Ernestito Celia de la Serna y Llosa ed Ernesto Guevara Lynch

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Ernestito Celia de la Serna y Llosa ed Ernesto Guevara Lynch
Ernestito
Il 14 giugno 1928, Ernesto Guevara Lynch e Celia de la
Serna y Llosa annunciano felici la nascita del loro
primogenito. Com'è tradizione in Argentina, lo
battezzano con il nome del padre. Nato un mese prima
del previsto a Rosario de la Fe, il bambino eredita anche
due diminuitivi: "Ernestito" e "Tetè".
Nelle vene di Ernestito scorre una miscela esplosiva
irlandese, spagnola e basca. Sua madre Celia è l'erede
di una famiglia di proprietari terrieri imparentati con i Grandi di Spagna e del Nuovo Mondo.
Ragazza ribelle, la graziosa aristocratica ha abbracciato la causa femminista alla fine della prima
guerra mondiale. A Buenos Aires, la più europea tra le capitali dell'America Latina, è una delle
prime donne a dare scandalo portando i capelli corti. Guida la macchina, firma assegni e
"accavalla le gambe in pubblico", precisa una delle sue cugine.
Celia de la Serna y Llosa ed Ernesto Guevara Lynch
Celia ha messo gli occhi su un giovanotto del suo
ambiente. Ma Ernesto Guevara Lynch le sembra meno
arrogante ed impacciato di tutti i suoi corteggiatori
dell'aristocrazia locale. Bel ragazzo, simpatico, ha
ereditato l'argento vivo di un bisnonno che, costretto
all'esilio, senza esitare aveva preso parte alla corsa
all'oro in California. Non sopporta di restare dietro una
scrivania. Abbandona gli studi di architettura e conduce
la giovane sposa e il bambino nel Nord-Est del paese,
per occuparsi delle piantagioni di "mate", un'erba il cui
infuso è la bevanda più popolare in Argentina e
Paraguay
Ernestito
Ernestito passa i primi due anni della sua vita in un immenso giardino.
Fino a un giorno di primavera del 1930 che influenzerà notevolmente la
sua futura personalità.
Il 2 maggio 1930 il piccolo, assai vivace, prende freddo bagnandosi
nell'acqua ghiacciata di una piscina. La prima crisi d'asma segna l'inizio di
una maledizione che lo costringerà a forgiarsi di una volontà di ferro per
tutto il corso della sua vita. All'epoca non si sapeva molto delle allergie.
Una delle prime parole che Ernestito impara a pronunciare è "puntura".
Su consiglio dei medici, i Guevara partono alla ricerca di un clima più
secco. Si stabiliscono in Alta Gracia, nelle montagne della provincia di
Còrdoba, nel nordovest dell'Argentina.
La mamma comincia a insegnargli a leggere a
quattro anni. La prima lettera di Ernestito è
indirizzata alla zia Beatriz nel 1933.
"La casa dei Guevara era sempre aperta", ricorda
una vicina.
"Prima che arrivassero loro, nel quartiere si diceva
che fosse infestata dagli spiriti. Ma con loro è
diventata casa del popolo. I bambini del posto
erano raggianti. Infatti i genitori incoraggiavano
Ernestito e i suoi fratelli e sorelle, Celia, Roberto,
Ana Maria e Juan Martin, a portare a casa i loro
compagni, che fossero della loro classe sociale o
venditori di giornali."
Come tutti i bambini della sua età, Ernestito gioca agli indiani
e ai cowboy. Ma anche - segno dei tempi, siamo nel 1936 - ai
franchisti e repubblicani.
"Era un vero scavezzacollo!", dirà il padre, "A sette o otto
anni, con i figli dei peones delle colline circostanti, era un
vero capobanda." Ma Ernestito resta anche ore a divorare i
libri della biblioteca di casa. "Leggeva tutto", continua quello
che lui chiamava il suo "vecchio". "Ha cominciato con Salgari,
naturalmente. E poi ha divorato Jules Verne, Cervantes,
Stevenson. Le storie d'avventure lo entusiasmavano. I tre
moschettieri..." La madre gli insegna francese, il segno
distintivo delle grandi famiglie argentine.
A quattordici anni legge Baudelaire, Mallarmè, Pablo Neruda,
Anatole France e Jack London, ma anche Freud, Jung e un
compendio del Capitale.
La pagella di Ernestito alla scuola Dean Funes di Còrdoba
nel 1945. Scolaro piuttosto bravo... tranne che in inglese!
Dall'incontro con i fratelli Granado e in particolare con quello che diventerà il
suo migliore amico, Alberto, nascerà una passione per il rugby.
Malgrado l'asma che a volte lo costringe ad abbandonare il campo, Ernesto è
soprannominato "Fuser", contrazione di furibando (furioso) e Serna (il
cognome della madre). Per questa ragione, i genitori gli impongono di
lasciare il club San Isidro di Buenos Aires. Ma lui, cocciuto, prende di
nascosto la tessera di un altro club. Con alcuni compagni, dà vita alla rivista
Tackle (placcaggio). Ernesto firma i suoi primi articoli giornalistici con un altro
dei suoi soprannomi: "Chancho" (porco) o "Chang-Cho".
Segnato dall'agonia della nonna, che muore nel 1947, Ernesto decide
di studiare medicina all'università di Buenos Aires. Riformato a causa
dell'asma, lo studente pratica il tennis, il golf e inizia a pilotare con lo zio
Jorge. Ma si fa anche un punto d'onore di guadagnarsi da vivere. Si
imbarca come infermiere in una nave cisterna, lavora nei macelli
comunali, poi alla biblioteca universitaria. Si ingegna anche, con un suo
compagno, di mettere a punto un insetticida, l'"Atila" [In seguito
"Vendaval", perchè in commercio esisteva un prodotto dal nome Atila]
che spera di commercializzare. Il solo risultato è quello di impestare la
casa di famiglia...
"Non so come potesse fare così tante cose. Lui, che apparentemente
era così disordinato, si mostrava in compenso molto organizzato nel gestire il suo tempo."
Ernesto Guevara padre.
L'università lo delude. Cercava una vocazione, gli
parlano di carriera. Ernesto ha sete di scoprire il
mondo.
In occasione delle vacanze universitarie, decide di
raggiungere Alberto Granado sulla Sierra, a nord di
Còrdoba. Più vecchio, soprannominato dai più intimi
"Mial" (Mi Alberto), questi si è già laureato in medicina e
lavora in un lebbrosario a San Francisco de Chanar.
Per divorare gli 850 chilometri che lo separano
dall'amico, Ernesto monta un motorino sulla sua
bicicletta. Non si porta dietro che una gomma di
ricambio a tracolla, coma un corno da caccia, qualche
abito e un libro di Nehru.
Il 5 maggio 1950, la rivista "El Grafico" pubblica la foto di Ernesto in un inserto pubblicitario dal
marchio Cucciolo, il motorino montato sulla sua bicicletta.
Le prime esperienze
"Va già verso i diseredati come se volesse conoscere in un sol colpo
tutta la miseria che si raccoglie nella sua America." Alfredo Reyes
Trejo
Alla fine delle vacanze di studio al lebbrosario di San Francisco de
Chanar, Ernesto ritorna a Buenos Aires per sentieri nella macchia,
e quando capita l'occasione condivide la vita dei gauchos. Percorre
in tutto 4500 chilometri sulle strade dell'Argentina.
Sulla Strada...
Los Easy Riders Hermanos
Ernesto ha ventitrè anni. Ha quasi finito gli
studi di medicina. Smanioso di scoperte e
avventure, con l'amico Alberto Granado decide
di intraprendere un viaggio iniziatico attraverso
tutta l'America Latina.
Il 29 dicembre 1951, i due amici inforcano una vecchia motocicletta Norton 500cc, la Poderosa II.
Dietro, in cima ai sacchi a pelo, alla tenda e a qualche indumento di ricambio, troneggia un
barbecue. I genitori nascondono a stento la loro preoccupazione. Ernesto deve promettere di non
dimenticarsi mai il suo ventolin e di ritornare per finire il dottorato. Alla partenza, il padre fa
scivolare la sua rivoltella in mezzo all'equipaggiamento. Non si sa mai...
Intermezzo Romantico
La prima tappa è l'esclusiva stazione balneare di Miramar,
dove si trova l'adorabile Maria del Carmen, detta
"Chichina", figlia del barona Ferreyra e ragazza di Ernesto.
Tra i figli di papà dell'aristocrazia Argentina, Ernesto è
considerato come un orso le cui riflessioni piombano quasi
sempre come un sasso in uno stagno. Fa eccezione
Chichina: "Il suo abbigliamento trasandato ci faceva ridere,
e ci faceva un pò vergognare della nostra sottomissione
alla moda. Comprava le scarpe ai mercatini, e le sceglieva
in modo da dare l'impressione di avere i piedi di dimensioni
diverse. Accettava le nostre battute snob con la più
assoluta indifferenza".
Alla partenza, Ernesto scrive nel suo diario: "Il viaggio era nella bilancia, in un guscio,
subordinato alla parola che acconsente e lega".
Come regalo d'addio, lei gli dona un braccialetto d'oro. Lui le lascia un cagnolino battezzato
"Come-back" (ritorna).
Medico del Mondo
Medico del Mondo
L'edizione di martedì 19 febbraio 1952 del giornale locale di
Temuco, una cittadina del Cile, riferisce che "due esperti
argentini di leprologia attraversano il Sudamerica in
motocicletta".
Il dottor Granado e il suo "assistente" Guevara passano il
Cile attraversando la cordigliera delle Ande. La Norton è già
agonizzante. Raggiungono in autostop Valparaiso, dove si
imbarcano clandestinamente, da polizones, su un cargo.
Risalgono verso la Bolivia e visitano le gigantesche miniere
di Chuquicamata, sfruttate dagli statunitensi. Rivelazione
dell'ingiustizia: "Per un gioco di prestigio che sfugge agli
indios", racconta Alberto, "La loro terra rossa si trasforma in
biglietti verdi".
I due compari continuano verso il Perù - il lago Titicaca,
Cuzco, il Machu Picchu - poi in direzione dell'Amazzonia,
dove sbarcano al lebbrosario di San Pablo. Oltre
quarant'anni dopo, gli indios lebbrosi si ricordano ancora di
quei due esseri sovrannaturali, che non portavano guanti, gli strigevano la mano e giocavano a
calcio con loro. Uno di essi, Silvio Lozano, che ora gestisce un bar chiamato "Che", ha raccontato
al giornalista Andy Dressler: "Nel 1952, ero uno dei tanti lebbrosi condannati a morire di lì a poco.
Ormai ero pelle e ossa. La lebbra mi divorava lentamente, e il dolore mi strappava le lacrime. Lui
era seduto sulla nuda terra, come uno yogi. Ero talmente indebolito che mi mancava la forza di
tendergli la mano. Egli l'afferrò, la tastò a lungo e...mi disse: "Il nervo è leso, bisogna operare".
Malgrado la sua mano fresca sulla mia fronte che scottava, fui preso dalla paura. "Lei morirà se
non si fa niente" insistette. Gridai come un pazzo quando mi infilarono due aghi nella piaga, poi
cercai il suo sguardo e svenni. Mi ha salvato. Fu l'inizio di una nuova era nel lebbrosario, i ferri
chirurgici non ebbero il tempo di arrugginire!".
Medico del Mondo
Medico del Mondo
Autoritratto di Ernesto fotografo. L'apparecchio è
posato a sinistra sulla pila di libri
Fine luglio 1952 a Caracas, dopo avere vagabondato insieme per
sette mesi, i due compagni si separano. Ernesto non ha in tasca
più di un dollaro e promette a Celia, sua madre, di rientrare per
finire gli studi. Il cargo che lo riporta a Buenos Aires è costretto
ad atterrare a Miami. In attesa delle riparazioni, deve
sopravvivere per 20 giorni con un solo dollaro in tasca, in
un'America in pieno maccartismo.
Ottiene il dottorato in tempo di record, dal settembre '52 al marzo
'53. Non ha ancora venticinque anni. Il "dottor" Guevara se ne
frega di questo titolo prestigioso. Non vede l'ora di ripartire. Il
continente americano necessita di una "sistematica
auscultazione politica".
Riparte per il Perù, si ferma brevemente in Bolivia, attraversa l'Ecuador, la Costa Rica, dove
incontra gli esuli cubani che hanno appena preso parte, il 26 luglio, alla prima azione armata di
una certa portata contro il dittatore Batista. Gli parlano del loro capo, un certo Fidel Castro Ruiz.
In Guatemala, assiste all'intervento dei mercenari addestrati negli Stati Uniti per abbattere il
regime troppo progressista del presidente Arbenz. E' lì che incontra Hilda Gadea Acosta, una
militante peruviana in esilio. Lei lo nutre con nuove letture: Lenin, Trotzkij e Mao. Gli amanti
prendono parte alla resistenza ma sono costretti a fuggire in
Messico.
Con il nuovo amico Julio Caceres "El Patojo", Ernesto
sopravvive fotografando gli innamorati o le mamme che portano
a spasso i bambini nei parchi, "Lottando per convincerle che il
piccolo è davvero molto grazioso e che vale la pena di spendere
un peso per tale meraviglia".
L'agenzia Prensa Latina lo assume come fotografo per coprire i
giochi Panamericani.
La prima moglie.
Hilda Gadea, la sua ninfa
Egeria, è incinta. Finalmente
nell'agosto del 1955 accetta di
sposare Ernesto, ma
l'atmosfera coniugale si guasta
molto velocemente. Qualche
mese più tardi, lui scrive alla
zia: "Da qui a poco aspetto un
piccolo Vladimiro Ernesto." Ma
nasce Hilda Beatriz. Che
importa: "La mia anima di
comunista si allarga a
dismisura", scrive Ernesto,
questa volta alla madre. "E' il
ritratto sputato di Mao Tse-tung.
Mangia come mangiavo io
secondo quello che raccontava la nonna, in altre parole poppa senza tirare il fiato finchè le esce
il latte dalle narici". Il giovane papà chiama la sua bambina "el petalo mas profundo del amor".
Eppure l'anno 1955 è segnato da un incontro
che influenzerà il suo destino molto più ancora
della paternità. Ernesto Guevara fa conoscenza
con il capo degli esuli cubani in Messico, Fidel
Castro. Scrive al padre: "Un giovane leader
cubano mi ha invitato a raggiungere il
movimento armato di liberazione del suo paese,
e naturalmente ho accettato. Così il mio dovere
è legato alla rivoluzione cubana [...] Nella mia
vita, ho trascorso molto tempo a cercare la
verità attraverso gli ostacoli ed ecco, con una
figlia che mi perpetua, ho fatto la grande svolta.
A partire da questo momento, non considero più
la mia morte come una perdita. Semmai, come
Hikmet, porterò nella tomba solo il dispiacere di
un canto non terminato..."
L'incontro con i Rivoluzionari Cubani
Castro cerca un medico per il gruppo di rivoluzionari
che intende sbarcare a Cuba per rovesciare il
dittatore Batista. Guevara non esita neanche un
secondo. Per il gruppo dei cubani, orami è il Che.
"Che" è l'interiezione favorita degli argentini, il loro
segno caratteristico nel mondo di lingua spagnola.
Agli ordini del generale Alberto Bayo, un vecchio ufficiale dell'esercito repubblicano spagnolo,
"Che" Guevara si addestrava a sparare con i cubani in un campo segreto, a una quarantina di
chilometri da Città del Messico.
L'incontro con i Rivoluzionari Cubani
Fidel Castro, Ernesto Guevara e il gruppo degli esuli cubani vengono
arrestati e rinchiusi nel carcere di Calle Miguel Schultz di Città del Messico. I
prigionieri vengono rilasciati grazie a qualche bustarella e
all'intervento del vecchio presidente della Repubblica
messicana, Lazaro Cardenas
Prima di affrontare la dura vita del guerrigliero, il Che vuole affilare il
suo corpo come un pugnale.
Ormai la sua vita non gli appartiene più. La consacra alla Rivoluzione.
Con i suoi compagni cubani, pratica la lotta e il karate per i
combattimenti corpo a corpo, la pallacanestro e il calcio per l'agilità, il
canottaggio per la resistenza. Passa i fine settimana a scalare il
Popocatepetl o l'Itzaccihuatl, a oltre 5000 metri. Fidel, da parte sua,
viaggia negli Stati Uniti per raccogliere fondi presso altri esuli.
Il 25 novembre 1956, si imbarcano con 80 cubani sulla Granma, uno
yacht costruito per trasportare 25 passeggeri. Ernesto sa che la
partenza lo separerà forse per sempre dalla figlia di 9 mesi.
Alla madre: "Non sono un Cristo nè un filantropo. Sono tutto il contrario
di un Cristo, e la filantropia mi sembra nulla in confronto alle cose in cui
credo. Mi batterò con tutte le armi a disposizione invece di lasciarmi
inchiodare a una croce o qualunque altra cosa."
La Rivoluzione
"Non fu uno sbarco, fu un naufragio...",
dirà in seguito il Che.
Gli 82 che sbarcano sulla costa cubana il 2
dicembre 1956 vengono decimati nei primi
scontri con l'esercito regolare. I
sopravvissuti, una dozzina, si nascondo
nella Sierra Maestra, un massiccio lungo
130 km e largo 50, dominato dal monte
Torquino perso tra le nubi. Di fronte a un
moderno esercito di 4000 uomini, i
"barbudos" imparano il mestiere.
Trasandati e armati alla meno peggio,
allacciano rapporti con i contadini, i
"campesinos", che vengono
progressivamente a ingrossare i loro
ranghi.
Il Che cambia la sua vocazione di
medico, per diventare prima di tutto
un combattente:
In piena sparatoria "mi trovai davanti
uno zaino pieno di medicinali e una
cassa piena di munizioni. Il peso mi
impediva di portarle via tutte e due.
Presi la cassa di munizioni, lasciando
lo zaino..."
"E' un artista della guerriglia, un capo
esigente con se stesso come con gli
altri. Pratica una morale egualitaria
che dà senso alla lotta contro una
dittatura di corrotti", dirà Fidel Castro.
"Il dottore è cojonudo, un vero guerriero." Fidel
Castro
Impulsivo, impara a controllarsi per poter dare gli ordini
alle sue truppe, per diventare un vero "comandante".
Tra un'imboscata e l'altra, si prende cura dei malati e dei feriti. Fa
lezione agli analfabeti e insegna il francese a Raùl, il fratello di
Fidel Castro.
I "barbudos" fanno grande uso di sigari. Ne fumano una parte e
fanno macerare il resto nell'acqua, come Ernesto ha loro
insegnato. Applicato sulla pelle, il liquido giallastro è un'efficace
protezione contro le zanzare.
Su Radio Rebelde l'intera isola sente parlare del
"guerrillero heroico".
Guevara è nominato Comandante, il grado
più alto tra i guerriglieri. Costretto a mettersi a
letto per una crisi d'asma, il Che rilegge
Goethe nel suo covo fortificato di El Hombrito,
che sarà ridotto in cenere dall'esercito.
Ricostruisce una nuova base permanente a
La Mesa. I suoi uomini vi installano il
trasmettitore di Radio Rebelde e la tipografia
del giornale "El Cubano Libre". Sulle onde e
attraverso le colonne, il messaggio è
semplice: LIBERTA' O MORTE.
Il Comandante Guevara ha creato una vera e propria fabbrica
d'armi, che produce proiettili, granate e addirittura un'arma "fatta
in casa", l'M-26, chiamata anche Sputnik, che va lanciata per
mezzo di una specie di catapulta costruita con le molle di un fucile
da pesca subacquea.
All'interno della zona "liberata" che dominano e amministrano, i
ribelli pagano i loro acquisti con dei buoni che Guevara firma già
Che, come quando diventerà presidente della Banca Nazionale di
Cuba, dopo la presa del potere.
Il 21 agosto 1958, su ordine di Fidel Castro, comandante
capo, ha inizio l'invasione del resto dell'isola. Attraverso
montagne e paludi, sfidando non solo i bombardamenti
dell'aviazione ma anche due cicloni, il Che percorre a
piedi parecchie centinaia di chilometri alla testa di una
colonna di 220 uomini, la "ocho".
Il 5 ottobre: "La truppa non ne può più. Il morale a pezzi,
famelici, hanno i piedi sanguinanti e tanto gonfi che non
entrano più nei brandelli delle scarpe. Solo, nella
profondità delle loro orbite, appare una fioca, minuscola
luce che scintilla nella deosolazione. Marciando in
mezzo a loro, ho sentito il fervido desiderio di aprirmi le
vene per offrire qualcosa di caldo alle loro labbra,
qualcosa che non hanno avuto dopo tre giorni passati
senza mangiare nè dormire"
I due "comandantes" più popolari e più ricercati: Che Guevara e Camilo Cienfuegos
Sulla strada dell'Avana, Santa Clara è l'ultima
fortezza di Batista. Il Che può contare su 364
uomini.
Di fronte a lui, l'esercito regolare schiera
diverse migliaia di soldati con un treno
blindato, che il dittatore considera la sua arma
segreta contro la rivoluzione. I binari vengono
sabotati prima dai "barbudos". La locomotiva
deraglia. Dalle feritoie aperte nella blindatura, i
soldati rovesciano un nutrito fuoco d'armi
automatiche. Dalle torrette, le mitragliatrici
sputano morte. Ma commando suicidi
innaffiano il treno di cocktail "molotov" pieni
benzina in fiamme. Le piastre di blindatura si
trasformano rapidamente in un gigantesco
forno per i soldati, che decidono di arrendersi.
La seconda moglie
"La donna è straordinariamente importante nel
processo rivoluzionario. E' capace di svolgere
i lavori più difficili, di combattere insieme agli
uomini. [...] Nella rude vita del combattente, la
donna porta le virtù proprie del suo sesso e
può lavorare come l'uomo [...] con una
tenerezza maggiore di quella dei suoi
compagni d'armi. Tenerezza oh! quanto
necessaria nei momenti di sofferenza."
Una notte, mentre si avvicina a una caserma passando per i tetti,
il Che mette un piede in fallo e scivola. Un'antenna televisiva lo
sfregia alla tempia e si sloga il polso. Per paura di una reazione
asmatica, rifiuta l'iniezione anestetica dell'infermiere. Con il
braccio al collo, riprende subito a combattere dopo avere mandato
giù qualche compressa d'aspirina.
Ernesto ha appena conosciuto una militante
rivoluzionaria piena di fascino, la bionda Aleida March,
che diventerà la sua seconda moglie.
La Rivoluzione
Il 31 dicembre 1958, si arrende il colonnello della polizia
provinciale. Il 1° gennaio, l'ultima guarnigione di Santa Clara
depone a sua volta le armi. All'Avana, la notte del veglione, il
dittatore Batista fugge alla chetichella a Santo Domingo. I
"libertadores" si precipitano verso la capitale, preceduti dalla
loro leggenda romantica e cavalleresca.
"No levantes himnos de Victoria / En el dia sin sol de la batalla."
[Non si cantino inni di gioia nel giorno senza sole della battaglia.]
Il 2 gennaio 1959 la Rivoluzione fa il suo
ingresso all'Avana che offre ai "barbudos"
un supplemento di capodanno, una java
tonante, un carnevale anticipato. Sono
passati venticinque mesi dal catastrofico
sbarco del Granma. Il Che ha 30 anni.
"Non sono un libertador. I libertadores non esistono. Sono i popoli che si liberano da sè."
Da Buenos Aires, i Guevara volano
per raggiungere il figlio, che non
vedono da sei anni.
Li aveva lasciati un giovane giramondo,
ritrovano un eroe agguerrito e
festeggiato da un intero popolo. In
seguito suo padre scriverà: "Si era
trasformato in un uomo la cui fede nel
trionfo delle proprie idee toccava il
misticismo"
La Nuova Cuba
Il 9 gennaio 1959, il nuovo consiglio dei ministri conferisce la
cittadinanza cubana "dalla nascita" a Ernesto Guevara. In un
primo tempo il Che è governatore militare della fortezza della
Cabana, dove hanno sede i tribunali rivoluzionari. Vi vengono
processati i carnefici di Batista, spesso condannati a morte.
Alla fine degli anni Cinquanta, gli americani
hanno trasformato Cuba in casa
d'appuntamenti. A soli 200 chilometri della
Florida, L'Avana è un centro del gioco e
della prostituzione dove regnano Meyer
Lansky e Santos Trafficante, due padrini
mafiosi. E ora un avventuriero argentino,
tale Guevara, pretende di espellere i
giocatori, debosciati e protettori.
Gli Stati Uniti controllano il 75% degli
scambi commerciali.
Possiedono anche il 90%
delle miniere del paese e il
50% delle terre. Nella
capitale e nelle grandi
città, la classe media gode
di un tenore di vita
paragonabile a quella del
grande vicino a nord. Si va
spesso in Buick o
Chevrolet immense, che
vengono parcheggiate di
fronte a scintillanti
parchimetri. In compenso
la disoccupazione tocca
500.000 cubani su una
popolazione di 6,5 milioni. Nelle campagne,
solo il 4% dei tagliatori di canna da zucchero
è in grado di consumare della carne, il 2%
delle uova. Circa un quarto della
popolazione è analfabeta.
Fidel Castro si dice nazionalista e riformista. Si reca negli Stati
Uniti, dove incontra il vicepresidente Richard Nixon, che pensa
senza dubbio di ammansirlo. Ma il 17 maggio 1959 il nuovo
governo proclama una legge di riforma agraria che sopprime i
latifudias, le coltivazioni che superano i 400 ettari. I servizi pubblici
come i trasporti e il telefono vengono nazionalizzati, così come le
piantagioni da zucchero e di tabacco. Un ambizioso programma
sociale viene lanciato nella sanità e nell'istruzione.
Un banchiere diverso dagli altri
Una barzelletta che diventerà famosa
gira per l'isola. Alla domanda di Fidel,
rivolta a un'assemblea di militanti, "In
sala c'è un'economista?", il comandante
Guevara alza la mano.
"Bene, tu sarai presidente del Banco
Nacional".
Ma lui aveva capito: "In sala c'è un
comunista?".
In segno di disprezzo per il denaro,
Guevara firma i biglietti con il suo
soprannome "Che".
Il matrimonio
La bella combattente Aleida March non
abbandona più il Che dopo il loro primo
incontro nella Sierra Escambray, poco
prima della battaglia di Santa Clara. I
suoi modi, la sua intelligenza, il suo
attivismo hanno sedotto colui il cui
fascino è allora leggendario quanto
prodezze militari. Il 2 giugno 1959 si
sposano in presenza di pochi intimi. Il
Che porta via Aleida per una breve luna
di miele in una Studebaker nera avuta in
prestito. Il salario del presidente della
banca nazionale è di soli 125 dollari al
mese.
La famosa foto
Il 4 marzo 1960, nel porto dell'Avana, a
bordo del mercantile francese La Coubre,
arriva il primo carico d'armi (belghe) che i
cubani sono riusciti ad acquistare malgrado
le pressioni americane. Ma un'enorme
esplosione scuote la città. L'attentato, che i
rivoluzionari attribuiscono alla CIA, fa 75
morti tra i lavoratori del porto. Un fotografo
della rivista "Verde Olivo", Gilberto Ande,
scopre il Che che presta soccorso ai feriti.
Ma questi gli proibisce di fotografarlo. Gli
sembra osceno essere oggetto di curiosità
in simili circostanze. Due giorni dopo, nel
corso di un'adunata di protesta, Fidel
lancia la parola d'ordine che diventerà il
motto della nuova Cuba: "Patria o muerte".
Nello stesso momento, il fotografo del
giornale "Revoluciòn", Alberto Korda,
scatta due foto del Che presente nella
tribuna. Anni dopo, questa immagine
diventerà un simbolo per la gioventù del mondo intero.
Jean-Paul Sartre
"Che Guevara fa parte dei grandi miti di
questo secolo: la sua vita è la storia dell'uomo
più perfetto della nostra epoca."
Jean-Paul Sartre
Quello stesso giorno del marzo 1960, JeanPaul Sartre e Simone de Beauvoir sono tra la
folla che ascolta i discorsi di Fidel Castro.
Sono venuti per rendersi conto di persona
questa esperienza caraibica che appassiona il
mondo intero.
Le divergenze con Washington diventano
sempre più profonde. In risposta alle
nazionalizzazioni, gli americani abbassano
radicalmente le quote di importazione dello
zucchero, provocando un riavvicinamento con
i sovietici che si impegnano a dare il cambio. Il
19 ottobre, aumentando lo strangolamento, gli
Stati Uniti promulgano un embargo sul
commercio con l'isola.
"Cuba s'accorse all'improvviso che tutto quello
che si consumava sull'isola era prodotto dagli
Stati Uniti. [...] Le uova d'allevamento, che le
padrone di casa disprezzavano per il loro
giallo pallido e il loro gusto di medicinale,
portavano sul guscio il marchio del Nord Carolina, ma qualche dorghiere le lavorava cone del
solvente e le imbrattava di sterco di pollo per venderle più care, come fossero nostrane." Gabriel
Garcia Marquez
Un ambasciatore con gli anfibi
Fino all'aprile 1961, la rivoluzione
rifiuta di dichiararsi socialista. Ma
le simpatie dei dirigenti cubani
naturalmente vanno tutte ai
nemici dei loro arroganti vicini.
Il Che diviene ambasciatore
itinerante. Fidel lo incarica di
stabilire relazioni economiche
con il campo socialista e i paesi
non allineati. Incontra Nasser in
Egitto, Tito in Iugoslavia, Nerhu
in India, Sukarno in Indonesia, accolto dovunque festosamente. Con
l'entusiasmo di un'esploratore, Guevara firma a Mosca dei contratti
commerciali che, spera, impediranno agli americani di esercitare un
ricatto sulla loro ex "colonia" caraibica.
Rifiutando di farsi coinvolgere nelle polemiche tra i partiti
comunisti, Che Guevara continua il suo giro del mondo, alla
volta di Pechino innevata dove viene ricevuto da Mao e Chu
En-Lai. Naturalmente, i cinesi rivaleggiano in ospitalità con i
sovietici. Per Ernesto, che aveva chiamato la figlia Hildita "la
mia piccola Mao", si avvera un vecchio sogno. In compenso,
non apprezza affatto che nel corso di un banchetto in suo
onore uccidano una scimmietta, tranciandole la calotta
cranica, per servirgli il cervello ancora caldo...
Ministro dell'Industria
Il 23 febbraio 1961, Ernesto Guevara è nominato
Ministro dell'Industria.
Il Che pensa che sia necessario industrializzare a
qualsiasi costo per garantire l'indipendenza politica di
Cuba. Il compito è titanico: "Lavorava dalle 8 di
mattina...fino alle 4 del mattino dopo" ricorda la moglie
Aleida, che precisa: "Oltre al lavoro del ministero, agli
articoli e ai libri che scriveva, si impegnava negli studi di
matematica per 17 ore alla settimana..."
Nel suo ufficio, seduto scomodamente per terra per
evitare di addormentarsi, passa le notti a sgobbare.
Il Che spinge per la meccanizzazione della
"zaffra", il taglio della canna da zucchero.
"Un giorno - racconta il fotografo Alberto
Korda - volle provare l'Alzadora, la prima
macchina inventata dagli ingegneri cubani
sotto il suo impulso. Appena prima di
prendere il volante, mi apostrofò: Sà
tagliare la canna col macete? No...
Dategliene uno perchè contribuisca alla
zaffra... Ho dovuto ubbidire... lui la
chiamava "la prova del fuoco"..."
"Era un visionario che pianificava
l'avvenire. Aveva progetti per il petrolio, il
nucleare, l'energia del futuro. Il Che era
sensitivo. Leggeva per tenersi informato
sull'automazione e la fisica nucleare. Era
uno con una cattiva respirazione e con
una fantastica ispirazione."
Tirso Saenz, collaboratore del Che al
ministero dell'Industria nel 1961.
El senor ministro preferisce sudore e fango.
Al nuovo ministro mancano l'esercizio fisico e i grandi spazi. Per sfogarsi gioca
a baseball, lo sport nazionale cubano. Inizia Fidel al golf, a cui giocava da
bambino.
Fidel invita il Che e sua madre a partecipare al torneo di
pesca Ernest Hemingway. Ma lui preferisce fare fotografie o
leggere piuttosto che titillare il pesce spada.
Hildita e gli altri figli
"Bisogna indurirsi senza perdere la
propria tenerezza."
Hildita, la figlia avuta con Hilda
Gadea, è la maggiore dei figli di
Ernesto Guevara. Aleida March le dà
quattro tra fratellini e sorelline:
Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto.
Dopo l'embargo, ogni famiglia cubana
ha diritto a qualche refrescos per
festeggiare un anniversario. All'inizio
degli anni '60, resta ancora qualche
bottiglia di Coca-Cola.
Gli scacchi ed i sigari
Suo padre gli ha insegnato a muovere i pezzi degli scacchi fin
dall'età di 6 anni e racconta che da ragazzo è riuscito a
pareggiare una partita con il maestro argentino Miguel Najdorf.
All'interno del ministero dell'industria, addirittura, il Che organizza
un torneo simultaneo con il campione sovietico Victor Korcnoj.
Nel 1963, gioca per telefono con il futuro campione del mondo,
l'americano Bobby Fischer.
Il Che fuma troppo. Al ministero, i suoi collaboratori
sono preoccupati per la sua salute. Alla fine
dichiara: "D'accordo, non ne fumerò più di uno al
giorno." L'indomani arriva con un sigaro lungo più
di mezzo metro...
Il lavoro
"Uomo-lupo, no! Uomo nuovo, si!"
[Hombre lobo, no! Hombre nuevo, si!]
Il Che fa del lavoro volontario un atto quasi sacro della
Rivoluzione.
La domenica dà lui stesso l'esempio. Lo si vede caricare sacchi
di zucchero, costruire alloggi, tagliare la canna. Come un
crociato, incarna quell'"uomo nuovo" che sogna.
"Lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo,
che il vero rivoluzionario è guidato da grandi
sentimenti d'amore. E' impossibile concepire un
autentico rivoluzionario privo di questa
caratteristica. Forse è proprio questo uno dei
drammi più grandi del dirigente politico. A uno
spirito appassionato deve unire una mente
fredda e prendere le decisioni più dolorose
senza che gli si contragga un solo muscolo. [...]
In queste condizioni, è necessario avere molta
umanità, un grande senso della giustizia e della
verità, per non cadere in eccessi di
dogmatismo, in freddi scolasticismi,
nell'isolamento delle masse. Ogni giorno
bisogna lottare perchè questo amore verso
l'umanità vivente si trasformi in fatti concreti, in
atti che valgano da esempio."
L'11 dicembre 1964, il rivoluzionario cubano è a New York. Dalla
tribuna delle Nazioni Unite, pronuncia un discorso violentemente
anti-"yankee". Indirettamente denuncia anche la politica di
coesistenza pacifica seguita dal Cremlino: "La coesistenza pacifica
tra nazioni non esiste tra sfruttatori e sfruttati, tra oppressori e
oppressi."
Il Che si proietta nel futuro: "Quando sarà giunta l'ora, sarò
disposto a dare la vita per la liberazione di uno o dell'altro paese
sudamericano, senza chiedere niente a nessuno, senza sfruttare
nessuno, senza domandare niente in cambio."
Dopo New York, il rivoluzionario prosegue il viaggio verso
l'Africa. Prima per l'Algeria, poi Mali, Congo-Brazzaville,
Guinea, Dahomey, Ghana, Tanzania ed Egitto. Gli africani lo
soprannominano il "Mao" dell'America Latina. Di ritorno da
Algeri, il 24 febbraio 1965 critica nuovamente in un suo
discorso l'"egoismo" della politica estera sovietica.
"Come si può parlare di reciproci benefici quando si vendono
al prezzo del mercato mondiale le materie prime prodotte dal
sudore e dall'infinita sofferenza dei paesi poveri, e quando si
comprano al prezzo del mercato mondiale le macchine
fabbricate nei grandi stabilimenti automatizzati moderni?"
Scriverà il presidente algerino Ahmed Ben Bella (che
qualche mese dopo sarebbe stato rovesciato da
Houari Boumediene): "Tra Cuba e l'Algeria s'instaurò
un baratto a carattere non commerciale, sotto il
segno del dono e della solidarietà. [...] Noi davamo,
ma abbiamo anche ricevuto molto. Non abbiamo mai
saputo quanto. [...] Questo sistema di baratto piaceva
molto al Che, perchè era basato sull'amicizia sincera;
questo si accordava bene con il suo temperamento."
Il ritorno
Al suo ritorno il 14 marzo 1965, viene accolto all'aeroporto
da Fidel Castro. I due uomini si rinchiudono a discutere
animatamente per 40 ore. Nessuno sa cosa si dicono. E
poi il Che sparisce. Al riguardo circolano tra la gente le
voci più pazzesche. C'è chi sostiene di averlo visto nel
Vietnam, in un manicomio a Cuernavaca in Messico, in
Argentina... altri lo credono morto, o a marcire in una
prigione dell'Avana...
Il 20 aprile, Castro dichiara a dei giornalisti: "Tutto quello
che posso dire del comandante Guevara è che sarà
sempre là dove è più utile alla rivoluzione..."
Solo il 3 ottobre Fidel Castro rende pubblica una lettera che il Che gli ha spedito in aprile:
"...Sento che ho compiuto la parte di dovere che mi legava alla rivoluzione cubana sul suo
territorio [...] Altre terre nel mondo reclamano il contributo delle mie modeste forze. Io posso fare
ciò che a te è negato per via delle responsabilità alla testa di Cuba, ed è venuta l'ora di separarci
[...] Lascio qui la parte più pura delle mie speranze di costruttore e quello che ho di più caro tra
coloro che amo..."
Nello stesso periodo ha scritto ai genitori: "Sento di nuovo sotto i talloni i fianchi di Ronzinante.
Riprendo la strada, scudo al braccio [...] Credo nella lotta armata come unica soluzione per i
popoli che vogliono liberarsi [...] Molti mi tratteranno da avventuriero, e lo sono, ma di un genere
diverso, di quelli che rischiano la pelle per difendere le proprie convinzioni. Può darsi che stavolta
sia l'ultima. Non la cerco, me è nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse vi abbraccio per
l'ultima volta..."
I preparativi per la partenza
"Accendere due, tre, molti Vietnam."
Mentre tutto il mondo si interroga sulla sua
scomparsa, Che Guevara in realtà ha
scelto il cuore dell'Africa per tentare di
accendere un nuovo focolaio rivoluzionario
e obbligare gli statunitensi a disperdere le
loro forze.
A Cuba un gruppo di soldati, che hanno in
comune il fatto di essere tutti di pelle nera,
viene riunito in una caserma a Pinar del
Rio. Del futuro capospedizione non
conoscono che delle foto. Si chiedono chi
sia quest'uomo così elegante, con i capelli
impomatati, accuratamente rasato, che
fuma i Cohibas, i sigari prediletti da Fidel Castro...
Tatu in Congo
Nell'ex Congo belga, le popolazioni chiamano il Che
"Muganda, colui che cura il male". Per i guerriglieri è il
comandante "Tatu". "Il mio sogno è di creare un esercito
per portare alla vittoria le armi congolesi."
Ma dopo undici mesi l'operazione finisce nel nulla, a causa
dell'irresponsabilità dei rivoluzionari africani, dei "turisti"
(tra cui un certo Laurent Dèsirè Kabila), che "preferiscono
fare la bella vita nelle capitali del mondo intero".
In seguito a violente crisi d'asma, di dissenteria e di
malaria, il Che pesa meno di cinquanta chili. Prima di
ritornare in segreto a Cuba, si cura a Dar-es-Salaam e poi
a Praga.
L'ultima partenza
Appena è di nuovo in piedi, Guevara
questa volta vuole tentare di estendere
a tutto il continente sudamericano il
fuoco della Rivoluzione, trasformando la
cordigliera delle Ande in un'immensa
Sierra Maestra. Come focolaio
insurrezionale, il Che ha scelto la
Bolivia, un crocevia nel cuore
dell'America Latina.
Mentre la CIA lo crede in ospedale
nell'Unione Sovietica, con l'aiuto dei
servizi segreti cubani Guevara si
trasforma in un bravo borghese
abbondantemente oltre la quarantina.
Porta occhiali dalle lenti spesse, è
mezzo calvo, in compenso gli hanno
impiantato dei peli nelle sopracciglia per farle sembrare più folte. Per diminuirne la statura, è
stato scavato l'interno dei talloni delle scarpe.
Fidel esamina i suoi documenti falsi. Per viaggiare fino in Bolivia per vie traverse, gli sono stati
fabbricati due passaporti uruguayani. Il primo è a nome Ramon Benitez Fernandez, nato a
Montevideo il 25 giugno 1920 (otto anni prima di Ernesto Guevara), di professione
commerciante. Il secondo a nome di Adolfo Mena Gonzàlez.
Il Che in Bolivia
Autoritratto in una camera
dell'hotel di Copacabana di La
Paz.
La jeep fila contro un albero
sul bordo della strada quando
il guidatore riconosce il suo
passeggero con il berretto:
non ha potuto impedirsi di
lasciare il volante per saltare
al collo del Che: "Cono,
d'accordo che mi vuoi bene,
ma così mi ucciderai prima di
iniziare a combattere!"
In questo inizio di novembre
1966, Guevara è appena
arrivato a La Paz, la capitale
boliviana, munito di documenti
falsi. I due uomini si dirigono
verso Nacahuasu, una
regione deserta e inospitale nel sudovest del paese, che i guerriglieri hanno scelto come base.
Il Che in Bolivia
Con una cinquantina soltanto di uomini, tra cui 18 dei suoi fidi cubani, lo
socpo del Che è di stabilire una base nella regione di Nacahuasu per
addestrare dei guerriglieri che sciameranno in tutta l'America Latina.
Il 7 novembre 1966, comincia a tenere un diario, su un'agenda rossa di marca
tedesca. Intorno a una baracca isolata, la Calamina, installa un campo
d'addestramento. Il clima è torrido, gli alberi stenti e grigiastri, le spine
lacerano i vestiti e la pelle. Gli uomini costruiscono un tunnel per nascondere i
viveri e il materiale. Ci sono nugoli di insetti: "Le yaguasas, i jejen, i mariguì, le
zanzare e le zecche", precisa il Che nel suo diario. "Le punture provocano
piaghe. [...] La barba comincia a crescere. In circa due mesi sarò di nuovo me
stesso."
Invece di sostenere i guerriglieri come previsto, il partito comunista boliviano
svolge un'opera di dissuasione su quanti intenzionati a darsi alla clandestinità.
Mosca non vuole turbare la coesistenza pacifica che si è stabilita tra i due
Grandi. Il Che deve arruolare in fretta e furia degli uomini che non tardano a disertare e tradire. In
marzo, l'accampamento viene occupato mentre il Che è in missione esplorativa. Comincia allora
"la fase della guerriglia propriamente detta".
Tania la guerrigliera. La Mata Hari del Che
Heidi Tamara Bunke Binder, alias Laura Gutièrrez Bauer, Maria Aguilera o Laura Martinez, detta
Tania, è nata a Buenos Aires nel 1937. E' figlia di un tedesco e di un'ebrea polacca emigrati in
Argentina e tornati nella RFT dopo la guerra.
Il primo incontro con il Che avviene a Lipsia nel 1959. Lei è la sua interprete. Due anni dopo,
arriva a Cuba per stabilirvisi. Nel 1964, Guevara le chiede di infiltrarsi in Bolivia e diventare una
"talpa". Come copertura assume l'identità di una graziosa studentessa di farmacia,
introducendosi fino alla cerchia più ristretta del palazzo presidenziale. Una volta che il Che è in
Bolivia, lei serve da ufficiale di collegamento per i guerriglieri. E' sempre lei a portare da Che
Guevara un giovane francese, professore di filosofia e giornalista impegnato, Règis Debray,
nome in codice per la guerriglia "Danton".
La cattura
Règis Debray e un guerrigliero argentino, Ciro bustos,
vengono catturati. Dopo un processo che fa scalpore,
il francese è condannato a trent'anni di prigione.
Quanto a Bustos, crolla quando minacciano di
prendersela con la sua famiglia. Disegna il ritratto dei
guerriglieri. Ormai alle loro calcagna ci sono 5000
soldati inquadrati da consiglieri nordamericani. Il 31
settembre 1967, vengono uccisi sette uomini del Che.
A quelli che rimagono egli offre la possibilità di
abbandonare, perchè sa che l'esito non può essere
che fatale. Solo uno sceglie di andarsene. Il diario del
Che si ferma il sette ottobre. L'8, circondato da due
compagnie di rangers boliviani nella gola del Churo, e
ferito ad una gamba e catturato. Con le braccia a
croce, appoggiandosi a due soldati, l'uomo più
ricercato del mondo deve marciare zoppicando fino al
piccolo villaggio di La Higuera. Viene rinchiuso nella scuola, con il pavimento in terra battuta. La
decisione di sopprimere il Che è stata presa già da molto tempo a Washington. L'ordine del
presidente boliviano, il generale Barrientos, arriva a La Higuera il mattino del 9 ottobre. Un
agente della CIA, Fèlix Rodrìguez, si fa ritrarre accanto a un essere cupo, irsuto, cencioso. E'
l'ultima fotografia del Che vivo.
La cattura
Il corpo crivellato da una raffica di fucile
mitragliatore è saldamente legato al
pattino di un elicottero per un ultimo
viaggio.
Quando arriva a Vallegrande, i suoi
occhi sono spalancati. A mo' di corteo
funebre, i militari boliviani lo mostrano
alla stampa e alla popolazione su un
lavatoio nella lavanderia dell'ospedale.
Per i contadini, è già San Ernesto de La
Higuera.
El Che vive!

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