Metamorfosi della paternità. Un crocevia di generi fra dinieghi

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Metamorfosi della paternità. Un crocevia di generi fra dinieghi
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Metamorfosi della paternità. Un crocevia
di generi fra dinieghi, rimozione e cura
Metamorphosis of paternity. An intersection
of genders among denial, repression and care
CARMELA COVATO
Riassunto: Gli studi di genere hanno evidenziato, negli ultimi anni, la rilevanza conoscitiva della storia della paternità e, insieme, dei modelli di maschilità e delle implicazioni pedagogiche e normative in essa impliciti. In questo contributo, si vuole rilettere,
in particolare, sul contrasto fra il cosiddetto “ritiro” del padre e l’emergere della igura di
padri nuovi o padri materni. Si vuole anche rilettere sul perché nei documenti autobiograici, nelle storie di vita, nelle testimonianze epistolari e letterarie ci si imbatta di
frequente nella igura di un padre ingombrante, autoritario e distante mentre di rado,
ancora nel Novecento, si incontra la igura di un padre empatico e accudente.
Abstract: In recent years, gender studies have demonstrated the central importance of
the historical aspects of paternity involving the models of masculine identity and the corresponding pedagogic and normative implications. In this text we want to particularly
investigate the conlict between the so called “withdrawal” of the father and appearance
of new fathers or maternal fathers. We want to investigate why, up to now, in autobiographies and in epistolary collections we frequently ind cumbersome and authoritative
fathers but not empatic and caring fathers.
Keywords: Paternity, Gender, History, Sons, Education.
Fare i conti con il padre
Ingombranti, imperativi, invadenti, a volte soli, i padri presenti in una
vasta letteratura di tipo pedagogico, giuridico ed autobiograico hanno a
lungo rappresentato una norma ineludibile e così profondamente introiettata da rendere impossibile, almeno apparentemente, ogni forma di autolegittimazione. Si tratta, tuttavia, di igure che sembrano appartenere al
passato e che soprattutto sembrano non avere più diritto di cittadinanza
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in quel futuro da alcuni deinito “senza padri” e da altri pensato come popolato da “padri nuovi”.
D’altra parte, del lento declino degli apparati normativi che hanno a lungo
regolato le strutture delle relazioni familiari nella storia dell’occidente, è stata
messa in evidenza, in un recente dibattito che coinvolge molti campi del sapere
storico-antropologico e ora anche storico-educativo, la conseguente crisi dell’identità maschile, seguita a una lunga supremazia e aiorata a partire dall’ultimo ottocento (Mitscherlich, 1973; Delumeau-Roche, 2000; Zoja, 2000).
Marco Pustiniaz e Luisa Villa, nell’introdurre un originale volume sui
temi della storia delle maschilità decadenti, hanno fatto riferimento, in
quella che deiniscono una lunga in de siècle, ad una sorta di teatralizzazione del cosiddetto declino del maschile, messo in scena, a loro avviso,
per evidenziarne il pericolo eversivo rispetto alle più consolidate gerarchie
di genere e «per afermare il carattere trasgressivo di una maschilità che si
ofre consapevolmente allo sguardo (il corsivo è mio) e rischia così la femminilizzazione» (Pustiniaz-Villa, 2004, 12).
Nel presente contributo – che si collega, dunque, agli apporti più recenti
degli studi di genere e, in particolare, dei men’s studies – si vuole rilettere in
particolare sul contrasto fra il cosiddetto «ritiro» del padre da alcuni nominato anche come «rarefazione» della igura paterna e l’emergere della igura
di padri nuovi o padri materni (Ferrarotti-Tentori, 2001; Stramaglia, 2009;
Recalcati, 2011; Argentieri, 2014).
“I codici e le leggi che nel XIX secolo – ha opportunamente osservato
Massimiliano Stramaglia – disciplinano la patria potestà all’interno della
compagine domestica si rivelano ottimi indicatori del nascente patriarcato
domestico, correlato al paternalismo societario, rinvigoritosi dopo l’esperienza rivoluzionaria del 1789” (Stramaglia, 2009, 126).
Nei documenti autobiograici, nelle storie di vita, nelle testimonianze
epistolari e letterarie – si pensi, ad esempio a Padri e igli (1862) di Ivan
Turgenev – ci si imbatte di frequente nella igura di un padre ingombrante,
autoritario, distante e, a volte, anche violento (Turgenev, 1973). Di rado si
incontra la igura di un padre empatico e accudente che oggi tenderebbe
tuttavia a sostituirsi, secondo indagini recenti, al modello tradizionale, così
come è stato anticipato, in vario modo e in un lungo arco di tempo, da
alcune esperienze pionieristiche e, in un certo senso, controcorrente come
quella, ad esempio, di Pietro Verri (Covato, 2002).
Grazie ad una molteplicità di fonti, messe in luce da una storiograia
sempre più attenta alla storia della vita privata, della famiglia e dell’infanGENDER AND GENDERS
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zia, non è infrequente trovare testimonianze di richieste disperate avanzate
da iglie o igli al proprio padre, quasi sempre seguite da dinieghi assolutamente inappellabili.
Anche la soferenza identitaria ed esistenziale di Giacomo Leopardi,
più volte narrata e celebrata – si potrebbe dire in varie forme teatralizzata – nel contesto di quello che è stato deinito il culto nazionale di «casa»
Leopardi, fa aiorare l’indubbia rilevanza del rapporto del iglio col padre
Monaldo, nel contesto di un labirinto familiare assai complesso dal punto
di vista afettivo e dei ruoli d’autorità in esso agiti, dove appare la igura
di una madre, Adelaide Antici, estremamente autoritaria e distante dalla
retorica che circondava in quegli anni la igura materna (Barbagli, 1996;
Borruso-Cantatore-Covato, 2014).
Nel progettare nel 1819 una fuga da Recanati che egli realizzerà poi
solo successivamente, Giacomo lamentava soprattutto la non accettazione
da parte del padre – per altro molto presente nella cura dei igli durante
l’infanzia – delle ambizioni letterarie da lui ardentemente coltivate: “Mio
signor Padre. Sebbene dopo aver saputo quello che io avrò fatto, questo
foglio vi sembrerà indegno di essere letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentire le ultime voci di un iglio che l’ha
sempre amata e l’ama e si duole disperatamente di doverla dispiacere […].
Io conosceva bene i progetti ch’ella formava su di noi per assicurare la felicità di una cosa che io non conosco, ma sento chiamar casa e famiglia. Ella
richiedeva da noi due il sacriizio non di roba né di cure, ma delle nostre
inclinazioni, e di tutta la nostra vita […]” (Pulce, 1998, 21).
Il sentirsi costretti da una autorità paterna, percepita come dispotica,
a rinunciare alle proprie aspirazioni è un motivo di soferenza presente in
molte testimonianze autobiograiche.
“I padri – scrive in un’altra lettera Giacomo Leopardi – sogliono giudicare dei loro igli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario
ne giudica più sfavorevolmente d’ogni altra persona, e quindi non ha mai
creduto che fossimo nati per niente di grande: forse anche non conosce altra grandezza che quella che si misura con i calcoli e le norme geometriche
[…]. La sola diferenza di principi, che non era verun modo appianabile, e
che doveva necessiaramente condurmi alla disperazione, a questo passo che
io fo, è stata cagione della mia disavventura” (Ibidem, 37).
Un secolo dopo, nel 1919, un altro iglio illustre, Franz Kafka, decide di
scrivere al padre. Nella sua lettera, che non venne mai spedita e che quindi
non giunse mai al suo destinatario, è possibile rintracciare sentimenti ed
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emozioni relativi a quella che si proilò come una relazione impossibile, dominata dalla paura e dalla mortiicazione come mostra già l’incipit del testo.
“Carissimo papà, recentemente mi hai chiesto perché sostengo di aver
paura di te. Come al solito non ho saputo darti una risposta, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché a motivare questa paura
concorrono troppi dettagli, più di quanti potrei tenere insieme parlandotene. E se ora tento di risponderti per lettera, sarà comunque in modo incompleto perché anche quando scrivo mi bloccano la paura e ciò che comporta,
e più in generale perché la vastità dell’argomento supera la mia memoria e
la mia intelligenza” (Kafka, 2014, 3).
Fu soprattutto la pretesa paterna – rispetto alla quale Franz, incline com’era agli studi letterari, si rivelò sempre inadeguato – che fosse lui, l’unico iglio
maschio, a curare l’azienda di famiglia e cioè una fabbrica di amianto, a rappresentare il nucleo più doloroso del loro rapporto (Wagenbach, 2014, XIII).
«Io vivevo sempre nella vergogna: provavo vergogna se eseguivo i tuoi ordini,
perché valevano solo per me; provavo vergogna se mi opponevo perché potevo
oppormi a te, oppure se non riuscivo a starti dietro – e questa era la vergogna
principale – ad es. perché non avevo la tua forza, il tuo appetito, non la tua abilità, sebbene tu lo pretendessi da me, considerandolo ovvio» (Kafka, 2014,13).
Aiora così, una soferenza maschile a lungo taciuta o messa in ombra
dall’ingombrante stereotipo e imperativo assoluto, quanto apparente, di una
virilità indelettibile, che i mens’studies hanno avuto il merito di decostruire
restituendo agli uomini la loro corporeità e la loro storia (Burgio, 2008).
Anche nel caso di Franz Kafka, colpisce la richiesta di un’autorizzazione
negata (gli studi letterari) ma soprattutto la soferenza per l’assenza di empatia, di solidarietà e di comprensione profonda nei confronti delle aspirazioni
ideali e dei progetti esistenziali, non della “roba” o delle “cure”. Se ne deduce
non solo la diicoltà legata al diniego paterno ma la drammatica impossibilità o incapacità di autolegittimarsi senza una relazione legittimante.
Sono temi che ritroviamo quasi invariati anche nel caso di una iglia, in
tutt’altro contesto storico sempre relativo al Novecento. Ne troviamo traccia, infatti, in una lettera inviata al padre, nel 1940, da Alice Ceresa, scrittrice e ine letterata di origine svizzera successivamente trasferitasi in Italia, a
Roma, a partire dal 1950. Oramai diciassettenne e costretta ad un percorso
di studio di tipo commerciale, che le era stato del tutto imposto, desiderava
disperatamente dedicarsi agli studi letterari. Ne richiese al padre non solo
il permesso ma anche comprensione e complicità per un intero progetto di
vita. Il diniego paterno assoluto e inappellabile, che non preludeva a nessun
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tipo di negoziazione, non impedì ad Alice di realizzare le sue aspirazioni,
ma al prezzo di una grande soferenza di cui si trova traccia anche nelle sue
opere letterarie, come ad esempio La morte del padre (Ceresa, 2013).
“Caro papà, è tanto tempo che ti vorrei e dovrei parlare. Ma è così diicile. Ora l’occasione mi è data da una cosa ben spiacevole, ma ormai non ci
posso cambiare nulla, almeno per il momento. Penso che questa settimana
arriverà il libretto. Non sarò più bocciata in matematica, perché l’ho veramente studiata, con una specie di disperazione, come ci si mette ad una impresa di cui si conoscono solo le immense diicoltà. Ma ho tanta paura di
avere un’altra bocciatura: in legislazione. Ma ti prego, ascolta ancora quello
che ti voglio dire. Poi mi sgriderai, forse me lo merito […].
Ti ricordi il giorno, l’anno scorso? Lo sapevo che era una cosa disperata,
in cui ti domandai se potevo cambiare, andare al ginnasio? Lo sapevo che era
un tentativo folle. Ma rimasi tanto male quando tu mi trattasti quasi cinicamente […]. Una volta mi hai dato una speranza pazza: continuare in lettere,
studiare a Zurigo per la maturità. Poi non ne hai più parlato, non ne fai più
cenno. Ma tu sai come sia duro per un giovane lottare tutto solo per quello
che sente veramente la sua aspirazione, senza essere appoggiato, senza essere
compreso, allora comprendi anche come sia duro per me studiare commercio,
studiare cose per cui non sono minimamente dotata” (Idem, 2014).
Le parole di Alice Ceresa, ma anche molte altre testimonianze alle quali
si può accedere tramite gli archivi di famiglia o narrazioni letterarie di tipo
biograico o autobiograico, mostrano il permanere, ancora nel Novecento,
di rapporti fra padri, igli e iglie fortemente improntati a ruoli di autorità e
veicolati da relazioni familiari che rinviano a forme di potere di tipo patriarcale e, dunque, a rapporti improntati alla distanza e al distacco (Barbagli,
1996). Emerge anche con evidenza il legame fra la norma, incarnata dal
padre, e un destino quasi sempre vincolato in modo indiscusso e gerarchico
al ‘genere’ di appartenenza (Cagnolati-Ulivieri, 2013; Covato, 2014).
Fu, invece, la malattia e poi la morte del padre-patriarca, in generale
causa di una rimozione solo apparente del fantasma della sottomissione,
a riattivare e mettere in scena quello che Giuseppe Berto chiamò il “male
oscuro” che l’aligeva, vale a dire l’impossibilità di fare i conti con il padre,
di rimuovere per sempre il senso di sottovalutazione e di mortiicazione che
ne dominavano il ricordo di iglio. Aveva addirittura voluto fotografarlo,
spinto dal senso di colpa per essere arrivato tardi, nella camera mortuaria,
col suo vestito da sposo nero di quarant’anni prima e ora che, oltre il terrore
che gli aveva spesso trasmesso, gli sembrava quasi bello. Ma perché?
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“Ora, esposta in questo modo, la spiegazione è magari in troppo chiara ma niente afatto esauriente, e in efetti non che volessi fare delle fotograie ricordo o qualche cosa del pari fuori posto, ma ritraendolo in
immagine volevo rendergli diciamo pure omaggio, ancorché poi nell’inconscio mirassi a raggiungere risultati allora nebulosi, oggi però del tutto
lampanti e strettamente connessi con quel difuso senso di colpa, che
com’è in troppo chiaro, grazie agli inlussi paterni, si è sviluppato in me
oltremisura […] per quanto se quella volta arrivai troppo tardi, sussista
una colpa concreta da parte mia dato che avevo i presentimenti e tutto il
resto […]” (Berto, 1964, 25).
In relazione all’elaborazione del distacco dalla igura paterna, nella relazione padre-iglia, compaiono aspetti del tutto particolari.
Sostiene a questo proposito Chiara Briganti nella sua indagine assai
innovativa dal punto di vista della storia letteraria e di genere sul rapporto
fra padri e iglie nelle letterature anglofone, che il padre temuto per tutta
una vita appare sopportabile alla iglia quando si mostra fragile e arreso a
causa dell’età o della malattia, in sostanza fuori gioco, bisognoso lui stesso di
cure e di accudimento (Briganti, 62).
Nel fare il punto su di una igura assai presente nella cultura vittoriana
e non solo, la iglia-angelo, della quale è stata inora sottolineata solo la dimensione di passiva subordinazione, la studiosa aferma:
“Se il padre/autore si è difeso generando una iglia angelo che ne proteggesse il dominio incontrastato, quell’angelo del focolare in cui si esaspera l’abolizione del corpo femminile, e che la letteratura vittoriana riproduce
instancabilmente, è proprio la capacità metamorica di questa angelica creatura che tanto è stata criticata e compianta soprattutto da parte femminista, che ne determina la caduta, denunciandone l’impotenza e l’ineicacia
e svelando come imputarle fragilità e debolezza non fosse altro che un
tentativo inconscio di difendersi dal suo potere […]. Nel secolo che ha
creato la famiglia nucleare, il personaggio della iglia è al tempo stesso la
igura più vulnerabile e, insieme, quella che ha tutto il potere che deriva dal
non avere una precisa collocazione, e quindi dalla mobilità della extraterritorialità, ed è dunque sul suo corpo che si incentra una lotta per il potere
che è una lotta per il discorso. È lei che mette in gioco energia e linguaggi.
E quando il desiderio incestuoso del padre si esercita attraverso la funzione
autoriale per ricondurre la iglia nell’ambito familiare ciò si traduce in un
movimento narrativo bloccato, in una energia che scatena solo immobilità”
(Ibidem, 62-63).
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Il padre come norma
Le modalità di costruzione del rapporto fra autorità e potere, così come esse
si sono manifestate – pur con modalità diverse nel tempo e nello spazio – in
una storia secolare delle relazioni familiari sono state inequivocabilmente connesse all’istituto giuridico della patria potestà che, dall’antichità ino a tempi
recenti, ha rigidamente regolato non solo la scena della vita pubblica, ma anche
gli interni della vita domestica. Per quel che riguarda la storia della cultura
occidentale – mi riferisco in particolare a quella europea – l’emanazione, nel
1804 in Francia, del Codice civile napoleonico (che introdusse, fra l’altro, la
durata temporale della patria potestà, per la prima volta nella storia del diritto
privato circoscritta alla maggiore età dei igli) ha rappresentato un importante
spartiacque fra l’aiorare, nel dibattito illuminista e negli anni della rivoluzione
francese, di principi parzialmente innovativi rispetto alla tradizione precedente
e, allo stesso tempo, la restaurazione di assetti normativi che condizioneranno
a lungo la storia delle relazioni familiari sebbene in forme sempre più mitigate
sul piano strettamente giuridico (Covato, 2002; Stramaglia, 2012).
Secondo Michelle Perrot, attenta studiosa della storia delle donne, della
vita privata e della famiglia, il padre continuerà, infatti, a dominare per tutto
l’Ottocento, ed anche oltre, sia la vita privata sia quella pubblica: “Il diritto,
la ilosoia, la politica, tutto contribuisce a consolidare e giustiicare la sua
autorità […]. Il padre dà il nome, ossia mette al mondo in senso proprio
e, secondo Kant, il parto giuridico è il solo ‘autentico’” (Perrot, 1989, 99).
A partire dalle ricerche, già citate, di Daniel Roche e Jean Delumeau,
molti studi e indagini hanno messo in evidenza come il permanere di una
funzione normativa della i gura paterna si sia tuttavia collegato, nell’età
contemporanea, ad una sorta di parabola dell’identità maschile, associata – come si è detto – ad una progressiva rarefazione o declino del potere
simbolico e morale del «padre-patriarca» (Delumeau-Roche, 1990, Ulivieri
Stiozzi, 1998, Covato, 2002, Stramaglia, 2009).
Certamente paradigmatica, da questo punto di vista, è la vicenda del
magistrato Daniel Paul Schreber che, in un noto scritto autobiograico
pubblicato per la prima volta nel 1906, studiato in primo luogo da Freud
ma oggetto poi di una sconinata saggistica di tipo soprattutto psicoanalitico, narra le rigidissime torture pedagogiche di tipo sadico, e riassunte
nell’espressione “assassinio di anime”, imposte a lui e ai fratelli dal padre,
noto pedagogogo e igienista (Schreber, 1974).
Nelle testimonianze prese in esame colpisce non solo la richiesta acEDUCATION SCIENCES & SOCIETY
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corata di un permesso che raramente si ottiene in relazione agli studi, alla
professione o alle scelte nel campo della vita sentimentale e sessuale, ma
soprattutto il desiderio di un riconoscimento e dell’accoglimento empatico
delle proprie aspirazioni senza il quale sembra che si vada incontro ad una
impossibilità di autolegittimazione o addirittura alla frantumazione della
coesione del proprio sé, come quella che ebbe a provare certamente Matilde
Manzoni, così come aiora dalle parole del suo diario, in seguito agli accorati appelli, destinati al fallimento, di una visita paterna (Manzoni, 1992).
Il padre culturale, che si è sostituito all’immagine interiorizzata e archetipica del padre della «orda» si è rivelato sostanzialmente incapace di entrare in
contatto con i vissuti, i sentimenti e le emozioni di iglie e igli (h. Lepoutre,
2013). A scorrere le testimonianze di cui disponiamo, sembra quasi che il
riiuto da parte di una iglia o di un iglio di conformarsi alle attese del padre
si sia posto come una sorta di attacco alla sua virilità, una sorta di evirazione.
Lo ha notato Chiara Briganti quando ha sostenuto che, a partire dal periodo romantico, nella storia della cultura occidentale, si assiste sia ad una
legittimazione del soggetto (per altro maschile) sia alle prime esperienze di
scrittura di sé da parte delle donne pioniere di una letteratura che esprime
sentimenti di forte ambivalenza ma anche di ribellione nei confronti di un
destino che assegna ancora alle donne il ruolo di proprietà di una igura
paterna: «quando il timore dell’evirazione aiora nel testo la minaccia non
viene da un pretendente della iglia, un rivale con cui il padre si deve misurare, ma dal desidero di autonomia della iglia stessa» (Briganti, 1995, 33).
A questo riguardo, ci si è a lungo interrogati sul rapporto fra la cosiddetta nostalgia del padre archetipico e il fenomeno più recente dell’aiorare
di un desiderio di cura da parte maschile e, dunque, della nascita di “padri
nuovi” (Argentieri, 2014).
Già nella prefazione all’ Histoire des pères et de la paternité, Jean Delumeau si
era chiesto: «Il padre ha un futuro in Occidente? […] Morte del padre o padre
nuovo? Il futuro ci chiederà conto della nostra risposta» (Delumeau, 1990, 13).
L’identiicazione fra padre e norma, in una tradizione dalla durata secolare, non ha impedito, d’altra parte, nel contesto del panorama storiograico
più recente, di prestare attenzione alle tracce, presenti in epoche storiche
anche molto distanti fra di loro – in modo più signiicativo, tuttavia, solo a
partire dalla seconda metà del Settecento – di una parola maschile che ha
espresso nei confronti di iglie e igli, non tanto la volontà di esercitare la
patria potestà, quanto piuttosto quel desiderio di cura e di coinvolgimento
afettivo tradizionalmente destinato alla igura materna.
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Author’s Presentation: Carmela Covato is Full Professor at University of Roma 3.
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