Ultime notizie dal mondo 1-15 Aprile 2009

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Ultime notizie dal mondo 1-15 Aprile 2009
Ultime notizie dal mondo
1-15 Aprile 2009
(http://www.rivistaindipendenza.org)
a) USA. Com'è andata al vertice NATO, snodo importante per la nuova amministrazione
USA? Obama ottiene tutto di sostanziale (3 e 4). Da integrare il punto con altri tre filoni
informativi: 1. spese di guerra e di riammodernamento militare (1, 11,12); 2. questione
nucleare (4); 3. rapporti con la Russia (3, 4, 8). Per altro di significativamente collegato,
vedere Afghanistan (1, 3, 5).
b) Italia. “Le casse languono”, vien detto un giorno sì e l'altro pure. Mentre per il terremoto
in Abruzzo ci si appella alla contribuzione volontaria degli italiani (e forse non solo, giacché
c’è chi ventila una tassa straordinaria...), aumenta la spesa militare al servizio
dell'alleato/padrone USA. I soldi insomma, se servono per certi interessi, si trovano
eccome, ma non per le spese sociali, che sono i veri interessi nazionali. Passa così il
programma di acquisto di 131 caccia-bombardieri da attacco Jsf (1). Sul terremoto in
Abruzzo, da leggere all'8 e al 15.
c) Palestina. Coloni occupano case per cacciare anche in questo modo i palestinesi da
Gerusalemme (3). Verso l'impasse le inchieste sulla mattanza israeliana a Gaza (1, 15)
mentre gli aiuti alla popolazione palestinese stentano ad arrivare (1). Comunicato del
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina dopo l'insediamento del nuovo governo
israeliano (1). Delegazione britannica incontra Hamas (15).
d) Israele. Un'occhiata al nuovo governo Netanyahu (2). Come si muoverà Israele sulla
questione palestinese? Qualche perla del nuovo ministro israeliano degli Esteri,
Lieberman (2). E si discute sull'attacco all'Iran (2). Sui rapporti USA-Israele in questa fase,
un paio di notiziole (8 e 15). Noto giornalista della BBC nell'occhio del ciclone per giudizi
sulla politica di Israele (15).
Sparse ma significative:
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Repubblica Ceca. Subalternità nazionale e Movimento contro le basi USA (5).
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Unione Europea. Cresce il disinteresse, sul continente, verso le prossime euroelezioni. Lo attesta l'Eurobarometro (8). Finanziare chi ha causato la crisi
finanziaria: bilancio e compiacimento UE (11).
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Libano. In vista delle elezioni del 7 giugno: gli armeni cristiani stanno con
Hezbollah (5). Sull'arresto di un membro di Hezbollah in Egitto (11)
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Irlanda del Nord. Il Sinn Féin a Gaza (Palestina). Parla la Real IRA (13).
Tra l’altro:
Pakistan (7 aprile).
Georgia (10 aprile).
Corsica (3 aprile).
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Croazia (3 aprile).
Venezuela (6, 9 aprile).
Iran (5 aprile).
Turchia (1, 2 aprile).
Qatar (1 aprile).
Spagna (3 aprile).
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Italia. 1 aprile. Aumenta la spesa militare al servizio degli USA. Come rivela
peacereporter.net, entro il 16 aprile le commissioni Difesa di Camera e Senato dovranno
esprimersi sul programma di riarmo aeronautico presentato dal ministro della Difesa Ignazio
La Russa, che prevede l'acquisto di 131 caccia-bombardieri da attacco F-35 Lightning II
nell'arco dei prossimi diciotto anni. Spesa complessiva: oltre 13 miliardi di euro. Velivoli
'stealth' di quinta generazione che dal 2014 dovrebbero progressivamente sostituire tutta la
flotta aerea d'attacco italiana, attualmente composta dai Tornado e dagli Amx
dell'Aeronautica e dagli Harrier-II della Marina. Sessantanove F-35A a decollo
convenzionale verrebbero destinati alle forze aeree, mentre sessantadue F-35B a decollo
rapido o verticale andrebbero a finire sui ponti delle portaerei 'Garibaldi' e 'Cavour'.
Italia. 1 aprile. Nei mesi scorsi il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo
Camporini, aveva definito l'acquisizione degli F-35 «assolutamente vitale per la difesa» del
nostro Paese. In realtà, per la 'difesa' propriamente detta dello spazio aereo italiano sono già
stati spesi oltre 7 miliardi di euro per l'acquisto di 121 caccia Eurofighter in sostituzione dei
vecchi F-104. Pur definendo il programma come «destinato alla difesa nazionale», il testo
che il ministro La Russa ha sottoposto alle commissioni parlamentari –e di cui
PeaceReporter ha ottenuto copia– enuncia chiaramente la destinazione d'impiego degli F-35
«nelle missioni internazionali a salvaguardia della pace» in virtù della loro «spiccata
capacità di impiego fuori area».
Italia. 1 aprile. I caccia F-35 sono il frutto del programma di riarmo internazionale Joint
Strike Fighter (Jsf) lanciato dagli Stati Uniti a metà degli anni '90, al quale hanno aderito
molti Paesi alleati, tra cui l'Italia nel 1996 con il primo governo Prodi (adesione confermata
nel 1998 dal governo D'Alema e nel 2002 dal secondo governo Berlusconi). Il nostro Paese
partecipa al consorzio industriale Jsf –guidato dalla statunitense Lockheed Martin– tramite
l'Alenia, l'azienda aeronautica del gruppo Finmeccanica. Lo stabilimento piemontese di
Cameri (Novara) verrà attrezzato per diventare l'unica linea di montaggio finale del velivolo
al di fuori fuori dagli Stati Uniti, dove verranno assemblati tutti gli F-35 destinati alle forze
aeree del Vecchio Continente (per ora è certa l'Olanda). Secondo i piani, l'Alenia di Cameri
si occuperà anche delle successive revisioni e aggiornamenti per tutta la vita operativa degli
F-35, vale a dire per altri trentacinque anni circa.
Italia. 1 aprile. Secondo la Difesa, il super-bombardiere F-35 creerà almeno 10mila posti di
lavoro, genererà un forte sviluppo tecnologico dell'industria italiana e determinerà un
incremento del PIL. Insomma, il riarmo come via d'uscita dalla crisi economica, come con la
Grande Crisi degli anni '30 e con la Grande Depressione di fine '800. Peccato che in
entrambi i casi questa strada abbia condotto a guerre mondiali. Di certo l'impiego dei nuovi
bombardieri nelle missioni «di pace» produrrà anche morti, mutilati e sofferenza. E se non
dovessero mai venire usati –improbabile– risulteranno del tutto inutili. Forse questi 13
miliardi di euro di denaro pubblico –nostro– potrebbero essere investiti in qualcosa di più
utile alla collettività. Spetta alle due commissioni parlamentari decidere nelle prossime
settimane.
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Turchia. 1 aprile. Piano del Mossad per uccidere Erdogan? Il servizio segreto israeliano
Mossad contempla l’ipotesi di assassinare il premier turco Rajab Teyp Erdogan. A seguito
dell'arresto di una spia sionista in Turchia, la polizia ha trovato nel suo computer una lettera
nella quale si legge che il capo del Mossad, Dagan, ha ordinato ad alcuni agenti in Turchia
di prepararsi a uccidere Erdogan appena ciò venisse ordinato loro. Il quotidiano turco Vaght
ricorda che lo sforzo del regime sionista di rovesciare l'attuale governo turco è dovuto alle
critiche rivolte da Ankara ad Israele per via dei crimini commessi a Gaza. Queste furono
esplicite durante la conferenza di Davos del gennaio scorso, dove un offeso Erdogan
abbandonò per protesta la riunione mondiale dopo un acceso confronto con il presidente
israeliano Peres, che gli valse in varie testate l’appellativo di «nuovo Saladino» e
«conquistatore di Davos», oltre che l’ammirazione sconfinata della popolazione turca. Il
partito di Erdogan, intanto, vince pure alle amministrative. Dal 2002 il partito “Giustizia e
sviluppo” ha vinto in tutte le elezioni.
Palestina. 1 aprile. Il regime egiziano soffoca Gaza sotto lo sguardo compiaciuto di Tel
Aviv. «Siamo bloccati da 15 giorni alla frontiera con Rafah perché le autorità egiziane non
ci fanno passare. Abbiamo poco meno di 40 tonnellate di aiuti umanitari con tutti i permessi
necessari pronte per la distribuzione, e non riusciamo a raggiungere la Striscia di Gaza».
Ha un tono di voce incredulo Stefano Rebora, volontario dell'organizzazione Music for
Peace, mentre racconta all’agenzia Misna la disavventura che li tiene fermi da oltre due
settimane nel deserto egiziano. «Siamo partiti dopo aver presentato tutta la documentazione
necessaria, abbiamo ricevuto il nulla osta dalla dogana appena sbarcati ad Alessandria ma
all'arrivo alla frontiera con la Striscia di Gaza siamo stati fermati con le scuse più diverse,
prima dalla polizia poi dai servizi segreti egiziani che ci hanno chiesto soldi, permessi e
documentazioni aggiuntive». Secondo Rebora, costretto con i suoi colleghi a vuotare e
riempire nuovamente i container, carichi di alimenti e medicinali, «le leggi internazionali
sulle norme doganali sono state violate» ed è in corso una sorta di blocco non dichiarato,
imposto da Israele con la connivenza del governo egiziano, sulle iniziative umanitarie
straniere verso la Striscia di Gaza. Secondo l'agenzia palestinese Maan, sono bloccati alla
frontiera anche gli aiuti europei del fondo Pegase, che servono a pagare gli assegni di
solidarietà destinati a 24.500 famiglie indigenti di Gaza. Secondo un comunicato di Pegase,
le famiglie che avrebbero dovuto ricevere il loro contributo mensile da oggi non riceveranno
l'assegno fino a nuovo ordine a causa delle restrizioni imposte dal regime sionista.
Palestina. 1 aprile. È di almeno due palestinesi uccisi e due feriti il bilancio di
un'incursione aerea israeliana a est del campo di rifugiati palestinesi di Al Maghazi, nel
centro della Striscia. Lo hanno riferito fonti mediche palestinesi secondo cui il raid sarebbe
avvenuto poco dopo uno scontro a fuoco tra soldti palestinesi e un gruppo armato nei pressi
del valico di Kissoufim, al confine tra il territorio israeliano e il sud della Striscia. Secondo
il capo dei servizi d'ambulanza a Gaza, Muawia Hassanein, i due feriti versano in buone
condizioni. Testimoni locali hanno riferito anche di un'esplosione avvenuta sul ciglio di una
strada poco distante e che avrebbe coinvolto un veicolo militare dell'esercito israeliano.
Intanto, ieri, l'avvocato generale dell'esercito israeliano, Avichai Mendelblit, ha ordinato la
chiusura dell'inchiesta interna sulle violazioni di diritti umani e i crimini di guerra commessi
da soldati israeliani durante la recente offensiva Piombo fusò a Gaza. Secondo quanto
riferisce l'agenzia Misna, un comunicato diffuso dalle forze armate precisa che gli episodi
riferiti da alcuni militari, testimoni di soprusi, erano basati su "voci" e non testimonianze
dirette. L'offensiva ha provocato, secondo fonti mediche, la morte di oltre 1400 palestinesi,
due terzi dei quali civili, e il ferimento di oltre 5000.
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Qatar. 1 aprile. Una minaccia per gli sforzi di pace in Darfur. In una nota diffusa al termine
del vertice di Doha, i capi di Stato e di governo dei 22 paesi della Lega Araba hanno definito
in questi termini il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (Cpi) nei
confronti del presidente sudanese Omar Hassan Al-Bashir. Il Segretario generale della Lega
Amr Moussa, leggendo il testo della dichiarazione finale della riunione, ha affermato:
«Esprimiamo la nostra solidarietà al Sudan, respingiamo le decisioni della Cpi nei
confronti del presidente Al Bashir e sosteniamo l'unità del Sudan». Insieme con il conflitto
israelo-palestinese e la crisi dell'economia mondiale, il mandato d'arresto è stato uno dei
temi portanti del vertice.
Qatar. 1 aprile. Arabia Saudita: invenzione britannica e protettorato USA. Il leader libico e
presidente di turno dell'Unione Africana Muammar Gheddafi, nella riunione dei vertici arabi
di due giorni fa si è rivolto al re saudita Abdallah al Saud affermando: «Sono sei anni che
hai paura e sfuggi al confronto, non aver paura! Ormai è provato che è stata la Gran
Bretagna a crearvi e sono gli Stati Uniti che vi proteggono». L'emiro del Qatar, il cui paese
ospitava la riunione, ha interrotto l'intervento di Gheddafi che ha lasciato la seduta. Più tardi,
l’emiro del Qatar ha convinto il leader libico a riprendere il proprio posto.
Afghanistan. 1 aprile. Teheran pronta a partecipare alla ricostruzione del Paese e alla lotta
al narcotraffico. Alla conferenza internazionale sull'Afghanistan promosa dall’ONU, che si
svolge in questi giorni all'Aja, lo ha dichiarato il vice ministro degli esteri iraniano
Mahammed Mehdi Akhundazadeh. In un'ottica di collaborazione «la Repubblica Islamica è
pienamente disposta a partecipare a progetti volti a combattere il traffico di droga e i piani
in linea con lo sviluppo dell'Afghanistan». Hillary Clinton ha accolto positivamente queste
dichiarazioni. «Credo che l'intervento iraniano sia promettente», ha detto ieri ai giornalisti.
Secondo la Reuters, Clinton, che non aveva in programma discussioni importanti con la
delegazione iraniana, ha detto che l'inviato speciale USA per l'Afghanistan e il Pakistan,
Richard Holbrooke, ha avuto un cordiale e imprevisto incontro con Akhoundzadeh. Il
segretario di Stato ha anche detto che gli Stati Uniti sono pronti a offrire una «forma
onorevole di riconciliazione» ai combattenti taliban che dovessero rinunciare alla violenza.
Dal canto suo Akhundazadeh ha, però, ribadito le critiche di Teheran alla presenza di truppe
straniere in Afghanistan, che ha definito «inefficaci», così come il loro programmato
aumento.
USA. 1 aprile. 685 miliardi di dollari per Iraq ed Afghanistan. Nel bel mezzo della crisi
economica suona ancora più pesante il dato diffuso dal Government Accountability Office,
l'organismo federale di controllo sui conti pubblici USA. La parte del gigante la fa il
conflitto iracheno, iniziato a marzo del 2003 e costato 533,5 miliardi di dollari fino al
dicembre scorso. Visti i risultati fallimentari ottenuti dagli USA in entrambi i scenari, l'unico
effetto di queste spese, spiegano gli esperti, è quello di far salire alle stelle gli utili
dell'industria militare e delle compagnie private che hanno legami con il settore come quelle
dei contractors e delle guardie del corpo.
Palestina. 2 aprile. «Un governo di terrore, guerra e pulizia etnica». Così bolla il nuovo
governo Netanyahu, ieri, in un suo comunicato, il Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina (FPLP). «Boicottare Israele e il suo governo» è il conseguente appello rivolto alla
"comunità internazionale" in quanto «incompatibile con i diritti umani e la legge
internazionale», un «governo di cultura del crimine». Il FPLP sottolinea quindi che «questo
governo, come nel complesso lo stato Sionista di Israele, è basato sull’assoluto rifiuto dei
diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione, al ritorno e a uno stato Palestinese
indipendente». L'attuale governo israeliano vede come Primo Ministro il noto razzista
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estremista Netanyahu; Barak, direttore ufficiale dei crimini di guerra nella Striscia di Gaza
coinvolto anche negli assassini dei leader palestinesi a Beirut e Tunisi; il ministro degli
Esteri Lieberman, successore politico di Kahane, sostenitore del colonialismo e degli
insediamenti e fautore dei trasferimenti e della pulizia etnica. Il FPLP denuncia le
pianificazioni da parte del governo di Netanyahu di ulteriori aggressioni contro il popolo
palestinese, ad includere l’ebraicizzazione di Gerusalemme, la costruzione di insediamenti
ed attacchi costanti. Il FPLP, infine, sottolinea l'urgenza di giungere più che mai e subito
all’unità nazionale per affrontare questa aggressione e ricorda che nessun governo sionista,
nonostante tutti i suoi crimini di guerra e attacchi in 61 anni, è riuscito mai a soggiogare il
popolo palestinese.
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Palestina. 2 aprile. Sono almeno 1346 i bambini di Gaza rimasti senza uno o entrambi i
genitori durante l'attacco israeliano denominato "Piombo fuso" tra il dicembre e il gennaio
scorsi. Il calcolo è stato fatto dall'organizzazione non governativa 'Islamic Relief Palestine'
(Irpal) di cui dà notizia la rete d'informazione dell'ONU, IrinNews. Secondo Irpal, che
include tra gli orfani quelli che hanno perso il capofamiglia ed ora vivono in povertà,
sarebbero almeno 5.200 i minori in queste condizioni nella Striscia di Gaza. L’ONG porta
ad esempio il caso di due gemelli, Ahmed e Samia, il cui padre è morto durante l'attacco e
che ora abitano nella casa dello zio, ex poliziotto rimasto disabile perché ferito da una
bomba israeliana. Quest'ultimo li mantiene insieme alla moglie ed altri sette figli, due dei
quali rimasti anch'essi disabili, con la pensione d'invalidità di 1400 shekel (254 euro) al
mese, mentre la mamma dei gemelli lavora come bidella per 400 shekel (75 euro). Benché il
ricorso alla famiglia allargata sia una risorsa, sottolinea l’ONG attiva dal 1998 nella Striscia
di Gaza, i nuclei familiari palestinesi sono sottoposti a forte pressione e a gravi difficoltà.
Secondo fonti mediche locali e internazionali, nei 23 giorni dell'offensiva israeliana sono
morti 1350 palestinesi, cui si sono aggiunti un centinaio di feriti deceduti successivamente.
Israele. 2 aprile. «Non ci saranno restituzioni territoriali ai palestinesi». Così Avigdor
Lieberman, leader dell'estrema destra israeliana, ora ministro degli esteri nel governo
Netanyahu, al suo primo giorno da capo della diplomazia. Ha poi aggiunto: «C'è un
documento che ci obbliga e non è quello di Annapolis, che non ha validità», lasciando
intendere che il governo si ritiene vincolato solo alla Road Map. La Road Map, approvata da
Israele solo dopo l'accoglimento delle condizioni poste dall'ex premier Ariel Sharon,
prevede una serie di passi successivi gli uni agli altri, a cominciare dalla «lotta contro il
terrorismo» da parte dell'ANP di Abu Mazen prima dell'avvio di qualsiasi trattativa
concreta. In altri termini si vuole che i palestinesi si ammazzino tra loro in modo da
risolvere sostanzialmente la questione, che insomma l'ANP di Abu Mazen faccia la guerra
ad Hamas e che di fatto si congeli la trattativa a tempo indeterminato. Ad Annapolis invece
si è stabilito che al negoziato possa essere dato avvio senza precondizioni. In appoggio a
Lieberman è intervenuta una fonte del Likud, il partito di Netanyahu. «Non c'è alcun
problema», ha detto, «Lieberman ha preso le distanze da Annapolis come intende fare il
governo». Tiepida la reazione richiesta da Abu Mazen a Washington. «Gli USA», ha detto
Mike Hammer, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, «sono impegnati nella
creazione di uno Stato palestinese democratico coesistente in pace e sicurezza con Israele».
Israele / Iran. 2 aprile. La probabilità di un attacco israeliano agli impianti nucleari in Iran
è cresciuta di molto dopo l'insediamento del nuovo governo. Alle voci ormai ricorrenti, si
aggiunge ora quella dell'analista del quotidiano israeliano Ha'aretz, Aluf Ben, che cita
personalità politiche vicine a Netanyahu. Ben scrive che il premier avrebbe già deciso di
lanciare un massiccio raid aereo. C'è però dissenso nelle forze armate israeliane, riferisce il
giornalista. Se taluni sostengono che un attacco agli impianti iraniani potrebbe dare tre o
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quattro anni di tempo alla diplomazia internazionale per costringere l'Iran a desistere dal suo
programma nucleare, sono più numerosi quelli che ritengono che un attacco all'Iran
rischierebbe di provocare una guerra in tutta la regione. E poi, come ci si relazionerà con
l'amministrazione Obama? Secondo l'esperto di relazioni Tel Aviv-Washington, Gerald
Steinberg, «Israele non ha bisogno di alcun permesso, ma prima di attaccare informerà gli
USA che hanno forze militari nel Golfo».
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Israele. 2 aprile. Il nuovo governo Netanyahu è stato definito «elefantiaco» con i suoi 30
ministri e 9 sottosegretari. Sarebbe «il più grande al mondo». Questo per accontentare le
anime dei diversi partiti che lo formano. Come ministro della difesa c'è il laburista Barak,
«guida» della guerra a Gaza (oltre 1.300 palestinesi uccisi). Riconfermato il religioso
ortodosso Eli Yishai al ministero dell'interno. Un altro esponente dello Shas, Ariel Atias, è
ministro dell'edilizia, competente anche per le oltre 120 colonie israeliane nei Territori
occupati che, comprese quelle di Gerusalemme est, hanno raggiunto i 450mila abitanti. Un
capo dei coloni, Daniel Hershkovitz, sarà ministro della ricerca scientifica. Del famigerato
Avigdor Lieberman come ministro degli esteri, capo del partito ultra-sionista Yisrael
Beiteinu, che ha ottenuto una compagine di 15 deputati grazie alla propaganda razzista che
ha infuocato la sua campagna elettorale, le cui idee di lealtà e cittadinanza sono una triste
copia di quelle leggi tedesche che gli ebrei hanno subìto all'epoca del nazismo, ricordiamo le
recenti minacce (durante la mattanza sionista a Gaza dello scorso dicembre/gennaio) di
bombardare la Diga di Assuan per dare una lezione agli egiziani. I laburisti, che da svariati
anni ormai convergono senza più remore con le sanguinarie politiche del centro, della destra
e dell'estrema destra sionista, hanno ottenuto ministeri secondari, ad eccezione di Barak.
Iraq. 2 aprile. Baghdad ha autorizzato nove compagnie petrolifere internazionali a prendere
parte al secondo giro della gara d'appalti per lo sviluppo di 11 giacimenti di gas naturale e
petrolio. Lo ha reso noto il Ministero del Petrolio. Due delle compagnie sono russe, le altre
provengono da Gran Bretagna, Giappone, India, Pakistan, Vietnam, Kazakistan e Angola.
L'Iraq possiede riserve petrolifere stimate in circa 155 miliardi di barili (le terze nel mondo)
e i ricavi delle esportazioni di greggio coprono circa il 95% del fabbisogno statale.
Azerbaigian / Turchia. 2 aprile. Baku minaccia di interrompere le forniture di gas ad
Ankara. Il quotidiano Hurriyet rileva che l'Azerbaigian potrebbe interrompere la vendita di
gas naturale alla Turchia se questa aprirà le frontiere con l'Armenia prima che i due Stati
abbiano regolarizzato i loro rapporti. Sarebbe stato proprio il presidente azero Ilham Aliyev
a dire che l’Azerbaigian taglierà le forniture di gas se Ankara giungerà a un accordo con
Jerevan prima che vengano chiarite le questioni riguardanti la regione del NagornoKarabakh. La rottura delle relazioni turco-armene giunse nel 1993 subito dopo la scissione
dell’enclave armena in Azerbaigian. In quell’occasione la Turchia chiuse le frontiere con
l'Armenia in segno di solidarietà con Baku. La minaccia azera sembra essere concreta e il
presidente Aliyev ha ricordato la firma di un memorandum con la Russia avvenuta nelle
scorse settimane, per la fornitura di gas naturale a prezzi di mercato.
Spagna. 3 aprile. Aznar si dovrà difendere dall'accusa di aver provocato gli attentati di
Madrid. Il Partito comunista di Spagna (PCE) e la "Piattaforma processo ad Aznar" hanno
sporto denuncia contro l'ex primo ministro del Partito Popolare Josè Maria Aznar, presso il
Tribunale Supremo spagnolo, per la guerra all'Iraq. La denuncia è stata fatta anche contro i
due ex ministri degli Esteri di Aznar, Federico Trillo e Ana Palacio. Si accusa Aznar e suoi
due ministri di aver provocato gli attentati di Madrid dell'11 marzo 2003 che costarono la
vita a più di 100 persone. Difatti, viene affermato nel documento presentato al tribunale,
l'attacco terroristico fu conseguenza diretta dell'intervento della Spagna nel conflitto in Iraq.
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Nella denuncia si legge: «L'implicazione della Spagna fu totale e assoluta nella tragedia
della guerra in Iraq, non solo per il suo appoggio militare, ma anche per quello logistico e
politico». La denuncia è stata presentata con l'appoggio di più di 20mila firme.
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Croazia. 3 aprile. Sanader annuncia la riduzione di tutti i salari. Il Primo Ministro Ivo
Sanader, dopo l'incontro con le parti sociali, spiega alla stampa che la proposta dovrebbe
includere anche gli stipendi del governo locale, comunale e le società private. Ognuno deve
portare il peso della crisi, compresi i dirigenti, ha sottolineato Sanader. I rappresentanti
dell'Associazione dei datori di lavoro croati e dei sindacati hanno sostenuto questa proposta.
Sindacati e datori di lavoro cercheranno di raggiungere un accordo sulle modifiche alla
legge del lavoro, in modo che il Governo potrebbe presentare il progetto al Parlamento la
prossima settimana. Con le attuali modifiche, la legge sarà armonizzata con l’Unione
Europea. In precedenza, i rappresentanti della Banca centrale croata avevano incontrato la
delegazione del FMI per discutere l'attuale situazione economica. In tale occasione, il capo
della Banca Centrale, Zeljko Rohatinski, affermava che «la razionalizzazione della spesa
pubblica resta una priorità del governo croato», pur sottolineando le tendenze negative
delle esportazioni, degli investimenti diretti esteri e dell'accesso a prestiti esteri a condizioni
sempre meno favorevoli, come tutti i Paesi che hanno un basso tasso di crescita. La Croazia
deve restituire debiti pari a circa 12 miliardi di euro nei confronti di finanziatori esteri entro
quest'anno.
Palestina. 3 aprile. Decine di coloni israeliani si sono impossessati dell'abitazione della
famiglia palestinese Jaber nel rione di as-Sadiyeh, nella città vecchia di Gerusalemme.
Esibendo documenti comprovanti, in apparenza, l'acquisto dell'abitazione dai vecchi
proprietari -ma mai venduta dai Jaber- i coloni hanno cacciato la famiglia palestinese (otto
persone) e occupato la casa. La polizia ha imposto per ore agli abitanti del rione di rimanere
in casa e ha fermato una dozzina di giovani che protestavano contro i coloni. A sostegno del
movimento dei coloni si è schierato di nuovo il neo ministro degli esteri Avigdor Lieberman
affermando che Israele non si ritirerà dalle Alture del Golan, un territorio siriano occupato
nel 1967. A Damasco, ha spiegato Lieberman al quotidiano Ha'aretz, offriremo «pace in
cambio di pace», ribadendo la sua contrarietà a restituzioni territoriali ad arabi e palestinesi.
Da parte sua, in un'intervista ad un quotidiano arabo, il presidente siriano Bashar Assad ha
replicato indirettamente che il Golan tornerà alla Siria «con un accordo di pace o con la
guerra».
Afghanistan. 3 aprile. Mosca pronta a cooperare con Washington aprendo un corridoio al
transito di convogli militari diretti in Afghanistan. Lo ha dichiarato ieri il portavoce del
ministero degli Esteri, Andrei Nesterenko, chiarendo che però Mosca non ha ancora ricevuto
alcuna richiesta in tal senso da Washington. «La Russia è pronta a collaborare su questi
temi, anche con gli Stati Uniti. I parametri concreti di tale collaborazione dipendono dalla
disponibilità di Washington a cooperare con la Russia nell'ambito della rinnovata strategia
americana sulla questione afghano-pachistana», ha detto Nesterenko. «Finora però non ci è
giunta ancora alcuna richiesta ufficiale».
USA. 3 aprile. Oggi, con l'entrata di Albania e Croazia, salgono a 28 i membri della NATO.
In concomitanza, si apre oggi a Baden-Baden, in Germania, il "Summit dell'anniversario"
della NATO. Resta indiscussa la leadership USA. Obama ha posto l'accento all'unità sullo
sforzo comune dell'Alleanza Atlantica in Afghanistan, dove gli Stati Uniti non stanno
vincendo la guerra. Ora la «nuova» strategia USA nei fatti si risolve nell'invio di altri 14mila
soldati, più funzionari impegnati sia nella formazione dei militari sia nell'ambiguo civilemilitare che tanti guasti ha prodotto. Dagli alleati dovrà venire un nuovo, inevitabile
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impegno militare, perché «è in gioco la credibilità della NATO». Magari, come già accade,
con l'invio di soldati dai nuovissimi alleati: dalla Croazia e dall'Albania. Sono nella NATO
da sole 24 ore, ma per loro l'Alleanza ha garantito quanto a "democrazia", vale a dire per la
crescita delle spese militari e la disponibilità a ospitare basi. E che tornano utili anche nel
cortile del sud-est europeo: i soldati albanesi magari potranno sostituire in Kosovo quelli
spagnoli che non riconoscono l'indipendenza del secondo Stato albanese dei Balcani. Se la
NATO ha fatto una guerra «umanitaria» può fare anche questo.
USA. 3 aprile. Sul tappeto, però, a Baden-Baden, c'è anche l'allargamento della NATO a
Est, che ha subito un duro colpo nell'estate del 2008 di fronte all'esplodere della crisi del
Caucaso con il conflitto Russia-Georgia, dopo l'attacco all'Abkhazia e all'Ossetia da parte
della Georgia di Saakashvili, che dava per scontato un sostegno indiretto degli Stati Uniti
attraverso la NATO, fino a quel momento pronta ad accettare la candidatura di Tbilisi.
Questo rallentamento oggi si esplicita anche nella crisi politica in Ucraina. «L'Allenza non
può essere poliziotto globale, non può sostituire l'ONU in materia di sicurezza
internazionale» e, sull'allargamento, la NATO «deve mantenere il senso della misura» e
«riflettere» prima di espandersi ulteriormente. Così si è espresso il ministro degli esteri
tedesco Frank-Walter Steinmeier in un articolo su Der Spiegel alla vigilia del vertice. Ora il
presidente statunitense è impegnato con la sua missione europea a dare sostanza al concetto
strategico che cementi gli "alleati". Intanto, rilanciando sul fantomatico "terrorismo" globale
che tutti minaccia e puntando ad una ripulitura d'immagine degli Stati Uniti
dall'unilateralismo al multilateralismo funzionale. Per questo Obama è stato eletto.
USA. 3 aprile. Attraverso lo strumento della NATO, durante la "Guerra Fredda", gli Stati
Uniti hanno mantenuto il dominio sugli alleati/(appunto)subalterni europei, usando l'Europa
come prima linea nel confronto, anche nucleare, con il Patto di Varsavia (fondato il 14
maggio 1955, sei anni dopo la NATO). Lo scenario cambia radicalmente quando, nel 1991,
si dissolve prima il Patto di Varsavia, quindi la stessa URSS. A questo punto, per gli Stati
Uniti è della massima urgenza ridefinire il ruolo dell'Alleanza. Viene infatti meno la
motivazione della «minaccia sovietica» che ha tenuto coesa la NATO sotto la leadership
USA: vi è il pericolo che gli alleati europei facciano scelte divergenti -una NATO senza gli
USA- o addirittura ritengano inutile la NATO nella nuova situazione geopolitica. Il 7
novembre 1991 il Consiglio Atlantico, riunito a Roma, vara «il nuovo concetto strategico
dell'Alleanza»: definendo il concetto di sicurezza come qualcosa che non è circoscritto
all'area nord-atlantica, si comincia a delineare la «Grande NATO». Poco tempo dopo, il
«nuovo concetto strategico», fatto proprio dall'Italia attraverso il «Nuovo modello di difesa»,
viene messo in pratica nei Balcani. In Bosnia, dopo il voluto «fallimento dell'ONU», la
NATO interviene nel 1994, con la prima azione di guerra dalla fondazione dell'Alleanza.
Segue la prima vera guerra, quella contro la Jugoslavia, nel 1999. E, mentre è in corso, il
vertice NATO del 23-25 aprile ufficializza il «nuovo concetto strategico»: da alleanza che,
in base all'articolo 5 del trattato del 1949, impegna i paesi membri ad assistere anche con la
forza armata il paese membro che sia attaccato nell'area nord-atlantica, essa viene
trasformata in alleanza che impegna i paesi membri anche a «condurre operazioni di
risposta alle crisi non previste dall'articolo 5, al di fuori del territorio dell'Alleanza».
USA. 3 aprile. A partire da questa data la NATO si espande verso Est. Nel 1999 vengono
inglobati i primi tre paesi dell'ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.
Nel 2004, altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell'Urss); Bulgaria, Romania,
Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Federazione
jugoslava). Ora (2009) anche Albania e Croazia. Viene inoltre preparato l'ingresso dell'ex
repubblica jugoslava di Macedonia e di Ucraina e Georgia, già parte dell'URSS. Ma la
NATO guarda oltre. L'«area atlantica» si estende ormai fin sulle montagne afghane. Qui,
l'11 agosto 2003, la NATO annuncia di aver «assunto il ruolo di leadership dell'ISAF, forza
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con mandato ONU». Un colpo di mano: solo a cose fatte il Consiglio di Sicurezza dell'ONU
«riconosce il continuo impegno della NATO nel dirigere l'ISAF». A guidare la missione non
è più l'ONU ma la NATO: il quartier generale ISAF viene inserito nella catena di comando
della NATO. E poiché il «comandante supremo alleato» è sempre un generale USA, la
missione ISAF viene di fatto inserita nella catena di comando del Pentagono. Una strategia
che ha ben altri scopi di quelli dichiarati: non la liberazione dell'Afghanistan dai taliban,
addestrati e armati in Pakistan in una operazione concordata con la CIA per conquistare il
potere a Kabul, ma l'occupazione dell'Afghanistan, area di primaria importanza strategica.
Qui, annuncia il segretario generale, si prevede «un forte impegno della NATO a lungo
termine». Tutto questo costa: la spesa militare dell'Alleanza supera i 985 miliardi di dollari,
quasi i tre quarti della spesa militare mondiale.
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Corsica. 4 aprile. Quattordicenne in coma per spari della polizia francese. Oggi, a Bastia,
manifestazione per denunciare «la repressione poliziesca che soffre l'isola». Durante le
ultime proteste in Corsica contro la condanna all'ergastolo dell'indipendentista Yvan
Colonna, un poliziotto ha sparato contro i manifestanti: Xavier Orsini, 14 anni, è da allora in
coma. Secondo testimoni, il poliziotto ha sparato contro il giovane ad una distanza di cinque
metri procurando una frattura alla mandibola, infezione polmonare ed edema cerebrale. Il
settimanale U Ribombu (www.uribombu.com) ha raccolto video e fotografie che mostrano
la virulenza con la quale la polizia francese si è scagliata contro i giovani. Di recente, nei
confronti dei giovani indipendentisti, la polizia ha preso l'abitudine di prelevare anche tracce
di DNA. Il giorno dell'assassinio del giovane, in contemporanea si tenevano altre
manifestazioni ad Aiacciu, Corti, Purtivechju, Lisula, Fium'Orbu.
USA. 4 aprile. «Al Qaeda minaccia l'Europa: collaborate di più in Afghanistan». Il vertice
della NATO che si è aperto ieri sera con una cena a Baden-Baden e proseguirà oggi a
Strasburgo, è simbolicamente il segnale della fine dell'unilateralismo di Washington. Obama
ha sottolineato che, dopo l'unità che ha fatto seguito all'11 settembre, «la guerra in Iraq
aveva minato le relazioni USA-Europa» e che ora si volta pagina. Gli USA hanno bisogno
dell'Europa in Afghanistan e, più in generale, per la nuova strategia «afpak» nella zona che
si estende fino al Pakistan. Obama ha fatto un passo verso le posizioni francesi,
considerando come un gesto favorevole la decisione di Sarkozy di reintegrare i comandi
militari della NATO, 43 anni dopo l'uscita decisa dal generale De Gaulle. Il presidente
statunitense ha parlato di Europa dalle «capacità militari rafforzate». Obama ha detto
«Vogliamo degli alleati forti». Gli USA non possono essere i soli a condurre la guerra al
"terrorismo", ha ripetuto, «l'Europa non può attendersi che gli USA portino da soli questo
fardello». Di qui il leitmotiv della Spectre del terrorismo internazionale "Al Qaeda" con gli
USA nei panni di James Bond.
USA. 4 aprile. Obama: «Ridurre le armi nucleari». Per gli esperti del settore si tratta non
necessariamente di segnali di apertura, essendo passaggi obbligati. Si avvicinano alcune
scadenze naturali. Alla fine del 2009 decadrà il trattato Start-1, l'unico superstite del regime
che regola le armi nucleari strategiche (dopo che il più avanzato Start-2 fu disdetto da Bush
nel 2002). Inoltre, la quinquennale Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione
(Tnp) nel 2010 sarà la prova del fuoco delle reali volontà USA, dopo che la precedente
conferenza fu pressoché boicottata (e l'accordo strategico con l'India, potenza nucleare fuori
dal Tnp, è sembrato un siluro contro il trattato); è urgente la ratifica del trattato di messa al
bando dei test nucleari (Ctbt), che gli USA bocciarono nel 1999. Infine, nel 2012 scade il
«Trattato di Mosca» (Sort), firmato nel 2002 da Bush e Putin. È difficile pensare che questi
vuoti vengano colmati senza riduzioni degli armamenti nucleari, su cui altolocati ex-uomini
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di Stato (Kissinger, Shultz, Perry e Nunn) si espressero nel 2007 sul Wall Street Journal. Ma
vi sono ulteriori aspetti complessi e delicati.
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USA. 4 aprile. Per quanto riguarda la consistenza numerica degli arsenali, l'orientamento
che sembra trapelare, di ridurre il numero delle testate operative a 1.000 per parte, non è una
grande novità (era stato avanzato dalla Russia, ma era caduto nel vuoto), e occorrerà capire
che cosa significhi realmente. Le testate strategiche operative sono oggi circa 3mila per gli
USA e 3.500 per la Russia: ma vi è un numero ulteriore, e incerto, di testate tattiche, che
potrebbero ammontare rispettivamente a più di 500 e di 2mila, e che per ora non
rientrerebbero nelle riduzioni previste. Inoltre vi è una grande quantità di testate rimosse -di
scorta, inattive di risposta, o in attesa di smantellamento- che porta il numero di testate USA
a quasi 10mila, e russe a quasi 14mila.
USA. 4 aprile. Fino a oggi le riduzioni sono avvenute più sulla carta che in termini reali
perché negli Stati Uniti hanno trasferito la proprietà delle testate dal Dipartimento della
Difesa a quello dell'Energia, lasciandone la maggior parte nelle basi in cui erano, perché il
secondo non ha la capacità di immagazzinarle: la capacità di smantellamento è ridotta a
poche centinaia all'anno negli USA (e ancor meno in Russia), perché l'attività principale
della Pantex Plant è l'estensione della vita operativa delle testate. Ma più che il numero
conta lo stato operativo, perché ancora oggi un migliaio di testate per parte sono in stato di
allerta, pronte al lancio su allarme, e puntate su obiettivi strategici dell'«avversario»: con
enormi rischi di scatenare la guerra nucleare per errore. Verrà de-allertato in modo
sostanziale l'arsenale? E quale sarà, al di là del numero, il ruolo strategico delle armi
nucleari? Il riesame di questa posizione (Nuclear Posture Review), a cui il nuovo Presidente
è tenuto entro l'anno, sarà decisivo. Più di 20mila testate sono ormai un peso inutile e
anacronistico per entrambi i paesi: forti riduzioni sono inevitabili, ma non sarà ovvio
interpretarle. La tendenza fino a oggi è stata di creare un sistema offensivo più efficiente e
pericoloso: per questo scopo potrebbe essere opportuno un numero minore di testate,
integrato con sistemi di difesa antimissile e sistemi d'arma basati nello spazio. E poi, si
fermeranno i progetti di nuovi sistemi d'arma con capacità nucleare (vedi F-35)? La vecchia
triade (bombardieri e missili balistici basati a terra e in mare) è ancora funzionale alle nuove
esigenze? A queste scelte è legato il problema della proliferazione nucleare. Bisognerà
vedere se cambierà radicalmente anche l'atteggiamento verso Israele, il cui arsenale nucleare
è il "segreto di Pulcinella" e rimane il macigno più pesante sulla strada non solo di una
nuova politica per l'Asia e il Mediterraneo, ma del disarmo nucleare.
USA / Uzbekistan. 4 aprile. Portavoce del Pentagono annuncia che gli Stati Uniti hanno
raggiunto un accordo con l'Uzbekistan per il transito dal paese asiatico di materiale non
militare destinato all'Afghanistan (alimenti, medicinali, materiali di costruzione). L'accordo
permette agli USA di risolvere un grosso problema logistico, in un momento in cui Obama
ha deciso un rafforzamento del contingente militare e civile nel paese (dai 38mila soldati
attuali a 68mila entro la fine dell'anno). Nel 2005 l'Uzbekistan aveva chiuso a Washington
l'accesso a una base aerea militare che era servita alle operazioni del Pentagono fin dal 2001.
Adesso i due paesi hanno trovato una nuova soluzione per far fronte alle esigenze USA. Gli
Stati uniti sono anche in trattativa con il Kirghizistan per cercare di ottenere una proroga
nell'uso della base militare di Manas vitale per le operazioni in Afghanistan.
USA / Russia. 4 aprile. “Pace” geopolitica tra Washington e Mosca? M. Bhadrakumar,
diplomatico di carriera dell’India per più di 29 anni, durante i quali è stato ambasciatore in
Uzbekistan (1995-98) e in Turchia (1998-2001), è nel complesso cauto. In merito al recente
faccia a faccia tra Obama e Medvedev, sull’edizione odierna di Asia Times il diplomatico
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ricorda infatti l’incontro a Soči sul Mar Nero, un anno fa, subito dopo il 59° vertice
dell'Alleanza Atlantica a Bucarest, tra i presidenti uscenti Bush e Putin. «Il summit di Soči
produsse una dichiarazione magniloquente che tracciava i contorni della cooperazione
strategica tra le due grandi potenze. Ma subito dopo la conclusione del vertice le relazioni
si inasprirono e i legami tra Stati Uniti e Russia precipitarono. I rapporti peggiorarono
sempre più. Il conflitto nel Caucaso meridionale dello scorso agosto condusse a una deriva
pericolosa nelle relazioni tra la Russia e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico
(NATO), aggiungendosi alla lista di contenziosi che già complicavano la relazione USARussia: il posizionamento di componenti del sistema di difesa antimissile statunitense in
Europa Centrale, l'allargamento a est della NATO, la rivalità per le risorse energetiche del
Caspio, discordie non sopite nella regione del Mar Nero e via dicendo».
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USA / Russia. 4 aprile. Ecco perché per l’ex ambasciatore è ancora troppo presto per
parlare di disgelo dopo l'incontro tra Obama e Medvedev in margine al summit del G20 di
Londra. Va però sottolineato come stavolta l’incontro tra i due presidenti sia stato preceduto
da varie consultazioni ad alto livello delle due grandi potenze. «Oltre alle consultazioni di
Lavrov con la sua controparte statunitense Hillary Clinton a Ginevra il 6 marzo, varie
delegazioni ad alto livello si erano recate a Mosca per risuscitare le relazioni USA-Russia
prima dell'incontro tra i due presidenti. C'erano dunque state le visite del Sottosegretario di
Stato William Burns, degli ex segretari di Stato Henry Kissinger, George Schultz e James
Baker, dell'ex segretario della difesa William Perry, dell'ex consigliere per la sicurezza
nazionale Brent Scowcroft, degli ex senatori Sam Nunn, Gary Hart e Chuck Hagel. Nel
frattempo nell'ambito dei colloqui USA-Russia era entrato anche il rapporto della
Commissione Hart-Hagel su “La giusta direzione per la politica statunitense verso la
Russia”, diffuso il 16 marzo». In quest’ultimo caso si tratta di commissione bipartisan sulle
relazioni russo-statunitensi che prende i nomi dagli ex senatori democratico e repubblicano
Gary Hart e Chuck Hagel, finalizzata all’elaborazione di raccomandazioni per «portare
avanti gli interessi nazionali americani nelle relazioni con la Russia». In particolare l’aiuto
di Mosca è indispensabile nel «raggiungimento di obiettivi americani essenziali:
dall'impedire l'acquisizione di armi nucleari da parte dell'Iran a smantellare al-Qaeda e
stabilizzare l'Afghanistan e a garantire la sicurezza e la prosperità europee».
USA / Russia. 4 aprile. Collaborazione su Iran ed Afghanistan, con l’occhio strategico
rivolto alla Cina. La Commissione Hart-Hagel ritiene che gli interessi egemonici globali di
Washington possano essere perseguiti, quantomeno in questa fase, ricercando la
cooperazione di Mosca. «Assicurare gli interessi nazionali vitali dell'America nel mondo
complesso, interconnesso e interdipendente del XXI secolo richiede una profonda e
significativa cooperazione con altri governi... E poche nazioni potrebbero fare la differenza
per il nostro successo più della Russia, con il suo vasto arsenale di armi nucleari, la sua
posizione strategica tra Europa e Asia, le sue considerevoli risorse energetiche e il suo
status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un'azione
rapida ed efficace per rafforzare le relazioni USA-Russia ha un'importanza critica nella
promozione degli interessi degli Stati Uniti». La Commissione non tace la delicatezza della
fase storica per gli interessi egemonici globali di Washington. «Mentre gli Stati Uniti stanno
affrontando una profonda crisi economica, le sfide in materia di politica estera che si
pongono al nostro paese sono sempre più complicate e difficili –e i nostri interessi nel
gestire particolari situazioni possono essere in competizione o perfino contraddittori. È per
questa ragione che dobbiamo fare scelte difficili nel plasmare la nostra politica estera,
concentrandoci soprattutto su ciò che è realmente vitale in senso stretto: innanzitutto la
non-proliferazione nucleare, il controllo degli armamenti, il terrorismo e la ripresa
economica globale».
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USA / Russia. 4 aprile. Di fatto le dichiarazioni e le azioni di Washington e Mosca nelle
ultime settimane indicano che i due governi si stanno muovendo nelle direzioni suggerite
dalla Commissione Hart-Hagel. Trovare un compromesso con Mosca significa, per la
commissione, «lavorare congiuntamente per rafforzare il regime internazionale di nonproliferazione; rivedere i posizionamenti della difesa antimissile in Polonia e nella
Repubblica Ceca (…) accettare il fatto che né l'Ucraina né la Georgia sono pronte a
entrare nella NATO e avviare una stretta collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti per
individuare opzioni che non siano l'ingresso di questi paesi nella NATO per dimostrare
l'impegno a difendere la loro sovranità; lanciare un serio dialogo sul controllo degli
armamenti che comprenda l'estensione del Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche
(START) e un'ulteriore riduzione delle armi nucleari tattiche e strategiche».
USA / Russia. 4 aprile. Guardiamo ora ai fatti delle ultime settimane. L’accordo per la
riduzione delle armi nucleari che sostituisca lo START, che scade a dicembre. Per citare
Obama, «sia gli Stati Uniti che la Russia e altre potenze nucleari si troveranno in una
posizione molto più forte nel dare vigore a quello che è diventato un trattato di
proliferazione alquanto fragile e logoro, se daremo l'esempio e sapremo compiere dei seri
passi per ridurre l'arsenale nucleare»; l’alleggerimento della pressione sul dispiegamento di
elementi del sistema anti-missile statunitense in Europa e sull’allargamento della NATO a
Ucraina e Georgia. «Le divergenze permangono su altre questioni, come il conflitto del 2008
nel Caucaso e i successivi cambiamenti nella regione, o l'indipendenza del Kosovo, ma
adesso non si tratta esattamente di “punti caldi” nelle relazioni USA-Russia». Ma cosa ha
ottenuto in cambio Washington da queste “aperture”? La cooperazione USA-Russia in
Afghanistan. «La dichiarazione congiunta dei due presidenti dice che hanno concordato la
necessità di collaborare sull'Afghanistan in quanto “al-Qaeda e altri gruppi terroristici e
rivoltosi in Afghanistan e Pakistan rappresentano una comune minaccia per molti paesi,
Stati Uniti e Russia compresi”. La dichiarazione aggiungeva che Mosca e Washington
avrebbero “lavorato e fornito appoggio a una risposta internazionale coordinata con le
Nazioni Unite in un ruolo chiave”».
USA / Russia. 4 aprile. In pratica, alla vigilia del vertice G20 a Londra, Mosca ha offerto il
transito aereo e ferroviario completo e senza ostacoli sul territorio russo per il trasporto dei
rifornimenti militari degli Stati Uniti e della NATO diretti in Afghanistan. «Essenzialmente i
russi hanno offerto agli Stati Uniti l'opportunità di non dipendere più da altre rotte di
transito come il problematico Pakistan». Per Bhadrakumar, «ciò che emerge è che Mosca
ha capito che la maggiore preoccupazione della politica estera dell'amministrazione Obama
sarà la stabilizzazione dell'Afghanistan». Si tratta per il nostro analista di una «bella pensata
da parte di Mosca (…) il Cremlino valuta acutamente che gli interessi in termini di
sicurezza della Russia non vengono in alcun modo danneggiati se la Russia aiuta gli Stati
Uniti a stabilizzare l'Afghanistan». Questo però non assicura il successo statunitense in
Afghanistan. «La strategia afghana di Obama ha scarse probabilità di successo, ma questo
non è un problema della Russia. Aiutare un amico nel momento del bisogno potrebbe far sì
che la Russia diventi davvero amica dell'amministrazione Obama. La logica è semplice,
diretta e forse anche praticabile, visto che gli Stati Uniti rischiano seriamente di
impantanarsi politicamente e militarmente in Afghanistan e hanno estremo bisogno
dell'aiuto di chiunque».
Repubblica Ceca. 5 aprile. Barack Obama è arrivato ieri sera a Praga. Tra i temi principali
lo Scudo antimissile voluto da Bush. Ora, dopo le aperture della Casa Bianca all'Iran e la
disponibilità di Teheran verso il conflitto in Afghanistan, a che serve? Ufficialmente gli Stati
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Uniti vogliono ancora installare il sistema antimissile a ridosso della frontiera con la Russia,
una base militare e un mega-radar nella Repubblica ceca sui Monti Brdy, a circa 70 km da
Praga, e dieci rampe di missili intercettori in Polonia. Mettendo tra l'altro a repentaglio uno
straordinario ecosistema. E infatti contro il mega-radar c'è il 70% dell'opinione pubblica
ceca, secondo gli ultimissimi sondaggi, e sono mobilitati decine e decine di comuni
interessati alla realizzazione della base militare, che hanno promosso una miriade di
referendum locali. «Siamo all'assurdo. Sembra che il nostro futuro», dice Jan Tamas
portavoce del "coordinamento Ne zakladnam" contro le basi militari USA in Repubblica
Ceca, «non dipenda da noi e nemmeno dal nostro governo, ma dal governo americano e da
quello russo». Né va dimenticata la dura reazione che è arrivata quando è stata annunciata
da Bush nell'ottobre del 2008 l'eventuale «mediazione» con la Russia, cioè la possibilità
dell'arrivo nella Repubblica ceca di militari russi per controllare il mega-Radar USA. Come
se non fosse bastata la tragedia della Primavera di Praga. Che accadrà adesso? L'accordo per
il mega-radar è stato ratificato solo dai due governi, ceco e USA, con Condoleezza Rice
venuta a Praga nell'agosto 2008 a firmarlo. Per la costituzione ceca, il parlamento deve
approvarlo e poi l'ultima decisione sarà del presidente Vaclav Klaus. Ma il governo è caduto
una settimana fa e tutto è sospeso. Aspettando Obama.
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Repubblica Ceca. 5 aprile. Con la fine della guerra fredda, la Rivoluzione di velluto
riaccese la fiducia. Le parole del presidente ceco Havel, il primo dopo la caduta del
socialismo reale, furono rincuoranti: «Adesso non entreranno più militari nel nostro paese.
Non vogliamo che i nostri nipoti debbano eseguire gli ordini di ufficiali stranieri». Ma
ebbero vita breve. Oggi Havel è a favore dello Scudo voluto da Bush e un'altra potenza
straniera incombe. Tra la popolazione, le informazioni intanto girano: il governo ha eseguito
degli studi secondo i quali gli effetti del radar non sono nocivi alla salute umana, ma molti
esperti del settore hanno affermato che i dati presentati dall'amministrazione ceca sono stati
appositamente falsati per rassicurare la popolazione. Gli effetti nocivi per la salute sono
tutt'altro che irrilevanti e le radiazioni che lo strumento emette danneggerebbero, oltre che la
flora e la fauna circostante, anche gli esseri umani. Il referendum indetto dalle istituzioni
locali parla chiaro: il 95% degli abitanti dei colli Brdy (affluenza al voto 80%) non vuole lo
scudo spaziale sopra le proprie teste. Anche a livello nazionale la linea è la stessa: i
sondaggi mostrano che il 70% dei cechi non vuole basi né truppe straniere nel proprio paese.
Nonostante questo, il governo della Repubblica Ceca, guidato dalla coalizione di
centrodestra di Topolanek, ha sempre negoziato e appoggiato l'amministrazione Bush in
questa decisione. «Siamo sicuri che il governo è stato comprato dall'amministrazione Bush
con una miniera di dollari», dicono gli abitanti di Brdy, «altrimenti questo atteggiamento
così antipopolare e antidemocratico sarebbe totalmente inspiegabile». «Ci governa la
CIA?», chiede con sarcasmo Jan Tamas, portavoce del Movimento contro le basi.
Repubblica Ceca. 5 aprile. Per influenzare la popolazione, il governo di Topolanek ha
riversato sui comuni che si dichiarano a favore del radar un'ingente quantità di finanziamenti
per lo sviluppo delle attività scolastiche, l'edificazione di nuovi appartamenti, la
ristrutturazione di monumenti e tanto altro ancora. Gli abitanti di Brdy rispondono che il
governo comunque fornisce ai comuni della loro zona un decimo dei finanziamenti rispetto
alla media nazionale. «Alcuni imprenditori comprati dal governo ti fanno intendere tra le
righe che, se prendi una ferrea posizione contro lo scudo, potresti anche rischiare il posto
di lavoro». Un altro cavallo di battaglia del governo ceco per invertire l'opinione pubblica è
stata la prepotente censura mediatica. L'argomento scudo spaziale è stato finora affrontato
soltanto in termini positivi, come «strumento necessario per la sicurezza del paese,
dell'Europa e di tutte le democrazie». Il dissenso dei cittadini cechi è totalmente oscurato.
Uno strumento che, per usare le parole dell'autorevole analista internazionale Lawrence
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Kaplan, «serve a conservare la capacità americana di esercitare il potere all'estero. Non
riguarda la difesa, è un'arma di offesa ed è per questo che gli Stati Uniti ne hanno
bisogno».
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Libano. 5 aprile. Anche gli armeni con Hezbollah. Il partito Tashnag resiste alle avances di
Hariri e va a rafforzare la coalizione dell' "8 marzo", in vista delle legislative del 7 giugno.
In apparenza è ancora aperto il match tra i partiti del fronte filo-USA e antisiriano "14
marzo", guidati dal sunnita Saad Hariri (figlio del premier assassinato Rafiq Hariri), e quelli
dell' "8 marzo" (opposizione) capeggiato dal movimento sciita Hezbollah e dal partito
cristiano dei Liberi Patrioti. In realtà i libanesi sanno che l'ago della bilancia pende sempre
di più verso l'opposizione. È fallito il tentativo di Hariri e dei suoi alleati di strappare il voto
dei cristiani armeni alla lista del generale Michel Aoun (Liberi Patrioti).
Pur essendo minoranza, i cristiani hanno il 50% dei 128 seggi del Parlamento e il fronte "14
marzo", approfittando dello strappo tra Aoun e l'influente deputato greco ortodosso Michel
Murr, ha provato a portare dalla sua parte i libanesi di origine armena. Quest'ultimi storicamente fedeli alla presidenza della repubblica- nel 2005 avevano votato compatti per la
lista di Aoun proprio su richiesta di Murr ma ora, di fronte allo scontro tra i due ex alleati,
sono stati in bilico e, in apparenza, sul punto di sganciarsi dal leader dei Liberi Patrioti.
Libano. 5 aprile. La proposta fatta da Hariri e il suo blocco era allettante: in cambio di
quattro deputati sicuri nella capitale, gli armeni avrebbero dovuto votare per i candidati del
"14 marzo" nei distretti elettorali ancora incerti di Beirut 1, Metn and Zahleh, dove pochi
voti di differenza potrebbero decidere la vittoria finale. Invece a metà settimana il partito
armeno Tashnag ha confermato l'alleanza con Aoun facendo naufragare le speranze dei filoUSA. Hariri subito dopo ha tenuto un incontro al vertice con i tutti i leader del suo
schieramento -Samir Geagea (Forze libanesi), Amin Gemayel (Falange) e il druso Walid
Junblatt- per fare il punto di una situazione per lui sempre più preoccupante. Il "14 marzo"
ha falle aperte anche in altre zone del paese. Junblatt sul Jabal druso deve vedersela con il
suo rivale Talal Arslan mentre la tradizionale roccaforte sunnita di Sidone è contesa tra
Bahia Hariri (la zia di Saad) e il popolare deputato dell'opposizione Osama Saad.
Libano. 5 aprile. La vittoria dell'opposizione a questo punto si fa sempre più concreta e il
leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, annunciando la candidatura di 11 esponenti del suo
movimento è apparso ottimista e ha già proposto la formazione di un governo di unità
nazionale. Possibilità che Hariri esclude. Il "14 marzo" spera che gli Stati Uniti e l'Europa in
caso di vittoria dell' "8 marzo" scelgano di attuare il boicottaggio del nuovo governo.
Tuttavia Washington, che con Bush aveva garantito aiuti militari per decine di milioni di
dollari in funzione «antiterroristica» (cioè contro Hezbollah), con l'avvento di Barack
Obama sembra aver adottato una linea più cauta, facendo infuriare gli antisiriani. Ieri in
un'intervista al sito libanese Naharnet l'ambasciatrice USA a Beirut, Michele Sison, è corsa
ai ripari ribadendo il sostegno dell'Amministrazione alla «sovranità del Libano» e al
tribunale internazionale per l'assassinio di Rafiq Hariri. Allo stesso tempo non è stata
categorica nell'escludere un dialogo con un eventuale governo guidato da Hezbollah. Dagli
Stati Uniti invece l'ex ambasciatore Jeffrey Feltman -alleato di ferro di Hariri- ora
sottosegretario di stato, ha messo in chiaro che l'assistenza futura di Washington a Beirut
verrà decisa nel quadro del risultato delle elezioni del 7 giugno lasciando intendere che un
boicottaggio, simile a quello attuato con Hamas a Gaza, è una prospettiva concreta.
Iran. 5 aprile. Affidata alle Guardie rivoluzionarie la lotta al terrorismo nel Sistan
Beluchistan Il capo della polizia iraniana, Ismail Ahmadi Moqaddam, ha annunciato che la
lotta al terrorismo e al banditismo nella provincia sudorientale del Sistan Beluchistan verrà
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d'ora in poi affidata al corpo delle Guardie rivoluzionarie che assumeranno anche la
sorveglianza nelle aree frontaliere. Nella provincia opera l'organizzazione terroristica
Jundullah, con basi in Pakistan, sospettata di essere finanziata dagli Stati Uniti.
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Afghanistan. 5 aprile. Obama ottiene tutto, confermandosi buon mediatore. E gli "alleati"
fanno propria la strategia USA. Nella cornice celebrativa sui 60 anni della NATO, porta a
casa un doppio successo. Ottiene l'unanimità sul proseguimento della guerra in Afghanistan
con altri mezzi e un maggiore impegno (5mila soldati europei in più). Ulteriori oneri
vengono così scaricati sugli alleati. Tra i paesi che invieranno truppe per le elezioni, la Gran
Bretagna (900 soldati), la Germania (600 soldati) e la Spagna (450 soldati). L'Italia, seppure
non citata, farà la sua parte con altri 540 soldati. Inoltre saranno inviate circa 70 squadre di
addestratori: ogni squadra avrà tra le 20 e le 40 persone. La decisione del vertice lascia
aperta la porta a nuove richieste di truppe da parte USA: Obama ha già detto che questi
5mila uomini sono «un robusto anticipo» rispetto ad altre truppe che saranno necessarie in
futuro. Il tenutario attuale della Casa Bianca ha poi convinto la Turchia ad accettare quale
prossimo segretario generale dell'Alleanza il danese Anders Fogh Rasmussen, che a
Copenaghen si dimetterà da capo di governo per traslocare a Bruxelles il prossimo 1 agosto.
Rasmussen, nel 2005, appoggiò un quotidiano danese che aveva pubblicato caricature di
Maometto che scossero profondamente il mondo musulmano. Altro motivo di ostilità da
parte delle autorità turche, la sua manifesta contrarietà alla chiusura dell'emittente pro-kurda
Roj-TV. Tutto superato. ora: Obama ha rassicurato il governo di Ankara che la Turchia
ricoprirà prossimamente, nella NATO, «un posto di grande prestigio».
Venezuela / Iran. 6 aprile. Banca e medicina. Tra i progetti avviati tra l'Iran e il Venezuela,
c'è anche la nascita di un grande gruppo farmaceutico tra i due paesi, il cui obiettivo è quello
di contribuire a «spezzare le grandi transnazionali farmaceutiche della morte». Lo ha detto
il presidente Hugo Chavez, che nei giorni scorsi è stato in visita a Teheran. Insieme a questo
progetto, Chavez ha ricordato che l'Iran e il Venezuela puntano oltre, al rafforzamento di
altri settori tramite altre società congiunte, per esempio nei settori dell'agroindustria,
l'energia e lo sfruttamento delle risorse minerarie. Secondo l'agenzia Ansa, in un articolo
pubblicato ieri a Caracas, Chavez ha inoltre ricordato l'inaugurazione a Teheran di una
filiale della nuova Banca bi-nazionale iraniano-venezuelana: si tratta di «un nuovo
strumento affinché i popoli possano liberarsi dalla dittatura del dollaro», ha precisato,
rilevando l'importanza di dell'iniziativa, che ha avuto luogo «mentre nel mondo intero le
grandi banche continuano a fallire». Capitale iniziale: 200 milioni di dollari, versati in parti
uguali dai due governi.
Pakistan. 7 aprile. I bombardamenti USA hanno rafforzato i taliban. Secondo il ministro
degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureishi «gli attacchi degli aerei senza pilota
americani contro le zone tribali del Pakistan hanno rafforzato i taliban». Secondo la rete
satellitare PressTv il capo della diplomazia di Islamabad ha avuto modo di ribadirlo nel
corso di una conferenza stampa nella capitale del suo paese aggiungendo: «Gli attacchi
missilistici sono a favore dei gruppi estremisti come i taliban e al-Qaeda». Qureishi, reduce
da un colloquio con l'inviato speciale statunitense Richard Holbrooke ed il comandante
Mike Mullen ha espresso così il suo scontento per le operazioni militari USA nel suo paese:
«Solo rispettandoci a vicenda e con fiducia reciproca possiamo cooperare nella lotta al
terrore». Oltre 500 persone, quasi tutti civili, hanno perso la vita nelle zone tribali in
Pakistan a causa dei bombardamenti dell'aviazione statunitense.
Italia / Giappone. 8 aprile. Tv pubblica critica le costruzioni italiane. Il terremoto che ha
devastato l'Abruzzo è dovuto allo slittamento di una faglia superficiale, profonda soltanto
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uno o due chilometri, che ha causato una scossa non forte in assoluto, ma intensa. È la
ricostruzione di Yashiko Yamanaka, professoressa della Università di Nagoya ed esperta
sismologa, che spiega quanto è accaduto in una intervista pubblicata nell'edizione serale
dell'Asahi Shimbun e alla Nhk, la tv pubblica nipponica. Nel mirino, in un Paese dove la
totalità delle costruzioni e degli ammodernamenti è fatta in funzione di efficienti e rigide
norme antisismiche, sono finite le tecniche di realizzazione delle case. Ad esempio, i pilastri
degli edifici, sulla base dei filmati, «appaiono troppo sottili», mentre è «sorprendente», ha
spiegato un professore dell'Università di Tokyo, l'uso dei mattoni rossi e forati nei muri
portanti, molto simili –in base alle valutazioni emerse– ai mattoncini Lego che a laterizi utili
per reggere alle scosse.
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Unione Europea. 8 aprile. Il settore finanziario dell’Unione, banche ed assicurazioni, ha
ricevuto finora 3mila miliardi di euro di aiuti dagli Stati membri. È la stima, fatta dalla
Commissione Europea, degli aiuti alle banche e finanziarie in crisi per le loro stesse
speculazioni. «Per salvaguardare la stabilità del sistema finanziario, gli Stati membri hanno
fornito garanzie, protezioni contro i rischi e misure di ricapitalizzazione per complessivi
3mila miliardi di euro». Così Jonathan Todd, portavoce del commissario alla concorrenza.
Finanziamenti che in altri tempi sarebbero stati bollati e sanzionati dall’organismo di
Bruxelles come aiuti di Stato, distorsivi di concorrenza e "libero mercato". Insomma a
pagare continuano ad essere quei cittadini colonizzati e sfruttati come "europei" disinformati
ed inconspaevoli di quanto viene realizzato sotto i loro occhi e a loro danno. «Questo
dimostra», ha detto Joaquim Almunia, commissario europeo all’Economia, «che i
meccanismi di solidarietà della UE esistono, sono efficaci e possono essere attivati in
brevissimo tempo per sostenere i Paesi membri più vulnerabili». Tale misura, secondo
Todd, rappresenta uno strumento che favorirà l’adozione di politiche macro-economiche di
stabilizzazione anche in caso di una fuga di capitali dal Paese dove la crisi si sia fatta
maggiormente sentire. I casi più eclatanti sono anche quelli più recenti e si sono verificati,
guarda caso nell’Europa orientale, in Ungheria in primo luogo e poi a seguire nei Paesi
baltici. Una deriva inevitabile visto che tali Paesi, in cambio della loro adesione all’Unione
hanno dovuto mettere in atto misure economiche all’insegna delle privatizzazioni e del più
sfrenato liberismo. Misure che, come sempre succede in questi casi, hanno operato un
trasferimento di ricchezza reale dalle classi più umili e da quella media alle classi alte che si
sono vergognosamente arricchite. Questo meccanismo ha distrutto il tessuto sociale di quei
Paesi sui quali gli effetti della crisi finanziaria ed economica nata in America si sono
dispiegate con effetti simili a quelli di un maremoto.
Russia. 8 aprile. L’Iran è solamente un pretesto. L’ambasciatore russo negli Stati Uniti ha
dichiarato che la «minaccia iraniana» è un falso spauracchio creato dagli Stati Uniti per
giustificare la costruzione dello scudo antimissile a ridosso dei confini con la Russia.
Secondo la France Presse, Sergei Kislyak ha affermato che l'Iran non è una minaccia per gli
Stati Uniti e non lo sarà nemmeno nel futuro prossimo e che pertanto i ragionamenti di
Washington sulla necessità della costruzione dello scudo non sono sinceri. Lo scorso 5
aprile il presidente USA Barack Obama, in visita a Praga, aveva detto: «fino a quando
rimarrà la minaccia nucleare iraniana, gli Stati Uniti andranno avanti nel progetto dello
scudo anti-missile, ma se la minaccia nucleare iraniana sarà eliminata, avremo una base
più forte per la sicurezza, e la spinta propulsiva per la costruzione di un sistema missilistico
in Europa verrà meno».
USA. 8 aprile. Attenzione, Tel Aviv. Il nuovo governo israeliano del premier Benjamin
Netanyahu prenderebbe «una decisione sbagliata» se decidesse di attaccare gli impianti
nucleari iraniani: lo ha affermato il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, intervistato
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dall'emittente satellitare CNN, stimando tuttavia «poco probabile» una simile ipotesi. «La
mia preoccupazione non è differente rispetto ad un anno fa», ha concluso Biden, alludendo
alla nomina del nuovo esecutivo del regime sionista. Le parole di Biden arrivano una
settimana dopo che il comandante delle forze USA in Medio Oriente e in Asia centrale, il
generale David Petraeus, ha dichiarato che Israele potrebbe decidere di attaccare l'Iran per
fermare il suo programma nucleare. «Israele potrebbe sentirsi minacciato e attaccare l'Iran
come misura preventiva». L'aveva detto Petraeus lo scorso mercoledì. Il capo del Pentagono,
Robert Gates, in un'intervista al Financial Times ha detto: «Sarei sorpreso se gli israeliani
attaccassero quest'anno, credo che abbiamo ancora alcuni anni di tempo».
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Irlanda del Nord / Palestina. 9 aprile. Gerry Adams esprime ad Haniyeh l'appoggio dei
repubblicani irlandesi alla Palestina. A Gaza il presidente del Sinn Féin, Gerry Adams, si è
incontrato oggi con il presidente del Governo di Gaza, Ismail Haniyeh (Hamas), per
manifestare l'appoggio suo e del suo partito al popolo palestinese per il massacro compiuto
dall'esercito israeliano tra fine dicembre e gennaio.
Venezuela / Cina. 9 aprile. Chávez firma 98 progetti di cooperazione con Pechino. Ha
promesso di affrettare i tempi per un ampliamento delle esportazioni di petrolio da 380mila
a un milione di barili al giorno. L'espansione energetica sarà finanziata da un fondo di 6mila
milioni di dollari, due terzi dei quali sono già stati depositati dalla Cina.
Georgia. 10 aprile. Opposizione in piazza a oltranza. Il presidente-padrone Saakashvili,
l'uomo degli Stati Uniti, non se ne va, e i georgiani passano alla disobbedienza civile,
provando a paralizzare la politica nazionale con la loro presenza fisica nelle strade intorno e
dentro a Tbilisi. Oggi scadeva l'ultimatum lanciato il giorno prima a Mikhail Saakashvili dai
leader uniti di tutti i partiti di opposizione georgiani: gli avevano chiesto di dimettersi, al
culmine di una grandiosa manifestazione nel centro della capitale. Saakashvili si è poi
presentato in mattinata in tv per dire «no, sempre no tutte le volte che in questi anni mi è
stato chiesto di dimettermi. No, perché il mio mandato scade nel 2013 e la costituzione dice
che fino ad allora devo restare al mio posto». Arrivato al potere nel 2003 con il sostegno
generale si è trasformato nei cinque anni successivi in un «usurpatore» pazzoide, capace
anche di scatenare una guerra assurda e catastrofica solo per ambizione personale. La
risposta degli oppositori è netta: oggi sono tornate in piazza almeno 80-100mila persone, che
cercheranno di presidiare e bloccare tutte le strade intorno alla residenza di Saakashvili e
intorno alla sede della televisione di stato, nonché le principali vie di comunicazione intorno
alla capitale; ed è stata proclamata a partire da domani una campagna di disobbedienza
civile in tutto il paese, che durerà, insieme ai presidi stradali, «finché il presidente non si
dimetterà». Il risentimento nei confronti di Saakashvili negli ultimi mesi è diventato furioso:
l'ultima accusa rivoltagli riguarda il palazzo che sta facendo costruire per sé stesso a Tbilisi,
in un momento in cui la crisi economica appare particolarmente grave e una parte della
popolazione è ridotta quasi alla fame - per non parlare delle migliaia di profughi prodotti
dalla sua guerra dell'agosto scorso, che restano alloggiati qua e là in condizioni di fortuna.
Di contro, l'opposizione deve fare i conti soprattutto con se stessa e le proprie divisioni, i
personalismi, le gelosie tra i diversi leader, che con il passar dei giorni potrebbero portare a
uno sfaldamento della loro azione.
Libano. 11 aprile. Abbiamo solo aiutato i palestinesi. Gran parte del discorso televisivo del
venerdì è stato dedicato da Hassan Nasrallah, dirigente di Hezbollah, al caso di 49 presunti
operativi del Partito arrestati al Cairo, perché accusati di pianificare attacchi contro il regime
di Mubarak. Nasrallah, sempre più popolare tra le masse arabe, anche quelle sunnite, ha
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dichiarato che uno degli arrestati è un membro del suo partito, ma che era in Egitto «per
aiutare la resistenza palestinese» a Gaza e non per pianificare attacchi contro il Cairo.
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USA. 11 aprile. «Il terrorismo di bin Laden minaccia l'America». Così, rispolverando uno
slogan bushita, Obama chiede al Congresso altri 83 miliardi di dollari per le guerre
americane in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Nonostante i mugugni dei pochi democratici nowar, ad esempio della democratica californiana Lynn Woolsey, secondo cui le risorse
aggiuntive «prolungheranno la nostra occupazione in Iraq almeno fino alla fine del 2011 ed
espanderanno la nostra presenza militare in Afghanistan indefinitamente: non posso
appoggiare nessuno dei due scenari». Se il Congresso darà luce verde, nel 2009 le guerre
USA costeranno 150 miliardi di dollari. Una cifra imponente, ancora inferiore a quelle
richieste dall'ex presidente George W. Bush, che nel 2007 e 2008 aveva speso
rispettivamente 171 e 188 miliardi di dollari in interventi militari. Secondo il Congressional
Research Office, l'ufficio di ricerca bipartisan del parlamento statunitense, con gli 83
miliardi chiesti da Obama la guerra ad Al Qaeda costerà complessivamente un trilione, mille
miliardi di dollari. In realtà altri esperti, come il premio nobel per l'economia Joseph Stiglitz,
avevano previsto spese ben superiori già solo per l'Iraq: un suo libro parla di una «guerra da
tre trilioni di dollari».
USA. 11 aprile. Ieri la CIA ha annunciato ufficialmente la chiusura delle prigioni segrete
dove sono stati torturati alcuni presunti terroristi di Al Qaeda. In una lettera spedita al
personale del servizio segreto statunitense, il direttore Panetta ha ribadito che gli USA non
useranno più tecniche di tortura come il "waterboarding", la simulazione dell'annegamento.
Gli interrogatori, inoltre, non verranno «appaltati» a contractors esterni. Casa Bianca, CIA e
Pentagono non hanno però escluso il ricorso alle cosiddette "extraordinary renditions", i
rapimenti alla Abu Omar, che fu prelevato a Milano. E se è vero che Obama ha chiesto la
chiusura di Guantanamo nel primo giorno del suo mandato, non è chiaro che fine farà la
prigione afghana di Bagram, dove le forze armate statunitensi hanno commessi altri abusi.
USA. 12 aprile. Nuovi fondi USA per la «contro-insurrezione a bassa intensità». Il capo
del Pentagono, Robert Gates, ieri nell'amministrazione Bush oggi in quella Obama, ha
annunciato una «profonda riforma» della spesa militare statunitense spiegando che si
tratterà di usare meglio il colossale esborso di denaro pubblico richiesto da Obama: altri 83
miliardi di dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan per l'anno fiscale 2009 e, nel 2010, il
budget del Pentagono supererà i 670 miliardi. La riforma, spiega Gates, consiste nel
ridimensionare i programmi dei maggiori sistemi d'arma e accrescere i fondi per la guerra
«controinsurrezione». Da veicoli militari più resistenti a mine e ordigni improvvisati, al
potenziamento delle capacità delle brigate di combattimento sempre più integrate in una rete
high-tech, con comunicazioni satellitari e veicoli telecomandati, a maggiori fondi per il
caccia F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter), più adatto per la «controinsurrezione» (c'è
anche una versione a decollo corto o verticale per i marine). Per quest'ultimo beneficierà la
Lockheed, e dietro, a ruota, anche società italiane come Avio, Piaggio, Galileo avionica, Oto
Melara e altre che costruiranno le ali del caccia e lo assembleranno. Il Pentagono punta
anche su veicoli aerei senza equipaggio, telecomandati con vantaggi quali maggiore raggio
d'azione, minore costo e nessun rischio per l'equipaggio. Uccidere manovrando con un
joystick un aereo a 12mila km di distanza è l'ultima frontiera delle tecnologie belliche, su
cui si basa la riforma del Pentagono. Grossi investimenti permetteranno di potenziare anche
l'intero sistema dei droni militari, compresi i veicoli terrestri teleguidati, passati da 170 nel
2001 a 5.500. Essi serviranno a condurre la guerra «controinsurrezione», che gli strateghi
definiscono «a bassa intensità».
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Irlanda del Nord. 13 aprile. La Real IRA minaccia di attaccare in Gran Bretagna quando lo
ritenga «opportuno» e avverte McGuinness, numero due del Sinn Féin e viceministro
nordirlandese. In un'intervista al domenicale irlandese Sunday Tribune, un portavoce del
Consiglio Armato della Real IRA spiega che l'obiettivo è «usare tatticamente la lotta
armata», piuttosto che avviare una campagna sostenuta di violenza simile a quella che
sviluppò l'IRA durante quasi 40 anni di conflitto in nord Irlanda. «Sono finiti i giorni delle
operazioni militari quotidiane o quasi quotidiane. Ora cerchiamo obiettivi di alto profilo,
anche se, ovviamente, coglieremo l'occasione quando si presentassero altri obiettivi»,
spiega il portavoce, che fornisce dettagli sull'attacco dello scorso 7 marzo alla base militare
britannica di Massereene, che è costata la vita a due soldati britannici. Secondo questo
portavoce, un «membro del movimento repubblicano» leggerà oggi un comunicato a Derry,
durante la celebrazione della Rivolta di Pasqua (1916), nel quale si minacciano di morte le
giovani reclute della polizia nordirlandese (PSNI) e si avvertono, «per l'ultima volta», i
civili che faranno la stessa fine se continueranno a «servire» la polizia. Questo gruppo
dissidente dell'IRA, che ha come interlocutore politico il Movimento per la Sovranità delle
32 Contee, si è attribuita la morte dell'ex capo dell'amministrazione del Sinn Féin a
Stortmont, Denis Donaldson, che nel 2005 confessò di essere stato una spia dei servizi
segreti britannici per oltre vent'anni. Donaldson fu subito espulso dal partito quando si
venne a conoscenza della sua doppia identità e si ritirò in una remota capanna della contea
irlandese del Donegal, dove fu giustiziato da sconosciuti. Al riguardo il portavoce ha
assicurato che la Real IRA darà la caccia a tutti gli informatori, tra i quali ha incluso come
«obiettivo numero uno» Freddie Scappaticci, ex comandante della sicurezza interna dell'IRA
e responsabile dell'incarcerazione di decine di repubblicani.
Irlanda del Nord. 13 aprile. «La situazione può cambiare». In relazione ai dirigenti del
Sinn Féin presenti come ministri nel governo nordirlandese, aggiunge la fonte, non ci sono
piani di attentati sebbene questa «situazione possa cambiare rapidamente, alla luce di certe
circostanze». La velata minaccia è direttamente indirizzata a Martin McGuiness, ex
comandante dell'IRA e viceministro principale, che dopo l'attentato di Massereene ha
bollato i dissidenti come «traditori» ed ha invitato la cittadinanza a collaborare con la PSNI.
«Ricordiamo al nostro antico compagno (McGuiness) quali sono la natura e le azioni di un
traditore. Tradimento è collaborrae con il nemico, tradire il proprio paese. Donaldson era
un traditore ed i dirigenti dell'IRA, sotto impulso del governo britannico, hanno permesso
che evitasse la giustizia repubblicana, come Freddie Scappaticci (...) Nessun traditore,
indipendentemente dal tempo che passa, dal suo rango o azioni passate, elude la giustizia. Il
movimento repubblicano ha buona memoria». Il Movimento per la Sovranità delle 32
Contee (32 CSM) ha giustificato i recenti attentati dei dissidenti repubblicani nel nord
Irlanda sostenendo che «il conflitto in Irlanda finirà solo con la fine dell'occupazione
illegale britannica nelle Sei Contee».
Irlanda del Nord. 13 aprile. «L'Irlanda necessita di un cambio di governo». È il senso del
messaggio del Sinn Fèin letto in occasione delle ricorrenze della Rivolta di pasqua del 1916,
che aprì la strada per l'indipendenza del sud dell'isola. Il Sinn Féin si candida ad essere
motore di questo cambiamento ed ha proposto una coalizione di governo al Partito
Laburista, per spazzar via i conservatori e ricreare nuovi modelli pubblici e sociali. I gruppi
dissidenti sono stati accusati dal coordinatore del partito di Derry, Paul Fleming, di «non
essere niente più che gruppi di controinsurrezione, infiltrati e controllati totalmente dai
servizi di intelligence britannici» e di essere nemici non della presenza britannica in Irlanda
ma del «successo del Sinn Féin nella distruzione dell'influenza britannica».
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Unione Europea. 14 aprile. Una massiccia astensione alle prossime elezioni di giugno. È
quanto prevede un'inchiesta dell'Eurobarometro realizzata tra metà gennaio e febbraio. Ben
il 53% dei cittadini dell'Unione si dichiara «per niente interessata» alle elezioni del
Parlamento di Strasburgo. Un 62% ritiene che il suo voto non cambierà niente. Il 55%
dichiara che il Parlamento Europeo non tratta problemi che li riguardino. L'indifferenza è
insomma in crescita rispetto all'ultima rilevazione di fine 2008.
Italia. 15 aprile. Avrebbe dovuto essere, in caso, l'ultimo edificio a dover crollare.
All'Aquila, con il terremoto, l'ospedale San Salvatore è stato il primo. Ora è inagibile al
90%. Luca Antonini, cardiologo dell'ospedale dell'Aquila, moglie e figlio persi sotto le
macerie, dice: «L'ospedale è inagibile perchè qualcuno lo ha costruito male, perché
qualcuno ci ha lucrato sopra». Per Gian Michele Calvi, membro Commissione Nazionale
Grandi Rischi, «nell'ospedale ci sono stati danni importanti che... sono inaccettabili
soprattutto perché si ritiene che un ospedale debba non solo non crollare, ma anche
garantire la funzionalità nei momenti di emergenza». Ad aver costruito l'ospedale San
Salvatore, come informa il suo sito, è Impregilo, il braccio di cemento armato di ogni
governo. È il monopolista delle Grandi Opere, degli inceneritori, delle autostrade. Gli ex
amministratori delegati dell'Impregilo e della Fibe (gruppo Impregilo) sono stati rinviati a
giudizio a Napoli per lo scandalo dei rifiuti. Impregilo è ovunque: nella Salerno-Reggio
Calabria per la quale ha chiesto un prolungamento di tre anni per la consegna dei lavori,
nell'inceneritore costruito di Acerra, nell'alta velocità. È la società a cui il Governo vuole
affidare il Ponte sullo Stretto, le nuove centrali nucleari, la TAV. L'Impregilo è specializzata
in ospedali. Oltre a quello dell'Aquila ha costruito gli ospedali di Lecco, Modena, Careggi,
Poggibonsi, della Versilia, Destra Secchia, Cerignola e Menaggio. Come quello dell'Aquila?
Israele / Palestina. 15 aprile. Israele si sottrae all'inchiesta dell'ONU. Nessuna
collaborazione con gli ispettori che indagheranno sull'operazione "Piombo Fuso", l'offensiva
delle truppe israeliane che tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 ha causato la morte
di oltre 1.417 palestinesi (la maggior parte dei quali civili) nella Striscia di Gaza. «Israele ha
informato il Consiglio dei diritti umani dell'ONU che non coopererà con un'indagine basata
su una risoluzione non imparziale», ha dichiarato alla France Presse un funzionario dello
Stato ebraico che ha chiesto di restare anonimo. Non giunge inaspettata la notizia: era
prevedibile che, con una qualche scusa, i responsabili dei massacri di Gaza avrebbero messo
il bastone tra le ruote all'iniziativa. Hamas al contrario -riferisce il quotidiano Ha'aretz- ha
fatto sapere di essere pronta a cooperare con la squadra guidata da Richard Goldstone, il
giudice sudafricano (ex procuratore dei tribunali per i crimini di guerra commessi in Ruanda
ed Ex Yugoslavia) che guiderà gli investigatori attesi tra qualche settimana nella regione e il
cui rapporto al Consiglio è previsto per il luglio prossimo. Senza la collaborazione da parte
delle autorità israeliane, per gli investigatori di Goldstone sarà più difficile raccogliere prove
sulle armi utilizzate contro Gaza, su condotte criminali da parte dei soldati e su eventuali
ordini che le hanno causate.
Israele / Palestina. 15 aprile. Le organizzazioni non governative palestinesi e internazionali
-tra cui Amnesty international e Human rights watch- hanno raccolto indizi che accusano
l'esercito di aver bombardato aree densamente popolate, utilizzato munizioni al fosforo
bianco su zone abitate, impiegato palestinesi come scudi umani, aver effettuato esecuzioni
extragiudiziali. Anche Hamas è stata accusata per il lancio di razzi in territorio israeliano e
di aver utilizzato scudi umani.
Per le stesse accuse il procuratore della Corte penale internazionale (Icc) Luis Moreno
Ocampo sta tuttora valutando se sussiste la possibilità di aprire un'indagine contro Tel Aviv
in base alle denunce presentate da decine di ong.
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Israele / Gran Bretagna. 15 aprile. Noto giornalista britannico nell'occhio del ciclone.
Jeremy Bowen, grande conoscitore di Medio Oriente e compassato giornalista della Bbc, ha
ricevuto un richiamo ufficiale da parte del comitato di garanzia «per aver violato le linee
guida della corporation sull'imparzialità e l'accuratezza dell'informazione». Motivo? L'aver
espresso, in due servizi, frasi come «l'istinto innato del sionismo a spingere in avanti la
frontiera», «il rifiuto d'Israele di accettare qualsiasi interpretazione del diritto
internazionale che non sia la sua», «l'idea dei generali israeliani di non aver ancora
portato a termine il lavoro iniziato con la guerra d'indipendenza del 1948». Alla Bbc dal
1984, Bowen è uno dei volti più conosciuti della rete britannica. Durante l'ultima offensiva
contro la Striscia di Gaza, il governo israeliano aveva lodato pubblicamente l'imparzialità
della Bbc, criticando invece aspramente i quotidiani Guardian e Independent.
Palestina. 15 aprile. Continua l'opera di sdoganamento di Hamas, considerata
«organizzazione terroristica» dalla Comunità internazionale ma con cui sempre più governi
iniziano a intavolare trattative. Oggi il leader palestinese Khaled Meshaal, a capo dell'ufficio
politico del movimento islamico in esilio, ha incontrato a Damasco una nuova delegazione
parlamentare britannica, nel terzo meeting del genere nell'arco di un mese. In un
comunicato, Hamas precisa che la delegazione guidata dall'onorevole Roger Godsiff ha
incontrato Meshaal e altri rappresentanti di Hamas. «È una visita che s'inserisce nel quadro
degli sforzi europei per aprire canali di dialogo con Hamas al fine di comprendere nel
profondo, attraverso un dialogo diretto col movimento, la nostra causa», si legge nel testo.
Hamas figura dal 2003 nella lista dell'Unione Europea delle organizzazioni terroristiche,
eppure Meshaal aveva già incontrato a Damasco nel marzo scorso deputati europei. «I
membri della delegazione britannica», prosegue il comunicato, «hanno espresso la loro
convinzione che nella regione non si può arrivare alla pace senza un dialogo con Hamas
che si è conquistato la fiducia del popolo palestinese in modo democratico trasparente».
USA / Israele. 15 aprile. Manovre militari congiunte, senza precedenti, tra Stati Uniti ed
Israele previste per fine anno. Obiettivo dell'esercitazione è provare sistemi di missili
balistici. È quanto riferisce l'edizione di eiri del quotidiano Jerusalem Post. L'esercitazione
avverrà in Israele e saranno testati il missile israeliano Hetz (Arrow 2), quello THAAD
(Terminal High Altitude Area Defense) ed il sistema di difesa di missili balistici da nave
Aegis. Non viene indicata la data precisa.
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