Guy Gauthier, Storia e pratiche del documentario

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Guy Gauthier, Storia e pratiche del documentario
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Roghi, Vanessa: Rezension über: Guy Gauthier, Storia e pratiche del
documentario, Torino: Lindau, 2009, in: Il Mestiere di Storico, 2010,
1, S. 170,
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First published: Il Mestiere di Storico, 2010, 1
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170
i libri del
2009 / 1
Guy Gauthier, Storia e pratiche del documentario, Torino, Lindau, 536 pp., € 32,00 (ed.
or. Paris, 2008)
Si potrebbe partire dall’affermazione del documentarista Chris Marker: «Non facciamo il gioco del documentarismo sovietico prima del ventesimo congresso, la cui regola
era: ogni immagine deve essere come la moglie di Stalin, insospettabile». Oppure da quello che l’a. scrive a proposito del rapporto fra cinema e realtà: «Le teorie dell’immagine
hanno risolto la questione, e c’è di meglio da fare che non tornare su una distinzione
ormai banale: l’immagine, come la lingua, ma in modo diverso, è una mediazione, non un
analogon. L’uso ha imposto l’espressione del cinema del reale» (p. 25), ma oggi, suggerisce
ancora l’a., possiamo parlare di documentario facendone a meno.
Il documentario allora è altro: racconto, interpretazione, ricerca, rappresentazione.
L’a. ne ripercorre le tappe in un’ottica forse troppo franco-centrica. Inoltre bisogna conoscerli gli autori di cui parla, perché leggere di Jean Rouch, Frederick Wiseman o Raymond
Depardon non è affatto come vedere le loro opere. Tuttavia questo lavoro potrebbe far
venire a qualcuno la voglia di andarsi a vedere autentici capolavori come Titicut follies
(Wiseman, 1967), High school (Wiseman, 1968), o 10e Chambre. Instants d’audience (Depardon, 2004).
Ma che cos’è il documentario secondo l’a.? Quella scelta di racconto nel quale si
elimina la scenografia ricostruita, l’attore interprete, la ricostruzione storica, la sceneggiatura preliminare, privilegiando, durante le riprese, il «diretto». Il documentarista filma del
reale ciò che vede e ciò che ne ricorda. Un metodo di investigazione del mondo sensibile
dove il punto di vista personale già presente al momento delle riprese si svilupperà al
momento del montaggio, secondo la scuola che risale a Dziga Vertov, o al momento della
scrittura del commento (e in questo il punto di riferimento per l’a. è Chris Marker). Un
territorio del cinema a pieno diritto, diviso in generi certo, ma sempre riconoscibile in
quanto tale. Molto vicino per certi aspetti alla ricerca storica.
Interessante dunque che l’a. non si interroghi se non in minima parte sul cosiddetto
«documentario di montaggio»: ovvero quel genere di documentario assai diffuso in tv che
riprende documenti audiovisivi del passato rimontandoli. Il genere di documentario che
interpella più da vicino il lavoro dello storico, agendo in modo diretto sulle fonti, e fornendo a sua volta una visione della storia che diventa spesso egemonica nell’immaginario
delle nuove generazioni.
Ma questo volume è più un catalogo per esperti che una guida vera e propria alla
comprensione del documentario e di come la sua storia abbia modificato da vicino anche
ambiti in apparenza distanti e autosufficienti come quelli della ricerca. Storia e pratiche
del documentario è infatti un utile vademecum soprattutto per la parte finale, Elementi
per una filmografia mondiale. Per il resto niente aggiunge a quanto già è stato scritto sul­
l’argomento.
Vanessa Roghi

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