Appunti dal diario

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Se ascolto un brano di musica, si apre nel mio
cuore una porta e io lascio entrare il fiume di
suoni. Mi lascio trascinare da essi. Lascio che risveglino in me sentimenti ed emozioni. Ascolto
quello che il compositore ha da dirmi. Alla fine un
senso di appagamento, di benessere mi riempie.
È come se avessi ingerito un alimento corroborante, come se mi fossi riempita gli occhi di bellezza, e mi sento in pace e in armonia con qualcosa che sfugge e supera la banalità della vita
quotidiana.
Se leggo una musica (le capacità di lettura di
uno spartito fa parte dei miei studi ed è nelle mie
corde), la porta si apre nella mia mente. Se parliamo di composizioni di alto profilo, quali le Fughe
di Bach o le Sonate di Beethoven o ancora le opere di Chopin o le Sinfonie di Brahms e altri, resto Carl Vilhelm Holsoe «Donna al pianoforte»
stupita dalla genialità dei temi, dalla capacità della loro elaborazione, dagli artifici armonici, dal meticoloso lavoro artigianale di alcuni passaggi strumentali e dalla perfezione di alcune forme che nascono in maniera assolutamente
naturale da una semplice idea generatrice.
È vero che parliamo di esseri eccezionali, ma sono pur sempre uomini. Tutte queste scoperte
nella lettura e nell’analisi di un testo musicale mi riempie di gratitudine verso Colui che ha
dato all’uomo (naturalmente non a tutti) la capacità di manipolare, plasmare e trasformare
semplici elementi in opere, talvolta, di sovrumana bellezza.
Se però suono questa musica, da sola o anche insieme ad altri, e il mio cuore, la mia
mente e le mie mani (che per tanti anni si sono allenate) si uniscono ed affrontano uno
spartito musicale, avviene il miracolo. A poco a poco prende vita un essere che è stato generato da un creatore, ma ha bisogno di qualcuno che lo faccia rivivere, gli restituisca le sue
autentiche fattezze, la sua anima e il suo spirito, che deve essere solo il suo e non di colui
che lo interpreta. Il mio io allora diventa piccolo, sparisce quasi. Entra in me l’io dell’autore,
mi dono a lui: palpito, gioisco, soffro insieme a lui. È una donazione di me.
Dice Barenboim che suonare è un po’ come fare all’amore. È vero! Ma l’esperienza può
avere due risultati: se lo fai per te stesso ne esci distrutto, se lo vuoi dare agli altri, allora ti
senti unito a chi ti ascolta, percepisci il suo silenzio, impari a vivere nel suo cuore, nelle sue
emozioni, che sono poi anche le tue, e un senso di appartenenza ad un unico mondo ti
avvolge. Se non ci fosse chi ti ascolta e vive insieme a te, contemporaneamente, le stesse
emozioni, se non ci fosse stato chi ha carpito al mondo spirituale le sue idee e le ha tradotte
in suoni meravigliosi, ed infine se non ci fossi tu che con il tuo studio, il tuo sacrificio, puoi
riempire quest’attimo di tempo riportando in vita l’essere di questa musica, il miracolo non
avverrebbe.
Tutto dipende però dal saperlo riconoscere ed accogliere.
Serenella
L’Archetipo – Aprile 2013
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