L`amore e la sponsalità nel Nuovo Testamento

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L`amore e la sponsalità nel Nuovo Testamento
L’amore e la sponsalità nel Nuovo Testamento
San Miniato, 10 gennaio 2009
Presentazione dell’icona “Questo mistero è grande”
L’icona è una finestra aperta sul mistero: non solo lo rappresenta, ma lo contiene e lo comunica, in un
percorso che dal visibile sale all’invisibile.
Sul mistero l’icona deve dire la verità.
Questa icona è stata “scritta” da Luisanna Garau e collaboratori e presentata a Rocca di Papa nell’aprile
2002, in occasione della VI Settimana di studi sulla spiritualità coniugale e familiare. Essa permette di
conoscere ciò che Dio ha rivelato di se stesso attraverso il sacramento delle nozze. Per i coniugi
rappresenta dunque una possibilità di mettersi “faccia a faccia” con la bellezza del mistero nuziale.
Descrizione dell’icona
Si presenta articolata in tre piani (v. pag.2).
Il piano centrale colpisce in modo particolare perché vuole svelare il “mistero grande” presente in tutta
la storia della salvezza. Cristo Sposo e la Chiesa Sposa, immersi nella gloria dei cieli, sono al centro di un
globo verde, colore della vita. Lo Sposo-Cristo incorona la Sposa-Vergine-Madre. Essi sono circondati
dagli angeli e da undici Apostoli; il dodicesimo è S. Paolo, che tiene in mano un cartiglio con il testo a cui
l’icona si ispira: “Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32). Dal
costato del Crocifisso-Risorto sgorgano l’acqua e il sangue nei quali la Chiesa-Sposa è generata e dai
quali continuamente riceve la vita. La Vergine Madre rappresenta la dimensione mariana-femminile,
mentre la dimensione apostolica-maschile è rappresentata dagli Apostoli: insieme formano la SposaChiesa. Immagine vivente e personale di essa e Sposa gloriosa dell’Agnello è la Madre, vestita con il
bianco mantello nuziale (cfr Ef 5,27). Tiene tra le mani il testo del Cantico dei Cantici 2,16 (“Il mio diletto
è per me ed io per lui”), esprimendo così la reciprocità dell’amore nel quale liberamente, come sposa, è
coinvolta. Cristo, in vesti gloriose d’oro, con una mano incorona la Sposa, mentre con l’altra, rivelando il
significato del gesto, regge il libro di Osea aperto al capitolo 2,21-22, dove è scritto: “Ti farò mia sposa
per sempre, nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore e tu conoscerai il Signore”.
Nella parte alta dell’icona viene raffigurata la Trinità secondo il modello proposto da Andrej Rublëv:
l’apparizione dei tre angeli ad Abramo alle Querce di Mamre (cfr Gn 18). L’immagine rinvia dunque alla
divina “comunione” tra Padre, Figlio e Spirito come sorgente del mistero nuziale.
Tra il mistero trinitario e il mistero di Cristo Sposo e della Chiesa Sposa viene rappresentata la creazione
della prima coppia. L’unico “uomo” (adam) creato a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26-27) porta in
sé, come viene rappresentato nel cerchio in alto a destra, il simbolo del mistero, perché è chiamato alla
“comunione” che si rivela nella duplice sessualità.
La parte inferiore dell’icona rappresenta due sposi che celebrano il sacramento delle nozze. Essi sono,
come coppia, immagine (icona) della Sposa-Chiesa che sta davanti allo Sposo divino, rappresentato dalla
figura del Vescovo. Su di loro e tra loro, come sigillo di alleanza nuziale, appare l’immagine dello Spirito
Santo in forma di colomba. Lo Spirito che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la
donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati (Familiaris consortio n.13). Tutta la Chiesa che è in
cammino sulla terra circonda gli sposi: sono uomini e donne, e rappresentano il volto maschile e
femminile dei diversi “stati di vita”. Tutti gli “stati di vita” (sposi, sacerdoti, religiosi, vedovi…) sono
sponsali perché riflettono e incarnano, in forme diverse, il “mistero grande” di Cristo e della Chiesa. Gli
sposi sono chiamati a vivere e a raccontare con la vita qual è la “forma dell’amore”.
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La coppia cristiana e il mistero nuziale
La Bibbia inizia con la storia di una coppia. Gn 1,27 può essere tradotto: “Maschio e femmina li creò e
chiamò il loro nome uomo”.
La storia di un’altra coppia conclude la Bibbia: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo
e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova
Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21).
La medesima realtà nuziale, più chiaramente visibile nella prospettiva del Vangelo di Giovanni, introduce
e chiude la vita del Cristo. Si può dunque proporre l’affermazione: il mistero nuziale manifesta il modo
con il quale Dio opera e si manifesta nella storia della salvezza.
Il teologo H.U. von Balthasar ci aiuta a leggere la storia della salvezza come cammino nuziale
drammatico.
- Dall’eternità Dio rinuncia ad essere Dio solo per se stesso e genera il Figlio, al quale fa il dono
totale: la propria divinità. Il Figlio, in uno slancio di gratitudine, gli si offre interamente. Dal Padre e dal
Figlio esce il soffio dello Spirito che tiene aperta la diversità e getta un ponte su di essa. Lo Spirito
Santo è amore e insieme frutto dell’amore.
- Ma la generosità del Padre è inesauribile. Come segno di disponibilità e di amore Egli offre al Figlio
il mondo, creato per Lui e per mezzo di Lui; in particolare gli dona l’uomo, plasmato a propria immagine
e somiglianza. La creatura tuttavia, usando male della libertà ricevuta, decide di allontanarsi da Dio e di
voler prendere il suo posto.
- Dio tenta di riportare la sua creatura a sé attraverso la bellezza del creato: “I cieli narrano la gloria
di Dio e il firmamento annuncia l’opera Sua” (Sal 19). Ma il peccato rende il cuore dell’uomo incapace di
vedere il bello. Dio decide allora di rivelarsi. Ricorre prima alle teofanie, cioè si manifesta, come avviene
con Mosè (Es 3), al quale svela addirittura il proprio nome. Poi, attraverso i profeti, rivela che il suo
amore è sponsale. Ad Osea (2,21ss) viene detto: “E ti legherò a me per l’eternità; e ti legherò a me con
giustizia e con diritto, con amore e con misericordia. E ti legherò a me con fedeltà; e tu conoscerai il
Signore”. Sono parole rivolte dallo Sposo-Dio alla Sposa-Israele. Infine Dio rivela la propria disponibilità
ad accogliere l’offerta della vita da parte del Figlio, che per amore del Padre si rende disponibile a farsi
uomo. L’immagine del “servo sofferente”, di cui parla Isaia, anticipa il significato di questa offerta.
- L’estremo tentativo di Dio per riportare a sé la creatura si realizza infine nell’incarnazione e nella
croce del Figlio. Dalla ferita del suo costato esce la Sposa-Chiesa, ormai preparata a “conoscere il
Signore”.
Tutta la vicenda della rivelazione e del progressivo compromettersi di Dio è sintetizzata nella parabola
dei vignaioli assassini (Lc 20).
- I Vangeli, e in particolare quello di Giovanni, svelano qual è la chiave di lettura della storia della
salvezza e dell’incarnazione: Cristo è lo Sposo venuto a generare e redimere la Sposa. Ecco le tappe: il
Battista presenta lo Sposo (“Egli viene dopo di me, ma io non sono degno neanche di sciogliere i
legacci dei suoi sandali”: Gv 1); nelle nozze di Cana ha inizio la celebrazione delle nozze (Gv 2: lo Sposo
vero è colui che offre il “vino migliore”; la Sposa è la Donna-Madre e con lei gli apostoli e i
commensali); sulla croce avviene la creazione-redenzione della sposa (Gv 19: Maria e Giovanni sono la
Chiesa-Sposa che sgorga nuova dal costato di Cristo); l’incontro con la Maddalena rappresenta la
celebrazione definitiva delle nozze (Gv 20). (Per questa lettura si rimanda al volume di G. Mazzanti,
Teologia sponsale e sacramento delle nozze, Edizioni Dehoniane, Bologna 2002).
- La storia del mondo e dell’uomo viene così nuovamente orientata verso Dio: il Figlio risorto può
tornare al Padre, accompagnando la Sposa-Chiesa, pronta per le “nozze dell’Agnello”.
Si propongono a questo punto le seguenti conclusioni:
- Dio-Amore, il Verbo fatto carne, si esprime, si fa conoscere nella nuzialità umana. È il mistero
grande svelato da Ef 5,21-33.
- L’alleanza di Dio con l’umanità è nuziale. Cristo-Sposo e la Chiesa-Sposa sono l’archetipo, cioè il
modello primo, il principio, la forma perfetta della coppia umana.
- La nuzialità ha inizio quando la relazione diventa sponsale, cioè quando l’uomo cessa di percepire se
stesso e l’altro come mondi chiusi e l’io dell’altro diventa un tu che chiama. Nasce così la reciprocità e,
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nella libertà, l’incontro. L’alterità (la donna-aiuto data da Dio ad Adamo è ke-negdò, cioè sta di fronte a
lui, contro di lui) e la reciprocità sono le componenti che fondano la nuzialità, insieme con la tensione
verso la “carne sola”, che è feconda. Alterità e reciprocità esprimono l’immagine di Dio, la carne sola
(anche come fecondità e paternità-maternità) ne esprime la somiglianza.
(Su questa parte può essere utilmente consultato il volumetto di F. Pilloni, Danza nuziale, Effatà Editrice,
Cantalupa-Torino 2002).
Che cosa ne deriva per gli sposi resi tali dal sacramento delle nozze?
Le nozze sono un sacramento che “parla” dell’amore di Dio. Gli sposi esprimono la forma dell’amore di
Cristo per la Chiesa e per l’umanità. Sono il luogo in cui si rende visibile l’amore dello Sposo per la
Sposa, rinviano al mistero grande che fonda le nozze stesse. Gli sposi evangelizzano a livello
dell’“essere” prima che dell’“operare”. Uomo e donna battezzati sono infatti costituiti “sacramento” dalla
celebrazione delle nozze. Diventare “sacramento” per le coppie significa diventare trasparenza del
mistero di Dio, lasciar intuire che nell’amore coniugale è presente in immagine il mistero stesso di Dio:
Dite loro che una bontà immensa pervade l’universo. Dite loro che Dio non è quello che credono, che è
un vino nuovo di festa, un banchetto di condivisione in cui ciascuno dà e riceve (Commissione
cistercense di lingua francese).
La presenza di Cristo-Sposo della Chiesa non riguarda tuttavia soltanto i coniugi: il mistero nuziale è
presente nel sacerdozio ordinato (la persona dello Sposo tra gli uomini), nella verginità consacrata
(anticipazione delle nozze dell’Agnello: il vero sposo è solo Lui) e nello stato di vedovanza (come
lontananza della Chiesa, pellegrina sulla terra, dallo Sposo-Cristo; la Chiesa è nata vedova perché Gesù
l’ha generata morendo e la vedovanza testimonia questo vuoto). Queste quattro realtà nuziali sono
inseparabili.
Gli sposi, in quanto chiamati a testimoniare la forma dell’amore,
- sono parola-carne (carne secondo la Bibbia è tutta la persona in quanto visibile) di Dio-Amore. Dice la
Familiaris consortio al n.12: È per questo che la parola centrale della Rivelazione, “Dio ama il suo
popolo”, viene pronunciata anche attraverso le parole vive e concrete con cui l’uomo e la donna si
dicono il loro amore coniugale. I gesti concreti dell’amore sponsale comunicano che Dio è tenerezza. Il
miglior commento a queste affermazioni può essere considerato l’inno all’amore di 1 Cor 13,1-7;
- sono parola-parabola di Dio-Amore. Nelle parabole il pensiero si esprime non attraverso concetti, ma
attraverso le situazioni descritte. Le parabole, che si rivolgono a tutti e non soltanto ai discepoli, servono
a facilitare la comprensione e non richiedono spiegazioni particolari. Aquila e Priscilla (At 18,1ss e Rm
16,3-5) raccontano con la loro vita di coniugi che Dio è accoglienza e perdono, che Dio accetta la
diversità, che Dio viene incontro a chi lo cerca;
- sono parola-immagine di Dio-Amore. La coppia è parola-immagine con la quale Dio ha scelto fin
dall’inizio di autopresentarsi, di autocomunicarsi, di far conoscere la sua bellezza. Sulla coppia come
parola-immagine H.U. von Balthasar ha scritto (Teologica 3): È impossibile avvicinare lo Spirito Santo se
non da due parti: come purissima essenza dell’amore reciproco di Padre e Figlio (il loro legame) e come
frutto che testimonia quell’amore: sono due poli che si muovono l’uno incontro all’altro. Se si potesse
togliere col pensiero dall’atto d’amore tra uomo e donna i nove mesi di gravidanza e cioè il tempo, il
bambino sarebbe già presente nell’abbraccio generativo-ricettivo; questo sarebbe a un tempo l’amore
vicendevole nel suo compimento e il frutto che lo oltrepassa (…); in questo senso proprio il compiuto
amore creaturale è un’autentica IMMAGINE DELLA TRINITÀ.
- gli sposi infine sono al servizio della vita come pro-genitori e pro-creatori e sono “costruttori di
relazioni” con i figli, i parenti, i fidanzati…
(Su questi temi si rimanda al volume di R. Bonetti ed altri, Innamorati e fidanzati. Cammini di
autoformazione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2003).
Per continuare la riflessione
L’amore nuziale è diventare UNO, DA e IN due e dare se stessi nel rispetto della libertà dell’altro; nella
sua pienezza il vincolo unitivo dell’amore rivela il volto nuziale di Dio.
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Ef 5,21-33
La Lettera agli Efesini è uno scritto denso e articolato; per i suoi contenuti, il suo lessico e il suo stile si
attribuisce non alla “mano” di Paolo di Tarso, ma a quella di un collaboratore (o discepolo) che ne
prosegue la riflessione, ponendo la sua opera sotto l’autorevolissimo nome dell’Apostolo. Il testo “canta”
con parole di gratitudine il piano di salvezza che è da sempre in Dio e che Dio stesso ha già iniziato a
realizzare nella storia dell’umanità: in Cristo, pietra angolare, i battezzati di origine ebraica - coloro che
per primi hanno sperato in Gesù - e quelli di provenienza gentile - i “lontani”, divenuti “vicini” - possono
già costituire un solo tempio santo, edificato sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti (cfr 2,20ss).
Versetto per versetto, la Lettera descrive la vocazione che tutti coloro che sono di Cristo hanno ricevuto:
rivestire l’uomo nuovo (cfr 4,24), facendosi imitatori di Dio e camminando nella via dell’agàpē (amore;
cfr 5,1-2). Non mancano, comunque, indicazioni di carattere pratico, rivolte a coloro che “declinano”
quest’unica vocazione nelle diverse situazioni ed esperienze di vita.
I vv. 21-33 del quinto capitolo del nostro scritto si rivolgono in modo specifico alle spose e agli sposi
cristiani, in una prospettiva di ampio respiro, decisamente eccedente rispetto a una semplice
esortazione. Lo dimostra la continua oscillazione tra il piano dell’unione-alleanza tra lo sposo e la sposa e
quello dell’unione-alleanza tra Cristo e la sua Chiesa. Si può anche dire che la Lettera mette in risalto
l’esistenza di una grande analogia: la comunione tra i coniugi s’inscrive nel mistero di cui l’Autore si
dichiara testimone e annunciatore (cfr 3,3; 6,19-20), e aiuta ad avvicinare quel mistero (cfr Giovanni
Paolo II, Udienza generale del 18.8.1982).
È importante valorizzare il collegamento tra il v. 20 e il v. 21, che dà formalmente inizio al passo che ci
interessa. L’appello è questo: rendete di continuo grazie di ogni cosa a Dio Padre e state sottomessi gli
uni agli altri nel timore di Cristo. L’invito a una reciproca sottomissione - un’idea che sorprende e
disorienta, perché pare concettualmente impossibile - può essere compreso nel quadro della comune
relazione dei coniugi a Gesù Cristo. In altri termini: ognuno è personalmente legato a Cristo, e a partire
da questo presupposto irrinunciabile può vivere in modo proprio il rapporto di coppia.
L’agàpē non può esigere, né accettare, un tipo di subordinazione che riduce una delle due parti ad
essere schiava dell’altra. È vero che la pagina che leggiamo riflette la struttura di famiglia caratteristica
del mondo antico, nel quale si apprezzava un ordine sociale fondato sulla gerarchia dei ruoli; ma è
altrettanto vero che tale struttura appare ri-significata, nella prospettiva di una libertà che può dirsi
pienamente realizzata solo nel servizio vicendevole. In Cristo, pertanto, la moglie si impegna a una
dedizione rispettosa verso il marito, così come il marito si impegna a un amore generoso verso la moglie.
Per cogliere fino in fondo la profondità del ragionamento che questa pagina propone a noi, sono forse
utili due precisazioni. La prima: il testo non dice che il marito è Cristo e che la moglie è la Chiesa. La
seconda: nella cultura semitica il “centro direttivo” della persona non è la testa, ma il cuore. Ancora:
Cristo è Capo del Corpo che è la Chiesa; ma è anche Colui che la salva consegnando se stesso. Se
questo è vero, allora «ogni autorità dell’uomo sulla donna […], nella misura in cui è “come anche Cristo”
è un’autorità-servizio» (S. Leone, Eros e amore. Una rilettura biblica a fondamento di un nuovo orizzonte
etico, R. Bonomi Editore, Pavia 1996, 67).
Ai mariti è pertanto assegnato il compito di amare come Cristo: non solo - misura irraggiungibile! - al
pari di Lui, ma anche allo stesso modo, quasi ripetendo il suo agire. Per la Chiesa Sposa, Cristo ha
preparato il lavacro del battesimo (evocato dai termini acqua e parola, al v. 26), perché fosse piena di
splendore, pura e santa. Analogamente, l’agàpē “vincola” lo sposo a essere sollecito per la sua sposa, a
desiderarne la bellezza, a prendersene cura. Cristo, inoltre, si è preoccupato di nutrire il suo Corpo, che
è la Chiesa Sposa (i vv. 29-30 sembrano alludere alla Cena eucaristica). Analogamente, se le due
persone dello sposo e della sposa formano una sola carne, prendersi cura dell'altro significa estendere al
partner l’attenzione che ognuno (giustamente) riserva al proprio corpo personalizzato.
La citazione del testo di Gn 2,24 (al v. 31) è essenziale per leggere l’analogia: l’unione dei coniugi non si
limita a rappresentare l’amore di Cristo per la Chiesa, ma realizza questo mistero che è agàpē, e diviene
così realtà salvifica. C’è dunque piena «continuità tra la più antica alleanza, che Dio stabilì costituendo il
matrimonio già nell’opera della creazione, e l’alleanza definitiva in cui Cristo, dopo aver amato la Chiesa
e aver dato se stesso per lei, si unisce con essa in modo sponsale» (Giovanni Paolo II, Udienza generale
dell’8.9.1982).
Concludendo: la parabola dell’amore dei coniugi esprime efficacemente il vangelo (buona notizia)
dell’amore fedele di Cristo, un amore che libera e salva.
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1 Cor 13
Il cosiddetto inno all’amore della Prima Lettera ai Corinzi è senza dubbio una delle pagine più note e
suggestive di tutto il Nuovo Testamento: un testo universale, che parla a ogni cultura e, in un certo
senso, a ogni espressione religiosa.
Una premessa sembra importante per la nostra riflessione: le Lettere di Paolo di Tarso non sono trattati
filosofici. Sono invece la testimonianza del dialogo che l’Apostolo continua ad avere con le chiese di
recente fondazione; di fatto, sono la continuità della sua presenza fisica, una presenza che sostiene e
corregge i fratelli, aiutandoli ad assimilare sempre più consapevolmente quel vangelo al cui annuncio
hanno risposto con il sì della fede.
Anche se una prima lettura del testo può suscitare questa impressione, 1 Cor 13 non è una
composizione poetica delimitata da una cornice esortativa (cfr vv. 12,31; 14,1).
La pagina che leggiamo è invece ben inserita in una sezione della Lettera che ha come filo conduttore la
questione del rapporto tra le manifestazioni dello Spirito (la profezia, la capacità di operare guarigioni, la
facoltà di parlare o di interpretare le lingue e molti altri doni) e l’edificazione della comunità. A una
ekklēsìa - quella di Corinto - talora «divisa» e che sembra smarrire «il senso della fraternità, della
condivisione, della mutua sollecitudine per inseguire esperienze individualistiche, elitarie ed estatiche,
vale a dire evasive» (G. Barbaglio, Le Lettere di Paolo. 1, Edizioni Borla, Roma 19902, 482), l’apostolo
Paolo propone un’opzione concreta. Protagonista di tutto il brano di cui ci occupiamo è l’agàpē, quel
particolare tipo di amore che non si dirige verso ciò che è comunemente ritenuto attraente, ma verso ciò
che non ha valore, rendendolo prezioso ai suoi occhi. L’agàpē della quale Paolo parla ai cristiani di
Corinto non è un ideale che nasce dalla persona, né un sentimento diffuso di simpatia, né una forma di
umanitarismo. Definirla virtù o anche carisma sembra riduttivo. Questa agàpē è davvero la via per
eccellenza (12,31) che tutti possono percorrere. È la prospettiva unificante e totalizzante che trasforma
la situazione esistenziale dell’uomo e lo rende maturo in Cristo.
I vv. 1-3 chiariscono che «la presenza dell’amore e la sua assenza determinano semplicemente l’essere e
il non-essere del cristiano» (G. Barbaglio, Le Lettere di Paolo. 1, 484). Un battezzato che potesse
penetrare i misteri di Dio e del mondo, o un credente dalla fede eccezionale, capace di trasportare le
montagne, o anche un cristiano eroico, che consegnasse i suoi beni e persino il suo corpo… senza
l’agàpē, rischierebbero di essere simili a un gong che suona a vuoto. La partecipazione personale
(notiamo il discorso in prima persona) e la sicurezza dell’argomentare (teologico) di Paolo possono
sorprendere; ma a ben guardare, almeno per un cristiano, ogni fare o avere che non sia espressione di
amore - o che sia addirittura estraneo all’amore - è privo di senso.
I vv. 4-7 precisano le linee operative dell’agàpē, il cui termine è sempre il prossimo, cioè il fratello. La
Lettera ci informa sull’esistenza, nella comunità corinzia, di alcune situazioni di debolezza e di errore,
rispetto alle quali l’Apostolo sente di dover intervenire con la sua parola autorevole.
C’è chi si crede “arrivato”, e invece, quanto alla vita cristiana, non è neppure capace di cibo solido,
poiché continua a nutrire invidia e discordia (cfr 3,1ss). C’è chi si permette un atteggiamento orgoglioso,
dimenticando che tutto ciò che possiede è un dono (cfr 4,7: «Che cosa possiedi, che non l’abbia
ricevuto? E se lo hai ricevuto, perché te ne vanti?»). Alcuni si sentono forti, e non si fanno carico dei
deboli (cfr 8,1ss), valutandone forse i disagi con un superiore distacco. Altri tendono a ricercare il
proprio vantaggio (10,24). Anche nelle assemblee, non tutto avviene nel decoro e nell’ordine (cfr 14,40);
e l’elenco potrebbe continuare. L’agàpē è altro, risponde Paolo: l’agàpē è grande di cuore, anche davanti
a un torto ricevuto; l’agàpē non tollera alcun compromesso con il male; l’agàpē ammette solo misure
illimitate di fiducia e di comprensione.
Nei vv. 8-12, lo sguardo dell’Apostolo si spinge avanti, sino ai confini della storia umana. Anche là, a suo
giudizio, permane la bellezza assoluta dell’amore. Quando ciò che è imperfetto sarà superato, e gli stessi
carismi scompariranno, poiché sono una realtà parziale; quando il nostro conoscere non sarà più limitato
e indiretto, e «vedremo faccia a faccia», anche allora l’agàpē non verrà meno. Non è chiaro, dal testo,
se la fede e la speranza avranno uno spazio nel mondo futuro (v. 13). La Seconda Lettera ai Corinzi
(5,7) sembra opporre la fede alla visione, così come la Lettera ai Romani (8,24) dichiara che ciò che si
spera, se visto, non è più speranza. Forse, nella nostra pagina, l’Apostolo intende semplicemente
affermare che l’amore è il dono dei tempi ultimi, offerto a tutti coloro che accettano di accoglierlo; il
dono che “precede” ogni vocazione specifica, e che si esprime come pienezza di vita.
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Aquila e Priscilla
Nell’attività missionaria della prima ekklēsìa, una coppia di coniugi ha avuto un ruolo di primo piano.
Possiamo dire, con tutta franchezza, che «grazie alla fede e all’impegno apostolico […] di sposi come
Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione» (Benedetto XVI, Udienza generale del
7.2.2007). L’humus necessario alla crescita del seme del vangelo è stato infatti preparato da queste
prime famiglie che, aderendo pienamente a Cristo, hanno scelto di assumere una precisa responsabilità
a vantaggio del suo Corpo, la Chiesa.
Le notizie attraverso le quali possiamo ricostruire il percorso di Aquila, giudeo nativo del Ponto (attuale
Turchia), e di sua moglie Priscilla, o Prisca (anch’essa giudea della diaspora, forse romana), sono
rintracciabili negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di Paolo di Tarso. Lo stesso Apostolo li incontra a
Corinto, all’inizio degli anni 50: ci è noto che Priscilla e Aquila hanno dovuto trasferirsi in questa città da
Roma in seguito alla decisione, assunta dall’imperatore Claudio, di allontanare dalla capitale dell’Impero
tutti i giudei ivi residenti (At 18,2). Secondo lo storico Svetonio, tale provvedimento era stato motivato
dal ripetersi di tumulti a motivo di un certo Cresto. Possiamo immaginare che nella comunità ebraica
romana fossero sorte discussioni sull’identità di Gesù di Nazaret, e che l’imperatore avesse pensato di
ricorrere a una soluzione drastica. Non sappiamo, invece, in quale modo Aquila e Priscilla abbiano
affrontato il momento - certamente critico - dell’espulsione; e come si siano inseriti nella comunità
giudaica di Corinto, custodendo la memoria di quel Gesù che avevano accolto come Messia. Neppure
sappiamo se il mestiere di fabbricatori di tende ha loro consentito di avviare una piccola attività
imprenditoriale. Quella professione, la stessa praticata da Paolo, è stata comunque decisiva, dal
momento che ha permesso l’incontro con l’Apostolo, missionario in Grecia: «poiché era dello stesso
mestiere, rimase ad alloggiare presso di loro e lavorava» (At 18,3). S’intuisce che gli sposi abbiano
condiviso con Paolo la fatica del lavoro e l’impegno di annunciare Gesù, il Signore, a Giudei e Greci.
Sempre gli Atti degli Apostoli ci informano che Priscilla e Aquila, lasciata la capitale dell’Acaia, sono partiti
insieme a Paolo in direzione della Siria (18,18). Mentre l’Apostolo proseguiva la sua vita di itinerante per
il vangelo di Cristo, i due sposi si stabilivano in un’altra “metropoli” del mondo antico, Efeso (At 18,19).
Là si sono resi disponibili per completare la formazione cristiana di Apollo, un giudeo originario di
Alessandria, colto, ottimo conoscitore della Scrittura e pieno di fervore, il quale, tuttavia, conosceva solo
in modo sommario la fede a cui aveva aderito: dopo averlo ascoltato, precisa At 18,26, Priscilla e Aquila
«lo presero con loro e gli esposero con maggior esattezza la via di Dio». (La presenza di Apollo in Acaia
sarà poi preziosa «per coloro che avevano creduto per opera della grazia»; cfr At 18,27). Nella
conclusione alla Prima Lettera ai Corinzi, scritta a Efeso, Paolo associa ai suoi saluti quelli di Aquila e
Prisca «con la comunità che si raduna nella loro casa» (1 Cor 16,19). Questo particolare è per noi motivo
di riflessione. Ospitare l’ekklēsìa, la convocazione di Cristo, nel contesto problematico (se non ostile) in
cui l’esperienza cristiana ha preso corpo non era cosa da poco. È sufficiente ricordare ciò che è
accaduto, nella città di Tessalonica, all’ospite di Paolo e Sila, Giasone, il quale, secondo At 17,6ss, è
stato condotto davanti ai capi della città da coloro che avevano cercato invano i due missionari a casa
sua per consegnarli all’assemblea popolare.
Prisca e Aquila sono nuovamente nominati nell’ultimo capitolo della Lettera ai Romani. Evidentemente, la
revoca dell’editto di Claudio, disposta dal suo successore Nerone, aveva loro consentito di rientrare a
Roma. In quello scritto, Paolo li definisce suoi collaboratori in Cristo Gesù (Rm 16,3) e motiva questa
straordinaria presentazione con una nota che desidereremmo approfondire: «essi, per salvare la mia
vita, hanno rischiato la testa» (16,4). Non si dice se i due sposi abbiano affrontato questo gravissimo
pericolo in quanto ospiti dell’ekklēsìa (a Efeso o a Roma), o se invece le parole citate alludano ad un
coinvolgimento di Aquila e Priscilla in quella tribolazione accaduta in Asia, a causa della quale l’Apostolo
è giunto a dubitare della sua stessa vita (cfr 2 Cor 1,8).
Riferendosi ancora a Prisca e Aquila, Paolo conclude: «Non li ringrazio io soltanto, ma tutte le chiese dei
gentili» (16,4). Sembra un’iperbole. Eppure, la testimonianza di Aquila e Priscilla - insieme a quella di
molte altre coppie di coniugi, dei quali non conosciamo neppure i nomi - ci appare attualissima. Questi
sposi cristiani, catechisti e ospiti della comunità, che hanno condiviso i progetti, le preoccupazioni, le
gioie di Paolo, facendo esperienza delle incertezze di ogni migrare e della necessità di vivere del proprio
lavoro, dicono a noi che ogni famiglia può essere davvero Chiesa, e che nella Chiesa la famiglia non può
che essere al centro.
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