ruolo del potere marittimo nella guerra del golfo

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ruolo del potere marittimo nella guerra del golfo
PRIMO PIANO
RUOLO DEL POTERE MARITTIMO
NELLA GUERRA DEL GOLFO (1990-91)
ANDREA TANI
A distanza di venti anni — l’anniversa-
rio è fra poche settimane — non sono ancora chiare le ragioni, le premesse e il
complicato gioco delle reciproche strategie che dettero il via all’invasione del
Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nell’agosto del 1990. Quello che
sembra assodato è che l’opinione pubblica internazionale non si attendeva la tempesta che si scatenò e che da allora nella
tormentata regione del Golfo Persico non
vi è stata più pace (ve n’era stata poca anche prima, in verità). Il conflitto che ha
avuto inizio con l’invasione del Kuwait
prosegue ancora nei paraggi — a sprazzi
anche nello stesso Iraq — e potrebbe
evolvere verso qualcosa di ancora più devastante, dando luogo a un ulteriore decennio di fuoco. L’incendiario (o l’incendiato) in questo caso non sarebbe più l’Iraq, ormai aduso alla democrazia e forse
avviato ad una pacificazione gestibile, ma
il ben più arcigno regime iraniano in lievitazione di potenza nucleare che sembra
ancora più destabilizzante di quanto non
fosse il suo predecessore.
Oltre a fornire la catalisi per questo esito, l’invasione irachena del 1990 determinò Desert Storm, ovvero la più imponente campagna militare dai tempi del
Vietnam e della Corea, persino superiore a
entrambe per intensità di impiego nel tempo delle forze e applicazione di tecnologie
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e tecniche belliche molto innovative. Si è
anche trattato dell’ultimo esempio di conflitto classico, simmetrico, statuale, prima
che l’antica arte della guerra deragliasse
dai codici tutto sommato protettivi che nei
millenni l’umanità si era data, per assumere le sembianze di una selvaggia faida senza regole. La stessa riedizione di Desert
Storm una dozzina di anni dopo, Iraqi
Freedom, ha avuto sviluppi assai più caotici e canaglieschi della sua omologa e ha
contribuito a determinare quella profonda
mutazione della conflittualità alla quale
assistiamo in Afghanistan a altrove. Se
questa evoluzione, Iran permettendo, fosse
il prezzo che l’umanità deve pagare per
veder affievolirsi la guerra fra stati — decisamente la più rovinosa, al di là delle regole riconosciute e del bon ton fra combattenti (ma c’è mai veramente stato?) — lasciando il campo libero alle bande dei dervisci, tutto sommato potrebbe trattarsi di
un importo equo. Ma è ampiamente da dimostrare. I dispositivi militari degli stati
non ne sembrano affatto convinti e continuano a prendere le misure dei missili del
vicino, non delle scimitarre dei dervisci.
Vale la pena quindi di ripercorrere quell’evento ormai lontano, almeno temporalmente, ripassando una lezione che potrebbe tornare di attualità nel caso la questione
del nucleare iraniano dovesse essere risolta con le maniere forti. Sarà posta partico7
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lare attenzione a un aspetto di Desert
Storm (e del propedeutico Shield) che a
suo tempo fu sottostimato, ovvero all’impiego del potere marittimo da parte degli
Stati Uniti e dei loro alleati, che si rivelò
molto più importante e decisivo di quanto
non fu percepito allora, almeno dai non
addetti ai lavori.
Vediamo i fatti. Dal 16 luglio 1990
informazioni fotografiche dei satelliti della Defense Intelligence Agency mostrano
il progressivo ispessirsi della presenza di
forze corazzate irachene a ridosso del confine col Kuwait. È in corso quello che
sembra uno dei periodici aggravamenti nei
rapporti fra Bagdad e il suo mai riconosciuto vicino meridionale. Gli Iracheni accusano l’Emirato di illecito prelevamento
del proprio greggio mediante trivellazioni
inclinate che attraversano in profondità il
confine fra i due Paesi. In realtà la diatriba
è molto più complessa e profonda. Secondo gli Iracheni, il Kuwait è da sempre una
costruzione artificiale delle Sette Sorelle,
un sopruso geopolitico che aveva privato
l’Iraq di un decente sbocco al mare e del
primato mondiale nel possesso e nella produzione del greggio. La prima aspirazione
— lo sbocco al mare — può essere compresa e accettata dall’Occidente. La seconda — l’egemonia planetaria sull’energia
da parte di un dittatore destabilizzante
prossimo a laurearsi in fisica nucleare —
certamente no. Senza contare che il principale alleato di Bagdad è l’Unione Sovietica, e la contrapposizione est-ovest è ancora in atto (il simulacro formale dell’Unione Sovietica era ancora in piedi. Sarebbe
stato liquidato solo il dicembre dell’anno
successivo).
Ufficialmente gli Stati Uniti si dicono
«sorpresi» dalla mossa di Saddam Hussein
e la giudicano un mezzo di pressione sul
Kuwait senza reali intenzioni aggressive.
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Confortati, in tale valutazione, dai leader
arabi, egiziano e saudita. Oggi appare
sempre più evidente come il dittatore iracheno avesse ricevuto, o creduto di ricevere, assicurazioni sufficienti circa una neutralità di fondo degli Stati Uniti nel caso si
fosse mosso contro il Kuwait, perseguendo quella che era una meta costante nella
politica irachena. Largamente condivisa,
peraltro, dall’opinione pubblica del suo
Paese, in una specie di aspirazione irredentista tipo Trento e Trieste condita con
idrocarburi in quantità. La possibilità di un
via libera americano, sostanziale, se non
formale, era forse stato percepito da Saddam come una sorta di ricompensa per i
sacrifici sostenuti dal suo Paese nella guerra contro l’Iran di pochi anni prima, condotta in larga misura su sollecitazione occidentale.
Gli Stati Uniti erano — come sono
tutt’ora — i responsabili massimi della
stabilità regionale dell’area mediorientale,
dell’equilibrio internazionale garantito da
un regolare afflusso delle forniture energetiche e della sicurezza di Israele. Erano ancora competitori globali con l’Unione Sovietica, come accennato. Niente di più
plausibile che abbiano approfittato delle
megalomani pulsioni aggressive di Saddam Hussein per bloccare i suoi disegni
finché erano in condizioni di farlo. Le
ispezioni internazionali del primo dopoguerra iracheno hanno mostrato quanto il
suo regime fosse prossimo al possesso dell’arma nucleare — tre mesi, pare, più vicino che ai tempi di Iraqi Freedom, tredici
anni più tardi — e di che razza di arsenale
chimico e biologico disponesse. Esistono
prove abbastanza convincenti di questo
tentativo americano di utilizzare la stessa
aggressività del Raiss per metterlo in trappola, come le dichiarazioni dell’ambasciatrice americana a Bagdad del tempo, April
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Glaspie, circa un suo ambiguo colloquio
con Saddam il 25 luglio.
Se così è stato, si sarebbe trattato di una
normale prassi strategica nei rapporti di
forza fra le potenze dominanti e coloro che
mettono in pericolo gli equilibri e i fondamenti della convivenza internazionale. Era
del tutto verosimile che l’Iraq fosse in procinto di acquisire una capacità nucleare
che ne avrebbe fatto il leader regionale e il
virtuale controllore delle riserve petrolifere del Golfo Persico, ponendolo al riparo
dai condizionamenti degli interessi occidentali che prevalevano nell’area (e che
corrispondevano a un interesse più generale della Comunità internazionale) e nel
contempo mettendolo in rotta di collisione
con il deterrente atomico israeliano. La
preoccupata consapevolezza di questa situazione era troppo viva e giustificata per
non imporre agli Stati Uniti e ai suoi alleati la ricerca di un pretesto condivisibile per
fermare la sua corsa. Il governo americano
dell’epoca era formato da coriacei veterani della Guerra Fredda, padroni della macchina strategica dell’Unione e consapevoli
delle realtà della geopolitica come pochi
esponenti di altre Amministrazioni. Bush
padre era stato Rappresentante personale
del Presidente Nixon in Cina e ambascia-
tore alle Nazioni Unite, Direttore della
CIA e vicepresidente per otto anni cruciali
nel ruolo di eminenza grigia della politica
di sicurezza della Presidenza Reagan, oltre
a formarsi una solida posizione, in precedenza, in un mondo spietato e duramente
competitivo come quello del petrolio. Difficile credere che una bella mattina abbia
scoperto con sorpresa che i carri armati
iracheni percorrevano contromano l’autostrada Kuwait — Bassora senza pagare il
pedaggio. Meglio attribuirgli il merito di
aver bloccato, con tutti i mezzi possibili —
compresi la disinformazione, l’inganno e
la simulazione — il sorgere di uno spietato tiranno regionale che avrebbe controllato senza condizionamenti la linfa vitale del
mondo (1). Salus Rei Publicae Suprema
Lex, e in questo caso si trattava della salvezza del mondo avanzato, non solo della
Repubblica Stellata.
Invasione irachena e conseguente
Desert Shield
I
l 24 luglio i satelliti americani rilevano il
dispiegamento di numerose unità corazzate e di artiglieria semovente irachene — un
corpo corazzato di centomila soldati del-
(1) A proposito del suddetto tiranno, vale la pena di riportare quanto scritto da Fernandez Armesto nel suo
celebre Millennium: Il dittatore Saddam Hussein, presidente dal 1979, un ex bravaccio, millantatore nelle
assemblee politiche, ha inculcato il nazionalismo irakeno sfidando da un lato il nazionalismo arabo del proprio partito e dall’altro le idee favorevoli al risveglio islamico degli oppositori: cosa ancora più notevole,
egli è riuscito ad appropriarsi della retorica e dell’immaginario degli stessi movimenti da lui battuti o traditi. Ha fatto appello, al di là dell’identità islamica e di quella araba, alle glorie dell’antica Mesopotamia, facendosi effigiare sui francobolli come un costruttore e presentandosi pubblicamente come Nabucodonosor,
che riedifica Babilonia e stampa sui mattoni il proprio nome. Per giustificare la formazione di un grande
esercito, irto di missili, ha minacciato di distruggere Israele, ma ha usato la forza quasi esclusivamente contro i fratelli musulmani. Ha preteso di essere il discendente di Alì, l’eroe culturale sciita, ma ha scatenato
una guerra sanguinosa contro l’Iran nel 1980. Si è paragonato a Kawa, il leggendario curdo domatore di serpenti, ma ha bombardato i curdi con le armi chimiche a partire dal 1988. Ha sempre parlato a lingua sciolta di solidarietà araba e islamica ma l’ultima sua guerra esterna fu un tentativo di annettersi il Kuwait. Il
conflitto contro i vicini e i sudditi era una componente essenziale della sua visione dell’Iraq: indicando agli
iracheni alcuni nemici esterni li obbligava a impegnarsi per uno scopo comune: sterminando le minoranze
interne o costringendole alla fuga, eliminava una parte della diversità dell’Iraq».
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l’esercito e della Guardia Repubblicana —
al confine con il Kuwait, tutte schierate in
ordine di battaglia e pronte per un’offensiva corazzata verso il Kuwait. Le unità navali americane nel Golfo vengono poste in
stato di allerta. Il 2 scatta l’invasione, con
l’appoggio di aerei da combattimento e di
un centinaio di elicotteri. L’operazione si
conclude in giornata. L’Emiro regnante nel
Paese ripara in Arabia Saudita. Il 6 agosto
il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna l’aggressione irachena, e dispone un
embargo globale contro l’aggressore. L’Arabia Saudita chiede l’aiuto americano.
Il giorno successivo il Presidente Bush
(Sr) ordina al Segretario alla Difesa Cheney, un altro veterano dell’Impero Americano, di disporre l’immediato invio di
unità da combattimento in Arabia Saudita
per proteggere il Regno da una possibile
invasione. È l’inizio dell’Operazione Desert Shield, prodromica a Desert Storm ma
al momento tesa a scongiurare un nuovo
blitz iracheno, dato per imminente. Il blitz
non avrà luogo e in seguito Saddam Hussein giudicherà tale omissione come il suo
più grande errore (forse è stato solo il più
grande successo della disinformazione statunitense)..
Il Navy Military Sealift Command dell’US Navy attiva la flotta di riserva e i piani di imbarco di mezzi e truppe previsti
dalla pianificazione del Central Command, il quale assume la responsabilità
globale dell’operazione. Nei giorni successivi un gruppo da battaglia centrato sulla USS Eisenhower attraversa il canale di
Suez diretto verso il Golfo — la Saratoga
la imiterà il successivo 22 — mentre
l’USS Indipendence che si trova già in zona giunge nel golfo di Oman. I loro wing
sono le prime unità aeree da combattimento pronte ad entrare in azione nel teatro.
L’8 agosto l’Iraq annette il Kuwait e l’a10
vanguardia dell’82a Divisione Aviotrasportata dell’US Army atterra in Arabia
Saudita, insieme a un gruppo di «F15» e
alcuni AWACS dell’USAF. Unità del Secondo e Terzo Maritime Prepositioning
Squadron salpano da Diego Garcia e
Guam alla volta del Golfo. Cinque giorni
dopo le prime navi da trasporto veloci della Marina americana — l’Altair e il Capella — partono da Savannah per il porto saudita di Jubail, con a bordo materiali pesanti per la 24a Divisione corazzata dell’US
Army. Seguiranno altre sei unità. Tutte
compiranno il trasferimento di settemila
miglia a una media di 27 nodi. Il 15 agosto
le prime unità prepositioning provenienti
da Diego Garcia attraccano nei porti sauditi e a sbarcano gli equipaggiamenti pesanti dei marines che il giorno precedente
hanno cominciato ad affluire per via aerea.
Il 17 hanno luogo le prime intercettazioni
di naviglio iracheno da parte di unità americane nel mar Rosso e nel Golfo Persico,
mentre la corazzata Winsconsin attraversa
il canale di Suez diretta nel Golfo. Il 28
agosto il trasporto veloce di materiali per
Desert Shield raggiunge il suo apice, con
90 unità in mare, 69 dirette verso il Golfo
e 21 in rientro verso gli Stati Uniti.
Settembre e ottobre vedono il consolidarsi della presenza del Central Command
e il conseguente, definitivo allontanarsi
della minaccia di un’invasione. La strategia americana di contenimento e protezione dell’Arabia Saudita evolve in un deciso
atteggiamento controffensivo, volto alla liberazione del Kuwait nel più breve tempo
possibile, partendo soprattutto dal territorio saudita.
Il 1° gennaio del 1991, nel primo giorno
di un anno che si annuncia cruciale, la US
Navy ha dislocato 25 unità nel Golfo Persico, 20 nel Golfo di Oman e 10 nel Mar
Rosso. Quattro gruppi da battaglia di porRivista Marittima-Giugno 2010
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taerei americane sono nel Mar Rosso (Saratoga, America, Kennedy e Roosevelt) e
due nel Golfo (Midway, Ranger), dove sono presenti anche due navi da battaglia cariche di missili cruise (Missouri e Winsconsin) con relative scorte, anche queste
ultime equipaggiate di «Tomahawk». Si
tratta in totale di otto Battle Group, ovvero quattro Sixth Fleet dell’epoca. È schierato anche un nutrito contingente di navi
alleate, comprendente principalmente caccia, fregate, corvette, cannoniere, cacciamine e navi di supporto delle Marine britannica, francese, olandese, australiana,
spagnola, argentina, danese, saudita e italiana.
Per quanto riguarda quest’ultima, il 19
agosto viene costituito un Gruppo Navale
MMI — il 20° — su due fregate e un rifornitore che salpa da Taranto per dislocarsi
prima nel Mediterraneo orientale e successivamente, alla fine del mese, nel Golfo
Persico. Rimarrà per tutta l’esigenza Desert Shield e verrà rinforzato, all’attivazione di Desert Storm, dal caccia lanciamissili Audace. Si alterneranno sette fregate, un
caccia, dodici elicotteri. Saranno controllate 2.390 unità e percorse complessivamente 287.000 miglia. Seguirà, più tardi,
un gruppo di 8 (poi 10) «Tornado», primo
reparto offensivo dell’Aeronautica Militare dislocato per operazioni di guerra fuori
dei confini nazionali.
La dislocazione dei vari contributi nazionali in relazione al progressivo intensificarsi della minaccia corrisponde al grado
di condivisione degli obiettivi e delle modalità dell’operazione da parte dei vari Governi nazionali. Le sfumature sono direttamente corrispondenti alla lontananza con i
campi minati e i Silkworm iracheni. Va da
sé che i Britannici e gli Australiani sono in
prima linea, oltre alla solita US Navy. Le
Marine Latine sono un po’ defilate. Ci soRivista Marittima-Giugno 2010
no ancora 600.000 cattolici in Iraq, la più
forte comunità cristiana di un Paese arabo,
senza contare — per la Francia — le importanti intese petrolifere con Bagdad. Parigi soffre di ulteriori difficoltà politiche e
intelligence in senso lato. Il Ministro della
Difesa, noto simpatizzante dell’Iraq, si dimette. Le cospicue forniture transalpine a
Saddam costituiscono la maggiore preoccupazione dei pianificatori alleati, per la
loro letalità e sofisticazione. Le caratteristiche parametriche delle armi, in particolare, sono un requisito informativo essenziale, ma le ditte fornitrici sono molto restie a rivelarle. Ci vorrà una fortissima
pressione da parte americana per ottenere,
ad esempio, le frequenze di lavoro dei radar dei missili «SAM» a corta portata forniti a Saddam in copiosa quantità. Se non
neutralizzati, tali missili sono in condizioni di mettere a rischio le vite degli stessi
piloti francesi che si apprestano a bombardare bersagli da essi difesi..
Le unità più moderne delle Marine NATO e ANZAC partecipano a una serie di
gigantesche reti «Link 11» che coprono
tutto il Golfo Persico, assimilandolo a uno
scena d’azione locale. Si tratta del primo
esempio storico di «tatticizzazione» di uno
scenario aeronavale di livello strategicooperativo nel quale si trova la più forte
concentrazione navale dai tempi delle fasi
finali della Guerra del Pacifico. Il che può
significare, a parte l’aspetto tecnologico,
che l’Iraq è ritenuto un osso molto più duro della Corea (più Cina) del 50-53 e del
Vietnam del Nord del 64-74. Oppure che
gli americani hanno imparato bene la lezione dei conflitti asiatici e intendono risolvere questa contingenza col minimo
possibile tasso di perdite e nel tempo più
breve, secondo l’imperante Dottrina
Powell, ovvero senza costringere l’audience internazionale a verificare i propri limi11
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ti emotivi. La «finestra di disponibilità»
delle opinioni pubbliche occidentali a sopportare l’orrore di una guerra si misura ormai in settimane.
Naturalmente il governo di Washington
intende approfittare dell’opportunità per
fornire un esempio che possa essere compreso da tutti i potenziali perturbatori dell’ordine internazionale — rogue state e similari — e osservato attentamente da chi,
avendone le possibilità, potrebbe essere
tentato di sfidare in qualche modo l’egemonia statunitense. Ma non è solo l’ opportunità di evitare perdite e fornire dimostrazioni esemplari il movente principale
in gioco. Dopo questo conflitto, e in base a
come le varie parti saranno interpretate dai
diversi comprimari, USAF, US Navy, US
Army e Marines, sarà decisa la composizione e l’articolazione delle forze armate
americane dell’ imminente millennio. La
lotta vera potrebbe verificarsi, più che
contro gli iracheni, soprattutto per le future assegnazione di bilancio e ripartizione
di responsabilità, essenzialmente fra Marina e Aeronautica e fra Esercito e USMC.
Le ragioni di una così massiccia presenza
aeronavale vanno quindi ricercate con tutta probabilità in una combinazione di tutti
i fattori sopradescritti.
Le motivazioni degli altri sono analoghe, anche se meno consapevoli e strutturate. La Gran Bretagna ha la sua partnership strategica con gli Stati Uniti da mantenere attraverso la fratellanza d’armi, per
salvaguardare l’unica rilevanza post-imperiale possibile. La Francia tiene d’occhio
Albione e cerca di starle sulla ruota. Gli altri hanno tirato fuori la migliore argenteria,
volendo ovviamente presenziare, come
succede per quegli eventi sociali ai quali
non si può non esserci. Ognuno ha ragioni
specifiche e peculiari; chi non ne ha vuole
comunque partecipare e fare esperienza di
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uno scenario di guerra ipermoderno e forse irripetibile, una sorta di battaglia traslata, concepita per conseguire la supremazia
della pianura centroeuropea e combattuta
nel deserto iracheno (anche la configurazione del teatro aiuta, con il Golfo Persico
assimilabile a un Baltico rovesciato di
180° e lato a mare del teatro d’operazioni
terrestre). Dovunque, all’interno dei propri
dispositivi, le FF AA sgomitano fra di loro
per stare più vicine possibile alla scena
principale. La contesa, nel dopoguerra,
non sarà senza conseguenze.
Desert Storm
A metà gennaio può essere considerato
ultimato lo schieramento dell’Armada della Coalizione internazionale assemblata
con grande sagacia da un George H.W.Bush che si trova nel momento di grazia della sua presidenza. I vertici politici e militari hanno imposto ai loro apparati militari
un ritmo veramente sostenuto che questi
sono riusciti ad assecondare. Sono presenti nello scacchiere 700.000 uomini, dei
quali 425.000 americani e decine di migliaia di arabi, i cui governi hanno risposto
in modo quasi compatto alla richiesta del
presidente americano di non lasciare che
l’operazione assuma una connotazione
troppo occidentale e «Crociata». Si dirà
poi che la lezione non è stata ripresa da
Bush figlio dodici anni dopo, per Iraqi
Freedom, ma le circostanze saranno molto
diverse e George W non avrebbe certo
avuto dai governi arabi, per invadere un
paese fratello (e non per liberarne un altro,
come nel‘91), quell’appoggio che neanche
alcuni dei suoi più stretti alleati — Germania, Francia, Canada — gli avrebbero concesso per chiudere definitivamente il dossier Saddam.
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Senza perdere tempo (il Ramadam è
prossimo) il 17 viene scatenata la tempesta
sul deserto, Desert Storm, ovvero una
massiccia offensiva su larga scala che mira alla sola riconquista del Kuwait. Essa
viene condotta con armamenti, tattiche e
tecnologie militari sviluppati durante la
Guerra Fredda dalle Potenze Atlantiche
per arginare l’espansionismo sovietico in
Europa. Il dispositivo bellico che aveva tenuto a bada l’Unione Sovietica esprime a
pieno le sue potenzialità. Queste ultime si
manifestano in modo joint and combined,
come condotta strategica di una eterogenea coalizione multinazionale e interforze,
e come sviluppo di tutte le tematiche tattiche che avevano costituto la pratica quotidiana degli apparati bellici americani e
Nato nel quarantennio precedente. Di fatto
l’Alleanza Atlantica combatte nel golfo
Persico quella guerra che era riuscita ad
evitare in Europa e lo fa con un’ampiezza
si prospettive e di risorse operative che
non saranno più raggiunte. Neanche nell’attuale impegno in Afghanistan, dove pure la Nato è presente in modo istituzionale, con nome e cognome, e combatte anche
per dimostrare la sua credibilità.
Alle 02.38 del 17 gennaio, quindi, otto
elicotteri «Apache» della 1° divisione Airmobile dell’US Army penetrano a volo radente nel territorio iracheno e distruggono
con missili «Hellfire» due installazioni radar. La mossa apre una breccia nella difesa AA nemica nella quale si inseriscono
centinaia di missioni di penetrazione della
Coalizione multinazionale. 1.000 sortite
verranno effettuate nelle prime ventiquattro ore da velivoli di cinque nazioni decollati da basi aeree prossime al teatro d’operazione e molto più distanti (Gran Bretagna e ConUS-Continental US), nonché ovviamente dalle portaerei. Queste ultime
avranno inizialmente non poche difficoltà
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ad inserirsi nella campagna aerea di interdizione, nonostante si siano avvicinate
molto ai bersagli (tre entrano progressivamente nel Golfo Persico, seguite successivamente da una quarta). L’offensiva si
svolge secondo procedure di pianificazione estremamente automatizzate, gestite
completamente dall’USAF, e coinvolge
numeri ben più corposi dei 24 o 36 cacciabombardieri che ciascuna linea di volo di
portaerei può mettere in aria (ogni Wing è
articolato in modo bilanciato fra le esigenze offensive e quelle difensive dell’intero
Battle Group). Si verifica così un ribaltamento di ruoli fra le due principali Forze
aeree americane, con le portaerei relegate
ad un ruolo quasi marginale e l’USAF che
domina la scena. Sembrano molto lontani i
tempi della Corea e del Vietnam, che avevano visto una sostanziale equivalenza fra
le due.
L’asso della manica della US Navy si rivela il missile cruise «Tomahawk» in versione anti bersaglio terrestre, da poco entrato in servizio. Nei primi minuti dell’offensiva ne verranno lanciati 106, contro
obiettivi strategici dell’area di Baghdad.
Nel conflitto ne saranno impiegati complessivamente 276, 264 dalle unità di superficie — corazzate, incrociatori e caccia
— e 12 da sommergibili in immersione.
Otto in un lancio subacqueo solo dal Mar
Rosso, un record (USS Louisville), e quattro addirittura dal Mediterraneo (USS Pittsburgh). I risultati sono significativi ma
forse non tali da giustificare sotto il solo
profilo operativo un impiego così massiccio, indiscriminato e oneroso della nuova
arma, se non in quella funzione «salvavita» (dei piloti dei velivoli d’attacco) che
negli Stati Uniti è diventato il termine di
paragone per giudicare della liceità di una
tattica militare o di un nuovo mezzo. I drone e gli UAV/UCAV costituiranno il pas13
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so successivo.
I primi abbattimenti di aerei iracheni —
«Mig 21» — sono comunque opera di
«F18» della Porterei Saratoga. Durante la
campagna saranno distrutti 36 velivoli iracheni da parte di caccia dell’USAF, tre dagli «F18» e «F14» navali, due da un
«F15» saudita. La relativa esiguità di questi numeri complessivi deriva dal rifiuto
dell’Aviazione di Saddam a prestarsi a
quello che si sta rivelando un tiro al piccione da parte dei molto più sofisticati
caccia della Coalizione, soprattutto americani, francesi e sauditi. Il rifiuto al combattimento si trasformerà in una migrazione di massa della linea di volo irachena in
Iran, dopo pochi giorni di disfatte, primo
e unico esempio storico di transumanza
aviatoria pilotata che si conosca.
L’Iraq cerca di riguadagnare il prestigio
perduto lanciando una salva di missili
Scud su Israele e Arabia Saudita, con perdite umane modeste ma di forte valore mediatico, sia per la novità che per la loro nazionalità. In gran parte si tratta di soldati
americani centrati da un missile mentre sono in una caserma saudita. La mossa è militarmente poco significativa, ma ha effetti
psicologici rilevanti sulla popolazione
israeliana, l’opinione pubblica occidentale
e le frange più estremiste e fanatizzate delle masse arabe.
Nel Golfo Persico si sviluppano una serie di eventi tattici minori ma degni di nota. Il 25 gennaio due elicotteri delle Special Forces dell’US Army basati sulla fregata Nicholas attaccano una squadriglia di
quattro motovedette irachene con missili
«Hellfire» e fuoco di razzi e mitragliere.
Un’unità viene affondata e due danneggiate gravemente. Il 29 gennaio viene effettuato un elisbarco di marines partiti
dalla portaelicotteri Okinawa sulla piccola isola irachena di Umm, dodici miglia al
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largo della costa kuwaitiana, abbandonata
qualche ora prima dalla sua guarnigione.
Il 31 gennaio gli Iracheni investono la cittadina di Khafji, dieci km all’interno dell’Arabia Saudita, presidiata da marines e
truppe saudite. Dopo dodici ore di violenti combattimenti strada per strada gli alleati respingono gli attaccanti con l’appoggio di gunship Cobra e AC 130 Spectre. La giornata fornisce un’anticipazione
di che cosa sarebbe stata la guerra terrestre di Desert Storm combattendo alle
condizioni di Saddam, che vagheggiava
— come si ricorderà — di una «Madre di
tutte le Battaglie».
Il 7 febbraio anche la Npa America entra nel Golfo. Quattro Flat top serrano sotto il nemico, sia bellico (Iraq) che budgetario (USAF). Il 16 febbraio le operazioni
di neutralizzazione delle batterie
«Silkworm», condotte prevalentemente
dagli aerei imbarcati, vengono concluse
da una spettacolare (quanto imbarazzante
per la US Navy) azione di elicotteri Special Forces dell’US Army basati sulla fregata Jarret, i quali distruggono con missili «Hellfire» le batterie scampate a ben 13
incursioni dei velivoli delle portaerei. La
quasi totale neutralizzazione dei
«Silkworm» consente alle navi da battaglia Missouri e New Jersey di iniziare a
battere la costa nemica con i loro 406 mm.
Si evidenzia come sia molto più difficile
neutralizzare batterie costiere mobili e mimetizzabili che unità navali missilistiche.
Una volta risolto il problema della ricognizione e dell’identificazione dei bersagli, può essere più conveniente abbondare
sulle prime piuttosto che sulle seconde,
soprattutto in un piccolo mare chiuso nel
quale la mobilità delle navi è forzatamente limitata.
Il 18 febbraio accade qualcosa di grave
ancorché paventato: l’incrociatore PrinceRivista Marittima-Giugno 2010
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ton e la portaelicotteri Tripoli, della US
Navy, urtano contro mine — parrebbe di
fornitura italiana — appartenenti a estesi
campi posati dagli iracheni nella parte settentrionale del Golfo a partire dal momento in cui è stato chiaro che gli Stati Uniti
avrebbero reagito all’invasione del
Kuwait. Si tratta del colpo più serio inferto a unità maggiori americane in tutte le
campagne della Guerra Fredda (o, se si
preferisce, dei primi accenni del «Nuovo
Ordine Mondiale» evocato dal presidente
Bush). Le due unità vengono seriamente
danneggiate, anche se non corrono il pericolo di affondare. Avranno bisogno di
quattro mesi e cinque settimane di riparazioni, rispettivamente. I due episodi avranno conseguenze notevoli: imporranno
molta cautela ai movimenti delle forze navali della Coalizione al largo delle coste
del Kuwait e dello Shatt el Arab, riducendo notevolmente l’efficacia della loro
pressione sul dispositivo iracheno presente in zona, e impediranno, di fatto, quello
sbarco anfibio che avrebbe dovuto costituire la manovra orientale della tenaglia
offensiva alleata per la liberazione dell’Emirato. Il Corpo dei Marines ci tiene molto, per rinverdire gli allori un po’ appannati dal Libano. E soprattutto per rinnovare
quell’epica che serve a giustificare, in
Congresso e nel Paese, una specialità anfibia così ipertrofica.
Il corpo di spedizione italiano riceve il
suo battesimo del fuoco in una vera guerra, superando una barriera costituzionale e
psicologica che un altro ex Tripartito dell’Asse oltrepasserà solo otto anni dopo, in
Kossovo, mentre il Giappone forse non
riuscirà mai a farlo, se non costretto con la
forza. Il gruppo dei «Tornado» dell’Aeronautica Militare presente nell’area partecipa a operazioni offensive contro il dispositivo iracheno in Kuwait. Nella prima notte
Rivista Marittima-Giugno 2010
di Desert Storm un velivolo è abbattuto
dalla contraerea irachena mentre sta bombardando un obiettivo. L’equipaggio viene
catturato. Ne seguirà in Patria uno strascico nazional-popolare concentrato sulla
sorte del medesimo, che appassionerà l’opinione pubblica italiana più di tutta la
Campagna. Il 20° Gruppo Navale viene integrato nei dispositivi interalleati dislocati
in area di operazioni. La fregata Zeffiro e
successivamente anche l’Audace sono inseriti in un gruppo da battaglia americano
che effettua operazioni di volo offensive
contro l’Iraq. Riescono a fare la loro onorevole parte soprattutto nell’evitare di essere tagliati in due dalle portaerei quando
accostano senza preavviso a trenta nodi
per lanciare gli aerei, del tutto incuranti di
chi hanno nei paraggi.
L’offensiva terrestre
I
l 24 febbraio scatta l’offensiva terrestre
della Coalizione su un fronte molto ampio,
400 km, e quattro direttrici principali, preceduta, due giorni prima, da una penetrazione di 20 km dei Marines nel Kuwait per
predisporre assi di avanzata per le forze
corazzate attraverso i campi minati iracheni. Le prime due direttrici corrono su un
lungo arco verso nord-ovest, per poi accostare a nord-est, penetrare in profondità
nel territorio iracheno e tagliare i collegamenti dell’Armata irachena in Kuwait e
nell’Iraq meridionale con il resto del Paese. La penetrazione sarà effettuata a una
velocità molto sostenuta dalla 7a Armata
americana quasi al completo (quella del
Fulda Gap) nonchè da una divisione corazzata rinforzata del BAOR (British Army
Over the Rhine) e da una divisione blindata leggera dell’Armée francese, che arranca con i suoi ruotati per star dietro alle pri15
Ruolo del potere marittimo nella Guerra del Golfo (1990-91)
me. Le altre due direttrici — percorse dalla fanteria, Marines americani e reparti
sauditi — puntano direttamente su Kuwait
City. L’avanzata incontra una scarsa resistenza, e quando ciò accade, la superiorità
tattica e tecnologica alleata travolge o aggira un nemico aggrappato a posizioni difensive statiche e spesso inebetito dai
bombardamenti (una compagnia irachena
si arrende a un RPV, e un altra a due giornalisti occidentali).
L’assoluta superiorità aerea, la gestione
integrata di tutte le risorse operative disponibili e l’impiego di tecniche mutuate dalla dottrina Airland Battle 2000 dell’US
Army si combinano con l’utilizzazione
delle procedure più moderne di Comando
e Controllo, verificate in tempo quasi reale da squadre di simulazione operativa inserite per la prima volta negli staff tattici.
Il risultato stupisce il mondo, gli stessi pianificatori e i soldati sul campo, i quali non
avevano mai potuto sperimentare un’operazione Airland su questa scala e su un terreno così favorevole.
Nel corso delle operazioni di supporto
navale all’offensiva terrestre la corazzata
Missouri, che sta battendo con i suoi 406
le posizioni irachene in Kuwait, viene
fatta oggetto di un lancio di Silkworm da
parte dell’unica batteria costiera scampata ai bombardamenti delle settimane precedenti. Le emissioni del missile vengono intercettate dalle ESM di un velivolo
di sorveglianza della US Navy, che lancia un allarme real time sul «Link 11»,
raccolto e valorizzato immediatamente
dal CT britannico Gloucester con il lancio di due missili «Sea Dart», uno dei
quali abbatte il «Silkworm». Un secondo
ordigno finisce in mare, probabilmente
ingannato dalle ECM americane, «SLQ
32» — e similari.
In concomitanza con Desert Storm, nel
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Mediterraneo viene attuato dalla NATO
un massiccio dispositivo aeronavale per
esercitare un’azione di deterrenza e difesa preventiva contro possibili attacchi alle linee di comunicazione delle forze
multinazionali impegnate nella liberazione del Kuwait. Sono impegnate tre «Harrier Carrier» europee (l’Ark Royal, il
Principe de Asturias e il Garibaldi), in
una cooperazione di elevato valore simbolico — per la prima volta il Mediterraneo staziona un Battle Group europeo,
senza ingombranti presenze americane e
sovietiche — e un nucleo di scorta formato da oltre 20 fregate. Contemporaneamente Cincsouth concentra nelle acque siciliane un imponente complesso di
contromisure mine, fino a 32 cacciamine
e dragamine e 4 navi logistiche, una forza più corposa di quella che altre Marine
abbiano mai messo in opera dai tempi
della 2a G M. In tale contesto si disloca
in Mediterraneo anche Stanavorfchan, la
Forza permanente di contromisure mine
della Manica.
Questa mobilitazione navale della Nato, oltre che dare un segno visibile e rappresentativo della coesione e dell’efficienza dell’Alleanza, scoraggia l’utilizzo
del Mediterraneo come cassa di risonanza
delle istanze dello schieramento filo-iracheno, che annovera, in questo mare,
molti adepti. Libia, Giordania, PLO, Hamas, Hezbollah, fondamentalisti maghrebini, e altri più furtivi. Se l’Alleanza non
avesse preso le misure energiche e credibili che prese si sarebbe probabilmente
verificata un’altra evenienza tipo Lampedusa, o Achille Lauro, oppure attacchi
terroristici di varia natura.
Il 27 febbraio Kuwait City viene liberata dai Marines e da forze arabe. Si tratta
delle ultime fasi della campagna, e dell’ultimo bombardamento dei 406 della MisRivista Marittima-Giugno 2010
Ruolo del potere marittimo nella Guerra del Golfo (1990-91)
souri in questa campagna e nella sua leggendaria vita operativa. Dopo poche ore il
Presidente Bush annuncia a Washington
che dalla mezzanotte tutte le forze della
Coalizione sospenderanno le operazioni
offensive. È la fine della fase ufficiale e
spettacolare della Guerra del Golfo. Non è
l’epilogo della vicenda, come sappiamo
bene, e non è neanche la fine delle operazioni militari più immediate. L’Iraq militare e la tirannia che lo gestisce come una
sanguinosa satrapia rimangono in piedi,
appena scalfiti nel prestigio e nei numeri
(la gran parte dei soldati iracheni bruciati
dal napalm degli aerei della Coalizione durante la caotica fuga verso il confine appartiene all’esercito e non alle ben più agguerrite divisioni della Guardia Repubblicana).
Si conclude così, in modo strategicamente prematuro, politicamente approssimativo e operativamente inconcludente,
una «Guerra Giusta» — per dirla all’Obama — che si era sviluppata attraverso una
campagna militare preparata con cura da
ottimi generali americani — Powell e
Schwarzkopf, per citare i principali — e
vinta in modo folgorante. L’abbaglio, che
appanna non poco la nettezza della vittoria
americana e la sagacia del Comandante in
Capo Bush, porterà una dozzina di anni
più tardi, come accennato, alla ripresa delle ostilità in un clima planetario decisamente mutato e con un condottiero assai
meno carismatico, ancorchè della stessa
stirpe. Entrambi i fattori non consentiranno — nonostante un successo militare incondizionato e questa volta esiziale per gli
avventurismi del bandito Saddam Hussein
— quell’unanimismo internazionale di
obiettivi e di finalità che era stato il capolavoro di George Sr. Le conseguenze di tale mancato unanimismo durano ancora e
hanno pesantemente condizionato i nostri
tempi.
Rivista Marittima-Giugno 2010
Lezioni e insegnamenti sul ruolo
delle Marine
Dalla narrazione della vicenda si potreb-
be evincere che il ruolo delle Marine in
Desert Shield & Storm sia stato nel complesso secondario, almeno nella fase calda
delle operazioni. La realtà è ben diversa:
tutta l’operazione non sarebbe stata realizzata senza un potere marittimo dominante
che ha reso possibile:
— il blocco dell’aggressione, con una credibile presenza aeronavale pronta a intervenire sin dalle prime ore del suo manifestarsi.
— l’inserimento immediato di una forza
aeroterrestre d’arresto e contenimento, costituita da aerei navali e Marines equipaggiati con mezzi pesanti.
— il trasporto veloce nel teatro di operazioni di un enorme corpo di spedizione, in
particolare del complesso dei suoi materiali. Quasi tutto quello che è stato utilizzato
per Desert Storm è stato traslocato e inserito nel teatro via mare.
— la campagna aerea di interdizione e
scardinamento del dispositivo strategico e
militare iracheno, anche con nuove armi e
tecnologie decisive, come i missili cruise.
Una buona parte del close air support che
ha reso il blitz corazzato del Central Command un’affollata omologa della ParigiDakar è stata generata From the Sea, in
stretta aderenza con l’omonima dottrina.
— la copertura sui versanti a mare dello
stesso teatro e sulle retrovie del Mediterraneo e dell’Oceano Indiano.
— un effettivo concorso alle operazioni
offensive terrestri nel Kuwait con i reparti
di marines sul terreno, il tiro delle navi,
l’appoggio aerotattico delle portaerei e la
spada di Damocle anfibia.
— la protezione delle retrovie strategiche
e delle vie di comunicazione marittime.
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Ruolo del potere marittimo nella Guerra del Golfo (1990-91)
Prova della crucialità dello strumento
marittimo il fatto che è bastato qualche
campo di mine — un classico strumento
«navale» di interdizione — per privare
l’offensiva alleata del suo prezioso gancio
destro anfibio, lo sbarco dato per certo e
mai avvenuto, che ha avuto il solo effetto
di inchiodare sulle spiagge tre o quattro divisioni irachene, esito vantaggioso ma non
decisivo. Se l’Iraq avesse potuto impiegare qualche altro strumento navale del genere avrebbe messo ancora più in luce la
centralità del ruolo delle Marine della
Coalizione — o meglio la mancata centralità. L’esito sarebbe stato lo stesso ma certamente non così inequivocabile, subitaneo e a buon mercato come è stato.
Le portaerei, come accennato, sono state impiegate in funzione relativamente secondaria perché non vi era particolarmente bisogno di loro e delle loro caratteristiche uniche — mobilità, autonomia, tempestività, ubiquità, indipendenza da basi terrestri e condizionamenti politici. Preesisteva nell’area un complesso di infrastrutture
moderne, compatibili con il materiale di
volo alleato e sicure, perché situate nel deserto e lontane da mortai ed incursori iracheni (i terroristi suicidi ancora non esistevano). Vi è stato tutto il tempo di schierarlo, il suddetto materiale di volo, per l’attendismo borioso e dilettantesco di Saddam e la casuale assenza di esigenze concomitanti in altri teatri. Si è trattato di un
dispositivo aereo poderoso, gigantesco;
praticamente tutti gli aerei pronti al combattimento dell’USAF normalmente dislocati sulla costa atlantica degli Stati Uniti e
in Europa, nonché dell’intera RAF e Royal
Saudi Air Force e aliquote significative
delle Aviazioni francese e di quelle dei
partecipanti minori, Italia, Canada, ecc.
Condizioni abbastanza uniche e difficilmente ripetibili. La «strapresenza» delle
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Aviazioni «aeronautiche» ha imposto standard e procedure diverse da quelle dell’aeronavale americana, che come si è detto è
stata penalizzata e messa (volutamente e
forse maliziosamente) in disparte. Ha contribuito a questa marginalizzazione anche
la composizione dei gruppi di volo delle
Portaerei, che non avevano provveduto a
rinforzare con una certa previdenza corporativa la componente d’attacco a scapito
dei caccia puri, gli «F14». Ma chi avrebbe
immaginato che l’Aviazione di Saddam
avrebbe transumato? La difesa aerea delle
formazioni navali, e in particolare di colossi nucleari da fantagigadollari a esemplare, non potevano essere lasciata in mano solo agli AEGIS dei Ticonderoga, o —
ancor peggio — affidata agli «F15» dell’USAF. Le portaerei avrebbero corso rischi incalcolabili e inconfessabili. (La lezione è stata compresa, e da allora fino alla loro radiazione gli «F14» hanno gradualmente assunto un ruolo secondario ma
sempre più importante di cacciabombardieri, con armamento intelligente, puntatori elettrottici e tutto il resto).
Una vera sorpresa è stata, ancora una
volta, la summenzionata mina. Come in
Corea, in Vietnam, in Mar Rosso, nello
stesso Golfo Persico della «guerra delle
petroliere», pochi anni avanti. La sorpresa
in realtà è stata di chi si vuole far sorprendere a tutti i costi da un mezzo bellico economico, semplice, stranoto, con un rapporto costo/efficacia ineguagliabile ma senza
quelle potentissime lobby alle spalle che
nel complesso militar-industriale nordamericano assicurano fortuna e longevità ai
programmi più fashion.
Un’altra realtà inaspettata si è rivelata
l’obsolescenza delle difese costiere missilistiche antinave irachene, basate su un
missile come il cinese «Silkworm» ad autoguida radar conical scan, che risaliva alRivista Marittima-Giugno 2010
Ruolo del potere marittimo nella Guerra del Golfo (1990-91)
la tecnologia della guerra dello Yom Kippur di quasi venti anni prima ed era facilmente contrastabile dalle ECM e dalle difese contraeree delle unità angloamericane. Se gli stessi iracheni avessero impiegato da terra gli stessi Exocet sea skimmer a
guida monopulse con i quali i loro Mirage
avevano inutilmente sforacchiato le petroliere di tutto il mondo nei sette o otto anni
precedenti, e dei quali erano dotate anche
le motomissilistiche kuwaitiane da loro
catturate, le unità maggiori della Coalizione si sarebbero dovute tenere ben lontane
dal nord del Golfo e l’ipotesi anfibia, già
messa in difficoltà dalle mine, non sarebbe
stata neanche immaginata, liberando le divisioni irachene che ne hanno dovuto fronteggiare l’immanenza. Le modifiche tecniche necessarie per adattare i missili aeroportati a un impiego da terra, come già
avevano fatto gli argentini alle Falkland,
erano abbondantemente alla portata degli
agguerriti servizi tecnici delle forze armate di Saddam.
Si è trattato di una omissione inspiegabile e inspiegata, salvo forse per il fatto
che per utilizzare gli Exocet alla loro portata ottimale sarebbe stata necessaria una
capacità di ricognizione che gli iracheni
non possedevano e che comunque non
avrebbero mantenuto per un’ora dopo lo
scoppio delle ostilità. Erano in condizioni
di poter lanciare missili solo alla cieca, dove avevano sentore si trovassero navi nemiche. Un po’ poco, anche per gli Exocet.
Per il resto, si è constatata l’importanza
Rivista Marittima-Giugno 2010
e lo spessore della presenza euromediterranea della Nato a sostegno dell’operazione, e verificata l’ampiezza e l’elevato livello della partecipazione navale di moltissime Marine della Coalizione a Desert
Shield/Storm. Tale partecipazione è stata
condizionata dai vari gradi di cooptazione
all’evento principale e dalle differenti
prossimità all’area della battaglia consentiti dalle istruzioni dei rispettivi Governi.
Queste diversità hanno determinato caso
per caso regole d’ingaggio, tipo e spessore
delle esperienze, loro attendibilità per
estrapolare insegnamenti e indicazioni.
Tutti hanno fatto tesoro di quanto hanno
visto, sentito, capito e fatto.
Si è evidenziato ed è stato forse misurato — da parte di chi era in condizioni di
farlo — il divario qualitativo che le separava, ancora una volta, dalla Flotta americana. Soprattutto in quella sua concretizzazione di macrosistema integrato e universalista che racchiudeva ed esaltava le
prestazioni di piattaforme aeree e navali
(di per sé non inarrivabili): sensori, satelliti, reti, comandi, intelligence, armi precise,
dottrina, esperienze pregresse. Il risultato
di tale capacità era una incredibile capacità
di assorbire e macinare diversità per generare sinergie. Un melting pot sincretico
che al tempo era peculiarità, sul mare, della sola US Navy. Più tardi si sarebbe chiamata Networkcentric capability e sarebbe
diventata, entro certi limiti, materia condivisa, almeno dalle Marine più equipaggiate e consapevoli.
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