rappresentazioni di genere e violenza privata

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rappresentazioni di genere e violenza privata
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA
Provincia
di Parma
PROGETTO PROVINCIALE
“AZIONI DI PREVENZIONE E CONTRASTO DELLA VIOLENZA SULLE DONNE”
RAPPRESENTAZIONI DI GENERE
E VIOLENZA PRIVATA
UNA RICERCA INTERVENTO
NELLA PROVINCIA DI PARMA
GENNAIO
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CON IL CONTRIBUTO
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DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA
Provincia
di Parma
PROGETTO PROVINCIALE
“AZIONI DI PREVENZIONE E CONTRASTO DELLA VIOLENZA SULLE DONNE”
RAPPRESENTAZIONI DI GENERE
E VIOLENZA PRIVATA
UNA RICERCA INTERVENTO
NELLA PROVINCIA DI PARMA
GENNAIO 2009
INDICE
INTRODUZIONE di Tiziana Mozzoni - Assessore Provincia di Parma
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PRESENTAZIONE di Laura Fruggeri - Direttore Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Parma
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PARTE I
E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO? IMMAGINI DELLE DIFFERENZE DI GENERE
E DELLE RELAZIONI SENTIMENTALI “VIOLENTE” IN ADOLESCENZA.
Nadia Monacelli, Tiziana Mancini - Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Parma
Capitolo 1 - LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
Nadia Monacelli, Valeria De Marco - Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Parma
1.1 La portata del fenomeno 1.2 Le definizioni della violenza intrafamiliare 1.3 Le teorie psicologiche
1.4. Gli attori: vittima e aggressore
1.5 Gli antecedenti della violenza di coppia
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Capitolo 2 - ALLA RICERCA DELLE PAROLE PER DIRLO
Come le ragazze e i ragazzi parlano della violenza di coppia
Nadia Monacelli, Tiziana Mancini, Sabina Zapponi - Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Parma
2.1 Metodologia
2.2 Risultati
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Capitolo 3 - RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI Nadia Monacelli, Tiziana Mancini - Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Parma
Introduzione
3.1 Il questionario 3.2 I partecipanti
3.3 Le rappresentazioni delle relazioni di genere
3.4 I significati attribuiti alle relazioni di coppia violente
3.5 Le esperienze concrete dei ragazzi e la soddisfazione di coppia
3.6 Rappresentazioni delle relazioni tra i generi e significati attribuiti alla
violenza all’interno delle relazioni di coppia
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
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PARTE II
LA ROSA DEI SENSI: UN PERCORSO DI PROGETTO E PARTECIPAZIONE
Esmeralda Losito, Paola Salvini, Paola Ziliani - Servizio Spazio Giovani, Azienda Unità Sanitaria Locale di Parma
APPENDICE
BIBLIOGRAFIA Introduzione
Obiettivi
Metodologia e realizzazione
L’evento finale
Gli esiti dei cinque percorsi
I risultati raggiunti
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86
91
93
103
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INTRODUZIONE
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“Resistere significa anche
opporsi e scontrarsi, ma
non dimentichiamo che,
prima di tutto,
resistere è creare”
Miguel Benasayag
È ormai conoscenza condivisa che il fenomeno della violenza sulle donne sta crescendo in modo diffuso in tutti gli
ambiti della vita sociale e che anche la provincia di Parma ne è interessata in maniera consistente.
Partendo da tale consapevolezza, nel 2006 l’Amministrazione Provinciale ha elaborato un progetto che coinvolge tutto il territorio, articolato in diverse tipologie di azioni: azioni di raccordo tra scuola e consultori giovani;
attivazione di un monitoraggio a carattere provinciale sull’andamento e le caratteristiche del fenomeno; azioni di
sensibilizzazione sulla prevenzione delle molestie sessuali nei luoghi di lavoro; formazione congiunta per operatori
delle Forze dell’Ordine e operatori sociali e sanitari, pubblici e del terzo settore, che hanno compiti di prima accoglienza alle donne vittime di violenza.
L’Assessorato alle Politiche Sociali e Sanitarie ha il compito di realizzare due azioni: la formazione congiunta
e una ricerca intervento che coinvolge i giovani delle Scuole Superiori e dei Centri di Formazione Professionale di
Parma e provincia.
Il presente volume illustra i risultati della ricerca intervento, che aveva un duplice obiettivo: da un lato indagare
quali sono le rappresentazioni dei giovani sul tema della violenza contro le donne, partendo dalle relazioni tra i
generi; dall’altro coinvolgere i giovani stessi in un percorso progettuale per renderli protagonisti di una riflessione
utile all’affermazione e diffusione di una cultura dei rapporti tra i generi fondata sul rispetto reciproco e sul riconoscimento della dignità di qualunque persona.
Ciò significa agire sul versante della prevenzione e allo stesso tempo rendere i giovani protagonisti di un cambiamento, in relazione anche al fatto che spesso i reati di violenza contro le donne vedono coinvolti i giovani, sia come
autori che come vittime.
Abbiamo voluto dare voce ai ragazzi e alle ragazze, per conoscere e capire, per cercare di andare oltre i facili stereotipi che spesso li riguardano, nella consapevolezza che la diffusione di una cultura fondata sul riconoscimento
e il rispetto delle differenze, a partire proprio dai giovani e dalle loro rappresentazioni dei rapporti fra i generi, è
la strategia vincente.
Siamo anche consapevoli che l’intervento su un fenomeno tanto complesso, che coinvolge gli aspetti più profondi della
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INTRODUZIONE
vita delle persone, deve vedere insieme partner diversi, in una azione a largo raggio che, nella reciprocità, sappia
coniugare saperi, ruoli e competenze, a volte distanti tra loro, come il mondo accademico, deputato allo studio, e chi
ha compiti di programmazione e gestione degli interventi sul campo.
Per questa ragione abbiamo provato, e siamo riusciti, a coniugare il sapere scientifico con le esigenze di una conoscenza al servizio di una efficace programmazione degli interventi, che uscisse dal limite della autoreferenzialità
che spesso caratterizza i servizi.
È in tale contesto che abbiamo scelto quindi il metodo della ricerca intervento, particolarmente adeguato a offrire
strumenti utili nella gestione dei problemi sociali e, nello specifico, ad un lavoro di comunità, ambito di pertinenza
di un Ente quale la Provincia, orientato alla partecipazione attiva e al coinvolgimento delle persone e dei gruppi.
È infatti un metodo che compone l’esigenza del conoscere con quella dell’agire, stimolando i soggetti coinvolti ad
assumersi delle responsabilità, abbandonando il meccanismo della delega.
Il metodo ci è sembrato particolarmente adeguato anche in relazione alla realtà che ci interessava conoscere, ovvero
il mondo giovanile; un mondo spesso indagato, per fornire “fotografie”, ma meno frequentemente ascoltato, anche per
metterlo in relazione con il più vasto sistema sociale di cui i giovani sono parte. Tutte le componenti devono invece
essere messe nelle condizioni di interagire tra loro, per esplicitare i diversi punti di vista, ridefinire i problemi e
ricercare insieme le strategie più adeguate ed efficaci.
Ciò che i ragazzi e le ragazze ci hanno detto attraverso i questionari e ciò che hanno realizzato nei percorsi di
progetto costituisce materiale prezioso e utile, a volte anche fonte di riflessione critica sui rapporti tra generi e generazioni.
È un materiale che ci è sembrato utile ed opportuno condividere con altri, con chiunque sia interessato ad interrogarsi e conoscere per agire, nell’ottica del cambiamento e dell’efficacia degli interventi.
Tiziana Mozzoni
Assessore Provincia di Parma
PRESENTAZIONE
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I dati statistici circa l’estensione del fenomeno della violenza perpetrata nei confronti delle donne in ambito domestico sono estremamente preoccupanti perché testimoniano quanto la sistematica violazione dei diritti delle donne
nel loro privato sia diffusa, senza sostanziali differenze, in tutto il mondo, al punto da essere definita dall’Unicef
come una “piaga globale”.
La condanna che senza mezzi termini viene formulata dalle istituzioni e dal senso comune non sembra però costituire un argine alla reiterazione di azioni di violenza domestica. Per questo ci si interroga sui meccanismi psicosociali che le alimentano.
Il fenomeno può essere considerato da un punto di vista “esterno” e da un punto di vista “interno”.
Il punto di vista “esterno” è chiaro: massimo rifiuto, condanna incondizionata, punizione per i violenti.
Il punto di vista “interno” è più confuso. Per chi subisce la violenza, i confini del fenomeno sono meno nitidi: la
sofferenza si accompagna alla vergogna, la dignità calpestata si associa alla colpa, la negazione di ogni diritto si
sposa con un profondo senso di impotenza, la minaccia alla propria sicurezza avviene dentro contesti relazionali familiari da cui in linea di principio ci si aspetta amore, sostegno e rispetto, la ragione è resa labile dalla solitudine.
Le testimonianze delle donne vittime di violenza sono storie dolorose di chi è immersa in un incubo dentro cui vengono via via minati i diritti, l’autostima, la speranza, ed ogni possibile spinta reattiva.
Sono storie inimmaginabili a priori, anche per le protagoniste; finché non accadono, finché si è esterni al fenomeno,
non pare possibile cadere in quell’incubo.
Eppure tra tutti coloro che osservano il fenomeno da un punto di vista esterno, alcuni poi entrano nel baratro della
violenza privata o nel ruolo di vittima o di carnefice.
Come si passa da una posizione di ferma condanna sul piano sociale a protagonista nella vita privata? Quale
meccanismo produce lo slittamento dal rifiuto condiviso al coinvolgimento personale?
È su questi interrogativi che la ricerca promossa dall’Assessorato alle Politiche Sociali e Sanitarie della Provincia
di Parma e condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Parma, con
la collaborazione dello Spazio Giovani dell’Azienda USL di Parma, cerca di gettare luce assumendo un punto di
vista specifico.
Un fenomeno così esteso in tutte le latitudini e longitudini del globo non può essere ricondotto a processi individuali.
È riduttivo spiegare un fenomeno di questa portata ricorrendo a categorie personali quali il carattere, la personalità, la psicopatologia dei soggetti coinvolti.
In questo senso gli interrogativi sopra descritti sono stati riformulati dal gruppo di lavoro in chiave psico-sociale,
orientando l’indagine che viene qui riportata verso l’individuazione dei “germi sociali” della “violenza privata”.
La ricerca si è proposta cioè di mettere a fuoco quei fattori che nascendo all’interno dei rapporti nel contesto sociale
sembrano, ad uno sguardo superficiale, lontani e indipendenti dal gesto colpevole e vergognoso di chi esercita violenza verso una persona di cui gode la fiducia e da cui è amato.
In particolare, l’indagine si è focalizzata su quali sono le idee, le credenze, le rappresentazioni dei ruoli di genere
10 PRESENTAZIONE
nel nostro contesto sociale, quali i rapporti di potere tra uomini e donne, come si coniuga la inesorabile asimmetria
nei rapporti di genere con la violenza domestica contro le donne.
Questi fattori, ad uno sguardo più ravvicinato, delineano infatti il contesto socio-culturale che può legittimare la
violenza nella coppia e fornire, al di là dei doverosi giudizi morali, l’humus entro cui la violenza prende forma.
Un altro aspetto che caratterizza l’indagine qui presentata e che la rende di particolare interesse ed originalità,
riguarda il target della ricerca stessa: i giovani.
La rilevazione dei significati attribuiti da loro alle relazioni violente all’interno dei rapporti di coppia e delle
loro rappresentazioni dei rapporti tra i generi, hanno prodotto un materiale che non solo arricchisce il panorama
conoscitivo su questo fenomeno, ma che costituisce anche una base a partire dalla quale sia possibile progettare
interventi finalizzati a innescare un processo di discussione e riflessione che contribuisca alla affermazione ed alla
diffusione di una cultura dei rapporti tra i generi fondata sul rispetto reciproco e sul riconoscimento della dignità
di tutti in qualunque situazione.
Infine, il rigore metodologico dell’indagine conoscitiva e la creatività dei progetti realizzati danno spessore ad un
materiale che per la sua ricchezza, mi auguro, potrà essere di ispirazione o sollecitazione per altre indagini e interventi anche in altre aree geografiche.
Laura Fruggeri
Dipartimento di Psicologia - Università di Parma
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
P
A
R
T
E
I
E SE LUI/LEI MI DÀ
UNO SCHIAFFO?
Immagini delle differenze di genere e delle
relazioni sentimentali “violente” in adolescenza.
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12 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
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LA VIOLENZA DOMESTICA
CONTRO LE DONNE
1.1 La portata del fenomeno
“La violenza contro le donne è una piaga globale
che continua a uccidere, torturare e mutilare,
sia fisicamente che psicologicamente,
sessualmente ed economicamente.
È una delle violazioni dei diritti umani più diffuse,
che nega il diritto delle donne all’uguaglianza,
alla sicurezza, alla dignità, all’autostima,
e il loro diritto di godere delle loro libertà fondamentali”1.
(UNICEF, 2000)
Dati da molte ricerche indicano una elevata incidenza della violenza contro le donne in pressoché tutti i
Paesi del mondo. In particolare, la violenza domestica è la forma più comune di abuso commesso contro le
donne (UNICEF, 2006). I dati in fig. 1, risultati da una ricerca su scala mondiale condotta per iniziativa
dell’UNICEF (2000), indicano le percentuali medie di donne (su un campione di donne intervistate in 23
Stati nel mondo) che dichiarano di aver subito violenza all’interno della famiglia. Essi mostrano come la
violenza domestica ricorra con una frequenza mediamente superiore al 30%, non solo nei Paesi cosiddetti
in via di sviluppo, ma anche in quelli industrializzati, quali Canada, Regno Unito, Giappone, Svizzera,
Stati Uniti etc. (UNICEF, 2000); la ricerca, inoltre, è stata condotta consultando non solo le donne, ma
anche uomini che in larga misura hanno ammesso di aver maltrattato la propria partner.
Per citare altre cifre: si stima che nel mondo le donne che hanno subito maltrattamento fisico nel corso
della vita siano tra il 20 e il 50 per cento (Krantz, 2002). Sia l’UNICEF (2006) sia l’OMS (WHO, 2005)
ritengono che non si possa parlare di un problema “privato”, bensì di una reale questione di salute pubblica, data la forte incidenza sulle malattie e le ferite riportate dalle donne, nonché la notevole percentuale
di responsabilità su altri generi di problematiche (Krantz, 2002). La violenza domestica è la principale
causa di lesioni fisiche per le donne tra i 15 e i 44 anni di età, più degli incidenti d’auto e le rapine messi
insieme; il maltrattamento durante la gravidanza è la principale causa di anomalie prenatali e mortalità
infantile (Gelles, 1995).
UNICEF, (2000); “La violenza domestica contro le donne e le bambine”, in “Innocenti Digest”, n. 6, Giugno; p. 2.
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14 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
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30%
30%
33%
38%
31%
29%
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20%
10%
0%
Paesi industrializzati
Asia e Pacifico
Medio Oriente
Africa
America Latina e Caraibi
Europa Orientale
Fig. 1. Fonte: “La violenza domestica contro le donne e le bambine”, UNICEF, 2000.
Per questi motivi, da alcuni anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2005) ha lanciato l’allarme sulla violenza come fattore eziologico e di rischio in una serie di patologie di forte rilevanza per la
popolazione femminile.
Da una ricerca svolta della World Health Organization (2005), le conseguenze sulla salute delle donne
vittime di violenza fanno riferimento a lesioni, disabilità permanenti, problemi di natura ginecologica,
malattie a trasmissione sessuale, emicrania cronica, disturbi gastrointestinali e cardiovascolari, etc. Inoltre,
una particolare attenzione è stata data dall’OMS alle patologie mentali ed alla depressione, di cui le donne
soffrono da due a tre volte più degli uomini. Su questo terreno il legame tra condizioni di salute e violenza
è ancora più forte: la violenza fisica, sessuale o psicologica è spesso accompagnata da disturbi della sfera
psicologica e/o emozionale (Tjaden e Thoennes, 2000).
La correlazione tra violenze subite e patologie mentali ha portato erroneamente a credere, in passato, che
le situazioni di violenza fossero in qualche modo causate dai disturbi stessi, già presenti nelle donne; tale
ipotesi è stata però smentita dalla realtà dei fatti, considerato che nella stragrande maggioranza dei casi la
violenza era antecedente il disagio psichico (Heise, Garcia-Moreno, 2002). Secondo l’OMS (World Health
Organization, 1998), numerosi problemi psichici e patologie, come depressione, paura cronica, disturbi
d’ansia, bassa autostima, disturbi sessuali e dell’alimentazione, abuso di farmaci, alcolici o stupefacenti sono
da considerarsi in relazione con le situazioni di violenza sia fisica che sessuale e psicologica. Si stima, inoltre,
che il 10% delle vittime di violenza domestica tenti il suicidio. Per le donne vittime di violenza domestica
i tentativi di suicidio sono 5 volte più frequenti rispetto alle donne non maltrattate (Stark, Flitcraft, 1983).
I dati sull’incidenza mostrano solo limitatamente quanto sia esteso il problema nel mondo. Viene infatti
stimato che la maggior parte dei casi di violenza non sia segnalata; si tratta quindi di un fenomeno di
cui possiamo solo intuire la portata, e che per gran parte rimane sommerso. A riprova di questo possiamo
citare la forte discrepanza tra i dati dei centri antiviolenza e il numero di denunce riportate sullo stesso
territorio (Gracia, 2004): da questi elementi si può facilmente capire come sia conosciuta esclusivamente
la “punta dell’iceberg” del fenomeno, stimato ben più grave di quello che appare (Barbagli, 1997).
Dati nel contesto italiano: il rapporto dell’Istat del 2007
Per quanto riguarda il fenomeno nel contesto italiano, secondo una recente indagine dell’Istat (2007)
condotta telefonicamente sull’intero territorio nazionale, sono stimate in più di 6 milioni le donne da 16 a
70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,9% della classe di età considerata). 5
milioni di donne hanno subito violenze sessuali (23,7%), quasi 4 milioni violenze fisiche (18,8%); circa
1 milione di donne ha subito stupri o tentati stupri (4,8%). Il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner, mentre il 24,7% delle
donne ha subito violenze da un altro uomo.
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
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Come anticipato precedentemente, nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner.
Anche nel caso degli stupri la quasi totalità non è denunciata (91,6%). È consistente la quota di donne che
non parla con nessuno delle violenze subite (33,9% per quelle subite dal partner e 24% per quelle da non
partner) (Istat, 2007).
Dalla ricerca (Istat, 2007) emerge, inoltre, che le donne subiscono più forme di violenza contemporaneamente. Un terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica che sessuale, e la maggioranza delle vittime
ha subito più episodi di violenza. La violenza ripetuta avviene più frequentemente da parte del partner che
dal non partner (67,1% contro 52,9%). Tra tutte le violenze fisiche rilevate, è più frequente l’essere spinta,
strattonata, afferrata, l’essere minacciata, schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi. Segue l’uso o la minaccia di usare pistola o coltelli (8,1%) o il tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione (5,3%).
Tra tutte le forme di violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, ovvero l’essere stata toccata
sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l’aver avuto rapporti sessuali non desiderati vissuti come
violenza (19,0%), il tentato stupro (14,0%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti ed umilianti
(6,1%). Tra i perpetratori delle violenze sessuali, i partner sono risultati responsabili della maggioranza
degli stupri. Il 22,6% delle donne ha subito violenza solo dal partner, il 56,4% da altri uomini non partner. Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera
di estranei. Il rischio di subire uno stupro piuttosto che un tentativo di stupro è tanto più elevato quanto
più è stretta la relazione tra autore e vittima.
Circa due terzi delle donne hanno dichiarato che la violenza subita è stata molto grave o abbastanza grave.
Il 21,3% delle donne ha avuto la sensazione che la sua vita fosse in pericolo in occasione della violenza
subita; tuttavia solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un reato: per la maggior
parte di esse l’aggressione subita è stata “qualcosa di sbagliato”, o solo “qualcosa che è accaduto” (Istat,
2007). Anche nel caso di stupro o tentato stupro, solo il 26,5% delle donne lo ha considerato un reato. Il
27,2% delle donne ha subito ferite a seguito della violenza; ferite che, in un caso su quattro, sono state
gravi al punto da richiedere il ricorso a cure mediche. Le donne che hanno subito più violenze dai partner,
in quasi la metà dei casi hanno sofferto, a seguito dei fatti subiti, di perdita di fiducia e autostima, di sensazione di impotenza, disturbi del sonno, ansia, depressione, difficoltà di concentrazione, dolori ricorrenti,
difficoltà a gestire i figli, ed in alcuni casi idee di suicidio (Istat, 2007).
L’indagine dell’Istat (2007) ha stimato, ancora, che oltre 2 milioni di donne abbiano subito comportamenti persecutori (stalking) dai partner, comportamenti che le hanno particolarmente spaventate, al
momento della separazione o dopo che si erano lasciate. Tra le donne che hanno subito stalking, in particolare il 68,5% dei partner ha cercato insistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà o ha
chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l’ha aspettata fuori casa o a scuola o al lavoro,
il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l’ha seguita o
spiata. Quasi la metà delle donne vittime di violenza fisica o sessuale da un partner precedente ha subito
anche lo stalking.
Il dato che l’Istat (2007) ha rilevato con la prevalenza maggiore è relativo alla violenza psicologica; viene
stimato, infatti, che in Italia oltre 7 milioni di donne abbiano subito o subiscano tale tipologia di violenza. Le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento, il controllo e la svalorizzazione.
Il 43,2% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito violenza psicologica dal partner attuale; di
queste, 3 milioni 477 mila l’hanno subita sempre o spesso (il 21,1%).
Infine, è stata osservata un’elevata prevalenza di violenze sessuali subite in adolescenza: secondo la ricerca
(Istat, 2007) circa 1 milione 400 mila donne in Italia hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, ossia il 6,6% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Gli autori delle violenze sono vari e in maggioranza conosciuti
(parenti, conoscenti, amici di famiglia, etc.): solo nel 24,8% la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto.
Tra i parenti, gli autori più frequenti sono stati gli zii. In risposta alla violenza subita, il silenzio è stato
la risposta maggioritaria: il 53% delle donne ha dichiarato di non aver parlato con nessuno dell’accaduto
(Istat, 2007).
16 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
1.2 Le definizioni della violenza intrafamiliare
Approcci storico-giuridici
Con il termine “violenza” si intende comunemente “l’essere violento, ossia ricorrere alla forza per imporre
la propria volontà a danno di altri”, o anche un’“azione aggressiva, sopraffattrice, esercitata con mezzi fisici o
psicologici2” (Garzanti, 2004).
Tuttavia, in passato questa concezione è stata soggetta a numerose eccezioni, soprattutto per quanto
riguardava gli abusi commessi all’interno della famiglia: infatti, molte delle azioni che oggi possiamo
definire “violente” non erano considerate tali alcuni decenni fa nel nostro Paese, e ancora oggi in altri
Paesi.
Le diverse tipologie di violenza intrafamiliare sono state “interpretate” in modi molto diversi nel tempo;
i cambiamenti che la società e il sistema legislativo hanno compiuto nel considerare questo fenomeno
rispecchiano la complessa evoluzione dei valori di eguaglianza e di autodeterminazione nel campo
delle relazioni tra i generi, evoluzione nella quale hanno giocato un ruolo fondamentale fattori politici,
economici, sociali e culturali, oltre che giuridici. Il passaggio da una società prevalentemente agricola ad una
industrializzata, da un regime politico totalitario ad uno democratico, con la conseguente evoluzione della
morale e dei costumi, ha determinato un profondo cambiamento della struttura familiare, comportando non
solo la rottura della tradizionale identificazione della comunità familiare con l’entità produttiva, ma anche
l’accrescimento dell’autonomia e dell’indipendenza del singolo all’interno del gruppo familiare (Kolb,
2001). In un secondo momento, dunque, nell’ambito della famiglia così ridimensionata, si verifica un
processo di progressiva democratizzazione dei rapporti, soprattutto tra i coniugi, e si sviluppa una tendenza
all’individualismo volto a privilegiare i bisogni di autorealizzazione del singolo rispetto a quelli dell’unità
familiare. Al modello tradizionale, portatore di funzioni sociali ed economiche, si contrappone un sistema
alternativo, che, pur conservando ruoli educativi e di appoggio economico, sviluppa come prioritario il
benessere dei singoli componenti, e in taluni casi si dissocia dal modello di famiglia istituzionalizzata
previsto dal legislatore e dal Costituente (Cassano, 2005).
Il Codice Rocco, elaborato e promulgato nel 1930 durante il regime fascista, è stato modificato a partire
dal 1955, per poi essere definitivamente sostituito nel 1989 (Pisani, 2006). La parte che i giuristi hanno
modificato con maggiori difficoltà, proprio perché maggiormente condizionata dalla tradizione, era quella
relativa ai diritti individuali. Tra questi, un particolare interesse veniva destinato al mantenimento del
sistema familiare patriarcale fascista in cui la donna era “sposa e madre esemplare”, creatura soggetta ed
obbediente al suo destino biologico, alla funzione riproduttiva esaltata come missione per il bene della
Patria, cioè del Regime (Vassalli, 1972).
In virtù di tale concezione della donna all’interno della famiglia, il Codice Penale in vigore in epoca
fascista e nel periodo successivo non contemplava il reato di violenza sessuale, qualora ne fosse vittima
la moglie. Dagli anni trenta agli anni settanta, infatti, vi è stato un indirizzo dottrinale che riconosceva
nel matrimonio la fonte di obblighi di mutua assistenza fisica e morale, fra questi includendovi quelli
relativi alla reciproca dedizione sessuale. Di conseguenza, l’unione carnale in tale situazione era considerata
un diritto, mentre il reato di violenza carnale veniva relegato ai soli casi di costrizione del coniuge ad
atti sessuali estranei ai fini procreativi del matrimonio, come quelli “contro natura” (Szegò, 1996). Tale
dottrina affermava che, tra soggetti legati da vincolo coniugale, per quanto riguarda i rapporti “normali”,
non vi poteva mai essere un delitto contro la libertà sessuale, poiché la tutela di quest’ultima non trovava
giustificazione in una situazione in cui il contatto carnale costituisce il sostrato della relazione matrimoniale.
Dunque, per il Codice Penale i reati di violenza sessuale e incesto erano rispettivamente parte “Dei delitti
contro la moralità pubblica e il buon costume” (divisi in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al
pudore e all’onore sessuale”) e “Dei delitti contro la morale familiare”. Così mentre si affermava che la
violenza sessuale non offendeva principalmente la persona, coartandola nella sua libertà, ma ledeva una
A.A. v.v., (2004); “Garzanti: Dizionario Italiano”, Garzanti linguistica, Milano; p. 2711.
2
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
17
generica moralità pubblica, si dimostrava che il bene che si voleva proteggere e tutelare non era tanto
la persona quanto il buon costume sociale secondo il quale la donna non era libera di disporre di alcuna
libertà nel campo sessuale (Mantovani, 1998).
Altro reato contro la morale era il “Ratto a fine di matrimonio” e il “Ratto a fine di libidine” (entrambi gli
articoli del codice penale abrogati definitivamente con la legge sullo stupro del 1996). Il codice distingueva
il ratto a seconda del fine che il rapitore si proponeva e puniva meno gravemente chi rapiva a scopo di
matrimonio (Matrimonio riparatore: norma abrogata nel 1981, cioè pochissimi anni fa) e più gravemente
chi rapiva a fine di libidine, ritenendo evidentemente che privare della libertà una donna e coartarne la
volontà allo scopo di sposarla fosse meno grave. Va notato che nel ratto a fine di libidine era prevista una
aggravante se il reato era commesso nei confronti di donna legalmente sposata: la tendenza era quella di
tutelare l’“oggetto” moglie, di “proprietà” del marito. Qui ancora diventa evidente come nel codice era
rappresentata la concezione dell’inferiorità della donna (Mantovani, 1998). L’assurdità del matrimonio
riparatore fu rivelata per la prima volta nel 1965 dal coraggioso gesto di una ragazza, Franca Viola. Rapita
ad Alcamo, in provincia di Trapani, Franca, 18 anni, rifiutò le nozze riparatrici e denunciò il suo rapitore,
Filippo Melodia, e i suoi complici. Il caso sconvolse l’opinione pubblica e in particolare quella siciliana:
non si era mai vista una “disonorata” sottrarsi al “matrimonio riparatore” violando una consuetudine
che dava per scontata la sottomissione delle donne a questo tipo di violenza. Malgrado le intimidazioni
e le difficoltà opposte dall’ambiente sociale, Franca Viola non tornò indietro: il processo contro Filippo
Melodia e i suoi dodici complici si concluse nel dicembre 1966 con una condanna ad undici anni per lui,
cinque assoluzioni e pene minori per gli altri (Nozzoli, Paletti, 1966).
Gran parte dei cambiamenti nelle legislazioni sui reati relativi alla violenza sessuale sono dovuti al
movimento femminista. A partire dagli anni settanta ci furono molti processi per stupro; in diversi
Stati il movimento di liberazione delle donne creò i primi centri per vittime di violenza sessuale; questo
movimento fu guidato dell’Organizzazione Nazionale per le Donne (NOW) (Spagnoletti, 1978).
Attualmente, il reato di violenza sessuale viene legiferato in Italia dall’art. 609 bis c.p. (legge sullo
stupro del 1996): “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o
subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”.
Tra le novità introdotte dalla legge n. 66 del 1996, vi è il passaggio dai reati contro la morale ed il buon
costume ai reati contro la persona (Dei delitti contro la libertà personale), accentrando in tal modo la punibilità
del gesto come offesa contro la persona anziché contro la morale pubblica. La fattispecie incriminatrice è
inserita, infatti, tra i delitti contro la libertà personale. In sostanza, il concetto di libertà sessuale non può
essere considerato come interesse collettivo alla continenza sessuale, bensì come aspetto particolarmente
significativo dell’autonomia personale. Si assiste così all’introduzione di un concetto di rapporto sessuale
adeguato al costume ed alla cultura sociale e morale del ventunesimo secolo, che restituisce alla vittima
di simili delitti la piena dignità, garantendole la piena tutela della volontà di disporre del proprio corpo a
fini sessuali (Kolb, 2001). Inoltre, fino al 1996 il reato di violenza sessuale era perseguibile solo attraverso
una querela della parte offesa. Ciò vuol dire che la donna doveva denunciare lo stupratore, altrimenti non
veniva perseguito.
Va comunque sottolineato che, al pari dei maltrattamenti in ambito familiare, tale crimine viene
raramente denunciato quando commesso a danno della partner. In tal caso, infatti, questo reato viene
molto difficilmente denunciato in modo autonomo, emergendo, spesso, soltanto a seguito della denuncia
per reati di maltrattamenti in famiglia (Ventimiglia, 1996). Ciò in quanto il reato di violenza sessuale, in
questo caso, può facilmente essere la conseguenza di un clima di prevaricazione e sopraffazione posto in
essere dal coniuge violento. La violenza sessuale perpetrata all’interno di una relazione affettiva è ben più
costosa e meno riconosciuta. Essa, infatti, viene tuttora spesso confusa e camuffata dalle rappresentazioni
di “doveri coniugali”, di “prova della virilità”, di “diritto dell’uomo”. Costringere una donna ad avere
rapporti anche quando lei non lo desidera, o è stanca, o ha appena partorito, sono tutti aspetti della
violenza sessuale. Ancora, è perpetratore di forme diverse di violenza sessuale colui che fa telefonate oscene,
obbliga a prendere parte alla visione o costruzione di materiale pornografico, o è responsabile di incesto,
18 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
impone gravidanze o pratiche sessuali umilianti o dolorose, o costringe alla prostituzione (Bruno, 1998).
La punibilità del reato di violenza sessuale tra coniugi non è un dato scontato, espressione di una civiltà
moderna. In molti Paesi permane infatti la convinzione, resistente ad ogni cambiamento, che tale reato non
possa realizzarsi all’interno di una coppia sposata, o, qualora si realizzi, non sia punibile, data l’esistenza di
una oggettiva causa di non punibilità. Questa situazione è tutt’oggi riscontrabile in alcune giurisdizioni
degli Stati Uniti d’America (Alaska, Illinois, Kansas, Oklahoma, South Dakota, Texas, Vermont, West
Virginia), che conservano l’exemption e la ritengono operante fino a quando i coniugi non abbiano ottenuto
una sentenza di divorzio (Szegò, 1996).
In passato, per il Codice Penale la violenza fisica intrafamiliare era punibile come “abuso di correzione
o di disciplina” (art. 571 c.p.) e “maltrattamenti in famiglia” (art. 572 c.p.). La questione dell’abuso di
correzione dipendeva dal fatto che nel codice civile, parte del diritto di famiglia, fino al 1975 il capofamiglia
era uno solo (l’uomo) e aveva potere di picchiare - per fini correttivi e di disciplina - chiunque si trovasse
ad abitare presso il suo domicilio (Vassalli, 1972). Lo stesso codice civile fu in effetti, anch’esso, elaborato
e promulgato in epoca fascista ed era in contrasto con la costituzione che invece sancisce la parità giuridica
e morale dei coniugi.
Un primo passo avanti venne compiuto proprio nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia (legge n.
151), che affermava il principio della parità quale regola dei rapporti tra coniugi: sanciva infatti che “con
il matrimonio i coniugi acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri”, soprattutto in riferimento alla
gestione della residenza e del patrimonio familiare, nonché alle decisioni che riguardano i figli (Pisani, 2006).
Tuttavia, la scarsa chiarezza degli articoli del codice penale di fatto continuava a consentire moralmente
l’uso di violenza domestica consumata sulle donne a difesa dei valori della famiglia. L’esempio più estremo
riguardava gli abusi sulle compagne “infedeli”, sulle quali era “comprensibile” (quando non legittimo)
esercitare violenza anche grave: Romito (2000) ricorda come in nome del famigerato “delitto d’onore”,
abrogato solo nel 1981, venissero ridotte notevolmente le pene nel caso in cui l’uxoricidio fosse avvenuto
nella “circostanza” di una relazione illegittima della partner!
Anche in questo caso si fa esplicito riferimento alla querela da parte della persona offesa: cioè è la donna
picchiata e obbligata a restare nello stesso posto in cui vive il marito a doverlo denunciare - esponendosi
a ogni forma di ritorsione - perché sia perseguito. Solo dopo il marzo 2001, con la legge n. 154 (Misure
contro la violenza nelle relazioni familiari) si è fatto esplicito riferimento all’allontanamento da casa del
parente dal quale si temono gravi violenze fisiche (Abram, Acierno, 2001).
Oggi, si parla di maltrattamento ogniqualvolta vi siano “atti lesivi dell’integrità fisica o psichica o della
libertà o del decoro della vittima, nei confronti della quale viene posta in atto una condotta di sopraffazione sistematica
o programmatica” (art. 572 c. p.). Con il termine “violenza fisica”, quindi, si intende non solo un’aggressione
fisica grave, ma ogni contatto fisico che mira a spaventare e controllare. Dunque, picchiare con o senza l’uso
di oggetti, ma anche spintonare, tirare i capelli, dare schiaffi, pugni, calci, strangolare, ustionare, ferire
con un coltello, torturare, urlare, etc. Attualmente, anche la violenza assistita è considerata una forma di
violenza fisica diretta (Bruno, 1998; Ponzio, 2004).
Nella legislazione italiana il maltrattamento familiare è punibile come reato contro la famiglia (art. 572 c.
p.), mentre sono considerati reati contro la persona le percosse (art. 581 c. p.), le lesioni personali (art. 582
c. p.), l’ingiuria (art. 594 c. p.) e la violenza privata (Pisani, 2006; Kolb, 2001).
Altre tipologie di violenza, meno riconosciute ma non per questo motivo meno diffuse, sono la violenza
psicologica, la violenza economica e lo stalking.
Una persona compie violenza psicologica verso un’altra quando la minaccia, insulta verbalmente, ricatta;
può consistere nell’infliggere umiliazioni pubbliche o private, controllare le scelte individuali e le relazioni
sociali fino al completo isolamento, ridicolizzare e svalutare continuamente, fare violenza contro animali
domestici o oggetti personali di valore affettivo per la vittima, mettere il/la partner in cattiva luce (Bruno,
1998; Ponzio, 2004). Anche la deprivazione affettiva può essere una forma di violenza psicologica; le
conseguenze che comporta sono infatti simili. È la tipologia più difficile da riconoscere, soprattutto da
parte della vittima. Possono far riferimento a questo tipo di violenza i reati d’ingiuria (ex art. 594 c.p.), di
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
19
violenza privata (ex art. 610 c.p.), di minaccia (ex art. 612 c.p.), di lesioni, quando cagionano una malattia
del corpo o della mente (ex artt. 582 e 583 c.p.), di abuso di mezzi di correzione e disciplina (ex art. 571 c.p.),
di maltrattamenti in famiglia (ex art. 572 c.p.) e di sequestro di persona (ex art. 605 c.p.) (Pisani, 2006).
Vi sono anche altre forme di violenza e controllo; nell’ambito delle relazioni di coppia, una di
queste è quella di sottrarre o limitare ogni tipo di risorse della donna che potrebbero permetterle
di svincolarsi dalla relazione, tra cui la gestione del suo denaro. Per violenza economica si intende
“l’insieme delle strategie che privano la donna della possibilità di decidere o agire autonomamente e liberamente
rispetto ai propri desideri e scelte di vita” (Bruno, 1998, p. 83); di solito chi la attua priva la donna del
suo stipendio, impone le decisioni circa l’uso del patrimonio familiare, la obbliga a lasciare il lavoro,
a firmare documenti, contrarre debiti, o prendere parte a truffe contro la sua volontà (Bruno, 1998).
Spesso tale violenza non viene riconosciuta perché scambiata per una normale gestione (maschile)
dell’economia familiare (Ponzio, 2004; Bruno, 1998); anche in questo caso, l’origine di tale misconoscimento
deriva dallo squilibrio nella relazione tra i generi, inclusa la responsabilità nella gestione del patrimonio
familiare (Ventimiglia, 1996).
Attualmente, nella categoria di violenza economica possono rientrare i reati di violazione degli obblighi
di assistenza familiare (nella forma di malversazione dei beni familiari, ex art. 570 c.p. comma 2, n.1),
maltrattamenti in famiglia (ex art. 572 c.p.) e quello di violenza privata (ex art. 610 c.p.) (Kolb, 2001).
Stalking (Persecuzione).
“Stalking is an old behavior, but a new crime3” (Meloy, 1998). Un vecchio comportamento, un nuovo crimine.
Sebbene abbia sempre fatto parte del comportamento umano, solo recentemente lo stalking è stato riconosciuto
come reato. In Italia, tra il 2004 e il 2005, almeno altri due testi di iniziativa parlamentare avevano provato
a disciplinare il fenomeno; ma solo il 15 gennaio 2008 è stato approvato definitivamente il DDL contro le
molestie continuative alle donne. In passato, il codice penale puniva la “molestia o disturbo”. La Commissione
di Giustizia ha attualmente adottato il testo unificato in tema di misure contro gli atti persecutori e
omofobia, che inserisce nel nostro codice penale dopo l’articolo 612 (Minaccia) e quindi nella sezione
“Delitti contro la libertà morale” l’articolo 612 bis (Atti persecutori):“…una forma specifica di minaccia”;
attualmente l’inserimento dell’art. 612 bis punisce lo stalking con l’arresto fino a sei mesi e un’ammenda
di 516 euro. Il nuovo Ddl inasprisce le pene e condanna le “forme persecutorie” che si ripetono nel tempo
e hanno “effetti devastanti sulla libertà individuale e sessuale”: la reclusione arriverà fino a quattro anni.
Il ritardo, rispetto ad altri Paesi, è evidente: psicologi e sociologi hanno cominciato ad occuparsi di
stalking a partire dagli anni ‘80, quando vittime delle molestie furono personaggi di spicco dello star
system hollywoodiano e dello sport: tra i casi più famosi, quelli delle attrici Theresa Saldana, pugnalata
dal suo stalker a Los Angeles nel 1982, e Rebbecca Shaffer, assassinata dal suo persecutore nell’89, episodi
che hanno ispirato la prima legge anti-stalking in California, datata 1992 (Mitchell, 2001). Negli States,
entro la fine del ‘94 tutti gli Stati hanno approvato una legge anti-stalking; in Canada è considerato
delitto di molestia criminale infastidire “intenzionalmente o imprudentemente un’altra persona”;
nel Regno Unito è di nove anni fa il “Protection from Harassment Act” (Schaum, Parrish, 1995).
Gli “atti persecutori”, o stalking, tendono a manifestarsi frequentemente dopo la separazione della coppia.
E’ un fenomeno diffusissimo negli esiti delle relazioni con maltrattamento, in quanto il partner violento
non vuole rinunciare alla sua preda anche se la tormenta, anzi proprio perché la tormenta. Può assumere
aspetti diversi: telefonate continue, anche mute, a ogni ora del giorno e della notte; tempeste di messaggi
al cellulare ora minacciosi ora amorosi, ora contenenti particolari ingiunzioni; pedinamenti; presenza
costante sotto casa, davanti al luogo di lavoro o in qualsiasi altro posto dove abitualmente la vittima si reca;
irruzioni sul luogo di lavoro; aggressioni fisiche; uso di altre persone come tramite di messaggi offensivi;
richiesta continua e ossessiva ad amici e parenti sui movimenti del/della partner; non corresponsione degli
alimenti stabiliti dal giudice; etc. (Aramini, 2002; Ponzio, 2004). Si può prolungare per mesi, o anche
anni; molti “persecutori” minacciano le loro vittime e nel 30% circa dei casi hanno realmente esercitato
Meloy, J. R. (1998); “The Psychology of Stalking: Clinical and Forensis Perspectives”; Academic Press, Toronto; p. 19.
3
20 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
violenza su di esse; si tratta dunque ancora una volta di una forma di violenza che si accompagna ad
altre tipologie e che può avere delle conseguenze rilevanti su chi la subisce (Douglas e Dutton, 2001).
Approcci psicologici
Gli approcci psicologici allo studio della violenza nella coppia partono da alcune definizioni fondamentali;
innanzitutto, la distinzione tra abuso e conflitto.
L’abuso, o violenza, differisce qualitativamente dal conflitto per la diversa suddivisione del potere che esiste
nei due fenomeni. L’elemento discriminante è costituito dalla responsabilità: nel caso del conflitto,
si suppone che questa sia equamente (o quasi) condivisa tra le due parti; pertanto, si ricercheranno
delle motivazioni di tipo interpersonale, si tenterà di pervenire ad una soluzione di compromesso e
inoltre si avrà una precisa caratterizzazione etica dell’avvenuto. Diversamente, nei casi in cui si parla
di abuso, la responsabilità è attribuita totalmente all’aggressore, la soluzione ricercata sarà finalizzata
alla protezione della vittima e il giudizio morale sarà notevolmente differente (Ponzio, 2004).
Tuttavia, nella realtà dei fatti non è agevole distinguere tra i due casi, poiché l’attribuzione di colpa
incontra una serie di intralci: dalla discrepanza delle versioni delle due parti (è un tipico atteggiamento
dell’aggressore quello di “scaricare” le colpe di ogni situazione problematica sull’altro, sulle circostanze, sulle
“provocazioni”… in altre parole, egli non riconosce mai come propria la responsabilità dell’atto di violenza),
agli stereotipi culturali, ai giudizi morali, fino ad una pretesa esigenza di oggettività (Ponzio, 2004).
La violenza domestica: Al termine “violenza domestica” vengono attribuiti diversi significati; in termini
generali, ci si riferisce ad atti di violenza perpetrati all’interno della famiglia. Il significato più utilizzato
concerne la violenza fisica compiuta verso una donna da parte del compagno, anche detta “maltrattamenti” o
“percosse” nei confronti della partner. La violenza fisica, tuttavia, è spesso accompagnata da maltrattamenti
emotivi o psicologici e da violenza sessuale (Ventimiglia, 2002). In particolare, la violenza nella coppia
costituisce la forma di violenza domestica più diffusa nel mondo (WHO, 2005). Secondo una ricerca crossculturale condotta da Levinson (1989) in 90 Stati sull’intero territorio mondiale (raggruppati in: Nord
America, Sud America, Oceania, Africa, Asia, Medio Oriente, Europa ed ex Unione Sovietica), la violenza
domestica ricorre nell’84.6% delle società del campione in esame, mentre nel 46.6% delle società tale
violenza è talmente grave da uccidere o provocare danni permanenti alle donne.
Non si tratta di un fenomeno unidimensionale; da un’indagine sulle credenze delle popolazioni esaminate,
Levinson (1989) individua almeno tre tipologie principali di maltrattamento coniugale, classificate in base
alla motivazione che spinge l’uomo a picchiare la compagna:
1) Violenza per gelosia. In 17 società gli individui intervistati pensano che il maltrattamento coniugale
ricorra come forma di punizione per l’adulterio, o perché il marito sospetta di essere stato tradito. Può
essere categorizzata come gelosia sessuale, in quanto in questi casi la violenza ricorre come reazione
all’infedeltà (reale o presunta).
2) Violenza per una “buona ragione”. In 15 delle società esaminate le persone sostengono che se un
uomo picchia la propria moglie, lo farà solo se ha un valido motivo. Quale possa essere definita una
“buona ragione” è oggetto di variazioni culturali quando non di libero arbitrio; solitamente, si tratta
dell’incapacità della donna ad adempiere ai suoi doveri, oppure nel trattare il marito con il dovuto
“rispetto”.
3) Violenza per “volontà”. In 39 delle società in esame, gli individui ritengono che sia diritto di un
uomo picchiare la compagna, che vi sia una ragione oppure no (Levinson, 1989). “I contadini ritengono, e
così anche le mogli, che questo sia il diritto del marito come capofamiglia. Se la moglie commette qualcosa di sbagliato
e il marito non le da una buona bastonata, lei inizia a disprezzarlo, lo considera un debole e cerca di rubargli il
suo ruolo nella famiglia… Secondo l’opinione del villaggio, il marito è il capo assoluto della casa, ha il compito
di controllare che venga mantenuto l’ordine, ha il diritto di punire i membri della famiglia quando commettono
qualcosa di molto sbagliato” (Erlich, 1966, p.270)
Possiamo parlare della violenza nella coppia, detta anche “violenza da partner”, come una forma di violenza
di genere (Ventimiglia, 2002), a causa della considerevole percentuale di donne vittime, diversamente
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
21
dalla frequenza di episodi in cui il maltrattamento è a danno di uomini. In passato si tendeva a non dare
una connotazione di genere a questo fenomeno, in quanto non veniva riconosciuta, sebbene evidente, una
sistematicità nei ruoli maschile (di aggressore) e femminile (di vittima). Dalla seconda metà dell’Ottocento,
come riporta Ventimiglia (2002), nei primi trattati di psicopatologia sessuale la violenza domestica
veniva collegata alla “diversità” dei soggetti violenti, identificandoli come devianti e psicosocialmente
disturbati, e alla univocità della definizione di violenza, ricondotta unicamente ad una sola tipologia e
causa, prescindendo dalle modalità di manifestazione della violenza nonché dai meccanismi scatenanti.
La specificità della violenza di genere emerge invece in alcuni elementi essenziali:
• la percezione femminile della violenza stessa. Determinati comportamenti maschili sono vissuti come
“violenti” indipendentemente dall’intenzionalità dell’autore;
• lo scenario “domestico” della violenza. La maggioranza degli episodi di abuso avviene infatti in ambienti
e contesti familiari;
• la diversità dei vissuti femminili, in relazione alle diverse forme di violenza subita.
È da aggiungere inoltre che la violenza da partner è denominata da Ventimiglia (2002) come una delle
violenze da fiducia; con questo termine si intende una forma di violenza esercitata da una persona
già conosciuta dalla vittima, e aggravata dal fatto che esiste una relazione (sia essa familiare, di sangue,
sentimentale o amicale) precedente l’episodio di maltrattamento. Dal punto di vista giuridico, si può
parlare di aggravanti quali abuso di autorità, di relazioni domestiche, di coabitazione, di ospitalità. Dette
violenze da fiducia hanno degli effetti devastanti sulla vittima, che oltre ad essere “tradita” nella relazione
stessa, sperimenta dei sensi di colpa legati all’eventualità di “averlo meritato”, alla percezione di avere la
responsabilità della buona riuscita della relazione, alla sensazione che per essere una “brava moglie” (o altro
genere di ruolo femminile) è necessario sopportare la situazione di buon grado, perché ”è sempre stato
così”, oppure perché “cosa penserà la gente”, o ancora “per il bene dei bambini”.
1.3 Le teorie psicologiche
Le principali teorie che tentano di sistematizzare le dinamiche dell’abuso nella coppia hanno avuto origine
proprio da esigenze giuridiche, poiché nel 1991 il governatore degli Stati Uniti, William Weld, apportò
delle modifiche alla legislazione vigente, in modo che le donne che avevano subito maltrattamento in
famiglia potessero chiedere un risarcimento, qualora vi fossero le prove di una “Sindrome della donna
picchiata”. La questione si fece ancora più pressante nel momento in cui alcune donne, accusate dell’omicidio
del proprio marito, furono rilasciate per aver riportato prove di abuso subito nella relazione coniugale.
Da allora, giudici e avvocati iniziarono a dibattere per definire univocamente la “Sindrome della donna
picchiata”.
Dalla teoria dell’impotenza appresa alla teoria classica della “Sindrome della donna picchiata”
Non si tratta di un vero e proprio disturbo mentale (non è, tra l’altro, compreso nel DSM - IV); piuttosto
un tentativo di spiegare, applicando i principi della teoria dell’impotenza appresa, per quali motivi le
donne maltrattate non riescono a lasciare il proprio aggressore.
L’originale teoria dell’impotenza appresa (Seligman, 1975) cercava di spiegare il comportamento passivo
tenuto da determinati soggetti in condizioni di disagio o dolore4. Seligman giunse a formulare la sua
Negli anni ’60-‘70 Martin Seligman, famoso ricercatore in campo psicologico, condusse una serie di esperimenti nei quali alcuni cani venivano collocati
in gabbie di diverso tipo. Nel primo tipo di gabbia, l’intera superficie del pavimento era elettrificata, e lo sperimentatore provocava uno shock elettrico
pochi secondi dopo il suono di un campanello; pertanto il cane subiva la scossa indipendentemente dalla sua posizione nella gabbia. Nel secondo tipo,
invece, c’era una piccola zona della gabbia che non era elettrificata; in tal modo, i cani avrebbero dovuto apprendere a fuggire, al suono del campanello, nella zona neutra in modo da evitare lo stimolo doloroso. Seligman (1975) teorizzò che l’iniziale esperienza dei cani di incontrollabilità dello shock
nella prima gabbia avesse instaurato in essi la credenza che non avrebbero potuto controllare gli eventi futuri, e fosse pertanto la causa delle successive incapacità comportamentali e di apprendimento; difatti, i cani situati nella gabbia in cui non era possibile evitare la scossa non riuscivano a scappare quando venivano collocati nella seconda gabbia, dove l’evitamento era possibile, e assumevano invece un atteggiamento passivo, rassegnato, impotente.
4
22 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
teoria, sostenendo che un soggetto collocato in un contesto spiacevole e incontrollabile diventerà passivo e
accetterà degli stimoli dolorosi, anche quando l’evitamento è possibile ed evidente.
Alla fine degli anni ’70, Walker (1980) adottò la teoria di Seligman (1975) per spiegare come mai le
donne rimangono con i loro partner violenti. Secondo Walker (1980), la “Sindrome della donna picchiata”
comprende due elementi: il ciclo della violenza e la sindrome dell’impotenza appresa.
Le dinamiche dell’abuso, infatti, sarebbero riconducibili ad un ciclo di tre fasi, le quali provocano nella
vittima un disorientamento che impedisce di valutare lucidamente la situazione di violenza:
1. Il salire della tensione, in cui la donna percepisce di “camminare sulle uova”, ossia ha l’impressione
che da un momento all’altro qualcosa si possa rompere e che possa avvenire lo scoppio di rabbia. In
questa fase la vittima apprende tutta una serie di strategie che permettono di “tamponare” tale tensione.
Quasi sempre, tuttavia, tali sforzi sono senza frutto, poiché utili soltanto a posticipare l’episodio acuto
di violenza, che comunque avverrà.
2. L’espressione della violenza. A questo punto, gli insulti e le violenze lievi si evolvono in un episodio
acuto, un’esplosione che non è più possibile evitare. Il rilascio della tensione costruita durante la prima
fase caratterizza la fase di maltrattamento attivo, che di solito ha una durata relativamente breve (da due
a ventiquattro ore). In questa fase la violenza è imprevedibile ed inevitabile, e le statistiche indicano che
il rischio che l’aggressore uccida la sua vittima è al suo apice.
3. La luna di miele. Durante questa fase, si sviluppa nell’aggressore la paura di perdere la partner; così egli
entra in una fase di calma, in cui apparentemente si ravvede, perché sente il bisogno di ristabilire la relazione
perversa che ha instaurato. Nella maggior parte dei casi si scusa solo per aver “ecceduto” nella rabbia,
che era comunque (a suo dire) legittima e giustificabile, e non si prende la responsabilità dell’accaduto.
La cosa maggiormente destabilizzante per la vittima è che il maltrattante assume in questa fase un
comportamento che assomiglia in tutto e per tutto alla fase dell’innamoramento; egli arriva a soccorrere
la vittima per il disagio emotivo e fisico che egli stesso le ha creato, e questo provoca un aumento della
dipendenza emotiva. Viene così conservata un’immagine positiva del partner, il quale inevitabilmente,
dopo poco tempo inizierà di nuovo con la fase di crescita della tensione: e il ciclo inizia daccapo.
Dunque, secondo Walker (1980), nell’ambito della violenza domestica, la sporadica brutalità, la percezione
di incontrollabilità, la mancanza di risorse economiche e la superiore forza fisica del partner contribuiscono
a creare il senso di impotenza nella vittima. In altri termini, l’aggressore condiziona la vittima a credere di
essere incapace di fuggire sottoponendola a continui episodi di controllo e abuso. Questa è una condizione che
non solo impedisce alle vittime di interrompere la relazione, ma anche di cercare un aiuto esterno per farlo.
La “teoria della sopravvivenza”
La teoria di Gondolf e Fisher (1988) nacque per confutare il modello di Walker (1980), il quale non era
sufficiente a spiegare alcune evidenze che emergevano dai dati rilevati. Ad esempio, si può osservare che
nella fase di crescita della tensione si ha un aumento delle richieste di aiuto da parte delle vittime, di pari
passo con l’aumento della violenza. Il paradosso più grande è rappresentato dai casi in cui le donne arrivano
ad uccidere il proprio aggressore: possibile che una donna che si sente così impotente da non riuscire a
fuggire, trovi la forza per un gesto così estremo?
Dunque, a disconferma della teoria di Walker, Gondolf e Fisher (1988) basarono il loro modello su quattro
punti basilari. Innanzitutto, il fatto che la vittima sia immediatamente spinta ad adottare nuove strategie
di coping e di richiesta di aiuto. In secondo luogo, quando tali fonti di aiuto si mostrano inefficaci, la donna
cerca altre risorse e impiega strategie differenti per fronteggiare la violenza. In terzo luogo, la mancanza
di alternative, conoscenze e risorse finanziarie (non l’impotenza appresa) produce un senso di ansia nella
vittima, impedendole di allontanarsi dall’aggressore; la vittima cerca quindi attivamente aiuto attraverso
una variegata rete di risorse formali ed informali. Secondo Gondolf e Fisher (1988), queste fonti sono
spesso inadeguate e incomplete; per questo motivo, interrompere la relazione con un uomo violento può
essere un percorso difficile da intraprendere. Infine, gli autori ipotizzano che il fallimento delle suddette
richieste d’aiuto permetta al ciclo della violenza di continuare incontrollato.
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
23
Dunque, la “Teoria della Sopravvivenza” tenta di spiegare l’incapacità di fuggire come una conseguenza
del fallimento di numerosi tentativi di richiedere aiuto, allo scopo di uscire dalla relazione violenta. In
ogni caso, i ricercatori sostengono che possiamo comprendere meglio la difficile situazione della donna
maltrattata chiedendoci se ha cercato aiuto e cosa è successo quando l’ha fatto, piuttosto che chiederci
perché non ha lasciato il partner (Gondolf e Fisher, 1988).
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress
Sebbene il DSM-IV non riconosca la “Sindrome della donna picchiata” come disturbo mentale,
alcuni esperti (Kempl et al., 1991) mantengono la convinzione che essa sia una particolare tipologia
di Disturbo Post-Traumatico da Stress. Tuttavia, applicando tale teoria alla violenza domestica, non
si focalizza l’attenzione esclusivamente sulla percezione di impotenza o sulle insufficienti fonti di
aiuto per spiegare l’incapacità di lasciare il partner violento: invece, questa teoria si basa sul disagio
psicologico che una persona sperimenta successivamente all’esposizione ad un evento traumatico.
Attualmente, i criteri diagnostici per il Disturbo Post-Traumatico da Stress includono una costellazione
di sintomi comprendente tre categorie: rievocazione dell’evento traumatico, evitamento degli stimoli
associati con l’evento e attenuazione della reattività generale, aumento dell’attivazione fisiologica. Inoltre,
per poter applicare la diagnosi, l’individuo deve essere stato esposto ad un evento a rischio (reale o percepito)
di morte, di lesioni fisiche gravi per sé o per altre persone coinvolte. Gli autori della prima teoria del
DPTS consideravano l’evento traumatico come al di fuori della comune esperienza umana, ad esempio
episodi quali rapimenti, torture, guerre, calamità naturali, incidenti d’aereo o d’automobile. I criteri
di definizione vennero invece rivisti nel DSM-IV, nel quale è considerato evento traumatico qualsiasi
esperienza considerata notevolmente dolorosa dalla maggior parte delle persone. Inoltre, come riportato
sul DSM-IV, il disturbo può risultare particolarmente grave e prolungato quando l’elemento stressante è
ideato dall’uomo. Pertanto, la “Sindrome della donna picchiata” non poté essere per molto tempo inclusa
nella diagnosi del DPTS semplicemente perché molte persone non ritenevano la violenza coniugale un
evento sufficientemente doloroso, mentre il trauma “estremo” può comportare le stesse conseguenze del
trauma “prolungato ideato dall’uomo” (Kempl et al., 1991).
Dunque, includendo il maltrattamento nella categoria dei possibili “eventi traumatici”, è facile riconoscere
come le donne che subiscono violenza riportino spesso la costellazione di sintomi del DPTS, ossia la
rievocazione dell’evento traumatico, l’evitamento degli stimoli associati e attenuazione della
reattività generale, e l’iperattivazione fisiologica. Tali sintomi sono stati rilevati, infatti, in vittime di
violenza protratta nel tempo.
Una lettura accurata dei sintomi del DPTS e dei criteri diagnostici può far emergere che in essi è in
qualche modo contenuta la teoria classica di Walker (1980). Ad esempio, entrambe le teorie richiedono
che la vittima sia esposta ad un evento traumatico; nella teoria di Walker (1980), l’evento traumatico
viene descritto come un ciclo della violenza, il quale può essere considerato come episodio particolarmente
doloroso (come richiesto per la diagnosi del DPTS). Inoltre, l’altro punto di concordia tra le due teorie
è costituito dalla convinzione che un individuo possa divenire apatico, depresso e incapace di reagire
(impotenza appresa) dopo l’esposizione all’evento traumatico. Tuttavia, la teoria della donna picchiata
come affetta da DPTS tenta di includere le variabili individuali come, ad esempio, il modo personale di
rispondere al trauma, cosa che non veniva riscontrata nel modello di Walker (1980), nel quale invece la teoria
dell’impotenza appresa veniva ritenuta sufficiente a spiegare la maggior parte delle dinamiche implicate.
La Dissonanza Cognitiva
L’applicazione da parte di J. Carver (2002) della teoria della dissonanza cognitiva (Festinger, 1957) alle
relazioni violente è soprattutto un ennesimo tentativo di spiegare come mai le donne non lasciano il
proprio aggressore. In particolare, Carver (2002) paragona la relazione “disfunzionale” alle dinamiche
della cosiddetta Sindrome di Stoccolma. Con questo termine, nato nell’ambito criminologico,
si intende il fenomeno in cui la vittima di un sequestro, o di un qualche altro tipo crimine, tende ad
24 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
“innamorarsi” del suo aggressore, ossia fa propria la sua causa, lo sostiene e lo difende (Palmonari, 1998).
Nell’ambito della violenza di coppia, gli elementi sovrapponibili riguardano, dal punto di vista della
vittima, la percezione dell’impossibilità di fuggire (è noto come molte vittime di violenza non riescano
ad uscire dalla situazione di abuso, nemmeno quando ne hanno l’oggettiva possibilità) e l’isolamento da
altre prospettive (ossia, il fenomeno per cui la vittima si colloca nel punto di vista del suo aggressore).
Secondo Carver (2002), una volta instaurata la prospettiva disadattiva, si produrranno dei pensieri
contraddittori nella vittima: ad esempio, davanti all’aggressività del compagno, subentrano convinzioni
del tipo “tutto sommato è un buon padre”, oppure “non posso lasciarlo per le mie condizioni economiche”.
Il concetto di “Dissonanza Cognitiva” (Festinger, 1957) spiega come e perché le persone cambiano le loro
opinioni e idee per sostenere situazioni che non sembrano positive, giuste, o normali. Secondo la teoria,
un individuo cerca di ridurre le disparità tra le informazioni e le opinioni, poiché tali incongruenze
comportano disagio. Infatti, quando due configurazioni di cognizioni (conoscenze, opinioni, sentimenti,
informazioni di altri, etc.) non concordano tra loro, la situazione diventa emozionalmente “scomoda”;
anche se ci si trova di fronte ad una situazione strana o difficile, pochi riescono ad ammettere tale disparità.
Al contrario, tutti tentano di ridurre la dissonanza; ciò può essere fatto aggiungendo nuove informazioni,
nuovi pensieri e atteggiamenti.
Tanto più è alto l’investimento di risorse (denaro, casa, lavoro, tempo, sforzi etc.) in qualcosa, tanto
più forte sarà il bisogno di giustificare la propria posizione. Le relazioni violente producono un grande
investimento disadattivo di risorse da parte di entrambi i partner; in molti casi le persone tendono a
mantenere e sostenere la relazione a causa dell’impegno speso in essa. Secondo Carver (2002), diversi tipi
di investimento ci possono trattenere in un rapporto disfunzionale:
• Investimento emozionale. Sentimenti, pianti, preoccupazioni spingono a credere che la relazione
valga la pena di essere vissuta; altrimenti tanta sofferenza sarebbe stata inutile e ciò non può essere
cognitivamente tollerato.
• Investimento sociale. Le persone hanno un certo orgoglio. Per evitare imbarazzo nell’ambiente sociale,
situazioni scomode e umilianti, rimangono con il loro partner.
• Investimento familiare. Se la coppia ha dei figli, le decisioni che riguardano la relazione sono
condizionate dalla posizione e dalle necessità dei bambini.
• Investimento economico. In molti casi, il partner che ha il ruolo di prevaricatore ha creato una
complessa situazione finanziaria. Molte vittime cercano di non interrompere la relazione finché non
hanno maggiori possibilità economiche, in modo da potersi allontanare con minori difficoltà.
• Investimento nello stile di vita. Molti utilizzano i soldi o il tenore di vita per mantenere il controllo,
e la vittima in queste situazioni potrebbe non voler rinunciare alle sue condizioni “privilegiate”.
• Investimento nell’intimità. Alcune vittime possono aver sperimentato, nell’ambito della relazione
dannosa, una distruzione della loro autostima emozionale e/o sessuale; il partner aggressivo può minacciare
di “spargere delle voci” o raccontare dettagli e segreti. Questo tipo di diffamazione è spesso riscontrato
in situazioni di questo genere.
Secondo Carver (2002) la combinazione di “Sindrome di Stoccolma” e “Dissonanza Cognitiva” produce
nella vittima la convinzione che la relazione sentimentale non sia solo accettabile, ma anche disperatamente
necessaria per la sua sopravvivenza; sente che giungerebbe al collasso mentale se dovesse lasciare il suo
compagno: la relazione ora sarebbe la condizione necessaria per la sua autostima, il suo valore personale e la
sua salute mentale. Come abbiamo già detto, anche il sostegno della famiglia viene rifiutato per le ragioni
già descritte; e più i parenti insistono nell’affermare la natura sconveniente del rapporto, più la vittima
sviluppa la dissonanza cognitiva e si “difende”.
Tutti gli individui sviluppano delle strategie di vari tipi per adattarsi all’ambiente; tuttavia, come si
può vedere attraverso l’esperienza, più la situazione è disfunzionale, più sarà disfunzionale la modalità di
adattamento (Carver, 2002).
I “segnali di avvertimento”. Le relazioni violente non iniziano come tali; nessuna donna inizierebbe
a frequentare un uomo che la picchia o la insulta fin dal primo appuntamento. All’inizio il rapporto è
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
25
idilliaco, come nella maggior parte delle storie d’amore: la violenza subentra in un secondo momento.
Molti studiosi hanno infatti cercato di comprendere le dinamiche di coppia che portano al modificarsi della
relazione; tuttavia Carver (2003) ha individuato alcuni “segnali d’allarme”, dei comportamenti dell’uomo
che possono predire con buona probabilità il manifestarsi di comportamenti violenti dopo qualche mese
dall’inizio della relazione amorosa, una volta che essa si sia stabilizzata:
• Attaccamento rapido. Uno degli elementi che possono attrarre è la facilità con cui l’uomo riesce a dire
“Ti amo”, la velocità (di solito poche settimane) con cui mostra di desiderare un impegno serio, come
fidanzamento o anche matrimonio; come se volesse convincere la compagna di essere la cosa migliore che
le sia capitata. Solitamente, invece, le persone impiegano molto tempo a costruire un rapporto di fiducia.
• Temperamento aggressivo. Si esprime con scoppi di rabbia, aggressività spropositata verso oggetti
o persone, minacce, risse, guida pericolosa. Di solito, l’uomo aggressivo assicura la partner che tali
comportamenti non verrebbero mai diretti contro di lei; tuttavia, in questo modo l’uomo dà prova di avere
sia la capacità che la facoltà di metterli in atto.
• Tenta di eliminare il sostegno sociale della partner. L’uomo di “indole” violenta sente che gli amici
e i parenti della partner possono costituire un potenziale aiuto per lei, e un pericolo per la relazione; così
tenta di liberarsene, punendola indirettamente con comportamenti quali domande ripetitive, accuse,
insinuazioni ogni volta che ella ha un qualche contatto, ad esempio, con i genitori. A quel punto la
donna, allo scopo di evitare discussioni sgradevoli, inizierà ad evitare di vedere parenti ed amici.
• È sempre colpa della partner. L’uomo violento, come dicevamo in un paragrafo precedente, non si
assume mai la responsabilità delle sue azioni, ma tende a scaricare la colpa sulla compagna: qualsiasi sia
il problema, il suo scoppio di rabbia, o le minacce, o le percosse, derivano sempre da un comportamento
“sbagliato” da parte di altri.
• Controllo. All’inizio può sembrare una forma di gelosia; talvolta viene scambiata per premura, e non
dispiace alla compagna. In un secondo momento, invece, si inizia a notare un comportamento ossessivo,
paranoico: il partner può discutere sul perché è stata fatta una telefonata, o può premere il tasto della
richiamata per controllare l’ultimo numero che è stato chiamato; oppure può controllare il fango sulle
ruote dell’auto della fidanzata, o chiedere come mai effettua certi acquisti, e così via.
• Il “test della cameriera”. Secondo Carver (2003), il modo in cui un uomo tratta una cameriera o una
qualunque persona “neutrale” del sesso opposto, sarà il modo in cui tratterà la propria compagna dopo
sei mesi dall’inizio della storia d’amore, vale a dire al termine della cosiddetta fase della “luna di miele”.
L’uomo potenzialmente violento maltratta cameriere, impiegate, e figure simili: si lamenta, protesta,
critica, tende a sminuirle; ed è il modo in cui potrebbe trattare la sua partner nel momento in cui l’idillio
amoroso sarà sfumato.
Le rappresentazioni della violenza domestica
Le rappresentazioni e le credenze possono avere una forte influenza nella percezione degli episodi di violenza,
sia nel momento in cui viene subita, sia quando essa riguarda “terzi”. Infatti, a seconda della definizione
dei ruoli femminile e maschile, si possono dare spiegazioni differenti dei comportamenti aggressivi, ai
quali viene attribuita una connotazione differente anche in base alle circostanze (Ventimiglia, 2002;
Wilcox, 2006). Secondo la rappresentazione sociale del ruolo femminile tramandata da molte famiglie,
sarebbe auspicabile che la donna possedesse delle qualità ben precise, quali il saper tacere, il sopportare,
la disponibilità, la capacità di sacrificio (Ponzio, 2004); da tali “virtù” dipenderebbe il buon andamento
della relazione, ossia la responsabilità del rapporto di coppia. L’interiorizzazione di tali qualità come
valori fin da quando si è bambine produce un forte sentimento di colpa nelle donne maltrattate per non
essere state capaci, tolleranti, pazienti; per questo motivo, si nutre diffidenza e sospetto verso l’eventualità
dell’allontanamento. Il discostarsi dalle virtù come costituenti l’identità e la percezione di sé della donna
può significare il venir meno a principi ben radicati, o addirittura suscitare scetticismo e riprovazione in
chi assiste o si trova ad accogliere le testimonianze delle vittime (Ponzio, 2004; Ventimiglia, 2002).
È sconcertante constatare come spesso le donne che si rivolgono alle istituzioni o ad eventuali altre risorse
per chiedere aiuto vengano allontanate, oppure non vengano credute, proprio in nome di tali concezioni
26 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
del ruolo femminile; parenti ed operatori in molti casi preferiscono non vedere la violenza, la minimizzano,
sembrano condividere le ragioni del marito maltrattante, colpevolizzano le donne e le convincono a restare,
per il bene dei figli o del marito (Creazzo, 2003). Rimane un duro ostacolo da rimuovere: la credenza
che la violenza possa essere in qualche modo suscitata dal comportamento della vittima. È opinione
comune, infatti, che le violenze vengano perpetrate in maniera “giusta”, se la donna ha avuto una condotta
deprecabile. Anche nei casi di stupro, si è talvolta parlato di “atteggiamenti provocatori” della donna, i
quali costituivano una sorta di concorso di colpa, nonché un’attenuante per il violentatore. In episodi di
questo genere, l’opinione comune (ma anche quella di legali e corti giudiziarie) considerava la presenza di
elementi di corresponsabilità della donna; la vittima assumeva dunque il ruolo di coimputata quando non
di colpevole (Ponzio, 2004).
Paradossalmente, dunque, le donne che chiedono aiuto sentono di non avere credibilità; eppure, come
descritto precedentemente, nella legislazione italiana il maltrattamento familiare è punibile come reato. In
più, il fatto che la violenza sia perpetrata nell’ambito di relazioni domestiche, se consiste in un’aggravante
in termini giudiziari, nella morale “convenzionale” tale relazione viene spesso considerata un’attenuante,
come se avere una relazione affettiva con la vittima costituisse un elemento che riduce la gravità del
crimine commesso (Ponzio, 2004).
Saranno ora elencati alcuni dei luoghi comuni maggiormente diffusi nell’opinione pubblica sull’argomento
di nostro interesse (Panitteri, 2006; Gracia, Herrero, 2007):
• La violenza domestica è presente in contesti familiari culturalmente ed economicamente poveri. Molte persone pensano che
la violenza all’interno della famiglia possa accadere solo “nelle famiglie povere o disagiate”. La violenza
domestica è invece un fenomeno trasversale, non riconducibile a particolari fattori sociali, né religiosi,
né economici, né razziali.
• La violenza domestica è causata da occasionali e sporadiche perdite di controllo. La violenza domestica risponde alla
volontà di esercitare potere e controllo sulle donne; per questa ragione l’episodio violento non è quasi
mai leggibile come un atto irrazionale, ma è quasi sempre un atto premeditato. Non si tratta pertanto
di semplici scoppi di rabbia dettati da gelosia; gli stessi aggressori spesso affermano che picchiare è una
strategia finalizzata a modificare i comportamenti delle proprie compagne.
• La violenza domestica è causata dall’assunzione di alcool e/o droghe. Nella maggior parte delle società, il legame
tra alcool e comportamenti violenti è labile o ininfluente. Esistono alcoolisti e tossicodipendenti non
violenti, così come esistono uomini violenti, tossicodipendenti e alcolisti, che agiscono condotte violente
in assenza di assunzione di alcool e/o droghe; la grande maggioranza degli uomini violenti non è né
alcolista né tossicodipendente.
• La violenza domestica non incide sulla salute delle donne. Il luogo comune per cui “le botte del marito non
fanno male”, a sottolineare che un uomo non maltratterebbe seriamente la propria partner, è totalmente
infondato. Come esposto nella prima parte, la violenza domestica deve essere riconosciuta come un
problema di salute pubblica, in quanto incide gravemente sul benessere psico-fisico delle donne.
• I partner violenti sono portatori di psicopatologie. Solo il 10% degli aggressori presenta problemi psichiatrici.
L’attribuzione della violenza a soggetti psicotici è solo un “escamotage” per tenere separato l’ambito della
violenza da quello della normalità, una sorta di esorcizzazione. È noto, infatti, come attribuire il fenomeno ad
un contesto di patologia, sia un modo per negare ogni possibilità che la violenza possa accadere in qualunque
famiglia, e quindi sentirsi in qualche modo “salvi”.
• I partner violenti hanno subito violenza da bambini. Non esiste necessariamente un rapporto di causa-effetto
tra violenza subita nell’infanzia e violenza agita da adulti. Ci sono aggressori che non hanno nemmeno
assistito ad episodi violenti durante la loro infanzia, e invece adulti con un passato di abusi subiti che
non manifestano comportamenti violenti.
• Alle donne che subiscono violenza piace essere picchiate. Le donne scelgono la relazione, non la violenza. Tanti sono
i fattori e i vincoli che trattengono le donne e impediscono loro di prendere in tempi brevi la decisione
di interrompere una relazione violenta: la paura di perdere i figli, le difficoltà economiche, l’isolamento,
la disapprovazione da parte della famiglia, la riprovazione e la stigmatizzazione da parte della società.
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
27
Perché le donne non vanno via?
Si è spesso cercato di comprendere per quale motivo le donne che subiscono violenza domestica in
moltissimi casi non lo segnalano e non cercano aiuto (Ventimiglia, 2002). Alcuni studi hanno ipotizzato
alcune spiegazioni: le ragioni sono spesso di natura personale (imbarazzo, paura di ritorsioni, dipendenza
economica) e sociale (tentativi di proteggere la privacy della famiglia, tendenza a colpevolizzare la vittima,
etc.); ovviamente, occorre sempre tenere conto del fatto che nella stragrande maggioranza delle società
le relazioni di potere tra i sessi sono sbilanciate a favore del genere maschile. Tuttavia, sarebbe anche
interessante sapere per quali motivazioni i casi “sommersi” non vengano visti, oppure vengano sottaciuti,
dal contesto sociale che circonda le vittime (amici, famiglie, vicini, servizi sociali, operatori dei servizi
pubblici per la salute, etc.): si tratta di ignoranza del fenomeno, o esiste una sorta di silenzio e inibizione
sociale? Nel secondo caso, ci troveremmo di fronte ad un ambiente che tutela l’aggressore, facendo in
modo che i crimini rimangano nascosti; non solo, esiste anche tutta una seria di pregiudizi e stereotipi nei
confronti delle donne che denunciano o lasciano il partner a causa della violenza. Il sentimento di vergogna
e il carattere privato di questa forma non riguardano solo le donne straniere (e pertanto carenti di risorse
informali per affrontare praticamente ed emotivamente un eventuale distacco) ma anche donne autoctone, le
quali si trovano a sopportare una situazione dalla quale hanno poche speranze di uscire (Ventimiglia, 2002).
Dunque, le donne maltrattate incontrano numerose difficoltà nel lasciare il partner violento. Se una donna
non abbandona una relazione tanto disfunzionale, è perché numerosi fattori si mescolano a complicare il
quadro; si tratta di fattori di diversa natura, alcuni derivanti da cause pratiche, altri determinati dal contesto
socio-culturale, altri ancora di ordine psicologico. Tali fattori sono esposti in modo sintetico nella tabella 1.
In molti casi, nonostante il forte disagio provato dalla donna, questa impiega molto tempo a cercare una
soluzione alla situazione disfunzionale in cui si trova. Alcune donne denunciano il compagno dopo 10
anni di violenze ripetute (Creazzo, 1998), e a volte non sono nemmeno consapevoli di aver subito degli
abusi. Questo perché la costellazione di ostacoli che si ritrovano davanti è difficile da sradicare e non tutte
possiedono le risorse necessarie per intraprendere un cambiamento.
28 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
Tabella 1. Fattori che impediscono alle donne di lasciare il partner violento
FATTORI
COGNITIVI
• Isolamento da stimoli (incapacità di vedere gli elementi che potrebbero fornire una soluzione)
• Identificazione con il punto di vista dell’aggressore
• Dissonanza cognitiva
• Incapacità di abbandonare modalità di coping già consolidate
• Scarsa autoefficacia percepita
• Valutazione delle conseguenze dell’abbandono come peggiori della situazione attuale
(il “male minore”)
• Mantenimento della situazione disfunzionale come tentativo di proteggere i figli e/o se stessa da
conseguenze peggiori
• Sensazione di essere parzialmente responsabili della situazione di abuso
FATTORI
EMOTIVI
• Dipendenza emotiva
• Timore di ritorsioni da parte del partner
• Senso di colpa (verso i figli o il partner stesso)
• Apatia dovuta al trauma emozionale
• Senso di impotenza
• Speranza di cambiare il comportamento del partner
• Timore di eventuali situazioni sconosciute e meno controllabili
FATTORI
DI ORDINE
PRATICO
• Dipendenza economica
• Minacce da parte del partner (di non pagare gli alimenti, di portare via i figli, etc.)
• Presenza di figli e difficoltà nel mantenimento
• Difficoltà burocratiche (tutela legale inadeguata, scarsa assistenza da parte delle istituzioni)
• Non disponibilità di un alloggio alternativo
• Scarso sostegno sociale emotivo e strumentale
FATTORI
• Paura del giudizio altrui
PSICOSOCIALI
• Timore dell’abbandono sociale, di essere esclusa dal gruppo (etnico, culturale, religioso, etc.) di
appartenenza
• Timore di non essere creduta
• Adesione a stereotipi di ruolo (modello di moglie condiscendente, passiva e “obbediente” e del marito
come risorsa e “padrone”)
• Adesione a stereotipi di genere (pazienza, disponibilità e abnegazione come qualità ideali per la
donna)
• Credenze familiari (rappresentazione sociale della famiglia come inscindibile, dell’unità coniugale
come vincolante)
1.4 Gli attori: vittima e aggressore
Il profilo della vittima
Si è cercato in molti modi di ricostruire un ritratto della donna che subisce violenza, allo scopo sia di
prevenire il maltrattamento a partire dal riconoscimento dei fattori di rischio, sia di delineare le teorie
che possano spiegare le dinamiche violente. Rimane tuttavia oggetto di discussione se le caratteristiche
delle vittime siano predittori oppure conseguenze delle relazioni disfunzionali. I dati relativi alle donne possono
essere tratti quasi unicamente dai report dei centri che aiutano le donne stesse, nonché dalle informazioni
ricavabili dalle operatrici che con le vittime si trovano a lavorare. In ogni caso si tratta di dati di tipo
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
29
indiretto, giunti a posteriori, dopo il perpetrarsi della violenza o comunque quando quest’ultima è già
stata messa in atto: pertanto, non è possibile comprendere fino a che punto si tratti di caratteristiche di
personalità oppure di tratti e modelli comportamentali derivanti dall’interazione con l’uomo violento.
Secondo Bruno (1998), si possono individuare dei fattori che aumentano nella donna il rischio di divenire
vittima di una relazione violenta:
• modelli socio-educativi che vedono la donna dipendente e subordinata;
• modelli socio-educativi che affermano la funzione di cura “materna” a scapito dei desideri e bisogni
personali;
• relazioni e modelli relazionali disfunzionali nella famiglia di origine;
• cure discontinue in età minore;
• dipendenza da alcool o sostanze nelle figure parentali;
• impossibilità (nella famiglia d’origine) di esprimere una vasta gamma di sentimenti;
• censura nelle reazioni di differenziazione nella famiglia d’origine;
• mancanza di contatto e fiducia con i genitori;
• maltrattamento o abuso sessuale in età minore.
Occorre specificare che tali fattori di rischio non implicano una sorta di responsabilità della donna nel
creare la relazione violenta, ma si riferiscono unicamente ad una maggiore vulnerabilità al fenomeno
(Bruno, 1998).
Le caratteristiche personali comuni alle donne vittime di relazioni violente fanno riferimento soprattutto
alle conseguenze della violenza subita, e consistono in identità e senso del sé poco sviluppati, sfiducia nei
confronti degli uomini, bassa autostima, stress, depressione, isolamento, forte dipendenza dal partner. Tale
dipendenza si esplicita in molti contesti, da quello emotivo a quello economico; la maggior parte delle
volte, infatti, la donna non lavora, è impegnata esclusivamente nell’attività domestica e nell’accudimento
dei figli. Inoltre, ad esacerbare le difficoltà dovute alla dipendenza ci sono i problemi burocratici, i quali
spesso contribuiscono a dissuadere coloro che formulano un qualche proposito di lasciare il partner, e la
scarsissima (o assente) rete sociale. Questo significa che si tratta di donne essenzialmente sole: sole perché
in contatti labili con la famiglia di origine, sole perché senza amici, senza sostegno da altri tipi di rete
formale (spesso non riconosciuta come possibile fonte di aiuto) o informale, e senza la possibilità di
raccontare il loro disagio e venirne fuori. Di solito possiedono una scarsa autostima, e un atteggiamento
dicotomico (del tipo “tutto-o-nulla”) nel risolvere i problemi; hanno difficoltà a riconoscere una soglia
di legittimità nei comportamenti, oltre la quale si possa parlare di abuso. Nella stragrande maggioranza
dei casi non denunciano il partner, anche nei casi in cui abbiano subito lesioni fisiche piuttosto gravi; una
lieve eccezione viene fatta per le donne più giovani, che tendono a manifestare meno paura (Bruno, 1998;
Ventimiglia, 2002).
Il fenomeno è presente in misura maggiore negli strati socio-culturali di livello più basso; spesso il
comportamento violento viene visto come effetto dello stress derivante dal vivere in povertà. Tuttavia non
c’è una stretta relazione tra il livello educativo e/o economico e la violenza nella coppia. Piuttosto, nelle
classi sociali medio-alte la violenza perpetrata tende ad essere più di tipo psicologico piuttosto che fisico;
questo probabilmente tende a far rimanere la donna nella situazione di abuso perché ha più difficoltà nel
riconoscerlo, o perché non creduta. “Più il partner abusivo ha una carriera brillante, una posizione di potere e viene
riconosciuto come uomo in gamba e di valore, meno, per la maggior parte delle donne, è facile uscire dalla relazione. Anche se
potrebbe essere naturale pensare solo a un calcolo economico o a una perdita di status, in realtà la questione è molto più sottile. Di
fronte al consenso generale, le donne maltrattate non riescono a far collimare l’immagine pubblica del partner con quella privata e
il favore di cui lui gode all’esterno mette in dubbio la percezione della vittima che tende a sentirsi responsabile di un comportamento
inusuale del partner che non intacca la sua ‘perfezione’”5 (Ponzio, 2004).
Ponzio, G. (2004); “Crimini Segreti: maltrattamento e violenza alle donne nella relazione di coppia”, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano; p. 57-58.
5
30 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
Riflessioni sull’aggressore: l’uomo violento
Per quanto riguarda le caratteristiche degli uomini violenti, essi non sono confinabili in particolari
situazioni sociali, ma “lo scenario è un multiversum di facce, culture e di setting”6 (Ventimiglia, 2002). Infatti, vi si
trovano sia uomini già segnati da biografie di violenze, sia soggetti di ceti alti.
Il profilo di personalità rivela spesso una persona intensamente dipendente dalle relazioni intime e timorosa
di essere abbandonata, ma incapace di mantenere relazioni a causa della rabbia e dell’impulsività. Dutton
(1995) ritiene che tali pattern siano da attribuire a “remoti sentimenti di impotenza che si originano nelle prime fasi
dello sviluppo dell’uomo violento”7, in particolare in quei casi con padre rifiutante e abusivo che si serve della
vergogna e dell’umiliazione per attaccare il senso di sé del ragazzo.
Si tratterebbe di uomini che possiedono uno stile relazionale violento, a volte anche al di fuori della
famiglia, delle modalità comunicative in cui il confine tra l’aggressione verbale e quella fisica è piuttosto
labile (Ventimiglia, 2002). Intrattengono un rapporto “di potere” tipico di un genere nei confronti
dell’altro, nella gran parte dei casi in modo inconsapevole. Queste modalità comportamentali possono
influenzate da diversi fattori:
• trasmissione intergenerazionale di violenza (nel caso in cui siano stati testimoni di violenze nella famiglia
di origine, oppure abbiano subito punizioni fisiche da bambini);
• concezioni tradizionali sui ruoli nel matrimonio, in cui l’uomo debba avere un ruolo dominante;
• abuso di alcool e/o sostanze (ha una influenza che varia tra 20% e 80%)
• isolamento sociale;
• insoddisfazione nel rapporto coniugale.
Per quanto riguarda la famiglia, non è inutile ricordare che, oltre ad essere scenario di violenze, ha anche
ruolo di formatrice di modelli comportamentali. Questo può portare a formare delle rappresentazioni
stereotipate del genere maschile e femminile, secondo il non troppo antico modello patriarcale. Un bambino
che cresce in una famiglia in cui le modalità comportamentali sono di tipo violento tenderà ad acquisire
tali modelli, vivendoli come normali o comunque possibili; “un padre violento può far soffrire e i figli possono
giurare che mai saranno come lui, ma ugualmente la violenza entra nel loro mondo interno fin dall’infanzia come un modello
ingiusto e doloroso ma allo stesso tempo ammissibile e concreto”8 (Ponzio, 2004). Questo vale per chi agisce la violenza,
ma altrettanto per chi la subisce: il comportamento violento sarà comunque considerato sopportabile,
inevitabile, insomma non disfunzionale dalle vittime.
Se subire la violenza può comportare danni gravissimi, assistervi ne può provocare di non meno gravi. La
violenza assistita è uno dei più forti fattori predittivi nell’agire o subire forme di violenza: in molti casi,
infatti, la violenza domestica è trasmessa tra le generazioni. Nella famiglia di origine vengono appresi
(dall’osservazione dei modelli parentali) i ruoli e le modalità comportamentali di aggressore e vittima.
Se un tempo la violenza assistita era considerata una forma di abuso indiretta, oggi è definita come
tipologia di violenza rivolta direttamente alla persona, poiché, seppure i soggetti che vi assistono non
sono direttamente coinvolti, il danno che ne ricevono non è minore, sia in termini di traumatizzazione,
sia sotto forma di apprendimento di modalità relazionali disfunzionali (Ponzio, 2004). Uno degli effetti
dannosi della violenza assistita è l’innalzamento della soglia di sopportazione, o assuefazione, poiché
colui che assiste ripetutamente agli episodi di abuso tende, a lungo andare, a considerarli ammissibili e a
farli rientrare nella “norma” interiore.
Jacobson e Gottman (1995) hanno individuato una classificazione degli uomini violenti sulla base della
reattività cardiaca:
1. Nel tipo cobra, durante l’interazione coniugale il battito cardiaco diminuisce. È possibile che sia stato
testimone di violenza da parte di amici o parenti, oppure del padre verso la madre. È seriamente
violento verso la moglie ed è probabile che abbia alle spalle storie di tossicodipendenza o comportamenti
antisociali. Ritiene di avere diritto a qualsiasi cosa, senza riuscire a controllarsi.
Ventimiglia, C. (2002); “La fiducia tradita. Storie dette e raccontate di partner violenti”, Franco Angeli, Milano; p. 55.
Dutton, D. G. (1995); “Trauma symptoms and PTSD-like profiles in perpetrators of intimate abuse”. Journal of Traumatic Stress, 8, 299-316; liberamente tradotto p. 301.
8
Ponzio, G., (2004); “Crimini segreti: maltrattamento e violenza alle donne nella relazione di coppia”, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano; p. 22.
6
7
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
31
2. Nel tipo pitbull, invece, durante l’episodio violento il battito cardiaco cresce. Esercita una violenza più
lieve nei confronti della partner, e lo scoppio di rabbia deriva da vissuti di insicurezza e dipendenza
emotiva che determinano furie di gelosia.
Se un tempo la violenza domestica era relegata nella categoria della devianza, della patologia o delle
situazioni di marginalità sociale, oggi è appurato che essa è un fenomeno trasversale alle classi sociali, e
non è attribuibile né a contesti di povertà, ignoranza o disagio, né a portatori di patologie mentali.
Come accennato precedentemente, molti uomini socialmente ben accetti e con una forte immagine
professionale positiva, nella relazione di coppia sono attori di violenza. Questo accade molto spesso nei casi
in cui la donna che intraprende la relazione sviluppi una dipendenza, determinata dalla posizione di rilievo
del partner, e lo consideri una sorta di pigmalione. Gli uomini abusivi di questo tipo possono attuare
strategie di potere e di controllo attraverso un canale privilegiato che è quello del carisma professionale
che le donne gli attribuiscono (Ponzio, 2004).
La speranza di queste donne è che prima poi tanta disparità si riduca a favore del lato “buono”; in realtà
questo non accade, proprio perché la relazione intima funziona spesso come “valvola di sfogo” che consente
all’uomo di mantenere l’equilibrio.
L’uomo violento “in situazione”
L’atteggiamento dell’uomo violento possiede delle caratteristiche ben delineate, soprattutto nei casi di
violenza psicologica. Si tratta di pattern comportamentali che spesso si ripetono in maniera simile o
prevedibile, e che contribuiscono a creare le dinamiche cicliche che saranno meglio trattate in seguito
(Ponzio, 2004).
La circostanza e la responsabilità. Un elemento disorientante nel parlare con coloro che agiscono la
violenza è il fatto che essi dichiarano di essere contro la violenza e di non approvare i comportamenti abusivi
nei confronti delle compagne. Ciò che li “obbliga”, a loro dire, a usare violenza, è stata la circostanza: un
comportamento inadeguato da parte della donna, una giornata pesante, una qualsiasi scusante che viene
appositamente ricercata nella vittima come pretesto per lo scoppio di rabbia, che inevitabilmente avviene.
Il maltrattante attribuisce la responsabilità dell’accaduto esclusivamente a cause esterne (quasi sempre la
partner) e non riconosce di aver avuto un ruolo nella violenza che egli stesso ha perpetrato (Ponzio, 2004).
La negazione. È una modalità attivata dalla stragrande maggioranza degli uomini violenti: negare in
maniera assoluta, anche di fronte all’evidenza; non solo in sede processuale, ma come comportamento
abituale. Giungono a negare anche nei casi in cui la vittima manifesti segni evidenti della violenza.
Naturalizzazione dei comportamenti violenti. In alcuni casi, si parla di una rappresentazione sociale
del matrimonio come predominio dell’uomo sulla donna, la quale diviene “proprietà” su cui egli può
esercitare la propria potestà nel modo che meglio crede. Un elemento, quindi, essenzialmente culturale,
che influenza non solo il modo di comportarsi, ma che gli conferisce legittimità a prescindere dalla gravità
delle percosse o degli insulti: dal momento in cui la moglie diviene tale, è “naturale” che il marito possa
decidere se “punirla”o meno, e in che modo (Ventimiglia, 2002).
La violenza come peccato veniale. Uno degli atteggiamenti che si possono incontrare negli uomini che
riflettono sul proprio comportamento è quello di “pentimento”, in cui chiedono scusa alla compagna per
il comportamento, assicurando che non si ripeterà più. È un modo per attenuare la gravità dell’accaduto,
riconoscendolo parzialmente, ma minimizzandolo. Una sorta di “bifrontismo” maschile che, nella
consapevolezza di ciò che accade nel privato, cerca di ricostruire un’immagine positiva di sé sulla scena
pubblica, rappresentandosi come rassicurante (Ventimiglia, 2002).
32 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
1.5 Gli antecedenti della violenza di coppia
Mascolinità e violenza di coppia
Molti approcci allo studio della violenza nella coppia hanno tentato di identificarne i predittori, allo
scopo di adottare, quando possibile, delle misure preventive. I primi lavori, come abbiamo visto
precedentemente, hanno focalizzato la loro attenzione sulle caratteristiche psicologiche delle donne
vittime, esplorando un’ampia gamma di correlati biologici, sociali e psicologici (vedi Holtzworth-Munroe,
Bates, Smutzler, & Sandin, 1997) o sulle interazioni che si creano all’interno della coppia. Gli approcci
più recenti, invece, hanno dedicato una crescente attenzione all’associazione tra violenza nella coppia e
mascolinità, intesa come caratteristica determinata culturalmente e socialmente, che può avere connotazioni
e rilevanze diverse a seconda dei contesti culturali (Moore, Stuart, 2005; Vandello, Cohen, 2003).
Le spiegazioni teoriche per la relazione tra mascolinità e violenza di coppia si sono soffermate fortemente
sulla socializzazione ai ruoli di genere (Crowell & Burgess, 1996; Harway & O’Neil, 1999; Thorne-Finch,
1992). Alcuni ricercatori hanno teorizzato che il processo di socializzazione maschile ed interiorizzazione
delle aspettative sociali possa produrre una costrizione delle emozioni “vulnerabili” che continua nell’età
adulta (e.g., Levant, 1996; Levant & Kopecky, 1995). Poiché la rabbia è una delle poche emozioni che è
accettabile esprimere per gli uomini “socializzati alla mascolinità”, essa può essere l’emozione predominante
espressa durante periodi di difficoltà, i quali possono accrescere la probabilità di violenza nella coppia
(Lisak, Hopper, & Song, 1996). Questa teoria ricorda il concetto di Long (1987) di “sistema emotivo
maschile a imbuto”, nel quale gli uomini trasformano reiteratamente le emozioni vulnerabili in rabbia,
giungendo così all’espressione violenta.
Altri ricercatori hanno ipotizzato che la socializzazione alla mascolinità risulti esercitare sugli uomini
una forte pressione ad attenersi alle norme riguardanti i ruoli di genere, e che i comportamenti negativi
possano essere considerati reazioni alle esperienze conflittuali che gli uomini sperimentano nel tentativo
di aderire alle aspettative disfunzionali sui ruoli di genere (Eisler, 1995; O’Neil, Helms, Gable, David, &
Wrightsman, 1986; O’Neil & Nadeau, 1999; Pleck, 1995).
Altri ancora hanno spiegato come la violenza possa risultare da alcune difficoltà nello sviluppare la propria
identità di genere, poiché gli uomini vengono allevati prevalentemente da donne, in assenza di forti
legami emotivi con i loro padri (Brooks e Silverstein, 1995). Le teorie femministe suggeriscono che i
comportamenti negativi maschili possano essere un naturale sottoprodotto dell’accettazione culturale di
una società patriarcale. Questi approcci confermano l’importanza del ruolo dell’apprendimento sociale
e delle teorie socioculturali nell’influenzare il processo dell’apprendere ad essere violenti; tuttavia, esse
sostengono che la violenza di coppia sia un atto di dominio motivato da un forte desiderio di affermazione
di potere (White e Kowalski, 1998).
È importante sottolineare che le interpretazioni teoriche citate non riescono a spiegare tutti i tipi di
violenza di coppia. Anzi, la socializzazione al ruolo maschile e il conflitto tra i ruoli di genere possono
spiegare solo una parte del fenomeno della violenza degli uomini contro le donne (O’Neil e Nadeau, 1999).
Inoltre, il costrutto di mascolinità possiede varie concettualizzazioni (Thompson e Pleck, 1995), in parte
perché comprende una varietà di qualità, incluse cognizioni, valori, emozioni e comportamenti. Questo
è evidente quando riconosciamo l’ampia varietà di termini associati alla mascolinità, includendo i ruoli
di genere, l’identità di genere, i ruoli sessuali, il tradizionalismo, l’egalitarismo, le preferenze di genere,
l’ipermascolinità e l’ideologia maschile. Conseguentemente, possiamo esprimere un certo livello di accordo
con i ricercatori che propongono una visione multidimensionale della mascolinità (Moore, Stuart, 2005;
Levant, 1996; Thorne-Finch, 1992). Data tale prospettiva multidimensionale, si può ragionevolmente
ritenere che il modo migliore per esaminare la relazione tra mascolinità e violenza di coppia sia quello di
focalizzarsi su come i ricercatori operazionalizzano la mascolinità stessa. Categorizzare in questo modo la
letteratura empirica permette un’analisi critica dei dati in termini di misurazione e apre una discussione
tramite la quale definire le linee guida per la futura ricerca (Moore, Stuart, 2005).
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
33
Approccio dei tratti di personalità
L’approccio dei tratti di personalità misura direttamente il grado di adesione degli uomini all’orientamento
di genere, attraverso item che valutano quanto le nozioni apprese riguardo i ruoli di genere siano incorporate
nella descrizione di sé (Bem, 1984). È stato ipotizzato che gli uomini violenti nei confronti della partner
possano riportare un orientamento di genere più marcatamente maschile rispetto agli uomini non violenti
(Sugarman & Frankel, 1996; Thompson, 1991). Le ricerche che hanno indagato l’orientamento ai ruoli
di genere hanno utilizzato frequentemente il Bem Sex-Role Inventory (BSRI; Bem, 1984), il Personal
Attributes Questionnaire (PAQ; Spence, Helmreich, e Holahan, 1979), e Hypermasculinity Inventory
(HMI; Mosher e Sirkin, 1984).
Complessivamente, i risultati di tali ricerche sono contrastanti. Dato che queste scale di misura sono state
validate ed ampiamente utilizzate, non sembra che siano strumenti poco validi nel misurare la mascolinità.
Tuttavia, questo suggerisce che misurare la relazione tra mascolinità e violenza nella coppia possa non
essere particolarmente informativo.
Approccio normativo
L’approccio normativo sostiene che la mascolinità sia “una ideologia determinata culturalmente che regola relazioni di
genere, atteggiamenti e credenze” (Thompson e Pleck, 1995, p. 130). Piuttosto che esaminare come gli uomini
descrivono se stessi, questo approccio esamina la mascolinità in termini di credenze su come uomini e
donne dovrebbero pensare, provare emozioni e comportarsi, coerentemente con i loro diritti e ruoli nella
società. In termini di violenza domestica, gli uomini che hanno valori ed aspettative tradizionali per
quanto riguarda i comportamenti di genere legittimi, potrebbero commettere violenza verso la partner
qualora le aspettative riguardanti il comportamento della compagna non venissero confermate, oppure
nel momento in cui l’uomo percepisse la violenza come giustificabile se finalizzata a confermare il ruolo
maschile (Eisler, 1995; Marshall, 1993).
Good et al. (1995) hanno riscontrato che possedere delle rappresentazioni tradizionali delle norme sociali
può essere per un uomo un predittore significativo di un’aggressione psicologica nei confronti della partner.
A questo scopo, alcune ricerche hanno utilizzato la Male Role Norms Scale (MRNS; Thompson e Pleck,
1986), la Attitudes Toward Women Scale (ATW; Spence e Helmreich, 1972; Spence et al., 1973), e la SexRole Egalitarianism Scale (SRE; Beere, King, Beere, e King, 1984) come misure operative dell’ideologia
maschile. In particolare, la MRNS è una misura dell’approvazione di norme e valori che descrivono il
tradizionale ruolo maschile, basandosi su tre dimensioni di base (status, durezza, antifemminilità); la
ATW valuta le credenze riguardanti il ruolo femminile, mentre la SRE Scale misura l’atteggiamento nei
confronti di ruoli di genere non tradizionali. I risultati ottenuti evidenziano una probabile relazione tra i
punteggi ottenuti nella MRNS e violenza psicologica; invece, le ricerche in cui sono stati utilizzati la SRE
e la ATW non hanno dato risultati altrettanto chiari. Da ciò si può evincere che le credenze degli uomini
sui comportamenti appropriati al ruolo maschile sono maggiormente predittivi di una violenza di coppia,
rispetto alle credenze riguardanti l’accettabilità del comportamento femminile (Moore, Stuart, 2005).
Approccio dello stress/conflitto tra i ruoli di genere
Questo approccio si basa sul paradigma di tensione/conflitto dei ruoli di genere formulata originariamente
da Pleck (1981, 1995). Tale paradigma postula che i ruoli di genere siano sostanzialmente incongruenti, in
continuo cambiamento e spesso violati dagli uomini; questo sfocia in conseguenze psicologiche negative ed
una ipercompensazione attraverso l’utilizzo di comportamenti disfunzionali (come ad esempio la violenza)
per rispecchiare le aspettative sui ruoli di genere stessi (Brooks & Silverstein, 1995; Levant, 1996). Perciò,
quando si scontrano con una minaccia reale o percepita all’ideologia di genere, alcuni uomini esperiscono
un conflitto o una tensione e mettono in atto dei comportamenti tradizionalmente riconosciuti come
maschili (es. violenza), allo scopo di mantenere un senso di controllo e di potere (Eisler, 1995; Marshall,
1993). Questo approccio può essere visto come correlato all’approccio normativo, dato che entrambi sono
basati sul concetto di aspettative legate al genere maschile; tuttavia, questo approccio è l’unico in cui
34 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
viene accertato direttamente il grado di conflitto e tensione che l’uomo sperimenta quando le regole
relative ai ruoli di genere vengono violate. Allo scopo di valutare questo concetto, sono state utilizzate la
Gender Role Conflict Scale (GRCS; O’Neil et al., 1986) e la Masculine Gender Role Stress Scale (MGRS;
Eisler & Skidmore, 1987). Entrambe queste scale misurano “il livello in cui gli uomini sentono che la violazione
delle tradizionali norme sui ruoli di genere sia fastidiosa o minacciosa per loro” (Thompson & Pleck, 1995, p. 156).
Complessivamente, le ricerche condotte secondo questo paradigma mostrano una moderata associazione
tra stress derivante dai ruoli di genere e violenza di coppia. Come riscontrato nello studio di Jakupcak
et al. (2002), è possibile che un’elevata tensione derivante dal conflitto tra i ruoli di genere possa essere
un fattore predittivo di una relazione violenta nel caso in cui l’uomo manifesti una forte adesione alla
mascolinità tradizionale.
Approccio indiretto
Questo approccio tenta di legare la mascolinità alla violenza di coppia tramite misure indirette della
mascolinità stessa, come un atteggiamento positivo nei confronti della violenza ed un elevato bisogno
di controllo all’interno della relazione. Sugarman and Frankel (1996) affermano che l’approvazione della
violenza comprende una componente dell’ideologia maschile, secondo la quale la violenza contro le donne
è ammissibile. Perciò, un atteggiamento positivo verso la violenza può riflettere l’adesione di un uomo alle
norme patriarcali che definiscono un adeguato comportamento maschile; questo comporta una maggiore
probabilità di commettere violenza. Levant et al. (1992) hanno riscontrato che una delle caratteristiche
centrali della mascolinità è quella di evitare di apparire debole; questo implica che il mantenimento del
potere e del controllo nelle situazioni interpersonali possa essere molto importante per gli uomini. A
questo scopo, è possibile che gli uomini mettano in atto dei comportamenti violenti per modificare il
comportamento della propria partner (M. P. Johnson, 1995).
Molti degli studi presi in esame nella metanalisi di Moore e Stuart (2005) hanno dimostrato una forte
correlazione tra la giustificazione della violenza contro la propria compagna e l’effettivo uso di violenza.
Coleman and Straus (1986, 1990) hanno teorizzato tre tipologie di coppia, categorizzandole a seconda
della distribuzione del potere (maschio dominante, femmina dominante, uguaglianza e condivisione del
potere) usando questa rilevazione per “incrociarla con la valutazione di quanto l’uomo o la donna nella coppia abbiano
la tendenza ad “avere l’ultima parola” nelle decisioni familiari (il “Decision Power Index”) e dalla valutazione di quanto i due
partner condividono la responsabilità nelle decisioni (lo “Shared Power Index”) (D. H. Coleman & Straus, 1990, p. 289).
La differenza tra coppia simmetrica e asimmetrica nella divisione del potere consiste nel fatto che nella prima
i due partner condividono equamente la responsabilità nel prendere le decisioni, mentre nella seconda si ha
una disuguaglianza di potere decisionale. In generale, le ricerche (Moore, Stuart, 2005) evidenziano una
stretta relazione tra la gestione del potere all’interno della coppia (simmetrico vs asimmetrico) e l’incidenza
degli episodi di violenza. È infatti nelle coppie asimmetriche che questi episodi, riferiti sia alle violenze
minori sia alle forme più gravi, ricorrono con maggiore frequenza, in particolare quando l’asimmetria è a
favore dell’uomo. In una loro ricerca, condotta su un campione di 210 donne coinvolte in cause giudiziarie
di tipo familiare, Newark, Harrell e Salem (1995), hanno riscontrato che le donne vittime di violenza di
coppia riconoscevano al loro partner un potere sensibilmente maggiore di quanto affermassero invece
le donne che non avevano subito violenze. Tang (1999) ha indagato la relazione tra potere decisionale e
violenza domestica, riscontrando una maggiore presenza di aggressioni verbali maschili nelle coppie in cui
l’uomo era dominante; mentre le aggressioni fisiche minori sono state subite maggiormente dalle donne che
risultavano dominanti nella coppia. Questi dati erano confrontati con coppie a potere decisionale condiviso.
Kim and Sung (2000) hanno utilizzato la regressione statistica per mostrare come le relazioni con un
uomo dominante fossero predittive di una maggiore probabilità di violenza del partner maschile contro
la compagna. A risultati analoghi sono giunti anche Kim and Emery (2003), i quali hanno rilevato che le
coppie in cui il partner maschile era violento erano più frequentemente asimmetriche per quanto riguarda
il potere rispetto alla coppie simmetriche.
I risultati tratti dalle ricerche citate supportano l’ipotesi di una relazione tra potere decisionale e violenza
CAPITOLO 1 LA VIOLENZA DOMESTICA CONTRO LE DONNE
35
di coppia; in particolare, è risultato che le coppie in cui l’uomo è dominante tendono a incorporare la
maggioranza della violenza di coppia, se paragonata con altri tipi di coppia. Tuttavia, le coppie con la
donna dominante tendono a sperimentare una percentuale comunque più elevata di violenza di coppia
rispetto alle coppie simmetriche (Moore, Stuart, 2005).
Questi risultati suggeriscono che l’asimmetria di potere, a prescindere da quale dei due partner possiede
maggior potere, può essere una variabile critica nel predire la violenza di coppia (Germain, 2001; HoltzworthMunroe et al., 1997). Dato che il potere e il controllo sono componenti importanti della mascolinità,
è possibile che l’uso di violenza da parte degli uomini dominanti sia funzionale al mantenimento di
potere e controllo, mentre nelle coppie in cui la donna è dominante, la violenza può servire ad ottenere il
controllo.
Onore maschile e fedeltà femminile
Le diverse culture del mondo variano rispetto all’importanza legata al concetto di onore. In un certo
senso, tuttavia, la definizione di onore è costante nelle diverse culture: in quasi tutte, infatti, si dà valore
all’onore inteso come comportamento virtuoso, buona condotta morale, integrità e altruismo, e questo
ideale viene mantenuto sia per quanto riguarda gli uomini che le donne. In alcuni contesti culturali,
tuttavia, l’onore comporta un ulteriore significato socialmente riconosciuto come un valore intorno al
quale è organizzata gran parte delle relazioni interpersonali. Questa accezione del termine “onore”, che va
ad aggiungersi a quella di virtù, riguarda lo status, il dominio, la reputazione, ed è il focus del lavoro di
Vandello e Cohen (2003). L’onore, definito in questo modo, è basato sulla forza e sul potere che una persona
(solitamente, un uomo) possiede al fine di imporre la sua volontà a qualcuno o per ottenere da parte degli
altri un comportamento rispettoso (Nisbett & Cohen, 1996). In alcune culture, questi “codici d’onore”
sono formali e ufficialmente codificati, in altre (come ad esempio alcuni degli stati sudamericani) le regole
d’onore tendono ad essere più informali ed implicite.
È importante notare come in alcune culture il codice d’onore venga applicato tanto alle femmine quanto
ai maschi. Mentre queste norme definiscono il dominio e la resistenza per i maschi, le regole rivolte alle
femmine enfatizzano la timidezza, il pudore e l’evitamento di comportamenti che potrebbero minacciare
il buon nome della famiglia (ad esempio, adulterio o spudoratezza sessuale). Questa regolamentazione
prevede quindi un ruolo attivo per gli uomini e un ruolo passivo per le donne, come se l’onore femminile
fosse centrato sull’evitamento della vergogna; tuttavia, le donne non sono né impotenti né passive nelle
culture d’onore. Infatti, le donne portano un contributo importante nel determinare la reputazione
della famiglia; è stato spesso detto che, in tali culture, le donne sono responsabili dell’onore. In questo
senso, le componenti femminili hanno allo stesso tempo un potere negativo (possono “macchiare” l’onore
della famiglia attraverso il loro comportamento) e un potere positivo (ad esempio, possono migliorare la
reputazione della famiglia sposando un uomo di ceto sociale superiore; Schneider, 1971).
Una certa attenzione è stata dedicata all’aumento della violenza maschile su altri maschi nelle culture
d’onore (Anderson, 1994; Cohen, Nisbett, Bowdle & Schwarz, 1996; Cohen, Vandello, & Rantilla,
1998; Nisbett & Cohen, 1996; Vandello & Cohen, 2003). L’enfasi culturale sull’onore maschile può
anche incoraggiare alcuni ruoli di genere tradizionali che ammettono e perpetrano la violenza maschile
sulle donne. Le regole d’onore richiedono che gli uomini siano ipersensibili ad insulti e minacce alla
loro reputazione, e una componente chiave della reputazione maschile è costituita dal buon nome della
propria partner femminile. Perciò, le culture d’onore stabiliscono spesso delle norme che valorizzano
castità, purezza e pudore femminili (Beyer, 1999). Al contrario, l’essere deciso e sessualmente capace sono
requisiti essenziali per il ruolo maschile in tali culture (Gilmore, 1990). Per citare un esempio, in Brasile
“il sistema dell’onore ha portato gli uomini a proteggere le donne delle loro famiglie dalle aggressioni sessuali e quindi preservare
l’onore della famiglia, mentre… lo status e la reputazione di un uomo all’interno della cultura maschile si accresce in funzione
di quante donne è capace di conquistare” (Nazzari, 1998, p. 104). Queste aspettative contraddittorie supportano
la credenza che le donne debbano essere protette dai maschi rivali per assicurare il loro onore. L’adulterio
è scoraggiato e stigmatizzato in molte culture nel mondo, ma comporta un significato aggiuntivo nelle
36 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
culture d’onore. L’adulterio femminile, o anche solo il sospetto di esso, può danneggiare notevolmente la
pubblica reputazione di un uomo in quelle culture dove la maggior parte delle interazioni economiche e
sociali possono dipendere dal buon nome della famiglia.
Un uomo che permette alla partner di allontanarsi può essere visto come “non abbastanza uomo”; può
essere percepito come debole e vulnerabile, qualcuno che in altre situazioni si lascia sopraffare (Schneider,
1971). Come scrive Pitt-Rivers (1966) sull’infedeltà nelle culture d’onore, “l’adulterio femminile rappresenta
non solo l’infrazione dei diritti del compagno, ma è anche la dimostrazione del fallimento nel comportamento di lui. È lui che ha
tradito il valore della sua famiglia, portando disonore presso i gruppi sociali che sono reciprocamente coinvolti con il suo onore: la
sua famiglia e la sua comunità” (p. 46).
Poiché l’onore maschile richiede spesso il rispetto e la fedeltà femminili, le relazioni tra uomini
e donne possono contenere una implicita tensione che può servire da precursore o detonatore alla
violenza domestica. L’onore può essere considerato una giustificazione (implicita o esplicita) alla
violenza; nei casi più estremi, è usato come giustificazione per gli omicidi coniugali o di altri membri
della famiglia nelle culture d’onore (Abou-Zeid, 1965; Baker et al., 1999; Beyer, 1999; Bourdieu,
1965; Ginat, 1987; Glazer & Abu Ras, 1994), e le usanze formali e le tradizioni legali hanno spesso
sviluppato sanzioni o attenuanti per tali violenze (Vandello & Cohen, 2003; M. Wilson & Daly, 1992).
All’interno di questa cornice culturale, la violenza maschile contro le donne può essere considerata
necessaria ed appropriata a preservare l’integrità dell’uomo e della famiglia (Loizos, 1978). In realtà, non
rispondere con la violenza ad un cattivo comportamento femminile (specialmente nel caso in cui sia stato
reso noto pubblicamente) può essere fonte di vergogna; per le donne, gli ideali di sacrificio femminile e
lealtà verso la famiglia sarebbero più forti nelle culture d’onore. L’importanza della coesione familiare,
unitamente ai tradizionali ruoli di genere, creerebbe delle forti pressioni sulle donne a rimanere nella
relazione nonostante possa essere in pericolo la loro incolumità. Perciò, una donna ha sulle sue spalle la
responsabilità di sacrificare se stessa per il bene della famiglia e della relazione, senza curarsi dei costi
personali (Vandello, Cohen, 2003).
Dunque, le ricerche condotte da Vandello e Cohen (2003) esplorano in che modo la violenza domestica
possa venire implicitamente o esplicitamente sanzionata o rinforzata nelle culture dove l’onore costituisce
un valore dominante. I risultati ottenuti supportano tre ipotesi generali: a) l’infedeltà femminile danneggia
la reputazione dell’uomo, in particolare nelle culture “d’onore”; b) tale reputazione può essere parzialmente
“riparata” attraverso l’uso della violenza; c) nelle culture d’onore ci si aspetta che la donna rimanga legata
al compagno di fronte alla violenza causata da gelosia (Vandello, Cohen, 2003).
CAPITOLO 2 ALLA RICERCA DELLE PAROLE PER DIRLO
37
ALLA RICERCA
DELLE PAROLE PER DIRLO
Come le ragazze e i ragazzi parlano della violenza di coppia
Come abbiamo detto nel capitolo precedente, gli studi sulla violenza di genere si sono focalizzati in modo
esclusivo sulle coppie di soggetti adulti. Gli studi che coinvolgono soggetti adolescenti riguardano prevalentemente le conseguenze che derivano dall’essere esposti alla violenza familiare (non come vittima
della violenza agita, ma come “spettatore” della violenza tra gli adulti), ma nulla ci dicono su come questi
adolescenti, che sperimentano proprio in quell’età le loro prime relazioni affettive, si rappresentano la
violenza di coppia.
Un primo obiettivo di questa ricerca è stato pertanto quello di raccogliere informazioni relative al linguaggio utilizzato dai ragazzi per parlare di questi eventi e agli universi di significati ai quali i giovani
ricorrono per descrivere e “dare senso” alla violenza nella coppia.
Questa parte della ricerca è stata quindi progettata allo scopo fondamentale di esplorare il linguaggio e le
espressioni che i giovani utilizzano spontaneamente quando parlano di questo fenomeno. In particolare,
si è trattato di individuare non solo le parole attraverso le quali essi costruiscono i loro discorsi, ma anche
di delineare quali fossero le situazioni che loro descrivono come violenza, le caratteristiche che essi attribuiscono sia alla vittima che all’aggressore e le cause che, secondo loro, possono essere all’origine di questi
comportamenti all’interno della coppia.
2.1 Metodologia
I Focus Group rappresentano una metodologia ideale per esplorare le questioni sociali e per analizzare i
processi di costruzione sociale delle esperienze e dei loro significati (Kitzinger, 1994; Piispa & Ronkainen,
2005). L’interazione diretta fra i partecipanti permette lo sviluppo di scambi spontanei sulle tematiche
indagate, attraverso i quali è possibile individuare i sistemi di significati e di valori che concorrono alla
costruzione dei discorsi. La spontaneità permette altresì l’emerge di tematiche diverse da quelle proposte
dai ricercatori, ma altrettanto utili ai fini della comprensione di come le persone danno senso agli eventi e
ai comportamenti. Poiché il tema della violenza di coppia è un tema che s’innesta inesorabilmente sul più
ampio discorso delle asimmetrie di genere, e tenendo conto del fatto che la violenza di coppia è solitamente
agita dall’uomo sulla donna, è plausibile ipotizzare che l’appartenenza di genere ponga gli interlocutori in
posizioni diverse all’interno del discorso. Discutere di violenze agite dagli uomini sulle donne implicherà
molto probabilmente discorsi sensibilmente diversi quando gli interlocutori sono solo donne, solo uomini
o un gruppo misto. È per questa ragione che sono stati costituti tre gruppi di discussione diversi: uno com-
38 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
posto da soli ragazzi (maschi), condotto da un ricercatore (maschio), uno di sole ragazze (femmine) condotto da una ricercatrice (femmina) e un gruppo misto condotto da due ricercatori (maschio e femmina).
I partecipanti. I ragazzi e le ragazze che hanno preso parte a questa fase della ricerca avevano tutti 18 anni
e frequentavano il quarto anno dell’Istituto Statale d’Arte “Toschi” di Parma. Il gruppo di sole femmine
era costituito da 8 ragazze, quello di soli maschi da 6 ragazzi e il gruppo misto era composto da 4 maschi
e 4 femmine.
Procedura e materiali stimolo. Allo scopo di introdurre i ragazzi alla tematica indagata e di attivare la
discussione tra di loro, sono state proiettate due brevi scene tratte da due film diversi. La scena tratta dal
film “Ti do i miei occhi” (del regista Iciar Bollain, 2000) mostra una violenza di tipo psicologico, mentre quella tratta dal film “A letto con il nemico” (del regista Joseph Ruben, 1990) presenta un episodio
di violenza fisica. Il ricorso a materiale cinematografico ci ha permesso di proporre ai giovani una forma
comunicativa a loro familiare e allo stesso tempo di “variare” lo stimolo (violenza psicologica vs violenza
fisica), introducendo un primo elemento di riflessione sulle diverse forme che può assumere la violenza
stessa (Del Giudice, Barbara, Adami, 2001).
2.2 Risultati
Al termine della conduzione dei tre focus group, sono emerse alcune differenze sostanziali tra i gruppi a
seconda, evidentemente, della loro composizione di genere. Queste differenze riguardano sia la quantità
di scambi prodotti, sia la varietà delle argomentazioni proposte. Il gruppo composto da sole ragazze è
risultato essere quello più loquace e quello maggiormente interessato alla tematica, tanto da richiedere la
possibilità di partecipare nuovamente ad una simile esperienza.
Il gruppo costituito da soli ragazzi ha prodotto scambi verbali meno frequenti, a volte esitanti, suggerendo, in qualche modo, una certa loro difficoltà ad esprimersi su queste tematiche.
Infine, nel gruppo misto, le ragazze hanno prodotto, anche in questo caso, un maggior numero di scambi
rispetto ai ragazzi, ma questi ultimi sono apparsi più loquaci di quanto non lo siano stati i ragazzi del
gruppo “tutto maschile”.
Alcune macro differenze sono emerse anche sul piano dei contenuti. In particolare, i ragazzi tendono a
definire gli uomini che commettono violenza sulle loro partner come “malati mentali” e ad individuare
nell’intervento della polizia e dei giudici una possibile strategia di prevenzione attraverso l’applicazione
di pene esemplari agli agressori. Le ragazze da parte loro tendono a ricondurre le cause della violenza nelle
relazioni ad alcune qualità della relazione stessa come un “innamoramento eccessivo” o una relazione vissuta come “totalizzate”.
Un’analisi più puntuale dei contenuti prodotti dai partecipanti ha permesso di delineare le seguenti aree
tematiche; aree che, come vedremo, strutturano le rappresentazioni non solo della violenza nella coppia,
ma anche quelle della coppia stessa.
I ruoli di genere nella coppia
Il tema della violenza nella coppia ha portato in particolare il gruppo di sole ragazze a discutere delle loro
idee in merito ai ruoli di genere.
Dall’analisi degli scambi emerge chiaramente un’opposizione tra due concezioni “classiche”: una tradizionale che prevede una netta suddivisione dei compiti all’interno della coppia; l’altra basata su un principio
generale di uguaglianza fra i sessi.
Nello specifico, la visione tradizione comporta una distinzione dei ruoli sia in termini di “potere” (l’uomo
è “per natura” capo famiglia), sia in quelli di “competenze” (l’uomo sa fare delle cose, la donna ne sa fare
delle altre).
“L’uomo ha un ruolo e la donna ne ha un altro in una famiglia, l’uomo in genere dovrebbe essere il capo famiglia,
è giusto che abbia il compito di dirigere” (Focus femmine, S3)
CAPITOLO 2 ALLA RICERCA DELLE PAROLE PER DIRLO
39
“Ci sono delle famiglie a volte che vanno avanti grazie alla figura della donna perché l’uomo sta sempre al lavoro
dal mattino presto fino a sera tarda quindi è la donna che fa tutto in casa, ci può essere un minimo di contributo
però di solito è sempre lei che fa il grosso del lavoro” (Focus femmine, S2)
“Una donna è capace di mandarti avanti la casa, la famiglia, il lavoro, insomma si occupa di tante cose che
l’uomo non sarebbe capace” (Focus femmine, S4)
La visione “ugualitaria” si contrappone alla precedente sostenendo invece che l’asimmetria di potere non è
più legittima ai giorni nostri e che la suddivisione dei ruoli non deve essere ascritta, ma deve risultare dal
dialogo e dalla negoziazione tra i partner.
“Il capo famiglia non esiste più adesso, cioè nel 2007 per me il capofamiglia non c’è, per me l’uomo non è il capo
famiglia può esserlo anche una donna” (Focus femmine, S5)
“Che se ne parli insieme, che ci sia comunicazione, non può essere che si fanno le cose separate, no, bisogna collaborare in una famiglia, e ragionarci sulle cose” (Focus femmine, S1)
Questa visione ugualitaria si ritrova, seppur in modo poco articolato, anche negli scambi che avvengono
nel gruppo misto. In questo caso, troviamo sia ragazze che ragazzi che sostengono con relativa forza il
principio della condivisione e della collaborazione tra i partner.
“Secondo me è bello anche fare le cose a tavolino … se sai che tu fai questo e lui ti da una mano a fare dell’altro,
ci si gestisce un po’…” (Focus misto, S6, femmina)
“La cosa fondamentale è sempre parlarne, il dialogo, se c’è queste le cose vanno da sole” (Focus misto, S2, maschio)
“Proprio perché è una coppia, non ci deve essere una delle due persone che comanda, deve essere fatto insieme, altrimenti non è una coppia” (Focus misto, S1, maschio).
Quando si introduce una dimensione temporale, chiedendo, in questo caso esplicitamente, se e cosa sia
cambiato nei ruoli di genere rispetto al passato, le ragazze sottolineano una tendenza ad una maggiore
parità fra i sessi.
“Il capo famiglia non esiste più adesso … perché comunque si è persa questa cosa” (Focus femmine, S3)
“È migliorata per quanto riguarda la posizione delle due figure, adesso sono quasi alla parità”
(Focus misto, S6, femmina)
Osserviamo che sul tema dei ruoli di genere, fra le ragazze emergono delle forti prese di posizione sulle
questioni del potere, rispetto alle quali alcune di esse non esitano a riconoscere la supremazia maschile.
Quest’ultima posizione non emerge né nel gruppo misto, nel quale maschi e femmine sostengono una
posizione egualitaria, né tanto meno nel gruppo di soli maschi, nel quale la questione dell’asimmetria di
genere non viene per niente affrontata.
Vittima e aggressore: le parole che li contraddistinguono.
Nell’affrontare in modo specifico il tema della violenza, sono stati rilevati gli universi di significati ai quali
i partecipanti fanno ricorso per “spiegarsi” i comportamenti della vittima e dell’aggressore. In termini
generali, e alla stregua di qualsiasi processo attributivo, le diverse spiegazioni possono essere ricondotte a
cause disposizionali (carattere, natura) oppure situazionali (che dipendono dalle circostanze).
Durante l’analisi del materiale testuale, sono emerse delle differenze sostanziali nei contenuti espressi
secondo la composizione dei gruppi. Come vedremo, i partecipanti intrecciano discorsi qualitativamente
diversi nei tre gruppi.
a) Le parole per la vittima
Quando le ragazze (gruppo di sole femmine) sono portate a descrivere le caratteristiche e le cause che
portano una donna a subire, accettare, una relazione violenta, esse tendono a ricorrere al duplice sistema
di riferimento: una questione di carattere …
“… poi dipende dal carattere della donna…perché se una ha un carattere un po’ forte non credo che andrebbe
con un uomo che usa violenza o verbale o fisica su di lei” (Focus femmine, S5)
“Poi dipende dal carattere che una persona ha… se ho un carattere forte mi faccio rispettare, ci dividiamo e
a posto!”(Focus misto, S1, femmina)
ma anche una questione di storie familiari, esperienze passate e solitudine …
40 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
“…dipende anche molto dal modo in cui ti hanno cresciuto i tuoi genitori” (Focus femmine, S4)
“…dipende dalle varie situazioni, non è tanto il modo in cui cresce, in cui viene su, secondo me è più il fatto
di quello che vive sulla propria pelle, le proprie esperienze” (Focus femminile, S2)
“secondo me queste cose accadono anche alle donne che magari sono sole, che non hanno qualcuno a cui appoggiarsi, con cui confidarsi, chiedere aiuto, magari non sanno come fare” (Focus femmine, S7)
“è una paura molto frequente la paura di rimanere da soli, la paura di rimanere da sole senza nessuno accanto, e questo ti fa accettare cose che magari non accetteresti in altre situazioni” (Focus misto, S7, femmina)
Nel gruppo misto, ragazzi e ragazze appaiono concordi nel descrivere la vittima attraverso tratti prevalentemente disposizionali, raffigurandola come una persona fragile, debole di carattere, che fatica nel
riconoscere la violenza come tale.
“…ci sono persone fragili che si appoggiano a chiunque … se l’unica cosa che ho nella mia vita è quella persona, allora cerco di tenerla il più vicino stretta possibile per non perderla” (Focus misto, S6, femmina)
“… si non te ne rendi conto, anche secondo me “(Focus misto, S5, femmina)
“…non te ne accorgi, pensi che lui abbia sempre ragione, qualsiasi cosa tu faccia entri poi nella mentalità e
ti dici “si effettivamente sono provocante, gli altri mi guardano…”. (Focus misto, S7, femmina)
“… lei non si rende proprio conto della situazione…[…] dipende sempre dal carattere, magari c’è una ragazza debole” (Focus misto, S2, maschio)
“quelle più fragili, che magari non riescono ad esprimere le proprie parole, perché magari si sentono inferiori,
sentono di essere più fragili e si lasciano sottomettere e magari vengono picchiate.” (Focus misto, S1, maschio)
Anche le spiegazioni avanzate dai ragazzi (gruppo di soli maschi) per rendere conto del perché una donna possa rimanere vittima di un partner violento sono principalmente d’ordine disposizionale. In questo
caso tuttavia, e diversamente da quanto è emerso dal gruppo misto, non sono tanto evocati i tratti caratteriali di queste donne, quanto una precisa e diretta attribuzione di responsabilità alle donne stesse:
“...prima di quella situazione ci sono tutta una serie di cose che ti fanno capire la mentalità, il carattere di
una persona. Nella situazione loro ci sono finite più o meno consapevolmente, sapendo cosa sarebbero andate a
fare … cioè sicuramente si sarebbe potuta evitare …” (Focus maschi, S5)
“… però è logico che alla fine una donna se l’è cercata …” (Focus maschi, S2)
“… se una donna pensa ai soldi, e ce ne sono tantissime, possono andare a finire in una situazione di queste”
(Focus maschi, S1)
“… ti viene da pensare che magari ci stava per i soldi, e a volte a pensare solo ai soldi si va a finire in questo
modo …” (Focus maschi, S6)
Donne che descrivono principalmente come incapaci di fare fronte alla situazione9:
“ … dovrebbero provare a scappare, … non ci prova neanche, si lascia rovinare la vita e sta zitta, si arrendono e si lasciano andare, non si ribellano” (Focus maschi, S2)
“La donna è più debole nel complesso, sia caratterialmente che fisicamente” (Focus maschi, S5)
“La donna è portata ad essere più debole.” (Focus maschi, S6)
b) Le parole per l’aggressore
Il primo ordine di spiegazione che le ragazze (gruppo di sole femmine) esprimono rispetto all’aggressore si
colloca definitivamente nell’ambito della “natura” (cause disposizionali). I riferimenti evocano una “naturale
aggressività” dell’essere maschio, legata anche al suo “bisogno” di primeggiare sul gruppo (capo branco):
“L’uomo è di natura così” (Focus femmine, S2)
“Per me è nell’essere maschio, adesso è un brutto paragone, però anche nel regno animale ci sono i maschi
che per avere la supremazia si combattono a vicenda (Focus femmine, S4)
“… i ragazzi in gruppo si tirano le botte …”( (Focus femmine, S7)
“Vogliono mostrare la loro virilità, la loro forza” (Focus femmine, S7)
“Però lo fanno per dire Io sono il capo, posso e voglio” (Focus femmine, S2)
Il ragazzo S2 sostiene a lungo e risolutamente questo discorso. Tutti i ragazzi del gruppo intervengono con brevi esclamazioni di conferma (es. “sì, sì”; “siamo
d’accordo”; “anche per me è così”).
9
CAPITOLO 2 ALLA RICERCA DELLE PAROLE PER DIRLO
41
I ragazzi e le ragazze che compongono il gruppo misto, avanzano spiegazioni meno risolute e, sebbene non
manchino i riferimenti a cause di tipo disposizionale, queste tuttavia sono affiancate da spiegazioni collocate nei vissuti pregeressi dell’aggressore. In particolare, i partecipanti parlano di carattere, di mancanza
di autocontrollo e di insicurezza:
“…un carattere forte” (Focus misto, S3, maschio)
“…come fai a non autocontrollarti così? Con una persona che magari ami…” (Focus misto, S6, femmina)
“Per me è la persona insicura, che non trova la soluzione nel parlare …” (Focus misto, S5, femmina)
L’origine di queste caratteristiche individuali è però ricondotta a particolari esperienze del passato:
“Secondo me può dipendere dal passato, magari la persona che aggredisce lo fa perché ha subito anche lui la
stessa cosa” (Focus misto, S1, maschio)
“… una scarica di tante cose che sono successe prima e dopo è esploso” (Focus misto, S6, femmina)
Le spiegazioni espresse dai ragazzi del gruppo tutto maschile10 sono prevalentemente collocate nell’ambito della patologia. In sostanza, l’uomo violento è prima di tutto un malato mentale.
“al mondo ci sono dei malati mentali che arrivano fino a questo punto… ci sono persone al mondo che reagiscono in questo modo. Per me sono delle malattie mentali” (Focus maschi, S2)
“siamo fuori dal normale, è proprio una persona squilibrata e non ha proprio motivo di fare una cosa del
genere” (Focus maschi, S5)
Qualcuno, tuttavia, non manca di evocare un’origine familiare della malattia:
“dipende dai genitori, da cosa hai alle spalle…magari ha avuto una infanzia difficile, non ha avuto una
educazione” (Focus maschi, S5)
“c’è gente che magari è nata in realtà difficile, ha subito delle violenze…” (Focus maschi, S4)
La violenza nella relazione: modi e contesti
a) Violenza fisica e violenza psicologica
Nel confrontare i tipi di violenza, i ragazzi (maschi e femmine) sottolineano l’aspetto pernicioso e particolarmente pericoloso della violenza psicologica. Difficile da riconoscere, lega in qualche modo la vittima alla situazione, compromettendo seriamente il suo benessere. Benché non ne sottovalutino la gravità,
i ragazzi ritengono tuttavia che la violenza fisica, proprio per la sua immediatezza, sia più facilmente
riconoscibile sia da parte della vittima che da altre persone, rendendo più facili le richieste di aiuto.
“quella verbale c’è dappertutto” (Focus femmine, S1)
“…che comunque è quella (la violenza verbale) che ti ferisce di più, ti fa molto più male di uno schiaffo”
(Focus femmine, S3)
“… nella violenza fisica … prima o poi inizi a pensare a cosa sta succedendo … quella fisica la lavi via,
quella psicologica devi stare li a rimetterla a posto un tassello alla volta” (Focus misto, S6, femmina)
“… anche quella fisica ti lascia un trauma grande che ti può rimanere per sempre” (Focus misto, S7, femmina)
“Con la violenza psicologica forse lei pensa che lui l’ami ancora, ma con la violenza fisica è più difficile”
(Focus misto, S8, femmina)
“La violenza psicologica ti entra in testa, e pensi sempre di avere torto tu. Lui riesce sempre a farti sentire in torto
perciò non riesci mai a capire dove hai sbagliato …[…] invece la violenza fisica te ne rendi conto, è più facile
da ammettere, da parlarne con un’amica… è più facile da uscirne, secondo me” (Focus misto, S5, femmina)
“… a volte possono (le violenze psicologiche) essere peggiori di una reazione fisica” (Focus maschi, S4)
“… psicologicamente ti ammazza … se è una cosa frequente può arrivare a danneggiare dentro” (Focus misto, S2, maschio)
b) Le circostanze
In questa parte sono stati rilevati i discorsi proposti dai partecipanti in merito a come, e in che condizioni, secondo loro, vengono attuati i comportamenti violenti all’interno di una coppia.
È nel gruppo di sole ragazze che si discute della possibilità di riconoscere i “sintomi” di quella che potrebbe diventare una relazione violenta:
Anche in questo caso, vale l’osservazione relativa al S2 indicata nella nota 1.
10
42 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
“anche se dovesse alzare la voce senza motivo, che proprio dici non ce ne è motivo, allora lì bisognerebbe già
iniziare a pensarci” (Focus femmine, S2)
“quando non riesci più a parlare con la persona che hai davanti” (Focus femmine, S1)
“quando non hai dialogo” (Focus femmine, S8)
I partecipanti dei tre gruppi sono concordi invece nel riconoscere nella restrizione, o nei tentativi di
restrizione, della libertà della vittima una caratteristica del contesto in cui si agiscono le violenze: limitazione dei suoi rapporti sociali, restrizioni dei suoi spostamenti e controllo del suo abbigliamento.
“un uomo così tende anche proprio ad isolarti dalle amicizie” (Focus femmine, S7)
“sì che poi è brutto anche quello, quando hai il moroso e ti porta via delle amicizie… anche perché se ti isoli
dagli amici, alla fine poi ti lasci e non hai più nessuno” (Focus femmine, S5)
“se il ragazzo dice a lei di non uscire non c’è neanche amore … cioè non è che lui può dire non uscire quando invece
lui esce tutti i giorni quando vuole lui … ci deve essere una cosa un po’ equilibrata” (Focus misto, S1, maschio)
“quando l’uomo è molto possessivo, la ragazza non vive più, non può neanche andare a mangiare una pizza
con le amica. Lo si può vedere anche nel modo di vestire … ” (Focus misto, S5, femmina)
“Lui la considera come un oggetto, un suo possedimento” (Focus maschi, S5)
c) La vittimizzazione
Emerge inoltre nei tre diversi gruppi di discussione una descrizione del processo di “vittimizzazione”
attraverso il quale la vittima, sentendosi responsabile dei maltrattamenti subiti, partecipa in questo
modo alla conferma del contesto violento:
“Quando stai con una persona, non te ne accorgi, pensi che lui abbia sempre ragione, qualsiasi cosa tu faccia, entri
poi nella mentalità e ti dici che effettivamente mi sono vestita provocante, mi hanno guardata”(Focus misto, S7)
“lei chiede scusa, si vittimizza avanti a lui” (Focus maschi, S2)
“Sono donne che danno la colpa a se stesse per questi eventi che succedono …” (Focus Femmine, S6)
“La donna gli fornisce, gli da l’occasione di essere violento, nel senso che si fa vedere sempre debole, sempre
remissiva, sembra quasi dirgli ‘sono alla tua mercé … quindi gli da l’occasione” (Focus femmine, S2)
d) Una violenza quotidiana
In generale i partecipanti condividono l’idea che il comportamento violento si presenti raramente come
un evento isolato ed estemporaneo nella storia della coppia, ritenendo invece che esso costituisca un vero
e proprio modo di stare nella coppia stessa.
“sì proprio per la quotidianità…secondo me era una cosa di tutti i giorni” (Focus femmine, S1)
“quando una donna viene schiaffeggiata, è un po’ difficile che sia successo una volta e basta”
(Focus misto, S2, maschio)
“lei sembrava anche abbastanza abituata a questo genere di cose” (Focus misto, S7, femmina)
“magari in precedenza lei aveva già subito delle violenze non solo verbali ma anche fisiche” (Focus femmine, S4)
“non sembra sia la prima volta che succede un fatto simile” (Focus maschi, S5)
e) Una violenza ammissibile?
L’idea, appena descritta, secondo la quale la violenza costituisca una modalità relazionale specifica di una
coppia, sembra però essere riferita al mondo adulto o comunque ad esperienze relativamente lontane da
quelle dei partecipanti. Infatti, quando sono portati a discutere di circostanze concrete e riferite alle loro
esperienze, i partecipanti, in particolare le ragazze, esprimono pareri diversificati e meno risoluti: alcune
di loro non escludono la possibilità che nella (loro) coppia possano essere agiti comportamenti violenti
e che questi comportamenti possano essere perdonati.
“nel momento in cui faccio una cosa grave, anche io, se ti ho fatto le corna… se mi hai dato un ceffone come te
lo meriti tu me lo merito anche io” (Focus femmine, S3)
“se capita una volta, da quella volta si può imparare, perché tutti possono fare uno sbaglio, poi da quello
sbaglio si può ripartire, però deve essere l’unica e unica volta della tua vita… secondo me, bisogna sempre dare
una seconda possibilità, tutti possono sbagliare” (Focus misto, S6, femmina)
“Uno schiaffo è ammissibile quando si tradisce” (Focus misto, S6, femmina)
CAPITOLO 2 ALLA RICERCA DELLE PAROLE PER DIRLO
43
“[se mi hai tradita]… anche se ti perdono o anche se non ti voglio più vedere, io il ceffone te lo do lo stesso”
(Focus femmine, S3)
“bisogna poi vedere, perché magari la moglie lo aveva tradito un sacco di volte” (Focus maschi, S3)
Non manca però chi si rifiuta di trovare una qualsiasi forma di “circostanza attenuante” al comportamento violento:
“cambia poco se una va in giro provocante, non è giustificato, posso capire che uno sia più portato ma assolutamente
non giustificato, anzi, posso andare in giro anche nudo se voglio… alla fine non sei giustificato” (Focus maschi, S3)
“Io penso che nessuno si merita un ceffone” (Focus femmine, S6)
“Non si possono risolvere le cose con le mani, non funziona così” (Focus femmine, S2)
La violenza nella relazione: è possibile uscirne?
a) È difficile uscirne … perché non si sa di “esserci dentro”
Una delle spiegazioni alla quale ricorrono i partecipanti per rendere conto del fatto che la vittima non
fugga immediatamente da una relazione violenta, risiede nella difficoltà da parte della vittima stessa nel
riconoscere la violenza come tale.
“poi i problemi vengono dopo, all’inizio è tutto bello” (Focus femmine, S1)
“non sembrava all’inizio che potesse capitare” (Focus maschio, S1)
“all’inizio sei innamorata e non te ne rendi conto” (Focus misto, S6, femmina)
“L’uomo non esplode tutto in una volta, lo fa capire piano piano” (Focus maschi, S2)
“Prima di quella situazione ci sono tutta una serie di cose che ti fanno capire la mentalità, il carattere di
una persona” (Focus maschi, S5)
“All’inizio è tutto rose e fiori” (Focus femmine, S8)
b) È difficile uscirne … perché l’amore è più importante di tutto
Sono principalmente le ragazze (un solo maschio) ad avanzare quest’ordine di spiegazione. Ci sono forme di innamoramento, di attaccamento, che possono, secondo loro, offuscare la ragione, fino a rendere
“accettabile” anche la violenza subita.
“secondo me hanno paura di essere lasciate, perché magari non fanno quello che gli dicono, hanno paura di
essere lasciate e loro magari ci tengono, ci tengono alla persona che hanno accanto e non vogliono essere lasciate”
(Focus femmine, S7)
“è difficile quando la donna è innamorata” (Focus misto, S8, femmina)
“lei era molto presa, la vedeva come una cosa normale, magari non lo voleva neanche deludere” (Focus femmine, S7)
“sono molto le parole che incantano” (Focus femmine, S1)
“…se l’unica cosa che nella vita è quella persona, allora cerco di tenermela il più vicino e stretta possibile per
non perderla… perché se penso che non avrò niente altro all’infuori di quello, che la mia felicità è quella…”
(Focus misto, S6, femmina)
“restano molto attaccate al ragazzo per non perderlo, perché magari hanno solo lui” (Focus misto, S2, maschio)
c) Ne esce quando … non ne può più
Per la maggior parte dei partecipanti, la decisione di uscire da una relazione violenta arriva inevitabilmente e comunque, alla lunga arriva, per “sfinimento”. In qualche modo la vittima arriva ad un punto
di “rottura”, punto in cui “apre gli occhi” e “capisce” che deve “scappare”.
“secondo me arriverà anche il momento in cui scoppi… prima o poi apri gli occhi e te ne rendi conto” (Focus femmine, S2)
“…arriva allo sfinimento…” (Focus maschi, S3)
“Non può subire per tutta la vita” (Focus maschi, S1)
“Prima o poi apri gli occhi e te ne rendi conto”(Focus femmine,S2)
“voglio dire penso che di uomini ce ne siano al mondo, penso che una persona che ti tratti bene prima o poi la
trovi” (Focus femmine, S3)
“se mi ci trovo, non lo so, chiamo qualcuno, vado, in un modo o nell’altro me ne vado” (Focus femmine, S6)
“dovrebbero provare a scappare” (Focus maschi, S2)
“la donna se ne va” (Focus maschi, S2)
“lei scappa” (Focus maschi, S3)
44 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
d) È più facile uscirne se … c’è una rete di sostegno
In questa ultima parte i discorsi riguardano le condizioni che possono facilitare la donna nella sua decisione
di uscire da una relazione violenta. Si tratta allo stesso tempo di “soluzioni” e di “strategie di prevenzione”.
Secondo alcune ragazze il lavoro retribuito assicura alla donna la possibilità economica di allontanarsi dal
partner, ma le offre anche l’occasione di incontri e confronti che possono di per sé aiutarla ad allontanarsi
dalla relazione violenta:
“se ho il mio guadagno mi occupo di me e sono libera in un qualche modo … la donna che ha il suo guadagno questo la rende più aperta anche mentalmente, se ne rende anche più conto delle sue possibilità” (Focus
femmine, S1)
“la donna che ha il suo guadagno, questo la rende più aperta anche mentalmente, se ne rende anche più conto delle sue
possibilità … magari se ho un po’ di soldi riesco ad andare via e non devo sempre stare lì da lui” (Focus femmine, S1)
“ [al lavoro] il confronto con gli altri, ti confronti con altre donne e capisci che la situazione non è normale”
(Focus femmine, S3)
“perché se fai la casalinga non hai persone con cui parlare, sei sempre da sola” (Focus femmine, S8)
“Anche perché una casalinga dipende dal marito, credo anche una questione di protezione, anche per i soldi,
mentre una donna che lavora è indipendente” (Focus femmine, S6)
“secondo me c’è da guardarsi un po’ dentro, capire di cosa veramente abbiamo bisogno, di cosa vogliamo davanti e farlo con chi” (Focus misto, S6, femmina)
La questione della rete di sostegno alla quale fare affidamento per chiedere aiuto ha prodotto discorsi,
per alcuni aspetti, sorprendenti da parte delle ragazze. Da una parte esse fanno riferimento alla famiglia
(di origine della vittima) come il luogo più “sicuro” dove chiedere aiuto, identificando quindi le relazioni familiari come protettive. Dall’altra, e inaspettatamente trattandosi di adolescenti, esprimono invece
molte riserve sull’affidabilità della rete amicale.
“La famiglia è una cosa molto importante, dato che i genitori ti conoscono, ti hanno cresciuto, secondo me la
prima persona di cui dovresti fidarti …” (Focus femmine, S2)
“I familiari sono la prima cosa, che sono le persone che ti vogliono più bene, che sicuramente tengono più a
te” (Focus femmine, S3)
“Gli amici bisogna fidarsi fino a lì…perché ci sono gli amici e gli amici tra virgolette” (Focus femmine, S1)
“Se hai delle persone che ti sono sempre state accanto nei momenti belli e brutti e a cui ti senti in confidenza,
avete sempre parlato di qualsiasi cosa allora si, altrimenti no!” (Focus femmine, S3)
“Gli amici secondo me, come ha detto lei, sì ci credi fino a lì…perché le delusioni con gli amici ti portano
a non credere più nelle persone, ci credi sempre fino a lì!” (Focus femmine, S8)
“Perché gli amici prima o poi ti deludono, invece la famiglia, parlando in generale […] se i buoni
rapporti ci sono allora sono quelli che ti aiutano […] c’è da dire che se l’amico ti delude la famiglia non
ti deluderà mai” (Focus femmine, S3)
Le donne vittime di violenza dovrebbero rivolgersi alle forze dell’ordine. L’idea di potere (dovere) trovare sostegno in una tutela giuridica è espressa dai soli ragazzi:
“Se una donna dice che uno le ha messo le mani addosso questo può rischiare un processo, arresti domiciliari,
cose così” (Focus maschi, S4)
“Dovrebbe denunciare…La donna prende la sua posizione e lo va a denunciare, insomma fa qualcosa voglio
dire” (Focus maschi, S1)
I ragazzi esprimono a questo proposito idee molto definite. Poiché la violenza sulle donne è reato, occorre fare in modo che questi reati siano davvero puniti, inasprendo le norme e le pene.
“un irrigidimento delle leggi…provvedimenti più seri, più duri…” (Focus maschi, S2)
“prendono la denuncia in Italia e poi non viene fatto niente, un irrigidimento delle leggi, così alla fine uno ci
pensa, quando rischi di stare dentro cinque, sei anni ci pensi un attimo, se sei normale” (Focus maschi, S3)
“Occorre più vigilanza, non che adesso non ci sia, ma per prevenire queste cose forse dovrebbero mettere provvedimenti più seri, più duri”(Focus maschi, S2)
“la gente che commette uno stupro o una cosa grossa io la pianterei in galera, per due anni, tre anni, quattro anni…
poi una volta che esci secondo me, se non sei sempre malato non lo fai più. Invece adesso funziona che stai in galera un
giorno, due giorni, poi succede che magari gli danno la buona condotta, e alla fine sono tutti fuori” (Focus maschi, S4)
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
45
RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE
DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
Introduzione
Da molti anni psicologici e sociologici si sono ampiamente interrogati sul tema della violenza all’interno
della coppia. I cambiamenti storici, giuridici e sociali degli ultimi decenni hanno, dal canto loro, modificato sostanzialmente le concezioni della violenza, restringendone le soglie di accettabilità. Tuttavia, il fenomeno è ancora oggi molto diffuso in tutti i paesi del mondo, compresi quelli occidentali (Unicef, 2006)
tra cui anche l’Italia (Istat, 2007).
Come è stato evidenziato nella rassegna della letteratura sul tema (cfr. Cap. I), la ricerca psicologica e sociale non ha fino ad oggi fornito informazioni che ci consentano di verificare se e quanto questo fenomeno sia
presente anche nelle relazioni sentimentali degli adolescenti. La letteratura scientifica ha inoltre dedicato
scarsa attenzione alla comprensione di come gli adolescenti si rappresentano la violenza all’interno della
coppia e sui significati che i giovani attribuiscono alla messa in atto di tali comportamenti. Nella prima
parte della ricerca, realizzata come abbiamo visto nel capitolo precedente (cfr. Cap. 2) attraverso tre focus
group omogenei e misti rispetto all’appartenenza di genere dei partecipanti, sono stati individuati alcuni
primi interessanti risultati in questa direzione. In particolare è emerso come le parole e i significati con i
quali gli adolescenti parlano della violenza all’interno della coppia, tendano a variare in relazione al sesso
degli interlocutori coinvolti. Oltre alla tendenza da parte degli adolescenti a riprodurre spiegazioni molto
simili a quelle che la letteratura scientifica ha riscontrato riferendosi al mondo degli adulti, ciò che sembra
emergere dal primo studio è, infatti, una forte condivisione sociale delle possibili spiegazioni a cui viene
ricondotta la violenza all’interno della coppia. Un risultato, questo ultimo, che ci ha portato ad ipotizzare
che le rappresentazioni e i significati attribuiti dagli adolescenti alle relazioni “violente” all’interno della
coppia fossero quindi strettamente collegate alle più ampie rappresentazioni delle relazioni tra i generi
strutturate e condivise nel più ampio contesto sociale di cui gli stessi giovani fanno parte.
È stato soprattutto al fine di verificare questa ipotesi, ma anche al fine di trovare ulteriori e più ampie
conferme dei risultati ottenuti attraverso la fase più esplorativa della ricerca, che abbiamo proceduto alla
progettazione e realizzazione della seconda fase della ricerca-intervento. Questa fase è stata realizzata, come
vedremo meglio nei prossimi paragrafi, attraverso la costruzione e somministrazione di un questionario
strutturato ad un campione piuttosto ampio di ragazzi/e delle scuole superiori e dei centri di formazione
professionale della provincia, che sono stati messi a confronto con un sottocampione di studenti universitari dell’Ateneo di Parma.
Più in particolare, gli obiettivi di questa fase della ricerca-intervento erano quelli di indagare:
46 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
1. Come i/le ragazzi/e definiscono la loro identità di genere (auto-stereotipia)
2. Se e in che misura essi/e aderiscono agli stereotipi e ai pregiudizi di genere ancora oggi diffusi nel nostro contesto
sociale (stereotipia e pregiudizi di genere)
3. Come i/le ragazzi/e adolescenti della provincia di Parma si rappresentano le relazioni tra i due generi
(soprattutto in termini di a/simmetria e di possibili discriminazioni in vari ambiti della vita)
4. Quali significati essi/e tendono ad attribuire a comportamenti “violenti” quando questi riguardano le relazioni di
coppia tra adolescenti (soprattutto in termini di giustificabilità o meno di tali comportamenti, di percezione della loro frequenza tra i loro coetanei e nella società e in termini di attribuzione, sia all’aggressore che alla vittima, di tratti di genere, di stati d’animo e sentimenti)
5. Se e in che misura tali relazioni “violente” costituiscono una modalità di relazione esperita dagli stessi adolescenti
nelle loro relazioni di coppia
6. Se e come i comportamenti “violenti” del partner vanno ad impattare sulla loro soddisfazione di coppia percepita.
Al fine di raggiungere ciascuno di tali obiettivi, avvalendoci anche dei risultati emersi dai focus group,
è stato costruito e poi somministrato, ad un ampio campione di adolescenti della provincia di Parma, un
questionario strutturato. Lo strumento utilizzato e le caratteristiche socio-demografiche dei partecipanti
alla ricerca sono descritte nel prossimo paragrafo
3.1 Il questionario
Il questionario somministrato agli adolescenti si compone di quattro parti.
La prima parte, strutturata allo scopo di cogliere le immagini più generali che gli adolescenti hanno del
modo in cui gli uomini e le donne sono visti all’interno del nostro contesto sociale (obiettivi 1, 2 e 3), si
compone di sette domande che indagano aspetti diversi.
a) Le prime due sezioni sono finalizzate a misurare il grado di accordo/disaccordo espresso dagli adolescenti
su una serie di 16 item - in parte tratti da precedenti ricerche e in parte costruiti attraverso i risultati emersi dall’analisi dei focus group - finalizzati a rilevare il punto di vista dei partecipanti sui ruoli
dell’uomo e della donna nella nostra società (asimmetrie di genere). L’accordo/disaccordo misurato su sei
livelli (1 = fortemente in disaccordo e 6 = fortemente d’accordo) riguardava in particolare alcuni ruoli
che vengono tradizionalmente attribuiti agli uomini (es. è umiliante per un uomo svolgere lavori domestici) e alle donne (es. occuparsi della casa e della famiglia è una prerogativa delle donne) ed altri che
descrivono invece alcuni cambiamenti più recentemente registrati a tal proposito (es. anche gli uomini
dovrebbero stare a casa dal lavoro dopo la nascita dei figli). Per ciascuno dei 16 ruoli proposti, i partecipanti dovevano, oltre ad indicare il loro grado di accordo/disaccordo (dimensione dell’importanza, dom.
1), anche stimare (sempre su una scala a 6 punti dove 1 = non accade mai e 6 = accade sempre) quando
spesso ciascuna delle situazioni descritte fosse, a loro avviso, frequente nella società (dimensione della
frequenza; dom. 2).
b) Le tre domande successive riguardano la stereotipia e l’autostereotipia di genere che è stata rilevata attraverso la stessa lista di 12 aggettivi che i soggetti erano invitati ad attribuire, utilizzando una scala a
6 punti (1 = per niente, 6 = moltissimo), rispettivamente alle donne (dom. 3), agli uomini (dom. 4) e a
se stessi (dom. 5). Tra i 12 aggettivi proposti, 4 si riferiscono alle caratteristiche stereotipicamente attribuite alle donne (tenera, sensibile ai bisogni degli altri, amichevole, comprensiva), 4 a quelli stereotipicamente attribuiti agli uomini (deciso, pronto a correre rischi, atto al comando, forte) e 4 a dimensioni
non riferibili direttamente né agli uni, né agli altri (coscienzioso, onesto, fidato, sincero). I punteggi di
sintesi relativi alle caratteristiche stereotipicamente attribuite alle donne (femminilità) e agli uomini
(mascolinità) e a se stessi, nonché le analisi a tal proposito costruite, saranno presentate nel par. 3.4.
c) La domanda sei riguarda le politiche di discriminazione positiva previste ad esempio in Italia dalle
leggi sulle pari opportunità tra uomini e donne all’interno del mondo del lavoro. I partecipanti erano
in questo caso invitati ad esprimere la propria opinione (1 = è una cosa fortemente negativa per me, 6
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
47
= è una cosa fortemente positiva per me) con 14 situazioni che descrivono alcune possibili conseguenze
dell’applicazione di tali leggi, ad es. portano gli uomini ad incominciare a dubitare delle loro capacità, portano
a svalutare la femminilità delle donne che occupano posti di lavoro importanti, ….
d) La domanda 7 è l’ultima di questa prima sessione del questionario e misura il sessismo, ovvero pregiudizio espresso nei confronti delle donne. La scala utilizzata è quella derivante dagli studi di Glick e
Fiske (1997) già validata nel contesto italiano da Manganelli Rattazzi, Volpato e Canova (2008). Tale
domanda si compone di 22 item, 11 dei quali misurano l’atteggiamento di sessismo ostile (es. Le donne
tendono ad ingigantire i problemi che hanno sul lavoro) ed 11 l’atteggiamento di sessismo benevolo (es. gli
uomini sono incompleti senza le donne).
La seconda parte del questionario è dedicata alla “violenza” all’interno delle relazioni sentimentali.
Vengono in particolare indagati i significati che gli adolescenti attribuiscono a comportamenti violenti
diretti ed indiretti messi in atto dai ragazzi/e della loro età nei confronti dei rispettivi partner. I significati attribuiti ad alcune situazioni “violente” sono stati rilevati attraverso un disegno quasi-sperimentale in cui sono state proposte diverse situazioni relazionali (storie ricavate dai focus group, tabella
1) controllate in funzione del genere di chi agisce l’atto violento (maschio vs. femmina) e del tipo di atto
violento agito (controllo vs. schiaffo).
SCHIAFFO
CONTROLLO
Tabella 1. Disegno della ricerca
Attore: uomo
Attore: donna
Movente
Marco, un ragazzo di 19 anni, inizia
una storia con Laura, di 18. All’inizio
stanno bene insieme e sono molto
legati, ma dopo qualche settimana
lei inizia a rivelarsi piuttosto gelosa,
tanto che lo chiama continuamente
per sapere dove è. Inoltre, Marco si
accorge anche che Laura, appena
può, gli controlla il cellulare.
Laura, una ragazza di 18 anni, inizia
una storia con Marco, di 19. All’inizio
stanno bene insieme e sono molto
legati, ma dopo qualche settimana
lui inizia a rivelarsi piuttosto geloso,
tanto che la chiama continuamente
per sapere dove è. Inoltre, Laura si
accorge anche che Marco, appena
può, le controlla il cellulare.
La gelosia di Marco/Laura è iniziata
quando degli amici gli/le hanno riferito che una sera, ad una festa, lui/
lei stava parlando con atteggiamento affettuoso con un altro ragazzo/
un’altra ragazza.
Luca, un ragazzo di 19 anni, inizia
una storia con Angela, di 18. Si vedono frequentemente e stanno bene
insieme. Dopo alcuni mesi, durante una discussione, lui le da uno
schiaffo …
Angela, una ragazza di 18 anni, inizia
una storia con Luca, di 19. Si vedono frequentemente e stanno bene
insieme. Dopo alcuni mesi, durante una discussione, lei gli da uno
schiaffo …
Luca/Angela si è arrabbiato/a perché lei/lui gli/le aveva confessato
di avere baciato un’altro ragazzo/
un’altra ragazza.
Ad ogni soggetto è stata presentata in modo del tutto casuale una delle 4 storie. Le età dei protagonisti
di ciascuna storia è stata resa analoga all’età dei rispondenti. Le dimensioni rilevate dopo la presentazione
scritta di una delle 4 storie, a cui sarà dedicato il par. 3.5, riguardano:
a. i livelli di ammissibilità/giustificabilità attribuiti al comportamento violento prima (dom. 8.1) e dopo
(dom. 8.2) l’esplicitazione del movente legato a comportamenti della vittima che possono avere attivato
nell’aggressore forme di gelosia; la stima della frequenza di tali comportamenti tra i coetanei e più in
generale nella società. Queste due dimensioni sono state rilevate attraverso una lista di aggettivi bipolari
separati da 5 spazi semantici (es. giusto |_| |_| |_| |_| |_| sbagliato) e ripetuti in ordine casuale dopo la
presentazione della storia e dopo la presentazione del possibile movente;
b. il grado di stereotipia di genere rispettivamente attribuito alla vittima (dom. 8.4) e all’aggressore (dom.
8.3) misurato attraverso gli stessi aggettivi utilizzati nelle domande sulla stereotipia e auto stereotipia
di genere;
48 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
c. l’attribuzione ai due personaggi di uno specifico stato umorale (positivo, neutro e negativo; dom. 8.5),
della relativa connotazione di tale stato (rilevata attraverso tre aggettivi scelti liberamente dai soggetti;
dom. 8.6) e dell’attivazione emotigena rilavata attraverso un reattivo grafico denominato Mappa dei
sentimenti (dom. 8.7);
d. le strategie di soluzione attribuite con un certo margine di probabilità (1 = fortemente improbabile, 6 =
fortemente probabile) alla vittima della storia presentata. Esse sono state rilevate attraverso 18 possibili
strategie di coping che variano dal fare finta di niente al progettare di chiudere la storia (dom. 8.8).
e. Il livello di gravita (1 = assolutamente non grave, 6 = assolutamente grave) attribuito al comportamento
sia dell’aggressore, sia della vittima (dom. 8.9) e, più in generale, anche a tutti i comportamenti descritti attraverso le quattro storie (schiaffo, controllo, tradimento; dom. 8.11)
f. La frequenza con cui una situazione con quella descritta dalla storia è capitata al soggetto che risponde
(1= non mi è mai capitata, 6 = mi è capitata molto spesso; dom. 8.10)
La terza parte del questionario è dedicata alla descrizione delle relazioni sentimentali di cui gli adolescenti
hanno avuto/hanno esperienza. Essa comprende tre domande finalizzare a rilevare:
a) se gli adolescenti hanno avuto/hanno una relazione sentimentale importante e da quanto tempo (dom. 9)
b) Quanto spesso (1 = mai, 5 = sempre) all’interno di tale relazione sentimentale il proprio partner ha messo
in atto comportamenti violenti diretti (es. darti uno schiaffo) ed indiretti (es. metterti il broncio; dom. 10);
c) Quanto si ritengono soddisfatti della loro relazione sentimentale (1 = molto soddisfatti, 4 = molto insoddisfatti).
L’ultima parte del questionario rileva alcune informazioni socio-anagrafiche dei rispondenti. Esse verranno
presentate nel paragrafo successivo e riguardano il sesso, l’età, il luogo di nascita personale e familiare, la
scuola e classe frequentata, il livello culturale della famiglia e la condizione occupazionale dei partecipanti.
I risultati relativi alle diverse domande del questionario verranno presentati utilizzando, a seconda degli
obiettivi, le risposte fornite dai partecipanti ai singoli item, oppure quelle ricostruite sommando le risposte fornite agli item che compongono le diverse scale e sottoscale. Questi ultimi sono stati costruiti attraverso procedure di verifica delle loro proprietà psicometriche, ed in particolare attraverso analisi fattoriali
e analisi della coerenza interna rilevata attraverso l’alpha di Cronbach. Per una migliore rappresentazione
delle misure sintetiche che verranno presentate si è scelto di utilizzare come criterio per la ricostruzione
dei punteggi la media ponderata delle risposte date ai diversi item che compongono ciascuna dimensione.
Per comodità chiameremo da ora in avanti tali misure indicatori, mentre faremo riferimento alle risposte
date ai singoli item del questionario in termini di dati grezzi.
Gli indicatori e i dati grezzi verranno di volta in volta confrontati tra di loro e sulla base dell’appartenenza di genere e alla classe di età dei soggetti, quest’ultima rilevata attraverso la classificazione in tre classi
grossomodo corrispondenti alla classe scolastica frequentata dai ragazzi/e.
Le differenze riscontrate tra le diverse misure sono state controllate da un punto di vista statistico generalmente attraverso modelli di analisi della varianza adeguati al tipo e ruolo delle misure di volta in volta
considerate. Per semplificare la lettura dei dati l’entità e la significatività delle differenze che sono emerse
saranno nel testo indicate rispettivamente attraverso le medie e attraverso tre livelli di probabilità statistica (p). I tre livelli di probabilità indicati a sostegno dell’esistenza di una relazione significativa tra le
variabili di volta in volta considerate saranno: p < .05 (la probabilità che la relazione sia legata al caso è
prossima al 5%), p < .01 (la probabilità che la relazione sia legata al caso è prossima al 1%) e p < .001 (la
probabilità che la relazione sia legata al caso è prossima allo 0).
3.2 I partecipanti
Il questionario è stata somministrato complessivamente a 873 ragazzi (43%) e ragazze (57%) di età compresa tra i 14 e i 23 anni (età media = 15,56 (SD. = 1,48) frequentanti la seconda (49%) e quarta (51%)
delle scuole secondarie (69%), la prima (66%) e la seconda (34%) e degli istituti di formazione professionale della provincia di Parma (11%) e il primo anno di Psicologia all’Università di Parma (20%; tabella 2).
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
49
Tabella 2. Caratteristiche descrittive dei partecipanti (scuola e livelli di classe frequentata)
CAMPIONI
Scuole superiori
Università
Formazione professionale
1,00 Scuole superiori
92
118
210
100,0%
66,3%
24,1%
298
60
358
49,4%
33,7%
41,0%
Classe
1^ Conteggio
% entro CAMPIONI
2^ Conteggio
% entro CAMPIONI
4^ Conteggio
% entro CAMPIONI
Totale
Totale
305
305
50,6%
34,9%
603
92
178
873
69,1%
10,6%
20,4%
100,0%
Nella scelta degli istituti contattati e del numero di partecipanti selezionati all’interno di ciascuno di
essi (tabella 3), si è cercato di rispecchiare le caratteristiche dell’universo. Partendo dai dati forniti dalla
Provincia e relativi alla popolazione provinciale con 15 (3352) e 17 (3329) anni di età al 01/01/2006 e
stimando al 17% (1300 circa) la popolazione costituita dai ragazzi compresi in queste due fasce d’età ma
fuori dai percorsi scolastici pubblici, si è proceduto ad individuare un campione che fosse almeno pari al
10% dell’universo considerato. Nella scelta delle scuole e delle classi in cui somministrare il questionario,
si è cercato di tenere conto della distribuzione della popolazione in oggetto sul territorio e della distribuzione e della tipologia degli istituti scolastici presenti sul territorio provinciale di Parma.
Se si escludono i partecipanti frequentanti la Facoltà di Psicologia, i restanti soggetti contattati (781)
rappresentano l’11,7% dell’universo dei ragazzi/e di 15 e 17 anni residenti nella provincia di Parma al 31
dicembre del 2005.
Tabella 3. Scuole della Provincia contattate e numero di questionari somministrati in ciascuna
di esse (valori assoluti e percentuali)
1 Professionale Industriale Levi (Parma)
Frequenza
Percentuale
22
2,5
2 Professionale Alberghiera Magnaghi (Salsomaggiore)
38
4,4
3 Professionale Commercio Turismo Zappa (Borgo Val Di taro)
26
3,0
4 Tecnico commerciale Bodoni (Parma)
60
6,9
5 Tecnico industriale Da Vinci (Parma)
63
7,2
6 Tecnico Geometri Pacciolo (Fidenza)
49
5,6
7 Tecnico Periti agrari sacro Cuore (Traversetolo)
18
2,1
8 Tecnico Ordinamento Speciale Gadda (Langhirano)
33
3,8
9 Tecnico Ordinamento Speciale Gadda (Fornovo)
40
4,6
10 Liceo Classico Maria Luigia (Parma)
51
5,8
11 Liceo Scientifico Marconi (Parma)
89
10,2
12 Liceo Classico D’Annunzio (Fidenza)
34
3,9
13 Liceo Scientifico D’Annunzio (Fidenza)
35
4,0
14 Liceo Scientifico Fermi (Borgo Val Di Taro)
45
5,2
15 Formazione professionale Forma Futuro (Parma)
31
3,6
16 Formazione professionale CIOFS (Parma)
45
5,2
17 Formazione professionale ENAIP (Parma)
24
2,7
18 Formazione professionale ENAC (Fidenza)
78
8,9
19 Facoltà di Psicologia (Parma)
92
10,5
873
100,0
Totale
50 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
Nella tabella 4 sono presentate le altre caratteristiche socio-demografiche dei ragazzi/e che hanno completato il
questionario.
Tabella 4. Caratteristiche socio-demografiche dei partecipanti alla ricerca
Sesso
Frequenza
Percentuale valida
Maschio
376
43,4
Femmina
490
56,6
Totale
866
100,0
Mancanti
Età ricodificata
in tre classi
Scuola
Distretti della provincia
Luogo di nascita
Livello di istruzione padre
Livello di istruzione madre
Condizione lavorativa
Fino a 16 anni
422
48,3
17-18 anni
341
39,1
19-22 anni
110
12,6
Scuole superiori
603
69,1
Università
92
10,5
Formazione professionale
178
20,4
Parma
477
54,6
Fidenza
236
27,0
Sud Est
51
5,8
Valli del Taro e del Ceno
109
12,5
Nord Italia
607
70,5
Centro Italia
23
2,7
Sud o isole
122
14,2
Estero: paesi europei
57
6,6
Estero: paesi non europei
52
6,0
Mancanti
12
elementari
48
5,7
medie
277
33,0
superiori
357
42,6
università
157
18,7
100,0
Totale
839
Mancanti
34
elementari
27
3,2
medie
233
27,8
superiori
424
50,5
università
155
18,5
Totale
839
100,0
Mancanti
34
non lavoro
648
74,8
sì, ogni tanto
163
18,8
sì, tempo parziale
43
5,0
sì, tempo pieno
3
,3
altro
9
1,0
Totale
866
100,0
Mancanti
Totale
7
7
873
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
51
3.3 Le rappresentazioni delle relazioni di genere
L’identità di genere degli adolescenti
In questo paragrafo sono presentati i risultati relativi alle autodescrizioni che i partecipanti hanno fornito
rispetto a come essi/e si rappresentano la loro identità di genere. I punteggi rilevati sulle tre dimensioni ricavate dalla domanda 5 del questionario (mascolinità, femminilità e neutralità) e le loro differenze in funzione
del genere di appartenenza, sono presentate nel grafico 1 da cui emerge che maschi e femmine tendono ad
attribuirsi tutte le caratteristiche, anche se ciascuno dei due sessi tende ad attribuirsi le caratteristiche più
stereotipicamente associate al proprio sesso di appartenenza. Così, le femmine si attribuiscono più caratteristiche associate alla femminilità e più caratteristiche legate alla dimensione morale (neutralità) rispetto ai
maschi, i quali si descrivono in modo più risoluto delle compagne con caratteristiche tipicamente maschili.
Tutte le differenze, seppure non molto ampie sulla scala (a 6 punti) risultano altamente significative da un
punto di vista statistico (in tutti i casi p < .001); in ogni caso è sulle dimensioni della femminilità e della
moralità che le risposte date dai maschi e dalle femmine tendono maggiormente a diversificarsi. Seguendo le
indicazioni fornite dal modello sull’androginia psicologia (Bem, 1974, 1981) a cui lo strumento utilizzato
si è ispirato e considerando quindi i punteggi medi riportati sulle dimensioni della femminilità e mascolinità, sono stati ricostruiti 4 profili sintetici: i soggetti che hanno considerato le caratteristiche stereotipiche
socialmente attribuite al proprio genere di appartenenza più autodescrittive di quelle stereotipicamente
attribuite all’altro sesso sono stati definiti tipizzati; quelli che, viceversa, si sono autoattribuiti più caratteristiche dell’altro sesso che del proprio sono stati definiti cross-type; quelli che hanno presentato valori altri
sia sulla dimensione della femminilità che sulla dimensiona della mascolinità sono stati definiti androgini;
infine quelli che danno meno importanza ad entrambi gli aspetti sono stati definiti come indifferenziati.
È interessante osservare (grafico 2) come siano i maschi, significativamente più delle femmine, a descrivere
la propria identità di genere in senso androgino, autodefinendosi soprattutto in base a caratteristiche femminili; le femmine, più dei coetanei maschi, tendono invece a definire la propria identità di genere come
tipizzata in senso femminile o come indifferenziata (p < . 001). Il confronto fatto sulla base delle tre classi
d’età, grossomodo alle classi scolastiche frequentate, non fa emergere alcuna differenza statisticamente
significativa; l’identificazione di genere non sembra quindi dipendere dall’età dei soggetti considerati.
Grafico 1. Autostereotipia di genere nei maschi e nelle femmine (valori medi)
Femminilità
6
5
4,93
4,51
Mascolinità
Neutralità
5,11
4,70
5,06
4,28
4
3
2
1
M
F
Grafico 2. Modelli di identificazione di genere nei maschi e nelle femmine (valori percentuali)
50
Maschi
Femmine
40
30
20
10
Androgini
Cross-type
Tipizzati
Indifferenziati
Nota: Androgini (Femminilità > media, Mascolinità > media); Cross-type (Femminilità > media nei M., Mascolinità > media nelle F.); Tipizzati (Femminilità
> media nelle F., Mascolinità > media nei M. e viceversa per l’altra dimensione); Indifferenziati (Femminilità < media e Mascolinità < media).
52 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
I Ruoli di genere
A chi spettano i compiti della vita domestica? Come gli uomini e le donne devono conciliare vita familiare e lavorativa? Chi deve contribuire al reddito familiare? È su queste domande che si gioca la sfida alla parità dei ruoli di
genere all’interno delle relazioni di coppia. Quale è la posizione degli adolescenti a tal proposito? Le medie
delle risposte fornite dai partecipanti sono riportate nella tabella 5.
Tabella 5. Ruoli attribuiti agli uomini e alle donne nella nostra società: confronto tra maschi e
femmine (valori medi e confronto statistico tramite ANOVA tra maschi e femmine)
Ruoli di genere
M
F
Totale
2,64
1.3 È umiliante per un uomo svolgere lavori domestici
1,93
2,24***
2,79
1.4 Se la donna lavora, la vita familiare ne risente negativamente
2,43
2,58***
3,07
1.8 Gli uomini non sono capaci di svolgere le attività domestiche
2,37
2,77***
3,57
1.14 Una famiglia va avanti grazie al lavoro dell’uomo
2,40
2,91***
1.7 Anche gli uomini dovrebbero stare a casa dal lavoro dopo la nascita dei figli
3,05
3,06
3,05
4,11
1.10 È l’uomo che deve dirigere la famiglia
2,52
3,21***
3,64
1.6 Occuparsi della casa e della famiglia è una prerogativa delle donne
3,01
3,28***
1.9 In famiglia si va più d’accordo quando entrambi i partner lavorano
3,42
3,42
3,42
1.2 Gli impegni familiari ostacolano la realizzazione professionale di una donna
3,51
3,59
3,55
3,92
1.12 Nella nostra società, il ruolo della donna è principalmente quello di madre
3,65
3,77**
4,16
1.11 Nelle famiglie di oggi non esiste più il capofamiglia
3,48
3,87***
4,68
1.13 La donna può essere capofamiglia
3,26
4,06***
1.5 Una donna può sentirsi realizzata anche facendo la casalinga
4,32
4,16
4,23
5,32
1.1 Quando la donna lavora, gli uomini devono partecipare alle attività domestiche
4,11
4,79***
5,33
1.15 Al giorno d’oggi l’uomo e la donna devono contribuire entrambi al reddito familiare 5,03
5,20***
1.16 Le decisioni importanti che riguardano la famiglia devono essere prese di comune
accordo tra i partner
5,39
5,82
5,63***
1= Fortemente in disaccordo, 6= Fortemente d’accordo; *** p < .001; ** p < .01
Osservando le medie riportate nella tabella 5 in corrispondenza dei totali, si può notare come sia soprattutto sulla questione delle decisioni familiari e del reddito per la famiglia che gli adolescenti considerati
esprimono un più chiaro accordo circa la condizione di “parità” degli uomini e delle donne, mentre è
sull’impossibilità di una donna di conciliare la vita lavorativa con quella familiare che essi/e esprimono il
maggior grado di disaccordo. In particolare, i partecipanti negano che il lavoro della donna possa ripercuotersi negativamente sulla vita familiare, forse perché anche agli uomini è riconosciuta la capacità di
svolgere attività domestiche, non affatto considerate come motivo di umiliazione.
Se sono soprattutto i maschi a riconoscersi in quest’ultima posizione, così come a riconoscere più delle coetanee che una famiglia non va avanti solo grazie il lavoro dell’uomo, sono invece le femmine ad orientarsi
significativamente più dei maschi verso posizioni che riconoscono la parità dei partner almeno rispetto
alle decisioni prese in famiglia e al contributo economico. Le posizioni appaiono tuttavia più ancorate agli
stereotipi di genere per gli altri item considerati.
In particolare si può notare come siano i maschi a dichiararsi, seppure cautamente, d’accordo con affermazioni che sanciscono il diritto dell’uomo a dirigere la famiglia e a mantenerla e che occuparsi della casa
sia una prerogativa delle donne (item 10, 14 e 6); una posizione che contrasta con quella espressa dalle
coetanee che, oltre a dichiararsi in disaccordo con tali distribuzioni di ruolo, affermano al contrario dei
maschi o che nelle famiglie di oggi non esiste più il capofamiglia o che la donna può essere il capofamiglia11. Stupisce forse un po’ constatare che, seppure con differenze statisticamente significative e con valori
medi più alti per i maschi che per le femmine, entrambi i generi si riconoscano d’accordo nel considerare
che nella nostra società il ruolo della donna sia principalmente quello di madre. Ma stupisce ancora di più
Per questi confronti si può notare che mentre i valori di un gruppo (es. M) si collocano al di sotto della mediana teorica dalla scala (pari a 3,5), i valori dell’altro
gruppo (es. F) si collocano sopra la mediana teorica
11
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
53
rilevare come ci sia una forte condivisione tra gli adolescenti maschi e femmine nel considerarsi d’accordo
con il fatto che una donna possa sentirsi realizzata anche facendo la casalinga e con il fatto che gli uomini
non dovrebbero stare a casa dopo la nascita dei figli.
Solo in alcuni casi l’età sembra giocare un ruolo rilevante su tali posizioni (grafico 3); in particolare è con
il crescere dell’età che gli atteggiamenti nei confronti dei ruoli tra uomini e donne all’interno della coppia
tendono ad orientarsi verso posizioni più paritarie.
Grafico 3. Ruoli di genere in funzione delle classi d’età (valori medi)
Fino a 16 anni
17-18 anni
19-23 anni
6
5
4
3
2
1
Quando la donna
E’ umiliante
lavora, gli uomini
per un uomo
devono, partecipare
svolgere
alle attività
lavori
domestiche ***
domestici
*
Se la donna
lavora,
la vita familiare
ne risente
negativamente
*
Occuparsi
della casa
e della famiglia
è una prerogativa
delle donne
***
Anche gli uomini
dovrebbero
stare a casa dal
lavoro dopo la
nascita dei figli
**
E’ l’uomo
che deve
dirigere
la famiglia
***
Nella nostra
società,
il ruolo della
donna è
principalmente
quello di madre
***
La donna
può essere
capofamiglia
***
Una famiglia
va avanti
grazie al
lavoro
dell’uomo ***
Al giorno d’oggi
l’uomo e la
donna devono
contribuire
entrambi al
reddito familiare
**
Le decisioni
importanti che
riguardano la
famiglia devono
essere prese di
comune accordo
tra i partner
**
1= Fortemente in disaccordo, 6= Fortemente d’accordo; *** p < .001; ** p < .01
Interrogati rispetto a quanto, secondo loro, ciascuna delle situazioni presentate sia frequente nella società
(tab. 6), gli adolescenti considerati dichiarano come accada spesso che siano le donne ad occuparsi in modo
prevalente della casa e della famiglia, mentre non accada quasi mai che dopo la nascita dei figli gli uomini
stiano a casa dal lavoro.
Tabella 6. Ruoli attribuiti agli uomini e alle donne nella nostra società: confronto tra la
dimensione dell’accordo e la dimensione della frequenza (valori medi e correlazione di Pearson)
Ruoli di genere
Frequenza Accordo Correlazione
1.14 Una famiglia va avanti grazie al lavoro dell’uomo
4,11
2,91
.41***
1.6 Occuparsi della casa e della famiglia è una prerogativa delle donne
5,14
3,28
.10 **
1.10 È l’uomo che deve dirigere la famiglia
4,56
3,21
.30***
1.12 Nella nostra società, il ruolo della donna è principalmente quello di madre
4,51
3,77
.36***
1.3 È umiliante per un uomo svolgere lavori domestici
3,47
2,24
.19***
1.5 Una donna può sentirsi realizzata anche facendo la casalinga
3,39
4,23
.35***
1.4 Se la donna lavora, la vita familiare ne risente negativamente
3,19
2,58
.39***
1.13 La donna può essere capofamiglia
2,51
4,06
.35***
1.7 Anche gli uomini dovrebbero stare a casa dal lavoro dopo la nascita
dei figli
2,06
3,05
.36***
1.1 Quando la donna lavora, gli uomini devono partecipare
alle attività domestiche
3,01
4,79
.15***
1.9 In famiglia si va più d’accordo quando entrambi i partner lavorano
3,91
3,42
.41***
1.2 Gli impegni familiari ostacolano la realizzazione professionale di una donna
3,82
3,55
.36***
1.16 Le decisioni importanti che riguardano la famiglia devono essere
prese di comune accordo tra i partner
4,66
5,63
.18***
1.15 Al giorno d’oggi l’uomo e la donna devono contribuire entrambi
al reddito familiare
4,64
5,20
.32***
1.11 Nelle famiglie di oggi non esiste più il capofamiglia
3,63
3,87
.41***
1.8 Gli uomini non sono capaci di svolgere le attività domestiche
3,62
2,77
.31***
1= Fortemente in disaccordo, 6= Fortemente d’accordo; *** p < .001; ** p < .01
54 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
Secondo i ragazzi/e accade tuttavia abbastanza spesso anche che le decisioni importanti che riguardano la famiglia vengano prese di comune accordo tra i partner e che gli uomini e le donne contribuiscano entrambi
al reddito familiare, ma accade anche tra qualche volta e spesso che l’uomo diriga la famiglia e che il ruolo
della donna sia principalmente quello di madre. Al contrario, accade molto raramente che le donne siano
capofamiglia e che, quando la donna lavora, gli uomini partecipino alle attività domestiche.
Dal confronto con gli atteggiamenti espressi sulle stesse situazioni (tab. 6), si può desumere che gli adolescenti ritengono che le donne si occupano della casa e della famiglia (item 6) più spesso di quanto essi/e
riterrebbero giusto che le stesse facessero.
Una discrepanza analoga la si riscontra per l’item 10: in questo caso i partecipanti ritengono che gli uomini tendano nella nostra società a dirigere la famiglia più spesso di quanto essi/e riterrebbero giusto che gli
stessi uomini facessero. Una tendenza inversa si riscontra per gli item 1 e 13 dove i soggetti ritengono che
gli uomini partecipino alle attività domestiche e le donne svolgano il ruolo di capofamiglia meno spesso
di quanto essi/e riterrebbero giusto che gli uni e gli altri facessero.
Sembra quindi che gli adolescenti percepiscono la società in cui vivono come caratterizzata ancora da una
rigida divisione dei ruoli tra gli uomini e le donne. A tale percezione contrappongono una visione personale
più “moderna” dei ruoli sessuali all’interno delle relazioni di coppia, ruoli che se da un lato auspicano siano
caratterizzati da una maggiore parità sul piano del reddito e delle decisioni familiari, dall’altro accompagnano comunque al riconoscimento alle donne del loro più “tradizionale” ruolo di madri e di casalinghe.
Stereotipi, pregiudizi e discriminazione sessuale
Continuando ad analizzare le immagini che gli adolescenti hanno degli uomini e delle donne nel nostro
contesto sociale, in questo paragrafo verranno analizzate le risposte fornite dagli adolescenti su tre aspetti
strettamente correlati tra di loro:
a) la stereotipia di genere ovvero le credenze circa le caratteristiche associate all’essere uomo e donna nella
nostra società;
b) il pregiudizio sessista, ovvero l’atteggiamento nei confronti della posizione subordinata delle donne, misurato nel nostro caso attraverso due dimensioni: la prima, denominata sessismo ostile, è basata sulla credenza che sia giusto che gli uomini abbiano più potere delle donne e sul timore che le donne possano
usurpare il loro potere; la seconda, denominata sessismo benevolo, è basata sulla credenza che gli uomini
abbiano il compito di proteggere le donne e di provvedere al loro benessere;
c) la discriminazione positiva nell’ambito dei contesti di lavoro, ovvero la credenza che all’interno di tali
contesti si debba tutelare, attraverso specifiche azioni (ad esempio attraverso il rispetto delle leggi sulle
pari opportunità) il diritto delle donne di accedere agli stessi status/ruoli degli uomini.
a) Per quanto riguarda la misura della stereotipia di genere, lo strumento utilizzato prevedeva, come abbiamo
già evidenziato nel par. 3.2, che alcune caratteristiche stereotipicamente attribuite alle donne (femminilità)
e agli uomini (mascolinità) venissero associate a due bersagli: rispettivamente le DONNE e gli UOMINI.
Il grafico 4 riporta i punteggi sintetici di femminilità e mascolinità che gli adolescenti maschi e le femmine
che hanno partecipato alla ricerca hanno assegnato ai due bersagli. Il primo elemento da notare riguarda
la collocazione di tutti i punteggi al di sopra della mediana teorica della scala (3,5) utilizzata quindi come
livello minimo per la costruzione del grafico qui sotto raffigurato.
Grafico 4. Stereotipia di genere: caratteristiche femminili (femminilità) e maschili (mascolinità) attribuite
alle DONNE e agli UOMINI (bersagli) in funzione del sesso (M e F) dei partecipanti (valori medi).
6
DONNE
5,5
UOMINI
5
4,5
4
3,5
M - femminilità
M - mascolinità
1= Per niente, 6= Moltissimo; *** p < .001; ** p < .01
F - femminilità
F - mascolinità
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
55
L’analisi statistica rileva che se in generale le caratteristiche associate alla femminilità e alla mascolinità
vengono attribuite in egual misura alle DONNE (M = 4,31 e 4,36 rispettivamente; p > .05), i partecipanti tendono invece a differenziare più chiaramente lo stimolo maschile al quale attribuiscono caratteristiche
significativamente (p < .001) più maschili (M = 4,43) che femminili (M = 4,24). L’attribuzione di caratteristiche femminili o maschili ai due target dipende comunque in entrambi i casi (DONNE p < .001;
UOMINI p <.001) dall’appartenenza di genere di chi risponde (p < .001). Come è possibile osservare dal
grafico 4, rispetto al bersaglio DONNE si nota un vero e proprio effetto di interazione (p< .001): ovvero
mentre i maschi attribuiscono alle DONNE più caratteristiche maschili che femminili, le femmine attribuiscono alla loro categoria di appartenenza più caratteristiche femminili che maschili. Anche rispetto al
bersaglio UOMINI si possono notare gli effetti significativi dell’appartenenza di genere di chi ha risposto
al questionario: in questo caso, i rispondenti maschi e femmine sembrano sostanzialmente d’accordo nella
quantità di attributi femminili da attribuire agli UOMINI, tuttavia sono le adolescenti femmine ad attribuire all’altra categoria di appartenenza molte più caratteristiche stereotipiche (maschili) di quanto non
facciano i loro coetanei maschi.
Si potrebbe quindi affermare che l’immagine degli UOMINI espressa dagli adolescenti rimane sicuramente
più associata allo stereotipo corrispondente - che li vuole forti, decisi, pronti a correre rischi - di quanto non
rimanga associata al suo stereotipo - che le vede sensibili ai bisogni degli altri, tenere, comprensive e amichevoli - quella delle DONNE. Il confronto tra partecipanti maschi e femmine sembra tuttavia far emergere che, se entrambi i generi condividono lo stereotipo associato al genere maschile, essi non sono del tutto
d’accordo sulle caratteristiche da attribuire alle DONNE: infatti, all’immagine più androgina della DONNA riscontrata negli adolescenti maschi, le adolescenti sembrano rispondere con immagini più tipizzanti.
Al fine di cogliere più sinteticamente tali dimensioni, sono stati costruiti due indici di stereotipia di genere: quello verso le DONNE rappresenta la differenza aritmetica tra l’attribuzione di tratti femminili alle
donne e di tratti maschili agli uomini (un punteggio positivo indica perciò una alta stereotipia femminile);
quello verso gli UOMINI rappresenta, al contrario, la differenza aritmetica tra l’attribuzione di tratti maschili agli uomini e di tratti femminili alle donne (un punteggio positivo indica perciò una alta stereotipia
maschile). Un punteggio pari a 0 indica quindi l’assenza dello stereotipo corrispondente.
Come si può vedere dal grafico 5, e ad ulteriore conferma di quanto già evidenziato, la stereotipia è significativamente più accentuata nel caso degli UOMINI che delle DONNE (p < .001), anche se, ancora una
volta, tale differenza dipende dal sesso dei partecipanti (p < 001): i partecipanti maschi (M = 0.98) esprimono più stereotipi delle femmine (M = 0.66). Se questo è vero sia per gli stereotipi rivolti alle DONNE
(Maschi M = 0.88 vs Femmine M = 0.39), sia per gli stereotipi rivolti agli UOMINI (Maschi M = 1.08 vs
Femmine M = 0.93), occorre tuttavia notare come tale differenza sia più ampia quando il bersaglio della
stereotipia sono le DONNE.
Grafico 5. Stereotipia verso le DONNE e gli UOMINI in funzione del sesso dei partecipanti (valori medi).
Stereotipia vs. DONNE
stereotipia vs. UOMINI
1,2
1
0,8
0,6
0,4
0,2
0
Maschi
Femmine
Stereotipia vs. DONNE = stereotipi femminili alle DONNE – stereotipi maschili agli UOMINI (range -2,50 – 4,08)
Stereotipia vs. UOMINI = stereotipi maschili agli UOMINI – stereotipi femminili alle DONNE (range -2,25 – 3,75)
56 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
Le credenze stereotipiche legate ai due generi tendono a ridursi progressivamente con l’età (stereotipia vs
DONNE p < .05 e stereotipia vs UOMINI p < .01; grafico 6). A 19-23 anni esse fanno registrare punteggi
significativamente inferiori che nelle altre due fasce d’età considerate.
Grafico 6. Stereotipia verso le DONNE e gli UOMINI in funzione dell’età dei partecipanti (valori medi).
Stereotipia vs. DONNE *
Stereotipia vs. UOMINI **
1,2
1
0,8
0,6
0,4
0,2
0
fino a 16 anni
17-18 anni
19-23 anni
Stereotipia vs. DONNE = stereotipi femminili alle DONNE – stereotipi maschili agli UOMINI (range -2,50 – 4,08)
Stereotipia vs. UOMINI = stereotipi maschili agli UOMINI – stereotipi femminili alle DONNE (range -2,25 – 3,75)
Per quanto riguarda il pregiudizio sessista, il confronto con i risultati ottenuti nella validazione italiana dello
strumento su un campione di 333 studenti di psicologia (Manganelli Rattazzi et al., 2008) mette in luce
una tendenza dei partecipanti alla ricerca decisamente più orientata ad atteggiamenti pregiudizievoli. Infatti, sia sulla scala del sessismo ostile, sia su quella del sessismo benevolo gli adolescenti qui considerati hanno
espresso punteggi significativamente superiori (in entrambi i casi p < .001) a quelli riscontrati nella precedente ricerca. La differenza tra i due campioni resta significativa (p < .001) anche quando gli adolescenti
vengono distinti nelle tre fasce d’età considerate (tabella 7), seppure si possa comunque evidenziare una
forte e significativa (p < .001) riduzione del sessismo ostile nel passaggio dalla scuola superiore (fino a 18
anni) all’università (19-23 anni).
Tabella 7. Sessismo ostile e benevolo in funzione dell’età dei partecipanti: confronti con un
campione di 333 studenti di psicologia (valori medi e confronto post-hoc tra le tre classi d’età della ricerca)
Adolescenti di questa ricerca (N. 873)
Sessismo ostile (SH)
Sessismo benevolo (SB)
Campione 333 studenti
Fino a 16 anni
17-18 anni
19-23 anni
Totale
Totale
3,74 a
3,81 a
3,35 b
3,72
3,08
4,29
4,20
4,23
4,25
3,24
I risultati ottenuti controllando il genere degli adolescenti che hanno risposto al questionario sembrano
invece confermare quanto già emerso sia in Italia (Manganelli Rattazzi, 2008) sia, più in generale, dalle
ricerche cross-culturali (Glick et al., 2000; 2004). Nel confermare che il sessismo benevolo risulta in
generale più accettato di quello ostile (p < .001), l’analisi evidenzia un effetto significativo a carico del
sesso dei rispondenti (p < .001): come è possibile osservare dal grafico 7, vi è una tendenza da parte delle
ragazze a rifiutare, seppure moderatamente, la credenza che sia giusto che gli uomini abbiano più potere
delle donne, e che temano che le donne possano usurpare il loro potere (sessismo ostile); tendono invece
ad accettare la credenza che gli uomini abbiano il compito di proteggere le donne e di provvedere al
loro benessere (sessismo benevolo).
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
57
Nei ragazzi sessismo ostile e benevolo vengono invece accettati più o meno allo stesso livello con una leggera tendenza ad accettare più favorevolmente quello ostile.
Grafico 7. Sessismo ostile e benevolo in funzione del sesso dei partecipanti (valori medi).
Sessismo ostile
6
Sessismo benevolo
5
4
3
2
1
Maschi
Femmine
1= Fortemente in disaccordo, 6= Fortemente d’accordo
L’ultima parte, relativa alle immagini che gli adolescenti hanno di come gli uomini e le donne sono visti
nella nostra società, prende in considerazione il loro giudizio nei confronti delle conseguenze che possono
derivare dall’applicazione anche in Italia delle leggi sulle pari opportunità all’interno del mondo del lavoro. Due sono gli aspetti che sono stati ricavati dalle risposte fornite ai 14 item proposti per misurare la
posizione dei nostri soggetti su queste conseguenze. Il primo aspetto o dimensione fa riferimento ai presunti vantaggi per le donne (discriminazione positiva che favorisce le donne): si tratta di una dimensione che fa
ad esempio riferimento al fatto che l’applicazione delle leggi sulle pari opportunità nel mondo del lavoro
possa favorire l’autonomia economica delle donne, aumentare la loro consapevolezza di poter accedere a posti di lavoro
importanti, ridurre la loro sensazione di essere “sotto pressione”, non portare ad una valorizzazione della loro femminilità quando accedono a posti di lavoro importanti e via dicendo. La seconda dimensione fa invece riferimento
al fatto che tali leggi non vadano a minacciare sostanzialmente le posizioni e i privilegi degli uomini (discriminazione positiva che non minaccia gli uomini). In questo caso si sottolinea ad esempio che l’applicazione
delle leggi sulle pari opportunità nel mondo del lavoro non porta gli uomini ad incominciare a dubitare delle
loro capacità, non riduce la loro possibilità di accedere a posti di lavoro importanti, né il potere di quanti già occupano
posti di lavoro di una certa rilevanza, né porta gli uomini a perdere la fiducia in se stessi.
Il primo aspetto evidenziato dall’analisi mette in luce il fatto che gli adolescenti contattati tendono ad
esprimere un giudizio significativamente (p < .001) più positivo sulla discriminazione positiva che favorisce
le donne (M = 4.41) che sulla discriminazione positiva che non minaccia gli uomini (M = 3.76). Una tendenza,
questa, che si specifica quando si introducono le differenze di genere dei partecipanti (p < .001). Infatti,
come si può notare anche dal grafico 8, in modo analogo a quanto è già emerso a proposito del sessismo,
vi è una tendenza da parte delle ragazze a valutare più positivamente i vantaggi che l’applicazione di tali
leggi sulla parità comportano per le donne che per gli uomini (p < .001), cosa che non accade per i loro
coetanei che valutano abbastanza positivamente sia i vantaggi per le donne che i non svantaggi per gli
uomini (p > .05). In sostanza, sembrerebbe che le ragazze siano più impegnate a sostenere con fermezza
l’idea che l’applicazione delle leggi sulle pari opportunità nel mondo del lavoro potrebbe migliorare la
loro posizione lavorativa senza snaturare la loro femminilità, che a portare avanti la credenza che tale applicazione legislativa non vada ad intaccare in alcun modo le posizioni di potere e di competenza assegnate
agli uomini. I ragazzi riconoscono invece con più forza sia i vantaggi per le donne che i non svantaggi per
gli uomini.
58 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
Grafico 8. Discriminazione positiva a favore delle donne e che non minaccia gli uomini in funzione del
sesso dei partecipanti (valori medi).
Discriminazione positiva che non minaccia gli uomini ***
Discriminazione positiva che favorisce le donne ***
6,0
5,5
5,0
4,5
4,0
3,5
3,0
2,5
2,0
1,5
1,0
Maschi
Femmine
1= È una cosa fortemente negativa per me, 6= È una cosa fortemente positiva per me
La posizione dei soggetti sulla discriminazione positiva varia significativamente in funzione dell’età (grafico
9). Le differenze meno consistenti si riscontrano sulla discriminazione positiva che non minaccia gli uomini (p <
.05). In questo caso, è la posizione dei ragazzi/e più piccoli (M = 3.78) a differenziarsi significativamente
(p < .05) da quella espressa dai più grandi (19-23 anni, M = 3.53). Più ampie sono invece le differenze
riscontrate rispetto ai vantaggi per le donne (p < .001): il giudizio di favorevolezza espresso dagli adolescenti tende infatti ad aumentare progressivamente con il crescere dell’età (fino a 16 anni vs. 17-18 anni p
< .05), raggiungendo tra i 19-23enni la posizione più positiva (p < .001).
Grafico 9. Discriminazione positiva che favorisce le donne e che non minaccia gli uomini in funzione
dell’età dei partecipanti (valori medi).
Discriminazione positiva che non minaccia gli uomini *
Discriminazione positiva che favorisce le donne ***
6,0
5,5
5,0
4,5
4,0
3,5
3,0
2,5
2,0
1,5
1,0
fino a 16 anni
17-18 anni
19-23 anni
1= È una cosa fortemente negativa per me, 6= È una cosa fortemente positiva per me
Profili di sintesi
Al fine di ricostruire alcuni profili di sintesi che possano descrivere come gli adolescenti si rappresentano
gli uomini e le donne nella nostra società, gli indicatori costruiti sulle dimensioni dei ruoli di genere, della
stereotipia, del sessismo e della discriminazione sono stati sottoposti ad un’analisi di classificazione che ha
permesso di identificare tre diversi gruppi di soggetti.
La tabella 8 riporta i punteggi medi rilevati in ciascuno dei tre raggruppamenti.
Il primo gruppo, composto da 204 adolescenti e rappresentato più dai ragazzi (76,5%) che dalle ragazze
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
59
(23,5%) e soprattutto (94,2%) da quelli che hanno massimo 18 anni, si caratterizza per un atteggiamento
piuttosto “tradizionale” nei confronti delle relazioni tra i due sessi ed in particolare del ruolo della donna
nella società. Infatti, sono quelli che tendenzialmente esprimono più stereotipi di genere, ma soprattutto sono meno sfavorevoli al mantenimento di relazioni asimmetriche e più propensi ad esprimere forme
di sessismo di tipo ostile. Per quanto riguarda le misure della discriminazione positiva, questi ragazzi/e
tendono a pensare che, in fondo, le leggi sulle pari opportunità non minacciano gli uomini, ma al tempo
stesso esprimono un giudizio meno positivo nei confronti dei vantaggi che la loro applicazione potrebbe
avere sulle donne. Per tutti questi aspetti questo gruppo è stato definito come formato da soggetti Tradizionalisti.
Il secondo gruppo di adolescenti (274) sembra invece caratterizzarsi soprattutto per un atteggiamento di
pregiudizio più vicino alle forme implicite che esso può assumere ed è quindi stato definito come formato
da adolescenti che condividono posizioni Implicite. Si tratta infatti di ragazzi e ragazze che esprimono con
convinzione la credenza che gli uomini si differenziano dalle donne in virtù di caratteristiche riconducibili
agli stereotipi di genere, si differenziano dagli altri gruppi di adolescenti per il carattere più benevolo
che ostile del loro atteggiamento di pregiudizio nei confronti delle donne e percepiscono che i rapporti
asimmetrici all’interno della coppia sono oggi ancora piuttosto frequenti. Se si guarda alla composizione
di questo gruppo, si nota che in esso sono significativamente sovrarappresentati i maschi (58% vs. 42% di
femmine) e gli adolescenti più piccoli (fino a 16 anni) che risultano pari al 57,7%. Rispetto all’identità di
genere, sono infine significativamente sovrarappresentati gli adolescenti tipizzati (20,4%).
L’ultimo gruppo, composto da 316 soggetti, è quello che esprime l’atteggiamento più critico nei confronti
delle differenze di genere. Lo si intuisce soprattutto dal giudizio positivo con cui questi ragazzi/e sottolineano i vantaggi che l’applicazione delle leggi sulle pari opportunità all’interno del mondo del lavoro potrebbe comportare per le donne. Questo gruppo riporta inoltre i punteggi più bassi su tutte le dimensioni,
ad eccezione di quella definita come sessismo benevolo. Questi ragazzi e ragazze sono quindi stati definiti
come Egualitari. Non stupisce constatare che in questo raggruppamento sono significativamente sovrarappresentate le ragazze (85,4%) e soprattutto quelle più grandi (19-23 anni = 20,7%). Nessun particolare
profilo di identità di genere sembra invece in questo caso prevalere.
Tabella 8. Rappresentazioni delle relazioni tra i generi: profili di sintesi (valori medi risultati dalla
analisi dei CLUSTER e confronto POST-HOC)
Cluster
1 (204)
2 (274)
3 (316)
Stereotipia DONNE (femminilità donne - mascolinità uomini)
,42b
1,42c
,11a
Stereotipia UOMINI (mascolinità uomini - femminilità donne)
,86a
1,41b
,77a
Discriminazione positiva verso gli uomini
4,24b
3,61a
3,55a
Discriminazione positiva verso le donne
3,91a
4,14b
4,99c
Sessismo ostile
4,22b
4,09b
3,17a
Sessismo benevolo
3,57a
4,59c
4,37b
Asimmetria nelle relazioni: dimensione di giudizio
3,22c
3,05b
2,11a
Asimmetria nelle relazioni: frequenza percepita
3,80b
3,95c
3,63a
M
M
Fino a 16
Tipizzati
Impliciti
F
19-23 anni
Tradizionalisti
Egualitari
60 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
3.4 I significati attribuiti alle relazioni di coppia “violente”
Giustificabilità e frequenza di comportamenti violenti nelle relazioni sentimentali
Come abbiamo già evidenziato nella parte metodologica, al fine di ricostruire i significati che gli adolescenti tendono ad attribuire a relazioni sentimentali in cui vengono messi in atto comportamenti violenti,
sono state ricostruire (anche sulla base di quanto emerso nei focus group) quattro storie in cui è stato fatto
variare sistematicamente sia il tipo di atto agito, sia il genere di chi lo ha messo in atto. In particolare si è
ritenuto importante considerare sia un atto di violenza più esplicita come lo schiaffo, sia un atto di violenza
psicologica, come il controllo, messi in atto sia dall’uomo che dalla donna (figura 1).
In questo paragrafo presentiamo i risultati che sono emersi dopo la lettura, da parte di ciascun partecipante, di una delle quattro storie e prima e dopo che fosse “svelato” il possibile movente del comportamento
aggressivo descritto. Le prime due dimensioni che vengono analizzate sono quelle del giudizio che gli
adolescenti hanno espresso circa l’ingiustificabilità, l’irragionevolezza, l’inutilità, la pericolosità, la svantaggiosità e la devianza dell’atto violento, e quella della stima della frequenza con cui gli stessi adolescenti
percepiscono che azioni come quelle presentate nella storia accadono ai propri coetanei, amici o più in
generale nella società. La dimensione di giudizio e di frequenza che qui presentiamo sono infatti rappresentate da indicatori di sintesi che inglobano quindi (e più in specifico sommano in modo ponderato) le
risposte che i soggetti hanno fornito ad una serie di aggettivi bipolari.
Per quanto riguarda la dimensione di giudizio e quindi la presunta “immoralità” dell’atto violento misurate prima dell’indicazione del possibile movente, l’analisi dei dati (grafico 10) ha innanzitutto evidenziato
che ragazzi e ragazze tendono a condividere gli stessi significati (p > .05), che lo schiaffo (M = 3.56) viene
considerato significativamente (p < .001) più immorale del controllo (M = 3.36), che l’azione è considerata
significativamente (p < .001) più grave quanto ad agirla sono gli uomini (M = 3.76) piuttosto che le donne
(M = 3.16). Si può notare, tuttavia, un effetto di interazione (p < .001) tra le quattro situazioni: in particolare, quando il comportamento aggressivo è messo in atto dall’uomo è lo schiaffo ad essere considerato più
grave del controllo; viceversa, quando autrice è la donna è il controllo che viene considerato più grave dello
schiaffo. In sostanza è considerato più grave che un uomo dia uno schiaffo e che una donna controlli un uomo.
Anche sulla dimensione della frequenza percepita ragazzi e ragazze tendono a condividere la stessa rappresentazione (p > .05; grafico 10). Il controllo (M = 3.54) è considerato significativamente (p < .001) più
“frequente” dello schiaffo (M = 2.90), ed entrambi sono stimati come significativamente (p < .001) più
spesso agiti dalle donne (M = 3.43) che dagli uomini (M = 3.01). Non si notano tuttavia in questo caso
effetti di interazione (p > .05), per cui sul versante della frequenza, controllo e schiaffo vengono stimati
allo stesso modo indipendentemente dal fatto che siano agiti dall’uomo o dalla donna.
Grafico 10. “Immoralità” e “frequenza” attribuita al comportamento violento presentato nelle storia in
funzione delle variabili di disegno (valori medi)
COMPORTAMENTO INGIUSTIFICABILE, IRRAGIONEVOLE, INUTILE, SBAGLIATO…
Controllo - C
COMPORTAMENTO FREQUENTE NELLA SOCIETÀ, I COETANEI…
Schiaffo - S
5
5
4
4
3
3
2
2
Controllo - C
Schiaffo - S
1
1
Attore: uomo - U
Attore: donna - D
Attore: uomo - U
Attore: donna - D
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
61
L’introduzione all’interno della storia di un movente - riconducibile alla gelosia presumibilmente fomentata dalle attenzioni che il/la proprio/a partner avrebbe dedicato ad un altro ragazzo/a - modifica in modo
significativo il livello di ingiustificabilità/immoralità e la frequenza con cui i partecipanti tendono a percepire la presenza di tale fenomeno nel proprio contesto di vita. Infatti, quando gli adolescenti sono portati
a valutare la storia alla luce del “presunto” tradimento, sia il controllo, sia lo schiaffo tendono ad essere
percepiti come significativamente più morali (p < .001) e frequenti (p < .001). Nel caso della dimensione
di giudizio (immoralità) questo accade indipendentemente sia da chi ha agito l’atto violento (p > .05),
sia dal tipo di atto violento agito (p > .05; grafico 11); nel caso invece della dimensione della frequenza
si riscontrano anche effetti significativi in funzione di chi mette in atto l’azione (p < .05; Laura/Angela >
Marco/Luca) e del tipo di atto agito (p < .01; controllo > schiaffo).
I dati sembrano quindi indicare che la gelosia sia percepita dagli adolescenti come una possibile “scusante”
dell’atto violento del partner che a fronte di tutto ciò tende ad assumere significati di maggiore ammissibilità.
Grafico 11. “Immoralità” e “frequenza” attribuita al comportamento violento prima e dopo la presentazione del “movente” (valori medi)
Prima del "movente" - P
Dopo il "movente" D
5
4
3
2
1
"Immoralità"
controllo: lui
"Immoralità"
controllo: lei
"Immoralità"
schiaffo: lui
"Immoralità"
schiaffo: lei
"Frequenza"
controllo: lui
"Frequenza"
controllo: lei
"Frequenza"
schiaffo: lui
"Frequenza"
schiaffo: lei
Relazioni sentimentali violente e stereotipia di genere
Ci si è chiesti anche se la stereotipia di genere, intesa come l’attribuzione di caratteristiche stereotipiche
maschili o femminili rispettivamente agli uomini e alle donne, venisse in qualche misura distorta dai
partecipanti al fine di renderla congruente con la situazione presentata nella storia. Ci si aspettava, infatti,
che gli adolescenti tendessero ad accentuare le caratteristiche stereotipiche associate alla mascolinità per
l’attore che aveva agito il comportamento aggressivo e, viceversa le caratteristiche stereotipiche legate alla
femminilità per la vittima, e ciò indipendentemente dal loro genere di appartenenza. Al fine di verificare
questa ipotesi sono stati costruiti anche in questo caso due indicatori di sintesi: la stereotipia attribuita al
personaggio maschile della storia (Marco o Luca) è stata costruita sottraendo le caratteristiche maschili a
quelle femminili ad esso assegnate (indipendentemente dal ruolo giocato nella storia); la stereotipia attribuita al personaggio femminile della storia (Laura o Angela) è stata costruita sottraendo le caratteristiche
femminili a quelle maschili ad essa assegnate (sempre indipendentemente dal ruolo giocato nella storia).
Il grafico 12 descrive le tendenze rilevate nei due indicatori di stereotipia a seconda delle quattro situazioni sperimentali (controllo vs schiaffo; attore lui vs. attore lei). Il primo dato che ci sorprende riguarda la
tendenza alla contro-stereotipia rilevata nel caso della protagonista femminile. Sia nel ruolo di attrice che
in quello di vittima, Laura/Angela vengono descritte più con attributi maschili che con attributi femminili. È interessante osservare che, reagendo alla storia, i partecipanti “rimodellano” lo stereotipo di genere
espresso in riferimento alle donne in generale, la cui media sul campione totale risultava pari a 0,60, con
un valore quindi positivo indicante una maggiore caratterizzazione dello stimolo in termini di tratti ste-
62 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
reotipici. Questa tendenza alla contro-stereotipia non si differenzia significativamente in relazione al tipo
di storia presentata (p > .05); l’unica tendenza che si può in questo caso evidenziare riguarda la minore caratterizzazione maschile del personaggio femminile della storia nella condizione in cui essa risulta vittima
di un controllo da parte del partner.
Grafico 12. Stereotipi di genere attribuiti ai personaggi delle storie in funzione della loro condizione (attore vs. vittima) e del tipo di azione agita (controllo vs. schiaffo) (valori medi).
1,2
1
0,8
0,6
Stereotipia vs. DONNA
Stereotipia vs. UOMO
0,4
0,2
0
Controllo: lui
Controllo lei
Schiaffo: lui
Schiaffo: lei
-0,2
-0,4
-0,6
Stereotipia vs. LAURA/ANGELA = stereotipi femminili a LAURA/ANGELA - stereotipi maschili a MARCO/LUCA (range -5,00 – 3,50)
Stereotipia vs. MARCO/LUCA = stereotipi maschili a MARCO/LUCA - stereotipi femminili a LAURA/ANGELA (range -3,25 – 4,50)
Al contrario, indipendentemente dal loro ruolo nella storia, la descrizione fornita di Marco/Luca tende a
confermare lo stereotipo di genere precedentemente emerso: a fronte del target generico “uomini” i partecipanti avevano infatti riportato un valore medio positivo pari a 0,99, di fatto leggermente superiore a
quello rilevato in risposta alla storia presentata che si attesta su un valore medio pari a 0,56. In questo caso,
la stereotipia associata a Marco/Luca tende a variare significativamente a seconda della storia presentata (p
< .001): i partecipanti tendono ad attribuire a Marco/Luca più tratti maschili che femminili, più quando
sono attori (M = 0,78) che quando sono vittime (M = 0,33, p < .001), più nel caso dello schiaffo (M =
0,74) che del controllo (M = 0,37; p < .001), differenze, queste, che risultano più significativamente più
ampie (p < .05) quando l’uomo è attore, piuttosto che vittima.
Solo nel caso dello stereotipo maschile la nostra ipotesi sembra quindi, seppure parzialmente, confermata:
gli uomini vengono percepiti come più uomini quando mettono in atto comportamenti violenti e un po’
meno uomini quando invece ne sono vittima.
È interessante tuttavia osservare (grafico 13) che rispetto al livello di stereotipia maschile espresso in generale, i punteggi di mascolinità attribuiti ai personaggi maschili delle storie presentate tendono ad essere
significativamente più bassi in tutte le condizioni (p < .001) ad eccezione di quella in cui Marco da uno
schiaffo a Laura (p > .05) dove i punteggi medi tendono ad essere piuttosto uguali. Questa tendenza alla
contro-stereotipizzazione risulta ancora più accentuata, come abbiamo già accennato, per Laura/Angela
che nelle situazioni di “violenza” presentate dalle storie, attrici o vittime che siano, tendono a perdere parte
della loro femminilità acquisendo caratteristiche maschili. Al di là dell’impatto esercitato dalle variabili
di disegno controllate nelle storie, i dati sembrerebbero quindi suggerire una “presa di distanza” dagli
stereotipi di genere da parte degli adolescenti che se li riconoscono come presenti all’interno della società,
ne prendono tuttavia seppur parzialmente le distanze quando essi vengono riferiti ai ragazzi e alle ragazze
della loro età.
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
63
Grafico 13. Stereotipi di genere attribuiti agli UOMINI in generale e al personaggio maschile nelle quattro
storie presentate (valori medi).
Stereotipia vs. UOMO (in generale)
Stereotipia vs. UOMO (storia)
1,2
1
0,8
0,6
0,4
0,2
0
Controllo: lui
Controllo: lei
Schiaffo: lui
Schiaffo: lei
Attivazione emotigena dell’attore/vittima dell’atto violento
Un altro aspetto analizzato in riferimento alla storia presentata è quello relativo ai possibili stati d’animo
e sentimenti attribuiti agli attori e alle vittime delle quattro situazioni. Il grafico 14 descrive l’attribuzione dello stato umorale (positivo, neutro e negativo) a seconda del tipo di azione aggressiva (controllo vs.
schiaffo) e del genere dell’attore del comportamento (Uomo vs. Donna). Come si può notare, in generale
prevale una attribuzione di tipo negativo: qualunque sia il contesto della storia, i partecipanti tendono ad
attribuire ai protagonisti un umore soprattutto negativo.
Grafico 14. Umore attribuito ai personaggi delle storie in funzione storie in funzione della loro condizione
(attore vs. vittima) e del tipo di azione agita (controllo vs. schiaffo) (valori medi).
Umore Uomo (UU)
Umore donna (UD)
1
0,5
0
-0,5
-1
Controllo - Uomo (CU)
1 = ☺ positivo; 0 =
Schiaffo - Uomo (SU)
Controllo - Donna (CD)
Schiaffo - Donna (SD)
neutro; -1 = ☹ negativo
Più specificatamente l’umore negativo viene attribuito significativamente (p < .001) più alla donna (M
= -0,68) che all’uomo (M = -0,61), anche se ovviamente esso risulta significativamente (p < .001) più
negativo quando l’uomo o la donna sono attori piuttosto che vittime dell’atto “violento”. Non emergono
infatti effetti significativi che possono essere imputati al genere dell’attore (p > .05), mentre si può notare
che le differenze nell’attribuzione dell’umore all’attore/vittima sono significativamente (p < .001) maggiori nel caso del controllo che dello schiaffo che sembra quindi suscitare in misura maggiore del controllo
sentimenti negativi sia in chi lo agisce, sia in chi lo riceve. In qualche modo l’attribuzione di un umore
meno negativo alle donne e agli uomini vittima di una azione di controllo da parte del partner conferma,
in accordo anche con i dati sopra presentati, la maggiore accettazione sociale di tale atto, almeno rispetto a
64 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
quello più diretto dello schiaffo. Ad ulteriore conferma di questo aspetto basti pensare che a fronte del 49%
e del 64% di partecipanti che rispettivamente attribuiscono all’uomo e alla donna vittima di una azione di
controllo da parte del partner un umore neutro o positivo, solo il 30% e il 45% degli adolescenti tende ad
attribuire lo stesso tipo umore ai personaggi che hanno ricevuto uno schiaffo dal loro partner (grafico 15).
Grafico 15. Umore negativo dell’atto del comportamento violento e umore neutro e positivo della vittima
in funzione di chi mette in atto l’azione e del tipo di azione agita (controllo vs. schiaffo) (valori percentuali).
Umore negativo attore
87
Umore neutro vittima
Umore positivo vittima
88
87
87
52
46
41
28
3
2
Controllo - Uomo (CU)
Schiaffo - Uomo (SU)
12
Controllo - Donna (CD)
4
Schiaffo - Donna (SD)
Come la vittima affronta la situazione aggressiva
A conclusione della storia è stato chiesto ai partecipanti di indicare cosa secondo loro avrebbe fatto a questo punto la vittima del comportamento “violento” descritto e, più in particolare, quanto poteva essere
probabile che i personaggi vittime adottassero una serie di diversi comportamenti. L’analisi multivariata
dei dati condotta sulle risposte fornite ai 18 item a tal proposito predisposti, ha evidenziato la presenza di
quattro diversi possibili modi di reagire a tale situazione. Due di essi denotano uno stile di coping di tipo
attivo consistente in particolate nella ricerca del supporto sociale o da parte degli adulti e familiari (ricerca
supporto sociale adulti) e da parte degli amici (ricerca supporto sociale amici). Gli altri due stili di comportamento riflettono invece due modalità di coping passivo. Uno di questi consiste nella tendenza a fare finta
di niente, a dimenticare tutta la vicenda, andando avanti nella storia come se nulla fosse successo, nascondendo agli altri il proprio disagio per la situazione (negazione del problema). L’altro fa invece riferimento a
comportamenti di giustificazione e razionalizzazione di quanto è accaduto anche attraverso tentativi di autocontrollo finalizzati a non agire troppo istintivamente e a controllare la propria rabbia (razionalizzazione e
autocontrollo). Le giustificazioni e razionalizzazioni riguardano in particolare la riassegnazione di significati
all’evento considerato per lo più come un “segno che lui/lei ci tiene veramente” o come un momento di
crescita della relazione affettiva che non giustifica quindi il progettare di chiudere la relazione sentimentale (razionalizzazione).
In generale si può osservare che gli adolescenti contattati per la ricerca tendono a considerare un po’ probabile che la vittima della storia si sfoghi o cerchi un aiuto pratico dai propri amici/che, ritengono che
sia abbastanza improbabile che esso/a richieda lo stesso tipo di aiuto ai propri familiari o comunque pensi
di denunciare il proprio partner. Più collocato verso una posizione di incertezza è invece il giudizio che i
ragazzi/e esprimono circa le strategie di negazione o quelle di razionalizzazione e autocontrollo (tabella 9).
Tabella 9. Modalità di reagire alla situazione “violenta” da parte della vittima (valori medi e
deviazioni standard)
Strategie di coping
M
DS
Negazione
3,22
,03
Razionalizzazione e autocontrollo
3,34
,02
Ricerca supporto sociale adulti
1,94
,03
Ricerca supporto sociale amici
4,35
,04
1 = fortemente improbabile, 6 = fortemente probabile
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
65
Le strategie di coping immaginate come improbabili/probabili tendono a variare significativamente in
funzione del genere dell’aggressore e del tipo di aggressione perpetrata (grafico 16).
Grafico 16. Strategie di coping attribuite alla vittima della storia in funzione di chi ha agito l’atto violento
(maschio vs. femmina) e del tipo di azione agita (controllo vs. schiaffo) (valori medi)
6
Negazione
Razionalizzazione e autocontrollo
Supporto adulti
Supporto amici
5
4
3
2
1
Controllo: lui
Controllo lei
Schiaffo: lui
Schiaffo: lei
1 = fortemente improbabile, 6 = fortemente probabile
Più in particolare sia per le strategie basate sulla negazione (p < .05), sia per quelle orientate alla razionalizzazione e autocontrollo (p < .001), è lo schiaffo significativamente più del controllo ad attivare, secondo
i partecipanti, questi tipi di reazione da parte della vittima. Nel caso della negazione (ma non anche nel
caso della razionalizzazione e autocontrollo) sono le vittime maschili a ricorrere con più probabilità delle
vittime femminili a questo tipo di strategia (p < .001), mentre lo stesso andamento si registra per la razionalizzazione solo nel caso dello schiaffo e non del controllo. Per quando riguarda invece la ricerca del supporto
sociale, sono le vittime femmine a ricorrere significativamente di più delle vittime maschi sia all’aiuto degli
adulti (p < .001), sia a quello degli amici (p<.001). Non emergono invece a questo proposito variazioni di
rilievo in funzione del tipo di atto di cui sono vittime, anche se è possibile notare un significativo effetto
di interazione (p < .05) che, nel caso del supporto richiesto agli adulti, evidenzia come per le vittime femmine il ricorso a tale strategia sia maggiore nel caso in cui hanno ricevuto uno schiaffo che nel caso in cui
sono state vittime del controllo, mentre per le vittime uomini accade il contrario.
Nel confermare come lo schiaffo sia percepito più grave del controllo dagli adolescenti, questi risultati
evidenziano anche come siano proprio queste situazioni ad attivare paradossalmente strategie meno funzionali, orientate cioè o alla negazione del problema, o alla sua razionalizzazione. Non bisogna d’altro
canto dimenticare come tali strategie possano, di fatto, costituisce condizioni se non favorenti, comunque
non ostacolanti l’attivazione di un percorso di escalation della violenza all’interno della coppia. In accordo
con la letteratura sul coping i dati raccolti confermano anche come siano le femmine ad orientarsi più dei
maschi verso strategie adattive basate sulla ricerca del supporto sociale.
3.5 Le esperienze concrete dei ragazzi e la soddisfazione di coppia
L’esperienza della violenza nelle relazioni sentimentali in adolescenza
Quanto spesso situazioni come quelle descritte dalla storia sono capitate ai ragazzi/e che hanno completato
il questionario?
Come si può vedere dal grafico 17 i partecipanti tendono a negare che situazioni come quella descritte
dalle storie siano capitate anche a loro. I punteggi medi delle risposte sono infatti sempre inferiori alla mediana teorica della scala (3,5) qualunque sia la situazione con la quale essi/e si sono confrontati. Tra queste,
comunque, emergono differenze statisticamente significative (p < .001): in particolare la situazione che i
66 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
ragazzi/e hanno dichiarato di aver vissuto significativamente meno spesso di tutte le altre è quella in cui
Marco dà uno schiaffo a Laura (p < .001). Il punteggio medio delle risposte, pari a 1,87 denota che, secondo gli adolescenti considerati, una situazione come questa non è quasi mai capitata a loro12. D’altro canto si
rileva anche che la situazione in cui lui dà uno schiaffo a lei è significativamente più rara del caso contrario
(p < .001). Un po’ meno rare sono invece le altre situazioni presentate tra le quali quella leggermente un
po’ meno rara è quella che rispecchia la storia in cui Angela controlla Luca. Sulla stima delle frequenza
con cui una situazione come quella descritta è capitata a chi ha risposto al questionario non emergono differenze statisticamente significative in funzione del genere di appartenenza (p > .05), mentre per quanto
riguarda l’età, sono gli studenti delle scuole superiori e dei corsi di formazione professionale a dichiarare
una frequenza significativamente (p < .05) meno sporadica di quella dichiarata dagli studenti universitari.
Grafico 17. Percezione della frequenza con cui le situazioni descritte dalle storie sono capitate ai partecipanti (valori medi).
6
5
4
3
2
1
Controllo: lui
Controllo lei
Schiaffo: lui
Schiaffo: lei
1 = non mi è mai capitata; 6 = mi è capitata molto spesso
La situazione emerge comunque come molto più articolata se si considerano le risposte che gli stessi soggetti hanno fornito facendo riferimento alla loro relazione sentimentale più importante. Pensando a tale
relazione quasi un terzo dei ragazzi/e ha indicato che è capitato spesso o sempre che il proprio partner gli/
le abbia messo in broncio, abbia fatto qualcosa per indispettirli e/o li abbia controllati. Tra questi tre comportamenti
è il controllo quello che risulta meno frequente: circa la metà dei partecipanti afferma, infatti, di non essere mai stato controllato dal proprio partner, oppure di essere stato/a controllata solo raramente. Ancora
meno frequenti risultano comportamenti quali quello di andare via sbattendo la porta o di insultare il proprio/
la propria partner: rispettivamente il 67% e il 70% dei ragazzi/e dichiarano che questi comportamenti
sono accaduti raramente. Ancora meno frequenti sono i comportamenti di aggressività più diretta, tra i
quali ci sembra comunque importante evidenziare come la percentuale di coloro che affermano che questi
comportamenti siano capitati almeno qualche volta anche a loro sia tutt’altro che trascurabile. Infatti, è
pari a circa il 17% la percentuale dei ragazzi/e che dichiarano di essere stati/e vittime almeno qualche volta
di spinte, scosse e/o di lanci di oggetti in loro presenza; il 14% dichiara di avere ricevuto almeno qualche volta
uno schiaffo e il 7% di avere ricevuto un calcio o un pugno (tabella 10). Se si considera che su 873 soggetti solo
13 (1,5%) hanno dichiarato di non essere mai stati vittime di nessuno dei comportamenti elencati e che
invece ben 327 soggetti (pari al 37,5%) hanno sperimentato almeno raramente tutti e 10 i comportamenti
violenti considerati, la situazione si configura come tutt’altro che rosea. Su cento comportamenti “violenti”
come quelli considerati in questa domanda si può infatti stimare che i ragazzi/e considerati ne abbiano
sperimentato mediamente 67, e questo nella loro relazione sentimentale considerata più importante.
Sono il 60,4% (120 soggetti su 204) i soggetti che in questo caso dichiarano che non è mai capitata loro una situazione come quella descritta dalla storia: di
questi 49 sono maschi e 75 femmine.
12
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
67
Tabella 10. Frequenza dei comportamenti violenti nella relazione sentimentale che gli adolescenti
considerano importante (valori percentuali)
Aggressività
diretta
Aggressività
indiretta
è mai successo al tuo partner di … Mai o raramente
A volte
Spesso o sempre
Metterti il broncio
25,4%
36,1%
38,5%
Fare o dire qualcosa per indispettirti
35,6%
31,2%
33,3%
Controllarti
50,8%
21,6%
27,6%
Andare via sbattendo porta
67,2%
17,8%
15,0%
Insultarti
70,0%
21,4%
8,5%
Spingerti, afferrarti o scuoterti
83,1%
8,9%
8,0%
Lanciare scagliare, colpire con oggetto
82,6%
9,9%
7,5%
Darti uno schiaffo
86,3%
7,5%
6,3%
Lanciarti dietro qualcosa
88,8%
5,9%
5,2%
Darti un calcio o un pugno
93,4%
3,1%
3,5%
Solo per alcuni comportamenti si registrano variazioni significative in relazione al sesso dei partecipanti (grafico 18). Tra questi soltanto l’andare via sbattendo la porta viene denunciato significativamente più dalle ragazze che dai ragazzi (p < .05), mentre lanciarti qualcosa dietro (p < .001), spingere,
afferrarti o scuoterti (p < .05), darti uno schiaffo (p < .001) e darti un calcio o un pugno (p < .001) sono i comportamenti denunciati significativamente più dai maschi che dalle coetanee. Sembrerebbe quindi che
i comportamenti aggressivi più diretti siano agiti significativamente più dalle femmine che dai maschi. Un dato che concorda con il numero di comportamenti violenti complessivamente denunciati, significativamente (p < .01) superiore per i ragazzi (71 su cento) che per le ragazze (64 su 100).
Per quanto riguarda l’età, si può evidenziare (grafico 19) come alcuni comportamenti tendano ad essere
denunciati più frequentemente dai ragazzi/e delle prime due fasce d’età che da quelli più grandi. In particolare questo risulta vero per l’insulto, il broncio, i dispetti, gli schiaffi e i calci e pugni, ma anche per il
numero di comportamenti denunciati che sono pari a 5,82 tra gli adolescenti tra i 19 e i 23 anni e pari a
6,87 e a 6,77 rispettivamente tra quelli di 17/18 anni e tra i più piccoli.
Grafico 18. Frequenza dei comportamenti violenti nella relazione sentimentale che gli adolescenti considerano importante in funzione del sesso (valori medi; range 1 = mai, 5 = sempre).
5
Maschi
Femmine
4
3
2
1
insultarti
1 = mai; 5 = spesso
metterti il
broncio
*
andare via
sbattendo
porta
controllarti
fare o dire
qualcosa
per
indispettirti
***
lanciarti
dietro
qualcosa
*
spingerti,
afferrarti
o scuoterti
***
darti uno
schiaffo
***
darti un
calcio
o un pugno
lanciare
scagliare,
colpire con
oggetto
68 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
Grafico 19. Frequenza dei comportamenti violenti nella relazione sentimentale che gli adolescenti considerano importante in funzione dell’età (valori medi; range 1 = mai, 5 = sempre)
5
fino a 16 anni
17/19
19/23
4
3
2
1
insultarti
***
metterti il
broncio
***
andare via
sbattendo
porta
controllarti
fare o dire
qualc. per
indispettirti
**
lanciarti
dietro
qualcosa
spingerti,
afferrarti o
scuoterti
darti uno
schiaffo
*
darti un
calcio o un
pugno *
lanciare
scagliare,
colpire con
oggetto
1 = mai; 5 = spesso
Relazioni sentimentali e soddisfazione di coppia
Abbiamo chiesto ai ragazzi di indicarci se avevano o avevano mai avuto una relazione sentimentale importante, quanto tempo era durata e se la ritenevano più o meno soddisfacente.
Sono pari a 571 (65,6%) i ragazzi che hanno dichiarato di avere o avere avuto una relazione sentimentale
importante. Di questi il 59% sono femmine e il 41% maschi (p < .05); tra questi sono inoltre significativamente sovra rappresentati i ragazzi/e più grandi (19-23 anni, p <.001; grafico 20).
Grafico 20. Relazioni sentimentali importanti (valori percentuali entro classi d’età)
81
61
Sì
No
41
21
1
fino a 16 anni
17-18 anni
19-23 anni
La durata della relazione, che varia da qualche giorno (2,8%) a più di un anno (34,8%), tende ad essere significativamente maggiore nelle femmine che nei maschi (p < .001) e a crescere significativamente (p < .001)
al crescere dell’età.
Infine, per quanto riguarda la soddisfazione, si può notare (grafico 21) come solo il 3,6% degli adolescenti
che hanno dichiarato di avere/avere avuto una relazione sentimentale importante la ritiene molto insoddisfacente, mentre sono più di un terzo i partecipanti che la considerano molto soddisfacente. Se si sommano
i valori relativi all’insoddisfazione si può comunque notare che la percentuale di insoddisfazione si aggira
attorno al 17%. Non emergono in questo caso differenze statisticamente significative né in funzione del
genere (p > .05), né in funzione dell’età (p > .05).
Il grado di insoddisfazione sembra invece correlato alla qualità della relazione esperita: come si può notare dal grafico 22, il grado di insoddisfazione tende ad aumentare significativamente in relazione alla
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
69
frequenza con cui i ragazzi/e hanno dichiarato di essere state vittime, all’interno di tale relazione, di
comportamenti aggressivi/violenti da parte del partner. Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare,
le correlazioni più basse si riscontrano tuttavia proprio in relazione alla frequenza dei comportamenti più
diretti quali i calci, gli schiaffi. Un dato quest’ultimo, che desta quindi qualche preoccupazione riguardo al
tipo di giustificazioni che gli adolescenti tendono a dare di questi comportamenti. È plausibile ipotizzare
che la loro maggiore sporadicità e quindi “salienza” contribuisca alla strutturazione di quelle euristiche
che inducono gli adolescenti ad associare la scarsa frequenza con cui tali azioni tendono ad accadere a quel
significato di “eccezionalità” che tende a farli diventare atti che, anche in virtù di tale eccezionalità, possono essere “perdonati”.
Grafico 21. Grado di soddisfazione per la propria relazione sentimentale importante (valori percentuali).
molto insoddisfacente
4%
molto soddisfacente
35%
insoddisfacente
13%
molto soddisfacente
soddisfacente
insoddisfacente
molto insoddisfacente
soddisfacente
48%
Grafico 22. Correlazioni tra frequenza dei comportamenti violenti e insoddisfazione per la propria
relazione affettiva
Insoddisfazione relazione
0,3
0,12
Darti un
calcio o un
pugno
0,16
darti uno
schiaffo
0,18
lanciarti
dietro
qualcosa
0,19
fare o dire
qualcosa
per
indispettirti
0,21
metterti il
broncio
0,22
Insultarti
0,22
Controllarti
0,22
lanciare
scagliare,
colpire con
oggetto
0,22
0,22
0,1
0
Spingerti,
afferrarti o
scuoterti
andare via
sbattendo
porta
Correlazioni ***
0,2
70 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
3.6 Rappresentazioni delle relazioni tra i generi e significati attribuiti
alla violenza all’interno delle relazioni di coppia.
In che modo le immagini che gli adolescenti condividono circa il modo in cui gli uomini e le donne si
rapportano all’interno della nostra società si rapportano con i significati che essi attribuiscono alle relazioni
violente all’interno delle loro esperienze sentimentali?
Per rispondere a questo interrogativo che costituisce anche uno dei principali quesiti per i quali questa
parte della ricerca è stata condotta, abbiamo cercato di analizzare come le risposte che i ragazzi hanno
fornito alla prima parte del questionario si connettono con i giudizi che essi/e hanno espresso in merito
alle situazioni che sono state rappresentate nelle quattro storie proposte. In una specifica domanda del
questionario veniva infatti chiesto loro di esprimere un giudizio sia sull’azione descritta nelle diverse storie
(controllo e schiaffo) sia sul possibile movente che veniva loro presentato. Come si può vedere dal grafico
23, a parte l’item “che una ragazza flirti con altri ragazzi” e l’item “che una ragazza controlli il proprio
ragazzo”, tutti gli altri fanno registrare differenze statisticamente significative tra i tre gruppi di soggetti.
È interessante osservare che ad eccezione dell’item “che una ragazza dia uno schiaffo ad un ragazzo” giudicato più grave dai Tradizionalisti e dagli Impliciti che dagli Egualitari, in tutti gli altri casi si riscontra un
giudizio di minore gravità tra i Tradizionalisti, seguito dal giudizio degli Impliciti e da quello degli Egalitari
che indipendentemente dal contenuto degli item tendono ad esprimere un giudizio più severo e in molti
casi significativamente più severo di quello espresso dai Tradizionalisti. Al di là di questo risultato ci sembra
importante evidenziare come il tradimento sia considerato più grave di tutte le altre situazioni, compreso
quelle che riguardano la messa in atto di azioni “violente”.
Grafico 23. Giudizio attribuito ad alcune situazioni in funzione delle rappresentazioni delle relazioni tra
i generi (valori medi)
Tradizionalisti
Impliciti
Egualitari
6,0
5,5
5,0
4,5
4,0
3,5
3,0
2,5
2,0
1,5
1,0
Che un ragazzo
flirti con
altre ragazze
***
che una ragazza
dia uno
schiaffo al
suo ragazzo*
Che un ragazzo
controlli la
propria ragazza
***
che una ragazza
flirti con altri
ragazzi
Che una ragazza
tradisca il proprio
ragazzo*
che un ragazzo
dia uno schiaffo
alla propria
ragazza***
Che una ragazza
controlli il proprio
ragazzo
che un ragazzo
tradisca la propria
ragazza***
1 = assolutamente non grave, 6 = assolutamente grave
Le rappresentazioni delle relazioni tra i generi tendono anche ad essere connesse alle relazioni direttamente
esperite dagli adolescenti. Considerando in particolare la frequenza con cui i partecipanti hanno dichiarato
di essere stati vittima di un comportamento violento dal parte del partner, si evidenzia come solo in tre casi
emergano differenze statisticamente significative e come in tutti e tre i casi siano gli Egualitari a denunciare
questi comportamenti significativamente meno spesso dei Tradizionalisti (grafico 24).
CAPITOLO 3 RAPPRESENTAZIONI ED ESPERIENZE DELLA VIOLENZA DI COPPIA NEI GIOVANI
71
Grafico 24. Frequenza dei comportamenti violenti nella relazione sentimentale che gli adolescenti considerano
importante in funzione delle rappresentazioni delle relazioni tra i generi (valori medi, range 1 = mai, 5 = sempre)
Tradizionalisti
Impliciti
Moderni
5,0
4,5
4,0
3,5
3,0
2,5
2,0
1,5
1,0
Insultarti
Metterti il
broncio
Andare via
sbattendo
porta
Controllarti*
Fare o dire
qualcosa
per
indispettirti
Lanciarti
dietro
qualcosa*
Spingerti,
afferrarti o
scuoterti
Darti uno
schiaffo***
Darti un
calcio o un
pugno***
Lanciare
scagliare,
colpire con
oggetto
1 = mai; 5 = spesso
Tradizionalisti, Impliciti ed Egualitari non si differenziano tuttavia significativamente rispetto al numero di
comportamenti denunciati (p > .05), né rispetto al grado di soddisfazione con cui definiscono la loro relazione sentimentale (p > .05).
Le rappresentazioni delle relazioni tra i generi non sembrano così avere un impatto rilevante sulle esperienze sentimentali dei ragazzi/e che hanno partecipato alla ricerca. Tuttavia rimane ancora da interpretare il
dato secondo il quale sono proprio coloro che condividono una rappresentazione meno sessista delle relazioni
tra i generi quelli che denunciano meno spesso di essere stati vittime di comportamenti violenti da parte
dei propri compagni/e. È possibile ipotizzare che ci sia da parte di questi ragazzi e ragazze una volontà a
stabilire relazioni sentimentali meno caratterizzate da relazioni violente, ma è anche plausibile immaginare che siano proprio questi adolescenti che per ristabilire una certa coerenza tenderebbero a rifiutare/negare
cognitivamente l’idea che il proprio partner possa agire violenza nei propri confronti.
72 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
73
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
La violenza domestica, in particolare la violenza agita dagli uomini sulle donne, è un fenomeno tanto grave quanto diffuso attraverso i confini nazionali e le classi sociali. Tuttavia, il suo riconoscimento sociale e
giuridico come minaccia alla salute e ai diritti delle donne costituisce una conquista storicamente molto
recente. Anche l’attenzione scientifica rivolta a questo fenomeno risale al massimo agli ultimi 30 anni.
Come è stato sottolineato nel capitolo primo di questa prima parte, accanto agli studi storici e sociologici
che hanno permesso di rendere conto oltre che della portata del fenomeno delle sue variazioni nel tempo
e nei modi, la ricerca psicologica si è focalizzata di volta in volta sui protagonisti dell’evento, sull’analisi
dei fattori di rischio e, più recentemente, sull’individualizzazione delle strategie di sostegno ed aiuto che
si possono fornire sia alle vittime, in modo da accompagnarle in un percorso di empowerment, sia agli
aggressori, nel tentativo di evitare la reiterazione dei comportamenti violenti.
Questa vasta letteratura fornisce indubbiamente informazioni importanti in merito alle conseguenze di
un’esposizione sistematica alla violenza di coppia evidenziando i rischi individuali e sociali che tale fenomeno comporta e di conseguenza anche la necessità di progettare programmi di prevenzione. Tuttavia, le
condizioni socio-psicologiche specifiche (storie familiari di violenza, malattia psichiatrica, uso di alcool o
stupefacenti) individuate in letteratura come contesti particolarmente sensibili all’insorgere della violenza,
non sono ancora oggi sufficienti a rendere conto dell’estensione del fenomeno. Come è stato evidenziato,
l’estensione del fenomeno della violenza all’interno della coppia attraversa non solo contesti di vita differenti, ma si estende anche nel susseguirsi delle generazioni. È nel tentativo di esplorare in modo specifico
come i più giovani vivono oggi l’esperienza della violenza nelle relazioni sentimentali che questa ricerca è
stata condotta.
Adottando un approccio psicosociale, la prima parte della ricerca ha voluto esplorare il linguaggio e le
espressioni che i giovani utilizzano spontaneamente quando parlano di questo tema. Dall’analisi dei discorsi prodotti dai partecipanti nei tre focus group, è emerso che la conoscenza di senso comune condivisa
da questi adolescenti sembra strutturarsi attorno agli elementi che contraddistinguono anche la conoscenza scientifica. Così, i sistemi di spiegazione ai quali i ragazzi e le ragazze si riferiscono per rendere conto
del fenomeno nel suo complesso contemplano soprattutto cause di tipo strettamente individuale (carattere,
la malattia) e/o di tipo sociale (esperienze pregresse di violenza, mancanza di rete sociale). I ragazzi e le
ragazze sono inoltre in grado di distinguere le diverse forme di violenza, di parlare delle caratteristiche
della vittima e dell’aggressore e di discutere delle conseguenze psicologiche che l’essere vittima di violenza
comporta. Tuttavia, alla stregua delle ricerche presentate nel primo capitolo, essi/e propongono spiegazioni che tendono ad “oggettivare” l’evento violenza, a ricondurlo cioè a caratteristiche individuali/sociali
74 PARTE I E SE LUI/LEI MI DÀ UNO SCHIAFFO?
dell’aggressore o della vittima e mai all’esito di una relazione in cui i due partner tendono a svolgere un
ruolo complementare. In questo modo, gli adolescenti sembrano non cogliere come, invece, la violenza
all’interno delle relazioni sentimentali - come d’altro canto all’interno di molteplici altri contesti sociali
- sia spesso il risultato di un processo interattivo di cui entrambi i partner sono responsabili. I processi di
costruzione sociale delle relazioni violente all’interno e fuori della coppia costituiscono d’altro canto una
tematica di cui la letteratura scientifica sulle differenze di genere tende, ancora oggi, ad occuparsi solo
marginalmente.
Un altro aspetto interessante emerge dall’analisi dei sistemi di spiegazione prodotti in base alla composizione sessuale dei gruppi. Infatti, i risultati indicano che non si “dicono” le stesse cose quando si parla tra
sole femmine, soli maschi o tra maschi e femmine. Ad esempio, la questione dell’asimmetria di genere,
asimmetria sulla quale storicamente s’innesta la violenza esercitata dall’uomo sulla donna, è discussa in
modo esplicito unicamente nel focus group composto di sole ragazze. Ed è solo in questo gruppo che viene
affermata l’idea secondo la quale questa disparità di potere a favore degli uomini (intesi come categoria
e indipendentemente dalle loro storie individuali), così come la loro aggressività, possa essere ricondotta
ad un ordine naturale delle cose. Sembrerebbe pertanto, per le ragazze che aderiscono a questo sistema di
spiegazione, che la violenza sia in qualche modo connaturale alle relazioni di genere. Negli altri gruppi,
invece, il discorso sembra maggiormente subordinato ad un principio generale di equità tra i sessi. Nel focus group misto, in particolare, la violenza dell’uomo sulla donna è presentata come l’esito di un “qualche
errore di percorso individuale”. In questo caso, sia la condizione di vittima sia quella di aggressore sono
collocate nell’ambito dell’eccezionalità e possono essere spiegate unicamente attraverso le storie o i tratti
individuali delle persone. Il discorso sviluppato dal gruppo di soli maschi esaspera in qualche modo l’eccezionalità del comportamento violento, collocando l’aggressore nell’ambito della patologia e la vittima
nell’ambito della volontarietà.
Questi risultati ci permettono quindi di evidenziare come le relazioni tra i due sessi e l’asimmetria che tende a caratterizzarle continui tutto sommato a permeare la rappresentazione che anche gli adolescenti hanno
delle differenze di genere nella nostra società. L’atteggiamento più critico a questo proposito è espresso
dalle ragazze e non sembra d’altro canto sufficiente per poter affermare che un’immagine più moderna ed
egalitaria si stia affermando tra i giovani, o almeno tra quelli interpellati in questa ricerca. Gli stessi risultati emersi dai focus group hanno chiaramente dimostrato come le stesse femmine tendano ad assumere atteggiamenti più cauti e “politicamente corretti” quando devono esprimersi alla presenza dei loro coetanei.
Anche i risultati emersi dalla somministrazione del questionario sembrano confermare l’accettazione piuttosto che il rifiuto da parte degli adolescenti degli stereotipi prevalenti. Le condizioni di parità che gli stessi adolescenti riconoscono agli uomini e alle donne in campo decisionale e sul versante della possibilità di
contribuire al reddito familiare, si accompagnano infatti all’accettazione di ruoli piuttosto tradizionali sul
versante della genitorialità e della gestione dei lavori domestici e comunque alla consapevolezza che passando dal piano ideale a quello reale permangono indubbiamente abitudini ormai consolidate. Sostanzialmente accettata risulta anche l’ideologia sessista soprattutto nelle sue forme più benevole, ossia in quelle
forme che giustificano la superiorità dell’uomo sulla donna con il dovere che l’uomo avrebbe di proteggere
le donne e di provvedere al loro benessere. Questa tendenza è anche confermata dall’attenzione che soprattutto i ragazzi hanno rivolto alle conseguenze che possono derivare dall’applicazione delle leggi sulle pari
opportunità all’ambito lavorativo: oltre alla tendenza a riconoscerne i vantaggi per le donne, gli adolescenti e soprattutto i maschi, hanno sentito il bisogno di rimarcare con altrettanta forza come l’applicazione
di tali norme non rappresenti ipso facto una minaccia per lo status e le posizioni lavorative dagli uomini.
All’interno di questa visione tendenzialmente tradizionalista dei rapporti tra i generi, emergono tuttavia
posizioni diverse che, come è stato evidenziato, collocano gli adolescenti su un possibile continuum i cui
estremi sono caratterizzati da atteggiamenti più tradizionalisti e stereotipati da un lato e atteggiamenti
più orientati alla modernità e allo spirito egualitario dall’altro. Come ci si poteva aspettare, sono le femmine più dei maschi a portare avanti l’idea di uguaglianza, idea che, tra l’altro, tende ad associarsi a giudizi
più severi nei confronti della violenza all’interno delle relazioni sentimentali. Un aspetto, questo ultimo,
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
75
che dai dati della ricerca emerge come tutt’altro che assente dalle relazioni amorose degli adolescenti che,
seppure non frequentemente, hanno dichiarato di essere stati vittime di violenze soprattutto indirette
agite dai loro partner. Se tali comportamenti incidono in modo rilevante sul grado di soddisfazione da essi
stessi espresso in merito alla loro relazione sentimentale, ci sembra importante evidenziare una tendenza
trasversale ai due generi alla giustificazione dei comportamenti violenti all’interno della coppia, soprattutto quando essi possono essere attribuiti a sentimenti di gelosia. Come era già emerso anche dai focus
group, la gelosia costituisce per i ragazzi e le ragazze di questa età l’eccezione a fronte della quale anche uno
schiaffo può essere perdonato. Questo dato, unito alla tendenza a pensare che a fronte di un comportamento violento del proprio partner la vittima possa chiedere consiglio o conforto ai propri amici, ma che sia in
ogni caso meglio che faccia finta che nulla sia successo, induce a riflettere sulla precocità con cui i ragazzi
e le ragazze possono trovarsi a gestire relazioni sentimentali che, mancando di strategie di coping adeguate, possono condurre ad un’escalation della violenza di coppia, come indicano anche alcuni dati clinici.
L’ultima considerazione riguarda la stereotipia di genere, ovvero l’attribuzione di caratteristiche tipicamente considerate come femminili - quali la tenerezza, la sensibilità, la comprensione e l’atteggiamento
amichevole - alle donne e di caratteristiche tipicamente considerate maschili - quali la forza, la decisione,
la prontezza nel correre rischi e l’attitudine al comando - agli uomini. Contrariamente a quanto suggerisce
la letteratura, i dati di questa ricerca lasciano emergere il carattere piuttosto “mobile” delle rappresentazioni stereotipiche associate al genere. Tali rappresentazioni sembrano infatti modularsi in funzione dei bersagli a cui vengono applicate, cioè a se stessi, agli uomini e alle donne in generale e al personaggio maschile
e femminile aggressore o vittima della storia loro presentata. In particolare è interessante constatare come,
nel caso degli adolescenti maschi, una rappresentazione di se stessi in termini androgini e/o in termini
di assunzione di caratteristiche femminili, per molti aspetti inattesa, si associ di fatto ad un’immagine
più stereotipica delle differenze di genere. Nel caso delle adolescenti femmine, invece, un’immagine più
indifferenziata e/o tipizzata di se stesse, si associa ad una rappresentazione meno stereotipica degli uomini
e delle donne in generale. Questo risultato sembra quindi suggerire che a fronte dell’emergere di alcuni
cambiamenti rilevanti nell’identità di genere degli adolescenti, le immagini socialmente condivise sulle
differenze tra uomini e donne continuano a strutturare le rappresentazioni che i ragazzi e le ragazze hanno
delle differenze di genere, nonché le attribuzioni che essi/e fanno quando sono chiamati a ragionare sulle
possibili cause della violenza all’interno della coppia. Come abbiamo già evidenziato, sia dai focus group
che dalle risposte date alla storia presentata nel questionario, emerge la tendenza più o meno esplicita ad
associare l’atto violento alla forza/dominio dell’uomo sulla donna, quindi nella sostanza a ciò che nel senso
comune continua ad essere un elemento caratterizzante il genere maschile.
P
A
R
T
E
II
LA ROSA DEI SENSI
Un percorso di progetto e partecipazione.
78 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
LA ROSA DEI SENSI
79
Introduzione
Ciò che si legge non è così intenso
come ciò che si vive.
Anonimo
La scuola è il luogo dove i ragazzi adolescenti trascorrono la maggior parte del loro tempo: è qui che vivono numerose esperienze, emozioni e relazioni, non sempre facili, con adulti e coetanei. La scelta di proporre una ricerca - intervento all’interno della scuola non è stata casuale: questo è il luogo dove i ragazzi
investono le loro energie, dove imparano a ragionare e confrontarsi, per formulare idee proprie, modi di
relazionarsi e scelte di vita.
Il percorso che viene presentato è denominato “La rosa dei sensi: un percorso di progetto e partecipazione” e vi hanno preso parte cinque Istituti tra quelli che compongono il campione complessivo della ricerca; quattro di questi hanno aderito alla proposta in orario scolastico e all’interno delle strutture del proprio istituto, grazie alla disponibilità dei dirigenti scolastici e dei docenti, mentre le ragazze di una scuola
hanno realizzato il percorso in ore pomeridiane, presso i locali dello Spazio Giovani, in via Melloni a Parma.
Nel periodo compreso tra i mesi di gennaio e aprile 2008, circa ottanta ragazzi e ragazze, di età compresa
tra i 14 e i 18 anni, hanno seguito diversi incontri. Tutti avevano già partecipato alla prima fase della
ricerca, nei mesi di ottobre e novembre 2007, compilando il questionario elaborato dal Dipartimento di
Psicologia. Da questa base comune sono nati cinque percorsi, dove i giovani sono stati partecipi e attivi
protagonisti: è stato chiesto loro non solo di esprimere un parere su un questionario, ma di confrontarsi in
prima persona con il tema della violenza sulle donne e “sporcarsi le mani”, mettendo in gioco anche la loro
creatività e le loro doti espressive. Con lo scorrere degli incontri si sono sviluppate cinque idee, differenti
l’una dall’altra per sensibilità, linguaggio e personalità: cinque percorsi estremamente ricchi e molto comunicativi, sicuramente non banali.
Come meta finale è stata proposta alle classi la realizzazione di un evento pubblico, nel quale avrebbero
presentato gli esiti delle loro riflessioni e progettualità.
Obiettivi
La struttura della ricerca intervento prevedeva che gli obiettivi fossero raggiunti attraverso una metodologia organizzata su due livelli consecutivi: con la somministrazione dei questionari e l’analisi dei risultati,
si voleva comprendere quali sono le rappresentazioni dei giovani della nostra provincia sul tema dei rapporti tra i generi e della violenza contro le donne; con il percorso di progettazione partecipata si volevano
coinvolgere i giovani stessi non solo in qualità di attenti opinionisti (la ragione), ma come veri e propri
protagonisti (mettendo in gioco il cuore) di un evento utile all’affermazione e diffusione di una cultura
dei rapporti tra i generi, fondata sul rispetto reciproco e sul riconoscimento della dignità di qualunque
persona.
L’obiettivo che ha guidato la realizzazione di questa seconda parte è stato quello di coinvolgere e far parlare
i ragazzi, non solo attraverso domande e ragionamenti, ma anche attraverso corpo, musica e immagini, per
far emergere riflessioni profonde, spesso inspiegabili a voce. È stata lasciata estrema libertà nella scelta del
linguaggio espressivo da utilizzare, per concedere a ogni ragazzo e ragazza, e a ciascun gruppo-classe, la
possibilità di raccontare in modo personale le emozioni che il percorso aveva suscitato. In tal modo è stata
stimolata anche la fantasia di questi adolescenti, che hanno lavorato con tutti i loro sensi al progetto: suoni,
vibrazioni, voci, forme. La loro corporeità non è emersa solo come semplice presenza fisica ma anche come
recitazione, in video e dal vivo, e le immagini sono diventate non solo fotografie e quadri fissi ma anche
fumetto, movimento, superando ogni aspettativa.
80 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Metodologia e realizzazione
Tu stesso devi essere il cambiamento
che desideri vedere nel mondo
M.K. Gandhi
Gli incontri si sono svolti da gennaio ad aprile 2008, in modo parallelo nelle cinque scuole. Le classi e i
professori coinvolti sono stati:
• II C ITSOS Gadda di Fornovo Taro, con la collaborazione della Prof.ssa Francesca Falzoi;
• I OPS ENAC Emilia Romagna di Fidenza, con la collaborazione dei tutor della classe Chiara Scaramuzza, Marco Latusi e Cristian Zalaffi;
• IV TST Istituto Zappa Fermi di Borgo Val di Taro, con la collaborazione del Prof. Gianfranco Zanrè;
• IV B Liceo Scientifico Marconi di Parma, con la collaborazione del Prof. Gilberto Brianti;
• Una rappresentanza della classe IV TEI ITC Bodoni di Parma, con la collaborazione finale della Prof.ssa
Manuela Pezzoni.
Ogni incontro è stato condotto con modalità attive, al fine di coinvolgere e stimolare l’interesse di ciascun
ragazzo e ragazza; il ruolo della conduttrice è stato semplicemente quello dell’“adulto - facilitatore” e la comunicazione con i ragazzi non si è svolta secondo il classico schema della lezione frontale, monodirezionale
e passiva, ma secondo un modello processuale. In questo modo la figura del conduttore si avvicina di più
al ruolo di chi incoraggia la partecipazione e la libera espressione, senza influenzare le risposte, preferendo
indicare il traguardo ma non la strada. Si è cercato, in un certo senso, di favorire l’empowerment dei ragazzi:
prima di tutto è stata concessa ampia fiducia alle loro capacità di analisi e rielaborazione di un argomento
così vasto, complesso e ricco di implicazioni come la violenza alle donne; successivamente si è cercato di
accrescere la loro auto percezione di competenza e di far emergere il coraggio necessario per realizzare un
messaggio proprio, frutto delle riflessioni e della creatività di tutta la classe.
Ogni incontro ha seguito una traccia di base, che di volta in volta si è adattata non solo alle ore e ai locali
a disposizione, ma anche alle sensibilità e alle personalità degli alunni. Il ciclo di incontri era suddiviso in
tre parti:
1. Una prima parte teorica composta da:
• introduzione sul tema della violenza e della violenza alle donne in particolare, volta ad esplorare i luoghi comuni e i pensieri ingenui dei ragazzi in merito all’argomento
• confronto con dati, statistiche e letteratura teorica
2. Una seconda parte di approfondimento dell’argomento:
• visione di film o spezzoni di film sulla violenza alle donne
• lettura e commento di fatti di cronaca realmente accaduti, cercati dai ragazzi stessi
• discussioni in piccolo gruppo e verifica degli incontri precedenti, in funzione della terza parte
3. Una terza parte creativa:
• decisione e progettazione del contributo da portare all’evento finale
• realizzazione del contributo
Durante i primi incontri relativi alla parte teorica, i ragazzi si sono confrontati con dati e scritti provenienti da fonti importanti, tra cui i rapporti dell’Istat, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Codice
Penale e anche da alcuni studi e approcci teorici di autori che, nel corso del tempo, hanno cercato di dare
un significato alla violenza contro le donne.
A una fisiologica fase iniziale di resistenze nei confronti di un argomento di non facile trattazione, che i
ragazzi percepivano come lontano dal proprio mondo e forse anche poco attraente, pian piano è subentrata
una fase di grande interesse e partecipazione e con il passare degli incontri la distanza tra l’adulto - conduttore e i ragazzi si è progressivamente ridotta. La relazione è divenuta più confidenziale e si è trasformata in
un ulteriore strumento utile per far emergere discussioni produttive, alcune delle quali anche molto accese
e con pareri discordanti, ma in ogni caso importanti per l’approfondimento dell’argomento.
LA ROSA DEI SENSI
81
“Sono rimasta sconcertata nel leggere in un articolo che la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 40 anni
è la violenza…come è possibile che la violenza sia la prima causa di morte? Mi sarei aspettata gli incidenti
stradali, gli incidenti sul lavoro, la malattia…ma non certo la violenza!!” - Gaia, 17 anni.
“Ci sono troppe donne che ancora oggi subiscono violenza e che non hanno il coraggio o il sostegno necessario per
denunciare questo atto disumano!” - Antonia, 17 anni.
“Non avevo mai pensato al fatto che il concetto di violenza è molto vasto: può avere molteplici forme… dalla
psicologica alla fisica…ma sempre violenza è!” - Gabriele, 17 anni.
Un’altra importante fonte di dibattito è stata l’analisi dei primi risultati e delle considerazioni emerse dai
questionari, che i ragazzi stessi avevano compilato nei mesi precedenti, insieme ad altri settecento giovani
della stessa fascia di età di Parma e provincia.
“Mi ha colpito molto il dato riguardante la percentuale di ragazzi/e che dichiarano di aver subito violenza…per
me appare molto distante… Si pensa sempre che queste cose non accadano e non riusciamo a sentirci fortunati di
questo perché ci appare la normalità!” - Beatrice, 18 anni.
“Mi hanno colpito le percentuali di ragazzi e ragazze che hanno ricevuto o dato uno schiaffo o addirittura calci
o pugni. Queste persone poi hanno detto di essere anche soddisfatte del loro rapporto!” - Francesco, 17 anni.
Durante la seconda parte degli incontri, ai ragazzi è stato proposta la visione di due Film: “Ti do i miei occhi”
(2003) di Iciar Bollain e “A letto con il nemico” (1991) di Joseph Ruben.
“Ti do i miei occhi” è un film spagnolo, vincitore di 7 premi Goya, che affronta il tema della violenza domestica sulle donne, sottolineando con efficacia la complessità di un rapporto umano in apparenza assolutamente “normale”. Nel corso della narrazione emerge un ammirevole scavo psicologico dei personaggi: la
protagonista femminile è Pilar, fragile e forte allo stesso tempo, mentre il personaggio maschile è Antonio,
sobrio e intenso, che esprime perfettamente le sfaccettature e le contraddizioni dell’uomo che esercita violenza sulla propria compagna.
“A letto con il nemico” invece è un film statunitense meno recente, che presenta la storia di una violenza
insensata e spaventosa tra le mura domestiche. I personaggi rimangono tuttavia più superficiali e la storia
si sviluppa secondo un classico schema da thriller “hollywoodiano”, senza approfondire alcuni spunti interessanti che presenta allo spettatore nelle scene iniziali.
In base alla disponibilità di tempo e aule nelle diverse scuole, i due film sono stati visti interamente o in
spezzoni significativi, di volta in volta commentati e analizzati in piccoli gruppi. Soprattutto il film “Ti do
i miei occhi” si è rivelato un importante spunto di riflessione per molte discussioni successive e ha colpito e
impressionato particolarmente i ragazzi.
“Mi è rimasta molto impressa la scena iniziale del film, in cui Pilar scappa frettolosamente dalla casa del marito
a notte fonda… esprime bene l’ansia e la paura di una donna che subisce violenza.” - Carlotta, 17 anni.
“Ho notato che nel film compaiono spesso i colori nero e rosso. Il nero rappresenta l’oscurità nella quale si svolge la
prima fuga di Pilar da Antonio e la sensazione che secondo me Pilar prova, ossia paura, il nero inoltre indica il
tunnel senza uscita nel quale lei sembra essere finita. Il rosso invece è collegato alla figura di Antonio e alle pagine
del suo diario, quelle della rabbia, sulle quali lui scrive spesso e che vengono lette anche da Pilar. Il rosso però
indica anche la forza e il coraggio che Pilar trova, alla fine del film, per scappare da Antonio.” - Anna, 18 anni.
In alcune classi è stato possibile anche mettere in scena alcuni spezzoni, utilizzando la tecnica del roleplaying: un piccolo gruppo di volontari, dopo aver visionato il frammento del film, è stato chiamato ad
immedesimarsi nei diversi personaggi e a riprodurne azioni e dialoghi; il resto della classe era invece
chiamato ad osservare attentamente. In un secondo momento, dopo la simulazione, la classe era coinvolta
in una ricca discussione riguardo alla scena appena vista: gli attori come si sono sentiti a recitare quella
parte? Che emozioni hanno provato? Il pubblico come ha interpretato le azioni che ha visto? Cosa, secondo
loro, ha spinto i personaggi della storia a comportarsi in un determinato modo? Avrebbero potuto agire
diversamente? Ecc..
La classe è stata poi invitata a confrontasi non solo con dati e statistiche provenienti dalla letteratura mondiale o con storie di finzione televisiva (per quanto realistiche), ma anche con episodi concreti di cronaca
82 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
nazionale e locale. A piccoli gruppi i ragazzi hanno letto, commentato e si sono interrogati su diversi
articoli di giornale e saggi brevi, che essi stessi hanno portato da casa, dopo averli cercati in Internet o sui
giornali che alcune scuole ricevono direttamente.
“Se ripenso agli incontri fatti insieme mi viene in mente il colore arancione. È il colore dell’evidenziatore con il
quale abbiamo sottolineato gli articoli di giornale che parlavano di violenza. Questo colore, mentre leggevamo,
metteva in risalto i dati sconcertanti sulla violenza contro le donne.” - Gaia, 17 anni.
Con il procedere degli incontri si è cercato di fare emergere le opinioni, i dubbi, le domande e i pensieri dei ragazzi,
cercando di dare voce a tutti attraverso l’uso di metodologie attive (collage, scrittura creativa, brainstorming, disegni
- v. appendice per l’elenco completo dei contributi).
Anno 2008: la violenza che colore ha? Come la disegneresti?
Classe II C ITSOS Gadda - Disegno di Ilaria, 15 anni
Violenza - Non Violenza
Classe I OPS ENAC Emilia Romagna - Collage collettivo
LA ROSA DEI SENSI
83
Cosa diresti a chi compie gesti di violenza? E a chi li subisce?
Classe IV TST Istituto Zappa Fermi - Pensieri e parole
“La violenza è un’imprudenza, che disdegna la parola. Non lasciarla sola! Avete il dono di pensare e serve anche per amare.”
“Non usate la violenza, ma le parole!”
“Quando ti sembra che ogni luce si sia spenta, non perdere la speranza. C’è solo da essere, c’è solo da vivere!”
Che colore ti viene in mente se ripensi agli incontri fatti insieme in questi mesi?
Classe IV B Liceo Scientifico Marconi
“Rosa, perché è il colore che viene associato sempre alla figura femminile. Il rosa è un colore morbido e limpido,
così come può e sa essere una donna, almeno nell’immaginario comune. Non è un rosa acceso, altrimenti la donna
perderebbe il suo naturale equilibrio, né un rosa pallido, in tal caso la donna risulterebbe fragile e debole. Non è
neanche un rosa sporco, che potrebbe indicare una femminilità oltraggiata da una violenza.”
“Rosso e nero. Rosso perché è il colore della violenza, delle botte subite e dei lividi e ferite che ti restano sia sulla
pelle, sia psicologicamente. Nero perché è il colore della tristezza, della solitudine e dei sensi di colpa. È anche il
colore del mondo che ti circonda quando entri in una situazione sgradevole e opprimente. È il colore della sofferenza e del fatto di sentirsi “macchiate” e “sporche”.”
“Il colore che userei per esprimere le sensazioni legate all’argomento della violenza nella coppia sarebbe il Rosso. Il
rosso è il colore del fuoco e della passione, dunque dell’amore all’interno di una coppia o fra due persone. Se però
non viene domato il fuoco può distruggere tutto quello che di buono si era costruito insieme. Il rosso potrebbe quindi
rappresentare la doppia faccia dell’amore che, superato un certo limite, si trasforma in terrore.”
Cosa ti viene in mente se pensi alla violenza contro le donne?
Ragazze della classe IV TEI dell’ITC Bodoni - Brainstorming:
Delusione - Paura - Possessività - Ingiusto - Rabbia - Solitudine - Dolore - Triste - Esagerazione - Umiliata Sfogo - Arroganza - Solitudine - Insensibile - Pazzo - Irrispettoso - Tradimento - Schiaffo - Vergogna
È stato infine proposto ai ragazzi e alle ragazze di riassumere le loro riflessioni in un messaggio, che racchiudesse tutti i pensieri emersi e che potesse essere un segnale significativo di impegno contro la violenza
di genere. Una volta trovato il messaggio da comunicare, è stato concesso libero sfogo alla loro fantasia:
ogni classe ha scelto il linguaggio espressivo più adatto alla propria creatività e sensibilità, i ragazzi e le
ragazze si sono divisi ruoli e compiti e sono iniziati i lavori di realizzazione effettiva dei contributi finali.
Durante quest’ultima parte del progetto i ragazzi e le ragazze hanno dimostrato di aver colto con grande
responsabilità la consegna che era stata data loro: hanno percepito di aver discusso, ragionato e lavorato,
non solo per loro stessi, ma anche per portare un contributo a qualcosa di grande.
La consapevolezza della presenza di un significativo pubblico di giovani e di adulti all’evento finale, ha
spronato tutti i ragazzi a fare del proprio meglio, a mettersi in gioco e a non risparmiare le proprie capacità,
mettendo da parte la vergogna e arrivando a superare le aspettative anche dei professori più pessimisti.
Un percorso leggermente diverso è stato condotto con tre ragazze dell’ITC Bodoni di Parma. Queste ragazze hanno preso parte al progetto non nelle ore scolastiche, ma durante il tempo libero e gli incontri si sono
svolti presso i locali dello Spazio Giovani. Questa variabile ha influito in modo significativo sul percorso
realizzato: gli incontri sono stati più impegnativi, ma anche più coinvolgenti a livello personale, le ragazze
hanno percepito una grande responsabilità e questo le ha portate a lavorare con cura e passione.
Con loro, grazie al vantaggio del piccolo gruppo e del ritrovo in ore pomeridiane, è stato possibile muoversi sul territorio, per vedere e ascoltare dal vivo le opinioni di alcuni giovani di Parma e la voce di chi opera
quotidianamente per contrastare la violenza alle donne. Le ragazze hanno avuto la possibilità di conoscere
in prima persona diverse Istituzioni e di sentirsi quindi pienamente protagoniste di un vero e proprio documentario sulle azioni di prevenzione e contrasto alla violenza di genere nella nostra provincia.
84 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Classe IV TST Istituto Zappa Fermi al lavoro
Classe IV B Liceo Marconi durante le prove generali
LA ROSA DEI SENSI
85
L’Evento finale
Confrontarsi
per alzarsi in volo.
Meeting Giovani Parma 2001
I cinque contributi creativi sono stati presentati dagli stessi protagonisti nel corso dell’evento finale svoltosi in data 17 maggio 2008, presso il Cinema Teatro Edison a Parma.
Le classi hanno presentato cinque interventi diversi, ciascuno con la propria particolarità e sensibilità, ma
tutti caratterizzati da un unico grande messaggio: fermiamo la violenza sulle donne.
Alla giornata hanno partecipato: le classi coinvolte, con i loro professori e accompagnatori, l’Assessore alle
Politiche Sociali e Sanitarie della Provincia di Parma, operatori ed operatrici dell’Azienda USL di Parma,
oltre ai rappresentanti istituzionali della stessa, operatori ed operatrici dei Servizi Sociali dei Comuni,
docenti del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Parma, componenti il gruppo di ricerca, i rappresentanti delle Istituzioni intervistati nell’ambito di uno dei percorsi realizzati, un gruppo di genitori
interessati.
La percezione è che tutti abbiano vissuto la partecipazione a questo evento come qualcosa di diverso di
una semplice rappresentazione, qualcosa dove si respirava la passione e l’impegno che i ragazzi e le ragazze
avevano messo nei loro lavori, la forza e l’emozione del messaggio che hanno trasmesso.
Dall’intervento del Prof. Gilberto Brianti - Liceo Scientifico Marconi
“[…] Devo dire che è stata una proposta insolita per la scuola, per i temi e per i contenuti. Tuttavia i ragazzi
hanno saputo cogliere immediatamente il senso profondo del problema.
Di violenza sulle donne se ne parla molto sui giornali, con toni eclatanti, ma si parla un po’ meno di quello che
secondo me è ben più interessante: la violenza privata, nella coppia di adulti e nella coppia di giovani. I ragazzi
si sono incentrati su questo aspetto, avendo capito un dato fondamentale: c’è un mare molto vasto di problemi che
emerge a fatica e che vale la pena indagare. […]
Nelle storie che la classe del Marconi racconterà oggi sul palco è spesso presente il cellulare. Il cellulare è ormai entrato nella nostra vita quotidiana ed è quindi entrato anche nella coppia e nei problemi di coppia:
con il cellulare ci si innamora, si corteggia, si lascia e si controlla. Personalmente sono rimasto abbastanza colpito dall’idea di controllo del cellulare che è emersa, cioè dall’idea che il mio ragazzo non vede l’ora
di mettere le mani sul mio cellulare per vedere chi mi chiama, mi sembra qualcosa di preoccupante. […]
Mi esprimo, infine, come insegnante su due questioni che possono essere due piste di lavoro futuro. La prima è: che
cos’è l’aggressività maschile? Cosa rappresenta? In classe è sorta una discussione dove qualcuno diceva: “E’ tutta
solo negativa”, qualche altra ragazza diceva: “No bisogna vedere e cercare di capire”. Credo che sia importante
cercare di dare delle risposte e delle soluzioni ai comportamenti aggressivi dei nostri ragazzi, nella coppia e nei
gruppi. Un’ultima riflessione, invece, riguarda il tema di fondo della libertà: la scuola dovrebbe cercare di sviluppare la questione del potere che si esercita nella dimensione dei sentimenti.” -
86 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Gli esiti dei cinque percorsi
Il Video “Ricominciare si può” - Classe II C ITSOS Gadda di Fornovo Taro
Questi ragazzi e ragazze, mettendo in gioco la loro esuberanza, le loro idee e la loro voglia di farsi sentire in
modo significativo, hanno prodotto un breve cortometraggio, di cui sono protagonisti, realizzato ispirandosi agli spot delle pubblicità progresso. Il video è stato girato interamente nella loro scuola, con dialoghi,
sceneggiatura e musiche scelte dai ragazzi. Il messaggio che hanno voluto comunicare è un forte segnale di
speranza e di coraggio alle ragazze vittime di violenza all’interno di un rapporto di coppia.
Le diapositive “Spot contro la violenza” - Classe I OPS ENAC Emilia Romagna di Fidenza
Si tratta di una presentazione in Power Point. Questi ragazzi e ragazze, molto vivaci e comunicativi, hanno
scelto di esporre tutto quello che era emerso nel corso degli incontri attraverso una successione di foto e
frasi ideate e realizzate dalla classe e una mostra dei loro cartelloni creativi. Le musiche e le immagini che
hanno scelto per la presentazione e i quattro cartelloni con scritte e collage che hanno costruito nel corso
degli incontri, esprimono significativamente il messaggio che hanno voluto lanciare: da un lato una forte
condanna verso ogni violenza e dall’altro una celebrazione per l’amore e l’amicizia.
LA ROSA DEI SENSI
“Non c’è bisogno di usare la violenza! Ragionare prima di fare qualcosa di sbagliato è la scelta giusta!”
“Violenza?? Vergogna!”
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88 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Le diapositive “Una storia di rispetto” - Classe IV TST dell’Istituto Zappa Fermi di Borgo Val di Taro
Si tratta di una presentazione in Power Point di disegni e foto. Questa classe si è rivelata dotata di grande
talento nella rappresentazione grafica e ha scelto di utilizzare i disegni e le scritte per comunicare il proprio
pensiero. Il risultato è un originale fumetto, interamente pensato e realizzato dai ragazzi e ragazze, dove si
racconta la storia di una giovane coppia che, in una situazione di scontro, non si lascia prendere la mano
dall’aggressività. Il messaggio è chiaro: la violenza non è l’unica soluzione. La classe di Borgo Val di Taro
ha realizzato anche una scritta su un lenzuolo bianco e due cartelloni, con spot e frasi contro la violenza,
rivolte sia alle vittime che agli aggressori.
La rappresentazione teatrale “Due amiche raccontano…amore e dolore” - Classe IV B del Liceo
Scientifico Marconi di Parma
Questi ragazzi e ragazze, vincendo ogni riserva e timidezza, si sono cimentati in uno spettacolo dal vivo.
Sicuramente non è mancato loro il coraggio e la voglia di dire la propria con consapevolezza e determinazione. Musiche, sceneggiature, dialoghi e costumi sono stati interamente pensati da loro. Lo spettacolo
narra quattro vicende di violenza quotidiana contro quattro donne, in diversi contesti e con diversi comportamenti: la prima è la storia di una donna che subisce ricatti e provocazioni dal datore di lavoro; la
seconda narra di una madre che sopporta a fatica l’aggressività e la gelosia del marito; la terza è la storia di
bugie, gelosie e violenza in una giovane coppia, mentre l’ultimo è un episodio di stalking, che un ragazzo
un po’ oppressivo esercita nei confronti dell’ex fidanzata. Il finale a sorpresa stupisce il pubblico e lascia
spazio a diverse interpretazioni: vi si può leggere una semplice riflessione su ciò che spesso accade, oppure
l’importanza delle responsabilità personali o la grande difficoltà nel denunciare i maltrattamenti.
LA ROSA DEI SENSI
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90 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Il video documentario “Una scomoda verità” - tre componenti della classe IV TEI ITC Bodoni
di Parma
Nel corso degli incontri finali e operativi del progetto le ragazze si sono cimentate in diverse interviste sul
territorio provinciale. Nel filmato sono presentate in un primo momento le risposte di alcuni adolescenti,
intervistati al Parco Ducale di Parma, sul tema dei rapporti di coppia e della violenza contro le donne,
mentre in un secondo momento si ascoltano le voci di chi quotidianamente lavora in prima persona a contatto con la violenza di genere:
• Rita Dall’Ovo, Caposala del Pronto Soccorso di Parma, racconta quale sia la condizione delle donne che
chiedono assistenza medica dopo aver subito maltrattamenti fisici, solitamente perpetuati a lungo da
stretti conoscenti o famigliari. Ci dice anche di quanto sia difficile per queste donne raccontarsi e confidare la loro storia spesso piena di dolore e umiliazioni.
• Cristina Caggiati, Comandante della Polizia Municipale del Comune di Montechiarugolo, indica come
può muoversi una donna nel momento in cui si trova in situazione di abuso, a chi deve rivolgersi e come
effettuare una denuncia. Dalle sue parole emerge inoltre quanto sia grande la difficoltà per una donna
nell’affrontare le conseguenze di una denuncia, soprattutto se riguarda un famigliare violento.
• Davide D’Andrea, Agente della Squadra Mobile della Questura di Parma, racconta come si muovono le
Forze dell’Ordine quando vengono a conoscenza di un fatto di violenza, quale atteggiamento deve avere
l’agente che riceve la denuncia, per fare in modo prima di tutto che la donna si senta accolta e ascoltata;
• Le operatrici e le volontarie del Centro Antiviolenza di Parma illustrano, infine, quale assistenza viene
fornita alle donne vittime di violenza e ai loro figli, tramite colloqui e supporti concreti. Il Centro non si
occupa solo di emergenza, ma anche di prevenzione “affinché l’emergenza non esista più” e il suo lavoro
si estende su tutta la provincia di Parma.
Nel corso della realizzazione del filmato le ragazze hanno imparato a conoscere nuove e interessanti realtà
e ciò che hanno voluto comunicare è riassunto nella loro frase finale: “Farsi aiutare è possibile.”
LA ROSA DEI SENSI
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I risultati raggiunti
Occorre dare fiducia ai giovani
per ascoltare la loro voce.
Anonimo
È facile immaginare come la violenza di genere sia un argomento non banale e non semplice da trattare,
proprio per la sua intrinseca delicatezza e complessità, ma nel corso del progetto è stato affrontato con
modalità attive e coinvolgenti e mai superficiali. In questo contesto l’esperienza di tutti gli incontri e
dell’evento finale si è dimostrata preziosa, non solo perché ha dato un contributo all’affermazione di una
cultura del rispetto e del dialogo tra i giovani e tra questi e gli adulti, ma anche perché ha dato occasione
ai partecipanti di sentirsi coinvolti come veri protagonisti.
Ai ragazzi e alle ragazze dei gruppi di progetto sono stati dati spazio e voce per esprimersi su un tema su
cui, al di là delle spesso pessimistiche aspettative degli adulti, hanno dimostrato di avere diverse cose da
dire; hanno saputo cogliere questa occasione con coraggio e si sono impegnati al meglio nel progetto, sia
nelle fasi di approfondimento dell’argomento, sia nelle fasi finali dove hanno espresso il frutto delle proprie
riflessioni.
Chi ha partecipato all’evento finale ha potuto vedere negli occhi dei ragazzi e delle ragazze la soddisfazione
di aver fatto bene il proprio lavoro e la gioia di vederlo apprezzato e applaudito, sia dai coetanei che dagli
adulti presenti.
Si è fatta strada la convinzione che l’esperienza che queste classi hanno vissuto rimarrà nei loro ricordi
come un momento importante di crescita personale, in cui hanno conosciuto e approfondito nuove e scomode realtà e in cui hanno sperimentato condivisione e scambio di opinioni, sempre in un clima di fiducia
e ascolto.
“La rosa dei sensi” ha realmente sollecitato tutti i loro sensi e la speranza per il futuro è che questi ragazzi
e ragazze sappiano portare avanti con consapevolezza le convinzioni e i messaggi di cui sono fatti portavoce
in questo Progetto.
Alcune riflessioni a margine
Chi ha partecipato in qualità di conduttrice degli incontri, ritiene di poter affermare di avere approfondito
e imparato molto in questa esperienza, non solo attraverso lo studio e la lettura della bibliografia teorica in
preparazione al Progetto, ma anche attraverso ogni discussione e confronto con i ragazzi e le ragazze coinvolti.
Il rapporto con loro si è rivelato ricco di soddisfazioni: hanno saputo trasmettere alla conduttrice suggestioni ed emozioni particolari e, con il trascorrere del tempo, si è instaurato anche un sincero affetto reciproco.
La convinzione che fosse importante dare ai giovani spazio e voce in qualità di protagonisti e non di semplici spettatori si è rivelata un aspetto vincente di tutto il percorso, dai primi passi fino all’evento finale,
nel quale hanno dimostrato di essersi pienamente guadagnati la fiducia riposta in loro. Gli adolescenti
sono attenti osservatori, si stupiscono, si indignano e sanno ragionare, ma soprattutto sanno comunicare le
loro idee con creatività e originalità: basta saperli ascoltare.
APPENDICE
Frasi presentate alle classi nella prima fase degli incontri,
per stimolare la discussione:
• Se una ragazza è stata picchiata dal suo ragazzo, ne parlerà sicuramente con qualcuno per chiedere aiuto
• Se una ragazza è stata picchiata penserà di avere fatto qualcosa per meritarselo
• Il ragazzo che picchia la sua ragazza perché lo ha tradito non le vuole bene
• Il ragazzo che picchia la ragazza perché è vestita provocante non le vuole bene
• Le ragazze che sono state picchiate dal proprio ragazzo non accettano più di stare con lui
• L’aggressore dopo aver picchiato non ammetterà mai di essere un violento ma troverà mille scuse per giustificare il suo gesto
• Le donne di solito sono picchiate da uomini a loro sconosciuti
• Se un uomo maltratta cameriere, commesse, impiegate ma è adorabile con la sua donna, non farà mai del male a quest’ultima
• Le ragazze non picchiano mai i ragazzi
• Gli uomini riflettono meno su quello che fanno
• Le donne pretendono cose impossibili dagli uomini
• L’uomo spesso crede che la propria donna sia un oggetto di sua proprietà
• Gli uomini ammettono raramente di aver bisogno di aiuto
• Le donne, quando perdono a una competizione contro gli uomini, si lamentano di essere svantaggiate, mentre se vincono
esagerano le loro capacità
• Gli uomini danno troppa importanza all’orgoglio
• Quando un ragazzo viene lasciato dalla sua ragazza è un suo diritto cercare di continuare a sentirla e vederla, anche se lei non vuole
• La violenza contro una donna è ancora più grave se viene picchiata da una persona conosciuta e di cui si fida
• Per le donne tra i 15 e i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità.
• Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di
un uomo nel corso della sua vita
• La violenza sessuale contro una donna è violenza contro la moralità pubblica e non contro la persona
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94 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Classe II C ITSOS Gadda di Fornovo Taro - Scrittura creativa
Dal cortometraggio “Ricominciare si può”
“Quando si è innamorati non si dà ascolto alle persone che ci vogliono bene e non si capisce che si commettono molti
errori, che alla fine fanno soffrire solo te stesso.”
“Non fare del male alla persona che ti ama davvero, magari anche per delle banalità. Prima di usare la violenza,
fermati e rifletti, perché oltre a causare dolore fisico, che con il tempo passerà e i segni svaniranno, potresti ferire
quella persona dentro, nel profondo.”
“Il dolore interno è qualcosa che rimane del cuore, un dolore incolmabile che neanche il tempo può cancellare. Con
questo dolore sei costretta a chiuderti in te stessa e ad isolarti dal mondo. Soprattutto se inflitto dalla persona che
più ami e più rispetti. In questo modo molto triste ti priverai della felicità e del valore della vita.”
“Se subisci violenze non avere timore, chiedi aiuto, torna dalle persone che davvero tengono a te! Loro sapranno
aiutarti a superare i tuoi problemi e ad andare avanti, così potrai tornare a vivere e ad essere felice, lasciandoti
alle spalle un passato che ti ha fatto soffrire davvero tanto!”
APPENDICE
Classe I OPS ENAC Emilia Romagna di Fidenza - Cartelloni collage, foto
e scrittura creativa
Non abbiate paura di ribellarvi!
“Non c’è bisogno di usare la violenza! Ragionare prima di fare qualcosa di sbagliato è la scelta giusta!”
“W l’amore! No alla violenza!”
“Violenza?? Vergogna!”
“Se ti senti realizzato a essere violento, continua così…un giorno vedrai che tutto il mondo sarà contro di TE!!
E ti sentirai solo senza nessuno accanto!”
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96 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Cosa vuol dire Amare una persona e rispettarla?
“Amare vuol dire essere felice quando sei con lei e ti batte il cuore quando hai lei al tuo fianco”
“Amare è la cosa più bella che l’uomo possa provare”
“Amare è cambiare umore da triste a felice quando la vedi”
“Amare una persona è farle sorprese e rispettarla”
“Amare una persona è fare di tutto per un suo sorriso”
“Amare vuol dire avere fiducia”
“Amare è condividere i pensieri e i sentimenti”
“Amare è essere sinceri”
Uno schiaffo può essere giusto?
“Uno schiaffo può essere giusto solo se serve e se c’è un motivo valido.”
“Uno schiaffo può essere giusto solo se si è commesso un grandissimo errore.”
“No assolutamente, si deve chiarire a voce.”
“Uno schiaffo può essere giusto solo quando serve, una volta ogni tanto e non oltre lo schiaffo.”
“Uno schiaffo può essere giusto forse in caso di tradimento ma non sempre! E’ meglio evitarlo.”
“Uno schiaffo può essere giusto solo se si sbaglia alla grande.”
“No, in nessun caso, sia l’uomo verso la donna, sia la donna verso l’uomo.”
“Uno schiaffo può essere giusto quando la mia compagna fa qualcosa di sbagliato che non è perdonabile”.
“Odio gli schiaffi! Bisogna parlare e lasciar parlare.”
“Per me fanno più male le parole che uno schiaffo.”
“Uno schiaffo può essere giusto quando qualcuno ti tradisce”.
“Lo schiaffo non è mai giusto perché così non si risolve niente!”
“Non è MAI giusto!”
APPENDICE
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Classe IV TST Istituto Zappa Fermi di Borgo Val di Taro - Disegni in fumetto e frasi
Scritta su un lenzuolo:
“Volta pagina al passato, anche se brutto, quello che è stato. D’ora in avanti sai cosa fare, ora il
tuo motto è: vivere e sperare!”
98 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
Classe IV B Liceo Scientifico Marconi di Parma - Scrittura creativa e fotografie
dello spettacolo teatrale
Che colore ti viene in mente se ripensi agli incontri fatti insieme in questi mesi?
“Rosa, perché è il colore che viene associato sempre alla figura femminile. Il rosa è un colore morbido e limpido,
così come può e sa essere una donna, almeno nell’immaginario comune. Non è un rosa acceso, altrimenti la donna
perderebbe il suo naturale equilibrio, né un rosa pallido, in tal caso la donna risulterebbe fragile e debole. Non è
neanche un rosa sporco, che potrebbe indicare una femminilità oltraggiata da una violenza.”
“Nero. Scelgo questo colore perché è negativo, cupo, buio, mi dà l’impressione di una situazione con poche vie d’uscita.
È il colore della notte e della rabbia che può spingere ad un atto di violenza. Dal nero, però, possono fuoriuscire
tutti gli altri colori, quasi a significare che dal buio si può arrivare alla luce, dalla tristezza alla felicità, dal
negativo al positivo.”
“Rosso e nero. Rosso perché è il colore della violenza, delle botte subite e dei lividi e ferite che ti restano sia sulla
pelle, sia psicologicamente. Nero perché è il colore della tristezza, della solitudine e dei sensi di colpa. E’ anche il
colore del mondo che ti circonda quando entri in una situazione sgradevole e opprimente. E’ il colore della sofferenza
e del fatto di sentirsi “macchiate” e “sporche”.”
“Nero. Perché in questi incontri mi ha colpito molto il fatto che noi pensiamo che la violenza sia qualcosa di lontano
da tutto ciò che ci circonda, mentre invece i risultati del questionario hanno rivelato che spesso è intorno a noi, mentre noi siamo ciechi di fronte a questa. Per questo ho scelto il nero: il colore del buio, di chi è cieco, dell’oscurità.”
“Arancione. È il colore dell’evidenziatore con il quale abbiamo sottolineato gli articoli di giornale che parlavano di
violenza. Questo colore, mentre leggevamo, metteva in risalto i dati sconcertanti sulla violenza contro le donne.”
“Rosa. È il colore della pelle che viene colpita, anche se con il tempo un calcio o un pugno diventa più una ferita
morale che fisica.”
“Nero. Credo che per una donna la delusione più grave non sia dovuta alle botte in sé per sé ma alla consapevolezza
di chi si ha di fronte… cioè l’uomo che fino a quel momento ti sembrava essere “speciale”, essere quello “giusto”, dopo
sembrerà un mostro, una persona per cui si potranno provare solo sentimenti di odio e rabbia.”
“Rosso, perché mi ricorda una scena del film visto e perché il rosso è associato al sangue di tagli e ferite che spesso
mi ricorda la violenza nell’atto appunto di picchiare e percuotere con l’intento di provocare male e dolore. Inoltre
vedo nel colore rosso un duplice significato: da una parte può simboleggiare l’amore ardente di una coppia, mentre
dall’altra questo colore può rievocare nella mente gli atti della violenza, soprattutto quella fisica, sottolineando il
fatto che spesso coloro che fanno violenza sulle donne sono persone amate, o comunque vicine a queste.”
“Grigio. Ho scritto grigio perché secondo me rappresenta prima di tutto la tristezza ma soprattutto l’incertezza e la
paura. Con il grigio penso anche all’atmosfera che ci può essere in una casa con una situazione del genere, il dolore della
donna, anche del marito, penso anche all’incertezza di una donna nel decidere se lasciare o no il marito e nel decidere
se reagire comunque in qualche modo. Il grigio può rappresentare anche la nebbia, quindi l’annebbiamento dell’amore che viene “coperto” dall’odio, quindi un periodo cupo e doloroso nella vita di una persona, un momento di perdita
della propria identità anche. Con questo colore quindi mi viene in mente l’allontanamento e la perdita in generale.”
“Verde. È il colore della speranza che queste donne dovrebbero avere per “tirare avanti”.”
“Blu scuro. È il colore della notte fonda, momento in cui una donna può scappare dall’uomo che la picchia.”
“Nero. Perché incarna la negatività della violenza.”
“Il colore che userei per esprimere le sensazioni legate all’argomento della violenza nella coppia sarebbe il Rosso.
Il rosso è il colore del fuoco e della passione, dunque dell’amore all’interno di una coppia o fra 2 persone. Se però
non viene domato il fuoco può distruggere tutto quello che di buono si era costruito insieme. Il rosso potrebbe quindi
rappresentare la doppia faccia dell’amore che, superato un certo limite, si trasforma in terrore.”
“Nero, perché esprime la tristezza e il dolore delle donne che subiscono queste violenze ma anche il rosso per la rabbia
e la paura che queste provano.”
“Ho scelto il colore grigio, come il futuro che ci aspetta se questo fenomeno non verrà fermato in tempo.”
“Blu. Perché è il colore che generalmente si attribuisce al sesso maschile, maggiormente indiziato nei rapporti di
coppia all’uso della violenza. Penso che sia incredibile come una persona non riesca a controllarsi e debba ricorrere
all’uso della violenza per sfogarsi!”
APPENDICE
99
“Viola. Perché è il colore della violenza e perché è un colore aggressivo, forte.”
“Nero e rosso. Il nero perché per me indica paura e inquietudine, e anche un tunnel senza uscita. Il rosso perché
indica rabbia e ira.”
Spettacolo “Due amiche raccontano…”
100 PARTE II LA ROSA DEI SENSI
PROGRAMMA EVENTO FINALE 101
DIPARTIMENTO DI PSICOLOGIA
Provincia
di Parma
“LA ROSA DEI SENSI”
UN PERCORSO DI PROGETTO E PARTECIPAZIONE
17 MAGGIO 2008
P
R
O
G
R
A
M
M
A
Ore 9,00 Saluti delle Autorità
Ore 9,30 La ricerca intervento
Nadia Monacelli - Dipartimento di Psicologia, Università di Parma
Ore 9,50 Il percorso dei gruppi di progetto
Paola Ziliani - Servizio Spazio Giovani, Azienda USL di Parma
Ore 10,20 Presentazione e rappresentazione dei progetti
A cura dei ragazzi e ragazze delle Scuole
Introduce Gilberto Brianti - insegnante Liceo Scientifico Marconi
• Video “Ricominciare si può”
Classe II C ITSOS GADDA di FORNOVO
• Presentazione “Spot contro la violenza”
Classe I OPS ENAC Emilia Romagna di FIDENZA
• Video “Una scomoda verità”
Ragazze della classe IV TEI ITC BODONI di PARMA
• Presentazione “Una storia di rispetto”
Classe IV TST Istituto ZAPPA FERMI di BORGOTARO
PAUSA
• Rappresentazione teatrale “Due amiche raccontano…amore e dolore”
Classe IV B LICEO SCIENTIFICO MARCONI di PARMA
Ore 12,30 Conclusioni
Paola Salvini - Servizio Spazio Giovani - Azienda USL di Parma
B I B L I O G R A F I A
104 BIBLIOGRAFIA
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ANNOTAZIONI
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