Cinerama 2.1

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Cinerama 2.1
CINERAMA
IERI, OGGI, DOMANI?
DA AMERICAN SNIPER A THE WATER DIVINER. PASSANDO PER STILL ALICE.
LE RECENSIONI PUBBLICATE SULLA RIVISTA FILMTV
DI TUTTI I FILM USCITI A GENNAIO 2015.
2.1
INDICE ALFABETICO DELLE RECENSIONI DEI FILM USCITI A GENNAIO 2015
CINERAMA2.1
CLICCA SUL TITOLO PER APRIRE LA RECENSIONE
American sniper di Clint Eastwood
Asterix e il regno degli dei di Louis Clichy, Alexandre Astier
Banana di Andrea Jublin
Big eyes di TIm Burton
I Cavalieri dello Zodiaco - La leggenda del grande tempio di Keiichi Sato
Come ammazzare il capo 2 di Sean Anders
Difret - Il coraggio per cambiare di Zeresenay Berhane Mehary
Exodus: Dei e re di Ridley Scott
Gemma Bovery di Anne Fontaine
IL Grande quaderno di Janos Szasz
Hungry hearts di Saverio Costanzo
THE Imitation game - L’enigma di un genio di Morten Tyldum
Italiano medio di Maccio Capatonda
Italo di Alessia Scarso
John Wick di David Leitch, Chad Stahelski
Mateo di Maria Gamboa
UNA Meravigliosa stagione fallimentare di Mario Bucci
Minuscule - La valle delle formiche perdute di Thomas Szabo, Hèléne Giraud
IL Nome del figlio di Francesca Archibugi
UNA Notte al museo 3 - Il segreto del faraone di Shawn Levy
Ouija di Stiles White
INDICE ALFABETICO DELLE RECENSIONI DEI FILM USCITI A GENNAIO 2015
CINERAMA2.1
CLICCA SUL TITOLO PER APRIRE LA RECENSIONE
Piccoli così di Angelo Marotta
Postino Pat - Il film di Mike Disa
Sei mai stata sulla luna? di Paolo Genovese
Si accettano miracoli di Alessandro Siani
Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Striplife - Gaza in a day di Grignani, Mussolini, Scaffidi, Testagrossa, Zambelli
LA Teoria del tutto di James Marsh
Turner di Mike Leigh
Unbroken di Angelina Jolie
THE Water diviner di Russell Crowe
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AMERICAN SNIPER
REGIA DI CLINT EASTWOOD
di Mauro Gervasini
Chris Kyle, ex cowboy, si arruola nei Seals e viene spedito in Iraq. È un formidabile cecchino, salva la vita a molti Marines coprendoli dai tetti, partecipa in prima
persona alle azioni di rastrellamento, ammazza 160 nemici. La moglie, a casa, lo
convince però a modificare, dei valori primari, l’ordine degli addendi: da Dio Patria
e Famiglia a Dio Famiglia e Patria. Il nuovo film prodotto e diretto da Clint Eastwood è tratto dall’autobiografia omonima di Kyle pubblicata in Italia da Mondadori. Un progetto ereditato da Steven Spielberg, altro regista chiamato a dirigerlo,
come già era accaduto in passato con Un mondo perfetto. Il film è ideologicamente cristallino: non ci sono dubbi su chi siano i buoni, l’idea eastwoodiana di
racconto è western, Falluja è la nuova Frontiera, nessuna sorpresa che i miliziani di Al Qaeda siano selvaggi, perché sarebbe come stupirsi se i cactus pungono. Il fatto che la guerra sia necessaria (evidentemente anche quella di Cheney,
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Rumsfeld & co.) non significa sia bella e neppure giusta. Eastwood la descrive
nella sua ineluttabile tragicità, senza fare sconti, e anzi le due sequenze di Kyle al
cellulare con la moglie Taya mentre infuria la battaglia - in particolare la seconda,
quando la donna, incinta, quasi perde il bambino - oltre a essere magistralmente
costruite contribuiscono a rendere ancora più assurda la situazione. Si tratta di un
paradosso solo apparente, non c’è complessità morale nel pensiero e nell’azione
di Kyle, che, anzi, nel libro esalta la schiettezza sudista di chi sa distinguere il bene
dal male, contrapposta ai rovelli yankee. Eastwood aderisce perfettamente alla
visione del soldato, che è poi la stessa del suo cinema. L’idea di narrazione di
Clint parte sempre da individui come l’American Sniper, dalla loro assunzione di
responsabilità e dall’impresa che sono chiamati a compiere. Non esiste un’idea
positiva di comunità senza modelli individuali e il cecchino Chris Kyle, votato votato al sacrificio e mito in sé (tra i commilitoni è soprannominato “la leggenda”) è
appunto quello necessario agli Stati Uniti. Oggi che c’è Obama, il presidente “socialista” e non interventista, più di ieri. Il finale elegiaco, bellissimo, dice una volta
di più della coerenza di uno straordinario cineasta americano.
AMERICAN SNIPER
REGIA DI CLINT EASTWOOD
USA · 2014 · AZIONE · DURATA: 134’
CON BRADLEY COOPER, SIENNA MILLER, LUKE GRIMES, JAKE MCDORMAN
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 1° gennaio
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ASTERIX E IL REGNO DEGLI DEI
REGIA DI ALEXANDRE ASTIER, LOUIS CLICHY
di Mauro Gervasini
35 albi sontuosamente disegnati, 24 dei quali realizzati dai creatori Goscinny (testi)
e Uderzo (disegni), gli altri 9 dal solo Uderzo dopo la morte del socio. 335 milioni di
copie vendute in tutto il mondo, 13 mila tonnellate di fumetti pari al peso di circa
13 milioni di cinghiali. Si legge così nella storia di Asterix, l’eroe gallico accompagnato dal portatore di menhir dalle treccine rosse Obelix insieme al cagnolino
ecologista Idefix. Lo sceneggiatore Alexandre Astier e l’animatore Patrick Delage
convincono Uderzo a produrre un film in animazione 3D. Scelgono la diciassettesima avventura, Il regno degli dei, in verità non tra le migliori (vogliamo Ocatarinetabelasciscix e la Corsica!!!) ma la preferita da Astier, che coinvolge in cabina
di regia un esperto già dipendente Pixar, Louis Clichy. Asterix e Il regno degli dei
è una bella sorpresa. L’animazione 3D ha sempre un che di algido, questo sì, ma
la scrittura brillante, fedele al testo di Goscinny, e una regia ultradinamica com-
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pensano assicurando il giusto divertimento. Anche il doppiaggio, per una volta,
giova, per via dell’accento romanesco dei romani (e qui sono tanti) decisamente
irriproducibile nell’originale francese. Gli autori strizzano l’occhio ai film d’animazione contemporanei (Ordinalfabetix, per dire, usa i pesci come fosse in Kung
Fu Panda) anche per sintonizzarsi con il pubblico più giovane, ma il prodotto è
fieramente tradizionale e gallico, come i suoi protagonisti.
ASTERIX E IL REGNO DEGLI DEI
REGIA DI ALEXANDRE ASTIER, LOUIS CLICHY
FRANCIA / USA / GERMANIA · 2014 · ANIMAZIONE · DURATA: 82’
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 15 gennaio
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BANANA
REGIA DI Andrea Jublin
di Giona A. Nazzaro
La commedia agrodolce e garbata con annesso romanzo di formazione è un
genere non codificato, ma con regole precise che, va detto, si notano soprattutto
quando un regista riesce a farle proprie senza ossequiarle passivamente. Banana,
in questo senso, aveva la potenzialità di essere il Mignon è partita degli anni zero.
Gli elementi c’erano tutti. Qualcosa evidentemente non ha funzionato. Un bambino
sognatore; un contesto scolastico non troppo ricettivo nei confronti dei “diversi” e
il calcio; il suo sogno di lasciare un segno nel mondo e la dura lezione che forse
tanto facile non sarà. Purtroppo il tutto non riesce mai a essere amalgamato in
forme convincenti, lasciando emergere soprattutto i limiti di una sceneggiatura
infarcita di dialoghi che sembrano essere letti, tanto son privi di mordente. Anche
se gli interpreti si dimostrano all’altezza, soprattutto l’ottima Bonaiuto e l’onnipresente Colangeli. Inevitabilmente, pure il discorso sul calcio e la fantasia brasiliana
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si ritorcono contro un lavoro la cui sola ambizione, divertire solleticando in maniera
intelligente, diventa il segno stesso dei limiti del film. Che, suo malgrado, replica i
luoghi comuni di un cinema italiano sempre uguale a se stesso. Peccato, perché la
fotografia di Gherardo Gossi, con i suoi colori morbidi e le luci calde, evoca un tratto
da fumetto belga che fa rimpiangere ciò che Banana avrebbe potuto essere.
BANANA
REGIA DI Andrea Jublin
Italia · 2015 · Commedia · DURATA: 82’
CON Marco Todisco, Beatrice Modica, Camilla Filippi, Gianfelice Imparato, Giselda
Volodi, Anna Bonaiuto, Giorgio Colangeli, Daniele Protano
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 12 gennaio
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BIG EYES
REGIA DI TIM BURTON
di Claudio Bartolini
Riavvolgendo il nastro della propria esperienza cinematografica, Burton abbandona per un attimo i tristi approdi del gotico di riporto per tornare alla dimensione
intima e privata del biopic. Come già in Ed Wood, sono gli sceneggiatori Alexander
e Karaszewski il punto di partenza ritmico dal quale erigere la ricostruzione d’epoca. Anni 50 e 60: in un’America a forte timbro maschile, la pittrice Peggy Ulbrich
«lascia il soffocante marito prima che lasciare mariti diventasse di moda» e, dal
Tennessee, si trasferisce a San Francisco in cerca di arte e libertà. Qui incontra il
truffaldino Walter Keane e diventa Margaret Keane, ghost painter condannata ad
arricchire le tasche di un consorte che coglie lo spirito disfunzionale del tempo
trasformando la pittura in iniziativa di marketing e la verità in menzogna. Burton
adotta uno stile classico con narratore esterno (il giornalista del “The Examiner”
Dick Nolan), macchina da presa sensibile al primo piano, montaggio attento al
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controcampo e ricostruzioni meticolose - talvolta pittoriche - di ambienti interni
coccolati con movimenti cadenzati e inquadrature fisse. Ma la tentazione fiabesca
è forte e, talvolta, spinge la rappresentazione oltre i limiti del realismo in momenti
fantasy soggettivi (il punto di vista di Margaret, che trasfigura uomini e donne affibbiando loro gli stessi occhi giganti dei suoi dipinti), in definizioni di personaggi
che finiscono pericolosamente fuori registro, con stridenti crescendo di espressionismo prossemico (Waltz, la cui interpretazione offre un pessimo controcanto
a una superba Adams in sottorecitazione), e in un processo finale grottesco che
sprofonda la confezione classica in una dimensione farsesca tanto innecessaria
quanto invadente. La questione identitaria - centrale in un arco narrativo aperto da
una firma su tela e chiuso da fotografie legittimanti dei reali (ex) coniugi Keane fagocita i sottotesti spirituali legati all’adesione di Margaret alla religione di Geova,
quelli culturali connessi ai media, infine quelli legislativi dei processi e delle condanne. La riflessione sulla menzogna è articolata e complessa: Walter Keane è il
falso, la violazione vivente di un copyright che, oggi, è oggetto di continua violenza,
espropriazione, rimessa in discussione. L’aggancio alla contemporaneità avviene
alla foce di un torrente di falsificazioni, nel quale l’identità creativa è continuamente
sul punto di perdersi nell’oceano della contraffazione. In fondo, di questi tempi, in
ogni artista c’è un po’ di Margaret Keane.
BIG EYES
REGIA DI Tim Burton
USA · 2014 · BIOGRAFICO · DURATA:106’
CON Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Danny Huston, Terence Stamp, Jason
Schwartzman, Jon Polito, Delaney Raye, Madeleine Arthur
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 1° gennaio
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I CAVALIERI DELLO ZODIACO
LA LEGGENDA DEL GRANDE TEMPIO
REGIA DI KEIICHI SATO
di Adriano Aiello
Per chi è cresciuto con il brutale calvinismo dell’Uomo tigre, il codice samurai
di Rocky Joe, i deliri demenziali del Dr. Slump & Arale, la grandezza di Conan,
le incursioni animate nei Cavalieri dello Zodiaco erano spesso sopraffatte dalla
ricchezza di una trama al crocevia tra mitologia greca e astrologia. Ricchezza che
prova a riemergere in questo reboot, dove il contesto evocato nel manga di Masami Kurumada è affidato all’intro e ad alcune rapide pennellate sui temi e i concetti
principali (il potere del cosmo, il mito, le armature, le differenze tra cavAlieri). Al
centro la dea Athena: affidata da neonata a un esploratore, cresce serenamente
e ignara del suo potere, ma quando compie i sedici anni, i cavalieri assumono il
compito di proteggerla dalle maligne trame del Grande sacerdote. Imponenti e
luccicanti gli standard produttivi in computer grafica, con azione, avventura, perfIno musical e costanti toni da commedia mescolati con il pilota automatico, a uso
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e consumo dei nuovi giovani. Meno raffinata la scrittura, chiamata a sintetizzare
dieci volumi di pubblicazioni su “Weekly Shonen Jump“ dal 1985 al 1990. Come
per Capitan Harlock, ne fanno le spese i personaggi e la descrizione di un immaginario che finisce per deludere gli appassionati di lungo corso e spaventare
chi entra in un universo da cui può uscire confuso e tutto sommato annoiato.
Sopraffatto dalla spropositata sovrabbondanza grafica del tutto.
I CAVALIERI DELLO ZODIACO - LA LEGGENDA DEL GRANDE TEMPIO
REGIA DI KEIICHI SATO
GIAPPONE · 2014 · ANIMAZIONE · DURATA: 98’
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal l’8 gennaio
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COME AMMAZZARE IL CAPO 2
REGIA DI Sean Anders
di Giulio Sangiorgio
Raccontare il lavoro, nel cinema di oggi: lo si fa per traslati grotteschi e storici,
come nel finale schiavo vs schiavo di Django Unchained e nell’assenza di compassione per i pari di 12 anni schiavo, oppure vis à vis, con un’ampia filmografia della
crisi dal facile realismo (che s’eleva nella cronaca favolistica prima di Miracolo a Le
Havre e poi di Due giorni, una notte, in cui si guarda l’inevitabile guerra tra gli ultimi
cercando il miracolo di una rinascita etica, finalmente possibile, nel degrado morale). Come ammazzare il capo contribuisce a questo affresco sul contemporaneo
mandando a ramengo l’idea di una impossibile lotta di classe omicida e sciorinando padroni che possono permettersi di tutto, sino a stuprare il corpo dei sottoposti.
Che ne godono, e non solo per masochismo ideologico: perché se la stupratrice
è la dentista Jennifer Aniston, l’immaginario dei soliti bamboccioni e del loro subdolo machismo s’accende. Questo secondo capitolo - in cui i tre protagonisti, ora
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imprenditori di se stessi, sono mandati in bancarotta da un finanziatore - resta una
farsa demente e regressiva, che cerca un senso nel rilancio scatologico, nel parolacciaro e nel politicamente scorretto (scatenando, negli Usa, inutili dibattiti) e crede
di costruire thrilling comico con gli effetti collaterali e cartoonistici di un rapimento
idiota (che sostituisce la parodia di Delitto per delitto del primo episodio). Wow.
Come ammazzare il capo 2
REGIA DI Sean Anders
USA · 2014 · Commedia · DURATA:108’
CON Jason Bateman, Charlie Day, Jason Sudeikis, Jennifer Aniston, Jamie Foxx, Kevin
Spacey, Chris Pine, Christoph Waltz
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al cinema dall’8 gennaio
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Difret - Il coraggio per cambiare
REGIA DI Zeresenay Mehari
di Giulio Sangiorgio
In Etiopia la telefa - il rapimento a scopo di matrimonio, accettato in molte parti del
paese - è una tradizione che riguarda il 40% delle adolescenti. Che vengono rapite,
imprigionate e stuprate in cerca di una gravidanza che le obblighi, per aberrante
pressione sociale, a sposarsi. Difret (parola che significa coraggio ma può indicare anche la violenza dello stupro) è la cronaca di un caso cruciale nell’allontanamento legale da questa pratica, in nome del riconoscimento di un diritto umano.
Storia vera di Hirut, 14 anni nel 1996, sequestrata e violentata in un villaggio a tre
ore da Addis Abeba, capace di fuggire e uccidere il suo rapitore, il film segue l’iter
legale guidato da Meaza Ashenafi - fondatrice di ANDENET, associazione di donne avvocato che offre assistenza gratuita, premiata in seguito con il corrispettivo
del premio Nobel africano - in difesa della giovane e della legge, tra procuratori
conservatori, consigli d’anziani del villaggio, opinione pubblica, ottusità integraliste.
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E l’aiuto, non celato, di un potente illuminato. Stile spartano e inelegante per un
film didascalico e asciutto, naïf e volenteroso, semplicistico ma esente da eccessi
melodrammatici e spettacolari ricatti emotivi: Difret è l’equivalente di un articolo
di cronaca internazionale con senso per il giusto e per lo storytelling, come una
fiction tv di stampo civile. In apertura, occhi alla camera, l’endorsement engagé,
global e commosso, della produttrice esecutiva Angelina Jolie.
Difret - Il coraggio per cambiare
REGIA DI Zeresenay Mehari
ETIOPIA · 2014 · Drammatico · DURATA:96’
CON Meron Getnet, Tizita Hagere
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 22 gennaio
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Exodus: Dei e Re
REGIA DI Ridley Scott
di Claudio Bartolini
La giovinezza da generale, l’amicizia/rivalità con il futuro faraone Ramses, l’esilio
e la scoperta del sé cristiano. Le dieci piaghe, la richiesta di libertà alla guida del
popolo di Dio, l’Angelo della morte. Infine l’Esodo, l’attraversamento del Mar Rosso
e la scrittura delle tavole della legge. Scott adotta il biopic come chiave di volta per
il suo ritorno al peplum: lo spettatore è allineato a Mosé, ne segue peregrinazioni,
gesta, soliloqui introspettivi, dialoghi con un Dio che, per una volta, è bambino
anche nel Vecchio Testamento. Il monopolio del punto di vista comporta inevitabili
squilibri narrativi (dilatata la conversione, liquidate piaghe e comandamenti) e sacrifici di personaggi (su tutti, un Ramses caricaturale), ma Scott compensa con la
messa in scena i limiti di un copione a otto mani che non riesce a scavare (come
dovrebbe, dato che di Bibbia si parla, non di gladiatori) negli interstizi del dubbio e
negli imperituri dilemmi etico-religiosi. Visivamente è vero kolossal, con stere-
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oscopia ben dosata e impianto musicale enfatico a incorniciare maestosi campi
lunghi di derivazione classica e isterismi di mdp lucidi - mai fini a se stessi - nella
grammatica dei combattimenti. Tra cadute (la morale sugli scenari futuri, i dialoghi
con Dio) e risalite (la messa in scena da b movie delle piaghe, la potenza in sottrazione dell’Angelo della morte), Exodus è intrattenimento di mirabile confezione che
fornisce risposte senza mai formulare le domande giuste.
EXODUS: DEI E RE
REGIA DI RIDLEY SCOTT
USA · 2014 · DRAMMATICO · DURATA:142’
CON Christian Bale, Aaron Paul, Joel Edgerton, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Emun
Elliott, John Turturro, Indira Varma, Maria Valverde
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 15 gennaio
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GEMMA BOVERY
REGIA DI ANNE FONTAINE
di Mauro Gervasini
«Mi sento come un regista che ha appena esclamato “Azione!”» esclama il panettiere Fabrice Luchini guardando la bellissima Gemma Bovery (Gemma Arterton)
andare incontro a quello che sarà il suo giovane amante, o forse lo è già, immaginando i loro dialoghi come li avesse scritti lui, rodendo di gelosia, illudendosi di
essere davvero demiurgo di una storia che non ha mai scritto, pur essendone il
narratore. Che sapienza. Diretto da Anne Fontaine ispirandosi al romanzo grafico
di Posy Simmonds (già autrice di Tamara Drewe) e con il grande Pascal Bonitzer
(Cherchez Hortense) alla sceneggiatura, Gemma Bovery racconta di un uomo
dalla passione in letargo che passando attraverso un miraggio letterario flaubertiano, pensa di dominare eventi con al centro una splendida donna inglese,
suo marito, i suoi amanti presenti e passati. Grazie anche alla prova “leggera” di
due protagonisti in stato di grazia (Luchini è sempre spaziale, ma Arterton è una
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sorpresa) e a una scrittura sublime, il film è la commedia perfetta. Che oltretutto
risolve il rovello per antonomasia: ma la vita imita l’arte? Secondo il nostro panettiere (nel memorabile epilogo incontra... Anna Karenina!) sì. In verità no, ma ci
illude che sia così, esattamente come il cinema. Puro Bonitzer, diranno gli esperti
di cinema francese, Rivette e compagnia cantante. Sì, ma per una volta lasciamo
la cinefilia fuori dalla porta e godiamoci lo straordinario gioco di squadra.
GEMMA BOVERY
REGIA DI ANNE FONTAINE
FRANCIA · 2014 · COMMEDIA · DURATA: 99’
CON GEMMA ARTERTON, FABRICE LUCHINI, JASON FLEMYNG, NIELS SCHNEIDER
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 29 gennaio
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IL GRANDE QUADERNO
REGIA DI JÁNOS SZÁSZ
di Alice Cucchetti
Con un quaderno regalato dal padre e la raccomandazione di «non smettere mai
di studiare» ribadita dalla madre, due fratelli gemelli sono affidati a una nonna crudele, durante la Seconda guerra mondiale, in uno sperduto villaggio della campagna ungherese che confina con un campo di concentramento, è saltuariamente
occupato dai nazisti e abitualmente tormentato da povertà, ignoranza e carestia.
I ragazzini seguono le istruzioni, alla lettera: imparano dal circostante a essere disumani, si allenano con rigore all’insensibilità e alla sofferenza, si spogliano
d’ogni empatia esercitandosi prima sugli insetti, poi sulle galline, infine, inevitabilmente, sugli uomini. Anche János Szász segue con puntiglio la trama di Il grande
quaderno, primo capitolo della mirabile Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf,
ma qualcosa resta tra le pagine, nell’impossibilità di replicare la voce, insieme
atroce e innocente, dei due protagonisti. Soprattutto nella prima parte, il film trova
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più di un’intuizione felice, nell’accostare un immaginario da fiaba (la nonna come
un’orchessa dei fratelli Grimm) alla desolazione del conflitto, l’animazione artigianale degli appunti sul quaderno a uno scarno realismo d’ambiente. Poi il grottesco prende il sopravvento e sbanda nel mélo fuori luogo, la narrazione procede
per frammenti sensazionalistici più che per necessarie provocazioni. Rimane il
disagio efficacemente costruito nell’incipit, ma come sbiadito, spento.
IL GRANDE QUADERNO
REGIA DI JÁNOS SZÁSZ
GERMANIA · 2013 · DRAMMATICO · DURATA: 100’
CON ANDRÁS GYÉMÁNT, LÁSZLÓ GYÉMÁNT, PIROSKA MOLNÁR, ULRICH MATTHES
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al cinema dal 29 gennaio
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HUNGRY HEARTS
REGIA DI SAVERIO COSTANZO
di Giona A. Nazzaro
Il pianosequenza fisso che apre Hungry Hearts è magistrale e dichiara ciò che viene dopo. Un film cervello in forma d’assedio domestico. Si pensa a Polanski per
pavlovismo critico. Eppure, se proprio si devono cercare riferimenti esterni, siamo
più nei territori coniugali zulawskiani che nella rete delle paranoie polanskiane.
Questo per dire solo che Saverio Costanzo è fautore di un cinema adulto. Un cinema che si stacca con orgoglio e veemenza dalla commedia a tutti i costi. Un
cinema serio che mira alla testa. Dove non si accettano miracoli. Un cinema dove
la gioia di tenere la macchina da presa è tangibile. Costanzo è uno dei pochi in
Italia, l’altro è Stefano Sollima, a pensare in forme schiettamente cinematografiche. Memorabile, poi, il lavoro del direttore della fotografia Fabio Cianchetti. Come
per L’assedio e The Dreamers di Bertolucci, filma corpi e ambienti con sensualità
organica; lo spazio diventa radiografia del sentire mentre il montaggio non lineare
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di Francesca Calvelli incrina progressivamente il principio di percezione di realtà dei protagonisti. Crudelissimo melodramma chimico (straordinario il modo in
cui l’elemento dell’alimentazione diventa traccia di un mondo deprivato), accusato
stupidamente di misoginia, mette invece in scena una “femmina folle” vittima di un
amore più freddo della morte. Peccato, però, non vederlo anche nelle nostre sale
nell’originale versione inglese.
HUNGRY HEARTS
REGIA DI SAVERIO COSTANZO
Italia · 2014 · DRAMMATICO · DURATA: 109’
CON Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, David Aaron Baker, Dennis Rees,
Victoria Cartagena, Ginger Kearns
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 15 gennaio
C
THE IMITATION GAME
REGIA DI Morten Tyldum
di Giona A. Nazzaro
Sherlock piace a tutti. E Benedict Cumberbatch pure. Ciò non toglie che The Imitation Game non funzioni proprio. Veicolo da Oscar per Harvey Weinstein, che ritorna
in Inghilterra per ripetere il colpaccio di Il discorso del re, il film, pur essendo meno
detestabile di un romanzo di formazione su un re che apprende a non balbettare
per dichiarare la guerra, sembra la parodia del luogo comune di ciò che taluni
produttori americani sospettano debba essere un “film d’autore”. E non basta certo
infilare nel cast, oltre al protagonista, anche Allen Leech per fare Downton Abbey.
Come per “la bella fotografia”, anche le “grandi interpretazioni” sono materia imperscrutabile. E se Cumberbatch ci va giù di puro mestiere, il doppiaggio pialla
ulteriormente qualsiasi sospetto di vitalità. Fare di Alan Turing un protomartire
della causa gay potrebbe anche essere giusto, se alla base dell’operazione ci fosse
un film e non una mera manovra di marketing. Morten Tyldum, egregio carneade
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sans style, dirige il tutto come se non avesse mai visto, nemmeno per sbaglio, un
film di James Ivory. A conti fatti, però, sono proprio elementi come forma anonima
ma costosa, attori “bravissimi” ma manierati e “scenografie bellissime” a racchiudere l’ideologia da Oscar di Weinstein. Senza contare la ricostruzione storica cartolinesca. Insomma, se tutto va come da confezione, piovono Oscar.
THE IMITATION GAME
REGIA DI Morten Tyldum
USA · 2014 · DRAMMATICO · DURATA: 113’
CON Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear, Charles Dance, Allen Leech, Matthew Beard
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 1° gennaio
C
ITALIANO MEDIO
REGIA DI MACCIO CAPATONDA
di Pedro Armocida
L’italiano medio del titolo è quello scisso in due nella testa e nelle azioni di Maccio
Capatonda, che porta al cinema il personaggio di Giulio Verme, ambientalista integralista che si trasforma - grazie alla pillolina che fa usare il 2% del proprio cervello invece del 20 (parodia di Limitless di Neil Burger, prima ancora che di Lucy di
Luc Besson) - in un perfetto esempio di menefreghista. Ma l’italiano medio siamo
anche noi, con il nostro sguardo - quello di un Capatonda spesso dubbioso sulle
scelte da intraprendere - in mezzo a due mondi che vivono a loro agio, uno accanto
all’altro, tanto che basta sfondare una parete per avere l’amante letteralmente in
casa (bravissima Barbara Tabita). L’esordio al cinema di una delle menti più creative della nostra tv non poteva essere più preciso e dirompente. Anarchico ma
non egocentrico nel portare avanti le sue tante idee (il film a volte ne risente nel
ritmo), Capatonda sceglie di lavorare sulla coralità degli attori che l’hanno sempre
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accompagnato nelle sue avventure (da sottolineare le grandi capacità da caratterista di Luigi Luciano in arte Hebert Ballerina). Con una cura formale (il direttore
della fotografia è Massimo Schiavon, già apprezzato per l’esperimento analogo di I
soliti idioti) e un’attenzione alla scrittura inedite (un gruppo di quarantenni eccellenti
nell’industria audiovisiva), Italiano medio finisce per raccontare meglio di altri le
nostre maschere, le nostre gabbie, il nostro cinema.
ITALIANO MEDIO
REGIA DI MACCIO CAPATONDA
ITALIA · 2015 · Commedia · DURATA: 90’
CON Maccio Capatonda, Luigi Luciano, Ivo Avido, Lavinia Longhi, Barbara Tabita, Rupert
Sciamenna, Gabriella Franchini, Nino Frassica
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 29 gennaio
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ITALO
REGIA DI ALESSIA SCARSO
di Adriano Aiello
«Il 15 marzo 2009, nelle campagne di Scicli, provincia di Ragusa, arriva un randagio che conquista l’affetto dell’intera cittadina fino a diventarne simbolo. Tratto
da una incredibile storia vera il film racconta la vita di Italo, “cane” straordinario al
punto di meritarsi la cittadinanza onoraria. Una commedia romantica che tocca
temi importanti quali l’amicizia, il pregiudizio e l’amore incondizionato a cui fa
da cornice una Sicilia piena di colore e tradizioni. Protagonista l’astro nascente
del cinema italiano Marco Bocci». Bene, se la sinossi ufficiale del film fa tremare
qualche polso adulto, l’inizio non promette meglio: si parte con la voce off, poi
appaiono dei siciliani con la coppola che fanno i siciliani con la coppola, Marco
Bocci sindaco che cucina per il figlio Memo, solitario e vessato dai bulli (ma subito
amato da Italo), lo scenario da cartolina, le musiche simpatiche, un ralenti insistito
su tre donne dirette in chiesa per la confessione quotidiana, i pettegolezzi e il folk-
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lore. Con l’arrivo dell’insegnante dolce e sognatrice - che nota il silenzio di Memo
e il fascino scorbutico del padre - prende vita il congegno romantico, nel contesto
dominante di un film per ragazzi (o bambini?) che paga il ritmo, le invettive e il
buonismo indiscriminato di un racconto di formazione di qualche decennio fa.
Tutto visto, telefonato, didascalizzato sotto la coperta corta di un sentimentalismo
maldestro e scolastico.
ITALO
REGIA DI ALESSIA SCARSO
ITALIA · 2014 · DRAMMATICO · DURATA: 100’
CON MARCO BOCCI, BARBARA TABITA, ELENA RADONICICH, VINCENZO LAURETTA
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 15 gennaio
C
JOHN WICK
REGIA DI DAVID LEITCH, CHAD STAHELSKI
di Adriano Aiello
John Wick è il killer più infallibile che essere umano ricordi. John Wick si è ritirato
a vita privata, stretto e redento nell’abbraccio della moglie. Morta per una malattia incurabile, la donna gli lascia in eredità un cane da accudire per allontanarlo
dalla vecchia vita. Quando gli viene brutalmente ucciso dal figlio di un boss, allo
scopo di sottrargli la macchina, John Wick ritorna la macchina da guerra che tutti
ricordano, animato dalla sete di vendetta. John Wick è Keanu Reeves: «Uno dei
protagonisti più richiesti di Hollywood», recita il pressbook del film. Non è vero,
ma a noi piace così, corrucciato e muscoloso, dedito a radere al suolo l’intera
criminalità di New York, «perché certe cose non hanno un prezzo». Pochi fronzoli,
niente digitale, stunt e coreografie importanti, il film ha tutto quello che un buon
revenge movie dovrebbe avere: è fumettoso e violento, le psicologie sono binarie,
i cameo gustosi, le battute azzeccate, l’ambientazione oscura, l’anima autentica-
C
mente di serie b e lo sguardo sempre fermo su un vendicatore implacabile, con
i russi come nemesi assoluta. John Wick si muove agilmente su questo crinale, riaggiornando la retorica di due universi criminali moralmente antitetici, con
protagonisti credibili, una musica fin troppo assordante e una splendida trovata
caratterizzante come l’hotel per gangster e cacciatori di taglie, con le sue regole,
i suoi lussi e il dottore sempre disponibile.
JOHN WICK
REGIA DI DAVID LEITCH, CHAD STAHELSKI
USA · 2014 · AZIONE · DURATA: 136’
CON KEANU REEVES, ADRIANNE PALICKI, WILLEM DAFOE, BRIDGET MOYNAHAN
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 22 gennaio
C
MATEO
REGIA DI MARIA GAMBOA
di Adriano Aiello
Storia (vera): Mateo ha 16 anni, un viso pulito, un’umile casa (in un quartiere povero e violento, lungo la valle del fiume Magdalena) che divide con una madre
apprensiva. Lavora per lo zio fuorilegge, per il quale raccoglie denaro frutto di
estorsioni. Per salvare il suo anno scolastico viene obbligato a seguire un corso
di teatro diretto da padre David, sacerdote tutto fatti e poca retorica, attivo nel
recupero sociale degli adolescenti. Il suo programma mette a rischio le attività
criminali dello zio di Mateo, che lo infilitra per carpire informazioni, ottenendo però
il risultato contrario. Credenziali: è il film che la Colombia ha scelto per rappresentare il paese agli Oscar 2015 (ma non è finito in cinquina); ha vinto il Grifone di
cristallo al Giffoni Film Festival 2014; emozionerà e colpirà il pubblico più sensibile
ai temi sociali. Sostanza: pochina. Mateo è un’opera di superficie che contrappone
schematicamente gli usuali due modelli: quello della criminalità e dell’opulen-
C
za materiale a quello della solidarietà e dei valori, usando l’espressione artistica come strumento di disciplina e condivisione. Nel mezzo, la religione come
collante sociale e un messaggio di speranza. Il tono è ovviamente pedagogico,
fortunatamente mai stucchevole. La regia è silente e partecipe, priva di qualsiasi
peculiarità, ma anche abile a raccontare per volti e stati d’animo, limitando dialoghi pedanti e posticci.
MATEO
REGIA DI MARIA GAMBOA
COLOMBIA / FRANCIA · 2014 · DRAMMATICO · DURATA: 85’
CON CARLOS HERNANDEZ, FELIPE BOTERO, LEIDY NIÑO
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 22 gennaio
C
UNA MERAVIGLIOSA STAGIONE FALLIMENTARE
REGIA DI MARIO BUCCI
di Adriano Aiello
Il titolo (molto bello) racconta un mondo, o meglio una città: Bari. E una tensione
irrisolvibile. Miracoli popolari vs dissesti finanziari. Un contrasto che alimenta il riuscito doc di Mario Bucci (ultimo di una trilogia) incentrato sulla stagione 2013/14
del Bari Calcio e sul primo fallimento societario accolto dai tifosi con entusiasmo,
dopo tribolazioni e indignazioni decennali. Precisamente, dopo aver subito 34 anni
di gestione familiare/clientelare dei Matarrese, vari scandali, stadio fatiscente, debiti, penalizzazioni in classifica e il calcio scommesse. Con il tifo e la città che rinascono e si organizzano, e con i giocatori che si pagano le maglie e si trasformano
in esperti di social network. Ne esce un ritratto ritmato e arguto che sa cogliere la
specificità antropologica e il sentire popolare di una comunità attraverso il disastro sportivo, facendo detonare le emozioni senza troppe sottolineature (basta la
cronaca se la doppietta che porta la squadra ai playoff, dopo una rincorsa incre-
C
dibile, la segna un albanese che 20 anni prima era arrivato in Puglia nei famosi
sbarchi raccontati anche nel documentario di Vicari La nave dolce). Idee semplici
ed efficaci che alleggeriscono la narrazione orale e restituiscono il calcio alla sua
dimensione mitica e letteraria; tessuto connettivo e culturale di una città dalle
splendide contraddizioni. Perché, seguendo Jorge Luis Borges: «Ogni volta che
un bambino prende a calci un pallone per strada, lì rinasce la storia del calcio».
UNA MERAVIGLIOSA STAGIONE FALLIMENTARE
REGIA DI MARIO BUCCI
ITALIA · 2015 · DOCUMENTARIO · DURATA: 94’
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 29 gennaio
C
MINUSCULE - LA VALLE DELLE FORMICHE PERDUTE
REGIA DI HÉLÈNE GIRAUD, THOMAS SZABO
di Ilaria Feole
Minuscule è il titolo di una serie tv, scritta e diretta da Thomas Szabo e Hélène
Giraud, trasmessa in Italia su Rai3 e RaiYoyo. La distanza fra i canali rende conto
della natura ibrida e rivoluzionaria del prodotto: pillole di documentario entomologico riprese dal vivo e popolate da buffi insetti in computer grafica, per riprodurre
i comportamenti animali in un formato fruibile da grandi e piccini. L’esperimento
approda al grande schermo con le medesime, coraggiose, modalità: nessuna
voce narrante, nessun dialogo (le bestiole comunicano tramite versi e ronzii),
sguardo ad altezza suolo che simula l’osservazione live del mondo animale. In
questo caso, le gesta di un cucciolo di coccinella che, smarrita la famiglia, si trova
nel mezzo di una feroce battaglia tra fazioni opposte di formiche, in lotta per i
resti di un picnic. Lontana anni luce dai logorroici insetti di Z la formica o A Bug’s
Life, la coproduzione europea propone un inedito mondo di creature felicemente
C
non dotate di favella, e coniuga i lussureggianti ambienti reali con un’animazione
digitale dai tratti aggraziati ed espressivi, come l’incrocio impossibile fra il documentario naturalistico e le fiabe di Esopo (insegnamenti sui temi cruciali di
coraggio, fratellanza e amicizia sono a portata d’antenna). Purtroppo la formula
collaudata sugli episodi da 5 minuti non riesce a reggere la durata di un lungo:
incantevole per la prima mezz’ora, il film soffre di una sceneggiatura a misura
di formica.
MINUSCULE - LA VALLE DELLE FORMICHE PERDUTE
REGIA DI HÉLÈNE GIRAUD, THOMAS SZABO
FRANCIA · 2013 · ANIMAZIONE · DURATA: 85’
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 22 gennaio
C
IL NOME DEL FIGLIO
REGIA DI FRANCESCA ARCHIBUGI
di Ilaria Feole
Il copione è quello scritto da De La Patellière & Delaporte, prima per il teatro e poi
per il cinema, con Cena tra amici. Le ipocrisie, del centrodestra e del centrosinistra, intorno al tavolo borghese della periferia romana, sono invece quelle italiane: il merito maggiore di Archibugi e Piccolo è nella capacità di adattare il testo
alle contraddizioni del Belpaese, fra la macchietta e il ritratto agrodolce in odor di
Paolo Virzì. Il quale è presente in veste di produttore e nume tutelare (oltre che
in quelle di vero papà del neonato alla cui nascita, filmata in diretta, assistiamo
nel finale): le schermaglie sociopolitiche si muovono nel solco di Ferie d’agosto e
Caterina va in città, con Lo Cascio professore che pare riprendere il suo personaggio di Il capitale umano e la Ramazzotti dolcemente coatta come in Tutta la vita
davanti. Il cast asseconda con energia il ritmo dei dialoghi, che dalla baruffa futile
sul nome del nascituro arrivano progressivamente a svelare altarini e peccati di
C
ognuno dei presenti, legati da amicizia ventennale. Un adattamento intelligente,
guastato in parte da scelte registiche che sembrano temere la natura teatrale
dell’originale: una macchina da presa in perenne, non sempre funzionale, movimento, e una serie di flashback utili solo a ribadire l’ovvio. Una cosa, poi, non possiamo perdonare: il momento grande freddo con trenino sulle note di Telefonami
tra vent’anni di Lucio Dalla.
IL NOME DEL FIGLIO
REGIA DI FRANCESCA ARCHIBUGI
ITALIA · 2015 · COMMEDIA · DURATA: 105’
CON ALESSANDRO GASSMAN, MICAELA RAMAZZOTTI, VALERIA GOLINO, LUIGI LO CASCIO
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 22 gennaio
C
UNA NOTTE AL MUSEO 3 - IL SEGRETO DEL FARAONE
REGIA DI SHAWN LEVY
di Marianna Cappi
Larry ha ritrovato la passione per il mestiere di guardiano notturno del museo più
pazzo del mondo, ma ora è la tavola di Ahkmenrah ad ammantarsi di una strana
muffa corrosiva, minacciando di mettere la parola fine alla magia che anima le
sale dal tramonto all’alba. Dopo aver viaggiato da New York a Washington nel
secondo capitolo, questa volta Ben Stiller vola con i suoi oltre l’Atlantico, al British
Museum di Londra. Non li trasporta Amelia Earhart, poiché Amy Adams non fa
più parte della compagnia, ma li attende Sir Lancillotto (Dan Stevens, direttamente da Downton Abbey). Con l’uomo di latta (e il naso di cera), Larry Daley e amici
assomigliano a Dorothy e compagni sul sentiero di mattoni gialli per il verdetto
finale e l’uscita da Oz. Il personaggio di Stiller ha trovato la sua strada e accettato
che il figlio ormai cresciuto intraprenda la propria: rimane giusto il tempo per
qualche marachella della scimmia Dexter, per qualche buona risata e per i saluti.
C
Inutile dire che quello a Robin “Teddy Roosevelt” Williams è il più toccante e definitivo. Addio anche a Mickey Rooney, vecchio e dispettoso Gus. Tra i nuovi arrivati
funziona bene l’alter ego cavernicolo del protagonista, Lè, e se la cava Rebel Wilson. Sul filo del nonsense l’apparizione di Hugh Jackman. Non si poteva andare
oltre. La chiusa della trilogia è coerente e sentimentale, con un bacio a sorpresa
tra chi non immaginereste mai.
UNA NOTTE AL MUSEO 3 - IL SEGRETO DEL FARAONE
REGIA DI SHAWN LEVY
USA / REGNO UNITO · 2014 · FANTASY · DURATA: 97’
CON BEN STILLER, ROBIN WILLIAMS, SKYLER GISONDO, MIZUO PECK
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 29 gennaio
C
OUIJA
REGIA DI STILES WHITE
di Mauro Gervasini
Inventato sul finire dell’Ottocento, il quadrante Ouija (si legge “ui-ia”, “sì” in francese e tedesco, ma esiste anche una versione novecentesca battezzata Yesda)
permette di comunicare con i morti, che muovono dall’aldilà un’icona triangolare
simile all’occhio di Dio (o del Diavolo; oggi lo chiameremmo cursore). Scientificamente si tratta di un effetto ideomotorio, sfruttato ad arte dai medium nelle
sedute spiritiche. Nel film è il pretesto per risvegliare anime dannate, provocare
qualche cruento delitto mascherato da suicidio o incidente, rievocare spaventi ancestrali. A ritrovare l’Ouija una ragazza che ci giocava da bambina a casa dell’amica del cuore, morta impiccata stile Suspiria a inizio film. Le prime due sequenze
fanno ben sperare, invece, una volta cominciata l’indagine degli amici della povera
impiccata, Ouija s’incarta per quasi mezz’ora preparando il campo a un finale
“shock” che più derivativo non si può. L’armamentario iconico (dagli specchi alla
C
casa infestata all’immancabile bambola ghignante) è stantio, i rimandi confusi
(da Spiritika a La madre di Muschietti a Boogeyman - L’uomo nero, di cui l’esordiente regista Stiles White fu cosceneggiatore), né purtroppo aiutano le performance poco incisive degli anonimi protagonisti. Dopo avere visto il rivoluzionario
It Follows di David Robert Mitchell, che speriamo arrivi presto sugli schermi italiani, l’indulgenza per horror così poco originali si fa sempre più difficile.
OUIJA
REGIA DI STILES WHITE
USA · 2014 · HORROR · DURATA: 89’
CON ANA COTO, BIANCA A. SANTOS, VIVIS COLOMBETTI, DOUGLAS SMITH
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dall’8 gennaio
C
Piccoli così
REGIA DI Angelo Marotta
di Claudio Bartolini
Non può non colpire, il documentario di Angelo Marotta, che si addentra nei reparti
di terapia intensiva neonatale alla ricerca di storie da raccontare ed elevare a epitome di coraggio, resistenza, speranza. Nati prematuri (prima della 37ª settimana
di gravidanza) e ora tenuti in incubatrice, oppure cresciuti e diventati bambini o
adolescenti, i bebè vivono - e gli ex bebè raccontano - la fase sospesa della vita,
quella del limbo tra un’esistenza possibile e una condanna da allontanare con forza. Non può non colpire, Piccoli così, ma lo fa per il semplice soggetto e non certo
per le immagini associative a elementare contenuto simbolico (il “mare” del liquido
amniotico), né per i frammenti di documentario verità accompagnati da pianoforte ad hoc. Il tentativo di ricerca formale nei segmenti di transizione, sebbene non
sempre condotto a buon fine, ben traghetta lo spettatore da un contributo frontale
all’altro: genitori e figli a contatto, talvolta sfiorandosi la mano chiusa nell’incuba-
C
trice, talvolta parlandosi nel salotto di casa e rimembrando i giorni di sospensione.
Stilisticamente Marotta gioca facile, ammiccando senza mai sorprendere con soluzioni che arricchiscano filmicamente la narrazione. Tuttavia, recupera la centralità dell’essere umano (dunque, dei figli) in un momento storico in cui cani, gatti e
altri feticci vicari si sono impossessati della ribalta delle nostre coscienze. Anche
(forse solo) per questo: grazie.
Piccoli così
REGIA DI ANGELO MAROTTA
ITALIA · 2014 · DOCUMENTARIO · DURATA:70’
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 22 gennaio
C
POSTINO PAT - IL FILM
REGIA DI MIKE DISA
di Alice Cucchetti
Se avete figli in età prescolare o un (comprensibile) feticismo per RaiYoyo, conoscete già il postino Pat: è un inglese medio, cortese fino allo stremo, animato
in artigianale passo uno; consegna posta e pacchi alla variegata umanità di un
villaggio di campagna del North Yorkshire, a bordo di un inconfondibile furgoncino
rosso, ed è sempre accompagnato da Jess, un gatto bianco e nero, insostituibile aiutante nonché suo migliore amico: le loro avventure fanno della semplicità
quotidiana e dei vecchi e sani valori di una volta il punto di forza e la principale
attrattiva. Niente (o quasi) di tutto questo in Postino Pat - Il film: realizzato in computer grafica stereoscopica, infarcito come ormai ogni suo omologo di citazioni
pop (qua si va dai Dalek di Doctor Who a Terminator) e di riferimenti meta, prende
l’ingenuo Pat e lo scaraventa dentro il rutilante mondo dei talent show (con il rassegnato conduttore, Simon Cowbell, che fa il verso al popolare Simon Cowell di
C
Britain’s Got Talent e X Factor). Parallelamente dispiega un plot fantahorror in cui
un crudele direttore del personale, stufo dell’inefficienza delle risorse umane, pianifica la sostituzione di ogni postino dell’universo con inquietanti robot sorridenti
identici al protagonista. C’è chiaramente il considerevole rischio che i sopracitati
bimbi in età prescolare subiscano dalla visione un serio trauma emotivo, ma anche quello che i genitori si facciano, sotto i baffi, quattro risate.
POSTINO PAT - IL FILM
REGIA DI MIKE DISA
REGNO UNITO · 2014 · ANIMAZIONE · DURATA: 88’
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 1° gennaio
C
Sei mai stata sulla luna?
REGIA DI PAOLO GENOVESE
di Claudio Bartolini
Guia lavora per “Marie-Claire”, tra Milano e Parigi. Un parente muore e lei deve recarsi a Nardò, provincia di Lecce, per mettere in vendita la masseria ereditata. Siamo alle solite: la commedia italiana non si schioda dalle dicotomie città/provincia,
nord/sud, tacco 12/scarpe della nonna per cercare identità e pubblico. Il prodotto di
Genovese insegue il grottesco in inserti parodici di genere (mélo, western, thriller),
quindi il romanticismo in corteggiamenti collettivi, infine lo sguardo globale in sottotesti economico-finanziari veicolati dal pur istrionico Marco/Sermonti, fidanzato
milanese - dunque, disonesto - di Guia. Ma chi cerca non sempre trova e il film
offre un informe incrocio tra il filone dei Benvenuti al sud e le ispirazioni made in
Usa alla Notting Hill. Tra scivoloni nel cattivo gusto («mi deve aiutare con la pompa.
Lei schizza, io spazzo»), montaggi paralleli agghiaccianti (il momento della sfilata/
funerale) e le tristemente note cartoline-commission(ate), vanno in scena gli abu-
C
sati quesiti: meglio essere una spavalda cittadina o una bella campagnola? Meglio
l’uomo ricco ma anaffettivo, o il pastore vedovo e dal cuore tenero? Tutto intorno,
un nord da cui fuggire e un sud di innocue macchiette e paesaggi mozzafiato. Ma
è davvero questa l’Italia su cui vogliamo emozionarci? Di sicuro, al cinema pare
da anni l’unica possibile. Peccato, perché Genovese è tra i pochi registi nostrani a
saper girare e ritmare una commedia popolare.
SEI MAI STATA SULLA LUNA?
REGIA DI PAOLO GENOVESE
ITALIA · 2015 · COmmEDIA · DURATA:90’
Raoul Bova, Liz Solari, Sabrina Impacciatore, Neri Marcoré, Giulia Michelini, Sergio
Rubini, Emilio Solfrizzi, Pietro Sermonti
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 22 gennaio
C
SI ACCETTANO MIRACOLI
REGIA DI Alessandro Siani
di Pedro Armocida
È ormai qualcosa di più di una certa tendenza della commedia italiana. La voglia
di tornare al natio borgo selvaggio di Zalone, di Ficarra & Picone e ora di Siani
racconta anche di come il Belpaese, nella morsa della crisi economica, vuole vedersi rappresentato. Tornando, dopo un preambolo nella grande città (Siani è un
manager tagliatore di teste nella Napoli del centro direzionale), a un’Italia provinciale e bucolica in eterna attesa del boom. Ma se Zalone e Ficarra & Picone usano
quest’artificio per cercare di raccontare squarci del nostro incerto presente, Siani si
abbandona completamente al registro favolistico nel tentativo deliberato di distrarre lo spettatore. Intorno all’idea delle finte lacrime della statua di un santo, l’ormai
popolarissimo napoletano dagli occhi blu costruisce un rassicurante mondo da
cinema parrocchiale fatto di una comicità tutta giocata sulla fisicità, oltre che su un
gruppetto di bambini simpatiche canaglie, su Fabio De Luigi (uno sparring partner
C
che più di una volta ruba la scena al protagonista) e sulle battute dello stesso Siani,
spesso anticipate dallo spettatore per via della loro costruzione meccanica. E qui
sta il difetto principale del film: nell’autocensura di Siani. Che si dimentica dell’improvvisazione da folletto imprevedibile del palcoscenico per rinchiudersi un rigida
gabbia dorata che sa di déjà-vu a ogni inquadratura, come nell’inconcludente storia d’amore con la fioraia cieca di chapliniana.
SI ACCETTANO MIRACOLI
REGIA DI Alessandro Siani
ITALIA · 2015 · Commedia · DURATA: 110’
CON Alessandro Siani, Fabio De Luigi, Ana Caterina Morariu, Serena Autieri, Giovanni
Esposito, Maria Del Monte, Paolo Triestino
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 1° gennaio
C
STILL ALICE
REGIA DI RICHARD GLATZER, WASH WESTMORELAND
di Alice Cucchetti
Scivolano, le memorie di Alice, fuori dell’inquadratura, sfocata ai margini, e attorno alla sua nuca di capelli rossi il quieto scenario domestico si satura di vibrazioni
sinistre. Affermata professoressa di linguistica, un premuroso marito accademico, tre figli (più o meno) serenamente adulti, una bella casa newyorkese: Alice ha
solo cinquant’anni, un’esistenza privilegiata e una diagnosi di Alzheimer precoce,
che inizialmente inganna con qualche trucco del mestiere e l’ausilio della tecnologia. Glatzer & Westmoreland hanno una straordinaria Julianne Moore e fanno la
scelta giusta: l’anticonvenzionalità di Still Alice - che altrimenti s’installerebbe nel
collaudato genere di film sulla malattia - sta nel non mollare mai la sua protagonista, indagandone le reazioni, tentando di forzare la sua mente in dissolvimento,
inseguendone l’orrore della consapevolezza prima, e poi l’inesorabile affievolirsi
della luce del ricordo dagli occhi, dalla pelle, dal corpo. Se ai margini scivolano
C
anche l’approfondimento degli altri personaggi, gli accenni di mélo familiare (che
pure Stewart, Baldwin e Bosworth sanno suggerire), una trama talvolta incerta,
non è troppo grave: per quanto senza guizzi d’originalità registica o di scrittura,
Still Alice sa corrispondere in modo quieto e composto, discreto e pudico, alla terrificante patologia che racconta, fatta di silenzi e vuoti, qualcosa che ci abbandona
senza far rumore e senza lasciare alcuna rassicurante scia di speranza.
STILL ALICE
REGIA DI RICHARD GLATZER, WASH WESTMORELAND
USA · 2014 · DRAMMATICO · DURATA: 101’
CON JULIANNE MOORE, ALEC BALDWIN, KRISTEN STEWART, HUNTER PARRISH
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al cinema dal 1° gennaio
C
STRIPLIFE - GAZA IN A DAY
REGIA DI GRIGNANI, MUSSOLINI, SCAFFIDI, TESTAGROSSA, ZAMBELLI
di Ilaria Feole
Questione di punti di vista: per l’esercito israeliano, per Hamas, per gli spettatori
dei telegiornali di tutto il mondo la buffer zone è la zona cuscinetto, una striscia ai
confini della striscia, lembo di terra rovente e sottile che separa fisicamente Gaza
da Israele. Per Jabber la buffer zone è un terreno da coltivare, il suo: è un contadino e lì pianta i semi ogni anno, sperando di avere acqua per crescerli. Il documentario collettivo Striplife Gaza in a Day è dedicato alla memoria di Vittorio Arrigoni,
attivista ucciso in Palestina nel 2011, e nel solco lasciato dal suo nume tutelare
tenta di ribaltare, o almeno di scuotere, il punto di vista sulla Striscia di Gaza e sul
conflitto israelopalestinese. Raccogliendo in poco più di un’ora immagini e suoni
(senza voci off, senza commenti musicali, col solo ausilio delle didascalie) dalla
quotidianità di una manciata di individui: oltre a Jabber, la telereporter Noor, il rapper Antar, il fotografo Moemen, pescatori e ragazzi impegnati nel parkour. Un ri-
C
tratto corale vitale e asciutto che evita, talvolta programmaticamente, la retorica
sulle tematiche controverse che coinvolgono Gaza, contrapponendo squarci di
dinamismo ipercinetico (le acrobazie del parkour, le canzoni sincopate dei rapper
clandestini, il movimento costante del fotografo in sedia a rotelle) alla mortifera
consuetudine delle cronache tv. Un’operazione cinematograficamente rigorosa,
meno spontanea dei suoi protagonisti, ma lodevole.
STRIPLIFE - GAZA IN A DAY
REGIA DI NICOLA GRIGNANI, ALBERTO MUSSOLINI, LUCA SCAFFIDI, VALERIA TESTAGROSSA, ANDREA
ZAMBELLI
ITALIA · 2013 · DOCUMENTARIO · DURATA: 64’
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al cinema dal 13 gennaio
C
LA TEORIA DEL TUTTO
REGIA DI JAMES MARSH
di Alice Cucchetti
Complici anche le sue apparizioni (animate o in carne e ossa, intero o in forma di testa parlante) in Futurama, I Simpson, Star Trek, ci siamo fatti l’idea che
Stephen Hawking - da decenni consacrato come universale icona pop, oltre che
“rockstar della scienza” - non difetti di sense of humour. Non manca neppure
alla versione dell’astrofisico portata sullo schermo con impressionante mimesi
da Eddie Redmayne, soprattutto nelle battute iniziali di La teoria del tutto, dove il
personaggio corrisponde con leggerezza allo stereotipo goffo ma determinato
del giovane genio. Il film, invece, è un’altra storia: inaspettatamente - considerato
che James Marsh, oltre agli acclamati doc Man on Wire e Project Nim, ha firmato
il bel Doppio gioco - scorre sui binari del biopic più convenzionale, mitigando i tentativi smaccati di strappar lacrime con un diffuso pudore molto british, soffocando
ai margini l’indagine professionale e le motivazioni di tanta testardaggine e del
C
conseguente successo, per concentrarsi soprattutto sulla relazione tra Stephen
e la prima moglie Jane - e il principio sarebbe pure lodevole, se il risultato non ci
precipitasse presto in un abusato schema di gelosie & rimpianti sentimentali. Ironia ai minimi termini, ma molti ralenti e montaggi in musica, la luce del tramonto
che cala sullo zucchero e forse il desiderio, per qualche spettatore, di correre a
rivedersi Il giovane favoloso.
LA TEORIA DEL TUTTO
REGIA DI JAMES MARSH
REGNO UNITO · 2014 · BIOGRAFICO · DURATA: 123’
CON FELICITY JONES, EDDIE REDMAYNE, DAVID THEWLIS, EMILY WATSON
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al cinema dal 15 gennaio
C
TURNER
REGIA DI MIKE LEIGH
di Giona A. Nazzaro
Presentato in competizione al Festival di Cannes 2014, il Turner di Mike Leigh è
stato frettolosamente accomunato, nel giudizio di coloro che non lo hanno amato,
all’accademismo di una selezione inerte. In realtà il film segna un ulteriore e notevole scarto in avanti del cineasta, che abbandona i territori delle commedie agrodolci per inoltrarsi in un terreno minato, la biografia d’artista, nel quale hanno saputo muoversi bene solo nomi del valore di Maurice Pialat. Rispetto agli ultimi lavori
di Leigh, gradevoli, agili, acuti eppure adagiati in una maniera, pregevolissima, ma
pur sempre prevedibile, Turner s’inoltra nel cupo turbinio dionisiaco di un artista
che si trova al crocevia del primo vero momento di ribalta internazionale dell’arte
inglese. Straordinario paesaggista che verso la fine della sua carriera lascia filtrare nel suo lavoro una tensione inquieta che anticipa addirittura l’impressionismo,
Joseph Mallord William Turner (1775-1851), grazie alla sua incessante ricerca for-
C
male, si apre di fatto verso quella che si può definire la modernità. Il maggior contributo artistico turneriano è stato di avere elevato la pittura paesaggistica, poco
considerata criticamente, all’altezza di quella storica. Definito il “pittore della luce”,
grazie alla sua tecnica a olio e ad acquerello, Turner è trattato da Leigh proprio alla
stregua di un testimone oculare della storia. Turner è l’occhio che osserva la società inglese andare verso la modernità e il fulcro del film è la sua strenua e cupa lotta
per rendere conto delle articolazioni del reale che sfuggono allo sguardo. Leigh, ed
è una straordinaria intuizione, racconta il pittore mentre inizia a venire meno quello
che oggi definiamo realismo fotografico. Come se all’alba della rivoluzione industriale e della riproducibilità tecnica, l’occhio del pittore vedesse inevitabilmente di
meno e, paradossalmente, dovesse imparare a vedere infinitamente di più. Grazie
alla straordinaria attenzione del direttore della fotografia Dick Pope, Leigh filma la
passione della luce e dell’occhio di Turner con un passo di straordinaria essenzialità che evita accuratamente l’aridità dell’illustrazione erudita. Nel corpo di Timothy
Spall, Leigh incarna il tormento dell’immagine che diventa testimonianza storica
grazie alla precisione di un gesto filmico tanto potente quanto discreto. Turner è il
migliore omaggio ipotizzabile per il “poeta della luce”.
TURNER
REGIA DI Mike Leigh
Regno Unito · 2014 · DRAMMATICO · DURATA: 149’
CON Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley Manville,
Martin Savage, Ruth Sheen, Sam Kelly, Jamie Thomas King
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al cinema dal 29 gennaio
C
UNBROKEN
REGIA DI ANGELINA JOLIE
di Ilaria Feole
Troppo esemplarmente intrisa di patriottismo e di American Dream per non essere portata sul grande schermo, la storia di Louis Zamperini - mezzofondista
olimpico ed eroe di guerra - era stata acquisita dalla Universal già nel 1957, con
Tony Curtis legato al ruolo. C’è voluto più di mezzo secolo per portare a compimento il progetto, con Angelina Jolie regista e produttrice e ben otto mani all’opera su una sceneggiatura che si scrive, letteralmente, da sola. Da ragazzino problematico ad atleta dei record, poi sopravvissuto allo schianto del suo cacciabombardiere, a 47 giorni alla deriva su un gommone nel Pacifico e a due anni
nei campi di prigionia giapponesi, l’italoamericano Zamperini ha avuto una vita
più smaccatamente cinematografica di quanto l’insipida mano della Jolie sappia
rendere conto. Fornita di maestranze di lusso, confeziona un biopic educato e
patinato, con dosi di mite violenza e azione spettacolare calibrate sul gusto del
C
più vasto pubblico possibile: le torture inflitte dai sadici ufficiali nipponici restano
quasi completamente fuori campo, mentre la resilienza fuori dall’ordinario del
protagonista occupa ogni inquadratura. In questa scelta, pur cauta, sta il merito
della Jolie: attrice passata dietro la macchina da presa, stringe l’obiettivo sui suoi
interpreti (azzeccati almeno il protagonista O’Connell e la popstar giapponese
Takamasa Ishihara, al suo esordio) e mette corpi e sguardi al centro della storia.
UNBROKEN
REGIA DI ANGELINA JOLIE
USA · 2014 · BIOGRAFICO · DURATA: 130’
CON JACK O’CONNELL, MIYAVI, DOMHNALL GLEESON, FINN WITTROCK
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dal 29 gennaio
C
THE WATER DIVINER
REGIA DI RUSSELL CROWE
di Alice Cucchetti
Impossibile essere crudeli con Russell Crowe. Sia per quegli occhi buoni sopra
l’incombente montagna di muscoli, sia perché guardando The Water Diviner,
suo esordio dietro la mdp, si respira la forte partecipazione emotiva dell’attore
neo-regista, che affonda le mani nella storia della propria terra (la Nuova Zelanda e l’Australia) per mettere in scena una vicenda fervidamente antimilitarista.
Scegliendo un soggetto convenzionale, in potenza molto commovente: un padre
determinato a ritrovare le salme dei figli nella devastante “tomba a cielo aperto”
abbandonata sulla penisola di Gallipoli, in Turchia, dopo uno dei più devastanti
massacri di trincea della Prima guerra mondiale. Ma The Water Diviner ha tutti i
difetti dell’opera prima, in primis l’eccesso: non gli basta allacciarsi a un fil rouge,
gliene servono almeno tre o quattro (l’acqua, il cerchio, Le mille e una notte), non
s’accontenta d’essere dramma post bellico e nemmeno parabola di redenzione
C
paterna, ma deve aggiungerci anche risvolti puramente avventurosi, una sottotrama sentimentale, una superficialissima indagine culturale, esotismo posticcio
e cartolinesco. Il risultato è un’altalena frastornante, dove accenni di insospettabile compostezza rovinano in fretta nella retorica più pomposa, dove il giusto pathos sbanda a ogni passo nel ridicolo involontario. Crowe tenta di tenere insieme
tutto con la sua solida presenza più che con la labile direzione: un po’ poco.
THE WATER DIVINER
REGIA DI RUSSELL CROWE
AUSTRALIA / TURCHIA / USA · 2014 · DRAMMATICO · DURATA: 111’
CON RUSSELL CROWE, OLGA KURYLENKO, JAI COURTNEY, YILMAZ ERDOGAN
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PROGRAMMAZIONE
al cinema dall’8 gennaio
CINERAMA RITORNA DA VOI Il 6 MARZO CON LE RECENSIONI DI TUTTI I FILM
USCITI IN SALA NEL MESE DI FEBBRAIO 2015.
CINERAMA È UNA PUBBLICAZIONE TICHE ITALIA SRL.
IMPAGINAZIONE A CURA DI GIULIA CIAPPA E LUCA GRIFFINI
PER COMMENTI, APPREZZAMENTI E CRITICHE SCRIVETE A [email protected]
PER INFORMAZIONI CONTATTATE LA REDAZIONE A [email protected]

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