morte a seaworld – david kirby

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MORTE A SEAWORLD – DAVID KIRBY
ESTRATTO CAPITOLO 15
…Migliaia di orche, delfini, balene e foche, di cui nessuno ha mai avuto notizia, hanno
perso la vita intrappolati nelle reti o infilzati da un arpione, fin da quando l’uomo ha
cominciato a dare loro la caccia per la carne, il grasso, la pelliccia o per il divertimento del
pubblico.
Agli inizi degli anni ’60 il leader indiscusso delle catture di questi mammiferi fu
MarineLand of the Pacific. Frank Brocato, responsabile per la cattura degli esemplari per il
parco acquatico, insieme al proprio assistente, Boots Calandrino, era diventato famoso per
aver prelevato dall’oceano un gran numero di delfini, focene, beluga e pinnipedi, ma non
aveva mai concentrato l’attenzione sulla possibilità di mettere nel sacco un’orca per la
collezione del serraglio in espansione di Marineland.
Nel novembre del 1961 l’equipaggio addetto alla cattura si trovava nella zona di Newport
Harbor, nell’Orange County, un’ora a sud di Palos Verdes, lungo la costa, quando avvistò
una femmina di orca disorientata, in cattive condizioni di salute, che si spostava, sola, in
mezzo alle barche a vela e agli yacht di quella baia esclusiva. Accerchiarono l’animale, lo
caricarono su un camioncino e lo portarono a Marineland. Si trattava della prima orca in
assoluto a essere condotta in cattività. Le cose non andarono per niente bene.
“Avevamo il sospetto che l’animale fosse nei guai a causa del suo comportamento erratico
all’interno del porto”, dichiarò anni dopo Brocato, durante un’ intervista alla PBS. “Ma il
giorno seguente, l’orca impazzì. Cominciò a nuotare lungo il perimetro della vasca a gran
velocità e a colpire ripetutamente le pareti con diverse parti del corpo”, fino a quando si
diresse dritta contro un muro di cemento, fracassandosi il rostro. Seguirono una serie di
convulsioni e l’orca morì. Era durata solamente due giorni. Il referto dell’autopsia indicò
una gastroenterite acuta associata a polmonite, molto probabilmente contratta a causa
dell’inquinamento all’interno di Newport Harbor. Se la malattia fosse legata al suo
suicidio, nessuno sarà mai in grado di dirlo.
Ora che avevano catturato un’orca, per quanto temporanea la sua presenza fosse stata,
Marineland ne voleva ancora. Nessuno, nel grande pubblico, aveva mai visto prima, da
vicino, un’orca in cattività e, senza dubbio, la gente si sarebbe messa in fila pur di aprire il
portafoglio e osservare una creatura tanto terribile.
Catturare le orche che nuotavano libere nell’oceano non era certo un compito facile. Frank
Brocato e il suo equipaggio si diressero a nord, verso Puget Sound, alla ricerca di un altro
esemplare da riportare a Marineland. Un mese dopo, mentre perlustravano le acque al largo
delle San Juan Island nell’ Haro Strait, individuarono una coppia di orche, un maschio e
una femmina, a caccia di focene.
La femmina inseguì una focena fin sotto l’imbarcazione e l’equipaggio, con un cappio, si
mise in attesa che l’animale riemergesse dall’altro lato della barca. Riuscirono a catturarlo
ma, a quel punto, “tutto cominciò ad andare storto”, raccontò Brocato. La femmina virò
d’improvviso, cogliendo tutti di sorpresa. I fili di nylon del cappio si impigliarono nell’elica,
bloccando il motore e lasciando gli uomini alla deriva. La femmina si allontanò, presa dal
panico, ma dopo un’ottantina di metri fu costretta a fermarsi quando la fune si tese al
massimo dell’estensione. A distanza, oltre la foschia, l’equipaggio riusciva a intravvedere la
sagoma nera dell’orca che si sollevava sopra la superficie del mare.
Poi lo udirono: un urlo agonizzante infranse il silenzio della distesa. La femmina
intrappolata stava chiamando il maschio, i cui due metri di pinna dorsale apparvero rapidi
al suo fianco. Entrambi si diressero verso la barca e la caricarono a tutta velocità,
attaccando ripetutamente la prua e colpendola con forza con le potenti pinne caudali.
Brocato afferrò una Magnum .375 che teneva a bordo e sparò nelle acque grigie, infilando
un unico proiettile nel maschio, che morì o riuscì, comunque, a fuggire. Ci vollero dieci
proiettili per fare fuori la femmina, il cui corpo venne trainato fino a uno dei moli di
Bellingham, dove fu pesato e misurato per la posterità. Brocato si portò via i denti come
souvenir, mentre il resto della carcassa fu macinata e trasformata in cibo per cani.
Brocato aveva fallito entrambi i tentativi di catturare un’orca in buona salute da esibire di
fronte a un pubblico pagante e nulla sarebbe successo per altri tre anni. La prima orca viva
messa in mostra fu quella che sfoggiò, nel 1964, il Vancouver Aquarium. Il direttore della
struttura, Murray A. Newman, aveva commissionato, allo scultore trentottenne Samuel
Burich, di dare la caccia a un’orca, di ucciderla e di imbalsamarla, per utilizzarla come
modello a grandezza naturale in un padiglione speciale della nuova ala, denominata British
Columbia.
Burich si imbarcò, munito di arpione, per Saturna Island, sul lato canadese della costa, e
rimase in attesa. Ci vollero due mesi, ma ne valse la pena. L’equipaggio individuò un
gruppo di tredici esemplari nei pressi della riva. Burich arpionò una giovane orca, che
rimase ferita ma non morì. D’improvviso, due componenti del gruppo si lanciarono al
salvataggio del giovane animale, sollevandolo delicatamente fuori dall’acqua per aiutarlo a
respirare. L’orca ferita, nel tentativo di liberarsi dall’arpione, si dimenava ed emetteva
stridii acuti e fischi penetranti che si potevano sentire fuori dall’acqua a una distanza di
cento metri. Burich indirizzò la barca verso l’animale e le sparò una serie di proiettili nel
fianco, senza tuttavia riuscire a sopprimerla.
Data la situazione estrema, contattò l’acquario. Murray Newman, su un idrovolante, da
Vancouver raggiunse Saturna Island e, all’arrivo, decise che sarebbe stato meglio
risparmiare la vita all’orca e trainarla fino a Marineland per poterla mettere in mostra.
L’equipaggio annodò una fune all’arpione conficcato nel dorso dell’animale. Le condizioni
del mare li costrinsero a un viaggio di 16 ore. Il dolore e il terrore inflitti all’orca vanno al
di là di ogni immaginazione.
L’animale fu sistemato in un recinto improvvisato al Burrard Dock di North Vancouver,
dove venne identificato come una femmina e battezzato Moby Doll.
Moby Doll divenne immediatamente un’attrazione sensazionale. Scienziati di tutto il
mondo arrivarono per osservare l’esemplare con i propri occhi e per registrare le sue
vocalizzazioni soprannaturali. L’aspetto che colpì la maggior parte delle persone, studiosi o
pubblico che fossero, furono la docilità e la mansuetudine dell’animale, che appariva in
cattive condizioni di salute e che, molto probabilmente, era ancora sotto shock per le ferite
causate dall’arpione e dai proiettili.
L’orca impiegò due mesi per riprendere peso; tuttavia, oltre a continuare a indebolirsi,
sviluppò una grave eruzione cutanea dovuta alla bassa salinità delle acque del porto. Dopo
87 giorni di cattività, Moby Doll morì. Il Times di Londra diede visibilità alla copertura
mediatica della cattura e all’esposizione dell’orca, definendola “il primo articolo in positivo
mai scritto sulle orche assassine”. L’autopsia condotta su Moby Doll rivelò che, a tutti gli
effetti, si era trattato di un esemplare maschio, di un Moby Dick.
La cattura successiva, avvenuta nel 1965, fu quella di un giovane maschio rimasto
accidentalmente intrappolato in alcune reti da pesca nei pressi di Namu, un remoto
stanziamento di frontiera sulla costa nord della British Columbia. Ted Griffin, proprietario
del Seattle Marine Aquarium, venne a sapere della cattura e, in cambio dell’orca, offrì
sull’unghia la cifra di 8.000 dollari al fortunato pescatore. Il piccolo, battezzato Namu, fu
trainato per 400 miglia, fino a Seattle, in una speciale
gabbia costruita apposta per lui. Fin dall’inizio del tragitto, la giovane orca cominciò a
emettere una lunga serie di vocalizzazioni a indicare la propria sofferenza, tanto da attrarre
un gruppo di trenta orche che fecero di tutto per liberarlo ma, alla fine, si videro costrette a
desistere. Una femmina adulta e tre piccoli continuarono a seguire l’imbarcazione e la
gabbia per altre 150 miglia prima di darsi per vinti e allontanarsi. Si presume che fossero la
madre e i fratelli di Namu.
Giunti a Seattle, Namu fu collocato in un recinto a Rich Cove, dove non impiegò molto
tempo a trasformarsi in una rock star. Decine di migliaia di persone facevano la fila per
vederlo mentre si nutriva dei suoi 170 kg di pesce al giorno e, ancora un volta, un piccolo
esercito di scienziati si presentò per studiare l’esemplare, misurarne la pressione sanguigna,
il battito cardiaco e persino le onde cerebrali.
Griffin arrivò al punto di fidarsi talmente dell’orca, da entrare nel recinto insieme a lei.
Quello stesso giorno imparò a cavalcarla e, dopo poco tempo, fu in grado di insegnarle
alcune routine attraverso le quali ‘farsi bella’ davanti al pubblico. Le più apprezzate erano
quella in cui Namu saltava fuori dall’acqua per afferrare un salmone che Griffin faceva
penzolare da una torretta e le ‘cavalcate’ in cui il suo padrone si prodigava, intorno al
recinto, sulla groppa dell’animale. L’orca si esibiva cinque volte al giorno, alternando il
proprio spettacolo a quello di una foca addestrata. “Ahab aveva la propria balena”, amava
dire Griffin, “e io ho la mia”.
Le vendite dei biglietti per vedere Namu raddoppiarono a dir poco. Il marketing dell’orca
divenne ancora più remunerativo quando a Namu, nel 1996, venne offerto il ruolo di star
nel film intitolato Namu, the Killer Whale. Il dramma, carino seppur poco convincente,
vedeva Lee Meriwether e Robert Lansing nel ruolo di protagonisti. Lo slogan diceva: “Fate
posto nel vostro cuore per un beniamino da sei tonnellate!!!” 1
La gente non avrebbe mai più guardato un’orca allo stesso modo: agli occhi del pubblico, le
orche si stavano trasformando, da assassine, in animali da coccolare.
Namu e Griffin deliziarono le folle per quasi un anno intero, tuttavia, Namu, non si abituò
mai del tutto alla cattività. Dal suo recinto si sentivano giungere fortissime e stridule urla,
1
a volte in risposta alle vocalizzazioni di richiamo lanciate dalle orche libere che passavano
per il Puget Sound.
Nel luglio del 1996 Namu cominciò a dare segnali di un comportamento erratico: si
lanciava a tutta velocità verso le grate in acciaio dei cancelli, rifiutava di esibirsi e, secondo
la Press Associated, “appariva depressa, abbattuta”. Dopo aver contratto un’infezione
batterica, l’orca rimase impigliata in uno dei cancelli e morì affogata. Griffin disse ai
giornalisti che Namu “soffriva per amore” e che probabilmente aveva cercato di scappare
per andare a raggiungere le femmine e accoppiarsi nella baia. Pur piangendo la perdita del
compagno, Griffin era ormai stato catturato dalla brama dello show business e dal fascino
delle vendite dei biglietti. Gli sforzi per intrappolare altri esemplari di orca furono enormi,
a testimonianza della nascita di una nuova industria.
Ma Griffinnon era soddisfatto.
La seconda orca confinata in cattività per essere esibita davanti al grande pubblico fu una
giovane femmina, catturata nel 1965 da Griffin e dal suo socio in affari, Don Goldsberry.
La chiamarono Shamu, una contrazione di she (lei) e di Namu, e fu proprio lei, la Shamu
originale, a dare il via a una lunga serie di Shamu. L’intenzione iniziale di Griffin era stata
quella di servirsi di Shamu per placare le pene d’amore di Namu, ma l’orca era ancora
troppo giovane per potersi accoppiare, pertanto, a dette della Press Associated, Griffin
decise di venderla al nuovo SeaWorld Park di San Diego. Il 20 dicembre 1965 un’orca
femmina del peso di oltre una tonnellata venne imbarcata su un volo cargo e trasferita in
California. Il secondo esemplare mai tenuto in cattività fu anche il primo in assoluto a
volare.
Rilasciarono l’orca nella sua nuova vasca di San Diego, ignorando completamente il delfino
tursiope, di nome George, trasferito lì per tenerle compagnia. “Al contatto con l’acqua della
piscina, Shamu emise un urlo stridulo, simile al cigolio di un cancello arrugginito”,
dichiarò l’Associate Press. SeaWorld rifiutò di rendere pubblica la cifra che aveva pagato
per acquistare l’orca, ma l’AP rivelò che il prezzo “era stato segnalato intorno ai 75.000
dollari” (corrispondenti, nel 2012, a oltre mezzo milione di dollari). Il New York Times la
definì: “La brutta orca assassina in mostra per il pubblico”.
Goldsberry e Griffin perfezionarono la tecnica di cattura con le reti a circuizione per
prelevare altre orche da Puget Sound. Agli inizi degli anni ’70 avevano sequestrato più di
200 esemplari da quelle acque. La maggior parte veniva rilasciata, mentre le altre erano
spedite ai parchi acquatici, tra cui SeaWorld.
Nel 1970 i due soci si prodigarono nella più famigerata battuta di caccia all’orca mai
affrontata: una cattura dai toni fortemente controversi all’interno delle acque di Penn
Cove, una baia alberata della tortuosa Whidbey Island, 40 miglia a nord ovest di Seattle. I
due intrappolarono ottanta orche in una sola rete, imprigionando tutti i componenti dei
gruppi J, K e L, vale a dire l’intera comunità delle orche Residenti del Sud. La maggior
parte fu rilasciata nel corso stesso di quella drammatica operazione, ma furono trattenuti
sette esemplari, tutti giovani, per soddisfare la brama dei proprietari di acquari e parchi di
intrattenimento di tutto il mondo che li attendevano con ansia. Una delle prigioniere era
Lolita, l’unica orca rimasta viva dalla cattura di Penn Cove. Lolita vive e si esibisce a
tutt’oggi nel Miami Seaquarium, nella vasca più piccola che sia mai stata riservata a
un’orca in cattività.
Molti esemplari non furono in grado di sopravvivere a quella lunga e angosciante
esperienza di Penn Cove. Alcune delle carcasse furono ripescate e riportate alla luce da un
peschereccio a strascico: gli avevano squarciato il ventre e avevano cercato di appesantirne i
corpi avvolgendoli con catene d’acciaio e ancore. Solo più tardi Goldsberry e Griffin
ammisero di aver cercato di evitare che i cadaveri delle orche si spiaggiassero sulla riva.
Due anni dopo, il Congresso passò lo storico Marine Mammal Protection Act (Decreto per
la Protezione dei Mammiferi Marini) del 1972, attraverso il quale si bandiva, all’interno
delle acque territoriali degli Stati Uniti, la cattura di qualsiasi mammifero marino vivo, con
l’eccezione degli esemplari destinati all’esposizione pubblica e alla ricerca scientifica.
SeaWorld continuò a qualificarsi grazie all’esenzione relativa al display di quegli animali al
pubblico.
Ma le catture di orche vive nelle acque dello Stato di Washington stavano per giungere al
capolinea. La goccia che fece traboccare il vaso ebbe luogo nel 1976, quando Goldsberry,
che lavorava per SeaWorld, oltrepassò il limite di quanto il pubblico avrebbe tollerato. A
caccia di orche al largo delle coste di Olympia, capitale dello Stato, Goldsberry avvistò un
gruppo di orche residenti. Pilotando un piccolo aeroplano, lanciò alcune seal bomb
(esplosivi sottomarini di dimensioni ridotte utilizzati per spaventare i mammiferi marini e
allontanarli dalle reti da pesca. N.d.T) per costringere sei esemplari a riparare nella baia di
Budd. Quel bel pomeriggio di primavera aveva spinto molti diportisti a godersi la giornata
in mare. Tra loro si trovava anche Ralph Munro, assistente del Governatore Dan Evans,
che fu testimone oculare dell’impresa, dall’inizio alla fine.
“Il momento in cui chiusero la rete fu raccapricciante. Si sentivano le orche urlare”,
dichiarò più tardi Munro. “Goldsberry continuava a sganciare esplosivi per costringere le
orche a dirigersi verso la rete”.
Lo Stato di Washington inoltrò denuncia contro Goldsberry, sostenendo che lui e
SeaWorld avevano violato i termini del permesso accordatogli, secondo il quale si imponeva
che le catture mantenessero un aspetto ‘umano’. Fu la peggior pubblicità in assoluto per
SeaWorld, che accettò di rilasciare le orche prigioniere nel Budd Inlet. La corte distrettuale
di Seattle domandò che, a conseguenza di tali fatti, SeaWorld perdesse il proprio permesso
di radunare le orche nelle acque territoriali dello Stato di Washington.
SeaWorld dovette rivolgersi altrove per catturare altri esemplari e, senza perder tempo,
mandò Don Goldsberry in ricognizione, in giro per il mondo, perché individuasse altri
promettenti luoghi di caccia. La scelta finì sull’Islanda: le orche erano numerose e il
governo si dimostrò collaborativo. Nell’ottobre del 1976 SeaWorld ricevette la sua prima
orca in arrivo dalle acque della nazione islandese.
Il lungo elenco di esemplari strappati al proprio territorio e alle proprie famiglie dopo che
la prima femmina sofferente era stata prelevata da Newport Harbor non fece che aggravare
la rabbia di Naomi. Tra il 1961 e il 1992, circa 130 orche erano state trasferite nelle varie
strutture per l’intrattenimento di tutto il mondo.
Ora, solo 24 erano ancora in vita.

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