Design, Design…

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Design, Design…
Design, Design…
di Gianni Marcarino - 10 settembre 2006
Ci sono parole che pronunciate evocano le fiamme dell’inferno ed altre che ti fanno splendido all’ora dell’happyhour. Design è uno di quei termini magici che oggi
contengono promesse di bellezza e rassicurano gli astanti sulla bontà del prodotto
che si apprestano a consumare. Dall’automobile all’abito, dall’aereo al trapano,
fino a baluardi apparentemente inespugnabili quali il mondo rurale, garante della
difesa contro il logorio della vita moderna, ormai quasi tutto è di design, progettato
e realizzato con lo sguardo rivolto al bello, al buono ed al vero.
Design; così utilizzato eppure così sfuggente nella definizione. Critici e teorici hanno tentato una descrizione univoca del fenomeno, legandolo alla storia dell’architettura, dalla quale peraltro si è man mano smarcato.
Genericamente possiamo definirlo come la produzione d’oggetti, nati da un progetto, con valenze funzionali ed estetiche, riproducibili industrialmente in serie illimitata. Pensiamo alla quantità delle merci che accompagnano la nostra esistenza
e comprendiamo l’importanza del fenomeno per la nostra società.
Il design è dunque attività pratica, arte applicata, realistica, legata alle cose, al business.
Ha vissuto tutte le tensioni ideologiche ed intellettuali di un evento pregnante che si
assume la responsabilità di definire la bellezza degli oggetti moderni.
Alcune interpretazioni lo vedono prevalentemente come progetto di rinnovo della
realtà, quindi come mezzo per cambiare il mondo, in forte tensione con la struttura sociale dominante. Altre visioni lo inseriscono, pragmaticamente, nel percorso
“progetto-produzione-vendita-consumo”, tutto interno al sistema.
È una storia che si sviluppa in particolare lungo la rivoluzione industriale, alimentata
dalla necessità di dare dignità estetica alla produzione manifatturiera e dalla consapevolezza che l’oggetto d’uso, trasformato in merce, non può nascere dagli stessi
rapporti arte-artigianato. Inoltre, la prospettiva di un consumo di massa, non solo
elitario e borghese, mise in discussione e creò nuove relazioni tra arte e tecnica, tra
modernità e tradizione, industria e artigianato.
Nel corso del 1800 le esposizioni internazionali, quali quella di Londra del 1851,
presentarono al pubblico le produzioni aggiornate dell’artigianato e dell’industria
e fu chiaro che il concetto di bellezza presente nei prodotti unici artigianali non
potesse essere replicato negli oggetti seriali senza cadere nel kitsch e nella copia
industriale degli stili storicizzati. Le prime produzioni in serie mostrarono la loro
funzionalità, ma al prezzo di una bruttezza sconfortante. Era necessario educare il
pubblico ad un nuovo gusto e soprattutto dare bellezza alle nuove produzioni. La
bellezza venne ricercata come elemento costante anche nell’oggetto quotidiano,
cambiando connotazione di volta in volta: nell’Art and Crafts come memoria storica
e giustizia sociale, nel Liberty come nuova natura, nel Movimento Moderno come
razionalità industriale e democratica, nel Radical Design come sfida all’ordine borghese. Oggi la tecnica, con la propria perfezione, e la comunicazione pubblicitaria
tendono ad appiattire scelte e modelli verso comportamenti e consumi omologati.
La ricerca di bellezza crea tuttavia quelle differenze di qualità che possono costituire ancora un possibile spazio di libertà.
L’arte è un punto di riferimento importante nel design, come elemento dialettico
alla tecnica. La bellezza è il risultato di questo confronto. Nel design, in cui la tecnica e la funzione dell’oggetto sono aspetti fondamentali, l’apporto dell’arte non
può essere quello di fornire un ornamento al manufatto, dunque non è applicabile
in questo caso la suddivisione tra arti liberali ed applicate; ma l’arte è un elemento
di tensione e crisi che media tra la pura funzionalità dell’oggetto, tra la sua realtà
pratica e mercantile e il suo significato più ampio, poetico e simbolico.
Si vuol dare forma ad un significato, ad un senso complessivo delle cose, non solo
tecnico-funzionale ma anche espressione della storia e della cultura dell’individuo.
Le funzioni stesse si ampliano e mutano con le abitudini degli esseri umani. Le abitudini si plasmano su nuovi oggetti ed invenzioni in uno scambio continuo d’idee
ed esperienze.
La storia del design, con riferimento in particolare al prodotto industriale, ha mostrato la distanza tra la concezione di artigianato, tradizione, con quella d’industria, modernità, progresso. L’artigianato è stato eretto, sin dall’Ottocento con le Art
and Crafts inglesi, a difesa dall’alienazione e dallo sfruttamento dell’uomo operato
dall’industria. L’esercizio delle attività artigiane, in particolare nelle zone rurali, pareva garantire un livello di vita semplice e benefico alla vita delle persone.
Tuttavia, il rifiuto della società industriale e l’accettazione passiva delle tradizioni
del passato non hanno portato a soluzioni vitali alternative, ma ad un immobilismo
subito in particolare dall’architettura.
In realtà, la divisione del lavoro era un fatto già nell’antichità e spesso gli esseri
umani sostituivano manualmente, a basso prezzo, il lavoro delle macchine. Oggi il
lavoro artigiano si trova, nelle società industrializzate, nel cuore dell’industria stessa; nell’opera degli operai specializzati che creano modelli e prototipi per la produzione, tramite tra il designer ed il prodotto industriale finito. Permane il fascino
per le tradizioni artigianali, per un modello di vita alternativo che vede l’individuo
completamente protagonista del proprio tempo e delle proprie azioni. Lo ritroviamo in alcune figure quali l’artista-artigiano, memoria e antagonista della società
industriale, ed in alcuni mestieri specializzati. Le categorizzazioni intellettualistiche
del Rinascimento hanno spezzato l’unità del creatore e dell’esecutore, tanto che
l’industria è divenuta anche artigianato.