centroamerica e narcotraffico

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centroamerica e narcotraffico
CENTROAMERICA E
NARCOTRAFFICO
Reportage di Maurizio Campisi
Pubblicato sulla rivista Narcomafie in differenti edizioni tra il 2010
e il 2011, a disposizione dei lettori nella versione completa sul sito
www.mauriziocampisi.com
La pubblicazione completa o parziale di questo reportage é permessa previo
contatto con l’autore scrivendo a [email protected]
CENTROAMERICA: UNO SGUARDO SULLA REGIONE
La fila dei Tir in attesa è lunga almeno tre chilometri e noi la superiamo a
passo d´uomo, su una strada così stretta che sembra portare a una
spiaggia sperduta e non a un confine.
Il posto di frontiera di Peñas Blancas è regno del caos. Non ci sono
indicazioni e per svolgere le varie pratiche, bisogna affidarsi a uno dei
tanti ragazzi che ciondolano in attesa di turisti sprovveduti. Per dieci
dollari ti guidano nell’intricata selva di uffici e permessi, facendoti
risparmiare tempo e fatica. Anche se gli uffici doganali sono immersi nel
verde, sparsi in un rigoglioso bosco di piante tropicali, le file ed i controlli
si sprecano, frutto dell´improvvisazione e delle installazioni fatiscenti.
Vista da questo confine, la Costa Rica non sembra poi quell´esempio di
efficacia che la contraddistingue tra i paesi latinoamericani.
Dall’altra parte c’è il Nicaragua. Peñas Blancas è una frontiera calda,
dove si registra il più grande movimento migratorio del Centroamerica ed
è anche la frontiera da dove passano –celate nei container, nei Tir, nelle
auto, nelle valigie- centinaia di pacchetti di cocaina in viaggio verso il
Messico. Una dogana sempre in emergenza, come testimoniano i due
agenti in tenuta nera che fermano la nostra macchina a pochi metri a
pochi metri dalla barriera nicaraguense. Ci chiedono le generalità, le
modalità del nostro viaggio, che cosa abbiamo fatto in Costa Rica. La
sigla che portano sulla divisa indica che sono agenti della narcotici. Ci
prendono i documenti con affabilità e li portano al dirigente che sta
cinque passi più indietro, a godersi la fresca ombra di un albero.
Gesticolano un attimo e poi il dirigente fa un cenno esplicito: possiamo
andarcene.
Sul lato nicaraguense, un´arida spianata polverosa che stride con
l´esuberanza della natura del lato costaricano, ci spiegano il perchè dei
controlli. Solo il giorno prima un fuoristrada con targa messicana è stato
smontato e nell´assale sono stati trovati pacchetti di cocaina pura. Il
conducente è sparito, approfittando di una disattenzione delle autorità,
ma intanto ora controllano a fondo tutti quelli che arrivano con un
fuoristrada, noi compresi. Josué, il ragazzino che ci racconta la storia,
sorride quando spiega la fuga del messicano.
¨Qualcuno ha dimenticato di chiudere la porta della cella¨ ci dice con
sarcasmo mentre lo accompagniamo a Rivas, il paesone –sole a picco e
strade alberate- dove vive. Josué ci ha aiutato nella trafila al confine e ci
spiega come i sequestri di droga siano diventati una consuetudine da
qualche mese.
¨Prima erano solo i camionisti, ma ora anche gli autisti dei bus di linea si
prestano al traffico¨. E non solo, ma anche studenti, casalinghe,
commercianti, disoccupati a prestarsi a fare i corrieri. È come una
febbre, una ricetta per uscire dalla povertà.
Sono storie di normale amministrazione in un Centroamerica che è
radicalmente cambiato negli ultimi dieci anni. L´infiltrazione del
narcotraffico è stata costante, prima quasi dissimulata, poi sempre più
consistente, sotto i colpi del cartello di Sinaloa che per primo ha
compreso l´importanza dell´istmo centroamericano, di quell´imbuto
geografico che divide la Colombia –dove si produce- dal Messico –dove si
smercia e si dirige-. Tremila chilometri in linea d´aria dividono Bogotà dal
distretto federale di Città del Messico. Nel mezzo ci sono sei nazioni, due
oceani, una cordigliera, foreste, pianure e città, quarantuno milioni di
persone.
Gli emissari messicani hanno comperato ovunque terreni, case, aziende,
negozi e sono penetrati a fondo nel tessuto sociale, trasformando le
povere ma oneste periferie di Ciudad de Panamá, San José, Managua in
giungle di violenza gratuita e regolamenti di conti, alla pari delle città del
Triangolo nord, quello formato da Guatemala, El Salvador e Honduras.
Un´occhiata ai dati della criminalità nei paesi centroamericani dimostra
un drammatico aumento nel numero di omicidi negli ultimi cinque anni,
con una costante che fotografa il cambiamento: nella media attuale, la
metà dei delitti è da addurre al narcotraffico. Il Triangolo nord è la
regione più pericolosa del mondo. L´Honduras conta con uno dei più alti
indici di omicidi del pianeta, 58 ogni 100.000 abitanti, seguito a ruota da
El Salvador (52) e Guatemala (48). Stanno meglio gli altri tre paesi della
regione: Panama (19 ogni 100.000), Nicaragua con 13 e Costa Rica con
11. Per comprendere la portata di questi dati, la media dell´Unione
Europea è di 8 omicidi ogni 100.000 abitanti, quello del Centroamerica è
di 30, più alto di quello del Sudamerica (27).
San Pedro Sula, Honduras, un milione di abitanti, è la seconda città più
pericolosa del mondo, dopo la tristemente famosa Ciudad Juárez.
L´unica differenza con la metropoli messicana è che di San Pedro Sula
non se ne occupa nessuno. Situata nella valle del Sula, la regione che
produce il 55% del prodotto interno lordo dell´Honduras, la città si è
adagiata nell´emergenza, quasi che convivere con la criminalità sia parte
della quotidianità. Le ville delle persone agiate sono dei bunker protetti
giorno e notte da filo spinato e guardie armate sino ai denti; sui tetti dei
centri commerciali stazionano agenti privati con fucili automatici e,
nonostante i larghi corsi alberati –i boulevard- sono pochi quelli che si
avventurano a passeggiare, per paura ai sequestri e agli assalti. La città
ha conosciuto una crescita veloce e disordinata con gli stabilimenti della
maquila, lo sfruttamento ha fatto crescere i risentimenti e allargato la
frattura tra le fasce sociali. San Pedro Sula è oggi il regno delle pandillas.
Se ne contano a decine ed ognuna ha frazionato la città in piccoli feudi,
chiedendo dazio per le attività criminali che si svolgono nel loro territorio.
La società civile è nelle loro mani: a morire è infatti la gente comune, il
panettiere o l´autista di bus che non si piegano all´estorsione di quei
pochi pesos guadagnati con fatica con un lavoro onesto. I pandilleros
sono i referenti locali dei narco, la bassa manovalanza che svolge i lavori
sporchi, dallo spaccio all´assassinio. Sul viso, sul collo, sulle braccia
portano la marca di appartenenza alla loro banda, la mara come viene
chiamata in riferimento alle marabuntas, le voraci formiche tropicali che
al loro passaggio distruggono ogni forma di vegetazione. La loro presenza
e il loro moltiplicarsi garantisce ai narcos una presenza capillare sul
territorio dei paesi del Triangolo nord centroamericano: Guatemala, El
Salvador, Honduras. Il loro agire, il loro vivere, il delinquire come azione
fine a sè stessa, è stato documentato dal francese Christian Poveda, nel
film ¨La vida loca¨, presentato lo scorso anno al festival di San Sebastián.
Poveda, primo giornalista a convivere quotidianamente con la realtà delle
maras, è stato ucciso a San Salvador lo scorso settembre, pagando con la
vita le conseguenze di quanto aveva rivelato nel suo documentario.
La stretta relazione tra narco e maras è a conoscenza delle autorità, ma
resta ancora da mappare quanto a fondo questa convivenza sia radicata.
Per il momento, è sicura la collaborazione degli Zetas, il braccio armato
del cartello del Golfo, con le pandillas di San Salvador i cui membri sono
usati anche per operazioni militari nel centro del Petén, la giungla
guatemalteca.
L´attuale strategia dei narco è quella di esportare alle città ancora
relativamente calme del Nicaragua, del Costa Rica e di Panama il modello
del Triangolo nord. I pandilleros sono criminali e sono affidabili: al
momento di entrare nel gruppo firmano un patto di sangue indissolubile
e la lealtà è il collante che li unisce tra di loro fino alla morte.
Se le pandillas sono diventate i referenti naturali dei narcos nelle realtà
metropolitane, nelle zone rurali la situazione è anche peggiore. È fuori da
occhi indiscreti, infatti, che avvengono gli spostamenti dei carichi, che si
immagazzina e si occulta la droga. La logistica viene assicurata dalle
comunità isolate, dove lo Stato è assente e dove la natura ha creato
ostacoli insormontabili. Gli indigeni, abbandonati spesso alla propria
sorte, hanno cominciato a riconoscere un nuovo padrone, tanto generoso
quanto temibile.
L´impatto del narcotraffico sulle comunità indigene e sull´ambiente è
letale. Soprattutto la costa atlantica, inaccessibile per la sua morfologia
in molte zone, si è rivelata un rifugio invalicabile. I cartelli operano
indisturbati nel Darién panamense, nella province di Limón e Talamanca
in Costa Rica, nella Mosquitia nicaraguense ed honduregna, nel Petén in
Guatemala. Lungo millecinquecento chilometri di costa non esistono
strade, ma solo canali, foreste, mangrovie e mare, tanto mare. Le
comunicazioni avvengono solo su questi sentieri d´acqua o per via aerea.
In questi desolati paraggi, il narcotraffico ha trasformato le comunità
indigene in vassalli, rivoluzionando le relazioni della vita quotidiana,
stravolgendo la normalità, creando improbabili fortune dal giorno alla
notte. Pacifiche famiglie di pescatori o di agricoltori sono oggi utilizzate
nell´economia del narcotraffico, occupate nello stoccaggio, nel trasporto,
nello spaccio e anche nella produzione. Infatti, sebbene in Centroamerica
non si produca la foglia di coca, i cartelli hanno destinato varie zone alla
coltivazione della marijuana, che dai monti di Talamanca (tra Panama e
Costa Rica) si riversa sul resto del Centroamerica. La cannabis
centroamericana non ha la stessa qualità di quella colombiana, ma ha
un uso pratico, quello di gonfiare i carichi.
Interi villaggi sono coinvolti. I narcos armano e alimentano. Gli indigeni
di Talamanca ricevono una diaria in natura ogni 50 libbre di marijuana
consegnate: riso, zucchero, caffè, sale e pasta, con un premio ai più
meritevoli, che consiste in scatole di tonno e latte in polvere. La libbra di
marijuana è come la moneta sonante: un machete costa 3 libbre, una
confezione di pile, 10 libbre, una carabina è uguale a 40 libbre. Lo Stato
è lontano e agli indigeni viene detto di coltivare cannabis, un’offerta fatta
con il kalashnikov in mano che non si può rifiutare.
Armi e cibo, dicevamo, ma soprattutto armi. A Walpa Siksa, agli inizi di
dicembre 2009, una unità della marina nicaraguense accorsa per
investigare l´atterraggio di fortuna di un aereo leggero ha subito
l´imboscata degli abitanti del villaggio, con il bilancio di due morti e
cinque feriti. Walpa Siksa è un punto sperduto nei Caraibi nicaraguensi,
vicino a Prinzapolka, uno degli avamposti atlantici dell´epica lotta di
Sandino contro i marines. Le famiglie che vivono qui –dell´etnia miskitosi sono sempre interessate alla pesca, gente pacifica con il solo assillo del
mare e delle sue bizze. Nessuno si aspettava un cambiamento tanto
repentino. Dopo i fatti di dicembre, si è scoperto che tutti gli uomini abili
avevano ricevuto in dotazione un AK-47: sono diventati soldati dei
narcos, con il compito di difendere i carichi di droga che giungono qui in
aereo o in motoscafo da altri imbarchi del Centroamerica. Quando
l´esercito è intervenuto per stanare i responsabili dell´agguato, ha trovato
il villaggio vuoto: tutti gli uomini si erano dati alla macchia nella foresta.
La vicenda di Walpa Siksa ha acceso finalmente il dibattito sulla
condizione indigena. I Caraibi nicaraguensi e honduregni sono luoghi da
sempre in fermento, non a caso la etnia miskitos che lí vive ha sempre
fatto la guerra fin dai tempi dei conquistadores a qualsiasi forma di
colonizzazione. Ancora a inizio del XX secolo, i Miskitos eleggevano un
proprio monarca e tuttora oggi hanno un pretendente al trono, Norton
Cuthbert Clarence. Sergio Ramírez, scrittore, vicepresidente del
Nicaragua a metà degli anni Ottanta, oggi membro della Commissione
Latinoamericana sulla droga e la democrazia, dice a Narcomafie: ¨il
rischio nei Caraibi è che i narcos giungano al punto di finanziare un
movimento armato di carattere indipendentista. La polizia e l´esercito non
riescono ad esercitare il controllo su una regione così estesa, povera e
abbandonata. I cartelli possono approfittare il malcontento che già esiste
da parte delle minoranze¨.
I narcos sono sempre un passo avanti: a sostenerlo non è un osservatore
qualunque, ma la Dea. Quando il lavoro di investigazione ha portato a
scoprire le varie rotte, i cartelli sono già altrove ad organizzare una nuova
logistica. I cartelli si muovono su due direttrici fondamentali: la prima è
quella di assicurare le rotte, l´altra è il controllo delle autorità. Esercitare
il potere sui centri abitati è di grande importanza: in questa maniera si
mantiene la manodopera e la logistica. Ciò nonostante, il vero obiettivo
dei narcos è la seconda direttrice, quella che consente il controllo delle
autorità che rappresentano lo Stato. La rete di corruzione su politici,
polizia e magistrati permette di operare con la massima tranquillità per
lunghi periodi, con la conseguente prosperità degli affari.
La corruzione nei paesi centroamericani è una questione di cultura,
radicata nella società, figlia della Storia impregnata di abusi e
prevaricazioni. I dati di Transparency International, l´organismo che
funziona da barometro della corruzione pubblica, dimostrano non solo
come i paesi centroamericani (con l’esclusione della Costa Rica) siano al
fondo della classifica nel continente, ma indicano anche come la
percezione della popolazione sulla corruttibilità dei funzionari pubblici
superi la percentuale d´allarme del 35%, con Nicaragua e Honduras a
chiudere questa speciale classifica.
La facilità con cui i narcos si impiantano nelle realtà locali è disarmante.
Le attività a delinquire di Silvio Montaño, un cittadino colombiano che
chiese ed ottenne nel 1999 il permesso di soggiorno in Costa Rica, sono
durate anni prima di essere scoperte. Nonostante fosse schedato dalla
polizia colombiana che lo legava al cartello di Cali, nessuno pensò di
verificare la sua fedina penale. Montaño ha avuto tutto il tempo di
organizzare una rete che dal suo paese natale trasportava droga
attraverso Panama e poi, dai porti costaricani di Puntarenas (sul Pacifico)
e di Limón (sull´Atlantico), inviava i carichi in Honduras e quindi negli
Stati Uniti. Montaño è stato arrestato solo nel gennaio 2010, durante
uno dei suoi viaggi a Cali. Una storia simile a quella di un altro
colombiano, Héctor Martínez Quinto, tra gli autori dell´eccidio di Bojayá
del maggio 2002, dove le Farc uccisero 110 abitanti (in maggioranza
donne e bambini) di quella cittadina del Chocó. Anche Martínez Quinto
viveva a Puntarenas grazie ad un permesso di soggiorno concesso da
qualche funzionario pubblico accomodante. Nell´anonimato in questa
città portuaria aveva approntato una rete di contrabbando di armi e di
droga, avvalendosi dell´aiuto di alcuni pescatori della zona. Estraditato in
Colombia nel 2006, Martínez Quinto ha ricevuto una condanna di 36
anni di carcere.
Sono personaggi come Montaño e Martínez Quinto gli inviati che i cartelli
di Cali o di Medellín utilizzano per tirare le fila a Panama, in Costa Rica
ed in Nicaragua, i tre paesi dove i carichi giocoforza devono essere
ricevuti. Sia i fuoribordo che gli aerei –o i piccoli sommergibili- hanno
un´autonomia che li può portare solo un migliaio di chilometri lontano
dalla Colombia. È in questi paesi che la droga viene presa in consegna e
trasportata in luoghi sicuri prima di riprendere il viaggio verso nord.
Dal confine di Peñas Blancas il territorio diventa esclusività dei
messicani. L´infiltrazione del cartello di Sinaloa in Nicaragua è stato
oggetto negli ultimi anni di forti polemiche. Giudici accomodanti,
processi brevi e squinternati ed un confuso sistema giudiziario hanno
garantito ai messicani delle deboli sentenze che hanno gettato un´ombra
oscura sull´indipendenza di giudizio della magistratura nicaraguense.
L´impressione della gente comune è che i soldi comprino tutto, comprese
le coscienze, senza importare credo politico e rivoluzioni recenti e future.
I padroni delle rotte del Centroamerica vengono da nord, dallo stato di
Sinaloa. Situato a nordovest in relazione alla capitale, Ciudad de México,
Sinaloa possiede 656 chilometri di costa sul Pacifico e confina con
Sonora, lo stato da cui passano i due traffici più redditizi per i cartelli:
quello della droga e quello delle persone. Una posizione strategica, a
ridosso dell´oceano e del deserto che è stata approfittata alla fine degli
anni Ottanta da Joaquín Guzmán Loera, conosciuto come ¨El Chapo¨, il
piccoletto, transfuga del cartello di Guadalajara. 56 anni, con una taglia
di 5 milioni di dollari sulla testa ed un´evasione da pellicola nel 2001, il
¨Chapo¨ Guzmán è una di quelle figure che alimentano l´immaginario
popolare, al punto da ispirare corridos e di valersi dell´appellativo di
Robin Hood messicano. La fantasia della gente vola molto in alto, visto
che questo Robin Hood è crudele e sanguinario: nell´ultimo anno, la lotta
per il controllo dello stato di Chihuahua è costata quasi tremila vittime,
una media di otto morti al giorno. Nonostante sia formato da vari capi
locali, il cartello di Sinaloa è il ¨Chapo¨. Lo ha fondato, lo ha diretto e
continua a guidarlo dai suoi nascondigli avvalendosi anche della gran
fortuna accumulata che, secondo ¨Forbes¨, equivale a mille milioni di
dollari. Le sue decisioni sono state finora azzeccatissime. È stato il
¨Chapo¨, infatti, ad estendere il potere del cartello di Sinaloa a nord,
nello stato di Sonora, fino ai confini con l´Arizona ed il New Mexico ed è
stato sempre lui a comprendere l´importanza di un´alleanza con i
colombiani, trasformando il Centroamerica in una conquista dove i suoi
concorrenti sono rimasti indietro. Come in un gioco di risiko, il ¨Chapo¨
ha costruito il corridoio perfetto che unisce la Colombia agli Stati Uniti
passando per Centroamerica e Messico.
Da un paio di anni a questa parte, il cartello del Golfo e Los Zetas stanno
cercando di recuperare il tempo perduto. L´offensiva si svolge soprattutto
in Guatemala, l´ultimo anello della catena prima dell´ingresso dei carichi
di droga in Messico. I regolamenti di conti sono all´ordine del giorno, al
puro stile messicano: sparatorie in pieno giorno e decine di morti, mentre
i cartelli reclutano sfacciatamente nuovi adepti attraverso annunci sulle
radio private e organizzano campi di addestramento nella foresta. Seimila
morti ammazzati nel corso dell’anno, 7000 milioni di dollari di fatturato
annuale, 800 piste d’atterraggio illegali, decine di ingressi illegali in una
frontiera che è un colabrodo: la situazione del Guatemala è quella di un
paese nelle mani del narcotraffico. Il ¨Chapo¨ Guzmán ha sempre avuto
un interesse particolare per questo Paese, che è la porta d´ingresso della
droga che proviene dalla Colombia. Proprio in Guatemala è stato
arrestato nel 1993 e sempre qui, al riparo dalle faide nel suo paese
natale, si dice che si ritiri per sfuggire alla caccia che gli viene data dalle
autorità messicane.
¨La presenza del narco non ha fatto che crescere negli ultimi anni¨
conferma Edelberto Torres-Rivas, sociologo guatemalteco, autore negli
anni Sessanta di un classico della sociologia latinoamericana,
¨Interpretación del desarrollo social centroamericano¨.
¨Quella guatemalteca è diventata ormai una società vassalla del narco,
che compie le cinque funzioni di dipendenza a questo traffico: il transito, il
consumo, il riciclaggio dei proventi, la produzione (di amapola, ndr) e il
magazzinaggio¨.
Una denuncia che chiama direttamente in causa la giovane democrazia
guatemalteca: tutta questa infiltrazione sarebbe stata impossibile senza
la diretta responsabilità delle istituzioni.
La rotta terrestre della droga segue il lungo serpente della
Interamericana, la mitica strada che attraversa tutto il continente, da
Prudhoe in Alaska a Ushuaia in Argentina (con una sola interruzione nel
Darién panamense). È una strada che ispira sogni on the road, baciata
dal sole e da panorami mozzafiato. Ma in Centroamerica è anche la
strada dei confini caldi, in costante emergenza per il traffico di droga e di
armi e della tratta delle persone. Sono una manciata di posti di frontiera:
Paso Canoas (Panama-Costa Rica), Peñas Blancas (Costa RicaNicaragua), El Espino (Nicaragua-Honduras), El Amatillo (Honduras-El
Salvador), Las Chinampas (El Salvador-Guatemala) e La Mesilla
(Guatemala-Chiapas). Si somigliano tutti, immersi nel disordine e
nell´improvvisazione, contenitori eterogenei e caotici di merci e persone
dove solo all´occhio inesperto del turista risulta che le cose avvengano
per caso. Il punto d´entrata, naturalmente, è Panama, come ci spiega
Roberto Solorzano, l´ex direttore della Dis, il servizio d´intelligenza
costaricano.
¨Per i trasporti terrestri, il porto d´ingresso è Colón. Da lì i carichi
proseguono sui Tir attraverso l´intero istmo centroamericano¨.
Colón non è solo il punto d´entrata, ma anche l´anello debole del già
fragile sistema dei controlli doganali. È quasi impossibile verificare la
natura della mercanzia contenuta nelle migliaia di container che
giungono nel suo porto. Da lì la cocaina (pura o in pasta) può proseguire
il suo viaggio in differenti forme, occultata direttamente nelle merci, ma
anche in incavi e contenitori celati nei telai e nella carrozzeria dei
convogli. Il traffico pesante, in una regione dove è quasi inesistente
l´infrastruttura ferroviaria, si muove sulle strade, su una trafficatissima
Interamericana su cui è difficile operare un effettivo controllo.
I sequestri avvengono soprattutto per il lavoro svolto dall´intelligenza,
grazie all´alleanza che unisce la Dea con le polizie centroamericane. Il
lavoro si avvale delle strutture che operano via terrestre, aerea e
marittima. I radar sono situati in posti strategici, sulle alture, mentre sul
mare le vedette statunitensi percorrono continuamente i due oceani tra
la Colombia e il Messico. Si tratta di un´impresa costosa, sia in termini
economici che di mobilitazione di uomini. Solo nelle acque costaricane,
gli Usa investono nelle operazioni circa trenta milioni di euro all´anno.
Una cifra, questa, che esula dall´investimento diretto stabilito dagli
accordi del plan Mérida, il progetto triennale di 1600 milioni di dollari
che il Congresso degli Stati Uniti sta inviando nella regione per
combattere il narcotraffico. Niente soldi in bigliettoni o armi: i fondi sono
utilizzati in operazioni, addestramenti, logistica e materiale non bellico.
Nel 2009 il Messico ha ricevuto 400 milioni di dollari, mentre la porzione
toccata a Centroamerica, Belize, Haiti e Repubblica Dominicana è stata
molto minore: 65 milioni di dollari, una cifra che ha fatto storcere il naso
alle autorità di questi paesi. Troppo poco, infatti, per potere incidere e
potere fare veramente qualcosa, visti gli alti costi operativi e delle
attrezzature. Un aiuto, poi, che risulta anche vincolato dal buon
comportamento dei governi: il golpe in Honduras è infatti costato fino
all´esecuzione delle elezioni presidenziali la sospensione dei fondi per
questo paese.
La domanda che tutti si pongono è se il Centroamerica sia destinato a
diventare un nuovo Messico. I segnali ci sono, ma è poi nell´interesse dei
cartelli creare le condizioni per una società condizionata dal narco?
¨I nostri paesi sono un ponte¨ ci dice Sergio Ramírez. ¨Il Messico lo era in
passato ed è diventato quello che è oggi perchè si è trasformato in un
mercato. Noi non abbiamo i numeri per diventare un mercato. Quello che
dobbiamo temere realmente noi centroamericani è il futuro dello Stato, la
sua integrità ed indipendenza¨.
Un punto su cui è d´accordo anche Torres Rivas: ¨Uno Stato che si
debilita, perchè le sue istituzioni sono penetrate dagli interessi criminali,
rischia davvero di trasformarsi in un Narcostato¨.
Il Centroamerica forse negli anni a venire non diventerà il Messico, ma il
suo futuro corre su un esile filo. La risposta dei governi, il rifiuto della
società civile, il rafforzamento dell´ordine democratico e della legalità
sono le variabili che diranno se la regione è matura per affrontare
l´emergenza narcotraffico. Il colpo di Stato in Honduras del giugno 2009
è stato un segnale inequivocabile della debolezza delle istituzioni e della
divisione non solo all´interno dell´Osa, ma degli stessi paesi
centroamericani.
Il golpe ha dimostrato come il populismo ed il nazionalismo da bottega
siano sempre lì, dietro la porta, a camuffare la mancanza di proposte e di
piani per il futuro, la cortina di fumo favorita dai gruppi di potere di
selezionati settori. Vecchie abitudini che non si adattano ai nuovi tempi,
dove l´emergenza è reale. Una debolezza della quale i narcos stanno già
approfittando.
PANAMA: I GRATTACIELI DALLE LUCI SPENTE
La storia recente di Panama comincia con un´invasione, avvenuta poco
più di venti anni fa, il 20 dicembre 1989. Allora, in tempi di
disintegrazione del blocco sovietico, gli Usa avevano bisogno di una prova
di forza per dimostrare da che parte pendeva il nuovo ordine mondiale. A
Panama in quei giorni ordiva malefatte il cattivo di turno, Manuel
Noriega: l´occasione era unica per toglierlo di torno.
Noriega aveva tutto contro di sè: una faccia butterata da cattivo –non a
caso si era guadagnato il soprannome di Cara de Piña, Faccia d´ananas-,
una relazione di comodo con i narcotrafficanti, la cattiveria innata dei
dittatori, la crudeltà verso gli oppositori. La sua vera grande colpa, però,
era quella di avere voltato le spalle ai suoi tutori, gli Usa, che l´avevano
formato alla tristemente nota Escuela de las Américas e l´avevano
stipendiato per trenta anni come agente della Cia. Da amico, Noriega era
diventato un nemico, imprevedibile nelle sue decisioni e nelle sue
frequentazioni.
L´invasione costò più di tremila morti tra i civili, distrusse il quartiere del
Chorrillo e cancellò Noriega dalla storia. Cara de Piña venne inviato in
una prigione in Florida ed i panamensi cominciarono la ricostruzione.
Qualcosa, però, non funzionò: invece di essere riconoscenti agli Usa,
iniziarono a pensare per proprio conto. Se Bush senior aveva qualche
idea di porre un freno alla consegna del Canale come stabilito dal trattato
Torrijos-Carter, si era sbagliato di grosso. Il nuovo millennio ha visto
Panama diventare padrona assoluta del Canale che taglia in due il suo
territorio e con il quale condivide indissolubilmente il destino. Per questo,
una volta definita la proprietà, il governo panamense ha spinto per
ringiovanirlo e renderlo più pratico alle necessità dei nostri tempi.
Simbolo del Paese, il Canale rischiava di diventare obsoleto dopo un
secolo di vita, nonostante muova all´anno 300.000 milioni di tonnellate
di merci, su 400 milioni di container.
È toccato a Martín Torrijos, figlio del generale Omar Torrijos, il
carismatico artefice del trattato con Jimmy Carter, bandire il referendum
che nell´ottobre 2006 ha definito l´ampliamento, ottenendo una grande
maggioranza di Sì, il 76,8% delle preferenze.
I lavori, cominciati nel 2008, sono faraonici e si concentrano sulla
costruzione di un nuovo gioco di chiuse attraverso il quale potranno
passare i giganteschi mercantili post-Panamax, capaci di trasportare a
bordo 12.000 container, quattro volte più di quelli attuali. Le licitazioni
sono cadute a pioggia e le opere stanno coinvolgendo cinquantamila
lavoratori, senza contare le altre migliaia che sono interessate
dall´indotto.
Una torta che mette l´acquolina in bocca a tanti, ma che per il momento
non ha fatto segnalare irregolarità. D´altronde, il tema corruzione a
Panama è ancora un tabù. Pochi osano accennarne, meno a prendere
misure. Sull´indipendenza della Giustizia si può solo discutere, complice
il potere che esercitano ancora oggi poche ed influenti famiglie. Nei venti
anni trascorsi dalla caduta di Noriega, la prima vera inchiesta contro un
potente è partita solo recentemente, nell´agosto 2009, quando è
comparso nel registro degli indagati sull´inchiesta delle licitazioni illecite
ai casino, il nome dell´ex presidente della Repubblica Pérez Balladares
(1994-1999). Una delle sue imprese, la Shelf Holding Inc. era sul libro
paga della Lucky Games, che gestiva i casino negli hotel. Una
tangentopoli piccola piccola, probabilmente frutto di una vendetta
politica, che lo ha portato agli arresti domiciliari a gennaio.
Qui si preferisce pensare che i lavori per l´ampliamento del canale
hanno riattivato l´economia panamense, proiettando il paese verso i
migliori indicatori di crescita di tutta l´America Latina. Settori che erano
in crisi hanno fatto segnare dei miglioramenti significativi, dal turismo al
commercio, all´edilizia. La costruzione di grattacieli nella capitale è
ripresa improvvisamente proprio quando il mercato immobiliare
internazionale entrava in una crisi senza precedenti. 11.000 nuovi
appartamenti sono in vendita nel centro di Ciudad de Panama, un
investimento che non può essere stato possibile senza un diretto
intervento del narcotraffico. L´incongruenza è sotto gli occhi tutti: la
capitale conta 800.000 abitanti, poco meno della metà sommersi nella
povertà. Ai grattacieli e alla skyline avveniristica, Panama abbina
quartieri degradati, dove è ancora possibile vedere intere famiglie vivere
nelle baracche costruite un secolo fa per i lavoratori impegnati nella
realizzazione del Canale. È curioso e inquietante allo stesso tempo
osservare l´oscurità che assorbe i grattacieli durante la notte. Gli
appartamenti sono infatti disabitati, in attesa di inquilini, un indizio che
fa meditare sulla natura degli investimenti immobiliari. Difficile trovare le
prove, però perchè la legislazione locale è stata sinora abbastanza
generosa nell´indagare la provenienza del denaro. È comunque un dato
di fatto, senza volere generalizzare, che gli investimenti dei colombiani a
Panama sono aumentati negli ultimi anni, fino a giungere al secondo
posto dei capitali appartenenti a stranieri –dietro i cinesi, direttamente
coinvolti nella gestione commerciale del Canale-. Durante il 2007 questa
cifra aveva raggiunto i 4000 milioni di dollari, capitali leciti nella forma,
destinati al finanziamento di differenti attività industriali e commerciali.
La denuncia sul riciclaggio viene da una fonte autorevole, il Dipartimento
di Stato Usa che indica come il narcotraffico colombiano lava il denaro
nel settore immobiliario panamense, nonchè nelle banche e nella Zona
Libera di Colón, un immenso emporio da cui passano giornalmente
milioni di articoli commerciali provenienti da tutte le parti del mondo.
I segnali dell´infiltrazione nel mercato immobiliare, d´altronde si erano
già visti proprio nel settembre di quel 2007, quando la polizia arrestò il
capo colombiano José Urrego Cárdenas, indicato come inviato del
cartello del Norte del Valle, scoprendo che questi era proprietario di vari
immobili, nonchè di un´intera isola –quella di Chapera, nel Pacificovalutata in 12 milioni di dollari.
È la vicinanza con la Colombia che fa di Panama un centro di rifugio e di
riunioni per i capi colombiani. Qui si decidono i patti, le strategie da
attuare e le alleanze con i cartelli messicani, che si prendono cura dei
trasporti della droga lungo l´istmo centroamericano. Niente di nuovo,
Panama è da sempre crocevia di traffici e di complotti: Graham Greene e
John Le Carrè non hanno inventato nulla nei loro libri, semmai hanno
modellato la realtà per accomodarla in un impianto narrativo. Il paese è
stato sempre accogliente con personaggi scomodi, dei quali interessa di
più il numero degli zeri del conto in banca piuttosto che la trasparenza
della fedina penale. Nel giugno 2009 Martin Torrijos, poco prima della
fine del suo mandato, ha concesso l´asilo politico permanente a tre dei
più discussi ex presidenti latinoamericani, richiesti nei loro paesi per
reati di corruzione e per violazione dei diritti umani. L´ecuadoriano
Abdalá Bucaram, l´haitiano Raúl Cedras e il guatemalteco Jorge Serrano
Elías (gli ultimi due golpisti) vivono qui un esilio dorato. Sulla scia di
queste frequentazioni, i capi colombiani del cartello del Norte del Valle o
della Oficina de Envigado, nonchè quelli messicani di Sinaloa e del Golfo
hanno fatto di Panama un comodo salotto nel quale discorrere gli affari
da condurre insieme lungo il corridoio centroamericano.
Quella dei messicani è una presenza fugace, perchè Panama rimane
territorio colombiano. Sono loro, con l´appoggio logistico della
delinquenza locale, a gestire l´arrivo dei carichi ed il trasporto verso il
resto del Centroamerica. Sarà più avanti, in Costa Rica o in Nicaragua,
che i messicani prenderanno possesso materialmente della merce, per
assicurarsi che arrivi nel loro paese senza inconvenienti.
Il sistema più comune di consegna della droga ha preso il nome di
¨bombardeo¨ -il bombardamento-, perchè i trafficanti usano ancora il
vecchio ed efficace metodo del trasporto aereo. I cartelli si affidano ai
piccoli apparecchi che paracadutano i pacchi contenenti la droga
sull´arcipelago di Las Perlas o nelle spiagge isolate di Chame (sul
Pacifico) o di Bocas del Toro (sull´Atlantico). Alle ¨mulas¨ -le mule al
femminile, letteralmente- tocca il lavoro di raccogliere i pacchi e portarli
nei luoghi di raccolta, all´interno di fattorie situate lontano da occhi
indiscreti. Seguendo una modalità comune, i cartelli hanno infatti
comperato fincas e quintas, un poco dappertutto in Centroamerica. Si
tratta di posti isolati, fattorie che servivano (e servono ancora come
copertura) all´allevamento dei bovini o alla coltivazione di prodotti
agricoli, il più delle volte vicino alle spiagge. All´interno, però, i
narcotrafficanti hanno approntato magazzini di stoccaggio dove
conservano la droga fino all´inizio del seguente viaggio verso il Messico. Il
tempo di sosta è minimo, poche ore, un paio di giorni al massimo:
l´importante è agire con rapidità e circospezione.
Le mulas panamensi sono reclutate nella delinquenza comune e ricevono
il loro pagamento in natura: non ottengono soldi, ma una percentuale
della cocaina trattata, che immetteranno nel mercato locale e da cui
ricaveranno lauti proventi.
Una strategia mirata, che permette ai cartelli colombiani di occuparsi del
mercato panamense attraverso fidati intermediari e che inonda le strade
di Panama di cocaina pura. A farsene carico sono le pandillas: la polizia
ne ha censite 97 coinvolte nello spaccio nella capitale. Queste gang
giovanili si dividono i quartieri e si affrontano tra le avenidas, con un
risultato più che evidente: il 42% degli omicidi nel paese (circa 600 in
totale l´ultimo anno) si deve alle rivalità che hanno a che fare con il
narcotraffico.
Regolamenti di conti, controllo dei quartieri, faide: l’aumento della
delinquenza è stato indiscriminato in questi ultimi anni e proprio il tema
della sicurezza è stato il cavallo di battaglia che ha portato alla
presidenza nello scorso maggio l´imprenditore Ricardo Martinelli. Per lui
quasi un plebiscito (ha vinto con il 60% dei voti), a testimonianza
dell´attualità dei temi trattati nella campagna politica.
Martinelli, 58 anni, origini toscane, è il proprietario di una catena di
supermercati, la Super 99, ma da anni è soprattutto il leader di Cambio
Democratico, un partito di destra fondato dal padre, che ha fatto
dell´ordine il suo cavallo di battaglia. La lotta contro la delinquenza
organizzata ed il narcotraffico sono entrati da subito nell´agenda
presidenziale, dando vita ad uno scontro impetuoso con l´opposizione,
prima con una proposta di legge sulla sicurezza che ha fatto gridare allo
scandalo per le sue implicazioni in materia di libertà individuali e poi con
la sospensione del Procuratore generale, Ana Matilde Gómez, rimossa
dalla Corte Suprema per abuso di autorità. Su questi provvedimenti pesa
il sospetto di un conflitto di palazzo su questioni di potere, che ha
generato manifestazioni di piazza ed un malessere nella parte più
sensibile alle tematiche sociali dei panamensi.
Martinelli ha voluto dare un segnale forte agli Usa e agli alleati
centroamericani destinando l´isola di Chapera –proprio quella
sequestrata al capo colombiano Urrego- a base aeronavale per la lotta
contro il narcotraffico. Un progetto ambizioso questo, che prevede
l´apertura nel 2010 di altre stazioni, cinque nell´Atlantico e cinque nel
Pacifico, tutte con il compito di ascoltare e sondare le minacce latenti
sulle acque degli oceani. La Colombia, d´altronde, è lí a un passo, divisa
da Panama dalla barriera naturale della foresta del Darién, il ¨tapón¨
come lo chiamano qui, il tappo. Dopo Yaviza, un avamposto da fin del
mundo, non c´è più la strada: la Interamericana si interrompe
bruscamente e nessuno ha intenzione di costruirne un chilometro in più.
Il discorso ambientale, di preservazione della grande foresta pluviale, non
c´entra: chi si oppone (la maggioranza dei panamensi) lo fa per ragioni
pratiche e adduce che sarebbe come costruire un´autostrada per le Farc
e il narcotraffico, con libero ingresso a tutto il Centroamerica.
Ciò nonostante, fare arrivare i carichi, giungla o no, non è poi così
difficile. Oltre il ¨bombardeo¨ aereo si usa il grande mare oceano solcato
da fuoribordo, sommergibili, pescherecci; ogni mezzo è buono, come i
container che approdano al porto di Colón sull´Atlantico e che nella
merce lecita nascondono la cocaina. Da qui, poi, collocati sui Tir,
prendono la strada che li porta dritti fino al Chiapas messicano, un
viaggio che può durare una settimana attraverso le congestionate
frontiere centroamericane e che, se giunge a buon fine, può fare
guadagnare al camionista duemila dollari per un traffico del valore di
milioni. Sono in molti a rischiare i cinque anni di prigione (la pena media
comminata alle mulas per traffico internazionale di droga) in cambio di
questa commissione che equivale a quasi un anno di salario.
In dieci anni sono state sequestrate a Panama 255 tonnellate di cocaina,
con un importante incremento negli ultimi due anni. L´anno appena
concluso, il 2009, ha fatto registrare la quantità di 55 tonnellate
sequestrate, una cifra quasi simile (53 tonnellate) al 2008, un 5% di
quanto si valuta passi annualmente attraverso l´istmo centroamericano.
Le autorità sono soddisfatte di questi numeri, ma assicurano che si può
migliorare. Come? È solo una questione di soldi. Anche i panamensi,
infatti, si lamentano delle briciole che il Plan Mérida ha destinato loro:
dieci milioni di dollari per il 2009 ed il 2010. Poco per chi, in fondo, è la
porta d´entrata al corridoio centroamericano.
Nonostante l´entusiasmo per l´ampliamento del Canale, Panama affronta
questo 2010 all´insegna dell´incertezza. Al ritorno dalle vacanze natalizie,
17.000 impiegati statali si sono visti recapitare la lettera di
licenziamento. Lo Stato è sovraccarico di personale e Martinelli ha
intenzione di mandare a casa almeno 33.000 impiegati, scelti tra i più
vicini alla pensione, persone che una volta perso l´impiego pubblico
difficilmente ne troveranno un altro nell´impresa privata. Su di loro pesa
lo spettro della povertà, una minaccia ben presente in un paese dove
almeno il 36% della popolazione vive con 2 dollari al giorno. Il presidente,
in cambio, dice che ha le soluzioni e chiede solo che lo si lasci lavorare.
Le proteste al Parco Porras –dove si riuniscono abitualmente i cortei di
dissenso- sono diventate un appuntamento costante con il nuovo anno.
La disoccupazione spaventa i panamensi e le battaglie che si librano a
palazzo di governo non contribuiscono a tranquillizzare l´ambiente.
L´idea è che la grande crescita si stia fermando, Canale o no.
Il narcotraffico sembra solo l´ultimo dei pensieri che assilla i panamensi,
anche se le notizie che giungono dal Messico colpiscono in alto. Proprio il
cugino del presidente, Ramón Martinelli, è stato formalmente accusato
da un tribunale messicano di essere il referente del cartello dei fratelli
Beltrán Leyva, alleati del potente cartello del Golfo, per le operazioni a
Panama.
COSTA RICA: L’OFFENSIVA COLOMBIANA
La hacienda di Llano Grande si perde a vista d´occhio in un declivio
verde, dove vacche e cavalli pascolano nell´aria frizzante dei
millecinquecento metri sotto l´occhio attento di due pastori. Difficile
identificarsi con il tropico in questo panorama di mucche pezzate e pini
silvestri, ma la Costa Rica è anche questo. La fattoria appartiene a
Roberto Solorzano: 65 anni, un passato da ministro sotto
l´amministrazione Figueres, dal 2006 fino al gennaio 2009 è stato il
direttore del Dis, il servizio di informazioni e sicurezza della Costa Rica.
Da un anno si è ritirato per fare l´allevatore, ma soprattutto per dedicarsi
alla sua grande passione, quella per i cavalli.
Solorzano ha combattuto il narcotraffico per anni e dai narcos ha
ricevuto dirette minacce di morte. La ragione è presto detta: ¨Durante la
mia gestione della Dis abbiamo sequestrato 38 tonnellate di droga e questo
per i cartelli è una grande perdita di denaro¨ ci spiega pacatamente e
sottolinea l´emergenza che si vive in tutta la regione.
¨È una guerra che si conduce giorno dopo giorno, ma nonostante tutto c´è
ancora una parte del mondo politico che crede che quello del narcotraffico
non sia un pericolo reale per la nostra società¨.
Eppure la Costa Rica appare fragile di fronte all´assalto dei cartelli. Le
sue coste, sia sul Pacifico che sull´Atlantico sono esposte all´azione dei
narcos ed i suoi porti principali, Limón e Puntarenas, sono già apparsi
più volte al centro di operazioni antidroga di carattere internazionale.
Non si è ancora spento il ricordo delle quaranta tonnellate di squali
pescati nelle acque costaricane ed inviati in Messico, a Puerto Progreso,
nello Yucatán. Qui, la polizia messicana ha trovato nelle carni dei
pescecani novecento chili di droga, che erano stati impaccati e occultati
proprio in una rimessa di Puntarenas. Una modalità nuova di
nascondere la droga, usata più volte, como dimostrato da un altro
sequestro simile, avvenuto solo un mese più tardi quando la polizia tica
ha sequestrato 419 chili di cocaina nascosti in un altro carico di pesce a
Golfito, vicino al confine con Panama.
Il litorale, d’ altronde, è come una specie di trincea. La minaccia per chi
sta con i piedi sulla terra viene dal mare, dalla vastità dell´oceano. Di
fronte alla frequentata playa Manta, nel Pacifico centrale, staziona il
guardacoste ¨Santamaría¨. È una presenza costante, alla quale i
pescatori e la gente del posto sono abituati. Quello che non sanno invece
gli ignari turisti in pedalò o in barca a vela che gli scivolano accanto, è
che il ¨Santamaría¨ ascolta il mare e leva le ancore ogni qualvolta arrivi
qualche segnale inconsueto là fuori, da qualche parte dell´oceano. Il
compito è quello di intercettare, con la collaborazione della marina
statunitense, i fuoribordo ed i sommergibili che dalla Colombia prendono
la via marittima del Centroamerica. La loro autonomia è tale da poterli
portare solo fino all´altezza della Costa Rica, poi da lì devono chiedere
l´appoggio a terra, per rifornirsi di diesel e continuare il viaggio o per
consegnare il carico agli intermediari. Intercettare questi messaggi
significa un successo garantito per le forze di polizia, soprattutto per
quanto riguarda l´identificazione dei sommergibili tascabili, che viaggiano
a un metro sotto la superficie marina e sono invisibili ai radar.
Quella dei sottomarini è una storia vecchia, che sembrava accantonata
per le difficoltà che presentava. Invece, grazie alle nuove tecnologie il
progetto dei narco-sommergibili è tornato alla ribalta nelle strategie dei
cartelli.
Il primo sottomarino è stato catturato nel settembre 2008. Al suo interno
sono stati trovati, oltre ai due occupanti, 4 tonnellate e mezzo di cocaina
per un valore di almeno 200 milioni di dollari. In un ambiente da
claustrofobia, caldo e opprimente, confortati solo da una brandina dove
riposare e da un ventilatore da tavolo, i due inviati sono stati presi
proprio per una comunicazione mandata a terra ed intercettata in alto
mare. La scoperta ha dimostrato come i cartelli colombiani abbiano
ancora una volta rivoluzionato i loro metodi. I sommergibili, costruiti in
vetroresina in officine meccaniche clandestine, hanno un costo di un
milione e mezzo di dollari. I narcos li trovano affidabili per la grande
quantità di cocaina che possono trasportare (fino a dieci tonnellate) e
soprattutto per la capacità che hanno di sfuggire sia ai radar che ai
sonar. Il sottomarino sequestrato nelle acque costaricane oggi fa bella
mostra di sè nel museo navale di Key West, in Florida, ma sono decine
quelli che vengono costruiti, con una stima per difetto tra i 20 e i 30 per
anno di quelli che raggiungono la méta finale. La polizia colombiana nel
2009 ne ha catturati nove, ancora in cantiere.
In Costa Rica i carichi che arrivano via mare cambiano spesso di mano. I
colombiani hanno qui i loro soci messicani ed è a questi che consegnano
la merce. La delinquenza organizzata locale ha un ruolo di secondo
ordine e, proprio come a Panama, viene pagata in natura per i favori
offerti, soprattutto sul piano logistico. È in questa maniera che la cocaina
entra nel mercato locale, nelle città del Valle Central (la capitale San
José, Alajuela, Heredia) e nelle spiagge turistiche del Guanacaste e
dell´Atlantico. Quello costaricano è il mercato più fiorente in relazione al
resto del Centroamerica, complice il maggiore alto potere acquisitivo della
borghesia costaricana in confronto agli altri Paesi.
Nel Guanacaste, la penisola a nord che si insinua nell´oceano Pacifico, gli
investimenti degli ultimi anni sono stati copiosi. La regione ha cambiato
il suo profilo, da una terra dedita all´agricoltura e all´allevamento è
diventata la méta turistica per eccellenza di statunitensi e canadesi. Il jet
set di Hollywood si dà appuntamento nei fine settimana sulle spiagge del
golfo del Papagayo e qualcuno ha anche comperato casa: attori (Mel
Gibson, Brad Pitt e la Jolie, Anne Hathaway, Charlie Sheen), rockstar
(Pink, Iron Maiden), presentatori (Joan Rivers) si vedono spesso da
queste parti e le grandi catene alberghiere, dal Four Seasons all´Hilton,
hanno aperto i loro complessi nel mezzo della rigogliosa natura
costaricana. Nemmeno Bill Gates ha saputo resistere all´incanto ed è
stato fotografato con famiglia al seguito in uno di questi hotel.
Il segreto di tanta munificenza, sussurrato ma non ammesso, è
l´intervento diretto del narcotraffico che investe dovunque si possa per
lavare gli immensi proventi delle sue attività.
Nonostante la recrudescenza delle regole bancarie –chieste ed ottenute
dal Fondo monetario internazionale, con il sollevamento del segreto
bancario nel corso del 2009-, sono ancora molteplici le attività che si
prestano agli investimenti illeciti, l´edilizia prima fra tutte, con buona
pace degli onesti risparmiatori. Per loro, infatti, ogni tramite bancario è
diventato –con il programma ¨Conozca a su cliente¨- una minaccia alla
privacità, che farebbe invidia a qualsiasi stato totalitario. Il Paese cresce
(i quartieri a ovest della capitale sono cantieri aperti, con le costanti
inaugurazioni di mall, alberghi e centri residenziali), ma non c´è maniera
di riconoscere la qualità dei capitali investiti. Una situazione di
impotenza che viene confermata dalle alte cariche della Sugef, la
soprintendenza finanziaria del Paese. I grandi capitali si muovono
nonostante le misure di controllo e finiscono per ingrossare la mole di
investimenti che sono una boccata d´ossigeno per l´economia in tempo di
crisi. Anche per questo la Costa Rica rimane un paradiso fiscale per
alcuni paesi –Francia in testa- che continuano a mantenerla nella loro
lista nera.
Denaro da riciclare e droga circolano con uguale eccesso. Che si
muovano grandi quantitativi di cocaina nel paese, lo dicono le stesse
cronache che narrano di sequestri record, come quello del dicembre 2008
a Tuetal, un piccolo paesino della provincia di Alajuela, quando 1660
chili di cocaina pronta a prendere la via del Messico venne confiscata in
un deposito di attrezzi agricoli. In cortile, il Tir che avrebbe dovuto
trasportarla e attorno alla casa sicari armati fino ai denti. Oppure, i 375
chili sequestrati in un hangar a Palmar Sur, pronti letteralmente a
prendere il volo. O, ancora, i 969 chili di cocaina trovati a Miramar,
vicino a Puntarenas, a febbraio, che hanno confermato la presenza del
cartello del Golfo in Costa Rica e provato i timori di una penetrazione
profonda ed eterogenea del territorio, con la partecipazione nei traffici di
differenti cartelli.
Un´ondata di sequestri cominciata anni fa e che non è mai piaciuta ai
colombiani. Nel marzo 2007, alcune registrazioni captate dalla Dis hanno
fatto luce su un piano elaborato dai trafficanti González Rivas per
eliminare l´allora ministro dell´Interno, Fernando Berrocal. Un colpo,
questo, naufragato solo a causa della repentina uccisione dei due fratelli
da parte di una banda rivale.
La provincia costaricana è diventata scenario di situazioni degne di un
film hollywoodiano: elicotteri carichi di droga che cadono nella foresta,
isole in mano ai narcos, giudici corrotti, regolamenti di conti e storie
strane, sempre più strane da sembrare irreali. Al nord, tra Los Chiles e
Upala, una delle zone più depresse del paese, a pochi chilometri dalla
frontiera con il Nicaragua, gli inviati dei narcos comprano il silenzio e la
simpatia della popolazione regalando denaro. La polizia ha ricevuto le
segnalazioni della presenza di individui che, alla guida di auto lussuose,
avvicinano la gente in strada e consegnano loro buste con discrete
somme –tra i 300 e gli 800 dollari-, con la raccomandazione di farne
buon uso. Secondo l´antinarcotici si tratta di una tattica per guadagnarsi
i favori della popolazione in vista dell´inizio delle operazioni nella regione,
dove la frontiera è poco custodita e la vicinanza del Gran Lago del
Nicaragua suggerisce una nuova, ambita rotta.
Il narcotraffico usa con scaltrezza le proprie tattiche. Agli indigeni di
Talamanca fa coltivare marijuana, ai contadini di Upala aprire nuove vie
di trasporto ed ai pescatori di Puntarenas, Quepos e Golfito promette
grandi guadagni con la partecipazione diretta alle operazioni di sbarco
dei carichi. In alto mare sono raggiunti dai fuoribordo dei narcos e
caricano sui propri sgangherati pescherecci i pacchi di droga. In questa
maniera possono attraccare ovunque senza dare nell´occhio dei
guardacosta. Un affare, questo, bello rotondo già che i costi di operazione
vengono assorbiti dallo Stato che fornisce il combustibile alla categoria
dei pescatori, colpita dalla crisi. I narcos conoscono il territorio e non è
un caso che si infiltrino dove sia più alta la disoccupazione, dove i
giovani hanno meno opportunità di lavoro e dove il risentimento verso lo
Stato è più alto.
I casi di corruzione nella polizia sono all´ordine del giorno. Oltre ad
essere una questione culturale, pesa il fatto che un poliziotto guadagni
360 dollari al mese e con questi soldi deve affrontare tutti i rischi che il
suo mestiere comporta. Un mezzadro guadagna solo venti dollari in
meno; allora, mi casi sono due: o zappare la terra piuttosto che prendersi
una pallottola da un delinquente o accettare le grosse somme che i
narcos offrono. In un anno le denunce di corruzione sono state più di
seicento, un numero che fotografa la situazione, nonostante le
assicurazioni del Ministro dell´Interno, Janina del Vecchio sul progetto di
professionalizzazione della polizia.
Proprio la sicurezza è stato il tema centrale delle recenti elezioni
presidenziali di febbraio. A vincerle è stata Laura Chinchilla, 51 anni,
vice-presidente dell´attuale amministrazione Árias, la candidata proposta
dal governo. Sarà la prima presidente donna del Paese e per lei la sfida si
gioca proprio sul tema sicurezza. All´indomani della sua elezione (si
insedierà il prossimo 8 maggio) ha promesso di impegnarsi a fondo per
restituire al Paese quella tranquillità che le è valso in tempi passati
l´appellativo di ¨Svizzera del Centroamerica¨. Nel suo discorso di
ringraziamento agli elettori ha proprio chiamato in causa la lotta al
narcotraffico: ¨siamo l´ultimo campo di battaglia della guerra che si
combatte in Colombia e Messico¨ ha detto alla folla. Una guerra in cui la
Costa Rica non dispone di un esercito, ma solo una polizia che ha un
grande bisogno di modernizzarsi e di rinnovarsi ed una società civile
attenta, ma indifesa.
Il suo sarà un compito difficile: oggi come non mai i ticos sentono il
pericolo di disgregazione di quella pace sociale che è stata il loro tratto
distintivo degli ultimi sessanta anni, dalla rivoluzione del 1948.
INTERVISTA A ROBERTO SOLORZANO
(ex direttore del Dis -Dirección Inteligencia y Seguridad- 2006-2009)
Roberto Solorzano è convinto della valenza geopolitica del narcotraffico.
Secondo l´ex direttore del Dis, il Venezuela di Hugo Chávez e le Farc sono
i principali responsabili di aiutare i cartelli e di guidare, cosí, la
destabilizzazione della regione centroamericana.
¨La politica di Chávez è deleteria per la regione. Qui non si tratta di
ideologia, ma semplicemente di affari e di potere. I movimenti di sinistra
centroamericani sono formati in maggioranza da persone oneste ma
ingenue, che non si rendono conto che appoggiando Chávez aiutano tutto il
processo del narcotraffico. Il presidente venezuelano, così come le Farc,
hanno tutto l´interesse di mantenere questo status quo, perchè è parte
della loro strategia per debilitare i nemici¨.
Il narcotraffico come pericolo per la democrazia, quindi, una sorta di
spada di Damocle che pesa sul futuro della regione. Che fare?
“Abbiamo bisogno di politiche forti, di alleanze strategiche. Le polizie
centroamericane stanno già collaborando tra loro, hanno creato una
effettiva banca dati e si scambiano informazioni. È però necessario che
anche i politici capiscano che il narcotraffico è il vero nemico per le nostre
democrazie. Dobbiamo creare questa coscienza¨.
E invece?
¨C´è una idea diffusa che il rischio sia minimo, nonchè una certa difficoltà
a sviluppare politiche efficaci per evitare l´infiltrazione del narcotraffico. Il
controllo bancario è diventato più dettagliato, ma dubito che sia un´arma
valida. In Costa Rica siamo molto sensibili al tema delle libertà individuali
e le ultime misure prese dalla Sugef sembrano più che altro un´imposizione
arbitraria ed autoritaria: si contano i centesimi al piccolo risparmiatore, ma
non si scoprono i grandi capitali illeciti¨.
La corruzione a che grado è arrivata?
¨La corruzione non è giunta agli alti poteri dello Stato. I narcos pagano,
certo, ma questo succede magari con il poliziotto del paese di provincia,
non con i ministri o gli alti funzionari. Il governo è sano, ne è una prova il
piano dell´attentato che abbiamo sventato contro il ministro Fernando
Berrocal¨.
Che percezione ha per il futuro?
¨Il futuro è complicato. I paesi devono cercare alleanze, però a volte mi
sembra che la classe politica non capisca cosa stia succedendo in realtà,
di quanto grande sia il pericolo. Il narcotraffico, oltre a corrompere la
società, muove grandi quantità di denaro e può arrivare al punto di
destabilizzare la regione, riattivando movimenti rivoluzionari che al
momento sono assopiti¨.
NICARAGUA: IL SOGNO SVANITO
Quando si ritorna in Nicaragua, la domanda è d´obbligo. Ci si guarda
attorno e ci si chiede cosa sia rimasto della rivoluzione. Trenta anni è un
periodo di tempo abbastanza lungo e sufficiente per tirare le somme,
specie ora che il sandinismo è tornato al potere e che alla presidenza c´è
di nuovo chi per molti è stato il simbolo di un´epoca e di un´ideologia. Il
Frente Sandinista oggi controlla centinaia di Comuni, nonchè le
cooperative e i ministeri che dovrebbero rappresentare il motore per lo
sviluppo. Eppure, dalle città alle campagne, il Nicaragua non supera la
prova: paese bellissimo e struggente, sembra una zattera alla deriva,
incapace di superare mali endemici come il paternalismo o il fatalismo
che caratterizzano la sua gente. Dopo Haití, è la nazione più povera del
continente americano, ed è tutto dire.
I pochi segni del cambiamento sono palliativi per pochi, che non
interessano la maggioranza della popolazione. Le campagne e i contadini
continuano a vivere nel loro atavico abbandono e nelle città vige la regola
del lavoro informale, dell´arrangiarsi. Eppure, i soldi ci sono, ma
finiscono in pozzi senza fondo, come l´elefantiaco apparato dei partiti (in
pratica due, il Frente ed il Partido Liberal) o delle speculazioni massicce,
come quella voluta nella capitale Managua dall´amministrazione Alemán,
che si è impegnata nel trasformare la ¨città giardino¨ in una anonima
spianata di cemento.
Allora, si era a metà degli anni Novanta, il caudillo liberale aveva elargito
a piene mani appalti e mazzette, rivelando palesemente non solo agli
addetti ai lavori, ma all´intera comunità internazionale, come la
corruzione fosse più forte della rivoluzione e delle ideologie.
Oggi, cambiato il colore di chi sta al governo –dal rosso acceso dei liberali
al rossonero dei sandinisti- la sensazione è che poco sia mutato nei
corridoi dei palazzi del potere. La corruzione è lì, mascherata a stento da
una magistratura compiacente, e pronta a mettersi in moto ad ogni
occasione. Negli anni passati la questione della proprietà delle terre era
stata una di queste occasioni, poi erano venuti gli aiuti internazionali e,
come se non bastasse il fattore umano, anche la natura ci aveva messo
del proprio (ricordate l´uragano Mitch o la tragedia del vulcano Casitas?)
rammentando, se ce ne fosse stato bisogno, che dove c´è distruzione,
viene la ricostruzione ed il circo che corrisponde.
Oggi, la nuova tentazione si chiama narcotraffico. Non è una novità in
termini generali, ma sì lo è per quanto riguarda lo spiegamento di forze in
campo, degli interessi che si muovono, del coinvolgimento politico e
finanziario, nonchè di impatto sociale.
Per i cartelli in Nicaragua, come nel resto dell´istmo centroamericano, la
questione verte principalmente sul tema della logistica, che è quella di
assicurarsi che i carichi provenienti dalla Colombia giungano intatti a
destinazione. Sul lato atlantico, centinaia di chilometri di coste in gran
parte abbandonate garantiscono ai cartelli basi quasi sicure per il
passaggio delle sostanze illegali. Anche qui, come altrove, è stato il
cartello di Sinaloa ad aprire la strada, anticipando sul tempo i rivali,
rifacendosi ad una logistica già collaudata a suo tempo niente meno che
da Pablo Escobar, tra i primi a credere nell´importanza di stabilire
contatti permanenti nell´istmo centroamericano.
Sinaloa è penetrato così a fondo nel territorio da trasformare il Nicaragua
in un proprio feudo, al punto da lasciare ai suoi avversari le briciole, in
questo caso il versante Pacifico, una lunga e monotona striscia costiera
di trecento chilometri esposta e quindi sottoposta ad una stretta
sorveglianza. I cartelli alleati di Michoacán e del Golfo utilizzano questa
rotta, che culmina nel Golfo di Fonseca, un arcipelago ripartito tra
Nicaragua, El Salvador ed Honduras, già teatro di tensioni internazionali.
Per dimostrare quanto il gruppo di Sinaloa abbia infiltrato le istituzioni,
basta seguire le vicende successive all´arresto di José Salvador López
Santos, nel giugno 2007, un pilota giunto dal Messico con un jet privato
all´aeroporto ¨Sandino¨ di Managua con un milione di dollari in valigia.
Quei soldi dovevano servire per favorire la liberazione di José Luis
Rodríguez Guzmán, parente del ¨Chapo¨ Guzmán, arrestato un mese
prima durante un´operazione antidroga in Nicaragua. La sequenza degli
eventi seguita a quelle eccellenti detenzioni –e a quella di altri sette
implicati, tutti di nazionalità messicana- è stata imbarazzante: giudici e
politici compiacenti per poco non portavano alla liberazione di tutto il
gruppo. López Santos, soprannominato ¨el Primo¨, il Cugino, dopo essere
stato condannato a dieci anni, ha prima ricevuto uno sconto della pena
(cinque anni), poi è stato liberato da una giudice compiacente, riarrestato
e quindi segnalato per l´indulto, ratificato dall´Assemblea nazionale, ma
vetato infine dal presidente Ortega, sulla scia delle forti proteste della
società civile. La legge, insomma si adegua all´interpretazione, su cui
pesano le pressioni e le ricompense dei clan. La vicenda non è ancora
terminata e nel frattempo gli uomini di Sinaloa rimangono qui, divisi tra
le carceri di Tipitapa e di Granada, in attesa degli eventi.
Gli uomini del ¨Chapo¨ Guzmán sono qui per assicurare la rotta dei
Caraibi, il corridoio che sull´Atlantico permette il transito dei carichi
provenienti dalla Colombia. È un territorio ostico, geograficamente e
socialmente convulso, abitato ancora oggi dalle popolazioni autoctone
che mezzo millennio fa hanno visto l´arrivo delle caravelle spagnole e poi
vissuto l´epopea dei pirati. Nella pratica, non si sono arresi mai ed il loro
rapporto con le istituzioni non è mai stato dei migliori. La comparsa dei
narcos ha portato soldi facili ed un improvviso benessere, che è stato
ripagato con il giuramento di fedeltà di alcune piccole bande alla causa
dei cartelli messicani. I fatti di Walpa Siksa –riportati nell´articolo di
apertura di questo reportage, con l´agguato di miskitos a membri della
Marina nicaraguense- preoccupano le autorità non solo per l´infiltrazione
del narcotraffico nel tessuto sociale dell´estesa regione, ma per lo sfondo
delle pretese autonomiste della minoranza miskito. Nell´aprile dell´anno
scorso, per iniziativa del leader Hector Williams, è stata promulgata una
Dichiarazione d´indipendenza della Moskitia, sulla cui origine sono state
fatte le più disparate ipotesi, da quella che chiama in causa gli interessi
delle compagnie petrolifere a quella sull´ingerenza del narcotraffico.
Ma è limitativo ed inesatto affermare che i miskitos sono trafficanti ed
alleati dei narco. Nella regione atlantica nicaraguense ciò che si
manifesta e si fa palese è l´assenza dello Stato, la mancanza di
coinvolgimento delle comunità autoctone alla vita del resto del Paese. La
sensazione che provano gli indigeni è quella di essere stati abbandonati,
soprattutto nei momenti più delicati della loro storia recente. È ancora
aperta la ferita causata dalla distruzione dell´uragano Mitch (che sulla
costa fece quasi duemila morti e 300 milioni di dollari di danni), quando i
rappresentanti dello Stato fecero bisboccia con i fondi giunti da tutto il
mondo per la ricostruzione. Un banchetto che lasciò sprovviste le due
regioni atlantiche (amministrativamente divise in Nord e Sud) dei soldi
necessari per ricominciare.
Con l´avvento nel narcotraffico la problematica si è complicata: con modi
spicci e l´atteggiamento del più forte, i cartelli vogliono dimostrare di
essere la nuova autorità, occupano i posti lasciati vacanti dallo Stato e
fanno intendere di poter offrire molto di più. Non solo soldi o benessere,
ma anche armi: il passato novembre l´esercito ha sequestrato al cartello
di Sinaloa un arsenale composto da più di 50 Ak-47, ventimila proiettili
ed esplosivo, sulla cui destinazione non è mai stata fatta chiarezza. Sono
migliaia, però, le armi che il narcotraffico ha immesso nel paese, in grado
di armare un vero e proprio esercito.
La capitale –e le città vicine, León e Chinandega da un lato verso nord,
Masaya e Granada dall´altro, a sud- sembrano e sono un altro Paese.
Managua negli ultimi anni si è estesa a vista d´occhio. La vasta spianata
che si affaccia sul lago Xolotlán ha conosciuto una crescita che non ha
precedenti, portando con sè non solo investimenti percepibili soprattutto
in un centro città impalpabile che ruota attorno –manco a dirlo- a un
centro commerciale, ma anche e soprattutto disastrati quartieri periferici.
La capitale appare come una soluzione a migliaia di famiglie provenienti
da Matagalpa, Chontales, o dall´Ocotal, le zone agricole che più hanno
risentito della crisi degli ultimi due anni. Il fenomeno delle pandillas non
è sviluppato come nel Salvador o in Honduras, ma l´esercito della
manovalanza per i narcos è radicato qui, in più di sessanta ¨repartos¨
considerati a rischio per l´alta incidenza della micro criminalità. Le
maras, le bande giovanili, sono contenute, ma anche così svolgono il loro
lavoro al dettaglio. Dal crack per i più poveri, alla cocaina per i salotti
dell´oligarchia e dei turisti, le sostanze stupefacenti abbondano, immesse
sul mercato dalle bande locali che le ricevono da colombiani e messicani.
Quisquilie, per le cifre che maneggiano i cartelli, ma comunque una
presenza importante che permette loro di assicurarsi il controllo del
mercato interno.
La situazione sociale pare sul punto di esplodere, ma le autorità indicano
che la questione è sotto controllo e che gli indici di delinquenza sono tra i
più bassi del Centroamerica. È anche vero, però, che più degli altri
centroamericani i nicaraguensi continuano ad emigrare per la mancanza
di opportunità e di lavoro: stime non ufficiali, parlano di almeno due
milioni di persone costrette ad andarsene in un paese che ne conta quasi
sei. Il nicaraguense, stando a queste cifre, nasce con la valigia in mano.
Il narcotraffico, manco a farlo apposta, offre una soluzione non solo alle
pretese della criminalità organizzata, ma anche a una lunga lista di
disoccupati, il cui imperativo è quello di arrivare a fine mese con la
pancia piena almeno per metà. In tempi duri come questi, purtroppo,
anche questa è una scelta da prendere in considerazione.
INTERVISTA A SERGIO RAMÍREZ
(scrittore, ex vicepresidente del Nicaragua)
Sergio Ramírez è un pezzo della storia nicaraguense recente. 68 anni, un
passato da rivoluzionario culminato con l´esperienza della vicepresidenza
durante il decennio sandinista, ha poi cercato di dare vita ad una riforma
di questo partito, con la creazione a metà degli anni Novanta del
Movimiento de Renovación Sandinista. Abbandonata la scena politica nel
1996, ha ripreso appieno la carriera di scrittore, confermandosi una delle
voci più importanti della letteratura latinoamericana attuale. Il suo
ultimo romanzo ¨El cielo llora por mí¨ (Il cielo piange per me) affronta
proprio il tema del narcotraffico. Perchè?
¨Perchè è diventato parte del nostro paesaggio sociale quotidiano.
Nicaragua e il Centroamerica sono il ponte naturale tra Colombia e
Messico¨.
Con quali pericoli?
¨È in gioco l´integrità degli Stati, la loro indipendenza. I cartelli hanno il
potere di dissolvere e di corrompere. Penso al Guatemala, per esempio, un
caso estremo¨.
Come si sente in Nicaragua questo fenomeno?
¨La corruzione è riuscita a penetrare il sistema giudiziario e quello
penitenziario, grazie al potere economico di cui dispone. Nella regione
caraibica, poi, il rischio è che i narcos possano manipolare i movimenti
armati di carattere indipendentista, approfittando i reclami già esistenti di
gruppi minoritari. Per la polizia e l´esercito, che dispongono di pochi mezzi,
è difficile mantenere il controllo su una regione così vasta ed i cartelli se ne
approfittano¨.
A che punto sono i lavori della Commissione Latinoamericana Droga e
Democrazia, di cui sei membro?
¨Sono serviti per definire una posizione critica delle politiche istituzionali
latinoamericane in quanto al traffico della droga. Non si può solo reprimere
il consumatore. Si tratta di un problema integrale e come tale deve essere
afffrontato. Abbiamo discusso a lungo anche sul tema della legalizzazione,
ma senza giungere ad una posizione collegiale. Per quanto mi riguarda
sono a favore della legalizzazione¨.
In che termini?
¨Si spendono milioni di dollari per incarcerare i consumatori e smantellare
le piccole reti di distribuzione, quando invece queste risorse possono essere
utilizzate per combattere i capi e trattare l´emergenza traffico come una
questione di salute pubblica. Senza la legalizzazione ogni misura risulta
vana, come si dice qui è ¨arar en el mar¨, arare nel mare¨ (ndr, questa
locuzione é molto usata in America Latina e riprende una famosa
espressione di Simón Bolívar).
HONDURAS: PROVE FALLITE DI DEMOCRAZIA
L’Honduras del dopo golpe è tutto meno che un paese sereno e non solo
per gli avvenimenti che hanno rischiato di travolgere la società in una
escalation dittatoriale, ma perchè gli honduregni hanno scoperto nuove e
inaspettate infermità, svelate da quei cinque mesi (da giugno a novembre
2009) di scontri di piazza ed assenza della legalità. Nemmeno l´elezione di
Porfirio Lobo, che da fine gennaio ha assunto le funzioni di presidente
della Repubblica, è riuscita a riportare la pace interna e a rompere
l´isolamento internazionale provocato dal golpe del giugno passato.
Il 28 di quel mese, quando i militari sono entrati armi in pugno nella
residenza dell´allora presidente Manuel Zelaya, qualcosa si è spezzato
nell´anima di questo popolo e le differenze politiche e ideologiche,
circoscritte fintanto alla ricerca delle istanze di una fragile democrazia,
sono tracimate in un crescendo di violenza e intimidazione. A distanza di
quasi un anno la pace sociale è sempre più a rischio e nuovi, inaspettati
mali si sono impadroniti del paese. L´antagonismo, mal arginato prima, è
ora scoppiato in tutte le sue forme più degradate: minacce, imboscate,
pestaggi, uccisioni.
L´Honduras non è mai stata una terra pacifica (detiene uno dei peggiori
indici di criminalità del mondo), ma il golpe del giugno 2009 ha
retrocesso la società civile di venti-trenta anni, alle atmosfere dittatoriali
che si respiravano nel Centroamerica dei Somoza e dei Ríos Montt. Nel
Paese oggi è in rischio non solo l´istituzionalità, ma è a rischio anche il
pluralismo, il semplice diritto ad esprimersi. Da febbraio ad aprile di
quest´anno sono stati assassinati otto giornalisti -una cifra da guerra
civile-, voci scomode che denunciavano gli abusi e le prevaricazioni del
dopo golpe. I loro nomi: José Bayardo Mairena Ramírez, Manuel Juárez,
Nahun Palacios Arteaga, David Meza, Jospeh Hernández Ochoa, Luis
Antonio Chévez Hernández y Jorge Orellana. Crimini destinati
all´impunità e che sono seguiti solo di un paio di mesi a quello eccellente
del capo della Dlcn (Dirección de Lucha contra el Narcotráfico), la polizia
antidroga, Juan Arístides González.
57 anni, di cui gli ultimi cinque alla testa della Dlcn, González, un ex
generale dell´esercito, si era distinto per la sua intransigenza e per la
lotta a viso aperto che aveva intavolato con i cartelli. Solo cinque giorni
prima di morire, in risposta alle minacce che aveva ricevuto sul suo
cellulare, González aveva presentato i risultati di una investigazione dove
indicava le strategie e la politica dei cartelli messicani e colombiani in
Honduras. In essa non si indicavano solo le rotte del traffico, ma si
arrivava a denunciare i possidenti terrieri che avevano offerto le loro
proprietà per favorire la logistica dei cartelli: magazzini, piste
d’atterraggio clandestine, mezzi di trasporto. Come nessuno aveva fatto
prima in Honduras, era andato alla radice del problema, alla collusione
tra l´oligarchia e i narcos, una alleanza che riteneva distruttiva per il
futuro del Paese. Con la denuncia, però, González ha firmato anche la
sua condanna a morte. Il 7 dicembre 2009, dopo aver lasciato la figlia
all´ingresso di scuola, due sicari gli hanno teso un agguato da cui non è
uscito con vita. Anche sulla morte di González, che pure aveva scosso
l´opinione pubblica, nessuna pista. L´Honduras è diventato il paese dove
regna sovrana l´impunità, dove ancora vige la legge del ¨terrateniente¨, il
proprietario terriero che fa il bello e il cattivo tempo, una sorta di far west
fuori tempo massimo, pittoresco da un lato (basti ricordare Zelaya che si
presentava ai giornalisti con l´immancabile Stetson da cow-boy) ma
intimidatorio e inquietante dall´altro.
Roberto Micheletti, il presidente di fatto durante la crisi del dopo-golpe,
non ci aveva pensato due volte nel dichiarare che se gli Stati Uniti non
avessero riconosciuto il suo governo, l´Honduras si sarebbe
disinteressato della lotta al narcotraffico. Una minaccia le cui
implicazioni andavano al di là delle sole parole ad effetto, rispecchiando
invece quella che è la posizione dell´oligarchia honduregna nei confronti
del tema narcotraffico, un argomento ritenuto sopravvalutato e deleterio
per l´immagine internazionale della nazione. L´elezione di Porfirio Lobo
ha riportato le relazioni Honduras-Stati Uniti sul piano del dialogo e
proprio ad aprile, nell´ambito del piano Mérida il paese ha ricevuto 4
milioni e mezzo di dollari da investire nella lotta ai cartelli. Le autorità
dell´Honduras, nel 2009, hanno sequestrato 7 tonnellate di cocaina con
mezzi del tutto insufficienti. È come tappare la falla con un dito, in un
paese che conta il più alto tasso delinquenziale in tutta l´America Latina
e dove non manca certo la manovalanza criminale.
Non è un caso che proprio in questo Paese sia caduto Reynerio Flores
Lazo, ¨el jefe más buscado¨ dal 2004 al 2009, quando nel maggio di
quest´ultimo anno venne arrestato alla periferia di Tegucigalpa, la
capitale dell´Honduras. Flores Lazo, salvadoregno, si era trasformato in
pochi anni nel maggiore fornitore di servizi per i cartelli della regione. Il
suo compito era quello di ricevere i carichi di droga a Panama o in Costa
Rica e da lì muoverli, attraverso differenti compagnie di autotrasporti
attraverso l´istmo centroamericano fino in Messico. Il suo sistema era
semplice: la droga veniva occultata nelle carrozzerie o nei telai dei Tir e,
con la complicità dei funzionari della dogana, passava le frontiere fino a
giungere a destinazione. Flores Lazo in cinque anni ha raccolto una
fortuna di 82 milioni di dollari, ma non è comunque l´unico
centroamericano che si è arricchito in tempi brevi con il narcotraffico.
Un´attività alla quale si dedicava anche Edwin Reyes Puerto, un ex
venditore di ceramiche assurto a ¨re dei trasporti¨. Solo quando venne
sterminato con la sua famiglia, gli inquirenti scoprirono che Reyes era
depositario di una fortuna e che la sua flotta di 40 Tir serviva per
trasportare droga da Panama all´Honduras.
Con quasi otto milioni di abitanti, un territorio grande come la Bulgaria,
l’Honduras vanta il poco raccomandabile record di un analfabetismo
vicino al 15% ed una diserzione scolastica alle stelle. La metà dei
bambini non termina le elementari e, al cospetto di una endemica
mancanza di lavoro, finisce ad ingrossare l´esercito delle maras. Almeno
centomila giovani sono coinvolti in questo fenomeno delinquenziale che
tiene in ostaggio la società civile e con un potere tale da pretendere di
inviare propri rappresentanti a un tavolo di negoziati con il governo. Non
c´è negozio o attività nelle città principali (Tegucigalpa, Comayagua, La
Ceiba, San Pedro Sula) che non sia taglieggiato o non abbia ricevuto
minacce. Il governo ha dichiarato pubblicamente la propria
incompetenza, quando l´anno passato chiuse il programma di
riabilitazione e reinserimento dei giovani coinvolti nelle pandillas. Con la
giustificazione della mancanza di fondi si è mandato tutti a casa
dilatando l´abbandono sociale e aumentando pericolosamente la breccia
tra Stato e società. Messa da parte la prevenzione, rimane però la
repressione: per questo vengono occupati i Cobra, i reparti speciali
dell´esercito, incaricati di stanare i mareros con operazioni casa per casa.
Proprio dalle maras proviene la bassa manovalanza di cui si avvalgono i
narcos. Come padroni dei quartieri, i mareros sanno come e dove
muoversi, assicurano la logistica e, data la loro crudeltà, sono sempre
pronti all´azione violenta. Oltre al piccolo spaccio, le gang assicurano la
completa gamma di atti criminali che circonda il traffico di droga:
rapimenti, minacce, pestaggi, ricettazione, prostituzione, estorsioni,
omicidi tutto passa dalle maras. La tratta di persone ha raggiunto un
incremento tale che le ragazze dell´Honduras vengono vendute ai bordelli
delle capitali centroamericane per appena quaranta dollari.
I cartelli si sono resi conto della potenzialità di questo materiale umano,
tanto violento quanto affidabile, al punto da utilizzarlo ad un livello
superiore del semplice appoggio logistico e dello spaccio, per impiegarlo
nelle operazioni paramilitari che si organizzano per i pericolosi trasporti
attraverso i confini. La conferma si è avuta pochi mesi fa, quando la
polizia ha eseguito una serie di arresti di mareros vincolati con gli Zetas,
il braccio armato del cartello del Golfo. Ma non è tutto qui, perchè i
pandilleros di Honduras (assieme a quelli del Guatemala e del Salvador),
una volta completato il loro addestramento, vengono inviati in Messico a
partecipare alle guerre intestine dei narcos. In un conflitto che ha
lasciato migliaia di morti e che dissangua giorno dopo giorno le proprie
fila, i cartelli messicani sono giocoforza obbligati a impiegare forze
provenienti da altri paesi. Secondo fonti governative, durante la
presidenza Calderón (dal dicembre 2006 e fino all´aprile 2010) il conflitto
con i cartelli ha provocato in Messico 22700 vittime e 122000 arresti.
Complice la miseria, sono sempre di più i centroamericani del ¨Triangulo
norte¨ -quello composto da Guatemala, El Salvador e Honduras- che
accettano questo destino di carne da macello dei narcos.
Come negli altri paesi, anche in Honduras il narcotraffico è un affare di
famiglia. I cartelli messicani di Sinaloa e del Golfo hanno i loro
riferimenti qui in una ventina di famiglie locali che controllano le
direttrici principali del Paese: il Centro, Cortés, Santa Bárbara e Copán.
L´Occidente honduregno (che comprende queste ultime tre regioni) si è
trasformato nella classica terra di nessuno. Incastonato tra l´oceano
Atlantico e il Guatemala, è il corridoio scelto dai cartelli per dirigere i
carichi di droga verso nord. Complice la conformazione naturale e la
mancanza di controlli, l´Occidente è il punto di smistamento delle
operazioni provenienti dalla parte sud dell´istmo centroamericano. Una
sorta di Neverland del narcotraffico: piste clandestine, omertà, passaggi
segreti e punti ciechi con la frontiera con il Guatemala hanno alimentato
il traffico e ne hanno fatto la prima risorsa della regione, scalzando il
turismo e l´interesse per l´attrattiva principale del posto, le celebri rovine
maya di Copán. I narcos non solo hanno costruito piste d´atterraggio, ma
anche strade e magazzini, celati dalla foresta e dal disinteresse della
popolazione locale. I regolamenti di conti hanno fatto negli ultimi tre anni
quasi cinquecento morti, un effetto collaterale che da queste parti, di
fronte alla miseria, si è disposti a tollerare. Lo Stato è assente: nei villaggi
non ci sono stazioni di polizia, per le denunce bisogna rivolgersi nei
capoluoghi di provincia, distanti a volte anche un centinaio di chilometri
dalla zona dei fatti. Nemmeno a dirlo, la legge è diventata quella delle
famiglie che controllano il territorio e che agiscono per conto del cartello
di Sinaloa o di quello del Golfo. I metodi usati sono gli stessi che vengono
insegnati dai loro padroni: violenza estrema ed azioni dimostrative, volte
a inculcare nella popolazione locale chi è che comanda. Le fortune
sorgono dal nulla, come quella del sindaco di El Paraíso, un piccolo
centro il cui limite comunale confina con il Guatemala. In odore di
narcotraffico, il sindaco ha sempre negato tutte le accuse, ma intanto si
circonda di guardiaspalle e si è fatto costruire un nuovo palazzo
municipale a imitazione del Capitolio di Washington, con tanto di
eliporto. Da dove vengono i soldi? Semplice: dalla vendita del latte delle
sue mucche, dice.
Narco e politica vanno a braccetto. Fino a che punto sarebbe andato a
fondo Arístides González non lo possiamo sapere, ma la connivenza
narcotraffico e istituzioni non è un argomento nuovo per l´Honduras. Nel
2003, nel giro di un mese, due deputati honduregni (uno, César Díaz
Flores, del Parlamento centroamericano, il Parlacen e l´altro, Armando
Ávila, di quello nazionale) furono coinvolti in fatti di traffico
internazionale di droga. César Díaz Flores venne arrestato al posto di
frontiera di Peñas Blancas, tra Costa Rica e Nicaragua: sulla sua
automobile, con targa diplomatica, vennero trovati sette chili di cocaina. I
timbri sul suo passaporto parlavano di decine di viaggi attraverso il
Centroamerica, indizio che suggeriva che Díaz Flores si avvaleva della
sua carica politica, e della relativa immunità, per trasportare droga da un
paese all´altro.
Il caso di Armando Ávila è ancora più eclatante. Il deputato venne
catturato dalla polizia dopo uno scontro a fuoco tra due bande rivali di
narcos mentre queste tentavano di appropriarsi di un aereo leggero
carico di cocaina proveniente dal Venezuela. Il deputato pistolero non
potè raccontare con dettagli la sua versione dei fatti, perchè fu eliminato
pochi mesi dopo in carcere da un sicario, ma la polizia ritenne che
entrambe le detenzioni fossero relazionate tra loro e che ogni deputato
lavorasse per una differente banda. Alla soffiata che servì ad arrestare
Díaz Flores, seguì quindi quella della vendetta nei confronti di Ávila.
Quella del narco-Stato non è più solo una teoria. Lo aveva denunciato
Julián Arístides González, pagandone le conseguenze con la vita, perchè
gli era risultato chiaro che dopo il golpe del giugno 2009 l´Honduras
aveva perso definitivamente la legalità. Una sensazione che sta
diventando realtà giorno dopo giorno, con l´uccisione dei giornalisti, la
violenza per le strade, le città prese in ostaggio dalla delinquenza e i
narcos che penetrano nella società, dalle più alte istanze dello Stato fino
alle periferie desolate e nelle campagne ridotte a miseria. Un tempo qui le
grandi compagnie agroalimentari (la Standard Fruit, la Del Monte, la
Chiquita) fecero la loro fortuna. Oggi non hanno lasciato che abbandono
e disgregazione, mentre la ricchezza che avevano promesso si è dissipata
nelle tasche di pochi e scaltri proprietari dei terreni, gli stessi che oggi,
terminata la bonanza esportatrice, hanno trovato la nuova frontiera per
arricchirsi.
EL SALVADOR: MARAS & NARCOTRAFFICO SPA
El Salvador é il piú piccolo dei paesi centroamericani. Con i suoi
ventunmila chilometri quadrati, schiacciato sull’Oceano Pacifico da
Guatemala e Honduras, é un poco piú piccolo dell’Emilia Romagna.
Scosso da una lunga guerra civile, il Paese ha conosciuto la pace e la
democrazia solo a partire dal 1992. L’ereditá di dodici anni di conflitto,
con 75.000 tra morti e desaparecidos, e la contrapposizione tra due poli
opposti (la destra raggruppata nel partito Arena e la sinistra nel postrivoluzionario Frente Farabundo Martí) ha di fatto reso la societá
salvadoregna bellicosa e violenta. Il disarmo avviene solo a parole: nelle
mani dei civili rimangono almeno 350.000 armi, che si prestano alle
vendette e alla soluzione drastica di antichi rancori.
Le difficoltá del dopoguerra si trasformano in emergenza a metá degli
anni Novanta, quando il governo Usa decide di rimpatriare tutti quei
salvadoregni che si sono macchiati di alcun crimine. Il Salvador, fino ad
allora terra di gente che emigra, riceve il ritorno di migliaia di persone giá
avvezze a delinquere e senza la possibilitá a trovare un lavoro in un
Paese in crisi. Fanno quello che sanno, cioé organizzarsi in bande ed
iniziare a taglieggiare vicini, commercianti, bottegai. É la nascita del
fenomeno delle maras in Centroamerica, le gang che seminano il terrore
nelle cittá, che trasformano i quartieri in feudi della criminalitá, dove il
minimo sgarro si paga con la vita. Nel Salvador é l’inizio di una nuova
tragedia nazionale. In poco tempo le gang proliferano e diventano
un’emergenza. Non c’é aspetto della societá civile che non risenta
dell’influenza delle gang giovanili: smerciano la droga, chiedono tangenti
a tutti, dal panettiere al postino, arrivano a farsi pagare anche solo per
attraversare la strada da un marciapiede all’altro. É la Mara Salvatrucha
che controlla la prostituzione, il traffico di droga, il boom dei sequestri
lampo, le rapine, le estorsioni.
Il Salvador si avvia cosí a diventare il Paese piú pericoloso del globo. Con
il nuovo secolo, la tassa di omicidi arriva al numero di 50 ogni centomila
abitanti, pari a quella delle zone di guerra. Il governo non riesce a dare
risposte. Prova prima con la prevenzione, poi con la repressione,
indurisce il codice penale, manda l’esercito nei quartieri, ma ottiene in
cambio solo carceri piú piene e risentimento generalizzato, mentre nei
barrios i ragazzini si trasformano nei nuovi mareros, prendendo il posto
degli adulti finiti in prigione o morti ammazzati. Non a caso, l’etá media
di vita di un pandillero é rigorosamente sotto i trenta anni: finiscono
quasi tutti uccisi prima. Sono parte della criminalitá, ma non si
arricchiscono, nonostante muovano migliaia di dollari. Non é per i soldi,
insomma, é uno stile di vita. Il barrio é il loro mondo e per il quartiere,
per difenderne i confini ed i miseri privilegi, sono disposti a tutto.
San Salvador é oggi una cittá blindata. Guardie armate davanti ai negozi,
case protette da filo spinato, i soliti quartieri ¨felici¨ dove le famiglie
benestanti vivono come in fortini sotto la custodia di piccoli eserciti di
guardaspalle. Fuori da queste isole, peró, é battaglia quotidiana. Le
politiche sociali avviate dal presidente Mauricio Funes, un ex giornalista
eletto nelle liste del Frente Farabundo Martí, hanno cambiato
radicalmente la visione dello Stato: interventi nel sociale, incentivi per
l’educazione, sostegno all’agricoltura sono state misure che hanno
finalmente rivolto l’attenzione sulle fasce sociali piú a rischio. L’ondata
della criminalitá non é peró cessata, anzi. Anche Funes, nonostante il
suo background di sinistra, é giunto alla conclusione che l’unica
soluzione sta nell’uso dell’esercito per le strade cittadine e l’inasprimento
delle pene carcerarie. Nel settembre 2010 é stata posta in vigore la Ley de
Proscripción de Pandillas, una legge che criminalizza la sola
appartenenza a questi gruppi. La misura é stata presa dopo un anno di
efferate stragi perpetrate dalle maras: la peggiore, quella di Mejicanos, un
quartiere della capitale, costó la vita nel giugno 2010 a 16 persone,
bruciate vive all’interno di un bus di linea per una macabra rappresaglia.
Il Salvador é rimasto al margine delle rotte del narcotraffico. La sua
posizione geografica e le sue caratteristiche naturali non ne fanno una
meta ambita per i cartelli. Non cosí per il reclutamento della manodopera
criminale, che trova un serbatoio infinito nelle maras. Decine di giovani
salvadoregni vengono reclutati per operare in Messico, al servizio diretto
dei cartelli nella loro carneficina quotidiana o per il trasporto dei carichi
illeciti negli altri Paesi centroamericani. L’arruolamento viene eseguito
dagli Zetas. I giovani prelevati nelle periferie di San Salvador, Santa Ana,
San Miguel sono inviati in localitá nel sud del Messico, dove ricevono
addestramento ed istruzioni prima di passare al terreno operativo. Al
termine di questo periodo, i mareros possono finire negli stati del nord
messicano (Sonora, Sinaloa, Chihuahua) a fare da carne da macello nelle
guerre tra i cartelli; oppure a fare da scorta nelle rotte del narcotraffico,
che dalla Colombia percorrono il Centroamerica fino alla destinazione
finale.
Oltre ad un salario, i mareros ricevono pagamenti in natura –cocaina e
crack- che procurano di immettere nel mercato salvadoregno e che
rappresentano la fonte di finanziamento per continuare a delinquere.
Secondo fonti del Ministero dell’Interno, l’85% dei crimini commessi nel
Salvador sono opera dell’alleanza tra narcotraffico e maras. In un piano
di destabilizzazione nell’ambito di questa alleanza, l’ordine imposto dai
cartelli é stato quello di aumentare il numero di omicidi e di crimini,
come misura di addestramento delle nuove leve della criminalitá. Agli
iniziati alla pandilla, giá non si chiede una prova di coraggio qualsiasi,
ma un omicidio. Solo in questa maniera si assuefano i ragazzi al crimine
ed al disprezzo della vita umana, facendone un membro della mara prima
ed un soldato dei cartelli dopo.
Con il 2011 si sta compiendo la consegna dei centri penitenziari del
Paese all’esercito. Il piano per combattere maras e narcotraffico
introdotto dal governo di Funes va appunto in questo senso, verso una
militarizzazione del conflitto sociale e l’affidamento di maggiori poteri
all’esercito. Una linea dura, destinata a spostare sull’asse della forza la
risoluzione della lotta al narcotraffico e alla delinquenza comune.
GUATEMALA: IL RISCHIO DEL NARCO-STATO
Il 20 febbraio di quattro anni fa, tre deputati salvadoregni del Parlacen (il
Parlamento centroamericano) piú il loro autista vennero intercettati da
un commando a pochi chilometri dalla capitale guatemalteca ed uccisi. Il
crimine scosse l’intero sistema centroamericano e per la brutalitá con cui
venne commesso (i corpi dei quatto vennero bruciati) e per l’importanza,
politica e sociale, degli uccisi. Tra i quattro c’era infatti Eduardo
D’Aubuisson, figlio di quel Roberto D’Aubuisson, fondatore del principale
partito salvadoregno, Arena, e tristemente famoso come mandante
dell’assassinio di monsignor Romero. Due giorni dopo la strage,
l’investigazione prese subito una strada inaspettata: grazie alla
registrazione di una telecamera di sicurezza di un distributore di
benzina, gli inquirenti raccolsero la prova irrefutabile che a rapire i
deputati era stato un commando della polizia. I quattro agenti arrestati
promisero di confessare tutto, ma nel carcere di massima sicurezza dove
furono tradotti, vennero eliminati nemmeno 48 ore dopo il loro arrivo. Da
allora, la lunga indagine che ne é seguita ha dimostrato l’esistenza di una
struttura parallela dello Stato, che partiva dal mondo politico e si
avvaleva di un braccio armato della polizia, che si occupava di esecuzioni
e sequestri, con legami con il narcotraffico e la delinquenza comune.
Nel caso specifico, si é scoperto che William Pichinte, uno dei deputati
uccisi, aveva approfittato del suo status per portare in Guatemala,
nascosti nell’auto e all’insaputa dei suoi compagni, cinque milioni di
dollari nonché, forse, anche un carico di cocaina. Un´operazione di cui
qualcuno nel Salvador era al corrente e di cui avvisó il gruppo corrotto
della polizia guatemalteca. Resta da appurare a chi erano destinati quei
soldi e, una volta rubati, dove siano finiti. Gli inquirenti sospettano che
Pichinte approfittasse della sua posizione di deputato per agire
indisturbato per conto di un cartello. Fatto sta che tutte le persone
coinvolte nel plurimo omicidio sono state mano a mano eliminate o
recluse: l’ex ministro Carlos Vielman é detenuto in Spagna; Víctor Rivera,
superiore dei quattro poliziotti, é stato assassinato nell’aprile 2008;
Edwin Sperisen, ex comandante della polizia, é scappato in Svizzera dove
ora é sotto inchiesta; Víctor Hugo Soto, il potente ex capo delle
Investigazioni Criminali, é stato arrestato. Sono i pezzi grossi della
struttura parallela, che ha sommerso il Guatemala in una nuova epoca
di terrore, resa possibile da uno Stato che non riesce a rafforzare la
propria democrazia.
Uscito dal conflitto interno con gli accordi di pace del dicembre 1996, il
Guatemala non é riuscito nell’impresa di stabilizzare la sua democrazia.
In dieci anni si sono susseguiti presidenti e governi di destra, piú
interessati a mantenere i privilegi dell’oligarchia che ad aprire ad un
programma di politiche sociali. Uno, Alfonso Portillo, é ancora in prigione
per rispondere dei milioni di dollari sostratti alle casse dell’erario
pubblico. Nemmeno l’avvento di Álvaro Colom a presidente, con una
campagna elettorale basata su un impianto socialdemocratico, é riuscito
a sortire un cambiamento di tendenza. In Guatemala, ancora oggi
all’incirca tre milioni di persone (su una popolazione di tredici milioni di
abitanti) non riceve i servizi basici (acqua, luce) e il tasso di
analfabetismo (un 24%) é tra i piú alti della regione e dell’intera America
Latina. É giocoforza equiparare queste cifre al numero di indigeni che
vivono nel Paese. Quello dei quiché é un mondo a parte che, nel bene o
nel male, non rientra nei ranghi preposti dallo Stato guatemalteco.
Costretti all’esilio per sfuggire alle purghe di Ríos Montt a metá degli anni
Ottanta, i quiché sono tornati nelle loro terre, continuando le loro
tradizioni millenarie e rimanendo al margine.
Lo Stato non arriva nel Petén, a Verapaz o nel Quiché e quando vi ci
arriva lo fa con tutta la debolezza delle istituzioni che si lasciano
corrompere e colludere. Le regioni sono diventate terre di nessuno, un
territorio di grandi dimensioni che si é trasformato in una base
impenetrabile dei cartelli. Il Guatemala divide con il Messico quasi mille
chilometri di frontiera, una linea praticamente continua di foreste e
praterie quasi impossibile da controllare, piena di punti ciechi. Il
narcotraffico si é impadronito di intere comunitá, costruisce piste
d’atterraggio, laboratori, impiega la gioventú per i suoi atti criminali,
elargisce denaro, compra e riceve favori dalle istituzioni, pur di
assicurarsi il controllo di una regione che é vitale per lo spostamento dei
carichi di droga.
La situazione é cosí grave che nel dicembre 2010 il governo ha dichiarato
lo stato d’assedio per la regione di Alta Verapaz. Forti contingenti militari
(17.000 effettivi) sono stati inviati a Cobán e negli altri centri della
provincia, dove sono state sospese alcune garanzie costituzionali, come il
diritto di riunione e quello di sciopero. Nel corso di una settimana le
autoritá hanno arrestato una ventina di persone e sequestrato cinque
aerei, un centinaio di armi, una trentina di automobili blindate, un
arsenale in esplosivo e pallottole di differente calibro. Secondo gli
inquirenti, a capo dell’organizzazione ci sono gli Zetas, nel loro intento di
liberarsi dall’alleanza con il cartello del Golfo e diventare un gruppo a
parte. Il punto centrale della loro strategia é quello di controllare la
frontiera guatemalteca e porre cosí una specie di pedaggio ai carichi di
droga provenienti dal Sudamerica.
Nonostante l’enorme quantitá di droga che passa per il Guatemala, le
autoritá sono riuscite a sequestrarne nel 2010 solo 1411 chili, una
quantitá cinque volte inferiore a quanto confiscato l’anno anteriore. Una
cifra che fa seriamente pensare fino a che punto i cartelli siano entrati
nel tessuto politico e giudiziario del Paese.
Il Guatemala vive l’emergenza senza avere gli strumenti adeguati per
combatterla. Anzi, lo Stato si debilita per le grandi illecite opportunitá
che offre il narcotraffico, con il risultato che il Paese é diventato uno dei
posti meno sicuri del pianeta. Negli ultimi dieci anni la cifra degli omicidi
si é triplicata ed in totale, dalla firma degli Accordi di pace, ci sono state
62800 uccisioni. Anche qui il fenomeno delle pandillas ha trasformato le
periferie della capitale e delle principali cittá in luoghi insicuri, in mano
alla criminalitá. Le bande giovanili prendono di mira soprattutto i
commercianti che si negano a pagare il pizzo. Solo nel 2010 sono stati
uccisi 170 impiegati del settore trasporti (autisti e bigliettai di bus) per
essersi rifiutati di pagare una tassa per passare con gli autobus nei
quartieri controllati dalle pandillas. I negozianti non stanno meglio: piú
di un centinaio sono stati uccisi l’anno passato per non piegarsi al volere
delle maras. All’incremento della violenza, la risposta é la stessa che negli
altri Paesi centroamericani: aumentano i corpi di sicurezza privata, la
gente si barrica nelle case, si costruiscono residence a stretto uso e
consumo dei benestanti. Non esiste prevenzione, non esistono programmi
sociali, la manovra fiscale voluta dal presidente Colom per accaparrare
fondi da destinare alle fasce piú povere della popolazione é stata da
subito osteggiata dai partiti conservatori e la protesta di piazza scaturita
é quasi costata il posto a Colom.
Il narcotraffico attinge a piene mani dal serbatoio della delinquenza
fornito dalle maras. Si tratta di una cruenta manovalanza, che il piú delle
volte offre i propri servigi in cambio di crack e cocaina per il consumo
diretto o per lo spaccio. I metodi sono spicci e crudeli: nel novembre 2008
per ritorsione in un affare di droga, i soldati del narco non ci pensarono
due volte a bruciare un bus con sedici persone a bordo. Morirono tutti,
quindici nicaraguensi ed un olandese, con l’unica colpa di essere saliti su
un autobus marcato da una vendetta contro il proprietario della linea di
trasporto.
La linea per trasformare il Guatemala in un narco Stato é esile. La
risposta deve venire dalle istituzioni e dalla societá civile, ma
l’impressione é quella di uno Stato prigioniero del proprio passato e dei
capricci di un’oligarchia sorda ai reclami di quanti ancora credono in un
Guatemala dove il civismo e la democrazia possano avere il sopravvento
sui mali endemici del Paese.
INTERVISTA A EDELBERTO TORRES RIVAS
(sociologo, autore del saggio ¨Interpretación del desarrollo social
centroamericano¨)
Edelberto Torres Rivas é tra i sociologi piú stimati in Centroamerica.
Classe 1932, guatemalteco, ha subito in carne propria la repressione
attuata dai governi dittatoriali, al punto da dover vivere in esilio per piú
di trenta anni. Durante il suo soggiorno in Cile scrisse ¨Interpretación del
desarrollo social centroamericano¨ opera che ha giá avuto dodici edizioni
e che lo ha affermato come autore. Sposato con l’attivista Cecilia Crespo,
i due formano una coppia instancabile nella lotta contro ogni sopruso
della vita democratica.
Lei é tornato in Guatemala dopo gli accordi di pace del 1996. Come
reputa il cammino svolto dalla democrazia guatemalteca da allora sino ad
oggi?
¨Dagli accordi di pace ci sono state tre elezioni che sono state aperte,
pluralistiche e prive di frodi. La democrazia elettorale funziona, peró non é
suficiente, perché ci si aspetta che lo Stato si comporti con maggiori risorse
ed equitá. Solo cosí si aprirá un periodo di maggiore partecipazione della
gente, soprattutto tra i settori indigeni, che costituiscono il 45% della
popolazione¨.
Che parte occupa il fenomeno narco nella societá guatemalteca?
¨La presenza del narco non fatto che crescere e crescere negli ultimi anni.
Dal 2009 si puó affermare che questa maledizione importata realizza le
cinque funzioni che fanno del Guatemala una societá vassalla. Queste
funzioni sono: luogo di transito delle droghe verso il Messico, visto che il
70% della coca passa attraverso il Guatemala; aumento del consumo di
cocaina e di crack; spazio per il riciclaggio in una dimensione finanziaria
difficile da calcolare; posto di produzione, come nella regione di
Huehuetenango dove ci sono grandi coltivazioni di amapola destinata al
Messico; e posto di deposito per grandi quantitá di sostante stupefacenti.
Tutto questo si traduce in conflitti violenti, mortali, tra le bande criminali di
Messico, Colombia e Guatemala, stragi che occorrono tutti i giorni tra
piccoli eserciti bene armati, che hanno un profondo impatto nella societá.
Ció non potrebbe succedere al margine dell’autoritá e dei distinti settori
della societá. Di conseguenza esiste una feroce penetrazione di interessi
criminali nelle istituzioni dello Stato: giudici, deputati, sindaci ed altri
funzionari. Si ottiene un doppio effetto: un’estesa corruzione ed una diffusa
sensazione di paura. Lo Stato si debilita, non compie le sue funzioni e si
converte lentamente in uno Narcostato¨.
Quali azioni bisognerebbe prendere?
¨É un risposta lunga e complessa: ci sono iniziative per affrontare il
problema con la forza e con l’esercito, che ha sapore di una battaglia
persa. Ci sono altre iniziative per legalizzare il consumo e campagne di
criminalizzazione. In questa lotta disuguale, l’aiuto degli Satti Uniti é vitale,
peró fa enfasi sulle dimensioni della forza e non su quelle di un fenomeno
sociale e non solo un affare illecito¨.
Come si immagina il Guatemala nei prossimi dieci anni?
¨Esistono diversi scenari politico-sociali. Uno di questi, pessimista, sarebbe
quello di una societá che continua la sua caduta e in cui, di conseguenza,
aumentano la disuguaglianza e la povertá, con una vita politica precaria e
lo Stato che somiglierebbe a quello che gli accademici statunitensi
chiamano lo Stato fallito, con una insicurezza totale. L’economia sarebbe
meno competitiva, dipendendo dall’aiuto esterno. Uno scenario ottimista,
sebbene moderato, suppone che i partiti politici e le organizzazioni sociali
firmino un accordo. Il maggiore problema in Guatemala é la povertá,
nonché le brutali minacce alla sicurezza cittadina, in modo che, sotto
questo aspetto, un accordo migliorerebbe l’animo della gente dando un
certo ottimismo, una fiducia nel futuro¨.
Possiede il Centroamerica gli strumenti per arrestare il narcotraffico?
¨No, nessuno possiede questi strumenti, come lo sta dimostrando il
Messico, che ha voluto affrontare il crimine organizzato e le mafie con
l’esercito. Quindicimila morti é solo un numero preliminare. In
Centroamerica il rischio varia da paese a paese: cresce in Nicaragua e
Guatemala, meno in Costa Rica e nel Salvador, mentre si mantiene in
Honduras. Per tutti, peró, l’aiuto internazionale é decisivo¨.
Stato e narcotraffico: a che punto é giunta la collusione?
¨Nel caso del Guatemala il livello di penetrazione e corruzione é alto ed in
aumento. Negli ultimi anni, i dati relativi al sistema giudiziario e alla
struttura dei Comuni, sono allarmanti. La societá reaziona
spasmodicamente e le autoritá pubbliche si dichiarano impotenti. Si puó
dire che c’é il rifiuto, ma che é ancora insufficiente¨.
Quali sono le sue considerazioni finali riguardo l’infiltrazione del
narcotraffico in Centroamerica?
¨É molto forte e non si puó misurare. In Guatemala si calcola che il valore
di mercato delle transazioni vincolate al narco raggiunge il 5% del prodotto
interno lordo. Bisogna aggiungere che il narcotraffico in tutta la regione
alimenta, aiuta, promuove altre forme di criminalitá: sequestri, furti,
esecuzioni e, la cosa peggiore, si associa alle gang giovanili che estendono
la criminalitá, un triste panorama che dieci anni fa non esisteva¨.

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