"Vivere in perfecta communitate". Controllo vescovile e vita

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"Vivere in perfecta communitate". Controllo vescovile e vita
"Vivere in perfecta communitate".
Controllo vescovile e vita comunitaria delle benedettine di Lecce
in età post-tridentina
Ilaria Bardi
Uno dei tanti problemi che caratterizza le vicende claustrali del Mezzogiorno nel periodo post-tridentino è riconducibile al difficile, ma spesso mancato, controllo dei monasteri femminili da parte dell'autorità vescovile. Negli anni immediatamente successivi all'assise conciliare il papato affida ai responsabili delle singole diocesi la giurisdizione delle istituzioni claustrali, con il chiaro proposito di disciplinare una materia che
nelle deliberazioni tridentine era rimasta per la frettolosità dei padri conciliari ambigua e non compiutamente normativizzatal. Investiti di questi
nuovi compiti i vescovi tuttavia si trovano a dover affrontare situazioni
complesse dovute in larga parte al radicamento di antiche consuetudini
che finiscono per mettere al riparo i monasteri da qualsiasi ingerenza
esterna. Sicché introdurre una disciplina che privi le istituzioni claustrali delle loro consolidate prerogative autonomistiche diventa oltre modo
rischioso per i conflitti che possono innescare. Conflitti che non vedono
solo di fronte "l'un contro l'altro armati" il potere episcopale e la comunità claustrale, ma anche attori diversi, in primis i poteri forti cittadini, a
partire dall'Università e dall'aristocrazia urbana entrambe interessate a
conservare e ad allargare il tutoraggio attivo su queste istituzioni 2 .
i Cfr. R. CREYTENS, La riforma dei monasteri femminili dopo i decreti tridentini, ín AA. Vv., Il Concilio d Trento e la riforma tridentina, "Atti del Convegno Storico Internazionale (Trento 2-6 settembre 1963)", Roma, Herder, 1965, vol. II, pp.
45-84; per una verifica in campo regionale si rinvia a M. SPEDICATO, Istituzioni ecclesiastiche e società nella Capitanata moderna (secc. XVI-XVIII), Bari, Cacucci
editore, 1999 e al recente contributo di A. PRIGIONIERI, Monasteri femminili e controllo episcopale nella Capitanata moderna, in EADEM, Comunità religiose e regimi alimentari nella Capitanata moderna, Bari, Cacucci editore, 2002, pp. 21-41; su
Lecce, oggetto della nostra indagine, utile ritorna ai fini della conoscenza delle dinamiche claustrali il lavoro di M. SPEDICATO, La lupa sotto il palio. Religione e politica a Lecce in antico regime, Bari, Laterza editore, 1996.
2 Nel merito la letteratura si è arricchita di studi specifici di gran pregio: a tito-
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I vescovi, almeno inizialmente, sono costretti a restare sulla difensiva per non far esplodere una serie di contrasti, esercitando molto larvatamente i loro nuovi poteri di controllo sulle istituzioni claustrali. Questi
si riducono, quando effettivamente vengono reclamati e messi in pratica,
alla mera visita dell'edificio monastico senza mai entrare ad interferire
con la vita delle claustrali. Per questa ragione la loro giurisdizione per
tutto il secondo Cinquecento resta più formale che sostanziale, poco o
per nulla incidente sulle dinamiche interne del monastero, scontando ritardi e contraddizioni che col passare del tempo appesantiranno il percorso riformatore e più direttamente renderanno sempre più lontane le
necessarie innovazioni che nel frattempo molto opportunamente il cardinale Carlo Borromeo aveva introdotto nella diocesi di Milano 3 .
Ritardi e contraddizioni che si registrano anche nel controllo episcopale dei monasteri femminili salentini, in particolar modo in alcuni di
quelli che vantano origini medioevali e che hanno maturato nel tempo
una lunga e consolidata autonomia riguardo agli altri poteri ecclesiastici. Tra tutti, il monastero benedettino di S. Giovanni Evangelista di Lecce per la sua antica storia istituzionale si presta meglio di altri a segnare
queste dinamiche claustrali, mostrandosi nel periodo post-tridentino ben
attrezzato e sufficientemente protetto per resistere per qualche decennio
lo esemplificativo si veda G. ZARRI, Monasteri femminilie città (secoli XV-XVIII),
in "Storia d'Italia Einaudi", Annali IX: La chiesa e il potere politico, a cura di
Giorgio Ghittolini e Giovanni Miccoli, Torino, Einaudi, 1986, pp. 357-429; G. GRECO, La chiesa in Italia nell'età moderna, Bari-Roma, Laterza editore, 1999, pp.
121 - 53; L. DONVITO, Società meridionale e istituzioni ecclesiastiche nel Cinque e
Seicento, Milaro, F. Angeli editore, 1987, pp. 131 - 64; E. NOVI CHAVARRIA, Monachesirno femminile nel Mezzogiorno nei secoli XVI-XVII, in AA. Vv., Il monachesimo femminile in Italia dall'alto medioevo al secolo XVII a confronto con l'oggi, a
cura di Gabriella Zarri, Verona, Edizioni Il Segno, 1997, pp. 339 - 67.
3 Cfr. P. PASCHINI, I monasteri femminili in Italia nel Cinquecento, in AA. Vv.,
Problemi di vita religiosa in Italia nel Cinquecento, Padova, Editrice Antenore,
1960, pp. 31 - 60.
4 Su questo tema si rinvia a S. PALESE, Vescovi visitatori nelle province pugliesi per
la rOrrna "tridentina" dei monasteri femminili, in M. SPEDICATO — A. D'AMBROSIO (a
cura di), Oltre le grate. Comunità regolari femminili nel Mezzogiorno moderno fra
vissuto religioso, gestione economica e potere urbano, in "Atti del Seminario di Studio (Bari, 23 e 24 maggio 2000)", Bari, Cacucci editore, 2001, pp. 249-80.
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alle ripetute e non sempre efficaci "incursioni" anti-autonomistiche prima
di sottomettersi alle prerogative giurisdizionali del potere episcopale.
1. Edificato nel 1133 dal conte di Lecce Accardo, figlio di Goffredo,
il monastero viene subito posto per espressa volontà della dinastia normanna sotto la protezione della Sede Apostolica ed esentato dalla giurisdizione dell'Ordinario diocesano 5 . All'atto della fondazione riceve le
prime cospicue donazioni patrimoniali che crescono negli anni successivi. Dapprima al monastero viene affidato dai principi normanni il feudo
di Cisterno, poi quelli di S. Pietro Vernotico, di Santo Stefano e i possedimenti di Porcigliano e della Cassanella, oltre che la metà del feudo di
Vernole 6 . Nel diploma di fondazione vengono altresì elencati i privilegi
goduti dalla dinastia normanna che vuole sin dall'inizio alla guida del
monastero una propria esponente con l'assegnazione di una consistente
dote per la gestione ordinaria del cenobio. Nel periodo in cui rivestono
la funzione di madri-badesse le sorelle Agnese, Guimarca ed Emma il
patrimonio del claustro si allarga con l'acquisizione del feudo di Dragoni, a cui si aggiungono i vasti possedimenti di S. Andrea e di Ostuni 7 . In
poco meno di un quarantennio (1133-69) le proprietà di San Giovanni
Evangelista sembrano toccare livelli non trascurabili e tali da costituire
un solido ancoraggio per la vita del monastero. Con il governo di Tancredi (1169) la situazione patrimoniale non solo si consolida ma tende
ulteriormente ad espandersi per la concessione di altri feudi, tra cui quello di Surbo, e la contemporanea attività di acquisizione soprattutto da
parte della badessa Emma di altri vasti possedimenti siti nel comprensorio della contea leccese 8 . Con la fine tuttavia dell'epoca normanna il monastero finisce di godere di vaste protezioni e deve ridurre la sua proie-
Il monastero di S. Giovanni Evangelista nella vita di Lecce e della Contea, in "Archivio Storico Pugliese", Bari, Casa editrice Alfredo Cressati, anno V, 1952, pp. 124-78; si veda anche AA. Vv., San Giovanni Evangelista.
Monache benedettine, in "Presenza benedettina in Puglia e Basilicata", a cura delle comunità benedettine dí Puglia e Basilicata nel centenario della nascita di San
Benedetto, Bari, 1980, pp. 17 sg.
6 Ivi.
7 Ivi.
8 Ivi ed ín modo particolare, D. GRASSI, Le pergamene più antiche del monastero di San Giovanni Evangelista in Lecce, Lecce, 1993, pp. 18 sg.
5 Cfr. P. E PALUMBO,
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zione patrimoniale. Nel periodo degli Svevi, infatti, la politica gestionale del claustro benedettino sembra prevalentemente orientata alla conservazione dell'esistente con pochi e non sempre significativi accorpamenti fondiari, dovuti questa volta all'iniziativa di non meglio precisati
donatori 9 . Ciò non contribuisce a cambiare fisionomia al precedente assetto patrimoniale che resta nel suo complesso fortemente caratterizzato
dalle donazioni normanne. La cesura temporale costituita dalla dinastia
sveva non impoverisce il monastero di questi larghi cespiti di entrata,
semmai contribuisce ad oscurare la centralità dell'istituzione ecclesiastica nella vita della contea. Il primo e forse più importante atto che segna
questa svolta è offerto nella stessa guida del monastero, non più affidato
a soggetti della precedente dinastia, ma ad altri dalle connotazioni più
chiaramente filo-svevew. La scelta di liberare il claustro dalle antiche dipendenze dinastiche si configura come un tentativo di sottometterlo alle
strategie politico-territoriali espresse dai nuovi padroni del regno meridionale, le cui traiettorie egemoniche finiscono per emarginare Lecce e
il Salento a vantaggio per un verso di Palermo e della Sicilia e per l'altro di Lucera e della Capitanata. Il monastero di S. Giovanni Evangelista segue il destino della città in cui è insediato, restando per tutto questo periodo fuori da qualsiasi attenzione dinastica e, di conseguenza, tendenzialmente esposto ad un rapido declino. Se questo declino viene
scongiurato lo si deve in primo luogo al solido asse patrimoniale accumulato e alla determinazione delle badesse, a partire da Aurimpia che
succede nel 1195 ad Emma, che si avvicendano alla guida del monastero nel difendere l'autonomia monastica da qualsiasi ingerenza esterna'
Il claustro, pur non godendo delle precedenti protezioni regie, riesce in
questa maniera a ridisegnare il suo spazio operativo e a conservare una
connotazione spiccatamente aristocratica che consente di far fronte alle
invadenze provenienti dalla stessa monarchia sveva e, tramite essa, dai
ceti sociali di origine borghese, più direttamente interessati a sostituirsi
ai primi nel reclutamento monastico.
9
/vi. Di questi solo di alcuni si conoscono le generalità precise. Alcuni benefat-
tori rispondono al nome di Maria Raganella vedova di Leone da Pettorano, oppure
a tali coniugi Grimoaldo ed Azzolina, ma di altri resta ignota l'identità.
Io
In merito si rinvia al lavoro di P. F. PALUMBO, Il monastero normanno di San
Giovanni Evangelista, cit., pp. 146 sg.
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Tramontati gli svevi, con l'arrivo degli angioini il monastero benedettino leccese recupera rapidamente la sua antica centralità istituzionale, allargando le sue competenze giurisdizionali ed esercitando all'interno del territorio di riferimento ruoli di cui prima di allora non era stato
mai investito. Tra tutti, quello di primo centro finanziario di notevole importanza attorno al quale ruota la riscossione dei tributi locali e statali.
Questo compito, assegnato in virtù di un apparato amministrativo molto
avanzato di cui il claustro si era da tempo dotato, finisce per collocare
l'istituzione benedettina leccese nel cuore dei circuiti centro-periferia e
nello stesso tempo per valorizzare anche i proventi del suo consistente
patrimonio fondiario, spesso utilizzati per anticipare cospicue somme al
regio erario. Queste operazioni consentono di ricavare interessi non del
tutto trascurabili, liquidità che il monastero destina all'allargamento del
precedente asse patrimoniale con nuovi acquisti ed oculate permuteu.
Tra il XIV e il XV secolo le proprietà fondiarie riconducibili al claustro
di S. Giovanni Evangelista risultano dai documenti superstiti sempre più
consistenti e vanno ad interessare un vasto territorio sulle direttrici che
portano da Lecce a Monopoli, da Galatina ad Ostuni, da Roca a Brindisi 13 . Alla fine del medioevo il grosso dei possedimenti fondiari del monastero si ritrova nella contea di Lecce, dove appunto insistono i feudi
maggiori con le vaste estensioni di oliveti e le masserie più importanti,
ma non sono da trascurare altre partite fondiarie disseminate al di fuori
del contado che producono cespiti finanziari talvolta rilevanti e concorrono a dare solidità all'intero asse patrimoniale. III questo progressivo
dilatarsi della proprietà fondiaria il monastero può strutturarsi come un
ente economico di primaria importanza e far fronte anché alle ingerenze
del potere vescovile che nel frattempo, soprattutto sul finire del medioevo, tenta di ripristinare un qualche controllo sul claustro. Le fonti riferiscono che il vescovo Antonio Riccio (1453-83) si rivela il più determinato nell'imporre l'esercizio giurisdizionale episcopale, riuscendo non
solo a visitare nel 1480 il monastero, a censire le suppellettili e a certifi-
Cfr. P. F. PALUMBO, Il monastero normanno di San Giovanni Evangelista, cit.,
pp. 139 sg.
13 Un parziale censimento di queste proprietà si può desumere dal Libro Rosso
di Lecce. Liber Rubeus Universitatis Lippiensis, con introduzione ed a cura di Pier
Fausto Palumbo, 2 voll., Fasano, Schena editore, 1997, ad vocem.
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care le proprietà, ma anche ad interrogare le singole monache per accertare il rispetto della vita comunitaria. Si rompe in questa maniera una tradizione che aveva visto nel passato il claustro benedettino del tutto esente dal potere episcopale in virtù di privilegi papali ripetutamente reiterati e rigidamente osservati. Di fronte a questo vulnus le monache aprono
un conflitto, ricorrendo direttamente alla S. Sede per vedersi nuovamente riconoscere la propria autonomia istituzionale. Nel ricorso sottolineano che la visita del Riccio viene compiuta senza il preventivo assenso
delle residenti claustrali e, di conseguenza, ritenuta sul piano formale e
sostanziale arbitraria ed illegittima dalle stesse. Alla S. Sede chiedono un
intervento definitivo per scongiurare altri episodi analoghi. Il Riccio — si
evidenzia nell'esposto redatto dalle monache - nella sua ispezione, pur
non rilevando nulla di grave, pretende la forzata sottomissione del monastero al potere del vescovo. Una pretesa energicamente rifiutata. A papa Sisto IV si chiede esplicitamente di prendere posizione su un intervento che considerano una palese trasgressione delle loro prerogative.
Non passa molto tempo perché trovino piena accoglienza. Il papa con
uno speciale Breve dell' 8 agosto 1480 spedito ai vescovi di Nardò, Aquino e Castro ordina di richiamare il vescovo di Lecce e con lui quanti hanno concorso "nella triste impresa" a rispettare il privilegio dell'esenzione e a non immischiarsi più per alcun motivo nelle vicende del monastero 14 . Il coinvolgimento di tre presuli forestieri presuppone, oltre la
censura esplicita, una visita ispettiva al monastero per accertare le responsabilità del presule leccese, ma le fonti superstiti non chiariscono i
successivi passaggi né tanto meno prefigurano gli esiti. L'episodio tuttavia spinge le monache benedettine a tenere in agenda la questione e ad
interessare successivamente altri pontefici per salvaguardare e per consolidare i diritti acquisiti. Altre bolle papali seguono il Breve di Sisto IV.
Nel 1530 Clemente VII e nel 1543 Paolo III confermano solennemente i
privilegi di esenzione goduti dal monastero e dalle sue abitanti. Una seconda bolla di papa Paolo III del 1544 diventa ancora più stringente, reiterando non solo la dichiarazione di esenzione dal potere episcopale, ma
prefigurando anche che, nel caso una visita al monastero si riveli indispensabile, questa debba essere affidata al vescovo di Gallipoli e mai a
quello di Lecce 15 .
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Il Concilio di Trento si apre l'anno successivo con il rinnovato e pieno riconoscimento da parte dell'autorità papale delle antiche prerogative
del claustro benedettino leccese, e, con esse, della indiscussa autonomia
istituzionale esercitata nel panorama ecclesiastico salentino. Quando, alla fine dei lavori conciliari, viene affrontato il capitolo sulle Moniales
(sessione XXV del 3-4 dicembre 1563) i privilegi ereditati da diversi
monasteri femminili non vengono affatto messi in discussione, ma tutto
sembra ridursi all'emanazione di norme orientate al rispetto della clausura. Solo successivamente, per iniziativa del cardinale Carlo Borromeo,
viene affrontato il problema del sostentamento delle claustrali con il vincolo della costituzione di una dote. Un'innovazione che si allarga a tutto l'universo monastico nel momento in cui si istituisce intorno agli anni 70 del '500 la Congregazione curiale sopra la disciplina dei Regolari 16 . Il fatto nuovo non è costituito tuttavia dall'introduzione della dote
monastica, che nel corso del medioevo era già stata sperimentata con
successo in diverse residenze claustrali, quanto piuttosto dalla decisione
di papa Pio V, confermata dal suo successore Gregorio XIII, di mettere
tutti i monasteri femminili sotto le dirette dipendenze dei vescovi. Questa è la svolta che segna le future vicende dei claustri, aprendo un processo di adeguamento non sempre rapido e lineare. Ai vescovi sono affidati compiti di controllo sulle istituzioni monastiche che soprattutto
inizialmente si concretizzano nell'accertamento del rispetto della clausura e della vita comunitaria ) 7 .
E' evidente che di fronte a queste nuove disposizioni pontificie vengano a cadere le prerogative autonomistiche godute dal monastero benedettino leccese, cancellando di colpo i privilegi medievali. La difesa strenua di questi privilegi sino alla vigilia dell'assise tridentina alla luce di
queste decisioni papali appare paradossale quanto inutile. Ora le monache di S. Giovanni Evangelista devono prendere atto della fine di un lungo periodo di protezione istituzionale per fare i conti con la nuova realtà innescata dal processo riformatore tridentino.
Si veda R. CREYTENS, La riforma dei monasteri femminili, cit., pp. 45 sg. ed
anche P. PASCHIN!, I monasteri femminili in Italia nel Cinquecento, cit., pp. 35 sg.
17 Si cfr. AA. Vv., Il monachesimo femminile in Italia, cit., soprattutto le pp.
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2. Il monastero benedettino leccese non sembra tuttavia rassegnato ad
adeguarsi prontamente. La sua solida posizione patrimoniale, il suo particolare reclutamento aristocratico e, non da ultimo, la sua stessa profonda vocazione autonomistica maturata nei tre secoli precedenti lo spinge ad opporre resistenza a questa innovazione imposta dall'alto. Dalla
sua parte si schiera compatta l'Università cittadina e in modo particolare la nobiltà che nelle nuove norme pontificie vedono minacciata la loro
egemonia sul claustro. Da parte loro i vescovi che si avvicendano sulla
cattedra leccese nel periodo immediatamente post-tridentino rinunciano
a mettere in atto forzature controproducenti, lasciando in un certo modo
che sia la stessa Congregazione romana a fare le prime mosse in questa
direzione. La situazione almeno per tutto il secondo Cinquecento sembra
favorevole alle monache. Il presule Annibale Saraceno, chiamato a governare la diocesi a partire dal 1564, che per primo viene investito del
problema non risulta nelle condizioni operative di avviare un siffatta innovazione. Accusato di simonia e trasferito a Roma per essere processato, è costretto ad assentarsi per lungo tempo senza poter direttamente accudire agli affari della sua diocesi 18 . Quando vi ritorna nel 1582 e dà avvio alla visita pastorale non sembra interessato ad infrangere il muro del
rifiuto opposto energicamente dalle monache benedettine, rinunciando
ad ispezionare il claustro' 9 . La tentata normalizzazione pastorale fallisce
miseramente e la S. Sede, in presenza di perduranti difficoltà nel governo pastorale, lo affianca prima e lo sostituisce dopo con un visitatore
apostolico nella persona di Eugenio Savini 20 . Quest'ultimo riesce ad avviare la visita alle parrocchie e a celebrare persino un sinodo nel 1587.
Neppure questo basta tuttavia per imporre il controllo episcopale sul monastero di S. Giovanni Evangelista che continua ad essere escluso da
ogni forma di ispezione 21 . La situazione non muta negli anni successivi,
quando il Saraceno torna a prendere le redini della sua diocesi, per i con-
18
Si rinvia a M. SPEDicATo, La lupa sotto il pallio, cit., pp. 43 sg.
19 Ivi.
20 / v i.
In merito si cfr. P. DORIA, L'attività sinodale della chiesa meridionale in età
post-tridentina: il sinodo diocesano leccese del 1587, in "Ricerche di Storia Sociale e Religiosa". 50. 1996, passim.
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