`O mellone chino `e fuoco

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`O mellone chino `e fuoco
’O mellone chino
’e fuoco
Venditori e “Voci” di Napoli
Di Luciano Galassi
www.vesuvioweb.com
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Venditori di carne cotta e di trippa
(carnacuttaro e trippaiuolo)
Ecco come Vincenzo Digilio ha riportato la scenografia messa in atto dai carnacottai: pezzi di testina
di vitello e zampe di maiale decorticate (il tutto lessato precedentemente) sono infilzati in bell’ordine su
acuminati ferri cromati in punta ai quali svetta un limone, preferibilmente di Sorrento. Insieme alle testine vi è anche la trippa lessa, suddivisa a seconda dei
vari tipi.
Il cliente chiede il pezzo desiderato e il venditore,
con un affilato coltello, lo taglia, lo pone su di un foglio di carta oleata, ci versa su il sale contenuto in un
corno cavo di bue e infine lo asperge di abbondante e
profumato succo di limone: la delizia è pronta per essere consumata avidamente sul posto, perché non
avrebbe senso portarla a casa e mangiarla con piatto, coltello e forchetta… Tutt’un altro sapore.
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Carni bovine e carni suine vendute insieme
Cà sta ’o carnacuttaro!
Qui c’è il venditore di carne cotta!
’A matrice, callo ’e trippa, père ’e puorco, magnate!
Le interiora, callo di trippa, zampa di maiale, mangiate!
Carni macellate è unita al muscolo; qui è la parte più spessa dello stomaco
dei bovini.
Callo ’e trippa, pèr’ ’e puorco; ’o père e ’o musso, magnàte!
Callo di trippa, zampa di maiale; la zampa e il muso, mangiate!
’Na còtena e ’na fresella. ’A matrice e ’o call’ ’e trippa.
Pasca’, cammina!
Una cotenna di maiale e una fetta di pane biscottato. Le
interiora e il callo di trippa! Pasquale, cammina!
Qui è citato Pasquale, ma il nome veniva sostituito ogni volta con quello del santo del giorno: era un accorgimento come un altro per accattivarsi la clientela, facendo in modo
che nessuno si potesse dimenticare del santo celebrato dal
calendario.
’O broro ’e carnacotta, ’na còtena e ’na fresella!
Il brodo di carne cotta, una cotenna [di maiale] e una fetta
di pane biscottato!
Tengo ’a matrice, ’o musso, belli piede ’e puorco!
Ho le interiora, il muso, belle zampe di maiale!
Tengo ’o musso, ’o pèr’ ’e puorco e ’o callo ’e trippa!
Ho il muso, la zampa di maiale e il callo di trippa!
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Solo carne bovina
’A matrice e ’o callo ’e trippa!
Le interiora e il callo di trippa!
Broro ’e trippa, broro ’e trippa, vevite!
Brodo di trippa, brodo di trippa, bevete!
Chi vo’ zizze ’e vitelle, grasse, fresche e tennerelle?
Chi vuole mammelle di vitelle, grasse, fresche e tenerelle?
È de vitella ’o fécato!
È di vitella il fegato!
Carlo Del Balzo in uno scritto di fine Ottocento così descrive colui che lancia
quest’ultima “voce”: «Il carnacottaio passa con una pertica, messa a croce
sull’omero destro, dalla quale penzola la carne infilata con giunchi, e grida: “È
de vitella ’o fécato!”».
Fattella caso e ova, ’a trippa!
Fàttela con formaggio e uova, la trippa!
’Na bella lengua, ’nu piezzo ’e mascariello!
Una bella lingua (vaccina), un pezzo di guancia (bovina)!
’N’atu père ’e vitella, fatto a zuppa!
(Mi è rimasta soltanto) un’altra zampa di vitella, cucinata a zuppa!
’Na zuppetella ’e trippa, ’a vitella, ’o fecato!
Una zuppetta di trippa, la vitella, il fegato!
’Na zuppetella ’e trippa! Comm’è callosa ’sta trippa!
Una zuppetta di trippa! Come è callosa questa trippa!
Sale e pepe ’o musso cuotto, sale e pepe!
(Con) sale e pepe il muso bollito [di vaccino], (con) sale e pepe!
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Per Giuseppe Marotta la trippa «a Napoli, non è alimento di soli spiantati». «Nei mesi caldi, sul tardi, perfino le strade principali accolgono bottegucce portatili di
trippa bollita…». I signori si fermano a queste bottegucce «e ne acquistano una fetta, spruzzata di sale e di limone: una coccarda, un nastrino che dura tre passi, un
cotillon dell’appetito, un capriccio. Quante volte gustai
così, quasi all’alba, una buccola della trippa, più tumida
e fresca, sotto un quarto di luna che aveva lo stesso lontano e arguto sapore!».
Da buon napoletano che aveva sofferto la fame, Marotta prosegue con un’elegia della trippa tutta sopra le
righe: «È… un sapore lungo e maia rozzo che accompagna sull’intero percorso le difficili spedizioni alle terre
della sazietà. È alla base dei sapori, il primo sapore come Adamo fu il primo uomo. Dove vogliamo andare con
esso? È lento ma forte, ha le ruote senza raggi dei carri
d’Israele, simili a màcine: può trasferirci in poche migliaia d’anni dovunque. Una sensazione remota nel passato e nel futuro, nauseante e squisita, ci deriva dal sapore della trippa: la sensazione di possedere esclusivamente il nostro corpo».
E ancora: «Che sarebbe l’uomo se non avesse… i morbidi cerchi d’interiora che qui vediamo sul banco? Guardate che disegno, che impianto e che ornato… fregi, rosoni, spirali: c’è il principio di qualunque arte e di qualunque sentimento, nella trippa!».
Ma già Filippo Sgruttendio (prima metà del 1600), nel
terzo sonetto della “quarta corda” de La tiorba a taccone, aveva sciolto un’ode e un’invocazione A la bella trippaiola, Zoè, che benneva trippa (Alla bella trippaiola, Zeza, che vendeva trippa)
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Zeza tu me si’ fatta trippaiola,
e vinne trippa ianca e tennerella
sulo pe’ deventare mariola
ca, danno trippa, arruobbe curatella.
Io de sta trippa ne vurrìa ’na fella,
quanno me nce sedogno quacche mola,
no’ me fa’ fare chiù la sputazzella,
famme passare tanta cannavola.
Nun so’ chiù ommo,cride, ma cocùlo,
vedenno ca ’sta trippa chiù me strippa
de suglia, de vregara o pontarulo.
Chest’arma sparafonna, e se n’allippa,
e pe’ gulìo te manna ’n’agliarulo,
si nun le daie ’nu poco de ’sta trippa.
Adesso, Zeza, fai la trippaiola / e vendi trippa bianca e tenerella / solo
per diventare una mariola / ché, dando trippa, rubi coratella. / Di questa
trippa io vorrei una fetta / sol per ungere un po’ qualche molare, / non mi
far fare l’acquolina in bocca, / fammi passare tanto desiderio. / Non son
più uomo, credi, ma un babbeo, / vedendo che ’sta trippa mi sbudella / più
di lésina, trapano o stiletto. / Quest’anima sprofonda, e se la svigna, / e
per desìo ti manda un orzaiuolo / se non le dài un po’ di questa trippa.
curatella = polmone, frattaglia di animale (ma qui c’è un gioco di parole con
“core”).
cannavola = golosità, forte desiderio.
cocùlo = cucùlo, cucù (ornit.); figurativamente “babbeo” e simili.
agliarulo = orzaiolo. Una leggenda vuole che siano colpiti da questo
male agli occhi coloro che non soddisfino una voglia di donna incinta.
D’altra parte, che l’orzaiuolo sia connesso alla sfera sessuale è provato dal
detto “tene’ l’agliarulo chino”, riferito a chi da lungo tempo non percorre i
sentieri di Venere.
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