InternoCormorani c11

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InternoCormorani c11
Susi Brescia
Tu mi dai
il male
A Pier Luigi, la mia fortuna
e à ton étoile
© 2007 Nutrimenti srl
Prima edizione gennaio 2007
www.nutrimenti.net
via Marco Aurelio, 44 - 00184 Roma
La casa editrice resta a disposizione di chiunque per legge possa
rivendicare i diritti dell’immagine riprodotta in copertina.
Art director: Ada Carpi
ISBN 10 88-88389-67-9
ISBN 13 978-88-88389-67-7
…pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.
(Fabrizio De André)
Zia Maria avrebbe dovuto sposare Marlon Brando, di
questo era assolutamente certa e io, facendo le debite proporzioni, avrei dovuto essere Juliette Binoche. Se lei era
stata privata della sua vita solo perché, per uno scherzo
del destino, non si erano imbattuti l’uno nell’altra, di sicuro qualcuno viveva la mia vita a Parigi.
Glielo spiegavo a zia Maria, ma per lei c’è solo Hollywood, al massimo Marcello Mastroianni, i francesi sono
una seconda scelta.
“Depardieu, zia?”.
“Troppo grosso!”.
“Perché, Marlon Brando invece era magro?”.
“Ma prima era Marlon Brando, se me l’ero sposato me lo
dovevo tenere pure se era diventato grosso”.
“Ma era seriamente obeso, non grosso, comunque se
avesse sposato te, possiamo pure fare che non sarebbe diventato grosso, no?”.
“Possiamo fare. Ah, che vita d’inferno, altro che Hollywood!”.
“Vabbè zia, non ci pensare, non hai una vita d’inferno, hai una vita normale”.
“Normaleeeeeeeee? Ah, normale. Tu, tu conosci un’altra persona che è stata operata di cuore, sofferente tutta la vita, che poi
gli capita pure tutto quello che è capitato a me? E gli succede
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pure quello che gli succede? Con zio Lino in queste condizioni, è
normale, dici pure che è normale?”.
“Ma… voglio dire… che sono cose che durante tutta
una vita possono succedere, che l’importante è non farsi
fermare”.
“E chi si ferma? Mi sono fermata?”.
Abbasso gli occhi, sto rischiando, lo so che sto rischiando.
“Ti sei fermata”. Trattengo il fiato, arriva l’onda.
“Ah, mi sono fermata? Con tutto quello faccio dalla mattina alla sera?”.
“Sei tu che ti obblighi a essere perfetta, non si può
assistere da sola un malato così grave”.
“E chi mi aiuta? Nessuno mi aiuta, tu vedi qualcuno che
mi aiuta? Eh sì, che solo io so come devo fare, solo io lo so”.
“Va bene zia, ora devo andare”.
“Quando torni?”.
“Presto, la prossima settimana, se posso”.
Chissà che scontri tra te e Marlon, zia, sai che scenate, temo si sia dato all’alcol al solo pensiero che sarebbe
potuto finire con te, beh, se lo avesse saputo.
La teoria sull’amore tra Marlon Brando e zia Maria
era incrollabile per lei, una fede. La prima volta che l’ho
sentita dovevo avere non più di dodici anni, raccontava a
una delle clienti del suo piccolo negozio di biancheria
che era Marlon Brando l’uomo della sua vita. Una cosa
spiritosa mi sembrò, ma sentendola così infervorata mi
venne il dubbio che potesse crederci e glielo chiesi.
“Ma zia, stai scherzando, vero?”.
“No, no, ’sso sicuuuura! Solo che… non ci siamo mai incontrati, ecco, perché se c’eravamo incontrati io e lui non ci saremmo lasciati più, si doveva innamorare di me subito, al primo
sguardo”.
“E tu?”.
“Io, beh io già lo dovevo sapere che lui era Marlon Brando”.
“Zia, dai… stai scherzando?”.
“Noooooo, sono sicura come la morte, io non me lo sono
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preso solo perché non ci siamo incontrati!”.
“Non ci credo che lo pensi veramente”.
“Veramente veramente, quello solo perché non mi ha vista
non si è innamorato di me!”.
Quando voglio verificare se è pazza sul serio le faccio
questo test, il risultato si attesta quasi sempre sulla pazzia
conclamata.
Se voglio sapere chi sono o chi non sono oppure chi
vorrei essere o non vorrei proprio essere, non ho che da
pensare a lei, è rassicurante in fin dei conti.
Pure io non sono con Johnny Depp perché non ci
siamo mai incontrati, no? Perché, diciamolo pure, cosa
mai ha Vanessa Paradis che io non ho? Lei ha solo avuto
la fortuna di incontrarlo.
Zia Maria ha chiuso il suo negozio e si occupa di zio
Lino malato di Alzheimer e io sto per concludere la mia
decima collaborazione coordinata e continuativa, ma chissà, da qui all’Alzheimer magari ho un po’ di tempo. Pure
per qualcosa di definitivo, ma mica mi lamento. Anche
per Johnny Depp mi sono fatta una ragione. Per la mia vita a Parigi mi spiace ancora un po’, ma ora come ora dovrei prima assicurarmi che anche lì potrei vedere Beautiful tutti i giorni. E io non ce la vedo la Paradis che guarda
Beautiful, francamente.
Quindi ci arrabattiamo come possiamo io e Reb, che
non è il mio cane ma mio figlio, e chissà poi quando è cresciuto che io non me ne sono nemmeno accorta, perché era un bambino strano e ora è un ragazzo strano, solo che
occupa molto più spazio sotto quella siepe mal tosata di capelli gialli e ricci. E mi sovrasta e mi guarda dall’alto in basso (quando sta in alto ma pure quando sta in basso) più o
meno come fa zia Maria quando è arrabbiata, io sono seduta e lei si incazza e grida. E cammina avanti e indietro.
Reb non grida e cammina solo se è strettamente necessario, preferibilmente lui si muove sulla sedia ergonomica
con le rotelle comprata all’Ikea, con quella si accompagna
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in bagno, al frigo e a letto. Oppure con la sedia del computer, è il primo ragazzo a rotelle, lo farò omologare.
Io e Reb viviamo a Pezze di Greco, la qual cosa non
dirà nulla ai più, ma così è. Per la verità non dice molto
neppure a noi. Viviamo in provincia di Brindisi.
Con una laurea come la mia poteva essere difficile
negli anni Novanta trovare una qualsiasi collocazione, dopo è stato un atto eroico. Pertanto vado fiera dei contratti che colleziono, poiché non ho mai tradito i miei veri interessi e ci ho campato anche, sia pure vivendo nel bel
mezzo del nulla.
Poi dicono che al Sud le cose non funzionano. Infatti
non funzionano. L’ultimo lavoro che ho rimediato e non
so neanche bene se chiamarlo lavoro, consiste nel fare ricerche per un giornale. Ormai è un paio d’anni che va avanti, col tempo ho visto ridursi la quantità di richiesta, i
tempi di consegna e il compenso. Per via dei risvolti piacevoli della flessibilità.
Mentre torno a casa e decido se lasciare la mia auto
fuori o dentro il cancello, incrocio lo sguardo del mio vicino. Se un giorno qualcuno mi ammazzerà, cominciate
le indagini da lui, se non lo ha ancora fatto è solo per via
delle ritorsioni eventuali che il suo gesto provocherebbe.
Ma potrebbe pure decidere che la mia morte merita di
correre qualche rischio. Fa venire i brividi quell’uomo.
Quando Reb era piccolo e passava davanti a lui, gli diceva
“buongiorno!” tutto contento, perché sperava di fare conversazione, lui non rispondeva. Io ad alta voce dicevo:
“Reb, il signore è sordo!”. Così per almeno una decina
d’anni è stato il nostro vicino sordo, poi ha capito pure
Reb che è solo disturbato e cattivo, così cattivo da lasciarmi a terra un giorno sanguinante dopo una rovinosa caduta, così cattivo da insultare i bambini se non accompagnati; bambini che frequentano noi ovviamente. Tra i
miei vicini lui è il più truce e cattivo. Ma pure gli altri mica scherzano.
Zia Maria dice che la colpa è mia, che non l’ho mes-
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so a posto subito, usa proprio questa espressione, avrei
dovuto dargli forse due schiaffi, non so, non ho mai davvero capito cosa intenda.
Reb è un adolescente tecnologicamente avanzato e
odia i negozi, è capace di affrontare l’inverno con due
maglie e due jeans comprati su eBay. La nostra casa è tecnologicamente più avanzata di un centro Nasa e non è un
capriccio, ormai l’ho capito, ma una insana dipendenza
nella quale sguazziamo, lui più di me perché io almeno
non frequento il settore videogioco.
Neanche sapevo che esistesse un forum per francesi
appassionati di lingua italiana e viceversa. Ma pensa. Lancio il mio messaggio nella bottiglia sperando che qualcuno
lo raccolga. “Sto facendo un ricerca sulla vicenda CantatTrintignant, c’è qualcuno che può aiutarmi?”.
“Che si mangia stasera?”.
“Tu cosa vuoi mangiare?”.
“Tu dimmi cosa si potrebbe mangiare”.
“Tu prova a dire cosa ti piacerebbe mangiare”. Faccio una breve, brevissima lista, due cose e basta. “Pane e
prosciutto”.
“No, pane e prosciutto no”.
“Ma come, è una settimana che ogni sera quando è
pronto mi dici che vorresti pane e prosciutto!”.
“Sì, ma stasera non mi va”.
Il pc sta scaricando non so più quale puntata di Buffy
in lingua originale, io potrei solo rallentare le operazioni,
quindi in questi casi è sottinteso che devo tenermi a debita distanza. Ma merita di essere punito per la storia del
prosciutto.
“Mi dispiace se rallento, ma devo assolutamente fare
una ricerca su Google”.
“Non puoi usare il portatile?”.
Ci prova, ma sa che stasera è inutile.
“Non devo scrivere, ho bisogno di internet, ti ho detto”.
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La ricerca sulle pagine italiane dell’affaire Cantat-Trintignant è una delusione. Poche notizie sulla condanna. Pagine rimosse, o niente che già non sappia. Ho cercato,
all’epoca dei fatti, notizie, dettagli, ma ho trovato veramente poco.
Devo ricorrere alla ricerca in lingua. Infatti in francese ecco scorrere migliaia di pagine. Marie Trintignant
in coma in seguito alle botte ricevute dal suo compagno,
il rocker Bertrand Cantat. Bertrand Cantat, anima dei
Noir Désir, a Vilnius riduce la sua compagna in fin di vita.
Marie Trintignant in fin di vita. L’attrice Marie Trintignant a un passo dalla morte a causa delle percosse ricevute da Bertrand Cantat.
Cominciamo dal principio. Tutto ha inizio in quella
città sempre a metà strada tra la tragedia e la luce.
Nel giugno del 2001 un’attrice conosciuta per avere
occhi che rimestano gli abissi si aggira per Marsiglia, il
film che sta girando è tratto dal romanzo di Jean-Claude
Izzo, Total Khéops, in italiano il titolo del libro è Casino totale. L’attrice è una di quelle per cui basta il nome. A diciassette anni aveva convinto suo padre a scrivere a un regista: “Mi piacerebbe moltissimo recitare nei suoi film, sono certo che sarebbe contento di avermi come attore e sono sicuro che sarei bravo”. L’attore era Jean-Louis Trintignant, il regista François Truffaut. Il film che seguì, Finalmente domenica.
Una leggenda Marie, ma lei sembra non saperlo, uno
scrigno di femminilità palpitante, ma lei sembra non approfittarne, eppure qualcuno deve per forza averle detto
che il suo sguardo prende le viscere e fa girare la testa. Che
i suoi occhi non finiscono mai e che tutto in lei è immenso.
Marie ride volentieri ed è quanto di più lontano ci
sia da una diva. Marie è sempre la prima a sorridere, a trovare l’espressione che concilia, che aiuta a familiarizzare.
Cerca la complicità Marie, l’affetto delle persone, lo
prende e lo dà.
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A Marsiglia le giornate scorrono tranquille, sul set sono
tutti affabili, il lavoro non pesa, la compagnia è piacevole, si
finisce di lavorare andando a cena e lì, davanti a un bicchiere di vino, una canna da rollare, una confidenza da fare, un
dispiacere da nascondere, nascono dei legami. Ann, l’aiuto
regista, è una ragazza che Marie trova simpatica, si conoscono, sono amiche, si passa il tempo a ridere e a fumare, a
parlare di uomini, cose normali. Ann è più giovane di Marie, ma la grazia di Marie è quella di coloro che sono incuriositi dal resto del mondo, non personaggi bisognosi di
corte, ma persone in cerca di storie vere, di affetti veri.
Marie e Ann si riconoscono presto e si raccontano le
loro vite, le impressioni sul lavoro, sulla città, Ann vive a
Marsiglia ma è di Bordeaux, Marie vive a Parigi ma ha una casa a Uzès, non molto lontano da lì, è un’amicizia vera che può continuare, non è la solita conoscenza che si
conclude col termine delle riprese. Marie e Ann tengono
ai legami e sanno riconoscere quelli veri. A Marsiglia Marie è da sola, la presenza di Ann è fondamentale, Ann le
apre la sua casa, le racconta di sé, della sua famiglia. È la
giovane sorella di Bertrand Cantat, è molto fiera di esserlo. Bertrand è il leader del gruppo rock più importante
del momento, il capo indiscusso e carismatico dei Noir
Désir. “Marie, scusa, non è possibile!”, dirà Ann quando
Marie le confiderà che li conosce solo di nome.
Ann regalerà a Marie i cd dei Noir Désir e Marie
comprenderà la venerazione di Ann per la musica e le parole di Bertrand.
“Sono impazzita per loro, ho preso una vera cotta
per quel gruppo, sono bravissimi, ti ringrazio per avermeli
fatti conoscere, Ann, ascolto in loop il loro ultimo album,
è stupendo e Bertrand, mio dio Ann, che voce, che versi.
Tuo fratello è più di un cantante, più di un musicista, più
di un poeta, è il più grande dei poeti. Devi assolutamente
farmelo conoscere, Ann. Assolutamente”.
Come sarebbe stata inutile la vita a Marsiglia lontana
da tutti senza Ann, pensava Marie. Per quanto fosse bello
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essere immersa nei colori di quella città, Marsiglia avrebbe avuto un sapore scialbo senza Ann.
Anche l’anno successivo, senza la vicinanza di Ann, avrebbe passato un’estate noiosissima nella sua casa di Uzès.
Avrebbe avuto la testa altrove, sarebbe stata sempre al telefono con Samuel, suo marito, a discutere di questa o quell’altra scena, a discutere di questo o quell’altro finanziatore.
Ma alla fine, quando Marie era partita per Uzès, i soldi sembravano esserci tutti, il film si poteva fare finalmente. Samuel avrebbe avuto il suo primo lungometraggio, quello
per cui a Parigi era rimasto galvanizzato, staccato cinque
dita da terra. Che fatica era stata mettere insieme i soldi
per quel film, ma poi sembrava quasi tutto fatto, tutto
pronto, Samuel aveva il suo film, lei sarebbe stata la protagonista, suo padre avrebbe avuto una parte, la presenza
di Jean-Louis aveva convinto i finanziatori più scettici. Il
film sarebbe andato bene.
Poteva godersi la luce del Gard, il caldo di quel giugno nel Midi, le canzoni di Bertrand.
L’occasione per conoscere la stella del rock arriva una
sera dei primi di luglio di quell’anno, Marie e Ann decidono di mettersi in auto e di partire alla volta della Vaucluse, destinazione Vaison-la-Romaine.
L’incontro tra Marie e Bertrand è come uno spavento. Tutti e due senza parole e col fiato corto. È facile pensare che siano entrambi preceduti dalla fama, potrebbe
bastare se non fossero così dolorosamente sensuali. L’incontro è di quelli che segnano, i presenti sono tutti imbarazzati. Il rocker che sbeffeggia il potere costituito e l’attrice impegnata della Francia della nouvelle vague, ammutoliti l’uno davanti all’altra. Imbarazzante scena da primo
incontro. Marie e Bertrand sanno che quella sera si incontreranno e sono entrambi abbastanza adulti da sapere
che la fama e il successo consumano come malattie mortali. Sanno che incontrare qualcuno da cui ci si aspetta
molto è solo molto deludente. Questo sperano, questo te-
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mono. Sono l’uno davanti all’altra come pietrificati, come
davanti a un miracolo, davanti a qualcosa che hai sempre
sperato che da qualche parte esistesse, ma ti eri fatto una ragione della sua assenza, come ci si fa una ragione di essere
troppo grandi per sognare. Invece eccoli lì, l’uno davanti al
sogno dell’altra. Spogliati della propria aurea davanti all’altro. Li chiamano incontri fatali. Chissà come mai.
Marie ha quarant’anni, Bertrand trentotto.
Marie a Parigi ha quattro figli e Samuel, suo marito e
padre del suo ultimo figlio, Jules, un giovane e affascinante marito di undici anni più giovane di lei.
Bertrand è sposato con Kristina e padre di Milo, Kristina aspetta il loro secondo figlio.
In auto quella sera Marie non dirà una parola. Bertrand quella notte non chiuderà occhio. Non è la prima
notte insonne, ma non sa dare un nome a quella inquietudine, vuole che resti senza nome. Marie si addormenterà ascoltando Des visages, des figures.
Il 27 luglio si incontreranno nuovamente per una cena. Ad Arles. Marie dirà a Ann che parlare con Bertrand
le sarebbe stato utile per il film di Samuel, quello in cui
dovrà indossare i panni di Janis Joplin. Ann fingerà di crederle. Dopo quel primo incontro avvenuto davanti ai suoi
occhi, Ann non crede più alla venerazione artistica di Marie per Bertrand. Anche quella sera le parole tra i due saranno poche, ci sono Ann, Marie, il gruppo di Bertrand e
qualche amico. Le parole sono poche e dette in punta di
labbra, ma si scambieranno i numeri di telefono.
T’oublies or not t’oublies, les ombres d’opaline, au rendezvous suivant. J’attends.
Marie invita Bertrand per un weekend nella sua casa di
Uzès, il piccolo centro medievale alle porte della Camargue.
Marie invia degli sms a Bertrand perché è una vera maniaca dei messaggi, li adora, come adora le parole, come
tutti coloro che adorano le parole e sanno che le parole più
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belle sono sempre quelle che vorremmo ricevere da qualcuno che è altrove.
Bertrand ancora non sa se essere lusingato, imbarazzato o solo immensamente felice di ricevere le parole di
Marie, ma prima di tutto c’è la gravidanza di Kristina che
si conclude con la nascita di Alice. A Kristina non sono
sfuggiti i cambiamenti di Bertrand, Kristina ha capito.
Bertrand non nega quello scambio di messaggi, non è
quel tipo d’uomo. Ed è proprio la consapevolezza di non
aver sposato quel tipo d’uomo che fa capire a Kristina di
aver perso suo marito. Sarà lei a convincerlo ad andare
via. Certo, non dovrà insistere molto, Bertrand è travolto
da Marie, Marie è travolta da Bertrand.
Per quanta fatica si possa fare a non lasciarsi travolgere dalla felicità e a non travolgere di infelicità le persone che abbiamo amato, le cautele restano sempre inutili.
La felicità ha le sue regole, come l’infelicità del resto,
l’unica differenza è che le regole dell’infelicità vengono
diluite di molto nel tempo. Bertrand e Marie passeranno
la loro prima notte insieme da amanti in un albergo di Parigi, ebbri di stupore per quell’inatteso amore, mentre Samuel e Kristina saranno nel bel mezzo di un incubo.
Kristina è la donna dal delizioso accento ungherese,
colei con la quale Bertrand era certo di passare tutta la vita, colei con la quale Bertrand ha diviso gli anni più importanti della vita. Gli anni in cui si sono realizzati i suoi
sogni. Era un ragazzo in perenne ricerca, Kristina era il
suo centro. Sapeva che Marie voleva conoscere Bertrand,
Ann glielo aveva detto, così come si dice qualcosa di bello
di cui non si intravede l’aspetto difficile, almeno in principio Ann non l’aveva colto. L’aspetto difficile l’aveva colto, da subito, solo Kristina. Mentre Ann era fiera dei successi di suo fratello, dell’attenzione da parte delle persone che lei ammirava, Kristina aveva subito sentito l’odore
del pericolo. Troppo colta, troppo emancipata per esternarlo. Kristina sorrise. Troppo intelligente per non capire
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che se doveva avvenire sarebbe avvenuto, e infatti fu proprio quello che avvenne.
Marie e Bertrand si conobbero, Bertrand glielo disse
e lei capì subito. Conoscere il proprio uomo, la propria
donna, equivale a sapere chi tra le persone che attraversano le loro esistenze può o non può portarcelo via. Alla
fine conoscere un uomo, conoscere una donna è molto
semplice. Poi se lo capisci e opponi resistenza complichi
inutilmente le cose, che sono quelle che sono. Ineluttabili. Kristina lo capì, anche prima che Marie lo dicesse a se
stessa, Kristina aveva capito. Era inutile contrapporsi. Dieci anni insieme, la storia della sua vita era Bertrand, ma era inutile ostacolarlo.
Di una bellezza meno tormentata di quella di Marie,
meno inquieta, Kristina è più lieve, è la fortuna di Bertrand. Si erano incontrati durante un festival di musica
rock a Budapest. Uniti da affinità elettive. Sembravano
proprio destinati l’una all’altro e forse lo erano. Stesse
passioni, stessi desideri. Stessa sobrietà. La grande casa
lontano da tutti per crescere i figli. I libri, la musica e i
viaggi. Le loro vite sfacciatamente invidiabili condotte
senza la minima ostentazione. Kristina sapeva che ora tutto era finito. E per quanto sapesse che la voglia di continuare a essere pienamente contenta della sua esistenza
sarebbe tornata, coglieva nella partenza di Bertrand il cono d’ombra che tutti scorgiamo quando capiamo che,
certo, non tutto è finito, perché tutto continua inesorabilmente a scorrere, di sicuro però è passato il meglio. È
una percezione indefinita che non riesci a fissare ma è lì,
e quando l’hai compresa è già passato il distillato di buone cose che ti erano state date in sorte.
Senza drammi Kristina saluta Bertrand. Sa che sta
per incontrare Marie.
Durante il tragitto da Moustey a Parigi, è difficile capire se è più forte il dolore o la felicità, l’unica cosa che
Bertrand sa è che quella strada lui deve farla, col cuore
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gonfio per la gioia ma dolorante. Sa bene che Kristina
non dovrebbe soffrire, non merita di soffocare le lacrime,
ma nessuno merita il dolore che diamo eppure lo diamo,
e non c’è proprio nulla che interrompa l’alternanza del
ricevere sofferenza e dare sofferenza. A Moustey le pareti
diventano immense, Milo e Alice, i suoi bambini, non rassicurano la mente di Kristina, semmai la rendono più sgomenta. Ci sono giorni in cui tutto è spaventoso. Mentre
Marie si prepara per andare a incontrare Bertrand.
Parigi. Il sangue circola così veloce nelle vene di Bertrand e Marie da rendere loro impossibile star fermi, non
sono cellule, globuli rossi, bianchi e piastrine, sono spilli
acuminati che li fanno danzare.
Nello stesso giorno in cui tutto è solo brutto e orribile a Moustey, a Parigi, in un albergo, come una qualsiasi
coppia di amanti clandestini, Marie e Bertrand si scambiano quel primo bacio che consente loro di ricominciare a respirare, poi il secondo e il terzo. Ancora e ancora.
Sono fasci di nervi, sono due piccoli esseri tremolanti solo un po’ più pacificati l’uno nelle braccia dell’altro.
Stupiti di essere ancora insieme, come se quella mattina
avesse potuto svelare un inganno con il solito presentimento che è paura mista a speranza. Può essere che domani mattina le cose le vedremo diversamente, si erano
detti. Invece la felicità impedisce loro di chiudere gli occhi e la mattina è ancora attesa e stupore. Marie deve andare via, Samuel è a casa. Sarebbe bello poter fermare
due o tre giorni nella vita di ciascuno, farli durare un anno, giusto due o tre giorni nel corso di un’intera vita. Invece sono proprio quelli i giorni in cui è sempre ora di andare via.
Non sarà facile con Samuel, questo Marie lo sa, ma
dovrà farsene una ragione. Samuel è così giovane. Ancora un bacio e poi giù per la strada dove l’aspetta un taxi.
Anche Samuel sa che non è il caso di fare scenate,
ma i buoni propositi ben presto lasciano spazio alla speranza di essere consolati, al bisogno che tutto torni come
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prima. Cosa non avrebbe fatto Samuel perché non arrivasse mai una notte come quella appena trascorsa! Ha pure provato a tornare indietro a quando lui era la speranza
di Marie, quando gli occhi di lei brillavano solo se si posavano su lui.
Quando Samuel e Marie si erano incontrati, lui aveva ventun anni, Marie trentatré. Avere un uomo così giovane non era ancora di moda, lei aveva messo la felicità
sua e dei suoi figli nelle mani di una ragazzo senza arte né
parte, intravedendo in lui i germi di una profondità che
sarebbe sbocciata al calore delle sue cure. Samuel prova
per Marie un amore misto a devozione, un amore che
hanno condiviso per più di sette anni. Nel frattempo Samuel da ragazzo folgorato dal teatro si è trasformato in
autore, scrittore e anche sceneggiatore e regista del film
che sta per girare con Marie, Janis e John.
Marie sa che non la lascerà andare tanto facilmente.
Ma ha già compiuto questo genere di miracoli con almeno due dei quattro padri dei suoi quattro figli. Confida di
riuscirci anche con Samuel.
Quella mattina però preferisce godersi la deflagrazione di sentimento che l’amore suo e di Bertrand le sta regalando. I problemi arriveranno, Marie lo sa, ma c’è sempre tempo per i problemi, molto meglio il ricordo di
quella notte. È un miracolo quel sentimento forte, la fa
sentire viva e nuova e la protegge dalla paura del futuro.
Scende dal taxi e corre veloce, travolgerebbe tutti e vorrebbe gridare, Marie.
Bertrand neanche ci prova a cercare di dormire, ma
fra tutti i giorni dei suoi trentotto anni quello è di sicuro
il giorno che lo coglie più emozionato. È così stupefacente ritrovarsi in quello stato d’animo da padre di due figli,
eppure non può farci nulla. Quell’amore accende di senso tutto, così come senza quell’amore tutto perderebbe di
senso, la musica, solo la musica è paragonabile a Marie, e
subito lo coglie un nodo alla gola, la paura di perdere
quella felicità e quel senso finalmente trovato. Un istante,
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Tu mi dai il male
solo uno spaventoso istante. Bertrand si prepara per quella giornata a Parigi, ma tutti i suoi impegni, importanti in
un altro momento, non sono che un passatempo in attesa di sapere quando potrà rivedere Marie.
Kristina non riesce ad alzarsi dal letto. Samuel non sa
se farsi trovare in casa o no.
Per quanto tutti facciano finta che l’anno inizi a gennaio, sappiamo che è settembre il mese in cui ci accorgiamo che, nonostante i buoni propositi, non è cambiato nulla, la vita scorre nella solita triste inedia e non è il nuovo
corso di inglese o il nuovo istruttore di fitness a dare una
direzione diversa alla nostra esistenza, e neanche lo yoga,
che fino a quel momento abbiamo tenuto come ultima
carta per cambiare la vita da dentro. Neppure quello. Anche le strade di Parigi sono piene di facce della delusione
di settembre, tutti quella mattina hanno facce più o meno
tristi, verosimilmente tutti meno Bertrand e Marie, trasfigurati, e se possibile, e solo quell’amore avrebbe potuto
renderlo possibile, ancora più belli del consueto.
Non può sfuggire a Samuel quell’espressione radiosa e lo sguardo sognante, e infatti lo colpisce come uno
sputo in pieno viso. Perché l’unico pensiero che lo ha tenuto in vita quella notte è stata la speranza che fosse una
notte seguita da un risveglio deludente, di quelli che capitano spesso ma, chissà come, capitano solo a noi e mai
a quelli che amiamo.
Come se il mondo non trovasse mai il suo ingranaggio perfetto oppure lo trovasse solo quando non è il nostro tempo da mettere a registro.
Non più Samuel e Marie. Non più Kristina e Bertrand. Inizia il tempo di Bertrand e Marie.
Sono pieni di impegni Bertrand e Marie, è settembre,
per un musicista e per un’attrice, e di successo, come entrambi sono anche se in maniera diversa, è tempo di grandi programmi. Invece tutto è secondario al momento in
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cui si rivedranno. Conta solo questo. Bertrand discute del
futuro progetto con i discografici, il nuovo cd, ma intanto
pensa all’odore di Marie, ai capelli di Marie, discutono di
date e scadenze da rispettare, ma intanto pensa alla voce di
Marie, quella voce che lo sconvolge e di cui ora nel ricordo
di quella notte sente una calda nostalgia. Il ricordo di quella voce acuisce l’attesa, fa sbarrare gli occhi per lo stupore
di sapere che è già il tempo di Bertrand e di Marie.
Marie è l’amatissima figlia di Jean-Louis e della regista Nadine Marquand, inizia a recitare da bambina nei
film della madre, sono la famiglia simbolo del cinema
francese e lei stessa è un’icona di quel mondo nel quale
fin da piccola ha mosso i passi, ha conosciuto i più grandi
registi del cinema francese e italiano, ha vissuto in Italia
con la famiglia quando il cinema italiano viveva il suo momento di massimo fulgore, ancora ragazzina ha lavorato
con Scola nel film La terrazza, interprete dal registro malinconico di alcuni film di Chabrol, per il quale è stata
un’indimenticabile Betty.
Lavora spesso con sua madre. Sembra non volersi
staccare mai troppo dal suo gruppo familiare. Il ruolo che
l’ha consacrata, che ne ha delineato il destino di attrice,
lo interpreta in Série noire a sedici anni, il regista è il nuovo compagno della madre, Alain Corneau. I critici le rimproverano questa tendenza a non uscire dalla ristretta cerchia, sono pochi i registi con cui lavora, oltre a sua madre
e a Corneau. Come se Marie non desideri per sé un’affermazione oppure l’affermazione sia per lei stare tra le persone che ama e che l’amano. Silenziosa e timida da bambina, presto lascerà la scuola senza grandi drammi, perché sarà la famiglia a farsi carico della sua educazione e a
proteggerla.
La sua infanzia è segnata dalla perdita della sorella
Pauline, morta a nove mesi per soffocamento quando lei
aveva sette anni, gettando l’intera famiglia in una disperazione della quale forse non si è mai vista veramente la fine.
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Tu mi dai il male
Marie ha sempre sentito la responsabilità di rendere felici i
suoi genitori anche dopo la nascita di Vincent, suo fratello.
La sua esistenza è stata puntellata dalle vicissitudini amorose che facevano di lei, per sua stessa ammissione, la regina
delle famiglie ricomposte. Marie si lega poco più che ventenne a Richard Kolinka, il batterista dei Téléphone, gruppo rock di grido. Questa storia d’amore, che darà a Marie
nel 1986 il suo primo figlio, Roman, durerà tre anni.
Il legame finirà senza grandi drammi quando Marie
incontrerà l’attore François Cluzet, col quale si trasferirà
a vivere nel Gard, luogo al quale Marie resterà legata per
sempre. Nel Gard anche suo padre ha una casa, nella quale vive per la maggior parte dell’anno. Marie e François vivranno sereni con Roman fino alla nascita di Paul nel
1992, ben presto le cose si faranno difficili e la rottura
causerà a Marie uno dei passaggi più difficili della sua esistenza. In quel periodo, a causa dell’alcol, farà un grave
incidente in cui sarà coinvolto anche suo figlio, il lavoro
ne risentirà e pure su quel fronte sarà crisi, dovrà anche
subire un delicato intervento di chirurgia plastica.
In quel periodo di tristezza conoscerà il padre di
Léon, Mathias Othnin-Girard. Tra i padri dei figli di Marie, Mathias è certamente il più controverso, quello che
meno di tutti accredita il quadretto di famiglia serenamente allargata e ricostituita. La relazione con Mathias
non durerà a lungo. Ben presto Samuel la allontanerà definitivamente da lui contendendosi la paternità di Léon.
Marie desidera che il figlio che aspetta da Mathias sia riconosciuto da Samuel, vuole che Mathias si faccia da parte, lo vuole escludere dalla vita di Léon e pretende anche
di convincerlo. Samuel è d’accordo ma Mathias neanche
un po’. Si apre così una battaglia tra Mathias e la nuova
coppia che non avrà mai fine e che porterà Mathias a
chiedere in tribunale il riconoscimento della paternità.
Mathias non scambierà a lungo una parola con Marie e
con la sua famiglia.
Esiste forse in ognuno di noi una parte migliore,
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spesso è quella che costruiamo a beneficio della considerazione che vorremmo avere di noi stessi, nessuno può sentirsi escluso dal bisogno di rappresentarsi meglio di come è.
Doveva a quel punto saperlo anche Kristina che era
meno serena di come si rappresentava e che lottava ogni
secondo per non urlare e piangere e dire no, Bertrand,
non andare.
Ma la pagina era voltata, era un tempo nuovo. Nessuno avrebbe potuto staccare Bertrand da Marie e Marie
da Bertrand.
Intanto perché nessuno dei due era intenzionato a
farlo e poi perché cominciavano a percepirsi come una
persona sola. Sebbene sia complicato vivere fusi avendo
rispettivamente figli, mogli, mariti, famiglie di origine,
compagni di lavoro e progetti avviati, il loro legame diveniva simbiotico.
Dopo quella notte non si lasciarono più. Per Bertrand il passaggio più penoso era compiuto, ciò che più
di tutto non avrebbe potuto reggere era una relazione
clandestina, ma altrettanto non avrebbe potuto reggere
una vita rinunciando a Marie, l’unica cosa che attendeva
con fiducia era il momento in cui Kristina si sarebbe fatta
una ragione di quella scelta. A quel punto tutto sarebbe
stato a posto, avrebbe sentito meno la colpa di quella felicità che, anche mista al dispiacere, era ormai la sua nuova realtà. Marie era ragione di vita, speranza, bisogno.
Anche volendo non c’era nulla da razionalizzare,
quella cosa era successa ed era evidente che l’amore tra
lui e Kristina fosse finito, non l’aveva messo in conto Bertrand, ma non poteva farci nulla ormai, Marie era la sua
boccata d’ossigeno. Milo, suo figlio, gli sarebbe mancato,
ma la vita senza Marie gli sarebbe stata insopportabile,
questo Milo prima o poi lo avrebbe capito.
“Un vero bastardo!”, avrebbe chiosato zia Maria, senza
neppure sapere il resto della storia.
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Tu mi dai il male
Zia Maria ogni tanto si prende la sua ora d’aria e viene da me: “Lavori?”.
“Insomma, sì, più o meno, sto cercando delle informazioni che devo assemblare, ma è una cosa un po’ complicata, mi ero fatta l’idea che sarebbe stato più facile, anzi zia, adesso lascio proprio perdere perché sono stanca.
Vieni con me, facciamo la spesa?”.
È tutta contenta ora. Come quando spingendo il carrello mi dice: “Quello mi voleva a me!”, e mentre lo dice
gonfia il petto e il viso corrucciato si distende. È facile farla felice, un vecchio spasimante, vero o presunto, un carrello anche semivuoto e qualcuno che almeno per cinque
minuti si occupi di lei. Poi con in testa Marie e Bertrand,
è più semplice volerle bene.
“Tu come stai?”, mi chiede a tradimento.
“Mah, boh… bene. Reb sembra contento o almeno
non si lamenta, io ho smesso di lamentarmi di lui, insomma tutto… ok, cioè… tutto normale, ecco”.
“Che poi, di che ti devi lamentare di quel figlio, mica puoi
dire che ti dà le preoccupazioni?”.
“Lo so, non dà grandi preoccupazioni, insomma…”.
“Stai in pensiero per Francesca?”.
“Un po’. Speriamo che tutto si risolva anche questa
volta. Andiamo a casa, zia, qui sembra che sia scoppiata una guerra e solo noi non ne abbiamo saputo niente”.
“Sì, andiamo. Abbiamo preso tutto. E poi sto preoccupata,
chissà zio Lino”.
Reb naturalmente non si è neppure spostato dal monitor. Lo fissa.
“Che fai?”.
“Aspetto che venga a prendermi la nave”.
Ma certo, com’è che non l’ho capito da sola?
Reb non ha il computer in camera sua, ma non perché
io gliel’abbia impedito, lui ha una postazione centrale, una
tabella dei comandi, una stanza dei bottoni, ma non è in camera sua, non solo almeno, lui ha colonizzato tutta la casa,
sono io che devo ritagliarmi lo spazio, chiedere permesso,
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capire se disturbo. Lui è il padrone assoluto e incondizionato di tutto ciò che necessita di energia per funzionare,
energia elettrica ovviamente. Così lui vive nel nostro soggiorno grande quasi quanto tutta la casa e da lì stabilisce
i sottofondi. È il mio tecnico del suono. Decide se dobbiamo avere come sottofondo Discovery Channel o Fox
Life, oppure la musica rock degli anni Settanta, ma anche
le telefonate dei suoi amici nerd ai call center, scaricate in
rete. Un cult secondo lui; c’è un tipo che si diverte a chiamare i call center e a registrare, per poi diffonderle, le telefonate. È divertente in effetti.
“Ho il modem che non si allinea da due giorni. Ora
vengo lì e con una calamita ti tiro fuori quei vibratori che ti
sei infilato su per il culo”. Le telefonate finiscono sempre
male, quasi sempre. In un’altra in cui era meno aggressivo,
si faceva dire da una ragazza: “Ma perché non esci a farti una passeggiata? Perché sei sempre al computer?”. E lui, socievole: “Tu che sei pure laureata, pensi di essere messa
meglio di me che stai lì?”. Cose così. Si può andare avanti
interi pomeriggi ad ascoltare queste telefonate. Lui intanto gioca on-line, io sto in un angolino, buona. In genere lavoro in camera mia. Quando ho capito che era lui che doveva stare in camera sua e che io dovevo lavorare nel soggiorno-cucina-studio era già troppo tardi, e dire che nel
frattempo mi ero raccontata la favola della madre che condivide gli spazi così il figlio non si isola troppo davanti al
monitor, infatti isolava la madre, il figlio adolescente. Stai lì
e non disturbare, mamma. Va bene. In fondo va bene. Non
è questo che mi preoccupa, oggi.
La stampa italiana non si è interessata molto di Bertrand Cantat prima che il suo nome fosse legato a quello
di Marie. Le vent nous portera è stato un grande successo
anche in Italia ma i Noir Dez, come vengono anche chiamati, si sono concessi poco. Nell’estate del 2002 l’etichetta che pubblicava in Italia Des visages, des figures fu inondata di richieste di passaggi televisivi, anche una compagnia
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Tu mi dai il male
telefonica chiese di utilizzare la canzone per uno spot. Le
telefonate fra l’Italia e la Francia si fecero via via più tese,
Bertrand non voleva sentire ragione, nessuna presenza dei
Noir Dez nelle trasmissioni televisive italiane e soprattutto
nessuno spot. La regola era quella, da sempre, chiunque li
conoscesse sapeva che non erano proposte da fare loro.
Avevano rifiutato un’offerta di un milione di euro da
un’azienda l’anno precedente. Loro non facevano quel
tipo di cose, questione di etica, fece sapere Bertrand al direttore generale dell’etichetta Carosello. Inconcepibile,
pensò il direttore, un solo passaggio in tv vale come una
stagione di promozione. Ma evidentemente non sapeva
con chi aveva a che fare.
Il successo di quella canzone, che aveva conquistato
anche i meno inclini al gusto rock, andava molto al di là
della promozione e delle logiche di mercato, tutta la storia dei Noir Dez e il successo che aveva accompagnato il
loro lavoro, anno dopo anno, album dopo album, era stato un crescendo inarrestabile la cui spina dorsale era il
rapporto tra Noir Dez e fan, senza intermediazione alcuna, senza alchimie. Ormai da vent’anni sulla scena del
rock francese, erano un fenomeno che non diminuiva la
propria portata, nonostante le numerose cassandre e la
poca simpatia della stampa e di quasi tutti i media francesi. Una mancanza di simpatia ricambiata da Bertrand, anzi decisamente fomentata da lui, visto che durante un
concerto accartocciò definendo spazzatura una copia di
Libération, un episodio che risale a tanti anni fa ma che la
comunità dei giornalisti non ha mai dimenticato. Bertrand ha pagato amaramente quel gesto. Anche se per ragioni diverse dalla musica e dalla critica alla sua musica.
Quando, sempre nel 2002, è stato in Italia per un giro di concerti, tutti accuratamente tenuti in circuiti underground, a tutti i giornalisti che lo hanno intervistato
ha citato come riferimento Palombella rossa di Nanni Moretti, richiamando insomma un altro che deve tutto più
alla benevolenza del suo pubblico che al sostegno dei gior-
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nali e delle tv per promuovere i suoi film, almeno fino a un
certo punto della sua storia professionale, e che proprio in
Palombella rossa irride ferocemente i codici comunicativi
dei media. Ma Nanni Moretti, regista amato in Francia
forse anche più che in Italia, non ha mai avuto bisogno
della benevolenza dei giornalisti e forse mai ne avrà.
Cantat inizia la sua storia col rock durante gli anni di liceo a Bordeaux, quando cerca un modo per conciliare il
suo trasporto per la musica e la letteratura, per trovare un
tratto comune fra quelle due passioni che sono ragione di
vita e tormento. Come accade a molti a quell’età. Ma Bertrand ha qualcosa in più, una forza e un’intensità nel coltivare la sua ossessione che fa di lui una sorta di predestinato.
Viene salutato come il nuovo Jim Morrison fin dal suo esordio. Di Jim Morrison ha il fascino e la capacità di convincere tutti. I suoi testi sono la sintesi meravigliosa della ricerca
poetica trasposta nella musica. I poeti maledetti continuano
a parlare attraverso lui. La sua presenza scenica è altrettanto potente. Poteva bastare la sua bellezza e ha anche talento.
Poteva bastare la sua capacità di scrivere e sa anche cantare.
Poteva bastare la sua sensibilità e sa anche mettersi dalla parte dei più deboli. Lo fa senza cercare la benevolenza di chicchessia. Alla ricerca di una perfezione e di una coerenza che
rende faticoso per chiunque mettersi in relazione con lui.
Bertrand fonda il suo gruppo con il compagno di liceo Serge Teyssot-Gay, a loro si aggiungerà il batterista Denis Barthe, tra alterne vicende, addii e ritorni, resteranno
loro il nucleo storico del gruppo. Come nelle migliori tradizioni delle leggende del rock, dai banchi di scuola alle
classifiche. A Barthe, detto Nini, il compito di tenere unita la rock band, sempre sull’orlo dello sgretolamento.
Ma ora devo farcela a parlare con Francesca, è tutto
il giorno che ci provo, inutilmente. Solo verso sera ci riesco: “Meno male, mi hai fatto preoccupare!”.
“Ma figurati, preoccupata per cosa? Chissà fino a
quando mi tengono in mezzo agli zombie, ancora non sono
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riuscita a vedere un solo dottore, sto qui da stamattina
con una flebo appesa. Che palle!”.
“Ma perché devi stare lì, non potevi farla a casa la
flebo?”.
“E io che ne so? L’unica persona che ho visto è stata
l’infermiera sadica che mi ha messo le flebo, appena finisce me la tolgo da sola e me ne vado. È la volta buona che
mi do alla medicina alternativa”.
“Fai la brava, ci sentiamo domani”.
Francesca neppure aspetta che la flebo sia finita,
stacca tutto, butta l’ago e scappa via. Nessuno si accorge
di lei. Aveva tentato di farsi dare la busta con i risultati
delle ultime analisi. “No, mi dispiace, deve aspettare la
dottoressa”.
Ma Francesca sa dove sono e sa che la dottoressa potrebbe non arrivare mai. Appena può, allunga la mano,
prende quello che sarebbe suo e scappa. Nessuno si accorgerà di niente. Sono dodici anni che frequenta quel
reparto ma è come se fosse trasparente. Le dicono di aspettare, di stare fuori dalla porta, di entrare, di sedersi,
soprattutto di stare fuori dalla porta, ma nessuno si è accorto di lei in dodici anni. Come se prendesse forma solo
mentre qualcuno le dice che la carica virale è uguale a zero, o che i valori dei suoi CD4 sono buoni. Ma se lei scompare con la busta delle sue analisi, nessuno si ricorderà
che è stata lì, nessuno si ricorderà che esisteva una busta
che è scomparsa. Perché non importa nulla a nessuno di
quel che accade in quel posto e neppure a Francesca. Ma
i dati di laboratorio hanno una loro importanza intrinseca e almeno quelli vanno considerati.
Ogni volta che lascia quel posto, Francesca corre come se fosse inseguita dalla polizia, anche quando raggiunge l’auto lei corre, corre e corre fino a quando, di
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