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gianni calignano
Salento mio, non ti lascio
womantime
BARI (IT) Via Sparano, 44/46 Tel. +39 080 5216420 Fax +39 080 5216420
LECCE (IT) P.za S. Oronzo, 27/28 Tel. +39 0832 244533/4 Fax +39 0832 244535
w w w. m a r i o m o s s a . c o m
leccellente magazine #3
febbraio / marzo 2013
i n d e x
GIANNi CALIGNANO 6
BORGAGNE 20
SBM 24
VINI DOLCI 28
PASTA DI MANDORLE 34
IULY FERRARI 38
IL PUNTO DI PINO DE LUCA 43
STORIA DI COPERTINA
Gianni Calignano
fotografato da Silvio Bursomanno
E DI TO R E MU S TL A B
DI R E TTO R E R E S P O NSA BILE LE DA CESA RI
V IC E D I R E TTO R E P IN O D E LUCA
C A P O R E DATTO R E MON ICA N EGRO
G R A F I CA & w e b MUST LA B
F OT O G R A F I A S I LV I O B URSOM A N N O
F OT O L I TO E S TA M PA GRA FICA ZEROT TA N TA
#3
REDAZIONE
direttore
vicedirettore
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commercia[email protected]
evviva le donne
che ormai fanno tutto
anche le riviste
F
ra pochi giorni sarà l’8 marzo, e c’è molto delle donne, nel numero de LECCELLENTE che state per sfogliare. Non che sia una novità, una trovata di quelle
buone per le riserve indiane, per gli zoo in cui vivono i panda e i parchi con le specie in via di estinzione: noi signore,
grazie a Dio, non stiamo per sparire dalla faccia della Terra,
anzi. Siamo vive e vegete, godiamo di ottima salute e in genere, se non troviamo sulla nostra strada qualche imbecille
con un coltello in mano (anche solo metaforico), che pensa
di vivere ancora ai tempi del Medio Evo, siamo anche bravine in tutto ciò con cui ci misuriamo, dalla cucina (dove alcuni vorrebbero ancora relegarci) fino ai computer. E in più,
simili a Dio, possiamo generare e prenderci cura delle altre
creature: anche quando non nascono dal nostro grembo.
E poi, a ben guardare, se è vero che squadra che vince non si
cambia, è vero anche il contrario: squadra che non vince ha
da essere cambiata, e quanto prima. Se dunque questo mondo governato dagli uomini non ha dato poi prova di grande
riuscita (negatelo, se potete), allora va sostituito il modello:
largo a quello femminile. Largo alle donne che – come potrete leggere in questo numero de LECCELLENTE – guidano con successo imprese all’avanguardia e interrogano gli
astri, tagliano e cuciono per rendere belle altre donne (pur
con l’aiuto di uomini illuminati) e fanno vini d’eccellenza,
oltre a confezionare quasi per intero (sempre con l’apporto
di uomini molto illuminati) questa rivista.
Così, senza alcuna concessione al vetero-femminismo, ma
con trepidazione e attesa, evviva le donne al potere. Così –
e ci si passi la banalità di ciò che stiamo per dire - il nostro
augurio alle donne è quello di prendere in mano quanto pri-
ma le redini del proprio destino individuale, se non l’hanno
già fatto, e soprattutto quelle del destino di noi tutti. Perché
abbiamo tutti bisogno di un mondo meno disumano, meno
cupo, meno aggrovigliato su se stesso; perché abbiamo bisogno di speranza.
E speranza è sostantivo femminile.
«noi SIGNORE, grazie a Dio,
siamo vive e vegete,
godiamo di ottima salute e
in genere, se non troviamo
sulla nostra strada
qualche imbecille con un
coltello in mano,
siamo anche bravine
in tutto ciò
con cui ci misuriamo»
abbiamo incontrato lo stilista nel suo atelier
a nardò, un castello moderno in cui ogni donna
diviene principessa e veste il suo sogno
LECCELLENTE 7
g
ianni Calignano sfila a Roma, espone a Dubai e convince a Beverly Hills. Ma quando le luci della passerella si spengono ha in tasca il biglietto del ritorno a
casa: Nardò, Salento, Puglia, Italia. Nonostante le difficoltà di
una terra che non è mai troppo generosa con chi fa impresa:
figuriamoci con chi fa moda, discorso che suona effimero anche se non lo è per nulla.
Non ha mai pensato di trasferire la sua attività in una
grande città? Non sarebbe stato più proficuo, per uno stilista, lavorare in città come Roma, Milano, Parigi?
“Forse, ma io ho sempre voluto fortemente restare nella mia
terra d’origine. Non mi sono mancate le proposte e le opportunità di aprire un atelier altrove, ad esempio a Roma,
ma ho deciso diversamente per un senso di riconoscenza nei
confronti delle persone che fin da subito hanno creduto in
me. Mio padre primo fra tutti, i miei amici di sempre e tutte
le persone che mi hanno dato fiducia. Andare via sarebbe
stato come tradire tutte queste persone. Così sono rimasto
nel Salento: dove sicuramente non mancano le difficoltà –
ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro - ma le sfide mi son
sempre piaciute”.
Come è nata la sua passione per la moda e quando ha
capito che la sua missione era rendere belle le donne?
“La mia mamma era una sarta, è stata lei a farmi conoscere
questo mondo luccicante! Ricordo i pomeriggi passati accanto a lei a osservare le sue mani muoversi tra i tessuti, aghi e
fili. Era emozionante veder nascere gli abiti dal nulla, almeno
quanto vedere negli occhi delle clienti la mia stessa emozione nel momento in cui indossavano il capo finito. Ho capito
così, tramite l’amore che mia madre mi ha trasmesso col suo
lavoro, che anch’io volevo regalare sogni. Non credo ci sia al
mondo lavoro più bello del mio”.
Chi le ha fatto il complimento più bello per i suoi vestiti?
“Potrei fare nomi illustri delle varie celebrities che hanno indossato i miei vestiti, ma mentirei. Il complimento più bello
me lo ha regalato mio padre. Le mie sarte avevano da poco
finito di confezionare un abito destinato al mercato arabo,
un vero gioiello. Era un abito lungo color cardinale, che è il
colore predominante nelle mie collezioni, in chiffon di seta
pura. Dopo aver finito di ricamarne il corpetto ero lì, fermo a
contemplarlo, quando a un tratto ho sentito dietro di me un
singhiozzo… le lacrime di papà”.
La donna più bella che abbia mai vestito e, al contrario,
la più difficile.
“Tutte le donne sono belle. Non è una frase fatta: nel mio
lavoro sono circondato sempre da donne, e la cosa che ho
imparato negli anni è che ognuna di loro è un tesoro da scoprire. I tesori sono belli, nonostante le ammaccature del tempo: il loro fascino non smette mai di abbagliare. Di contro
sono difficili, sono capricciose, ma queste “doti” sono per me
stimolo in più per fare meglio. Io le adoro, tutte!”.
Quando una donna è elegante e quando ha stile?
“La donna elegante, per me, è quella che non passa inosser-
vata per portamento, per modo di fare, per maniera di porsi.
L’eleganza è qualcosa che non si può insegnare e non si può
imparare, fa parte del Dna. Audrey Hepburn, Grace Kelly:
icone di sublime eleganza. Donne che anche indossando uno
straccio non perderebbero mai il loro fascino, la loro allure.
La donna che ha stile è invece modaiola. Ama seguire un
mood, la tendenza del momento, ma non per questo è una
donna elegante. Ma capita anche che le due cose possano
coincidere”.
A chi o a cosa si ispira quando realizza un vestito?
“Le mie collezioni nascono da sensazioni o emozioni del momento. Trovo ispirazione guardando il tramonto, il mare, il
cielo, e riverso tutto ciò che sento nelle mie creazioni. Spesso
anche i colori che faranno da filo conduttore li catturo appunto da queste estemporanee. E non nascondo che spesso
il meglio di me lo tiro fuori dai periodi dolorosi. È una sorta
di catarsi per me… lo schizzo che nasce su carta rispecchia
sempre il mio stato d’animo”.
Come giudica i tempi in cui viviamo, generalmente parlando ma anche in fatto di moda?
“Quello che stiamo vivendo è un tempo storico: lo stiamo
attraversando e ci sta attraversando. Penso che questa crisi
generale, di valori e di economie, serva a tutti noi per tirar
fuori il massimo. E’ lo stimolo per ingegnarsi, per rinascere
ed essere pronti a esplodere non appena la tempesta passerà.
La vita è fatta di corsi e ricorsi”.
Un consiglio alle donne che vogliono recuperare il senso pieno della femminilità a dispetto dei modelli di stile
(spesso si fa per dire) correnti: cosa indossare e cosa non
indossare mai?
“La femminilità è un tubino nero. Secondo me è un passepartout che non tramonta mai. Facile da portare e da reinventare. Basta poco per renderlo importante e poco per sdrammatizzarlo. Abbinato a un filo di perle è adatto a un cocktail o
a una serata glamour. Odio i pantaloni a vita bassa, sono di
cattivo gusto, anche perché non tutte possono permetterseli
ma spesso osano comunque. A livello visivo accorciano molto la figura, quindi per me sono out”.
L’alta moda è sempre pensata per modelle e donne bellissime. Ma le altre? Devono rinunciare a indossare capi
preziosi?
“Questo è un mito che voglio sfatare. Io vesto tutte le donne
che hanno voglia di sognare. Realizzo abiti da sposa per le
ragazze salentine, per le donne della mia città, per le ragazze
18enni che vogliono avere un capo particolare da sfoggiare
nel giorno del loro compleanno. Così come realizzo abiti da
red carpet. Per me non c’è differenza di classe sociale, di taglia. Tutte le donne possono avere un abito sartoriale, personalizzato in base ad una consulenza d’immagine che io stesso
faccio a livello gratuito”.
SEGUE A PAGINA 15
“IL COMPLIMENTO PIÙ BELLO
AL MIO LAVORO?
LE LACRIME DI MIO PADRE,
UN GIORNO, DOPO CHE AVEVAMO FINITO
DI RICAMARE IL CORPETTO DI UN ABITO
PER L’ARABIA SAUDITA”.
W O M A N
P H I L O S O P H Y
COUTURE 2013
SEGUE DA PAGINA 8
La bellezza può dunque ancora salvare il mondo?
“Deve! Non abbiamo molti punti fermi, in questo momento, e
la bellezza è l’unica cosa che dà forza perché secondo me è la
forza trascinatrice”.
Che terra è il Salento e la Puglia per la moda?
“La mia terra è meravigliosa. E’ intrisa di storia, la bellezza
è tangibile ovunque e ogni volta che parto per periodi più
o meno lunghi la voglia di tornare è sempre molto forte. Mi
manca guardare l’orizzonte e sentire il profumo del mare. Ma
potrebbe fare molto di più, e non solo per la moda. Personalmente punto molto sul Made in Salento: le mie collaboratrici, le mie sarte e le mie ricamatrici sono tutte persone che
vivono nella mia terra. Ogni abito griffato Gianni Calignano
ha dentro una storia fatta di artigianalità che non ha eguali.
Perché Made in Salento, per me, è qualità. Alle ragazze che
vengono a trovarmi per la scelta dell’abito da sposa spiego
proprio questo: la cultura del bello locale deve essere portata
alla ribalta. Si può spendere poco e avere il massimo. Proprio
per questo motivo ho da poco presentato nel mio atelier una
squadra di professionisti, ognuno nel proprio settore: dal visagista al fiorista, dal cake designer al fotografo, dall’hair stylist alle creatrici di gioielli. Veri e propri talenti che offrono il
loro servizio con passione e con criterio e sono tutti salentini.
Perché dobbiamo cercare altrove quello che abbiamo a pochi
passi? E, soprattutto, perché spingere questi fenomeni a cercare fortuna altrove?”.
Consiglierebbe a un giovane di intraprendere un percorso
simile al suo, oggi? E con il senno di poi lo inviterebbe a
fare fagotto e partire alla ricerca di fortuna altrove oppure no?
“Sicuramente non è facile intraprendere questa professione,
specie in questo momento. Il consiglio che spesso do a tutte
le persone che mi scrivono su Facebook o che vengono a trovarmi è di studiare tanto, di scegliere le scuole giuste e soprattutto di non arrendersi mai. Le porte in faccia sono tante, e so
che la pazienza e la passione a volte possono venire meno, ma
bisogna non perdere mai di vista l’obiettivo e credere nella
bellezza, nell’amore, nell’arte. Partire serve, viaggiare serve.
Lo faccio anch’io, sia per lavoro che per relax. Occorre svuotare la mente, vedere il mondo e conoscere ciò che succede
al di là del nostro piccolo per poi tornare carichi di energia.
Credo molto nella fortuna, nel treno che passa e che bisogna
saper prendere, ma alla base bisogna avere argomenti validi,
frecce al proprio arco: se non c’è la sostanza la fortuna può
fare ben poco”.
Progetti prossimi futuri.
“Progetti tanti. Mi aspettano Parigi, Ryad e anche altre situazioni in Italia. Ma non dico di più”.
LECCELLENTE 15
Agency MustLab
Photographer Silvio Bursomanno
Visual art director Monica Negro
Hair & Make-up artist Artist Lab
Model Valeria gaggiano
BORGAGNE
Qui dove il tempo scorre come deve
Borgagne, Piazza Sant’Antonio
LECCELLENTE 20
U
na simpatica storiella racconta di un contrabbandiere messicano che ogni mattina all’alba, spingendo una carriola
carica di fagioli, attraversava il confine con gli Stati Uniti,
e ogni sera al tramonto rientrava sempre spingendo la carriola carica di fagioli. Il poliziotto della dogana, puntualmente, lo fermava
e ispezionava il mezzo, cercando nei fagioli eventuale merce di
contrabbando. Non trovava nulla. Di contro il messicano, quando
gli chiedevano cosa andasse a fare negli Usa, rispondeva costantemente: “Contrabbando”.
Per molti anni questo siparietto si perpetuò nello stesso luogo e
nel medesimo modo. Poi, un giorno, il contrabbandiere non si fece
vivo e nemmeno il giorno seguente, e nemmeno l’altro ancora. Il
poliziotto, ormai attempato anche lui, si era affezionato al colloquio ultra-decennale e un po’ gli dispiaceva che fosse finito così.
Di colpo.
Arrivò il giorno della pensione e la prima cosa che fece fu quella
di andare in Messico a cercare il contrabbandiere. Dopo numerose
ricerche lo trovò in una bella casa, seduto al fresco del patìo a sorseggiare il suo Metzcal. Lo riconobbe, il contrabbandiere, ed ebbe
piacere ad ospitarlo. Dopo i convenevoli di rito, il poliziotto gli
disse: “Ormai è passato tanto tempo, ora puoi dirmi dove nascondevi la merce di contrabbando”. Fu irremovibile il vecchio contrabbandiere: non disse nulla. E la conversazione proseguì come
proseguono le conversazioni. Tra qualche risata, qualche denuncia di acciacco e il Metzcal che occupava i bicchieri per pochi attimi. Venne il tempo dei saluti, e il poliziotto, congedandosi, disse
al vecchio contrabbandiere: “Non ho ancora capito come mai hai
abbandonato di colpo…”. Il contrabbandiere gli sorrise: “Avevo accumulato quanto mi serviva e poi… poi il mercato dei fagioli non
tirava più”. Sorrise anche il poliziotto e andò via contento.
La morale di questa storia è semplice: troppo spesso nulla è più
invisibile di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Abitiamo il Salento,
lo vediamo tutti i giorni e scambiamo la nostra staticità con la
sua, e tante volte proviamo a modificarlo con conseguenze inesorabilmente nefaste: cerchiamo sotto i fagioli un tesoro nascosto
facendo disordine e sporcizia. E i fagioli sfuggono…
Un giorno del mese di giugno si percorra la strada che da Lecce,
passando per Merine, Vernole e Melendugno conduce alle coordinate 40° 16’ 35” Nord e 18° 20’ 15” Est. Vertice retto del triangolo
che ha come ipotenusa il segmento costiero che va da Roca Vecchia ai Laghi Alimini. Presidio del confine che separa e ha sempre separato il mondo latino dall’enclave della Grecìa salentina.
La masseria fortificata dei pastori. Un borgo in cui l’agnello la
fa da padrone e da padrone assegna il nome: Borgagne, ovvero
Borgo dell’Agnus. Per il mondo griko “vrani”, ovvero acqua stagnante, palude. Molti fanno derivare la parola rana (come animale) dall’antico greco “radna”, che sarebbe “umido”, o più più
precisamente “asperso”. Sicché è opinione comune che il termine
“ ‘ngracalati” attribuito ai borgagnesi debba avere a che fare con le
rane e le paludi. Per parte nostra lo riteniamo uno di quei termini
offensivi con i quali i puri spesso vilipendono i sangue misti,
ovvero coloro che, in questo caso, sono mezzi greci. Ma saranno altri a dirimere il groviglio: a noi fa premura raccontare di quello strano modo che abbiamo al Sud di utilizzare
ciò che in termini moderni si chiama outing, per trasformare
un appellativo d’origine poco nobile in un brand di successo.
E così gli, anzi Li ‘Ngracalati hanno costituito una sorta di
associazione che, fin dal principio, ha preteso di preservare
una identità fatta, come sempre per i nomadi e le civiltà popolari, più di canzoni e ritmi tramandati che di letteratura
stampata sui libri. E allora ecco il gruppo degli ‘Ngracalati
che nei giorni di “Borgoinfesta” (quest’anno dal 31 maggio
al 2 di giugno) allieta le strade con i ritmi e le stornellate
tipiche delle serate nelle quali la libertà delle popolazioni di
casta bassa ha sempre dovuto esprimersi.
Un grande cantore salentino di Cutrofiano, Uccio Aloisi,
sosteneva che chi non sapeva stornellare non poteva dirsi
autenticamente popolare. Distinguendo ovviamente tra il
concetto nobile di “popolare” e quello dozzinale di “folkloristico”. Sono numerose le pubblicazioni musicali dei cantori
“costumati e caminanti” che dei loro versi - a volte dolci, a
volte aguzzi - riempiono le strade e le piazze di questo minuscolo presepe incastonato in un gigantesco bosco di ulivi.
Ora Borgagne è stato ammesso all’interno del circuito dei
Borghi Autentici d’Italia, ottenendo un riconoscimento straordinario che rende questo luogo un tesoro, una location
straordinaria de “Le vrai savoir vivre”; sperando che amministrazioni sciocche non pensino di violentarlo facendone
uno specchietto per turisti allocchi da alloggiare in mega-
Borgagne, la fontana di Piazza Sant’Antonio
Hilton Garden Inn, Lecce
strutture che, in pochi anni, distruggerebbero il meraviglioso equilibrio tra il borgo e il suo territorio. Borgagne può e
deve essere patrimonio collettivo, luogo di “didattica della
vita” nel quale ogni umano deve avere la possibilità, se lo
desidera, di vivere un pezzettino di tempo di vita come la
vita dovrebbe essere vissuta sempre. Anche se purtroppo
quella cosa che alcuni incolti hanno chiamato “civiltà” ne
ha minato le basi stesse, concependo un urbanesimo ed una
urbanizzazione semplicemente avversa alla natura umana.
Borgagne deve invece diventare patrimonio collettivo del
Salento e i borgagnesi, anzi gli ‘Ngracalati, debbono portare
la responsabilità di custodirlo e curarlo, per farne non già
una enclave chiusa come un eremo, ma una possibilità di
immersione per assaporare il gusto del tempo.
Un bosco degli ulivi degli amici di Borgagne, ci piace immaginare, dove ognuno può acquistare un proprio albero e di
esso prendersi cura e da esso fare il proprio olio personale
o in cooperazione con altri proprietari di albero, perché nel
borgo ciò che viene sconfitto è la solitudine. Non quella cercata per ragionar con se stessi, ma quella imposta da una
competizione che, da tempo, ha perduto i crismi della sana
voglia di migliorarsi per assumere la forma peggiore: schiacciare il prossimo per sentirsi emersi. A Borgagne quindi, in
silenzio, con rispetto e attenzione per frantoi e macchie,
chiese e giardini… E i fagioli? I fagioli sono sotto gli occhi,
ma anche nella pignata: perché a Borgagne, oltre allo spirito,
v’è tempo per nutrire abbondantemente il corpo… Un’altra
storia da raccontare.
Eos Hotel, Lecce
pubbliredazionale
Francesca Marra, Dirigente di Sbm
LECCELLENTE 24
sbm
Sistemi Biomedicali
è
un po’ come il birdwatching. Ci vuole pazienza e fiuto, studiare le abitudini,
essere silenziosi e attenti. E le soddisfazioni non mancano. E il birdwatching
soccorre. Immaginate di aver voglia di osservare il Re degli uccelli, magari
di sentirlo cantare a quattr’occhi. È difficile, il re degli uccelli, come ogni re che si
rispetti ha un gran da fare: curarsi del nido e del territorio, allevare i piccoli, curare
se stesso. Non ha tempo da perdere inutilmente come ne hanno i birdwatcher. Ma
forse non sapete chi è il re degli uccelli …
Il re degli uccelli, in latino, si chiama “Troglodytes troglodytes”: comunemente lo si
conosce come scricciolo, piccolo uccello dei passeriformi che diventò re grazie alla
sua astuzia: la leggenda vuole che per eleggere il monarca tutti gli uccelli decisero
che tale sarebbe stato chi avesse volato più in alto. Lo scricciolo saltò sul dorso di
un’aquila, e quando questa si librò in volo alla massima altezza lui si catapultò ancora più in alto. Ovviamente nessuno riuscì a raggiungerlo, e lo scricciolo si guadagnò
lo scettro.
Piccolo, bruno, semplice, intelligente e dal canto armonioso. Legato alla sua dimora
e al suo territorio, che difende con grande temperamento nonostante la mole non
certo tracimante. Uno scricciolo è un bipede avvolto da morbide piume dal colore
discreto ma di grande eleganza… ma anche tra i bipedi senza piume si possono incontrare degli scriccioli: magari in forma deliziosa come Francesca. Giovane leccese
di origine galatinesi, dal viso regolare colorato di bellezza salentina in una cornice
di capelli corti, comodi, senza eccessi eppure splendidi come gli orecchini preziosi e
appena percettibili.
Senza un filo di trucco, bellezza linda, per semplice esistenza. Francesca è la mamma
di Giulia e moglie di Gianluca. Uno scricciolo trentenne che tiene la guida di un’azienda leccese, la SBM, ai vertici nel suo settore. SBM è stata tirata su da un’aquila,
il papà di Francesca, ma poi lo scricciolo ha saputo volare più in alto: mercato nazionale per alcuni prodotti, Centro-Sud per tutti.
SBM è un acronimo semplice, che sta per “Sistemi Bio-Medicali”, ovvero l’insieme di
quelle apparecchiature che rendono la medicina così moderna: strumentazioni delle
quali ci si rende conto dell’esistenza solo nei momenti di bisogno. Non è semplice
trovare la SBM, e d’altra parte è tanto poco probabile che la si vada a cercare quanto
è quasi certo che ciascuno di noi, per esperienza diretta o indiretta, con essa avrà un
rapporto. Magari mediato dai veri destinatari delle attività
di SBM.
Sulla strada che da Lecce porta a Lequile una palazzina dai
colori rilassanti, gli spazi ben dimensionati e brulicante di
dinamicità. Si esaminano e si studiano apparecchiature e
materiali da impiegare nelle branche più delicate della chirurgia (neurologica e vascolare) o nella diagnostica a ultrasuoni. Impressionante il livello di miniaturizzazione raggiunto e le possibilità che la tecnologia riesce ad offrire. La
fantascientifica medicina che il dottor Leonard McCoy pratica sull’Enterprise sembra rudimentale pratica da trogloditi,
e non armonico canto di Troglodytes … Impressionante un
ecografo che sembra uno smartphone o la miniaturizzazione di strumenti quasi impercettibili eppure capaci di salvare
una vita o, addirittura, di restituirla come può fare un defibrillatore.
Francesca guida questo gruppo, che più che un’azienda è una
rappresentazione plastica della famiglia salentina: le donne
a tenere la guida strategica e gli uomini fuori, a procurare
il pane. Storia matriarcale, la nostra, e pertanto serbata e
tramandata nonostante mille e una invasione. Tecnologie di
punta, strumentazione all’avanguardia che quindici operatori itineranti raccontano al personale medico di alta specializzazione, alternandosi in un esercizio che li vede traslare
costantemente dal ruolo di studenti a quello di formatori.
Formazione continua per dare formazione continua. Tutti
uomini. A loro il ruolo di relazionarsi con le professionalità
operative, con la guida all’utilizzo e con la necessità di ricostruire continuamente know-how in ragione del progresso
di materiali e ingegnerizzazioni dei medesimi.
In azienda quasi tutte donne. Leggende metropolitane raccontano di signore incapaci di collaborare proficuamente.
La sede Sbm
Sciocchezze dissennate. Qui il team funziona, legato più alla
collaborazione informale che alle gerarchie aziendali, ché
“se una donna ha bisogno di un’ora da dedicare al figlio o
al marito, o a quei compiti di assistenza che storicamente le
sono assegnati, un’altra donna capisce più e meglio di qualunque uomo”. E non vengono interposte questioni formali
che pure sono necessarie.
Ma in un’azienda dinamica come questa, e con nocchiero
femminile, l’adrenalina va a mille e le regole van per obiettivi. Francesca, il nostro scricciolo, tiene il timone della barca,
comprende e si fa comprendere senza mai ricorrere a un eccesso, in livrea tanto lineare quanto elegante, in tono tanto
pacato quanto deciso. Ha una laurea in Economia conseguita alla Bocconi. Ma l’impressione è che l’Università abbia
dovuto dargliela più come presa d’atto di conoscenza e competenza già sedimentate. Magari la formalizzazione è venuta
dai libri, ma la sostanza si è respirata in azienda fin dalla più
tenera età.
Chiunque solo per mezz’ora s’aggiri in SBM scoprirà che
non è di Francesca: la SBM è Francesca. Quando ne parla, infatti, è difficile distinguere il confine tra la casa e l’azienda,
e infatti questo confine non c’è: ogni angolo del luogo, per
quanto cosparso di tecnologia, profuma di Francesca. Che a
tre punte d’orgoglio non riesce a tener freno: “Nonostante
la crisi siamo in crescita”, “I complimenti della Guardia di
Finanza dopo un’ispezione durata quasi un anno” e, ovviamente, Giulia. Per le prime due abbiamo pensato che la SBM
e Francesca Marra siano degne d’essere incluse ne LECCELLENTE. Per la terza ci piace immaginare che un altro scricciolo volerà alto, magari portato in spalla da un’aquila di
nome Gianluca.
Ecografo “Vivid e”
vini
I Magnifici Sette
LECCELLENTE 28
dolci
i
n altro loco, in questo numero, raccontiamo della pasta di mandorle, del suo utilizzo artistico e simbolico. Ed è
indubbio che la plasmabilità di una sostanza contribuisca al suo successo e al suo valore. Se l’argilla non fosse plasmabile resterebbe fondo calpestabile…
Ma la pasta di mandorle è plasmabile ed è anche di gusto eccellente, e come ogni cibo che si rispetti ha bisogno di qualcosa
che ne accompagni la masticazione e il piacere della condivisione. Perché alla tavola della Pasqua c’è il Pane e c’è il Vino.
Qui ci proponiamo quindi di presentare sette campioni salentini che possono esser di degna compagnia alla pasta di mandorle, alcuni per coniugio, altri per contrasto. Di come ciascuno abbia poi a soddisfare i suoi propri gusti nessuno può farsi
arbitro, ma solo esporre le possibili alternative: e che ognuno scelga liberamente … Quello che a noi importa è mostrare
come dei tesori siano anche nel nostro giardino e come il loro valore non sia minore di altri, pur preziosi, che si trovano in
giardini lontani.
le briciole
Severino Garofano - Copertino
Un piccolo articolo per una grande differenza: un conto è dire
Briciole e un altro dire Le Briciole. Chardonnay e Malvasia
bianca, vendemmia in prima decade di settembre e appassimento su stuoie. Maturazione del vino di almeno dieci mesi
in piccoli carati di rovere con fecce sottili. Bottiglia piccola
(500 cl) e rara. Colore dell’oro, profumi intensi di frutta bianca
matura con note dolci di confettura di cotogne e di miele. Ricco, vellutato e maestoso al palato. Lunghissimo negli aromi,
eppure asciutto e non stucchevole.
PAULE CALLE
Candido - Guagnano
Chardonnay e Malvasia bianca in pari proporzioni, seconda
vendemmia tardiva dello Chardonnay e appassimento in fruttaio insieme alla Malvasia. Vinificazione delicata e maturazione in barriques per 12 mesi con i lieviti. Bottiglia lunga e sottile per un vino di colore dorato, dai profumi intensi di frutta
esotica e di miele, dolce al primo impatto ma equilibrato da
una eccellente freschezza nel finale.
TAFURI
Azienda Coppola - Gallipoli
Un tuffo nella storia: Negroamaro (30 per cento) e Primitivo
(70) della vigna “Santo Stefano” in agro di Alezio. Vendemmia
tardiva, molto spesso a ottobre, e poi ancora una riduzione
per appassimento delle uve sui graticci. Alberelli minuti e antichi che si arrampicano sulla roccia per un passito di grande
spessore, dal colore scuro profondo, violaceo sull’unghia dai
profumi intensi di frutta matura (prugna e melagrana) con
note di carruba. Imponente e pervasivo al palato, avvolge
ogni sapore donando nel finale un senso di pulizia.
ambra
Duca Carlo Guarini - Ruffano
Un cordone speronato su un terreno sabbioso, un vitigno internazionale come il Sauvignon, 40 giorni di appassimento
delle uve surmature e poi lavoro di cantina e tecnologia: pressatura soffice e temperature controllate e viene fuori qualcosa
di prezioso come l’ambra, dal profumo di mango e lychees,
note dolci e speziate d’oltremare e gusto pieno, sinuoso e di
piacevolezza estrema.
SERRA DEI SANTI
Santi Dimitri - Galatina
L’Aleatico è una antichissima cultivar aromatica, unica uva
che caratterizza e viene caratterizzata dalla Puglia intera. Un
terreno sabbioso nella zona di Galatina e radi e vetusti alberelli (3500 piante per ettaro). Vendemmia notturna anticipata, appassimento delle uve su graticci a ombreggiamento
controllato per circa un mese, lunga macerazione con le bucce e fermentazione a temperatura controllata. Affinamento
in acciaio: risultato, un vino rosso rubino intenso, violaceo
sull’unghia, un naso prorompente di marasca con note speziate e un gusto intenso, pieno e persistente con una delicata
ma presente nota tannica.
leucos
Giovanni Petrelli - Carmiano
Siamo a Carmiano, due passi da Novoli. Terre di Moscato e
di un moscato 100 per cento si parla. Il Leucòs ha ilcolore
chiaro della luce, e come tutti i moscati dolci è vendemmiato
tardivamente da un fondo che si chiama Chiusa. Lavorato delicatamente e affinato in acciaio, restituisce con grande naturalezza un prodotto dal colore giallo brillante, profumi intensi
e pervasivi di frutta bianca (pera), note floreali di acacia e,
in secondo naso, una complessità che giunge alla “copeta”,
e forse allo “scorzone”. In bocca è sontuoso ed elegante, ma
conserva freschezza di frutta e piacevole nota agrumata.
botrus
Cantina Botrugno - Brindisi
Nomen omen, dicevano i Romani. Nel nome c’è il destino.
Botrugno deriva da “botrus”, che in greco significa grappolo
d’uva. Antica famiglia di antichi vitivinicoltori che conservano una cantina nel centro di Brindisi e conservano il ciclo
chiuso, ovvero lavorano esclusivamente uve proprie. Tra gli
altri producono il Botrus, un vino dolce di Malvasia nera di
Brindisi. Si tratta di un vino passito su pianta, ovvero i grappoli vengono lasciati sulla pianta di alberelli di mezzo secolo
fino a quando non appassiscono. Solo allora vengono raccolti,
sottoposti a premitura soffice e il mosto viene gestito a temperatura controllata. SI ottiene un vino scuro con riflessi viola
sull’unghia dai profumi di frutti rossi maturi e di spezie; in
bocca è ampio, dolce e asciutto, abbastanza lungo e lascia un
retrogusto speziato tendente al balsamico.
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pasta di mandorla
La dolcezza con la storia intorno
s
imboli, solo simboli, eppure in nome di simboli gli
umani si abbracciano o si scannano, celebrano momenti di festa o di dolore. Ciascuno per la sua ragione, il suo credo o la sua fede ha bisogno di simboli, labari, bandiere. “Il primo mese, il quattordicesimo giorno del
mese, sarà la Pasqua in onore dell’Eterno. E il quindicesimo
giorno di quel mese sarà giorno di festa. Per sette giorni
si mangerà pane senza lievito. Il primo giorno vi sarà una
santa convocazione; non farete alcuna opera servile, ma offrirete, come sacrifizio mediante il fuoco, un olocausto all’Eterno: due giovenchi, un montone e sette agnelli dell’anno
che siano senza difetti; e, come oblazione, del fior di farina
intrisa con olio; e ne offrirete tre decimi per giovenco e due
per il montone; ne offrirai un decimo per ciascuno de’ sette
agnelli, e offrirai un capro come sacrifizio per il peccato, per
fare l’espiazione per voi. Offrirete questi sacrifizi
oltre l’olocausto della mattina, che è un olocausto perpetuo. L’offrirete ogni giorno, per sette giorni; è un cibo di sacrifizio
fatto mediante il fuoco, di soave
odore all’Eterno. Lo si offrirà oltre
l’olocausto perpetuo con la sua libazione. E il
settimo giorno avrete una santa convocazione, non farete alcuna opera servile.” (Pentateuco, Numeri, La Pasqua, 16-25)
La richiesta di olocausti è tipica delle funzioni religiose delle genti antiche, così anche nella religione
di Abramo. Essa si inquadra sostanzialmente nella “Teofagìa”, ovvero nella credenza degli umani di acquisire le
virtù di ciò che mangiano. In fondo continuiamo a perpetuare questa persuasione nel “Wir sind was wir essen” (noi
siamo quello che mangiamo) magistralmente sintetizzato da
Ludwig Feuerbach. L’agnello, per la sua purezza, è il tipico
animale sacrificale e non deve aver difetti per espressa esigenza divina. Lo scorrere del tempo ha, per fortuna, reso
sempre più astratta l’operazione del sacrificio. L’incedere
della civiltà ha prodotto modelli, icone, simboli attraverso i
quali si è compiuto il sacrificio più come forma rappresentata che effettiva.
La tradizione dell’agnello di pasta di mandorle ne è un
esempio plastico. Con il ripieno, che sta ad indicare le in-
teriora, ancora più buono del corpo stesso. Perché l’agnello
non deve essere “nfurchiatu” (ovvero da macello) ma “nutrizzu”, ovvero non svezzato. E il corpo candido e dolce di
pasta di mandorle. Lu “tuce te li signuri”: così era chiamatao
nel diciannovesimo secolo. Per la sua preziosità e rarità. Veniva preparato dalle suore del monastero benedettino di San
Giovanni Evangelista di Lecce. In forma di pesce per Natale
e d’agnello per la Pasqua.
«L’agnello? Per la sua
purezza è il tipico
animale sacrificale
e non deve aver difetti
per espressa
esigenza divina»
Investigare sulla “pasta di mandorle” e sulle sue forme votive
è stata una esperienza meravigliosa che ci piace condividere. Il pesce e l’agnello hanno una simbologia del tutto differente. Del riferimento religioso dell’agnello abbiamo scritto.
Ad esplicitare ancora meglio il significato del simbolo della
purezza vengono ancora in aiuto le Sacre Scritture: “...Isacco
si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose:
«Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna,
ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». Abramo rispose: «Dio
stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!»”
(Pentateuco, Genesi, 22. 7-8). Iddio fermò la mano di Abramo, al quale aveva chiesto in olocausto la gola di Isacco e,
in quel tempo, fu il capro espiatorio a essere immolato. Al
tempo di Pilato e del popolo che scelse Barabba non ci furono capri a sostituire colui che si chiamò “Figlio dell’Uomo” e
che per mano dell’uomo fu immolato per crocifissione. Eppure Giovanni lo aveva detto “Ecco l’Agnello di Dio” Gv-36.
Il mito del pesce può farsi risalire alla controversa figura
LECCELLENTE 34
di Ishtar o Astarte, regina del cielo e
della terra, dea guerriera che protegge l’amore sessuale e quindi
simbolo di fertilità. Certo
Astarte protegge l’amore
casto e dissoluto (nel Vecchio Testamento il nome fenicio
Ashtart diventa Astaroth, ovvero
Astarotte, demone dell’impudicizia). Il pesce, in greco ΙΧΘΥΣ
(ichthýs), - acronimo di Ιησοῦς Χριστός
Θεoῦ Υιός Σωτήρ (Gesù Cristo Figlio di Dio
Salvatore) - è anche immagine di riconoscimento criptico tra paleocristiani. Quando si
incontravano uno tracciava in terra un segno curvo con un bastone, l’altro rispondeva con
un segno simile che, incontrandosi con il primo, dava
come risultato la forma che assume il pesce di pasta di
mandorle più o meno decorato.
Non ci resta che ricostruire il “racconto della pasta di mandorle”. Vi è un uso recente, in particolare in cucina, di andare alla ricerca della ricetta originale come se si potesse
far risalire un “usum” ad un momento unico e primigenio.
E più è remoto nel tempo questo pseudo-principio, più ci si
affeziona al mito e, assai spesso, alla panzana. La pasta di
mandorle non fa eccezione, e se ne leggono d’ogni colore.
Il più delle volte si racconta la pasta di mandorle partendo
dalle mandorle e invece occorre partire dallo …. zucchero.
Ben più antichi sono i semi di questo albero rispetto allo
zucchero. Esso compare come uno dei migliori frutti nella
Genesi e strumento della crescita truffaldina delle greggi di
Giacobbe. Ma, cosa ancor più certa, numerosi semi sono stati trovati a corredo della tomba di Tutankhamon (1125 a.c.),
a testimoniare di seme domestico e cibo da re.
Ma per far pasta di mandorle occorre lo zucchero, e lo zucchero in Occidente arriva con le Crociate, nel dodicesimo
secolo. Era ben noto agli Arabi, che ne hanno diffuso la fabbricazione fin dal sesto secolo diffondendo le piantagioni
della canna da zucchero. Ma per la verità nel terzo secolo avanti Cristo i mercanti indiani e persiani lo portano in
Egitto: da lì lo zucchero raggiungerà certamente Roma. Di
certo lo conosce Dioscoride (I secolo dopo Cristo), ma era
una merce da farmacista, certamente impossibile da usare
in dosi massicce per preparare dei dolci che, comunque, non
compaiono in alcuna fonte romana: oltretutto il processo di
produzione è poco più che un semplice processo di raccolta.
Gli Arabi ne perfezionano la produzione fin dal VI secolo
dopo Cristo. Ibn al-Awwam, nel dodicesimo secolo, ne descrive il processo di produzione: “Si tagliano le canne da
zucchero quando hanno raggiunto la maturità, si tagliano in
piccoli pezzi che sono ben spremuti entro presse o in apparecchi simili. Poi si fa bollire l’estratto e lo si lascia riposare
per un certo periodo di tempo; poi lo si filtra e poi lo si fa
bollire di nuovo fino a quando il suo volume è un quarto
di quello originale; il sugo risultante viene versato in vasi
di terracotta di forma speciale e viene tenuto al buio fino a
che indurisce e cristallizza. Il residuo non viene buttato via
ma serve come nutrimento per i cavalli a cui piace e che ne
ricavano energia”. Per usare lo zucchero occorre frantumare
i cristalli o discioglierlo in liquido … immaginiamo lavorarlo
con le mandorle …
Lo “zucaro” lo troviamo nell’Anonimo Toscano e nell’Anonimo Veneziano, e ne deduciamo la presenza nell’Anonimo
Meridionale, da cui i due testi sicuramente derivano. Ma di
certo qualche impasto di zucchero e farina di mandorle, magari in termini quaresimali (ovvero senza prodotti di origine
animale), veniva preparato nelle zone ad alta influenza araba. Ad esempio il marzapane deriva il suo nome da mauthabán, ovvero la moneta con la quale si acquistava uno di
questi dolci da strada. Ed in Sicilia, indubbiamente, l’influenza araba è stata straordinaria. Si può dar per certo il racconto della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, fondata dal
generale di Ruggero II Giorgio d’Antiochia, e dell’annesso
monastero benedettino fondato da Eloisa Martorana. Siamo
intorno alla fine del 1100 e, per certo, nel monastero, come
in tutti le strutture di quel genere, si preservavano e sviluppavano le arti della preparazione di vivande e di essenze.
Tuttavia la frutta di Martorana, e quindi il marzapane vero e
proprio così come noi lo conosciamo, è da far risalire al 1537.
In quell’anno l’imperatore Carlo V fu in visita a Palermo e si
recò nel convento di Martorana. Gli agrumeti erano ovviamente verdi, ma altrettanto ovviamente privi di frutti dato il
periodo, e le suore realizzarono la famosa frutta che, legata
agli alberi, ne rese l’aspetto florido, rigoglioso e miracolosamente produttivo. Quei frutti, realizzati con il marzapane
modificato perché dovevano essere somigliantissimi ai frutti
veri e reggere il caldo del giugno palermitano, erano così
buoni e furono così apprezzati dal re che la pasta di cui erano costituiti divenne rapidamente “pasta reale”.
Marzapane e pasta reale sono prodotti tipici della Sicilia, ma,
come tutte le cose buone, si fa presto a passarle di bocca in
bocca, come notizia e come piacere. Se ne modificano dosi e
si studiano composizioni, finché nel Salento le suore benedettine di Lecce non ne elaborano una propria ricetta con la
quale confezionano pesci natalizi e agnelli pasquali di valore
diplomatico, ovvero di presente dedicato ai personaggi più
importanti.
«Marzapane e pasta reale
sono prodotti tipici della
Sicilia, ma, come tutte
le cose buone, si fa presto
a passarle di bocca in bocca,
come notizia e come piacere»
La storia della concorrenza con le Teresiane di Bari è pura
fantasia, non fosse altre che per ragioni anagrafiche. Le Benedettine a Lecce furono insediate da Accardo II (siamo nella prima metà del 1100, prima di Eloisa Martorana!), mentre
l’ordine delle Teresiane ha origine a Ciudadela (Minorca) nel
1861… per averne una comunità a Bari occorre attendere il
principio del 1900. Pasta di mandorle, marmellata di pere
petrocine e faldacchiera esistevano quindi già da secoli. Ciò
non toglie che le elaborazioni delle Teresiane non fossero di
grandissimo pregio.
Ma la pasta di mandorle salentina, nelle dosi definite dalle
Benedettine, è il fulcro intorno al quale si costruisce un’identità che prende forma e consistenza intorno al diciassettesimo secolo, quando la coltivazione della canna da zucchero si
diffonde nel Nuovo Continente e ne abbassa rapidamente i
costi di produzione: in Italia si continua a produrre la barbabietola come pianta da foraggio.
Nel 1600 Olivier De Serres, agronomo francese, scopre che
quest’ultima, dopo la cottura, secerne uno sciroppo simile
allo zucchero… Un secolo e mezzo dopo Andreas Margraaf
comprende come farlo cristallizzare e Franz Carl Achard
rende le barbabietole interessanti economicamente nella
produzione dello zucchero.
Bisogna però arrivare al 1800 per avere il primo zuccherificio, e Napoleone Bonaparte per l’esplosione della produzione: nel 1812 Delessert riceve da Napoleone la legion d’onore
per aver realizzato il primo pane di zucchero di bietola. In
pochi decenni lo zucchero di bietola ha superato la produzione dello zucchero di canna, dunque, ed è stato inventato
il processo di cristallizzazione e di raffinamento. La pasticceria può nascere.
Finalmente abbiamo a disposizione le materie prime per far
la pasta di mandorle come la conosciamo oggi. Si aggiunga che all’inizio del secolo breve (il 1900) alcuni agronomi
e produttori selezionano delle mandorle straordinarie nella
provincia barese (Filippo Cea, Antonio De Vito, Genco) che
contribuiscono a rendere la pasta di mandorle ancora più
preziosa e saporita. E quella salentina non ha davvero nulla
da invidiare, per storia e costruzione, ad alcun’altra elaborazione. Se poi consideriamo che i nostri dolci pasquali e natalizi hanno la marmellata di pera petrocina e la faldacchiera
come elementi determinanti, allora davvero le rivendicazioni salgono. E semplicemente perché la faldacchiera magari
è sempre esistita, ma è Vincenzo Corrado, da Oria, che per
primo ne descrive la preparazione esponendola alla pubblica
conoscenza.
Con i simboli abbiamo principiato e con i simboli concludiamo. Simbolo di pace è certamente la colomba: nel tempo del
secondo patto che viene stabilito con Noè e i suoi figli, è lei
che portando un ramoscello d’ulivo segna la fine del diluvio
e dell’ira divina che lo ha provocato.
«Invece di una colomba
fatta chissà dove
ricordatevi degli
artigiani locali che fanno
un eccellente agnello
di pasta di mandorle
con pera petrocina
e faldacchiera»
Di questo simbolo si è fatto commercio, e ciò non ci stupisce
né ci scandalizza: ci son tanti che portano la croce appesa al
collo e invece son loro che dovrebbero essere appesi a una
croce. Ma ci sia permesso di ricordare che magari a tavola porterete una colomba fabbricata chissà dove, e invece
pensate che ci sono tantissimi artigiani locali che fanno un
eccellente agnello di pasta di mandorle con pera petrocina e
faldacchiera; qualcuno anche con la cioccolata. Anche questo è un simbolo da valorizzare.
iuly ferrari
Vi farò vedere le stelle
A
volte girano. Fin troppo. Così qualcuno di coloro che
hanno infruttuosamente sperato nella benevolenza
degli dei della Terra decide di osare, di fare il gran
passo: affidandosi alla saggezza delle stelle. E’ la legge della
corrispondenza, primo principio di ermetismo: come in alto,
così in basso. Perché anche gli astri, sì, girano. Non meno
significativamente di quelli personali che ruotano vorticosamente quando siamo molto incazzati. E la disciplina millenaria che si occupa di questi moti - quelli celesti, sia chiaro - si
chiama astrologia: scienza antichissima, nata praticamente
con l’uomo, che a dispetto dei suoi molteplici e spesso disinformati detrattori è arrivata fin qui. Conoscendo peraltro in
questo periodo una fase di grande fortuna: se è vero (come
è vero) che per le scuole è boom. E se è vero (come è vero
anche in questo caso) che da dicembre quella dell’astrologo è
considerata dallo Stato italiano una professione come un’altra, con la possibilità di istituire albi di esperti e tutto ciò che
ne consegue.
“Un grande risultato per chi si approccia a questa scienza
con il rigore e la serietà che le compete”, spiega Iuly Ferrari,
leccese, funzionaria della Regione Puglia da 33 anni per lavoro ed esperta di stelle per passione, altrettanto duratura, con
vista sui segreti e sulle debolezze di migliaia di pugliesi (e
non solo) che a lei si rivolgono quando il famoso giramento
personale è in atto. “Perché prima di tutto va detto questo,
che sono tanti quelli che fanno gli scettici in pubblico, ma poi
leggono gli oroscopi in privato, affrettandosi a telefonarmi
quando hanno un problema in famiglia o una pena d’amore”.
Compresi volti noti della politica, dell’imprenditoria e della
cultura locale, alti dirigenti statali e professionisti insospettabili. Non diversamente da quanto avviene da sempre, perché
ogni regnante che si rispetti, da Federico II a Elisabetta I d’Inghilterra, passando per Rodolfo d’Asburgo e molti, molti altri
(si sussurra che perfino Giulio Andreotti sia un appassionato di astrologia), ha sempre avuto il proprio esperto stellare
d’ordinanza. “Nomi, ovviamente, non ne farò mai. Ma vi basti
sapere che ci sono imprenditori che mi chiamano dall’estero
per chiedermi se devono firmare quel contratto o acquistare
quell’azienda. E politici che vogliono sapere se vinceranno le
elezioni: sono i più tenaci, non demordono finché non accetto di riceverli”.
Lavoro, salute, problemi familiari, domande varie: devo comprare quella casa? Mi hanno offerto quel lavoro, accetto? Riuscirò a trovare un’occupazione? Ma l’argomento principale,
inutile dirlo, è l’amore: clandestino, non corrisposto, burrascoso, tutti – uomini e donne – hanno qualcosa di chiedere,
in proposito, all’astrologa leccese, che su questa materia potrebbe scrivere un vero e proprio trattato, né più né meno di
un sociologo: solo più veritiero, forse. Anche se a volte non
è facile comprendere immediatamente la natura delle richieste: “Una volta venne una signora a farmi domande strane sul
marito e sulla sua situazione matrimoniale, e io non capivo
cosa volesse da me. Poi, scava scava, venne fuori il vero motivo del consulto: voleva sapere quando il consorte sarebbe
morto, per ereditare. Le spiegai che non avrei mai risposto
a una domanda del genere e la congedai, ma lei continuò a
telefonarmi insistendo. Dopo un po’ di tempo seppi che era
morta lei, invece del marito”.
LECCELLENTE 38
Perché le stelle, alla fine, sono forse più equanimi degli umani. Che a volte si rivolgono all’astrologa anche con quesiti
strani: “Un giorno, per esempio, una ragazza mi chiese se
sarebbe mai riuscita ad avere un orgasmo vaginale, oltre a
quello clitorideo. Ma è solo uno dei casi di richieste inconsuete di cui sono destinataria. D’altronde viviamo tempi particolari, per certi versi terribili, e la gente ha bisogno di essere
rassicurata su tutto”.
Tra i consultanti alla ricerca di risposte le donne, certamente
la maggioranza. Ma anche gli uomini, da un po’ di tempo a
questa parte, non scherzano: vuoi perché forse non si sentono più i padroni del vapore, con il Pink Power in rapida ascesa, vuoi perché i tempi sono quelli che sono, sono sempre di
più i signori maschietti che bussano alla porta dell’astrologo.
E se qualcuno ha ancora in testa il luogo comune dello sprovveduto finito nelle mani dell’impostore di turno, beh, si ricreda pure. “I ciarlatani ci sono anche nel settore dell’astrologia,
come dappertutto”, ammette Iuly Ferrari, da molti addetti ai
lavori giudicata tra gli esperti più capaci d’Italia nonostante
sia approdata allo studio delle stelle, molti anni fa, dal mare
magnum dello scetticismo. “E sono io la prima a invitare le
persone in difficoltà a fare attenzione, perché in giro ci sono
davvero tanti squali. Per questo noi del Cida dobbiamo attenerci a un codice deontologico, violando il quale siamo fuori
dall’associazione”.
Un passo indietro: Cida, Centro Italiano Discipline Astrologiche. Fondato a Torino nel 1970 (come Centro Italiano di
Astrologia), può contare a oggi su più di 5mila iscritti, in
prevalenza studiosi non professionisti, italiani e stranieri,
e dal 1987 è presieduto – quando dici il paradosso, per una
disciplina ancora molto osteggiata perché considerata su-
perstizione – da uno scienziato: il biologo milanese Dante
Valente. Obiettivo primario dell’Associazione e’ la diffusione
qualificata dell’aspetto culturale dell’astrologia e la ricerca di
un punto di confluenza con altre materie come la psicologia,
la filosofia, la medicina, la psicosomatica, l’arte: per questo
il CIDA organizza convegni nazionali e internazionali (uno
dei quali due anni fa a Lecce, organizzato proprio da Iuly
Ferrari). Per tre anni, tra l’altro, il Ministero dei Beni culturali
ha assegnato al sodalizio i contributi- premio attribuiti alle
associazioni “ad elevato contenuto culturale”; il Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, emanazione del
Ministero di Grazia e Giustizia), per realizzare la suddetta
istituzione dei nuovi albi professionali, ha convocato regolarmente il CIDA (e solo questo) al ministero come interlocutore primario degli astrologi professionisti. Per garantire
infine la preparazione dei quali, nonché la tutela dei consultanti, l’associazione ha istituito un albo professionale privato
nazionale per la cui ammissione e’ necessario superare un
corso apposito, ed esami specifici secondo uno schema universitario.
A Lecce, tra l’altro, esiste una delle tre scuole CIDA d’Italia
(di cui è ovviamente responsabile la stessa Ferrari): l’unica
del Sud Italia, visto che le altre due sono a Roma e Milano. La
scuola prepara astrologi professionisti, e quest’anno ha fatto
registrare un boom di iscrizioni al primo livello. Ci sono anche uomini, tra gli aspiranti esperti stellari, il che conferma
un dato: primo, che anche gli uomini piangono (se hanno
problemi e una sensibilità non proprio di cemento armato);
secondo, che anche gli uomini sono attratti dai segreti del
firmamento. In fondo, come diceva Oscar Wilde, “siamo tutti
immersi nel fango: ma alcuni guardano le stelle”.
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Pane e Vino.
A ciascuno il suo
DI PINO DE LUCA
c
orpulento vagava su campi brulli e pietrosi, senza
meta. Sporco e rozzo. Un selvaggio. Dai fianchi pendevano una sacca sdrucita ed un otre consunto. Vento di tempesta e polvere. Improvviso e violento.
Cercò rifugio, sedette al riparo di un grande masso. Il cielo
tanto oscuro e il messaggio tanto chiaro: non sarebbe stata
breve. Non restava che mettersi comodi. Con le mani luride
cercò nella sacca, tirò fuori un pezzo di pane nero, incurante
della polvere, lo morse e lo masticò lentamente. L’ululato
del vento copriva ogni rumore. Non sentì i passi, un cristiano apparve dal nulla nella nebbia di polvere. - Salve – proferì con voce piacevole.
- Chi sei? – grugnì il selvaggio.
- Sono un viandante che cerca riparo - disse il cristiano, sedendosi dietro al masso. Portava al collo due sacche ricamate.
- Non conosci i doveri dell’ospitalità?- continuò il cristiano,
con un tono quasi di rimprovero.
- Non hai forse le tue sacche? – grugnì il selvaggio.
- Nelle sacche porto semi preziosi, tu cosa mangi?
- Pane fatto con la farina di erica, e il mio otre è colmo di
vino di quercia. Non piacciono a tutti, ma con loro ci campo.
Mangia e bevi se vuoi - sghignazzò il selvaggio.
Il cristiano provò ad assaggiare il pane, era duro e secco.
Allora lo bagnò con il vino. Si ammorbidì, ma il suo sapore
era amaro e acre …
- Dove è la tua gente?
- Da qui fanno venti leghe, coltiva campi di fama e di ricchezza e dai mercanti compra pane dolce e vino speciale.
- E tu perché non sei con loro?
- Perché loro litigano in continuazione su chi ha la fama più
bella o su chi ha ricchezza più grande, io non so coltivare e
me ne sono andato.
- Io sono un maestro della coltivazione, se vuoi ti insegno.
- Non ho semi da piantare.
- Io porto i semi dell’albero della giustizia e le talee della
pianta della verità.
- Le conosco. Servono per fare il pane dolce e il vino speciale, quello che vendono i mercanti alla mia gente. Ma io non
ho nulla per comprare la mia giustizia e la mia verità.
- Ascolta, è difficile coltivare le mie piante, esse devono crescere insieme, ma bisogna dissodare bene i campi e tu, tu
hai spalle larghe e mani forti. Dissoda un campo, piantali e
curali, avrai giustizia e verità a tuo piacimento, le venderai
alla tua gente e ne ricaverai fama e ricchezze, sarai un grande mercante.
La tempesta finì di colpo come era cominciata. Il cristiano
donò alcuni semi al selvaggio per compensarlo del pasto
magro e si diresse verso la città.
Il selvaggio rimase a pensare, sorrise e decise di provarci.
Costruì un piccolo capanno, appese il suo otre e la sua sacca,
su una mensola di pietra pose i semi. Si recò nel campo, spietrò e dissodò, fece grandi solchi e tagliò le spine, seminò. Gli
alberi della giustizia crebbero, le piante della verità fecero
frutti succosi, i campi erano rigogliosi e i frutti tanti.
Un po’ perché non poteva raccogliere da solo, e un po’ per
vanità, corse verso la città e invitò tutti quelli che incontrava: - Ho coltivato giustizia e verità, i frutti sono copiosi,
venite a raccogliere –
Non se lo fecero ripetere due volte, e una moltitudine di genti si accalcò. Ognuno volle la sua parte di giustizia e di verità, e i frutti furono strappati, le piante calpestate e le messi
saccheggiate.
Il frastuono era assordante e le grida di donne, di uomini e di
fanciulli erano scomposte, e ognuno aveva meno giustizia di
un altro, e ognuno aveva più verità di un altro.
Il selvaggio tornò al capanno. Era disgustato, prese le sue
sacche e andò lontano, da solo.
Giorni e giorni di cammino sui campi di spine, una tempesta
di polvere e un masso dietro cui riparare. Un pezzo di pane
e un sorso di vino. Mentre masticava riapparve il cristiano.
- Mangi ancora quel pane e bevi sempre il vino amaro? Pensavo fossi diventato un grande mercante.
- Sono nato selvaggio e selvaggio resto, ho mani forti e spalle larghe per dissodare i campi. Tieniti i tuoi semi, altri sanno farne miglior uso. Io mangio pane di erica e bevo vino di
quercia.
- Che ne è stato del raccolto?
- Ognuno si è presa la sua parte, gli alberi sono spogli e le
piante stanno seccando, le mie genti amano ingozzarsi di
giustizia e verità, ma non chinano le spalle per coltivarle.
- Ma tu hai insegnato loro?
- Io sono il selvaggio, mangio erica e bevo quercia, so solo
dissodare i campi. Sei tu, maestro, che devi insegnare.
E si rimise in cammino, portando nel vento le sue spalle larghe e le sue mani forti. Appese ai fianchi la vecchia sacca di
pane di erica e l’otre colmo del vino di quercia.
(*) L’erica è la pianta della solitudine, la quercia la pianta
della rabbia.
LECCELLENTE 43

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