NewsMagazine n. 4 - Dipartimenti - Università Cattolica del Sacro

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NewsMagazine n. 4 - Dipartimenti - Università Cattolica del Sacro
UNIVERSITÀ CATTOLICA – MILANO
Dipartimento di Sociologia
Gruppo Interstizi e Intersezioni
Newsletter n. 4
Inverno 2006
Love one another, but make not a bond of love:
Let it rather be a moving sea between the shores of your souls
(Khalil Gibran)
Cari destinatari,
ecco la nuova Newsletter n.4, che continua a cogliere e raccogliere eventi e riflessioni sui fenomeni interstiziali e le occasioni trasversali, le intersezioni significative tra prospettive disciplinari diverse. I materiali sono stati strutturati in
quattro aree: Incontri, Libri & Scritti, Arte & Comunicazione, Vita quotidiana. Abbiamo il piacere di ospitare contributi
di colleghi italiani e stranieri, fra cui segnalo quello di S.Roché, profeticamente scritto poco prima dei disordini nelle
periferie francesi. Scriveteci, fateci avere le vostre reazioni al ‘Pensiero interstiziale’ che stiamo sviluppando, inviateci
vostri contributi per la prossima Newsletter (possibilmente di non oltre 1500-1800 lettere).
Molto cordialmente.
Giovanni Gasparini
SOMMARIO
1. Incontri
- Convegno Ais “Incerto quotidiano” (L. Balbo)
- Festival del silenzio (N. Polla-Mattiot)
-Soror mea, sponsa mea (F. Rigotti)
- Comunicazione per/da Edgar Morin e Gianfranco Bettetini (C. Pasqualini)
- Pensare il tempo (G. Gasparini)
2 Libri & Scritti
- Sirene, spazi e passaggi liminari (L. Mancini)
-Mi diceva la maestra: “Lascia a casa l’indiano che è in te!” (G. Salvioni)
- PLINT. Il Piccolo Libro degli INTerstizi (C. Pasqualini)
3. Arte & Comunicazione
- Film “La sposa cadavere” (P. Aroldi)
- Gli interstizi dal punto di vista progettuale (H. Höger)
- Il museo delle Alpi di Bard (E. Camanni)
4. Vita quotidiana
- Interstizi urbani e disordini (S. Roché)
- Il caso delle periferie francesi (C. Pasqualini)
- Esercitazioni antiterrorismo nelle città italiane (F. Introini)
Pubblicazioni recenti
I nostri recapiti
1. Incontri
Convegno AIS “Incerto quotidiano” (Napoli, 10-11 novembre 2005)
Congressi, cerimonie ufficiali, convegni: in ognuna di queste situazioni sono previsti degli interstizi, sono
anzi queste le occasioni che soprattutto si anticipano, per rinsaldare o stabilire rapporti, commentare, criticare, o almeno rilassarsi (tutte cose difficili nelle parti più formali di questi incontri). Per alcuni, c’é la possibilità di fumarsi una sigaretta. Nel corso dei convegni universitari ci sono appunto coffee-breaks e cene, ma
anche momenti “accademici” concepiti proprio come interstiziali: sono i workshop. Nel convegno della sezione “Vita Quotidiana” dell'Associazione Italiana di Sociologia, tenuto a Napoli il 10 e 11 novembre scorso,
questi erano i temi dei workhops (pensati e vissuti come ambiti di riflessione nuovi rispetto ai percorsi più
consolidati della disciplina): noi/loro, routine/innovazione, certezze/incertezze, lentezza/velocità, normalità/anormalità, qui/altrove. Appunto questi spazi hanno mostrato che nella sociologia italiana questo filone di
studi, consolidatosi in vent’anni di attività, è tutto sommato “giovane”: percorsi inediti si aprono, c'é voglia
di innovare, i più giovani battono strade inconsuete. Nelle sedute plenarie la parola è andata (o se la sono
presa) quelli delle generazioni accademicamente consolidate. Ma molti ricercatori giovani (come età sia anagrafica sia accademica) hanno presentato le loro ricerche nei workshops, mettendo in comune approcci e risultati non scontati e aprendo momenti di dibattito molto vivaci. Aggiungo che anche nel corso delle presentazioni "da plenaria" qualche segnale interstiziale c’è stato: in particolare mi viene in mente questo. Due volte, al fluire delle parole (inevitabile, in queste occasioni); si è sostituita/affiancata la proiezione di immagini.
Ian Chambers - nel portare la riflessione sugli aspetti drammatici del colonialismo e cosa questo possa significare per l’esperienza della modernità - ha proposto uno straordinario un quadro di Turner. E per concettualizzare il vivere delle donne adulte sono stati proiettati forme e colori di quilts e patchwork, creazioni proposte anche come metafora dell’apprendere nel nostro tempo, il lifelong learning. Interstizi inaspettati, questi, e
stimolanti, nella vita quotidiana dei partecipanti a un convegno.
Laura Balbo, Università di Ferrara
Festival del silenzio (Vicenza, 4-6 novembre 2005)
Tre giorni di incontri, convegni, installazioni artistiche, conversazioni letterarie, percorsi naturalistici dedicati al silenzio. Il silenzio come valore e come strumento: da riscoprire nel quotidiano e soprattutto da reinserire nel tessuto urbano proprio in quanto bene primario, divenuto ormai troppo raro. Nelle città il tasso di inquinamento acustico è crescente e i nostri ritmi di vita sono sempre meno attenti al bisogno di pause, sospensioni, spazi di non-rumore e non-attività. Partendo da questa osservazione, si è svolta a Vicenza la prima edizione del Festival del silenzio, un esperimento controtendenza per indagare quali strategie silenziose si possono inserire e applicare nella realtà di tutti i giorni per modificare abitudini ambientali, politicoamministrative, mentali. Nato da un’idea di Cristiano Seganfreddo e Massimiano Bucchi, con la supervisione
scientifica di Nicoletta Polla-Mattiot, il Festival ha suscitato grande interesse sia per la partecipazione del
pubblico agli incontri sia per la risonanza dell’iniziativa sulla stampa locale e nazionale. Già dalla fine di ottobre, circa duemila bandiere con la scritta “Silenzio” sono state distribuite ai cittadini di Vicenza che le
hanno esposte su finestre, balconi, vetrine. La manifestazione è stata inaugurata venerdì 4 novembre dal convegno “Riscoprire il silenzio” nel corso del quale Nicoletta Polla-Mattiot, autrice dell’omonimo libro (edito
da Baldini Castoldi Dalai), l’audiologo Antonio Arpini e il presidente di Città Slow Roberto Angelucci hanno presentato il “Manifesto delle Città del silenzio”. Fra i tanti incontri e dibattiti: la “Cena del silenzio” con
la scrittrice Camilla Baresani, la tavola rotonda “Il silenzio e i media” in cui diversi giornalisti di testate nazionali si sono confrontati sull’uso della pausa nella comunicazione; la conferenza dell’astrofisico Andrea
Possenti sul “Silenzio nello spazio”; il percorso guidato tra le architetture silenziose di Kazuyo Sejima e
Ryue Nishizawa alla Basilica Palladiana. Interessante anche il concorso riservato ai giovani: “Definisci il silenzio in 160 caratteri” (info: www.festivaldelsilenzio.org).
Nicoletta Polla-Mattiot, Milano
Soror mea, Sponsa mea (Bologna, 22-23 ottobre 2005)
Le monache di clausura arredavano gli interstizi. Questo, tra l’altro, abbiamo appreso al convegno internazionale di studi ‘Soror mea, Sponsa mea. Arte e musica nei conventi femminili in Italia tra Cinque e
Seicento’, tenutosi a Bologna nei giorni 22-23 ottobre 2005. In quella occasione la storica dell’arte inglese
Helen Hills ci ha raccontato infatti come le monache costrette alla clausura – una forma di segregazione del
corpo e dello spirito introdotta nella istituzione ecclesiastica da San Carlo Borromeo – private della possibili-
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tà di vedere persone estranee al convento e persino di assistere di persona alle funzioni sacre, le monache escluse dall’esterno secolare insomma, cercassero di umanizzare almeno l’interno monastico. Ravvivavano
cioè, nei limiti del possibile, gli spazi domestici loro concessi, che non erano certo gli ampi saloni del mondo, “addomesticando” la vita e attuando la regola negli stretti interni interstiziali in cui si svolgeva la loro
pallida esistenza. Così i matronei delle chiese e i lunghi corridoi murati dei conventi, nei quali si aprivano
finestrelle a grata dalle quali le recluse potevano assistere alle funzioni sacre, venivano da loro riempiti e decorati con canterani, tavoli, consolles, poltrone e divani, armadi, librerie, quadri. Creatività, il tuo nome è
donna.
Francesca Rigotti, Università della Svizzera Italiana, Lugano
Comunicazione per/da Edgar Morin e Gianfranco Bettetini (Milano, 12 dicembre 2005)
Al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano – un contesto tanto insolito quanto affascinante – si è svolta la cerimonia di consegna del “Premio per la Comunicazione TMT –
Tecnologia, Media, Telecomunicazioni”, organizzata da Enterprise Digital Architects. La presente edizione
ha visto la premiazione tra gli altri di Gianfranco Bettetini, Professore emerito di Teorie e Tecniche delle
Comunicazioni di Massa presso l’Università Cattolica di Milano e di Edgar Morin, sociologo francese e direttore emerito al CNRS di Parigi, i quali si sono distinti in questi anni a livello internazionale nello studio
della comunicazione e dei media. Se infatti Bettetini ha segnato la strada ad una “corrente” di studi sulla semiotica dei media, Edgar Morin, sin dagli anni Cinquanta, con gli scritti pionieristici di matrice socioantropologica sul cinema e la cultura di massa ha dato inizio ad un filone di studi che ha trovato terreno fecondo non solo in Francia ma anche in Italia. Edgar Morin, in quanto studioso polivalente e transdisciplinare,
e in questo senso “interstiziale”, ha saputo cogliere i nessi tra aspetti differenti della vita quotidiana, interessandosi non da ultimo al ruolo della cultura di massa nella costruzione dell’immaginario collettivo sottolineando in tempi non ancora sospetti, lo spazio che i media, di lì a pochi anni, avrebbero assunto nella vita quotidiana degli individui. L’interstizialità di Edgar Morin si gioca su due piani differenti e intercomunicanti: da
un lato la metodologia complessa e interdisciplinare impiegata nello studio dei fenomeni sociali, dall’altro
l’attenzione anche alle piccole cose della vita quotidiana. Non a caso egli scrive nel volume autobiografico I
miei demoni (1999): “Io cerco d’esser cólto interessandomi non solo ai grandi scritti letterari e ai problemi
fondamentali affrontati dalle scienze, ma anche ai mille piccoli dettagli di cui è intessuta la vita quotidiana”.
Insomma: un riconoscimento a due studiosi che si sono parlati in questi anni, a due brillanti carriere che hanno riconfermato, ancora una volta in questa circostanza, la fecondità e l’importanza di proseguire
nell’approfondimento dei sentieri da loro tracciati.
Cristina Pasqualini, Università di Bergamo
Pensare il tempo (Mirandola, 26-27 novembre, 3-4 dicembre 2005)
A cento anni dalla formulazione della teoria della relatività di Einstein, il comune di Mirandola e il Centro
Internazionale ‘Giovanni Pico della Mirandola’, che si ispira al glorioso passato di questo centro posto tra
Emilia e Veneto, hanno organizzato un articolato incontro di riflessione sul tempo che si è protratto per due
fine-settimana e ha visto succedersi nella Sala Granda del Palazzo comunale e nell’antico teatro di Mirandola le conferenze di dodici tra i maggiori studiosi italiani del tempo a diversi livelli (in ordine di comparsa,
M.Ferraris, U.Bottazzini, G.Gasparini, A.Oliverio Ferraris, S.Bergia, V.Fano, P.Fabbri, A.Spartani,
E.Boncinelli, G.Ferroni, L.Ruggiu e G.Giorello). L’interesse dell’iniziativa, di cui va dato merito agli organizzatori, è quella di aver saputo affrontare la tematica del tempo in un’ottica trasversale e ‘intersezionale’,
offrendo agli intervenuti e ai relatori stessi la possibilità di confrontarsi, a partire dalla tematica temporale,
con prospettive distinte ma reciprocamente fertilizzabili come quella della filosofia e della fisica, della matematica e dell’epistemologia, della sociologia e della letteratura. Si è trattato di un’occasione singolare, unica finora in Italia su questa tematica, che fa ben sperare in altri futuri ‘Incontri di Mirandola’ animati da una
logica di dialogo aperto tra prospettive e tradizioni disciplinari diverse, che è così rara e carente nel nostro
paese.
Giovanni Gasparini, Università Cattolica, Milano
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2. Libri & Scritti
Sirene, passaggi e spazi liminari
Riflessioni a margine del libro Il rovinoso incanto. Storie di Sirene antiche di Loredana Mancini, Bologna,
Il Mulino 2005.
Riemerso dal regno dei morti, giunto quasi al termine del suo lungo stato di erranza (ma gli dei avrebbero poi
deciso diversamente …), prima di rientrare nel consorzio umano Odisseo deve affrontare una delle prove più
difficili, la sua “ultima tentazione”: il canto delle Sirene. Esso incarna una terribile minaccia: la sua dolcezza
provoca l’oblio, sottrae chi lo ode al corso della sua stessa storia, lo proietta per sempre nel limbo dei senza
nome, alla frontiera tra la vita e la morte. Al di là dell’eccezionalità del racconto omerico, l’incontro con le
Sirene era un’esperienza (metaforica ma non solo) che qualunque uomo greco poteva aspettarsi di compiere:
Sirene di pietra poste sulle tombe rappresentavano il visibile sonoro della morte, ovvero incarnavano il lamento rituale sul cadavere senza il quale il morto non poteva dirsi veramente morto. Anche in letteratura il
canto delle Sirene guida il defunto nel suo viaggio alle dimore di Ade (Eschilo) o alle beatitudini astrali
(Proclo), garantendo il buon esito del trapasso (inteso appunto come passaggio). Allo stesso modo, canore
Sirene presenziavano, sotto il segno di Artemide, all’apprendistato delle adolescenti, essendo parthenoi, vergini, esse stesse (Euripide, Apollonio Rodio): donne incompiute, come la loro stessa iconografia di donneuccello tradisce. Nella Sirena il simbolismo dell’ibrido opera infatti su un doppio livello. Attraverso
l’ambigua collocazione sulla scala biologica, l’ibrido visualizza l’esistenza di una “linea d’ombra” tra umano
e animale, tra civiltà e primitivo, tra ragione e istinto, tra l’identico e l’altro: la componente femminile della
Sirena sottolinea come tale spazio interstiziale, o marginale, nella struttura della cultura greca abbia una polarizzazione al femminile. Dove il controllo della cultura dominante si affievolisce, ad esempio quando ci si
inoltra nelle regioni selvagge (eskatiai) o si varcano i confini tra il noto e l’ignoto, ci si può imbattere nelle
Sirene: nel favoloso Occidente dei viaggi di Odisseo o nel lontano Oriente raggiunto da Alessandro, nei deserti dei padri eremiti o nell’Oceano attraversato dalle caravelle di Colombo. Le Sirene occupano non solo
uno spazio, ma anche un tempo interstiziale, quello “meridiano” (per dirla con Roger Caillois): quando il sole è allo zenit e il tempo è sospeso, quando la ragione è intorpidita e i sensi più accesi, è allora che l’uomo
può trovarsi faccia a faccia con i propri demoni.
Loredana Mancini, Università di Siena
Mi diceva la maestra: lascia a casa l’indiano che è in te!
(da: “Lascia a casa l’indiano che è in te! Memorie di una infanzia indiana” di Joseph H. Suina, “Ethnies
“(Paris), hiver 1992-93, n°14, Vol. 7, 22-29 )
Nota biografica: Joseph H. Suina, indiano pueblo del Pueblo Cochiti, è professore nel dipartimento di
Sc.dell’Educazione dell’Università del New Mexico di Albuquerque.
Negli anni cinquanta dello scorso secolo, un piccolo indiano soffre per il distacco dalla affettuosissima nonna e dal villaggio, il Pueblo Cochiti, per l’ostile disprezzo di alcuni insegnanti bianchi, per il cambiamento
inevitabile che sente avvenire dentro di se e che scorge nell’amato villaggio. In bilico tra due mondi che si
attraggono e si respingono nello stesso tempo, il bambino, anche se confuso, sa che lo spirito dell’antica
cultura i cui è nato lo animerà sempre, e simbolicamente lo porta con sè perché sostanzi la sua identità e un
perenne senso di appartenenza:
“All’età di sei anni dovetti infine lasciare il mio amatissimo villaggio di Cochiti per seguire i corsi di un collegio dell’Ufficio per gli Affari indiani a circa cinquanta chilometri di distanza. Scarpe lucide e vestiti ben
stirati erano all’ordine del giorno. Dovetti adattarmi a ciò e a tutte le altre cose che la scuola mi aveva imposto o che mi aveva strappato. Sottomettermi ad abbandonare la mia casa e il mio villaggio era stata la cosa
più dolorosa. Sembrava però che quanto più crescevo tanto più mi allontanassi dal modo di vivere al quale
sentivo comunque di appartenere totalmente. Provavo piacere a ritrovare il gusto del pane cotto nel forno di
casa, della carne secca e dei tamales che i miei parenti mi portavano. Mi era occorso del tempo per abituarmi
al regime della scuola. Mi mancava la nonna, e mi mancavano anche i miei fratellini e sorelline. Rimpiangevo la mia casa. Avevo una gran voglia di partecipare ancora a una Danza del Bisonte. Sognavo la libertà…”.
Eppure: “Non avrei potuto mai più tornare ai tempi di prima della scuola e di quando non conoscevo ancora
il modo di vivere dell’uomo bianco. Le nuove abitudini e influenze non si sarebbero mai più cancellate e si
sarebbero via via sempre più infiltrate nella mia esistenza. I miei sforzi per dare un senso comune ai due
mondi nei quali vivevo erano dolorosi, ma non avevo altra scelta che compierli. La scuola, la televisione,
l’automobile e tante altre abitudini e tanti altri valori avevano cominciato a sgretolare l’immagine della vita
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semplice, basata sull’aiuto scambievole e la reciprocità, nella quale ero stato allevato. Anche la gente di Cochiti stava cambiando. Le animate veglie delle serate d’inverno, gli scambi tra narratori di storie a persino
alcune cerimonie erano già solo ricordi, ai quali non si faceva riferimento che occasionalmente…Quella domenica, di ritorno dalle mie prime vacanze, lasciai la mia casa per una terribile notte di solitudine. Ma ero
determinato a non piangere. Sulla strada del Pensionato dell’Ufficio per gli Affari indiani serravo con forza
nella mano destra un piccolo bolo di farina di mais che la nonna ci aveva messo secondo la nostra tradizione,
mentre con l’altra mano cercavo di cancellare una lacrima che continuava a rigarmi la guancia”.
Giovanna Salvioni, Università Cattolica, Milano.
Plint. Il Piccolo Libro degli INTerstizi di Gianni Gasparini, Editori Riuniti, Roma, 2005, pp.
197.
Socializzati a pensare al globale, sempre più spesso trascuriamo di considerare quegli eventi, quei frammenti
spazio temporali che, paradossalmente, seppur ancorati alla nostra vita quotidiana, continuano a stupirci inaspettatamente, ovvero mantengono quella dimensione della sorpresa, dimensione che attribuiamo a ciò che
non ci è poi così familiare. Ma è proprio negli interstizi, nelle pieghe del sociale che si innescano processi
innovativi, creativi, irrepetibilmente unici e a volte “devianti”. All’interno del magmatico intreccio di fili
globali, nelle maglie del caos sistemico, microeventi scavano audacemente e carsicamente percorsi paralleli,
incapaci di richiamare la nostra attenzione proprio perché opachi, coperti dalla luce di ciò che li circonda, fin
quando bussano alla nostra coscienza, rompono i nostri equilibri cognitivi e le nostre certezze, richiamandoci
ad una nuova lettura dei fatti o più semplicemente regalandoci una nuova prospettiva, una chiave di lettura
più efficace, una esperienza conoscitiva estetica affascinante. Ecco allora che se interstizio è tutto ciò che
“sta tra” e tutto ciò che non è mainstream, si profila qui la possibilità di un ripensamento conoscitivo a cui fa
seguito una preziosa lezione morale. Riprendendo infatti le mosse dalla proposta avanzata da Gasparini nel
Prologo del suo libro, non è affatto “banale” rimettere in discussione il modo di approcciarsi al mondo e alle
cose. Se decidessimo di mettere al centro la periferia, le piccole cose invece delle grandi, ciò che viene trascurato rispetto a ciò che è ritenuto importante, che cosa succederebbe? Dopo un comprensibile e del tutto
naturale spiazzamento iniziale potremmo infatti imparare molto di più di quanto potremmo perdere dal rinunciare a una simile esperienza. La scommessa sta allora nella nostra disponibilità ad accogliere la sfida,
nel nostro rimetterci in gioco come individui e come studiosi, mantenendo aperta quella che troppo spesso
viene meno negli anni, ovvero la capacità di sorprendersi nel fare ricerca, il dare voce a chi voce non ha, fino
ad arrivare ad ipotizzare con Gasparini “un’arte degli interstizi”, ovvero un modo per valorizzare queste occasioni spazio temporali al fine di migliorare la qualità di vita personale e collettiva.
Cristina Pasqualini, Università di Bergamo
3. Arte & Comunicazione
Film La sposa cadavere (Corpse Bride), regia di Tim Burton; Warner Bros, 2005. sito ufficiale:
http://corpsebridemovie.warnerbros.com
La filmografia di Tim Burton (Edward mani di forbice, Il mistero di Sleepy Hollow, Big Fish, e, sul versante
dell'animazione in stop-motion, Nightmare before Christmas) si è sempre mantenuta sospesa tra questo
mondo - il mondo dei vivi, ma anche della realtà materiale, della quotidianità più o meno razionale e rassegnata- e un altro mondo - il mondo dei morti, o della fantasia, del sogno, del racconto esagerato e incredibile,
dove tutto è possibile: una filmografia programmaticamente interstiziale, verrebbe da dire, di cui la recente
pellicola di animazione La sposa cadavere costituisce l'ultimo esempio.
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Ispirata a una leggenda russo-ebraica del XIX secolo, la vicenda narra infatti l'avventura del sognatore e malinconico Victor, promesso sposo alla dolce Victoria ma incapace di adeguarsi alle convenzioni sociali e al
perbenismo borghese della sua città, al punto di abbandonare le prove generali del matrimonio per rifugiarsi
nella foresta. Come anche in Sleepy Hollow, in Big Fish e in Nightmare, essa costituisce una soglia pronta a
spalancarsi sul mondo dei morti, e Victor si ritrova sposato a una giovane donna, tradita e uccisa il giorno
delle nozze. Trascinato così nell'aldilà, ne sperimenta l'allegria contagiosa e scanzonata e le atmosfere coloratissime che si contrappongono, in modo non convenzionale, al grigiore ipocrita e polveroso della città dei
vivi. Ma l'amore per Victoria è più forte, e Victor, seguito dalla sposa e dall'ampio corteo dei trapassati, varca di nuovo la soglia che li separa dal nostro mondo. E' in questa dialettica, ovviamente, la poetica del film:
un antimondo di scheletri gioiosi e divertiti del proprio macabro decomporsi, in cui però l'amore è capace di
esprimersi fino al sacrificio di sé e della propria passione, contrapposto alla meschinità dei vivi, corpi in realtà già morti perché vittime del calcolo e incapaci di sentimenti, affetti ed emozioni. Un confronto che giunge
alle soglie del conflitto, descritto nelle forme di genere dell'horror movie e disinnescato solo dallo sguardo
non ancora compromesso dei bambini, in grado di riconoscere negli orribili zombie il volto delle persone care, amate e perdute. Come nell'ossimoro del titolo, che affianca gioia e tristezza, amore e morte, è nella ricomposizione degli (apparenti) opposti che si compie la vicenda di Victor e Victoria.
Piermarco Aroldi, Università Cattolica, Milano
Gli interstizi dal punto di vista progettuale: breve spunto per una riflessione
Il vuoto – inteso come spazio non occupato, non riempito – delinea un confine, una separazione più o meno
vasta tra due o più pieni. Siamo abituati, in occidente almeno, a concentrare la nostra attenzione prevalentemente verso i pieni e solo di rado verso i vuoti. I pieni ci sembrano più promettenti, più ricchi di contenuto,
più esaltanti. I vuoti, invece, spesso non sembrano altro che semplici tamponi, spazi trascurati, tralasciati, in
attesa che giunga finalmente un piano, un finanziamento e quindi un intervento per la loro tanto attesa rimozione. La maggior parte dei paesi industrializzati prende le sue decisioni secondo questa visione del mondo
che guarda al profitto, alla fruibilità economica, alla perenne mania di ottimizzare l’esistente. Tale logica –
almeno nel design e nell’architettura - è un’eredità del Movimento Moderno e comporta - per quanto riguarda le nostre città e le più diffuse forme di vita collettiva - la graduale sparizione di vuoti, intesi come zone
non progettate e quindi non ben definite. È lecito interrogarsi sulle conseguenze (fisiche e mentali) della sparizione di simili zone. Chi è convinto dei valori e dei lati positivi, importanti, utili espressi dagli interstizi tra
un pieno e l’altro deve, per forza, interrogarsi su come le discipline progettuali intendano il proprio operare.
Dal punto di vista ecologico, per esempio, un posto lasciato vuoto – nel senso di certi prodotti semplicemente
non realizzati – costituisce quasi sempre un vantaggio. Uno degli obiettivi futuri del product design dovrebbe
essere, allora, non solo di sviluppare, ma anche di evitare nuovi prodotti e creare in questo modo degli interstizi che interrompano la catena (di prodotti e, soprattutto, di ragionamenti). Agendo in questa maniera si
giunge quasi immediatamente a una nuova e più estesa dimensione del progetto – per esempio in direzione di
servizi che sostituiscono prodotti (o almeno il loro possesso). Da diversi anni, infatti, una delle discipline
progettuali più interessanti è costituita dal Service Design (cfr. John Thackara, In the Bubble: Designing in a
Complex World, The MIT Press, Cambridge, Mass., 2005). Ma anche la sempre più ampia digitalizzazione
dei nostri processi comunicativi gioca un ruolo importante in questo contesto, aiutandoci a superare degli interstizi che prima dovevano essere percorsi fisicamente o meccanicamente. Nell’architettura, invece, chi vede un vantaggio nell’esistenza di luoghi plasmabili di giorno in giorno, e per giunta da parte degli stessi abitanti di un quartiere o di una zona urbana, dovrebbe sforzarsi di non occupare tutto il territorio disponibile
con un nuovo progetto, ma di lasciare alcune zone libere, non definite, non dedicate a uno scopo precostituito. Come se fosse possibile disegnare l’interstizio, prevedere ciò che volutamente non è progettato. Esistono,
infatti, gruppi di progettisti – come ad esempio i milanesi Esterni (http://www.esterni.org) – che, in maniera
affine ai Situazionisti, si impegnano in questo senso, anche per quanto riguarda interventi temporanei in contesti urbani già esistenti.
Hans Höger, Libera Università di Bolzano
Il Museo delle Alpi di Bard
Il nuovo Museo delle Alpi del Forte di Bard (Aosta), inaugurato nel gennaio 2006, è nato intorno alla volontà, o alla necessità, di frantumare lo stereotipo per abbozzare, elaborare e infine divulgare una nuova idea del
territorio alpino, sulla scia di quegli studi geografici e antropologici che, sul finire del Novecento, hanno restituito dignità e verità al passato della montagna consentendo di immaginare un futuro emancipato dalla città, ma in stretta interrelazione con essa. Per far questo non era possibile separare in alcun modo le esigenze
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scientifiche dal progetto allestitivo, perché si sarebbe inevitabilmente ricaduti nella spirale dei modelli preconfezionati e perdenti. Era necessario che la “trama” del museo nascesse da un lungo lavoro di sintesi,
scomposizione e ricomposizione, e poi ancora sintesi, fino a creare un impasto in cui la linea di demarcazione tra contenuti e apparati non si distinguesse più. Progettare il Museo delle Alpi è stata una lunga traversata
oltre le apparenze (per usare la definizione della fortunata mostra L’uomo e le Alpi del 1993), è stato come
passare dagli appunti di un saggio alle immagini di un film, o alle sequenze di un racconto, anche se al posto
della pellicola c’erano trenta anguste sale da riempire, e le sale facevano parte di una costruzione alpina straordinariamente seducente ma di arduo accesso (anche interpretativo), e l’arco alpino misurava almeno 1200
chilometri di estensione (1200 chilometri da raccontare), e il film alla fine era il concentrato di almeno
10.000 anni di storia tradotta dagli specialisti per chi specialista non è.
Enrico Camanni, Museo delle Alpi
4. Vita quotidiana
Interstizi urbani e disordini
Come spiegare la frequenza e lo sviluppo dei disordini (‘incivilités’)? Potrebbe essere che lo spazio pubblico,
attraverso i suoi interstizi, favorisca i disordini stessi? Non si tratta di farne l’unica causa: al riguardo, occorre ad es. tener conto della concentrazione della povertà urbana o, per i comportamenti giovanili, della debolezza esercitata dalla vigilanza dei genitori. Ma questo interrogativo stimola anche a volgersi verso lo stato
concreto degli spazi pubblici nelle nostre città, così come verso gli usi che ne vengono fatti. Se per esempio
si fa in modo che le stazioni siano luoghi puramente funzionali senza preoccuparsi della qualità di vita sociale e della loro pulizia, si alimentano i disordini e le loro conseguenze sociali. Le ‘incivilités’ sono vissute
come una prova dell’assenza di sicurezza, della mancanza di un ‘garante dei luoghi’, e questo favorisce lo
sviluppo della delinquenza, specie furti e aggressioni. La costruzione degli spazi collettivi, il modo con cui
sono utilizzati e gestiti, è un punto essenziale delle dinamiche sociali. Lo spazio pubblico, come dimensione
della società borghese o della democrazia, è oggetto di prese di posizioni politiche sulla priorità della cittadinanza. La dimensione spaziale del fenomeno, che vede il luogo pubblico come spazio fisico condiviso, resta
percepita come secondaria e subordinata alla prima accezione, anche se mi sembra che lo spazio pubblico
come spazio fisicamente condiviso sia essenziale alla via comune. Esso presenta un substrato della vita pubblica nel senso politico, essendo luogo di apprendimento delle norme sociali e delle solidarietà, così come –
aggiungerei - del loro opposto. La realtà presenta parecchi spazi collettivi, separati gli uni dagli altri e frammentati in sotto-spazi; le loro regole di uso non hanno alcuna probabilità di costruirsi naturalmente, in quanto
sono soltanto le interazioni sociali a definirle. Una loro caratteristica centrale è che un gran numero di persone circolano nello spazio in questione, o saltano da una scena all’altra; spesso questi spazi sono dominati da
relazioni impersonali, ed emergono due problemi, quello dell’unità (ovvero della minore eterogeneità) degli
spazi collettivi, e quello di chi sia il garante di essi. (V. il volume di S.Roché, Tolérance Zéro? Odile Jacob,
Paris).
Sebastian Roché, Università di Grenoble
Spazi ruvidi
Il radicamento di una popolazione nel suo territorio dipende, per Park, da una ragnatela di relazioni intersoggettive. Ma non solo. Come scriveva von UexKull, come il ragno con la tela, così ogni soggetto intesse relazioni personali con particolari proprietà degli oggetti: i vari fili si intrecciano fino a formare la base
dell’esistenza stessa del soggetto. Il radicamento di identità si coltiva con spazi dell’habitat non guidati rigidamente dalla ossessione lecorbusiana della linea dritta, anzi, recuperando criteri di progettazione urbanistica
dibattuti a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta in Italia: l’urbanistica della scala umana di Bottoni e Musatti e l’idea pivotale – così chicagoan - di ambiente come realtà in divenire, in cui il mutare delle relazioni
trasforma i singoli elementi., la declinazione degli insediamenti urbani, con De Carlo e Michelucci, in termini di spazi ‘collettivi pubblici’ e la rivalutazione di una particolare configurazione di spazi, quelli ‘collettivi
non pubblici’, cui già Terragni aveva dedicato grandi intuizioni. Spazi interni a un perimetro collettivo (un
edificio) ma esterni ai recinti privati delle singole abitazioni, dotati di due qualità strategiche. La più nota è la
capacità di fare da incubatrici all’instaurarsi di relazioni: qualunque sia il capitale economico e umano di un
individuo, il suo capitale relazionale è maggiore là dove esiste uno spazio intermediario. La seconda qualità,
meno nota ma potente, è data da quel coefficiente di riconoscibilità che consente la familiarizzazione di un
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individuo col Sé, in un ambiente conosciuto e inconfondibile. Intensi legami affettivi ‘legano’ il soggetto a
specifici luoghi. Nelle tappe del ciclo di vita il radicamento ai luoghi assume per un individuo una funzione
di salute mentale paragonabile a quella svolta dall’imprinting, l’attaccamento a persone significative. Uno
spazio ruvido, dotato di regioni interstiziali, è dunque contenitore di legami, ma anche terreno ideale per la
guerriglia di resistenza allo straniamento del Sé. Due buoni motivi per ritenere che l’assenza di spazi intermediari esponga a rischio di désaffiliation.
Giuseppe A. Micheli, Università Cattolica, Milano
Il caso delle periferie francesi: una lettura interstiziale
Di luoghi interstiziali se ne è parlato molto in questi mesi. Le periferie e nello specifico quelle francesi sono
state al centro della cronaca proprio in relazione agli eventi recenti che hanno riproposto l’urgenza di alcune
questioni come la pericolosità di alcune zone interstiziali, marginali, abbandonate in cui la coabitazione sul
territorio di culture diverse non sempre equivale ad una reale integrazione. Ecco allora che gruppi giovanili
interstiziali – perché marginali e disagiati – passano improvvisamente dalla latenza alla visibilità, manifestando il loro disagio e malessere attraverso comportamenti collettivi marcatamente devianti rivolti contro il
sistema. Inaspettatamente la periferia fa sentire la sua voce, che il centro sembra ascoltare con preoccupazione. Voce che è stata raccolta, letta e interpretata di recente da due sociologi che hanno espresso la loro opinione su La Repubblica: da un lato Edgar Morin, che vive la situazione da dentro in quanto cittadino francese
e, dall’altro, Ulrich Beck, noto esponente della sociologia tedesca. Entrambi discutono di integrazione in
termini processuali, attribuendo a questa un differente significato: disintegrazione versus integrazione riuscita. Per Morin i protagonisti delle banlieues, ovvero dei luoghi della non appartenenza, sono una generazione
di disintegrati in un paese che non li riconosce, giovani di origine maghrebina cresciuti con una debolissima
consapevolezza di appartenere ad un’identità nazionale. Per il sociologo francese, la soluzione esiste e sembra essere una sola, ovvero: “l’integrazione sociale che passa attraverso un profondo piano di riforme non solo economiche ma anche morali e politiche. Gli adolescenti sono da sempre l’anello debole della società
francese; è dunque necessario risvegliare in loro il sentimento di appartenenza a una nazione, all’Europa,
all’Occidente”. Da parte sua, Beck sottolinea che questi “giovani superflui delle periferie”, questi giovani assimilati e quindi non interstiziali mettono in atto strategie devianti come risposta all’esclusione sociale che li
vede vittime quotidianamente. Di qui, scrive Beck: “non è la mancata integrazione, ma l’integrazione riuscita
o, più precisamente, la contraddizione tra assimilazione culturale e l’emarginazione sociale di questi ragazzi
a nutrire il loro odio e la loro disposizione alla violenza”.
Cristina Pasqualini, Università di Bergamo
Esercitazioni antiterrorismo nelle città italiane
Il “mezzogiorno di fuoco” –questo il nome in codice scelto dalle autorità – ovvero le esercitazioni antiterrrorismo che si sono tenute a Milano il 29 settembre 2005 e che hanno visto coinvolte, tra “comparse” e addetti
ai soccorsi 2000 persone nella simulazione di due attentati terroristici (un esplosione sul Malpensa Express e
una successiva alla fermata Cadorna della Metro2) ha ribadito nel modo più inquietante la valenza euristica
che il binomio latenza/visibilità – e in particolar modo la latenza – ha nella descrizione-comprensione della
società contemporanea. Un paradosso, a ben pensarci, in un frangente storico in cui le evoluzioni del costume sembrerebbero far pensare ad una società dell’outing e del coming out. Dei Talk show e dei Reality che
tutto svelano. In una società in cui antichi tabù, sessuali e politici hanno guadagnato, pur snaturandone il senso, la sfera e la visibilità pubbliche. In una società che, per dirla col titolo di un noto phamplet di Vattimo, la
comunicazione mediatica prometteva di rendere trasparente. Eppure, cosa più del nuovo volto del terrorismo
globale è lì a ricordarci l’imprescindibilità dell’invisibile? Un invisibile doppiamente forte, perché oltre a
sottrarsi alle nostre possibilità di controllo, costringe l’altro – cioè noi – ad esporci, come di fatto è avvenuto
con questa simulazione. Chi è tattico? Chi è strategico, chiederemmo a de Certeau? Cicerone, condensando
in una massima il pragmatismo cinico della pax romana diceva che, se si vuole la pace, occorre preparare la
guerra. Il ribaltamento cui siamo costretti a sottoporre questo motto – che finisce per suonare più o meno così: anche se non vuoi la guerra preparati a proteggerti – che rivela tutta la nostra fragilità potrebbe essere posto ad esergo all’esperienza vissuta dalla città di Milano. Un evento derubricato dai media di massa come
mera “cronaca”, con tanto di spazio a commenti di colore: ricordo la dichiarazione rilasciata ad una ragazza
coinvolta nella simulazione (La Repubblica, 30.9.2005) rivelarsi fiera dell’enorme scheggia che le trapassava
il cranio che – così diceva – avrebbe tenuto anche in discoteca, la sera stessa. Potere del Carnevale. E, in
fondo, per fortuna! Ma l’evento al di là delle oggettive valutazioni circa l’efficienza o meno dei nostri servizi
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di pronto soccorso, pareva più dolorosamente essere una sorta di tacita, rassegnata e consapevole risposta ad
una (non altrettanto) tacita interprellazione: avanti un altro!
Fabio Introini, Università Cattolica, Milano
Pubblicazioni recenti
D. Demetrio, Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina, Milano,
2005.
G. Gasparini, Cento aquiloni. Un poemetto, Schewiller, Milano, 2005.
E. Morin, Etica. Il Metodo 6, Raffaello Cortina, Milano, 2005.
F. Tomatis, Filosofia della montagna, Bompiani, Milano, 2005.
I nostri recapiti
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