Mamma, ho perso la Rete

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Mamma, ho perso la Rete
Mamma, ho perso la Rete
L’uso di Internet e dei videogiochi crea
spesso un muro tra figli e genitori. E così
gli psicologi scrivono le regole per una
“educazione positiva” al Web
C’è un muro che ha iniziato a crescere attorno al 1990.
Una linea di confine, prima sottile, ma che, con il passare degli anni, si è fatta sempre più marcata. È quella
che separa gli “immigranti digitali” dai “nativi digitali”. I
primi, per motivi di età, non hanno conosciuto fin dai
primi anni della loro vita le tecnologie digitali – in particolare Internet e il telefonino –e sono migrati verso
la Rete solo in età adulta. I secondi, invece, sono nati
in un mondo nel quale il computer, il Web e i telefonini
erano già strumenti di uso quotidiano. E il loro principale problema è una mancanza di comprensione e
comunicazione con le precedenti generazioni.
Le “prove” sono molteplici. Secondo un recente sondaggio condotto dalla società di ricerche Ipsos-Mori in
Inghilterra, per esempio, i ragazzi vorrebbero imparare
in classe lavorando in gruppo, svolgendo attività pratiche e usando il pc. Ma gli stessi ragazzi intervistati
dichiarano che in aula sono chiamati a fare tutt’altro:
soprattutto ascoltare gli insegnanti e copiare dalla lavagna. E stando a un documento del Ceri (Centre for
Educational Research and Innovation) dell’Ocse (l’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica), più del 50 per cento degli studenti europei
(dalle elementari al liceo) non ha mai usato il computer
a scuola nell’ultimo anno.
si dovrebbe avere in contesti e in relazioni non virtuali.
Esiste anche un paradosso, ovvero l’“isolamento connesso”: in famiglia nessuno è in grado di entrare in cono questo schema: la Rete li ha abituati a confrontarsi municazione con i nativi digitali che però, da soli nelcontinuamente fra pari e a non riconoscere un’unica la loro camera, riescono a comunicare e raggiungere
fonte ufficiale. Come ha osservato Wim Veen, studio- tantissime persone, potenzialmente dislocate in tutti e
so di nuovi media e di tecnologie didattiche: «Questa cinque i continenti. In ogni caso, il problema non è di
generazione mostra comportamenti di apprendimento per sé Internet, come non lo sono i videogame, spesso
differenti dalle generazioni precedenti. Conosce attra- accusati di essere responsabili dei “cattivi” comportaverso schermi, icone, suoni, giochi, navigazioni virtua- menti dei ragazzi. Il problema, semmai, è nel numero
li, e in costante contatto telematico con il gruppo dei di ore che i ragazzi passano davanti alle console. Un
pari, e così sviluppa comportamenti di apprendimento recente studio ha rivelato che negli Usa, nel 1993, i
giovani trascorrevano davanti ai videogiochi in media
non lineari, come quelli tipici della carta stampata».
«In altre parole», spiega Paolo Ferri, docente di Socio- sei ore alla settimana. Oggi le ore sono 17, addirittulogia all’Università Bicocca di Milano, «noi adulti cer- ra oltre 30 per un 10 per cento di ragazzi. In questi
chiamo sempre un “manuale” o abbiamo bisogno di casi non sono i videogame a rappresentare un rischio,
strumenti per inquadrare concettualmente un oggetto ma i genitori che consentono un uso cosi intensivo
dei videogiochi. Peraltro è stato provato da più di una
di studio prima di dedicarci a esso. I nativi digitali no:
ricerca che i titoli “giusti”, come i giochi di ruolo che
apprendono per esperienza e successive approssimaspingono alla riflessione (e non quelli violenti che poszioni.»
sono effettivamente alterare i comportamenti), sono in
Una trasformazione e una rivoluzione che riguardano
grado di portare benefici sotto il profilo dell’apprendisempre più bambini e ragazzi. Anche perché in Euromento e della crescita.
pa l’80 per cento dei preadolescenti usa Internet e oltre
(da Federico Ferrazza, in «L’espresso», 23 luglio 2009, rid. e
60 milioni di adolescenti e preadolescenti statunitensi adatt.)
hanno un sito o una loro identità on-line (per esempio
su Facebook o MySpace): lo stesso vale per tre milioni
di bambini e preadolescenti italiani.
CONDANNARE GLI “ECCESSI ELETTRONICI”
NON BASTA
Di fronte a tutto questo, cosa possono fare i genitori
dei nativi digitali per entrare in contatto con i figli? «Prima di tutto conoscere il mezzo, cioè Internet, e stare
insieme ai bambini di fronte al computer», risponde
Ferri: «Bisogna educarli fin da subito, tanto solo verso
gli 11-12 anni hanno il desiderio di rimanere da soli e
LA RIVOLUZIONE DELLA RETE
a quel punto sono in grado di riconoscere i potenziali
Segnali che dimostrano come il muro fra i nativi digitali pericoli della Rete». «Impedire l’uso delle nuove tece le generazioni passate si stia facendo sempre più nologie, porta i ragazzi ad avvicinarsi di nascosto e
alto e robusto. Una delle principali differenze è proprio talvolta in maniera sbagliata, senza protezione», dice
nell’apprendimento. Chi non ha usato Internet dalla na- la psicologa Antonella Apruzzo, secondo la quale è
scita è abituato a un insegnamento (della famiglia o possibile educare alla Rete, spiegandone i potenziali
della scuola) “broadcasting”, che si svolge in un’unica pericoli come si fa quando si va in una città straniera.
direzione, con un’autorità (un genitore, un professore, Specificando cioè che ci sono aree e strade che è meun libro o la tv) che insegna o spiega qualcosa a un glio non frequentare e che si deve avere un certo pupubblico di uno o più giovani. I nativi digitali non seguo- dore del proprio corpo e dei propri sentimenti, come lo
PER COMPRENDERE, RIFLETTERE,
CONFRONTARSI E DISCUTERE
1 Ti piacerebbe che nella tua scuola le tecnologie e gli
strumenti digitali fossero maggiormente utilizzati?
In quali discipline potrebbero, secondo te, trovare una
valida applicazione? Quali vantaggi potrebbero fornire
al tuo processo di apprendimento?
Discutine in classe con i tuoi compagni.
2 Internet e videogiochi sono sempre più diffusi tra i ragazzi della tua età. Insieme ai tuoi compagni, compila
una tabella settimanale in cui riporti il tempo che quotidianamente dedichi a queste attività. Compila quindi
una seconda tabella in cui riporti il tempo che dedichi
ad attività svolte insieme ad altre persone. Confronta
i dati che ne emergono: qual è il rapporto tra il tempo
che mediamente trascorri da solo davanti a uno schermo e quello trascorso in compagnia degli amici? Ritieni che sia un rapporto equilibrato?
Discutine in classe con i tuoi compagni.