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Mitt Romney e i vecchi amici che possono influenzare la nuova America - Panorama
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Mitt Romney e i vecchi amici che possono influenzare la
nuova America
Per capire le future mosse del candidato repubblicano bisogna rileggere la sua storia (e i
suoi viaggi)
06-08-2012
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Un intenso primo piano di Mitt Romney, 65 anni, candidato repubblicano alla Casa Bianca. Kevin E. Schmidt
TAG: ROMNEY ELEZIONI USA PANORAMA IN EDICOLA
Durante un comizio in Ohio, Mitt Romney ha dichiarato di essere il candidato presidenziale più in
armonia con lo spirito nazionale, e ha accusato il presidente Barack Obama di avere «perso di vista il
carattere dell’America» e di promuovere una filosofia «così avulsa da noi da risultare incomprensibile ».
In realtà Romney stesso, per quanto ami sottolineare il «dono speciale» della propria nazionalità, è
tutt’altro che estraneo al resto del mondo: i due anni e mezzo trascorsi in missione in Francia ne hanno
forgiato il credo mormone; l’internazionalismo che si respira a Harvard ne ha fortemente plasmato
l’istruzione; i viaggi all’estero in veste di giovane consulente, gli investimenti in Centro America e in
Italia hanno dato forte slancio alla sua capacità di capire il mondo. Infine, la presidenza del comitato
organizzatore delle burrascose Olimpiadi invernali del 2002 a Salt Lake City gli ha fornito contatti e
notorietà.
La partecipazione di Romney alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra e poi il tour in Israele e
in Polonia gli hanno offerto la possibilità di porre in evidenza il grande impegno profuso nel diffondere
una visione incentrata sull’America. Ma il viaggio è stata anche un’occasione utile per ricordare che il
percorso seguito da Romney è orientato proprio dalle esperienze vissute nel resto del mondo.
Prima che Romney si avventurasse nel mondo, fu il mondo a bussare alla sua porta. Nel 1958 la
famiglia Romney accolse nella sua abitazione di Bloomsfield Hills (a 30 chilometri da Detroit) Attilio
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03/09/2012
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Cortella, uno studente italiano che aveva vinto una borsa di studio messa in palio dall’American field
service per un periodo di formazione negli Stati Uniti. Cortella non aveva idea di chi fossero i Romney e
rimase colpito nel ricevere, quando ancora era in Italia, una lettera in cui la madre di Mitt, Lenore,
diceva che le uniche due famiglie italiane che conosceva erano gli Agnelli e i Pininfarina. Ben presto il
giovane Mitt iniziò a salutare Cortella con «ciao» e «arrivederci » e a cantare in suo onore il ritornello
«Volare» dell’allora famosa Nel blu dipinto di blu. Durante un viaggio, Cortella espresse stupore per gli
alti consumi delle relativamente piccole Rambler americane, rispetto a quelli di una Fiat 600. Cortella
ricorda di avere commentato: «A noi un pieno dei vostri basta per un mese!». E rammenta che Mitt
trovava esilarante quella piccola auto italiana.
Dopo essersi iscritto a Stanford nel 1966, Romney ottenne una serie di rinvii del servizio di leva, anche
per il suo ruolo di «ministro del culto o studente in teologia», che lo tennero lontano dal Vietnam. La
sua missione lo portò invece in Francia. Qui Romney, nel poco tempo libero, visitò molti luoghi: si recò
con gli amici a Biarritz per scattare foto alla Rocher de la Vierge, una formazione rocciosa con le
sembianze della Vergine Maria, per poi scrivere «Mitt ama Ann» nella sabbia umida; tra le rovine
romane fuori Le Havre si fece fotografare in posa autoritaria accanto alla statua di Giulio Cesare;
mentre a Parigi, in occasione di alcune visite al Louvre, insieme ad altri missionari si concentrò sui
ritratti di Cristo degli antichi maestri, evitando gli impressionisti per la mancanza di iconografia religiosa
e per la loro preferenza per i nudi.
Romney arrivò in Francia nel luglio 1966 e apprese la lingua in Normandia, frequentando un corso che
poneva l’accento, oltre che sulla lingua francese, sulla conversazione mirata al proselitismo e sulla
recitazione dei 13 articoli di fede di Joseph Smith. Così, mentre si rafforzavano i legami con i colleghi
missionari, si rafforzava anche la sua fede. Al termine della missione Romney era diventato un leader.
Quando gli scioperi di Parigi della primavera del 1968 fecero saltare le linee telefoniche, la missione
francese della Chiesa mormone si preparò per l’evacuazione. Il presidente della missione chiese a
Romney, appena 21enne e da poco promosso suo assistente, di raggiungere in auto il confine
meridionale francese per rassicurare le famiglie dei missionari. Romney entrò in Spagna, trovò una
linea telefonica funzionante e si rivolse ai genitori grati dicendo: «Sono l’anziano Romney, ho pensato
di chiamare per tranquillizzarvi e per dirvi che tutti i missionari stanno bene».
L’esperienza all’estero approfondì il rispetto di Romney per la stabilità che il suo paese, la famiglia e la
fede gli fornivano: una visione del mondo che consolidò alla Brigham Young University, dove i cartelli
all’ingresso annunciano: «Il mondo è la nostra università». Romney trasferì quella stessa prospettiva
alla Harvard Business School. Un giorno, al campus, Romney parlò dei suoi anni da missionario al
compagno di classe Patrice Caillat, figlio di un diplomatico svizzero al quale Romney spiegò come la
missione gli avesse permesso di sperimentare il mondo attraverso la lente di mezzi modesti.
L’esposizione di Romney a un ambiente internazionale proseguì dopo la laurea a Harvard nel 1975,
quando conobbe Benjamin Netanyahu presso il Boston Consulting Group e iniziò a recarsi spesso in
Europa per lavoro. I suoi viaggi d’affari internazionali non si interruppero nemmeno quando passò alla
Bain & Co., sebbene la curiosità lo facesse uscire raramente dall’ufficio. Romney mostrava il suo
interesse per il mondo in altri modi.
Nel 1984, quando assunse la direzione della Bain Capital (nata dalla Bain & Co.), 6,5 milioni di dollari
dei 37 milioni del primo fondo dell’azienda provenivano da investitori dell’America Centrale. E Peter
Tornquist, a quel tempo partner anziano della Bain in Europa, aiutò Romney a individuare il primo
investimento del fondo al di fuori dagli Stati Uniti: un grossista di libri tedesco.
Romney partecipava ad assemblee itineranti con un comitato costituito da magnati dell’industria
europea, fra cui l’ex leader della Royal Dutch Shell Andre Renard, Umberto Agnelli della Fiat e Herbert
Gruenewald, professore e presidente del gruppo Bayer. In loro presenza Romney chiedeva come la
Bain dovesse cambiare il proprio modo di operare per potere assorbire culture e filosofie di lavoro dei
paesi in cui era presente.
Quando la Bain & Co. finì in gravi difficoltà finanziarie, i partner globali chiesero a Romney di tornare
per salvare la società originaria. Romney ebbe successo e definì la sua ascesa «un’eccitante
opportunità per l’organizzazione mondiale» in un rendiconto aziendale datato 30 ottobre 1990, che
menzionava le sedi straniere della Bain a Toronto, Bruxelles, Ginevra, Londra, Milano, Mosca, Monaco,
Parigi, Sydney e Tokyo. Inoltre, il comunicato annunciava l’immediata riduzione del 15 per cento del
personale a livello internazionale.
Appianati i problemi della Bain & Co., Romney tornò alla Bain Capital nel 1992, entrando in una fase
particolarmente redditizia. Per il raduno mondiale della società nel 1993 scese nel lussuoso hotel
Pitrizza sulla Costa Smeralda in Sardegna, ballando con la moglie Ann e giocando a pallavolo con i
colleghi di lavoro. «A volte ho avuto a che fare con persone, in particolare provenienti dal Midwest,
veramente convinte che il mondo finisca sulla costa atlantica» racconta Gianfilippo Cuneo,
responsabile della Bain a Milano. «Romney non ha mai imposto determinati modi di procedere solo
perché è così che si fa negli Stati Uniti».
Una decina di anni dopo, Cuneo e la famiglia erano in vacanza con i Romney nel loro chalet a Park
City, nello Utah, quando il comitato organizzatore delle Olimpiadi di Salt Lake City nominò Mitt alla
presidenza. Fu Cuneo a rispondere al telefono quella mattina. «C’è qui un tizio che vuole parlare con
te. Sostiene di essere Ted Kennedy» esordì Cuneo, passando la cornetta a Romney. Kennedy, che
aveva battuto Romney nella corsa per il senato americano nel 1994, si congratulò con il suo vecchio
rivale per la nomina. Romney riagganciò e spiegò a Cuneo con un ghigno che Kennedy gli aveva detto:
«Trattieniti pure per tutto il tempo che ritieni necessario; non tornare a Boston».
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Da tempo Romney aspirava a una carica negli Stati Uniti: questo evento internazionale era l’occasione
giusta. In veste di manager chiamato a risollevare le sorti dell’organizzazione delle Olimpiadi del 2002,
Romney scelse i collaboratori dagli ambienti che conosceva meglio, assumendo Fraser Bullock, un
collega mormone ed ex partner Bain, come suo direttore operativo.
A Mosca Romney visitò la Piazza rossa e, secondo il suo staff, strinse la mano a Vladimir Putin (l’ufficio
di Putin sostiene però di non avere traccia di tale incontro), mentre durante le riunioni con il presidente
del Comitato olimpico internazionale, Jacques Rogge, amava lasciarsi andare a battute in francese.
Bullock, che ha viaggiato spesso con Romney, ritiene che l’amico e collega fosse profondamente
toccato dalle culture straniere. Tanto che, in occasione di una cerimonia di accensione della torcia
presso l’antica sede dei giochi a Olimpia, Bullock ricorda che a Romney si inumidirono gli occhi
nell’ammirare il volo delle colombe bianche.
©Washington Post /Distribuione Adnkronos
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