1945: Guerra al Giappone, sulla carta naturalmente

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1945: Guerra al Giappone, sulla carta naturalmente
Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
1945: Guerra al Giappone, sulla carta naturalmente
Inviato da Redazione
domenica 29 marzo 2009
Ultimo aggiornamento venerdì 03 aprile 2009
Sergio Romano, 1945: Guerra al Giappone, sulla carta naturalmente, in «Corriere della Sera», 18 febbraio 2009, p.
41.  Ho scoperto che nel luglio del 1945 l’Italia dichiarò guerra al Giappone. Mi può spiegare le motivazioni che
portarono a questa decisione, per me assolutamente incomprensibile? Karina Sparks [email protected]Â Cara
Signora, La dichiarazione di guerra ebbe luogo il 15 luglio, durante il breve governo di Ferruccio Parri, quando il conflitto
in Europa era terminato ormai da più di tre mesi. Si trattò di una decisione simile per molti aspetti alla dichiarazione di
guerra contro la Germania dell’ottobre 1943 con cui l’Italia cercava di conquistare la condizione dell’alleato e di pren
un posto al tavolo della pace. Ma fra due avvenimenti esiste pur sempre una differenza. Nel caso della Germania il
governo Badoglio offriva la collaborazione delle sue forze militari e i sacrifici in vite umane che ciò avrebbe potuto
comportare. Nel caso del Giappone la dichiarazione di guerra non ebbe alcuna rilevanza pratica e non avrebbe potuto
averla, verosimilmente, nemmeno se il Giappone fosse riuscito a resistere ancora per alcuni mesi. Non esistevano corpi
militari, navi e aerei italiani disponibili e attrezzati per operazioni di guerra in Asia Orientale. Il governo Parri lo sapeva,
ma ritenne che questo gesto simbolico avrebbe collocato l’Italia fra le Nazioni Unite, garantito un migliore trattato di pace
e assicurato al Paese l’ingresso all’Onu. Le attese del governo andarono deluse. L’Italia continuò a essere conside
Paese sconfitto, il Trattato di pace fu punitivo e l’ingresso all’Onu avvenne soltanto verso la metà degli anni Cinquanta,
insieme ad altri Stati, dopo un lungo negoziato fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.
Alcuni lettori, qualche tempo fa, mi hanno chiesto se le due dichiarazioni di guerra, alla Germania e al Giappone,
abbiano avuto per conseguenza un trattato di pace italo-tedesco e un trattato di pace italo-giapponese alla fine del
conflitto. Ebbene, no. Come mi ricordò lo storico Pietro Pastorelli e come spiegai ai miei lettori, le due dichiarazioni di
guerra erano, come si dice in termini giuridici, «nulle e non avvenute». L’armistizio che il generale Castellano firmò con
gli Alleati a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre 1943, conteneva soltanto alcune clausole essenziali e fu definito «breve».
Ma il 25 settembre, il capo del governo Pietro Badoglio firmò a Malta un armistizio più particolareggiato che fu definito
«lungo», in cui una clausola affermava che l’Italia sarebbe stata priva, sino alla fine della guerra, di qualsiasi libertà e
potere in materia di politica estera. Era un Paese sconfitto, occupato da due eserciti che si stavano combattendo, e ogni
suo atto internazionale sarebbe stato efficace soltanto se esplicitamente approvato dai vincitori. Badoglio prima e Parri
poi sperarono che il fatto compiuto sarebbe stato accettato e sarebbe servito comunque a diffondere nel mondo
l’immagine di una nuova Italia. Temo che sia stato invece registrato con una certa ironia e relegato nel novero delle
notizie senza importanza.
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