Tema 8/1: La morte • Miguel de Unamuno, Diario intimo

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Tema 8/1: La morte • Miguel de Unamuno, Diario intimo
TEMA 8: LA MORTE
UMANA
Tema 8/1: La morte
• Miguel de Unamuno, Diario intimo
II Quaderno (pp. 77-83)
III Quaderno (pp. 145-147)
© Patron, Bologna 1974, pp. 77-83; 145-147.
TESTI FILOSOFICI
MIGUEL DE UNAMUNO
Collana d iretta da
G
ia n fr a n c o
M
orra
DIARIO INTIMO
Traduzione e introduzione di
VERA PASSERI PIGNONI
%
PATRON EDITORE
BOLOGNA
II QUADERNO
Q u id dica m reus e t om n i confusione p ienus?
N on h abeo os loqu en di, n isi hoc tan tu m
V erbum : P eccavi, D om in e, peccavi: m iserere
mei, ignosce m ihi.
S ine m e pau lu lu m , u t p la n g a m dolorem
m eum , a n tequ am vadam a d terram ten ebrosam
e t o p erta m m o rtis caligine.
(Im. lib„ III, LII, 3)
* * *
Debbo vivere nel mondo ed in esso non si può
raggiungere la perfezione ascetica? Quella dell’intenzione
e del desiderio sì.
La vita degli stiliti era a perpetuo ammonimento ed e­
sempio. La verginità del monaco insegna all’uomo del
mondo la verginità del desiderio. La verginità è la virtù
specificatamente cristiana. (Harnack II, 10, 5). Bisogna
aver moglie come se non la si avesse e le ricchezze u­
gualmente.
L’esercizio della virtù della castità e della povertà tra
i monaci, gli eletti, è ciò che insegna alla cristianità ad
apprezzare ed esercitare queste virtù in spirito, non alla
lettera. Se non ci fossero coloro che vivono secondo la let­
tera della virtù per conservarne lo spirito, questo, alla fi­
ne, si perderebbe.
Cristo ci esortò ad imitarlo e chi oserebbe credersi un
Cristo, Dio da Dio, luce da luce?
Si dirà che il cavallo da corsa serve solo per le corse,
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II QUADERNO
però con i suoi incroci produce eccellenti cavalli da cac­
cia e mantiene la purezza della razza. Gli uomini spiri­
tuali con il loro spirituale itinerario mantengono la p u ­
rezza della cristianità.
Il monacheSimo im pedì che essa cadesse nella su ­
perstizione dei gentili nei secoli III e IV (Harnack, II, 9).
Considerando che ci sono uomini che vivono casta­
mente secondo la lettera e lo spirito, noi che siamo sciolti
dalla lettera dobbiamo dolerci di non saper guardare lo
spirito.
* * *
A[m}v Xeyco viuv, óc av arj óeè,rjtai zrjv fiaodeiav rov
fìeov (bg Tcaiòiov, ov [ir] EioeXevoeTai eig avvrjv.
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mento, per me ancora nascosta e che mi si riveli nel rice­
verlo?
Cum humilitate et patientia expecta caelestem visitationem: quoniam potens est Deus ampliarem tibi redona­
re consolatìonem.
La superbia peggiore, quella celata, nascosta, chiusa,
è quella che mi porta ad accettare tutta l’esteriorità, a
compiereì tutto quello che il popolo fedele compie, a ri­
spettare il suo credo, a pregarlo con esso, riservandomi
di comprenderlo in un mondo che ritengo più elevato,
prendendolo come simbolo, cercandogli nell’alta mistica
più profondo significato.
Ancora non ho la legge e voglio lo spirito.
Resisto a ricevere come un bam bino il regno di Dio.
* * *
(M ar. X, 15)
Della morte.
* * *
Come lo riceve lei, con semplicità, come un bambino,
senza complicazioni psicologiche.
Come Gesù si presentò al tempio per la circoncisione,
per umiltà, sottomettendosi alla legge, io penso di do­
vermi avvicinare alla comunione.
Però l’andare così, senza fede nel sacramento, non
per altra ragione che l’omaggio alla legge, accettandolo
come un santo simbolo, non sarebbe un sacrilegio e fru t­
to della più raffinata superbia?
L’umiltà dell’obbedienza non si soddisfa con l’obbe­
dienza né di atto né di volontà, ha bisogno della mente.
Non debbo obbedire alla legge fino a credere in essa co­
me il popolo: è una comunione di menzogna. Più che
credere, voglio credere.
Tuttavia, non potrei forse avere una fede nel sacra­
Tristezza di svegliarmi di notte e trovarmi con una
mano addorm entata. Mi affretto a muoverla e a toccarla,
preoccupato di averla m orta e secca e che la morte
giunga attraverso di essa.
Terrore della notte in cui mi svegliai di soprassalto
con le palpitazioni.
Follia che tempo fa mi veniva in mente, l’im mortalità
per intensità.
Alcuni vivono in un tempo determ inato più di altri;
costui vive in quattro anni più di quello in venti, vita più
varia e in questo modo si può arrivare a vivere u n ’eterni­
tà in intensità in un tempo limitato, poiché ogni estensio­
ne è infinita, in quanto contiene infinite parti.
Sì, però, seguendo la metafora, è infinita nel nulla,
1Nel m anoscritto questa parola è sottolineata due volte.
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contiene infiniti zeri. Vanità di vanità. Non in questo
cam biam ento e varietà, bensì neH’immobilità della fede e
della grazia, sta l’eternità della vita.
E lo svegliarsi di notte e dirsi: Sarò vivo? Sarò morto
e la mia esistenza continuerà d ’ora in poi nello stare eternam ente come ora, qui, in questo modo, così giacente,
solo con me stesso e con i miei pensieri, per sempre, sem­
pre, sempre? A che serve in più l’inferno? Se si prende
infatti un uomo in un qualunque momento della sua vita,
quello che egli crede il più felice, e gli si fa credere che
quel momento sarà reso perm anente ed eterno, man m a­
no che esso si arresta, vedrà in esso l’inferno.
G ran conforto sarà a volte trattenere il tempo e ren­
dere fisso un momento passeggero del flusso del tempo.
Però, se questo conforto si prolungasse per sempre,
giungerebbe ad essere il nostro maggiore tormento.
Parlando del momento estremo della morte, dice il
maestro G ranada: “tornare indietro è impossibile, andare
avanti è intollerabile, fermarsi così non ti è concesso:
dunque, cosa farai?” .
Terribile mistero quello del tempo! Quando saremo li­
beri del tempo, del tempo irreversibile e irreparabile?
Se all’improvviso, mentre siamo sani, vedessimo che
stiamo perdendo la vista, che gli oggetti ci si cancellano,
che le tenebre avanzano, non ci prenderebbe il terrore? E
il morire che cosa ha a vedere con il restare cieco? E la
mente stessa che concepisce il mio ottenebram ento si ot­
tenebrerà e, mentre più oscuramente lo concepisce, a t­
territi per questo graduale indebolimento di percezione,
segno certo della propria fine, vorremmo resistervi, come
colui che, vinto dal sonno, cerca di dominarlo e apre gli
occhi. Chi abbia esperim entato cos’è la lotta con il son­
no, intravvederà ciò che deve essere il lottare con la m or­
te. Voler parlare e non potere, voler alzarsi e le gambe
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non ti obbediscono, volerci fare forza e dominare il male
e sentire la forza che ci manca.
Vedere un moribondo assopito, che non parla né
muove membro né dà altro segno di vita che il respiro.
Forse sai se in lui si combattono tremende battaglie ed egli soffre di non poterlo esprimere o non ha forza per
esse?
Perché succede che i suoi sentimenti e le sue idee non
abbiano sufficiente vigore per esprimersi però, restando
soli in un corpo finito, lo riempiano tutto come le stelle
che riempiono il cielo quando il sole si spegne.
Gli spettatori non sanno ciò che accade nell’ultimo istante e, poiché questo è unico e nessuno è tornato a rac­
contarcelo, non ne sappiam o nulla. E dell’unico che non
abbiamo esperienza: si muore una volta sola. E non vale
forse la pena di vivere per questo unico atto? vivere per
morire?
Non si deve pensare a ciò, si dice: se ci mettessimo a
cavillare sulla morte, la vita si farebbe impossibile.
Bisogna pensarci, poiché, se conoscere la malattia, è
il principio del rimedio, e se la morte è la m alattia
dell’uomo, conoscerla significa cominciare a porvi rim e­
dio. Quando questa idea della morte che oggi paralizza le
mie fatiche e mi sommerge nella tristezza e nell’impo­
tenza, sarà essa stessa a spingermi a lavorare per l’eterni­
tà della mia anima e non per im mortalare il mio nome
fra i mortali, sarò guarito.
* * *
[Jojg òvvaofìe v/xsig morevocu, òo^av jm ga aXXr)X(ov
Xa/ipavov'Cf-Q, y.ai vrjv òo^av vrjv naoa xov iiovov fteov ov
gt]V£LTS.
(Gv. V, 44)
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Nel sonno del mondo è tutto un carnevale di reciproci
incensamenti, un dare gloria per ricevere gloria e dichia­
rare immortale questo o quell’uomo.
Conoscendo il mio cambiamento, alcuni mi hanno
detto: Passerà, non è altro che effetto di fatica mentale, è
eccesso di lavoro. Sono arrivato a crederlo io stesso.
Così Festo disse a San Paolo: (At., XXVI, 24) Sei
matto, Paolo: il troppo studio ti fa impazzire: ma egli
disse: Non sono matto, eccellente Festo, bensì dico parole
di verità e di pace. E se fossi pazzo, sarebbe la santa paz­
zia di Cristo. M agari ne soffrissi!
* * *
Della morte.
Se si annunciasse la fine del mondo per un giorno
qualunque da qui a cinquanta anni, in che stato ca­
drebbero gli spiriti? Per ciascuno di noi, infatti, la morte
è la fine del mondo, allora il sole si oscurerà per noi, tu t­
ti i suoni ammutoliranno, tutte le cose si scioglieranno
nel nulla.
* * *
È un cattivo sintomo certa affezione alle opere misti­
che e alla speculazione mistica e allontanamento dalle ascetiche.
È l’atteggiamento del maledetto intellettualismo. Non
si può giungere alla mistica senza passare per l’ascesi e
per il suo tram ite e, se non passiamo da questa in quella,
dobbiamo fermarci. Questa è l’umiltà.
Altra cosa è prendere la mistica come curiosità.
* * *
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L’uomo ideale del razionalismo è l’uomo autom a per­
fettamente adattato all’ambiente. Tutti i suoi atti sono ri­
flessi e poiché non c’é alcun rapporto fra il suo interiore
processo psichico e il processo esteriore o cosmico, non
c’è coscienza.
Il sentimento, l’amore, la volontà, è uno stato di co­
scienza, un momento rappresentativo, u n ’idea.
* * *
La religione naturale, il deismo, il panteismo porte­
rebbero alla superstizione o al feticismo esteticista. Rotta
l’unione fra il divino e l’umano, intellettualizzato Dio, la
necessità di viva comunione con lui si farà sentire.
V. Harnack, II, 18 - Le epoche di deismo sono le epo­
che di superstizione.
* * *
Il razionalismo storico (Renan) propende a non vede­
re altro che l’um anità di Gesù, un uomo buono, perfetto,
un genio, il maggiore di tutti, senza rilevare che un uomo
buono e perfetto è un Dio. E il razionalismo idealista ri­
duce il Cristo ad un Verbo platonico o piuttosto alessandrino, a un puro concetto.
Solo la fede semplice unisce i due estremi e vede nel
Gesù storico il Cristo divino, il Redentore e il Verbo.
Bisogna immaginarsi dal vivo la Sacra Passione. Là nella
gloria, sottomesso tutto al Figlio, il Figlio medesimo si
sottom etterà al Padre ed Egli sottom etterà tutto e tutto
sarà in Dio. Il panteismo indica una vigorosa aspirazione
a Dio, è il desiderio corrotto della gloria.
E rit sicut dii, così il demonio tentò i nostri progenito­
ri. Essere Dio, questa è l’aspirazione dell’uomo. E Dio si
è fatto uomo per insegnarci come noi dobbiamo farci
I l i
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vettero dirle, per tranquillizzarla, che non c’era l’inferno.
Poverina! Come si spense come una candela! Quando la
vidi, non si sapeva se veniva dal sepolcro o vi andava, se era una appena resuscitata o una moribonda.
Come mai, nel medesimo tempo e senza comunicare
fra noi, Leopoldo ed io abbiamo sentito la stessa cosa? La
nostra amicizia non è per caso voluta dalla provvidenza?
* * *
Morte.
Quando uno è tisico, la sua famiglia evita di dirglielo e
cerca con tutti i mezzi di ingannarlo per non dirgli che gli
restano un anno, mesi di vita. Contiamo su di essi? Q uat­
tro, cinque, dieci anni valgono più di uno? Non siamo tisi­
ci?
Pochi pensano alla tabella della m ortalità e alla vita
probabile che gli resta: poiché siamo tutti condannati a
morte. Sì, contannati tutti a morte.
Se tutti gli uomini fossero immortali tranne alcuni po­
chi, quale non sarebbe la disperazione di costoro? Rendia­
moci allora conto che gli altri sono immortali e noi no.
Perché essi m oriranno per loro e, se muoiono dopo di noi,
non moriranno. Quanti debbono morire dopo di te, sono
per te come se fossero immortali, nel caso che non ci sia
un’altra vita, perché, morto tu, che differenza c’è, che gli
altri ti debbano seguire o no? Per il fatto stesso che tutti
moriamo, non penetriamo tutto il senso del morire. Il
“tutti dobbiamo m orire” attenua e cancella il terribile
“debbo m orire” ; sembra che il discorso, estendendosi e fa­
cendosi da individuale a universale, si faccia più astratto,
più freddo, più matematico, meno tangibile e vivo e reale.
Si dice “tutti moriremo” come si dice che i tre angoli di un
triangolo equivalgono a due angoli retti, come se ciò non
portasse alla nostra vita una trem enda realtà.
io
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III Q U A DERNO
L’immaginazione provvede ad ingannarci, e poiché ci
rappresentiamo il mondo che continua ad esistere dopo la
nostra morte, non pensiamo che questo mondo che noi ci
rappresentiamo come sopravvivente, non cessa di essere una rappresentazione che m orirà con noi e che così il m on­
do, il nostro mondo, term inerà quando noi termineremo e
che, se non c’è un’altra vita, la nostra fine è la fine del
mondo.
Triste conforto che, morti noi, il mondo continuerà e
vivranno i nostri figli e le nostre opere! Triste conforto se,
morendo, moriamo del tutto ritornando al nulla. Non con­
forto, bensì sconforto e disperazione. E in cambio, idea af­
fascinante se aspettiamo un’altra vita!
Non c’è che un supremo problema morale e pratico,
quello dell’oltretomba. Se è il nulla il mondo che tu im m a­
gini sopravvivere a te, non cessa di essere u n ’immaginazio­
ne tua che m orirà con te.
Chi avrebbe non parole bensì sensazioni calde e vive
trasmissibili per comunicare agli altri l’emozione della
morte!
Abbiamo l’esperienza della morte se non c’è un’altra
vita e questa esperienza è quella del sonno profondo. M o­
rire sarebbe allora dormire per sempre. E perché noi dor­
miamo con tanta ansia? Perché aspettiamo di svegliarci.
Però, prova una notte ad im m aginarti fortemente che non
ci si possa più svegliare e vedrai quello che diventa il tuo
sonno e, per quanto poca immaginazione tu abbia, che co­
sa è l’orrore.
Deve essere tremendo sentire il sonno che invade la vi­
ta e lottare per resistergli, sentire che gli occhi si chiudono
e noi ci ostiniamo a tenerli aperti, che la testa se ne va e
facciamo sforzi disperati per fissarci sulle cose e in questi
sforzi la esauriamo di più e la condanniamo di più allo
svanimento.
Im m aginati più vivamente che puoi di restare im­
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provvisamente cieco e poi, quando stai consolandoti della
tu a cecità con le impressioni degli altri sensi, di restare
sordo, e di perdere poi il tatto, l’olfatto, il gusto e persino
la sensazione dei tuoi stessi movimenti, restando una cosa
inerte, a cui non è possibile neppure il suicidio perché non
può servirsi di se stesso. Ti restano ancora i tuoi solitari
pensieri, la tua memoria, puoi anche vivere nel tuo passa­
to. Però, ecco che persino i tuoi pensieri cominciano ad
abbandonarti e, privato dei sensi, non puoi sostituirli né
rinnovarli e ti si vanno sciogliendo, ti si svaporano e resti
con la m era coscienza di esistere e alla fine perdi persino
questa e resti solo, completamente solo... no, non resti
poiché sei nulla. E neppure ti resta la coscienza del tuo
nulla.
* * *
“ Dormo però il mio cuore veglia” , dice la Sposa del
Cantico dei Cantici. Così è accaduto alla mia anim a in
questi anni, dormiva, però il suo cuore vegliava e me l’ha
ridestata.
* * *
Sì, ho cercato sempre di agire bene, e il bene che ho
potuto fare agli altri mi ha m eritato la grazia di ritornare
in me e di ridestarmi. Il buono, il divino che c’è in me, co­
me in tutti, mi ha spinto a m ettere la mia penna e la mia
parola al servizio di cause nobili: però quanto vi è in me di
umano, o meglio di diabolico, mi teneva immerso in una
raffinatissim a forma di orgoglio, in un orgoglio interio­
rissimo e segreto, conservato gelosamente per me solo, in
un intimo compiacimento di me stesso e della mia opera,
in una vera m asturbazione spirituale. Ecco l’origine di cer­
te durezze e aridità.