperarono diversi resti fossili di babbuino e di altri animali, che
mostrarono a Broom. Le ricerche furono quindi indirizzate nella caverna principale di
115
Per questo paragrafo ci siamo basati principalmente su: W.E. LE GROS CLARK, The fossil evidence for human evolution,
The University of Chicago Press, 1964 (2nd edit.); ID., Man-Apes or Ape-men? The Story of Discoveries in Africa, New
York 1967 (trad. italiana: Scimmie-Uomo o Uomini-Scimmia?, Milano 1973); R.A. DART, D. CRAIG, Adventures with the
Missing Link, London 1959; R. BROOM, Finding the Missing Link, trad. italiana Alla ricerca dell’anello mancante, Milano,
1955; H. DE LUMLEY (ed.), Origine ed evoluzione dell’uomo, Milano, 1985, pp. 97 e ss,; P. TOBIAS, Il bipede barcollante,
Torino 1992; R.G. KLEIN 1995, p. 77 e ss.
116
R.A. DART, Australopithecus africanus: the Man-ape of South Africa, in Nature, CXV, 7.02.1925.
120
Sterkfontein, destinata a diventare uno dei luoghi fondamentali per lo studio delle origini
umane.
Le caverne di Sterkfontein
Sterkfontein è una bassa collina sulla destra del fiume Bloubank, all’interno della riserva
naturalistica Isaac Edwin Stegmann, 9,5 km a nord-ovest di Krugersdorp nella provincia di
Gauteng. A poco più di un km verso sud-ovest si trova Swartkrans e a 1,6 km verso nord-est
Kromdraai, entrambe importanti località fossilifere. Le caverne di Sterkfontein sono ubicate a
1480 m di quota, presso la sommità della collina che raggiunge i 1486 m. Il nome significa
“strong fountain” e deriva dal nome del vecchio ufficio postale posto all’incrocio stradale.
Sulle colline dolomitiche intorno a Krugersdorp vi sono altre tre importanti località che hanno
restituito fossili di ominidi: Gladysvale, Drimolen e Coopers. Nel 1999 tutta quest’area è stata
iscritta dall’Unesco nella “World Heritage List”.
Le caverne di Sterkfontein e di altre località della valle del Bloubank e della regione del
Gauteng si aprono nel calcare dolomitico pre-Cambriano e sono di origine carsica; la loro
formazione risale a circa 20-30 milioni di anni fa in seguito alla lenta azione dell’acqua della
falda freatica contenente in soluzione ossido di carbonio, che con l’acqua forma acido
carbonico, il quale infiltrandosi nelle spaccature e nelle fessurazioni scioglie lentamente il
carbonato di calcio della roccia dolomitica dando origine a cavità sotterranee. Quando
all’incirca cinque milioni di anni fa la falda freatica si abbassò, le acque superficiali
continuarono la loro azione di dissolvimento della dolomite e percolando nelle cavità
precedentemente formatesi depositarono il carbonato di calcio sotto forma di stalattiti e
stalagmiti, mentre al di sotto della falda si formavano nuove cavità più profonde. In seguito i
processi di erosione e di dilavamento della superficie portarono alla formazione di aperture,
attraverso cui penetravano nelle caverne sotterranee terra, detriti rocciosi e ossa di animali,
che si accumulavano costituendo un deposito di versante (talus). Lo stillicidio del carbonato
di calcio ha cementato lentamente il deposito, trasformandolo in una roccia di colore arancio
bruno denominata breccia. Alla fine, con il progredire dell’erosione della superficie, la volta
delle caverne è parzialmente crollata e spazzata via, portando in esposizione i depositi di
breccia.
Le caverne di questa regione non furono quindi abitate dagli ominidi, ma le loro ossa come
quelle di altri animali quali iene, felini, scimmie e antilopi, sono finite nelle caverne in seguito
ai fenomeni di dilavamento o in seguito a cadute accidentali nelle strette aperture che
121
funzionavano da inghiottitoio.
Le caverne di Sterkfontein si sviluppano per un centinaio di metri su due livelli. Quello
superiore è in collegamento con la superficie attraverso numerose aperture, quello inferiore, a
40 m di profondità, ospita un lago sotterraneo e presenta numerose formazioni stalattitiche e
stalagmitiche. Una parte delle caverne è visitabile dal pubblico: attraverso l’ingresso
meridionale si scende in un’ampia camera (tourist cave), che conduce a una sala con grandi
stalattiti che pendono dal soffitto e un lago sotterraneo dalle acque di una chiarezza cristallina.
Le popolazioni locali attribuiscono a queste acque proprietà medicamentose, in particolare per
la cura della cecità. Prima di raggiungere il lago vi è un deposito di breccia collassato dal
livello superiore. Proprio al di sopra di questo deposito si trova un pozzo lungo e stretto che
conduce alla vecchia cava di calcare e ai massicci depositi di breccia che sono oggetto delle
ricerche da parte della Palaeo-Anthropological Research Unit dell’università del
Witwatersrand.
La scoperta delle brecce ossifere di Sterkfontein è avvenuta tra il 1895 e il 1897. Nel 1895
Hans P. Thomasset aprì una cava per il calcare. Nel 1896 l’italiano Guglielmo Martinaglia,
cercatore d’oro e di calcare, per la prima volta trovò l’ingresso della caverna facendo brillare
con l’esplosivo il deposito che l’ostruiva. Un gruppo di collegiali del Marist Brothers College
di Johannesburg vi recuperò nel 1895 i primi fossili di animali. Una compagnia mineraria aprì
una cava per lo sfruttamento della breccia, che veniva estratta con la dinamite e bruciata nei
forni per produrre calce, mentre la breccia che non aveva valore commerciale veniva
accumulata in scarichi nei pressi della cava. Fin dal 1897 David Draper indusse la compagnia
a proteggere il livello inferiore delle caverne dalle distruzioni vandaliche da parte di cercatori
di stalattiti e di fossili. Già a Dart, in seguito alla scoperta di Taung, erano state inviate ossa
fossili di Sterkfontein, ma avendole giudicate più recenti rispetto a Taung R. Dart non vi
intraprese alcuna ricerca. Quando Robert Broom visitò per la prima volta Sterkfontein il 9
agosto 1936 vide su un tavolo una piccola esposizione di fossili che erano offerti in vendita ai
visitatori domenicali delle caverne.
Le ricerche a Sterkfontein hanno conosciuto quattro fasi. La prima tra il 1936 e il 1939 fu
condotta da R. Broom con l’aiuto di Schepers e portò alla scoperta dei primi fossili di
ominidi. Il 17 agosto del 1936 venne alla luce un calco endocranico naturale, che conservava i
2/3 anteriori e la sommità del cranio. Nei giorni successivi furono recuperati la base del
cranio, parte dei parietali e del frontale, del mascellare e la mandibola. Nel settembre del 1937
122
sempre nella stessa cava, ma in un punto differente e stratigraficamente inferiore furono
scoperti un mascellare femminile con quattro denti ben conservati, parte della faccia di un
adulto maturo con i denti molto consumati, la parte distale di un femore, un osso del polso. La
scoperta nel 1937 di una mandibola infantile, giudicata da Broom differente da quella di
Taung, lo indusse ad attribuire i fossili di Sterkfontein a un nuovo genere denominato
Plesianthropus transvaalensis, letteralmente “quasi uomo del Transvaal”. Nel 1939 i lavori
della cava di Sterkfontein furono interrotti a causa della caduta del prezzo della calce.
La seconda fase delle ricerche vede ancora protagonista R. Broom, che dietro
incoraggiamento del generale Jan Smuts e con l’assistenza di John T. Robinson, riprese le
indagini nel 1947 nel luogo in cui era stato scoperto il primo cranio. Furono subito trovati
nuovi resti di Australopithecus, fra cui un cranio quasi completo (Sts 5), rotto in due pezzi
durante l’estrazione dalla breccia ma tra loro combacianti. Venne soprannominato Mrs. Ples
perché ritenuto femminile. La scoperta fece epoca, poiché finalmente si aveva il cranio ben
conservato di un individuo adulto di Australopithecus africanus e si poteva stabilire con
sicurezza che l’aspetto del bambino di Taung una volta divenuto adulto non sarebbe stato
quello di uno scimpanzé o di un gorilla, come pretendevano gli oppositori di R. Dart, ma di un
vero ominide. Una placchetta di metallo sulla parete della “Old Lime Quarry” ricorda il punto
della scoperta del cranio 5 e all’uscita della visita turistica delle caverne di Sterkfontein è stata
collocata una statua in bronzo di R. Broom che tiene fra le mani il cranio di Mrs. Ples.
Gli ominidi scoperti in queste due prime fasi sono contrassegnati dalla sigla STS, assommano
a circa un centinaio e sono conservati al Transvaal Museum di Pretoria.
Nuove ricerche a Sterkfontein furono condotte tra il 1956 e il 1958 da C. K. Brain e J. T.
Robinson. Brain scoprì nei livelli superiori utensili di pietra scheggiata e nuovi resti di
ominidi che furono attribuiti a un nuovo genere, Telanthropus, e in seguito riassegnati al
genere Homo.
Con il 1966 ebbe inizio la quarta fase delle ricerche a Sterkfontein sotto la direzione del prof.
Philip V. Tobias, successore di Dart nella cattedra di anatomia all’università del
Witwatersrand, con l’assistenza sul campo di Alan Hughues fino al 1991, e in seguito, dal
1991 sotto la direzione del dr. Ron Clarke. Dal 1966 ad oggi le ricerche non si sono mai
interrotte. La famiglia Stegmann ha donato all’università del Witwatersrand le caverne di
Sterkfontein, che sono aperte al pubblico per una visita turistica. E’ possibile osservare l’area
degli scavi ed è stato allestito un piccolo museo.
123
I resti di ominidi scoperti dal 1966 in poi ammontano ad oltre 600 e recano la sigla STW. Gli
scavi dell’università del Witwatersrand hanno inoltre recuperato migliaia di ossa di animali
fossili, oltre 300 frammenti di legno fossilizzato e qualche migliaio di utensili litici, per la
maggior parte provenienti dagli strati superiori. Tra le scoperte più importanti, oltre a quelle
recentissime avvenute nel membro 2 già precedentemente ricordate, vi è un cranio
relativamente ben conservato di Australopithecus africanus, rinvenuto nel 1989 nel membro
stratigrafico 4 (STW 505) ed uno scheletro parziale di adulto maschio (STW 431), sempre dal
membro 4. Dal più recente membro 5 proviene il cranio STW 53, scoperto nel 1976 ed
attribuito ad Homo habilis.
La precisa datazione degli ominidi fossili rinvenuti nelle brecce ossifere delle caverne
sudafricane ha sempre costituito un problema di difficile soluzione. Innanzitutto, bisogna
tenere presente che molti ritrovamenti effettuati prima del 1966 sono privi di precise
indicazioni stratigrafiche. Quando Broom volle riprendere le sue ricerche nel 1947, la
Historical Monuments Commission negò il permesso, poiché Broom non aveva nella sua
équipe “un geologo competente”. Broom riteneva di essere lui stesso un competente geologo
e di conoscere le caverne con brecce ossifere del Sudafrica meglio di qualunque altro. Forse
aveva ragione, tuttavia la geologia dei riempimenti di queste caverne si rivelerà di estrema
complessità. Broom iniziò egualmente le sue ricerche e la questione venne appianata con
l’intervento del generale Smuts e con la scoperta del cranio di Mrs. Ples.
La geologia delle caverne sudafricane fu in seguito studiata accuratamente da T.C. Partridge
e C. K. Brain, mentre la fauna venne studiata da R.F. Ewer, F. Lavocat e in seguito da
Elisabeth Vrba. Nelle caverne di Sterkfontein sono stati distinti 6 membri o unità, 5 in quelle
di Makapansgat, Swartkrans e Kromdraai B est. La caverna di Taung venne completamente
distrutta prima che potessero essere effettuati studi geologici e paleontologici.
I riempimenti delle cavità carsiche sono molto complessi, poiché in seguito ai crolli strati
recenti possono trovarsi sia al di sotto che al di sopra di strati più antichi, e in seguito a
infiltrazioni nelle fenditure dei depositi a breccia resti fossili recenti possono apparire allo
stesso livello di altri più antichi. Ciò spiega l’aspetto a volte eterogeneo della fauna, con
miscuglio di forme più antiche e più recenti. A queste difficoltà si aggiunge il fatto che
mancano materiali di origine vulcanica che si prestino all’effettuazione di datazioni
radiometriche.
124
Le indicazioni cronologiche più sicure vengono dalla combinazione del metodo biostratigrafico con quello del paleomagnetismo.
I più antichi ominidi sudafricani - Little Foot, di cui abbiamo già parlato - sono stati scoperti
nel membro 2 di Sterkfontein, che viene datato tra 3,6 e 3,2 Ma. I resti di Australopithecus
africanus provengono dal membro 3 di Makapansgat, che la polarità inversa e le faune
collocano tra 3,3 e 2,9 Ma, e dal membro 4 di Sterkfontein, caratterizzato da polarità normale
(crono Gauss) e da faune confrontabili con quelle databili tra 3,0 e 2,6 Ma in Africa orientale.
Recentemente è stato fatto un tentativo di datazione del membro 4 di Sterkfontein con il
metodo ERS (risonanza elettromagnetica dello spin), utilizzando lo smalto dei denti dei
bovidi, ma il risultato di 2,1 ± 0,5 Ma appare un po’ recente rispetto a quanto sembra indicato
dalla fauna. I resti di Australopithecus/Paranthropus robustus provengono dal membro 5 di
Sterkfontein, dal membro 3 di Kromdraai, dal membro 1 di Swartkrans e da Drimolen,
caratterizzati da polarità inversa (crono Matuyama) e da fauna collocabile alla transizione
Pliocene-Pleistocene e all’inizio del Pleistocene, quindi tra 2,6/2,0 e 1,5/1,0 Ma. Alcuni resti
di Paranthropus dalle unità 2 e 3 di Swartkrans sono più recenti del membro 5 di Sterkfontein
e possono scendere fino a 1 Ma. Recentemente alcuni autori hanno ringiovanito tutta la
cronologia di Sterkfontein, sostenendo che il membro 2 non può essere più antico di 3 Ma e
che il membro 4 sia da collocare tra 2,5 e 1,5 Ma.
Anche se numerosi problemi circa la sua esatta datazione e la sua eventuale contemporaneità,
almeno a partire da un certo momento, con altre forme più avanzate di ominidi, non possono
per ora essere risolti in modo definitivo, gli esempi più
notevoli di Australopithecus
africanus (o gracilis), quelli di Makapansgat e di Sterkfontein, databili al periodo di polarità
normale di Gauss tra 3,0 e 2,6 Ma, presentano una bipedia permanente, dimostrata dal bacino
di tipo umano, largo e svasato, con l’osso iliaco corto e ampio, un’incisura sciatica ben
sviluppata e una spina iliaca antero-inferiore molto robusta. Altri aspetti del bacino
differiscono dall’uomo, come la marcata svasatura verso l’esterno dell’osso iliaco e la
proeizione in avanti della spina iliaca antero-superiore, che sembrano indicare una bipedia
meno perfetta che nell'uomo. La morfologia del femore e la posizione del foramen magnum
del cranio confermano la bipedia dell’Australopithecus africanus. Particolarmente importante
è STS 14, poiché comprende oltre al bacino anche molte vertebre. Le vertebre lombari sono
sei, una più che nell’uomo.
125
L'altezza di questo australopiteco è calcolata intorno a 1-1,25 m; il peso sui 25-30 kg.
L’Australopithecus africanus aveva ancora braccia molto lunghe – l’indice omero-femorale è
in media 79-80 – e dita della mano e dei piedi ricurve, tutti aspetti pitecoidi che indicano una
abilità di arrampicatore sugli alberi.
Il cranio mostra tendenze umane più modeste: la faccia è proiettata in avanti rispetto al
neurocranio, il rapporto tra neurocranio e splancnocranio è più simile a quello delle scimmie
antropomorfe che non a quello dell’uomo, la capacità cranica (che oscilla tra i 370 e i 518
cm3) è molto bassa, ma più alta, relativamente alle dimensioni corporee, che in qualsiasi
Pongide (tra parentesi sono riportate le stime iniziali successivamente corrette):
STS 71
370 cm3 (428)
STS 19/58
436
STS 37-38
435
STS 5
485
STW 505
518
Makap 1
500 ± 20
Taung
440
(625)
La media, escluso Taung, è di 457,33 cm3, praticamente eguale a quella dell’afarensis.
Nonostante questi aspetti primitivi, vi sono anche caratteri morfologici più evoluti rispetto
all’Australopithecus afarensis e di tipo prettamente umano: l'arcata dentaria è parabolica, la
dentatura, con premolari e molari ridotti rispetto agli incisivi e ai canini, delinea per la prima
volta una chiara tendenza verso l'onnivoria. Rispetto all’afarensis premolari e molari sono
più grandi, e i denti anteriori un po’ più piccoli, mentre l’usura dei canini, che sono di
dimensioni più ridotte, non produce margini taglienti ed è assente il diastèma caninopremolare e canino-incisivo. Le dimensioni dei denti denunciano l’esistenza di un dimorfismo
sessuale. L’ingrossamento della dentatura posteriore indica un cambiamento nella dieta, con
cibo più duro da masticare.
L’analisi microscopica della superficie dei molari mostra graffiature e fossette che sembrano
prodotte dalla masticazione di sottili particelle abrasive contenute in molte foglie e frutti, un
modello di usura della superficie masticatoria simile a quello degli scimpanzé e dei gorilla,
che come è noto si nutrono sopratutto di fogliame e frutta. Tuttavia, l’analisi della
composizione chimica dello smalto dei denti condotta su quattro campioni da Matt
Sponheimer e Julia Lee-Thorp, dell’università di Città del Capo, in particolare la
126
determinazione del tasso di 13C, ha mostrato valori intermedi tra quelli dei mangiatori di frutta
e inferiori a quelli degli animali che si nutrono di erbe e di carici. Il dato sembra dimostrare
che gli Australopiteci non mangiavano soltanto frutta e fogliame, ma anche piante erbacee
oppure animali erbivori e di conseguenza bisogna ritenere che si muovessero dagli alberi nella
savana per nutrirsi di radici o di semi di qualche pianta erbacea o per praticare lo
sciaccallaggio.
È incerto se l'Australopithecus africanus fabbricasse strumenti, ma è molto probabile che
usasse strumenti naturali, in particolare pietre naturalmente scheggiate, ossa lunghe e pesanti,
denti e corna animali, bastoni di legno (la cosiddetta cultura osteodentocheratica di R. Dart o
fase protoculturale), anche se nessuna conclusione definitiva è stata raggiunta su questo
argomento117.
3.6.2 Il significato evolutivo della bipedia
Per quanto la bipedia avvicini l’afarensis e l’africanus all’uomo, le differenze con il genere
Homo, pur senza considerare neurocranio e statura, sono ancora molto significative: gli
Australopiteci hanno gambe relativamente corte, le articolazioni del ginocchio meno
sviluppate, piedi ancora abbastanza piatti e con falangi leggermente incurvate, braccia ancora
molto lunghe, spalle più mobili, dita della mano lunghe e ricurve. Erano, quindi, creature a
stazione eretta e locomozione bipede, ma che si muovevano con un’andatura diversa dalla
nostra ed erano capaci di utilizzare gli arti anteriori per arrampicarsi e muoversi rapidamente
sugli alberi.
La comparsa della bipedia ha segnato l’inizio di un percorso evolutivo che condurrà al
genere Homo e alla nostra stessa specie. In principio era il piede, con questa affermazione si
apre il libro Our species, dell’antropologo americano Marvin Harris. La differenziazione del
piede dalla mano ha reso possibile l’andatura bipede al suolo, la caratteristica fondamentale di
tutti gli ominidi. Già Darwin nel 1871 aveva compreso che questo era stato il cambiamento
decisivo, poiché consentiva di avere le mani libere per trasportare cibo e oggetti. “Le mani e
le braccia difficilmente avrebbero potuto perfezionarsi in maniera tale da poter costruire armi
o scagliare con precisione pietre e lance fino a quando fossero state utilizzate in maniera
abituale per la locomozione e per sostenere il peso del corpo”. A differenza degli ominidi, le
117
A questo proposito cfr. C.K. BRAIN, The Hunters or the Hunted? An intoduction to African Cave Taphonomy, The
University of Chicago Press 1981 e P. TOBIAS, Il bipede barcollante, Torino 1992.
127
grandi scimmie antropomorfe, scimpanzé, gorilla, orango, sono quadrumani, hanno cioè un
piede prensile, che si differenzia poco dalla mano e sono perciò brachiatori o camminatori
sulle nocche, non quadrupedi. Come abbiamo visto in precedenza, the last common ancestor
degli scimpanzè e degli ominidi non era certamente un brachiatore o un knuckle walking, ma
un arboricolo palmigrado di ambiente forestale.
L’Ardipithecus testimonia il momento iniziale di un processo che sotto la pressione della
selezione naturale condurrà gli ominidi a vivere in ambienti sempre meno forestali e in spazi
sempre più aperti e sempre più ampi. La comparsa dell’andatura bipede, che rappresenta
l’inizio della storia evolutiva degli ominidi, si ricollega quindi alle modifiche ambientali
verificatesi in Africa verso la fine del Miocene e nel corso del Pliocene: l’areale delle foreste
si ridusse e si espanse quello delle praterie erbose e della savana. In questo nuovo habitat non
potevano sopravvivere brachiatori o camminatori sulle nocche, che infatti rimasero confinati
nella foresta pluviale a occidente della Rift Valley. Nell’ambiente della savana boscosa o in
quello della savana aperta potevano sopravvivere soltanto primati quadrupedi, come i
babbuini, oppure scimmie antropomorfe che avessero adottato un nuovo modo di
locomozione, la bipedia, e questi furono gli ominidi. Il processo fu molto lento e graduale e si
svolse nell’arco di qualche milione di anni. Tuttavia, il percorso dell’evoluzione è determinato
non solo dalla pressione selettiva dell’ambiente, ma anche dalle caratteristiche pre-esistenti di
un organismo vivente, cioè dal suo passato evolutivo. Poiché i nostri antenati, l’ancient
member comune a scimpanzè e ominidi, certamente non erano nè quadrupedi terricoli, né
brachiatori o camminatori sulle nocche, la via obbligata per adattarsi a vivere in un ambiente
aperto come la savana era la bipedia118.
La documentazione fossile ci mostra che gli ominidi diventarono bipedi molto tempo prima di
essere dotati di un grande cervello, cioè di diventare intelligenti nel senso umano del termine,
ma qual’è il significato della bipedia dal punto di vista di un migliore adattamento
all’ambiente, quali vantaggi adattivi e quindi di maggiori probabilità di sopravvivenza la
nuova forma di deambulazione procurava?
Le ossa delle dita delle mani e dei piedi leggermente ricurve, la lunghezza dell’omero di
poco inferiore a quella del femore, quindi braccia lunghe e gambe corte, statura bassa sono
118
“Giù dagli alberi”: il romanzo di ROY LEWIS, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (1960) racconta
esperienze e tribolazioni di una famiglia: il padre ambizioso è proiettato verso il futuro, lo zio Vania è convinto
che scendere dagli alberi sarebbe un grave errore e insiste a rimanere arboricolo.
128
tutte caratteristiche che rendono agevole arrampicarsi velocemente sugli alberi e dimostrano
che per i più antichi bipedi arrampicarsi sugli alberi era ancora estremamente importante. Ma
nello stesso tempo la morfologia del femore e del bacino, l’articolazione del ginocchio e la
morfologia delle ossa del piede ci parlano del fatto che gli ominidi vissuti tra 5 e 3 Ma erano
capaci di andatura bipede al suolo e che acquisirono questa capacità prima ancora di
sviluppare un cervello di dimensioni maggiori rispetto a quello di una scimmia antropomorfa.
Anche la dentatura aveva cominciato ad acquistare caratteristiche umane e ad allontanarsi per
forma e dimensioni, per lo spessore dello smalto e per le dimensioni relative di alcuni denti in
rapporto ad altri dalla dentatura tipica delle grandi scimmie antropomorfe. Ciò indica funzioni
masticatorie differenti e quindi una dieta almeno in parte differente.
Qual’è il significato evolutivo della bipedia? Quali vantaggi comporta l’acquisizione della
bipedia ai fini del procacciamento del cibo, della difesa dai predatori, della possibilità di avere
una discendenza più numerosa?
La differenziazione del piede dalla mano vuol dire avere le mani liberate dalle funzioni della
locomozione e quindi libere di manipolare, fabbricare utensili e trasportare cose e cibo, come
già Darwin aveva compreso. Tuttavia, la fabbricazione di utensili comparirà soltanto dopo
qualche milione di anni dalla prima comparsa della bipedia e inoltre abbiamo visto come i più
antichi ominidi fossero ancora legati, almeno in parte, a una vita arboricola e avessero una
grande abilità e certamente la necessità di arrampicarsi sugli alberi per sfuggire ai predatori.
La bipedia non solo si è affermata prima della capacità di fabbricare utensili, ma anche prima
che gli ominidi si diffondessero nella savana. Se un primate avesse dovuto diventare bipede
dopo essersi diffuso nella savana, non ne avrebbe mai avuto la possibilità perché si sarebbe
rapidamente estinto in quanto facile preda per i carnivori. La bipedia, infatti, non è il modo di
locomozione più efficiente per spostarsi rapidamente in un habitat aperto, i quadrupedi sono
di gran lunga più veloci dei bipedi.
Nel 1981 Owen Lovejoy ha proposto una teoria sul perché della stazione eretta e della
bipedia119. Secondo Lovejoy il sistema di locomozione non può essere considerato
separatamente da tutte le altre caratteristiche del comportamento, perché fa parte di una
strategia globale di sopravvivenza ed è soltanto in quest’ottica che possiamo comprenderne il
significato. Per quanto riguarda la riproduzione nel mondo animale esiste una stretta
correlazione tra tasso di natalità e cure parentali: più è basso il tasso di natalità, più intense
129
sono le cure parentali, mentre più alto è il tasso di natalità, più scarse sono le cure parentali.
Le grandi scimmie antropomorfe hanno un tasso di natalità minimo, un figlio ogni cinque o
sei anni, e quindi le cure parentali assumono grande importanza, perché da esse dipende la
sopravvivenza dei piccoli e la continuità della specie. All’estremo opposto, gli animali che
producono enormi quantità di uova, ad es. i molluschi o i pesci, non prestano alcuna cura
parentale alla prole. In questo caso l’unica possibilità di perpetuare la specie è quella di
produrre grandissime quantità di uova, la quasi totalità andranno perdute, ma almeno alcune
potranno giungere fino alla maturità. Inoltre, c’è un rapporto tra basso numero di nascite e
maggiori cure parentali da una parte e un cervello di maggiori dimensioni, maggiore
intelligenza ed una dipendenza più prolungata della prole dai genitori dall’altra. In altre
parole, piccolo numero di figli, più intense cure parentali, maggiore sviluppo del quoziente di
intelligenza, infanzia prolungata e comportamenti sociali complessi sono strettamente
collegati e interagiscono tra loro con un effetto di feed-back.
Poiché le scoperte paleontologiche hanno dimostrato che la bipedia è comparsa qualche
milione di anni prima della fabbricazione di utensili artificiali, la vecchia ipotesi che
collegava locomozione bipede e fabbricazione di utensili deve essere accantonata. Certamente
la bipedia ha in seguito reso possibile la fabbricazione degli strumenti artificiali, ma le ragioni
iniziali della bipedia devono essere altre.
Gli scimpanzé hanno un figlio ogni 5-6 anni, perché una femmina non può allevare più di un
figlio per volta. Un tasso di natalità così basso costituisce un rischio di estinzione. Secondo
Lovejoy la bipedia degli ominidi è strettamente connessa a un maggiore tasso di natalità. Gli
ominidi hanno aumentato la natalità, le nascite sono diventate più ravvicinate e una madre è
stata in grado di allevare due o tre figli per volta. Questo ha comportato una forte diminuzione
della mobilità della femmina e richiesto una maggiore cooperazione sociale all’interno del
gruppo. Se la femmina si sposta di meno, ha bisogno dell’aiuto del maschio per
l’approvvigionamento del cibo. La spartizione del cibo consente questa nuova strategia
riproduttiva. I maschi si sarebbero fatti carico di rifornire le femmine di cibo, liberandole dal
gravoso compito della ricerca del cibo e consentendo loro di avere più tempo per curare la
prole. Ma per trasportare il cibo e condividerlo, il maschio deve possedere l’andatura bipede
e avere le mani libere. Poiché la sopravvivenza dei piccoli dipende dal livello delle cure
parentali, la capacità di trasportare il cibo e di condividerlo aumenta notevolmente il livello
119
C.O. LOVEJOY, The Origin of Man, in Science, 211, 1981, pp. 341-350.
130
delle cure che la madre può fornire ai figli. Se i maschi nutrono le femmine e i piccoli,
l’intervallo tra le gestazioni può essere notevolmente ridotto.
Ma perché mai un maschio avrebbe dovuto approvvigionare di cibo la femmina e i suoi
cuccioli? Ciò è possibile soltanto se si formano dei legami permanenti tra il maschio e la
femmina e il legame di coppia presuppone altri cambiamenti significativi: la scomparsa
dell’estro nella femmina, e quindi la scomparsa della competizione violenta tra i maschi per
l’accesso alle femmine, una ricettività sessuale permanente della femmina, una
differenziazione epigamica che favorisca le scelte individuali, ad es. la comparsa di un seno
voluminoso nelle femmine che compensa la perdita dell’estro visibile, tipico dei primati. Da
qui a dire che nasce l’amore tra l’uomo e la donna il passo è breve.
Questa teoria è stata in voga per alcuni anni ed ha avuto il merito di richiamare l’attenzione
sul fatto che tra le caratteristiche fondamentali dell’uomo non ci sono soltanto la stazione
eretta e la locomozione bipede, la riduzione della dentatura anteriore e la maggiore
importanza di quella posteriore, un grande cervello e la capacità di fabbricare strumenti
artificiali, ma anche un comportamento sessuale e una strategia riproduttiva che non hanno
confronti negli altri primati (scomparsa dell’estro visibile nelle femmine, loro ricettività
permanente, copulazione senza più rapporto con l’ovulazione, sviluppo di caratteristiche
epigamiche in entrambi i sessi come un grande pene e seni voluminosi). Tuttavia, è almeno in
parte contraddetta da una serie di fatti. Se fosse vero che già in quest’epoca remota fosse
scomparso nelle femmine l’estro, non si spiegherebbe la permanenza di un certo grado di
dimorfismo sessuale, documentato dai resti fossili degli Australopiteci. Un seno femminile
voluminoso, tipico della specie umana anatomicamente moderna, non può che essere in
relazione all’allattamento della prole: infatti, una volta scomparso il prognatismo facciale, il
neonato rischiava il soffocamento durante la suzione, quindi esiste una correlazione precisa
tra seno piatto e prognatismo facciale e seno voluminoso e faccia ortognata. Il voluminoso
seno femminile della nostra specie non può che essere un’acquisizione relativamente recente,
di pari passo con la progressiva riduzione del prognatismo facciale.
Più convincenti sembrano altre teorie proposte per spiegare l’adozione della stazione eretta e
della locomozione bipede da parte degli ominidi120. Verso la fine del Miocene e nel corso del
Pliocene la compatta e densa foresta pluviale è andata incontro a una progressiva riduzione e
frammentazione, gli spazi lasciati liberi dalla foresta sono stati occupati dalla savana boscosa,
131
un ambiente di transizione, e in seguito dalla savana aperta. Per una specie arboricola e
frugivora come i nostri antenati la riduzione della copertura arborea ha comportato una
dispersione delle risorse alimentari in tanti nuclei separati l’uno dall’altro da spazi aperti più o
meno estesi. Per ottenere la stessa quantità di cibo era necessario spostarsi frequentemente da
un sito all’altro attraversando spazi aperti e per questi spostamenti la locomozione bipede a
grandi passi era senza dubbio un modo di deambulazione più efficiente del camminare sulle
nocche tipico dello scimpanzè e del gorilla. Col diffondersi delle praterie e delle savane a
spese della foresta molte grandi scimmie antropomorfe andarono incontro all’estinzione e
soltanto una specie riuscì ad adattarsi alle nuove condizioni, camminando velocemente su due
piedi per raggiungere i gruppi isolati di alberi e i nuclei residui di foresta.
La bipedia ha certamente consentito tutta una serie di altri vantaggi, come poter trasportare
cibo sugli alberi, trasportare i piccoli durante gli spostamenti, guardare al di sopra delle erbe
alte della prateria per meglio controllare l’ambiente e segnalare la presenza di eventuali
pericoli, diminuire lo stress termico riducendo la superficie corporea esposta alla radiazione
solare.
120
R. FOLEY, Gli umani prima dell’umanità, Roma, 1999, p. 170 e ss.
132
CAPITOLO 4
Il primo Homo
4.1 Gli Ominidi si adattano a un nuovo habitat, la savana
Il genere Paranthropus (Australopiteco robusto)121.
Dalle caverne con brecce ossifere del Sudafrica proviene anche un ominide diverso
dall’Australopiteco, per il quale Robert Broom coniò il termine di Paranthropus,
individuando una specie robustus a Kromdraai e una specie crassidens a Swartkrans. In
seguito queste due specie vennero riunite insieme, attribuendole al genere Australopiteco e si
parlò di tipo robusto in contrapposizione al tipo gracile rappresentato dall’africanus. Più
recentemente si è tornati ad adottare la vecchia denominazione di Paranthropus creata da
Broom, ma riunendo gli esemplari di Kromdraai e Swartkrans in un’unica specie robustus.
ominidi fossili simili al Paranthropus robustus sono stati scoperti, a partire dal 1959, anche
nell’Africa orientale, dapprima nel livello I di Olduvai, da cui proviene il cranio classificato
da Louis Leakey come Zinjanthropus boisei, e poi in altre località, sopratuttto del Turkana.
Questi esemplari sono ora riuniti in una specie ritenuta diversa da quella sudafricana, ma
attribuita allo stesso genere, Paranthropus boisei.
Le prime scoperte furono effettuate nel 1938 a Kromdraai da parte di un ragazzo, Gert
Terblanche, e vennero a conoscenza di R. Broom che riuscì ad acquistare un palato, una
mandibola priva del ramo ascendente, alcuni denti e a recuperare sul luogo del rinvenimento
frammenti di temporale ed altri due denti. Con questi materiali Broom potè ricostruire
121
Per la bibliografia cfr. nota 95 più P.V. TOBIAS, Olduvai Gorge, vol. 2, The Cranium and Maxillary Dentition of
Australopithecus (Zinjanthropus) boisei, Cambridge University Press, 1967; A. WALKER, R.E.F. LEAKEY, Gli ominidi del
Turkana orientale, in Le Scienze, n. 122, ottobre 1978, pp. 36-55; A.C. WALKER ET ALII, 2,5 Myr Australopithecus boisei
from west of Lake Turkana, in Nature, 322, 1986, pp. 517-522; A.W. KEYSER, The Drimolen skull: the most complete
australopithecine cranium and mandible to date, in South African Journal of Science, 96, 2000, pp. 189-197.
133
parzialmente un cranio. Nel febbraio del 1941 a brevissima distanza dal punto del primo
ritrovamento Broom scoprì una mandibola di bambino dell’età di circa tre anni, non ben
conservata, ma con l’intera serie dei denti da latte tranne il primo incisivo. Venne alla luce
anche una serie di ossa post-craniche: frammenti di un omero e di un’ulna, metacarpi, falangi
e un astragalo.
Nel 1948 Broom lavorò a Swartkrans insieme a Wendell Philipps dell’università della
California. Qui furono scoperti gran parte di una mandibola, molari e incisivi superiori isolati,
parte di un palato e delle ossa della faccia di un individuo probabilmente femminile.
Continuando i lavori con l’assistenza di John Robinson, nell’aprile 1949 venne alla luce una
mandibola e nel giugno dello stesso anno i resti di tre crani. Broom attribuì questi fossili a una
nuova specie, Paranthropus crassidens, che significa “quasi uomo dai grossi denti”.
Nel 1992 una nuova caverna con resti di ominidi è stata scoperta da A. W. Keyser a
Drimolen, circa 7 km a nord di Sterkfontein. Fino ad ora sono stati rinvenuti più di 80 resti di
ominidi, fra cui un cranio completo anche di mandibola (DNH 7), scoperto nell’ottobre 1994,
una mandibola con tutti i denti (DNH 8), diversi frammenti di mandibole e mascellari e di
ossa del bacino e degli arti. Molti sono i denti isolati. La quasi totalità dei reperti appartiene al
Paranthropus robustus, ma alcuni frammenti del cranio e della mandibola di un individuo
giovane sono di Homo non meglio specificato.
Nell’Africa orientale sono stati scoperti resti appartenenti al genere Paranthropus a Olduvai e
a Peninj in Tanzania, a Chesowanja e a Ileret (Turkana orientale) in Kenya, nella valle
dell’Omo e a Konso in Etiopia. I ritrovamenti dell’Africa orientale sono meglio databili di
quelli sudafricani. Nel 1959 la scoperta del cosiddetto Ziniantropo nel sito FLK I dello strato I
di Olduvai fornì l’occasione per la prima datazione di un ominide con il nuovo metodo del KAr. La sua età risultò di circa 1,75 Ma. Dal sito TK-BK II nello strato superiore, datato tra 1,4
e 1,2 Ma, provengono altri resti di Parantropo (OH 28).
Nella regione di Ileret, lungo la costa orientale del lago Turkana, R. Leakey ha scoperto tre
importanti crani di Parantropo nel sito 10, databili tra 2 e 1,5 Ma (KNM-ER 406, 407 e 732).
Sempre R. Leakey nel 1964 aveva scoperto a Peninj, a ovest del lago Natron, una magnifica
mandibola di Parantropo in strati della formazione Humbu, databili verso 1,6 Ma.
Resti di Parantropo sono stati rinvenuti nella bassa valle dell’Omo nella formazione di
Shungura. Dal livello F del sito 57, datato tra 1,99 e 1,93 Ma, proviene una mandibola
frammentaria e dal livello D del sito 18, datato tra 2,6 e 2,12, una mandibola quasi completa.
134
Quest’ultima, già definita come Paraustralopithecus aethiopicus, ed ora Paranthropus
aethiopicus, rappresenta una forma ancestrale del Parantropo, al pari del cosiddetto cranio
nero scoperto da R. Leakey a Lomekwi nel West Turkana (KNM-WT 17000) e datato verso
2,5 Ma.
I ritrovamenti dell’Africa orientale dimostrano che il genere Paranthropus ha cominciato a
comparire verso 2,5 Ma e che le specie robustus del Sudafrica e boisei dell’Africa orientale
erano ampiamente diffuse soprattutto tra 2 e 1,5 Ma, ma hanno continuato a persistere fino a 1
Ma, dopo di che si sono estinte. Erano quindi contemporanee delle più antiche forme di
Homo.
La caratteristica fondamentale del Parantropo è il potente apparato masticatore,
caratterizzato da molari e premolari molto grandi, di dimensioni maggiori di qualsiasi altro
ominide, da premolari molarizzati, e da una forte riduzione della dentatura anteriore: incisivi e
canini sono molto piccoli sia rispetto alla dentatura iugale sia in assoluto. Correlate a questo
potente apparato masticatore – lo Ziniantropo fu soprannominato nut-cracker, schiaccianoci –
sono la forma e le dimensioni della mandibola, dal momento che denti grandi hanno radici
località
stato
Kromdraai
Sudafrica
Anno
scoperta
1938
Kromdraai
Sudafrica
1941
Swartkrans Sudafrica
1948
palato, mandibola, denti, fr.i
temporale
mandibola di bambino, fr.i omero e
ulna, metacarpi, falangi, astragalo
mandibola, fr.i ossei facciali
Swartkrans Sudafrica
1949
mandibola, resti di 3 crani
Drimolen
Sudafrica
1994
Olduvai
Tanzania
1959
Olduvai
Peninj
Ileret
Tanzania
Tanzania
Kenya
1959
1964
Valle Omo
Etiopia
Lomekwi
(WT)
Konso
Kenya
1985
Etiopia
1993
Sigla
Descrizione resti
DNH 7
DNH 8
OH 5
cranio mandibola
mandibola completa
cranio dal sito FLK I
OH 28
dal sito TK-BK II
mandibola completa
cranio
cranio
cranio
mandibola
ER 406
ER 407
ER 732
WT
17000
cranio
Denominazione Età in Ma
originaria
Paranthropus
2,0-1,5
robustus
Paranthropus
2,0-1,5
robustus
Paranthropus
2,0-1,0
crassidens
Paranthropus
2,0-1,0
crassidens
Paranthropus
2,0-1,5
robustus
Zinjanthropus
1,75
boisei
1,4 – 1,2
1,6
2,0 – 1,5
Para2,6 – 2,12
australopithecus
aetiopicus
“cranio nero”
2,5
cranio, ossa facciali, mandibola
Tabella V: principali ritrovamenti di Paranthropus robustus e Paranthropus boisei
1,43
135
grandi: l’aspetto è massiccio, con un corpo mandibolare molto robusto e ramo ascendente
largo e alto. Le arcate zigomatiche sono robuste, lunghe ed espanse in fuori. La megalodontia
del Parantropo richiedeva necessariamente una muscolatura di notevole robustezza: i muscoli
temporali, avendo a disposizione come superficie di attacco un piccolo neurocranio, dovevano
incontrarsi sulla sommità del cranio agganciandosi a una cresta ossea, mentre i masseteri
richiedevano arcata zigomatica e mandibola dalla struttura massiccia. La potenza dei muscoli
temporali è dimostrata dalla presenza della cresta sagittale nei soggetti maschili e quella dei
masseteri dalla larghezza e robustezza delle ossa zigomatiche.
Questo apparato masticatore così potente è tipico di una dieta vegetariana coriacea. Anche
l’aumento della superficie masticatoria dei molari e premolari, le loro cuspidi basse e tozze e
l’aspetto piatto in seguito all’usura indicano una dieta vegetariana comprendente non solo
fogliame ed erbe, ma anche radici, tuberi e bacche.
Il parantropo aveva dimensioni corporee maggiori dell’Australopithecus africanus e poteva
raggiungere un'altezza di 1,5 m e un peso di ca 40-60 kg. Anche la capacità cranica è in
media maggiore di quella dell’africanus:
KNM-WT 17000 410 cm3
KNM-ER 732
506
KNM-ER 406
510 ± 10
OH 5
530
SK 1585
530
Konso
545
KNM-ER 1805 582
La media è di 516 cm3, contro i 457 dell’africanus. Tuttavia, questo dato deve essere
considerato in relazione all’incremento delle dimensioni corporee e alle tendenze evolutive
lungo l’arco di più di un milione di anni. Infatti, i reperti più recenti hanno maggiore capacità
cranica. Nel complesso vi è un maggiore aumento della dimensione delle ossa facciali e della
mandibola che non del neurocranio.
Nel Parantropo si riscontra un chiaro dimorfismo sessuale, maggiore che nell’africanus. La
cresta sagittale del cranio è tipica dei maschi (ad es. SK 46, 48, 83, KNM-ER 406 e 1805, OH
5) e risulta assente nelle femmine (ad es. KNM-ER 407 e 732, DNH 7, TM 1517). Inoltre, nei
maschi le ossa della faccia hanno una forma “scodellata”, nelle femmine sono piatte. Le
136
dimensioni dei denti, in particolare del canino superiore e del primo molare, sono maggiori
nei soggetti maschili.
Per quanto riguarda lo scheletro post-cranico non vi sono differenze sostanziali rispetto
all’Australopithecus africanus, a parte le dimensioni e la maggiore robustezza delle ossa. Il
Parantropo aveva senza dubbio una stazione eretta e un’andatura bipede, come è dimostrato
dalla posizione avanzata del foro occipitale e dalla morfologia del bacino e del femore.
In conclusione, Paranthropus robustus e Paranthropus boisei costituiscono una linea
ominide divergente da quella umana e destinata a estinguersi.
Da un esame statistico dei resti di Australopithecus africanus e di Paranthropus robustus
risulta che nel parantropo era maggiore la mortalità infantile o in età molto giovane. Per gli
esemplari di africanus da Taung, Sterkfontein e Makapansgat è stata calcolata una durata
media della vita di 22 anni circa, per il Paranthropus da Swartkrans e da Kromdraai la media
scende a 17 anni circa. È dimostrabile poi dai fori riscontrati sulla scatola cranica (per es. a
Swartkrans sull’esemplare SK 54, appartenente a un individuo giovanile) che i parantropi
erano preda frequente dei felini come il leopardo.
4.2 L’ Homo habilis122
Il periodo tra 2,5 e 1,8 Ma non è ancora ben conosciuto per quanto riguarda gli Ominidi
fossili. I ritrovamenti finora effettuati sono in genere molto frammentari e manca un reperto
sufficientemente completo come Lucy, Little Foot o altri Australopiteci di Sterkfontein. Dalla
documentazione disponibile appare comunque chiaro che in questo periodo si è verificato il
secondo grande avvenimento nell’evoluzione degli Ominidi, l’espansione della capacità
cranica. Poiché l’encefalizzazione è una caratteristica fondamentale del genere Homo, gli
Ominidi vissuti in questo periodo che non siano riconducibili all’Australopiteco robusto
vengono classificati nel genere Homo.
La più antica specie del genere Homo finora conosciuta fu definita da Louis Leakey, Philip
Tobias e John Napier in un articolo pubblicato su Nature del 4 aprile 1964. L’identificazione
di questa nuova specie si basava su una serie di resti frammentari rinvenuti da L. e M. Leakey
122
In latino dovrebbe essere “abilis”, ma quando è stato denominato il nuovo taxon è stato commesso l’errore di scrivere
“habilis”. Sull’Homo habilis e l’Homo rudolfensis cfr. P.V. TOBIAS, Olduvai Gorge, vol. IVa-IVb, Homo habilis, skulls,
137
nella gola di Olduvai tra il 1960 e il 1963. I resti provenivano dal Bed I e dalla parte inferiore
e media del Bed II e comprendevano i seguenti esemplari:
•
OH 7: una mandibola quasi completa con 13 denti conservati (manca solo il secondo
molare sul lato destro, mentre il terzo molare non era ancora spuntato), un molare
superiore, frammenti di ossa parietali fra cui il parietale sinistro quasi completo, 21
ossa della mano e del polso, riferibili a un individuo giovane, un ragazzo di ca. 11-12
anni, rinvenuto nel 1960 nel sito FLK NN 1, parte media del Bed I, con un’età quindi
di poco posteriore a 1,75 ± 0.03 Ma;
•
OH 8: ossa quasi complete di un piede e una clavicola di un individuo ritenuto in un
primo tempo adulto, rinvenute a breve distanza di OH 7, ora si pensa che possano
appartenere allo stesso individuo di OH 7; età come il precedente;
•
OH 6: un premolare inferiore, un molare superiore e frammenti di cranio dal sito FLK
I, lo stesso che ha restituito il cranio di Zinjantropo, parte mediana del Bed I, datato
1,75 ± 0.03 Ma;
•
OH 13, soprannominato “Cinderella”: mandibola quasi completa, frammento di
mascellare destro con cinque denti, frammenti della volta cranica (parietale destro e
occipitale), di un individuo di ca. 15-16 anni, rinvenuti nel 1963 nel sito MNK II, nella
parte medio-inferiore del Bed II, poco sopra il tufo eolico II A; la datazione è verso
1,65 Ma; la sua classificazione è attualmente incerta, potrebbe trattarsi di Homo
erectus.
•
OH 16: cranio parzialmente conservato con parte dei due parietali, dell’occipitale e del
frontale, un frammento della parte prossimale dell’ulna, riferibili a un individuo in età
tardo adolescenziale, ca. 15-16 anni, soprannominato “George”, rinvenuto nel 1963
nel sito FLK II, nella parte inferiore del Bed II, circa un metro al di sopra del tetto del
Bed I datato verso 1,7 Ma.
In seguito, altre scoperte sono state effettuate a Olduvai. Nel sito DK I, alla base del Bed I,
con una datazione intorno a 2 /1,9 Ma, nel 1968 sono venuti alla luce i resti molto
frammentari di un cranio (OH 24), che fu soprannominato “Twiggy”, industria litica
olduvaiana e un circolo di pietre che secondo i Leakey furono intenzionalmente collocate per
predisporre un riparo.
endocasts and teeth, Cambridge, 1991; S. PRAT, F. MARCHAL, Les premiers représentants du genre Homo en Afrique.
Homo rudolfensis, Homo habilis, édit. Artcom, Paris, 2001 (con ampia bibliografia).
138
Ben presto altri reperti fossili di Ominidi sono stati attribuiti all’Homo habilis. Innanzitutto
quelli scoperti da Richard Leakey a Koobi Fora nell’East Turkana:
•
la mandibola KNM-ER 1802 e il cranio KNM-ER 1470, rinvenuti nel membro
inferiore della formazione di Koobi Fora, 35 m sotto il tufo KBS, datato verso 1,88
Ma e quindi con un’età intorno ai 2/1,9 Ma. Il cranio è stato rinvenuto nel 1972 in
circa 300 frammenti sparsi in superficie e la sua posizione stratigrafica è stata stabilita
in base al sedimento ancora aderente alle ossa.
•
il cranio KNM-ER 1813, proveniente dalla base del membro superiore della
formazione di Koobi Fora, al di sopra del tufo KBS, datato verso 1,88 Ma, quindi con
un’età intorno a 1,8 Ma. Conserva il mascellare con il palato e undici denti.
Inizialmente molti studiosi non hanno accettato la nuova specie, ritenendo che l’habilis non
fosse altro che un Australopiteco con una capacità cranica leggermente superiore. In effetti, le
capacità craniche degli Ominidi di Olduvai sono state calcolate a partire da reperti molto
frammentari. Ma in seguito la scoperta del cranio KNM-ER 1470, splendidamente conservato
e di notevole capacità, ha contribuito a far accettare la nuova specie.
Resti molto frammentari di Ominidi fossili rinvenuti nei depositi fluvio-lacustri delle
formazioni di Shungura, nella valle dell’Omo, sono stati attribuiti a Homo habilis.
Provengono dalle unità E, datata intorno a 2,12 /2,06 Ma; F, datata tra 1,99 e 1,93 Ma (una
mandibola e denti isolati); G, datata tra 1,93 e 1,8 Ma (cranio L 894-1). Da tutti questi livelli
proviene anche industria litica di tipo olduvaiano (siti 57, 71, 84 e 123).
Nel 1985 Donald Johanson e Tim White hanno scoperto a Olduvai, nel sito DDH (Dik-Dik
Hill), alla base del Bed I, frammenti di cranio, un omero, ulna, radio, femore e un frammento
di tibia di un individuo femminile adulto (OH 62), che sono stati attribuiti all’Homo habilis.
Per la prima volta era disponibile un buon numero di parti dello scheletro post-cranico che
con i suoi caratteri ancora primitivi dimostrava che l’habilis era effettivamente molto simile
all’Australopiteco gracile123.
Infine, nel 1992 il riesame da parte di Andrew Hill di un frammento di temporale, scoperto a
Chemeron nella regione del lago Baringo nel 1967 e datato a 2,4 Ma, ha permesso la sua
attribuzione al genere Homo, mentre nel 1996 il team dell’Institute of Human Origins diretto
da D. Johanson ha rinvenuto a Hadar nella regione dell’Afar in un livello geologico poco al di
sotto di ceneri vulcaniche datate a 2,33 ± 0.07 Ma una mascella di Homo (AL 666-1),
139
associata a industria litica di tipo olduvaiano. Anche una mandibola rinvenuta a Uraha nel
Malawi, in un deposito datato tra 2,5 e 2,3 Ma, e un primo molare inferiore scoperto nel West
Turkana (WT 42718) in un contesto datato intorno ai 2,3-2,4 Ma, sono stati attribuiti al genere
Homo.
Inoltre, l’Homo habilis è stato identificato anche nel Sud-Africa: un cranio frammentario
proviene dal membro 5 di Sterkfontein (STW 53), databile forse tra 2,6 e 2,15 Ma, ed un altro
da Swartkrans (SK 80/847).
La comparsa del genere Homo è stata quindi retrodatata da 1,8 fino a 2,4 Ma, ma non è
ancora chiaro se per ca. 600.000 anni vi sia stata un’unica specie di Homo, l’habilis per
l’appunto, oppure più specie, come sono inclini a ritenere molti studiosi.
Infatti, gli ominidi di questo periodo presentano molte differenze tra loro. Inizialmente
interpretate come segno della persistenza di un forte dimorfismo sessuale, la maggior parte
degli studiosi attualmente ritiene che costituiscano la prova dell’esistenza di almeno due
specie distinte di Homo.
Dal punto di vista morfologico, ed anche per quanto riguarda la sua posizione cronologica,
Homo habilis rappresenta uno stadio intermedio tra le Australopitecine e l’Homo erectus. La
caratteristica decisiva per includerlo nel genere Homo è la maggiore capacità cranica rispetto
alle Australopitecine. Per quanto il cd. Rubicone cerebrale sia stato collocato diversamente a
seconda degli autori (700 cm3 per Franz Weidenreich, 750 per Arthur Keith, 800 per Henry
Vallois) e per quanto non esistano chiare linee di divisione per questo aspetto tra Pongidi,
Ominidi non umani e forme più arcaiche di Homo, in considerazione del forte grado di
variabilità all’interno di ogni singola specie, è comunque chiaro che con l’habilis si è
verificato un forte aumento della capacità cranica, tale da giustificare la sua inclusione nel
genere Homo. I valori calcolati sono i seguenti:
OH 7:
647 cm3 secondo P. Tobias (710 secondo R. Holloway e 590 secondo M. Wolpoff)
OH 24:
594 cm3 (secondo Tobias e Holloway)
OH 13:
500 cm3 (638 secondo Tobias)
ER 1470: 752 cm3 secondo Holloway (775 secondo altre stime)
ER 1813: 510 cm3 (secondo Holloway)
La media, da 600 a 645 cm3 a seconda delle stime che is utilizzano per lacuni crani, risulta
123
D. JOHANSON, J. SHREEVE, I figli di Lucy. La scoperta di un nuovo antenato dell’umanità, Milano, 1990.
140
nettamente superiore a quella delle Australopitecine. Ma anche altri aspetti morfologici
dimostrano che Homo habilis era un ominide più avanzato di Australopithecus africanus: la
diminuzione della dimensione dei molari, che sono di forma meno larga e più allungata, un
minore prognatismo facciale, la mascella e la mandibola sono più piccole rispetto alle
Australopitecine.
La scoperta di parte delle ossa dello scheletro post-cranico di un individuo femminile
avvenuta nel 1985 ad Olduvai (OH 62) ha dimostrato, tuttavia, che gli arti superiori erano
ancora relativamente lunghi, il femore corto, la statura molto bassa. Quindi Homo habilis
doveva essere un agile arrampicatore degli alberi, come le Australopitecine. Che il corpo
dell’Homo habilis non fosse molto diverso da quello dell’Australopiteco gracile è dimostrato
anche dalle ossa della mano e del piede rinvenute a Olduvai. Le falangi di OH 7 e OH 8 non
sono incurvate come quelle dei Pongidi, ma neppure diritte come quelle dell’uomo, bensì
presentano una moderata curvatura che li pone a un livello intermedio. La falange terminale
del pollice, piuttosto larga, è più simile a quella dell’uomo che non a quella di un Pongide ed
anche l’angolo formato dal pollice con l’indice mostra un grado intermedio tra quello di un
Pongide e quello di un uomo. Le ossa del piede di OH 8 hanno metatarsi molto robusti e il
calcagno spostato verso il lato esterno del piede invece che allineato al centro di gravità ed
anche la posizione dell’astragalo indica che la trasmissione del peso del corpo al piede non
avveniva come nell’uomo. Caratteri tipicamente umani sono invece la curvatura longitudinale
e transversale dell’arco plantare e l’allineamento dell’alluce alle altre dita del piede. L’habilis
era quindi un bipede, ma la sua andatura non era del tutto simile a quella dell’uomo.
Grande importanza per l’inclusione dell’habilis nel genere Homo ha avuto la scoperta che la
più antica industria litica risale allo stesso arco cronologico, tra 2,4 e 1,8 Ma, e la
constatazione a Olduvai dell’associazione tra questa industria litica, denominata olduvaiana, e
i resti attribuiti all’Homo habilis. Da questo fatto deriva il nome attribuito alla specie, dietro
suggerimento di Raymond Dart, che voleva sottolineare come questo ominide fosse in grado
di fabbricare utensili artificiali.
Un altro fatto rilevante è stata la dimostrazione della coesistenza di specie di ominidi
appartenenti a due generi distinti, l’Homo habilis e il Paranthropus, che si evolsero uno
accanto all’altro. Ma ormai la maggior parte dei paleoantropologi concorda sul fatto che i
reperti attribuiti a Homo habilis presentano un tale grado di variabilità da non poter essere
attribuiti a un’unica specie. Bernard Wood ha attribuito il celebre cranio ER 1470 e il
141
frammento cranico del lago Baringo a una nuova specie, Homo rudolfensis, contemporanea
dell’habilis. Rispetto all’habilis il rudolfensis si caratterizza per denti di maggiori dimensioni,
la faccia notevolmente più larga e un potente apparato masticatorio e per quanto possa
sembrare paradossale anche un cervello più grande.
4.3 La nascita dello strumento artificiale e le più antiche industrie litiche
L’uso di strumenti è stato ripetutamente osservato presso le scimmie antropomorfe, in
particolare presso lo scimpanzé. Gli scimpanzé infilano dei bastoncini nei termitai per poi
ritirarli carichi di termiti che così possono mangiare, oppure usano delle pietre come incudine
ed altre pietre come martello per spezzare le noci e consumare il frutto della Pandea oleosa.
Diversi esperimenti hanno dimostrato le capacità cognitive degli scimpanzé. In una stanza
sono stati sparsi alcuni cubi o parallelepipedi di diverse dimensioni e un bastone, al soffitto è
stato appeso un casco di banane, fuori dalla portata manuale dello scimpanzé, il quale però nel
giro di poco tempo pone i parallelepipedi e i cubi uno sopra l’altro, sale in cima e con il
bastone fa cadere il casco di banane. Tuttavia, neanche mostrando loro come si staccano delle
schegge da un nucleo, gli scimpanzé sono in grado di fabbricare strumenti artificiali,
modificando la materia prima.
Tra la mano dello scimpanzé e quella dell’uomo ci sono significative differenze. Nello
scimpanzé la mano è più lunga e più stretta e il palmo ha una forma rettangolare, nell’uomo il
palmo è più corto e più largo, quasi quadrato. Nello scimpanzé le dita sono lunghe, sottili e
incurvate, nell’uomo sono più corte e larghe e le falangi sono diritte. Il pollice dello
scimpanzé è corto e poco robusto, la sua estremità arriva fino alla base dell’indice, il pollice
dell’uomo è più lungo e più robusto, la sua estremità arriva all’articolazione delle prime due
falangi dell’indice. Di conseguenza la presa di forza è comune all’uomo e allo scimpanzé, ma
la presa di precisione, che richiede l’opponibilità del pollice alle altre dita, è caratteristica
dell’uomo. Inoltre, per le operazioni complesse nell’uomo una mano diventa preferenziale, in
genere la destra, mentre nello scimpanzé non c’è l’uso preferenziale di una mano.
Comportamenti culturali esistevano senza dubbio già prima della nascita dello strumento
artificiale. Raymond Dart aveva ipotizzato l’esistenza di una cultura osteo-dento-cheratica da
parte dell’Australopiteco, cioè l’utilizzo di ossa, di mandibole di animali predatori con denti
aguzzi e di corni come armi. Utilizzando questi strumenti l’Australopiteco sarebbe diventato
un cacciatore. Studi successivi hanno dimostrato l’inconsistenza di questa ipotesi.
142
I manufatti di pietra sono la sola cosa che ci rimane del comportamento culturale dei primi
Homo, ma certamente l’industria litica deve essere stata solo una parte della loro attività
tecnica e gli strumenti di pietra saranno serviti non solo per tagliare la pelle delle carcasse
animali e compiere operazioni di butchery, ma anche per lavorare il legno.
La produzione di strumenti litici richiede funzioni cognitive e abilità manuali, la capacità di
ideare e progettare e quella di eseguire, il coordinamento tra mano e cervello. Da un blocco di
materia prima (nucleo) mediante un percussore si staccano frammenti (schegge) con un bordo
tagliente. La produzione di queste schegge taglienti rendeva possibile la macellazione delle
carcasse degli erbivori abbandonate nella savana e la lavorazione del legno per creare altri
strumenti, ad es. bastoni da scavo per disotterrare radici commestibili.
La più antica industria litica è stata scoperta nel 1976 a Kada Gona, un affluente dell’Awash
nella regione dell’Afar, in un livello databile intorno a 2,6 Ma. Nel 1977 l’équipe di D.
Johanson, sempre nella stessa regione, scoprì un altro sito con industria litica datato a 2,3 Ma
e in seguito altri siti analoghi sono stati individuati nella valle dell’Omo e nel West Turkana
in formazioni databili a 2,3 Ma.
143
CAPITOLO 5
L’Homo erectus
Nel 1891 il medico olandese Eugène Dubois scoprì a Trinil nell’isola di Giava una calotta
cranica e l'anno successivo nello stesso strato un femore, che attribuì entrambi a una specie
intermedia tra le scimmie antropomorfe e l’uomo e che nel 1894 battezzò Pithecanthropus
erectus, utilizzando per il genere il termine creato da Haeckel (letteralmente “uomoscimmia”) e per la specie il termine erectus poiché il femore aveva caratteristiche
perfettamente umane, che senza ombra di dubbio indicavano l’appartenenza a un individuo
capace di stazione eretta e di locomozione bipede. La denominazione del genere era
giustificata dai caratteri primitivi della calotta cranica, che permetteva comunque di stimare
una capacità di circa 900 cm3, quindi intermedia fra quella delle scimmie antropomorfe e
quella dell'uomo.
Tra il 1929 e il 1937 numerosi resti di un uomo fossile molto simile furono rinvenuti negli
scavi di Zhoukoudian124 presso Pechino e furono assegnati a un genere e a una specie nuovi,
Sinanthropus pekinensis. Nel frattempo a partire dal 1936 e fino al 1941 si effettuarono nuove
scoperte a Giava nelle località di Sangiran e Modjokerto da parte di Ralph von Koenigswald.
Negli anni ’40 e ’50 del XX secolo diversi studiosi (F. Weidenreich, E. Mayr, W. Le Gros
Clark, C. Howell) sostennero che l’uomo di Giava e quello di Pechino appartenevano alla
stessa specie e che inoltre non vi erano motivi per considerarli membri di un genere differente
da quello dell’uomo. Venne così definito il taxon Homo erectus, a cui saranno attribuiti anche
fossili umani venuti alla luce a Ternifine in Algeria e nella gola di Olduvai in Tanzania,
nonché reperti europei di vecchia scoperta come la mandibola di Mauer.
Homo erectus fu quindi considerato una specie umana diffusa in tutto il vecchio continente e
intermedia tra gli Australopiteci e l’uomo di Neanderthal. A partire dal 1973 le ricerche
124
Nella vecchia letteratura il nome è scritto Chu Ku Tien o Chou Kou Tien.
144
condotte da Richard Leakey in Kenya nella regione del lago Turkana portarono al
rinvenimento di fossili umani attribuiti all’Homo erectus di età considerevolmente più antica
di tutti quelli in precedenza conosciuti.
Verso la metà degli anni ’80 del XX secolo alcuni studiosi (B. Wood, C. Stringer, P.
Andrews) hanno ritenuto che queste più antiche forme africane si differenziassero rispetto agli
esemplari asiatici per l’assenza di alcuni caratteri derivati tipici di questi ultimi, giustificando
così la loro attribuzione a una specie distinta denominata ergaster e lasciando il termine
erectus ai soli fossili asiatici, in base ai quali il taxon fu definito per la prima volta. Inoltre,
anche reperti europei e africani attribuiti in un primo tempo a Homo erectus e in genere di età
un po’ più recente, come la mandibola di Mauer, il cranio e le mandibole dell'Arago o i reperti
frammentari di Bilzingsleben, o il cd. Uomo della Rhodesia sono stati attribuiti a una specie
distinta, che riprende la vecchia denominazione originariamente creata per la mandibola di
Mauer, Homo heidelbergensis. A questa ulteriore suddivisione hanno contribuito anche le
nuove importanti scoperte di Atapuerca in Spagna.
Quindi, mentre un tempo si riunivano molti fossili asiatici, africani ed europei in una sola
specie, ora vengono attribuiti a tre specie distinte di Homo: ergaster, heidelbergensis ed
erectus. Infine, altri autori hanno staccato dalla specie heidelbergensis i reperti africani,
raggruppandoli nel taxon Homo rhodesiensis.
Tuttavia, secondo altri autori le differenze tra reperti africani, asiatici ed europei sono
espressione di una semplice varietà geografica o razziale di una medesima specie, l’Homo
erectus appunto, che nel complesso appare omogenea sia da un punto di vista morfologico che
da un punto di vista metrico. Ci sembra che per tutto il periodo fino alla prima metà del
Pleistocene Medio, all’incirca fino a 500/400 ka sia preferibile accantonare la tesi di specie
diverse, anche se indubbiamente le differenze andarono accentuandosi nel corso del tempo.
Con la comparsa dell’Homo erectus osserviamo per la prima volta la diffusione degli
Ominidi al di fuori dell’Africa. In relativamente poco tempo la nuova specie raggiunse regioni
molto lontane dall’Africa orientale come la Cina e l’Indonesia da una parte, il Maghreb, la
Spagna e l’Italia dall’altra. Ma le scoperte effettuate a Dmanisi in Georgia a partire dal 1991
hanno complicato il quadro della diffusione dei più antichi rappresentanti del genere Homo
fuori dall’Africa.
145
5.1 Dmanisi
Il sito di Dmanisi si trova nella Georgia meridionale, 85 km a SW della capitale Tbilisi. Negli
anni 80 del XX secolo furono intrapresi scavi archeologici volti a esplorare gli edifici di un
villaggio medievale. Ben presto ci si rese conto che i pozzi e le cantine medievali erano state
scavate entro sabbie tufacee, ceneri vulcaniche e un suolo calcareo che restituivano una ricca
fauna fossile. La scoperta nel 1991 di una mandibola umana diede il via a un’esplorazione
sistematica del deposito. La sequenza stratigrafica e la cronologia del sito sono venute
perfezionandosi con il progredire delle ricerche. Attualmente la stratigrafia del deposito
pleistocenico viene articolata in due unità principali, che poggiano su uno strato di basalto
molto potente:
•
B 2, deposito di ceneri sigillato al tetto da un suolo calcareo. Ha polarità inversa.
•
B 1, sabbie con lenti carbonatiche alla base. Ha polarità inversa.
•
Erosione, circa 1,7 Ma
•
A 2, franco sabbioso tufaceo di colore bruno scuro. Ha polarità normale.
•
A 1, sabbia tufacea nera. Presenta polarità normale, la datazione è all’incirca simile a
quella del basalto sottostante.
•
Basalto Masavera (dal nome del fiume che scorre alla base del promontorio di
Dmanisi). Presenta polarità normale ed ha una datazione di 1,85 Ma.
L’unità stratigrafica A e il basalto corrispondono all’episodio di Olduvai (1,98-1,78 Ma),
la superficie di erosione che segna il contatto tra le unità A e B corrisponde probabilmente
al reversal che segna il ritorno alla polarità inversa del crono Matuyama. In ogni caso
l’unità B è anteriore a 1,2 Ma, ma le caratteristiche del complesso faunistico indicano
chiaramente un’età non di molto successiva alla fine dell’episodio di Olduvai, quindi
intorno a 1,7 Ma.
Dall’unità stratigrafica B provengono fauna, industria litica di tipo olduvaiano, e molti
resti umani (crani, mandibole, denti, resti scheletrici post-craniali), appartenenti ad almeno
cinque individui, di cui tre adulti e un subadulto.
I crani finora scoperti sono cinque, fra cui D 2280, 2282, 2700 e 3444, le mandibole
quattro (D 211, 2600, 2735, 3900). Lo studio dei resti umani ha permesso di attribuire la
mandibola D 2735 al cranio D 2700, la mandibola D 211 al cranio D 2282 e la mandibola
D 3900 al cranio D 3444. Inoltre, dei resti scheletrici postcranici quelli dell’individuo
adolescente sono certamente riferibili al cranio D 2700/D 2735.
146
Gli ominidi venuti alla luce a Dmanisi appartengono certamente al genere Homo e in
virtù della loro datazione sono tra i più antichi finora conosciuti. L’attribuzione a un taxon
specifico è piuttosto ardua. Alcuni hanno proposto la denominazione di Homo
georgicus125.
Gli uomini di Dmanisi hanno una capacità cranica ancora piccola, al di sotto del limite
inferiore dell’Homo erectus e più vicina a quella dell’habilis:
D 2280: 775 cm3
D 2700: 600 cm3 (trattandosi di adolescente la capacita da adulto sarà stata leggermente
superiore, intorno a 618-625 cm3)
D 2282: 650-660 cm3
D 3444: 625 cm3
D 4500: 546 cm3
D 2280 è un soggetto maschile, così come D 2700, gli altri due sono probabilmente
femminili. La media di 646 cm3 è superiore a quella dell’habilis (600 o secondo altri 614
cm3), ma è comunque più vicina a quella dell’habilis che non a quella dell’erectus.
La morfologia del cranio presenta molti aspetti primitivi che richiamano l’Homo habilis, in
particolare ER 1813, che ha un’età appena un po’ più antica di Dmanisi. Le arcate
sopraorbitarie sono ispessite, la faccia appare di dimensioni ridotte, l’occipite è arrotondato,
ma D 2280, che è un maschio, ha un profilo angolato e richiama maggiormente ER 3883, uno
dei primi rappresentanti dell’Homo erectus/ergaster africano. Il piano occipitale è più o meno
eguale a quello nucale, come avviene nell’Homo erectus.
Il dimorfismo sessuale è abbastanza pronunciato, a giudicare dalle dimensioni più piccole dei
soggetti femminili (D 2282 e D 3444). Dove gli uomini di Dmanisi si allontanano
maggiormente dall’habilis è nella forma e nelle dimensioni degli arti inferiori: le dimensioni
dell’omero in rapporto al femore sono di tipo umano e così pure l’indice crurale (lunghezza
della tibia/lunghezza del femore), anche il piede è di tipo moderno. Gli ominidi di Dmanisi
erano perfettamente adatti alla locomozione bipede sul terreno e non ci sono più
125
Su Dmanisi cfr. soprattutto i contributi più recenti: M. CALVO-RATHERT ET ALII, New paleomagnetic data from the
hominin bearing Dmanisi paleo-anthropologic site (southern Georgia, Caucasus), in Quaternary Research, 69, 2008, pp. 9196; G. P. RIGHTMIRE, D. LORDKIPANIDZE, A. VEKUA, Anatomical descriptions, comparative studies and evolutionary
significance of the hominin skulls from Dmanisi, Republic of Georgia, in Journal of Human Evolution, 50, 2006, pp. 115141; SANG-HEE LEE, Is variation in the Cranial Capacity of the Dmanisi Sample Too High To Be From a Single Species?,
in American Journal of Physical Anthropology, 127, 2005, pp. 263-266; D. LORDKIPANIDZE ET ALII, Postcranial evidence
147
caratteristiche anatomiche da porre in relazione a una vita sugli alberi, come ancora si
verificava per l’habilis.
Le ossa dei mammiferi rinvenuti a Dmanisi mostrano segni di macellazione da parte
dell’uomo. Quindi gli uomini di Dmanisi erano in grado di procurarsi la carne, grazie a
un’accresciuta capacità di sciacallaggio. L’industria litica è su ciottolo, di tipo olduvaiano.
Rimarchevole è anche il fatto che il cranio D 3444, appartenente a una donna adulta non
giovane, era completamente sdendato, al pari della mandibola 3900, ma è certo che i denti
sono stati persi tutti in vita e che il soggetto è sopravvissuto per qualche tempo a questa grave
menomazione. Ha potuto sopravvivere soltanto grazie all’aiuto ricevuto dai membri del
gruppo, un fenomeno che incontreremo frequentemente con l’uomo di Neanderthal.
In conclusione, gli uomini di Dmanisi mostrano un mosaico di caratteri anatomici in parte
simili a quelli dell’habilis e in parte a quelli dell’erectus. Una vera forma di transizione tra le
due specie, che tuttavia non è ancora documentata in Africa. Non c’è dubbio comunque che i
membri del genere Homo hanno cominciato a uscire fuori dall’Africa prima che l’Homo
erectus/ergaster si fosse pienamente sviluppato.
5.2 Homo ergaster ovvero l’Homo erectus africano126
Lasciando da parte le molteplici e diversificate opinioni sulla tassonomia dell'Homo erectus,
è certo il fatto che esso costituisce il secondo grande stadio evolutivo del genere umano, per
il quale erano in passato di uso corrente varie denominazioni, tutte equivalenti, come
protoantropi, arcantropi, pitecantropi.
Fino a non molto tempo fa si pensava che le forme più arcaiche di erectus derivassero
dall'Homo habilis, ma la questione cronologica si è molto complicata. A Olduvai nel Bed I,
datato tra 1,98 e 1,785 Ma, si conoscono solo Homo habilis e il Paranthropus boisei, nella
parte inferiore del Bed II vi è ancora Homo habilis (OH 16), poi si registra una cesura
faunistica e l’ambiente da molto umido e piovoso diventa più caldo e più secco, in altre parole
compare il paesaggio della savana aperta. Questo evento è mal datato, ma si pensa che la parte
from early Homo from Dmanisi, Georgia, in Nature, 449, 2007, pp. 305-310; D. LORDKIPANIDZE ET ALII, The earliest
toothless hominin skull, in Nature, 434, 2005, pp. 717-718.
126
Sull’Homo erectus africano cfr. A. WALKER, R. LEAKEY, Gli Ominidi del Turkana orientale, in Le Scienze, n. 122, 1978,
pp. 36-55; G.P. RIGHTMIRE 1990, p. 57 e ss.; R. LEAKEY, R. LEWIN, Le origini dell’uomo, Milano 1993; R.G. KLEIN 1995,
p. 152 e ss.; A. WALKER, P. SHIPMAN, Il ragazzo del fiume, Casale Monferrato 1999; M. WOLPOFF 1999, pp. ; D.
GRIMAUD-HERVÉ, F. MARCHAL, A. VIALET, F. DÉTROIT, Le deuxième Homme en Afrique. Homo ergaster, Homo erectus,
édit. Errance, Paris, 2002.
148
medio-inferiore del Bed II sia da porre verso 1,65 – 1,6 Ma. OH 13 e OH 14 forse sono da
ascrivere già a Homo erectus e non a Homo habilis. Nelle formazioni di Koobi Fora, nel West
Turkana, i primi esempi di Homo ergaster/erectus (ER 3733) compaiono verso la base del
membro superiore, posteriore al tufo KBS, datato verso 1,88 Ma e anteriore al tufo Okote
datato 1,64 Ma. Nella parte inferiore del membro superiore vi sono, però, anche resti attribuiti
ad Homo habilis (ER 1813). Un panorama ancora poco chiaro e piuttosto complicato, poiché
sembrerebbe che verso 1,7 Ma Homo habilis e Homo erectus siano stati contemporanei. Tutto
ciò potrebbe essere anche frutto dei margini di errore delle datazioni radiometriche, se non
della imprecisione di alcune datazioni o addirittura della posizione stratigraficamente incerta
di alcuni reperti.
Riassumendo, i primi rappresentanti di una nuova specie del genere Homo successiva al
rudolfensis e forse solo in parte anche all’habilis sono conosciuti finora soltanto nella regione
del lago Turkana in un periodo che è compreso tra l’episodio del reversal magnetico di
Olduvai (1.98 – 1.78 Ma) e il tufo Okote datato a 1,64 Ma. Questi resti di ominidi umani
sono stati rinvenuti nel membro superiore della formazione di Koobi Fora nell’East Turkana,
che è divisa dal membro inferiore dal celebre e controverso tufo KBS, correlabile grazie alle
date radiometriche e al paleomagnetismo con l’episodio di Olduvai. Al tetto del membro
superiore si trovano i tufi di Karari a Koobi Fora e di Chari a Ileret, che sono stati datati a
1.32 ± 0.10 e 1.22 ± 0.01 Ma ed è in questo intervallo – 1,64-1,3/1,2 -che sono compresi
alcuni reperti come KNM-ER 3833 e a Olduvai OH 9.
Altri esemplari appartenenti alla stessa formazione geologica provengono dal West Turkana.
I principali reperti di Homo ergaster/erectus in Africa sono:
•
KNM-ER 3733, un cranio frammentario, ritenuto femminile, comprendente anche
parte della faccia e della mascella, ma privo della mandibola, rinvenuto a Koobi Fora
verso la base del membro superiore, può avere un’età intorno a 1.7 Ma;
•
KNM-ER 1808, uno scheletro incompleto di un individuo giudicato femminile,
rinvenuto in sedimenti sottostanti ai tufi di Okote a Koobi Fora (sito 103), quindi più
antico di 1.64 Ma;
•
KNM-ER 730, mandibola frammentaria e frammenti di cranio rinvenuti nell’area 103,
nei pressi della riva del lago, nella stessa posizione stratigrafica del precedente;
•
OH 13 (“Cinderella”) e OH 14 dal Bed II medio di Olduvai, con un’età di circa 1.65 –
1.60 Ma, attribuiti da L. Leakey e P. Tobias ad Homo habilis, secondo altri autori
149
potrebbero appartenere già ad Homo erectus arcaico.
•
KNM-WT 15000, uno scheletro quasi completo di un ragazzo di età stimata intorno a
11-12 anni, rinvenuto nel 1984 a Nariokotome, sul lato occidentale del Turkana, in
sedimenti datati a 1,53 Ma e depositatisi su un tufo datato a 1.63 Ma;
•
KNM-ER 992, mandibola da Ileret, sito 3, dalla parte superiore del membro superiore
di Koobi Fora;
•
KNM-ER 3883, un cranio comprendente tutte le orbite, ma privo del mascellare,
rinvenuto a Ileret nella parte superiore del membro superiore di Koobi Fora, compresa
tra tufi datati a 1,64 Ma e i tufi di Chari e Karari datati 1.32/1,22 Ma;
•
SK 847, cranio frammentario, dai livelli superiori di Sterkfontein;
•
Konso (Etiopia), una mandibola associata a industria acheuleana, con un’età di 1.4
Ma.
•
OH 9, calotta cranica scoperta nel 1960 nel sito LLK II, nel Bed II superiore di
Olduvai, datato verso 1.3 – 1.2 Ma;
•
Daka, nell’area del medio corso dell’Awash in Etiopia, dalla formazione di Bouri,
cranio, databile a 1,0 Ma;
•
Buia, in Eritrea, cranio databile a 1,0 Ma.
Le caratteristiche principali dei più antichi erectus sono le dimensioni corporee
notevolmente accresciute rispetto agli Australopiteci e all’Homo habilis e rudolfensis e
paragonabili a quelle dell’uomo moderno, nonché un marcato processo di encefalizzazione,
cioè di un aumento delle dimensioni del cervello.
Le ossa degli arti superiori, soprattutto quelle dell'avambraccio (ulna e radio), si accorciano,
mentre il femore e la tibia si allungano. Si raggiungono così le proporzioni propriamente
umane e nello stesso tempo le dimensioni dell'uomo moderno anche per quanto riguarda
l'altezza. Il ragazzo di Nariokotome (WT 15000), un soggetto maschile di circa 9-11 anni, era
già alto 162 cm e da adulto avrebbe potuto raggiungere un'altezza di 175-180 cm. La
robustezza delle ossa è maggiore rispetto a quella dell'uomo moderno.
Il cranio diventa più lungo, l’osso frontale più ampio, le ossa craniche più spesse, la faccia
più verticale, le orbite più grandi, l’apertura nasale più ampia e le ossa nasali più prominenti,
cioè si forma un naso esterno come nell'uomo moderno.
Il rapporto tra neurocranio e splancnocranio è ormai radicalmente cambiato rispetto alle
scimmie antropomorfe e ai più antichi ominidi come gli Australopiteci, per cui le ossa facciali
150
si collocano al di sotto della scatola cranica.
Queste caratteristiche differenziano
profondamente i primi Homo erectus da tutti gli ominidi precedenti, compresi Homo
rudolfensis e Homo habilis, e ne fanno i primi veri rappresentanti del genere Homo.
Peculiare di Homo erectus è uno spesso toro sopraorbitario. La volta cranica è bassa, il
frontale è separato dal toro sopraorbitario da un solco ed è sfuggente all’indietro. L’occipitale
forma un angolo acuto, la squama occipitale è più grande di quella nucale e tra le due corre
una protuberanza trasversale (toro occipitale), a cui si attaccavano i muscoli del collo.
Le capacità craniche stimate sono:
•
KNM-ER 3733
848 cm3
•
KNM-ER 3883
804 cm3 (minimo)
•
KNM-WT 15000 909 cm3 (stima come adulto)
•
OH 9
1067 cm3
•
Daka
986 cm3
•
Buia
900 cm3
La media è di 919 cm3, nettamente superiore a quella dell’habilis (600/614 cm3) e degli
uomini di Dmanisi (645 cm3). A partire da 1,6 Ma e forse anche un poco prima, si erano
ormai sviluppate quasi tutte le caratteristiche dell'uomo moderno tranne una, quella che più di
ogni altra ci distingue da tutti gli altri animali, il nostro grande cervello.
Il ragazzo di Nariokotome è il più completo ominide finora rinvenuto. L'età alla morte è stata
stimata inizialmente in circa 9-11 anni poiché le suture craniche non erano ancora saldate e
fuse, le cartilagini del femore non ancora saldate e soprattutto per il fatto che era appena
spuntato il secondo molare. L'area di Broca nel cervello - uno dei centri che presiedono alle
facoltà del linguaggio - appare già sviluppata, ma il canale della spina dorsale è piccolo
rispetto alle dimensioni dell'uomo moderno. Ciò significa che il Turkana boy aveva una
minore quantità di tessuto nervoso e quindi un controllo meno sofisticato e meno flessibile di
alcuni muscoli e di alcune funzioni, in particolare è improbabile che potesse emettere i suoni
articolati che caratterizzano il linguaggio verbale umano.
I due crani più recenti, Daka e Buia, databili a 1,0 Ma, mostrano caratteristiche decisamente
più evolute del neurocranio non tanto nelle dimensioni quanto nella sua architettura: come si
evidenzia nella norma occipitale il profilo non è più a tenda, con la larghezza massima verso
la base, ma i parietali salgono più o meno verticali. Si cominciano a riscontrare quelle
caratteristiche che si affermeranno più chiaramente nel corso del Pleistocene medio con i
151
crani di Bodo e di Ndutu, tra 600 e 400 ka. In Africa il periodo tra 1 Ma e 600 ka, che
corrisponde alla fine del Pleistocene Inferiore e agli inizi del Pleistocene Medio presenta una
lacuna nei ritrovamenti, mentre è proprio a questo periodo che risale la maggior parte dei
ritrovamenti di Homo erectus dell’isola di Giava.
L'Homo erectus è il primo uomo uscito dai confini dell'Africa, come dimostra
diffusione nell'Asia orientale, sud-orientale e in Europa.
Dall'associazione più
la sua
volte
riscontrata tra erectus e manufatti di pietra scheggiata, sappiamo che Homo ergaster/erectus
creò una nuova industria litica, quella del bifacciale (o amigdala), che a Olduvai compare per
la prima volta nella parte medio-superiore del Bed II, verso 1,5-1,4 Ma. Poiché le industrie a
bifacciali sono note in Europa fin dalle fasi antiche, dobbiamo dedurre che vi furono portate
da uomini appartenenti alla specie Homo ergaster/erectus.
Nell’Asia sud-orientale, al
contrario, non è attestata la cultura del bifacciale, almeno durante il Pleistocene inferiore e
medio, e ciò può interpretarsi come prova del fatto che la diffusione degli ominidi in Asia sia
avvenuta prima che in Africa si passasse dalla pebble culture a quella del bifacciale, cioè
prima di 1,5/1,4 Ma. I più importanti reperti di Homo erectus del Pleistocene inferiore
avanzato e del Pleistocene medio sono tra l'altro, per il loro numero e la loro completezza,
proprio quelli asiatici, di Giava e della Cina.
5.3 L’Homo erectus dell’isola di Giava
Un gran numero di crani, mandibole e denti, e in misura minore di ossa lunghe, di Homo
erectus è venuto alla luce nell’isola di Giava. La loro precisa datazione è stata ed è ancora
oggetto di controversie, sia perché le condizioni per le datazioni radiometriche sono meno
felici rispetto alle formazioni geologiche dell’Africa orientale, ricche di materiali di origine
vulcanica regolarmente stratificati, mentre a Giava molti dei materiali di origine vulcanica
sottoposti a datazione sono in giacitura secondaria, sia perché i resti fossili umani nella
maggior parte dei casi non sono stati rinvenuti in situ nel corso di ricerche e scavi regolari da
parte di geologi e paleontologi, bensì da parte di contadini nel corso di lavori agricoli o da
addetti agli scavi e successivamente consegnati agli studiosi o addirittura venduti da parte di
raccoglitori locali, con il risultato che permangono gravi incertezze sulla loro effettiva
posizione stratigrafica.
152
Eugène Dubois (1855-1940)127, lo scopritore dei primi ominidi fossili di Giava, coltivò la
passione per la paleontologia fin da bambino; dopo aver studiato medicina per sette anni, nel
1882 diventò lettore di anatomia all’università di Amsterdam, ma entrato in contrasto con il
proprio professore, nel 1887 diede le dimissioni e si arruolò come sottotenente medico
nell’esercito olandese coloniale. La sua scelta era stata dettata da una precisa intenzione,
quella di condurre ricerche paleontologiche in Indonesia, allora sotto il dominio coloniale
dell’Olanda. Nell’autunno 1887 si imbarcò con la famiglia alla volta di Sumatra, iniziando a
prestare servizio presso l’ospedale militare di Pajakoemboe. Nello stesso tempo si dedicava
alle ricerche di fossili nelle vicine grotte di Boea. Ben presto convinse le autorità governative
a concedergli di passare alla riserva attiva e di dedicarsi a tempo pieno alle sue ricerche
paleontologiche, ottenendo anche i mezzi necessari per condurle su larga scala. Nel marzo
1890 si trasferì nell’isola di Giava, stabilendo la sua base a Tulang Agung e iniziò ad
effettuare una serie di prospezioni del territorio per individuare i siti fossiliferi più
promettenti. Ottenuti come mano d’opera i condannati ai lavori forzati e come assistenti due
sergenti dell’esercito, si mise subito al lavoro. L’anno prima in una caverna presso Wadjak
era stato scoperto un cranio umano fossile, Dubois vi riprese le ricerche e nel maggio 1890
scoprì un secondo cranio ed altri frammenti, ma questi resti umani erano associati a fauna
recente ed apparivano troppo moderni per costituire l’anello mancante che Dubois andava
cercando. Ben presto rivolse la sua attenzione alla regione centro-orientale di Giava, in
particolare ai depositi fossiliferi della zona del vulcano Lawu-Kukusan, attorno al quale
scorrono il fiume Solo-Bengawan e il suo affluente Madiun. Nel novembre 1890 a Kedung
Brubus venne alla luce un frammento di mandibola con il P3 destro e la cavità del canino.
Poco a sud del villaggio di Trinil presso un’ansa del fiume Solo l’attenzione di Dubois fu
attirata da un deposito dello spessore di 15 m che l’erosione del fiume aveva portato in
esposizione e decise di concentrò lì le sue ricerche, iniziando gli scavi nell’agosto-ottobre
1891. Fece aprire una trincea quasi circolare di 12 m di diametro, entro cui lavoravano 50
forzati sotto la sorveglianza dei sergenti Kriele e de Winter, che ogni 15-20 giorni
imballavano i fossili scoperti e li spedivano a Tulang Agung, dove Dubois li esaminava e
127
Su Dubois cfr. G.H.R. VON KOENIGSWALD 1955, capitolo primo; J. READER, Gli anelli mancanti, Milano
1983, pp. 35-50; F. SEMAH, A.-M. SEMAH, T. DJUBIANTONO, Ils ont découvert Java, Jakarta 1990, pp. 2-15; PAT
SHIPMAN, The Man Who Found the Missing Link. Eugène Dubois and His Lifelong Quest to Prove Darwin
Right, Harvard University Press, 2002.
153
classificava. In settembre fu trovato un dente e in ottobre una calotta cranica di ominide. Non
è chiaro se Dubois fosse presente al momento della scoperta. Inizialmente egli pensò che i due
reperti fossero da attribuire a uno scimpanzé fossile. I lavori furono ripresi nel maggio 1892 e
continuarono fino ad ottobre. Fu aperta una nuova trincea a monte della precedente, lunga 24
m e profonda 8 m. Nel mese di agosto, nello stesso strato che aveva restituito la calotta
cranica, a circa 12-15 m di distanza, fu scoperto un femore e nell’ottobre un altro dente.
Nonostante che le ricerche proseguissero nel 1893 e nel 1894 su scala ancora maggiore non fu
più rinvenuto alcun altro resto fossile umano.
La scoperta del femore, che era di tipo perfettamente umano, fece comprendere a Dubois che
la calotta e i denti non potevano appartenere a una scimmia antropomorfa, ma dovevano
essere attribuiti a una creatura intermedia tra l’uomo e la scimmia, l’anello mancante
ipotizzato da Haeckel. Nel 1894 Dubois descrisse il ritrovamento in un opuscolo pubblicato
a Batavia, l’attuale Gjakarta, dal titolo Pithecanthropus erectus. Eine menschenähnliche
Übergangsform aus Java. Rientrato in Olanda nel 1895, Dubois presentò i suoi ritrovamenti a
diversi congressi internazionali: nel 1895 a Leida, nel 1896 a Berlino, nel 1898 a Cambridge.
Tutti riconobbero la grande importanza della scoperta – si trattava dei primi fossili di
ominide scoperti al di fuori dell’Europa - , ma non tutti rimasero convinti dell’interpretazione
che ne dava Dubois: secondo alcuni si trattava di una scimmia antropomorfa, secondo altri di
un vero membro del genere umano, altri ancora mettevano in dubbio l’associazione tra la
calotta cranica, i denti e il femore. Dubois ottenne un posto di professore di mineralogia e
geologia all’università di Amsterdam, ma di fronte alle critiche rivoltegli si isolò sempre più
dalla comunità scientifica, rendendo difficile la consultazione diretta dei reperti da parte di
altri studiosi.
Tra il 1906 e il 1908 una grande spedizione internazionale multidisciplinare, organizzata da
Emile Selenka, condusse scavi di grande ampiezza a Trinil, recuperando una ingente massa di
dati di carattere paleontologico, paleobotanico, geologico, ma sfortunatamente non venne alla
luce alcun resto umano.
Importanti scoperte di ominidi fossili ripresero a Giava nel 1931128. Il geologo ter Haar stava
lavorando alla carta geologica delle colline Kendeng ed aveva posto la sua base a Ngandong,
128
Sulle scoperte degli anni ’30 del XX secolo cfr. G.H.R. VON KOENIGSWALD 1955, capitolo terzo; F. SÉMAH,
A.-M. SÉMAH, T. DJUBIANTONO, Ils ont découvert Java, Jakarta 1990, pp. 21-26; Le Pithecanthrope de Java, a
c. di F. SÉMAH e D. GRIMAUD-HERVÉ, Les Dossiers d’Archéologie, N° 184, luglio-agosto 1993.
154
un piccolo villaggio sul fiume Solo, 10 km a nord di Trinil. Nell’agosto 1931 scoprì
casualmente un importante deposito ricco di fossili nella terrazza di 20 m al di sopra del
fiume. Nel settembre furono condotti i primi scavi e la fauna fossile venne inviata a Bandung,
sede del Servizio Geologico. Qui, W.F.F. Oppenoorth aprendo le casse trovò due crani umani
e si recò quindi subito a Ngandong per un sopralluogo: al suo arrivo era già stato trovato un
terzo cranio. Gli scavi continuarono nel 1932 e tra gennaio e novembre vennero alla luce altri
otto crani. Nel mese di giugno, nel corso di un sopralluogo al sito, ter Haar e von
Koenigswald poterono scavare personalmente il cranio n. VI, uno dei più completi. Oltre ad
undici crani, furono rinvenute due tibie, ma nessun’altra parte dello scheletro e neppure una
mandibola. Gli scavi di Ngandong fruttarono 25000 fossili animali, fra cui molti bufali
d’acqua, buoi selvatici e lo Stegodon, un elefante asiatico di età pleistocenica. La fauna
appariva più recente di quella di Trinil H.K.129 e gli stessi resti umani mostravano di essere
più evoluti rispetto al Pithecanthropus erectus di Dubois.
Il protagonista delle successive scoperte fu il paleontologo tedesco Gustav Heinrich Ralph
von Koenigswald. Nato a Berlino nel 1903, studiò in diverse università tedesche e nel 1931 fu
assunto come paleontologo dal governo coloniale olandese per la redazione della carta
geologica di Giava. Nel 1934 von Koenigswald scoprì il sito di Sangiran, 60 km a occidente
di Trinil e ne comprese le grandi potenzialità per la ricerca di fossili umani. Sangiran era già
conosciuta per la sua abbondanza di fossili ed era stata visitata anche da Dubois nel 1893. Il
cd. Sangiran dome è una grande collina a forma di cupola, a nord di Surakarta, tra il vulcano
Lawu Kukusan a est (m 3265) e il Merapi a ovest (m 3141), nella valle del fiume SoloBengawan, lungo un suo affluente, il Kali Tjemoro, che l’attraversa completamente. La
collina presenta al centro una vasta depressione più o meno circolare, una conca del diametro
di 4 km, come se fosse il cratere di un vulcano. Gli agenti atmosferici ed il piccolo fiume Kali
Tjemoro, che si è aperto un passaggio attraverso la collina, hanno portato in esposizione tutta
la sequenza stratigrafica, comprendente cinque unità principali: le ghiaie superiori, tufi e
arenarie con la fauna di Trinil, le argille lacustri nere con la fauna allora detta di Djetis, uno
strato di breccia vulcanica, il banco calcareo a Balanus, le sabbie e argille marine di colore
verde azzurro.
Qui era finalmente possibile avere un quadro chiaro della successione dei depositi dalla fine
129
H.K. è l’abbreviazione di “Haupt Knochenschicht”, strato fossilifero principale.
155
del Pliocene a gran parte del Pleistocene. Von Koenigswald iniziò subito le ricerche a
Sangiran, ma alla fine del 1934 vennero meno i finanziamenti per la nuova carta geologica e i
lavori furono interrotti. Dietro consiglio di Teilhard de Chardin, che proprio in quel periodo
era di passaggio a Giava per visitare i luoghi in cui era stato scoperto il pitecantropo, von
Koenigswald si rivolse alla Carnegie Institution di Washington, il cui presidente, J. C.
Merriam, era un paleontologo. Divenuto Research Associate della Carnegie Institution, von
Koenigswald poté riprendere i lavori nel 1937 con un congruo finanziamento e le scoperte
non si fecero attendere: nel 1937 vennero alla luce prima un frammento di mandibola e poi
una calotta cranica a Bapang, nel 1938 l’occipitale e i parietali di un nuovo cranio a Tanjung,
nel 1939 la parte posteriore di un cranio e parte del mascellare e della mandibola e poi un
nuovo frammento di mandibola, nel 1941 il frammento di una mandibola di grandi
dimensioni. La seconda guerra mondiale portò all’interruzione delle ricerche, Giava fu
occupata dai Giapponesi e von Koenigswald inviato in un campo di internamento130. Finita la
guerra, dopo un breve periodo di lavoro all’American Museum of Natural History a New
York, all’inizio del 1948 von Koenigswald accettò la cattedra di paleontologia all’università
di Utrecht e fece ritorno in Olanda.
Le ricerche a Sangiran continuarono solo occasionalmente: una nuova mandibola fu scoperta
nel 1952 ed un’altra ancora nel 1960. A von Koenigswald si deve la formazione dei primi
specialisti indonesiani di paleoantropologia, come l’antropologo Teuku Jakob e il geologo S.
Sartono, che continuarono le ricerche a Sangiran. Tra il 1963 e il 1981 sono venuti alla luce
quasi 30 nuovi reperti, fra cui quattro crani e una mandibola. Nel 1963 una calotta cranica a
Tanjung e nel 1965 a Pucung, al 1969 risale la scoperta sempre a Pucung da parte di un
contadino che stava zappando la terra di un cranio con le ossa facciali e il mascellare
superiore, denominato Sangiran 17. I ritrovamenti di fossili umani sono proseguiti nell’ultimo
quarto di secolo e i resti di Homo erectus da Sangiran ammontano a più di un centinaio, per la
maggior parte provenienti dalla parte settentrionale e da quella orientale della conca. Nel
maggio 1993 un cranio completo ma privo di mandibola (Sangiran 50) è stato rinvenuto a
Tanjung, nel settembre dello stesso anno una calotta cranica a Grogolwetan, nel febbraio del
1996 un’altra calotta cranica a Sendangbusik e nell’aprile un occipitale a Bapang.
A Sangiran è stato costruito un museo che espone alcuni tra i più importanti ritrovamenti
130
von Koenigswald aveva la nazionalità danese.
156
dell’area. Nel dicembre 1996 tutta l’area è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio
dell’umanità e iscritta nella World Heritage List.
Nuovi siti fossiliferi di Giava hanno restituito resti di ominidi: Sambungmacan, da cui
provengono tre calotte craniche e un frammento di tibia, e Ngawi, dove è stata scoperta una
calotta cranica nel 1988. Un dente e frammenti di parietale provengono dalle ricerche
effettuate negli anni 1977-1978 a Patiayam.
Molto singolare è il recupero nel 1999 della calotta cranica Sambungmacan 3. Il proprietario
di un negozio di minerali, fossili e cose di storia naturale in New York acquistò una partita
proveniente dall’Indonesia nel marzo 1999. Ripulendo un fossile tutto incrostato di fango, si
trovò tra le mani la calotta cranica di un uomo fossile. Secondo T. Jakob il cranio sarebbe
stato scoperto nel 1997 tra Poloyo e Chemeng nel distretto di Sambungmacan nel corso di
lavori di estrazione di sabbia dal letto del fiume Solo ed esportato clandestinamente.
La controversa datazione dell’Homo erectus di Giava
Le formazioni plio-pleistoceniche dell’area di Surakarta e del fiume Solo nella parte centrale
di Giava, dove sono state effettuate quasi tutte le scoperte di ominidi fossili dell’isola,
comprendono alcune grandi unità, la cui interpretazione e datazione ha dato luogo a continue
controversie131.
Durante il Pliocene l’isola di Giava non era ancora emersa dal mare
e a quest’epoca
risalgono le formazioni superiori di Kalibeng/Puren, costituite da marne gialle, la cui polarità
è risultata inversa, cui seguono argille blu e argille sabbiose di colore verde azzurro,
depositatesi in un mare poco profondo, sigillate da un banco calcareo a conchiglie di Balano,
cui segue uno strato a Corbicula, che indica una regressione del mare. Il tufo inferiore I è
stato datato con le tracce di fissione a 2,99 ± 0.47. Alla base delle argille blu è stato
riconosciuto un reversal paleomagnetico che potrebbe corrispondere all’episodio di Rèunion
(2,29/2,14 Ma)132. Il banco calcareo ha polarità normale.
A nord e a sud del bacino cominciano a emergere i primi rilievi collinari e si forma una
laguna. Con la breccia vulcanica inferiore (Lower Lahar Unit), che contiene ancora diatomee
e conchiglie marine, ma registra la prima comparsa di mammiferi continentali, ha inizio la
131
Per un chiaro e sintetico quadro generale cfr. C. HERTLER, Y. RIZAL (ed.), Excursion guide to the Pleistocene hominid
sites in Central and East Java, Frankfurt am Main-Bandung 2005.
132
Secondo altri autori il reversal potrebbe corrispondere all’episodio di Olduvai (1,9 – 1,77 Ma), ma la correlazione sembra
poco probabile.
157
formazione geologica successiva, denominata di Pucangan/Sangiran, di una potenza variabile
da 80-100 fino a 200 m, costituita da argille nere di sedimentazione lacustre, suddivise in una
parte inferiore e in una medio-superiore da uno strato intermedio giallo di origine marina. Le
argille nere hanno polarità inversa o intermedia e quindi corrispondono al crono Matuyama,
ma il Lahar inferiore ha polarità normale e la sua datazione a 1,81 ± 0,04 permette di correlare
questa unità, insieme al banco calcareo e allo shell bed sottostanti, all’episodio di Olduvai
(1,95-1,77 Ma), che fino a poco tempo fa’ è stato considerato l’inizio del Pleistocene133.
All’interno delle argille nere, che si sono depositate in un ambiente lagunare, vi sono undici
livelli di tufo, il penultimo dei quali presenta un reversal paleomagnetico. Dalla parte inferiore
della formazione di Pucangan proviene la fauna detta di Satir, che comprende un mastodonte,
un ippopotamo, un cervo e una tartaruga gigante. Le analisi polliniche confermano il carattere
palustre dell’ambiente. Dalla parte medio-superiore della formazione di Pucangan proviene la
fauna fossile denominata inizialmente di Djetis e poi Ci Sat e inoltre diversi frammenti di
fossili umani. Tra i Proboscidati compare lo Stegodon, che sostituisce il mastodonte, e vi sono
cervidi, bovidi e un grande felino. L’ambiente è più secco ed è evidente che vi è stata una
immigrazione di nuove specie dal continente asiatico in una fase in cui l’abbassamento del
livello del mare dovuto al raffreddamento del clima aveva creato un collegamento di
terraferma tra le isole di Giava e Sumatra e la penisola malese. Al seguito di questa fauna è
giunto anche l’uomo134.
Tra la formazione di Pucangan/Sangiran e quella soprastante di Kabuh/Bapang vi è uno strato
di separazione (Grenzhorizont o Grenzbank), di polarità inversa, formato da un conglomerato
calcificato molto duro, comprendente elementi marini spezzati, come coralli, molluschi,
conchiglie di Balano. E’ in questo momento che avviene il definitivo riempimento della
laguna grazie al sollevamento delle colline di Kendeng a nord e dei monti a sud. Poco sotto il
Grenzhorizont vi è il reversal magnetico precedentemente ricordato (tufi 10 e 11), che
potrebbe corrispondere all’episodio di polarità normale di Mountain (1,24 Ma) o di Cobb (1,2
Ma).
133
E.A. BETTIS III ET ALII, Landscape development preceding Homo erectus immigration into Central Java, Indonesia: the
Sangiran Formation Lower Lahar, in Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, 206, 2004, pp. 115-131. Altre
datazioni avevano assegnato alla breccia vulcanica inferiore un’età di 1,67 Ma: F. SÉMAH, H. SALEKI, C. FALGUÈRES, Did
Early Man reach Java during the Late Pliocene?, in Journal of Archaeological Science, 27, 2000, pp. 763-769.
134
Secondo alcuni autori diversi resti umani, fra cui il frammento di cranio Sangiran 31 e di mandibola Sangiran 6
provengono dalle argille nere inferiori. Il cd. bambino di Modjokerto scoperto nel 1936 vicino a Perning proverrebbe da un
livello corrispondente alle argille nere inferiori della formazione di Pucangan/Sangiran.
158
La formazione di Kabuh/Bapang ha spessore variabile da 6 a 50-70 m ed è caratterizzata da
cinque cicli sedimentari di origine fluviale intercalati da stratificazioni di origine vulcanica.
Alla base vi è un livello di argilla sterile, cui segue il primo ciclo comprendente una fauna che
corrisponde a quella di Trinil H.K. Le sabbie e argille di deposizione fluviale della
formazione sono divise da tre strati di tufo (inferiore, medio e superiore). Tra il Grenzbank e
il tufo superiore la polarità è prevalentemente inversa, ma vi sono numerosi reversal che
rendono il quadro poco chiaro, il più importante è verso la base e potrebbe corrispondere
all’episodio di Jaramillo (1,049–0,97 Ma). Il tufo superiore presenta un reversal
paleomagnetico che dovrebbe segnare il limite Matuyama/Brunhes, datato a 0,787 Ma, poiché
tutta la successiva sedimentazione, corrispondente all’ultimo ciclo sedimentario, ha polarità
normale.
La fauna di Trinil comprende, oltre a Stegodon, due specie di tigre, il rinoceronte, cervidi,
antilopi, grandi bovidi. La successiva fauna, detta di Kedung Brubus, è presente nella
stratificazione soprastante al tufo inferiore e mostra l’arrivo di nuove specie continentali
(rinoceronte unicorno, tapiro indiano, la iena, cervidi, bovidi, suidi). Il paesaggio è quello di
una boscaglia aperta, il clima appare più secco.
Un dettagliato studio della geologia di Sangiran è stato effettuato da un’équipe indonesiana e
giapponese, che ha individuato il reversal magnetico che segna l’inizio del Pleistocene medio
non nel tufo poco al di sotto del Grenzbank, come si riteneva in precedenza, ma nel tufo
superiore della formazione di Kabuh. È stata inoltre confermata la posizione stratigrafica delle
tectiti, già scoperte da von Koenigswald ed utilizzate per la datazione dell’ Homo erectus di
Giava. Queste tectiti appartengono a uno sciame australo-asiatico originatosi dall’impatto di
un grande asteroide nell’area della penisola indocinese, tra Laos e Cambogia, uno dei più
recenti eventi catastrofici che hanno colpito la terra. A seguito dell’impatto, questi oggetti di
vetro sono stati proiettati nell’atmosfera e sono poi ricaduti su un’area piuttosto vasta
comprendente l’Asia sud-orientale, parte dell’Oceania e l’Australia. È stato possibile datare la
formazione di queste tectiti, e quindi anche dell’impatto dell’asteroide, mediante i metodi del
K/Ar e dell’Ar/Ar, nonché delle tracce di fissione, che hanno fornito concordemente un’età
compresa tra 710 e 830 ka, fissata poi a 803 ka. Fatto ancora più importante, la posizione
stratigrafica di queste tectiti è ben conosciuta grazie a due carote sottomarine ottenute al largo
delle Filippine, nelle quali sono state rinvenute verso la fine dell’OIS 20, circa 12000 anni
prima del limite Brunhes/Matuyama, reversal magnetico con cui ha inizio l’OIS 19 e che
159
marca l’inizio del Pleistocene medio. La posizione stratigrafica delle tectiti rinvenute a
Sangiran tra il tufo superiore e quello medio ben si accorda quindi con l’individuazione del
limite Brunhes/Matuyama nel tufo superiore della formazione di Kabuh/Bapang135.
Un limite erosivo separa la formazione di Kabuh da quella di Notopuro/Pohjajar, costituita da
sabbie e brecce vulcaniche. La polarità magnetica è normale. La fauna fossile è denominata
fauna di Ngandong, dal terrazzo di 20 m sopra il fiume Solo di quella località, e comprende
ancora lo Stegodon. Accanto a rinoceronti, ippopotami, buoi selvatici, cervidi, suidi, vi erano
bufali d’acqua con un’eccezionale apertura tra le estremità delle corna, di oltre due metri,
fatto che indica un paesaggio meno fittamente alberato rispetto a quello tropicale, quindi un
clima meno caldo e meno umido, e ciò è confermato dalla presenza di un airone tipico delle
latitudini più settentrionali della Cina136. Datazioni effettuate su ossa della fauna di Ngandong
con il metodo dei rapporti isotopici dell’uranio hanno confermato la pertinenza al Pleistocene
medio-superiore degli strati di Notopuro (OIS 8 o 6), 250 o 200-160 ka. Segue, infine, il
complesso della fauna di Punung, che costituisce un cambiamento importante rispetto a tutti i
complessi precedenti, poiché non annovera mammiferi estinti, mentre comprende quelle
specie caratteristiche del sud-est asiatico fino al più intenso impatto antropico dei tempi
recenti, che ne ha determinato in gran parte la scomparsa: l’elefante asiatico, l’orso
indonesiano, il gibbone, l’orango, il rinoceronte di Giava, il tapiro malese, la tigre. Il clima era
caldo e umido e il paesaggio quello della foresta pluviale. Le datazioni radiometriche indicano
per la fauna di Punung un’età compresa tra 128 ± 15 e 118 ± 3 ka, corrispondente all’ultimo
interglaciale (OIS 5). Di conseguenza la fauna di Ngandong è più antica e deve risalire alla
fine del Pleistocene Medio o al limite con quello superiore137.
E’ stata spesso criticata la datazione di 1,65 ± 0,03 Ma ottenuta con il metodo del 40Ar/39Ar
per un orizzonte ricco di pomice vulcanica posto 2 m al di sopra del punto di ritrovamento,
nel 1974, dei crani S 27 e S 31 nelle argille nere inferiori della formazione di Pucangan138. In
realtà, se l’inizio della formazione di Pucangan/Sangiran è correlabile con l’episodio di
Olduvai, come sembra più che probabile, questa datazione è perfettamente compatibile con lo
135
M. LANGBROEK, W. ROEBROEKS, Extraterrestrial evidence on the age of the hominids from Java, in Journal of Human
Evolution, 38, 2000, pp. 595-600. Altri ricercatori non ritengono provata la posizione stratigrafica delle tectiti, alla luce
delle datazioni radiometriche della formazione di Kabuh/Bapang: cfr., ad es., R. LARICK ET ALII, Early Pleistocene
40
Ar/39Ar ages for Bapang Formation hominins, in PNAS, 28, 2001, pp. 4866-4871.
136
G.H.R. VON KOENIGSWALD 1967, pp. 90-93.
137
K.E. WESTAWAY ET ALII, Age and biostratigraphic significance of the Punung Rainforest Fauna, East Java, Indonesia, in
Journal of Human Evolution, 54, 2007, pp.
160
schema appena illustrato, mentre non viene ritenuta valida da coloro che pongono la fine della
formazione proprio verso quella data139.
Infine, è stato datato, sempre con il metodo
40
Ar/39Ar, lo strato di breccia vulcanica di
Modjokerto da cui proverrebbe il cranio infantile rinvenuto nel 1936. Quale sia l’effettiva
posizione stratigrafica del cranio di Modjokerto rimane molto incerto. Già attribuito alla base
della formazione di Pucangan, era stato poi assegnato alla formazione di Kabuh per la sua
polarità normale. Il cranio infantile di Modjokerto (P V), sarebbe l’ominide più antico
rinvenuto a Giava, se si accetta la sua provenienza da un’arenaria conglomeratica di origine
vulcanica corrispondente alla breccia vulcanica alla base della formazione di Pucangan,
provenienza sostenuta da von Koenigswald. Il raccoglitore locale autore della scoperta in un
sopralluogo insieme a T. Jacob - effettuato a distanza di 39 anni! - ha riconfermato questa
provenienza. Al contrario, secondo Sartono in base alle note prese al momento della scoperta
la fauna associata al cranio sarebbe stata di tipo Trinil e non di tipo Djetis e quindi P V
sarebbe da associare alla formazione di Kabuh. La datazione della breccia vulcanica alla base
della formazione di Pucangan effettuata con il metodo
40
Ar/39Ar ha fornito un’età di 1,81 ±
0,04 Ma e la polarità positiva conferma la correlazione con l’episodio di Olduvai140. In questo
caso non solo il cranio infantile P V sarebbe coevo dell’Homo habilis e dell’Homo
rudolfensis, ma la diffusione dei primi ominidi umani fuori dall’Africa avrebbe dovuto
verificarsi in data ancora anteriore. Tutto ciò sembra in contrasto con le caratteristiche del
cranio infantile di Modjokerto. La sua età di morte è stata stimata da 2-3 fino a 5 anni ed
avendo una capacità cranica di circa 650-700 cm3, da adulto avrebbe potuto raggiungere una
capacità di 800-950 cm3 (a secondo dell’età che viene assegnata al soggetto), un dato che
appare compatibile con le forme più antiche di Homo erectus, ma non con Homo habilis o
rudolfensis. È quindi probabile che l’attribuzione del fossile alla cd. arenaria del monumento,
corrispondente a Modjokerto alla parte inferiore della formazione di Pucangan/Sangiran, non
sia fondata. Recentemente è stata condotta un’accurata ricerca per accertare l’esatta posizione
stratigrafica del ritrovamento attraverso l’esame di tutti i documenti disponibili ed è stato
stabilito che il cranio del bambino di Modjokerto proviene da uno strato di arenaria tufacea 20
138
C.C. SWISHER III ET ALII, Age of the Earliest Known Hominids in Java, Indonesia, in Science, 263, 1994, pp. 118-1121.
R. LARICK ET ALII, Early Pleistocene 40Ar/39Ar ages for Bapang Formation hominins, in PNAS, 28, 2001, pp. 4866-4871.
140
C.C. SWISHER III ET ALII, Age of the Earliest Known Hominids in Java, Indonesia, in Science, 263, 1994, pp. 118-1121;
G. CURTIS, C. SWISHER, R. LEWIN 2000. A favore di questa datazione cfr. anche O.F. Huffman, Geological context and age
of the Perning/Mojokerto Homo erectus, East Java, in Journal of Human Evolution, 40, 2001, pp. 353-362.
139
161
m al di sopra del punto indicato da Jacob, quindi nella parte superiore della formazione di
Pucangan/Sangiran. Una datazione effettuata con le tracce di fissione assegna a questo livello
un’età di 1,43 ± 0,15 Ma141.
Dalle argille nere inferiori della formazione di Pucangan proverrebbero le mandibole S 5, S 6
e i crani S 27 e S 31, dalle argille nere medio-superiori la mandibola S 9. In realtà i fossili
umani di Sangiran la cui posizione stratigrafica è stabilita con una certa sicurezza provengono
dalla parte superiore della formazione di Pucangan. La polarità normale della parte finale
della formazione e il fatto di trovarsi al di sotto del cd. Grenzbank con cui inizia una polarità
negativa, che caratterizza tutta la parte medio-inferiore della formazione di Kabuh, suggerisce
fortemente una correlazione con l’episodio di Jaramillo. Dagli strati inferiori della formazione
di Kabuh provengono la calotta cranica di Trinil e quelle di Sangiran S 2, S 10, S 12, S 17, S
50. La maggior parte dei fossili umani trovati a Sangiran si daterebbe quindi al Pleistocene
inferiore tra 1,2 e 0,787 Ma. Il cranio S 3 proverrebbe dall’ultimo strato di origine fluviale
della formazione di Kabuh, successiva al tufo superiore, e quindi databile all’inizio del
Pleistocene medio.
I tre crani di Sambungmacan, località tra Sangiran e Trinil, non hanno un preciso contesto
stratigrafico, trattandosi di recuperi fortuiti, al pari del cranio di Ngawi, a nord-est di Trinil.
I dodici crani di Ngandong, tra Trinil e Ngawi, sono stati rinvenuti in strati appartenenti alla
formazione di Notopuro, del Pleistocene medio/superiore, tuttavia tenendo conto che i crani
presentano un certo grado di abrasione superficiale, non è da escludere che siano stati
trasportati da correnti fluviali che hanno eroso strati più antichi. Comunque, come abbiamo
visto precedentemente la fauna di Ngandong è più antica di 128 ka. Sulla datazione dei crani
di Ngandong si è accesa un’ennesima controversia. Swisher III e Curtis hanno sottoposto a
datazione ESR e alla serie dell’uranio denti di bovidi della fauna di Ngandong raccolti sia nel
sito eponimo che in quello di Sambungmacan ottenendo un range da 53,3 ± 4 fino a 27 ± 2
ka, data che renderebbe l’Homo erectus di Ngandong contemporaneo dell’uomo
anatomicamente moderno142. Più recentemente tre crani di Ngandong sono stati sottoposti a
141
O.F. HUFFMAN ET ALII, Relocation of the 1936 Mojokerto skull discovery site near Perning, East Java, in Journal of
Human Evolution, 50, 2006, pp. 431-451.
142
C.C. SWISHER III ET ALII, Late Homo erectus of Java: Potential Contemporaneity with Homo sapiens in Southeast Asia,
in Science, 274, 1996, pp. 1870-1874. Cfr. Anche il commento di ANN GIBBONS, ibidem, pp. 1841-1842. Valutazione
fortemente critica di R. GRÜN e A. THORNE, Dating the Ngandong Humans, in Science , 276, 1997, no. 5318, pp. 1575 –
1576. Cfr., inoltre, G. CURTIS, C. SWISHER, R. LEWIN, Java Man. How Two Geologist Changed the History of Human
Evolution, London, 2000.
162
datazione diretta mediante spettrometria raggi gamma, un metodo non distruttivo, stabilendo
un’età minima di 40 ka e un limite superiore intorno a 60-70 ka143. Queste date sono in
contrasto con la datazione all’ultimo interglaciale della fauna di Punung, posteriore a quella di
Ngandong, e con le precedenti datazioni radiometriche che assegnavano alla formazione di
Notopuro/Pohjajar contenente la fauna di Ngandong un’età tra 250 e 160 ka. Se fosse vera
una datazione tra 60 e 27 ka, non si capisce perché un buon campione di ossa della fauna di
Ngandong non sia stato sottoposto a datazione con il radiocarbonio, che potrebbe fornire una
conferma decisiva. Inoltre, se dobbiamo assegnare Ngandong all’OIS 3, vale a dire
all’interpleniglaciale würmiano in termini di cronologia europea, le successive faune di
Punung e di Wadjak diventerebbero di età olocenica144, il che è molto improbabile in virtù del
forte stato di fossilizzazione, che indica comunque un’età pleistocenica.
Caratteristiche dell’Homo erectus di Giava
Gli ominidi fossili di Giava hanno ricevuto denominazioni differenti. Pithecanthropus
erectus fu sostituito a partire dagli anni ’50 da Homo erectus. In precedenza von Koenigswald
aveva attribuito al cranio del bambino di Modjokerto il nome di Pithecanthropus
modjokertensis e Weidenreich designò il cranio rinvenuto a Sangiran nel 1939 come
Pithecanthropus dubius. Ancora von Koenigswald nel 1945 classificò la mandibola rinvenuta
a Sangiran nel 1941 come Meganthropus palaeojavanicus ed il termine di Megantropo è stato
in seguito applicato ad altri fossili di Giava come la mandibola S 8 e i crani S 27 e 31. Sartono
e/o Jacob hanno coniato il termine di Homo palaeojavanicus per indicare il Megantropo.
Alcuni autori hanno visto nel Megantropo un Australopiteco robusto. Tutte queste
denominazioni sono attualmente cadute in disuso e i fossili di Giava vengono attribuiti a
un’unica specie Homo erectus e nelle differenze di robustezza e di dimensioni che avevano
portato alla definizione del Megantropo oggi si tende a riconoscere un fenomeno di
dimorfismo sessuale.
Inizialmente i crani di Giava sono stati designati con la sigla P (= Pithecanthropus) I-VIII e le
mandibole con la sigla P A-F. Poiché la maggior parte delle scoperte si è verificata a
Sangiran, oggi si utilizza una numerazione progressiva con la sigla della località, S 1, S 2, S 3
143
Y. YOKOYAMA, C. FALGUÈRES, F. SÉMAHA, T. JACOB, R. GRÜN, Gamma-ray spectrometric dating of late Homo erectus
skulls from Ngandong and Sambungmacan, Central Java, Indonesia, in Journal of Human Evolution, 55, 2008, pp. 274-278.
144
Da esludere una collocazione nel corso dell’OIS 2, corrispondente all’ultimo massimo glaciale, poiché si tratta di faune
che indicano un clima caldo e umido.
163
ecc.
Per orientarsi nelle vecchie e nuove denominazioni è utile uno specchietto riassuntivo dei
principali reperti:
Località
Trinil
Sangiran
Sangiran
Anno
1891
1937
1938
Sigle
PI
T2
P II
S2
P III
S3
Sangiran
1939
P IV
Modjokerto
1936
PV
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
1939
1963
1965
P VI
P VII
1969
P VIII
1979
1981
1993
S4
S5
S 10
S 12
S 14
S 17
S 18
S 19
S 20
S 26
S 31
S 38
S 50
crani
Vecchie denominazioni
Pithecanthropus erectus
Pithecanthropus erectus
Pithecanthropus erectus
Calotta cranica
Cranio
Framm.i dell’occipitale
e dei parietali
Pithecanthropus robustus,
Parte posteriore del
P. modjokertensis
cranio e palato
Pithecanthropus
Cranio infantile
modjokertensis
Pithecanthropus dubius
Cranio parziale
Cranio frammentario
Fr.i di base cranica
Cranio e mascellare
Fr.i di cranio
Fr.i di cranio
Fr.i di cranio
Fr.i di cranio
Fr.i di volta cranica
Calotta cranica
Cranio con mascellare
Località
Kedung Brubus
Sangiran
Anno
1890
1936
Sigle
P A
P B
S1
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
Sangiran
1941
1952
1960
MA
MB
P C
PD
P E
P F
1973
1973
S6
S8
S9
S 15
S 21
S 22
mandibole
Vecchie denominazioni
Pithecanthropus erectus
Ramo mandibolare destro
Meganthropus palaeojavanicus
Meganthropus palaeojavanicus
Framm.o del ramo destro
Fr.o ramo destro con P3-4, M2-3
Fr.o di mascellare
Ramo destro con M 3
Fr.o con I 2, P 3, M 3
Per quanto in passato i numerosi resti di ominidi rinvenuti a Giava abbiano ricevuto differenti
denominazioni e collocazioni tassonomiche, la maggior parte degli studiosi è attualmente
concorde nel ritenere che appartengano tutti a una sola specie, Homo erectus, nella quale è
possibile riconoscere tre stadi di sviluppo.
Lo stadio più antico comprende i fossili provenienti dalla parte inferiore della formazione di
Pucangan, databili quindi intorno a 1,6 – 1,4 Ma. Per questo stadio non si dispone di alcun
cranio completo. La parte posteriore del cranio S 31 mostra caratteri primitivi, come uno
164
spessore molto forte (in media più di 12 mm), una carenatura sagittale che ha fatto supporre la
presenza di una vera e propria cresta sagittale (in realtà la regione sagittale presenta due
fratture parallele, che possono dare questa impressione, ma la presenza di un forte toro
angolare sembra escludere una cresta sagittale), un toro occipitale fortemente sviluppato, una
volta cranica larga e piatta. Il frammento di mandibola S 6 ha un’altezza e una robustezza
fuori del comune per un membro del genere Homo, ma per il resto la morfologia è tipicamente
umana (la dimensione relativa dei denti, come ad es. P4, tra l’altro con una sola radice, è la
metà di M1, presenza di un rudimentale tuberculum geniale, una spina per l’inserzione dei
muscoli che regolano i movimenti della lingua, compresi quelli che consentono il linguaggio).
I resti di ominidi provenienti dagli strati superiori della formazione di Pucangan (ca. 1,4 –
1,2 Ma), dal Grenzbank e dalla formazione di Kabuh (da 1,2 a ca. 0,7/0,6 Ma) costituiscono lo
stadio classico dell’Homo erectus di Giava145. La forma del cranio presenta una volta lunga e
appiattita, un frontale sfuggente, un occipitale nettamente angoloso con un forte toro
trasversale, una carena sagittale, linee temporali alte, larghezza massima spostata verso il
basso e verso la parte posteriore del cranio, con profilo a tenda in norma occipitale, e infine un
forte toro sopra-orbitario con restringimento post-orbitario del frontale e contorno birsoide del
cranio in norma verticale. Soltanto S 17 conserva quasi completamente le ossa della faccia,
mentre S 4 comprende la parte posteriore del cranio e il mascellare e gli si potrebbe adattare la
mandibola S 1. Il mascellare S 4 presenta tratti primitivi come il diastèma tra canino e
incisivo, il secondo molare maggiore del primo (ma il terzo è più piccolo), il canino sporgente
dalla fila dei denti. Le capacità craniche sono:
•
S4
908 cm3
•
PV
800/950 cm3
età ca. 1,4 Ma
•
T2
930/940 cm3
età ca. 1,2 – 1,1
•
S2
813/845 cm3
età ca. 1,0 – 0,8 Ma
•
S 10
840/855 cm3
età ca. 1,0 – 0,8 Ma
•
S 12
1059
cm3
età ca. 1,0 – 0,8 Ma
•
S 17
960/1004 cm3
età ca. 1,1 Ma
La media è intorno ai 901,4/937,2 cm3, più o meno eguale o di poco superiore a quella
dell’ergaster africano.
145
Per uno studio anche comparativo cfr. G.P. RIGHTMIRE, The Evolution of Homo erectus, Cambridge University Press
1990, in particolare il capitolo 2 p. 10 e ss.; R.G. KLEIN 1995 (1989), p. 152 e ss.
165
Lo stadio più evoluto comprende i crani di Sambungmacan 1, 3 e 4, quello di Ngawi, tutti
senza preciso contesto geologico, e gli undici crani di Ngandong, provenienti dalla terrazza di
20 m sul fiume Solo. La forma del cranio pur essendo ancora lunga mostra caratteri più
evoluti: il frontale è maggiormente curvo, la volta cranica è più alta e più ampia, l’occcipitale
più arrotondato. Anche la capacità cranica è decisamente aumentata:
1035/1100 cm3
•
Sambungmacan 1
•
Sambungmacan 3
918
•
Sambungmacan 4
1006
•
Ngawi
•
Ngandong 1
1172
•
Ngandong 6
1251
•
Ngandong 7
1065
•
Ngandong 10
1125
•
Ngandong 11
1230
•
Ngandong 12
870
1090/1145
La media di ca. 1076/1088 cm3 è in armonia con l’età geologica più recente di questi crani. In
conclusione, nell’isola di Giava troviamo nel corso del Pleistocene due popolazioni di Homo
erectus, una più antica costituita dal gruppo Trinil-Sangiran, databile al Pleistocene inferiore
avanzato, tra 1,2 e 0,78 Ma, e agli inizi del Pleistocene medio, una più recente costituita dal
gruppo di Sambungmacan-Ngandong, databile alla fine del Pleistocene medio, tra 250 e 130
ka. Per quanto sia più che probabile ipotizzare una evoluzione in loco dal gruppo TrinilSangiran a quello Sambungmacan-Ngandong, è bene tenere presente che a Giava nessun
fossile umano è databile con sicurezza al pieno Pleistocene medio, all’incirca tra 600 e 250
ka. Inoltre, è possibile che il gruppo Sambungmacan-Ngandong non sia sopravvissuto alla
catastrofe prodotta dall’esplosione del vulcano Toba in Sumatra verso 71 ka, la maggiore
verificatasi nel corso degli ultimi due milioni di anni e che ebbe conseguenze globali per
l’ambiente, ma ancor più devastanti per l’Asia sud-orientale.
166
5.4 L’Homo erectus in Cina146
In Cina la farmacopea tradizionale fa ricorso a “ossa di drago” (Lung Ku) e a “denti di
drago” (Lung Ya), che non sono altro che ossa e denti fossili, che vengono ridotti in polvere e
utilizzati per preparare pozioni medicamentose. Questa tradizione ha alimentato lo scavo e il
commercio dei fossili. Nel 1903 Max Schlosser pubblicando la collezione di fossili formata
dal naturalista tedesco K.A. Haberer con l’acquisto di ossa e denti di drago nelle drogherie
cinesi, segnalò la presenza di un molare superiore di ominide. Era la prima prova
dell’esistenza di un uomo fossile in Cina. Lo svedese J. G. Andersson, geologo poi dedicatosi
anche all’archeologia e stabilitosi a Pechino nel 1914 come esperto minerario al servizio del
governo cinese, nel 1921 iniziò scavi alla ricerca di resti fossili nella collina Chi Ku San
(collina dell’osso di pollo) nei pressi del villaggio di Zhoukoudian, 42 km a sud-ovest di
Pechino. Durante un sopralluogo i locali gli segnalarono un’altra collina dalla parte opposta,
dove era possibile trovare fossili di maggiori dimensioni, Lung Ku San, ovvero collina delle
ossa del drago. Andersson trasferì subito gli scavi in questa collina. Il materiale raccolto sotto
la direzione del connazionale dr. Otto Zdansky, paleontologo, fu poi trasferito in Svezia per
essere classificato e studiato. Soltanto nel 1926, in occasione di una riunione per la visita del
principe ereditario di Svezia a Pechino, Zdansky rese noto il fatto che tra i fossili provenienti
da Zhoukoudian erano stati trovati due denti umani.
La scoperta destò un fortissimo interesse nel dr. Davidson Black (1884-1934), professore di
anatomia all’Union Medical College di Pechino, un’istituzione sovvenzionata dalla
fondazione Rockfeller. Black, dopo aver studiato in Canada, suo paese natale, e in Inghilterra
con il prof. Elliot Smith, si era trasferito in Cina e coltivava la passione per la ricerca
dell’uomo fossile. Aveva già effettuato scavi senza successo in alcune grotte in Cina e nel
Siam. Egli convinse l’istituto Rockfeller a sovvenzionare con larghezza di mezzi gli scavi a
Zhoukoudian per due anni. I lavori sul campo erano condotti dal dr. B. Bohlin. La prima
campagna si svolse nel 1927 e portò alla scoperta di un molare inferiore di ominide, non
molto distante dal punto in cui erano stati ritrovati gli altri due da O. Zdansky. In base a
questo solo ritrovamento Black definì una nuova specie, Sinanthropus peckinensis,
letteralmente uomo cinese di Pechino. Nonostante che dopo due anni di scavi i resti umani
146
Per la storia delle scoperte cfr. R. VON KOENIGSWALD 1967, p. 48 e ss.; J. READER 1983, p. 93 e ss. Per i ritrovamenti: X.
WU, F. E. POIRIER, Human Evolution in China. A Metric Description of the Fossils and a Review of the Sites, Oxford
University Press, New York – Oxford 1995 (con tutta la bibliografia precedente, in particolare i lavori di F. Weidenreich per
Zhoukoudian).
167
ritrovati fossero nel complesso piuttosto modesti (frammenti di mandibole, un frammento di
omero, altri denti, frammenti di frontale e di parietale), Black riuscì a convincere la
fondazione a creare a Pechino un centro studi per le ricerche geologiche e paleontologiche in
Cina (Cenozoic Research Laboratory), rinunciando per parte sua all’ambizioso progetto di
una spedizione svedese-americana-cinese nel Turkmenistan. Bohlin, partito per il
Turkmenistan, fu sostituito nella terza campagna, quella del 1929, dal dr. C. Pei Wen-Chung,
a cui si deve la scoperta della prima calotta cranica completa, ufficialmente presentata a una
riunione della Società Geologica della Cina il 28 dicembre dello stesso anno. In questo
periodo giunse a Pechino il padre Pierre Teilhard de Chardin, che collaborò agli scavi e alle
ricerche a Zhoukoudian. Gli scavi continuarono ogni anno. Il 14 marzo 1934 il dr. Black morì
improvvisamente per un infarto e la direzione delle ricerche fu assunta da Teilhard de
Chardin.
Nel 1935 fu chiamato come Visiting Professor di anatomia all’Union Medical College e
come direttore del Laboratorio il prof. Franz Weidenreich (1873-1948). Weidenreich aveva
studiato con il prof. Schwalbe in Germania ed era stato professore a Strasburgo, Heidelberg e
Frankfurt am Main. Nel 1933 quando il nazismo salì al potere in Germania, Weidenreich si
trovava negli Stati Uniti per una serie di conferenze e decise di non rientrare in Germania.
Ottenne un incarico come professore all’università di Chicago e nel 1935 accettò l’offerta che
veniva da Pechino.
Weidenreich continuò l’opera di Black e si accinse a studiare accuratamente l’ingente
materiale paleoantropologico che era andato accumulandosi con le campagne di scavo. La
situazione politica della Cina costrinse ad interrompere gli scavi nel 1937 e Weidenreich si
dedicò al completamento degli studi nel Laboratorio. Nel 1941 lasciò la Cina per gli Stati
Uniti, portando con sé i calchi dei fossili e tutta la documentazione. Nel dicembre del 1941 i
fossili, che erano custoditi al Cenozoic Research Laboratory di Pechino, furono presi in
consegna, dietro richiesta cinese, da un reparto di marines dell’ambasciata americana a
Pechino, che doveva imbarcarsi a Chinwangtao sulla President Harrison che navigava al
largo della Cina. Nel frattempo – era il 7 dicembre 1941 – avvenne l’attacco giapponese a
Pearl Harbour e il reparto americano, arrivato a Chinwangtao fu fatto prigioniero dai
giapponesi. Da questo momento nessuno ha più visto i fossili di Zhoukoudian e nessuno è in
grado di dire che fine abbiano fatto.
168
Ad occidente di Pechino si trovano le colline occidentali, una serie di bassi rilievi con
direzione nord-est – sud-ovest. Si tratta di una zona ricca di cave di pietra, di miniere di
carbone ed anche di templi (gli otto Grandi Templi). Ai piedi di queste colline, 42 km a sudovest di Pechino, abbiamo il piccolo villaggio di Zhoukoudian. La collina “Ossa del drago”,
costituita da roccia calcarea, è subito a nord del villaggio. Lungo la sua fronte settentrionale
erano state aperte cave di pietra che avevano portato in esposizione i depositi di riempimento
delle caverne e delle fenditure prodotte dall’azione delle acque sul calcare. La caverna
maggiore (località 1) appariva ormai come un’ampia e profonda fenditura aperta sul versante
settentrionale per una lunghezza di 140 m e riempita da depositi della potenza di una
cinquantina di metri, su una profondità di 40 m a est e di soli 2,5 m ad ovest. L’entrata
originaria della caverna doveva essere rivolta verso nord-est e il soffitto era in gran parte
crollato già in età pleistocenica. Nel deposito, della potenza complessiva di 48 m, sono stati
riconosciuti 17 strati principali. Alla base del terzo strato a partire dall’alto vi sono grossi
blocchi di crollo. Tra lo strato 7 e 8 un crostone stalagmitico divide la parte superiore da
quella inferiore del deposito. Gli strati dall’11 in poi si trovano solo in un diverticolo verticale
profondo almeno una ventina di metri. Il deposito è costituito prevalentemente da brecce,
limi, sabbie e ghiaie, che comprendono molte lenti di ceneri, anche di considerevole spessore,
e abbondante fauna fossile.
Nell’Africa orientale, regione di intensa attività vulcanica nel Pliocene e Pleistocene, la
cronologia dei resti fossili di Ominidi è stata stabilita grazie al metodo di datazione K/Ar, la
cui affidabilità è stata pienamente dimostrata. In Cina, dove l’attività vulcanica è assente, il
metodo K/Ar non è utilizzabile e si sono incontrate notevoli difficoltà nella datazione dei resti
umani pleistocenici. Si sono utilizzati il metodo del disequilibrio della famiglia dell’uranio
(U/Th), che non può risalire più indietro di 600 ka, la termoluminescenza, le tracce di fissione,
l’ESR, la biostratigrafia e il paleomagnetismo, ma con risultati discordanti.
Lo strato 13 ha alla base un reversal paleomagnetico, che dovrebbe corrispondere al limite
Matuyama-Brunhes (787 ka). Nello strato 7 è stato riscontrato un breve episodio di reversal
paleomagnetico, che in un primo momento si è ritenuto potesse corrispondere all’episodio di
polarità inversa di Biwas III, datato 390 ka, ma che alla luce delle ultime datazioni
radiometriche dovrebbe essere più antico di 500 ka.
I più antichi resti umani compaiono nello strato 11, da cui provengono i crani 2 e 3, e poi si
trovano in quasi tutti gli strati successivi, tranne lo strato 6, che però ha restituito un focolare
169
con ceneri, e i primi due strati. La maggiore frequenza di resti umani si ha negli strati 8-9, al
di sotto del crostone stalagmitico, e negli strati 3 e 4.
Una prima serie di datazioni ottenute con diverse tecniche (serie dell’uranio, tracce di
fissione, termoluminescenza, ESR) sembrava indicare che il deposito risaliva nel suo insieme
al Pleistocene medio avanzato. Le più recenti datazioni radiometriche hanno mutato questo
quadro: se confermano che il deposito dallo strato 13 in poi risale al Pleistocene medio,
tuttavia indicano un’età Pleistocene Medio antico, e non avanzato, mentre gli strati più bassi,
a partire dal 14, che non hanno restituito resti umani, risalgono alla fine del Pleistocene
inferiore147.
Ecco un quadro riassuntivo in forma tabellare con le possibili correlazioni con gli stadi
isotopici dell’ossigeno e le loro rispettive date in ka):
strati
prime
nuove
date
radiometriche
date radiometriche
1
U/Th
2
230 + 30/-23
421+100 – 40
256 + 62/-40
414 ± 13
polarità
resti umani
OIS
normale
fresco e secco
normale
3
260 + 80/-50
normale
4
FT 299 ± 55
normale
TL 292 ± 26
cranio V, due
mandibole
11 (364 – 427 ka)
temperato
11 (364 – 427 ka)
caldo
12 (427 – 478 ka)
deposizione di
loess,
cranio I
freddo secco
TL 312 ± 28
5
clima
486 +34 –28
13-15 (478 – 621 ka)
caldo umido
16 (621-659 ka)
freddo
cranio IV, fr.o di
mandibola
17
caldo
normale
normale
crani VI, X, XI,
XII e tre
mandibole
17
caldo
18 (712 – 760 ka)
fresco
normale
cranio XIII, una
mandibola,
19
caldo e umido
584 +104 -61
6
7
normale
breve episodio di reversal
inversa
crostone
stalagmitico
8
U/Th > 300
670 ± 290
9
ESR 418
730 ± 170
750 ± 160
10
FT 462 ± 45
TL 417-592
750 ± 210
primi manufatti
147
Per le nuove datazioni G. SHEN ET ALII, High precision U-series dating of Locality 1 at Zhoukoudian, China, in Journal
of Human Evolution, 41, 2001, pp. 679-688; G. SHEN ET ALII, Age of Zhoukoudian Homo erectus determined with
26
Al/10Be burial dating, in Nature, 458, 198-200.
170
11
ESR 578
normale
crani II e III
12
13
alla base limite MatuyamaBrunhes (787 ka)
normale,
alla base
reversal
19
caldo
19
caldo
19
caldo secco
erosione
14-17
inversa
I resti umani rinvenuti a Zhoukoudian – 13 crani, di cui 6 abbastanza completi, e resti di
almeno 40 individui - si datano, quindi, tra 787 e 400 ka e sono in parte contemporanei e in
parte più recenti dell’Homo erectus di Giava. Già von Koenigswald e Weidenreich avevano
riconosciuto le strette affinità tra Pithecanthropus erectus e Sinanthropus pekinensis e
l’appartenenza di entrambi al genere Homo. In seguito furono attribuiti a una sola specie,
Homo erectus. Dopo la fine della seconda guerra mondiale le ricerche condotte in Cina hanno
portato alla scoperta di nuovi documenti riferibili all’Homo erectus in diverse località.
Nel 1964 nella collina di Gongwangling, 17 km a est della città di Lantian nello Shaanxi,
sono stati rinvenuti una calotta cranica, frammenti di mascellare e di mandibola, in uno strato
di argilla limosa grigia laminata dello spessore di 2,6 m. La fauna e le analisi polliniche
indicano un clima più caldo dell’attuale e la polarità negativa attribuisce lo strato al
Pleistocene inferiore con un’età maggiore di 787 ka. E’ questo il più antico ominide finora
rinvenuto in Cina e in effetti presenta i caratteri più primitivi.
Due crani piuttosto deformati sono stati scoperti nel 1989 e nel 1990 in un terrazzo del fiume
Quyuan nel sito di Xuetangliangzi (nello Yunxi, provincia di Hubei) insieme a industria
litica scheggiata e a fauna risalente al Pleistocene inferiore avanzato. Un accurato studio
stratigrafico, sedimentologico e paleomagnetico ha permesso di collocare i limi alluvionali
contenenti l’accumulo di fauna, l’industria litica e i due crani (strato C 3) all’epoca
dell’episodio di polarità positiva di Santa Rosa (936 ka) all’interno del crono Matuyama148.
Nel 1993 nella caverna Tangshan presso Nanjing, 250 km a nord-ovest di Shanghai, sono
venuti alla luce due crani di Homo erectus, uno M ed uno F. Mentre in un primo tempo erano
stati datati 150 ka, più recentemente è stata effettuata la datazione U/Th dello strato di calcite
al di sotto del quale erano stati rinvenuti i due crani. La datazione effettuata all’università del
Queensland dal prof. Ken Collerson ha utilizzato una nuova spettrometria di massa a
ionizzazione termica ed è risultato che i crani sono più antichi di 580 ka e probabilmente
171
hanno un’età minima di 620 ka.
Un cranio completo, privo della faccia, un frammento di mandibola e una serie di denti sono
stati scoperti nel 1980 nella grotta Longtandong, sul versante settentrionale dei monti
Wanjiashan, nello Hexian. Il deposito di riempimento della grotta risale al Pleistocene Medio
e lo strato da cui provengono i resti umani è stato datato a 194 ± 16 ka con la TL e tra 150 e
270 ka con l’U/Th, mentre successive datazioni hanno dato un’età di 412 ± 25 ka.
In conclusione, le più recenti datazioni indicano che l’ Homo erectus in Cina è più antico di
quanto finora comunemente ammesso e nello stesso tempo l’idea che l’Homo erectus nelle
sue forme tipiche fosse presente in Cina fino ad epoche relativamente recenti, quali ad es. 200
ka, sembra debba essere abbandonata.
Per quanto gli uomini di Zhoukoudian, di Lantian, dello Yunxi, di Nanjing presentino tutte le
caratteristiche tipiche dell’Homo erectus africano e del sud-est asiatico, tuttavia nel complesso
formano un gruppo a parte per alcune apomorfie quali maggiore larghezza biauricolare in
rapporto alla larghezza del frontale e dell’occipitale, a cui non si accompagna una maggiore
altezza della volta cranica, e una minore altezza e minore spessore della mandibola149.
Riportiamo le valutazioni della capacità cranica dei diversi esemplari di Homo erectus
scoperti in Cina:
780/800 cm3
•
Lantian
•
Zhoukoudian III
915 cm3
•
Zhoukoudian II
1030 cm3
•
Yunxian I
1123 cm3
•
Yunxian II
1152 cm3
•
Zhoukoudian XII
1030 cm3
•
Zhoukoudian XI
1015 cm3
•
Zhoukoudian X
1225 cm3
•
Tangshan
•
Zhoukoudian V
1140 cm3
•
Longtandong
1025 cm3
860 cm3
La media della capacità cranica dell’Homo erectus cinese, calcolata su 11 soggetti, risulta di
148
H. DE LUMLEY, LI TIANYUAN (a c. di), Le site de l’homme de Yunxian, CNRS éd., Paris 2008.
A questo proposito cfr. J.H. KIDDER, A.C. DURBAND, A re-evaluation of the metric diversity within Homo erectus, in
Journal of Human Evolution, 46, 2004, pp. 299-315.
149
172
1028 cm3, più elevata rispetto a quella dell’Homo erectus del sud-est asiatico (901/937 cm3), e
ciò si spiega con il fatto che la maggior parte dei ritrovamenti cinesi è di età più recente,
mentre appare leggermente inferiore alla media dell’Homo erectus di Giava posteriore alla
formazione di Kabuh (ca. 1065 cm3).
5.5 L’Homo erectus in Europa
La famiglia degli ominidi si è formata in Africa e da lì si è diffusa in Asia e in Europa.
Quando i primi ominidi sono passati dall'Africa in Asia e in Europa e di quale genere e specie
di ominidi si trattava? Non si ha fino ad ora alcuna prova che una qualche specie di
Australopitecina o l' Homo habilis abbiano lasciato l'Africa disperdendosi anche in Asia o in
Europa. Ma abbiamo già visto che verso 1,75/1,70 Ma un uomo di tipo intermedio tra
l’habilis e i primi erectus si trovava in Georgia. A parte il caso di Dmanisi, i più antichi fossili
di ominidi al di fuori dell'Africa che sia possibile datare con sufficiente grado di
approssimazione risalgono a circa 1,6 – 1,5 Ma in Asia sud-orientale e a 1,3 Ma in Cina.
Nell'area più prossima all'Africa, il Vicino Oriente e la regione del Caucaso si hanno
documenti decisamente più antichi, che indicano la via seguita dai primi ominidi migrati fuori
del continente africano. A Ubeidiya, sulla riva destra del Giordano, poco a sud del lago
Tiberiade, un deposito del Pleistocene inferiore della potenza di 150 m, ha restituito una
industria di tipo Olduvaiano nei livelli inferiori e di tipo Acheuleano in quelli superiori. Tutta
la serie stratigrafica presenta polarità inversa ed è più antica di 1 Ma. In base alla fauna l'età è
stimata intorno a 1,4 Ma. Sono stati rinvenuti anche resti umani, ma troppo frammentari per
essere classificati con sicurezza (due frammenti di parietale, uno di temporale e due denti).
Sette km più a sud è stato scoperto un nuovo sito, Erk-el-Ahmar, in cui antichi depositi
lacustri di argilla, limo e sabbia, hanno restituito oltre a ossa animali una industria litica
comprendente nuclei e schegge di selce, e utensili di tipo olduvaiano. Il deposito non contiene
materiale vulcanico adatto a datazioni radiometriche, ma è stato possibile ricostruire il profilo
magnetico, che presenta diversi reversal, e datare la formazione con i manufatti olduvaiani a
un periodo tra 2 e 1,7 Ma.
Nel complesso l’Europa ha iniziato a essere popolata dagli ominidi qualche tempo dopo
l’Asia, ma si discute ancora in quale preciso momento del Pleistocene siano comparsi in
Europa i primi rappresentanti del genere Homo.
Secondo i sostenitori della cronologia corta ciò si sarebbe verificato soltanto a partire dal
173
Pleistocene Medio, cioè da 778 ka, sopratutto nel corso dell’OIS 13, tra 528 e 478 ka. I
sostenitori della cronologia lunga affermano, invece, che gli ominidi sono comparsi in Europa
già nel corso del Pleistocene inferiore. A sostegno di questa tesi sono stati addotti siti in
Spagna, Francia, Italia, Belgio, Germania, Boemia e Russia da cui proverrebbero industrie su
ciottolo del tipo Pebble culture rinvenute in formazioni geologiche con date comprese tra 1.5
e 1.0 Ma o tra 1.0 e 0.5 Ma. Tuttavia, nella maggior parte dei casi la natura di manufatti di
questi utensili su ciottolo appare dubbia e a volte le stesse date non erano stabilite con
sicurezza. Il dibattito si è riacceso con la scoperta degli ominidi della Grande Dolina e della
Sima dell’Elefante di Atapuerca in Spagna, associati a un’industria su ciottolo, e con la
scoperta di industria su ciottolo a Pirro Nord in Puglia e a Monte Poggiolo in Romagna.
Ad Atapuerca gli scavi iniziati nel 1981 nella Trinchera Dolina hanno portato al
ritrovamento tra il 1994 e il 1996 di un importante gruppo di resti umani150. Il giacimento
della Trinchera Dolina presenta una sequenza stratigrafica di undici livelli. I più recenti, TD
11 e 10, hanno restituito una ricca industria litica del Paleolitico Inferiore di tecnica
levalloisiana; TD 8 è un livello ricco di resti di carnivori ed erbivori del Pleistocene Medio;
TD 7 è formato da sabbie di deposizione fluviale; TD 6 ha restituito indutria litica su
ciottolo151, fossili umani (un centinaio di frammenti) e abbondante fauna. TD 5 e 4 sono stati
investigati su un’area molto ristretta, ma si sono rivelati ricchissimi di fauna del Pleistocene
Inferiore; da TD 4 provengono quattro manufatti relativi a industria litica scheggiata, che
sarebbero le più antiche testimonianze della presenza dell’uomo nel sito.
In un primo tempo il livello TD 6 era stato datato verso 500 ka, dal momento che il limite
Matuyama-Brunhes veniva identificato nel sottostante livello TD 2/3. Il fatto che in TD 6 si
verificasse la scomparsa del genere Mimomys, sembrava confermare questa cronologia. Studi
successivi hanno rivisto la stratigrafia paleomagnetica del sito, collocando il livello TD 6 nel
Pleistocene Inferiore, poichè la polarità magnetica è inversa, quindi presumibilmente anteriore
al limite M/B ed è presente Mimomys savini. La datazione di TD 6 è quindi anteriore a 787
ka. Datazioni ESR e della serie dell’uranio hanno fornito un’età compresa tra 857 e 780 ka,
che corrisponde all’OIS 21.
Da TD 6 provengono numerosi frammenti umani riferibili ad almeno 6 individui. I resti
comprendono un frammento di mandibola con due molari di un individuo di circa 14 anni; un
150
Cfr. numerosi contributi in Journal of Human Evolution, 37, 3-4, 1999.
174
frammento di frontale e di mascellare, quasi certamente appartenenti allo stesso individuo, un
bambino di circa 10-11 anni, forse femminile; un frammento di mascellare di bambino di
circa 3-4 anni; un frammento di temporale; diversi denti isolati; una ottantina di frammenti di
parti dello scheletro (costole, clavicole, vertebre, ossa lunghe degli arti superiori e inferiori e
ossa del piede) di almeno sei individui differenti.
Il frontale e mascellare del bambino di 10-11 anni (ATD 6-3) sono stati utilizzati da J.L.
Arsuaga per definire una nuova specie, Homo antecessor, che sarebbe il più antico uomo
penetrato in Europa, fatta eccezione per Dmanisi in Georgia. La creazione di una nuova
specie è da registrare con riserva, tanto più che è stata effettuata in base a resti piuttosto
frammentari e per di più appartenenti a un soggetto non adulto. Le caratteristiche degli
ominidi della TD 6 sono volta cranica bassa con fronte appiattita, marcato torus sopraorbitario, corpo mandibolare di spessore ridotto e denti iugali piccoli. La capacità cranica è
stimata intorno ai 1000 cm3 e il soggetto potrebbe essere femminile. Le striature dello smalto
dei denti denunciano stress dovuti a deficienze nutritive o a malattie.
Diversi resti umani recano segni di taglio. Ad es., su un frammento di parietale (ATD 6-16)
sono stati osservati 12 segni di taglio paralleli. Sono gli stessi segni di macellazione e di
scarnificazione osservabili sui resti di fauna dello stesso livello, è quindi probabile che si tratti
di cannibalismo, il più antico caso sicuramente attestato.
Nel 2003 dallo stesso strato è venuta alla luce una emi-mandibola sinistra frammentaria,
conservante i tre molari e i due premolari, mentre manca la parte della sinfisi con il canino e
gli incisivi152. L’età del soggetto è di circa 17-18 anni e sembra femminile in virtù delle
dimensioni e dei dati metrici. Le maggiori affinità sono state riscontrate con l’Homo erectus
di Zhoukoudian.
Nuove scoperte sono state recentemente fatte ad Atapuerca nella Sima dell’Elefante, una
caverna profonda 18 m e larga fino a 15 m, riempita da sedimenti di origine clastica153. La
parte superiore del deposito (TE 19-17) ha polarità normale, quella inferiore (TE 16-7)
polarità inversa, quindi alla base dell’unità TE 17 vi è il limite Matuyama/Brunhes, che segna
l’inizio del Pleistocene medio (778 ka). Sette m al di sotto, nell’unità TE 9, sono stati
151
In un primo tempo si pensava anche bifacciali, successivamente è stato detto che i bifacciali inizialmente attribuiti al
livello TD 6 non hanno una provenienza del tutto sicura.
152
E. CARBONELL et Alii, An Early Pleistocene hominin mandibole from Atapuerca-TD6, Spain, in PNAS, 102, 16, 2005,
pp. 5674-5678.
153
E. CARBONELL et Alii, The first hominin of Europe, in Nature, vol. 452, 27 March 2008, pp. 465-469.
175
rinvenuti industria litica su ciottolo e un frammento di mandibola umana. Datazioni
radiometriche effetuate sulle unità TE 9 e TE 7 hanno fornito un’età di 1,22 ± 0,16 e 1,13 ±
0,18 Ma, confermando i dati biostratigrafici e paleomagnetici. Il frammento di sinfisi
mandibolare di TE 9 è attualmente il più antico resto umano rinvenuto in Europa, a parte il
caso di Dmanisi in Georgia. Anche questo reperto è stato attribuito a Homo antecessor. Su
ossa di macromammiferi sono stati osservati segni di azioni umane per macellare e staccare la
carne (incisioni lineari da taglio) e segni di percussione per spezzare le ossa ed estrarne il
midollo.
Per quanto la maggior parte dei frammenti del cranio di Ceprano nel Lazio meridionale
siano stati raccolti nel 1994 fuori contesto in seguito a lavori di scasso del terreno con un
bulldozer, è stato possibile individuare lo strato di giacitura originaria grazie al sedimento
aderente ai frammenti. Il cranio proviene da uno strato argilloso di origine colluviale
praticamente sterile. A. G. Segre ed E. Segre Naldini hanno ricostruito la sequenza
stratigrafica del bacino di Ceprano, da cui risulta che lo strato argilloso è sottostante alla serie
di sabbie, argille e ghiaie con clasti vulcanici di leucite-augite databili fino a 700 ka, e
soprastante alla serie senza piroclasti leucitici, anteriore a 700 ka e databile fino a 1060 ± 110
ka. Uno strato sottostante alle argille contenenti il cranio ha restituito una industria litica
arcaica a choppers e una fauna comprendente Mammutus trogontherii, ed è stato datato verso
980 ± 100 ka. La datazione del cranio è stata quindi collocata verso la fine del Pleistocene
inferiore, intorno a 800-900 ka154. Successive analisi di tutta la serie litostratigrafia hanno
posto in dubbio questa datazione. L’unità da cui proviene il cranio ha polarità normale e il
limite Brunhes-Matuyama è stato identificato diverse decine di metri al di sotto, per cui la
datazione del cranio di Ceprano verrebbe a cadere verso 450 ka (stadio OIS 12). Quindi il
ritrovamento sarebbe più recente di quanto si era inizialmente supposto155. Questa nuova
datazione non tiene conto del fatto che il cranio è in giacitura secondaria e quindi può essere
molto più antico dell’età dello strato che lo contiene. La datazione a 450 ka appare in
contrasto con i caratteri ancora arcaici del cranio.
Il cranio di Ceprano appartiene a un soggetto adulto, di circa 20-40 anni, probabilmente
maschile. La capacità cranica è di circa 1185 cm3 secondo una prima stima e di 1057 cm3
154
Cfr. G. MANZI, F. MALLEGNI e A. ASCENZI, A cranium for the earliest Europeans: Phylogenetic position of the hominid
from Ceprano, Italy, in PNAS, vol. 98, no. 17, August 14, 2001, pp. 10011-10016.
155
G. MUTTONI ET ALII, Pleistocene magnetochronology of early hominin sites at Ceprano and Fontana
Ranuccio, Italy, in Earth and Planetary Science Letters 286 (2009), pp. 255–268.
176
secondo un’altra stima, più attendibile. La volta cranica è bassa, il frontale sfuggente
all’indietro, l’occipitale forma un angolo abbastanza marcato e vi è un toro occipitale
transverso. Il toro sopraorbitale è massiccio e continuo, la costrizione post-orbitale è
moderata. Il cranio non è molto lungo, mentre è piuttosto largo per cui l’indice cefalico indica
brachicrania, un fatto del tutto insolito a questo livello cronologico e specifico. La volta
cranica non presenta carenatura sagittale e le parieti sono solo debolmente inclinati verso
l’alto. La sua posizione tassonomica è difficile da determinare poiché sembra intermedia tra
Homo erectus e Homo heidelbergensis.
I ritrovamenti di Atapuerca e di Ceprano dimostrano che le regioni mediterranee dell’Europa
sono state raggiunte e popolate dagli ominidi molto prima che non l’Europa continentale.
Mentre in quest’ultima gli ominidi si sono diffusi nell’interglaciale OIS 15, ca. 600 ka, a sud
dei Pirenei e a sud delle Alpi il popolamento ha avuto inizio almeno da 1,2 Ma.
5.6 Il significato evolutivo dell’Homo erectus
L'Homo erectus, dalle forme africane più arcaiche, il cd. ergaster, a quelle asiatiche secondo alcuni l' Homo erectus "stricto sensu" - e a quelle europee (il cd. Homo antecessor),
si caratterizza principalmente per l'acquisizione di un corpo sostanzialmente di tipo umano in
senso moderno, con alta statura e un rapporto intermembrale simile a quello dell’uomo
attuale, la cassa toracica non più a imbuto rovesciato ma a botticella, un naso prominente, la
riduzione della dentatura jugale e di conseguenza delle dimensioni della mandibola, la
diminuzione del prognatismo e soprattutto un cervello di maggiori dimensioni rispetto a tutti i
precedenti ominidi, anche se ancora inferiori rispetto all'uomo anatomicamente moderno. Gli
erectus sono, quindi, uomini a capacità cranica ridotta, in altre parole non erano più ominidi
quasi del tutto simili a una scimmia antropomorfa, ma neppure uomini come noi. Il processo
di encefalizzazione che osserviamo in Homo erectus si accompagna ad una maggiore capacità
di progettazione, costruzione e uso degli strumenti (v. i bifacciali) e ad una più prolungata
dipendenza della prole dai genitori.
Nelle scimmie antropomorfe il periodo di dipendenza dalla madre, l'età dello svezzamento, il
periodo di sviluppo infantile e giovanile e l'età di raggiungimento della maturità sono molto
più rapidi che nell'uomo e questa differenza dei ritmi di sviluppo è dimostrata dai differenti
modelli di eruzione della dentatura permanente e dal diverso tasso di accrescimento del
cervello dopo la nascita:
177
•
nelle scimmie antropomorfe il primo molare permanente della mandibola spunta tra i 3
e i 4 anni, in media verso i 3,3 anni, nell'uomo soltanto tra i 5 e i 7 anni, in media
verso i 6 anni; nelle antropomorfe tra 5 e 7 anni sono spuntati i due incisivi e tra 5,5 e
7 anni il secondo molare, tra 5,5 e 8,5 anni i due premolari, mentre il canino spunta
soltanto tra 6,5 e 9 anni, il terzo molare è l'ultimo dente a spuntare tra 8,5 e 11 anni.
Nell'uomo il modello è differente sia per quanto riguarda la durata del periodo di
formazione della dentatura permanente sia per quanto riguarda l'ordine con cui i denti
spuntano. Anche nell'uomo M1 è il primo dente permanente a spuntare e M3 l'ultimo,
ma l'ordine degli altri denti è differente, in particolare tra 7 e 11 anni spuntano gli
incisivi e il canino, mentre il secondo molare spunta solo dopo il canino, verso i 12
anni, e i premolari tra i 10 e i 14 anni. Il terzo molare spunta molto tardi, tra i 15 e i 22
anni. In conclusione le antropomorfe acquisiscono la dentatura permanente qualche
anno prima dell’uomo.
•
nell’uomo il cervello alla nascita ha una dimensione pari al 25 % di quella dell’adulto,
nelle scimmie antropomorfe pari al 40 %; alla fine del primo anno di vita nell’uomo il
cervello raggiunge il 50 % delle dimensioni di quello di un adulto, nelle scimmie
antropomorfe l’80 %; quindi i tempi di sviluppo del cervello sono fortemente
differenti e implicano per la specie umana un lungo periodo di completa dipendenza
dai genitori.
Una prolungata dipendenza della prole dai genitori è strettamente
correlata alla necessità di un lungo periodo di apprendimento: è l'apprendimento del
linguaggio, della cultura e delle complesse regole della vita sociale che consente
all'individuo di diventare adulto e di sopravvivere.
In base ai dati finora acquisiti possiamo dire che il modello di sviluppo della dentatura
permanente nei più antichi ominidi come gli Australopiteci, era sostanzialmente simile a
quello delle scimmie antropomorfe, mentre l' Homo erectus si trova in una posizione
intermedia: il primo molare nel ragazzo di Nariokotome era spuntato intorno a 4,6 anni, in
media un anno più tardi che nelle antropomorfe e nell'Australopiteco, ma un anno prima che
nell'uomo; il secondo molare era spuntato verso i 9 anni, in media 2,5 anni dopo che in un
antropomorfa e 2-3 anni prima che nell'uomo attuale. Tutti gli altri denti erano già spuntati
tranne che il dente del giudizio.
Altri aspetti dimostrano che l’erectus era realmente intermedio tra i più antichi ominidi e
l'uomo moderno: ad es., la riduzione del dimorfismo sessuale, che è ancora molto forte nei più
178
antichi ominidi, ora rientra nei valori prossimi a quelli dell'uomo attuale. Ciò significa che
presso l' erectus la competizione violenta tra i maschi per accedere all'accoppiamento con le
femmine doveva essere diminuita o scomparsa del tutto.
Un altro aspetto importante che collega l' Homo erectus all'umanità attuale è la forma della
cassa toracica. Le antropomorfe e i più antichi ominidi, come l'Australopiteco e lo stesso
Homo habilis, avevano costole a sezione arrotondata e una cassa toracica a forma di imbuto
rovesciato, stretta in alto e molto larga in basso. Questa forma è in relazione alle dimensioni
molto grandi degli intestini. L'uomo, invece, ha costole a sezione appiattita e una cassa
toracica a forma di botte, con intestini di dimensioni ridotte. Gli intestini molto grandi sono
tipici degli animali che hanno una dieta vegetariana, perché devono digerire una grande
quantità di cibo vegetale. I carnivori hanno intestini più piccoli. L'uomo moderno è onnivoro
ed ha intestini che sono più piccoli rispetto a quelli delle scimmie antropomorfe. Lo scheletro
di Nariokotome ha permesso per la prima volta di comprendere con precisione che il corpo
dell' Homo erectus era fondamentalmente simile a quello dell'uomo moderno - a parte la
robustezza - tanto per le dimensioni quanto per la forma. La gabbia toracica è di tipo umano e
di conseguenza bisogna ritenere che anche la dieta non fosse più esclusivamente vegetariana.
Questi fatti, più l'accertato allungamento del periodo di dipendenza infantile, dimostrano che
il modo di vita dell' Homo erectus si era allontanato da quello dei più antichi ominidi e aveva
imboccato una strada che andava nella direzione dell'umanità attuale.
Dal punto di vista culturale l' Homo erectus africano ed europeo è l'autore di una industria
litica, denominata acheuleana, che si contraddistingue per la produzione di bifacciali, a volte
accuratamente ed elegantemente lavorati. Questa industria compare per la prima volta in
Africa circa 1,5/1,4 Ma e permane più o meno inalterata, senza apprezzabili cambiamenti, per
più di 1 Ma. I ritmi dell'evoluzione tecnologica furono quindi straordinariamente lenti. Molto
controversa è la questione se l' erectus fosse capace di controllare ed utilizzare il fuoco. Prove
sicure in questo senso mancano prima di 500 - 400 ka, quindi è possibile che soltanto le più
tarde ed avanzate forme di Homo erectus abbiano imparato a controllare il fuoco, una delle
maggiori conquiste culturali dell'umanità.
Le lentezze dell'evoluzione culturale dell' erectus, anzi la sua sostanziale staticità, indicano
abbastanza chiaramente che le capacità intellettive e linguistiche, per quanto notevolmente
superiori a quelle delle scimmie antropomorfe e dei primi ominidi, dovevano essere ancora
ben lontane da quelle dell'umanità moderna. A questo punto, considerando gli alti costi in
179
termini metabolici richiesti all'organismo per mantenere un cervello di grandi dimensioni - e
quello dell' erectus era tale rispetto non solo alle antropomorfe ma anche ai primi ominidi - ,
ci si può domandare quale fosse il vantaggio evolutivo di questa prima fondamentale tappa
del processo di encefalizzazione.
Una maggiore intelligenza significa maggiore capacità di elaborare informazioni e maggiore
capacità di interazioni sociali e ciò comporta una più elevata capacità di sfruttamento delle
risorse dell'ambiente e di conseguenza una più alta probabilità di sopravvivenza.
L'aumento delle dimensioni del cervello deve essere stato strettamente correlato anche alla
capacità di percorrere rapidamente lunghe distanze. Spostarsi più rapidamente significa
percorrere più ampi spazi e avere maggiori probabilità di trovare cibo, ma anche - in un
ambiente tropicale come quello della savana - andare incontro al rischio di uno stress termico.
Per evitarlo l' Homo erectus ha sviluppato la capacità di mantenere la temperatura corporea
stabile. Innanzitutto, la stazione eretta e l'andatura bipede riducono la superficie corporea
colpita direttamente dalla radiazione solare, ma questo fatto di per sé non era sufficiente per
percorrere velocemente lunghe distanze nella savana, era necessario acquisire un sistema di
termoregolazione basato sull'aumento delle ghiandole sudoripare e un'abbondante sudorazione
e ciò è strettamente connesso alla perdita del mantello peloso. Per riprendere il titolo di un
celebre libro dell’antropologo Desmond Morris, l' Homo erectus ha cominciato a diventare
una "scimmia nuda". L'evaporazione del sudore abbassa la temperatura corporea e produce un
effetto refrigerante. Grazie a questo meccanismo era possibile aumentare senza rischi il livello
di attività in un ambiente tropicale. Secondo il biologo polacco Konrad Fialkowski anche
l'aumento delle dimensioni del cervello avrebbe contribuito a diminuire il rischio di stress
termico per gli uomini che si erano adattati a vivere nella savana156.
5.7 Il comportamento culturale dei più antichi membri del genere Homo
A partire da 2,4 Ma compaiono in Africa orientale le più antiche industrie litiche, in
particolare a Kada Gona nella zona dell’Hadar (sito 72) (regione dell’Afar in Etiopia) e nella
valle dell’Omo, sempre in Etiopia (siti 71 e 84 nel membro E, siti 57 e 123 nel membro F),
oltre che nel Turkana occidentale (formazione di Nachukui). Anche se si tratta di piccoli
156
K. FIALKOWSKI, A Mechanism for the Origin of the Human Brain: A Hypothesis, in Current Anthropology,
27, 1986, pp. 288-290; ID., On the Origin of the Human Brain: Preadaptation versus Adaptation, in Current
Anthropology, 28, 1987, pp. 540-543.
180
ciottoli scheggiati e di schegge, ancora poco caratterizzati dal punto di vista morfologico e
tecnologico, costituiscono i primi strumenti artificiali fabbricati da un ominide, che si ritiene
fosse l’Homo habilis. L’industria olduvaiana, rinvenuta in diversi livelli del Bed I di Olduvai,
datato tra 1,9/1,85 e 1,7 Ma, e a Koobi Fora nel tufo KBS (1,88 – 1,7), è caratterizzata da
choppers, poliedri, pezzi sferoidali, schegge ritoccate e denota un nuovo grado di complessità
culturale. Dagli stessi livelli che hanno restituito l’industria olduvaiana provengono due
ominidi, il Paranthropus boisei e l’Homo habilis, ma si ritiene che solo quest’ultimo sia
l’autore dei manufatti litici. L’Olduvaiano è ora attestato anche a Dmanisi in Georgia,
unitamente a consistenti resti di Homo erectus arcaico, in un contesto datato verso 1,75/1,70
Ma.
Sempre ad Olduvai, dal Bed II inferiore e medio, tra 1,7 e 1,6 Ma, proviene l’industria
dell’Olduvaiano evoluto, che accanto al persistere dei tipi precedenti di manufatti, si
caratterizza per l’aumento degli sferoidi e dei chopping-tools e la comparsa dei primi protobifacciali. Dal Bed II inferiore e medio provengono resti di ominidi attribuiti ancora a Homo
habilis (OH 16) ed altri di classificazione incerta tra habilis ed erectus (OH 13, 14), ma a
Koobi Fora livelli della stessa età hanno restituito i primi esemplari di Homo ergaster/erectus
(cfr. ER 3733).
A partire da 1,5/1,4 Ma si diffondono le industrie a bifacciali dell’Acheuleano inferiore, che
sono associate all’Homo ergaster/erectus.
Sia l’Olduvaiano che l’Olduvaiano evoluto e l’Acheuleano inferiore sono spesso associati a
grandi quantità di ossa animali, specialmente erbivori, e di pietre. Sull'interpretazione di
questi accumuli è stato formulato un ampio ventaglio di proposte. L'Homo habilis e l’Homo
ergaster/erectus erano cacciatori oppure scavangers in competizione con iene ed avvoltoi?
La risposta a questa domanda può venire, oltre che dalle considerazioni sulle implicazioni
relative al modo di sussistenza che l'anatomia dei più antichi rappresentanti del genere Homo
presuppone, anche e sopratutto dall'archeologia.
Il modo di vita tipicamente umano prima della rivoluzione neolitica è quello dei cacciatoriraccoglitori. Poiché l’apparizione delle prime industrie litiche coincide con la comparsa del
nuovo genere Homo e dei primi segni di un processo di espansione delle dimensioni del
cervello, nonché con la comparsa di associazioni tra utensili artificiali e accumuli di ossa
animali, si è pensato inizialmente che questi siti corrispondessero a campi-base in cui
181
venivano portati prodotti vegetali e carne per spartire il cibo tra i vari membri del gruppo
sociale. Gli scavi di Olduvai, condotti da Louis e Mary Leakey, hanno fornito la prima
importante documentazione di paleosuperfici con accumuli di industria litica e ossa spezzate
di diverse specie di erbivori. Mary Leakey ha interpretato questi ritrovamenti come siti di
macellazione (ad es. il sito FLK N 6, del Bed I superiore, con resti di elefanti) o come
superfici di abitato pertinenti a un campo-base degli antichi Ominidi, che avevano acquisito
un comportamento da cacciatori-raccoglitori (ad es. i siti DK 3 del Bed I inferiore; FLK NN 1
e 3 e FLK del Bed I medio, FLK N 1-2 del Bed I superiore). Il sito FLK I ha restituito 40000
ossa e 2647 pietre scheggiate. Un cerchio di pietre nel livello I inferiore del sito DK3 è stato
interpretato come la base di una capanna costruita con ramaglie e frasche. Non viene neppure
escluso l’uso del fuoco.
Fino alla metà degli anni ’70, partendo dal presupposto che la caccia era la fondamentale
forma di adattamento dell’uomo all’ambiente, il comportamento dei primi membri del genere
Homo era considerato completamente umano. La teoria della caccia fu consacrata al convegno
della Wenner-Gren Foundation a Chicago nel 1966, Man the Hunter, e l’adozione di un modo
di sussistenza basato sulla caccia sarebbe stata la principale forza direttrice dell’evoluzione
del genere umano.
Verso la metà degli anni ’70 Glynn Isaac, che ha condotto ricerche nei siti del Turkana
orientale, muovendosi inizialmente nell’ottica delle concezioni di Mary Leakey, cominciò a
dare una nuova impostazione al problema del comportamento dei primi membri del genere
Homo. Isaac ha definito tre tipi di siti:
•
tipo A, siti in cui si trova industria litica, ma scarsi resti animali. Sarebbero delle
officine litiche, luoghi in cui si fabbricavano gli strumenti di pietra scheggiata.
•
tipo B, siti in cui l’industria litica è associata ai resti ossei di un solo animale, in
genere di grandi dimensioni. In questo caso si tratterebbe di siti in cui gli Ominidi
sfruttavano le carcasse di animali morti di morte naturale o abbandonate dai predatori,
macellandole e asportando le diverse parti.
•
tipo C, siti caratterizzati da accumulo di industria litica e di ossa di animali diversi, che
costituivano i campi-base degli Ominidi, in cui i maschi trasportavano i resti animali e
le donne i prodotti della raccolta (frutti, semi, vegetali commestibili). Nel campo-base
si praticava la spartizione del cibo.
La nuova proposta di G. Isaac è la teoria della spartizione del cibo, teoria con la quale
182
l’accento viene messo non tanto sull’uomo cacciatore quanto sulla capacità di cooperazione,
aspetto ben più fondamentale della condizione umana che non la caccia. La spartizione del
cibo portato quotidianamente al campo-base, luogo sociale per eccellenza, implica una grande
capacità di cooperazione tra tutti i membri del gruppo. Se poi la carne fosse ottenuta per
mezzo della caccia o piuttosto per mezzo di un’attività di sciacallaggio rimane una questione
difficile da risolvere157.
Per una corretta interpretazione dei siti con accumulo di ossa animali e utensili artificiali è
indispensabile che siano condotti scavi scientificamente molto accurati. Il sito 50 di Karari,
nella pianura alluvionale a est del lago Turkana, scavato da Glynn Isaacs negli anni 19781980, è uno di questi siti, scelto per dare risposta agli interrogativi precedentemente posti ed è
stato da subito al centro del dibattito158. Ubicato nei pressi di un fiume con andamento
meandreggiante, lungo le cui rive crescevano alberi e cespugli, vi è stata portata alla luce una
paleo-superficie di circa 200 m2, risalente a 1,5 Ma, quindi l’epoca dei più antichi Homo
ergaster/erectus. Sono stati recuperati 2000 frammenti di ossa animali e 1500 reperti di pietra
lavica. L'industria litica appariva concentrata in due "aree di attività". È stato possibile operare
qualche refitting e questo fatto indica che gli utensili erano stati fabbricati in loco, sfruttando i
ciottoli di lava. Le ossa non soltanto erano state spezzate a colpi di pietra per aprirle, ma
recavano anche segni di taglio prodotti dal margine tagliente degli utensili di pietra. I segni di
taglio lasciati sulle ossa indicano un'attività di macellazione. Le ossa animali erano state
portate in quel luogo dagli uomini e tutta l'area scavata è interpretabile come un campo-base
temporaneo di un piccolo gruppo di una dozzina di individui. L'ipotesi centrale formulata da
Glynn Isaacs è quella della spartizione del cibo e della divisione del lavoro tra maschi e
femmine: i primi si dedicavano alla ricerca della carne, le femmine praticavano la raccolta del
cibo vegetale e probabilmente anche di larve di insetti e uova di uccelli. L'ipotesi della
spartizione del cibo presuppone non solo una divisione del lavoro, ma un contesto sociale del
tutto diverso da quello delle scimmie antropomorfe e dei più antichi ominidi, un contesto
caratterizzato da una rete di interazioni e di reciprocità, di legami "familiari" e di scambi,
possibili solo grazie a una comunicazione più complessa e più intensa di quella che si osserva
in tutti gli altri Primati.
157
G.LL. ISAAC, The food sharing behavior of protohuman hominids, in Scientific American, 238, 1978, pp. 90-108 (La
spartizione del cibo negli Ominidi protoumani, Le Scienze, n. 118, 1978, pp. 96 ss.).
158
G.LL. ISAAC, The archaeology of human origins: Studies of the Lower Pleistocene in East Africa 1971-1981, in
Advances in World Archaeology, 3, 1984, Oxford, pp. 1-87.
183
Rimane di difficile soluzione per questi periodi così antichi il problema dei modi in cui gli
ominidi si procuravano la carne. Sono possibili diverse ipotesi: caccia, sciacallaggio, ma
anche una combinazione di entrambi. Grazie alla capacità di cooperazione e all'uso di utensili
di pietra, gli uomini potevano avere successo nella competizione con gli animali "spazzini".
Ad es., avvistata una carcassa osservando il volteggiare nel cielo degli avvoltoi, potevano
raggiungerla rapidamente e mentre alcuni tenevano lontano con bastoni o con lancio di pietre
gli avvoltoi o le iene, altri con utensili di pietra dal bordo tagliente, operavano la dissezione
della carcassa, asportando soprattutto gli arti superiori e inferiori, per poi rientrare
velocemente al campo-base portando con sé le parti staccate dalla carcassa. Gli utensili di
pietra come choppers, chopping tools e vari tipi di schegge erano indispensabili per poter
lacerare la pelle molto dura di animali dalle grandi dimensioni e per poter dissezionare
rapidamente una carcassa.
L'aumento delle dimensioni del cervello rispondeva quindi alla necessità di comportamenti
tecnologici, culturali e sociali più complessi rispetto a quelli dei primi ominidi,
comportamenti derivanti in ultima analisi da una dieta non più esclusivamente vegetariana,
ma onnivora, una dieta in cui la carne cominciava a svolgere un ruolo di primo piano. Non
avrebbe senso ridurre il comportamento dei primi Homo ergaster/erectus per quanto riguarda
la sussistenza a un puro e semplice sciacallaggio, paragonabile a quello degli animali che
vivono recuperando cibo dalle carogne degli animali uccisi e abbandonati dai predatori o
morti per cause naturali, forse esisteva qualche forma incipiente di caccia.
L. Binford, con un libro che fece epoca, Bones, ancient men and modern myths (1981),
sottopose a critica radicale le interpretazioni delle paleosuperfici di Olduvai, sostenendo che
erano stati proiettati in un passato remoto modelli di comportamento culturale tipici
dell’uomo anatomicamente moderno. Binford è convinto che l'uomo cacciatore sia un
fenomeno molto recente, strettamente connesso all'invenzione del linguaggio articolato e
all'uomo anatomicamente moderno. Per quanto ricca di spunti metodologicamente importanti,
l’opera di Binford si spinge tuttavia a un estremo opposto, quando nega perfino agli uomini di
Neandertal un comportamento da veri cacciatori. Secondo Binford i più antichi rappresentanti
del genere Homo non sarebbero stati in competizione con le iene per lo sfruttamento delle
carogne, sarebbero stati soltanto dei "profittatori marginali", ovvero avrebbero frequentato i
luoghi in cui i carnivori avevano abbandonato le carcasse delle loro prede, frantumando le
ossa con le pietre per estrarne il midollo. Binford, inoltre, respinge anche la nozione di
184
“campo-base” poiché non ci sarebbero prove che il cibo venisse trasportato in questi presunti
campi-base e le paleosuperfici di Olduvai non sarebbero affatto suoli di abitato.
A seguito delle critiche formulate da Binford, Glyn Isaac ha parzialmente rivisto le sue
concezioni, adottando una posizione più cauta159.
“Fare archeologia di periodi estremamente remoti può essere paragonato abbastanza bene a
un viaggio di esplorazione. Quando troviamo strati risalenti a 2 milioni di anni e contenenti
resti archeologici, abbiamo attraversato un oceano di tempo e siamo arrivati all’equivalente di
un nuovo mondo... I nostri ritrovamenti suscitano meraviglia e curiosità, ma in primo luogo
noi, come Colombo, siamo pronti a interpretarli nei termini dei nostri preconcetti. Possiamo
pensare di essere nelle Indie, quando in realtà siamo ai margini di un continente sconosciuto.
Spostandoci verso un’immagine differente di ciò che è in causa, immaginiamo di guardare
dentro un pozzo profondo. Al di là dell’orlo superiore debolmente illuminato, l’oscurità si
estende lontano da chi osserva… ma in queste profondità c’è uno sprazzo di luce sull’acqua.
Se il pozzo non è troppo profondo, aguzzando la vista possiamo forse vedere una figura – una
figura collocata in un contesto poco familiare, ma pur sempre una figura familiare. Familiare,
poiché è il nostro stesso riflesso.
La ricerca archeologica del passato più remoto ha recentemente sperimentato momenti simili
di verità. Sta sorgendo la coscienza che in parte noi abbiamo usato l’archeologia e la più
antica documentazione come uno specchio con cui ottenere immagini più o meno familiari di
noi stessi.”
Il concetto di campo-base è stato sostituito con quello di central place foraging system, un
luogo centrale di approvvigionamento del cibo, che corrisponde a quei siti maggiori con dense
concentrazioni di strumenti, ossa complete e ossa spezzate, mentre non è del tutto
dimostrabile la spartizione del cibo e neppure una occupazione di lunga durata da parte degli
ominidi.
I dati certi finora acquisiti sembrano dimostrare che vi è coincidenza tra comparsa dei primi
strumenti artificiali di pietra e comparsa dei primi membri del genere Homo, cioè di ominidi
dotati di un cervello di maggiori dimensioni. Homo habilis e poi Homo ergaster/erectus
hanno sfruttato l’economia naturale utilizzando la tecnologia, ma senza quelle interazioni
sociali complesse rese possibili da un linguaggio pienamente sviluppato.
159
G.LL. ISAAC, Early stages in the evolution of human behavior: the adaptive significance of stone tools, Zesde KroonVoordracht, Amsterdam, 1983.
185
Le pietre hanno cominciato a essere spezzate e scheggiate per produrre margini taglienti, cioè
strumenti adatti a tagliare. Le analisi microscopiche dei manufatti hanno mostrato attraverso
lo studio delle tracce d’uso che gli utensili erano impiegati principalmente per macellare
carcasse di animali e per tagliare il legno, cioè per fabbricare altri utensili di legno, e in
misura minore per tagliare steli di vegetali o per procurarsi del cibo o per confezionare dei
giacigli. Tagliare il legno poteva servire a fabbricare bastoni da scavo, strumenti che
consentivano di accedere a risorse sotterranee come tuberi e radici sepolti in profondità, di cui
la savana è particolarmente ricca, e non accessibili ad altri primati.
Le analisi delle ossa, di animali di piccole dimensioni come le gazzelle e di animali di grandi
dimensioni come elefanti e ippopotami, hanno evidenziato segni dovuti ai tagli della
macellazione, tagli di distacco della carne dalle ossa, tagli effettuati per asportare pelli.
I più antichi uomini avevano accesso alle carcasse di grandi animali erbivori, ne asportavano
pezzi e li trasportavano in quei luoghi centrali, in cui si sono accumulate ossa e utensili. Ciò è
stato reso possibile dall’invenzione di utensili con un margine tagliente. Quindi, è evidente il
vantaggio adattivo dei primi strumenti artificiali nell’approvvigionamento di un cibo di
grande valore nutritivo come la carne e il midollo osseo. L’uso di un equipaggiamento
tecnologico anche semplice ha rappresentato una differenza significativa nelle strategie di
adattamento e sopravvivenza rispetto ad altri primati e ad altri animali160.
I più antichi utensili non sono armi. Le armi a disposizione dei primi uomini rimanevano
pietre da lancio e grossi bastoni di legno da usare come una clava.
Quali sono le implicazioni sociali e culturali dei primi strumenti?
La fabbricazione di
strumenti artificiali anche semplici richiedeva facoltà cognitive e abilità da apprendere
durante il processo di crescita. Ciò viene facilitato dal prolungamento della dipendenza
infantile e giovanile, il che significa un legame con la madre più lungo e più intenso. Il
sistema sociale che comincia a svilupparsi con l’uso di utensili artificiali è una sorta di luogo
centrale di raccolta del cibo. La comunicazione di informazioni diventa più vantaggiosa che
nella vita di qualunque altro primate non umano. In questo modo la selezione naturale
cominciò a favorire l’evoluzione di quelle facoltà mentali che avrebbero reso possibile il
linguaggio verbale.
I grandi siti in cui si trovano concentrazioni di ossa e di strumenti sono focolai di vita sociale.
160
Sugli sviluppi del tema cfr. J.D. CLARK (ed.), Cultural Beginnings. Approaches to understanding early hominid life-ways
in the Africa savanna, Römisch-Germanisches Zentralmuseum, Monographien B. 19, Bonn 1991.
186
In questi luoghi il cibo era stato più volte portato per il suo consumo. Sono stati indicati come
campi-base, basi domestiche, luoghi centrali di raccolta del cibo.
Inizialmente non è necessario il linguaggio per trasmettere le cognizioni indispensabili alla
fabbricazione degli strumenti. Si impara a fabbricarli innanzitutto alternando osservazione e
tentativi personali. Gli strumenti più antichi indicano un comportamento socialmente appreso?
Sono strumenti opportunistici piuttosto che oggetti fabbricati conformandosi a un modello
socialmente prescritto, non vi sono segni di forme fissate arbitrariamente e segni di stile,
quindi una mentalità di tipo ancora non-umano, anche se queste creature sono coinvolte in
comportamenti che ora sono caratteristici soltanto degli esseri umani. Questi nostri antenati
non erano ancora uomini, ma il loro sistema di sopravvivenza basato su fabbricazione di
strumenti, consumo di carne, luogo centrale di raccolta e spartizione del cibo, ha posto le
premesse affinché la selezione naturale potesse operare a favore di comportamenti culturali
che hanno trasformato i loro discendenti in uomini quali noi ora siamo.
I fabbricanti dei più antichi strumenti hanno cominciato a lasciare immondezzai, a formare un
record archeologico. Probabilmente il lancio di pietre come proiettili per allontanare avvoltoi
da una carcassa è stata la strada che ha condotto alla fabbricazione degli strumenti. Le pietre a
volte si spaccavano ed era possibile osservare che si produceva un margine tagliente. Le pietre
spaccate fornite di margine tagliente cominciarono a essere usate per tagliare la pelle degli
animali morti e per staccare la carne dalle ossa. Il passo successivo è stato quello di battere
con forza una pietra contro un’altra e di utilizzare le schegge affilate e taglienti come
strumento per macellare una carcassa. Una scheggia di roccia può tagliare come un’affilata
lama d’acciaio. Gli utensili di pietra consentivano agli Ominidi di fare con le mani ciò che gli
altri animali facevano con i denti.
Quando si è passati dallo sciacallaggio alla caccia? L’Homo erectus è il protagonista del
passaggio dall’Olduvaiano all’Acheuleano intorno a 1,5/1,4 milioni di anni fa, ma l’industria
del bifacciale rimane poi statica per quasi un milione di anni. Con i bifacciali compaiono nella
tecnologia due fattori determinanti: ideazione di un modello e fabbricazione non secondo il
principio del minimo sforzo, ma secondo uno schema prestabilito. La capacità di visualizzare
oggetti che ancora non esistono è il marchio distintivo della cultura umana e si chiama
“immaginazione”. Combinata con i ricordi del passato e l’esperienza del presente, permette di
formulare piani per il futuro. Vedremo nel prossimo capitolo quali sono le prove che l’uomo
era diventato un cacciatore.
187
CAPITOLO 6
____________________________________________________________________________
L’uomo diventa cacciatore
Nel corso del Pleistocene Medio avanzato, all’incirca tra 500 e 200 ka, compaiono sia in
Africa che in Europa nuove specie di uomini, che proseguono il trend evolutivo già
delineatosi con l’Homo erectus, non solo si registra un ulteriore ragguardevole incremento
delle dimensioni del neurocranio, che raggiunge anche 1300 cm3, ma inizia a modificarsi
l’architettura della scatola cranica, in particolare la larghezza massima del neurocranio si
sposta dalla base verso le regioni parietali. Questi uomini dotati di un cervello di grandi
dimensioni, ma che mantengono nella forma del cranio ancora alcuni caratteri primitivi come
il frontale sfuggente e il forte toro sopra-orbitario, costituiscono una transizione tra la specie
erectus e l’uomo di Neandertal o quello anatomicamente moderno e venivano un tempo
raggruppati sotto l’etichetta di Homo sapiens arcaico. Attualmente si preferisce abbandonare
questa denominazione e riconoscere una specie europea Homo heidelbergensis, ancestrale
all’uomo di Neandertal, ed una specie africana Homo rhodesiensis, ancestrale all’uomo
anatomicamente moderno. Altri autori utilizzano il solo taxon Homo heidelbergensis tanto per
le forme europee quanto per quelle africane.
6.1 Homo rhodesiensis
Nel 1921 nella Rhodesia settentrionale (ora Zambia) a Broken Hill (ora Kabwe) durante
lavori di estrazione di minerali di piombo e di zinco in una miniera a cielo aperto, lavori che
avevano intercettato un sistema di caverne, venivano alla luce molte ossa che finivano
regolarmente distrutte, ma a un certo punto, a 50 m di profondità verso il fondo della caverna,
fu scoperto un cranio privo della mandibola insieme ad altre ossa umane, fra cui resti del
bacino, un omero, un femore, una tibia e un frammento di mascellare. I fossili umani, inviati
in Inghilterra insieme alla fauna e all’industria litica venute alla luce, furono descritti come
Homo rhodesiensis.
Il cranio è molto ben conservato. La volta cranica è alta e ampia, la larghezza massima non è
più alla base ma tende a spostarsi verso l’alto, all’altezza della sutura tra parietale e temporale,
188
la parte superiore dell’occipitale sale verticalmente anziché avere un andamento obliquo come
nell’Homo erectus, la capacità cranica è di ben 1280 cm3. Caratteri primitivi sono il frontale
sfuggente all’indietro e il forte toro sopraorbitario. Sorprendentemente i denti presentano carie
diffuse, una patologia che non viene quasi mai riscontrata in età pleistocenica161.
A causa delle circostanze della scoperta e dell’assenza di chiare e verificabili indicazioni
stratigrafiche non è possibile assegnare un’età precisa al cranio di Broken Hill, tuttavia è
certamente di età medio pleistocenica, databile quindi tra 778 e 130 ka, più probabilmente tra
i 400 e i 200 ka. Se l’industria litica era associata ai resti umani, la datazione potrebbe essere
vicina ai 200 ka o anche più recente.
Crani simili sono stati scoperti a Bodo, Ndutu e Saldanha. Per il cranio di Bodo, scoperto nel
1976 nella regione del medio corso dell’Awash in Etiopia, vi è una datazione verso 600 ka. Il
cranio non è completo come quello di Broken Hill, in particolare manca tutta la regione
occipitale. E’ stata fatta una stima della capacità cranica oscillante tra 1100 e 1300 cm3.
Insieme a resti di fauna comprendente antilopi, babbuini e cavalli, le cui ossa mostrano chiari
segni di macellazione, è stata rinvenuta anche un’industria acheuleana. Diverse parti della
scatola cranica dell’uomo di Bodo presentano segni di taglio, per cui si è formulata l’ipotesi
che l’uomo possa essere stato vittima di pratiche di cannibalismo a scopo alimentare162.
Altri importanti ritrovamenti attribuibili a Homo rhodesiensis e databili a fasi avanzate del
Pleistocene medio sono il cranio di Saldanha presso Hopefield (Città del Capo, Sudafrica),
rinvenuto nel 1953, con una capacità cranica di ca. 1200-1250 cm3, i resti frammentari di
Eyasi (Tanzania), rinvenuti nel 1935 e 1938, la cui capacità cranica è stimata in 1285 cm3, e il
cranio quasi completo scoperto nel 1973 a Ndutu presso la gola principale di Olduvai
(Tanzania), insieme a industria acheuleana e databile verso 400 ka. La capacità cranica è di
ca. 1100 cm3 – le stime oscillano tra 1070 e 1120 - ma potrebbe trattarsi di un soggetto
femminile163. Similmente al cranio di Kabwe, anche quelli di Ndutu e di Eyasi hanno la parte
superiore dell’occipitale che sale verticalmente anziché piegarsi obliquamente in avanti come
avviene nell’Homo erectus e la larghezza massima del cranio spostata verso l’alto con le
pareti del cranio che salgono quasi diritte164. Bodo e Ndutu sono contemporanei dell’Homo
161
W.E. LE GROS CLARK 1964, pp. 81 e ss.; G.PH. RIGHTMIRE 1990, pp. 211-214 ; R.G. KLEIN 1995, pp. 180-182.
J.D. CLARK et Alii, African Homo erectus: Old Radiometric Ages and Young Oldowan Assemblages in the Middle
Awash Valley, Ethiopia, in Science, vol. 264, 24 June 1994, pp. 1907-1910; G.PH. RIGHTMIRE, The human cranium from
Bodo, Ethiopia: evidence for speciation in the Middle Pleistocene?, in Journal of Human Evolution, 31, 1996, pp. 21-39.
163
G.PH. RIGHTMIRE 1990, pp. 206-211.
164
Per tutti questi ritrovamenti cfr. R.G. KLEIN 1995, pp. 178-183.
162
189
erectus di Zhoukoudian e Kabwe è contemporaneo, probabilmente, dell’erectus di Ngandong.
Questi ultimi, nonostante le dimensioni piuttosto cospicue del neurocranio, mostrano ancora
tutte le caratteristiche dell’Homo erectus, mentre Bodo, Ndutu e Kabwe presentano aspetti più
evoluti che preannunciano l’uomo anatomicamente moderno.
6.2 Homo heidelbergensis
I fossili di ominidi appartenenti al genere Homo rinvenuti in Europa in contesti databili al
Pleistocene Medio tra l’interglaciale OIS 15 (ca. 600 ka) e l’interstadiale OIS 7 (ca. 200 ka)
sono relativamente numerosi, ma non sembrano formare un gruppo del tutto omogeneo.
Tra i reperti più antichi sono una tibia da Boxgrove e la mandibola di Mauer, che costituisce il
ritrovamento eponimo dell’Homo heidelbergensis.
Boxgrove, nel West Sussex (England) è un deposito con bifacciali, fauna e aree di attività,
databile intorno a 500 ka (OIS 13). A Mauer, 10 km a sud-est di Heidelberg, nel Baden, nel
1907 fu rinvenuta una mandibola in una cava di sabbia alla profondità di 24 m dal piano di
campagna. La mandibola proviene da uno strato di sabbie della potenza di 10 m, che è
certamente anteriore ai loess di età rissiana presenti nella parte superiore della stratificazione.
La polarità magnetica è normale, la fauna e la microfauna indicano una fase di clima caldo nel
corso del Pleistocene Medio, probabilmente lo stadio OIS 13. Dallo stesso sito furono
recuperati a più riprese anche manufatti litici, comprendenti choppers, schegge,
raschiatoi/grattatoi, punte. La mandibola di Mauer è molto grande e robusta, con ramo
ascendente largo e basso rispetto a quello dell’uomo moderno, l’apofisi coronoide ottusa,
l’insenatura tra processo coronoideo e condilo mandibolare poco profonda a differenza che
nell’uomo moderno, i rami orizzontali alti e massicci, con assenza completa di mento. La
sinfisi mandibolare è molto spessa, obliqua verso l’interno anziché diritta e presenta un toro
mandibolare. Per quanto le dimensioni dei molari siano ridotte rispetto a ominidi più antichi,
sono ancora molto robusti e il secondo molare è maggiore del primo e del terzo, un aspetto
primitivo. I molari conservano, sia pure in forma ridotta, la quinta cuspide. Molto importante
è una caratteristica della mandibola di Mauer, una forma incipiente di taurodontismo, che sarà
poi un tratto tipico delle popolazioni europee neandertaliane.
L’occipitale di Verteszöllös presso Budapest (Ungheria) presenta forte spessore, forma
angolata e un toro occipitale continuo, tutte caratteristiche che rimandano a Homo erectus, da
cui però si differenzia per le grandi dimensioni che sembrano indicare una scatola cranica di
190
grande capacità, forse superiore a 1300 cm3.
Il sito paleolitico presso Bilzingsleben (Turingia, Germania orientale), ubicato su un
promontorio che domina la valle del fiume Wipper, tributario della Saale, principale affluente
dell'Elba, è venuto alla luce in una cava sfruttata fin dall'inizio del XX secolo ed era noto ai
paleontologi per i resti di fossili animali e vegetali conservati dai suoi strati di tufo. Nel 1969
D. Mania vi individuò un importante livello archeologico e iniziò scavi sistematici. Tra il
1972 e il 1984 furono scoperti frammenti di due crani attribuiti ad Homo erectus, sette denti,
appartenenti a tre individui, due adulti e un bambino. Bilzingsleben risale all’interglaciale di
Holstein, probabilmente OIS 11 tra 427 e 364 ka. Gli uomini vivevano ai bordi di un piccolo
lago e i resti della loro frequentazione del sito sono stati conservati dalla deposizione di sabbie
e di carbonati lacustri da parte di una fonte e infine sigillati da una crosta molto dura di
travertino.
Lo scavo ha interessato un'area di 1350 m2 e al suo interno 355 m2, ricchi di resti di
rinoceronti ed elefanti, sono stati oggetto di una indagine più esaustiva. In questo caso la
distribuzione dei manufatti, che giacevano in deposizione primaria, ha consentito una serie di
osservazioni importanti. Un’area di 9 m di diametro sembra essere stata sistemata
artificialmente con un acciottolato. Dalle ossa lunghe di elefanti e rinoceronti si ricavavano
schegge di osso per percussione su un'incudine. Sono stati rinvenuti numerosissimi manufatti
di selce scheggiata.
La caverna dell’Arago si trova nei pressi di Tautavel (Pirenei orientali), nella Francia sudoccidentale, ed ha restituito più di un centinaio di resti umani, pertinenti ad almeno 26
individui, fra cui 3 mandibole (A II, A XIII e A 89), un cranio incompleto (squama frontale e
facciale, A XXI rinvenuto nel 1971, e un parietale destro, A XLVII, rinvenuto a 3 m di
distanza nel 1979), un mascellare sinistro, un osso iliaco sinistro (A XLIV), 3 femori, 3
peroni, un metatarso e una falangetta, 35 denti pertinenti ad almeno 7 individui, di cui 4 adulti
e 3 bambini, rispettivamente di circa 3, 7 e 10 anni. Nel deposito della caverna sono state
distinte cinque unità fondamentali, comprese tra un crostone stalagmitico alla base ed un
secondo crostone stalagmitico al tetto. Nelle unità IV-I sono presenti dodici livelli e suoli
d’abitato. I resti umani provengono dal livello G alla base dell’unità III e sono associati a
un’industria di tipo Tayaciano antico. Le datazioni effettuate con diversi metodi (U/Th, ERS,
TL, tracce di fissione) hanno dato risultati contrastanti. L’unità III nel suo complesso,
191
comprendente quattro strati di sabbie interstratificate con quattro livelli di occupazione, è
collocabile nello stadio OIS 12 (0.478 – 0.427 ka) in base alla fauna, tipica del Pleistocene
Medio, ma con persistenza di forme arcaiche, indicante un clima freddo e secco. La
microfauna, ad es., comprende specie di roditori che vivono attualmente in ambiente artico. Il
livello E, soprastante quello con i resti umani, ha restituito un’industria litica dell’Acheuleano
medio, con bifacciali amigdaloidi, ovalari e lanceolati, molti raschiatoi e manufatti ottenuti
con tecnica levallois. Nuove datazioni con il metodo U/Th hanno chiarito la questione
cronologica. La parte più antica del crostone stalagmitico superiore si è formata tra un’età
maggiore di 350 ka e 273 ka, quelle più recenti tra 229 e 104 ka. Ciò conferma le indicazioni
biostratigrafiche. Una datazione diretta del cranio con il metodo dei raggi γ ha fornito un’età
di 455 ka.
L’uomo di Tautavel sembra quindi essere stato contemporaneo di quello di Ceprano, ma a
differenza di quest’ultimo presenta caratteri più primitivi. Il cranio XXI-XLVII manca
dell’occipitale e del temporale, nelle ricostruzioni è stato completato per simmetria per quanto
riguarda il parietale, mentre le lacune sono state colmate utilizzando l’occipitale di
Swanscombe e il parietale di Sangiran 17, un procedimento efficace dal punto di vista
museografico, ma ingannevole dal punto di vista scientifico. L’età del soggetto, ritenuto
femminile, è stimata in ca. 20 anni. Il toro sopra-orbitario è spesso e molto sporgente, il
frontale basso e sfuggente, la volta cranica bassa, la faccia molto larga, le orbite quasi
rettangolari, il prognatismo medio-facciale accentuato. La capacità cranica è stata calcolata in
1166 cm3. Descritto in passato cone un erectus tipico, si tende ora a classificarlo come Homo
heidelbergensis.
I frammenti del cranio di un soggetto femminile adulto giovane sono stati rinvenuti a più
riprese nella cava di Barnfield Pit presso Swanscombe, tra Dartford e Gravesend nel Kent,
sulla sponda meridionale del Tamigi circa 30 km a sud di Londra. Un occipitale fu scoperto
nel giugno 1935 e a 7 m di distanza un parietale sinistro nel marzo del 1936; il parietale
destro, completo, venne alla luce nello stesso livello a 15 m di distanza nell’agosto 1955. I tre
frammenti provengono dallo stesso livello, presentano lo stesso grado di mineralizzazione e le
ricerche sul dosaggio del fluoro hanno confermato la loro associazione con la fauna del
Pleistocene medio rinvenuta nello stesso livello. La dispersione dei frammenti si spiega con la
natura stessa del sito, un terrazzo fluviale: le ossa del cranio, non ancora ben saldate tra loro,
sono state trascinate dalla corrente del fiume e depositate in punti differenti.
192
Il deposito della terrazza di 30 m sopra il livello attuale del Tamigi comprende una sequenza
della potenza di 14 m che poggia su sabbie di età terziaria ed è articolata in nove unità
principali. Dall’alto verso il basso abbiamo:
1. terreno superficiale, con resti di industria neolitica;
2. ghiaie superiori con industria litica del Musteriano di tradizione acheuleana e fauna di
clima freddo (glaciazione di Würm);
3. limi e franco-sabbioso superiori (upper brick earth) con fauna di clima caldo nella parte
superiore (interglaciale Riss-Würm) e freddo in quella inferiore (glaciazione di Riss),
industria del Paleolitico inferiore con bifacciali ovalari dell’Acheuleano superiore;
4. deposito di soliflussione, sterile, databile agli inizi della glaciaizone di Riss;
5. ghiaie medio-superiori, clima fresco;
6. ghiaie medio-inferiori con fauna di clima caldo, i resti umani e industria litica
dell’Acheuleano medio, caratterizzata da bifacciali lanceolati, schegge ritoccate e rare
schegge di tecnica Levallois;
7. superficie di erosione;
8. limo di esondazione fluviale, clima temperato;
9. franco-sabbioso inferiore (lower loam), con fauna calda, conchiglie terrestri e industria
acheuleana e clactoniana;
10. ghiaie inferiori con fauna di clima caldo e industria litica clactoniana;
11. ghiaie basali con fauna di clima freddo e industria litica clactoniana.
Il livello che ha restituito i resti umani è databile a una fase avanzata dell’interglaciale
Mindel-Riss, correlabile con l’OIS 9 (334 – 300 ka). Una datazione sulle ossa animali
effettuata con il metodo del disequilibrio dell’uranio ha fornito una data maggiore di 272 ka.
Del cranio di Swanscombe si conservano l’occipitale e i due parietali perfettamente
combacianti, con le dentellature delle suture ben conservate. Mancano il frontale e le ossa
della faccia. La curvatura del parietale indica che la volta cranica era ancora bassa e in veduta
occipitale il cranio mostra un contorno con la massima larghezza a metà altezza, cioè verso la
base del parietale, quasi sub-circolare. Da questo punto di vista il cranio di Swanscombe è
ancestrale all’uomo di Neanderthal. La larghezza dell’occipitale è notevole, una caratteristica
che allontana il cranio di Swanscombe dall’uomo anatomicamente moderno. Il profilo
dell’occipitale è arrotondato, come nell’uomo moderno e diversamente dall’uomo di
Neanderthal, e il toro occipitale è poco sviluppato, ma presenta una fossa sopra-iniaca come
193
nell’uomo di Neanderthal. La capacità cranica stimata è di circa 1275-1325 cm3, ma potrebbe
essere anche inferiore, intorno ai 1250 cm3.
Il cranio di Steinheim offre l’opportunità di conoscere anche la parte facciale di un Homo
della stessa epoca. Steinheim an der Murr si trova pochi km a nord di Stuttgart, nel
Württemberg. Nelle cave di ghiaia e di sabbia aperte sul terrazzo della Murr si scoprivano
frequentemente ossa di mammiferi pleistocenici che il proprietario K. Sigrist donava
regolarmente alla Württembergische Naturaliensammlung di Stoccarda. Il 24 luglio 1933 il
signor Sigrist comunicò a F. Berckhemer, conservatore capo delle collezioni naturalistiche del
museo, il rinvenimento di un cranio umano. Fu inviato immediatamente sul posto un
assistente del museo che estrasse il cranio dalla sua posizione originale. Il deposito del
terrazzo nel punto della scoperta presentava la seguente stratigrafia:
1. terreno superficiale;
2. strato di loess, dello spessore variabile da 1,5 a 2 m;
3. strato di ghiaie fluviali, di spessore variabile fino a 4 m, a fauna fredda, con abbondanti
resti di Mammuthus trogontherii e Mammuthus primigenius;
4. sabbie miste a ghiaia, dello spessore fino a 2,6 m, con numerosi resti di fauna di clima
caldo: Elephas antiquus, Rhinoceros merckii, Bos primigenius, Bufalus arni; in questo strato,
alla profondità di 7,5 m dal piano di campagna, fu rinvenuto il cranio umano;
5. potente formazione di ghiaie inframezzate a letti marnosi e sabbiosi, a fauna calda come le
sabbie soprastanti, dello spessore di 8 m; nella parte più bassa a pietrisco riappare la fauna
fredda.
In base a considerazioni biostratigrafiche, lo strato da cui proviene il cranio è databile a uno
stadio avanzato dell’interglaciale Mindel-Riss (OIS 9). Steinheim e Swanscombe sono quindi
contemporanei.
Il cranio è privo della mandibola, per il resto è quasi completo, ma mentre il lato destro è
intatto, quello sinistro è lacunoso ed ha subito una leggera distorsione insieme al palato.
Sembra trattarsi di un sogetto femminile di età adulta, ma giovane, intorno ai 25 anni. La volta
cranica è bassa, il frontale sfuggente all’indietro, anche se di forma leggermente bombata.
L’occipitale mostra una curvatura arrotondata – manca del tutto lo chignon neandertaliano – e
manca uno spesso toro trasversale, mentre è presente la depressione sopra-iniaca, un tratto
tipicamente neandertaliano. In norma occipitale il profilo del cranio appare intermedio tra
quello dei neanderthaliani e quello dell’uomo anatomicamente moderno, la larghezza
194
massima si colloca verso la parte inferiore dei parietali, e la volta cranica mostra una leggera
carenatura saggitale. Vi è un forte toro sopraorbitario continuo, che si estende fino alla parte
più esterna delle orbite. In norma verticale si può osservare un restringimento post-orbitario
abbastanza marcato, ma non così forte come nell’Homo erectus. L’apofisi mastoide è ridotta,
come nel Neandertal. La capacità cranica è stimata intorno ai 1100 cm3 (1145-1175 secondo
Howell, 1070 secondo altri autori). La faccia è piuttosto piccola e il prognatismo appare di
grado modesto, come nell’uomo moderno. Sotto l’orbita l’osso mascellare presenta la fossa
canina, a differenza che nel Neanderthal. L’apertura nasale è molto larga, come nel
Neanderthal, ma le ossa nasali sono piccole.
Le dimensioni dei denti sono di tipo moderno, in particolare il M3 è notevolmente ridotto.
La parte basale dell’occipitale è incompleta e manca tutta l’area intorno al foramen magnum.
Secondo Berckemer si tratterebbe di un allargamento artificiale, dal momento che il cranio fu
raccolto con molta cura e nell’area in cui giaceva non vi era alcuna delle porzioni mancanti.
Di conseguenza Berchkemer ritenne che si trattasse di una mutilazione intenzionale. Anche la
lacuna della regione temporale destra è stata attribuita a un colpo violento inferto prima della
morte. Attualmente si ritiene che le lacune siano attribuibili a cause naturali.
Il più importante sito europeo del Pleistocene medio per i fossili umani è senza dubbio la
Sierra de Atapuerca, una piccola collina dell’altezza massima di 1079 m, 15 km ad est di
Burgos nel nord della Meseta spagnola, in un punto strategico per il passaggio dal bacino
dell’Ebro a quello del Duero. Lungo i fianchi di questa collina si aprono alcune caverne che
hanno restituito importanti testimonianze di vita preistorica. La Cueva Mayor è un complesso
sistema carsico che si sviluppa per più di un km. Un percorso difficile, che passa da grandi
sale alte 20 m fino a una galleria bassa in cui bisogna strisciare lungo il suolo, conduce a
mezzo km dall’entrata a una grande sala detta Sala dei Ciclopi, in un angolo della quale si
apre un pozzo verticale di 13 m di profondità in fondo al quale si accede a una piccola cavità,
la Sima de los Huesos (il pozzo delle ossa). Il suolo è formato da argilla molto fine. Vi sono
state rinvenute migliaia di ossa di orso ridotte a frammenti piccoli e irriconoscibili. Un
ingegnere minerario, Trinidad Torres, studioso di orsi fossili, è stato il primo a condurre
ricerche nella Sima de los Huesos nel 1976, ma tra i resti di orso recuperati emerse un
frammento di mandibola umana (AT-1), poi altri due frammenti di mandibola (AT-2, AT-3),
alcuni denti e frammenti di ossa craniche. A tutt’oggi sono stati scoperti più di 2500 resti
umani nella Sima de los Huesos, pertinenti a tutte le diverse parti dello scheletro. In base ai
195
denti il numero minimo di individui rappresentati è di 32 soggetti. Tutti i resti sono più o
meno contemporanei, essendo stati rinvenuti nello stesso strato. L’importanza eccezionale di
questa scoperta consiste non solo nell’avere fornito un cranio completo di mandibola ed altri
distretti scheletrici completi, ma sopratutto nel fatto di dare la possibilità di studiare la
variabilità di un’intera popolazione del Pleistocene medio. Infatti, il campo di variabilità sia
nelle dimensioni che nella morfologia si è dimostrato abbastanza ampio ed è molto istruttivo
dal punto di vista metodologico; infatti, se alcuni degli Ominidi de la Sima de los Huesos
fossero stati scoperti in siti differenti sarebbero stati attribuiti, da antropologi di tendenza
splitter, a specie diverse.
Tra i reperti più importanti vi sono tre crani scoperti nel 1992: il cranio 5 (AT-700)
comprende anche la mandibola ed appartiene a un soggetto femminile, la capacità è di 1120
cm3; il cranio 4 (AT-600), privo della faccia e della mandibola, è probabilmente un individuo
maschile, la capacità è grande, 1390 cm3; il cranio 6 è di un bambino di circa 11 anni.
Negli uomini di Atapuerca il cranio ha un frontale non molto sfuggente, la parte superiore
dell’occipitale è maggiormente sviluppata e sale quasi verticalmente, la larghezza massima
non è più verso la base, ma verso i parietali. La presenza di una deperessione soprainiaca è
una caratteristica che ritroveremo nell’uomo di Neanderthal.
Le prime datazioni basate sulla serie dell’uranio e l’ESR avevano indicato un’età di circa 300
ka, successive datazioni basate sul disequilibrio radioattivo dell’uranio indicavano una età
maggiore di 350 ka. Nuove date effettuate su un crostone stalagmitico che copre il deposito
con le ossa umane si raggruppano intorno a 600 ka165. Questa datazione mal si concilia con le
caratteristiche evolute degli uomini della Sima de los Huesos. Altre stime indicano un’età di
400 ka.
La Sima de los Huesos è un vero e proprio ossuario. I defunti, anziché essere abbandonati
insepolti, venivano portati nella Cueva Major e quindi nella Sala dei Ciclopi per essere getatti
nel pozzo. Una forma di sepoltura collettiva.
Infine, un breve cenno al cranio di Petralona, in Grecia. Si tratta di un cranio completo
scoperto nel 1960 all’interno di una grotta ad Halkidiki presso Petralona (Salonicco). Era
inglobato in una matrice stalagmitica ed è privo di contesto. Il cranio presenta un insieme di
165
JAMES L. BISCHOFF, High-resolution U-series dates from the Sima de los Huesos hominids yields 600 + ∞ - 66 kyrs:
implications for the evolution of the early Neanderthal lineage, in Journal of Archaeological Science, 34, 2007, pp. 763770.
196
caratteri in parte primitivi (forte toro sopraorbitario, volta cranica bassa, occipitale angolato) e
in parte derivati (maggiore larghezza a livello dei parietali, grande capacità cranica, ca. 1230
cm3).
6.3 L’uomo diventa cacciatore
Per il Pleistocene Medio i siti più significativi ai fini della comprensione del comportamento
culturale dell' Homo heidelbergensis e dell’Homo rhodesiensis nonché delle loro varietà più
evolute sono non tanto quelli africani quanto quelli europei, come ad es. Boxgrove nel sud
dell'Inghilterra, la caverna dell'Arago in Francia, Nortarchirico in Basilicata, Bilzingsleben e
Schöningen in Germania, Torralba e Ambrona in Spagna.
Ambrona-Torralba
I due siti all'aperto di Ambrona e Torralba si trovano a due km di distanza l'uno dall'altro
nella piccola valle del fiume Ambrona, nella Vecchia Castiglia, 156 km a nord-est di Madrid.
Sono ubicati sulla terrazza di 40 m sulla sinistra il primo e sulla destra del fiume il secondo, a
ca. 1115 m slm. Torralba è vicino alla sorgente del Jalon, un affluente dell'Ebro. Il fiume ha
intagliato un massiccio calcareo che costituisce una delle poche connessioni tra la Vecchia e
la Nuova Castiglia. La valle dell'Ambrona rappresenta quindi una via di comunicazione
naturale tra la Meseta centrale e la valle dell'Ebro.
Le prime scoperte furono effettuate a Torralba nel 1888 per la messa in opera di condutture
idriche in occasione della costruzione della ferrovia. Dal 1907 al 1913 vi effettuò scavi
sistematici il marchese di Cerralbo, che scoprì anche il vicino sito di Ambrona, dove si limitò
ad eseguire soltanto qualche sondaggio. La fauna, che comprendeva una trentina di elefanti fra cui l'Elephas antiquus e in misura minore l'E. meridionalis - , e inoltre rinoceronte, bovidi,
cervidi e cavallo, fu studiata da E. Harlé, la geologia dell'area da F. Palacios.
Dal 1961 al 1963 F.C. Howell riprese le ricerche nella valle dell'Ambrona, scavando a
Torralba un'area di 5000 m2, e conducendo ad Ambrona uno scavo di dimensioni più limitate.
Nel 1980-1981 Howell insieme a L.G. Freeman completò lo scavo di Ambrona, raggiungendo
un'estensione complessiva di 6000 m2. Dell'équipe facevano parte E. Aguirre per lo studio
paleontologico e K.W. Butzer per quello geologico166.
166
Cfr. P. BIBERSON, Torralba et Ambrona. Notes sur deux stations Acheuléennes des chasseurs d’éléphantes de la Vieille
Castille, in Miscelanea en Homenaje al abate Henri Breuil, Barcelona 1964, I, pp. 201-248; F. CLARK HOWELL, Early Man,
197
Le formazioni pleistoceniche che racchiudono i resti paleontologici e archeologici poggiano
su marne di età triassica. Vi sono stati distinti tre complessi, inferiore, medio e superiore. I
complessi medio e superiore sono sterili dal punto di vista paleontologico e archeologico e
sono separati da quello inferiore da un suolo rosso di forte spessore, attribuito all'interglaciale
Mindel-Riss. Il complesso inferiore si articola in quattro unità sedimentarie. Le unità I e II
sono formate da ghiaie, argille e limi di origine colluviale, l'unità III da marne palustri e
l'unità IV da ghiaie, sabbie e limi. I livelli archeologici sono documentati dalla fase Ic-Id fino
alla fase IVd.
La fauna pubblicata comprende Elephas antiquus, E. trogontherii, Dicerorhinus
hemitoechus, Bos primigenius (pochi esemplari), Equus, Cervus, Rangifer, Dama, Predama,
Felis cf. leo, Canis cf. lupus e molta microfauna (uccelli, roditori, piccoli mammiferi).
Le analisi palinologiche indicano un paesaggio dominato da Pinus silvestris, Artemisia e
graminacee. Le percentuali di pino variano da livello a livello, e da 50 o 70% arrivano fino a
90% nelle fasi più temperate. Anche alcuni resti di legno trovati a Torralba durante gli scavi
del marchese de Cerralbo sono di pino.
L'industria litica è in selce, quarzite e calcare, più raramente in calcedonio e diaspro, e
comprende un'alta percentuale di bifacciali e di hacheraux. Le schegge sono per la maggior
parte prive di ritocco, vi sono raschiatoi laterali, grattatoi, lame ritoccate, perforatori e qualche
caso di bulino. Il rapporto strumenti su scheggia - bifacciali è di 3 a 1. I nuclei sono rari.
Sembra quindi che gli strumenti fossero confezionati altrove e portati dagli uomini sul sito.
La maggior parte dei bifacciali sono stati fabbricati con la tecnica della percussione diretta,
ma sono stati osservati anche diversi casi di bifacciali rifiniti con la tecnica del percussore
tenero. La forma più comune dei bifacciali a Torralba e ad Ambrona è quella amigdaloide con
l'estremità distale irregolare. In entrambi i siti sono ben rappresentati gli hacheraux.
Alcune ossa sono state deliberatamente scheggiate per farne degli strumenti. Negli scavi
Cerralbo sono stati raccolti diversi frammenti di legno lavorato. Uno, conservato per la
lunghezza di 1,5 m, ha l'estremità appuntita e una sezione rettangolare dello spessore di 2 cm,
altri frammenti hanno sezione piatta o piano-convessa. Secondo Cerralbo un frammento di
legno con la punta indurita dal fuoco sarebbe stato trovato dentro le ossa di un elefante.
Non sono stati rinvenuti focolari, ma sono numerosi i carboni, i legni e le ossa bruciate, che
Time-Life Books, 1971, pp. 77-100; F. CLARK HOWELL et Alii, Observation on the Acheulean occupation site of Ambrona
(Soria Province, Spain), in Jahrbuch RGZM, 38, 1991, pp. 33-82.
198
documentano la conoscenza del fuoco e la capacità di utilizzarlo.
Per quanto concerne la cronologia, i dati geologici e biostratigrafici indicano concordemente
il Pleistocene Medio. Secondo Howell e Butzer i due siti di Torralba e Ambrona sono da
collocare nel Mindel avanzato, mentre secondo F. Bordes e F. Prat risalirebbero a un'età più
recente, il Riss I, in base alle caratteristiche dell'industria litica e alla presenza del cavallo.
Tuttavia, l'assenza di tecnica levalloisiana tenderebbe a escludere una datazione posteriore
alla fine del Mindel/Riss. I nuovi studi condotti da geologi spagnoli sembrano avvalorare la
data più antica. C. Gamble ha collocato i due siti nell'ambito degli stadi isotopici 11-10-9,
corrispondenti all'interglaciale Holstein (Mindel-Riss) con l'intermezzo di un glaciale di breve
durata (OIS 10), all’incirca tra 427 e 300 ka.
La quantità delle ossa animali rinvenute e la loro distribuzione e associazione con strumenti
di pietra scheggiata, osso e legno, nonché la natura stessa dei luoghi dimostrano che Ambrona
e Torralba erano siti di macellazione degli animali da parte degli uomini. A Torralba sono
stati rinvenuti i resti di almeno 75 elefanti, per lo più E. antiquus dalle zanne lunghe e diritte.
Soltanto un cranio era pressoché integro e nei suoi pressi sono stati trovati allineati due femori
e una zanna. Gli altri crani erano tutti frantumati probabilmente per estrarne il cervello.
Durante gli scavi del 1909-1911 a Torralba sarebbe stato rinvenuto un semicerchio formato da
crani di elefante. Gli accumuli costituiti dalle ossa disarticolate e spezzate degli elefanti non
possono spiegarsi con cause naturali. Negli scavi condotti da Howell è stato effettuato il
rilievo planimetrico di tutti i manufatti in pietra scheggiata, hacheraux, bifacciali, raschiatoi
laterali, schegge e utensili su scheggia, di tutte le ossa animali, dei resti di legno, delle
concentrazioni di carboni, delle pietre. In un rilievo pubblicato si può osservare in un'area di
una dozzina di m2, i resti disarticolati di un elefante. A breve distanza due altre concentrazioni
di ossa comprendono parti di elefanti più piccoli e di altri animali distribuiti casualmente.
Evidentemente gli animali di dimensioni minori venivano completamente fatti a pezzi, mentre
agli animali di grandi dimensioni come un elefante adulto era prelevata la carne, ma la
carcassa veniva lasciata in situ.
In un caso a Torralba sono state rinvenute le ossa del lato sinistro di un elefante, mentre
quelle del lato destro erano sparse nelle vicinanze. Howell ha interpretato questa inusuale
disposizione, immaginando che gli uomini dopo avere macellato il lato destro, devono avere
rivoltato l'elefante. Nello scavo di Ambrona nel 1963 furono trovati allineati una zanna, due
femori e due tibie appartenenti a un unico grande elefante. Questa disposizione è chiaramente
199
intenzionale e può essere dovuta unicamente all'azione dell'uomo. Una possibile spiegazione è
stata fornita da Howell: poiché gli elefanti erano affondati nel fango e la zona era paludosa,
l'allineamento di queste grosse ossa rassodava il terreno e forniva agli uomini una sorta di
passerella.
Se appare certo che gli animali rinvenuti a Torralba e ad Ambrona sono stati macellati dagli
uomini, più problematico è rispondere alla domanda: come sono morti gli elefanti? Torralba e
Ambrona sono la prova dell'esistenza della caccia ai grandi mammiferi durante il Pleistocene
Medio?
Negli stessi strati che hanno restituito i resti animali e gli strumenti di pietra scheggiata sono
stati rinvenuti numerosi carboni sparsi ampiamente per tutta l'area e che documentano
inequivocabilmente l'uso del fuoco. Non vi sono veri focolari, d'altra parte l'area era a
quell'epoca paludosa. Clark Howell ha prospettato una ricostruzione di ciò che può essere
accaduto. In autunno gli animali erbivori cominciavano a migrare verso sud, alla ricerca di
terre più calde, passando attraverso il corridoio naturale della valle del fiume Ambrona. Due
bande di uomini della specie Homo heidelbergensis, comprendenti ciascuna pochi adulti
maschi, una mezza dozzina di donne, numerosi adolescenti, ragazzi e bambini, per un totale di
più o meno una trentina di persone, si incontravano sulle pendici della valle e riunivano le
loro forze per una battuta di caccia grossa. Sul fondo valle il fiume scorreva formando una
serie di meandri e vi erano aree paludose e aree a prateria. Sfruttando la direzione del vento
che soffiava da nord-ovest, un gruppo di cacciatori paleolitici con l'uso del fuoco spinge una
mandria di elefanti verso le zone paludose, mentre un altro gruppo di cacciatori dà fuoco alla
vegetazione lungo la riva del fiume per impedire agli elefanti di attraversare il fiume e
raggiungere il terreno asciutto. Gli elefanti che finiscono sul terreno paludoso affondano nel
fango e non riescono più a liberarsi. I cacciatori devono solo aspettare che l'animale sia
esausto per i tentativi di uscire dalla palude e a questo punto lo finiscono a colpi di lance di
legno e con lanci di pietre.
Altri ricercatori (L. Binford) hanno contestato questa interpretazione, ritenendo che gli
uomini del Pleistocene Medio fossero ancora fermi allo stadio dello sciacallaggio, cioè si
sarebbero limitati a sfruttare le carogne abbandonate dai predatori. Nel caso di Torralba e
Ambrona, questi potevano essere i luoghi dove gli elefanti andavano a morire.
L'interpretazione di Howell è la più convincente. Infatti, gli elefanti non erano prede di
carnivori e nella fauna rinvenuta sono rappresentati elefanti di diversa età, adulti e giovani. La
200
conformazione dei luoghi, una valle che costituiva la via naturale di comunicazione tra la
Meseta e la valle dell'Ebro, dimostra che si trattava certamente di un punto di passaggio per le
mandrie di erbivori che migravano. Inoltre, alcuni fortunati ritrovamenti recenti dimostrano
l'esistenza già a quest'epoca di lance di legno e quindi indirettamente la pratica della caccia ai
grandi mammiferi.
Schöningen
A questo proposito sono significativi i ritrovamenti di Schöningen in Germania, tra Hannover
e Magdeburgo, al limite tra il bassopiano settentrionale e i primi rilievi ercinici. Depositi
torbosi risalenti all'interglaciale Mindel-Riss (OIS 9-11, ca. 427 – 300 ka) hanno conservato
fauna e manufatti di legno, oltre naturalmente a industria litica. Nel sito 13 di Schöningen
sono state rinvenute una lancia appuntita a entrambe le estremità, lunga 78 cm e tre lance in
legno di abete rosso (Picea excelsa) lunghe 2,3 - 2,5 m. La punta accuratamente lavorata era
ricavata dalla parte del legno più duro e più denso della base dell'albero. Una di queste lance è
stata trovata accanto all'osso pelvico di un cavallo.
Un'altra lancia in legno della medesima epoca venne scoperta nel 1911 a Clacton on Sea
nell'Essex: si tratta di un frammento comprendente la punta, lungo ancora 38,5 cm, in legno di
tasso. A Bad Cannstatt nel Würrtemberg, alla periferia nord-orientale di Stuttgart e a una
quindicini di km a sud di Steinheim, in strati di travertino risalenti alla parte più recente
dell’interglaciale Mindel-Riss (OIS 11-9), sono stati rinvenuti tre luoghi di frequentazione da
parte dell’uomo con utensili di pietra e ossa animali frantumate, che indicano chiaramente
operazioni di macellazione di bisonte, Bos primigenius, cavallo, rinoceronte, cervidi, tasso e
castoro. In una delle località sono stati rinvenuti numerosi frammenti di lance di legno e
tracce dell’uso del fuoco.
In conclusione, gli uomini del Pleistocene Medio avanzato dell'Europa centro-occidentale
praticavano la caccia grossa, di conseguenza dovevano avere sviluppato delle tecniche di
caccia e una organizzazione sociale che prevedesse la cooperazione tra bande, la distribuzione
dei compiti tra uomini, donne, anziani e adolescenti, la spartizione del cibo.
Un altro interrogativo di grande importanza concerne il fatto se questi uomini fossero in
grado di accendere il fuoco oppure se sapevano soltanto ottenerlo da fonti naturali e poi
conservarlo, trasportando le braci in un contenitore adatto, ad es. in una palla di argilla.
201
CAPITOLO 6
____________________________________________________________________________
L’uomo di Neanderthal
____________________________________________________________________________
Durante l'ultimo stadio della glaciazione rissiana (OIS 6, ca. 186-130.000 anni fa),
l'interglaciale Riss-Würm (OIS 5e, ca. 130-115.000 anni fa), la prima parte della glaciazione
di Würm (OIS 5d-4, ca. 115-58.000 anni fa) e l'interpleniglaciale würmiano (OIS 3, tra
58.000 e 30.000 anni fa), i documenti degli uomini fossili diventano molto più abbondanti e
completi, specialmente in Europa.
In tutta Europa, con esclusione delle regioni più settentrionali in gran parte coperte dalla
calotta glaciale (inlandsis) durante i periodi freddi, nel Vicino Oriente e in parte dell'Asia
centrale (fino all’Uzbekistan e alla Siberia meridionale) è diffuso l'uomo di Neanderthal.
Complessivamente conosciamo almeno 300 resti di uomo di Neanderthal, ma nella maggior
parte dei casi si tratta di resti frammentari o di denti isolati, mentre scheletri completi o
relativamente completi sono in numero nettamente inferiore e provengono quasi sempre da
sepolture. I reperti più significativi sono quelli scoperti in Francia (almeno 25 località, fra cui
La Chapelle-aux-Saints, La Ferrassie, La Quina, Le Moustier, Saint Césaire), nella penisola
iberica (almeno 8 località, fra cui Gibilterra), in Italia (una dozzina di località, fra cui
Saccopastore, il Circeo e Altamura), nel Belgio (4 località, fra cui Engis e Spy), in Germania
(7 località, fra cui la valle di Neander), in Moravia e Slovacchia (almeno 5 località), in
Croazia (riparo di Krapina, grotta di Vindija), in Ucraina (5 località), nei Monti Zagros
iracheni (caverna di Shanidar), in Siria (caverna di Dederieh), in Palestina (caverne di Tabun,
Amud, Kebara), nell’Iran sud-occidentale, nell'Uzbekistan meridionale (caverna di TeshikTash) e nella Siberia meridionale (caverna Denisova, caverna Okladnikov).
202
Un po’ di storia167
Il nome deriva dalla gola di Neander, un orrido pittoresco tra Elberfeld e Düsseldorf,
profondo 53 m, sul cui fondo scorre un affluente di destra del Reno, il Düssel. In questa gola
amava ritirarsi a scrivere e a comporre Joachim Neumann (1650-1680), autore di canti
liturgici, che adottò come secondo nome una forma grecizzata del proprio cognome, Neander,
ed è in suo onore che quella parte della valle del Düssel venne chiamata Neanderthal168.
Lungo i fianchi dirupati della valle si aprono diverse caverne, la maggiore delle quali, posta a
circa 20 m di altezza sopra il fondovalle - Neandershöhle o Feldhofer Grotto - era destinata a
diventare celebre. Nell'agosto 1856 vi furono condotti lavori per sfruttarla come cava di
calcare. Un deposito di argilla di due metri di spessore la ostruiva quasi completamente. Gli
operai cominciarono a rimuovere il deposito e alla profondità di circa un metro e mezzo si
imbatterono in un gruppo di ossa. Il proprietario pensò che si trattasse di ossa di orso delle
caverne e ordinò di tenerle da parte, comunicando la notizia al dr. Johann K. Fuhlrott,
insegnante presso il ginnasio di Elberfeld ed appassionato di scienze naturali. Fuhlrott (18041877) prese in consegna i reperti, comprendenti una calotta cranica, una clavicola, una
scapola, due omeri, due femori, parte del bacino, alcune costole, e fece un sopralluogo alla
caverna, interrogando gli operai, per raccogliere tutte le notizie sulle circostanze della
scoperta. La caverna era stata ormai completamente svuotata del deposito originario. È
probabile che le ossa recuperate appartenessero a una singola sepoltura, come si può evincere
anche dalle notizie orali sulla scoperta raccolte da Fuhlrott presso gli operai. Sembra, infatti,
che per primo sia apparso il cranio nei pressi dell’entrata della grotta e subito dopo le altre
ossa poste sullo stesso piano del cranio. Fuhlrott studiando le ossa comprese che si trattava di
un tipo umano primitivo, ancora sconosciuto, e si rivolse ad Hermann Schaffhausen,
professore di anatomia all'università di Bonn, per avere un parere autorevole. Nel giugno
1857 entrambi presentarono l'eccezionale ed enigmatico ritrovamento a una riunione della
167
Sulla storia della scoperta e delle prime interpretazioni cfr. J. READER 1983, p. 19 e ss.; Cacciatori
neandertaliani, pp. 12-16 (G. Giacobini); G. BOSINSKI, Der Neandertaler und seine Zeit, Bonn, 1985, pp. 1-10;
E. TRINKAUS, P. SHIPMAN 1993, p. 3 e ss.; J. TATTERSALL 1995, pp. 74 e ss.
168
Secondo la grafia dell’epoca, quando in tedesco valle si scriveva con l’h: thal. Per molto tempo i
paleoantropologi hanno utilizzato la forma originaria del nome e scritto “uomo di Neanderthal” o “Homo
neanderthalensis”, come si può leggere nella maggior parte dei testi della prima metà del XX secolo. In seguito
si è progressivamente imposto l’uso di scrivere “Neandertal”, secondo quella che è la moderna grafia del termine
valle in tedesco.
203
Società di Storia Naturale del Reno Prussiano e della Westfalia a Bonn169. Fuhlrott sostenne
l'antichità dell'uomo di Neandertal, basandosi su due argomenti, la profondità alla quale era
stato rinvenuto, criterio certamente inaffidabile, e la profonda mineralizzazione delle ossa,
argomento di maggior peso, poiché ne dimostrava lo stato fossile. L’assenza di qualsiasi
contesto – dalla caverna non furono recuperate ossa di animali, a parte un dente d’orso, o
manufatti – poneva comunque difficoltà insormontabili per una datazione precisa170.
Schaffhausen, che era convinto che non fosse dimostrata la concezione della fissità della
specie, mise in rilievo che pur essendo umano, lo scheletro era differente da qualunque altro
finora conosciuto. Gli aspetti che colpirono maggiormente erano la calotta cranica, di grandi
dimensioni, ma bassa e fornita di inusuali rilievi sopraorbitari quali si ritrovano soltanto nelle
scimmie antropomorfe, in particolare nel gorilla, e la robustezza delle ossa. La conclusione fu
che i resti dovevano appartenere a un membro di un'antica popolazione di aspetto primitivo e
selvaggio che aveva abitato la regione insieme ad animali ora estinti prima che venisse
occupata dagli antenati degli attuali abitanti.
La successiva pubblicazione di Schaaffhausen, corredata da accurati disegni delle ossa, attirò
l'attenzione degli studiosi inglesi e il suo articolo venne tradotto nel 1861 dall'anatomista
George Busk171. Già nel 1860 Charles Lyell, l’eminente geologo inglese, aveva visitato la
caverna di Neandertal, accompagnato dal dr. Fuhlrott, che gli mostrò l’originale della calotta
cranica e gli donò un calco172. Lyell mostrò il calco ad Huxley, che lo commenterà nella sua
celebre opera del 1863, Man’s Place in Nature. Nel 1864 il geologo William King utilizzò il
ritrovamento per definire una nuova specie umana, Homo neanderthalensis, una specie
distinta da quella umana attuale per le caratteristiche più primitive della calotta cranica, ma
pur sempre appartenente al nostro stesso genere173. Al contrario, in Germania l'interpretazione
169
FÜHLROTT e SCHAAFFHAUSEN, Korrespondenzblatt, n. 2, pp. 50-52, in Verhandlungen des naturhistorischen
Vereins der Preussischen Rheinlande und Westfaliens, 1857; SCHAAFFHAUSEN, ibidem, t. 14, 1857, pp.
XXXVIII-XLII.
170
Nel 1997 scavi condotti tra i cumuli di sedimenti accumulati nei pressi del punto in cui si trovava la grotta hanno portato
al recupero di manufatti, resti di fauna e una ventina di ossa umane, una delle quali apparteneva allo scheletro scoperto nel
1856. Alcune ossa animali presentano segni di taglio. Quindi, in relatà esisteva un contesto e vi era più di un soggetto
umano. La datazione al radiocarbonio di un osso ha fornito la data di ca. 40000 BP. Cfr. D. PALMER, Neandertal,
Macmillan Publishers, London, 2000, p. 34.
171
H. SCHAAFFHAUSEN, On the Crania of the most Ancient Races of Man, in Natural History Review, 1861, 1,
p. 283 e ss.
172
C. LYELL 1863, p. 76.
173
W. KING, The Reputed Fossil Man of the Neanderthal, in Quarterly Journal of Science, 1864, 1, pp. 88-97.
204
di Schaaffhausen venne generalmente respinta e sotto l'influsso prima di F. Mayer, un collega
di Schaaffhausen a Bonn, e poi di Rudolf Virchow, figura eminente delle scienze biologiche,
mediche e antropologiche dell’epoca, prevalse l'opinione che i resti dovessero attribuirsi a un
individuo di età recente affetto da deformazioni patologiche. Secondo Mayer, anche in
considerazione di presunti aspetti mongoloidi e della forma arcuata del femore, poteva
trattarsi di un cavaliere cosacco ferito in combattimento durante le guerre napoleoniche e
rifugiatosi nella caverna di Feldhofer, dove trovò la morte. Queste interpretazioni furono
spazzate via definitvamente dal paleoantropologo tedesco Gustav Schwalbe nel 1901, che
tuttavia ribattezzò i resti dell'uomo di Neanderthal Homo primigenius. Nel frattempo era
avvenuta la scoperta del Pitecantropo di Giava e Schwalbe propose una filogenesi umana di
tipo lineare, dall’ancient member della famiglia delle scimmie antropomorfe al Pitecantropo e
da questi al Neanderthal e infine all’Homo sapiens.
Numerosi nuovi ritrovamenti dimostrarono l'antichità e l'effettiva esistenza di un tipo umano
differente da quello attuale. In realtà già prima del 1856 erano stati scoperti resti umani
attribuibili al Neandertal, ma i tempi non erano ancora maturi per riconoscerne il significato.
Nel 1828 fu rinvenuto un cranio infantile associato a fauna pleistocenica e industria litica
musteriana nella caverna di Engis in Belgio, nel 1848 un cranio di individuo adulto in una
caverna di Gibilterra, la Forbes’ Quarry. Quando avvennero queste scoperte e quella di poco
successiva del Feldhofer Grotto il concetto di uomo fossile non faceva parte del bagaglio delle
conoscenze scientifiche comunemente accettate, il grande paleontologo Cuvier aveva
sentenziato “l’uomo fossile non esiste”. Soltanto dopo la pubblicazione dell’opera di Darwin
nel 1859 una parte della comunità scientifica fu in grado di comprenderne il significato o
almeno di non rifiutare aprioristicamente l’idea che in tempi ben più antichi di quelli stabiliti
dalla cronologia biblica fossero esistite forme umane diverse da quelle attuali.
Le scoperte di resti fossili attribuibili all’uomo di Neandertal si moltiplicarono, in particolare
tra il 1886 e il 1899 (Trou de la Naulette e Spy in Belgio, Krapina in Croazia) e tra il 1905 e il
1912 (La Chapelle-aux-Saints, le Moustier, l’abri de la Ferrassie)174. Negli anni 1911-1913
Marcelin Boule pubblicò uno studio dettagliato ed esaustivo della sepoltura de La Chapelleaux-Saints, rinvenuta nel 1908, fornendo un’interpretazione che per molti anni resterà come
un punto di riferimento fondamentale175.
174
175
Cfr. la tabella dei ritrovamenti in S. SERGI 1959, pp. 94-95.
M. BOULE, L’Homme fossile de la Chapelle-aux-Saints, Annales de Paléontologie Humaine, tomi 6-8, Paris,
205
Purtroppo, Boule esasperò gli aspetti primitivi e "scimmieschi" del Neandertal, ricostruendo
in modo non esatto le parti mancanti dello scheletro ed attribuendogli un'andatura non
perfettamente eretta come quella dell'uomo moderno: il collo e la testa piegati in avanti, le
gambe un po' flesse, il piede poco arcuato che appoggiava al suolo solo sul lato esterno,
l'alluce divaricato. L'uomo di Neanderthal veniva, quindi, escluso dalla diretta ascendenza
umana, opinione che sarà condivisa anche da Arthur Keith. Paradossalmente, mentre nel XIX
secolo vi era chi vedeva nei resti di Neanderthal deformazioni patologiche, ora studiosi come
Boule, Keith ed Elliott Smith non si resero conto che l'uomo della Chapelle-aux-Saints era
affetto da gravi deformazioni artritiche che avevano colpito la colonna vertebrale e gli arti,
fatto che, associandosi a una serie di pregiudizi radicati (proprio in quegli anni entrava in
scena il falso di Piltdown), li condurrà a interpretazioni del tutto errate. E’ sorprendente che
ancora nella quarta edizione (1952) del famoso manuale Les Hommes Fossiles, Henri H.
Vallois non si discosti sostanzialmente da molte delle interpretazioni che aveva dato
quarant’anni prima M. Boule.
Nel corso di 150 anni la posizione tassonomica dell’uomo di Neanderthal è andata incontro
a declassamenti e a riabilitazioni. Inizialmente la discussione sull’uomo di Neandertal si è
accentrata intorno al fatto se potesse essere considerato un membro della nostra stessa specie
o se si trattasse di una specie differente dall’uomo attuale o di un individuo affetto da gravi
patologie. Una volta acclarata la sua pertinenza al nostro stesso genere, il Neanderthal fu
considerato dagli antropologi evoluzionisti di tendenza “materialista” come una specie a sé
stante, che occupava nella filogenesi umana una posizione intermedia tra quella dell’erectus e
quella dell’uomo attuale, secondo uno schema di evoluzione lineare prevalente negli studi di
antropologia e di archeologia preistorica nella seconda metà del XIX secolo. Al contrario, i
sostenitori della grande antichità della specie sapiens e della validità dell’uomo di Piltdown
prediligevano uno schema di evoluzione ramificata, ad albero, che comportava numerosi rami
secchi e consideravano che tanto l’erectus quanto il Neanderthal non potevano essere antenati
dell’uomo moderno, ma costituivano rami collaterali destinati all’estinzione.
La scoperta degli uomini fossili della Palestina diede l’avvio a nuove interpretazioni. A.
Keith e T. Mc Cown misero in evidenza una mescolanza di caratteri neandertaliani e moderni
1911-1913.
206
in misura differente da soggetto a soggetto e scartata l’ipotesi di trovarsi di fronte a ibridi,
formularono l’ipotesi che fossero realmente intermediari tra il Neanderthal e l’uomo moderno,
in altre parole in via di differenziazione nella direzione dell’Homo sapiens. Diversamente,
Theodosius Dobzhansky sostenne che gli uomini della Palestina costituivano la prova di una
ibridazione tra Neanderthal e sapiens, tesi che fu accolta anche da Ernst Mayr176. In questo
caso Neanderthal e sapiens dovevano essere sottospecie di un’unica specie e si cominciò a
designarle come Homo sapiens neanderthalensis e Homo sapiens sapiens, mentre gli uomini
del Pleistocene medio avanzato furono designati come Homo sapiens “arcaico”. Entrò in uso
anche la distinzione tra Neanderthal “classici”, quelli dell’Europa occidentale con caratteri
fortemente specializzati di adattamento a un clima glaciale, e Neanderthal orientali o
progressivi, quelli del Vicino Oriente, con caratteri di maggiore affinità con il sapiens, di cui
avrebbero potuto essere i progenitori.
Più recentemente, il prevalere della teoria Out of Africa per spiegare l’origine dell’uomo
moderno ha segnato un ritorno alla classificazione dell’uomo di Neanderthal come specie
distinta dall’Homo sapiens, interpretazione rafforzata dalle prime analisi del DNA dell’uomo
di Neanderthal e da numerose scoperte archeologiche ed anche paleoantropologiche, che
hanno consentito di mettere a fuoco con maggiore acribia il problema della transizione dal
Neanderthal all’uomo attuale in Europa tra 40 e 30000 BP. Come vedremo più avanti, il
progredire delle conoscenze sul DNA degli uomini fossili ha aperto nuovi possibili scenari per
quanto concerne le relazioni tra Neanderthal e uomo anatomicamente moderno.
7.2 Le caratteristiche dell’uomo di Neanderthal177
Gli uomini di Neanderthal avevano statura di ca. m 1,66 in media, con andatura
perfettamente eretta; le ossa del femore, del radio, della clavicola sono molto più robuste di
quelle dell'uomo attuale e denotano una potente muscolatura. Come conseguenza di una
176
177
E. MAYR 1970, pp. 703-705.
Sull’uomo di Neandertal la bibliografia è molto ampia, elenchiamo le opere più recenti che abbiamo
utilizzato: E. TRINKAUS, The Shanidar Neandertals, Academic Press, New York, 1983; M. OTTE (ed.),
L’Homme de Neandertal, vol. 1-8, Eraul, Liège; R. KLEIN 1989, p. 207 ss.; E. TRINKAUS, P. SHIPMAN, The
Neandertals: Changing the Image of Mankind, A. Knopf, New York 1993; C. STRINGER, C. GAMBLE, In Search
of the Neandertals: Solving the Puzzle of Human Origins, Thames & Hudson, London 1993, p. 73 e ss.; I.
TATTERSALL, The Last Neanderthal. The Rise, Success and Mysterious Extinction of Our Closest Human
Relatives, Mac Millan, New York 1995; C. STRINGER, R. MCKIE 1996, p. 44 ss.; M. WOLPOFF 1999, p. 638 e
ss.; F. SCHRENK, S. MÜLLER, Die Neandertaler, München 2005 (trad. inglese The Neanderthals, New York
2009).
207
forma di adattamento a un clima freddo, il corpo era di aspetto tozzo, con spalle molto larghe
e gambe e avambraccio corti. L'indice crurale, che esprime il rapporto tra lunghezza della
tibia e quella del femore, era poco meno di 79 presso i Neanderthal, un valore prossimo a
quello di popolazioni attuali che vivono in climi particolarmente rigidi, come i Lapponi e gli
Esquimesi, mentre le popolazioni che vivono in ambienti di clima caldo tropicale, come i
Masai, hanno un indice crurale che può raggiungere il valore di 87. La struttura corporea dei
Neanderthal era, quindi, adatta a conservare il calore e denota un tipo umano specializzato per
la vita in ambienti dal clima molto rigido come quello dell’ultima glaciazione. Altri aspetti
morfologici confermano questo fatto, ad es. la grande ampiezza delle cavità nasali e un naso
grande e lungo, che permetteva all'aria inspirata di riscaldarsi più rapidamente prima di
pervenire ai polmoni178.
La differenza fondamentale con l'uomo moderno si coglie non tanto nella struttura del
corpo, per quanto vi siano differenze, ad es. in alcuni aspetti dell’osso iliaco e dell’osso
pubico, della scapola e della clavicola, quanto nella morfologia del cranio. Caratteri arcaici
(plesiomorfi) sono il frontale non elevato, basso e sfuggente, la platicefalia, il contorno ovale
in norma verticale con restringimento post-orbitario, l'occipite a forma di chignon, cioè con
un profilo angoloso e la protuberanza occipitale alta, un forte toro occipitale orizzontale e non
incurvato come nell'uomo moderno, il forte toro sopraorbitario. Caratteri derivati (apomorfi) e
specifici dell’uomo di Neanderthal sono un neurocranio molto lungo e molto largo di notevole
capacità (da 1300 a 1740 cm3, la media è stimata in ca. 1520 cm3, quindi superiore a quella
dell'uomo attuale), il profilo subcircolare in norma occipitale con larghezza massima a livello
della metà altezza dei parietali, una caratteristica depressione soprainiaca nella squama
superiore dell’occipitale, il processo mastoide piccolo. L'iper-sviluppo dei seni frontali e
mascellari ha determinato la formazione di una massiccia arcata sopra-orbitaria continua e un
forte sviluppo della regione naso-mascellare, cioè una mascella molto grande e proiettata in
avanti (forte prognatismo mediofacciale). Caratteristica ed esclusiva del Neanderthal è la
morfologia del mascellare, il cui profilo in norma frontale è quasi diritto e non concavo come
nell'Homo erectus e nell'uomo moderno.
La mandibola, molto robusta, è priva di mento. Gli incisivi sono più grandi che nell'uomo
attuale ed hanno una caratteristica forma a paletta; i premolari e i molari presentano un
208
ingrandimento della cavità pulpare (taurodontismo) e radici in genere fuse. Tra il M3 e il ramo
ascendente della mandibola c'è un caratteristico spazio libero (diastèma retromolare).
Mentre i reperti dell'interglaciale R/W presentano ancora una certa variabilità, quelli di età
würmiana dell'Europa occidentale, compresa l'Italia, hanno un altissimo grado di somiglianza
morfologica, superiore a quanto in genere si riscontra in una varietà razziale dell'uomo
moderno. Questa grande uniformità potrebbe essere stata una delle cause che portarono
all'estinzione dell'uomo di Neanderthal.
Con l'uomo di Neanderthal si trovano per la prima volta resti fossili di adulti in età avanzata,
il che significa certo un miglioramento delle condizioni di vita legato allo sviluppo culturale, e
inoltre appaiono le prime chiare testimonianze di sepolture intenzionali e di riti magicoreligiosi.
L'uomo di Neanderthal viveva di caccia e di raccolta del cibo. La dieta di un animale è
rivelata dal tasso di concentrazione di
13
15
C. Le analisi condotte sul collagene delle ossa di
Nitrogeno, negli erbivori quello di
13
C e di
15
Nitrogeno, nei carnivori è alto quello di
Neandertaliani per determinare le concentrazioni di 13C e di 15Nitrogeno hanno dimostrato che
la loro dieta era quella di un carnivoro a metà strada tra un lupo, che consuma quasi
esclusivamente carne, e una volpe, che accanto alla carne consuma occasionalmente anche
frutti, grani e fogliame. La dieta dei Neandertal comprendeva un’alta proporzione di proteine
di animali erbivori di grandi dimensioni, che vivevano in spazi aperti, come bovidi, renna e
mammuth179.
Si è discusso molto e si discute tuttora sulle tecniche di caccia utilizzate dal Neanderthal. Tra
la tesi estrema di L. Binford (1981), che il Neanderthal fosse ancora un animale spazzino,
necrofago, più che un cacciatore, e quella opposta che fosse un cacciatore altamente
specializzato, la documentazione archeologica sembra indicare una via di mezzo: i
Neanderthal erano dei veri cacciatori, ma non molto specializzati, potevano cacciare o anche
sfruttare come sciacalli qualunque preda si trovasse nel loro territorio, senza praticare una
forma specializzata di caccia, come seguire le migrazioni dei branchi, per es. delle renne - il
178
Le popolazioni che vivono in ambienti di clima caldo hanno nasi larghi e corti, mentre quelle che vivono in ambienti
temperati/freddi hanno nasi lunghi e grandi.
179
H. BOCHERENS ET ALII, New isotopic evidence for dietary habitus of Neandertals from Belgium, in Journal
of Human Evolution, 40, 2001, pp. 497-505.
209
che sarebbe stata una fonte inesauribile di cibo - o concentrarsi su alcune specie piuttosto che
su altre. Erano piuttosto stanziali e rimanendo permanentemente per gran parte dell'anno nella
stessa area potevano andare incontro a forti stress nutrizionali in determinate stagioni
dell'anno. Questo fatto sembra confermato dall'analisi dei denti. Un'analisi condotta su 300
resti neandertaliani ha riscontrato un tasso del 40% di ipoplasia dello smalto, una patologia
che consiste in un mancato sviluppo completo dello smalto dei denti e che è causata da stress
nutrizionali nei primi sette anni di vita.
I Neandertaliani cacciavano utilizzando lance di legno, sulle quali potevano anche essere
montate delle punte di selce. Non avendo tecniche di lancio a distanza quali quelle consentite
dall'arco o dal propulsore, dovevano affrontare gli animali a distanza piuttosto ravvicinata,
quasi in un corpo a corpo. Se ciò era possibile grazie alla loro straordinaria robustezza, è
anche vero che probabilmente a questa pratica si deve l'alto numero di lesioni traumatiche che
si riscontrano sulle ossa degli uomini di Neanderthal.
Il riparo di La Quina in Francia documenta l'utilizzo di un'altra tecnica di caccia, che
consisteva nello spingere gli animali verso punti ristretti o verso un dirupo, al cui piede si
trovavano appostati in agguato altri cacciatori. Infatti, alla base del dirupo di La Quina sono
state rinvenute ammucchiate molte ossa di bovidi, cavallo e renna, macellati sul posto dopo
essere stati uccisi molto probabilmente in questa maniera.
In Europa occidentale i Neandertaliani cacciavano soprattutto cervidi nella prima fase del
Würm, bue primigenio, bisonte e cavalli durante la seconda fase più fredda e secca, mentre
alle latitudini più meridionali la principale preda era lo stambecco. Del mammuth nei depositi
archeologici sono rappresentate soprattutto le ossa di individui giovani. Occasionalmente
anche l'orso poteva essere oggetto di caccia.
I mammiferi di media taglia come cervo, renna, stambecco, camoscio, erano trasportati interi
al campo base e qui scuoiati e macellati. Animali di dimensioni maggiori come il Bos
primigenius e il bisonte venivano macellati nel luogo di abbattimento, dove veniva poi
abbandonata la colonna vertebrale, mentre gli arti erano trasportati al campo base180.
.
La presenza di bruciature all'estremità delle ossa lunghe fa ritenere che a volte la carne
venisse cotta alla brace. Il ritrovamento di focolari ben strutturati nei siti di abitazione
180
Sulla caccia e il deprezzamento delle prede cfr. M. PATOU in I cacciatori neandertaliani, pp. 73-75.
210
dimostra che gli uomini di Neandertal non solo avevano il pieno controllo dell'uso del fuoco,
ma che molto probabilmente erano in grado di riprodurlo, anche se non abbiamo elementi per
stabilire con quale metodo il fuoco venisse prodotto181.
7.3 La cultura materiale: le industrie litiche
Le industrie litiche dell’uomo di Neanderthal sono raggruppate sotto il termine di Musteriano. Il
nome deriva dal riparo di Le Moustier in Dordogna, scavato a partire dal 1865 dal Lartet e,
successivamente, da D. Peyrony.
Nel 1872 il de Mortillet classificò il Musteriano suddividendolo in tre fasi:
- Musteriano antico, caratterizzato dalla persistenza dei bifacciali
- Musteriano medio, caratterizzato da un’industria su scheggia, con piccoli raschiatoi e punte
- Musteriano superiore, caratterizzato da raschiatoi trasversali spessi a taglio ricurvo e a ritocco
accurato.
Durante gli anni Trenta, nei suoi scavi a Le Moustier, Peyrony individuò un Musteriano ricco di
bifacciali (e che pertanto fu detto “di tradizione Acheuleana”) e uno senza bifacciali ma ricco di
raschiatoi (il cosiddetto “Musteriano tipico”).
Successivamente, durante gli anni Cinquanta (quando ormai iniziava a entrare in crisi il concetto
di “fossile guida” e si incominciava a studiare le industrie litiche mediante metodi quantitativi),
Bordes e Bourgon compresero che nella Francia sudoccidentale si potevano riconoscere almeno
5 diversi tipi di Musteriano, che tuttavia non si potevano collocare in una evoluzione cronologica
e tipologica lineare, ma che, al contrario, apparivano spesso interstratificati.
Nel 1977 Bordes scriveva:
“ […] tutto mostra molto chiaramente che il Musteriano non esiste, nemmeno in Europa
ccidentale. Ciò che esiste è un margine molto ampio di variazione in una serie di assemblages
che sono chiamati per comodità “Musteriano”, ma che possono rappresentare culture differenti
e/o (fino a un certo punto) attività differenti…..Se si tenta di dare una definizione di “cultura
musteriana”, questa definizione dovrebbe essere così vasta da non avere più senso. Ciò che si
può tentare è definire uno stadio di evoluzione musteriano…..Così in Europa, Africa del Nord e
Medio Oriente si potrebbe parlare di un complesso musteriano come abbiamo fatto a lungo per la
cultura della prima parte dell’ultima glaciazione o per i suoi equivalenti temporali ma non di una
181
Il che vale anche per il Paleolitico Superiore. Sulla questione cfr. C. PERLÈS 1983, pp. 28-30 e 37-53.
211
cultura musteriana. Le culture senza bifacciali entro il Riss I e il Würm potrebbero essere
considerate come un complesso premusteriano, probabilmente poligenetico…. All’esterno di
questa zona sarebbe meglio parlare soltanto di culture o di complessi musteroidi o di culture a
elementi musteroidi. Alcuni potrebbero essere molto vicini all’uno o all’altro tipo di complesso
musteriano, altri hanno in comune solo i tratti essenziali e qualcuno solo una parte di questi tratti
essenziali. Come oggi, la realtà è molto più complicata di quanto non si pensi all’inizio e le
classificazioni sono una sorta di corsetto che ella fatica a indossare”.
Secondo Bordes i diversi Musteriani corrispondono a diverse etnie in possesso di tradizione
tecnologiche e culturali differenti, coesistite nella stessa regione per millenni, ma senza
reciproche interferenze. Questa mancanza di contatti potrebbe essere dovuta a:
-
basso popolamento
-
ridotti spostamenti stagionali
-
attaccamento a tradizioni tecnologiche antiche
-
scarsa predisposizione alla omogeneizzazione culturale
Secondo L. e S. Binford la varietà delle industrie rappresenta una diversificazione delle attività
praticate. Industrie contemporanee differenti sono espressione di attività differenti.
Per lo studio delle industrie del Paleolitico Medio i Binford propongono una analisi fattoriale.
Fattore = gruppo di tipi che risultano statisticamente collegati tra loro e che variano in modo
correlato. Ciascun fattore corrisponde a un certo tipo di attività, generalmente ripartite in:
Maintenance tasks = attività di sussistenza
Extractive tasks = attività volte al procacciamento
Il primo fattore (I) è correlato alla lavorazione di strumenti ricavati da materiali non litici, ad es.
legno, e indica attività di sussistenza. Corrisponde al Musteriano tipico di Bordes (Perforatore
tipico, Perforatore atipico, Punta burinante alterna, Bulino atipico, Grattatoio tipico, Scheggia
troncata, Incavo, Strumenti diversi, Raschiatoio semplice concavo, Pezzo a ritocco inverso,
Coltello a dorso naturale).
Il secondo fattore (II) è correlato ad attività volte al procacciamento del cibo ed indicano azioni
del tipo uccidere e squartare. Corrisponde al Musteriano tipo La Ferrassie di Bordes (Punta
Levallois, Punta Levallois ritoccata, Punta musteriana, Raschiatoio convergente, Raschiatoio
212
doppio, Raschiatoio semplice convesso, Raschiatoio semplice rettilineo, Pezzo a ritocco
bifacciale, Scheggia Levallois tipica, Lama non ritoccata).
Il terzo fattore (III) è correlato ad attività di sussistenza e indica azioni del tipo tagliare e
incidere, che si esplicano nella confezione dei cibi. Corrisponde al Musteriano di tradizione
acheuleana di Bordes (Coltello a dorso tipico, Coltello a dorso atipico, Coltello a dorso naturale,
Pezzo ad estremità con incavo, Scheggia Levallois tipica, Scheggia Levallois atipica, Scheggia
non ritoccata).
Il quarto fattore (IV) è correlato ad attività di procacciamento del cibo che si esplicano in azioni
del tipo sminuzzare e tagliare materiali di origine vegetale- Corrisponde al Musteriano
Denticolato di Bordes (Scheggia utilizzata, Raschiatoio con ritocco erto, Raclette, Denticolati).
Il quinto fattore (V) è correlato ad attività di procacciamento e come nel fattore II indica attività
come uccidere e squartare. Corrisponde al Musteriano tipo Ferrassie di Bordes (Punta musteriana
allungata, Raschiatoio semplice rettilineo, Lama non ritoccata, Raschiatoio a ritocco inverso,
Bulino tipico, Disco).
Le obiezioni di Bordes alle proposte interpretative dei Binford sono piuttosto consistenti. Se
fossero veri i risultati dell’analisi fattoriale dei Binford si dovrebbe ipotizzare l’esistenza di siti
con funzioni diverse, a seconda del tipo di industria che vi si recupera. I siti del Musteriano sono
spesso in grotta e sono molto rari quelli effettivamente specializzati in una sola attività. · I livelli
caratterizzati da un’industria omogenea hanno di solito una buona potenza e rappresentano
soggiorni prolungati durante i quali è impensabile che si sia potuto svolgere un solo tipo di
attività.
· In alcune regioni domina un solo tipo di Musteriano, dunque si dovrebbe ipotizzare che in tali
regioni certe attività non fossero mai praticate. · Il riconoscimento dei “fattori” e delle loro
funzioni da parte di Binford è stato solo intuitivo, empirico, non basato su un’accurata analisi
delle tracce d’uso. Molte delle attività identificate da Binford avrebbero in realtà una “visibilità”
archeologica molto scarsa. Non ci sono prove del collegamento tra un certo tipo di industria e
una particolare situazione climatica. Si deve dunque escludere che le varie industrie musteriane
riflettano le diverse attività stagionali. NB: A queste obiezioni si può aggiungere che i recenti
studi traceologici (Cahen, Caspar 1984) condotti sulle industrie musteriane mostrano che, a
prescindere dal tipo di musteriano, oltre 2/3 degli strumenti erano stati usati su legno.
Altri autori hanno tentato di fornire spiegazioni differenti P. Mellars in base alla sequenza
213
stratigrafica di Combe-Grenal ipotizza che i diversi tipi di Musteriano possano essere inseriti in
una serie evolutiva: M. Ferrassie → M. Quina → M. tipico → M. di tradizione Acheuleana.
Questa ipotesi non è accettabile in quanto la sequenza di Combe-Grenal non si ripete ovunque
rispettando la medesima successione.
Rolland mettendo a confronto i diversi assemblages litici con le informazioni di natura
ambientale relative ai livelli di provenienza osserva che:
-
il Musteriano denticolato nel 70% dei casi è associato a sedimenti che indicano
condizioni miti/temperate
-
il Musteriano Charentiano nell’80% dei casi è associato a sedimenti che indicano un
clima freddo.
Secondo Dibble le differenze tipologiche sono spiegabili con il grado di utilizzo e con la
trasformazione degli strumenti. Per esempio, i raschiatoi tipo Quina sarebbero semplicemente dei
“normali” raschiatoi del Musteriano Tipico, riutilizzati.
7.4 Indici di umanità dei Neanderthal
Numerosi documenti archeologici dimostrano che gli uomini di Neandertal si prendevano
cura dei propri simili nel caso in cui fossero rimasti feriti o disabili, e che, inoltre,
seppellivano i propri morti182.
La Chapelle-aux-Saints è una piccola grotta di forma sub-circolare in cui nel 1908 fu
scoperto lo scheletro di un individuo adulto maturo, dell'età di ca. 40 anni, deposto in una
fossa scavata nel substrato calcareo, lunga 1,45 e larga 1 m, profonda 30 cm, una sepoltura
intenzionale. Lo scheletro era disteso sul dorso, la testa rivolta verso ovest, il braccio destro
ripiegato e quello sinistro diritto, mentre le gambe erano ripiegate verso il lato destro. Vicino
alla testa vi erano ossa animali, molte delle quali recavano segni dell'azione del fuoco, al pari
del sedimento circostante.
L'uomo di questa sepoltura era ormai vecchio per l'epoca e aveva subito una serie di traumi e
malattie: una frattura alla mandibola, la perdita di gran parte dei denti, una grave forma di
artrite deformante. Per sopravvivere così a lungo in quelle condizioni, qualcuno doveva
182
Sulle sepolture neandertaliane cfr. B. VANDERMERSCH, Le più antiche sepolture, in AAVV., La religiosità
nella preistoria, Jaca Book, Milano 1991, pp. 21-53; O. BAR YOSEF, B. VANDERMERSCH, Le squelette
moustérien de Kébara 2, édit. du CNRS, Paris, 1991; A. DEFLEUR, Les Sépultures Moustériennes, CNRS Ed.,
Paris 1993.
214
provvedere a fornirgli il cibo, poiché certamente non poteva più andare a caccia, e
probabilmente era necessario pre-masticare il cibo prima di darglielo, nonché assisterlo nei
movimenti e negli eventuali spostamenti.
Non si tratta di un caso isolato. Nel luglio 2000, a Bau l'Aubesier, una caverna della
Vaucluse, in Provenza, è stata scoperta una mandibola appartenuta a un individuo che aveva
perso i denti a causa di un'infezione e che era sopravvissuto a questa patologia per diversi
anni. La sopravvivenza sarebbe stata impossibile senza l'aiuto del gruppo al quale
apparteneva. Il cibo per un individuo così debole doveva essere preparato, cotto, tagliato e
forse anche pre-masticato da qualcuno che lo assisteva. È vero che una persona senza denti
può consumare cibo molto soffice, come molluschi, lumache ed anche vermi, se necessario,
ma non risulta che i Neandertal facessero uso di questo genere di cibo. La caverna di Bau
l’Aubesier ha restituito anche una importante documentazione sull'uso controllato del fuoco e
sull'organizzazione dello spazio domestico, nonché sull'industria litica. Il livello di
occupazione risale all'ultimo interstadiale rissiano (OIS 7), ca. 200.000 anni fa183.
L'individuo n. 1 della caverna di Shanidar184 sopravvisse fino a ca. 40 anni nonostante le sue
gravi infermità: cieco all'occhio sinistro, affetto da artropatia grave, il braccio destro
atrofizzato ed amputato dell'avambraccio. Certamente non avrebbe potuto sopravvivere fino a
40 anni, se non fosse stato assistito e nutrito. In cambio forse faceva qualche lavoro con la
mano sinistra e con la bocca, la fortissima usura della dentatura anteriore, letteralmente fino
alla radice, indica che probabilmente masticava le pelli per conciarle.
Questi esempi sono la chiara testimonianza di forti vincoli sociali e affettivi tra i membri dei
gruppi neandertaliani, la cui esistenza è ulteriormente avvalorata dal fatto che l'uomo di
Neanderthal seppelliva i propri morti ed aveva già elaborato un rituale funerario. Le più
importanti sepolture neandertaliane sono state scoperte nella caverna di Shanidar in Iraq, in
quella di Kebara in Palestina, a Teshik Tash nell'Uzbekistan, a La Chapelle aux Saints, La
Ferrassie, Le Moustier, Régourdou e al Roc de Marsal in Francia. Tutte le sepolture
neandertaliane finora conosciute risalgono al Würm, a partire da ca. 70.000 anni fa.
183
S. LEBEL, E. TRINKAUS, M. FAURE, P. FERNANDEZ, C. GUÉRIN, D. RICHTER, N. MERCIER, H. VALLADAS, G.
A. WAGNER, Comparative morphology and paleobiology of Middle Pleistocene human remains from the Bau de
l'Aubesier, Vaucluse, France, in PNAS, September 25, 2001, vol. 98, no. 20, pp. 11097-11102. Gli scavi in
questa caverna sono diretti da un paleontologo canadese, Serge Lebel, dell'Università del Quebec di Montreal.
Dell'équipe fanno parte Erik Trinkaus, della Washinghton University di St. Louis e altri studiosi francesi,
tedeschi e portoghesi.
184
Su Shanidar cfr. E. TRINKAUS, The Shanidar Neandertals, Academic Press, New York-London 1983.
215
La sepoltura n. IV di Shanidar, posta stratigraficamente sotto le sepolture I, III e V e quindi
più antica, è di un individuo adulto di genere maschile deposto in posizione rannicchiata sul
fianco sinistro, all’interno di una nicchia formata da grossi blocchi di pietra. Gli scavatori
presero sei campioni di terreno, che furono poi sottoposti ad analisi palinologica da parte di
Arlette Leroi-Gourhan. Accanto ai pollini arborei e non arborei rinvenuti in tutte le
campionature fatte nella grotta, nel caso dell’area della sepoltura Shanidar IV furono rinvenuti
abbondanti pollini di fiori appartenenti a sei generi di tre famiglie differenti. Questi pollini
non apparivano sparsi, bensì raggruppati a decine o a centinaia. Secondo Arlette LeroiGourhan nessuna causa naturale quale vento, ruscellamento, uccelli può avere prodotto quella
concentrazione di pollini in una parte così profonda della caverna. La conclusione più
probabile è che il defunto sia stato collocato su un letto di rami di arbusti e fiori185.
In passato all’uomo di Neandertal erano attribuite altre pratiche connesse con la sfera
ideologica, quali riti di carattere magico e il cannibalismo rituale. Uno dei principali sostegni
di questa tesi era il cranio della grotta Guattari al Circeo, rinvenuto all’interno di un cerchio di
pietre in posizione rovesciata, con la base cranica verso l’alto, e con il foro occipitale
artificialmente allargato verosimilmente per estrarre il cervello e potersene cibare nel corso di
riti connessi a un culto dei crani. A questo proposito il cranio del Circeo veniva paragonato
con crani manipolati dai cacciatori di teste della Nuova Guinea. Inoltre, si riteneva che la
causa della morte del soggetto fosse un colpo inferto da uno strumento a punta nella regione
temporo-orbitaria destra. Tuttavia, un completo riesame del cranio e della superficie della
grotta ha portato a escludere questa interpretazione. Non sono state trovate tracce sicure di
manipolazione del cranio da parte dell’uomo, mentre le aree di frattura possono essere
attribuite all’azione di carnivori, in particolare di iena, azioni che sono state riscontrate
frequentemente sui resti faunistici rinvenuti sulla paleosuperficie186.
La pratica del cannibalismo da parte dell’uomo di Neandertal è stata sostenuta in base ai
ritrovamenti del riparo di Krapina in Croazia. Dai livelli basali del riparo (livelli 3 e 4), datati
all’interglaciale Riss/Würm (ma secondo alcuni autori agli inizi del Würm), provengono 711
resti umani tutti attribuiti all’uomo di Neandertal, costituiti prevalentemente da denti e da
frammenti dello scheletro post-cranico, da una dozzina di crani e da 14 mandibole
185
ARL. LEROI-GOURHAN, Le Neanderthalien IV de Shanidar, in BSPF, LXV, 1968, 3, pp. 79-83.
216
frammentarie. Molte delle ossa lunghe appaiono essere state intenzionalmente spezzate per
recuperare il midollo, vi sono numerose tracce di disarticolazione e depezzamento, alcune
ossa sono bruciate. Secondo altri autori (M.D. Russel) non si tratterebbe di cannibalismo, ma
di sepolture secondarie187. Constatazioni analoghe a quelle di Krapina sono state fatte nelle
grotte dell’Hortus nell’Hérault e di Moula-Guercy nell’Ardèche, per cui la tesi del
cannibalismo sembra fondata. Dal livello XV di Moula Guercy, datato all’ultimo interglaciale
(OIS 5), provengono una ottantini di resti umani riferibili ad almeno 6 individui, di cui due
adulti, due adolescenti, due bambini, che mostrano aver subito lo stesso trattamento delle ossa
di cervo rinvenute nello stesso contesto: depezzamento, scarnificazione, fratturazione delle
ossa lunghe per estrarre il midollo188. E’ però impossibile stabilire, almeno allo stato attuale
delle conoscenze, se si tratti di cannibalismo a scopo alimentare esercitato nei confronti di
altri gruppi o di un fatto rituale che veniva praticato all’interno del gruppo per assicurare la
continuità vitale e rafforzare i legami tra gli antenati e i vivi.
I forti legami sociali e affettivi, di cui la pratica della sepoltura dei morti e l'assistenza fornita
ai propri simili colpiti da gravi traumatismi o da gravi malattie invalidanti documentano
concordemente l'esistenza, pongono in maniera acuta il problema delle capacità linguistiche
degli uomini di Neanderthal. I suoni del linguaggio articolato dell'uomo moderno sono resi
possibili dalle corde vocali poste nella laringe, le quali imprimono delle vibrazioni al flusso
d'aria espirata, vibrazioni che sono poi ulteriormente modulate nella bocca producendo le
vocali, mentre le consonanti sono prodotte articolando i suoni con le labbra (labiali), la lingua
e i denti (dentali), la lingua e il palato (gutturali).
Negli uomini moderni la laringe è posta più in basso rispetto all'uomo di Neandertal e quindi
la faringe, cioè il canale che sta tra il palato molle e l'epiglottide e nel quale avviene la
fonazione risonante, è molto più lunga che nel Neanderthal. Nello scheletro della sepoltura di
Kebara si è conservato integralmente l'osso ioide, a cui si attaccano i muscoli della gola e che
quindi svolge un’importante funzione nel linguaggio. L'osso ioide di Kebara è del tutto simile
a quello umano. Certamente i Neandertaliani avevano un linguaggio verbale, ma,
186
Cfr. i contributi di S. BORGOGNINI TARLI ET ALII e di G. GIACOBINI, M. PIPERNO in Il cranio neandertaliano Circeo 1,
pp. 423-455 e 457-486.
187
Per Krapina cfr. M. WOLPOFF 1999, pp. 650-660 con bibliografia precedente.
188
Cfr. A. DEFLEUR, T. WHITE, P. VALENSI, L. SLIMAK, É. CRÉGUT-BONNOURE, Neanderthal Cannibalism at MoulaGuercy, Ardèche, France , in PNAS, vol. 286, n. 5437, 1999, pp. 128-131; J. GUILAINE, J. ZAMMIT 2001, p. 71 e ss.
217
considerando la diversa struttura della faringe e della laringe, probabilmente con suoni
differenti da quelli dell'uomo moderno.
Il linguaggio verbale non consiste soltanto nell'emissione di suoni articolati, bensì
nell'associare ai suoni un determinato significato e la codificazione di questa associazione
avviene nella corteccia cerebrale. Il linguaggio verbale richiede quindi facoltà elevate di
astrazione e simbolizzazione.
A favore del fatto che l'uomo di Neanderthal possedesse un linguaggio verbale abbastanza
sofisticato, anche se differente da quello dell'uomo moderno, parlano altre evidenze, alcune di
carattere biologico, altre di carattere archeologico.
Il suono articolato richiede precisi movimenti da parte della lingua che sono controllati da
due fasci di nervi che passano attraverso i canali ipoglottidi alla base del cranio. Questi due
fori nell'uomo moderno sono più grandi che nel gorilla, nello scimpanzè, negli Australopiteci
e nell’Homo erectus, perché devono alloggiare un fascio di nervi più consistente. La larghezza
di questi canali nel Neanderthal è paragonabile a quella dell'uomo moderno. È quindi
probabile che l'uomo di Neanderthal fosse dotato di linguaggio verbale, ma strutturalmente
diverso da quello dell’umanità attuale.
Nel 1996 a Divje Babe I, una caverna nella valle della Idrijca (Slovenia occidentale) presso
Sebrelje, è stato scoperto un flauto ricavato dal femore di un giovane orso. La caverna ha un
deposito della potenza di 12 m, risalente al Pleistocene superiore e in corso di scavo dal 1980.
Dallo strato 2, datato 35300 ± 700 e 36000 ± 1000 BP, provengono punte d’osso e altri reperti
aurignaciani. Gli strati 3-7, costituiti da pietrisco e con numerosi fenomeni di crioturbazione
nella parte superiore (strati 3-5), hanno restituito industria litica musteriana. Lo strato 6 ha una
datazione radiocarbonica di 43400 ± 1200/1400 BP. Gli strati 2-7 appartengono
all’interpleniglaciale (OIS 3). Lo strato 8 ha restituito industria litica musteriana e per esso vi
sono due datazioni radiocarboniche: 45100 ± 1500/1800 e 46000 ± 2000 BP. La parte più
profonda del deposito è attribuibile al periodo tra il primo pleniglaciale würmiano (OIS 4) e
l’ultimo interglaciale. Il flauto, scoperto nel 1995, proviene dalla parte superiore dello strato 8
ed è stato rinvenuto a una profondità di 2,7 – 2,8 m dalla superficie, a 15 m dall’entrata della
caverna e a breve distanza da un focolare, con resti di carboni, ceneri e ossa animali bruciate.
Non vi sono dubbi sulla sua pertinenza al Musteriano e sulla sua datazione189.
189
I. TURK, Mousterian Bone Flute and other finds from Divje babe I Cave site in Slovenia, Ljubljana, 1997.
218
Il reperto ha una lunghezza di 11,5 cm – la lunghezza originaria doveva essere intorno ai 14
cm – e conserva ancora due fori circolari intatti e altri due frammentari alle due estremità. I
fori sono regolari ed allineati tra loro, hanno un diametro di 9 mm. È incerto quale sia la parte
prossimale e quella distale dello strumento a causa delle rotture delle due estremità. Il centro
del primo foro è distante 1,75 cm dal centro del secondo foro, che a sua volta dista dal centro
del terzo foro 3,45 cm. La distanza tra terzo e quarto foro è di 2,6 oppure di 3 cm: l’esatta
posizione del quarto foro è incerta a causa delle lacune del reperto. Sulla faccia opposta in
corrispondenza del terzo foro si trova un altro foro, conservato solo parzialmente, ma è
incerto se si tratti effettivamente del foro per il pollice. Se così fosse, l’imboccatura dello
strumento andrebbe collocata dalla parte di quello che abbiamo descritto come quarto foro. In
linea generale, la disposizione dei fori corrisponde bene alla posizione delle dita ed è del tutto
verosimile che si tratti del più antico strumento musicale finora ritrovato. È notevole il fatto
che la distanza tra il secondo e il terzo foro sia il doppio di quella tra il primo e il secondo. In
questo caso avremmo una scala diatonica minore con quattro note: “mi, fa, sol, la”.
Alcuni autori (Nowell, d’Errico) hanno espresso l’opinione che i fori non siano stati prodotti
dall’uomo, ma dal rosicchiamento dell’osso da parte di animali. A sostegno di questa ipotesi
vengono addotti numerosi esempi di ossa animali che recano fori circolari prodotti dalle
morsicature di animali190. Tuttavia, la considerazione che sicuramente tre, ma molto
probabilmente quattro fori sono allineati, che il diametro dei fori è eguale, che la distanza dei
fori corrisponde alla spaziatura di una scala musicale, che nonostante la presunta masticazione
dell’osso da parte degli animali non vi sono altri segni che comprovino questo fatto, rendono
l’ipotesi improbabile.
Un flauto presuppone che i Neandertaliani producessero musica e quindi possedessero facoltà
di astrazione e simbolizzazione come quelle richieste dal linguaggio verbale. Si possono fare
anche altre ipotesi, ad es. che il flauto sia stato fabbricato da uomini anatomicamente moderni,
che già verso 45000 BP cominciavano a penetrare nel sud dei Balcani, e che attraverso tutta
una serie di contatti sia entrato in possesso di un gruppo di Neandertaliani fino ad arrivare alla
grotta di Divje Babe 1, ma si tratta di ipotesi che non hanno nessuna possibilità di conferma.
190
F. D'ERRICO, P. VILLA, A. C. PINTO LLONA, R. RUIZ IDARRAGA, A Middle Palaeolithic origin of music? Using
cave-bear bone accumulations to assess the Divje Babe I bone 'flute', in Antiquity 72, 1998, pp. 65-79.
219
La comparsa di sepolture e rituali funerari è indubbiamente il segno di un intensificarsi della
coscienza, di riflessioni sulla vita e sulla morte, dell’elaborazione di credenze sul destino che
attende l’uomo dopo la morte. Non è quindi possibile non attribuire all’uomo di Neanderthal
facoltà di astrazione e di produzione di simboli. Gli uomini vissuti verso la fine della
glaciazione di Riss, nell’ultimo interglaciale e nella prima parte della glaciazione di Würm
raccoglievano e utilizzavano coloranti minerali, come l’ocra rossa, con cui forse si dipingevano
il corpo. In alcuni casi blocchetti di ocra sono stati rinvenuti insieme a placchette e a macinelli
di granito. A Rheindalen, in Germania, in uno strato della fine del Riss l’ocra era associata a
una placchetta di granito con una coppella; nella grotta di Raj, nella Polonia orientale, dagli
strati musteriani databili a circa 70–60.000 anni fa, provengono macinelli di granito con una
superficie levigata recante traccia di ocra rossa. Gli uomini della prima parte della glaciazione
di Würm, oltre ad utilizzare l’ocra, raccoglievano “oggetti insoliti” come conchiglie fossili e
tracciavano fasci di segni lineari e ricurvi sulle ossa animali. Più antico di 47.000 BP è un osso
lungo che reca una serie di linee a zig-zag incise rinvenuto nello strato 12 della caverna di
Bacho Kiro, in Bulgaria, in un contesto musteriano191. A Tata, in Ungheria, un sito musteriano
di tipo charentiano datato tra 100 e 80.000 anni BP, è stata rinvenuta una placchetta d’avorio
levigata interpretata come un churinga, insieme a un nummulite fossile intenzionalmente
raccolto e trasportato nel sito. Qualunque fosse stata la reale funzione della placchetta è
indubbio che si tratta di un oggetto di carattere non utilitario fabbricato dall’uomo di
Neanderthal.
Nella sepoltura n. 11 di Qafzeh, in Palestina, un palco di corna di daino era stato deposto vicino
al cranio, mentre in quella neandertaliana di un bambino di Teshik Tash (Uzbekistan) la fossa era
circondata da corna di stambecco in posizione verticale. In un’altra sepoltura di Qafzeh il fondo
della fossa era stato cosparso di ocra rossa. La lastra litica che ricopriva una sepoltura
neandertaliana di La Ferrassie, in Dordogna, reca sulla faccia rivolta verso il basso una serie di
coppelle modellate intenzionalmente e collocate per la maggior parte a coppia192. In queste più
antiche sepolture spesso il defunto era deposto nella fossa in posizione rannicchiata,
accompagnato da un corredo funerario comprendente parti di animali e strumenti di selce.
191
K. KOZLOWSKI 1992, p. 34 ss. e fig. 19.
192
M. LORBLANCHET 1999, p. 130 e sgg.
220
CAPITOLO 8
___________________________________________________________________________
L’origine dell’uomo moderno e l’estinzione dell’uomo di
Neanderthal
Tra 200 e 100 ka vi era una relativamente grande varietà di Ominidi umani in diverse parti
del Vecchio Continente: uomini di Neandertal in Europa e nell’Asia centro-occidentale,
uomini anatomicamente moderni in Africa, Homo erectus di forme evolute nel sud-est
asiatico, mentre non è chiara la situazione della Cina. Dopo 30 ka in tutto il Vecchio
Continente troviamo soltanto uomini anatomicamente moderni. Per spiegare questa
trasformazione sono state proposte due teorie.
La prima è nota come modello della continuità multiregionale o teoria del candelabro. Fu
avanzata per la prima volta da Franz Weidenreich nel 1940193, in seguito sostenuta da
Carleton Coon (1962) ed ora da Milford Wolpoff, dell’università del Michigan e da Alan
Thorne dell’Australian National University di Sidney, oltre che da molti paleoantropologi
cinesi.
Secondo Weidenreich tutta l’umanità ha attraversato gli stessi stadi evolutivi, prima quello
dell’Homo erectus e poi quello dell’uomo di Neanderthal, ma secondo cinque linee autonome
e indipendenti in Asia orientale, nel Sud-Est asiatico e in Australia, in Africa e in Europa.
L’evoluzione dell’Homo erectus di Zhoukoudian avrebbe dato origine alla moderna razza
mongoloide, quello di Giava, di cui si conoscono forme più arcaiche (Trinil e Sangiran) e
forme più evolute (Sambungmacan-Ngandong), sarebbe all’origine della razza australoide,
mentre l’attuale razza negroide subsahariana discenderebbe dall’Homo erectus africano. La
razza caucasoide si sarebbe originata in Europa e nel Vicino Oriente per evoluzione
dell’uomo di Neanderthal. Un caso quindi di evoluzione parallela. Tra queste cinque linee
filetiche si sarebbe mantenuto un costante flusso genico, che avrebbe impedito la formazione
193
FRANZ WEIDENREICH, The Neanderthal Man and the ancestors of Homo sapiens, in American Anthropologist, 42, 1940,
pp. 375-383; ID., Facts and speculations concerning the origin of Homo sapiens, ibidem, 49, 1942, pp. 187-203.
221
di specie distinte. Tuttavia, queste diverse linee non si sarebbero evolute con lo stesso ritmo,
per cui gli Aborigeni australiani rappresenterebbero una forma più primitiva rispetto alla razza
bianca. Le tesi di Weidenreich furono riprese e spinte all’estremo da Coon nel suo libro The
Origin of Races, pubblicato nel 1962 e dedicato alla memoria di Weidenreich. Coon sosteneva
che tutta l’umanità attuale poteva essere suddivisa in cinque sottospecie, caucasoidi (la cd.
razza bianca), negroidi, mongoloidi, australoidi e capoidi (Boscimani e Ottentotti) e che
questa suddivisione poteva essere riconosciuta già nell’Homo erectus del Pleistocene medio e
superiore. Le cinque sottospecie si sarebbero evolute in maniera parallela e indipendente l’una
dall’altra fino a raggiungere il grado di Homo sapiens, ma con ritmi differenti. Il phylum dei
Caucasoidi sarebbe stato il primo a pervenire allo stadio di Homo sapiens, seguito da quello
dei mongoloidi, poi dai negroidi e per ultimo dai capoidi e dagli australoidi. È forse superfluo
sottolineare le implicazioni razzistiche delle tesi di Coon, dal momento che le differenze dei
livelli di civiltà riscontrate nelle differenti popolazioni venivano implicitamente ricondotte al
precoce o tardivo raggiungimento dello stato sapiens da parte delle cinque sottospecie. Non a
caso negli U.S.A. i fautori della segregazione razziale cercarono di trovare nell’opera di Coon
un sostegno scientifico alle loro tesi. Tuttavia, il mondo scientifico americano reagì
abbastanza duramente all’opera di Coon, che caduto in totale discredito fu costretto ad
abbandonare il suo insegnamento a Yale.
La teoria del candelabro fu ripresa nel 1977 da A. Thorne e poi da M. Wolpoff e Wu Xinzhi,
dell’Istituto di Paleontologia dei Vertebrati e Paleoantropologia di Pechino, con
argomentazioni non molto differenti194. L’Homo erectus (o ergaster) si sarebbe diffuso
dall'Africa in Asia e in Europa a partire da 2 Ma e in seguito si sarebbe verificata una
evoluzione parallela che avrebbe condotto alle diverse varietà razziali attuali: da Homo
erectus dell'Indonesia alle popolazioni australiane, da Homo erectus della Cina ai moderni
Asiatici orientali, da Homo erectus/ergaster dell'Africa alle moderne popolazioni africane a
sud del Sahara, mentre Homo erectus/heidelbergensis attraverso l'uomo di Neanderthal
avrebbe contribuito geneticamente in maniera significativa alle moderne popolazioni europee,
unitamente a popolazioni immigrate dall'Africa e dall'Asia occidentale. A supporto della
194
M.H. WOLPOFF, WU XINZHI, A. THORNE, Modern Homo sapiens origins: a general theory of hominid evolution
involving the fossil evidence from East Asia, in The Origins of Modern Humans, 1984, pp. 411-483; A. THORNE, M.H.
WOLPOFF, The multiregional evolution of Humans, in Scientific American, April 1992, pp. 28-33; M.H. WOLPOFF, Homo
erectus et les origines de la diversité humaine, in Aux origines d’Homo sapiens, Paris 1991, pp. 97-155 ; WU XINZHI,
Continuité évolutive des hommes fossiles chinois, ibidem, pp. 157-179.
222
teoria del candelabro si adduce il fatto che nelle diverse regioni del Vecchio Continente è
possibile riconoscere una continuità morfologica nell'arco degli ultimi 2 Ma. Alcuni
particolari morfologici caratteristici degli Aborigeni australiani sarebbero già riconoscibili
nell’Homo erectus di Giava per cui è ipotizzabile una linea evolutiva continua. I tubercoli
ossei nella parte interna della mandibola dietro il canino e il primo premolare sono presenti
nella maggior parte degli esemplari di Homo erectus cinese e la loro frequenza nell’umanità
attuale è massima nella razza mongoloide e infrequente in altre popolazioni. Anche in questo
caso la continuità evolutiva in loco può fornire la spiegazione. Il fenomeno della comparsa
della nuova specie Homo sapiens non si sarebbe, quindi, verificato in una sola regione e una
sola volta, bensì in tutte le principali regioni in cui si era diffuso l’Homo erectus attraverso
uno stadio intermedio spesso denominato Homo sapiens arcaico. La differenza importante
rispetto alle tesi di Coon consiste nel ritenere che vi sia stato un costante flusso genico tra le
popolazioni vicine, altrimenti popolazioni geograficamente del tutto isolate una dall’altra
avrebbero finito per produrre specie differenti. In sostanza, un’evoluzione parallela di
popolazioni con diversa dislocazione geografica, ma all’interno di un’unica specie.
In conclusione i sostenitori della continuità multiregionale ritengono che la documentazione
fossile dimostri che nelle diverse regioni del Vecchio Continente sia possibile osservare
l’identica traiettoria evolutiva Homo erectus – Homo sapiens arcaico - Homo sapiens
anatomicamente moderno e che inoltre le peculiari caratteristiche che distinguono le attuali
razze umane si comincino ad intravedere nelle singole regioni attraverso tutto questo percorso
evolutivo, per cui sarebbero non tanto fenomeni recenti dovuti alla dispersione dell’uomo
moderno nel mondo, quanto il risultato di una lunga storia evolutiva in loco.
Un’altra teoria sull’origine dell’uomo moderno fu esposta per la prima volta da William
Howells (1908-2005), professore di Antropologia all’università dal 1954 al 1974: l’Homo
sapiens anatomicamente moderno sarebbe comparso in epoca abbastanza recente in Africa per
evoluzione dalle locali forme avanzate di Homo erectus e in seguito si sarebbe diffuso in Asia
e in Europa rimpiazzando tutte le locali popolazioni di Ominidi, dall’uomo di Neandertal
dell’Europa occidentale alle più tarde forme di Homo erectus dell’Asia orientale. Howells
denominò questo modello “ipotesi dell’arca di Noè”.
Nel 1986 gli studi di genetica condotti da Allan Wilson, Rebecca Cann e Mark Stoneking,
223
dell’università di Berkeley, corroborarono questa ipotesi195. La ricerca venne condotta sul
DNA mitocondriale, poiché ha soltanto 16569 coppie di basi, corrispondenti a 37 geni, a
differenza del DNA del nucleo contenuto nei cromosomi, che comprende qualcosa come tre
miliardi e duecento milioni di coppie di basi. Lo studio del DNA mitocondriale delle attuali
popolazioni umane indicava una omogeneità molto forte con scarsa variazione genetica e
poiché il più alto tasso di variazione si riscontrava nelle popolazioni africane subsahariane
attuali, ciò doveva significare che nell’Africa a sud del Sahara gli uomini moderni hanno
avuto più tempo per accumulare le variazioni e di conseguenza che l’uomo moderno in queste
regioni è più antico. Inoltre, la minore varietà genetica riscontrata nelle popolazioni non
africane è dovuta al fatto che i gruppi che hanno colonizzato l’Europa e l’Asia partendo
dall’Africa erano portatori solo di una parte del pool genico complessivo delle originaria
popolazione africana e per effetto della cd. deriva (drift) genica vi è stata una graduale
riduzione della variabilità. Poiché la nascita dell’uomo moderno si sarebbe verificata in Africa
e il DNA mitocondriale si trasmette soltanto per via materna, la teoria venne ribattezzata
teoria dell’ ”Eva africana”.
Nel 1988 gli antropologi Christopher Stringer e Peter Andrews, del British Museum,
utilizzarono i nuovi dati genetici e quelli paleontologici per sostenere l’origine africana
dell’uomo moderno, sviluppando il modello out of Africa, basato essenzialmente su pochi
punti196:
•
le popolazioni di Homo erectus/ ergaster originarie dell’Africa e diffusesi in Asia ed
Europa, rimasero geneticamente isolate e la loro evoluzione locale condusse alla
formazione di nuove specie: il Neandertal in Europa, le forme classiche di Homo
erectus nell’Asia orientale e sud-orientale;
•
l’uomo anatomicamente moderno è comparso in un’area che comprende l’Africa
meridionale, l’Africa orientale e il Vicino Oriente;
•
l’uomo anatomicamente moderno è migrato fuori dall’Africa ed ha occupato
progressivamente tutto il Vecchio Continente, rimpiazzando completamente le locali
popolazioni senza alcuna forma di ibridazione.
195
196
R.L. CANN, M. STONEKING, A. WILSON, Mitochondrial DNA and Human Evolution, in Nature, 325, 1987, pp. 31-36.
C.B. STRINGER, P. ANDREWS, Genetic and Fossil Evidence for the Origin of Modern Humans, in Science,
239, 1988, pp. 1263-1268. Cfr. inoltre C. STRINGER, C. GAMBLE, In Search of the Neandertals: Solving the
Puzzle of Human Origins, Thames & Hudson, London 1993, p. 123 e ss.; C. STRINGER, R. MCKIE 1996.
224
I primi studi sul DNA mitocondriale furono eseguiti su un campione numericamente piuttosto
ristretto (147 soggetti), ma in seguito il numero degli individui testati è salito a 4000 unità e il
risultato non è cambiato: nelle moderne popolazioni umane dell’Europa, dell’Asia,
dell’Australia, dell’Oceania e delle Americhe il tasso di variazione del DNA mitocondriale è
più basso che nelle popolazioni africane a sud del Sahara. Per valutare l’epoca di formazione
della specie umana anatomicamente moderna e la sua diffusione fuori dall’Africa si considerò
un tasso di mutazione del 2-4 % ogni milione di anni e di conseguenza l’origine dell’uomo
moderno poteva essere collocata tra 140 e 290 ka e la sua uscita dall’Africa tra 90 e 180 ka. Si
tratta di stime approssimative e non bisogna trascurare il fatto che se si adottasse un tasso di
mutazione soltanto un po’ più basso l’epoca in cui visse l’Eva africana verrebbe a cadere nel
range cronologico dell’Homo erectus e questo potrebbe essere un argomento a favore della
teoria della continuità multiregionale.
A sostegno della teoria del rimpiazzamento totale sono intervenuti gli studi sul DNA del
Neanderthal. Svante Paabo ed altri ricercatori sono riusciti ad estrarre segmenti di DNA dalle
ossa di alcuni scheletri di Neanderthal, fra cui quelle del ritrovamento eponimo, e
confrontandolo con il DNA dell’umanità attuale ritengono che la differenza sia tale da dover
escludere che Neanderthal ed uomo anatomicamente moderno possano aver fatto parte di
un’unica specie. Il mtDNA del Neanderthal risultava al di fuori del campo di variabilità di
quello dell’uomo attuale, con una differenza superiore a quella che intercorre tra le diverse
popolazioni umane attuali. Un altro studio effettuato su un campione neandertaliano
proveniente dalla caverna Mezmaiskaya nel nord del Caucaso e datato a 29000 BP pervenne
allo stesso risultato. Ben presto furono analizzati nuovi campioni, due dalla grotta di Vindija
in Croazia, dall’uomo della sepoltura di La Chapelle-aux-Saints e dalla caverna di Engis e
messi a confronto con il mtDNA di uomini anatomicamente moderni del Paleolitico Superiore
(Mladeč, Cro Magnon, Abri Pataud e La Madeleine). Anche in questo caso venivano
confermati i risultati delle precedenti ricerche. Tenendo conto delle differenze tra mtDNA del
Neanderthal e mtDNA dell’uomo moderno si è calcolato che la divergenza evolutiva tra le
due specie doveva essersi verificata tra 600 e 400 ka197. Ulteriori analisi sul mtDNA
197
M. KRINGS, A. STONE, R.W. SCHMITZ, H. KRAINITZKI, M. STONEKING, S. PAABO, Neanderthal DNA sequences and the
origin of modern humans, in Cell 90, 1997, pp. 19–30; M. KRINGS et Alii, DNA sequence of the mitochondrial
hypervariable region II from the Neandertal type specimen, in PNAS, maggio 1999; D. SERRE et Alii 2004.
225
neanderthaliano sono state effettuate sui resti rinvenuti a El Sidròn e Valdegoba in Spagna, Le
Rochers de
Villeneuve in Francia, nei Monti Lessini in Italia e a Teshik-Tash
nell’Uzbekistan.
Mentre in Europa i più antichi ritrovamenti di uomini anatomicamente moderni risalgono a
circa 35 ka, nel Vicino Oriente le grotte della Palestina hanno restituito sepolture di uomini
moderni molto più antiche. Gli scavi condotti da B. Vandermeersch nella grotta di Qafzeh
hanno portato alla luce le sepolture di 6 adulti e 8 bambini nei livelli XXII e XXI del
vestibolo, caratterizzati da industria litica musteriana198. Inizialmente datati tra 59 e 68 ka,
successive datazioni con il metodo della termoluminescenza hanno assegnato a queste
sepolture un’età compresa tra 100 e 90 ka. Negli anni 1931-1932 erano state scoperte le
sepolture di 7 adulti e 3 bambini nella grotta di Skhul nel monte Carmelo. Anche in questo
caso uomini di tipo moderno, definibili come Proto-Cro Magnon, apparivano associati a
industria musteriana. Già datati verso 55-35 ka, le nuove datazioni assegnano loro un’età
compresa tra 93 e 65 ka (ESR) oppure intorno a 119 ka (TL)199.
Le sepolture neandertaliane della Palestina, venute alla luce nelle grotte di Tabun, di Amud e
di Kebara, sempre in contesti culturali di tipo levalloiso-musteriano o di musteriano evoluto,
sarebbero in parte più antiche (Tabun)200 e in parte più recenti (Amud e Kebara, databili
nell’ambito della prima parte della glaciazione würmiana, tra 70 e 45 ka). Sembra quindi che
con il raffreddamento climatico gli uomini moderni abbiano abbandonato la Palestina e vi si
siano insediati gli uomini di Neanderthal provenienti dall’Europa orientale. Questa ipotesi può
essere valida per i Neandertaliani di Amud, datati mediante TL e ESR a 50 ka, e di Kebara,
datati mediante TL a 60 ± 4 ka, mentre i Neandertaliani del livello C della grotta di Tabun, già
datati con il
14
C a 40,8 e 51 ka, alla luce delle date ESR (100 ka) e TL (170 ka), risultano
molto più antichi. Quindi l’alternanza uomo di Neanderthal / uomo moderno si sarebbe
198
B. VANDERMERSCH, Les hommes fossiles de Qafzeh (Israel), édit. du CNRS, Paris, 1981.
H. VALLADAS ET ALII, Thermoluminescence dating of Mousterian ‘Proto- Cro-Magnon’ remains from Israel and the
origin of modern man, in Nature, 331, 1988, pp. 614-616; R. GRÜN, C. STRINGER, F. MCDERMOTT, R. NATHAN, N. PORAT,
S. ROBERTSON, L. TAYLOR, G. MORTIMER, S. EGGINS, M. MCCULLOCH , U-series and ESR analyses of bones and teeth
relating to the human burials from Skhul, in Journal of Human Evolution, 49, 2005, pp. 316-334.
199
200
H.P. SCHWARCS, J.J. SIMPSON, C. STRINGER, Neandertal skeleton from Tabun: U-serie data by gamma-ray spectometry,
in Journal of Human Evolution, 35, 1998, pp. 635-645; R. GRÜN, C. STRINGER, Tabun revisited: revised ESR chronology
and new ESR and U-series analyses of dental material from Tabun C1, in Journal of Human Evolution, 39, 2000, pp. 601612.
226
verificata più volte nella stessa regione201.
In Africa orientale e meridionale abbiamo documenti paleontologici e archeologici dell’uomo
anatomicamente moderno più antichi che in ogni altra parte del Vecchio Continente.
Il cranio KNM-ER 3884, rinvenuto nel 1976 a Ileret nel membro Chari della formazione di
Koobi Fora, comprende gran parte dei parietali, dei temporali e dell’occipitale, la regione
sopraorbitaria quasi completa e parte della mascella con tutti i denti. Appartenente a un
individuo adulto, ha una capacità cranica di ca. 1400 cm3. Il toro sopra-orbitario, per quanto
non molto forte, è l’unico tratto arcaico, per il resto il cranio ha un aspetto moderno202. Dallo
stesso livello del cranio proviene un femore (KNM-ER 999), che a parte la sua robustezza,
presenta caratteristiche moderne. Le datazioni U-Th e U-Pa effettuate su due frammenti del
cranio e sul femore indicano una data tra 250 e 300 ka.
Morfologicamente simili al cranio di Ileret sono quelli di Florisbad, nel Sudafrica, e di
Laetoli OH 18, in Tanzania. Florisbad è un cranio frammentario attribuito a un soggetto
femminile ed è stato recentemente datato mediante ESR a ca. 250 ka. Il cranio di Laetoli
proviene dalla formazione di Ngaloba ed è stato datato mediante U-Th tra 129 e 108 ka203.
Uno dei ritrovamenti più importanti per questo periodo cruciale dell’evoluzione del genere
Homo è quello fatto nel 1967 nella valle dell’Omo in Etiopia dalla spedizione congiunta
franco-americana-kenyota diretta, per quanto riguarda il gruppo kenyota, da Richard
Leakey204. Negli strati della formazione di Kibish fu rinvenuto un cranio (Omo 1), mentre
altri due furono scoperti in superficie. La formazione di Kibish comprende 5 unità numerate
da V a I a partire dall’alto. Il cranio Omo 1 è stato rinvenuto nella parte superiore dell’unità I,
i cui tufi erano troppo recenti per una datazione U-Th. Le conchiglie di un livello inferiore a
quello del cranio sono state datate con la serie U-Th a ca. 130 ka, mentre la parte superiore
dell’unità III è al di là delle possibilità di datazione con il radiocarbonio e le conchiglie
201
Cfr. O. BAR YOSEF, B. VANDERMEERSCH, Premiers hommes modernes et Néandertaliens au Proche-Orient: chronologie
et culture, in J.-J. HUBLIN, A.-M. TILLIER (eds.), Aux origines d’Homo sapiens, PUF, Parigi 1991, pp. 217-250.
202
G. BRÄUER, R.E. LEAKEY, E. MBUA, A first report on ER 3884 cranial remains from Ileret, East Turkana, in Continuity
or Replacements? 1991; G. BRÄUER, The KNM-ER 3884 Hominid and the Emergence of Modern Anatomy in Africa, in
Humanity from African Naissance to Coming Millennia, pp. 191-198.
203
Per un quadro delle più antiche forme di uomo anatomicamente moderno in Africa v. G. BRÄUER, L’hypothèse africaine
de l’origine des hommes modernes, in J.-J. HUBLIN, A.-M. TILLIER (eds.), Aux origines d’Homo sapiens, PUF, Parigi 1991,
pp. 181-215.
204
R.E.F. LEAKEY, K. BUTZER, M.H. DAY, Early Homo sapiens remains from the Omo river region of South-West
Ethiopia, in Nature, 222, 1969, pp. 1132-1138; M.H. DAY, The Omo human skeletal remains, in The Origin of Homo
sapiens, F. BORDES ed., Paris 1972, pp. 31-35.
227
dell’unità IV sono state datate con il 14C a 37 ka. Una data tra 130 e 100 ka è quindi possibile
per il cranio Omo 1, che mostra caratteristiche moderne: frontale elevato, volta cranica alta,
regioni parietali espanse, occipite arrotondato; la mandibola presenta il mento, i denti sono
moderni per forma e dimensioni. La capacità cranica è superiore a 1400 cm3. Le ossa dello
scheletro postcranico provenienti dallo stesso livello (costole, vertebre, ossa della mano e del
piede, omero, tibia, ecc.) hanno una morfologia completamente moderna.
Il cranio Omo 2, il cui contesto stratigrafico non è sicuro, nonostante la grande capacità
cranica (1430 cm3) ha un aspetto più arcaico per la maggiore robustezza, l’occipite a chignon,
la volta cranica più bassa.
Nel 1999 e poi negli anni 2001-2003 il sito del ritrovamento dei crani Omo I e II è stato
nuovamente investigato da un’équipe delle università di New York, dello Utah e di Canberra.
Oltre al ritrovamento di altri resti dell’inidividuo Omo I, è stato possibile datare con
precisione un livello di ceneri vulcaniche di poco sottostanti al livello da cui provengono i
resti umani, ottenendo una data di 196 ka205. Quindi i crani Omo I e II risalgono a ca. 190-195
ka, una data più antica di quanto finora si riteneva.
Poco tempo prima era stata effettuata un’altra importante scoperta a Herto nell’area del
medio corso dell’Awash nella regione dell’Afar in Etiopia. Da livelli datati mediante
40
Ar/39Ar a 154-160 ka provengono un cranio pressoché completo, frammenti di un secondo
cranio e un cranio parziale di un bambino di ca. 6-7 anni. Il cranio completo ha una capacità
di 1450 cm3 e la sua morfologia appare quasi del tutto moderna: il toro sopraorbitario è poco
sviluppato, il frontale è alto, la volta cranica convessa e arrotondata, mentre l’occipitale forma
un angolo206. I resti umani sono stati rinvenuti in un’unità sabbiosa alla base della parte
superiore del Membro Herto della formazione di Bouri, insieme a industria litica e a carcasse
di grandi mammiferi, in particolare ippopotami e bovidi. L’industria litica comprende
bifacciali di forma ovale e allungata, hacheraux, entrambi a volte prodotti a partire da schegge
Levallois, grattatoi, schegge ritoccate, lame, nuclei e viene attribuita a una fase di transizione
tra l’Acheuleano e la Middle Stone Age africana. I resti faunistici presentano numerosi cutmarks e fratture da percussione.
205
I. MC DOUGALL, F.H. BROWN, J.G. FLEAGLE, Stratigraphic placement and age of modern humans from Kibish, Ethiopia,
in Nature, 433, 2005, pp. 733-736.
206
T.D. WHITE, B. ASFAW, D. DE GUSTA, H. GILBERT, G.D. RICHARDS, G. SUWA, F. CLARK HOWELL, Pleistocene Homo
sapiens from Middle Awash, Ethiopia, in Nature, 423, 2003, pp. 742-747; J. DESMOND CLARK ET ALII, Stratigraphic,
chronological and behavioural contexts of Pleistocene Homo sapiens from Middle Awash, Ethiopia, ibidem, pp. 747-752.
228
Pienamente moderni appaiono i resti umani scoperti in alcune grotte intorno alla foce del
fiume Klasies (Sudafrica) in un contesto culturale attribuibile alla Middle Stone Age africana.
I resti umani, comprendenti 5 mandibole frammentarie, due frammenti di mascellare, alcuni
frammenti di calotta cranica, denti e resti scheletrici postcranici, provengono dai più antichi
livelli di occupazione, caratterizzati da un’industria litica di débitage levallois, denominata
tipo Pietersburg, e datati all’ultimo interglaciale, ca. 125 – 115 ka, e intorno a 90 ka. Le
conchiglie marine provenienti da questi livelli hanno un rapporto isotopico dell’ossigeno
(180/160) tipico di acque molto calde come quelle di un periodo interglaciale. La maggior
parte dei resti umani provengono dai livelli datati verso 90 ka. Le mandibole hanno un mento
chiaramente definito, mentre il frontale è privo dello spesso torus sopra-orbitario caratteristico
dell’Homo erectus e dell’uomo di Neanderthal.
Una sepoltura di uomo anatomicamente moderno è stata scoperta nel 1994 a Taramsa, una
collina presso Dendera in Egitto, nel corso degli scavi diretti da Pierre M. Vermeersch,
dell’università di Lovanio in Belgio. La località era in età preistorica un centro di estrazione
di chert, una varietà di selce utile per la fabbricazione di strumenti. All’interno di un pozzo,
era stata collocata la sepoltura di un bambino di circa 8-10 anni di età; la posizione in cui era
stato deposto è molto singolare: appoggiato contro la parete in posizione seduta, con la faccia
rivolta verso est e la testa rivolta verso l’alto, il braccio sinistro disteso lungo il fianco e quello
destro piegato dietro il dorso. La sepoltura è stata datata verso 55 ka e l’analisi preliminare
condotta sullo scheletro indica che si tratta di un individuo pienamente moderno, anche se
presenta ancora qualche tratto arcaico nella morfologia dell’avambraccio e della faccia.
L’importanza del ritrovamento, oltre che per l’epoca a cui risale, dipende anche dal fatto che
si trova lungo la rotta che l’uomo moderno ha dovuto percorrere nella sua diffusione al di
fuori dell’Africa verso il Vicino Oriente e l’Europa.
Altrettanto importanti sono le precoci documentazioni in Africa di aspetti culturali quali
l’industria litica su lama, lo sviluppo dell’industria su osso, il microlitismo, l’utilizzo
sistematico delle risorse delle acque interne e di quelle marine lungo le coste, ad es. la pesca e
la raccolta dei molluschi, e infine segni materiali di comportamenti altamente simbolici, tutti
elementi che denotano un comportamento “moderno” solitamente associato al Paleolitico
superiore europeo e all’uomo anatomicamente moderno. Per quanto siamo ancora ben lontani
dall’avere un quadro chiaro degli sviluppi culturali durante la Middle e la Late Stone Age in
229
Africa, alcuni siti ben datati e scientificamente indagati forniscono alcuni sicuri punti di
riferimento.
Tra i siti più importanti vi è la caverna di Blombos, lungo la costa sudafricana, 100 miglia a
ovest del fiume Klasies. Gli scavi sono diretti dal prof. Chris Henshilwood. La parte superiore
del deposito è di età recente, quindi uno strato sterile di sabbia gialla, residuo di un’antica
duna, copre il deposito della Middle Stone Age. Da questi livelli, datati tra 100 e 70 ka,
provengono 7 denti di tipo moderno, fra cui alcuni decidui e un incisivo non ancora spuntato
di un bambino di circa 5 mesi attestano la presenza di bambini piccoli e quindi indirettamente
delle donne nella caverna. Sempre in questi livelli sono stati rinvenuti migliaia di pezzi di
ocra (ematite rossa), molti dei quali mostrano segni di raschiatura per produrre evidentemente
polvere. Vi sono anche pezzi di ocra che hanno la forma di gessetti. L’uso dell’ocra in polvere
o in gessetti è strettamente connesso a un comportamento di tipo simbolico caratteristico
dell’uomo moderno: con l’ocra ci si dipingeva il corpo, oppure si coloravano le vesti, l’ocra
aveva anche un significato rituale nei riti di passaggio e nelle cerimonie della sepoltura dei
defunti. Inoltre, l’ocra poteva servire anche per conciare le pelli. Recentemente nella caverna
di Blombos è stato rinvenuto un pezzo rettangolare di ocra su cui erano stati incisi con una
punta di pietra una serie di rombi in modo da formare un motivo ornamentale. E’ questo il più
antico documento di arte finora scoperto.
Nella caverna di Blombos è stata rinvenuta industria litica su lama ed anche industria su osso,
ad es. punteruoli d’osso che potevano essere usati per fare fori nelle pelli. La materia prima
dei manufatti litici è una roccia dura che si trova solo a una ventina di miglia di distanza. Fra i
resti di pasto vi sono ossa di pesci di grandi dimensioni e gusci di molluschi marini207.
Gli uomini che vivevano nelle caverne alla foce del fiume Klasies avevano una dieta
comprendente selvaggina, molluschi, vegetali. Cacciavano antilopi, foche, pinguini. I resti
umani sono stati rinvenuti mescolati ai resti di pasto e ai rifiuti di cucina, alcuni frammenti di
cranio erano anneriti dal fuoco ed alcune ossa mostravano chiari segni di taglio. Tutto ciò ha
fatto pensare a pratiche di cannibalismo.
Nel corso di una fase fredda datata ca. 70-65 ka le caverne del Klasies furono abitate da una
popolazione che praticava una scheggiatura laminare e lamellare, fabbricava strumenti a dorso
207
F. D’ERRICO, C. HENSHILWOOD, M. VANHAEREND, K. VAN NIEKERKE, Nassarius kraussianus shell beads from
Blombos Cave: evidence for symbolic behaviour in the Middle Stone Age, in Journal of Human Evolution, 48, 2005, pp. 324.
230
su lame sottili e strumenti microlitici come segmenti a dorso. La materia prima utilizzata
proveniva da ca. 20 km di distanza. Questa industria è stata denominata Howieson’s Poort ed
è conosciuta in diverse località del Sudafrica (Nelson Bay Cave, Paardeberg).
Un’importante industria su osso, con arpioni, coltelli e ami, e una pratica diffusa della pesca
documentata dai rifiuti di pasto, in cui abbondano i resti di pesci, è stata scoperta in due siti
vicini nei pressi di Katanda, nello Zaire orientale, verso il confine con l’Uganda, lungo i
terrazzi del fiume Semliki, che scorre subito a ovest del Ruwenzori e si immette nel lago
Alberto. I due siti, scavati da J. Yellen e A. Brooks, sono stati datati a 90-80 ka.
In conclusione, in Africa l’uomo anatomicamente moderno e gli aspetti culturali ad esso
collegati risultano essere più antichi che in ogni altra parte del mondo. Quindi, i documenti
paleontologici, le industrie litiche, nonché altri aspetti culturali e gli studi del DNA
convergono per confermare la teoria out of Africa: l’Homo sapiens ha avuto origine in Africa
e da lì si è diffuso in altre parti del mondo, rimpiazzando completamente altre specie di
ominidi, dall’uomo di Neanderthal in Europa alle forme più recenti di Homo erectus
nell’Estremo Oriente asiatico.
Quest’ultimo aspetto della teoria è forse quello che ha suscitato le maggiori controversie.
Soltanto in Europa la documentazione archeologica è così ampia da poter studiare in maniera
approfondita la diffusione dell’uomo anatomicamente moderno e i problemi della scomparsa
dell’uomo di Neanderthal, mentre in altre regioni come l’Asia orientale, l’Indonesia e
l’Australia il quadro è ancora fortemente lacunoso e presenta molti margini di incertezza.
Da un punto di vista teorico la sostituzione dell’uomo di Neanderthal da parte dell’uomo
moderno può essere avvenuta secondo processi differenti:
1. evoluzione locale dal Neanderthal all’uomo moderno;
2. immigrazione dell’uomo moderno, che venendo in contatto con il Neanderthal ne
determina la rapida e totale estinzione come conseguenza della sua superiorità
tecnologica o come conseguenza della diffusione di malattie verso le quali il
Neanderthal non aveva difese immunitarie;
3. dopo l’immigrazione dell’uomo moderno in Europa, il suo contatto più o meno
prolungato con le popolazioni neandertaliane determina fenomeni di acculturamento e
di ibridazione o di assorbimento.
La prima ipotesi non è più accettabile alla luce sia dei dati archeologici che di quelli
231
paleoantropologici, almeno per quanto riguarda l’Europa centro-occidentale. Il Neanderthal
“classico” dell’Europa occidentale vissuto nel pleniglaciale (OIS 4) e nell’interpleniglaciale
würmiano (OIS 3) tra 70 e 30 ka non può essere l’antenato dell’uomo anatomicamente
moderno per la semplice ragione che quest’ultimo a quell’epoca esisteva già. La seconda
ipotesi è quella che ha goduto del maggior numero di sostenitori, dalla formulazione della
teoria Out of Africa in poi. La terza ipotesi contiene elementi che cominciano a trovare
conferma nella documentazione archeologica ed ora anche negli studi del DNA.
Innanzitutto, appare ormai chiaro che non vi è stato un rimpiazzamento rapido e totale e una
scomparsa più o meno improvvisa dell’uomo di Neanderthal. Il processo è stato lento e di
lunga durata – almeno diecimila anni - e differente da una parte all’altra dell’Europa. Sulla
ricostruzione del quadro di questo processo permangono ancora molti elementi di incertezza,
dovuti sostanzialmente al fatto che le datazioni radiocarboniche anteriori a 30-35 ka non sono
del tutto affidabili. Si ritiene in genere che l’Aurignaciano, a cui è comunemente associata la
diffusione dell’uomo moderno, abbia un’origine medio-orientale e sia comparso dapprima
nell’Europa sud-orientale, a partire da 45 ka, come risulterebbe dalle grotte di Bacho Kiro,
livello 11, e di Temnata in Bulgaria e dai siti di Istallöskó in Ungheria e di Willendorf in
Austria. Le datazioni tra 46 e 40 ka di questi siti non sono comunque sicure, ad es. il livello
11 di Bacho Kiro è stato datato dapprima a > 43 ka con il 14C, ma nuove datazioni effettuate
con l’AMS hanno fornito date comprese tra 38 e 34 ka e Istallosko 37,85 ± 0.9 anziché 44,3
ka BP.
Uomini anatomicamente moderni si conoscono in Romania a Pestera cu Oase, con
una datazione a 35,2 ka208; a Pestera Muierii verso 30-29 ka e a Cioclovina verso 29 ka209.
Sfortunatamente tutti questi ritrovamenti sono privi di contesto archeologico.
Comunque, tra 40 e 35 ka l’Aurignaciano sembra essersi diffuso lungo la via danubiana fino
all’Europa centrale e dall’area medio danubiana all’Italia settentrionale e quindi alla Francia
meridionale e alla Spagna settentrionale (Catalogna e regione cantabrica). A nord e a sud di
questo asse di diffusione est-ovest troviamo complessi culturali, definiti di transizione tra
Paleolitico Medio e Paleolitico Superiore, come lo Szeletiano nell’Ungheria settentrionale, in
208
E. TRINKAUS, S. MILOTAB, R. RODRIGOC, G. MIRCEAB, O. MOLDOVAND, Early modern human cranial remains from
the Pestera cu Oase, Romania, in Journal of Human Evolution, 45, 2003, pp. 245-253; H. ROUGIER, S. MILOTA, R.
RODRIGO, M. GHERASE, L. SARCINA, O. MOLDOVAN, J. ZILHAO, S. CONSTANTIN, R. G. FRANCISCUS, C. P. E. ZOLLIKOFER,
M. PONCE DE LEON, E. TRINKAUS, Pestera cu Oase 2 and the cranial morphology of early modern Europeans, in PNAS,
104, 4, 2007, pp. 1165-1170.
209
A. SOFICARU, A. DOBOS E. TRINKAUS, Early modern humans from the Pestera Muierii, Baia de Fier, Romania, in
PNAS, 103, n. 46, 2006, pp. 17196-17201.
232
Moravia e in Slovacchia; l’Uluzziano nella penisola italiana; lo Chatelperroniano in Francia
dallo Yonne alla Dordogna. Questi complessi di transizione si sono sviluppati certamente dai
precedenti complessi musteriani, ma accanto agli elementi di continuità vi sono elementi di
novità, che possono ricondursi a un influsso esercitato dalla cultura aurignaciana (ad es.
adozione della scheggiatura laminare e comparsa di oggetti di ornamento).
Cosa sappiamo sulle popolazioni umane dei complessi di transizione e su quelle dei più
antichi complessi aurignaciani? Purtroppo molto poco. L’unico individuo riferibile con
sicurezza allo Chatelperroniano è stato scoperto a St. Césaire in Francia: datato a 36,3 ka, è
senza dubbio un neandertaliano. Anche i denti rinvenuti nei livelli chatelperroniani della
grotta della Renna ad Arcy sur Cure (ca. 33,8 ka) sono di tipo neandertaliano. Analogamente
alcuni denti decidui provenienti dai livelli uluzziani della Grotta del Cavallo in Puglia sono
stati attribuiti all’uomo di Neanderthal. Tuttavia, recentemente i denti della grotta del Cavallo
sono stati sottoposti a nuove analisi e attribuiti all’uomo anatomicamente moderno.
Per quanto riguarda i complessi di transizione dell’Europa centrale, i ritrovamenti di resti
umani sono più frammentari e problematici. Un frammento di mascellare attribuibile all’uomo
di Neanderthal è stato rinvenuto nel livello inferiore della grotta di Sipka in Cecoslovacchia,
insieme a un’industria di tipo musteriano denticolato, quasi del tutto priva di scheggiatura
levalloisiana, ma con una forte componente anche di tipi del Paleolitico superiore. Il
complesso si data all’interstadiale di Hengelo (ca. 40/39000 BP). Anche la mandibola
neandertaliana di Sveduv Stul, in Moravia, proviene da un livello musteriano datato
all’interstadiale di Hengelo. Nella grotta di Kulna, sempre in Moravia, il livello 6-a,
caratterizzato da un’industria litica musteriana senza scheggiatura levalloisiana, ma con
presenza di scheggiatura laminare e di grattatoi spessi, non ha restituito resti umani, ma dal
sottostante livello musteriano 7-a provengono frammenti di un mascellare e di parietali e
molari decidui, che sono stati attribuiti all’uomo di Neanderthal, mentre secondo altri autori
non presenterebbero caratteri neandertaliani. Infine, alcuni resti di Neanderthal sono stati
rinvenuti nel livello G 1 della grotta di Vindija, in Croazia, caratterizzato da un complesso a
punte foliate bifacciali (Szeletiano) e dalla compresenza di tipi musteriani e del Paleolitico
superiore, quali grattatoi frontali su lama, bulini, due zagaglie d’osso, una di tipo Mladeč ed
un’altra a base fessa. Lo strato G 1 è stato datato mediante AMS a 33000 ± 400 BP. In
conclusione, i complessi di transizione dell’Europa centrale, databili tra 40 e 33 ka sono da
233
riferire all’uomo di Neanderthal, come d’altra parte è ipotizzabile anche in considerazione del
loro legame filetico con le culture del Paleolitico Medio.
Anche lo Chatelperroniano e l’Uluzziano sono da riferire all’uomo di Neanderthal. Per lo
Chatelperroniano rimane il dubbio dell’uomo di Combe Capelle. Nel riparo del Roc de
Combe Capelle, in Dordogna, nel 1909 fu scoperta una sepoltura umana nei livelli
chatelperroniani, ma i dati precisi di scavo fanno difetto e la fossa per la sepoltura potrebbe
essere stata scavata entro i livelli chatelperroniani e quindi essere posteriore allo
Chatelperroniano, anzi molto probabilmente si tratta di una sepoltura di età gravettiana, tra 28
e 25 ka. L’uomo di Combe Capelle, conservato al museo di Preistoria e Protostoria di Berlino,
andò perso nel bombardamento che distrusse il museo durante la seconda guerra mondiale,
ma recentemente ne sono stati recuperati quattordici frammenti che hanno consentito di
ricostruire parzialmente il cranio210. Pur essendo senza dubbio un uomo di tipo
anatomicamente moderno, presenta alcuni tratti più arcaici, quali il frontale un po’ sfuggente,
un certo spessore dei rilievi sopra-orbitari e una mandibola praticamente priva di mento
prominente.
L’uomo dei complessi Proto-Aurignaciani e Aurignaciani è quasi del tutto sconosciuto. Un
frammento di mandibola sinistra con un molare, appartenente a un soggetto giovane, proviene
dal livello 11 della grotta di Bacho Khiro, già datato a > 43 ka ed ora tra 38 e 34 ka (AMS).
Dei resti umani – due adulti e un giovane - scoperti nei livelli proto-aurignaciani della grotta
di el Castillo, nella regione cantabrica, non sappiamo nulla, perché sono ormai perduti.
Dai livelli aurignaciani della caverna del Vogelherd, nella Germania sud-occidentale, che
hanno restituito alcune tra le più antiche opere d’arte mobiliare, provengono anche resti umani
di tipo anatomicamente moderno, un cranio e una mandibola dal livello V, datato 31.400 ±
1100 BP, e un cranio dal successivo livello IV, datato 30.730 ± 750 BP. Quest’ultimo
presenta un forte spessore dei rilievi sopra-orbitari e inoltre ha la caratteristica di essere
brachicefalo, ragione per cui è stato in genere ritenuto più recente. In effetti, datazioni
effettuate con il 14C hanno recentemente confermato che i resti umani sono addirittura di età
postglaciale.
Il gruppo più consistente di resti umani attribuibili all’Aurignaciano dell’Europa centrale
proviene dalle grotte di Mladeč, in Moravia. Scoperti tra il 1881 e il 1922, la loro esatta
210
A. HOFFMANN, D. WEGNER, The rediscovery of the Combe-Capelle skull, in Journal of Human Evolution, 43, 2002, pp.
577-581.
234
posizione cronologica rimane incerta, ma è probabile che risalgano all’interstadiale di
Denekamp, tra 32 e 28 ka, ed anche la loro associazione con manufatti di tipo aurignaciano è
dubbia. La maggior parte di questi reperti è stata distrutta alla fine della seconda guerra
mondiale dai nazisti in ritirata, che diedero alle fiamme il castello di Mikulov, in cui erano
conservati. La popolazione di Mladeč si caratterizza per uno spiccato dimorfismo sessuale: i
soggetti maschili hanno una volta cranica non molto elevata, un occipitale che ricorda la
morfologia neandertaliana, ossa craniche molto spesse, arcate sopraccigliari di forte spessore;
quelli femminili sono di aspetto più gracile e non presentano tratti arcaici.
Nell’Europa occidentale all’Aurignaciano è stato tradizionalmente associato l’uomo di Cro
Magnon. Il ritrovamento eponimo, avvenuto nel 1868, non è ben datato. Le sepolture di
quattro adulti – 3 maschi e una femmina – e di un neonato si trovavano in fondo alla grotta,
nel livello J o I, nella parte più alta del deposito archeologico. Sicuramente posteriori
all’Aurignaciano II, la loro precisa datazione su base archeologica è impossibile, ma recenti
datazioni radiocarboniche mediante AMS hanno fornito un’età di ca. 28000 BP, che assegna
le sepolture al Gravettiano. Anche le numerose sepolture delle grotte dei Balzi Rossi,
attribuite all’Aurignaciano, non sono databili con precisione.
La complessa situazione dei ritrovamenti a cavallo tra Paleolitico Medio e Superiore ha dato
luogo a differenti interpretazioni. Sembra, comunque, innegabile che i contatti tra uomo di
Neanderthal ed uomo moderno, definibile forse come proto-Cro Magnon, abbiano dato luogo
non solo a fenomeni di acculturamento, con la formazione di quei complessi misti di cui
abbiamo parlato, ma anche a fenomeni di ibridazione, almeno occasionali. Quindi, come ha
sottolineato Bernard Vandermeersch, i Neandertaliani sono stati capaci di comprendere e
adottare la nuova tecnologia litica della scheggiatura laminare e di evolversi culturalmente,
almeno in alcune regioni europee211.
La cultura proto-aurignaciana fa una precoce comparsa nella regione cantabrica e in
Catalogna, ma in tutto il resto della penisola iberica a sud della valle dell’Ebro la cultura
musteriana e l’uomo di Neanderthal si sono mantenuti fino a ca. 27 ka. L’Ebro sembra aver
costituito una vera e propria frontiera biologica e culturale. Non ci sono stati fenomeni di
acculturamento e una cultura tardo musteriana ha continuato a persistere per diecimila anni.
Dalla caverna di Figueira Brava in Portogallo provengono resti neandertaliani datati a 31 ka,
211
B. VANDERMEERSCH, Neandertaliani e Uomini moderni in Europa e nel Vicino Oriente, in La lunga storia di
Neandertal, a c. di F. Facchini e M.G. Belcastro, Milano 2009, pp. 77-95.
235
alla Gorham’s Cave di Gibilterra l’ultimo strato musteriano è datato a 28 ka, mentre nella
caverna di Zafarraya è stata scoperta una mandibola neandertaliana completa, in un livello di
poco più antico di 27 ka: è “l’ultimo dei Neandertal” finora conosciuto. Anche all’estremo
opposto dell’Europa, in Crimea, il musteriano e l’uomo di Neanderthal sopravvivono fino a
29-28 ka (caverna di Buran Kaya III, strato B).
Dopo 28 ka, anche nella penisola iberica si diffonde una cultura aurignaciana evoluta, che
porta alla definitiva scomparsa del musteriano. A questo punto in tutta Europa si è affermato
l’uomo moderno. Va comunque ribadito che a tutt’oggi non abbiamo sepolture di uomini
anatomicamente moderni in contesti aurignaciani di sicura datazione.
Una recente scoperta ha riaperto il problema delle forme di contatto e della permeabilità della
frontiera genetica tra uomo moderno e uomo di Neanderthal, riproponendo l’interrogativo se
l’uomo di Neanderthal abbia contribuito al pool genico dell’umanità attuale.
A Lagar Velho, nella valle di Lapedo, nel Portogallo centrale, lavori di terrazzamento
condotti con un escavatore meccanico hanno portato in esposizione il deposito archeologico
di un riparo sotto roccia. Nel dicembre 1998 è stata rinvenuta la sepoltura di un bambino nella
parte occidentale del riparo e sono iniziati gli scavi diretti dal dott. Joao Zilhão, dell’Istituto
Portoghese di Archeologia, mentre per l’analisi dei resti umani è stato invitato a collaborare il
prof. Erik Trinkaus. Le ricerche condotte nel sito durante il 2000 e il 2001 hanno portato alla
luce un ricco deposito stratificato del Gravettiano e del Solutreano, 15 m più a est rispetto al
luogo della sepoltura. Il deposito al di sotto della sepoltura è risultato sterile. La sepoltura
risale a ca. 24,5 ka ed è contemporanea dei livelli gravettiani. Gli scavi hanno documentato
accuratamente il rituale funerario: dopo aver scavato una fossa poco profonda, vi è stato
bruciato sul fondo un ramo di pino, poi è stato deposto il piccolo defunto avvolto in una pelle
tinta di ocra rossa, in posizione distesa, con il piede sinistro sopra quello destro. Al collo il
bambino portava un pendaglio ricavato da una valva di Littorina obtusata, mentre in origine
doveva avere un copricapo con cuciti canini di cervo. Poiché i lavori di terrazzamento
avevano asportato il cranio della sepoltura, frammenti del cranio e quattro canini di cervo
forati sono stati trovati a tre metri di distanza dalla sepoltura. Attorno alla spalla destra e ai
piedi vi erano ossa di cervo, mentre fra le gambe sono state ritrovate le ossa di un coniglio,
che costituivano offerte funerarie212.
Si stima che al momento della morte il bambino avesse circa 4 – 5 anni. La singolarità del
236
ritrovamento consiste nel fatto che lo scheletro mostra una mescolanza di caratteri moderni,
predominanti, come ad es. il mento prominente, ed altri che possono essere ricondotti a
un’eredità neandertaliana, come la grande robustezza delle ossa e il valore basso dell’indice
crurale, cioè del rapporto tra la lunghezza della tibia e quella del femore. Anche il rapporto tra
la lunghezza del radio e quella dell’omero è di tipo neandertaliano. Per un bambino di
quell’età le ossa appaiono di straordinaria robustezza. Un altro aspetto singolare è l’angolo
formato dalla sinfisi mandibolare con la linea delle gengive, che, analogamente a quanto si
verifica nei Neanderthal, appare molto meno ampio che nell’uomo moderno213.
La sepoltura di Lagar Velho sembra quindi documentare che tra uomo moderno e
Neanderthal si sono verificati incroci. Poiché tra “l’ultimo Neandertal” della penisola iberica e
il bambino di Lagar Velho intercorre una distanza di alcune migliaia di anni, Lagar Velho non
può essere la conseguenza di un incrocio diretto – e come tale avrebbe potuto essere sterile,
come avviene quando si incrociano due specie diverse - , ma può soltanto discendere da una
popolazione ibrida che è persistita per migliaia di anni. Se il Neanderthal e l’uomo moderno
hanno dato luogo a ibridi fecondi, vuole dire che non costituiscono due specie distinte, ma
soltanto due varietà razziali, sia pure molto distanti l’una dall’altra, all’interno della stessa
specie. Questa interpretazione sostenuta da E. Trinkaus e J. Zilhão non è accettata dalla
maggior parte degli antropologi. Tuttavia, i recentissimi dati sul DNA neandertaliano rendono
l’ipotesi verosimile. All’istituto di Antropologia Evolutiva dell’università di Lipsia, diretto dal
prof. Svante Paabo, è stato sequenziato l’intero genoma neandertaliano, utilizzando le ossa del
sito eponimo, datato ca. 40000 anni BP, tre ossa della caverna di Vindija in Croazia, datate ca.
38000 anni BP, ossa dal sito El Sidron in Spagna, datate ca. 49000 anni BP e ossa da
Mezmaiskaya datate ca. 60-70000 anni BP214. Il confronto tra il genoma neandertaliano e
quello di cinque gruppi umani attuali di diverse parti del mondo ha evidenziato che i
Neanderthal e le popolazioni umane attuali dell’Europa e dell’Asia condividono un certo
numero di geni – dall’1 al 4 % - che non sono presenti nelle popolazioni africane a sud del
Sahara. Ciò significa che il flusso genico tra Neanderthal e uomo moderno si è verificato dopo
212
E. TRINKAUS, C. DUARTE, Who were the Neanderthals?, in Scientific American, April 2000;
J. ZILHÃO, E. TRINKAUS (eds.), Portrait of the Artist as a Child. The Gravettian Human Skeleton from the Abrigo do
Lagar Velho and its Archaeological Context, Trabalhos de Arquelogia, vol. 22, Lisbona. Ampia trattazione di tutti gli
aspetti del ritrovamento.
214
R.E. GREEN et Alii, A Draft Sequence of the Neandertal Genoma, in Science, 328, 7 may 2010, pp. 710-722;
Sankararaman, S., Patterson, N., Li, H., Paabo, S. & Reich, D., The date of interbreeding between Neandertals
and modern humans, PLoS Genet. 8, 2012, e1002947.
213
237
che un gruppo di uomini anatomicamente moderni si erano diffusi fuori dall’Africa, ma prima
che si diffondessero in Europa e in tutto il continente asiatico (e da lì poi nel continente
americano) differenziandosi progressivamente. L’unica possibilità è che il fenomeno si sia
verificato nel Vicino Oriente prima di 60 ka. I Neanderthal sono imparentati con i Cinesi e i
Melanesiani così come con gli Europei, quindi il flusso genico tra Neanderthal e uomini
anatomicamente moderni deve essersi verificato prima della divergenza tra Europei, Cinesi e
Melanesiani.
Alla luce di questi nuovi dati il modello Out of Africa deve essere parzialmente modificato.
Tra 600 e 400 ky una popolazione umana si diffuse dall’Africa in Europa e nell’Asia
occidentale. Tra 80 e 60 ky una nuova popolazione lasciò l’Africa e si diffuse nell’area euroasiatica, incontrando i discendenti della precedente migrazione, con i quali si incrociarono. Se
i Neanderthal occidentali andarono incontro all’estinzione, altre popolazioni neanderthaliane
sono sopravissute attraverso l’incrocio con l’uomo anatomicamente moderno proveniente
dall’Africa. Forse non è corretto dire che il Neanderthal si è estinto, perché non è mai stato
una specie separata rispetto all’uomo moderno.
Il quadro si è ulteriormente complicato con le recenti scoperte avvenute nella regione degli
Altai. La caverna Denisova si apre lungo la scarpata destra del fiume Anuy, un affluente di
sinistra dell’Ob, nella Siberia meridionale, ai piedi della catena dei monti Altai. La camera
centrale ha un’ampiezza di quasi 100 m2 e nelle sue pareti si aprono diverse gallerie. Nel
XVIII secolo fu abitata da un eremita, Dionisij, a cui deve il suo nome russo, mentre nella
lingua delle popolazioni locali si chiama Ayu-Tash. Nel 1977 gli archeologi sovietici vi
scoprirono stratificazioni di età pleistocenica e da allora l’Accademia Russa delle Scienze vi
conduce campagne di scavo, così come in altri siti vicini, come la caverna Okladnikov e i siti
di Ust-Karakol, Kara-Bom, Anuy 2.
Sono stati identificati 22 strati ricchi di resti faunistici e di manufatti riferibili a un complesso
musteriano e levalloisiano. L’analisi palinologica dei sedimenti ha permesso di ricostruire
l’evoluzione dell’ambiente nel corso del Pleistocene superiore. Gli strati sono stati datati
principalmente per mezzo della termoluminescenza, tranne gli strati 9 e 11, i cui carboni sono
stati datati con il radiocarbonio.
238
Lo strato 9 ha restituito industria Musteriana e Levalloisiana ed è datato a ca. 46,000 BP (OIS-2).
Lo strato 11 è caratterizzato da un complesso litico definito Musteriano dell’Altai e ha date
comprese tra 48650 e 29200 BP (OIS-3). Il contatto tra gli strati 9 e 11 è fortemente disturbato.
Nel 2008 nella galleria orientale è stata rinvenuta la falange del quinto dito della mano di una
donna juvenis nello strato 11.2, datato 50300 ± 2200 BP, mentre sempre nella galleria orientale
nel 2010 è venuta alla luce la falange del quarto o quinto dito del piede di un individuo adulto
nello strato 11.4. Nel 2000 nello strato 11.1 della galleria meridionale è stato rinvenuto un
secondo o terzo molare superiore di un adulto giovane. Da un altro strato proviene un secondo
dente. Gli strati 12-20 hanno restituito jndustria levalloisiana e sono datati tra 69000 e 155000
BP. Gli strati 21-22 hanno un’industria musteriana e sono datati verso 171-182000 BP (OIS 5).
I resti umani dalla caverna Denisova sono molto limitati, si riducono a due falangi e a due denti.
Mancano il cranio o parti del cranio per poterli attribuire a una specie precisa. Si può osservare
che il molare superiore presenta aspetti morfometrici arcaici e se fosse un secondo molare
potrebbe venire classificato come Homo erectus, mentre la falange del quinto dito della mano è
molto robusta per essere di un soggetto femminile. Le condizioni climatiche all’interno della
grotta hanno favorito un’ottima conservazione del DNA. Dalla falange del quinto dito della mano
è stato estratto il mtDNA e il genoma nucleare, dal molare superiore il mtDNA e dalla falange del
dito del piede è stato estratto il mtDNA e il DNA nucleare. I risultati sono stati piuttosto
sorprendenti215. Il DNA della falange del quinto dito della mano e del molare superiore appartiene
a una specie di Homo distinta sia dal Neanderthal che dall’uomo anatomicamente moderno e
battezzato Denisoviano. Il DNA della falange del dito del piede – che proviene da uno strato un
po’ più antico - appartiene invece a un Neandertaliano, che presenta le maggiori affinità con i
Neanderthaliani del Caucaso.
Neanderthaliani e Denisoviani derivano da un antenato comune vissuto circa 445-473 ka BP, il
quale a sua volta si è separato dal ramo che avrebbe condotto all’uomo anatomicamente moderno
ca. 765-550 ka BP. L’antenato comune a Neanderthaliani, Denisoviani e uomo anatomicamente
215
Krause, J. et al., The complete mitochondrialDNA genome of an unknown hominin from southern Siberia,
Nature 464, 2010, 894–897; Reich, D. et al., Genetic history of an archaic hominin group from Denisova Cave
in Siberia, Nature 468, 2010, 1053–1060; Meyer, M. et al., A high-coverage genome sequence from an archaic
Denisovan individual, Science 338, 2012, 222–226; K. Prüfer et al., The complete genome sequence of a
Neanderthal from the Altai Mountains, Nature, 505, 2 january 2014, 43-49.
239
moderno vissuto in quell’epoca si era separato da un altro ramo, probabilmente di Homo erectus,
ca. 1,4 – 0,9 Ma BP. Oltre alla ricostruzione di quest’albero filogenetico, senza dubbio ancora
provvisorio, le analisi del DNA degli uomini della caverna Denisova e dei Neanderthaliani del
Caucaso, della caverna di Vindjia in Croazia e dell’Europa occidentale hanno permesso di
appurare l’esistenza di flussi genici tra i Denisoviani e gli antenati di Europei e Asiatici e tra
Denisoviani e antenati dei Melanesiani e Australiani. Del flusso genico tra Neanderthaliani e
uomini anatomicamente moderni, esclusi gli Africani a sud del Sahara, abbiamo già detto
precedentemente. Sembra, inoltre, che vi sia stato un flusso genico tra il ramo forse di Homo
erectus e i Denisoviani. L’esistenza di tutti questi flussi genici o incroci (interbreeding) viene a
convalidare alcuni aspetti – e sottolineiamo alcuni – della teoria dell’evoluzione multiregionale.
240
CAPITOLO 9
____________________________________________________________________________
Le radici del comportamento morale: salto ontologico o
continuità evolutiva?
Lady Anna: Scellerato, tu non conosci alcuna legge,
né di Dio, né degli uomini:
non vi è belva tanto feroce
che non abbia qualche senso di pietà.
Riccardo: Io non ne ho alcuno,
quindi non sono una belva.
(Shakespeare, Riccardo III, atto I, scena II)
L’evoluzione della mente e del linguaggio è un tema difficile da affrontare. Ancora più arduo
quello delle origini della coscienza morale e della natura buona o malvagia dell’uomo, libero
di scegliere tra il bene e il male, specialmente dopo gli orrori del XX secolo, dalle inutili
stragi della guerra di trincea nel primo conflitto mondiale ai campi di sterminio nazisti, ai
bombardamenti a tappeto di inermi popolazioni civili e al lancio della bomba atomica su due
centri popolosi del Giappone.
Per molti il confine tra l’uomo e l’animale è un abisso incolmabile e quindi l’evoluzione
darwiniana può sì spiegare l’evoluzione del corpo, della forma fisica, ma non il sorgere della
coscienza morale e di elevate facoltà cognitive. Quindi la comparsa della spiritualità
rappresenta un salto ontologico, per riprendere l’espressione di Giovanni Paolo II. Per molti
studiosi agnostici o apertamente atei, come Thomas Huxley o Richard Dawkins, non c’è stata
evoluzione dell’etica, che sarebbe solo una patina superficiale prodotta dalla civiltà su una
natura umana sostanzialmente egoistica e amorale derivante dal nostro passato animale.
Anche per Freud nell’uomo esiste un conflitto tra natura e cultura.
Le facoltà spirituali dell’uomo nascono e si sviluppano nel cervello, tanto le capacità
241
cognitive della mente e il linguaggio verbale quanto le emozioni, l’affettività e le pulsioni. La
documentazione paleontologica mostra con chiarezza l’evoluzione graduale del cervello. Dai
500 cm3 dell’Australopiteco ai 700 dell’Homo habilis, dai 900-1000 dell’Homo erectus ai
1400-1700 dell’uomo di Neandertal e dell’uomo anatomicamente moderno, il quoziente di
encefalizzazione è passato da 2,4/2,5 a 7,0, vale a dire si è triplicato. Parallelamente la
documentazione archeologica mostra l’evoluzione dei processi di fabbricazione degli
strumenti, in particolare delle tecniche di scheggiatura o sgrossatura per ottenere un tagliente:
dai choppers forniti di un taglio corto e irregolare prodotto con poche e semplici percussioni
dirette al bifacciale ottenuto mediante sgrossatura di un nucleo e successivo ritocco fino ad
avere contorni regolari e un taglio rettilineo, dalla elaborata tecnica levalloiso-musteriana, che
prevede l’accurata scheggiatura di tutta la periferia e di tutta la faccia superiore del nucleo per
poter staccare schegge di forma predeterminata per giungere alla scheggiatura laminare e alla
produzione mediante ritocco di un amplissimo ventaglio di strumenti differenti. Il costante
accrescersi delle capacità tecnologiche è di tutta evidenza. A ciò si aggiunga in ordine di
comparsa l’uso controllato del fuoco e poi la capacità di riprodurlo, la fabbricazione di armi
da getto in legno come le lance, la costruzione di ripari e di abitazioni, la sepoltura dei morti,
la nascita dell’arte.
Nell’evoluzione della mente non è quindi possibile individuare un salto ontologico, un big
bang da cui ha tratto origine l’intelletto umano con tutte le sue straordinarie elevate capacità
di immaginazione e raziocinio, al contrario la paleontologia umana ci dimostra che i
cambiamenti sono lenti, continui e graduali. E’ forse possibile individuare un salto ontologico
per quanto riguarda la coscienza morale? “Di due cose non cesserò mai di stupirmi, il cielo
stellato sopra di me, la coscienza morale dentro di me”. Così Immanuel Kant, che riteneva che
della metafisica non si potesse avere conoscenza scientifica, ma che Dio fosse un postulato
della coscienza morale presente nell’uomo.
Come e quando l’uomo è diventato un essere morale?
(capitolo non finito)
242
Appendice sulle industrie litiche
Per fabbricare strumenti in pietra gli uomini della preistoria hanno utilizzato rocce che avevano la
proprietà di sfaldarsi facilmente producendo margini e spigoli taglienti: la selce, una roccia
silicea di origine sedimentaria appartenente alle formazioni calcaree del Giurassico e del
Cretaceo, e dove la selce non era disponibile il chert, una pietra silicea di una differente
formazione geologica, oppure la quarzite, il diaspro, la ftanite.
I processi di fabbricazione si sono evoluti nel corso del tempo e si possono identificare quattro
modi fondamentali delle tecniche utilizzate per fabbricare gli strumenti.
I primi due modi consistono nello staccare via via una serie di schegge da un blocco grezzo fino a
ottenere lo strumento desiderato (core-tools). Il terzo modo consiste nella preparazione del blocco
grezzo per staccare schegge di forma predeterminata, che poi venivano ritoccate per produrre uno
strumento (flake-tools). Il quarto modo consiste nel preparare un nucleo per la produzione di
lame, che erano poi ritoccate per ottenere uno strumento (blade-tools).
Gli stacchi potevano essere effettuati per percussione diretta, utilizzando un percussore duro, di
pietra, con il quale si colpiva il ciottolo o il nucleo in modo da provocare lo stacco di una
scheggia.
La percussione diretta poteva utilizzare un percussore tenero, in osso, corno o legno, allo scopo
di effettuare i ritocchi finali dopo la sgrossatura e l’uso del percussore tenero fa la sua comparsa
nel corso dell’Acheuleano.
La percussione indiretta permetteva di ottenere lame regolari utilizzando uno scalpello di osso o
di legno duro. La punta dello scalpello veniva posizionata in un punto preciso del piano di
percussione del nucleo, quindi si colpiva lo scalpello con un percussore. L’applicazione della
forza in un punto preciso poteva essere utilizzata anche per i ritocchi. La percussione indiretta
mediante scalpello compare con il Paleolitico superiore.
Il ritocco a pressione consisteva nell’esercitare una forte pressione lungo il bordo di una lama con
un ritoccatoio in osso, avorio o legno. Compare nel corso del Paleolitico superiore a partire dal
Solutreano.
243
Il primo modo è quello degli strumenti su ciottolo: da un ciottolo o da un blocco di pietra
mediante colpi inferti con un percussore di roccia dura si staccano alcune schegge su una sola
faccia (chopper) o con stacchi alterni su due facce (chopping-tool). Si ottengono in questo modo
strumenti pesanti, molto spessi, con un taglio corto e irregolare. La fabbricazione di choppers e
chopping-tools ha continuato molto a lungo, anche dopo che si erano inventate nuove tecniche di
lavorazione della pietra.
Il secondo modo è quello del bifacciale: il blocco di materia prima o nucleo viene sgrossato colpo
dopo colpo con un percussore duro su entrambe le facce, fino ad ottenere la forma voluta (ovale,
a mandorla, appuntita, ecc.) e quindi il contorno viene regolarizzato mediante stacchi più fini con
un percussore tenero, in materia dura animale o in legno. Il bifacciale è uno sviluppo del
chopping-tool. Dalle forme più antiche, con bordi sinuosi, si passa a forme più evolute con bordi
più simmetrici e regolari per pervenire infine alla produzione di bifacciali perfettamente
simmetrici, sottili, con bordi quasi rettilinei.
I primi due modi consentono di fabbricare strumenti a bordi taglienti partendo da un nucleo che
mediante progressiva sgrossatura diventa esso stesso uno strumento. La sgrossatura e il ritocco
producono schegge, considerate un tempo come gli scarti della lavorazione, in realtà schegge con
margine tagliente che erano suscettibili di utilizzo.
La classificazione dei bifacciali si basa su una serie di parametri: lunghezza, spessore, larghezza,
andamento dei bordi (convessi, diritti, concavi), forma del tallone. Questi parametri permettono
di definire bifacciali amigdaloidi, cordiformi, triangolari, ovali, a limande, ficron, lanceolati.
Il terzo modo è quello della scheggiatura levalloisiana che consiste nello staccare schegge da un
nucleo appositamente preparato. Le operazioni tecniche non sono più una o due (sgrossare,
ritoccare) ma tre: sgrossare, ritoccare, estrarre una scheggia di forma predeterminata. Veniva
scelto un nucleo di forma ovoidale relativamente appiattito, si iniziava con lo stacco di schegge
lungo tutta la periferia del nucleo (sgrossamento periferico), poi si toglieva il cortice da una
faccia del nucleo mediante lo stacco di schegge in maniera centripeta, questa faccia assume una
forma “a carapace di tartaruga”, viene quindi preparato un piano di percussione mediante stacco
di una sola scheggia o di piccole schegge a un’estremità del nucleo e infine con un colpo finale si
stacca la scheggia. La scheggia così ottenuta avrà il tallone sfaccettato e un profilo a cappello di
gendarme.
244
Questa è la tecnica della scheggia preferenziale. Con una tecnica simile dallo stesso nucleo si
possono ottenere più schegge (scheggiatura levallois ricorrente), preparando più piani di
percussione.
Per ottenere una punta levallois si sceglie un nucleo della stessa forma di quello utilizzato per la
scheggia preferenziale e si inizia a decorticarlo su una faccia con una serie di stacchi, poi si
operano due stacchi allungati e paralleli, quindi un terzo stacco opposto al primo in modo da
lasciare tra il primo e il terzo stacco un triangolo di base e formare una nervatura-guida. A questo
punto si prepara il piano di percussione con una serie di stacchi lungo tutto il lato dalla parte del
triangolo di base. L’ultima operazione è il colpo inferto al centro del piano di percussione
precedentemente preparato e si stacca una punta levallois, una scheggia triangolare con tallone
sfaccettato e nervatura che va diritta dal triangolo di base alla punta.
Il quarto modo è quello della scheggiatura laminare, tipica del Paleolitico superiore. Il blocco di
materia prima da cui si staccano delle lame è il nucleo. La prima operazione consiste nel
modellare il blocco grezzo mediante sgrossatura, scheggiatura e ritocco in modo da ottenere una
forma più o meno tronco-conica, prismatica o piramidale, con un piano di percussione adatto a
ricevere l’impatto della percussione per lo stacco di lame. Una lama ha una lunghezza da 3,5 – 4
volte la larghezza (lama normale), se ha una lunghezza cinque volte superiore alla larghezza è
chiamata lama stretta, se dieci volte lama molto stretta. Se la lunghezza è inferiore ai 4-5 cm si
definisce lamella, se inferiore ai 2,5 cm microlamella, se inferiore a 1,2 cm ipermicrolamella.
La lama è il supporto per la fabbricazione degli strumenti mediante il ritocco. Si opera il ritocco
con stacchi lungo il bordo, la faccia dorsale o quella ventrale della lama conferendogli una forma
determinata e funzionale. Il ritocco quindi trasforma il prodotto della scheggiatura in uno
strumento.
In relazione all’incidenza rispetto al piano orizzontale della lama il ritocco può essere:
-
semplice, quando si limita allo stacco di piccole schegge lungo il bordo
-
erto, quando lo stacco forma un angolo intorno ai 70° con il piano orizzontale della lama,
distruggendo l’originario bordo tagliente e formando un dorso più o meno spesso. Può
essere marginale o profondo.
-
sopraelevato od obliquo, soprattutto nelle lame di forte spessore, quando lo stacco forma
un angolo intorno ai 30-40° con il piano orizzontale della lama. Può essere sommario
quando lo stacco è molto largo, lamellare quando gli stacchi sono allungati, stretti e
245
paralleli, scalariforme o scagliato quando gli stacchi piccoli e corti si dispongono a
scalare.
-
piatto, quando sono staccate piccole schegge quasi parallele al piano orizzontale, in
genere formando un angolo intorno ai 10°. Il ritocco piatto può essere invadente, quando
si estende a gran parte della faccia del supporto, coprente quando si estende a tutta la
faccia e bifacciale quando è operato su entrambe le facce.
Per quanto riguarda la direzione degli stacchi il ritocco può essere continuo o lineare, quando
interessa tutto il bordo del supporto, discontinuo quando si limita solo a una parte (prossimale,
mesiale, distale), denticolato quando forma degli incavi lungo il bordo del supporto.
Per quanto riguarda la localizzazione delle zone ritoccate il ritocco può essere unifacciale se
interessa una sola faccia della lama, bifacciale se interessa entrambe le facce. Il ritocco
unifacciale può essere diretto quando interessa la faccia dorsale, inverso quando interessa la
faccia ventrale, misto quando interessa una parte del bordo della faccia dorsale e poi prosegue
sulla faccia ventrale, sempre dallo stesso lato, alterno quando interessa un bordo della faccia
dorsale e l’altro bordo lungo la faccia ventrale.
L’evoluzione dei processi di fabbricazione degli strumenti di pietra scheggiata dimostra che la
catena operativa dei gesti tecnici si allunga e diventa sempre più complessa, ma le innovazioni si
aggiungono senza che i gesti tecnici più antichi siano abbandonati. Le industrie litiche denotano
una notevole continuità tecnologica lungo un arco di tempo molto esteso e sono riconoscibili
fenomeni di filiazione e di concatenamento.
A parità di lunghezza del taglio utile ottenuto, gli strumenti si alleggeriscono progressivamente
dagli inizi del Paleolitico Inferiore fino al Paleolitico Superiore e al Mesolitico. Se gli strumenti
diventano sempre più piccoli e più leggeri, la lunghezza della parte utile dello strumento è
inversamente proporzionale alla diminuzione di volume. Nell’industria del ciottolo scheggiato
(Pebble culture, primo modo) da un kg di materia prima si potevano ottenere da 40 a 60 cm di
taglio utile, nel secondo modo con l’industria acheuleana caratterizzata dal bifacciale da un kg di
selce si potevano ottenere da 120 cm di taglio utile. Con il terzo modo, la scheggiatura
levalloisiana, si potevano ottenere da 2 a 4 m di taglio utile. Quindi dal primo al secondo modo
l’efficacia si raddoppia, dal secondo al terzo si triplica. Ma con la scheggiatura laminare (quarto
modo) nel Paleolitico Superiore da un kg di selce si poteva ottenere dai 9 ai 17 m di taglio utile e
con il Mesolitico, caratterizzato dal microlitismo, da 66 a 100 m di taglio utile.
246
In conclusione la sgrossatura consentiva di produrre uno strumento per ogni blocco di materia
prima e i prodotti di scarto erano molti, gli strumenti erano pesanti e poco specializzati per la
difficoltà di controllarne la forma finale e quindi multi-uso.
La scheggiatura laminare ha
permesso di ottenere strumenti più maneggevoli, una grandissima diversificazione degli strumenti
prodotti e una notevole economia nello sfruttamento della materia prima. Con la stessa quantità di
materia prima si ottenevano molti strumenti e si riducevano i prodotti di scarto, inoltre
utilizzando la lama come supporto e applicando diversi tipi di ritocco il controllo sulla forma
finale dello strumento era maggiore e si poteva quindi fabbricare strumenti di forma
specializzata, più leggeri e più maneggevoli.
L’analisi dell’industria litica utilizza diversi criteri:
-
tecnologico, per ricostruire la catena operativa ovvero la sequenza dei gesti tecnici che
hanno condotto al prodotto finale
-
funzionale, per stabilire a quale uso erano destinati gli strumenti prodotti
-
morfologico, la descrizione degli aspetti formali dello strumento senza tenere conto della
funzione, della tecnica utilizzata e della pertinenza culturale, allo scopo di definire dei tipi
e delle varianti. Tutte le principali classificazioni tipologiche delle industrie litiche, da F.
Bordes ad A. Leroi-Gourhan e a Laplace, hanno un approccio alla classificazione
tipologica puramente descrittivo, che tuttavia implicitamente tiene conto anche degli
aspetti funzionali e tecnologici.
La tipologia analitica di Laplace, la più utilizzata in Italia, prevede cinque entità tassonomiche
secondo questo schema:
Famiglie (gruppi
essenziali) (5)
Gruppi tipologici
elementari (14)
Bulini
Bulini
Grattatoi
Grattatoi
Strumenti
Troncature
Becchi
Punte a
dorso
Classi (39)
semplici
su frattura
su ritocco
frontali
a muso
carenati
Tipi primari
(85)
Tipi
secondari
247
differenziati a ritocco
erto
Foliati
Substrato
Diversi
Lame a
dorso
Dorsi e
troncature
Geometrici
Foliati
Punte
Lame
ritoccate
Raschiatoi
Schegge a
ritocco erto
Denticolati
Diversi
248
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