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Il paese reale
Come sempre ultralapidaria nei toni, la battuta di Bossi sul Premier coglie la sensazione diffusa di un
progressivo scollamento. Il «Cavaliere dimezzato» non lo è tanto rispetto ai numeri della sua forza
parlamentare. A meno di sorprese eclatanti, i prossimi giorni non dovrebbero portare verso una crisi di governo.
Il voto non conviene a nessuno dei principali contendenti, almeno non nell'immediato. E lo slalom tra i punti
programmatici e le leggi effettivamente messe in cantiere e in calendario dovrebbe consentire alla pattuglia dei
seguaci di Fini di non varcare subito il Rubicone. Anche se con parecchi acciacchi, il presidente del Consiglio può
contare ancora su un governo in sella.
Dove, invece, la leadership appare malamente azzoppata è nel rapporto con il Paese. Basta leggere
l'intervista-proclama del ministro Tremonti per cogliere la distanza tra il teatrino della lite permanente che
lacera il Pdl e i nodi che andrebbero sciolti per affrontare la crisi economica. Nodi che richiedono uno sforzo
straordinario di coesione sociale, e il contributo di tutte le forze oggi presenti in parlamento. Tremonti, col suo
stile asciutto che gli ha guadagnato tante simpatie trasversali, ha messo sul piatto un programma che è la vera
road map con cui i partiti, volenti o nolenti, dovranno confrontarsi in autunno. A cominciare da quei passaggi
essenziali di crescente integrazione europea che dovrebbero essere sanciti nell'incontro Ecofin di domani e
dopodomani a Buxelles.
A dispetto del pessimismo che ha prevalso durante l'estate, gli ultimi indicatori economici sembrano,
finalmente, fare intravedere lo spiraglio di una ripresa - anche se lenta - stabile. Obama è stato il primo a
soffiare sul vento dell'ottimismo, vista anche la partita decisiva che si gioca alle elezioni di novembre. Ma molto
dipenderà dal coraggio che i principali partner europei dimostreranno nei prossimi mesi. Facendo andare avanti
- su materie finanziarie cruciali - il processo di delega della autorità nazionale agli organismi di coordinamento
europeo, un passo decisivo per dar corpo ad una Europa più forte e più vicina all'ideale di stato federale da
tanto tempo inseguito.
Se queste sono le forche caudine in cui ci giochiamo lo sviluppo, l'occupazione dei nostri giovani, le chance di
ripresa e di riscatto di un sud sempre più emarginato, dovrebbe essere questo anche il terreno su cui andrebbe
costruita la leadership - e le regole - per la stagione post-berlusconiana che, tra mille lacerazioni, si sta aprendo.
Certo, almeno sulla carta, il Premier avrebbe le risorse per dar vita in prima persona a una sorta di
auto-resurrezione. E' già successo in passato, in momenti politicamente anche più impervi, che con un colpo di
reni e d'ala il Cavaliere riprendesse la corsa. Ma, complici il peso degli anni e l'amarezza dei tradimenti,
Berlusconi appare ripiegato su una difesa dell'esistente, anzi della propria esistenza. I suoi gesti, le sue iniziative
sono sempre più spesso il riflesso, la sponda dei movimenti altrui. Da Bossi a Fini, da Tremonti a Casini il
boccino del futuro politico sembra passato in altre mani.
Ed è a questo scenario, e contendenti, che dovrà rivolgersi il discorso che l'ex-cofondatore farà oggi a
Mirabello. Molti si aspettano che verrà sancita la rottura col Cavaliere. Che, come quindici anni fa a Fiuggi venne
liquidato Mussolini, oggi Fini darà il suo giudizio di addio su Berlusconi. Ma a parte le controindicazioni tattiche,
sarebbe un'operazione di parte. Schiacciata troppo sulla sinistra, e quella sindrome anti-berlusconiana che ha
ingolfato già per troppo tempo il dibattito pubblico italiano. Al giudizio su Berlusconi, sta già provvedendo la
storia, e lo farà con la consueta durezza che segna l'uscita di scena di un leader sopravvissuto a se stesso.
In questa occasione così gravida di prospettive, da Fini ci si aspetta un discorso che guardi a tutta la nazione.
Senza abiurare le proprie origini politiche, in un momento in cui, anzi, è più forte l'esigenza che anche in Italia
prenda corpo quella destra europea che Berlusconi non ha mai impersonato. Ma cercando di declinare le proprie
idee e le proprie convinzioni in un progetto per tutto il paese. E' questa la principale risorsa di tutte le
democrazie dell'alternanza, bipartitiche o bipolari che siano. Promuovere una parte politica, ma senza mai
rinunciare al dialogo e all'attenzione nei confronti degli avversari. In quindici anni di berlusconismo, è quello che
non è mai successo. E' la svolta di cui tutti gli italiani, a destra come a sinistra, hanno bisogno.
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