Saggistica Aracne - Medicalinformation.it

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Saggistica Aracne - Medicalinformation.it
Saggistica Aracne
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Augusta Morelli
Un acuto nel silenzio
Giacomo Lauri Volpi
Copyright © MMX
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, 133/A–B
00173 Roma
(06) 93781065
isbn 978–88–548–3617–4
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: novembre 2010
Indice
7 Prefazione
Perché un libro sul tenore Giacomo Lauri Volpi
9 Capitolo I
Come nacque il nostro rapporto epistolare
1.1. Luci e ombre – 1.2. Ricordi e commenti di Giacomo Lauri Vol­
pi – 1.3. In arte Giacomo Lauri Volpi – 1.4. Ritratti – 1.5. «Gli anni
mi pesano» – 1.6. Scusi, Lei chi è? – 1.7. L’ultima lettera – 1.8. Come
ricevetti la notizia della sua morte – 1.9. Che dire?
33 Capitolo II
Passaggi della sua vita d’artista
2.1. Infanzia e prima giovinezza (1892–1921) – 2.2. La carriera arti­
stica (1921–1928) – 2.3. La celebrità (1928–1939)
93 Capitolo III
Due vite che si incontrano
3.1. 1949. Dopo la guerra – 3.2. 1952–1956 – 3.3. 1957–1959 – 3.4.
1964. Giacomo usciva dalle scene del suo amato Paese – 3.5. 1970.
Un anno infelice – 3.6. 20 novembre 1975. Muore mio padre
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Indice
123 Capitolo IV
Ricordi e commenti
4.1. Franco Corelli in visita al buen retiro – 4.2. Maria Callas – 4.3.
I grandi autori del periodo verista – 4.4. I giovani e il teatro lirico
– 4.5. Cinquantesimo della morte di Giacomo Puccini – 4.6. Gia­
como Lauri Volpi e la politica – 4.7. Nel centenario della nascita di
Arturo Toscanini – 4.8. Domenica 18 marzo 1979
139 Appendice fotografica
Prefazione
Perché un libro sul tenore Giacomo Lauri Volpi
Giacomo Lauri Volpi, considerato fra i più grandi tenori di tutti
tempi, è stato dimenticato.
Oggi, quando si vuole paragonare un personaggio lirico a una
voce d’altri tempi, si cita esclusivamente Caruso. Ciò è inconcepibi­
le, se soltanto si pensa che Lauri Volpi aveva una voce potentissima,
capace di estendersi dal fa naturale contrabbasso al fa naturale so­
pracuto, padrone assoluto di tre ottave di vibrazione.
Questo libro nasce dal mio desiderio personale di ricordarlo come
artista e come persona.
Era nato da una famiglia povera in un piccolo paese del Lazio, La­
nuvio; autodidatta, con applicazione durissima e severissima disciplina,
Giacomo seppe arrivare alla gloria nel mondo raffinato e selettivo della
musica lirica, lavorando con tutti i più grandi musicisti del suo tempo,
tra cui Puccini, Toscanini e Mascagni. Amò l’Italia profondamente, ma
purtroppo non ne fu riamato con altrettanta passione; negli anni diffi­
cili del fascismo, la sua arte fu la vera ambasciatrice all’estero del nostro
Paese.Tutto questo emerge distintamente dalle lettere della nostra cor­
rispondenza, che mi accingo a condividere con i miei lettori.
Mio padre fu il suo più intimo ed affezionato amico. Da adole­
scente, con le sue pittoresche vesti di scena, Giacomo entrò nella
mia fantasia.
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Un acuto nel silenzio
Da giovane adulta, invece, cominciai ad interessarmi a lui ben
oltre i suoi personaggi; ero curiosa di conoscere la natura di quell’ar­
tista straordinario che riusciva ad emozionarmi tanto; volevo sapere
che genere di uomo si nascondesse dietro alla capacità di rappresen­
tare tanti eroi diversi, spesso contrastanti, tutti però accomunati da
forza e determinazione.
Incoraggiata da mio padre, cominciai a scrivergli. Il nostro rap­
porto divenne molto intimo e sincero, e scoprii delle doti di Giaco­
mo insospettabili: la profonda conoscenza dell’animo umano, una
cultura straordinaria che egli viveva sinceramente, facendone una
guida per la sua arte e la sua interiorità, una generosità nobile e si­
lenziosa, un uomo dagli affetti delicati e profondi.
Tutto questo mal si accorda con le accuse che in vita lo descrisse­
ro come un “divo” capriccioso e prepotente, rivoltegli da una stam­
pa ed un mondo lirico invidiosi e superficiali.
Nell’intento di restituire a tutti questo personaggio straordinario,
voglio condividere quello che mi ha dato, per ricordare un grande
italiano altrimenti destinato all’oblio.
Perché la storia ci insegna che il progresso contiene ciò che di
importante appartiene al passato.
Capitolo I
Come nacque il nostro rapporto epistolare
1.1.Luci e ombre
Ero una giovanetta alla quale il padre imponeva, ogni tanto, di
recarsi al Teatro dell’Opera di Roma.
Giacomo Lauri Volpi lo conobbi così, dalla cosiddetta “picciona­
ia” del teatro.
Mi lamentavo perché vedevo i personaggi troppo lontani. Ma mio
padre sosteneva che quello era il posto dove si sentiva il vero calore
della gente, che inveiva o applaudiva determinando il successo o l’in­
successo dell’opera.
Non posso nascondere che, data l’età, avrei preferito non addor­
mentarmi su quella sedia tanto rigida. La sofferenza di mio padre
era tale, nel vedermi disattenta, che non riusciva a capacitarsene.
Allora, poveretto, cercava di coinvolgermi in tutti i modi. Ogni tan­
to mi svegliava da quel torpore musicale, per raccontarmi la storia
dell’opera, nella speranza che riuscissi, attraverso le sue spiegazioni,
a capire meglio quella tale melodia.
Volevo molto bene a mio padre, dunque decidevo di recitare la
parte della persona interessata. Subito vedevo il sorriso nascere nel
suo sguardo. Non avevo però messo in conto che, da quel momento,
non mi sarei più salvata. Più tardi capii che ne era valsa la pena, per­
ché oggi amo molto la musica e, in particolare, quella lirica.
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Un acuto nel silenzio
Giacomo Lauri Volpi non seppe mai quale tormento aveva provo­
cato nella mia mente.
Una volta, annoiata e refrattaria a qualunque cosa mi si diceva,
finsi di interessarmi ai buffi vestiti che indossavano i personaggi.
Mio padre si dimostrò molto contento. E si mise a spiegarmi det­
tagliatamente ogni particolare.
Un’altra volta, invece, rimasi molto irritata quando sentii il pub­
blico urlare per una nota che non aveva raggiunto l’esito sperato,
mentre, un minuto prima, tutti si erano alzati, battendo fragorosa­
mente le mani.
All’interno di quella scatola esplosiva che si chiama “piccionaia”,
succedeva di tutto: i commenti erano urla, l’euforia sembrava un
ronzio di mille api messe insieme. Non riuscivo a rendermi conto
del perché si arrivava a una tale asprezza di sentimenti nei confronti
di quel malcapitato artista.
1.2.Ricordi e commenti di Giacomo Lauri Volpi
Quel senso di ingiustizia, che pian piano imparai a non soppor­
tare, crebbe così tanto dentro di me che mi indusse a informarmi, a
crearmi davvero una piccola cultura su quel mondo.
Mio padre ne fu oltremodo felice e mi invogliò a scrivere a Giaco­
mo perché, secondo lui, avrei apprezzato e capito meglio con quan­
ta abnegazione, dedizione, e in alcuni momenti sofferenza, l’artista
doveva sostenere il difficile ruolo di un personaggio d’opera.
Inviai la prima lettera tremando dalla paura. Invece Giacomo mi
rispose con pacata tenerezza. Il segreto me lo svelò lui stesso: «Co­
nosco ogni cosa della tua vita, perché il mio grande amico me ne
ha fatto partecipe». Dopo questa rivelazione, presi molto coraggio,
fino al punto di chiedergli se potevo scrivere un libro verità su di lui.
Restai in attesa della risposta terrorizzata, pensando di aver osato
davvero troppo.
1. Come nacque il nostro rapporto epistolare
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Invece, mi rispose soltanto: «Perché?».
La sua vita mi incuriosiva. Avevo voglia di scoprire i suoi sacrifici,
le sue sconfitte, le sue vittorie, insomma i suoi segreti.
Tu hai visto in scena e hai udito questa voce insurrezionale fin dai verdi anni
della tua adolescenza. Tuttora, ti senti animata dalle rimembranze. Forse, allora,
rimanesti colpita dall’immagine canora del principe ignoto o di Manrico? Anche
la principessa Maria di Savoia mi scrisse, ormai è trascorso qualche anno, che
sempre le è rimasta nella memoria la figura di Radames e lo squillo di quella voce
nella celeste Aida. L’animo romantico dell’eterno femminino idealizza i perso­
naggi scenici, in virtù della visione poetica dell’esistenza. Tu, cara Augusta, hai
perfettamente ragione nel ritenere che io ho ricreato in me i personaggi della
finzione scenica. Tu hai capito ciò che i critici non hanno saputo, avendo soltanto
rilevato le interpretazioni vocali registrate nei dischi, tutt’altro che fedeli.
Dunque, se scriverai ciò che ti proponi, hai già un’idea concreta di questo ve­
terano artista, di cui tu senti l’affinità elettiva così eloquentemente espressa nel
romanzo goethiano.
Pur avendo avuto la conferma di poter parlare tranquillamente
con lui, restai comunque ancora più sorpresa quando, nella succes­
siva lettera, mi confermò il suo entusiasmo: «Sì, risponderò ai tuoi
quesiti non solo a viso aperto, ma pure a cuore aperto, affinché il
tuo futuro libro risulti palpitante e strenuamente sincero. Stai bene,
cara, e procura di non stancare la mente nell’assidua ricerca di nuovi
orizzonti».
Cominciai svelandogli i miei segreti, interessandolo con i turba­
menti di una donna giovane, alla ricerca della sua libertà.
Dalle sue parole emergeva un sotterraneo disappunto verso quelle
persone che non conoscevano né giustizia né rispetto verso gli altri.
In me, invece, il desiderio di conquistare serenità aveva prevalso
quasi su tutti gli aspetti della vita. Gli scrissi. Mi rispose:
Tu, Augusta, hai una sola aspirazione: trovare serenità. Per serenità io intendo
armonia, la quale non si raggiunge se non con il dominio dello spirito sull’anima,
la quale per la stessa natura umana decaduta, è assai proclive a servire più il corpo
che la mente. La libertà è il risultato di quell’armonia, e non è mai sicura finché
l’anima non si senta idea di Dio in Dio. Ma l’itinerario per raggiungere la piena
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Un acuto nel silenzio
coscienza di sé è lungo e doloroso, e oggi come non mai, dato il materialismo
bestiale che aggredisce l’umanità in ogni strato sociale.
Insistetti sull’argomento: «Quale sistema potrebbe svelare il se­
greto per diventare liberi dentro di noi?».
Nessun sistema filosofico ha risolto il problema. I teologi trattano del libero arbi­
trio con nebulose espressioni e ci fanno sempre responsabili delle nostre azioni,
evitando di alludere alle influenze ereditarie, alla pressione di circostanze e di
ambienti. I penalisti, come Ferri e Lombroso. Il fatto è che persino i santi peccano
sette volte al giorno. E la chiesa esorta i fedeli a invocare la grazia divina, l’unica
arma efficace contro le strapotenti alleate: il mondo (la società), il demonio (il
genial male), la carne (l’attrazione istintiva tra i sessi). Che può fare una povera
anima, sola e disarmata? Siamo circondati da un mistero enorme, con tutte le
migliori intenzioni non possiamo sottrarci a una certa predestinazione.
Si è detto che la vita è un “non senso”; sì sto vivendo da tanti anni, e mi sembra
di non essere mai vissuto. Contemplo le varie fasi della mia esistenza come uno
spettatore davanti a uno schermo.
Come tapini, oserei affermare che, alla fine, ogni uomo confessa di aver tutto sba­
gliato. Se ti raccontassi numerosi episodi della mia esistenza, dall’orfanatrofio alla
vita in collegio, in trincea, sulla ribalta, ti daresti conto che nelle vicende umane
opera una realtà trascendentale che sconcerta. Come vedi ti parlo in piena since­
rità. Nella vita ho debellato inimicizie strapotenti. Ma fin dal ginnasio pensai al
famoso motto Facere et pati fortia romanurn est, lottare, rafforzare il carattere per
vincere. Mi ascolti?
Sì, ero pienamente d’accordo. Però non è facile attuare ciò che
riteniamo ragionevole.
A quei tempi, poi, mi sentivo come un pesciolino appena pescato,
che tenta di tornare al mare. Ma anche il maestro mi sembrava cadu­
to in una rete, forse la mia.
La televisione italiana mi fornì lo spunto per chiederglielo; aveva
mandato in onda, in versione integrale, l’Otello di Verdi con la regia di
Franco Zeffirelli, e la direzione musicale del maestro Carlos Kleiber.
Mi dilungai a parlare di Domingo, la cui voce, per la difficoltà dei
toni, non mi era sembrata del tutto adatta a quel tipo di opera, men­
tre ero rimasta affascinata dal temperamento e dalla efficacissima
interpretazione.
1. Come nacque il nostro rapporto epistolare
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Mi rispose :
Brava, ti riveli una terribile e lucida critica melodrammatica. Hai perfettamente ra­
gione. Il protagonista dello spettacolo scaligero non ha voce verdiana per rappre­
sentare il personaggio che incarnò, primissimo, un tenore squillante come Buccina
di Guerra, che si chiamava Tamagno. Ma questi, se ha la voce adatta alla parte
eroica, non ha le mezzevoci necessarie al duetto d’amore, al monologo, alle sfuma­
ture dell’ultimo atto, quando, pugnalatosi, evoca la bellezza di Desdemona come
un sogno!
Ebbene, Domingo, ai tempi di Verdi, sarebbe stato un tenore di seconda catego­
ria. Proviene dalla classe baritonale e non può scattare, insorgere, svettare con
voce tagliente, insurrezionale. La Scala ha sfoggiato regia, scene, voci collettive
allo scopo di far passare in seconda linea le voci primarie, appunto perché non
disponeva dei tre protagonisti capaci di assolvere il loro compito.
La Freni si è dimostrata del tutto impari nella parte, per essere un soprano essen­
zialmente lirico; il baritono sembrava un ciarlatano. Iago deve essere insinuante,
tortuoso, fluido. Maurel, il primo Iago, non esibiva facoltà vocali clamorose, ma
sapeva modulare con perfidia una voce comune ma perfettamente appropriata al
carattere del bifido personaggio.
Il suo giudizio si dimostrava altrettanto severo quando si trattava
di criticare se stesso. Tanto che la preparazione per interpretare un
personaggio, diventava esasperante e sofferta.
Sicuramente era necessaria una forza d’animo eccezionale, e lui
l’aveva!
Mi domandi se siamo sempre coscienti di “essere”. No. Quasi sempre si agisce
per riflessi condizionati. Feci circa quattro anni di guerra e di armistizio, e dedicai
quarant’anni alla ribalta lirica. Ebbene, ti confesso che non mi riconosco soltanto
trincerista né personaggio scenico. Per questa ragione ti dissi una volta, che non
so di essere vissuto: di essere io. Quando ci penso, oggi, mi vedo irriconoscibile e
mi sento tradito, deluso. Goethe parla chiaro «Ogni mortal mister gustai: l’amore
della vergine, l’amore della dea. Ma il real fu dolore, e l’ideal fu sogno». E Cal­
deròn avverte: «La vida es sueño, y los sueños, sueños son». Cosi è. Però v’ha un
conforto. Nei momenti assoluti, dobbiamo persuaderci che ognuno di noi è un
l’idea di Dio in Dio e che l’uomo e tutte le sue cose, alla fine dei tempi, al termi­
ne dell’evoluzione cosmica, Dio sarà tutto in tutti (Deus omnia in omnibus), mi
spiego?
Parlavo spesso di lui con mio padre, che era suo grande amico.
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Un acuto nel silenzio
Risultava così schivo, così pieno di umano pudore, così porta­
to per la vita semplice, così proteso a nascondere anche le sue doti
migliori che, a conoscerlo bene, il ruolo artistico poteva sembrare
perfino una costrizione. Invece, anche attraverso l’arte, Lauri Volpi
esprimeva se stesso.
È vero che parlava di sé con toni enfatici, perché considerava la
sua voce un miracolo, ma è anche vero che, nella vita privata, era un
uomo completamente diverso.
So che la mia voce illuminò la tua anima adolescente, rammemorando tu la ma­
gica atmosfera della Turandot a Caracalla; la favola del Gozzi che forse influì nella
tua decisione di scrivere fiabe per diletto di fanciulli e di adulti. La Turandot ri­
mane una delle opere da me preferite perché Puccini scrisse la parte del principe
ignoto pensando alla mia voce. La sfida tra gelo (Turandot) e fuoco (Calaf ) esige
temperamenti di straordinaria passionalità e voci sferzanti, pronte allo scatto e
allo squillo.
A volte, pensando a lui, rivedevo la sfarzosa scenografia della Turandot; risentivo la sua voce salire fin sulle gradinate più alte delle
Terme di Caracalla, prima sommessa (“Non piangere Liù, se in lon­
tano giorno”), poi avvincente e persuasiva (Nessun dorma), e infine
potente (“all’alba vincerò, vincerò, vincerò”) rompere ogni indugio
per disperdersi nelle tenebre della notte.
Avevo a mia disposizione tanti articoli e recensioni scritti da noti
giornalisti. Ritenni opportuno che alcuni brani di essi potessero as­
solvere al compito che mi ero proposto: quello di scrutare il suo
pensiero.
Il grande scrittore Giovanni Papini, per esempio, lo definì «Il pri­
mo originale creatore della filosofia del canto rivelatrice dei più alti
misteri della voce umana», mentre A. Paglialunga si dilungò soste­
nendo che «Giacomo Lauri Volpi non era soltanto quel grande arti­
sta che tutti conoscevano e che aveva lasciato un segno particolare
nel teatro lirico con interpretazioni che facevano testo, ma era anche
un uomo di cultura, un filosofo appunto e un autentico cristiano che
non faceva mistero della sua fede».
1. Come nacque il nostro rapporto epistolare
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Anche la Chiesa, nel nome di alcuni suoi rappresentanti, gli rico­
nobbe queste doti.
Il cardinale Cento, in una lettera all’autore, affermò che i libri di
Lauri Volpi colmavano una lacuna nella bibliografia cristologica.
Cresciuto alla scuola dei Padri Gesuiti, percorsi gli studi classici,
rimase, pur attraverso le esperienze ben note della sua attività artisti­
ca, un innamorato del pensiero socratico. Alla sua crescita interiore
mancò la nascita di un figlio al quale avrebbe potuto lasciare il dono
prezioso della sua caleidoscopica esperienza. Forse scrivere tanti ar­
ticoli e libri aveva riempito quel vuoto?
Avevo da poco finito di leggere Lettera ad un bambino mai nato di
Oriana Fallaci, dove l’autrice descrive lo stato d’animo di una don­
na che parla e interroga il bambino che ha in grembo, nella quasi
segreta speranza di essere aiutata da lui, nella decisione che non sa
prendere da sola.
Cara e gentile Augusta, mi rispose, mi chiedi quali sono i motivi che m’indussero
a scrivere Voci parallele, La voce di Cristo e Misteri della voce umana. Si tratta di un
trittico in cui analizzai il verbo canoro nell’uomo, e il verbo divino nel Cristo Stories. Per essere io un miserabile tenore, i critici letterari del mio Paese non si sono
degnati di leggerli, mentre l’Unione Sovietica ha pubblicato la traduzione del pri­
mo libro nella lingua di Tolstoj e Dostoevskij: un onore immenso per l’autore,
che il traduttore russo chiamava “cavaliere divino del bel canto”.
Quanto all’incisione dei miei dischi, debbo dirti che, nel registrarli non ho inteso
esprimere il massimo di me stesso, perché non ho mai avuto fiducia nelle capacità
degli apparecchi tecnici di riprodurre le vibrazioni fisiche e spirituali della mia
voce. Il tecnicismo è la morte dell’anima.
Mi sembrò, con tutta franchezza, una risposta mutila. Non con­
tenta, rifeci la domanda, appigliandomi all’imperante femminismo,
il cui argomento principe era l’aborto, nelle sue sfaccettature.
Giacomo fu molto incisivo:
Credo che le riflessioni della scrittrice, atea confessa, non debbano influire sul tuo
spirito. Come si può discutere sulla vita negando l’esistenza del Creatore della
vita. Io non ho avuto figli, né sono donna per rispondere ai quesiti della mater­
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Un acuto nel silenzio
nità. Le femministe si agitano a vuoto, e contribuiscono a rendere confusa la
situazione regnante nei rapporti dei sessi. Il cerebralismo porta la donna fuori
della sua sfera di attività organica, propria del suo sesso. Senza l’armonia di tutte
le facoltà, non è facile condurre felicemente a termine la gestazione. Il feto risente
di tutte le anomalie della gestante.
Penso che oltre i 35 anni di età, la donna non sta nelle migliori condizioni di ge­
nerare. Del resto, l’erotismo truculento della moderna società permissiva logora
i corpi innanzi tempo, e distrugge i valori poetici del connubio.
Hai ragione tu, asserendo che la stessa chiesa fa da Pilato nel trattare lo spinoso
problema genetico. Stiamo in pieno caos nemico del cosmos che vuol dire ordine
inalienabile, perenne.
L’uomo vuole bruciare le tappe della evoluzione. Non comprende che ci trovia­
mo solo agli inizi. La vanità e la curiosità sospinsero Eva a cercare il male. Le
conseguenze sono alla vista in tutti i campi, cara Augusta.
Lascia stare quella Fallaci di nome e di fatto. E volgi la mente alla perfezione idea­
le dell’essere, e ricorda Kant: «Due cose grandi ha l’uomo: il cielo stellato di sopra
e la legge morale di dentro».
Dalle lettere che ci scambiavamo, dalle mie in cui manifestavo
poco a poco i miei abbagli, la mia dedizione a lui, e dalle sue, sempre
più ingiuntive, potevo capire che ormai ero diventata una sua allie­
va, avevo conquistato la sua fiducia e il suo affetto.
1.3.In arte Giacomo Lauri Volpi
Col doppio nome Lauri Volpi, Giacomo nacque artisticamente il 3
gennaio 1920, cantando al Costanzi di Roma la Manon di Massenet.
«Aggiunsi al cognome quello di Lauri come doppio augurio: mi
ricordai la favola di Dafne che, sfuggendo alle brame di Febo–Apol­
lo, venne trasformata in alloro».
Gli chiesi come affrontava il vasto pubblico, sempre pronto a fi­
schiare se una nota non era ben intonata.
Li affrontavo con la certezza di vincerlo, ridurlo a subire la mia volontà. Io sono
stato sempre un timido. Ma sapendo che si veniva in teatro con intenzioni poco
amichevoli, trasformavo la mia timidezza innata in aggressiva temerarietà, per
istinto di conservazione. Ero sicuro che le frecce della mia voce avrebbero colpito
1. Come nacque il nostro rapporto epistolare
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nel segno e penetrato in profondità. Applicavo il conatus sese perseverandi di spino­
ziana memoria.
La cultura aiuta la coscienza, “l’eterna compagna che l’uom francheggia” a ri­
bellarsi alle ingiustizie e alle insidie. Venivo dalla trincea del Podgora, conoscevo
la psicologia del demos, sempre incerto e pauroso, se non si suggestiona con la
fortezza dell’animo, ch’io significavo con la gioia del canto. Ero “il capitano che
canta” e i soldati mi seguivano come se si sentissero protetti dall’atmosfera musi­
cale creata da una voce canora. Che ignorava se stessa.
Insomma, riuscivo a creare una specie di campo magnetico scaturito dall’urto fra
la volontà individuale e la collettiva. Non so se rendo l’idea.
Queste parole cosi esplicative fanno capire quanto amasse il suo
duro lavoro e la sua patria. E mi fecero ricordare quando più tardi,
amareggiato, decise di lasciare l’Italia.
In una serata conviviale, durante la quale veniva assegnato il pre­
mio “Anna Magnani” a Maurizio Costanzo, noto giornalista e con­
duttore di programmi televisivi, ebbi l’occasione di conoscere Paolo
Grassi, ex sovraintendente alla Scala di Milano e allora Presidente
della Rai. Fu molto cortese nel ricordare la voce di Giacomo, che
definì “indimenticabile”.
Fin da bambina raccontavo fiabe come un impulso che non sape­
vo trattenere. Questa mia propensione verso un mondo di fantasia
mi restò addosso per sempre. Tanto è vero che, raggiunta la mag­
giore età, sentii il bisogno di pubblicarle. Nacquero così Ciopi — il
cane che abbaia alle stelle e Zurletto e altri racconti fiabeschi. Sarebbe
stato un sogno proseguire su quella strada. Ma, a volte, sollecitati
dalle circostanze della vita, che prende altre direzioni, siamo portati
a cambiare il percorso dei nostri desideri.
Lavoravo in banca e il direttore della rivista interna, non so anco­
ra come riuscì a individuarmi, mi propose alcune interviste a perso­
naggi del mondo contemporaneo: cosa che feci, e mi portò a sco­
prire, come in uno specchio contro specchio, i miei pregi e difetti,
che non conoscevo. Quasi un’analisi psicologica, che addirittura fece
molto bene alla mia salute. Alla fine, pensai di riunire le interviste
già proposte, e altre nuove, in un libro che intitolai: Scusi, Lei chi è?
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Un acuto nel silenzio
Giacomo non soltanto ne era al corrente, ma sapeva bene che
anche un’intervista dedicata a lui non sarebbe sfuggita alla mia
penna birichina. Cominciai col raccontargli l’intervista fatta a Die­
go Fabbri.
Diego Fabbri, considerato il più grande drammaturgo del Nove­
cento dopo Pirandello, mi aveva molto stupito per la sua timidezza
e per la sua ritrosia. Non certo per la sua enorme cultura.
«Coincido con le idee del drammaturgo», mi rispose Giacomo, «si
tratta di versi che provocano smarrimento e denunciano l’angoscia
esistenziale che pervade il tuo spirito, cara Augusta. Con la tenacia
tu arriverai a raggiungere lo scopo che ti prefiggi».
Per quanto le sue parole fluivano limpide e le mie domande si
moltiplicavano, mi resi conto però, di essere ancora all’inizio di que­
sto lungo viaggio.
1.4.Ritratti
Mi confrontai, allora, con Ciro Poggiali, rileggendo un suo ar­
ticolo.
All’interprete teatrale in genere, melodrammatico in specie, si confanno l’intel­
lettualità, la cultura o non piuttosto l’ignoranza, e l’istinto? La bilancia sembra
pendere dalla parte della semplicità. Verdi, pur meticoloso, non si preoccupava
che i suoi interpreti sapessero di storia, di filosofia ecc.
Gabriele D’Annunzio, di una sua interprete, disse che era stata un’attrice igno­
rantissima. Rosina Storchio, prima donna del mondo lirico moderno, era stata
sguattera in un’osteria. Caruso, Titta Ruffo, Tamagno ebbero i calli alle mani
prima di impaludarsi in assise di potenti e d’eroi.
Ecco spiegato dunque il perché di tanta animosità nei confronti di Giacomo. Era
avvocato, capitano, combattente decorato, scrittore, ma soprattutto uomo di cul­
tura. C’era tutto perché potesse infastidire. Giacomo preparava accuratamente
ogni particolare e si irritava quando trovava persone che si avventuravano in im­
prese più grandi di loro.
I risultati della sua serietà venivano comunque prima o poi premiati. Il Papa con­
fidenzialmente gli disse: «L’ho sentita tante volte alla radio. Che bella voce la
sua!».
1. Come nacque il nostro rapporto epistolare
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Vittorio Emanuele Orlando gli prodiga plausi per le fatiche lette­
rarie. Papini gli scrive: «La sua voce non potrebbe essere così pura e
squillante se non provenisse da uno spirito geniale e da un’anima ge­
nerosa». Un noto accademico di Copenaghen commentò: «Per me
Roma e Lauri Volpi sono unità inseparabili».
Lauri Volpi:
Purtroppo, cantare non è né facile né comodo. Guai a chi vi si presenta da pecora.
Bisogna sentirsi leoni, generosi, forti. Ce ne sono le prove: Battistini dopo mezzo
secolo di trionfante carriera, chiese invano alla Carelli (divenuta da cantante im­
presaria) una recita d’addio. Il baritono Amato chiese invano che lo scritturassero
come direttore di scena.
A Firenze non si volle organizzare nulla per onorare la vecchiaia di Titta Ruffo,
che aveva abbandonato anzi tempo le scene. Mascagni muore il 2 agosto tra il
silenzio nazionale.
Il carattere di Lauri Volpi, definito bizzoso e scontroso, fuorviò
completamente i giudizi della gran parte delle persone, che videro
in lui il riscontro di una durezza comportamentale. Ma tanto il pre­
giudizio fu sciocco a credersi, quanto inutile a combattersi.
Un giorno il ministro Alfieri, dopo una burrascosa serata al Teatro
dell’Opera, in cui c’era stato un attrito tra un maestro di musica e il
tenore bizzoso, lo mandò a chiamare e gli diede incarico di andare a
cantare a Belgrado, conferendo a quel compito un sapore diplomati­
co, sicuramente di propaganda di italianità.
Toscanini gli permise, nel 1929, nella celebre stagione lirica a Berlino,
di far “corona” su una cabaletta verdiana atta a far scattare il pubblico.
Ma il maestro Gui non fece lo stesso a Roma, e avvenne lo scontro.
All’estero, invece, nessun atteggiamento polemico. In Italia non
si risparmia neppure Caruso al Dal Verme, nel 1915.
Il credo di Lauri Volpi era «Se io, in ogni tempo, avessi prestato voce
all’opinione mia propria e non al consenso dei più vari pubblici, la mia
carriera si sarebbe conclusa assai presto».
Una volta gli domandai come mai, durante la sua carriera, non ave­
va mai acconsentito a concedere il bis di un qualsiasi pezzo d’opera.
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Un acuto nel silenzio
Mi rispose: «Pensa se lo avessi fatto e non avessi riconfermato la
stessa emotiva partecipazione. Il pubblico è capace anche di distrug­
gerti». Invece, secondo me, si tratta proprio di serietà. Non si può
morire disperati al freddo, senza che ci sia stata precedentemente
una motivata partecipazione.
Questa sua maniera di essere onesto e rispettoso fu però travisata. Si
pensò ad un carattere altero e superbo.
Giacomo fu invece un uomo fondamentalmente onesto, non è
assolutamente vero che si preoccupò soltanto di se stesso. Cantanti
noti e non ne seppero qualcosa. Elargì aiuti economici e quant’al­
tro possa fare un uomo che crede nei rapporti umani e umanitari.
Avrebbe voluto che si aprissero scuole e università del canto. Dalla
lontana Russia, e se ne sentì onorato, gli chiesero di diventare mae­
stro di canto; insegnare cioè quella filosofia e quella tecnica del can­
to di cui lui era veramente maestro. Avrebbe desiderato che molti
grandi interpreti fossero stati ricordati dignitosamente.
Spinse l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori a comprendere
l’importanza di istituire fondi, attraverso recite e concerti di benefi­
cenza, per vedere sorgere nelle principali città d’Italia la Casa dell’Ar­
tista Lirico con la sua Università Popolare Lirica.
«Le voci dei divi», scrisse, «a cui il tempo tolse freschezza, hanno
sempre la virtù di educare, istruire, insegnare».
1.5.«Gli anni mi pesano»
1977: Roma si preparava a vestirsi con gli addobbi di rito.
Da bambina vivevo in un paese, e il Natale mi appariva semplice­
mente straordinario. L’atmosfera che si creava diventava magica. Ba­
stava che cadesse la neve o che si accendesse il fuoco sotto il camino,
per avere un’idea surreale dell’avvenimento.
Oggi il frastuono, anche mentale, fuorvia i sentimenti più belli e
li fa apparire banali o insignificanti.
1. Come nacque il nostro rapporto epistolare
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Il 10 dicembre, dunque prima del Natale, in una bella cartolina
raffigurante un dipinto famoso, nel ringraziarmi degli auguri per il
suo compleanno (l’11 dicembre), mi confidò «Gli anni mi pesano.
E gli occhi mi tradiscono, provocando allucinazioni nel cervello. È
proprio vero: Senectus ipsa morbus».
Rimasi molto confusa nel leggere queste espressioni. Subito gli ri­
sposi, manifestando apertamente la mia apprensione per quanto mi
aveva comunicato. Giacomo cercò subito di ridimensionare quanto
mi aveva confidato.
«Cara, sei rimasta confusa, non ricordo quanto abbia potuto
esprimerti per disorientarti così. Alla mia età primaverile, non so,
alle volte, ciò che mi detta la rammollita materia grigia. Non mi dare
importanza e non trattarmi come un fanciullino. Non sono più colui
che tu vedi a tergo nelle vesti del duchino di Mantova (al Motropoli­
tan, stagione 1923–24). Ruit hora, tu stai tranquilla».
Quando il 28 febbraio 1978, Lauri Volpi apparve in televisione
nella trasmissione Odeon, strinsi i denti. Temevo che le sue schiette
risposte venissero fraintese. Ma lui mi lesse nel pensiero: «Compren­
do che al vedermi in tv tu abbia sentito sorpresa e spavento. Ho
voluto rammentare agli italiani le nequizie che l’autore della Bohème
dovette patire per colpa del Nume scaligero. Ho sempre lottato per
rendere giustizia ai nostri grandi. Ricevo, da ogni parte d’Italia, en­
tusiastici commenti».
Purtroppo la sua sincerità veniva spesso scambiata per presun­
zione. Con il tempo imparò a proteggersi e lo fece con veemenza.
In verità, dentro di lui c’era solo tanta amarezza: «Cinque anni fa,
inauguravo Il Nerone di Boito al Teatro dell’Opera; né il teatro né
i giornali romani si sono degnati di ricordare l’avvenimento… bel
Paese, il mio!».
Giacomo non era un uomo che si risparmiava: «Devo risponde­
re personalmente alle decine di persone che sollecitano autografi e
consigli circa la fonetica artistica».
«Cara», mi riscrisse, «gli anni mi pesano».
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Un acuto nel silenzio
La sua costante presenza nella mia vita era stata molto importan­
te. Avevo sofferto di una grande timidezza, ma con lui avevo aperto
il mio cuore.
Ogni volta che Giacomo cercava di difendersi da un nemico, qua­
lunque esso fosse, se ne presentava un altro che bisognava sconfig­
gere. Certe volte era inevitabile che la stanchezza si facesse sentire.
In alcune sue lettere notavo come uno sfiancamento, come se la sua
forza, il suo coraggio, venissero meno. Allora provavo ad alleggerire
le sue tensioni, distraendolo con miei ricordi, e ben conoscendo la
sua disposizione d’animo a recepire qualsiasi argomento.
Avevo conosciuto il cardinale Pignedoli per merito dei miei li­
bri di favole e, stupefatta, avevo appreso da lui in persona che, ogni
anno, si recava a pregare sulla tomba di Kristian Andersen. Stupito
nel sapere che non avevo letto l’opera di Tolkien, mi inviò lo Hobbit,
proprio il giorno prima della famosa riunione per il Conclave. Era
fra i cardinali ritenuti più papabili, invece elessero il cardinale Lucia­
ni, che prese il nome di Giovanni Paolo I.
Giacomo mi rispose che il cuore degli uomini è semplice, e le
fiabe lo sanno raccontare.
Questa espressione mi piacque tanto, me ne fece ricordare un’al­
tra che aveva scritto Giacomo Leopardi: «Il bambino vede il tutto nel
niente». Visto che si parlava di fiabe, colsi l’occasione per dialogare
ancora sui miei libri.
1.6.Scusi, Lei chi è?
Lo avevo intitolato così perché avrei voluto scoprire quale uomo
si celasse dietro l’inevitabile maschera del personaggio. Ne parlai a
Giacomo. Subito mi suggerì un titolo: Sprazzi d’anime. Lo intitolai,
invece: Scusi, Lei chi è?
In esso venivano raccolte, come ho già accennato, ventidue inter­
viste a personaggi contemporanei di quel periodo, compresa la sua.
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Nell’inviarglielo ebbi un po’di paura. Invece gli piacque talmen­
te tanto che, forse esagerando, lo definì oltremodo interessante per
profondità d’intuito psicologico che «…l’intelligente, colta, avve­
nente, intervistatrice rivela attraverso lo studio di così vari e diversi
personaggi che interpreta con squisita grazia e coraggiosa interpre­
tazione».
E prosegue:
Hai voluto glorificarmi perché, sin dall’adolescenza, hai seguito le mie burrasco­
se vicende e ti sei persuasa che io sono un autentico romano, avvezzo a parcere
subiectis et debellare superbos. Un simile carattere non poteva non cozzare contro
il pecorume nauseabondo del teatro italiano. Tu mi hai capito a fondo perché mi
vuoi bene, e sai che ti voglio bene. Comprendo la tua gioia di puerpera all’ap­
parire del tuo libro, così pervaso di fremente passione. Mi auguro che la critica
letteraria del bel paese riconosca i meriti della giovane scrittrice, così vibrante ed
emotiva. L’invidia è cattiva ispiratrice, sempre propensa a negare la realtà operan­
te di anime innamorate del bello e del buono. Non ti scoraggiare, e batti il ferro
finché è caldo.
Io non mi arresi all’assedio di potenti malevoli. Iddio mi protesse e mi proteg­
ge con la sua guida costante. Sai quanto gli anni mi pesano eppure la mia voce
persiste intatta. Ieri registrai Celeste Aida, forma divinali e sullo stesso timbro di
trent’anni fa. Ho così la prova che Dio esiste e non abbandona i suoi devoti, se
anche immeritevoli.
L’11 dicembre compio 86 anni. Quante cose ho visto e udito.
Tu citi spesso Gian Battista Vico per i famosi “ricorsi storici”, io lo cito per l’as­
sioma stupendo: verum ipsum factum. Sono i fatti che contano. E tu, mia buona
Augusta, dimostri, con i fatti, di possedere un’anima di singolare bellezza. Ricevi,
con le mie congratulazioni, i più affettuosi auguri di successo e di salute, tibi gratulor, mihi gaudio.
Quando si vuole veramente bene (e Giacomo non era certo capa­
ce di fare complimenti), sembra quasi che non si è detto abbastan­
za alla persona che ci interessa. Infatti non si accontentò di avermi
parlato del mio libro con parole esaltanti, volle riscrivermi, come se
avesse voluto aggiungere bene al bene: «Il tuo libro è un’autentica
antologia di acute e argute interviste con vari personaggi, tra i quali
hai voluto inserire anche il personaggio che, a 86 anni, canta Celeste
Aida, il che è una riprova della esistenza di un essere Supremo al
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Un acuto nel silenzio
quale, oggi, non tutti credono. Persino donnette, miserabilmente
microcefale, proclamano alla televisione “Io sono atea!”. Iddio esiste
e fa miracoli. Questa voce è tale che, se tu l’ascoltassi, rimarresti
esterrefatta, come avviene a molte visitatrici sensibili e colte, che
l’hanno ascoltata. Mi dici che ti auguri di potermi parlare diffusa­
mente a voce. Quando? Ne sarei lietissimo».
Fu munifico di complimenti, come si fa, in genere, con le persone
alle quali si vuole molto bene:
Tu hai un’abilità peculiare nell’astrarre dagli intervistati l’ima sostanza del pensie­
ro. Io, che ti vedo sempre adolescente, non riesco a raffigurarti adulta e sapiente,
così ricca di magnetica sensibilità. In me è rimasta la poesia della puerizia. Non
ricordo quale grande ha lasciato scritto: «Beati gli anziani che hanno serbato gli
impulsi e la fantasia dei fanciulli».
Quando, invece, lesse l’intervista fatta a Gianni Rodari, si inquietò:
Il favolista asserisce di non credere nell’ispirazione. Eppure, senza questo pri­
vilegio, non si composero i capolavori dell’arte. Rossini, ancora giovane, smi­
se di comporre quando l’ispirazione non irraggiò più la sua fantasia musicale,
quell’ispirazione, sotto il cui slancio scrisse il Barbiere e il Guglielmo Tell. Il grande
artista è l’amanuense della divinità. Tu non ti far deviare, inventa te stessa. Ispira­
zione è l’esaltazione di tutto l’essere, credimi.
A lungo mi parlò anche di un altro personaggio:
Ti vedo ritratta nell’intervista con Giovanni Hajnal. Ti trovo irriconoscibile. Ieri
favole, oggi interviste, magnifica palingenesi. Come hai fatto a intervistare il pittore
su un soggetto così estraneo alla tua mentalità, come quello dell’arte mosaica?
Mi dici che vuoi scrivere su di me. Un profilo umano o artistico?
Conosci l’evoluzione somatica della mia voce che incominciò leggera, poi diven­
ne lirica, infine eroico–drammatica? Ma ho fiducia nella tua intelligenza, e spero
che te la caverai con onore.
Sì, avrei voluto tanto incontrarlo, e glielo comunicai come se
avessi già preso definitivamente la decisione. Ma lui conosceva bene
i miei problemi; sapeva che mia madre era malata e sofferente. Per­
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ciò, quando mi riscrisse, sorvolò sull’argomento: «Cara, mi scrivi “la
fede che lei ha in Dio, incrollabile, mi è di esempio”. Guai a me se
non l’avessi avuta, in guerra e nel mondo dell’arte! A quest’ora sarei
pulvis et umbra. Ti mando la foto a tergo perché tu possa ricordare
le serate all’Opera, quando tuo padre accompagnava l’adolescente
Augusta ad ascoltare dall’anfiteatro la voce del Principe Ignoto».
La foto riproduce Giacomo nelle vesti di Andrea Chénier. Guar­
dandola mi tornò alla mente un episodio di quando ero bambina.
Assistevo, con mia madre e mio padre, alla famosa Opera di France­
sco Cilea.
Ad un certo momento Andrea, il personaggio dell’opera, sale su
una carrozza trainata da due cavalli in fuga. Subito mi accorsi che
qualcosa rotolava sul palcoscenico. Non riuscii subito a capire di
cosa si trattasse, ma poi guardando Lauri Volpi più attentamente, lo
vidi pettinato in altra maniera. La sua parrucca era volata via. Restai
sconcertata. Ma lui non si scompose minimamente anzi, rimanendo
nel ritmo del personaggio, scese con entusiasmo dalla carrozza e
con impressionante velocità, riprese a salutare il pubblico. Gli ap­
plausi scrosciarono come una tempesta di grandine.
Sembrerà strano quello che dico ma, abituata a conoscerlo così
vivace e pronto, non immaginavo proprio che potesse invecchiare.
Invece, questo era proprio un argomento che gli stava molto a
cuore a lui. Non riusciva a comprendere come una persona anziana
doveva essere considerata fuori uso.
Dunque l’esperienza non è un bene prezioso?
Nel 1962 sul quotidiano «Momento sera», Giacomo affrontò il
difficile argomento con molta determinazione, intitolandolo La vergogna dei 70 anni.
Per aver difeso, in una recente polemica sul Teatro dell’Opera, la personalità di
Tullio Serafin, nominato consulente artistico, il cronista di un quotidiano cittadi­
no ha avuto la cortesia di ricordare ai suoi lettori che io ho compiuto settant’anni
e mi definisce «L’ex cantante che si sbizzarrisce di combattere i mulini a vento».
Definizione esatta e splendida di cui, sono grato al collega capo cronista (anch’io
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Un acuto nel silenzio
scrivo articoli su giornali e riviste), poiché mi obbliga a segnalare ai lettori che
seguono questa rubrica, un compleanno che, altrimenti, avrei lasciato passare
sotto il silenzio.
Settant’anni non sono davvero pochi, ed io quasi mi vergogno di esserci arrivato
sano e salvo.
È vero, io sono un ex cantante di teatro, ma non uno qualunque. Adesso poi,
canto solo per me — direbbe Carmen nell’opera bizetiana — e come lei, aggiun­
go: «Forse, penso. Vietarmi chi può di pensar e di scrivere ciò che penso?». Sì, mi
diverto a fare il Don Chisciotte (che non era davvero uno stupido ma soltanto
un matto; di quella matteria che vorrebbe gli uomini più cavallereschi e decenti),
e a combattere contro mulini a vento pur sapendo che gli idealisti non furono
mai presi sul serio. Ho associato mente, cuore e voce, in perfetta armonia contro
avversità, che non mancano mai a chi si batte per un ideale d’arte e uno stile di
vita. Comunque, appunto perché ex cantante, posso opinare sulle cose e i casi
di teatro, e in qualità di settantenne ho giudizio da vendere per significare idee
positive e rispettabili.
Nello stesso periodo di quella lettera, un rotocalco milanese ave­
va pubblicato, con il titolo La Scala aprirà le sue porte ai giovani, un
articolo che così conclude il commento al cartellone della stagione
lirica: «Per la cronaca, quest’anno, faremo a meno della Callas e della
Tebaldi. Ma non ne sentiremo la mancanza. Anzi, sarà un bene (sic),
se vogliamo che queste due gloriose primedonne, già incamminate
lungo il viale del tramonto, ci lascino con un buon ricordo di sé».
Le due soprano, che avevano sì e no quindici anni di carriera, non
arrivavano ancora a 40 anni. Figuratevi che cosa avrebbero rovescia­
to le ardue meningi di quel disinvolto commentatore se le magni­
fiche artiste avessero cantato, a 65 anni la Turandot a Caracalla e, a
67, il Trovatore al Teatro dell’Opera, come è capitato al nostro Don
Chisciotte. Le avrebbe condannate addirittura al rogo o a essere se­
polte vive.
E chi difese le ancora giovani Callas e Tebaldi contro l’offensore?
Scrisse Giacomo: «Cantante non è sinonimo di ignorante; settanten­
ne non è sinonimo di cretino, caro collega giornalista. Avanti, allora,
contra los molinos de viento».
Sicuramente, Giacomo, non aveva torto. Le istigazioni e le inso­
lenze non dovrebbero avere posto nella mente degli uomini

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