Afriche 72 diamanti - Investimenti diamanti

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Afriche 72 diamanti - Investimenti diamanti
ANGOLA: DIAMANTI INSANGUINATI
di Marco Prada
Afriche n° 72, 2206/4
Sommario:
Introduzione: Una storia di gioielli, armi e ingiustizie
1. Diamanti di conflitto, diamanti di sangue:
cosa sono?
2. UNITA e diamanti, binomio cruento
3. Testimone di un commercio insanguinato
4. I tentacoli di al Qaeda sui diamanti africani
5. Il Processo Kimberley: uniti per escludere i diamanti di conflitto
6. Cercatori di diamanti e minatori artigianali: tanta fatica per un guadagno
irrisorio
7. L’industria angolana del diamante
8. I nuovi “diamanti di sangue”
9. Lunda Norte, dove la vita non conta niente
I siti Internet per continuare a restare informati
Introduzione: Una storia di gioielli, armi e ingiustizie
Durante gli anni ’90 alcuni paesi africani stagnavano in complesse e sanguinose guerre civili:
Angola, Sierra Leone, Liberia, Congo-Kinshasa. Questi paesi sono accomunati da un altro
fenomeno: il loro sottosuolo nasconde enormi quantità di diamanti. Sono diamanti che gli
specialisti chiamano “alluvionali”: sono stati dispersi lungo i letti di numerosi fiumi e fiumiciattoli
dall’erosione delle acque durata centinaia di migliaia di anni. Estrarre questi diamanti non sempre è
un’operazione facile e vantaggiosa per imprese minerarie che acquistano dallo stato i diritti di
sfruttamento del sottosuolo. Per questo, in molti casi, questi diamanti diventano il miraggio di
gruppi di minatori artigianali, armati di strumenti di lavoro rudimentali.
Non è difficile che gruppi di ribelli, che lottano per strappare il potere ai governi legittimi dei loro
paesi, si impadroniscano della risorsa dei diamanti alluvionali, per finanziare la guerra civile.
Perfino organizzazioni terroristiche islamiche ne hanno approfittato, per finanziare le proprie
attività eversive.
Questo dossier di Afriche si concentra sul caso dell’Angola, dilaniata da una guerra civile durata
trent’anni. Il movimento ribelle dell’UNITA ha potuto opporsi alle forze governative e alle sanzioni
internazionali grazie allo sfruttamento dei giacimenti diamantiferi alluvionali della provincia della
Lunda Norte, che ha occupato quasi interamente dal 1985 al 2002, anno in cui il capo dei ribelli,
Jonas Savimbi, è stato ucciso in un’imboscata. Il suo esercito ha potuto dotarsi di mezzi moderni e
sofisticati grazie al commercio dei diamanti, che l’UNITA ha estratto in ingenti quantità.
Per il popolo angolano il diamante è stato sinonimo di sangue, il sangue versato da centinaia di
migliaia di combattenti dei due fronti, il sangue versato da centinaia di migliaia di cittadini,
nazionali e stranieri, implicati nel processo di estrazione dei diamanti da parte dei ribelli.
Oggi la guerra civile è terminata, e i ricchi giacimenti alluvionali dell’Angola sono sfruttati sempre
più da imprese minerarie, che espellono i cercatori artigianali. Ma i diamanti dell’Angola non hanno
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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smesso di essere sinonimo di sangue. La popolazione locale, infatti, non ha cessato di essere oggetto
di soprusi e vessazioni. La legge statale sulle aree diamantifere penalizza gli abitanti locali, per
privilegiare le imprese: i diritti dei cittadini di libera circolazione, di uso delle risorse agricole, di
abitazione sono spesso sacrificati agli interessi delle singole imprese. E anche nelle aree in cui è
ancora tollerata la ricerca e l’estrazione artigianale dei diamanti, la popolazione locale è impedita di
far valere i suoi diritti, e deve assistere impotente al saccheggio della sua ricchezza da parte di un
gruppo di “uomini forti”, protetti dall’élite economico-politico-militare del paese.
Questo dossier di Afriche riporta testimonianze e documenti prodotti da alcune coraggiose ONG,
disponibili su Internet, e vuole dare un contributo alla campagna che in tutto il mondo si batte
affinché i diamanti africani cessino di essere sinonimo di sangue.
Piccolo lessico
ASCorp: Angola Selling Corporation, Società Angolana creata nel 2000, con capitale statale e
privato (belga-israeliano), per acquistare in regime monopolistico i diamanti prodotti
artigianalmente, e per stabilire un controllo e una tassazione su di essi.
Comptoir: Casa di acquisto dei diamanti prodotti artigianalmente, fuori dell’industria mineraria. Le
più grosse possiedono una licenza dell’Ascorp o della Sodiam; le più piccole, gestite da senegalesi,
maliani, congolesi, sono spesso illegali, ma agiscono con la protezione di un “uomo forte”,
dell’esercito o della Polizia.
Endiama: Empresa Nacional de Diamantes de Angola, l’Ente Statale Angolano che sovrintende le
attività nel campo dei diamanti. Ha un ramo di produzione, e un ramo di commercializzazione, la
SODIAM. Nella produzione l’Endiama opera sempre in joint venture con imprese straniere.
FAA: Forze Armate Angolane, l’esercito governativo, creato nel 1994 in seguito agli accordi di
Lusaka, per integrare FAPLA e FALA, i due eserciti dei movimenti armati di liberazione, di,
rispettivamente, MPLA e UNITA.
Kimberlite: roccia generata dalla fusione di magma a grandi profondità della terra, risalito in
superficie per mezzo dell’azione dei vulcani, e nel quale è facile incontrare diamanti.
MPLA: Movimento Popular de Libertação de Angola, fondato da Agostinho Neto con un’ideologia
marxista, fino al 1990 sostenuto dall’URSS, al potere in Angola ininterrottamente dal 1975. Oggi si
definisce un Partito Social-democratico, che accetta il libero mercato.
Garimpeiro: nel vocabolario portoghese-angolano è il piccolo ricercatore-minatore artigianale, che
sfrutta solo la forza-lavoro manuale, senza nessun uso di macchine o di tecnologia; per la legge
angolana è un minatore illegale, ma di fatto il governo tollera la sua presenza nelle aree non ancora
attribuite in concessione a un’impresa mineraria.
RDC: Repubblica Democratica del Congo, proclamata nel 1997 da Laurent Kabila, per sostituire il
precedente nome di Zaire, voluto da Mobutu.
Savimbi: Jonas Malheiro Savimbi, 1934-2002, fondatore nel 1966 dell’UNITA, e suo capo
indiscusso fino alla sua morte. Figura molto controversa, il cui ruolo fu ingigantito da Ronald
Reagan in funzione anti-sovietica. Per due volte rifiutò di applicare accordi di pace firmati dal suo
movimento, e provocò il prolungamento della guerra civile, senza nessun altro motivo se non il suo
potere personale.
SODIAM: Società dell’Endiama, a capitale pubblico e privato (LKI, dell’americano M.
Tempelsman); dal 2005 autorizzata ad acquistare i diamanti artigianali insieme all’Ascorp.
UNITA: União Nacional para a Independência Total de Angola, movimento di liberazione fondato
da Savimbi nel 1966, a lungo rimasto in seconda linea nella lotta anti-coloniale e nella prima fase
della guerra civile, finché USA e Sud-Africa lo preferirono al FNLA, per contrastare il MPLA, e
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istaurare in Angola un regime filo-occidentale. Oggi è il secondo partito politico per aderenti, e ha il
suo maggiore appoggio nell’altopiano centrale.
Angola e diamanti: una storia di sangue
1975: con l’indipendenza, costata 15 anni di guerra contro il Portogallo, finisce il regno della
DIAMANG, la società portoghese che aveva il monopolio dei diamanti angolani. Le sue attività
sono ora controllate dall’ENDIAMA, un organismo statale.
1975-1991: 1a guerra civile tra MPLA, partito marxista al governo del paese, e UNITA, appoggiato
da USA e Sud-Africa. L’UNITA ha un leader carismatico, Jonas Savimbi. I Sud-Africani invadono
la parte sud del paese, e comincia lo sfruttamento di alcuni giacimenti di diamanti nella Provincia di
Cuando-Cubango, nella zona di Mavinga. Nel 1984 l’UNITA dà inizio agli attacchi alle miniere di
diamanti del nord-est del paese, dove ancora lavorano migliaia di tecnici stranieri della Diamang.
La produzione è paralizzata, i tecnici abbandonano in massa il paese. Comincia il fenomeno del
“garimpo”, l’estrazione artigianale dei diamanti; comincia pure il movimento di contrabbando dei
diamanti angolani verso il confinante Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo).
1992: Insieme al muro di Berlino, cade anche il regime marxista angolano; si firmano gli accordi di
Bicesse e si organizzano le prime elezioni nel paese. Le legislative danno la maggioranza assoluta al
MPLA, mentre il primo turno delle presidenziali vede in testa José Eduardo dos Santos (MPLA) su
Jonas Savimbi. E’ necessario un secondo turno di ballottaggio, per scegliere il presidente, ma non
sarà mai realizzato. Savimbi chiama a raccolta i suoi e riprende la guerra.
1992-1994: La guerra riprende in modo cruento. 180.000 morti nelle città che l’UNITA vorrebbe
conquistare in una guerra lampo. In quegli anni l’UNITA conquista quasi tutte le miniere e i luoghi
di produzione dei diamanti. C’è un’invasione di cercatori artigianali congolesi nella Lunda Norte.
L’UNITA incamera ingenti risorse con la vendita di diamanti. Alla fine del 1993 l’UNITA controlla
il 70% del territorio, ma l’anno seguente il governo si riorganizza e recupera rapidamente il
predominio; in novembre 1994 l’UNITA accetta di firmare il Protocollo di pace di Lusaka. Una
“commissione congiunta”, tra i due partiti e gli ambasciatori di USA, Russia e Portogallo, dovrebbe
presiedere al processo di pace. L’ONU invia una missione di pace.
1995-1998: L’UNITA gioca al suo tira e molla, e non vuole dare piena attuazione agli accordi di
Lusaka. Le sue miniere di diamanti della valle del Cuango sono in piena produzione: i suoi diamanti
fanno crollare i prezzi a livello mondiale. Il governo estromette con la forza l’UNITA da alcune
miniere. L’ONU cominicia a emettere le sue sanzioni. Le ONG fanno pressione sui governi
occidentali, affinché si inizi il Processo di Kimberley, il meccanismo per evitare che i diamanti
dell’UNITA siano commerciati e continuino a finanziare la guerra civile.
1998-2002: Il Governo rompe gli indugi e lancia l’attacco alle roccaforti di Savimbi nell’altopiano
centrale. E’ la terza guerra civile angolana. Per due volte è respinto alle porte di Andulo da un
dispiegamento di armi pesanti, che l’UNITA aveva acquistato negli anni precedenti, con i proventi
dei diamanti. Il Governo accusa l’ONU di non avere impedito il riarmo dell’UNITA, e con un gesto
plateale chiede alla missione di pace dell’ONU di abbandonare l’Angola. La missione dell’ONU,
miseramente estromessa per comprovata incapacità, dal 1995 al 1999 è costata ai tax-payers un
milione di dollari al giorno.
2002-ad oggi: Il 20/2/2002 Jonas Savimbi, allo sbando, è localizzato e ucciso da una pattuglia
dell’esercito governativo. Il 4/4/2002 i suoi generali firmano un Memorandum di Intesa con i
generali delle Forze Armate governative. Il processo di pace di Lusaka riprende. Cominicia per gli
80.000 ex-militari dell’UNITA il calvario della reintegrazione civile. Le élites passano alle FAA,
mantenendo il grado, la massa cerca di sopravvivere. Chi si trovava nella Lunda Norte, o nelle
miniere del fiume Kwanza, toglie l’uniforme e si confonde con i garimpeiros. Alcuni “uomini forti”
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non hanno riconsegnato le armi, sono sempre una minaccia nelle zone di diamanti, dove proteggono
con la forza i loro interessi, e saranno un’incognita anche quando nel paese si dovrà votare.
1. Diamanti di conflitto, diamanti di sangue: cosa sono?
Cosa sono esattamente i diamanti di conflitto, e perché hanno un tale impatto? Il dibattito su ciò che
costituisce un diamante di conflitto (o diamante di sangue, diamante insanguinato) è ampio e ancora
aperto. Il ruolo estremamente determinante che questo bene di lusso, il diamante, ha avuto ed ha
tuttora in alcune guerre civili africane, ci fa capire che le due realtà, conflitto armato e diamanti, non
possono essere separate. Se paesi come la Sierra Leone e l’Angola sono usciti dalla spirale di
sangue generata dai diamanti, la Costa d’Avorio vi è appena caduta, e il Congo-Kinshasa non
riesce a tirarsene fuori. La definizione di diamanti di conflitto non dovrebbe prendere in
considerazione solo l’Africa, ma anche ad altre aree del mondo; però è in Africa che questo
fenomeno si presenta in tutta la sua drammatica evidenza.
Quei diamanti che sono prodotti in zone conquistate e controllate da forze ribelli che si oppongono
a governi legittimamente eletti o per lo meno riconosciuti dalla comunità internazionale, o quei
diamanti che in ogni caso possono collegarsi (per mezzo del loro commercio, contrabbando,
utilizzo) a gruppi ribelli e eversivi, sono da definire diamanti di conflitto.
L’ONU si è sforzata di giungere a una definizione che accontentasse tutti. La risoluzione 55/56
dell’Assemblea Generale del 1/12/2000 afferma: “Il commercio dei diamanti di conflitto è un
motivo di seria preoccupazione internazionale, che può essere direttamente legata al fomento e al
sostegno di conflitti armati, di attività di movimenti ribelli miranti a rovesciare governi legittimi, di
traffici illeciti di armi, soprattutto leggere”.
La riunione di Interlaken del Gruppo di Lavoro del “Kimberley Process Certification Scheme”, del
Novembre 2002, così li definiva: “Diamanti di conflitto sono diamanti grezzi che sono usati da
movimenti ribelli per finanziare le loro attività militari, incluso indebolire e rovesciare governi
legittimi”.
I diamanti sono una forma di ricchezza altamente concentrata, perché localizzata solo in aree
geografiche molto circoscritte. Il loro sfruttamento può offrire profitti enormi. Oltre a ciò, i
diamanti sono di piccole dimensioni, e facili da nascondere. Possono essere estratti per mezzo di
sofisticate tecniche e costosissime apparecchiature, ma anche scavati manualmente con mezzi
semplici e a nessun costo.
D’altro lato, gli eserciti ribelli hanno bisogno di finanziamenti per comprare armi e munizioni, per
pagare e nutrire le truppe e mantenere vive le alleanze strategiche. Dalla fine della guerra fredda, i
protagonisti delle guerre civili africane non hanno più accesso ai fondi delle due ex-superpotenze
necessari a mantenere l’apparato militare o il regime politico. Per alimentare le proprie guerre,
questi paesi hanno dovuto ripiegare su quei beni che, prodotti localmente, sono facilmente
piazzabili sul mercato internazionale e convertibili in divisa, come il legname pregiato, l’avorio,
l’oro e, appunto, i diamanti.
Le guerre civili dell’Angola, della Sierra Leone e del Congo sono stati, fino a tre anni fa, l’esempio
più palese dell’uso dei diamanti da parte dei ribelli per condurre la loro guerra contro i loro governi.
Un illustrazione inequivocabile di questo fenomeno dei diamanti di conflitto è l’introito sbalorditivo
che l’UNITA, il movimento ribelle angolano, è stata capace di generare in soli sei anni di estrazione
dei diamanti della Provincia della Lunda Norte: 4 miliardi di dollari, cioè una quantità di denaro
decisamente superiore al totale di tutti i finanziamenti ricevuti dai governi occidentali (USA,
Sudafrica, Francia) che l’hanno appoggiata durante gli anni della guerra fredda!
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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Grazie al finanziamento dei diamanti di conflitto, l’UNITA è stata in grado di mantenere attivo un
sofisticato apparato militare, che ha vanificato per anni ogni sforzo di pacificazione e
riconciliazione nazionale. Nella Sierra Leone, il RUF, Revolutionary United Front, grazie al traffico
di diamanti di alto valore che produceva e commerciava, da armata brancaleone si è potuto
trasformare in un’esercito moderno, letale, sofisticatamente equipaggiato.
E non si pensi che il binomio diamanti-ribellione sia solo un episodio del passato. L’attuale guerra
civile della Costa d’Avorio è alimentata dall’esportazione illegale dei diamanti estratti
artigianalmente nella zona del paese controllata dai ribelli. Stati confinati come il Mali e il Burkina
Faso sono all’improvviso diventati produttori di diamanti! Attraverso le frontiere nord-occidentali
della Costa d’Avorio escono i diamanti ed entrano le armi per l’esercito ribelle. E nel CongoKinshasa i diamanti sono una delle preziose materie dell’est del paese, il controllo delle quali
mantiene attive diverse fazioni di ribelli, non ancora totalmente piegate al governo e all’esercito
centrale.
In Angola, come pure in Sierra Leone, da un paio d’anni le armi sono state riposte, il paese è
pacificato, il governo legittimo ha preso il controllo di tutto il territorio, ma le tensioni e il conflitto
sociale generato dal commercio dei diamanti sono ancora latenti. Il ritorno alla pace sociale, alla
democrazia, alla libertà e all’uguaglianza per tutti i cittadini, è un processo ancora difficile, una
meta ancora vaga e incerta. I diamanti estratti e commerciati da questi paesi africani non hanno
ancora smesso di trasudare sangue.
2. UNITA e diamanti, binomio cruento
Durante il periodo in cui controllò buona parte dei giacimenti alluvionali di diamanti, il movimento
ribelle dell’UNITA divenne il principale produttore di diamanti in Angola. Solo per dare un’idea, si
consideri che negli anni dal 1994 al 1997, in cui sfruttò gli giacimenti della valle del Cuango,
l’esportazione di diamanti dell’UNITA rappresentava il 10% di tutta la produzione mondiale. In
pratica l’UNITA agiva come uno stato indipendente, che dipendeva dall’esportazione di diamanti
per comprare le armi e la logistica di cui aveva bisogno per continuare il suo conflitto contro le
truppe governative.
L’UNITA cominciò a produrre diamanti su larga scala solo alla fine degli anni ’80. Il valore della
sua produzione passò da 4 milioni di dollari nel 1984 a 14 milioni nel 1989. Per esportarli doveva
passare attraverso i governi compiacenti di paesi limitrofi, come l’ex Zaire di Mobutu e il Sudafrica.
Ma l’anno decisivo per la trasformazione dell’UNITA in maggior produttore angolano di diamanti
fu il 1992, quando, dopo il fallimento delle elezioni angolane, occupò militarmente le principali
miniere e riserve dei fiumi Luembe e Chicapa, ma soprattutto i ricchi giacimenti della valle del
Cuango, tutti localizzati nella Provincia della Lunda Norte. La cittadina di Luzamba, lungo il
Cuango, divenne la base per il debutto dell’UNITA nella produzione industriale di diamanti su larga
scala.
L’UNITA estese il suo controllo anche sui produttori artigianali, i garimpeiros (a quell’epoca in
massima parte clandestini dell’ex-Zaire): sorsero villaggi e cittadine popolate da questi cercatori di
diamanti, amministrati dall’UNITA, e riforniti di ogni bene di consumo, venduti ad alto prezzo e
tutti commerciati in dollari americani. Tra produzione artigianale e industriale, l’UNITA tra il 1993
e il 1994 esportò diamanti per un valore di 700 milioni di dollari. Alla fine del 1994, con la firma
degli accordi di pace di Lusaka tra UNITA e Governo, la produzione aumentò ancora, perché
l’UNITA si vide autorizzata a stabilire contratti con imprese minerarie straniere, per produrre e
commerciare i suoi diamanti. E così tra il 1995 e il 1997 le sue esportazioni aumentarono alla cifra
favolosa di 1,9 miliardi di dollari. In quegli anni l’UNITA sfruttò la sua abilità nel tergiversare:
rimandava continuamente la piena attuazione di alcuni punti del Protocollo di Lusaka che
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limitavano la sua area di estrazione ad alcune concessioni minerarie; finché il Governo si stufò, e
nel 1998 intervenne con la forza militare per sloggiare l’UNITA dalle principali miniere della
Lunda . E la guerra civile riprese con più recrudescenza.
Fu così che il leader dell’UNITA, Jonas Savimbi, diresse la sua attenzione ad altre zone del paese,
in cui erano stati scoperti diamanti: la zona centrale (Province di Huambo e Bié) e la zona Sud-est
(Moxico e Cuando-Cubango). Ma i giacimenti non erano ricchi come quelli della Lunda Norte, e,
con il fiato dell’esercito governativo sul collo, non era facile ricostruire la struttura di produzione
industriale senza il sostegno di partners stranieri. La produzione di diamanti dell’UNITA precipitò
così ai 100 milioni di dollari del 2000, e meno ancora nel 2001. All’inizio del 2002, con l’uccisione
di Savimbi da parte delle Forze Armate Angolane (FAA), la rete di produzione dell’UNITA, in
quella fase oramai solo artigianale, fu del tutto smantellata.
UNITA e produzione industriale dei diamanti
Nel 1992 la brasiliana Odebrecht aveva completato di istallare a Luzamba le infrastrutture
necessarie a dare l’avvio all’estrazione dei diamanti alluvionali dei ricchi giacimenti del fiume
Cuango. Era un investimento considerevole, che utilizzava i più moderni e costosi macchinari.
Luzamba fu il primo obiettivo di Savimbi, alla ripresa delle ostilità. Estromessi i brasiliani, per i
suoi alleati sudafricani fu un gioco da ragazzi cominciare l’estrazione. Due imprese sudafricane
collaborarono negli anni ’90 per estrarre i diamanti del Cuango: la Zollmann e la De Decker, che
beneficiarono dell’appoggio finanziario della Rindel, una catena di gioiellerie sudafricane. La
produzione industriale dell’UNITA toccava anche alcune zone di frontiera dell’ex-Zaire, nelle
province di Bandundu e Kasai Occidentale, nelle località di Kapanga, Kamina e Alfa-2. Nella
confusione del periodo di transizione tra Mobutu e Kabila, nessuno poteva contrastare i generali
dell’UNITA che istallarono potenti draghe nei fiumi alla frontiera, le cui acque trascinavano a valle
i diamanti dell’Angola. Dopo il 1997, quando Savimbi perse il controllo delle miniere del Cuango,
tentò di sfruttare i giacimenti kimberlitici del sud: Moxico e Cuando Cubango, nelle zone di
Cazombo e Mavinga. Ma la qualità e la quantità erano molto inferiori, e pochi partners stranieri lo
seguirono in questo nuovo affare.
UNITA e produzione artigianale dei diamanti
Nelle zone diamantifere delle Province della Lunda Norte e Lunda Sul, durante il periodo di
occupazione dell’UNITA, si instaurò un regime di anarchia. Varie bande armate si disputavano le
striscie di terra lungo fiumi e fiumiciattoli ricchi di diamanti: ribelli, banditi, garimpeiros, soldati
regolari, poliziotti. Emersero così “uomini forti”, che vantavano i diritti di sfruttamento di una zona,
li difendevano con le armi, e reclutavano gruppi di minatori artigianali, in genere popolazione
civile, locale o immigrati del Congo. L’UNITA non riuscì a stabilire un controllo totale delle zone
diamantifere, a causa della vastità del territorio, e della dispersione delle miniere. I diamanti sono
infatti prodotti in migliaia di piccole miniere, che possono essere sfruttare solo per un breve periodo
di tempo. Un plotone di di ribelli dell’UNITA poteva controllare un’area di non più di una decina di
km quadrati. Molti garimpeiros, che conoscevano bene la geografia del posto, potevano sfruttare
liberamente giacimenti di fiumiciattoli distanti dalle basi dell’UNITA, sfuggendo alla tassazione del
75% imposta dai ribelli. Ma correvano il rischio di essere catturati, e puniti con la morte o con
mutilazioni corporali.
Dopo il 1998, la strategia dell’UNITA fu la guerriglia diffusa, con operazioni in varie province del
paese contenporaneamente; per questo non poteva lasciare molti soldati a guardia delle sue miniere
nella Lunda Norte. Non solo la produzione diminuì, ma i soldati regolari delle FAA prevalevano
nelle battaglie per il controllo del territorio e si impossessavano delle miniere. I capi dell’esercito
governativo imitarono il modello di produzione artigianale dell’UNITA: lasciavano sul posto un
drappello di soldati fedeli, che controllavano il lavoro dei garimpeiros, e consegnavano i diamanti
ai nuovi uomini forti.
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Altri uomini forti erano grossi commercianti di diamanti senza scrupoli (tra di essi persino dei
belgi), in grado di organizzare la logistica della produzione e della vendita dei diamanti, e capaci di
passare disinvoltamente da un campo all’altro, offrendo grosse percentuali di guadagno in cambio
di protezione militare. UNITA e FAA molte volte evitavano di entrare in contatto, per non
pregiudicare il momento cruciale della produzione, quando la ghiaia deve essere lavata e purificata
nell’acqua del fiume, al fine di scoprirvi in essa le preziose pietre. E così poteva capitare che
militari delle due fazioni si osservavano, senza colpo ferire, dalle due rive opposte dello stesso
fiume.
La vendita dei diamanti
Come faceva l’UNITA a commerciare la grande quantità di diamanti prodotti nelle sue miniere? Fu
abbastanza facile: gli stessi grossi acquirenti, i diamantaires, si recavano in aereo a Luzamba, per
partecipare alle aste organizzate dall’UNITA. Noleggiavano aerei in Sudafrica o in Congo, e
atterravano indisturbati nel comodo aeroporto lasciato dalla Odebrecht. I radar e i Mig governativi
erano inefficaci per contrastare questo traffico. L’UNITA vendeva i suoi diamanti a un prezzo più
basso del mercato, e ci fu sempre ressa a Luzamba. Quando Luzamba fu ripresa dalle FAA, diventò
Andulo la piazza dei diamanti dell’UNITA.
I pagamenti erano fatti su conti in banche svizzere. Spesso c’era una triangolazione UNITAdiamantaires-venditori di armi: il denaro depositato era subito girato ai mercanti di armi, già in
contatto con i grossisti di diamanti. Quando le sanzioni dell’ONU colpirono l’UNITA, i
diamantaires trovarono l’escamotage di impiantare i loro comptoirs in paesi vicini compiacenti,
come lo Zambia, i due Congo, il Ruanda. I diamanti erano fatti confluire lì, e poi esportati come
produzione di questi paesi, e non dell’Angola.
I diamanti che l’UNITA produceva attraverso la manodopera artigianale dei garimpeiros, erano
contrabbandati nel confinante Congo, ex-Zaire, lui stesso produttore di diamanti, anche se di qualità
inferiore a quelli della Lunda Norte angolana. Le città congolesi di Tembo, Kahemba, Tshikapa si
riempirono di comptoirs, centri di acquisto di diamanti, gestiti in massima parte da mediatori
libanesi, israeliani, belgi, ma anche senegalesi e maliani. Per interrompere questo flusso, nel 1991 e
nel 1994 il Governo angolano votò le prime leggi del paese che davano una certa legalità
all’estrazione artigianale, fino ad allora considerata un crimine, e cedeva la licenza di acquisto dei
diamanti artigianali ad alcune società. L’UNITA approfittò di questa opportunità, e in ripetute
occasioni i suoi agenti si infiltravano nella rete di acquisto, al punto che queste società diventarono
di fatto lo sbocco principale dei diamanti targati UNITA. Ma il contrabbando non terminò, e
continua anche oggi, perché la tassa imposta dal governo fa diminuire il prezzo pagato ai
garimpeiros, e questi in molti casi preferiscono affrontare i rischi di un viaggio oltre frontiera, verso
il Congo, dove si mantiene la rete di comptoirs.
( Si veda: Ch. Dietrich, “UNITA’s diamond mining and exporting capacity”, in: Angola’s War
Economy: The Role of Oil and Diamonds, Jakkie Cilliers and Christian Dietrich (eds), Institute for
Security Studies, Pretoria, September 2000, disponibile nel sito www.iss.co.za)
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3. Testimone di un commercio insanguinato
Quando il rumore attorno ai diamanti di conflitto era ormai troppo grande da essere ignorato, i
Senatori del Belgio istituirono una Commissione di inchiesta parlamentare sui “Grandi Laghi”,
che doveva investigare sul ruolo delle risorse minerarie nel fomentare la guerra nel Congo. Il 21
giugno 2002 ci fu l’audizione del professore Filip De Boeck, antropologo. Egli fu testimone dello
sconvolgimento sociale e culturale provocato nelle comunità congolesi alla frontiera con l’Angola
dall’inizio della produzione artigianale dei diamanti nella Lunda Norte per opera dell’UNITA.
Riproduciamo alcuni passi della sua deposizione (si veda: www.senate.be/crv/GR/gr-07.pdf).
A partire da 1987, ho lavorato nel Congo, nella provincia di Bandulu, alla frontiera tra il Congo e
l’Angola. Partecipavo ad un studio di antropologia medica. Ho trascorso due anni nel piccolo
villaggio di Nzofu, a cinque chilometri della frontiera. Questo villaggio è localizzato tra le città di
Kahemba e di Tembo che, tra la fine degli anni ‘80 ed all’inizio degli anni ‘90, erano le basi del
contrabbando di diamanti tra la provincia della Lunda Norte (in Angola) ed il Congo.
Fin da 1987, sono stato il testimone dello sviluppo e, in parte, del declino del contrabbando di
diamante. Questo contrabbando può essere suddiviso in tre grandi fasi. La prima fase comincia tra
il 1981 e il 1982. Alcuni congolesi, venuti dai centri diamantiferi tradizionali del Kassai, o da
Kinshasa o da Kikwit, reclutavano dei giovani dei villaggi per formare carovane che attraversavano
la frontiera e entravano nella Lunda Norte, nella regione della valle del Cuango, in due grandi siti
minerari del nord-ovest del Lunda Norte, leggendari per i congolesi, Cafunfo e Luzamba, e più
all’est, verso la frontiera con Tshikapa ed il Katanga. Trasportavano ogni tipo di merci. Le
carovane percorrevano la foresta attraverso picoli sentieri. Di notte si recavano nei villaggi vicini ai
siti minerari, e lì gli angolani scambiavano i loro diamanti (estratti illegalmente) con le merci.
All’epoca, il baratto era molto vantaggioso. I congolesi riattraversavano subito dopo la frontiera, il
che non era senza pericolo, poiché la frontiera tra il Congo e l’Angola ufficialmente erano chiusa. In
quegli anni la regione mineraria della Lunda Norte era sotto il controllo delle truppe governative.
Ma già circolavano numerose pattuglie dei ribelli UNITA. I contrabbandieri potevano imbattersi in
pattuglie dei due schieramenti, ed essere uccisi sul posto. Il pericolo veniva anche al di qua della
frontiera: gruppi di militari congolesi pattugliavano, ufficialmente per sorvegliare la frontiera, ma,
in realtà, passavano di villaggio in villaggio per aspettare le carovane che ritornavano e per rubare i
diamanti. Per evitare ciò, numerosi contrabbandieri inghiottivano i diamanti. Capitava che nei
villaggi, per ricuperare questi diamanti, si sventrasse il cadavere di coloro che erano stati vittime di
una mina anti-uomo, ed erano morti in seguito ad un’emorragia.
Alla fine degli anni ‘80, alcuni comptoirs (casa commerciale dove si comprano diamanti grezzi ai
contrabbandieri o ai cercatori artigianali) hanno cominciato ad installarsi nelle città di frontiera,
come a Kahemba e a Tembo. Essi erano controllati da cittadini sud-africani, portoghesi, belgi,
senegalesi, libanesi, ma anche israeliani. I diamanti erano venduti dalla popolazione locale per
essere trasferiti generalmente verso Kinshasa, prima di essere trafficati in Europa, e portati a
Anversa, in Belgio.
La seconda fase comincia nel 1992, dopo le elezioni presidenziali in Angola. A partire dal 1992 la
natura del contrabbando di diamanti si è modificata notevolmente. In quell’anno Savimbi e
l’UNITA occuparono vaste zone del paese. La regione del Lunda Norte li interessava vivamente, a
causa della presenza di diamanti. In breve si impossessarono delle miniere di Cafunfo e di
Luzamba. Questa regione assicurava il 60% della produzione ufficiale di diamante in Angola.
Durante l’occupazione dell’UNITA ha cominciato a sfruttare in modo selvaggio i giacimenti lungo
il fiume Cuango, che forma parzialmente la frontiera tra il Congo e l’Angola, e che è uno dei fiumi
diamantiferi più ricchi al mondo. Ciò ha avuto per conseguenza una modifica profonda della natura
del contrabbando di diamante. In primo luogo, i congolesi che facevano il baratto non dovevano
più attraversare la frontiera nei due sensi. Oltre a ciò, cominciò l’emigrazione di decine di migliaia
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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di giovani congolesi: andavano nella Lunda Norte per lavorare nelle zone di estrazione artigianale, e
vi rimanevano a lungo. Ricercavano i diamanti scavando lungo le sponde dei fiumi, o immergendosi
nelle acque. In Congo sono chiamati i Bana Lunda, i figli della Lunda. Vendevano i diamanti ai
comptoirs al di qua della frontiera del Congo, come pure ai comptoirs dell’UNITA, in Angola. Ciò
ha portato ad una sedentarizzazione del contrabbando. Nel 1992, prima delle elezioni angolane, il
Financial Time stimava in 50.000 i giovani congolesi nella Lunda Norte. Ma il loro numero in
seguito è aumentato in modo vertiginoso. Per molti congolesi cercare diamanti è un mezzo di
sopravvivenza. Alcuni fanno a piedi più di 1.000 chilometri per raggiungere la Lunda Norte, nella
speranza di guadagnare un poco di denaro. Non conosco nessuna famiglia di Kinshasa o di Kikwit
che non abbia un membro che non sia andato in Angola in questi ultimi dieci anni. I diamanti sono
un reddito sicuro. Persino dei maestri, professori e studenti andavano in Angola durante le vacanze
per integrare il salario, o per pagare le spese scolastiche.
In quegli anni l’UNITA controllava totalmente questa regione ed aveva installato dei check point
nei villaggi di frontiera tra i due paesi, come a Caungula o a Samucuale. In quei check point
l’UNITA rilasciava dei permessi ai congolesi che volevano andare in Angola per lavorare nelle
miniere aritigianali di diamanti. Questi permessi erano pagati in dollari. Sul permesso c’era scritto il
nome della miniera in cui si voleva andare. In questi piccoli villaggi di 40 a 50 abitanti, c’erano
talvolta 6.000 a 7.000 persone che aspettavano di potere oltrapassare la frontiera verso l’Angola.
Tembo, Kahemba, Kasongo-Lunda: ufficialmente sono considerate zone di produzione dei
diamanti, e gli stranieri per accedervi devono richiedere un visto speciale, ma in realtà il diamante
che si commerciava in quelle città era tutto contrabbandato dall’Angola. Fino nel 1997, le attività in
queste cittadine erano da favola. Kahemba era una cittadina di 40.000 abitanti. Ma in pochi anni
divennero più di 100.000. Erano delle vere boom-towns, piene di persone che aspettavano di
attraversare la frontiera.
In questa seconda fase si è assistito, inoltre, alla monetarizzazione, in particolare alla
“dollarizzazione”, del contrabbando dei diamanti, ed alla scomparsa del baratto. Si è conosciuta
una fiammata di capitalismo selvaggio. Fino al 1997, alla caduta di Mobutu, il dollaro aveva
estromesso le monete locali, sia in Congo che in Angola. Tutto era comprato e venduto in dollari,
spesso a dei prezzi molto gonfiati. In quegli anni si constata anche il grande afflusso del famoso
“diamante UNITA” sul mercato dei diamanti ad Anversa, all’infuori del monopolio della De Beers.
Le quantità sono così importanti che il prezzo mondiale del diamante per carato è diminuito
considerevolmente. L’ UNITA guadagnava centinaia di milioni di dollari per anno. Questa
situazione durò fino al 1997.
E’ nel 1997 che comincia la terza fase, e corrisponde alla caduta del regime Mobutu. Savimbi e
l’UNITA lavoravano in stretta collaborazione con persone dell’ambiente di Mobutu. C’erano, per
esempio, numerosi voli cargo e passeggeri quotidiani tra Kinshasa e Cafunfo, perfino durante
l’embargo sul petrolio decretato contro l’UNITA. Nel 1997, anno della caduta del regime di
Mobutu, l’UNITA incontra delle difficoltà a smerciare i suoi diamanti in partenza dalla Lunda
Norte. Allora sposta questo commercio da Kinshasa a Brazzaville, nell’altro Congo, sotto la
direzione del presidente Lissouba. Ma questo non è durato molto tempo. A partire da 1997, il
governo angolano firma contratti con compagnie minerarie internazionali, spesso le stesse che
lavorano anche in Congo e sostenevano Kabila, il nuovo padrone del Congo. I loro eserciti privati
sono usati contro i garimpeiros, i ricercatori di diamante illegali, angolani o congolesi. Tra 1997 e
1998, la regione è ripulita progressivamente da est a ovest.
Nel 1998, esercito governativo, e truppe delle compagnie minerarie raggiungono il fiume Cuango e,
l’UNITA, dopo duri combattimenti, è cacciata da Luremo, una delle basi più importanti
dell’estrazione, del commercio e del contrabbando dei diamanti. Moltissimi congolesi
collaboravano con l’UNITA a Luremo. All’arrivo delle truppe i congolesi sono stati assassinati o
respinti oltre la frontiera. La terza fase si concluse con la scomparsa totale dell’UNITA dal mercato
dei diamanti, quando, nel febbraio 2002, fu ucciso di Savimbi.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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4. I tentacoli di al Qaeda sui diamanti africani
Nell’aprile del 2003 la ONG Global Witness pubblicò un’indagine dal titolo Few dollars more.
How al Qaeda moved into the diamond trade. Il testo, reperibile nel sito Internet di Global Witness,
stupisce per il coraggio nel denunciare le ramificazioni terroristiche nel settore diamantifero, e per il
rigore nel documentare le sue denunce. Ciò che ha spinto Global Witness a compiere questa ricerca
è la costatazione dello scarso interesse mostrato dai paesi occidentali nell’applicare le direttive del
Processo di Kimberley. In particolare è il Belgio a meritare la maglia nera: ad Anversa, ancora nel
momento in cui lo studio è pubblicato, non cessano di affluire diamanti di dubbia provenienza.
Global Witness fornisce le prove che alcuni di questi diamanti sono di al Qaeda.
Le prime mosse di al Qaeda sullo scacchiere del commercio dei diamanti risalgono all’inizio degli
anni ’90. Il Kenya e la Tanzania furono le sue prime basi: acquisizioni di miniere e creazione di una
rete di commercianti compiacenti. Agì abbastanza indisturbata: in quegli anni al Qaeda era
sostenuta dalla CIA per rovesciare il governo filo-comunista in Afganistan.
La Sierra Leone e la Liberia, che negli anni ‘90 erano dilaniate dalla guerra civile, divennero in
seguito la principale fonte di diamanti per l’organizzazione terrorista. Ma è dopo il 1998, l’anno
degli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar-es-Salaam, che al Qaeda accrebbe il suo
ruolo nel commercio di diamanti. Perché? Le ragioni sono varie: questo tipo di commercio, molto
segreto e discreto, era un ottimo mezzo per occultare operazioni finanziarie e sfuggire alle sanzioni
internazionali, per investire i capitali nascosti in banche del medio oriente, per convertire la liquidità
in beni di grande valore, facili da trasportare e commerciare.
Il processo agli attentatori delle ambasciate americane ha fornito le prove della strategia di al
Qaeda: tra il 1993 e il 1997 le sue cellule keniane e tanzaniane avevano acquisito un’enorme
esperienza nel commercio illecito dei diamanti, attraendo diamanti di contrabbando e di conflitto
dall’Angola e dal Congo; e tra il 1998 e il 2001 riciclò ingenti somme finanziarie nel commercio dei
diamanti di sangue della Sierra Leone e della Liberia. Non è un’esagerazioni affermare che
l’attentato alle Torri Gemelle fu facilitato dalle disponibilità finanziarie che al Qaeda ricavava da
tale commercio.
Al Qaeda non fece altro che approfittare delle reti e delle rotte di commercio dei diamanti di
conflitto e di contrabbando già esistenti, che operavano ai margini della legalità. In pratica si basò
sull’ottusità e l’avidità dei quei grossisti di Anversa, di Londra, di New York, che non si facevano
troppi scrupoli nell’importare diamanti provenienti da gruppi di rebelli africani, spesso con la
mediazioni di trafficanti internazionali di armi. Sono loro, afferma cinicamente Global Witness, che
hanno spianato la strada ad al Qaeda, e l’hanno aiutata a finanziarsi.
Le proficue lezioni di Hezbollah e di AMAL
Sarebbe interessante percorrere tutto lo studio di Global Witness, ma le esigenze di questo numero
di Afriche ci costringono a concentrarci soprattutto sul caso angolano.
Hezbollah e AMAL sono due milizie libanesi, di matrice shiita e fondamentalista. Sostenute e
finanziate dalla Siria e dall’Iran degli ayatollah, lottano per stabilire in Libano un regime islamico
teocratico. All’inizio alleate, negli anni ’80 divennero rivali e si fecero guerra l’una contro l’altra. A
differenza dei governi europei, gli Stati Uniti e altri governi considerano Hezbollah e AMAL due
organizzazioni terroristiche, basandosi su una risoluzione dell’ONU.
Global Witness descrive il modo in cui le due organizzazioni si sono finanziate durante gli anni ‘90:
appropriandosi dei diamanti che l’UNITA ha contrabbandato fuori dell’Angola, al fine di acquistare
armamenti. E si basa su un documento inoppugnabile: un rapporto dei servizi segreti del Belgio,
datato luglio del 2000, sulla provenienza illegale dei diamanti importati nel paese. Tale documento
identifica diversi commercianti di diamanti di nazionalità libanese, aventi stretti legami con i due
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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movimenti armati Hezbollah e AMAL. Secondo l’intelligence belga tali commercianti avrebbero
comprato diamanti all’UNITA prima e dopo l’imposizione delle sanzioni dell’ONU contro i ribelli
di Savimbi. Un altro documento incontrovertibile è il cosiddetto “Rapporto Fowler” (consultabile
nel sito dell’ONU), del marzo del 2000, un rapporto di un gruppo di esperti nominati dall’ONU per
investigare sulla violazione delle sanzioni da parte dell’UNITA, con l’aiuto di governi e
organizzazioni compiacenti.
In entrambi i rapporti figurano i nomi di società libanesi basate ad Anversa e appartenenti a ricche
famiglie tra loro imparentate, la famiglia Nassour, proprietaria della “Triple A Diamonds” e della
“Sierra Gem Diamonds”, e la famiglia Ahmad. Ci sono prove che la “Triple A Diamonds” vendette
ad Anversa grandi quantità di diamanti provenienti dall’UNITA e abbia poi fatto arrivare il denaro,
attraverso banche svizzere, a conti in Libano, Siria e Iran. La famiglia Ahmad è inoltre indicata
come avente stretti legami con Nabih Beri, il portavoce di AMAL.
Il rapporto Fowler cita un altro libanese trafficante di diamante: Imad Bakri. Egli sarebbe invece
legato al movimento Hezbollah. Già amico e compagno di affari del presidente dell’ex-Zaire
Mobutu, per mezzo di quest’ultimo negli anni ’90 estese la sua rete di traffici a generali
dell’UNITA, che gli chiesero un aiuto per vendere i diamanti del movimento ribelle e per procurare
in cambio armi. Il rapporto Fowler riporta la testimonianza del Generale dell’UNITA Jacinto
Bandua, il quale afferma di avere incontrato in varie occasioni Imad Bakri nella roccaforte
dell’UNITA, Andulo, in compagnia dello stesso Savimbi. Bandua afferma che la carriera di Imad
Bakri cominciò a Luzamba, come acquirente di diamanti, e, conquistata la fiducia di Savimbi,
divenne il suo principale intermediario per l’acquisto di armi, che arrivavano all’UNITA attraverso
l’ex-Zaire.
Il 28/10/2002 due quotidiani, il Financial Times e il New Yorker, pubblicarono un’inchiesta,
secondo la quale Hezbollah avrebbe una base operazionale in Angola, diretta da Karim Diab e da
Abbas Abdallah, inviati per tale fine a partire da un centro direttivo che il movimento armato
islamico ha stabilito in una zona di frontiera tra Paraguay, Brasile e Argentina.
Global Witness conclude che al Qaeda ha potuto beneficiare dell’esperienza acquisita in Africa da
AMAL e Hezbollah, e, per mezzo dei collegamenti che i due movimenti islamici mantengono con
Bin Laden, ha imparato ad approfittare della situazione politica di paesi in stato di guerra civile,
come Angola, Sierra Leone, Liberia, ex-Zaire, per percorrere le piste già rodate sopra le quali
correvano indisturbati trafficanti di diamanti e di armi, terroristi e riciclatori di denaro sporco.
Al Qaeda progetta una base in Angola
Wadih El Hage è un libanese, nato da famiglia cristiana a Sidone nel 1960. Nell’agosto del 1997, un
anno prima che al Qaeda realizzi il duplice attentato alle ambasciate americane del Kenya e della
Tanzania, agenti dell’FBI sequestrano alcuni suoi blocchi di appunti nel suo appartamento di
Nairobi. Nel processo agli attentatori del 1998, da tali quadernetti uscì la prova che egli era un
agente di al Qaeda in Africa Orientale.
Nella sua difesa El Hage affermò di intrattenere con Bin Laden solo rapporti commerciali, fornendo
alla sua organizzazione materiale di costruzione, fertilizzanti, macchinari per le aziende che al
Qaeda possedeva in Sudan. In realtà il core business di El Hage erano i diamanti, e i suoi appunti
non lasciano dubbi: egli vi ha annotato i suoi promemoria sui vari tipi di pietre preziose
(specialmente i diamanti) e sul loro valore, sui centri internazionali di vendita di diamanti da lui
visitati, su acquisti di macchinari per miniere di diamanti e per la quotazione delle pietre preziose.
Nel processo del 2001 El Hage fu indicato come un elemento di primo piano dell’organizzazione
terroristica islamica, il principale artefice dell’ingresso di al Qaeda nel ricco settore di diamanti. Bin
Laden in persona gli affidò l’incarico di montare la logistica, di operare trasferimenti occulti di
denaro, di arruolare collaboratori, di mascherare il tutto dietro società fantoccio. El Hage aveva un
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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passaporto americano, ed era libero di muoversi attraverso tutti i paesi interessati all’estrazione e al
commercio dei diamanti.
Nel 1994 El Hage costituì in Tanzania la Tanzanite King, un’impresa che produceva e commerciava
tanzanite. Ma era solo una copertura. Infatti due anni dopo era già socio d’affari di Mohamed Saleh
Odeh, un esperto di traffici di diamanti, basato a Nairobi, ben introdotto negli ambienti della
politica e della finanza locale. I due diedero inizio a un fiorente commercio di acquisto e
esportazione di diamanti, in massima parte fatti affluire illegalmente dall’ex-Zaire e dall’Angola. Al
Qaeda iniettava quantità sempre più ingenti di denaro in questo settore, che rivelava redditi alti e
sicuri.
Il 12/10/2001 l’ONU pubblicava il Monitoring Mechanism on Sanction Against UNITA, e puntava
il dito sulla Tanzania. Analizzando le statistiche della produzione e dell’esportazione dei diamanti
tanzaniani, all’origine e al suo arrivo ad Anversa, gli esperti dell’ONU scoprirono un’evidente
discrepanza tra il volume e il valore della produzione tanzaniana di diamanti, e il volume e,
soprattutto, il valore delle sue esportazioni. Due soli paesi potevano gonfiare le statistiche
tanzaniane con i propri diamanti di alto valore: ex-Zaire e Angola. Gli esperti dell’ONU non
poterono giungere alle prove, ma attraverso interviste, risalendo ai movimenti finanziari di imprese
tanzaniane di commercio di diamanti, manifestarono il forte sospetto che fossero soprattutto i
diamanti angolani prodotti dall’UNITA, introdotti illegalmente nel paese da reti di trafficanti, a
perturbare il mercato tanzaniano. Erano i diamanti che facevano gola ai terroristi.
Una delle ultime annotazioni nei bloc notes di El Hage si riferisce ad alcune persone, non nominate,
che si sarebbero stabilite per suo conto in Liberia e in Angola. Ci sono persino 4 nomi e 4 numeri di
telefono, che però non è stato possibile decifrare. Ma ciò è indicativo sulle strategie di al Qaeda nel
1997, anno in cui i bloc notes furono redatti: allungare le sue spire sui centri di produzione di
diamanti più vulnerabili e più redditizi, come quei due paesi africani che stagnavano in una
interminabile guerra civile.
A tutt’oggi non sono ancora stati svelati i piani di al Qaeda per istallarsi in Angola. Nel novembre
2004 i media diedero grande risalto ad alcune affermazioni dell’allora capo dei servizi segreti
angolani, Fernando Garcia Miala, che disse in un intervista alla televisione pubblica: “Noi abbiamo
prove che almeno due gruppi terroristici islamici internazionali sono presenti in Angola. Non solo
stanno recrutando membri, soprattutto tra ex-militari specializzati in ingegneria, ma stanno anche
raccogliendo risorse finanziarie, e nascondono alcuni loro membri ricercati all’estero” (Fonte:
AFP).
È innegabile che negli ultimi 10 anni il numero delle conversioni all’Islam è aumentato, e diversi
attivisti mussulmani, provenienti dall’Africa Occidentale, si istallano nelle provincie diamantifere, e
danno vita a influenti comunità islamiche, ciascuna con la propria moschea e centro culturale
islamico, costruiti con non precisati finanziamenti esterni. Alla fine di marzo di quest’anno scoppiò
a Luanda lo scandalo dei falsi visti di lavoro concessi a 250 lavoratori stranieri, nella loro
maggioranza cittadini mussulmani dell’Africa Occidentale. La conseguenza non fu solo la
rimozione dei dirigenti del Servizio Immigrazione, ma il coinvolgimento dello stesso capo dei
servizi segreti, accusato dal Presidente della Repubblica di macchinazione contro gli organi dello
Stato. La stampa indipendente locale collegò i due fatti, e ipotizzò un complotto, sostenuto da
estremisti islamici, con la compiacenza dei servizi segreti. Si veda, come esempio, il commento a
tutta la questione del giornale africano on-line, basato in Svizzera, Afriqu’Echos.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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5. Il Processo Kimberley: uniti per escludere i diamanti di conflitto
Negli anni ’90 il mondo del commercio dei diamanti era avvolto da un velo di segretezza e di
mistero. Gli interessi economici in gioco erano tanto grandi, e la concorrenza internazionale tanto
aggressiva, che gli stessi governi preferivano ignorare la questione e non dare fastidio alla propria
industria del diamante. Un gruppo di ONG si coalizzò per lanciare a livello mondiale una campagna
per mettere al bando i diamanti di conflitto. Insperatamente la campagna colpì l’opinione pubblica, i
mass-media l’amplificarono, al punto che governi e industria dovettero correre ai ripari, di fronte
alla minaccia di un crollo di immagine e di vendite della pietra preziosa per eccellenza. Le ONG
non si fermarono alla denuncia, ma invitarono governi, industria del diamante e agenzie
internazionali a un tavolo di lavoro, scambio e trattativa, al fine di giungere a un meccanismo di
regolazione del mercato dei diamanti che escludesse le pietre grezze provenienti da gruppi di ribelli.
Il primo incontro si tenne nella capitale sudafricana dei diamanti, Kimberly, nel maggio 2000, e la
trattativa prese il nome di Kimberley Process Certification Scheme, ossia: “Il sistema di
certificazione del Processo di Kimberley”. Vi parteciparono rappresentanti dei governi dei
principali paesi che producono e commerciano diamanti, delle organizzazioni mondiali e
dell’industria del diamante, oltre che delle ONG. Il negoziato non fu facile, e durò tre anni, e alla
fine produsse un accordo volontario tra imprese produttrici, imprese commercianti e governi, per
fare in modo che il diamante fosse “tracciato” dalla miniera fino alla gioielleria, in modo da limitare
e smascherare l’afflusso di diamanti di conflitto sul mercato mondiale. I paesi produttori africani
erano particolarmente interessati a contrastare la percezione negativa dei consumatori verso i
diamanti africani, e a recuperare terreno nella competizione con gli altri grandi paesi produttori,
come la Russia, il Canada e l’Australia. Il governo angolano, per sua parte, voleva che fosse fatto
qualcosa di concreto per impedire ai ribelli dell’UNITA di procurarsi finanziamenti attraverso il
commercio dei diamanti che produceva in zone del paese ancora sotto il suo controllo, e costringerli
a mettere fine alla guerra civile.
Il processo di negoziazione di Kimberley ebbe un esito positivo, e nel novembre 2002 tutti i governi
partecipanti e i rappresentanti dell’industria del diamante approvarono il Sistema Internazionale di
Certificazione, che entrò in vigore nel luglio 2003. Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea
Generale dell’ONU lo recepirono come un accordo economico-politico internazionale, e nella
risoluzione 1459/2003 affermarono che l’ONU “sostiene fortemente il Sistema di Certificazione di
Kimberley, e tutto il processo per renderlo operativo e più efficace”. I 62 stati partecipanti l’hanno
ratificato e introdotto nella propria legislazione nazionale (1).
Il Processo di Kimberley non ha solo lo scopo di bloccare e prevenire il commercio dei diamanti di
conflitto, ma anche di proteggere il commercio legale dei diamanti. I rappresentanti delle ONG
occupano il ruolo di osservatori nel Processo, benché siano stati molti attivi sia nella negoziazione
che nell’attuazione. In particolare Global Witness e Partnership Africa Canada sono stati coinvolti
in una maniera inusuale, aiutando nella stesura del documento tecnico di lavoro che è sfociato nel
documento finale, e fornendo ai partecipanti la necessaria informazione e formazione tecnica.
Come funziona il Processo di Kimberley?
Anzitutto si deve dire che esso si applica solo ai diamanti grezzi, e non a quelli tagliati e usati in
gioielleria. Esso richiede che chi è membro del Processo di Kimberley commerci i suoi diamanti
solo con gli altri membri, e non con paesi terzi, accettando di istituire meccanismi di controllo
dell’import/export, in modo da isolare diamanti sospetti di provenire da zone di conflitto. Ogni stato
produttore dovrà far accompagnare i suoi diamanti grezzi esportati da un certificato che provi che
non sono diamanti di conflitto, e ogni stato importatore dovrà esigere tale certificato all’ingresso
delle sue frontiere. Ma non è solo una questione di burocrazia, ma di reale volontà dei partecipanti,
governi e industria, di rendere più trasparenti le transazioni internazionali.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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Il sistema di certificazione di Kimberley si applica a lotti di diamanti, e non a singole pietre. Gli
stati partecipanti devono garantire che l’import/export di diamanti avvenga tramite speciali
contenitori sigillati e a prova di manomissione, devono raccogliere e scambiare dati statistici su
produzione e commercio dei propri diamanti, devono utilizzare i formulari doganali uniformi
approvati dal Processo di Kimberley.
Le sue debolezze
Anzitutto di non contenere un meccanismo regolare e indipendente di revisione sulle procedure di
controllo messe in atto dai vari partecipanti. Era uno dei punti forza della proposta delle ONG, ma
la resistenza dei governi fu decisiva, e il Processo di Kimberley si trovò amputato. Ma le ONG non
desistirono, e su loro pressione nell’ottobre 2003 il World Diamond Council (organismo creato nel
2000 dall’industria del diamante per coordinare e monitorare le grandi transazioni e prevenire
l’infiltrazione di diamanti di conflitto) accettò il compito di controllare se le operazioni commerciali
dei paesi membri compivano o no i requisiti del Processo di Kimberley. Dopo di ciò l’Unione
Europea e il Sudafrica decisero di mettere in atto anch’essi dei meccanismi propri di monitoraggio.
Un’altra debolezza è la mancanza assoluta di penalità e sanzioni verso i paesi e le imprese che
violano l’accordo di Kimberley. Né è prevista l’espulsioni dei paesi recidivi.
La terza debolezza è il sistema di auto-regolazione invocato da parte dell’industria del diamante. In
effetti le imprese si sono sempre mostrate refrattarie a controlli effettuati da organismi esterni e
indipendenti, e hanno spesso affermato la propria volontà di adottare un codice etico di condotta, e
di attenervisi rigorosamente. Le due organizzazioni mondiali più importanti, l’IDMA (che
raggruppa i 10 maggiori centri mondiali di taglio) e il WFDB (che rappresenta 23 borse di diamanti
sparse per il mondo), avevano già fatto questa proposta nel 2000, per prendere in contropiede le
ONG che spingevano per avviare i colloqui di Kimberley, e crearono il World Diamond Council
proprio come un’alternativa al Processo di Kimberley. Gli obiettivi che proclama nel suo statuto
sono altisonanti: “sviluppare, applicare e supervisionare un sistema di ‘tracciamento’ per
l’import/export dei diamanti grezzi, al fine di prevenire lo sfruttamento di diamanti usati per
alimentare guerre o atti disumani”. Nella pratica il WDC ha poca forza e scarsi mezzi per imporre
un codice di condotta e di monitoraggio alle imprese che vi fanno capo. Tutto rimane a livello
verbale e di ostentazione, non c’è una proposta unica di codice di condotta delle imprese, e tutto è
lasciato alla buona volontà e al senso di responsabilità delle singole imprese. L’impresa si
compromette a dichiarare sul suo onore che i suoi diamanti sono leciti e certificati, ma non permette
che un organismo esterno ne verifichi le prove. È decisamente troppo poco.
Una quarta debolezza è l’esclusione dal processo di certificazione dei diamanti dei gioiellieri. Essi
offrono ai propri clienti diamanti già tagliati, incastonati sui gioielli, che presentano come “conflictfree, certificati, non provenienti da aree di conflitto”, ma non hanno accesso alla documentazione
preparata da importatori e tagliatori, in ottemperanza al Processo di Kimberley, né mostrano
interesse nell’esigerla. Neppure esiste una maniera di appurare che tutti i diamanti finiti nelle
gioiellerie provengano da paesi aderenti al Processo di Kimberley. Un gioielliere di una grande
catena americana faceva questa confidenza al ricercatore di Global Witness: “Noi abbiamo i nostri
posti, lei sa, per comprare i nostri diamanti. Siamo noti per comprare nel posto migliore. Ai nostri
acquirenti non interessa la provenienza, ma che i diamanti che comprano abbiano il nostro marchio”
(Los Angeles, 7/1/2004). Si veda: Global Witness, Broken vows - Exposing the ‘Loupe’ Holes in the
Diamond Industry’s Efforts to Prevent the Trade in Conflict Diamonds, marzo 2004.
Tre anni dopo, un bilancio
Quest’anno il Kimberley Process compie tre anni, ed è prevista una sessione speciale per un
bilancio ed eventuali correzioni. In funzione di ciò Global Witness e Partnership Africa-Canada
hanno pubblicato vari dossiers sulle carenze e debolezze del Processo, analizzando paesi in cui il
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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traffico di diamanti di conflitto o di contrabbando è ancora florido: Costa d’Avorio, Liberia,
Guinea, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Venezuela, Guyana, Brasile, Armenia. Citiamo
alcuni di questi rapporti, reperibili nei siti delle due ONG: Making it Work - Why the Kimberley
Process Must Do More to Stop Conflict Diamonds (novembre 2005); An Indipendent
Commissioned Review Evaluating the Effectiveness of Kimberley Process (2006); Triple Jeopardy:
Triplicate Forms and Triple Borders: Controlling Diamond Exports from Guyana (aprile 2006);
Cautiously Optimistic: The Case for Maintaining Sanctions in Liberia (giugno 2006). NIZA e “The
Fund for Peace” hanno invece prodotto nel maggio 2006 lo studio: The Effect Of The Kimberley
Process On Governance, Corruption, & Internal Conflict.
Questi studi mettono in evidenza le seguenti principali carenze:
- i meccanismi di controllo interno da parte dei quei paesi che esportano diamanti prodotti
artigianalmente si sono rivelati inadeguati, come mostra soprattutto il caso della Costa d’Avorio, i
cui diamanti sono estratti dai ribelli e immessi nel mercato mondiale tramite trafficanti basati in
Mali (che non ha aderito al Processo di Kimberley), Guinea, Liberia; i paesi africani devono essere
aiutati a dotarsi degli strumenti tecnici e logistici per un più efficace controllo del flusso interno dei
propri diamanti;
- i centri di taglio dei diamanti non constano tra le strutture controllate dal Processo di Kimberley,
ma il caso dell’Armenia ha rivelato che essi spesso diventano uno sbocco diretto per diamanti di
dubbia provenienza; per questo i governi dovranno stabilire controlli specifici per questi centri;
- mentre diminuisce l’afflusso sul mercato di diamanti di conflitto, non si è ridotto il quantitativo di
diamanti di contrabbando, di cui si alimenta il riciclaggio di denaro sporco e il finanziamento di
gruppi terroristici; il Processo di Kimberley dovrà determinare criteri e meccanismi per contrastare
il contrabbando;
- deve essere maggiore la coordinazione con altri organismi e meccanismi, pubblici, privati e
internazionali, che cercano di controllare e contrastare fenomeni legati ai diamanti di sangue:
traffico di armi, droga, riciclaggio di denaro, traffico di metalli preziosi e strategici.
6. Cercatori di diamanti e minatori artigianali: tanta fatica per un
guadagno irrisorio
I giacimenti di diamanti sono, su tutta la terra, di due tipi: kimberlitici o alluvionali. I giacimenti
kimberlitici (o “primari”) sono antichi camini di vulcani, in cui i diamanti si sono formati milioni di
anni fa ad altissime temperature; tali camini sono rimasti sepolti sotto terra, a profondità che
possono variare e che determinano la redditività del giacimento. I giacimenti kimberlitici sono
circoscritti in un’area di limitate dimensioni, e sono sfruttati con miniere a cielo aperto che sono
protette da muri e recinti.
I giacimenti alluvionali (o “secondari”) sono il risultato di un’erosione durata milioni di anni e
operata da fiumi che hanno invaso i giacimenti kimberlitici, hanno frantumato la roccia friabile e
hanno disperso i diamanti in essa contenuti lungo il loro letto, a volte su un percorso di diverse
centinaia di chilometri. Il fiume Cuango della Lunda Norte, per esempio, scorre per circa 800 km su
un’area in cui si erano formati kimberliti. Dalla sorgente alla foce le sue acque sono setacciate alla
ricerca di diamanti. I diamanti sono più frequenti (e più preziosi) là dove il letto del fiume Cuango,
o di un suo affluente, ha invaso un kimberlito, in particolare nei primi 200 km dalla sorgente; più ci
si avvicina alla foce, invece, e più i diamanti sono rari e di bassa qualità.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
15
Stesso diamante, ma sviluppo economico diverso
La diversa natura geologica dei giacimenti di diamanti crea diversi metodi del loro sfruttamento. Le
miniere del Botswana, della Namibia, del Canada e della Russia sfruttano giacimenti di tipo
kimberlitico. In questi paesi le zone di produzione di diamanti sono circoscritte, recintate con filo
spinato, protette da uomini armati. Nessun estraneo vi è ammesso; l’estrazione avviene con un
impiego massiccio di macchinari e di tecnologia e un numero limitato di minatori. Lo stato esercita
più facilmente il controllo sulla produzione e può imporre la sua tassazione e dettare le regole alle
imprese minerarie straniere. I giacimenti kimberlitici del Botswana e della Namibia hanno permesso
a questi due paesi desertici e con scarse risorse agricole di avere un reddito pro capite tra i più
elevati dell’Africa. I risultati delle royalties pagate dalle imprese minerarie sono evidenti a tutti: la
migliore rete stradale dell’Africa dopo il Sudafrica, telecomunicazioni a livello europeo,
esportazione di elettricità ai paesi vicini, scuole sufficienti per tutti gli alunni e ospedali moderni in
tutte le città.
Quanto diversa la situazione di quei paesi, tutti africani, i cui diamanti si trovano dispersi in
vastissimi giacimenti fluviali, lungo fiumi che attraversano zone intensamente popolate! Sierra
Leone, Congo-Kinshasa e Angola sono i tre paesi africani con i maggiori giacimenti alluvionali, e
con il fenomeno correlato dell’estrazione artigianale ad opera di centinaia di migliaia ricercatori di
diamanti, armati di strumenti a bassissima tecnologia: pala, piccone, setaccio. In Angola i minatori
artigianali di diamanti sono chiamati garimpeiros. L’Angola e il Congo sono paesi con un territorio
immenso, ed è praticamente impossibile controllare i movimenti dei garimpeiros: essi si muovono a
piedi, risalgono fiumiciattoli e torrenti e ne scavano forsennatamente le rive alla ricerca del prezioso
strato di ghiaia kimberlitica, dove è probabile che si nascondano i diamanti.
I diamanti alluvionali di questi tre paesi africani sono un’autentica calamita per giovani provenienti
dai più svariati paesi. Negli accampamenti di garimpeiros lungo i fiumi della Lunda Norte vivono
uno accanto all’altro angolani, congolesi, maliani, senegalesi, nigeriani, camerunesi, zambiani,
ivoriani, ruandesi: tutti immigrati clandestini, attratti dal miraggio di una ricchezza facile e
immediata, incuranti delle frontiere e delle leggi nazionali. I tre paesi in questione, Angola, Congo e
Sierra Leone sono accomunati da un altro fenomeno, senza dubbio correlato con i loro diamanti
alluvionali: una lunga e cruenta guerra civile, terminata solo pochi anni fa. I garimpeiros di questi
paesi nel passato erano reclutati dagli eserciti ribelli, ed essi stessi, molte volte, usati come
guerriglieri.
Ma c’è un’altro fenomeno correlato ai diamanti alluvionali e al metodo di estrazione artigianale
attraverso la mano d’opera dei garimpeiros: è il sistema di commercio di questi diamanti, dominato
da compratori e intermediari senza scrupoli, che sfuggono ad ogni controllo e tassazione
governativi, e intascano la fetta maggiore di guadagno del commercio dei diamanti.
Quanti sono i garimpeiros africani e quanto guadagnano?
Lo studio “Rich man, poor man. Development diamonds and poverty diamonds: the potential for
change in the artisanal alluvial diamond fields of Africa”, prodotto dalle ONG Global Witness e
Partnership Canada-Africa nell’ottobre del 2004, tenta di calcolare il numero dei cercatori africani
di diamanti, e tenta pure di fare loro i conti in tasca, per avere un’idea di quanto possano
guadagnare annualmente da questa attività. In Sierra Leone sono circa 120.000; il governo
congolese valuta i propri in 700.000; in Angola, tra nazionali e stranieri possono essere 200.000: un
totale quindi di un milione di garimpeiros! Naturalmente una quota infinitesimale di essi è registrata
e controllata dal governo: l’immensa maggioranza sono cercatori illegali, esercitanti un’attività
proibita dalla legge del proprio stato, e di per sé punibile. Esercitano un lavoro pesante, sporco,
pericoloso, e producono un guadagno aleatorio.
Quanto guadagna in media per anno un garimpeiro? Il calcolo è abbastanza elaborato. Dobbiamo
partire anzitutto dalla quota dei diamanti prodotti dai garimpeiros. Si può valutare tra il 10 e il 20%
della produzione mondiale, partendo dalle statistiche delle principali borse mondiali di diamanti.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
16
Incrociando i dati forniti dai governi di Sierra Leone, Congo e Angola, si può avanzare la cifra di un
miliardo di dollari che in un anno è pagata per comprare i diamanti prodotti artigianalmente dai
garimpeiros, cioè 1000 dollari lordi per anno per ogni garimpeiro. Ma il nostro calcolo deve ora
considerare un aspetto delicato: la quota che intascano i mediatori. Lo studio delle due ONG,
utilizzando interviste effettuate sul campo, valuta tra il 65 e il 75% la percentuale di guadagno dei
mediatori, che non sono più del 5% di tutta la forza lavoro artigianale. Quindi si possono avanzare
queste cifre: il guadagno medio annuale di un garimpeiro è di 300 dollari, cioè meno di un dollaro
al giorno, un reddito ben al di sotto della soglia di povertà indicata dall’ONU. Il guadagno medio
dei mediatori è 50 volte più alto, 14.000 dollari all’anno; anche qui è necessario fare delle
distinzioni tra mediatore e mediatore. Se si tiene conto che la maggioranza di loro sono compratori
di basso livello, si può ipotizzare che una minoranza privilegiata possa beneficiare di guadagni
annuali superiori ai 100.000 dollari.
Quanto guadagna lo stato?
Lo studio delle due ONG giunge a una conclusione perentoria: l’estrazione artigianale di diamanti
alluvionali non ha mai generato un reddito sostanziale per le casse dello stato produttore. Estrazione
artigianale e contrabbando vanno sempre a braccetto: non appena un governo cerca di regolare il
commercio dei diamanti prodotti artigianalmente, e dà la licenza di acquisto ad alcune società con
l’obbligo di imporre una tassazione, si assiste alla fuga delle pietre di più alto valore verso paesi
vicini compiacenti. Le regioni produttrici di diamanti dell’Angola e del Congo hanno migliaia di
chilometri di frontiera di difficile accesso e controllo, affidata a funzionari doganali mal pagati e
corrotti: è un gioco da ragazzi passare la frontiera nascondendo un diamante. Nel decennio passato
divenne proverbiale il caso del Congo-Kinshasa: non appena il Governo introdusse una tassa del 4%
sulla produzione artigianale dei diamanti, cominciò un impressionante flusso di diamanti verso il
confinante Congo-Brazzaville, piccolo produttore, ma con una tassa del 2%. E in Angola, negli anni
del monopolio dell’acquisto da parte dell’ASCorp, era sotto gli occhi di tutti il contrabbando dei
diamanti prodotti nella regione di Cafunfo e di Luremo verso i comptoirs delle cittadine di frontiera
del vicino Congo.
Il caso angolano
Fu solo nel 1991 che lo stato angolano riconobbe, per legge, il diritto per un cittadino angolano di
possedere un diamante, e, di conseguenza, di ricercarlo attraverso l’estrazione artigianale
regolamentata. Prima del 1991 in Angola vigeva un sistema molto rigoroso, ereditato dall’epoca
coloniale. I portoghesi, non appena furono scoperti i primi diamanti nel fiume Luembe, crearono la
Diamang, società a capitale misto, concessionaria unica della produzione e commercializzazione dei
diamanti angolani. La sua area di concessione si trasformò, praticamente, in uno “stato nello stato”:
la Diamang limitava l’entrata e l’uscita della popolazione residente nell’area di concessione,
provvedeva ai servizi sanitari e scolastici, promuoveva lo sviluppo dell’agricoltura. L’estrazione
artigianale era proibita e severamente punita. Dopo l’indipendenza, il governo angolano trasformò
la concessione della Diamang in una Provincia a statuto speciale, la Lunda Norte. Il controllo sulla
popolazione era effettuato da funzionari statali, anziché privati, ma pur sempre di un controllo
capillare e oppressivo si trattava. A partire dalla metà degli anni ’80 la situazione cominciò a
cambiare, con gli attacchi dell’UNITA alle miniere dell’ex-Diamang, ora Endiama, con
l’occupazione di zone di produzione e l’afflusso di garimpeiros congolesi, contrattati dai ribelli.
La breve pace del 1991 e l’introduzione del libero mercato e delle libertà democratiche individuali
furono il quadro entro cui il governò adottò la “Legge dei diamanti”, che abolì il monopolio
dell’Endiama, tolse le restrizioni alla Lunda Norte e autorizzò l’estrazione artigianale. La legge
istituiva zone speciali di produzione artigianale, in genere ai margini delle concessioni destinate
all’estrazione industriale, in zone di scarso interesse e redditività per imprese minerarie. Ai cittadini
residenti nelle zone diamantifere da cinque anni consecutivi poteva essere concessa una “licenza” di
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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minatore artigianale. Alle imprese diamantifere era affidato il compito di proteggere le proprie aree
di concessione con guardie private e di arrestare i minatori abusivi e illegali. Ma non ci fu tempo
per attuare questa legge, perché la guerra civile riprese nel 1992, e il decennio seguente vide
un’invasione dei campi diamantiferi della Lunda Norte e di altre Province del Centro e del Sud da
parte di centinaia di migliaia di garimpeiros, reclutati dall’UNITA.
Nel 1994 il governo adottò una seconda legge sui diamanti, di complemento a quella del 1991:
“Legge sul regime speciale per le zone di concessione mineraria diamantifera”. Tale legge voleva
introdurre alcune limitazioni all’invasione da parte di minatori artigianali, e garantire i diritti della
popolazione residente, così come delle imprese concessionarie. Furono introdotte 3 tipi di zona:
ristretta, protetta e riservata. La prima si riferisce alle zone di estrazione attiva, in cui opera
un’impresa mineraria, che ha il diritto di impedire l’accesso agli estranei. La seconda è una zona più
ampia, in cui è riconosciuto il diritto di transito, ma non di residenza, e il diritto di estrazione
artigianale solo nelle parcelle a ciò destinate, e con regolare licenza. L’ultimo tipo si riferisce a zone
non immediatamente sfruttabili, ma di interesse diamantifero, in cui i diritti di residenza sono
limitati, e l’unica attività economica permessa è l’agricoltura.
La situazione attuale
Come era prevedibile, molti punti della Legge sui diamanti rimasero lettera morta. Una piccolissima
percentuale dei garimpeiros oggi possiede una licenza, ed è quindi legale. Le zone riservate e
protette sono continuamente invase da cercatori artigianali, e solo in occasione di alcune “campagne
di pulizia” condotte nel 2003 e nel 2004 dall’esercito sono state sgomberate. Dove un’impresa
mineraria ha occupato un’area ristretta la repressione dei garimpeiros è spesso fatta con mezzi
brutali, e la popolazione è espulsa dai propri campi coltivati. Molte lamentele si levano contro le
imprese, ma l’autorità civile e politica locale non ha il coraggio di opporsi e di far valere la legge e i
diritti dei residenti.
L’inchiesta delle due ONG denuncia due fenomeni sociali, che una nuova legge sui diamanti
dovrebbe prendere in considerazione. Il primo si riferisce al lavoro minorile, sia maschile che
femminile, che è una caratteristica dell’estrazione artigianale dei diamanti. La metà degli intervistati
ha dichiarato di avere meno di 18 anni. La situazione scolastica è disastrosa nelle zone di
produzione dei diamanti. Il disfacimento del tessuto sociale e culturale della regione è la
conseguenza più deleteria del fenomeno, e la legge deve provvedere a rinsaldare la coesione sociale.
Il secondo fenomeno denunciato è quello dei cosiddetti patrocinadores, i mediatori del mercato
informale dei diamanti, che attualmente sono nella loro quasi totalità stranieri, africani (congolesi o
dell’Africa occidentale), ma anche libanesi, belgi, portoghesi. Essi hanno la funzione di finanziare
un’attività estrattiva artigianale fornendo ai gruppi di garimpeiros gli strumenti di lavoro, il cibo, il
supporto logistico. In cambio ricevono una percentuale del 50% sulla vendita dei diamanti prodotti.
È una percentuale esagerata, tenuto conto che a volte i gruppi di lavoratori possono arrivare fino a
20 persone, ciascuna delle quali, nonostante il lavoro brutale, riceve solo una minima parte del
guadagno. Il controllo sui patrocinadores deve anche riguardare i canali attraverso i quali essi
vendono i diamanti, perché molto spesso tra di loro si nascondono i peggiori contrabbandieri. E
anche sulle fonti di finanziamento cui essi hanno accesso deve essere fatta chiarezza: molto forti
sono i sospetti che essi agiscano per conto di riciclatori di denaro sporco, o, peggio, di
organizzazioni terroristiche islamiche
Il circolo vizioso
In conclusione, non si può far finta di ignorare che il sistema dell’estrazione artigianale dei diamanti
è un circolo vizioso, che il governo, in questa fase post-guerra civile, tollera, ma che nel medio e
lungo termine dovrà essere rivisto. I garimpeiros affermano che la loro attività è un espediente, è un
ripiego per sfuggire alla povertà, per rimediare un poco di denaro, un mezzo di sussistenza. Ma il
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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loro numero aumenta sempre di più, e la torta da dividere diventa sempre più piccola. È stato
dimostrato che il reddito medio di un garimpeiro è attualmente al di sotto della soglia
dell’indigenza. Nella mentalità del garimpeiro c’è sempre l’illusione che a forza di scavare un
giorno troverà il diamante che gli darà la ricchezza. Per uscire da una situazione di povertà, si entra
in un sistema di povertà che non è solo economica, ma anche culturale e sociale. Ben vengano
proposte che aiutino a spezzare questo circolo vizioso e perverso del sottosviluppo.
Diamond Development Initiative
Dopo la pubblicazione dello studio “Rich man, poor man…” da parte di Global Witness e
Partnership Canada-Africa, si costituì un gruppo di lavoro, composto da rappresentanti
dell’industria del diamante e di ONG, in particolare De Beers, GW, PAC, Communities and Smallscale Mining Program, Rapaport Group of Diamond Companies. Nacque così l’Iniziativa per lo
sviluppo attraverso i diamanti (in inglese “Diamond Development Initiative”), con l’obiettivo di
condividere riflessioni e sforzi, in vista di estendere i benefici economici e sociali, derivati dal
mondo dei diamanti, anche alle centinaia di migliaia di minatori artigianali africani e alle loro
comunità. In particolare il gruppo di lavoro studia proposte pratiche per inglobare i minatori
artigianali nell’industria del diamante, e per suggerire ai rispettivi governi un quadro legale per il
loro riconoscimento.
Nell’ottobre del 2005 la DDI ha tenuto il suo primo incontro internazione ad Accra, in Ghana, a cui
hanno partecipato 75 rappresentanti di ONG, industria del diamante, agenzie di sviluppo
internazionali. In questo incontro si è discusso sulle priorità da assumere congiuntamente per fare sì
che la questione dell’estrazione artigianale sia inclusa nel Processo di Kimberley, e che venga presa
in maggior considerazione dai governi interessati e dalle grandi imprese minerarie. Alla riunione
sono stati anche presentati alcuni progetti di sviluppo, che mirano a un miglioramento delle
condizioni economiche e sociali di gruppi di garimpeiros africani, alla loro organizzazione e
formazione professionale.
7. L’industria angolana del diamante
La corsa per i diamanti angolani
Nel 2005 la produzione di diamanti in Angola ha ultrapassato 6 milioni di carati, per un valore di
poco più di un miliardo di dollari. L’Angola è ora il sesto produttore mondiale per quantità di carati;
ma per valore monetario è il quarto al mondo, vista l’alta qualità dei suoi diamanti. Si prevede che
nel 2006 la produzione raggiungerà i 10 milioni di carati, e 20 milioni nel 2009.
Nel 2005 il settore formale (le imprese) ha raggiunto l’82% della produzione in carati e il 76% del
valore delle esportazioni. Solo 3 anni fa questo valore era meno della metà: meno imprese operanti,
e grande attività del settore informale (i garimpeiros). L’Angola è al centro dell’interesse del
mercato del diamante, perché ha ancora enormi giacimenti non sfruttati. La domanda di diamanti
sul mercato in 10 anni crescerà del 60%, e l’Angola diventa sempre più una terra di conquista da
parte delle grosse società. Ma anche le piccole imprese possono giocare un ruolo, dato che una
legge del 2000 limita l’area di concessione a 3000 km2, alla portata di imprese piccole, ma
dinamiche.
Le grosse imprese che operano in Angola al momento presente sono:
-
Alrosa, russa, presente dal 1997 nel progetto Catoca, Lunda Sul. Catoca è un gigante, da solo
vale il 20% della produzione angolana, potrà produrre fino al 2040 5 milioni di carati annui, per
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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un valore di 375 milioni di dollari. L’Alrosa è presente anche nel Progetto Luó che sfrutta i
kimberliti di Camachia e Camagico (Lunda Norte). Recentemente ha firmato un accordo con
l’Endiama per fare prospezione nella promettente area di Cacolo, Lunda Sul.
-
La brasiliana Odebrecht, da anni presente in Angola, attraverso la SDM è il secondo produttore
angolano, con i giacimenti del medio e basso Cuango, e il nuovo Progetto Muanga, lungo il
fiume Cucumbi.
-
La sudafricana Petra e l’australiana BHP-Billton gestiscono il progetto Alto Cuilo, che alla
prospezione ha dato ottime speranze: sono già stati localizzati 38 kimberliti.
-
La De Beers, dopo un’assenza di 5 anni, è ritornata sul mercato angolano, dove continuerà ad
esercitare le tre funzioni di prospezione, produzione, acquisto. I termini esatti non sono ancora
stati comunicati. Opererà nelle Province della Lunda Norte, Malanje e Cuando Cubango.
-
Un’altra sudafricana, la Trans-Hex (considerata la più grande impresa sudafricana di estrazione
di diamanti) è attiva nei giacimenti alluvionali di Luarica e Fucauma (Lunda Norte), ma ha
acquistato altre 3 concessioni: Gango, Luana and Mutikana.
-
L’australiana New Millennium Resources sfrutta la concessione del Progetto Lapi, Lunda Sul.
-
La canadese Southern Era (ora Southern Platinum e da poco passata sotto il controllo dalla
BHP-Billton) sta preparandosi a sfruttare il kimberlito di Camafuca Camazomba, che potrebbe
diventare il maggiore del mondo.
-
La canadese DiamondWorks, oggi diventata Energem Resources, ha mantenuto solo il
Progetto Yetwene, e ha venduto le sue partecipazioni nel Progetto Luó. Mantiene ancora i diritti
per l’Alto Kwanza, nel Bié.
-
La canadese Moydow Mines, con il suo partner Concord Minerals, ha da poco acquistato i
diritti per sfruttare i depositi diamantiferi di Dala, provincia della Lunda Sul.
Le imprese più piccole sfruttano giacimenti alluvionali in concessioni quasi tutte localizzate nella
Lunda Norte: l’inglese ITM Mining (registrata nelle Bermude), attiva da molto tempo e solo in
Angola, sfrutta i vecchi giacimenti di Chitotolo lungo il fiume Luembe (Nzaji), e di KimangoCafunfo, lungo il fiume Cuango; l’AmCan (società con sede nella Sierra Leone) ha in concessione
un’area compresa tra i Municipi di Caungula e Lubalo, il cui fiume più importante è lo Hamba. La
Xceldiam (Sudafrica) ha in concessione un’area vicino alla località di Luangue.
La controllata IDAS dell’americana Adastra Minerals ha dovuto cedere i diritti di sfruttare la zona
di Luremo fino alla frontiera col Congo, lungo il Cuango a nord di Cafunfo, a favore dell’olandese
Nofar Mining B.V., impresa che fa capo al Gruppo Lev Leviev. Namakwa Diamond (capitale
olandese, ma basata in Sudafrica) ha annunciato che sfrutterà, attraverso Tecmad Mining Services, i
depositi di Camutue, 10 km a est di Lucapa, Lunda Norte; e la canadese Monroe Minerals ha
recentemente annunciato di aver acquistato i diritti per sfruttare i depositi alluviali dei fiumi
Kwanza e Luando, nel Municipio di Cangandala, provincia di Malanje.
Le portoghesi: la Sociedade Portuguesa de Empreendimentos ha da vari anni concessioni vicine
alla città di Lucapa, e l’ESCOM, controllata dal gruppo Espirito Santo, ha in gestione la
concessione Chimbongo, vicino a Nzaji, ed è entrata in società con l’Alrosa nel grande progetto
Luó; ha inoltre recentemente annunciato un accordo con la BHP-Billton per sfruttare insieme nuovi
giacimenti in corso di prospezione.
Non si deve dimenticare che tutte le imprese citate hanno come partner obbligatorio l’Endiama,
l’ente statale, con quote che variano. Anche piccole imprese private angolane partecipano, ma con
quote poco significative.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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Lev Leviev, un’ombra russo-israeliana sui diamanti angolani
Il maggior acquirente di diamanti angolani oggi è Lev Leviev. Il misterioso russo-israeliano, che
non ha ancora compiuto 50 anni, è a capo della LDD, che è probabilmente la più grande impresa di
taglio di diamanti al mondo. La LDD è anche la seconda impresa mondiale del settore dei diamanti,
dietro la De Beers. Con i diamanti Leviev riesce a fatturare annualmente 2,5 miliardi di dollari.
Queste cifre sono solo stime, perché è difficile sapere con esattezza a quanto ammontano gli affari
di Leviev. Si tratta comunque di tanti soldi, che lo spinsero nel 1997 ad investire in Angola,
consigliato dal gigante Alrosa, l’impresa statale russa, maggior investitore nel Progetto Catoca,
nella Provincia della Lunda Sul. E il giacimento kimberlitico Catoca si rivelò un buona affare, tanto
che Leviev ha recentemente investito anche nel giacimento di Camafuca-Camazomba, nella Lunda
Norte, che, secondo le previsioni dei geologi, potrà diventare il più grande kimberlito del mondo.
Leviev ha una fetta di capitale della Sodiam International, che piazza i diamanti angolani sui
mercati mondiali, e dell’Angola Polishing Diamonds, fabbrica di taglio inaugurata a Luanda in
novembre 2005. Ma l’avventura angolana di Leviev resterà per sempre legata all’ASCorp, il primo
esperimento del governo angolano per stabilire un po’ di controllo sul mercato dei diamanti prodotti
artigianalmente. Con il socio belga Sylvain Goldberg, Leviev acquistò il 49% dell’Angola Selling
Corporation, e per 5 anni ebbe il monopolio dell’acquisto. La sua reputazione fu un po’ offuscata
dall’affare Arkady Gaydamak. Questo losco affarista russo era riuscito a negoziare la riduzione del
debito angolano verso la Russia, e allo stesso tempo sottobanco riforniva di armi il governo
angolano nella fase finale della sua lotta a Savimbi. Gaydamak divenne azionista dell’Africa Israel
Investments, una delle finanziarie di Leviev, ma sembra che questo denaro non era del tutto pulito, e
si trovò implicato in inchieste giudiziarie in Francia e in Svizzera. Per evitare una pubblicità
negativa Leviev ricomprò le quote di Gaydamak, sborsando una fortuna. (Si veda: Diamond
Industry Annual Review. Republic of Angola, July 2004; Partnership Africa Canada, Canada)
Diamanti prodotti e tagliati in loco
Il 3 novembre 2005 è stata inaugurata la “Angola Polishing Diamond”, la prima fabbrica angolana
di taglio dei diamanti. È una joint venture tra l’ENDIAMA (48% delle azioni), la LDD del russoisraelita Lev Leviev (47%) e un consorzio di investitori locali (5%). È attualmente la maggiore
fabbrica del genere in Africa.
Per l’industria angolana del diamante comincia una nuova era: non solo produzione ed esportazione
delle gemme grezze, ma lavorazione e esportazione del prodotto finito, beneficiando del notevole
valore aggiunto fornito dal taglio della pietra. L’Angola ha così accesso diretto alle principale borse
mondiali dei diamanti tagliati, dove è più facile realizzare guadagni sostanziosi. Fino a quella data i
diamanti angolani erano tagliati in massima parte ad Anversa, Tel Aviv e Londra. La nuova
fabbrica ha la capacità di fatturare 20 milioni di dollari per mese, fornendo impiego a 600 lavoratori
locali, una buona parte dei quali con altissima specializzazione.
Il secondo passo, secondo il Direttore della Angola Polishing Diamond, Eugénio Bravo da Rosa,
sarà la creazione di un marchio internazionale che contraddistingua i diamanti angolani sui mercati
mondiali. Per questo è necessario che i tagliatori angolani ricevano una formazione solida, che
garanta la qualità del diamante tagliato, e regga la concorrenza internazionale. Il diamante tagliato
permetterà di aumentare la quota del PIB occupata attualmente dall’industria angolana del
diamante.
ADPA – Associazione dei Paesi Africani Produttori di Diamanti
Dal 2 al 4 novembre 2006, su iniziativa del Governo angolano, si è riunita per la seconda volta a
Luanda la commissione di periti di 20 paesi africani, in vista della costituzione dell’Associazione
dei Paesi Africani Produttori di Diamanti.
La produzione annuale di diamanti in Africa nel 2005 ha raggiunto 158 miliardi di dollari, per un
totale di 1,9 miliardi di carati, il che corrisponde al 75% della produzione mondiale. Tra i cinque
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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maggiori produttori mondiali figurano tre paesi africani, ma l’Africa non è mai riuscita a far udire la
sua voce nella definizione degli obiettivi e delle strategie mondiali dell’industria del diamante, e
tanto meno nelle borse di commercio della preziosa pietra.
“La proposta di creazione dell’Associazione dei Paesi Africani Produttori di Diamanti permetterà
che il continente assuma sempre più il suo ruolo naturale di leader, che gli è conferito dai suoi
immensi giacimenti minerari, e che è auspicato dal NEPAD, il piano africano di sviluppo. L’ADPA
avrà come obiettivo di impedire che i diamanti africani tornino a diventare sinonimo di sangue,
mezzi per finanziare i signori della guerra”, così si esprimeva il vice-ministro angolano degli Affari
Esteri, Irene Alexandra Neto, durante la riunione dei periti. L’accordo tra produttori africani vuole
bandire per sempre dal continente gli speculatori, i commercianti di armi, gli avventurieri senza
scrupoli, che hanno approfittato della ricchezza africana dei diamanti, seminando morte e
distruzione. L’unione degli sforzi dei produttori africani permetterà una più equa ridistribuzione dei
guadagni del mercato dei diamanti, e una più efficace collaborazione.
L’ADPA avrà come sede Luanda, e l’Angola sarà il suo primo presidente di turno.
8. I nuovi “diamanti di sangue”
In seguito all’accordo di pace firmato tra UNITA e governo, dopo la morte di Savimbi, il discorso
sui “diamanti di conflitto”, sui “diamanti di sangue”, che alimentano le guerre civili, a rigore non si
applica più al caso angolano. Ma uno studio sul quadro sociale attuale nelle due Province della
Lunda Norte e Sul, produttrici di diamanti, mostra che ingiustizie e sfruttamento della popolazione
locale non sono terminati. Non è forse il caso, si chiede Justin Pearce, di avviare una riflessione sul
concetto di “diamanti di sangue” per attualizzarlo, per metterlo in relazione alla situazione di
degrado sociale, di sottosviluppo, di sfruttamento, a cui è sottoposta la popolazione presso la quale
si è istallata e si sta espandendo l’industria dei diamanti?
Justin Pearce è un giornalista sudafricano che nel 2004 per 10 giorni ha visitato la Lunda Norte ed
ha interrogato molti cittadini comuni. La sua inchiesta: War, peace and diamonds in Angola:
Popular perceptions of the diamond industry in the Lundas, è consultabile nel sito www.iss.co.za.
Gli abitanti intervistati non nascondono il loro risentimento verso gli stranieri bianchi, che si
appropriano delle ricchezze della regione, ed escludono i nativi dal mercato del lavoro. Stranieri che
occupano i posti migliori nelle imprese estrattive, stranieri che rubano il lavoro ai locali. Ma anche
gli stranieri che vengono dal Congo e dall’Africa Occidentale per approfittare delle briciole del
mercato, sempre più ristretto, dei diamanti artigianali: garimpeiros, mediatori o compratori illegali
di diamanti, stranieri che, con la compiacenza delle autorità locali di polizia e di governo, invadono
la Lunda Norte ed espropriano la popolazione locale anche dei miseri mezzi di sopravvivenza che le
rimangono.
Ma la rabbia della popolazione si scaglia anche contro lo stesso governo centrale, che avvalla questa
discriminazione, che lascia saccheggiare le ricchezze della Lunda Norte in cambio di una bustarella,
e non si preoccupa minimamente dello sviluppo della regione.
La gioventù locale non ha altre alternative che diventare garimpeiros. Dicono che non c’è lavoro
nella regione, per questo l’unica soluzione è di scavare alla ricerca di diamanti. “Non ho trovato
lavoro – dice un giovane di Nzaji – così sono diventato garimpeiro quando ho lasciato l’esercito
sei anni fa. Se trovi qualcosa, puoi guadagnare 100 o 200 dollari, dipende dal tipo diamante. Ma io
conosco garimpeiros che sono stati 5 anni senza trovare niente.”
Le lamentele della popolazione sono infinite: contro le imprese minerarie attuali che non realizzano
nessuna opera sociale, come scuole, ospedali, strade asfaltate, sull’esempio della Diamang del
tempo coloniale. Anzi, spesso distruggono i campi coltivati per aprire strade o miniere, come
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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denuncia Lolina Mwassanza, una contadina della valle del Cuango. Un’impresa diamantifera gli ha
distrutto i suoi campi di manioca, per far passare una strada: “Abbiamo chiesto un risarcimento, ma
non ci hanno dato niente. Il minimo che chiediamo è un po’ di lavoro per i nostri mariti e i nostri
figli. Ora il nostro solo mezzo di sopravvivenza è di produrre carbone”.
Lamentele contro tutti coloro che portano un’uniforme, che sia dell’esercito, della polizia, o della
sicurezza privata delle imprese. Tutti costoro hanno un’unica cosa in comune: il disprezzo verso la
popolazione, la prepotenza, l’estorsione. Molti si sono lamentati con Pearce dei numerosi posti di
controllo montati dalla polizia lungo le vie di comunicazione: fanno fermare le auto, e tutti, dal
conducente all’ultimo passeggero devono pagare una mazzetta, se vogliono continuare il viaggio.
Ma neppure le donne che ritornano dai campi sono lasciate tranquille: capita spesso che un militare
le minacci con un’arma, per farsi consegnare la manioca, o peggio per violentarle.
La fine del conflitto armato tra governo e UNITA ha offerto per la prima volta al paese
l’opportunità di creare un ambiente stabile e regolato, in cui permettere alle “province
diamantifere”, Lunda Norte e Lunda Sul, di beneficiare di una quota della ricchezza generata dai
loro diamanti. Ciò significa per lo meno pianificare un investimento sociale nella regione, che,
tenendo conto dei bisogni dell’industria dei diamanti nel campo della formazione professionale,
aumenti le prospettive di impiego della popolazione locale, e crei le infrastrutture dello sviluppo
economico.
Purtroppo ancora niente di ciò è avvenuto. A dispetto del ritorno della pace nella Lunda, la gestione
dell’industria dei diamanti ha mantenuto molte delle caratteristiche del tempo di guerra: controllo
delle zone dei diamanti per mezzo della forza delle armi, nessuna protezione legale dei diritti della
popolazione e dei lavoratori, mancanza di un’amministrazione statale efficace, e soprattutto, il
dominio del commercio dei diamanti artigianali da parte di reti occulte, che agiscono ai margini
della legge.
La fine della guerra non ha significato anche la fine del sistema di sfruttamento e di ingiustizia che
caratterizza le province angolane diamantifere; al contrario, lo ha legittimato agli occhi degli
osservatori internazionali. L’esperienza della guerra civile angolana, come quella della Sierra
Leone, ha spinto l’opinione pubblica internazionale a bandire l’acquisto dei “diamanti di conflitto”.
Ciò ha condotto al Processo di Kimberley, un accordo volontario tra stati e imprese coinvolti nella
produzione e nel commercio dei diamanti. Ma la lezione delle due Province della Lunda,
attualmente, è che lo sfruttamento della risorse dei diamanti dovrà essere fatto in un modo che
rispetti i diritti umani fondamentali, e che contribuisca allo sviluppo e al benessere degli abitanti
della regione. Forse è davvero giunto il tempo di ripensare e ridefinire l’idea di “diamanti di
sangue”.
9. Lunda Norte, dove la vita non conta niente
Nel 2005 il giornalista angolano Rafael Marques, insieme al giurista Rui Falcão de Campos, ha
condotto un’inchiesta nella Lunda Norte, finanziato da Open Society (la Fondazione umanitaria del
finanziere americano G. Soros). Ha voluto conoscere di persona le vittime di episodi di brutalità,
estorsione, tortura, detenzione arbitraria, violazione dei diritti umani basilari, e perfino omicidio,
perpetrati nelle due località di Cafunfo e Muxinda, le due capitali dei garimpeiros. La sua inchiesta
è pubblicata nel sito www.niza.nl, e porta il titolo significativo di: Lundas: le pietre della morte.
Marquez e Falcão costatano che corruzione, assenza della legge, violenza, servono da garanzia,
affinché solo alcuni privilegiati possano beneficiare della ricchezza diamantifera della regione. Se il
Processo di Kimberley ha messo delle regole all’esportazione dei diamanti di conflitto, niente
ancora è stato fatto per evitare che l’industria dei diamanti provochi sofferenza e oppressione alla
popolazione civile della Lunda Norte. Anche l’inchiesta di Marquez e Falcão lancia un’appello alla
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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comunità internazionale, affinché si estenda il concetto di “diamanti di sangue” a tutti i casi in cui
l’estrazione dei diamanti attenta sistematicamente ai diritti umani e civili della popolazione. Tra le
raccomandazioni, i due autori arrivano persino a invocare sanzioni internazionali sull’esportazione
dei diamanti angolani, “finché il governo non garantisca condizioni di lavoro e un quadro sociale,
compatibile con i valori della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, in particolare la proibizione di
condizioni di lavoro di semi-schiavitù, di situazioni disumane e degradanti, così come la garanzia
di libera circolazione, comunicazione e sicurezza personale anche nelle aree di concessione
diamantifera, dove la popolazione vive, coltiva, si nutre” (pag. 18).
Il rapporto presenta alcuni casi di palese violazione dei diritti umani e civili della persona avvenuti
nel 2004: 12 persone morte per asfissia e maltrattamenti in un’angusta cella del commissariato di
Polizia de Muxinda; altre 12 persone uccise dalla Polizia di Cafunfo nella repressione di una
sommossa, mentre altre 18 furono ferite e seviziate; inoltre 11 casi di omicidio e 3 di violenze
sessuali, perpetrati sempre da agenti della Polizia o da guardie della sicurezza privata delle imprese
diamantifere. Infine si documentano altri 30 casi di prigione arbitraria, di ferimenti a causa di arma
da fuoco e altri strumenti di offesa perpetrati da agenti di sicurezza pubblica o privata ai danni di
cittadini abitanti nelle principali località dei due Municipi diamantiferi di Cuango e Capenda
Camulemba. Naturalmente sono solo i casi di cui si sono raccolte le prove. Una punta di iceberg.
Alcuni dei casi citati nel rapporto Lundas: le pietre della morte:
22/9/2004, in località Luanganzo, presso Cafunfo; vittime: Angelo Kissongo (22 anni) e José
Alexandre (30 a.) e altri 18 garimpeiros. Descrizione del fatto: Verso le 3 di notte agenti del reparto
di Polizia anti-sommossa presero d’assalto la zona di estrazione artigianale di diamanti di
Luanganzo, e immediatamente si diedero al pestaggio dei garimpeiros lì incontrati, colpendoli con
machete, pedate e bastoni. Due di loro persero la vita. Una volta gli altri presa la fuga, gli agenti si
diedero al saccheggio di tutti i loro beni: soldi, diamanti, vestiti, e bruciarono tutto il resto.
2/12/2004, a Muxinda; vittima Miguel Bate-Comando. Descrizione del fatto: di notte 5 agenti della
Polizia di Muxinda bussarono alla porta della vittima, perché avevano avuto informazione che
costui aveva trovato un diamante di valore. Dopo una discussione, gli agenti cominciarono a
picchiarlo, per farsi consegnare il diamante. Non contenti di avergli sottratto il diamante, lo
condussero in cella.
13/9/2004, nel villaggio Sawotcha, Municipio di Calonda; vittima: Margarida di 25 anni.
Descrizione del fatto: La giovane si bagnava sulla riva del fiume Chicapa, in compagnia di altre
donne, con le quali era ritornata dai campi. Una guardia della sicurezza privata Teleservice si
avvicinò alle donne, e con la mitraglietta in mano intimò alla vittima di non muoversi, mentre le
altre fuggirono. Lì la violentò.
30/11/2004, a Cafunfo; vittima: Dó Fernando, 33 anni. Descrizione del fatto: verso le 10 di sera
una pattuglia della Polizia fermò l’interessato mentre passava per strada. Con la scusa di controllare
se aveva droga con sé lo rovistarono e gli trovarono 450 dollari in tasca. Subito se ne
impossessarono. Alle sue proteste lo riempirono di botte. Lo portarono al commissariato, dove lo
minacciarono di non dire niente a nessuno dell’accaduto. Dopo alcune ore lo lasciarono andare,
“alleggerito” dei suoi soldi.
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Operazione Kissonde
Il giornalista Rafael Marques il 18/7/2006, nella città di Lisbona, ha presentato alla stampa una
seconda inchiesta, “Operazione Kissonde: i diamanti dell’umiliazione e della miseria”, che
continua la denuncia dei nuovi diamanti di sangue angolani. L’inchiesta è reperibile nel sito
www.cuango.net. L’inchiesta limita il suo campo al Municipio di Cuango. L’attenzione del
giornalista si concentra sulle imprese private di sicurezza, contrattate dalle società minerarie che
operano nel Municipio: Alfa-5 che lavora per la SDM-Odebrecht a Luzamba, Teleservice a servizio
della SMC-ITM a Cafunfo, e K&P Mineira che protegge la Luminas a Luremo. Marques denuncia
da una parte i metodi di azione di tali agenzie di sicurezza, che violano costantemente i diritti umani
della popolazione, e dall’altra l’inerzia del governo centrale, che mantiene una situazione di
impunità per i soprusi commessi dai poliziotti privati, ed è incapace di predisporre un quadro legale
e giuridico che imponga alle imprese minerarie il rispetto dei diritti della popolazione.
L’autore riconosce, però, che qualcosa si sta muovendo a livello del vertice dello stato. Il dossier
Lundas: le pietre della morte ha suscitato l’interessamento del Ministro per i Rapporti con gli Enti
Locali, Virgílio de Fontes Pereira, che ha concesso udienza al giornalista ed ha accolto il suo
appello a prendere in considerazione la situazione dei diritti umani nella Lunda Norte. Anche il
Primo Ministro, Fernando Dias dos Santos, si è manifestato preoccupato per le violazioni e i soprusi
denunciati dal giornalista. L’Amministratore Municipale di Cuango si è mostrato disponibile a
prendere in esame i casi segnalati dal giornalista nel dossier Operazione Kissonde, ed ha trasmesso
le informazioni al Governatore della Provincia della Lunda Norte. In seguito a ciò, il Governatore
ha convocato i direttori delle imprese di sicurezza, accusate nel dossier, ed ha sollecitato un radicale
cambiamento nei metodi impiegati per reprimere il fenomeno del garimpo.
Un cambiamento positivo è avvenuto anche nei rapporti tra la Polizia e i cittadini della zona di
Cafunfo e Muxinda. La pubblicazione del primo dossier sembra aver lasciato il segno: i poliziotti
mostrano più rispetto verso i cittadini, non fanno più pattugliamento armati, e sono puniti con più
sollecitudine quando commettono abusi contro la popolazione civile. Il giornalista è stato ricevuto
dai responsabili della Polizia di Cuango e Cafunfo ogni volta che ha sollecitato un incontro, e ha
incontrato molta disponibilità a trattare casi di abuso dei diritti umani nella regione.
Dove la situazione è invece peggiorata, come si è già detto, è nei metodi di repressione usati dagli
agenti di sicurezza privata, contrattati dalle imprese minerarie. Il giornalista ha indagato sui veri
proprietari di queste agenzie di sicurezza, e ha scoperto che tra i soci si celano potenti personalità
dell’esercito e della Polizia. I suoi tentativi di contattare la direzione generale delle tre agenzie di
sicurezza, per chiedere spiegazione dei metodi brutali usati e dei numerosi casi di abuso dei diritti
umani, non hanno portato molto frutto. Il direttore generale della Alfa-5, Francisco Guerra, si è
schernito affermando che la sua impresa agisce nel contesto della legge statale sui diamanti, e che i
casi segnalati dal giornalista sono solo fatti isolati, sbavature di singoli agenti. Il direttore generale
della K&P Mineira, José Gomes Rodrigues, ha rifiutato di concedere udienza al giornalista. Il
direttore della Teleservice, Nelson Ramalho, scarica le responsabilità sulle imprese minerarie, che
sul posto possono istigare gli agenti ad acuire i loro metodi di repressione del garimpo,
contrariamente al codice etico dell’agenzia di sicurezza. Sempre secondo Nelson Ramalho, gli
eccessi sono anche dovuti all’ostinazione della popolazione locale nel violare le norme che regolano
l’accesso alle zone ristrette e proibiscono il garimpo.
In settembre di quest’anno il Northcote Parkinson Fund, fondazione americana che appoggia studi e
iniziative per una maggiore democratizzazione delle istituzioni, ha attribuito a Rafael Marques il
Civic Courage Prize.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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Alcuni dei casi citati nel rapporto Operazione Kissonde: i diamanti dell’umiliazione e della
miseria:
Presentiamo quattro casi esemplificativi, tra i 96 segnalati nell’inchiesta di Rafael Marques,
riferentesi al 2005 e al primo semestre del 2006.
15/3/2006, presso il ruscello Txicuele, vicino alla cittadina di Cuango; vittime: Luciano Joaquim,
Adriano Nganatxituba, Sozinho Walinhenga, Alexandre Quianga e altri 24 giovani. Descrizione del
fatto: alle 10 del mattino una pattuglia di 18 agenti della Alfa-5 sorprese un gruppo di 28
garimpeiros. Impedirono la loro fuga sparando all’impazzata. I garimpeiros, catturati, furono
svestiti completamente e fatti coricare a pancia in giù. Ricevettero ciascuno, per 3 volte, una scarica
di colpi di pala sulle natiche. Poi tremende manganellate sulle mani e sulle braccia. Dopo alcune ore
furono rilasciati. Furono trattenuti solo Sozinho e Adriano. I cadaveri di questi ultimi furono
rinvenuti il giorno dopo nel fiume, con segnali di pugnalate e colpi di machete.
9/12/2005, a Quissueia; vittima: Alexandre Pascoal. Descrizione del fatto: alle 4 del mattino una
pattuglia mista, composta da agenti della Alfa-5, ma anche di militari delle FAA, prese d’assalto un
folto gruppo di garimpeiros. I garimpeiros furono svestiti completamente e messi a pancia in giù.
Ricevettero ciascuno 10 scosse elettriche alle natiche. Alcuni garimpeiros furono perfino obbligati,
sotto la minaccia delle armi, a praticare rapporti omosessuali tra di loro. Dopo un paio d’ore furono
caricati su un camion e lasciati nudi nel villaggio più vicino.
20/4/2006, a Kelengue; vittima: Abel Mateus, 40 anni. Descrizione del fatto: verso le 5 del
pomeriggio, la vittima e altri 2 garimpeiros, mentre ritornavano al villaggio in provenienza dal
fiume Lué, furono arrestati da 7 agenti dell’impresa K&P Mineira. Furono obbligati a svestirsi. Al
primo tentativo di reazione gli agenti spararono, per fortuna senza colpire nessuno. Ogni garimpeiro
ricevette 10 colpi di pala alle costole e 10 manganellate alle mani. Furono trattenuti legati per due
ore nelle vicinanze del posto di blocco, e liberati solo al cadere delle tenebre.
12/4/2006, a Pone, nelle vicinanze di Cafunfo; vittima: Oscar Tito Neves, 20 anni. Descrizione del
fatto: mentre tornava al villaggio, dopo aver fatto un bagno nel fiume Cuango, fu fermato da agenti
della Teleservice. Gli fu contestato il fatto di aver violato la proprietà dell’impresa, avvicinandosi al
fiume. Tito Neves replicò che il fiume apparteneva alla sua etnia molto prima che si istallassero le
imprese minerarie. Come risposta ottenne un colpo all’occhio con il calcio del fucile. Cadde per
terra. Fu legato mani e piedi, e picchiato selvaggiamente durante una mezz’ora con una cintura di
pantaloni.
La denuncia della chiesa angolana
Il 28 ottobre di quest’anno la Conferenza Episcopale angolana ha reso pubblico un Messaggio
Pastorale dal titolo “Per una giustizia economica”. Ha preso in esame anche la situazione, sociale ed
economica, del settore dei diamanti.
Citiamo alcuni brani:
“Accanto al settore formale dei diamanti, esiste un grande settore informale o artigianale,
denominato garimpo. Si stima che negli ultimi anni i garimpeiros siano tra 250 e 400 mila,
producendo un terzo dei diamanti angolani. Questo delicato problema esige un trattamento
adeguato, considerati tre aspetti:
a) l’illegalità del garimpo priva lo Stato delle dovute imposte;
b) il trattamento disumano al quale i garimpeiros sono sottomessi costituisce una grave
violazione dei diritti umani;
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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c) l’utilizzo delle risorse diamantifere al fine di creare condizioni di vita rispondenti alle
aspirazioni della popolazione residente potrebbe risolvere molti problemi sociali (n. 5).”
“La partecipazione democratica è possibile solo dove c’è trasparenza nella gestione della cosa
pubblica e accesso all’informazione. Nel settore diamantifero la questione della trasparenza è
allarmante, visto che ufficialmente il Ministero delle finanze non rende disponibile nessuna
informazione dettagliata sui contributi fiscali di questo settore. La poca informazione che esiste è
offerta dall’ENDIAMA, l’ente statale dei diamanti, e da singoli governanti in discorsi occasionali. È
necessario che l’informazione fiscale di questo settore sia pubblicata sistematicamente, in una
forma trasparente e credibile. La carenza di informazioni è già evidente al momento in cui il
Geverno assegna le concessioni diamantifere. Le imprese minerarie che operano in Angola, in
stragrande maggioranza straniere, sono più ermetiche che le imprese petrolifere. Per questo il primo
passo necessario per fare un po’ di luce su questo settore è di commissionare uno studio di diagnosi
e revisione contabile, come è stato fatto nel 2004 per il settore petrolifero. Per rafforzare e garantire
sia la trasparenza che l’accesso all’informazione, è necessario che il Governo angolano partecipi
attivamente alle iniziative internazionali sulle questioni di trasparenza nelle imprese estrattive (n.
9)”.
Nel comunicato conclusivo dell’Assemblea del 2006 dei Vescovi angolani, reso pubblico il 31
ottobre, si legge pure:
“Noi vescovi denunciamo le gravi violazioni dei diritti umani nella Provincia della Lunda Norte, di
cui sono responsabili le imprese di estrazione dei diamanti. Denunciamo il fatto che nella regione
del fiume Cuango alcune imprese diamantifere e i loro servizi di sicurezza si macchiano di crimini
verso la popolazione: impediscono la libera circolazione delle persone e il loro accesso ai propri
campi coltivati, privatizzano fiumi e sorgenti, e osano persino farsi giustizia di mano propria.”
I siti Internet per continuare a restare informati
ACTSA - Action for Southern Africa
28 Penton Street,
London, N1 9SA
www.actsa.org
Ha promosso nel passato il sostegno alla lotta Anti-Apartheid; oggi si batte per promuovere pace,
democrazia e sviluppo nei paesi della regione meridionale dell’Africa. Pubblica mensilmente
l’Angola Peace Monitor.
Amnesty International
International Secretariat
1 Easton Street
London WC1X 0DW
United Kingdom
website: www.amnesty.org
Organizzazione storica per la difesa dei diritti umani. Conduce la campagna “Il vero costo dei
diamanti” (website: web.amnesty.org/pages/
ec_kimberley_process).
Business & Human Rights Resource Centre
361 Lauderdale Tower, Barbican,
London EC2Y 8NA,
United Kingdom
www.business-humanrights.org
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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ONG che promuove una maggior coscienza e infomazione sulla questione dei riflessi economici sui
diritti umani. Gestisce la più vasta banca dati sulla materia.
Diamonds.Net
212 Avenue of the Americas
New York, N.Y. 10036, USA
www.diamonds.net
La maggior fonte di informazione sul mondo dei diamanti: notizie delle imprese, prezzi,
commercio, legislazione. Non manca una pagina per i Conflict Diamonds e il Kimberley Process.
Fatal Transactions Campaign
c/o Netherlands Institute for Southern Africa
P.O.Box 10707
1001 ES Amsterdam
Netherlands
website: www.niza.nl
Una coalizione di ONG europee ha lanciato questa campagna contro i diamanti di conflitto.
Fafo Institute for Applied Social Science
New Security Programme
Borggata 2b, P.O. Box 2947 Tøyen
0608 Oslo
Norway
website: www.fafo.no/nps
Pubblica una serie di ricerche su insicurezza, conflitto e guerra.
Global Policy Forum
777 United Nations Plaza, Suite 7G
New York, NY 10017
website: www.globalpolicy.org
Raccoglie e pubblica on-line articoli e documenti sulle materie prime di conflitto.
Sui Diamanti: www.globalpolicy.org/security/issues/diamond/index.htm
Global Witness
PO Box 6042
London, N19 5WP
United Kingdom
website: www.globalwitness.org
Mira a spezzare il legame tra risorse e conflitti facendo pressione sui governi e le imprese. Offre
una documentazione di qualità sullo sfruttamento di petrolio, diamanti, legname in Cambogia,
Angola, RDC, Liberia.
Human Rights Watch
350 Fifth Avenue
New York, NY 10118
website: www.hrw.org
Da anni in prima linea per la difesa dei diritti umani. Pubblica esaurienti rapporti per paese.
International Crisis Group
Headquarters:
149 Avenue Louise, Level 24
1050 Brussels
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
28
Belgium
website: www.crisisweb.org
Lavora per rafforzare la capacità della comunità internazionale nell’anticipare, comprendere e agire
per prevenire i conflitti.
International Peace Academy
777 United Nations Plaza
New York, NY 10017
website: www.ipacademy.org/Programs/
Research/ProgReseEcon_body.htm
Conduce una ricerca intensiva sulle cause economiche delle guerre civile.
International Peace Information Service
Italiëlei 98a
2000 Antwerp
Belgium
www.ipisresearch.be/
E’ un servizio indipendente di studio e informazione. Pubblica ricerche sui diamanti di conflitto, sui
mercenari e sulle società private di sicurezza.
IRIN - Integrated Regional Information Network
Nairobi - Kenya
www.irinnews.org
Fa parte dell’Ufficio dell’ONU per la coordinazione degli aiuti umanitari, e ha il fine di
fornire notizie e analisi sui paesi del Sud del Mondo alle organizzazioni umanitarie.
ISS-Institute for Security Studies
PO Box 1787
Brooklyn Square
TSHWANE (Pretoria) 0075
South Africa
www.iss.co.za
Vuole stimolare, informare, far discutere specialisti, giornalisti, politici, sul tema della sicurezza
umana in Africa.
Partnership Africa Canada
323 Chapel Street
Ottawa, Ontario K1N 7Z2
Canada
website: www.pacweb.org
Finanzia e pubblica studi sull’industria del diamante in Africa e i suoi risvolti sociali.
Trimestralmente pubblica “Other Facets. News and views on the international effort to end conflict
diamonds”.
Project Underground
1916A MLK Jr. Way
Berkeley, CA 94704
website: www.moles.org
Pubblica rapporti su ambiente, violazione dei diritti umani commessi dalle imprese estrattive, e
cerca di assistere le comunità locali affinché beneficino di maggior giustizia economica.
Afriche n° 72, 2006/4, Angola: diamanti di sangue
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Small Arms Survey
Graduate Institute of International
Studies, Geneva
12, Avenue de Sécheron
1202 Geneva
Switzerland
website: www.smallarmssurvey.org
La principale fonte imparziale di informazione e documentaizone sulle armi leggere.
United Nations
Headquarters, New York
Department of Peacekeeping Operations:
website: www.un.org/Depts/dpko/dpko/
home_bottom.htm
Conflict Diamonds Web page:
www.un.org/peace/africa/Diamond.html
Security Council:
Risoluzione del Consiglio e altri documenti: www.un.org/Docs/sc/
World Bank
Progetto su “The Economics of civil war, crime and violence”:
econ.worldbank.org/programs/conflict
World Diamond Council
52 Vanderbilt Avenue
New York, NY 10017 / USA
www.worlddiamondcouncil.com/
Riunisce rappresentanti dell’industria dei diamanti e dei paesi produttori, per studiare sistemi di
import-export che evitino l’uso delle risorse dei diamanti per guerre o conflitti sociali.
In Italiano:
Amnesty International Italia
Via Giovan Battista De Rossi, 10
00161 ROMA
www.amnesty.it
EMI – Editrice Missionaria Italiana
Via di Corticella 181
40128 Bologna
www.emi.it
La casa editrice dei missionari italiani. Nel suo catalogo vari titoli su processo interculturale,
solidarietà, pace, non violenza, giustizia, salvaguardia dell’ambiente; nuovi stili di vita.
Inter Press Service (IPS)
Via Panisperna, 207
00184 Roma
www.ipsnotizie.it
www.ipsnews.net
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Agenzia stampa indipendente che valorizza l’informazione proveniente dalla società civile di 100
paesi del mondo. Trai temi privilegiati: lotta alla povertà e alle malattie, diritti umani,
democratizzazione, commercio equo, ambiente e sviluppo
MISNA (Missionary International Service News Agency)
Via Levico, 14
00198 Roma
www.misna.org
L’agenzia di notizie dei missionari italiani, che informa sui paesi del Sud del Mondo dando voce
alla società civile, alle chiese, alle comunità locali.
Survival International Italia
Via Morigi, 8
20123 Milano
www. survival-international.org/it/
E' un'organizzazione mondiale di sostegno ai popoli tribali e ai loro diritti.
Unimondo
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38014 Gardolo - Trento
www.unimondo.org
Si propone di diffondere un'informazione qualificata e pluralista su diritti umani, democrazia, pace,
sviluppo sostenibile e difesa del territorio. Ha un ottimo archivio, nel quale si possono trovare
documenti sui diamanti di conflitto.
Vita
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www.vita.it
L'unico settimanale europeo esclusivamente dedicato al volontariato e al non profit. Tra i temi:
investimento socialmente responsabile, ambiente, energia e risorse, diritti umani, conflitti
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Torino
www.warnews.it
Servizio di informazione sui conflitti in corso nel mondo. Fonti: siti internet, agenzie umanitarie,
ONG, media indipendenti, rete di collaboratori esterni.
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