La verità che non può dire

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La verità che non può dire
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La verità che non può dire
Inviato da Giuseppe D'Avanzo da "La Repubblica"
mercoledì 24 giugno 2009
Ultimo aggiornamento martedì 30 giugno 2009
Berlusconi
esige da noi, per principio e diritto divino, come se davvero fosse
"unto dal Signore", la passiva accettazione dei suoi
discorsi. Pretende che non ci siano repliche o rilievi alle sue
parole. Reclama per sé il monopolio di un'apparenza che si cucina in
casa con i cuochi di famiglia. Senza contraddittorio, senza una
domanda, senza un'increspatura, senza la solidità dei fatti da lui
addirittura non contraddetti, senza un estraneo nei dintorni. Vuole
solo famigli e salariati. Con loro, il Cavaliere frantuma la realtà
degradata che vive. La rimonta come gli piace a mano libera e ce la
consegna pulita e illuminata bene. A noi tocca soltanto diventare
spettatori - plaudenti - della sua performance. Berlusconi ci deve
immaginare così rincitrulliti da illuderci di poter capire qualcosa
di quel che accade (è accaduto) non servendoci di ciò che sappiamo,
ma credendo a ciò che egli ci rivela dopo aver confuso e oscurato
quel che già conosciamo. Quindi, via ogni fatto accertato o da lui
confessato; via le testimonianze scomode; via documenti visivi; via i
giornalisti impiccioni e ostinati che possono ricordarglieli; via
anche l'anchorman gregario e quindi preferito; via addirittura la
televisione canaglia che da una smorfia può rivelare uno stato
d'animo e una debolezza.
Berlusconi,
che pare aver smarrito il suo grandioso senso di sé, si rimpannuccia
sul divano di casa affidandosi alle calde cure del direttore di Chi.
Insensibile alle contraddizioni, non si accorge dell'impudico
paradosso: censurare i presunti pettegolezzi dalle colonne di un
settimanale della sua Mondadori, specializzato in gossip. Dimentico
di quanto poca fortuna gli abbia portato il titolo di Porta a Porta
(5 maggio) "Adesso parlo io" (di Veronica e di Noemi), ci
riprova. "Adesso parlo io" strilla la copertina di Chi. Il
palinsesto è unico.
In
un'atmosfera da caminetto, il premier ricompone la solita scena
patinata da fotoromanzo a cui non crede più nessuno, neppure nel suo
campo. La tavolozza del colore è sempre quella: una famiglia unita
nel ricordo sempre vivo di mamma Rosa e nell'affetto dei figli;
l'amore per Veronica ferito - certo - ma impossibile da cancellare;
la foto con il nipotino; una vita irreprensibile che non impone
discolpa; l'ingenuità di un uomo generoso e accogliente che non si è
accorto della presenza accanto a lui, una notte, di una "squillo"
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di cui naturalmente non ha bisogno e non ha pagato perché da macho
latino conserva ancora il "piacere della conquista".
Acconciata
così la sua esistenza che il più benevolo oggi definisce al
contrario "licenziosa", chi la racconta in altro modo non
può essere che un "nemico". Da un'inimicizia brutale sono
animati i giornali che, insultati ma non smentiti, raccontano quel
che accade nelle residenze del presidente. Antagonisti malevoli,
prevenuti o interessati sono quegli editori che non azzittiscono
d'imperio le loro redazioni. C'è qualcosa di luciferino (o di
vagamente folle) nella pretesa che l'opinione pubblica - pur
manipolata da un'informazione servile - s'ingozzi con questo
intruglio. Dimentico di governare un Paese occidentale, una società
aperta, una democrazia (ancora) liberale, il capo del governo pare
convinto che, ripetendo con l'insistenza di un disco rotto, la
litania della sua esemplare "storia italiana" possa
rianimare l'ormai esausta passione nazionale per l'infallibilità
della sua persona. È persuaso che, mentendo, gli riesca di
sollecitare ancora un odio radicale (nell'odio ritrova le energie
smarrite e il consenso dei "fanatizzati") contro chi
intravede e racconta e si interroga - nell'interesse pubblico - sui
lati bui della sua vita che ne pregiudicano la reputazione di uomo di
governo e, ampiamente, la sua affidabilità internazionale.
Berlusconi sembra non voler comprendere quanto grave - per sé e per
il Paese - sia la situazione in cui si è cacciato e ha cacciato la
rispettabilità dell'Italia. Ha voluto convertire, con un tocco
magico e prepotente, le "preferite" del suo harem in
titolari della sovranità popolare trasformando il suo privato in
pubblico. Non ha saputo ancora spiegare, dopo averlo fatto con parole
bugiarde, la frequentazione di minorenni che ora passeggiano,
minacciose, dinanzi al portone di Palazzo Chigi. Ha intrattenuto
rapporti allegri con un uomo che, per business, ha trasformato le
tangenti alla politica in meretricio per i politici. Il capo del
governo deve ora fronteggiare i materiali fonici raccolti nella sua
stanza da letto da una prostituta e le foto scattate da
"ragazze-immagine", qualsiasi cosa significhi, nel suo
bagno privato mentre ogni giorno propone il nome nuovo di una
"squillo" che ha partecipato alle feste a Villa Certosa o a
Palazzo Grazioli (che pressione danno a Berlusconi, oggi?).
La
quieta scena familiare proposta da Chi difficilmente riuscirà a
ridurre la consistenza di quel che, all'inizio di questa storia
tragica, si è intravisto e nel prosieguo si è irrobustito: la
febbre di Berlusconi, un'inclinazione psicopatologica, una sexual
addiction sfogata in "spettacolini" affollati di
prostitute, minorenni, "farfalline", "tartarughine",
"bamboline" coccolate da "Papi" tra materassi
extralarge nei palazzi del governo ornati dal tricolore. Una
condizione (uno scandalo) che impone di chiedere, con la moglie,
quale sia oggi lo stato di salute del presidente del Consiglio; quale
sia la sua vulnerabilità politica; quanta sia l'insicurezza degli
affari di Stato; quale sia la sua ricattabilità personale. Come
possono responsabilmente, questi "buchi", essere liquidati
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come affari privati?
La
riduzione a privacy di questo deficit di autorità e autorevolezza
non consentirà a Berlusconi di tirarsi su dal burrone in cui è
caduto da solo. Ipotizzare un "mandato retribuito" per la
"escort" che ricorda gli incontri con il presidente a
Palazzo Grazioli è una favola grottesca prima di essere malinconica
(la D'Addario è stata prima intercettata e poi convocata come
persona informata dei fatti). Evocare un "complotto" di
questo giornale è soltanto un atto di intimidazione inaccettabile.
Ripetendo
sempre gli stessi passi come un automa, lo stesso ritornello come un
cantante che conosce una sola canzone, Berlusconi appare incapace di
dire quelle parole di verità che lo toglierebbero d'impaccio. Non
può dirle, come è sempre più chiaro. La sua vita, e chi ne è
stato testimone, non gli consente di dirle. È questo il macigno che
oggi il capo del governo si porta sulle spalle. Non riuscirà a
liberarsene mentendo. Non sempre la menzogna è più plausibile della
realtà. Soprattutto quando un Paese desidera e si aspetta di sentire
la verità su chi (e da chi) lo governa.
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