Andrea Tavernati E NIENTE INDIETRO

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Andrea Tavernati E NIENTE INDIETRO
Andrea Tavernati
E NIENTE INDIETRO
A Chiara e Chicca
PARTE PRIMA
Storie di queste parti
Melò veneziano
La luce attraverso le persiane non fa danzare quel pulviscolo così caratteristico delle albe nelle città padane. A Venezia la luce passa netta, con una tonalità diffusa e omogenea, come se, già filtrata per mille passaggi, avesse perso per
strada ogni impurità e acquistato via via compattezza. È una
diffusione lenta, con una separazione fra chiari e scuri senza
cesure: i confini sono precisi e lineari, le campiture si distribuiscono dolcemente, in uno svelarsi che si compie nel momento in cui l’atmosfera alita sul corpo del dormiente, portandolo dal sonno alla veglia senza traumi.
Sarà perché da queste parti tutto è morbido, ma anche il
tempo sembra scorrere senza sussulti; è una questione di variazioni minime, sufficienti a regolare diversamente il calibro della visione individuale, messa a punto sui parametri di
una marina limpidezza la quale, dopo il progressivo accendersi che mette in fibrillazione le forme, rimarrà uguale fino
al tramonto.
Un parto così rigoroso chiede che all’inizio ci sia l’intimità
di una penombra, disposta a ritrarsi e venir dissipata non più
di quanto lo sia il sonno, per chi troppo poco ha dormito: non
immaginavo quanta intensità ci fosse nel “sentire”, nel chiuso di una stanza, l’alba solitaria a Venezia, così assorta in sé.
Un risveglio opposto a quello del giorno successivo, nello
stesso luogo, con il trillo implacabile della sveglia nel cuore
di un buio ancora compatto, e lì in mezzo, lì davanti, il sorriso spiovente dagli occhi limpidi di Antonio, che mi faceva
segno di stare tranquillo, a me che ero stato strappato di colpo dal sonno più profondo. E non aveva affatto sul volto,
come sarebbe stato lecito aspettarsi, quella legittima domanda, implicita ma imperiosa: che ci fai qui?
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Paola l’aveva avvisato della mia presenza e lui non mi
aveva sorpreso a letto con lei, che dormiva tranquilla nella
stanza a fianco, con il volume de L’uomo senza qualità aperto sul ventre.
Ma che ci facevo, veramente, lì?
Il giorno dopo me ne sarai andato quasi come un ladro, come un intruso che, per aver aperto la porta sbagliata, era finito a sbirciare l’intimità altrui.
Nel mio ricordo tutto quel breve viaggio è ammantato da
una sensazione di eccitata curiosità, a cominciare dalla partenza, ancora in un’alba di prima estate, con una promessa
di calore che poi sarebbe diventata afa.
Mi ero precipitato giù dal letto con larghissimo anticipo,
avevo afferrato al volo la sacca con le mie cose, mi ero sparato uno dopo l’altro un quarto d’ora dei Pink Floyd e tutto
il Quinto concerto brandeburghese, e via ad attraversare a
piedi la città già luminosa, ma scarsa di uomini e suoni,
puntando dritto alla casa di Paola, a due passi dalla stazione.
Nella vasta piazza con la chiesa del Carmine, lo scalpiccio
dei passi rimbombava sui ciottoli e sull’enorme facciata
rossa dell’edificio. Poi una strettoia riempita dal tubare lento
di piccioni invisibili, tu-tuuu, tu-tuuu, tu-tuuu, domanda ripetuta ostinatamente. Una perseveranza che aveva superato
il mio residuo dormiveglia con il richiamo di una vecchia
conoscenza percepita sulla sinistra: la ben nota massa grigia
del liceo, da cui Paola e io eravamo usciti per l’ultima volta
meno di un anno prima. Dopo esserci ignorati per tutte le
superiori, a un mese dalla maturità lei era venuta al mio
banco. Proprio lei, senza preavvisi e senza araldi, da sempre
la più bella della classe e la più irraggiungibile, veniva da
chi era forse – dell’intera classe – il più svanito e chiuso,
senza storie e storia. E mi aveva chiesto se per la maturità
volevo preparare con lei italiano.
“Per-ché?”, “per-ché?”, si chiedevano i piccioni insieme a
me. Perché proprio io. Certo, lo so bene: il fatto che fossi
considerato il miglior scribacchino della scuola avrà giocato
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un ruolo determinante. Eppure, nel momento in cui ho appoggiato lo zaino sulla sedia e l’ho guardata stupefatto, mi è
sembrato di cogliere – dietro il lieve turbamento della dea
che si rivolge alla fucina di Efesto perché ha bisogno di armi
che normalmente aborrirebbe, divenute ora indispensabili –
la certezza di aver scelto il compagno di studi più innocuo,
quello che avrebbe avuto l’animo troppo avviluppato di sogni per provarci. Ma anche la curiosità, una punta di presunzione nell’aprire la porta di una timidezza che per tutti,
per cinque anni, era rimasta ermeticamente chiusa. Così
almeno avevo voluto leggere nei suoi occhi.
Ecco la via secondaria che portava al Palazzo del tribunale,
e poi il corso, la “vasca” tante volte percorsa in solitaria, alla
ricerca di chissà cosa, un evento imprevedibile ed eccezionale.
Finalmente lo slargo in fondo, l’apertura verso il viale della
stazione e appena prima il palazzo di cinque piani in cui
abitava Paola.
C’era vento quella mattina. Mentre sollevavo i manici del
suo borsone avrei voluto prendere al volo quella foglia verdissima che scricchiolando scivolava sul marciapiede, da un
estremo all’altro del mio campo visivo: con l’ingenuità di un
neofita nel delirio delle prime scoperte, ero impressionato
anche dai dettagli che entravano nella mia storia, quella storia che per la prima volta aveva qualcosa da raccontare, o
anche solo da raccontarsi. Chi ero mai io? Da dove venivo?
Quale destino particolare mi aveva spinto in quella città, con
quella famiglia, dentro quella scuola? Nient’altro che un caso del vento, una folata che mi aveva posato lì come avrebbe
potuto in Africa, in America o chissà dove.
Ma ora la foglia mi era complice, e nella corsa che la portava via mi sorrideva con il suo verde squillante. Intanto, incrociando lo sguardo di Paola, potevo accorgermi come nei
suoi occhi ci fosse una certezza. Lei vedeva in me un tassello concreto della sua esistenza, io per lei significavo qualcosa, qualcosa di acquisito una volta e per sempre. Una persona alla quale si poteva chiedere andiamo? con un semplice
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sguardo, senza aprire bocca.
Perché in quei mesi prima della maturità, e dopo ancora,
Paola aveva imparato a conoscermi, aveva scoperto che dietro il mio muro di marmo c’era davvero quel panorama di
architetture che forse aveva da tempo intuito. E come in
ogni essere umano, molto di più. A poco a poco, tra una pagina di Pirandello e una di Pavese, bazzicando tra Svevo e
Calvino, si era accorta che anch’io, com’era poi inevitabile
ma forse non scontato in quegli anni, avevo una galassia di
pensieri, e delle passioni che portavano la mia mente a eroici
furori. E questo anche se vestivo con assoluta noncuranza e
non avevo aspirazioni che si potessero dire mondane, chiuso
in una moralità vicina a un tumultuoso ascetismo.
D’altro canto io avevo imparato a conoscerla oltre la sua
bellezza. Avevo anzi scoperto, con stupore, che quanto più
mi addentravo nelle occasioni dei suoi pensieri, delle sue risate, delle sue indignazioni e soprattutto nelle ragioni del
suo passato, tanto più la forza della sua bellezza si smorzava
in una quotidianità di variabili tagli di luce, di luoghi più o
meno ariosi e solari, di occasioni pubbliche o private, di
buonumore e lune storte, di trucco più o meno riuscito e così
via, che forse ne diminuiva l’assolutezza ma certo ne aumentava il fascino. Man mano che mi perdevo nella sua anima, la Paola dei miei sogni scivolava sullo sfondo e quella
vera si rifletteva in mille specchi, ognuno dei quali mi dava
un’emozione diversa.
In treno avevamo parlato, lasciandoci trasportare dal ritmo
pacato del viaggio. Scorrevamo, senza molta logica, da un
argomento all’altro.
Negli anni precedenti lei aveva molto creduto nella “rivoluzione”, sebbene da un punto di vista filosofico, diciamo
con un’adesione di simpatia. Più che altro sembrava che in
quel clima di attesa di una catastrofe rinnovatrice, che allora
si respirava ogni giorno, ci fosse una grande speranza, anche
se sarebbe stato difficile dire esattamente in che cosa. E
aveva anche perso degli amici a causa di furiose discussioni
sull’argomento, sebbene non si fosse mai realmente schie10
rata con decisione. E ora, all’improvviso, sembrava fosse
stato tutto un bluff.
Io ero convinto che questa mancata rivoluzione l’avremmo
scontata molto a lungo. La verità è che non riuscivo a credere in qualcosa che mi avrebbe portato di peso dentro la
vita degli altri. Spauracchio del totalitarismo o, semplicemente, un comodo alibi. O forse c’era qualcosa di più profondo, qualcosa che non riuscivo a mettere bene a fuoco.
Paola guardava fuori dal finestrino. Mi infilai le cuffie del
walkman mentre passava il cartello della stazione di Vicenza: i Dire Straits più incazzosi, seguiti dal concerto in La
minore di Schumann, una goduria timbrica. Paola poi si era
appisolata e a Santa Lucia avevo dovuto svegliarla.
La prima impressione del Canal Grande è poi l’impressione che “fa” per ciascuno e per sempre la sua Venezia, dato
che su di esso Venezia espone tutto ciò che vuole sia visto e
ricordato di sé. La mia è stata di trovarmi di fronte a una
mirabolante espressione del post-moderno, impressione confermata poi tutte le volte che a Venezia ci sono tornato. Non
che allora mi fossi espresso così, poiché nel 1980 il postmoderno arrivava in Italia per la prima volta, giusto alla Biennale di Venezia. Per me era un termine ancora sconosciuto. Ma tutto quel meraviglioso di epoche e stili diversi, armonizzato in stupefacente parata, suscitava in me una nervosa inquietudine, quasi un disagio, che oggi non saprei
identificare se non appunto con quanto di inquietante, demistificante e anche falsamente illusorio ci sia nel post-moderno. Perché a Venezia prevale la dimensione teatrale ed
effimera dell’architettura e ancora oggi, quando riattraverso
il Canal Grande in vaporetto, mi stupisco che tutto sia rimasto uguale alla volta prima e che nel frattempo un’equipe di
scenografi non abbia smontato quella sfilata di quinte ingegnose, per sostituirle con altre, altrettanto gratuite e fantasiose: una città fatta per non durare e che si ostina a essere
da oltre un millennio e mezzo.
Anche Paola sentiva tutto questo? Si era divertita a osservare sul mio volto lo stupore del turista al lento rivelarsi del
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Ponte di Rialto oltre la curva del Canale, ma poi era rientrata
nella coscienza di chi a Venezia aveva la frequenza obbligatoria in università e quindi ci viveva quotidianamente. Per
fare un tratto un po’ lungo, a Venezia occorre prendere per
forza il vaporetto, che sarebbe come l’autobus in un’altra
città, solo che qui costa il triplo. E il Canale è stretto, il traffico di gondole, motoscafi e barche aumenta ogni giorno.
Come si fa a dire quanto tempo ci metterai?
«Più che seguire le lezioni in università, cerco di inseguirle!» diceva ridendo. «A proposito di ingegnarsi, ricordami
che domani devo passare alla Fenice. Devo vedere se hanno
bisogno di comparse per la prossima stagione...»
Ci teneva a essere quanto più possibile indipendente, mantenendosi agli studi da sola, soprattutto da quando il padre si
era risposato e i rapporti con “la Laura”, che gestiva un negozietto di artigianato proprio di fronte a casa loro, non erano buoni.
Infine ecco il piccolo appartamento tra le calli, che aveva
preso in affitto con un’altra studentessa, assente in quei giorni.
Piccolo e disordinato, ma a due passi da San Marco. Mi mostrò dov’era il bagno e il divano-letto su cui avrei dormito.
Poi mi disse che doveva uscire per cercare qualcuno che le
desse certi appunti, libri o che so io. Risposi che volevo rinfrescarmi e poi andare a San Marco, ne ero troppo attratto.
Ci demmo appuntamento in piazza, e uscì. Volevo chiederle come avremmo fatto a trovarci in mezzo a tutta quella
gente, ma non feci in tempo.
Eccomi solo nella sua tana. Gironzolai di qua e di là: la sala con il divano-letto, la cucina stretta e lunga, con quell’aria
bohemienne, effetto di numerose cene pensate all’ultimo momento e cucinate in fretta. Infine, la stanza dove dormivano
lei e l’altra ragazza, con due spazi ben distinti, ciascuno dei
quali aveva il suo centro in uno dei letti addossati a opposte
pareti, quasi che un confine invisibile separasse i “territori”
che le due avevano caratterizzato con i segni della propria
personalità. Così, sopra il letto di Paola, che avevo identificato alla prima occhiata, un grande foulard di seta nero –
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con rose rosse a scacchiera – era teso tra due muri a tagliare
tutto un angolo; pile ordinate di libri di filosofia e letteratura, tutti letti, riletti e sgualciti, stavano di guardia al di là
della testata; un orso di peluche che proveniva dalla sua infanzia era appoggiato al cuscino; un piccolo impianto stereo
di marca sconosciuta, con qualche disco e cassette varie, cantautori, musica etnica, qualcosa di classico (poca roba e nessun gusto definito) occupavano interamente il comodino; ai
piedi del letto, ancora alcuni cuscini di foggia orientale e il
tomo dell’ Uomo senza qualità; su una mensola a muro, un
mucchietto di cosmetici di poco prezzo, boccette di profumo
e parecchie foto sparpagliate. Alcune, che avevo già visto in
passato, ritraevano sua madre, una donna bellissima morta
parecchi anni prima. Una del suo primo ragazzo, il figlio di
un notissimo imprenditore della nostra città. Sorrisi; un giorno
mi aveva confidato:
«A sedici anni è facile perdere la testa quando vedi le altre
che muoiono d’invidia se dici anche stasera esco con. . . »
E ricordai anche che i miei erano un po’ turbati dalla frequentazione con Paola. Una volta mi avevano detto che una
loro conoscente l’aveva definita “una ragazza molto chiacchierata”. Naturalmente la cosa mi aveva fatto andare in bestia (si facessero gli affari loro, ‘sti provinciali di merda):
chissà, magari i miei avevano anche sperato in cuor loro che
ci fossi andato a letto, così mi sarei svegliato un po’.
Poi c’era un altro gruppo di foto, più recente, delle ultime
vacanze al mare: Paola sulla riva, Paola che fa il bagno,
Paola in topless (wow!), Paola con un gruppo di amici, Paola
con Antonio, il suo ragazzo attuale. Non l’ho mai visto, ma
non può che essere lui, dagli atteggiamenti che ha con lei e
dalla frequenza con cui compare. È un architetto che aveva
conosciuto dopo la maturità e che ora stava facendo dei progetti di edilizia residenziale con uno studio importante, non
so dove. Belloccio, ma niente di che.
Rimisi a posto le foto con un lieve senso di sconforto: ero
innamorato di Paola? Non lo sapevo. La mia dimestichezza
con questo sentimento era così scarsa che mi riusciva diffi13
cile identificarlo. Però, pensavo di sì. Ebbene, diciamo che
ne ero innamorato. Santiddio, innamorarsi a Venezia e per di
più con una compagna di scuola! Uack! Berk! Bleah!
Gliel’avrei detto? Assolutamente no, non se ne parlava neanche! Perché? Non so...
Il fatto è che io ero il più extraterrestre della classe, quello
che per cinque anni non aveva messo insieme nemmeno una
storia, quello che le ragazze guardavano solo quando avevano in mente di farsi passare il compito in classe, quello a cui
Paola sorrideva con la cortesia asettica che le strafighe
elargiscono per magnanimità. Non potevo pretendere che la
più bella, la più mitica di tutte...
No, proprio no! Impossibile! In più adesso aveva un altro,
e gli voleva bene, si vedeva da come ne parlava tutte le volte
che ne parlava – ed erano tante. Fosse stato un anno prima,
durante la maturità, quando lei stessa mi confessava che
“non era mai stata così tanto tempo senza un ragazzo”, e se
ne stupiva, perfino...
Idiota! Quello sarebbe stato il momento! Ma allora ero
persino meno sicuro di me, di lei, di tutto e la scuola era ancora lì, non era nemmeno finita, sebbene la forza gravitazionale del futuro fosse già fortissima. E rimarrai così, con
questa cosa non detta, così importante? Sì! Non si può, non
si può e basta! E se lei lo capisse da sola? Forse l’ha già
capito, però non ne è certa e sta aspettando ...
All’inferno! Mi ero incazzato con i miei stessi pensieri.
Lasciai la stanza, chiusi alle mie spalle la porta e mi precipitai fuori, verso piazza San Marco.
Sbucato all’improvviso nella luce della piazza da una via
laterale all’altezza del campanile, rimasi sgomento di fronte
al frastuono dell’immensa massa di mattoni rossi. Un battito
ansioso come fosse l’unico campanile in questa città di campanili, più di quelli di Roma. Batte come dovesse battere
tutte le ore del mondo a ogni ora, una gragnola insensata di
colpi, sempre molti di più del necessario, che chissà che ore
mai saranno in realtà, se uno non avesse un riscontro al
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polso. Ma forse non è qui per segnare lo scorrere del tempo:
è come l’asse terrestre di Venezia, l’albero al centro del
paradiso terrestre lagunare che affonda le sue radici sotto il
mare e tiene insieme quell’agglomerato di terre affioranti.
Intorno al campanile sta avvolta tutta Venezia nelle sue spire
di canali, come un intricato biscione a guardia di chissà
quale segreto. C’è bisogno di qualcosa di solido, qualcosa di
centrale, forte e sicuro per poterci costruire intorno un’intera
città d’invenzione. Sentivo pulsare tutte le forze primitive di
queste terre e acque, fuse come non mai; sentivo vibrare le
energie di un bambino che ha navigato l’oriente e l’occidente e che pure non smette di stupirsi ai racconti di lontani
mostri marini, di muovere il remo con quel movimento
secco, ellittico dei gondolieri, di prendere a sassate le lucertole sui muri dell’arsenale…
Deambulavo a vuoto tra i piccioni e la facciata di San
Marco. Il viavai incessante di migliaia di turisti, insegne dei
costumi e lingue di tutte le nazionalità, mi stordiva in una
illusoria festa della totalità umana.
Sentii una voce ben nota alle mie spalle: Paola mi aveva
trovato davvero. Con la gioiosa leggerezza di chi aveva
esaurito tutte le sue faccende e si disponeva a chiudere la
giornata in assoluto relax, mi disse che voleva portarmi a
fare una passeggiata per la città, perché la prima volta a Venezia è sempre un avvenimento un po’ speciale. Naturalmente la proposta mi causò un improvviso soprassalto di
felicità, ma mi contenni, e limitandomi a rispondere che ne
sarei stato molto lieto, tornai a guardare verso la Punta della
Dogana. Là stava ancorato il Teatro del Mondo di Aldo
Rossi, installazione realizzata per la Biennale e ormeggiata
su una chiatta davanti alla Piazzetta. Un vero e proprio
teatro di legno e acciaio alto venticinque metri e capace di
contenere quattrocento spettatori, ma simile a un castello per
bambini, fatto di blocchi lisci e squadrati come mattoni del
Lego; beccheggiava lentamente irridendo la Torre della Dogana, che fronteggiava paonazzo di un sole sfrontato, acceso
di lampi sulla cupola di zinco. Di lì a un anno sarebbe stato
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smontato.
Paola mi ascoltava mentre le descrivevo la struttura di cui
avevo letto sui giornali. Era la prima persona che riuscivo a
conquistare parlando di ciò che mi interessava. In seguito mi
sarebbe capitato ben poche volte e non sempre con le persone che mi stavano più a cuore. Già di questo le ero immensamente grato.
Continuando a guardarla di sottecchi, mi profondevo in
descrizioni sempre più appassionate e funamboliche, spaziando dai tappeti arabi alla pittura di De Chirico. Conclusi
che il modo migliore per capire ogni architettura sarebbe
quello di poterla rovesciare e guardare dall’alto verso il basso, perché così la finalità del principio costruttivo sarebbe
subito evidente.
Insomma, proprio roba da nerd, per usare un’altra parola
che allora non faceva parte del nostro vocabolario. Pure
sembrava che lei non percepisse tutto ciò come ridicolo. E
io, al ridicolo, ero sensibilissimo.
Invece ricordò cosa sosteneva Antonio, che gli edifici sono
come orologi meccanici: talvolta il movimento che li anima
può non essere perfetto, ma se le fondamenta poggiano su
una grande idea, la costruzione avrà tutto il fascino di una
personalità viva e mutevole, che non si riesce mai a conoscere fino in fondo. E lei raramente aveva pensato alle
implicazioni “filosofiche” dell’architettura finché, proprio
su sollecitazione di Antonio, non aveva immaginato la mente come un labirinto in cui se si passa due volte per lo stesso
corridoio non è detto che questo porti sempre dalla stessa
parte.
La guardai con accresciuta attenzione, cercando di sciogliere quel residuo enigmatico che forse mi impediva di
prendere una decisione definitiva: il suo era un compiacimento per quello che io le andavo evocando, o gioiva solo di
riflesso, perché le immagini che tratteggiavo con estro romantico erano sprazzi di ciò che occupava le giornate del
suo Antonio? La scrutai, mentre sotto i portici di Palazzo
Ducale lame di luce incendiavano questo o quel dettaglio del
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suo volto. Ma né quel taglio d’occhi allungato, così inconfondibilmente orientale, né le labbra tumide e increspate in
un sorriso ora pietrificato dietro l’inseguimento di chissà
quale dolcissimo sogno, e nemmeno la linea del naso sottile,
con una leggera ansa alla radice, mi rivelarono compiutamente il suo stato d’animo. Dopo qualche istante, però, quando si girò di scatto verso di me agitando la massa di capelli
castani, ebbi l’impressione che fosse felice.
Mi portò nell’intrico delle viuzze, dei campielli, dei ponti
microscopici, dei passaggi improbabili. Percorrendo fino in
fondo un vicolo, ci trovammo a una ringhiera affacciata su
un canale secondario; di là dall’acqua c’era un edificio con
un ingresso coperto da un vasto baldacchino metallico, sotto
il quale si stagliavano i pali di un approdo importante, dipinti di nero e con le sommità coperte da pigne metalliche,
dorate, dalla solennità vagamente funebre.
Mi spiegò che era quello che Luchino Visconti in “Senso”
chiama “l’imbarcadero”, cioè il vero ingresso della Fenice.
Nel Settecento i nobili entravano da qui. E veramente quel
piccolo canale che all’altezza del teatro si divideva in due
per andare a perdersi chissà dove, quell’acqua quasi ferma,
quel lento sciabordio e la tranquilla luce del tramonto che
inondava di rosso la parte più alta dei palazzi, lasciando totalmente in ombra l’approdo e il balconcino sul quale sostavamo, tutto evocava l’immagine di un arrivo silenzioso, alla
spicciolata, lenti natanti scuri che uno a uno venivano giù
dal Canal Grande e senza fretta lasciavano sui gradini il loro
lieve peso umano. Uscieri in livrea e parrucca accoglievano
gli spettatori, aiutavano le donne, le accompagnavano ai loro
palchi. Un’atmosfera sospesa, magica, della quale in quell’angolo si poteva ancora cogliere un lontano riverbero, ma
che un tempo era familiare alle pietre del teatro.
A Venezia basta un niente per scatenare il sentimentalismo
romantico che ci sonnecchia dentro...
Il mattino dopo mi ero svegliato con l’idea di dover fare
qualcosa per Paola; la visita alla Fenice mi aveva ricordato
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che sperava in un ingaggio come comparsa. Ecco allora sorgermi l’idea, in breve divenuta dominante, di precederla al
teatro e lasciarci il suo nome, evitandole la camminata.
Che cosa mi aspettavo da questo gesto? Forse di farle capire che pensavo a lei, che per me era speciale, che per lei
ero disposto a fare qualcosa. Ben poco, se vogliamo; ai suoi
occhi avrebbe potuto anche essere una velleità insignificante
ma per me, abituato a rapporti umani fondati sulla necessità,
sull’interesse personale e sullo scambio di favori, era un segnale importante: significava che le mie paratie erano pronte
a cedere di fronte a una diversa fase, quella in cui i sentimenti passano attraverso uno spalancamento incondizionato
di tutti i forzieri dell’Io.
Appena avevo aperto gli occhi, se non da prima, la convinzione che questo fosse il metodo affinché lei potesse pensare
a me in un modo nuovo mi aveva già conquistato del tutto:
mi attaccavo a questa speranza. Soprattutto, avevo trovato
un’azione e uno scopo in cui riversare la mia inquietudine.
Mi buttai giù dal letto, mentre Paola ancora dormiva, in silenzio mi vestii e uscii. Ripercorsi grossomodo il tragitto della
sera precedente e solo poco prima di raggiungere il teatro
spensi la Settima di Beethoven, che girava nel mio walkman. Aggirai l’edificio, sbucando sulla piazzetta con l’ingresso “a terra” e quindi scivolai lungo un vicolo sul fianco,
cercando un ufficio informazioni o una biglietteria. Trovai
una porticina dietro la quale c’era qualcosa che pareva l’uno
e l’altra insieme. Per fortuna, era già aperto. Entrai e chiesi a
una signora affondata in un gabbiotto di vetro. Rispose, gentilmente ma con fermezza, che di comparse non ce n’era più
bisogno: il teatro ne aveva in esubero per tutta la stagione.
Ebbi l’impressione che sul suo volto si disegnasse un lieve
sorriso ironico, come se intuisse quanto patetica fosse la mia
situazione e la incuriosisse questo ingenuo mattiniero dall’accento chiaramente non locale. La ringraziai e uscii. Poi
mi fermai sul vicolo, spaesato.
Ero già al mio capolinea. Non sapevo più cosa fare, non
ero riuscito a renderle alcun servizio. Me ne tornai indietro
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veloce e deluso. L’unica consolazione era che comunque avevo fatto un tentativo: questo, almeno, lei l’avrebbe notato.
Paola si era appena alzata, ancora coperta dal solo accappatoio stava preparando il caffè per tutti e due. Assonnata,
mi chiese distrattamente dove mai fossi andato. Le raccontai.
Lei interruppe ciò che stava facendo e mi guardò. E dopo
un attimo di silenzio (un attimo lunghissimo) mi sorrise di
un sorriso strano, tra il beffardo e il lusingato, il sorriso di
quella-che-capisce-e-compatisce, e mi disse:
«Rispondono sempre così. Per poter ottenere qualcosa bisogna conoscere qualcuno in particolare. So come muovermi. Comunque, grazie.»
All’improvviso mi sentii addosso tutto il peso della mia
pochezza: non avevo niente di meglio per attirare la sua
attenzione? Un tentativo ridicolo e nulla più, figlio della mia
congenita imbranataggine.
Furioso con me stesso, mi ritirai presso il divano-letto
fingendo di sistemare le poche cose che mi servivano per
uscire di nuovo.
Cuffia sulle orecchie e Guccini che mi snocciolava una a
una le sue osterie di fuori porta.
Cosa volevo fare, competere con Antonio? Beh, allora
avrei dovuto avere il coraggio di fare qualcosa di grandioso,
giocarmici il tutto per tutto, all’inferno! Organizzarle una
serata alla grande: prendere il locale più chic di Venezia e
prenotarlo tutto, con l’orchestra il personale al completo il
motoscafo che ci porta e ci aspetta, eccetera. Passare tutto il
tempo della cena a raccontarle cose fantastiche, come saprei
fare io nell’atmosfera e nelle circostanze giuste. E poi, al ritorno, il motoscafo che punta verso la laguna, via all’avventura, incontro a una nuova vita, che nessuno dei due
aveva pensato fino a un attimo prima!
Oppure il caso avrebbe potuto darmi un piccolo aiuto. Che
so, lei sola in casa... mettiamo che un rapinatore si fa aprire
e si mette a minacciarla con la pistola. Ecco che arrivo io,
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quello non se ne accorge... certo, non sono un colosso, ma
l’effetto sorpresa è determinante. Prendo un vaso... no, è un
soprammobile... una statuetta del fauno della Casa del Fauno
di Pompei e... sbeng! Lo sbatto là sul pavimento! Che uomo
fantastico, solo io potevo salvarti, Paola!
Ecco che mi sento nuovamente un pirla.
Il peso di tutto il passato, l’obbligatorietà delle posizioni
reciproche mi rende impotente. Sento il destino come se ce
l’avessi inciso su una pietra che mi sta dentro e che mi fa
male a ogni movimento. Sulla pietra sono scritti anche i sogni che una regola ferrea, postillata immediatamente dopo,
impedisce di realizzare. Questa crudeltà primigenia, fonte di
buona parte delle sofferenze interiori, è la sfida con cui un
dio tragico ci ha segnati. Occorrerebbe avere il coraggio di
spezzare la pietra con un moto di ribellione sacrilego, che
uccida le immagini dei padri sedimentate nell’anima. Quelle
di chi ha costruito i codici e fissato gli articoli di legge che
reggono la città invisibile nascosta dentro di noi.
Mi venne il pensiero di lasciare perdere e di andarmene
subito, senza una spiegazione: la confusione e lo smarrimento ormai insopportabili. Pure qualcosa mi tratteneva.
Quando, molti anni dopo, la sera del 29 gennaio 1996, vidi
in televisione le immagini della Fenice in fiamme, riprovai
la stessa nausea, lo stesso totale sconforto, attribuendoli banalmente al dispiacere per la perdita di un simbolo della
cultura. Solo dopo qualche minuto capii che quelle sensazioni erano, invece, un ricordo vivissimo di quel passaggio
critico di tanti anni prima. E dietro quel primo ricordo sorse
immediatamente, da uno strato appena al di sotto, l’evocazione di quel mio primo viaggio, il padre (o la madre) di
tutti i miei viaggi.
Tornai da Paola. Le dissi che era mia intenzione visitare le
Gallerie dell’Accademia quel giorno e poi forse la Scuola di
San Rocco. Sarei ritornato a ora di cena, se non potevamo
vederci prima da qualche parte. Per lei andava bene, doveva
rimanere in università tutto il giorno, per parlare con un paio
di professori e risolvere alcune pratiche amministrative.
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«Ah» aggiunse, «mentre non c’eri ha telefonato Antonio:
arriverà stanotte da Roma.»
Dunque il mio tempo aveva un termine. Come un deus ex
machina della migliore tradizione arrivava il castigamatti a
metter fine ai miei languori.
Inutile autocommiserarsi con tanto gusto, mio caro! L’orologio marcia anche sui sospiri e sui vagheggiamenti più accorati e ha già fissato il momento in cui, che piaccia o no, si
sarà chiamati a darsi nuovamente un contegno. C’è un punto
in cui l’appello della socialità è imprescrittibile, anche se la
condizione di incertezza, l’eterna sospensione dell’irrisolto,
ha un fascino che può risultare fatale. All’inizio non si decide perché si è semplicemente insicuri della posizione da
prendere. Poi l’ambiguità dell’apertura ancora completa
ipnotizza con un fascino malsano, e il dolore degli interrogativi senza risposta è compensato dalla dolcezza dell’irresponsabilità. È la leggerezza che permette di cogliere le situazioni dall’esterno e leggerne tutta l’immensa poesia, che
il flusso del tempo cancellerà in pochi istanti.
Perché Paola non mi guardava, mentre mi dava con nonchalance la più mortale delle notizie, ma era indaffarata
intorno alle tazze nel lavandino? Aveva capito che così imponeva una svolta, necessaria ma temuta, alla mia vita? O
perlomeno alle circostanze particolari di quel momento della
mia vita? Intuiva il turbamento di uno scatto in avanti che lo
scorrere stesso delle cose imponeva, togliendo me, e anche
lei, da un idillio non detto, e forse solo sognato con i frammenti di ciò che sguardi, gesti e silenzi avrebbero potuto o
meno significare?
Mi gettai nell’intrico di vicoli e canali, vagando a lungo
senza meta prima di prendere la direzione delle Gallerie
dell’Accademia. Mi aggirai per le sale del museo avvertendo
una turbolenza d’anima che mi sviava verso dettagli insignificanti, macchie di colore insopportabili, luci troppo vivide e spettrali, cornici tortuose e impolverate, custodi tramortiti, finestre chiuse per sempre, occhi dipinti ma profon21
di come bisturi, mattonelle lucide come macchie d’acqua,
turisti-cavallette, turisti-archivio, turisti-estasi, turisti-ombra...
La Sacra Conversazione del Bellini mi parve stoltamente
enigmatica, la Tempesta di Giorgione piattamente buia, il
ciclo di S. Orsola sguaiatamente chiassoso, la Cena in casa
Emmaus di Tiziano una buffonata, le storie di S. Marco del
Tintoretto una sceneggiata prebarocca.
Mi rituffai nella trama di Venezia, beccheggiavo tra i flutti
di fiumane dagli occhi a mandorla. Così, andando a tentoni,
finii per ritrovarmi a Rialto: un improvviso slargo per prendere aria e luce. Ma anche qui migliaia di piedi e di lingue
s’intersecavano tra la fermata del vaporetto e i negozietti sul
ponte. Notai per la prima volta che l’acqua era stagnante e
malsana, le alghe prosperavano in vasti banchi, inerti come
colonie di parassiti. Le fondamenta dei palazzi erano erose
da secoli di sciabordio e parevano assottigliate, presto incapaci di reggere il peso delle pareti sovrastanti. I portoni
sull’acqua apparivano sprangati da secoli, marci e maculati
da muffe croniche; le finestre strozzate e buie. Gondole,
motoscafi e vaporetti s’incrociavano a sciami, rischiando di
continuo la collisione e riversando incessantemente succhi
oleosi, borborigmi di motori, urla dialettali.
Lasciai la balaustra sul Canale e ritornai nei meandri della
città. Nei vicoli più stretti, gli angoli della strada erano
percorsi da rigagnoli di un liquido non identificabile che ricordava la bile; a tratti venivo colpito da un forte tanfo.
Spruzzi di una polvere diffusa, come scaglie squamose, mi
imbiancavano i capelli: l’intonaco delle case lentamente si
sgretolava. L’acqua vischiosa, putrida, penetrava fin negli
angoli più impensabili, appariva all’improvviso attraverso
squarci nelle murature, male silenzioso che si faceva largo
tra i tessuti sani. Nelle piazzette crescevano talvolta stentati
arbusti: era quanto rimaneva di una folta capigliatura di
giardini, sotto l’assedio di migliaia di piccioni. Schiere di
gatti si disputavano l’immondizia di enormi cassoni per la
raccolta dei rifiuti, colmi all’inverosimile: litigavano per le
interiora di non so quale animale, rovesciate dai tanti risto22
ranti vicini. I rari buchi tra un passaggio e l’altro delle
mandrie umane rivelavano una pavimentazione cosparsa di
residui organici e inorganici: plastiche non biodegradabili,
scassati led di giochini elettronici, lattine, viscide carte
oleate. E quando i corpi tornavano ad ammassarsi, rutilavano dinanzi ai miei occhi scarpette colorate, bottigliette di
integratori, tranci di pizza consumati camminando, cappellini di improbabili educande con nastri verdi e gialli, inutili
ombrelli alzati come segnali dalle guide, voci urlate in
gerghi incomprensibili. E poi pelli di tutte le specie e colori:
abbronzate, olivastre, bianchissime, butterate, luminose, barbate, d’avorio, rugose, rosee, grasse, di porcellana, tirate, maculate, cadenti, sudate, imbellettate, invecchiate...
Capii che la mia immaginazione sovreccitata distorceva
quel che osservavo, esaltando l’orrido che alberga sotterraneo in ogni situazione. Continuai a camminare a caso, finché
scorsi nella penombra alla mia destra le vetrate opache di un
vecchio cinema.
È improbabile pensare a un cinema a Venezia. Salvo che in
occasione del Festival, che peraltro ha poco a che vedere
con la città, è l’ultimo luogo in cui ci si recherebbe. Per di
più era un cinema porno.
Spinto da un impulso immediato e complesso mi ci fiondai
al volo. Pagai il biglietto evitando il più possibile lo sguardo, forse interrogativo, della cassiera. Nella sala buia ma
tutt’altro che vuota, scelsi a tentoni un posto, il più isolato
possibile e il più vicino a un’uscita – da prendere eventualmente di corsa.
Una volta sicuro che nessuno aveva notato il mio arrivo
(ma perché avrebbero dovuto?), cominciai a fissare lo schermo: una negra dalle forme procaci faceva sessantanove con
una splendida, giovanissima bionda. I primissimi piani erano
insistenti, mugolii e improvvise urla hi-fi riempivano con
120 watt di potenza tutta la sala. Sul momento era difficile
non farsi prendere dalla scena, e nel giro di pochi secondi mi
ritrovai eccitatissimo.
Solo che soddisfare i propri desideri in un cinema porno è
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davvero difficile. O per meglio dire, è facile per chi è capace
di fregarsene completamente di quello che succede intorno.
Per chi, come me, ha bisogno di una certa concentrata intimità, o almeno della certezza di non poter essere adocchiato
da nessuno, è un disastro. Fatto è che il pubblico dei cinema
porno, a differenza di quello delle proiezioni normali, si
muove moltissimo. Qualcuno va in bagno, probabilmente a
sfogare un’erezione troppo a lungo trattenuta, ma la maggioranza passeggia tra una fila e l’altra, lungo le scalinate e i
corridoi, sempre in assoluto silenzio e sempre in perfetta solitudine. Questo via vai, contrassegnato da un ritmo quasi
rituale ma per me incomprensibile, mi faceva pensare che da
un momento all’altro qualcuno, transitando con passo felpato, si sarebbe accorto di me e, avvicinatosi di soppiatto,
avrebbe trionfalmente indicato a tutti la mia mano colpevole. In realtà nessuno badava a me, ma avevo la sensazione di
essere al centro della curiosità di tutti.
In più, dopo un attimo di massima libido, un improvviso
controcampo aveva portato a tutto schermo il fondoschiena
della ragazza, mettendo in bell’evidenza, proprio al centro
della natica sinistra, un piccolo foruncolo purulento. Una
negligenza imperdonabile.
Perché perfino in un film porno ci sono differenze che
fanno una qualità diversa, e ci vogliono gli accorgimenti
giusti per esaltare il trionfo della sensualità. Non è solo questione di astratti puntigli, mutuati da generi più nobili, quanto di trasposizione, in un verosimile che sublima la realtà, di
un sesso ideale, essenzialmente onirico: una speranza di
strepitoso, totalizzante appagamento corporeo, cui la maggior parte di noi, e specialmente chi frequenta questi cinema,
non potrà mai aspirare in concreto. Perciò tutto deve essere
perfetto, o quantomeno esemplare: l’aspetto degli attori; le
luci, senza riflessi e senza spari; il doppiaggio, aderente ai
movimenti labiali; gli arredamenti, non troppo anonimi. Ma
soprattutto, mai e poi mai bisogna lasciar trapelare, nemmeno per un attimo, che intorno agli attori c’è un set cinematografico: un attrezzo di scena incautamente inquadrato o
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un’ombra traditrice sono la fine di tutto il film. Allora la
complicità tra regia, attori e pubblico, in equilibrio sul tenue
filo dell’immaginazione, si infrange per sempre: il gioco,
che tutti conoscevano, è stato dichiarato. E allora, “non vale
più”.
Il foruncolo, insomma, mi aveva un po’ smontato. Invece
di rimanere concentrata sul film, la mente divagava. Complice anche quel luogo anonimo, che poteva essere ovunque.
Fuori il flusso dei turisti continuava infinito e monotono, ma
qui si viveva un momento assoluto, astratto dal tempo e
dallo spazio. Il cinema come camera più segreta del tempio,
ove si compiono gesti senza limiti. Io ero io, io e basta, alle
prese con tutto l’oscuro che avevo dentro, con un groviglio
di pulsioni irrisolte che mi teneva in bilico tra due abissi,
quello dell’azione avventata, dell’abbandono all’impulso, e
quello dell’implosione sull’interiorità (via della rinuncia
eccetera).
Fui richiamato da un improvviso cambio di scena. Adesso
si vedevano una scattante gazzella dai capelli neri e corti, il
corpo muscoloso, flessuoso ed elastico come quello di una
ballerina, e uno pseudo-studente biondo-americano-palestrato,
dotato in modo spettacolare, da chiedersi se ce ne sono davvero in giro così o se è tutta un’invenzione cinematografica.
Chissà come faceva Paola, chissà se Antonio la appagava;
magari era proprio questo uno dei motivi per cui stavano
insieme. Certo, io sì che le avrei fatto provare piacere, tutto
il piacere, e se solo ci fossimo arrivati, anche da questo lato
sarei stato una bella scoperta per lei. Ah, non se l’aspetterebbe da me, sicuro, mai toccati questi argomenti, ma a letto
lei non potrebbe essere una forza della natura? E una volta
passato il limite, non si lascerebbe andare alla grande?
Ci sono delle circostanze in cui ti rendi conto che da una
decisione potrebbe dipendere l’intero corso della tua esistenza. E ne sei perfettamente cosciente proprio mentre queste circostanze si verificano: assisti a uno scontro di forze
che renderà il momento un punto cruciale della tua storia
individuale. Una certa occasione, o un immenso pericolo, ti
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stanno passando davanti al naso, ma tu non sai coglierla al
volo (la prima) o ci stai cascando in pieno come un allocco
(il secondo).
Avrei dovuto in qualche modo prolungare l’eccitazione, le
emozioni del porno fino alla sera e presentarmi nella sua
stanza nudo, senza dire una parola? Sono stato folgorato
anche da questo pensiero. Ma proprio un attimo dopo che
aveva fatto irruzione nel mio cervello, e prima che potessi
fantasticarci sopra, ecco che improvvisamente, davanti a una
scena qualsiasi, uno spettatore tre file davanti a me era
esploso in una lunga, fragorosa risata, che aveva riempito
tutta la sala, coprendo anche l’audio. Mi aspettavo, come
immediata reazione, una valanga di proteste. Invece nessuno
si era scomposto.
Ebbi di colpo la sensazione di essere l’unico a prendere sul
serio lo spettacolo che riempiva lo schermo: altro che trasposizione di un ideale! Per tutti gli altri, molto più evoluti
di me, non era che un gioco quasi infantile, qualcosa che si
poteva benissimo seguire con una forte propensione ironica
e perfino ilare. Avrebbero tranquillamente sostituito falli e
vagine in ostinata ostensione con le facce note e rassicuranti
di Stanlio e Ollio. C’era come un darsi di gomito e si sapeva
bene che in fondo era tutta una finta: gli attori apparivano
instancabili grazie agli stacchi del montaggio e le smagliature delle ragazze si evitavano usando accortamente le
inquadrature o lavorando di ritocco in post produzione; gli
esasperati mugolii, gli ansimi e i ragli erano registrati da
altri e aggiunti a parte in fase di doppiaggio, il massimo
dell’interpretazione consisteva nel saper simulare che tutte
quelle alternanze ritmiche fossero qualcosa in più di una dimostrazione di meccanica dei moti.
Insomma, lì dentro ero proprio l’unico a essere completamente fuori posto e forse l’apparente tranquillità delle sagome oscure degli altri spettatori era dovuta al fatto che non
erano per niente eccitati.
Me ne andai senza indugio, quasi imbarazzato e con l’idea
di dover chiedere scusa a qualcuno, come chi cerca a lungo i
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volti dei compagni di viaggio, muovendosi di carrozza in
carrozza e facendo spostare borse e passeggeri, prima di
rendersi conto di aver sbagliato treno.
Vagai ancora a lungo nel labirinto di Venezia, senza meta e
con le idee molto confuse. Finalmente, ormai a sera, tornai
da Paola.
La trovai di buonissimo umore, mi preparò una cenetta
semplice ma piacevole e passammo tutto il tempo a parlare
del più e del meno, toccando i più svariati argomenti, dalle
mie impressioni su Venezia ai suoi problemi universitari,
giungendo ai rispettivi programmi per il futuro.
Così si fece tardi. Eravamo stanchi e decidemmo di ritirarci, lei nella sua stanzetta e io nel mio divano-letto, a una
decina di metri di distanza. Tutti e due sapevamo che nel
cuore della notte sarebbe arrivato Antonio, ma nessuno dei
due disse al proposito una sola parola. Nemmeno lei.
Eppure il suo buonumore non era forse il riflesso di questa
piacevole attesa, e solo per discrezione non ne rimarcava la
causa?
Sospirai scoraggiato. A ogni passo avevo una domanda su
di lei: in fondo la conoscevo ancora così poco, non ero per
nulla sicuro delle sue reazioni e dei suoi sentimenti.
Disse che prima di addormentarsi avrebbe letto un po’. Mi
salutò ed entrò in camera, lasciando la luce accesa. Dopo
qualche istante e una serie di indecifrabili, minimi rumori,
incominciai a sentire il fruscio delle pagine dell’ Uomo senza
qualità. Io ero lì nel mio divano-letto, in un angolo della sala
disordinatissima, ambiente da studenti in affitto, casa di tutti
e di nessuno. Ero lì con i secondi che mi scivolavano sulla
pelle, ciascuno scandito dalla vecchia sveglia al mio fianco
con un tonfo secco, come il cadere di un grande e pesante
dado di legno.
Perché aveva sottolineato che non si sarebbe addormentata
subito? Era una notizia superflua. L’allusione a una possibilità, forse a un desiderio? L’aveva detto con quella stessa
espressione. Qualche anno prima, a scuola, uno dei miei
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compagni mi chiese a bruciapelo chi fosse per me la più
bella della classe, mentre io ero svagato in tutt’altri pensieri.
Esitai un attimo e poi dissi la verità, che per me al primo
posto c’era senza dubbio Paola. Lui la chiamò e a voce
altissima le ripeté quello che avevo detto. Paola si girò verso
di me senza dire nulla, mi guardò per un lungo istante con
un’espressione intensa, divertita, ma anche lusingata, compiaciuta. E gioiosa. Era un’espressione strana, che mi aveva
colpito indelebilmente. Per la prima volta, e per caso, avevo
stuzzicato la vanità di una donna. C’era di certo una grande
civetteria, in quell’espressione, una notevole dose di formalismo, legata alle circostanze, ma anche una muta, autentica
gratitudine.
Molto tempo dopo, quando Paola mi avrebbe chiesto di
preparare la maturità con lei, io fui folgorato per un istante
dalla pazzesca idea che proprio il ricordo di quell’elogio
l’avesse spinta a conoscermi meglio. Allora bastava veramente un piccolo spostamento nel comportamento delle
persone perché entrassero nell’olimpo della mia mitologia
personale, fondata su sogni costruiti a partire da piccoli gesti, sguardi, minuzie abbandonate con noncuranza, ma in
grado di gettarmi in un oceano di fantasticherie.
Adesso ero appeso a un angolo d’infinito: tenevo in mano
un aggrovigliato fascio di futuri, dal quale alcuni fili si stagliavano netti con le loro catene di conseguenze, che portavano lontano. Solo una parete di mattoni separava le mie
speranze dal loro oggetto e quindi dalle immagini e colonne
sonore che ne sarebbero derivate, forse con un piccolissimo
sforzo.
Alzarmi e silenziosamente avvicinarmi all’ingresso della
sua stanza. Lei che, stupita, con sguardo interrogativo e un
po’ impaurito alza gli occhi dal libro. I miei sono penetranti
e carichi di una volontà indefettibile. Varco la soglia e mi
siedo senza fretta sul suo letto, ma non troppo vicino. Poi,
dopo un lungo silenzio in cui i nostri sguardi si evitano
accuratamente, comincio a dirle, pacato:
«Tu sai di me. Sai da sempre tutto, come io so da sempre
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tutto di te, anche se per cinque anni abbiamo camminato
ognuno sul lato opposto di uno stesso muro. La direzione era
la medesima, ma nessuno dei due lo sapeva. Se ci siamo
incontrati è perché era nel copione della nostra vita (con più
enfasi, in crescendo ). Ascolta questo silenzio. Non c’è tutto
il senso dell’universo, tutta la magia di questo momento, nel
silenzio? È lo stesso che accoglieva, sotto le luci della
darsena, le galee che tornavano da oriente, i cui marinai vociferavano di lontani misteri fin sotto i portici di Palazzo
Ducale – e il capitano, che approdava finalmente a casa
contando uno a uno gli isolotti della laguna, dopo aver rasentato tutte le coste dalmate, per l’ultima volta guardava le
stelle di un cielo troppo piccolo per la sua ansia, innamorata
di nuove speranze di gloria. (Con risolutezza) Tu lo senti,
come lo sento io. Bene, non c’è altro. Non c’è una regia che
ci guida. Non ci è data altra scoperta in tutta la vita. Il resto
è farneticazione quotidiana e, qua e là, un colpo di scena che
non può essere compreso prima di svanire nell’aria. E dopo
non resta forse che il nulla. (Lunga pausa, di nuovo pacato)
Lasciarci trasportare delle convenzioni sarebbe un errore
comune, e banale. Sta accadendo ora, adesso: un altro
giorno sarà ormai il domani della nostra vita. (Con trasporto ) Non hai tu, non ho forse io l’ansia di vedere le cose
con gli occhi di una malinconia dolcissima, quella dell’istante da prolungare, da prolungare il più possibile? Quel
qualcosa che travolge e contiene tutto il tempo, che tutti
aspettiamo e non arriva mai. La curva dei tuoi occhi è una
inquadratura che vale come uno di questi attimi, che vale più
dell’equazione di una legge eterna, che vale più di un sentimento, nel momento in cui si pensa eterno, che vale quanto
un anno intero vissuto meravigliosamente. Da adesso non
può più essere uguale, queste parole ci hanno cambiato perché hanno trasformato in vero ciò che era reale solo nei provini che ognuno di noi allestisce nella propria mente. Non
serve più sperare in un’altra dimensione, ove il possibile si
faccia carne, e forse estasi. (Definitivo) Scosta il velo che ci
separa e non tornare più indietro.»
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Io le tendo una mano. Lei si avvicina, mi getta le braccia al
collo e ci baciamo a lungo, appassionatamente.
Sì, così avrei dovuto fare! Ecco, la scena mi scorreva davanti agli occhi in ogni dettaglio. Bastava lasciarsi andare
all’onda dell’emozione e credere fino in fondo alla propria
parte. Il resto sarebbe venuto di conseguenza; ogni parola,
ogni immagine avrebbe generato la successiva, senza più
alcuno sforzo.
Eppure qualcosa mi bloccava mentre, in pigiama, seduto
sul divano-letto, giochicchiavo con l’orologio da polso.
Un chiarore naturale campiva l’aria penetrando da tutte le
fessure; il ticchettio sordo e pesante della vecchia sveglia
proseguiva, ora quasi familiare; le copertine di alcuni libri
appoggiati sul tavolo risaltavano nella penombra; un foulard
ricadeva dalla spalliera di una sedia, mentre una misteriosa
corrente d’aria l’agitava in silenzio; una mela solitaria si
consumava in una bacinella di plastica affiancata a un’altra
colma di erbe seccate, che a tratti diffondevano un profumo
intenso; un tenue riflesso si posava sul vetro che copriva,
alla parete, il poster di una madonna belliniana, rivelandone
proprio la delicatissima linea dell’occhio sinistro; il caldo
notturno, gradevole, s’insinuava nel contatto tra la mia mano
e la superficie delle lenzuola.
Tutti i dettagli contribuivano a fissare quegli istanti nel libro delle magie che transitavano lentamente in laguna. Avevo la netta sensazione che se solo avessi mosso un passo
tutto sarebbe scomparso, i muri avrebbero lasciato trapelare
il frastuono di una qualche discoteca e l’arcano sarebbe stato
dileggiato, maledetto per sempre; mi sarei forse reso colpevole di una sorta di sacrilegio, ai danni delle mie stesse
emozioni.
Alzai di nuovo lo sguardo; la luce che usciva dalla camera
di Paola era ancora là, come una voragine su un’altra dimensione, ma solo temporaneamente aperta, un’occasione
che sapevo irripetibile. Di quando in quando si sentiva lo
sfogliare delle pagine del libro. Per quanto avrebbe letto ancora? Quanto tempo mi rimaneva per scegliere se continuare
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a essere ciò che ero, o tentare una nuova versione di me
stesso? D’altronde, se lei era per me un labirinto di enigmi
via via svelati, che cosa ero io per lei? Che ne sapevo di cosa davvero pensava di me, di quale spazio occupavo nella
sua mente? Che cosa avrei provato se, entrando nella sua
stanza, avessi letto nei suoi occhi solo stupore, uno straordinario e assoluto stupore? Quello di chi proprio non se
l’aspetta e che in un solo attimo ti rivela in pieno che tutto
ciò che avevi pensato, supposto, elaborato, è stato un
enorme abbaglio e tu ti stai rivelando per la prima volta ai
suoi occhi in una luce sorprendente e imbarazzante, e che
addirittura la riempie di terrore.
A voler considerare le cose con un minimo di distacco, era
molto probabile che tutta la magia di quella notte, che io
sentivo così distintamente, per lei non fosse che lo specchio
scontato d’infinite altre notti, più o meno identiche, trascorse fra quelle mura veneziane, con appena la variante
della mia presenza, del tutto secondaria.
Con un moto di stizza inforcai il walkman, mandando a
tutto volume la colonna sonora di Jesus Christ Superstar. Mi
rimbombò all’improvviso nella testa, con la violenza di una
scarica elettrica. “Al diavolo!” mi gridai dentro, scaraventando l’apparecchio. In che ruolo mi stavo calando, ora?
Non ero nient’altro che un bambino iroso e isterico che si
stava rifiutando di fare quella cosa difficile che andava fatta.
Balzai in piedi e mi avvicinai quatto quatto alla porta della
camera di Paola, senza affacciarmi sulla soglia. Lei non
aveva sentito alcun rumore. Mi fermai. Ecco, adesso era tutto meraviglioso, era perfetto. La luce fluttuante, percorsa da
rapide increspature, continuava a uscire dalla camera,
portando con sé ombre dai contorni allusivi come i mutevoli
disegni delle nuvole, forse echi dei gesti di Paola. Il calore
del pavimento in cotto penetrava le piante dei piedi, ancorandomi in qualche modo a una sensazione di sole, di natura
forte, di linfe profonde e terragne. Lei era lì, dentro quella
luce, oltre quella porta aperta. Non la vedevo, non la sentivo. Nemmeno il suo respiro. Eppure percepivo il suo es31
serci, con l’istinto dell’attrazione; avrei potuto disegnare a
mente il suo corpo disteso, le anse del lenzuolo appoggiato
sulle sue curve.
Avevo l’impressione di osservare tutto come da un punto di
vista leggermente rialzato, come se fossi spettatore di una
scena che non mi riguardava. A tratti il pensiero fuggiva
verso direzioni secondarie, distratto da dettagli insignificanti, che mi stupivano con la loro esagerata evidenza: un
righello in plastica trasparente abbandonato sul pavimento,
le cannule argentate di un sonaglio appeso al centro dell’architrave...
Ero lì. Non visto, vegliavo su di lei. Era ignara, o forse sapeva già che la poesia non si forma nelle azioni, ma nelle
atmosfere che le circondano. Se si potesse mantenere all’infinito l’esistenza anche di uno solo di questi involucri meravigliosi, il mondo intero sarebbe riscattato. E quando si crea
una di queste assolute sospensioni c’è come un unico liquido
amniotico, impalpabile ma tangibile, che lega ogni attore
sulla scena, cosa o persona che sia. Un pulviscolo caldo
smorza i toni, la coscienza è un fluido stato universale e diventa possibile una piena consapevolezza, per chi ha voglia
e sappia percepire l’immagine del momento – assolutamente
indelebile.
Mentre mi crogiolavo fra queste sensazioni, la luce nella
stanza si spense. Sentii Paola che riponeva il libro e si sistemava sotto le coperte. Rimasi al buio.
Uno scatto in avanti era avvenuto, con l’inesorabilità di
una legge necessaria. Rimasi immobile, aggrappato alla visione svanita. Dapprima mi affrettai a pensare che queste
piccole novità non significavano nulla. Che cosa mi impediva di agire ugualmente? Una luce in meno e un rumore di
tessuti smossi? Non potevano essere anche questi dei segnali? Paola mi invitava a darmi una mossa, il suo tempo di
attesa era finito: se volevo combinare qualcosa, che lo facessi subito, oppure la smettessi per sempre di offrirle speranze senza coraggio.
Ma potevano anche essere i segni che confermavano i miei
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timori: per lei il programma di questa serata prevedeva
soltanto la lettura di qualche pagina e poi un sonno precoce.
O forse erano addirittura allusioni ironiche, irridenti a una
perdita del “tempo giusto” che conclamava la mia irrisolta
personalità: per fare veramente ciò che avevo vagheggiato
non avrei dovuto perdermi in tanti estenuanti languori, ma
far prevalere le voglie del corpo e muovermi subito, senza
pensieri, con un solo obiettivo. E al diavolo il dopo, al diavolo anche lei. Mi piaceva, e tanto bastava.
Ma per agire così, bisogna prima essere così. E il punto è
che io non volevo soltanto andare a letto con lei, anche se
forse era l’unica cosa che avrei potuto ottenere, se fossi stato
diverso da quel che ero. Cercavo in lei l’amore assoluto, ma
sì, diciamolo pure, l’amore eterno e romantico, quello che
era rimasto solo nelle canzoni dei vecchi, le canzoni da
sottoprodotto culturale che i cantautori impegnati avevano
spazzato via: le chiedevo di sognare il mio stesso sogno e di
farlo durare all’infinito. Una bazzecola.
Quest’amore che era nato e viveva solo dentro me, poteva
avere un senso solo attenendosi strettamente alla sfera del
sublime, dell’idillio. Lo spegnersi della luce, il disporsi di
Paola al sonno, erano mutazioni che completavano il quadro
precedente, rendendolo astratto e degno di una tela di Vermeer. Che cosa avrebbe potuto offrire in più il seguito – o un
seguito, qualunque esso fosse? Avrebbe introdotto per forza
di cose un elemento sconvolgente, un irrompere nella camera di Paola, un investirla con tutta la mia prosopopea esagitata che, qualora lei non fosse stata lì ad attendermi, sarebbe
stata una vera e propria violenza. Qualora lei, invece, si fosse rivelata in mia attesa, avrebbe comunque fondato il nostro
rapporto su una piccola, squallida commedia di volontà dissimulate e sentimenti nascosti ad arte. Il sogno sarebbe scaduto a scaramuccia fra potenziali amanti, con il tira e molla
del “te la do o non te la do, ma comunque deve parer di no”,
e “io ti voglio scopar e te lo devo far capir, ma senza esagerar”. Banalizzazione a retorica della conquista e del lasciarsi
conquistare, sottomissione alle convenzioni del sociale e al
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manuale millenario di avvicinamento al sesso. E alla fine
non “essere innamorati” ma, al massimo, “amarsi” – che è
cosa ben diversa. Certo, niente di assoluto ed eterno.
Quell’istante, quando non era ancora successo nulla, era
invece assoluto ed eterno. Perché non era ancora successo
nulla. E proprio per questo non avrebbe dovuto succedere
nulla.
Trassi un profondo sospiro. Mi guardai nuovamente intorno. Sì, il piccolo appartamento era ancora assorto in quell’atmosfera impalpabile e mitica, lieve e meravigliosa. E lo
era solo per me, io ero l’unico spettatore privilegiato di tanta
poesia. A Venezia non avrei potuto chiedere niente di più, e
forse nemmeno alla vita.
Le cose erano andate così. Loro avevano deciso e io avevo
deciso con loro, come cosa fra le cose. L’insieme aveva prevalso sulle singolarità. Non avrei mai varcato quella porta:
se l’avessi fatto avrei rovinato tutto. Avrei perso tutto. Che
era molto di più di quanto mi potessi aspettare. La fondazione di una persistenza come ricordo, di un evento-chiave che
ha distillato il senso di una storia, destinato a ritornare
spontaneo e ossessivo negli anni; ricordo che fonda l’individuo, marchiandone per sempre la personalità e forse aggiunge qualcosa che il mondo prima non aveva, perché il
rapporto tra le cose e l’uomo consapevole del loro comporsi
nella realtà, è ben più della semplice somma di questi fattori.
Aspettai ancora un poco, riluttante a separarmi da ciò che
sapevo irripetibile. Poi, vinto dalle emozioni e dalla stanchezza, ritornai in silenzio al divano-letto e in breve mi
addormentai, pervaso da una strana sensazione di quiete e
quasi di soddisfazione. Non mi rimanevano speranze irrisolte o desideri repressi: mi sentivo finalmente realizzato e
gioiosamente in pace con Paola, con tutto il mondo e con me
stesso, soprattutto.
Dopo qualche ora fui svegliato di soprassalto dal violento
trillo della sveglia e vidi per la prima volta la faccia di
Antonio, a pochi centimetri dalla mia. Mi fece cenno di non
preoccuparmi e di continuare pure a dormire: per quanto
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fosse entrato con circospezione nella stanza buia, aveva
urtato il maledetto e difettoso marchingegno, che si era
messo a urlare pazzamente.
Io lo guardai per qualche istante. Era proprio come nelle
foto. Nel dormiveglia mi sovvenne in un flash tutto quanto
era (o meglio, non era) successo. Mi stupii, rendendomi
conto che in quei momenti mi ero completamente dimenticato del suo imminente arrivo, per cui la sua figura mi
giungeva ora come quella di un intruso.
Ma furono solo pochi attimi, e subito mi riaddormentai.
Solo il mattino dopo, guardandomi intorno, constatai che in
quella stanza non c’erano altri posti letto. Perciò Antonio
aveva dormito con Paola.
Trascorsi la giornata evitando accuratamente di passare
anche una sola ora con loro. Inventai al riguardo diverse
scuse assurde: una mostra che chiudeva proprio quel giorno
e che dovevo visitare nell’orario di minimo affollamento, il
quale, guarda caso, coincideva proprio con quello in cui non
avrebbero potuto raggiungermi; l’incontro con un amico
inesistente, che non vedevo da anni e che per combinazione
proprio quel giorno avrebbe sostato a Venezia; la ricerca,
ovviamente infruttuosa, di un ipotetico libro indispensabile
ai miei studi che avrei forse potuto trovare a Venezia.
Mi riempii di cose da fare e luoghi da vedere, in modo da
non avere il tempo di pensare a Paola, alla notte precedente
e a Paola e Antonio insieme. Persi molte ore nel cercare
qualche regalo da portare ai miei. Passai in rassegna, a volume altissimo, tutte le TDK che mi ero portato. Considerai
con attenzione il problema del traffico acquatico della città,
chiedendomi se non fosse possibile realizzare una metropolitana lagunare che consentisse di smaltire il flusso dei turisti
facendoli muovere sotto Venezia.
Ma quando, a sera, Antonio mi propose di andare ad ascoltare un concerto gratuito di musica da camera, che si teneva
nella vecchia chiesa di San Simeon Piccolo, quasi di fronte
alla stazione di S. Lucia, non potei esimermi dall’accettare.
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Speravo che le note avrebbero contribuito a tenere la mia
mente lontana dalle sue inquietudini. Come era prevedibile,
mi illudevo. Non appena fummo seduti sotto l’alta cupola
che copriva lo spazio centrale dell’edificio, e gli strumenti
cominciarono a intessere la fitta trama del quartetto n. 5 di
Bela Bartok, il mio sforzo di concentrazione risultò subito
disperato. Non che Paola e Antonio facessero nulla di particolare. Anzi, nell’ora precedente al concerto si erano prodigati affinché non mi sentissi il classico “terzo incomodo”, e
anche dopo essersi seduti avevano mantenuto il massimo
contegno. Era la loro compresenza che eccitava la mia
immaginazione, sicché mi pareva di cogliere continuamente,
con la coda dell’occhio, una minuta trama di gesti accennati,
sguardi fugaci, sussurri impercettibili: il tessuto connettivo
della loro complicità, che peraltro sarebbe stato naturale, in
due amanti. Ma certo ciò dipendeva dalla mia attenzione
morbosa che, incerta se dar credito a ciò che le pareva di
scorgere, intanto accresceva il mio imbarazzo, facendomi
sentire sempre più come qualcosa di superfluo, uno che
ormai era decisamente fuori posto e costringeva gli altri a
schermirsi. Feci appello a tutte le mie forze per riportare
l’interesse verso la musica, ma ogni volta che ci riuscivo era
come la momentanea riemersione da un’apnea. Subito qualcosa, una sensazione, un’idea di moto o un rumore improbabile, suscitava un nuovo ribollire interiore, che mi sommergeva tappandomi le orecchie. Di pari passo cresceva
dentro l’indignazione contro l’incapacità di dominare i miei
sentimenti, in circostanze in cui, oltretutto, non avevo alcun
diritto di prevaricare i loro.
Il fatto è che quella notte, anche se non era successo nulla,
era successo qualcosa. E la causa di questo qualcosa era pur
sempre Paola. Perciò avevo la sensazione che, fra me e lei,
un rapporto fosse cominciato. Un rapporto molto esclusivo e
addirittura segreto, fondato su un momento di bellezza assoluta. Ciò faceva naturalmente a pugni non solo con l’atteggiamento che lei “si permetteva” di tenere con Antonio, ma
anche con la sua semplice presenza. Che il momento magico
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fosse stato percepito solo da me, era un dettaglio trascurabile. C’era stato, e tanto (mi) bastava.
Nel bel mezzo di questa tempesta interiore mi venne il
dubbio che qualcosa di essa fosse trapelato attraverso il mio
atteggiamento o il mio aspetto. Allora mi voltai piano verso
Paola, come se avessi dovuto chiederle qualcosa privo di
importanza. Notai, con mio sommo stupore, che Paola piangeva silenziosamente, con la testa appoggiata sulla spalla di
Antonio. Per quale motivo? Cosa l’aveva turbata all’improvviso? Quale pensiero, notizia o emozione? Era qualche
novità che Antonio si era riservato di comunicarle quel giorno, in mia assenza? O era successo qualcosa proprio lì, di
fianco a me, nonostante la mia sospettosa nevrastenia? Come avrei potuto saperne di più?
Se gliene avessi chiesto la ragione, di certo mi avrebbe risposto in modo evasivo. Rimasi titubante per qualche momento, poi decisi di rimandare a dopo le eventuali spiegazioni e tornai a guardare il palco con i musicisti. Tuttavia fu
sufficiente perché mi rendessi conto di quanto la sua vita
vera, quella delle sue vicende più intime, delle sue traversie
interiori, si svolgesse lontano da me. Avevo avuto la ventura
di percorrere insieme a lei un breve tratto di strada e per
questo pretendevo di essere l’uomo della sua vita. Ridicola
fanfaronata! Quel suo pianto così dignitoso, di cui evidentemente Antonio conosceva bene tutte le cause, maturava
forse da giorni ma io, preso dal mio delirio, non avevo saputo intuirne l’urgenza, perdendo l’unica occasione per fare
breccia nella barriera delle sue emozioni. Preoccupato fino
all’esasperazione di trovare il modo di comunicarle quello
che avveniva entro di me, non mi ero accorto di quello che –
intanto – stava accadendo dentro di lei. Nemmeno per un
istante, in quei giorni, mi ero messo in una disposizione di
puro ascolto. Eppure sarebbe stato il modo più immediato
per capire di cosa aveva bisogno e cosa forse da me si
aspettava. Non potevo che darmi dell’idiota. Era così ovvio!
Addirittura naturale per una persona che ama veramente.
C’era perfino da dubitare che il mio fosse autentico amore e
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non una banale sbandata, un’infatuazione dovuta alla mia
cronica insoddisfazione sessuale e all’attenzione che, per la
prima volta, una bella donna mi aveva dedicato.
Il pianto di Paola. Era dunque questa l’immagine inattesa
che siglava la mia puntata a Venezia, che mi rimetteva in un
solo istante al mio posto. Misurava la distanza che ci separava, le storie così differenti che ognuno dei due si trascinava dietro le spalle; fantasmi capaci di generare stati d’animo
e azioni incomprensibili, per l’altro. Di più: storie che si
svolgevano nel presente, sotto i nostri occhi, ma senza che
ognuno dei due fosse in grado di intendere quelle dell’altro.
Io, trascinato dalle esaltazioni e dai malumori dovuti all’evolversi del mio amore impossibile; lei, angustiata da
chissà quali preoccupazioni e certamente felice di un altro
amore.
Con che diritto avrei dovuto conoscere le cause di quel
pianto? No. Doveva rimanere un mistero. Giustamente.
Certo in mia presenza avrebbe potuto trattenersi, tutto
sommato, come aveva fatto nei giorni precedenti. Lì, a un
passo da lei, era evidente che me ne sarei accorto e che solo
per discrezione facevo finta di nulla. Ma la presenza di
Antonio l’aveva privata del precedente contegno. Sì, era
Antonio la causa di questo mutamento: lui era qualcuno con
cui poteva confidarsi, con cui poteva lasciarsi andare. E il
fatto che per lei la mia presenza fosse declassata a un ruolo
subalterno, mi rendeva anche meno considerabile come testimone dei suoi momenti di debolezza. Che li notassi io non
era più grave di quanto sarebbe stato se, invece di un conoscente, fossi stato un passante occasionale. Proprio ora che
non contavo più nulla, che era già come se non ci fossi più,
paradossalmente mostrava squarci della sua intimità che
prima si sarebbe ben guardata dal rivelarmi. E in fondo era
possibile che in quei giorni io fossi stato per lei, senza volerlo, una sorta di surrogato platonico di Antonio, e in
quanto tale capace di alleviare le sue angosce. Avere qualcuno accanto, parlare di argomenti ameni e innocui, fissare
occasioni d’incontro: tutto le era servito a contenere il peso
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di una solitudine che viceversa si sarebbe popolata di chissà
quali tristezze. In effetti mi aveva stupito la facilità con cui
mi aveva invitato a Venezia, in casa sua e nonostante fosse
sola. In qualche momento di sconforto mi era perfino venuto
il dubbio che si fosse trattato di una proposta avventata, reazione istintiva al mio confessare di non avere mai visitato la
Serenissima: una di quelle cose che si dicono per pura
cortesia, con la certezza preventiva di ottenere una risposta
negativa. Il suo pianto ora mi proponeva un’interpretazione
diversa: nessuno spiraglio a ipotetiche avventure erotiche,
nessuna concessione al germoglio di una possibile “storia”,
soltanto una muta – ma intimamente accorata – richiesta di
aiuto. Per qualcosa che non potevo sapere. Per una realtà
che doveva sfuggirmi. Non fosse stato così, forse questo
aiuto non glielo avrei mai dato.
E adesso era arrivato Antonio. Adesso poteva sfogarsi nel
pianto.
In quell’esatto istante mi venne spontaneo pensare che il
mattino dopo me ne sarei andato. Se mi era stato affidato un
compito, l’avevo anche assolto. Circa quelle che erano le
mie speranze, non c’era più nulla da dire. Quanto alle bellezze di Venezia, per una prima visita ne avevo viste a sufficienza.
Il suono inconfondibile del fagotto mi riscosse dalla stupita
acquisizione di questa palese necessità: una partenza immediata. Senza che me ne fossi accorto, il programma del concerto era stato sviluppato fino alle deliziose armonie dell’ottetto di Hindemith.
Era proprio finita. Non mi voltai più verso Paola fino alla
conclusione dell’ultimo accordo. Senza ulteriori distrazioni,
riuscii a seguire perfettamente l’evolversi del resto del brano.
La mattina dopo feci in quattro e quattr’otto i bagagli e,
adducendo l’arrivo a casa di certi parenti lontani e la necessità di riprendere gli studi per un esame imminente, mi
congedai dai miei ospiti. Al momento dei saluti, già con la
sacca su una spalla e un piede sulla porta, strinsi la mano ad
Antonio e poi, trattenendo il respiro, guardai per un istante
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Paola negli occhi. C’era tutto quello che avevo immaginato,
sperato e temuto: la gratitudine per i momenti piacevoli passati insieme; la complicità allusiva a pensieri e sensazioni
che erano stati solo nostri; il congedo formale e un po’
affettato nei confronti della persona con cui abbiamo avuto,
per un breve periodo, rapporti di reciproca utilità; il sincero
compiacimento per aver imparato a conoscere meglio un
compagno di scuola; il sollievo di fronte alla discrezione
perspicace che mi aveva suggerito di levare le tende; la gioia
infantile per gli spazi di libertà con Antonio che la mia
partenza le prospettava. E anche un confuso rimpianto per il
tempo che stava passando, quello della nostra giovinezza e
quello, forse, di una possibilità perduta, di un futuro diverso,
un’avventura azzardata che avrebbe potuto imporre alle nostre vite una svolta rivoluzionaria (impossibile? Era davvero
un’utopia? Chi avrebbe potuto dirlo...).
Era certo, ora: quella era stata la mia grande occasione con
Paola, l’unico momento in cui avrei potuto gettare i dadi e
tentare la sorte. L’esito sarebbe stato comunque incerto, ma
gettare i dadi spettava solo a me. Non avrei mai più avuto
un’altra opportunità. Eppure, grazie alle misteriose alchimie
con cui il tempo regola gli influssi della realtà su di noi, e di
noi sulla realtà, non solo tramite le nostre azioni ma anche
mediante il nostro modo d’interpretarla, io me ne tornavo
con qualcosa di ancora più prezioso. Me ne tornavo cambiato e, in un certo senso, “più grande”. Potevo testimoniare
finalmente che uno dei sogni più diffusi dell’umanità può
davvero concretizzarsi: nell’arco di un tempo brevissimo il
nostro viaggio mortale può riservarci, senza preavviso, una
così densa concentrazione di sollecitazioni e stati d’animo
sorprendenti, che tutto il futuro ne resta illuminato e solo per
questi momenti di vorticosa accelerazione, e la loro incerta
attesa, la vita intera assume un significato e vale la pena di
essere vissuta. E adesso, sapendo che Paola aveva sentito
proprio quanto avevo sentito io, potevo solo augurarmi che
anche per lei il nostro breve viaggio a Venezia potesse tramutarsi in un ricordo fondante, magari in un modo comple40
tamente diverso dal mio, ma comunque il ricordo di un momento che diventa anche un emblema del proprio essere, da
cui non si può più prescindere. Un punto, insomma, da cui
ripartire per superare se stessi, magari dimenticandosene.
Non volli che mi accompagnassero alla stazione. Saltai sul
primo treno in partenza e, con una paranoica colonna sonora
di Blues Brothers e Nona di Dvorak, ritornai al quotidiano
trantran della mia famiglia.
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L’estraneo
Terzo piano, numero 46 di via Ignazio di Loyola.
Andrea si avvicinò alla finestra. Era l’alba, rossa e fulminea.
Si preparò; aprì il suo seggiolino pieghevole, controllò che la
visuale fosse libera in entrambe le direzioni e quindi attese.
La prima a passare, verso le 7.30, fu una malandatissima
Opel Kadett, con solo il guidatore. Motore andato, un baccano d’inferno. Ancora in giro con un catorcio simile?
Alle 8.25 una vecchia avanzò lenta lenta, curva sulla
schiena, probabilmente arteriosclerotica. Una che al mondo
non aveva più nulla da dare. Meglio così.
Era poco frequentata la via Ignazio di Loyola, sicuro, ma
portava proprio alla centralissima piazza Carlo Marx, là in
fondo: qualcuno tentava sempre.
Alle 10.07 ecco un motocarro carico di bottiglie d’acqua.
Perché certa gente si ostinava a fare il proprio lavoro, nonostante tutto?
Alle 11.36 un poliziotto sgattaiolò rapidissimo da un
marciapiede all’altro. Ci mancò poco che Andrea lo perdesse.
A mezzogiorno e mezzo, come sempre, si concesse la pausa pranzo. E come sempre, esitò un momento sulla foto di
Rita, la sua ragazza; sospirò, guardandola. Pensò che doveva
rimanere lì fino a sera, ed era il decimo giorno di fila, e che
– appena rientrato – Lorenzo aveva l’abitudine di prenderlo
per il culo:
«Strusciati per bene a quella foto, tu! Vita comoda! Santi in
paradiso!»
Menate. Ma tre sere prima non l’aveva più trovato, Lorenzo. Non ce l’aveva fatta, gli avevano detto. Fottuto anche lui.
E amen.
Alle 13.45 riprese il servizio, ma fino alle 15.20 non ci fu
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che il vuoto. A quell’ora Andrea individuò in lontananza una
giovane madre, con il bambino in braccio. Non darsi il
tempo di pensare, e subito dopo dimenticare. Così gli avevano insegnato per questi casi.
Alle 16.30 in punto, infine, vide alla finestra di là dalla
strada due figure in caki armeggiare con il lanciagranate.
Ebbe il tempo di inquadrarli nel mirino telescopico e sorprendersi privo di stupore: se l’aspettava. Doveva arrivare
qualcuno per far fuori il cecchino di via Ignazio di Loyola.
Poi fu un botto violentissimo che cancellò tutto. Ci sperava, in fondo, in un tramonto così rosso. E fulmineo...
Gliel’avevano detto, alla famiglia Toràn, che il loro appartamento al numero 46 di via Ignazio di Loyola aveva subito dei gravi danni durante i combattimenti. Perciò quando
lo trovarono un disastro, riprendendone il possesso, non dissero una parola. Solo la vasta breccia nel muro, dov’era la
finestra della camera di Filip, il figlio diciottenne, era già
stata riparata. Chissà poi da chi.
Aggirandosi costernato tra i resti irriconoscibili di quelle
che una volta erano le sue cose, Filip adocchiò un’immagine
schiacciata fra due mattoni. Un’immagine che non gli apparteneva. Era la foto in bianco e nero di una ragazza più o
meno della sua età. Una bella ragazza sorridente, che in
qualche momento spensierato della sua vita ammiccava all’ignoto fotografo, con un gesto di divertita complicità.
Incuriosito, Filip osservò più attentamente quella foto e
notò una macchia sul suo lato sinistro, come di una goccia
ormai asciugata. In origine era stata sangue, ma Filip immaginò che fosse una lacrima. E immaginò che qualcuno,
l’estraneo che aveva usurpato in quei mesi la sua camera,
avesse lì ricordato e sognato quella ragazza, avesse sofferto
per un suo intimo, profondo sentimento. E allora, ancora con
la foto in mano, rivolse un silenzioso saluto a quel misterioso innamorato e pensò che se aveva provato la nostalgia
dell’amore in quella stanza, gli dispiaceva meno che l’avesse sottratta alle sue fantasie d’adolescente.
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La madre
L’inseguirsi indifferente dei giorni e delle notti o la fatica
dello studio, la stasi delle ore ombrose d’ansia, il brulicare
delle pigrizie, scontate in una vita immobile tra gli stessi
luoghi e volti. Tutto ciò non le avrebbe spezzato la certezza
che la morte avrebbe preso sua madre.
Non sapeva, Alice, quando. Ma ora ne era certa.
Quell’unica ossessione che le trapassava il capo simile a
febbre martellante, le aveva appesantito ogni pensiero. E
quasi volontariamente allontanando da sé ogni altro interesse, disperdeva la maggior parte del suo tempo ricordando il
soave mito di lei bambina e di una premurosa dea-madre.
Il tempo immenso, dilatato nello spazio di una tavola infinitamente imbandita, animava i ritratti dipinti di bisnonni e
avi lungo le pareti della sala. Rituali presenze, testimoni impassibili forse di un evento cruciale dimenticato chissà come
in qualche piega della tovaglia.
La madre rifulgeva armoniosa per linee e sguardi cristallini, esprimendo tuttavia nervosismo nel pulire una pera, il cui
lento roteare orientava su di sé il disporsi delle vivande,
nemmeno l’umile pera fosse il centro di una qualche consacrazione, e la madre l’inarrivabile sacerdotessa. L’occhio
accigliato del vecchio Amedeo Artini, trapassato vent’anni
prima e ora debitamente appeso in cornice dietro il capotavola, la scrutava con lieve disgusto.
«Alice, non farti pregare, mangia la frutta. Sei grande.»
Alice perdeva spesso il filo del pranzo, perché intenta a osservare il cesto di fronte (faccione d’arance capelli d’uva
occhi di ciliegia naso a banana bocca a prugna), oppure perché fuggiva in fantastiche storie campestri che intrecciava
45
mentalmente con il fratello del nonno: un orgoglioso dodicenne in abiti da caccia campeggiante sulla parete.
“Alice non farti pregare” non era rimprovero, ordine, ma
affermazione, impassibile come gli occhi materni.
«Una partenza…» continuava la madre ragionando ad alta
voce, «è un’eventualità che nella vita di una famiglia prima
o poi si verifica. Lo si sa, tutti lo sanno da sempre. Forse la
si aspetta come il rinnovarsi di una tradizione, con la sua
scadenza non proprio fissa, ma immancabile. Un Natale,
insomma. Allora perché rattristarsi? Pietro ha scelto la sua
strada e noi non possiamo che accettarlo. Ormai è un uomo.»
Saggiava l’aria con larghi giri di parole mentre completava
lentamente il terzo giro di buccia senza levare gli occhi. Né
pareva che lo stesso Pietro, trovandosi lì presente, avrebbe
potuto aggiungere nulla.
Alice non sapeva se avrebbe mai più rivisto il dolce fratello
maggiore.
«Vado a vivere da solo, in città» le aveva detto lui poco
prima in quella stessa sala, la tavola già imbandita. «Mamma non vuole, naturalmente, ma lei del resto del mondo non
sa che farsene. Le basta che tutto resti eternamente uguale.»
Sapeva che voleva dire, la piccola. Sapeva che queste
parole non le avrebbe più dimenticate.
Dalla sua tela, ammiccando ai piatti con i formaggi e le tenere carni sugose, il fratello del nonno forse alludeva in silenzio ai cicli delle stagioni, che puntualmente rinnovano i
cibi in tavola. Nella cornice a fianco, un vecchio in abiti
cardinalizi se ne andava passeggiando, le mani dietro la
schiena, lo sguardo amaro per terra.
«Meglio uno stacco netto...» continuava la madre, «di una
lunga sospensione irrisolta. Ci vuole una buona dose d’incoscienza, e Pietro certamente ce l’ha. Eppure deve staccarsi
dalle sue radici. E forse c’è anche un momento in cui deve
maledire la pianta che l’ha generato.»
Ma già Alice non ascoltava più: un melo cui, in un angolo
buio della parete, il presunto capostipite della famiglia s’ap46
poggiava con aria burbera (forse rabbioso per la sua stessa
identità, rimasta incerta) le ricordava un altro melo, nel
giardino, sotto le cui foglie pochi giorni prima aveva parlato
con il fratello.
«Dipende dalle temperature, dal calore del sole. Ci sono
zone predisposte a fare il vino rosso e altre a fare il vino
bianco. Si può tentare, ma i risultati di solito non sono buoni. Ci sono condizioni alle quali occorre adattarsi, se si vogliono ottenere i risultati migliori. Allora è facile pensare
che sia così per tutte le cose. Ma qui una volta, molto tempo
fa, c’era il mare, e se anche ci fosse stato un essere umano,
al massimo avrebbe potuto fare il pescatore, non certo il
contadino. Voglio dire: le cose cambiano. Anche quelle che
sembrano destinate all’eternità, quando arriva il momento
diventano altro, oppure scompaiono. A quel punto non resta
che riconoscersi nelle proprie azioni: io sono così. Ho bisogno di sentirmi responsabile di quello che faccio. Che cosa,
non è poi così importante…»
Alice lo guardava negli occhi, imbronciata, tenendo in mano una mela già per metà mangiata:
«Mamma non vuole che tu te ne vada.»
«Qui è come se tutto lavorasse al posto mio. Dal sole che
sorge ogni mattina, puntuale sullo stesso paesaggio, alla casa che sembra funzionare da sola, senza sforzo.»
«Perché? Non stai bene qui con noi?»
«Sì, questo è il punto: se rimanessi potrei convincermi che
non c’è niente d’importante al di là delle tavole imbandite,
dei saloni con i grandi ritratti alle pareti e i mobili che la
mamma sorveglia minuziosamente.»
«Ma qui c’è ancora tanto da fare. E poi ci sono io! Non
andartene!» diceva Alice quasi frignando.
Pietro sorrideva e il suo sorriso era così pieno di consapevolezza, di gioia e di risoluzione che faceva paura. In quegli
attimi Alice percepiva tutta la sua lontananza e la sua solitudine, e confusamente capiva che solo dentro se stesso lui si
ritrovava, senza spazi per niente e nessuno.
Forse anche Pietro se ne rendeva conto e ne rimaneva
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turbato. Allora cambiava tono e cominciava a buttarla sul ridere, a divagare e scherzare. Cominciava a parlarle come si
parla a una bambina. Sentiva il peso di quanto doveva rifiutare per costruire se stesso e dover lasciare anche lei, la più
innocente, lo faceva sentire impotente e meschino.
«Lo so molto bene, ma...» e qui si alzò e caricando la voce
in tono comicamente esasperato, si mise a correre giù per il
lieve pendio con le braccia aperte, come ali d’aeroplano,
«sono così lontano da questa terra che non mi resta che
spiccare il volo! Vroammm !»
Alice gli andò dietro, faticando a tenere il passo. Pietro si
fermò sulla sponda del torrente nel fondo della valletta, che
segnava il limite dei secolari possedimenti della famiglia
Artini. Guardava verso il sole cadente. Nella sua infelicità
era felice: di fronte al tramonto infuocato parlava di cose
lontane, fantastiche. E Alice capì ciò che il fratello voleva
dirle, e ciò che il fratello non le stava dicendo: che stava
terminando il suo mondo, lentamente, dolcemente; che erano finiti i giochi dell’infanzia e che un’ineluttabile forza
strana, né buona né cattiva, li stava separando con un amaro
sorriso...
Un sussulto, un cambiamento nell’aria della sala la destò
da questo sogno nostalgico: nel silenzio tutti gli occhi, vivi e
dipinti, si erano rivolti alla madre, che quasi senza rumore
era scivolata dal tavolo alla finestra per allontanare delicatamente, con un soffio, una stupenda farfalla posatasi sui tendaggi.
In quel momento Alice ebbe la certezza che la madre avesse iniziato a morire. E da lì in avanti vide nella madre solo il
lento cadere nell’oscurità, un decadimento né fisico né morale, eppure evidente, ai suoi occhi.
Quando, molti anni dopo, la mandarono a chiamare, sentì
quasi un sollevarsi del petto, come se il peso di una lunga
angoscia si fosse infine dissolto.
La madre era seduta a capotavola, rigida e solenne. La testa
48
era appena reclinata su una spalla, lo sguardo perso sulla
stessa tavola sontuosamente imbandita che di persona continuava a curare con meticolosità. Senza un motivo, dacché
era rimasta sola. Con un gesto estremo del braccio sinistro si
era aggrappata a un cesto d’uva che, rovesciatosi, aveva lasciato rotolare in terra il proprio contenuto.
Un ictus, le diceva il medico, una morte istantanea, indolore. Ma Alice guardava altro, l’attenzione catturata da un
dettaglio. Un caldo raggio di luce estiva, penetrando dalla
finestra, illuminava in pieno un punto del ritratto del fratello
del nonno in abiti da caccia: a terra, accanto al suo piede destro, una piccola, stupenda, variopinta piuma d’uccello. Mai,
prima di allora, l’aveva notata.
49
continua...
Il nostro progetto
La Factory editoriale I Sognatori (avviata formalmente
nella tarda primavera del 201 3) costituisce un modello evoluto di casa editrice, fondato sul concetto di cooperazione e
aiuto reciproco. Se in una casa editrice tradizionale l’editore
svolge il suo lavoro col solo supporto di una redazione
interna e ogni scrittore pensa a sé – spesso senza conoscere
gli altri autori e relativi libri, nella Factory l’editore e gli
scrittori sfumano i ruoli e collaborano tra loro in perfetta sinergia.
Pur nel rispetto delle competenze specifiche (l’editore si
assume ogni obbligo di natura economica, per esempio) e
dell’individualità, il singolo si impegna per il gruppo ed è a
sua volta consapevole di ricevere aiuto dal gruppo. Editore,
autori e collaboratori discutono assieme, decidono assieme,
agiscono assieme. Non esiste nulla di simile in Italia, proprio per questo il progetto viene seguito con curiosità da
migliaia di persone fin dall’inizio. Entusiasmo e dinamismo
si pongono come base per due obiettivi: rinnovare lo scenario stantio dell’editoria nazionale e combattere l’indifferenza
che circonda libri e autori di gran valore, attraverso un
approccio che vuole mediare imprenditorialità moderna e
recupero di un associazionismo “dal basso” che altrove è
ormai ridotto a banale parodia.
Sito: www. casadeisognatori. com
Facebook: I Sognatori - Factory Editoriale
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come frutto del caso.

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