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STEPHEN KING
DESPERATION
(Desperation, 1996)
RINGRAZIAMENTI
Sono doverosi nei confronti di quattro persone in particolare: Rich Hasler della Magma Mining Corporation; William Winston, ministro episcopaliano; Chuck Verrill, che da tempo immemorabile mi fa da editor (e da
altrettanto tempo soffre, potrebbe aggiungere lui); Tabitha King, mia consorte e critica più acuta. Sai anche tu come va a finire, Lettore Fedele,
dunque vogliamo recitarlo in coro? Per quel che è giusto, ringrazia loro;
per quel che è sbagliato, prenditela con me.
S.K.
A Carter Withey
«Il paesaggio della sua poesia era ancora il deserto...»
SALMAN RUSHDIE, Versi satanici
PARTE PRIMA
Highway 50:
Nella casa del lupo, la casa dello scorpione
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«Oh! Oh, Gesù! Ma che schifo!»
«Cosa, Mary, cosa?»
«Non l'hai visto?»
«Visto che cosa?»
Mary si girò e nella luce cruda del deserto lui vide che il colorito le si
era spento sul viso lasciandole solo le bruciature sulle guance e sulla fronte, dove non riuscivano a difenderla nemmeno le creme a più alto fattore
protettivo. Era di carnagione molto chiara e si scottava con facilità.
«Su quel cartello. Quello del limite di velocità.»
«E allora?»
«C'era un gatto morto, Peter! Inchiodato o incollato o che so io!» Lui
schiacciò il pedale del freno. Lei gli afferrò subito la spalla. «Che non ti
salti in mente di tornare indietro.»
«Ma...»
«Ma che cosa? Vuoi fotografarlo, forse? No categorico. Se lo vedo di
nuovo, giuro che vomito.»
«Era un gatto bianco?» Vedeva il dorso di un cartello segnaletico nello
specchietto retrovisore, quello del limite di velocità a cui si riferiva lei,
probabilmente, ma non vedeva altro. E quando l'avevano oltrepassato, era
girato dall'altra parte, a seguire un volo di uccelli verso il più vicino spicchio di montagna. Mantenere rigorosamente l'attenzione sulla strada non
era indispensabile da quelle parti. Il Nevada definiva il suo tratto di U.S.
50 «la strada più desolata d'America» e secondo Peter Jackson era all'altezza della sua fama. Naturalmente, poiché era di New York, era possibile
che soffrisse di un attacco di disagio profondo. Agorafobia desertica, sindrome della sala da ballo, qualcosa del genere.
«No, era tigrato», rispose lei. «Che differenza fa?»
«Ho pensato che magari fosse opera di satanisti», spiegò lui. «Pare che
da queste parti non manchino i balordi. Non è così che ha detto Marielle?»
«La parola che ha usato lei è 'intensi'», precisò Mary. «'La regione centrale del Nevada è piena di gente intensa.' Aperte virgolette, chiuse virgolette. E Gary si è espresso più o meno negli stessi termini. Ma dato che non
ho visto nessuno da quando abbiamo attraversato il confine con la California...»
«Per la verità a Fallon...»
«Le fermate ai box non contano», lo precedette lei. «Anche se persino lì
la gente...» Gli rivolse un buffo sguardo rassegnato che non le vedeva
spesso sul viso da qualche tempo, sebbene le fosse stato abituale nei mesi
seguiti alla perdita del bambino. «Perché sono qui, Pete? Voglio dire, capisco Vegas e Reno... anche Winnemucca e Wendover...»
«Quelli che vanno lì a giocare dall'Utah la chiamano Spremover», scherzò Peter. «Me l'ha detto Gary.»
Lei lo ignorò. «Ma tutti gli altri posti... la gente che ci vive, perché va a
stare lì? Capisco che siccome io sono nata e cresciuta a New York forse
sono un po' troppo lontana mentalmente, ma...»
«Sei sicura che non fosse un gatto bianco? O nero?» Controllò di nuovo
nello specchietto, ma a un'andatura di circa settanta miglia orarie, il cartello era già scomparso in un retroscena di sabbia, mesquite e brune, indistin-
guibili ondulazioni nel terreno. C'era però finalmente un veicolo dietro di
loro; vedeva il riflesso stellato del sole sprigionato dal suo parabrezza. A
un miglio da loro. Forse due.
«No, te l'ho detto, era tigrato. Rispondi alla mia domanda. Chi sono i
contribuenti del Nevada centrale e che cosa li attira qui?»
Peter si strinse nelle spalle. «Non sono molti. Fallon è la città più grande
sulla Highway 50 e si tratta in gran parte di agricoltori. Sulla guida c'è
scritto che hanno costruito una diga per irrigare i campi con l'acqua del lago. Producono soprattutto meloni. E credo che ci sia nelle vicinanze anche
una base militare. Fallon era una fermata del Pony Express, lo sapevi?»
«Io me ne andrei», dichiarò lei. «Tirerei su i miei meloni e andrei via.»
Lui le sfiorò il seno sinistro. «Qua abbiamo un bel paio di meloni, signora mia.»
«Grazie. E non parlo solo di Fallon. Da qualunque posto dove non si vede una casa né un albero in nessuna direzione e inchiodano gatti ai cartelli
stradali, me ne andrei di corsa.»
«È una questione di percezione ambientale», commentò lui parlando con
circospezione. Certe volte non riusciva a capire se Mary era seria o andava
semplicemente a ruota libera. «Tanto per dire, per uno cresciuto in un ambiente urbano, un posto come il Gran Bacino sfugge alle sue capacità percettive. Anche alle mie, a essere sincero. Basta il cielo a farmi star male.
Da quando siamo partiti stamattina me lo sento pesare addosso.»
«Anch'io. Ce n'è troppo.»
«Ti dispiace che abbiamo preso questa strada?» Peter alzò gli occhi allo
specchietto e vide che il veicolo che li seguiva era più vicino. Non un camion, come tutti quelli che avevano incontrato da quando avevano lasciato
Fallon (e tutti nella direzione opposta, verso ovest), ma un'automobile. Che
divorava la strada, per giunta.
Lei rifletté e scosse la testa. «No. È stato bello vedere Gary e Marielle e
il lago Tahoe...»
«Splendido, vero?»
«Incredibile. Anche questo...» Mary guardò dal finestrino. «Non è privo
di un suo fascino, non dico questo. E immagino che non lo scorderò mai
più. Ma...»
«Ti mette l'ansia addosso», finì lui annuendo. «Alla gente di New York,
almeno.»
«Ben detto», si associò lei. «Zona di percezione urbana. E anche se avessimo preso la I-80, avremmo trovato solo deserto.»
«Già. Gran rotolare di cespugli rotolanti.» Guardò di nuovo nello specchietto e le lenti degli occhiali che indossava per guidare scintillarono nel
sole. Il veicolo che stava sopraggiungendo era un'automobile della polizia.
Viaggiava a forte velocità. Peter accostò a destra finché le ruote da quella
parte non cominciarono a rombare sulla terra compatta sollevando polvere.
«Pete... che cosa stai facendo?»
Un'altra occhiata allo specchietto. Vasta griglia cromata in rapido avvicinamento... sparava un fascio di sole così feroce da costringerlo a socchiudere gli occhi. Ma gli parve che fosse bianca, il che significava che
non era della polizia statale.
«Mi faccio piccolo», spiegò. «Stretto stretto, basso basso, zitto zitto. C'è
uno sbirro dietro di noi e ha una gran fretta. Forse è all'inseguimento...»
La macchina della polizia sfrecciò accanto a loro facendo dondolare nello spostamento d'aria l'Acura che apparteneva alla sorella di Peter. Era
davvero bianca e tutta impolverata dalle maniglie in giù. C'era un nome
scritto sulla portiera, ma il veicolo passò troppo veloce perché Peter riuscisse a leggerlo. DES-qualcosa. Destry, forse. Sarebbe stato un buon nome per una cittadina del Nevada nel mezzo del gran nulla.
«...del tizio che ha inchiodato il gatto al cartello», finì.
«Perché va così veloce senza accendere le luci lampeggianti?»
«A beneficio di chi?»
«Oh, be'», ribatté lei, di nuovo con quell'espressione buffa, «ci siamo
noi.»
Lui aprì la bocca per rispondere e poi la richiuse. Aveva ragione. Il poliziotto doveva averli visti almeno da quando loro avevano visto lui, forse
prima, dunque perché non aveva acceso le luci lampeggianti sul tetto della
vettura per misura di sicurezza? Peter aveva avuto il buonsenso di accostare di sua spontanea volontà, concedendogli tutta la strada possibile,
tuttavia..
Si accesero all'improvviso gli stop. Peter schiacciò il pedale del freno di
riflesso, anche se aveva già rallentato e l'altro veicolo era troppo distante
perché ci fosse il rischio di un tamponamento. Poi vide l'automobile della
polizia passare sul lato opposto della strada.
«Che cosa sta facendo?» chiese Mary.
«Ancora non ho capito.»
Ma mentiva: il poliziotto stava rallentando. Dall'andatura sostenuta che
gli era servita per raggiungerli e superarli, era passato bruscamente a una
velocità relativamente bassa. Perplesso, incomprensibilmente restio a rag-
giungere l'altra vettura, Peter rallentò a sua volta. L'indice del tachimetro
della macchina di Deirdre scese a quaranta miglia.
«Peter?» Mary sembrava allarmata. «Peter, non mi piace.»
«Non sta succedendo niente», rispose lui, ma era così? Teneva d'occhio
l'automobile della polizia, che ora procedeva lenta sul lato opposto della
strada, sulla sua sinistra. Inutile cercare di vedere chi guidava, perché il lunotto posteriore era incrostato di polvere.
La breve accensione degli stop, anch'essi impolverati, segnalò che l'auto
di pattuglia aveva ulteriormente rallentato. Ora procedeva a non più di
trenta miglia. Un cespuglio rotolò sulla sede stradale e i radiali del poliziotto lo schiacciarono. Sbucò davanti a Peter Jackson come un mucchietto
di dita spezzate. Tutt'a un tratto ebbe paura. Si sentì per la verità vicino al
terrore, incapace di spiegarsene il motivo.
Perché il Nevada è pieno di gente intensa, aveva detto Marielle e Gary
aveva confermato, ed è così che si comportano le persone intense. In modo
strano, per dirla in parole povere.
Naturalmente erano tutte fesserie, non c'era niente di strano, niente di
molto strano, quanto meno, anche se...
I fanalini di coda dell'altra automobile si accesero di nuovo. Peter reagì
schiacciando il freno, senza nemmeno riflettere per un secondo su che cosa
stava facendo, poi controllò il tachimetro e vide che era sceso a venticinque miglia.
«Che cosa vuole, Pete?»
Ormai era abbastanza ovvio.
«Tornare in coda.»
«Perché?»
«Non lo so.»
«Ma se vuole stare dietro, perché non ha semplicemente accostato per
lasciarci passare?»
«Non so neanche questo.»
«Che cosa hai intenzione di...»
«Passare, naturalmente.» Poi, per nessuna ragione, aggiunse: «Del resto
non siamo stati noi a inchiodare quel gatto al cartello».
Pigiò l'acceleratore e immediatamente recuperò terreno sull'automobile
impolverata, che viaggiava ormai a non più di venti miglia orarie.
Mary lo afferrò facendogli sentire la pressione delle unghie corte attraverso il tessuto della camicia blu. «No, non farlo.»
«Mare, non è che ho molte alternative.»
E la conversazione era già obsoleta, perché mentre le rispondeva stava
già superando il poliziotto. L'Acura di Deirdre raggiunse la Caprice bianca
e impolverata e passò oltre. Peter sbirciò attraverso due finestrini e vide
molto poco. La forma di un uomo, una sagoma grossa, e nient'altro. Ebbe
però anche la sensazione che il poliziotto lo stesse guardando. Abbassò gli
occhi sulla scritta e questa volta ebbe il tempo di leggerla tutta:
DESPERATION POLICE DEPARTMENT in lettere d'oro sotto il simbolo
della città, che mostrava un minatore nell'atto di stringere la mano a un
uomo a cavallo.
Desperation, pensò. Anche meglio di Destry. Molto meglio.
Appena le fu passato davanti, l'automobile bianca gli si mise in coda
rientrando nella corsia in direzione est e accelerando per tallonarlo.
Viaggiarono così per trenta o quaranta secondi (che a Peter sembrarono
molto di più). Poi si accesero i lampeggianti blu sul tetto della Caprice. Peter provò un tuffo allo stomaco ma non era di sorpresa. Per niente.
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Mary lo stringeva ancora e adesso, quando Peter sterzò per portarsi sul
bordo della strada, cominciò a premere di nuovo.
«Che cosa stai facendo? Peter, ma che cosa fai?»
«Mi fermo. Ha acceso i lampeggianti e mi invita ad accostare.»
«Non mi piace», dichiarò lei guardandosi intorno, nervosa. Non c'era da
vedere altro che deserto, colline e blu sconfinato. «Che cosa stavamo facendo?»
«Eccesso di velocità mi sembra l'ipotesi più logica.» Stava guardando
nello specchietto laterale. Sopra le parole ATTENZIONE GLI OGGETTI
POSSONO ESSERE PIÙ VICINI DI QUEL CHE SEMBRANO, vide aprirsi lo sportello del posto di guida. Ne emerse un pantalone cachi. Straordinario. Nel momento in cui l'uomo a cui apparteneva quella gamba emergeva, chiudeva lo sportello con un colpo secco e si calcava sulla testa
lo Smokey Bear (non avrebbe potuto portare il cappello a bordo, giudicò
Peter; non c'era abbastanza spazio), Mary si girò da quella parte. E rimase
a bocca aperta.
«Dio mio, è grosso come un giocatore di football!»
«Come minimo», fece eco Peter. Da un rapido calcolo mentale usando il
tetto dell'automobile come punto di riferimento, dedusse che il poliziotto
che si stava avvicinando all'Acura di Deirdre doveva sfiorare i due metri di
statura. Per più di centoventi chilogrammi di peso. Diciamo anche centocinquanta.
Mary lasciò andare Peter e si addossò alla portiera dalla sua parte, come
per volersi allontanare dal gigante. Al fianco il poliziotto aveva una pistola
di dimensioni adatte alle sue, ma nelle mani non aveva niente, né blocchetto per i verbali né altro. A Peter non piacque. Non sapeva che cosa potesse
significare, ma non gli piaceva. In tutta la sua carriera di automobilista, che
gli aveva meritato quattro multe per eccesso di velocità quand'era ancora
adolescente e una sospensione della patente per guida in stato di ubriachezza (dopo la festa di Natale in facoltà di tre anni prima), non era mai
stato avvicinato da un poliziotto a mani vuote e senz'altro non gli piaceva.
Il suo battito cardiaco, che aveva già raggiunto un ritmo notevole, accelerò
un po' di più. Il suo cuore non stava martellando, ma la sensazione era che
fosse in procinto di farlo. Che avrebbe potuto cominciare a martellare da
un momento all'altro.
Ti stai comportando da stupido, lo sai; vero? si disse. Andavi troppo
forte, molto semplice. Il limite di velocità è ancora a cinquantacinque miglia su questa strada e anche se fa ridere e tutti sanno che fa ridere, questo avrà certamente da totalizzare il suo minimo mensile. E quando si tratta di dare multe per eccesso di velocità, le vittime designate sono sempre i
veicoli degli altri stati. Lo sai anche tu. Dunque... com'era il titolo di quel
vecchio album dei Van Halen? Mangia e sorridi?
Il poliziotto si fermò al finestrino di Peter, con la fibbia del cinturone al
livello dei suoi occhi. Non si chinò. Sollevò invece un pugno (a Peter sembrò delle dimensioni di un prosciutto in scatola) e fece un movimento rotatorio.
Peter si tolse gli occhiali, li infilò in tasca e abbassò il vetro. Era molto
cosciente del respiro affannato di Mary al suo fianco. Ansimava come se
avesse saltato la corda o fatto l'amore.
Il poliziotto eseguì un lento piegamento delle gambe, un movimento
fluido che portò la faccia enorme e indecifrabile nel campo visuale dei Jackson. La fronte gli rimase nascosta dalla fascia d'ombra proiettata dalla
tesa rigida del cappello in stile fanteria. La sua carnagione era di un rosa
problematico, che fece sospettare a Peter che, a dispetto della taglia, quell'uomo non se la cavasse con il sole meglio di Mary. Gli occhi erano grigio
brillante, sguardo diretto ma senza emozioni. Nessuna che Peter riuscisse a
leggervi, in ogni caso. Però percepiva un aroma. Pensò che potesse essere
Old Spice.
Il poliziotto lo degnò di uno sguardo fuggevole ed esaminò subito l'abitacolo dell'Acura, controllando prima Mary (moglie americana, bianca, bel
faccino, figura attraente, basso chilometraggio, nessun segno particolare
visibile) e subito dopo l'ammasso di macchine fotografiche, borse e cianfrusaglie da viaggio sul sedile posteriore. Non molte cianfrusaglie ancora;
avevano lasciato l'Oregon solo tre giorni prima, comprendendo anche il
giorno e mezzo trascorso con Gary e Marielle Soderson ad ascoltare vecchi
dischi e a ricordare i vecchi tempi.
Lo sguardo del poliziotto si soffermò sul posacenere estraibile che era
rimasto fuori. Peter pensò che stesse cercando qualche mozzicone di spinello e fiutasse l'aria a caccia di qualche residuo di profumo di marijuana o
hashish e ne fu risollevato. Erano quasi quindici anni che non fumava erba,
non aveva mai provato la coca e aveva praticamente smesso di bere dopo il
pasticcio con la polizia stradale dopo la festa di Natale. Riempirsi le narici
di fragranza di cannabis a qualche spettacolo rock era ormai il massimo
che si concedeva nel campo delle droghe, dalle quali peraltro Mary si era
sempre tenuta alla larga: certe volte si definiva una «vergine» in materia.
Nel vassoietto per la cenere non c'erano che due o tre fascette accartocciate
di Juicy Fruit e sul sedile posteriore non c'erano né lattine di birra, né bottiglie di vino.
«Agente, so che stavo andando un po' veloce...»
«Ventre a terra, eh?» lo apostrofò il poliziotto in tono cordiale. «Mamma
mia! Signore, potrei vedere patente e libretto?»
«Certo.» Peter si sfilò il portafogli dalla tasca posteriore. «Ma la macchina non è mia. È di mia sorella. Gliela stiamo portando a New York.
Dall'Oregon. Lei era a Reed. Al Reed College di Portland.»
Parlava a vanvera, se ne rendeva conto, ma non era sicuro di potersi trattenere. I poliziotti avevano sempre la peculiarità di indurti a far andare la
lingua in quel modo, come se nascondessi nel bagagliaio un cadavere fatto
a pezzi o un bambino rapito. Ricordava di aver reagito nello stesso modo
quand'era stato fermato sulla Long Island Expressway dopo la festa di Natale. Parlava e parlava, bla bla bla e bla bla bla, mentre l'uomo in divisa,
zitto e metodico, portava a termine il suo lavoro, controllando prima i suoi
documenti, quindi il contenuto del suo piccolo contenitore di plastica celeste per l'esame dell'alito.
«Mare? Vorresti prendere il libretto nel cruscotto? È in una piccola busta
di plastica, dove ci sono i documenti dell'assicurazione.»
Sulle prime lei non si mosse. La vedeva con la coda dell'occhio, immo-
bile, mentre apriva il portafogli e cercava la patente. Avrebbe dovuto essere visibile, in uno dei compartimenti a finestra, grande e grossa come una
casa, ma non c'era.
«Mare?» chiamò di nuovo, questa volta un po' spazientito e anche di
nuovo un po' spaventato. E se aveva perso la patente? Se gli era cascata
per terra a casa di Gary, per esempio, mentre trasferiva da un paio di jeans
all'altro le sue zavorre personali (chissà perché, ma quando si viaggia la
zavorra aumenta a dismisura)? Non era andata così, naturalmente, ma non
sarebbe stato tipico se...
«Una mano, Mare? Mi prendi quel cavolo di libretto? Per favore?»
«Ah... sì, subito.»
Mary si chinò come un vecchio macchinario arrugginito messo improvvisamente in funzione da una scarica elettrica e aprì lo stipetto. Cominciò a
cercare di infilare le mani verso il fondo, dopodiché tolse qualcosa del contenuto (una confezione semiconsumata di Smartfood, una cassetta di Bonnie Raitt vittima dì una fuoriuscita del nastro nel mangiacassette di Deirdre, una carta stradale della California) per darsi spazio di manovra. Peter
notò che aveva la tempia sinistra imperlata di sudore. La traspirazione le
aveva bagnato qualche ciocca dei capelli neri tagliati corti, sebbene dalla
sua parte la bocchetta del condizionatore le soffiasse aria fredda direttamente in faccia.
«Non...» cominciò e subito dopo, con inequivocabile sollievo. «Oh, eccolo qui.»
Contemporaneamente Peter guardava nel posto dove teneva i biglietti da
visita e vedeva la patente. Non ricordava di averla messa lì (perché mai avrebbe dovuto farlo?), ma lì era. Nella foto non sembrava un professore di
inglese dell'Università di New York, bensì un manovale disoccupato (e
possibile serial killer). Eppure era lui, riconoscibilmente lui, e si sentì risollevare lo spirito. Avevano trovato i loro documenti, Dio era nell'alto dei
cieli e nel mondo tutto andava per il verso giusto.
E poi, pensò consegnando la patente al poliziotto, qui non siamo in Albania. Non sarai nella tua zona di percezione, ma senza dubbio non è l'Albania.
«Peter?»
Si girò, prese la busta che lei gli porgeva e le strizzò l'occhio. Lei cercò
di rispondere con un sorriso, ma non le riuscì molto bene. Fuori una folata
di vento scagliò sabbia contro l'automobile. Qualche granello finì sul volto
di Peter, che socchiuse gli occhi. A un tratto desiderò essere ad almeno
duemila miglia dal Nevada, in qualunque direzione.
Sfilò il libretto di Deirdre dalla busta e lo offrì al poliziotto, che però
stava ancora esaminando la patente.
«Vedo che è un donatore di organi», commentò l'agente senza alzare la
testa. «Pensa che sia una cosa buona?»
Peter rimase confuso. «Be', io...»
«Quello è il libretto del veicolo, signore?» gli chiese il poliziotto in tono
brioso. Ora stava guardando il foglio color giallo canarino.
«Sì.»
«Me lo dia, prego.»
Peter lo passò dal finestrino. Ora il poliziotto, ancora accosciato all'indiana nel sole, aveva la patente di Peter in una mano e il libretto di circolazione di Deirdre nell'altra. Spostò lo sguardo dall'una all'altro per un periodo di tempo molto lungo. Peter avvertì una lieve pressione sulla coscia e
sussultò prima di rendersi conto che era la mano di Mary. La prese e sentì
le dita di lei stringere le sue.
«Sua sorella?» domandò finalmente il poliziotto. Levò su di loro i lucenti occhi grigi.
«Sì...»
«Di cognome fa Finney. Lei fa Jackson.»
«Deirdre è stata sposata per un anno tra liceo e università», spiegò Mary.
La sua voce era ferma, cordiale, sicura. Peter pensò che ci sarebbe cascato
anche lui, non fosse stato per come gli stringeva la mano. «Ha mantenuto
il cognome del marito. Tutto qui.»
«Un anno, eh? Tra liceo e università. Sposata. Tak!»
La sua testa rimase chinata sui documenti. Peter vedeva la punta del suo
Smokey Bear dondolare a tempo con il ritmo della sua lettura.
Il suo senso di sollievo si andava dissipando.
«Tra liceo e università», ripeté il poliziotto, con la testa abbassata, la larga faccia nascosta e nella mente Peter lo sentì aggiungere: Vedo che è un
donatore di organi. Pensa davvero che sia una cosa buona? Tak!
L'agente rialzò la testa. «Vuole scendere, per piacere, signor Jackson?»
Le dita di Mary aumentarono la pressione, le sue unghie penetrarono nel
dorso della mano di Peter, ma il senso di bruciore rimase lontano. A un
tratto lo prese un formicolio di sgomento nei testicoli e alla bocca dello
stomaco e si sentì di nuovo bambino, un bambino confuso che sa con certezza solo di aver fatto qualcosa di male.
«Perché...» cominciò.
Il poliziotto di Desperation si rialzò. Fu come vedere salire la cabina di
un montacarichi. La testa scomparve, poi passò la camicia con il colletto
sbottonato e il distintivo luccicante, poi la cinghia diagonale del cinturone.
Infine Peter si ritrovò di nuovo a tu per tu con la pesante fibbia, la pistola e
la patta color cachi.
Questa volta da sopra il finestrino non giunse una domanda. «Scenda
dalla macchina, signor Jackson.»
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Peter alzò la leva della maniglia e il poliziotto indietreggiò perché potesse aprire lo sportello. La testa del poliziotto era nascosta dal tetto dell'Acura. Mary strinse con tutte le forze la mano di Peter, che si girò a guardarla.
Ora le bruciature del sole sulla fronte e le guance spiccavano di più, perché
il suo viso era quasi color della cenere. Gli occhi le erano diventati grandissimi.
Non scendere, lo implorò muovendo le labbra senza parlare.
Devo, rispose lui nella stessa maniera e posò un piede sull'asfalto della
U.S. 50. Per un momento Mary gli restò aggrappata, con le dita intrecciate
in quelle di lui, poi Peter si liberò e smontò dall'automobile, ritrovandosi in
piedi su gambe che non gli sembravano del tutto sue. Il poliziotto lo contemplava dall'alto. Più di due metri, pensò. Per forza. Vide allora una serie
di movimenti in rapida sequenza, come un cortometraggio accelerato: il
gigantesco poliziotto che estraeva la pistola e premeva il grilletto, spargendo in un ventaglio limaccioso le colte cervella di Peter Jackson sul tetto
dell'Acura. Poi trascinava Mary fuori dell'abitacolo, la scaraventava a faccia in giù sul cofano del bagagliaio e la violentava letteralmente su due
piedi, ai bordi della strada sotto il sole cocente del deserto, con il suo
Smokey Bear ben piantato sulla testa, sgroppando come un forsennato
mentre gridava: Vuole una donazione d'organo, signora? Eccola accontentata! Eccola accontentata!
«Di che cosa si tratta, agente?» volle sapere Peter, con bocca e gola improvvisamente aride. «Credo di avere il diritto di essere messo al corrente.»
«Si porti sul retro della vettura, signor Jackson.»
Il poliziotto si girò e s'incamminò senza preoccuparsi di sapere se Peter
avesse intenzione di ubbidire. E Peter ubbidì, muovendo le gambe che ancora sembravano rispondere a qualche misteriosa forma di telecomunica-
zione.
Il poliziotto si fermò di fianco al bagagliaio. Quando Peter lo raggiunse,
puntò un grosso dito indice. Peter ne seguì la direzione e vide che dietro
l'automobile di Deirdre non c'era la targa. C'era solo un rettangolo un tantino più pulito.
«Ah, merda!» imprecò e irritazione e sconcerto erano abbastanza autentici, ma lo era soprattutto il sollievo sottostante. Dunque tutta la messinscena aveva una sua motivazione. Grazie a Dio. Si girò a guardare davanti
e non fu molto sorpreso di vedere che lo sportello del posto di guida era
chiuso. Era stata Mary. Lui era troppo preso in quella... situazione... quell'accadimento... quel Dio sapeva che cosa... da non aver udito il tonfo.
«Mare! Ehi, Mare!»
Lei sporse dal finestrino il viso teso e bruciato dal sole.
«Abbiamo perso la targa!» la informò lui, quasi ridendo.
«Che cosa?»
«No, non l'avete persa», obiettò il poliziotto di Desperation. Si abbassò
di nuovo flettendo le gambe, sempre muovendosi con serafica, lenta agilità, armeggiò per un momento o due dietro al rettangolo dove avrebbe dovuto trovarsi la targa, con lo sguardo perso in direzione dell'orizzonte. Peter si sentì invadere da uno strano senso di familiarità: lui e sua moglie erano stati fermati dal Marlboro Man.
«Ah!» esclamò il poliziotto. Si rialzò. Ritrasse la mano indagatrice con
le dita ripiegate contro la base. La protese verso Peter e l'aprì. Sul palmo
spiccava un pezzo di vite sporca di terra e polvere, minuscola nella vasta
spianata rosea. Scintillava soltanto in un punto, dov'era stata tranciata.
Peter guardò la vite, poi alzò gli occhi sul poliziotto. «Non capisco.»
«Vi siete fermati a Fallon?»
«No...»
Lo sportello di Mary si aprì con un cigolio, seguito dallo scatto della serratura che si richiudeva, quindi dal frusciare delle sue scarpe da tennis sulla terra sabbiosa.
«Ma certo che ci siamo fermati», lo contraddisse lei, raggiungendoli dietro l'automobile. Osservò il frammento di metallo nella mano enorme (nell'altra il poliziotto stringeva ancora il libretto di circolazione di Deirdre e la
patente di guida di Peter), poi levò gli occhi sul viso dell'agente. Non sembrava spaventata adesso, non come prima, e Peter se ne rallegrò. Già si dava dell'idiota paranoico in nove forme diverse, ma bisognava ammettere
che quel particolare incontro ravvicinato di tipo poliziesco aveva i suoi
(pensa davvero che sia una cosa buona?)
aspetti peculiari.
«La fermata tecnica, Peter, non ricordi? Non avevamo bisogno di benzina, hai detto che potevamo farla a Ely, ma abbiamo comperato qualcosa da
bere per non sentirci troppo in colpa quando abbiamo chiesto di usare la
toilette.» Guardò il poliziotto e tentò un sorriso. Doveva rovesciare la testa
all'indietro per guardarlo in faccia. A Peter sembrava una bambina che cercava di strappare un sorriso a papà appena rincasato da una brutta giornata
in ufficio. «I servizi erano molto puliti.»
«Eravate alla Fill More Fast o alla Berk's Conoco?»
Lei cercò aiuto negli occhi di Peter. Lui mostrò le mani all'altezza delle
spalle. «Non ricordo proprio. Diamine, mi ero persino dimenticato di essermi fermato.»
Il poliziotto gettò il pezzetto di vite dietro di sé, nel deserto, dove sarebbe rimasto indisturbato per un milione di anni se non avesse colto l'attenzione dell'occhio scrutatore di qualche uccello. «Ma scommetto che ricorda i ragazzi che c'erano fuori. Ragazzi grandicelli, perlopiù. Uno o due anche troppo grandi per essere definiti ragazzi, se vogliamo. I giovani in skateboard o rollerblade.»
Peter annuì. Pensava a Mary che gli domandava perché la gente restasse
lì, perché ci andasse e ci rimanesse.
«Allora era il Fill More Fast.» Peter cercò di vedere se il poliziotto portava il nome sul taschino della camicia, ma non trovò nessuna targhetta.
Dunque almeno per ora rimaneva semplicemente il poliziotto. Quello che
sembrava il Marlboro Man delle pubblicità. «Alfie Berk non li lascia più
stare davanti al suo distributore. Li ha cacciati via con le cattive. Sono una
brutta marmaglia.»
A quelle parole Mary inclinò la testa sulla spalla e per un attimo Peter le
vide aleggiare un sorriso sugli angoli della bocca.
«Sono una banda?» chiese Peter. Ancora non capiva dove stesse portando quella conversazione.
«Quanto di più vicino a una banda si può trovare in un posto piccolo
come Fallon», rispose il poliziotto. Si avvicinò la patente di Peter agli occhi, la esaminò, guardò Peter, riabbassò la mano. Ma non fece il gesto di
volergliela restituire. «Sbandati, per la maggior parte. E uno dei loro divertimenti preferiti è fregarsi le targhe delle auto degli altri stati. È come
una sfida. Avranno portato via la targa a voi mentre eravate dentro a comprarvi da bere o a usare il bagno.»
«Lei lo sa e loro lo fanno lo stesso?» intervenne Mary.
«Fallon non è di mia competenza. Io non ci vado mai. Quello che fanno
loro non riguarda me.»
«E noi che cosa dobbiamo fare, adesso che siamo senza targa?» chiese
Peter. «Dico, questo è un bel pasticcio. La macchina è registrata nell'Oregon, ma mia sorella è tornata a vivere a New York. Detestava Reed...»
«Ah sì?» fece il poliziotto. «Mamma mia!»
Peter avvertì su di sé lo sguardo di Mary, che probabilmente desiderava
che condividesse con lei quel momento di ilarità, ma a lui non sembrava
una buona idea. Niente affatto.
«Diceva che andare a scuola lì era come cercare di andare a scuola nel
pieno di un concerto dei Grateful Dead», spiegò. «Fatto sta che è tornata a
New York. Così io e mia moglie abbiamo pensato che poteva essere divertente andare a prenderle la macchina per portargliela a New York. Ce l'ha
lasciata con il bagagliaio pieno di roba sua, vestiti soprattutto...»
Stava parlando di nuovo a vanvera e si costrinse a smettere.
«Dunque che cosa devo fare? Non possiamo attraversare il paese senza
targa dietro, le pare?»
Il poliziotto tornò davanti all'automobile a passi decisi. Stringeva ancora
nella mano la patente di Peter e il libretto giallo di Deirdre. I passi gli facevano scricchiolare il cinturone. Quando fu davanti all'automobile, si unì
le mani dietro la schiena e per qualche istante rimase fermo a guardare verso il basso con l'aria assorta. A Peter fece pensare a un avventore interessato in una galleria d'arte. Marmaglia, aveva detto. Una brutta marmaglia.
Una parola d'altri tempi.
Tornò da loro. Mary si avvicinò a Peter, ma sembrava che l'ansia iniziale
le fosse passata. Ora osservava il gigante con curiosità.
«La targa davanti va bene», riferì il poliziotto. «Mettetela dietro. Basta
che ci sia quella dietro e non avrete problemi fino a New York.»
«Oh», ribatté Peter. «Oh, grazie. Buona idea.»
«Avete chiavi e cacciaviti? Ho paura che tutti i miei attrezzi siano su un
banco da lavoro nella rimessa in città.» Sorrise. Era un sorriso che gli illuminava tutta la faccia, gli coinvolgeva gli occhi, lo trasformava in una
persona diversa. «Ah... questi sono vostri.» Porse loro libretto di circolazione e patente.
«Ci dev'essere un astuccio con degli attrezzi nel bagagliaio», disse Mary.
Sembrava in preda a un capogiro ed era così che si sentiva anche Peter. Felicità pura e semplice, probabilmente. «L'ho visto quando ci ho messo den-
tro il mio beauty-case. Di fianco alla ruota di scorta.»
«Agente, voglio ringraziarla», dichiarò Peter.
Il gigante annuì. Ma non stava guardando lui. I suoi occhi grigi erano
fissi sulle montagne in lontananza a sinistra. «Faccio solo il mio mestiere.»
Peter andò allo sportello del posto di guida domandandosi perché lui e
Mary si fossero preoccupati tanto.
Sciocchezze, pensò mentre sfilava la chiave dall'accensione. Il pendaglio
del portachiavi era il faccione sorridente di Smiley, nome appropriato.
Trattandosi di Deirdre. Smiley-Smile (come lo chiamava lei) era il suo
marchio di fabbrica. Sigillava quasi tutte le buste delle sue lettere con
quello giallo, di buonumore, utilizzando di tanto in tanto quello verde, con
la bocca girata all'ingiù e la lingua fuori, quando le era capitata una giornataccia. Io non ho avuto paura, non proprio. Nemmeno Mary.
Che balla. Aveva avuto paura eccome e aveva avuto paura anche Mary...
anzi, Mary era quasi terrorizzata.
Va bene, forse ci siamo spaventati un po', rifletté, scegliendo nel mazzo
la chiave del bagagliaio mentre tornava dietro. Fateci pure causa. L'immagine creata da Mary di fianco al poliziotto faceva pensare a un'illusione ottica: con la testa gli arrivava appena al fondo della scatola toracica.
Peter aprì il bagagliaio. A sinistra, ben ordinati (e protetti contro la polvere della strada da sacchetti di plastica), c'erano gli indumenti di Deirdre.
Al centro, il beauty-case di Mary e le loro due valigie, per lui & per lei, incuneate tra i fagotti verdi e la ruota di scorta. Anche se «ruota» era una definizione immeritata, pensava Peter. Era una di quelle ciambelline gonfiabili, un ruotino, come lo chiamavano, buono giusto per raggiungere la prima stazione di servizio. Avendo fortuna.
Guardò tra ciambella e lato del bagagliaio. Non c'era niente.
«Mare, io non vedo...»
«Quello là», indicò lei. «Quella cosa grigia. È semplicemente scivolato
dietro la ruota di scorta.»
Peter avrebbe potuto infilare il braccio nel pertugio, ma gli sembrò più
facile sollevare la ciambella di gomma. Era appoggiato contro il paraurti
posteriore quando sentì Mary che improvvisamente tratteneva il fiato, come se fosse stata pizzicata o punta.
«Ehi», esclamò in tono blando il poliziotto. «Questo cos'è?»
Mary e l'agente di Desperation stavano guardando nel bagagliaio. Il poliziotto sembrava interessato e un po' perplesso. Gli occhi di Mary erano
sgranati per l'orrore. Le tremavano le labbra. Peter si girò a guardare den-
tro di nuovo. C'era qualcosa nell'alloggiamento della ruota di scorta. Era
nascosto sotto la ciambella. Per qualche attimo o non riuscì a capire che
cosa fosse o non volle capirlo, poi lo prese di nuovo quello sgradevole
formicolio nel basso-ventre. Questa volta fu accompagnato anche dalla
sensazione dello sfintere che, più che allentarsi, gli cascava, come se i muscoli che normalmente lo reggevano al suo posto si fossero a un tratto addormentati. Si rese conto di aver stretto i glutei, ma anche quella era una
sensazione distante, in un altro fuso orario. Ebbe la certezza troppo fugace
che fosse un sogno, che dovesse esserlo.
Il gigantesco poliziotto gli lanciò un'occhiata con quegli occhi grigi
sempre stranamente vuoti d'espressione, poi allungò la mano nel vano della ruota di scorta e ne pescò un sacchetto, di quelli grandi, da quattro litri,
pieno zeppo di materiale erbaceo color verde bruno. Era sigillato con un
pezzo di nastro adesivo. Su un lato c'era una targhetta gialla di forma circolare. Smiley-Smile. Il simbolo perfetto per quella gran testa affumicata
di sua sorella, le cui avventure nella vita si sarebbero potute intitolare: Attraverso l'America oscura con pipetta e molletta reggimozziconi. Era rimasta incinta mentre era fatta, aveva senza dubbio deciso di sposare Roger
Finney mentre era fatta e Peter sapeva per certo che se aveva abbandonato
Reed (con una media da velo pietoso) era perché girava troppa erba, alla
quale non era mai capace di dire di no. Aveva dimostrato forza di carattere
almeno in quello e lui si era preso la briga di perquisire l'Acura in cerca di
scorte, prevedendo il rischio che potesse essersi scordata di averne, non già
di volergliela rifilare volontariamente. Prima di lasciare Portland, aveva
guardato sotto i sacchi con i suoi indumenti, tra i quali Mary aveva addirittura frugato (nessuno dei due ammettendo apertamente che cosa stava cercando all'altro, ma sapendolo bene entrambi), senza che venisse loro in
mente di guardare sotto la ciambella.
Quella dannata ciambella.
Il poliziotto schiacciò il pollice enorme nel sacchetto come se fosse un
pomodoro. Si tolse dalla tasca un temperino multiuso e ne aprì la lama più
piccola.
«Agente», cominciò Peter con un filo di voce. «Agente, io non so che
cosa...»
«Ssst», lo zittì il gigante, tagliando una minuscola fessura nella plastica.
Peter sentì Mary che lo tirava per la manica. Le prese la mano, e questa
volta fu lui a chiudere le dita su quelle di lei. Tutt'a un tratto vide apparire
davanti a sé il bel faccino pallido di Deirdre. I suoi capelli biondi, che an-
cora le ricadevano fino alle spalle in naturali boccoli alla Stevie Nicks. I
suoi occhi, sempre un po' confusi.
Piccola disgraziata, pensò. Buon per te che non sei qui in questo momento dove potrei metterti le mani addosso.
«Agente...» tentò Mary.
Il poliziotto alzò una mano, le mostrò il palmo, poi si avvicinò il sacchetto al naso e lo fiutò in corrispondenza del taglio. Chiuse lentamente gli
occhi. Dopo un momento li riaprì e riabbassò il sacchetto. Protese l'altra
mano. «Mi dia le sue chiavi, signore.»
«Agente, posso spiegarle...»
«Mi dia le chiavi.»
«Se volesse...»
«È sordo? Mi dia le chiavi.»
Aveva alzato la voce solo di poco, ma bastò per far piangere Mary. Con
la sensazione di vìvere un'esperienza extracorporea, Peter lasciò cadere le
chiavi della macchina di Deirdre nella mano del poliziotto, quindi cinse le
spalle tremanti di sua moglie.
«Temo che dovrete venire con me», annunciò loro l'agente di Desperation. I suoi occhi passarono da Peter a Mary, per poi tornare su Peter. Fu a
quel punto che Peter capì che cosa lo aveva turbato di quegli occhi fin dal
principio. Erano luminosi, come i minuti prima del sorgere del sole in una
mattina nebbiosa, ma erano anche morti.
«La prego», lo supplicò Mary con la voce distorta dal pianto. «È un equivoco. Sua sorella...»
«Salite in macchina», ordinò il poliziotto indicando la propria. Sul tetto i
lampeggianti erano ancora in funzione, brillavano nonostante il riverbero
del sole nel deserto. «Subito, per piacere, signori Jackson.»
4
Lo spazio del sedile posteriore era ridotto al minimo (inevitabile, pensò
distrattamente Peter; un uomo grosso come lui doveva spingere il più indietro possibile il sedile di guida). Nel vano per i piedi c'erano pile di carte
dietro lo schienale del guidatore (visibilmente deformato dal peso del poliziotto) e altre ingombravano il ripiano sotto il lunotto posteriore. Peter raccolse un volantino macchiato da un anello di caffè. Vi si vedeva un ragazzino seduto davanti a una porta. L'espressione sul suo viso era torpida, imbambolata (rifletteva bene lo stato d'animo di Peter in quel momento, per
la verità) e la macchia di caffè gli incorniciava la testa come un'aureola,
UNA VITA FUMATA NON È UNA VITA VISSUTA era la scritta sottostante.
Una rete metallica divideva il sedile posteriore da quello anteriore, e gli
sportelli erano sprovvisti di maniglie e manovelle per i vetri. Peter aveva
cominciato a sentirsi come il personaggio di un film (quello che con più
insistenza gli tornava alla mente era Fuga di mezzanotte) e quei particolari
non facevano che consolidare la sua sensazione di irrealtà. La conclusione
a cui era giunto era che aveva già parlato troppo su troppi argomenti e che
sarebbe stato saggio per lui e Mary tenere la bocca chiusa almeno finché
non fossero arrivati alla destinazione a cui intendeva portarli l'Agente Cortese. Era probabilmente una decisione buona, ma difficile da rispettare. Peter si trovò alle prese con l'impulso irrefrenabile di spiegare all'Agente
Cortese che stava commettendo un terribile errore: lui era professore assistente di inglese, la sua specializzazione era in letteratura nordamericana
postbellica, aveva pubblicato di recente un ponderoso articolo intitolato
«James Dickey e il Neogotico meridionale» (uno scritto che aveva dato origine a una vivace controversia in certi blasonati ambienti accademici) e,
per finire, non fumava erba da anni. Voleva spiegare al poliziotto che forse
il suo livello culturale era un tantino più alto di quanto generalmente gradito nel Nevada centrale, ma che fondamentalmente era e restava uno dei
buoni.
Guardò Mary. Aveva gli occhi pieni di lacrime e all'improvviso si vergognò di come aveva pensato fino a quel momento, solo io, io, io e me,
me, me. Sua moglie era finita in quel pasticcio con lui e avrebbe fatto bene
a ricordarlo. «Pete, ho tanta paura», bisbigliò lei con la voce rotta da un
gemito.
La baciò sulla guancia. Sentì la sua pelle fredda come argilla contro le
labbra. «Andrà bene. Chiariremo tutto.»
«Parola d'onore?»
«Parola d'onore.»
Dopo averli fatti sedere sulla sua automobile, il poliziotto era tornato all'Acura. Erano ormai almeno due minuti che guardava nel bagagliaio. Non
lo stava perquisendo, non toccava niente, ne contemplava semplicemente il
vano con le mani giunte dietro la schiena, come ipnotizzato. Poi sobbalzò
come risvegliandosi all'improvviso, chiuse il cofano, prese le chiavi, se le
mise in tasca e tornò alla Caprice. L'automobile s'inclinò sulla sinistra
quando montò e le sospensioni da quella parte mandarono un sospiro stan-
co ma rassegnato. Lo schienale si gonfiò contro le ginocchia di Peter, che
reagì con una smorfia.
Da questa parte avrebbe dovuto sedersi Mary, rifletté, ma ormai era tardi. Tardi per molte cose.
Il poliziotto aveva acceso il motore. Ingranò la marcia e risalì sulla strada. Mary si girò a guardare l'Acura che si allontanava dietro di loro. Quando tornò a guardare avanti, Peter vide che le lacrime che aveva poco prima
negli occhi le erano scivolate sulle guance.
«La prego, mi ascolti», disse Mary, rivolta ai capelli biondi e corti che
rivestivano un cranio enorme. Il poliziotto aveva posato lo Smokey Bear
accanto a sé e Peter riteneva che tra la cima della sua testa e il soffitto dell'abitacolo non ci fosse più di mezzo centimetro. «La prego! Cerchi di capire. Quella non è la nostra macchina. Deve capire almeno questo, ne sono
sicura, perché ha visto il libretto di circolazione. È la macchina di mia cognata. E mia cognata è una che si fa come bere acqua. Metà delle sue cellule cerebrali...»
«Mare...» Peter cercò di fermarla posandole una mano sul braccio. Lei lo
respinse.
«No! Non passerò il resto della giornata sottoposta a un interrogatorio in
chissà quale buco di stazione di polizia, magari in una cella, solo perché
tua sorella è un'egoista irresponsabile e... e... incasinata nel cervello!»
Peter si accasciò contro lo schienale e si mise a guardare dal finestrino
velato di polvere. Aveva le ginocchia ancora gravemente impedite, ma
pensava di poterlo sopportare. Ora avevano distanziato l'Acura di un paio
di miglia, mentre più avanti cominciava a scorgere una massa ancora indistinta, ai bordi della strada sulla corsia opposta. Un veicolo di grosse dimensioni. Un autocarro, forse.
Mary aveva trasferito lo sguardo dalla nuca del poliziotto allo specchietto retrovisore, cercando di intercettare i suoi occhi. «Metà delle cellule cerebrali di Deirdre è fritta e l'altra metà è in vacanza permanente a Cartoonia. Il termine tecnico è 'fusa', e io sono sicura, agente, che avete visto persone conciate così anche da queste parti. La roba che ha trovato sotto la
ruota di scorta è probabilmente droga, su questo immagino che ha ragione,
ma non è droga nostra! Non lo capisce anche lei?»
La cosa che c'era più avanti, ai bordi della strada con il parabrezza in direzione di Fallon, Carson City e il lago Tahoe, non era un autocarro. Nel
senso stretto del termine. Era un camper. Non uno di quelli che sembrano
dinosauri, ma bello grande lo stesso. Bianco, con una banda verde scuro
sulla fiancata. Sul muso, nello stesso verde scuro, c'era la scritta:
QUATTRO ALLEGRI VAGABONDI. Il veicolo era coperto di polvere e
inclinato sul fianco in maniera innaturale.
Quando furono più vicini, Peter notò un particolare strano: tutte le ruote
che vedeva avevano le camere d'aria sgonfie. Pensò che potessero essere a
terra anche le gomme posteriori sull'altro lato, ma ebbe troppo poco tempo
a disposizione per accertarsene. Che così tante camere d'aria fossero sgonfie spiegava forse l'innaturale inclinazione del camper, ma com'era possibile buscarsi tante forature in una volta sola? Chiodi in mezzo alla strada?
Un tratto pieno di cocci di vetro?
Guardò Mary, ma Mary era ancora appassionatamente concentrata sullo
specchietto retrovisore. «Se fossimo stati noi a nascondere quella roba sotto la ruota», stava dicendo, «se fosse roba nostra, allora mi dica lei, in nome di Dio, perché Peter avrebbe sollevato la ruota di scorta? Avrebbe potuto benissimo arrivare all'astuccio infilando il braccio tra la ruota e il lato
del bagagliaio, sarebbe stato un po' scomodo ma ci passava.»
Oltrepassarono il camper. La porta laterale era chiusa ma non sprangata.
Gli scalini erano stati abbassati. C'era una bambola in terra, davanti ai gradini. Il vestitino che indossava svolazzava nel vento.
Peter chiuse gli occhi. Non sapeva se era stato lui a chiuderli o se i suoi
occhi si erano chiusi da soli. Ma non gli importava molto. Sapeva invece
che l'Agente Cortese era sfrecciato davanti al camper in panne come se
non l'avesse nemmeno visto... o come se per lui fosse storia vecchia.
Parole di una canzone d'altri tempi gli fluttuarono nella testa: Qualcosa
sta succedendo qui... che cosa non è molto chiaro...
«Le abbiamo dato l'impressione di persone stupide?» stava domandando
Mary mentre alle loro spalle il camper cominciava a rimpicciolirsi in lontananza... come era già accaduto all'Acura di Deirdre. «O drogate? Pensa
che siamo...»
«La pianti», disse il poliziotto. Lo disse a voce bassa, ma sarebbe stato
impossibile ignorare l'asprezza nella sua voce.
Mary era protesa in avanti con le dita infilate nella rete metallica che divideva l'abitacolo. Ora staccò le mani lasciandosele cadere in grembo e rivolgendo a Peter un'espressione sbigottita. Era moglie di un professore di
università, era una poetessa che aveva pubblicato su più di venti riviste negli otto anni trascorsi dai tempi dei suoi primi tentativi, frequentava un
gruppo femminile due volte la settimana, aveva preso in seria considerazione di farsi un buco nel naso. Peter si stava domandando quand'era stata
l'ultima volta in cui qualcuno le aveva detto di piantarla. Si stava chiedendo se qualcuno le avesse mai detto di piantarla.
«Che cosa?» sbottò, cercando forse di sembrare aggressiva, magari persino minacciosa, e riuscendo solo a mostrarsi sconcertata. «Che cosa mi ha
detto?»
«Lei e suo marito siete in stato d'arresto con l'accusa di possesso di marijuana con intento di spaccio», dichiarò il poliziotto. La sua voce era quella
priva di inflessioni di un robot. Guardando ora anche lui davanti a sé, Peter
vide un piccolo orsacchiotto di plastica attaccato al cruscotto vicino alla
bussola e a un quadrante a LED, che doveva essere l'indicatore del rilevatore radar di velocità. L'orso era piccolo, grande quanto i giocattolini premio di un distributore di chewing-gum. Aveva una molla al posto del collo
e i suoi inespressivi occhietti dipinti lo fissavano.
Questo è un incubo, pensò sapendo di mentire a se stesso. Non può che
essere un incubo. So che sembra tutto vero, ma non può esserlo.
«Non può parlare sul serio», ribatté Mary, ma la sua voce era ridotta a
un filo, tremante di sbigottimento. La voce di qualcuno che non credeva alle proprie parole. I suoi occhi si stavano riempiendo di nuovo di lacrime.
«Non è possibile.»
«Avete il diritto di non parlare», recitò la voce da robot del gigante in
divisa. «Se scegliete di farlo, tutto quello che direte potrà essere usato contro di voi davanti a una corte di giustizia. Avete diritto a essere assistiti da
un avvocato. Vi ucciderò. Se non potete permettervi un avvocato, ve ne
verrà fornito uno. Avete capito i vostri diritti come ve li ho spiegati?»
Lei stava guardando Peter, con gli occhi sbarrati dall'orrore, gli domandava senza aprire bocca se aveva sentito la frase che il poliziotto aveva
mescolato alle altre, senza mai variare il tono della voce da robot. Peter
annuì. Sì, aveva sentito anche lui. S'infilò una mano tra le gambe, sicuro di
sentire umido, ma non se l'era fatta addosso. Non ancora. Passò un braccio
attorno alla schiena di Mary e sentì che tremava. Continuava a pensare al
camper. La porta socchiusa, il bambolotto a faccia in giù per terra, tutte
quelle gomme forate. E poi c'era il gatto morto che Mary aveva visto inchiodato al cartello di limite di velocità.
«Avete capito i vostri diritti?»
Comportati normalmente. Credo che non abbia la più pallida idea di
che cosa ha detto, perciò comportati normalmente.
Ma che cos'era la normalità quando ci si trovava seduti a bordo di un'automobile della polizia guidata da un uomo evidentemente matto da legare,
un uomo che aveva appena proclamato la sua intenzione di ucciderli?
«Avete capito i vostri diritti?» chiese loro la voce del robot.
Peter aprì la bocca. Ne venne fuori solo un verso roco.
Allora il poliziotto girò la testa. La sua faccia, che quando li aveva fermati era rosa di sole, era diventata pallida. I suoi occhi erano grandissimi,
sembravano sporgere come due biglie enormi. Si era morsicato il labbro
inferiore, come per tentare di reprimere un furore mostruoso, e dalla ferita
gli colava sul mento un filo sottile di sangue.
«Avete capito i vostri diritti?» urlò loro in faccia, con la testa girata all'indietro, sparato alla cieca a più di settanta miglia orarie sulla strada deserta a due corsie. «Avete capito o no quali sono i vostri diritti? Sì o no? Sì
o no? Sì o no? Rispondimi, furbastro di un ebreo newyorkese!»
«Sì!» gridò Peter. «Tutti e due abbiamo capito! Ma lei guardi la strada,
per l'amor di Dio! Stia attento a dove va!»
Il poliziotto continuò a fissarli attraverso la rete, pallido, con il sangue
che gli gocciolava dal labbro inferiore. La Caprice, che aveva cominciato a
marciare sulla sinistra, attraversando per metà la corsia opposta, piegò dall'altra parte rimettendosi in rotta.
«Non preoccupatevi per me», li ammonì. Il tono della sua voce era di
nuovo cortese. «No, mamma mia. Ho occhi anche nella nuca. Anzi, ho occhi praticamente dappertutto. Ed è meglio che ve lo ricordiate.»
Si voltò di scatto, a guardare di nuovo avanti, riportando l'automobile a
una velocità più moderata. Lo schienale tornò a schiacciare le ginocchia di
Peter sotto un peso che era un'autentica tortura.
Peter prese nelle sue entrambe le mani di Mary. Lei gli premette il viso
contro il petto e lui sentì i singhiozzi che cercava di trattenere. La scuotevano come sferzate di vento. Guardò sopra la sua spalla, attraverso la rete.
Sul cruscotto l'orsetto annuiva dondolando la testa in cima alla molla.
«Vedo buchi come occhi», disse il poliziotto. «Ho la mente piena di buchi.» Non disse altro finché furono in città.
5
I dieci minuti successivi furono i più lenti vissuti da Peter Jackson. Il peso del poliziotto contro le ginocchia imprigionate sembrava crescere a ogni
giro della lancetta dei secondi del suo orologio e presto perse la sensibilità
nella parte inferiore delle gambe. Aveva i piedi completamente addormentati e non era sicuro di poter camminare quando fossero giunti alla fine di
quella corsa in macchina. Gli pulsava la vescica. Aveva mal di testa. Si
rendeva conto che lui e Mary si trovavano nel guaio peggiore che fosse
mai loro capitato, ma non riusciva a inquadrarlo in nessuna maniera che
avesse un minimo di senso. Ogni volta che si avvicinava alla comprensione, nel suo cervello si verificava un corto circuito. Stavano tornando a
New York. Erano attesi. Qualcuno stava innaffiando le loro piante. Quello
che stava accadendo non poteva essere vero, assolutamente escluso.
Mary gli diede un colpetto con il gomito e puntò il dito al finestrino. C'era un cartello. La scritta era delle più semplici: DESPERATION. Sotto al
nome una freccia destrorsa.
Il poliziotto decelerò, ma non molto, prima di svoltare. L'automobile
cominciò a inclinarsi e Peter vide Mary prendere fiato. Stava per mettersi a
gridare. Le mise una mano sulla bocca per impedirglielo. «La tiene», le bisbigliò all'orecchio. «Sono sicuro che non ci ribalteremo.» Ma non fu sicuro finché non sentì la parte posteriore del veicolo prima slittare e poi trovare finalmente la presa sul terreno. Pochi istanti dopo correvano in direzione
sud su un nastro d'asfalto stretto e senza linea divisoria al centro.
Un miglio più avanti oltrepassarono un cartello: LE ORGANIZZAZIONI LAICHE E RELIGIOSE DI DESPERATION VI
DANNO IL BENVENUTO! Le parole ORGANIZZAZIONI LAICHE E
RELIGIOSE si leggevano con difficoltà sotto una spruzzata di vernice
gialla. Sopra, con la stessa vernice, in uno stampatello un po' incerto, erano
state aggiunte le parole CANI MORTI. Sotto erano elencate le organizzazioni laiche e religiose, ma Peter non perse tempo a leggerle. Al cartello
era stato impiccato un pastore tedesco. Le zampe posteriori dondolavano a
un dito o due dal tratto di terreno diventato scuro e molle del suo sangue.
Le mani di Mary stringevano la sua come le ganasce di una morsa. Quella pressione lo confortava. Si protese di nuovo verso di lei, nell'aroma dolce del suo profumo e nell'odore acre del suo sudore impaurito, si protese
fino a schiacciarle le labbra nel padiglione dell'orecchio. «Non dire una parola, non farti sentire», le mormorò. «Fammi un cenno con la testa se mi
capisci.»
Lei annuì contro le labbra di lui e Peter si raddrizzò.
Transitarono davanti a un parcheggio di caravan dietro una staccionata.
Erano in gran parte di dimensioni contenute ed era trascorso del tempo dai
loro giorni migliori, vissuti forse all'epoca in cui Cin Cin aveva appena
cominciato le sue trasmissioni. Indumenti sconsolati svolazzavano nel vento caldo del deserto, appesi ad asciugare tra un caravan e l'altro. Su uno dei
rimorchi spiccava un cartello con la scritta:
BEVO SNAPPLE, LEGGO LA BIBBIA,
ODIO CLINTON, SONO ARMATO E CATTIVO!
FREGATENE DEL CANE, ATTENTO AL PADRONE!
Sul tetto di un vecchio Airstream parcheggiato a ridosso della strada c'era una grande parabola satellitare nera. Di fianco all'antenna c'era un altro
cartello, un rettangolo di metallo bianco, che la ruggine aveva screziato di
strisce rossicce, come per aver pianto lacrime insanguinate:
IMPIANTO TELECOMUNICAZIONI
PROPRIETÀ RATTLESNAKE TRAILER PARK
VIETATO L'ACCESSO! PATTUGLIATO DALLA POLIZIA!
Dopo il Rattlesnake Trailer Park c'era una lunga baracca di lamiera ondulata, arrugginita sopra e sotto. La scritta all'esterno era DESPERATION
MINING CORP. Accanto alla baracca c'era uno spiazzo di asfalto crepato
con una decina tra autovetture e pickup. Pochi istanti dopo passarono davanti al Desert Rose Cafe.
Poi entrarono nella cittadina vera e proprio. Desperation, Nevada, comprendeva due isolati che si estendevano dall'incrocio ad angolo retto di due
strade, al centro del quale un semaforo giallo lampeggiava in quel momento in tutt'e quattro le direzioni.
Le facciate degli edifici erano quasi tutte false. C'erano un caffè con sala
da gioco che si chiamava Owl's Club, un negozio di alimentari, una lavanderia a gettoni, un bar che esibiva in vetrina un cartello con la scritta
APPROFITTATE DELLA NOSTRA SLOTSPITALITÀ, un ferramenta,
un negozio di mangimi, un cinematografo che si chiamava American West
e alcuni altri esercizi. Nessuno dei negozi aveva un aspetto particolarmente
florido e il cinema aveva l'aria di essere chiuso da tempo. Una R solitaria
pendeva storta dalla pensilina sudicia e imbacuccata.
Nell'altra direzione, sull'asse est-ovest, c'erano abitazioni e altri caravan.
Nell'immobilità generale, si muovevano solo l'automobile del poliziotto e
un cespuglio che scendeva rotolando pigramente per Main Street.
Mi rintanerei in casa anch'io se vedessi arrivare costui, pensò Peter.
Puoi metterci la mano sul fuoco, che leverei le tende.
Dall'altra parte dell'abitato si ergeva un enorme terrapieno, la cui sommi-
tà era raggiunta da una sterrata larga almeno quattro corsie, che vi s'inerpicava con un paio di tornanti. Il resto del bastione, che doveva essere alto
almeno cento metri, era intersecato da profonde trincee di scolo. Sembravano rughe in una pelle molto vecchia. Ai piedi del cratere (Peter immaginò che quella che vedeva fosse una sezione circolare delle pareti di un cratere, conseguente a operazioni di estrazione mineraria), erano raggruppati
alcuni autocarri, piccoli come giocattoli in confronto alla montagna di terra, nei pressi di una lunga costruzione in lamiera con un nastro trasportatore che usciva da entrambe le estremità.
Il loro autista parlò per la prima volta da quando li aveva informati di
avere la testa piena di buchi o qualcosa del genere.
«Rattlesnake Numero Due. La chiamano anche China Pit.» Il tono era di
una guida turistica che trovava ancora soddisfazione nel suo lavoro. «La
vecchia Numero Due è stata aperta nel 1951 e dal 1962 in avanti, fino alla
fine degli anni Settanta, è stata la più grande miniera di rame a cielo aperto
in tutti gli Stati Uniti, se non nel mondo intero. Poi si è esaurita. L'hanno
riaperta due anni fa. Ci sono certe nuove tecnologie grazie alle quali si
possono sfruttare anche i residui. Ah, la scienza! Mamma mia!»
Eppure non si muoveva niente in cima alla montagna, nessun movimento che Peter riuscisse a distinguere, sebbene fosse un giorno feriale. Solo
quel gruppo di autocarri vicino a quello che probabilmente era l'impianto
di separazione e un altro veicolo, un camion a cassone scoperto, parcheggiato ai bordi dell'ampia sterrata che saliva alla cima. I nastri trasportatori
ai due lati della costruzione metallica erano fermi.
Il poliziotto attraversò il centro cittadino e quando passarono sotto al
semaforo, Mary schiacciò le mani di Peter due volte in rapida successione.
Lui seguì la direzione del suo sguardo e vide tre biciclette al centro della
via che tagliava la Main Street. Erano a un isolato e mezzo da loro, rovesciate sulla sella e allineate, con le ruote all'insù. Le ruote giravano nel
vento sostenuto come le pale di mulini a vento.
Mary si girò a guardarlo, con gli occhi bagnati più grandi che mai. Peter
le strinse di nuovo le mani e le fece cenno di non parlare.
Il poliziotto segnalò una svolta a sinistra (ridicolo, date le circostanze)
ed entrò in un piccolo piazzale di parcheggio pavimentato di recente e delimitato su tre lati da muri di mattoni. Sulla superficie liscia e uniforme
dell'asfalto erano tracciate brillanti strisce bianche. Sulla parete di fondo
un cartello avvertiva:
RISERVATO AI DIPENDENTI MUNICIPALI
E ALLE ATTIVITÀ DEL MUNICIPIO
RISPETTATE QUESTO PARCHEGGIO.
Solo in Nevada verrebbe in niente a qualcuno di chiedere di rispettare
un parcheggio, rifletté Peter. A New York ci sarebbe scritto I VEICOLI
NON AUTORIZZATI SARANNO RUBATI E I LORO PROPRIETARI
MANGIATI.
C'erano quattro o cinque automobili. Una, una Ford familiare vecchia e
rossa di ruggine, portava la scritta CAPO VIGILI DEL FUOCO. C'era anche un'altra auto di pattuglia, in condizioni migliori di quella del capo dei
pompieri, ma non nuova come quella che guidava il loro sequestratore.
Uno solo degli spazi era riservato ai portatori di handicap. Lì parcheggiò
l'Agente Cortese. Spense il motore e rimase seduto per un momento o due,
a capo chino, canticchiando sottovoce e battendo nervosamente le dita sul
volante. A Peter sembrò di riconoscere nel motivetto Last Train to Clarksville.
«Non ci uccida», disse all'improvviso Mary con una voce piena di tremori e pianto. «Faremo tutto quello che vuole, la prego, non ci uccida.»
«Chiudi quel beccaccio da ebrea», rispose il poliziotto. Non alzò la testa
e continuò a tamburellare sul volante con la punta delle dita grosse come
salsicce.
«Non siamo ebrei!» reagì suo malgrado Peter. Il tono non era impaurito,
ma piuttosto lagnoso, stizzito. «Noi siamo... be', presbiteriani, suppongo.
Cos'è questa storia degli ebrei?»
Mary guardò il marito con orrore, poi tornò a guardare attraverso la rete
per vedere come la prendeva il poliziotto. All'inizio rimase com'era, con la
testa abbassata e le dita che si muovevano sul volante. Poi afferrò il cappello e scese. Peter si chinò per vederlo dal finestraino sistemarsi il cappello sulla testa. La sua ombra era ancora tozza, ma non più circoscritta ai
piedi. Peter controllò l'ora e vide che mancavano pochi minuti alle due e
mezzo. Meno di un'ora prima, l'interrogativo più importante sul quale si
erano dibattuti lui e sua moglie era dove avrebbero pernottato. La sua sola
preoccupazione era stata il forte sospetto di essere rimasto sprovvisto di
Rolaid.
Il poliziotto aprì lo sportello posteriore sinistro. «I signori sono pregati
di smontare dal veicolo.»
Scesero, Peter per primo. Nella luce forte e nel calore intenso rimasero
immobili a guardare titubanti l'uomo in divisa color cachi, cinturone e cappello stile fanteria.
«Adesso andiamo all'ingresso del municipio», li informò il poliziotto.
«Si gira a sinistra quando siamo al marciapiede. E a me sembrate ebrei.
Tutti e due. Avete quel naso grosso che è tipico delle facce ebree.»
«Agente...» cominciò Mary.
«No», la interruppe lui. «Camminate. A sinistra. Non fatemi perdere la
pazienza.»
S'incamminarono. I loro passi sul nero catrame posato di fresco risonarono più forti del normale. Peter non riusciva a togliersi dalla testa l'orsacchiotto di plastica sul cruscotto. La testa che ballonzolava e gli occhietti
dipinti. Chi poteva averlo regalato al poliziotto? La nipotina prediletta?
Una figlia? L'Agente Cortese non aveva fede nuziale, Peter lo aveva notato
guardandolo tamburellare con le dita sul volante, ma questo non significava che non fosse mai stato sposato. E l'ipotesi che una donna coniugata a
quell'uomo avesse a un certo punto preferito il divorzio non gli sembrava
molto inverosimile.
Dall'alto giungeva un cigolio noioso. Guardò nella strada e vide una
banderuola ruotare veloce sul tetto di un bar che si chiamava Bud's Suds.
Era un folletto con una pignatta d'oro sotto un braccio e un sorriso sornione sulla faccia rotante. Era la banderuola a produrre il rumore.
«A sinistra, stupido», lo apostrofò il poliziotto in un tono più rassegnato
che spazientito. «Non sai qual è la sinistra? All'Homo Presbyterianus di
New York non insegnano la dritta e la manca?»
Peter girò a sinistra. Procedevano fianco a fianco, marito e moglie, tenendosi ancora per mano. Arrivarono a tre gradini di pietra che salivano a
un moderno ingresso a due battenti con i vetri antiriflesso. La palazzina era
invece molto meno moderna. Secondo una tabella dipinta di bianco appesa
a mattoni scoloriti era la sede del MUNICIPIO DI DESPERATION. Sotto,
sulla porta, erano elencati gli uffici e i servizi reperibili all'interno: sindaco, commissione scolastica, dipartimenti di Vigilanza del Fuoco, Polizia,
Sanità, Previdenza, Prospezione e Analisi Mineraria. In fondo al battente
di destra c'era scritto: MSHA VENERDÌ ALLE 13.00 E PER
APPUNTAMENTO.
Il poliziotto si fermò davanti ai gradini a guardare con curiosità i Jackson. Nonostante la calura brutale, probabilmente oltre i trentacinque
gradi, non sudava affatto. Da dietro, monotono nel silenzio, giungeva il cigolio della banderuola.
«Tu sei Peter», disse.
«Sì, Peter Jackson.» Peter s'inumidì le labbra.
Il poliziotto spostò gli occhi su di lei. «E tu sei Mary.»
«Sì.»
«Allora Paul dov'è?» chiese il poliziotto, contemplandoli con un'espressione bonaria mentre la banderuola arrugginita cigolava e girava sul tetto
del bar.
«Come?» ribatté Peter. «Non capisco.»
«Come fate a cantare Five Hundred Miles o Leavin' on a Fucking Jet
Plane senza Paul?» domandò il poliziotto e aprì il battente di destra. Uscì
una ventata di aria raffreddata artificialmente. Peter sentì l'aria sulla faccia
ed ebbe tempo di goderne la fresca carezza prima che Mary urlasse. Gli
occhi di lei si erano adattati alla penombra dell'interno prima di quelli di
lui, ma vide anche Peter pochi istanti dopo. Ai piedi delle scale era riversa
al suolo una bambina che poteva avere sei anni, appoggiata per metà sugli
ultimi quattro gradini. Una mano era gettata all'indietro, sopra la testa. Era
posata con il palmo all'insù sul gradino superiore. I capelli color paglia erano raccolti in due trecce. Aveva gli occhi sbarrati e la testa inclinata in
un angolo innaturale. Peter non ebbe dubbi su chi fosse stata la proprietaria
della bambolina davanti alla scaletta del camper, QUATTRO ALLEGRI
VAGABONDI, c'era scritto, ma la definizione era palesemente datata, in
questi tempi moderni. Nemmeno su questo aveva alcun dubbio.
«Mamma mia!» esclamò allegramente il poliziotto. «Mi ero completamente dimenticato di lei! Ma non si può ricordare sempre tutto, giusto?
Anche a mettercisi d'impegno!»
Mary gridò di nuovo, con le dita ripiegate contro i palmi e le mani contro la bocca. Cercò di precipitarsi giù per i gradini dell'ingresso.
«No, no, pessima idea», affermò il poliziotto. La prese per una spalla e
la scaraventò oltre la soglia, tenendo la porta aperta con l'altra mano. Mary
entrò barcollando nel piccolo atrio, sbracciandosi nel tentativo di mantenere l'equilibrio, perché non voleva cadere addosso alla bambina morta in jeans e maglietta MotoKop 2200.
Peter fece per seguire la moglie e il poliziotto lo bloccò con entrambe le
mani, usando ora il sedere per tenere aperto il battente di destra. Passò un
braccio intorno alle spalle di Peter. La sua espressione era aperta e amichevole. Ma soprattutto, meglio di tutto, era quella di una persona equilibrata, come se il suo angelo custode almeno per il momento l'avesse avuta
vinta sul suo demone. Peter sentì nascere un filo di speranza e lì per lì non
associò la pressione che avvertiva allo stomaco con la mostruosa pistola
del poliziotto. Pensò a suo padre, che talvolta gli spingeva nel ventre un dito mentre gli dispensava i suoi consigli e usava il dito come per spingere a
casa i suoi aforismi, tutte impeccabili massime come: nessuna ragazza resta incinta se uno di voi due tiene le mutande addosso, Petie.
Non si accorse che era la pistola e non una delle dita enormi del poliziotto prima che Mary strillasse: «No! Oh, no!»
«Non...» cominciò Peter.
«Non m'importa se sei ebreo o indù», disse il poliziotto stringendo Peter
contro di sé. Gli strizzò una spalla con la mano sinistra in un gesto cameratesco mentre armava il cane della .45 con il pollice della destra. «A Desperation non sono cose che c'interessano più che tanto.»
Schiacciò il grilletto almeno tre volte. Forse di più, ma tre furono i colpi
che udì Peter Jackson. Furono soffocati dal suo addome, ma l'eco fu potente lo stesso. Una vampata di calore incredibile gli invase il torace e gli scese contemporaneamente per le gambe e sentì qualcosa di bagnato cascargli
sulle scarpe. Udì Mary gridare ancora, ma la sua voce arrivava da molto,
molto lontano.
Adesso mi sveglierò nel mio letto, pensò mentre le ginocchia gli cedevano e il mondo cominciava ad allontanarsi, fulgido come sole pomeridiano
sulla fiancata metallica di un vagone che si perde in lontananza. Adesso...
Non ci fu altro. Il suo ultimo pensiero mentre lo ingoiavano per sempre
le tenebre non fu per la verità un vero pensiero, ma un'immagine: l'orsetto
sul cruscotto vicino alla bussola del poliziotto. Con la testa dondolante. Gli
occhietti dipinti fissi su di lui. Gli occhi si trasformarono in fori, dai fori
sprizzò il buio, poi non ci fu più niente.
2
1
Ralph Carver era immerso nel nero e non aveva voglia di risalire. Presagiva l'agguato di un dolore fisico, forse i postumi di una sbornia, e di quelle clamorose, se riusciva ad avvertire il mal di testa persino nel sonno, ma
non solo. C'era qualcos'altro. Qualcosa che aveva a che fare con
(Kirsten)
quella mattina. Qualcosa a che fare con
(Kirsten)
le loro vacanze. Si era ubriacato, pensava, si era reso protagonista di una
sceneggiata disgustosa, senza dubbio Ellie ce l'aveva a morte con lui, ma
ancora non bastava a spiegare perché si sentisse così male...
Grida. Qualcuno stava gridando. Ma lontano.
Cercò di sprofondare ancora di più nel nero, ma due mani gli presero
una spalla e cominciarono a scuoterlo. Ogni scossone gli spediva una mostruosa fitta di dolore nella povera testa annegata nell'alcol.
«Ralph! Svegliati, Ralph! Devi svegliarti!»
Era Ellie a scuoterlo. Era in ritardo per il lavoro? Come poteva essere in
ritardo per il lavoro se erano in vacanza?
Poi, dirompenti, tanto forti da squarciare il nero come la luce concentrata
di un proiettore, colpi d'arma da fuoco. Tre, poi una pausa, poi un quarto.
Spalancò gli occhi drizzandosi a sedere, incapace per un momento di capire dove fosse o che cosa stesse accadendo. Sapeva solo di avere un dolore spaventoso in una testa diventata grande come un carro da corteo nella
sfilata della Festa del Ringraziamento. Qualcosa di appiccicoso come marmellata o sciroppo di acero su un lato della faccia. Ellen che lo guardava,
un occhio sgranato e ansioso, l'altro quasi completamente seppellito in
pieghe tumefatte di carne bluastra.
Grida. Da qualche parte. Una donna. Sotto di loro. Forse...
Cercò di alzarsi in piedi ma le articolazioni delle ginocchia non funzionavano. Cadde in avanti dal letto sul quale era seduto (ma non era un letto,
era una branda) e si ritrovò per terra carponi. Una nuova fitta di dolore gli
trapassò la testa e per un istante pensò che il cranio gli si sarebbe spaccato
come un guscio d'uovo. Poi si guardò le mani attraverso ciocche di capelli
arruffati. Erano entrambe sporche di sangue, la sinistra molto più rossa
della destra. Mentre se le contemplava, un ricordo improvviso
(Kirsten oh Gesù Ellie prendila)
gli esplose nel cervello come un fuoco d'artificio carico di veleno e allora urlò anche lui, urlò alle proprie mani insanguinate, urlò sentendo la realtà dalla quale aveva cercato di sottrarsi piombargli nella mente come un
sasso gettato in uno stagno. Kirsten era caduta dalle scale...
No. Spinta.
Quel pazzo bastardo che li aveva portati lì aveva spinto la sua figlioletta
di sette anni giù dalle scale. Ellie si era tuffata e il pazzo bastardo l'aveva
atterrata con un pugno in un occhio. Ma Ellie era caduta sulle scale, mentre
Kirsten era piombata giù per le scale, con gli occhi sbarrati dallo stupore.
Ralph non pensava che avesse capito che cosa stava succedendo e se non
gli era permesso di aggrapparsi ad altro, sarebbe rimasto appeso a quell'unica speranza, che tutto fosse avvenuto troppo in fretta perché potesse
comprendere. Poi era venuta a contatto con il gradino, era ruzzolata, i suoi
piedi erano volati prima all'insù e poi all'indietro, e c'era stato quel rumore,
quel terribile rumore come di un ramo che si spezza sotto il peso del ghiaccio, e a un tratto tutto di lei era cambiato, aveva visto la trasformazione ancor prima che si fermasse in fondo alle scale, come se laggiù non ci fosse
una bambina, bensì un pupazzo impagliato, con la testa imbottita di stoppia.
Non pensarci, non pensarci, non... osare pensarci.
Ma doveva. Il modo in cui era atterrata... il modo in cui giaceva ai piedi
delle scale con la testa da una parte...
Vide sangue fresco che gli gocciolava sulla mano sinistra. C'era qualcosa che non andava bene su quel lato della sua testa. Che cosa era successo?
Il poliziotto aveva colpito anche lui, forse con il calcio di quella sua mostruosa pistola? Poteva darsi, ma quelle fasi erano quasi completamente
cancellate. Ricordava la raccapricciante capriola della bambina e il tratto di
scale che aveva compiuto scivolando e il momento in cui si era fermata
con la testa inclinata in quel modo, ma non ricordava altro. Cristo, non era
sufficiente?
«Ralph?» Ellie lo strattonava ansimando. «Alzati, Ralph! Ti prego, tirati
su!»
«Papà! Dai, papà!» Quello era David, da più lontano. «Sta bene, mamma? Sanguina di nuovo, vero?»
«No... no, non...»
«Sì che sanguina, lo vedo da qui. Stai bene, papà?»
«Sì», rispose. Puntò bene un piede sotto di sé, trovò a tentoni la branda,
si raddrizzò con qualche fatica. Il sangue gli appannava l'occhio sinistro.
La palpebra era pesante come se gliel'avessero intinta in gesso da muro. Se
la ripulì con la mano, reagendo con una smorfia al bruciore improvviso
che avvertì nella zona sopra l'occhio sinistro, dove gli sembrava di avere i
nervi scoperti. Cercò di girarsi nella direzione da cui proveniva la voce del
figlio e vacillò. Era come trovarsi su un natante. Aveva perso il senso dell'equilibrio e anche quando smise di muoversi, la sensazione che aveva
nella testa era di girare ancora, rollando e beccheggiando. Ellie lo afferrò
per sorreggerlo e aiutarlo a camminare.
«È morta, vero?» chiese. La voce strozzata gli saliva da una gola foderata di sangue morto. Non credeva nemmeno lui alle parole pronunciate da
quella voce, ma temeva che sarebbe venuto il momento in cui avrebbe dovuto crederci. E sarebbe stato il momento peggiore. A suo tempo. «Kirsten
è morta.»
«Credo di sì.» Questa volta fu Ellie a barcollare. «Cerca di reggerti alle
sbarre, Ralph, ce la fai? Così mi butti giù.»
Erano in una cella. Davanti a lui, dove non arrivava con le mani, c'era la
porta a sbarre. Le sbarre erano dipinte di bianco e in certi punti la vernice
si era solidificata in coste spesse. Ralph si protese in un passo malfermo e
le afferrò. Dall'altra parte c'era una scrivania al centro di un locale quadrato, come l'esigua area di palcoscenico allestito in un dramma minimalista.
Sul tavolo c'erano delle carte, una doppietta e una manciata di grosse cartucce verdi. L'antiquata seggiola di legno infilata nel vano per le ginocchia
era munita di rotelle e sul sedile c'era un cuscino del cui colore blu rimaneva poco. La lampada a soffitto era protetta da una cupola di rete metallica. Le mosche morte all'interno proiettavano ombre enormi e grottesche.
C'erano celle su tre lati. Quella al centro, probabilmente riservata agli
ubriachi, era ampia e vuota. Ralph ed Ellie Carver si trovavano in una di
quelle più piccole. Nell'altra, a destra, non c'era nessuno. Di fronte c'erano
altre due celle piccole come gabbiette. In una c'era il loro figlio undicenne,
David, insieme con un uomo dai capelli bianchi. Ralph non vedeva altro di
quell'uomo, perché era seduto sulla branda con la testa abbassata nelle mani. Quando da sotto giunse un altro strillo, David si girò in quella direzione, dove una porta aperta si affacciava su una rampa di scale
(Kirsten, Kirsten cade, lo schiocco delle vertebre del collo che si spezzano)
che scendeva al livello stradale, ma l'uomo canuto non si mosse affatto.
Ellie andò a fermarsi di fianco a Ralph e gli fece scivolare un braccio intorno alla vita. Lui si arrischiò a staccare una mano dalle sbarre per poter
prendere quella di lei.
Ora dalla rampa di scale giunsero tonfi, colpi soffocati, sempre più vicini. Stava portando su la donna a far loro compagnia, ma lei non era molto
d'accordo.
«Dobbiamo aiutarlo!» stava gridando. «Dobbiamo aiutare Peter! Dobbiamo...»
Le invocazioni le morirono in gola quando fu scaraventata nella stanza.
L'attraversò con un'inaspettata grazia da ballerina classica, saltellando sulla
punta dei piedi, le scarpe bianche da tennis come scarpette da ballo, le mani protese, i capelli che le fluttuavano dietro la testa, jeans, una camicia ce-
leste. Finì addosso alla scrivania, urtandola con le cosce forte abbastanza
da spingerla verso la seggiola. Allora, dall'altra parte, David cominciò a
strillare come un pazzo, alle sbarre della sua cella, saltando su e giù e lanciando guaiti sconvolti e frenetici come Ralph non gli aveva mai sentito,
né avrebbe mai sospettato potesse produrre.
«Il fucile, signora!» strillò David. «Prenda il fucile, gli spari, gli spari,
signora, gli spari!»
Finalmente l'uomo con i capelli bianchi alzò la testa. La sua faccia era
anziana e bronzea di sole del deserto; le borse sotto gli occhi da alcolizzato
lo facevano somigliare a un segugio.
«Lo prenda!» gracchiò. «Gesù santo, donna, prenda quel fucile!»
La donna in jeans e camicia celeste si girò verso il ragazzo, poi guardò
in direzione delle scale, da cui giungevano i rumori di passi pesanti.
«Lo faccia!» rincarò Ellie dalla sua cella. «Ha ucciso nostra figlia, ci
ucciderà tutti! Il fucile!»
La donna in jeans e camicia celeste prese il fucile.
2
Prima del Nevada, era andato tutto bene.
Erano partiti dall'Ohio come quattro allegri vagabondi, destinazione il
lago Tahoe. Ellie Carver e i bambini avrebbero fatto il bagno e passeggiato
per dieci giorni e Ralph Carver avrebbe giocato, adagio, deliziandosi e
mettendoci tutta la concentrazione del mondo. Sarebbe stata la loro quarta
sortita nel Nevada, la seconda a Tahoe, e Ralph avrebbe continuato a rispettare la ferrea regola con la quale sempre si sedeva a un tavolo da gioco: avrebbe smesso quando avesse o a) perso mille dollari o b) ne avesse
vinti diecimila. Nelle tre gite precedenti non aveva mai raggiunto uno di
questi obiettivi. Una volta era tornato a Columbus con cinquecento dollari
del suo budget ancora intatti, una volta con duecento e, l'anno prima, era
rientrato con più di tremila dollari nella tasca interna sinistra della sua
giacca safari portafortuna. Durante quel tragitto avevano pernottato negli
Hilton e negli Sheraton invece che nel camper in campeggio e i genitori
Carver ci avevano dato dentro tutte le sacrosante notti, nessuna esclusa.
Ralph considerava quel ritmo fenomenale per un uomo e una donna sulla
via dei quaranta.
«Sarai stanca delle case da gioco», aveva annunciato in febbraio, quando
avevano cominciato a discutere delle vacanze. «Vuoi che facciamo la Cali-
fornia quest'anno? Messico?»
«Come no, così ci buschiamo tutti la dissenteria», aveva risposto Ellie.
«Ammiriamo il Pacifico tra una corsa e l'altra alla casa de popò, o come
diavolo la chiamano laggiù.»
«Ti andrebbe il Texas? Potremmo portare i bambini a visitare il forte di
Alamo.»
«Troppo caldo, troppo storico. A Tahoe c'è fresco anche in luglio. Ai
bambini piace. E anche a me. E finché non vieni a cercar soldi da me
quando hai finito i tuoi...»
«Sai che non lo farei mai», si era schermito lui, con una punta di meraviglia nella voce. Sentendosi un po' meravigliato, per la verità. Erano seduti nella cucina del loro villino a Wentworth, non lontano da Columbus, erano seduti vicino al frigidaire color bronzo tutto disseminato di calamite a
margherita a esaminare i pieghevoli, inconsapevoli entrambi che il gioco
d'azzardo era già cominciato e che la prima perdita sarebbe stata la loro figlia. «Sai che cosa ti ho sempre detto...»
«'Appena appaiono i primi segni della dipendenza, il gioco finisce'», aveva ripetuto lei. «Lo so, lo ricordo, ci credo. A te piace Tahoe, a me piace
Tahoe, ai bambini piace Tahoe. Tahoe va benissimo.»
Ellen aveva fatto le prenotazioni e quel giorno, se era ancora quello, erano sulla U.S. 50, la cosiddetta strada più desolata d'America, diretti a ovest
attraverso il Nevada, verso l'alta Sierra. Kirsten giocava con Melissa Sweetheart, la sua bambola del cuore, Ellie sonnecchiava e David, seduto di
fianco a Ralph, guardava dal finestrino tenendosi il mento con una mano.
Fino a non molto prima leggeva la Bibbia che gli aveva regalato il suo
nuovo amico reverendo (Ralph sperava ardentemente che Martin non fosse
un pedofilo; era sposato, per fortuna, tuttavia non si poteva mai essere del
tutto sicuri di niente), ma adesso aveva segnato la pagina e l'aveva riposta
nel vano portaoggetti. Ralph ebbe di nuovo voglia di chiedergli che cosa
stesse pensando, che cosa avesse letto di interessante nella Bibbia, ma lo
stesso sarebbe stato se avesse cercato di interrogare un palo del telefono.
David (detestava essere chiamato Dave) era un bambino particolare da
quel punto di vista, diverso dai genitori. Nemmeno molto simile alla sorella, per la verità. Quell'interesse improvviso per la religione, che Ellen
chiamava «la cotta divina di David», era solo una delle sue stranezze. Sarebbe passata e intanto, per sua buona sorte, David non lo assillava con citazioni dai testi sacri sul gioco d'azzardo o l'opportunità di non invocare il
nome di Dio invano e di evitare l'uso del rasoio nei fine settimana. Del re-
sto voleva un mondo di bene a quel ragazzino e l'amore è un sentimento
abbastanza elastico da poter comprendere una moltitudine di stranezze.
Sospettava anzi che comprenderle fosse appunto uno degli scopi che aveva
l'amore.
Stava aprendo la bocca per domandare a David se avesse voglia di giocare alle Venti Domande (non c'era stato molto da vedere da quando erano
partiti da Ely quella mattina e la noia gli stava diventando insopportabile),
quando aveva sentito il volante spegnerglisi tra le mani, mentre il rombo
sostenuto delle ruote sul fondo stradale si trasformava a un tratto in un
flaccido sbatacchiare.
«Papà?» aveva esclamato David. Sembrava preoccupato ma non spaventato. Meglio così. «Tutto bene?»
«Tieniti forte», aveva risposto lui cominciando a pompare il pedale del
freno. «L'atterraggio potrebbe essere un po' brusco.»
Ora, in piedi alle sbarre della cella, mentre guardava quella donna sconvolta che poteva essere la loro sola speranza di sopravvivere a quell'incubo, pensò: Altro che brusco, vero?
Gli scoppiava la testa a gridare, ma gridò lo stesso, senza rendersi conto
di quanto il suo strillo somigliasse a quello di suo figlio. «Gli spari, signora, gli spari!»
3
Le parole che Mary Jackson ricordò, le parole che la spinsero a prendere
il fucile anche se mai ne aveva imbracciato uno, né mai aveva stretto in
pugno una pistola, furono quelle che il gigantesco poliziotto aveva mescolato alla recita dei loro diritti: vi ucciderò.
E parlava sul serio. Mio Dio, sì.
Ruotò su se stessa con il fucile tra le mani. Il mastodontico poliziotto
biondo era nel vano della porta e la guardava con quegli occhi luminosi,
grigi e vuoti.
«Gli spari, signora, gli spari!» gridò un uomo. Era nella cella a destra di
Mary, accanto a una donna con un occhio così nero che il livido le aveva
disegnato propaggini sulla guancia come inchiostro iniettato sotto la cute.
Lui era in condizioni peggiori, con il lato sinistro della faccia coperto di
sangue parzialmente rappreso.
Il poliziotto corse verso di lei, facendo tremare il pavimento di assi sotto
gli stivali. Mary indietreggiò verso la grande cella vuota in fondo alla stan-
za e, mentre si spostava all'indietro, armò entrambi i cani con il pollice. Poi
si alzò il fucile alla spalla. Non aveva intenzione di dargli un avvertimento.
Quell'uomo aveva appena ucciso suo marito a sangue freddo e lei non aveva intenzione di avvertirlo di niente.
4
Ralph aveva premuto ripetutamente il pedale del freno, reggendo il volante con i gomiti bloccati, in modo da concedere allo sterzo un po' di gioco sotto le mani, ma non troppo. Sentiva che il camper cercava di sbandare. Il segreto per mantenere il controllo di un camper che fora a forte andatura, gli avevano spiegato, era di lasciare che sbandasse... di quel tanto.
Peccato però (brutte nuove, ragazzi) che la sensazione non era quella di
una sola foratura.
Guardò nello specchietto retrovisore. Kirsten aveva smesso di giocare
con Melissa Sweetheart e ora si stringeva la bambola al petto. Kirstie sapeva che qualcosa non andava per il verso giusto. Ma non sapeva che cosa.
«Siediti, Kirsten!» le gridò. «Sta' giù!»
Ma era già tutto finito. Fermò il camper oltre il ciglio della strada, spense il motore e si deterse il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Tutto sommato riteneva di non essersela cavata malaccio. Non aveva fatto rovesciare nemmeno il vaso di fiori del deserto sul tavolino nel retro. Li avevano raccolti Ellie e Kirstie quella mattina dietro al motel di Ely, mentre
lui e David caricavano i bagagli e saldavano il conto.
«Bella manovra, papà», si complimentò David.
Ora Ellie era seduta e si guardava intorno confusa. «Ci siamo fermati per
andare al bagno?» chiese. «Perché siamo inclinati in questo modo,
Ralph?»
«Abbiamo...»
S'interruppe con lo sguardo fisso allo specchietto esterno. Stava sopraggiungendo a forte andatura una macchina della polizia con i lampeggianti
blu in funzione. Si fermò con uno stridio di freni a un centinaio di metri da
loro e dallo sportello si catapultò fuori il poliziotto più grosso che Ralph
avesse mai visto. Vide che aveva la pistola in pugno e si sentì infiammare
di adrenalina.
Il poliziotto guardò a destra e a sinistra, con la pistola all'altezza della
spalla e la canna puntata al cielo limpido del mattino. Poi ruotò su se stesso. Quando si trovò di nuovo girato dalla parte del camper, fissò lo spec-
chietto laterale, dove incontrò gli occhi di Ralph. Allora alzò entrambe le
mani al di sopra della testa e le riabbassò in un gesto violento, che ripeté
più volte. Impossibile non capire il significato della sua mimica. Restate
dentro, restate dove siete.
«Ellie, chiudi a chiave dietro.» Mentre dava l'ordine, Ralph schiacciava
il bottone di fianco a sé. David, che lo stava osservando, fece lo stesso dall'altra parte senza aspettare di essere invitato.
«Cosa?» domandò Ellie frastornata. «Che cosa c'è?»
«Non lo so, ma laggiù c'è uno sbirro e mi sembra su di giri.» Laggiù dove abbiamo forato, pensò.
Il poliziotto si chinò a raccogliere qualcosa dalla strada. Era una striscia
a maglie che sprigionava piccoli scintillii come i lustrini su un vestito da
sera.
Tornò alla sua macchina, trascinando la striscia stretta nella mano a un'estremità, con la pistola sempre nell'altra, sempre all'altezza della spalla.
Sembrava che cercasse di guardare contemporaneamente in tutte le direzioni.
Ellie bloccò il portellone posteriore e la porta laterale, poi tornò ad affacciarsi in cabina. «Si può sapere che cosa sta succedendo?»
«Te l'ho già detto, non lo so. Ma non mi sembra, come dire, molto incoraggiante.» Le indicò lo specchio laterale accanto al finestrino.
Ellie si piegò con le mani sulle ginocchia e, con Ralph, guardò il poliziotto lasciar cadere la striscia a maglie sul sedile anteriore, quindi girare
intorno alla sua automobile stringendo ora la pistola con entrambe le mani.
Solo più tardi Ralph avrebbe riflettuto sull'astuzia di quella piccola manovra.
Kirstie si avvicinò alla mamma da dietro e cominciò a batterle dolcemente Melissa Sweetheart sul sedere sporto all'infuori. «Pop, pop, pop,
pop», cantilenò. «Ma che gran bel popò di mamma.»
«No, Kirstie.»
Di solito Kirstie non avrebbe desistito prima di due o tre ingiunzioni, ma
quella volta qualcosa nella voce di sua madre la indusse a smettere subito.
Guardò il fratello, che fissava il suo specchio con la stessa intensità con cui
gli adulti avevano gli occhi fissi su quello di papà. Gli si avvicinò e cercò
di montargli sulle ginocchia. David la respinse con affetto e fermezza.
«Non ora, Pie.»
«Ma che cosa c'è? Qualcosa di importante?»
«No, niente di importante», rispose David, senza distogliere gli occhi
dallo specchio.
Il poliziotto salì sulla sua macchina e coprì il pezzo di strada che lo divideva dal camper. Scese di nuovo, sempre con la pistola in pugno, ma adesso abbassata lungo la gamba con la canna puntata al suolo. Guardò ancora
a destra e a sinistra, poi si avvicinò al finestrino di Ralph. Il sedile di guida
di un Wayfarer è molto più alto di quello di una normale autovettura, ma il
poliziotto era così gigantesco, almeno due metri di statura, che riusciva lo
stesso a guardare dall'alto Ralph seduto al volante.
Mimo una manovella con la mano libera. Ralph abbassò il finestrino per
metà. «Che cosa succede, agente?»
«Quanti siete?»
«Che cosa...»
«Quanti siete, signore?»
«Quattro», rispose Ralph, cominciando ora a sentirsi davvero impaurito.
«Io, mia moglie e i nostri due figli. Siamo rimasti con un paio di gomme a
terra e...»
«No, signore. Con tutte le gomme a terra. È passato su uno stuoino da
strada.»
«Non credo...»
«È una striscia di maglie con centinaia di chiodi», spiegò il poliziotto.
«Lo usiamo tutte le volte che è possibile per fermare quelli che violano i
limiti di velocità. Mille volte meglio che corrergli dietro.»
«Che ci faceva una cosa del genere in mezzo alla strada?» s'indignò Ellie.
«Adesso apro lo sportello posteriore della mia macchina», replicò il poliziotto. «Quello dalla parte del vostro camper. Quando vedete che è aperto, voglio che usciate dal vostro veicolo e saliate sul mio. Alla svelta.»
Allungò il collo, scorse Kirsten, che spiava da dietro la madre, appesa a
una sua gamba, e le sorrise. «Ciao, bambina.»
Kirstie contraccambiò il sorriso.
Il poliziotto spostò brevemente gli occhi su David. Annuì e David fece
altrettanto evitando di compromettersi. «Chi è stato, signore?» chiese all'agente.
«Un tipo poco perbene», rispose il poliziotto. «Tanto ti basti sapere per
ora, figliolo. Un tipo molto poco perbene. Tak!»
«Agente...» cominciò Ralph.
«Signore, con tutto il dovuto rispetto, mi sento come un bersaglio fisso a
un baraccone del tiro a segno. C'è un uomo pericoloso nei paraggi, è uno
che sa come adoperare un fucile, e quel pezzetto di stuoia da autostrada mi
fa pensare che non è lontano. Ulteriori discussioni sulla situazione dovranno essere rimandate a quando la nostra posizione sarà stata migliorata, mi
capisce?»
Tak? si chiese Ralph. Si chiamava forse così? «Sì, ma...»
«Lei per primo, signore. Tenga in braccio la bambina. Poi il ragazzo.
Sua moglie per ultima. Starete stretti, ma c'è posto per tutti.»
Ralph si slacciò la cintura e si alzò. «Dove andiamo?» volle sapere.
«A Desperation. Cittadina mineraria. A circa otto miglia da qui.»
Ralph annuì, alzò il vetro del finestrino e prese in braccio Kirsten. Lei lo
guardò con un'espressione turbata che non era lontana dalle lacrime.
«Papà, quello è il Babauone?» gli chiese lei. Il Babauone era un mostro
che aveva portato a casa da scuola. Ralph non aveva saputo individuare
quale dei compagni avesse descritto alla sua dolce figlioletta il truce orco
abitatore di armadi, ma se lo avesse scovato (dava per scontato che dovesse essere un maschio, aveva avuto l'impressione che nei cortili delle scuole
americane la cura e la nutrizione dei mostri venisse immancabilmente affidata ai maschietti) lo avrebbe gioiosamente strozzato. Erano occorsi due
mesi perché Kirstie si togliesse dalla testa l'incubo del Babauone. E adesso...
«No, non è il Babauone», la rincuorò. «Probabilmente è solo un impiegato delle poste in una giornata no.»
«Ma papà, tu lavori per le poste», obiettò lei, mentre il padre la portava
verso la porta che si apriva al centro del caravan.
«Già», rispose, vedendo con la coda dell'occhio Ellie che camminava
dietro a David, tenendogli le mani sulle spalle. «È una specie di scherzo,
capisci?»
«Come un toc-toc senza toccare?»
«Già», disse di nuovo lui. Guardò dal finestrino e vide che il poliziotto
aveva aperto lo sportello posteriore dell'automobile. Vide anche che,
quando l'avesse aperta, la porta del camper si sarebbe sovrapposta a quella
della macchina, creando una barriera protettiva. Molto bene.
Sicuro. Solo se quel bastardo del deserto che sta cercando questo sbirro
non è dall'altra parte. Dio santissimo, perché non siamo andati ad Atlantic
City?
«Papà?» Era David, il figlio intelligente ma un po' eccentrico che dall'autunno precedente aveva cominciato ad andare in chiesa, dopo quello
che era accaduto al suo amico Brian. Non al corso domenicale di catechi-
smo, non alle riunioni giovanili del giovedì sera, ma proprio in chiesa. E la
domenica pomeriggio in canonica, a chiacchierare con il suo nuovo amico,
il reverendo Martin. Il quale, per inciso, sarebbe morto lentamente se avesse condiviso con David qualcosa di più dei soli pensieri. Secondo David
erano solo conversazioni e dopo quello che era successo a Brian, c'era da
credere che il ragazzo avesse bisogno di parlare con qualcuno. Si rammaricava però che David non fosse stato capace di sottoporre i suoi interrogativi ai suoi genitori invece di cercare assistenza in un pio estraneo, che era sì
sposato, ma forse...
«Papà? Va tutto bene?»
«Sì. Tutto bene.» Non sapeva se andava tutto bene, in verità brancolava
nel buio, ma era così che si rispondeva ai propri figli, no? Sì, tutto bene. Se
fosse stato in aereo con David e i motori si fossero guastati, gli avrebbe
messo un braccio intorno alle spalle e gli avrebbe ripetuto che andava tutto
bene fino al momento dello schianto.
Aprì la porta che sbatté contro l'interno dello sportello dell'automobile.
«Avanti, presto, diamoci una mossa», li incalzò il poliziotto guardandosi
intorno con nervosismo.
Ralph scese con Kirstie nell'incavo del braccio sinistro. Quando furono
sulla scaletta, la bambola scivolò dalle mani della bambina.
«Melissa!» esclamò Kirstie. «Mi è caduta Melissa Sweetheart! Prendimela, papà!»
«In macchina, in macchina!» li esortò il poliziotto. «Penso io alla bambola!»
Ralph s'infilò nell'abitacolo dell'automobile, posò una mano sulla testa di
Kirstie e l'aiutò ad abbassarsi. Lo seguirono prima David e poi Ellie. Il sedile posteriore era ingombro di carte e quello anteriore aveva lo schienale
bombato, per essere stato deformato dal peso del gigantesco poliziotto.
Appena Ellie ebbe ritirato le gambe all'interno, il poliziotto chiuse lo sportello e corse dall'altra parte.
«'Lissa!» invocò Kirstie con angoscia sincera. «Ha dimenticato 'Lissa!»
Ellie allungò la mano con l'intenzione di aprire lo sportello e recuperare
Melissa Sweetheart, calcolando che nessuno psicopatico armato di fucile
sarebbe riuscito a centrarla nel tempo brevissimo che le sarebbe stato necessario per afferrare la bambola, ma si bloccò interdetta e si girò a guardare Ralph. «Dove sono le maniglie?»
Si aprì la portiera del posto di guida e il poliziotto piombò a sedere come
una bomba. Lo schienale stritolò le ginocchia di Ralph, che dominò il do-
lore con una smorfia, contento che le gambe di Kirstie fossero tra le sue.
La quale Kirstie stava tutt'altro che ferma. Si dibatteva e si divincolava,
protendendo le mani verso la madre.
«La mia bambola, mamma, la mia bambola! Melissa!»
«Agente...» cominciò Ellie.
«Non c'è tempo», tagliò corto lui. «Niente da fare. Tak!» Eseguì un'inversione e partì in direzione est in una nuvola di polvere. La coda dell'automobile serpeggiò per qualche metro. Mentre il veicolo ritrovava l'assetto,
Ralph rifletté sulla velocità con cui era tutto accaduto: meno di dieci minuti prima erano tranquillamente in viaggio a bordo del loro camper e lui stava per chiedere a David se avesse voglia di giocare alle Venti Domande,
non perché lo desiderasse veramente lui, ma perché si stava annoiando.
Di sicuro non si annoiava ora. «Melissa Sweeeeetheart!» strillò Kirstie,
dopodiché cominciò a piangere.
«Su, da brava, Pie», cercò di consolarla David. Era il suo diminutivo
personale per la sorellina. Come molte altre cose che lo riguardavano, i
genitori non ne conoscevano l'origine. Quando Ellie l'aveva interpellato in
proposito, David si era limitato ad alzare le spalle con quel suo accattivante sorrisetto un po' sbilenco. «Perché è così dolce», le aveva risposto. «Come un pasticcino.»
«Ma 'Lissa è nello sporco della terra sporca», protestò Kirstie guardando
il fratello con gli occhi che nuotavano nelle lacrime.
«Torneremo a prenderla e la ripuliremo perbene», disse David.
«Promesso?»
«Certo. Ti aiuterò anche a lavarle i capelli.»
«Con il Baby Shampoo?»
«Sicuro.» Le posò un rapido bacio sulla guancia.
«E se viene l'uomo cattivo?» chiese Kirstie. «L'uomo cattivo come il
Babauone? Se è un bambolicida e uccide Melissa Sweetheart?»
David si coprì la bocca con la mano per nascondere il principio di un
sorriso. «Non lo farà.» Guardò nello specchietto retrovisore cercando di
incontrare gli occhi del poliziotto. «Vero?»
«Vero», confermò l'agente. «L'uomo che stiamo cercando non è un
bambolicida.» Non c'era niente di faceto nella sua voce. Il tono era quello
formale e sbrigativo del segretario efficiente. Atteniamoci ai fatti, prego.
Rallentò per qualche secondo passando davanti al cartello che annunciava DESPERATION, poi accelerò e girò a destra. Ralph si aggrappò pregando che sapesse che cosa stava facendo, che la macchina non si rove-
sciasse. Ebbe la sensazione che si sollevasse un po' su un lato, ma ritrovò
subito aderenza. Ora erano diretti a sud. All'orizzonte si stagliava contro il
cielo un enorme contrafforte di terra, percorso da crepe e trincee zigzaganti
come cicatrici nere.
«Chi è, allora?» chiese Ellie. «Chi sarebbe questo individuo? E com'è
riuscito a procurarsi la roba che usate per fermare le macchine che corrono
troppo? Quel come-si-chiama?»
«Stuoino stradale, mamma», la soccorse David. Faceva scorrere un dito
su e giù sulla rete metallica che divideva i sedili, con un'espressione assorta e turbata. Nemmeno l'ombra di un sorriso ora.
«Nello stesso modo in cui si è procurato le armi e l'automobile con cui
va in giro», rispose l'uomo al volante. Stavano transitando davanti al Rattlesnake Trailer Park, ora quartier generale della Desperation Mining Corporation. Più avanti c'erano dei negozi. Un semaforo mandava lampi gialli
sotto centomila miglia di cielo color blue jeans. «È uno sbirro. E vi dirò
una cosa, signori Carver: quando avete per le mani uno sbirro fuori di testa, avete una gatta da pelare.»
«Come fa a sapere come ci chiamiamo?» domandò David. «Non ha
chiesto a papà di mostrarle la patente.»
«Ho visto il nome quando tuo papà ha aperto la porta», spiegò il poliziotto alzando gli occhi allo specchietto. «Quella targhetta sopra il tavolo:
DIO BENEDICA LA NOSTRA CASA VIAGGIANTE. I CARVER. Carina.»
Qualcosa in quelle parole lasciò perplesso Ralph, che lì per lì decise di
soprassedere. La sua paura si era trasformata in un senso di presagio così
intenso e tuttavia così diffuso da procurargli un malessere generale, come
per un avvelenamento da cibo guasto. Pensava che se avesse sollevato una
mano non l'avrebbe vista tremare; nondimeno, da quando il poliziotto li
aveva portati via con così inquietante facilità dal loro camper in panne, la
sua irrequietudine era cresciuta invece di diminuire. Non era forse il tipo di
ansia che ti fa tremare le mani (è paura secca, pensò con una punta di ironia che non gli era caratteristica), ma non per questo meno concreta.
«Uno sbirro», ripeté sottovoce, ricordando un film in cassetta che aveva
noleggiato al negozio di video in fondo alla strada non molto tempo prima.
Poliziotto sadico, s'intitolava. La didascalia di presentazione sopra il titolo
era HAI IL DIRITTO DI RIMANERE IN SILENZIO. PER SEMPRE.
Buffo come sciocchezze del genere talvolta ti restano impresse nella mente. Non gli sembrava però molto buffo in quel momento.
«Uno sbirro, sì», rispose il loro sbirro. Dal suono della voce sembrava
stesse sorridendo.
Ah, davvero? si domandò Ralph. E che suono ha un sorriso?
Sentiva che Ellie lo stava osservando con un misto di curiosità e tensione, ma il momento non gli parve opportuno per girarsi a guardarla. Non
sapeva che cosa avrebbero potuto leggere l'uno negli occhi dell'altra e non
era sicuro di volerlo scoprire.
Però il poliziotto aveva sorriso davvero. Non sapeva spiegarsi come, ma
ne era certo.
E perché avrebbe dovuto sorridere? Che cosa c'è di divertente in un poliziotto impazzito e latitante, o in sei gomme a terra o in una famiglia di
quattro persone stipate nell'abitacolo-forno di un'auto di pattuglia senza
maniglie interne o nella bambola di mia figlia con la faccia nella polvere
in mezzo a un deserto? Che cosa può esserci mai di divertente in tutto questo?
Impossibile rispondere. Ma il poliziotto aveva parlato come se stesse
sorridendo.
«Un agente della statale, ha detto?» chiese mentre passavano sotto il semaforo lampeggiante.
«Guarda, mamma!» esclamò allegramente Kirsten. Per quel momento
almeno aveva dimenticato Melissa Sweetheart. «Delle bici! Bici in mezzo
alla strada! Con le ruote all'aria! Le vedi? Non sono buffe?»
«Sì, tesoro, le vedo», rispose Ellie. Ma non sembrava che trovasse le biciclette rovesciate abbandonate in mezzo alla strada esilaranti come apparivano a sua figlia.
«Statale? No, non ho detto così.» Il tono della voce del gigante era ancora quello che si sarebbe abbinato a un sorriso. «Non uno della statale, uno
della municipale.»
«Ma guarda», commentò Ralph. «E quanti poliziotti avete in un posto
così piccolo?»
«Be', ce n'erano altri due», rispose il poliziotto e ora il sorriso nella sua
voce era ancora più evidente. «Ma li ho uccisi.»
Si girò a guardare attraverso la rete e non stava sorridendo. Ghignava. I
suoi denti erano così grossi che sembravano più arnesi che escrescenze ossee. Erano tutti scoperti, fino agli ultimi molari. Sopra e sotto si estendevano ettari di gengiva rosea.
«Ora io sono l'unico rappresentante della legge a ovest del Pecos.»
Ralph lo fissava a bocca aperta. Il poliziotto ghignava, guidando con la
testa girata all'indietro, accostando e fermandosi precisamente davanti all'ingresso del municipio di Desperation senza mai guardare una sola volta
dal parabrezza.
«Carver», disse in tono solenne senza smettere di sogghignare. «Benvenuti a Desperation.»
5
Un'ora dopo il poliziotto correva verso la donna in jeans e camicia celeste, facendo rimbombare gli stivali da cowboy sulle assi del pavimento.
Correva con le mani protese in avanti, ma il ghigno era scomparso dalla
sua bocca e Ralph sentì un senso di selvaggio trionfo esplodergli nella gola
come qualcosa di brutto catapultato da una molla. Il poliziotto si era avventato, ma la donna in jeans era riuscita, probabilmente più per una circostanza fortuita che per una decisione cosciente, a mantenere la scrivania tra
sé e l'aggressore e lì stava il nocciolo della situazione. Ralph la vide armare i cani della doppietta, la vide alzare il fucile alla spalla mentre urtava
con la schiena le sbarre della cella più ampia, la vide flettere il dito sui
grilletti.
Il gigantesco poliziotto si era lanciato, ma non gli sarebbe servito a niente.
Sparagli, pensò Ralph. Non per salvare noi ma perché ha ucciso mia figlia. Fagli saltare quella testa schifosa.
Nell'istante prima che Mary premesse i grilletti, il poliziotto si abbassò
di scatto dall'altra parte della scrivania, chinando la testa come un uomo
che s'inginocchia per pregare. Il duplice boato del fucile fu devastante in
un ambiente chiuso così piccolo.
Dalle canne partì una fiammata. Ralph sentì sua moglie gridare, forse di
trionfo. Se così era, la sua gioia era stata prematura. Il cappello volò via
dalla testa del poliziotto, ma le scariche erano andate a vuoto. I pallettoni
colpirono la parete opposta e martellarono il vano delle scale fuori della
porta aperta con un rumore come di scaglie di ghiaccio spinte dal vento
contro un vetro. C'era un tabellone appeso a destra della porta e Ralph vide
una miriade di fori neri aprirsi nei fogli di carta che vi erano affissi. Il cappello era ridotto a un cumulo di brandelli tenuti insieme da una sottile striscia di cuoio. La doppietta era stata caricata a pallettoni, non pallini, e se
avesse colpito il poliziotto, gli avrebbe squarciato il torace. Saperlo fece
stare Ralph ancora più male di prima.
Il poliziotto spinse con tutto il peso del corpo la scrivania verso la cella
più grande, quella che secondo Ralph era riservata agli ubriaconi, verso la
cella e la donna appoggiata alle sbarre. La sedia era rimasta imprigionata
nel vano per le ginocchia. Sbatacchiava da una parte all'altra in un cigolio
di rotelle. La donna cercò di abbassare il fucile e farsene scudo prima che
la sedia la colpisse, ma non fu abbastanza veloce. Lo schienale della sedia
le piombò addosso, schiacciandola contro le sbarre. Gridò di dolore e sorpresa.
Il poliziotto spalancò le braccia come Sansone pochi attimi prima di far
crollare il tempio e afferrò i bordi della scrivania. Nonostante fosse ancora
rintronato dalla duplice deflagrazione del fucile, Ralph sentì lo strappo delle cuciture sotto le ascelle della sua camicia. Il poliziotto tirò indietro la
scrivania. «Molla!» gridò. «Molla il fucile, Mary!»
La donna spinse via la sedia, alzò la doppietta e armò di nuovo i cani.
Singhiozzava per il dolore e lo sforzo. Con la coda dell'occhio Ralph vide
Ellie coprirsi le orecchie mentre la donna bruna fletteva di nuovo il dito sui
grilletti, ma questa volta si udì solo lo scatto a vuoto dei percussori. Ralph
si sentì gonfiare la gola di delusione amara come fiele. Aveva capito alla
prima occhiata che quell'arma non era né a pompa, né automatica, e tuttavia aveva chissà come pensato che potesse far fuoco di nuovo, se lo era
aspettato, come se Dio avesse miracolato il Winchester ricaricandolo con
il Suo intervento divino.
Il poliziotto spinse di nuovo la scrivania. Non fosse stato per la seggiola,
la donna avrebbe potuto salvarsi nel vano per le ginocchia. Ma la sedia c'era e le si conficcò di nuovo nell'addome, costringendola a piegarsi in due e
strappandole un conato.
«Mollalo, Mary, mollalo!» intimò il poliziotto.
Ma lei non aveva intenzione di ubbidire. Quando il poliziotto trascinò di
nuovo la scrivania all'indietro (Perché non le salta addosso? si domandò
Ralph. Non sa che quel dannato fucile è vuoto?), facendo rotolare le cartucce in ogni dove, la donna rovesciò l'arma in maniera da impugnarla per
le canne. Poi si protese in avanti e calò il calcio come una clava al di là del
mobile. Il poliziotto cercò di abbassare la spalla destra, ma il pezzo di legno di noce massiccio lo raggiunse lo stesso alla clavicola. L'uomo grugnì.
Impossibile stabilire se fosse un'esclamazione di sorpresa, dolore o semplice esasperazione, ma causò comunque un grido di approvazione dalla cella
in cui David guardava con le mani strette intorno alle sbarre. Il suo volto
era pallido e sudato, i suoi occhi ardevano. Accanto a lui ora c'era l'uomo
dai capelli bianchi.
Il poliziotto trascinò ancora una volta la scrivania indietro, mostrandosi
ben poco menomato dal colpo ricevuto alla spalla, e di nuovo la spinse in
avanti, schiacciando la donna con la sedia contro le sbarre che aveva dietro
di sé. Lei lanciò un altro grido di dolore.
«Mollalo!» urlò il poliziotto. Fu un grido stonato e per un momento
Ralph sperò che il bastardo stesse soffrendo per il colpo ricevuto. Poi si
accorse che rideva. «Mollalo o ti spappolo! Guarda che non scherzo!»
La donna bruna, Mary, alzò di nuovo il fucile, ma questa volta senza
convinzione. Parte della camicia le si era sfilata dai jeans e Ralph vedeva i
segni rossi sul bianco della pelle all'altezza dell'addome e della vita. Sapeva che sotto quella camicia doveva avere il profilo dello schienale tatuato
fino alle coppe del reggiseno.
Tenne il fucile sollevato per qualche istante, con il calcio intarsiato che
tremava nell'aria, poi lo lanciò. La doppietta scivolò sulle assi del pavimento terminando la sua corsa non distante dalla cella dov'erano rinchiusi
David e l'uomo dai capelli bianchi. David lo guardò.
«Non toccarlo, figliolo», lo ammonì suo padre. «È scarico, lascialo stare.»
Il poliziotto lanciò un'occhiata a David. Poi, con un sorriso smagliante,
contemplò la donna imprigionata contro le sbarre della cella più grande.
Spostò la scrivania, vi passò intorno e sferrò un calcio alla sedia, che viaggiò cigolando sul pavimento e andò a sbattere contro le sbarre della cella
vuota di fianco a Ralph ed Ellie. Il poliziotto passò un braccio intorno alle
spalle della donna bruna. La osservò quasi teneramente. Lei reagì con lo
sguardo più torvo che Ralph avesse mai visto.
«Ce la fai a camminare?» le domandò il poliziotto. «Niente di rotto?»
«Che differenza fa?» gli sputò in faccia lei. «Uccidimi se è quello che
vuoi, falla finita.»
«Ucciderti? Ucciderti?» Il poliziotto inarcò le sopracciglia nell'espressione di chi non aveva mai ucciso niente di più grosso di una vespa in vita
sua. «Ma io non ho intenzione di ucciderti, Mare!» La strinse tra le braccia, poi girò gli occhi su Ralph, Ellie, David e l'uomo dai capelli bianchi.
«Mamma mia, no! Non quando la cosa comincia a farsi interessante!»
3
1
L'uomo che era stato sulla copertina di People e Time e Premiere (quando aveva sposato l'attrice con tutti quegli smeraldi), e sulla prima pagina
del The New York Times (quando aveva vinto il National Book Award con
il romanzo Godimento) e sul paginone centrale di Inside View (quand'era
stato arrestato per aver picchiato la sua terza moglie, quella precedente all'attrice con gli smeraldi) aveva bisogno di orinare.
Si portò ai bordi della Highway 50, scalando via via di marcia con un
piede sinistro irrigidito, e finalmente si fermò sul limitare dell'asfalto. Meno male che da quelle parti il traffico era così scarso, perché nel Gran Bacino parcheggiare la moto fuori della sede stradale sarebbe stato impossibile anche a chi si era a suo tempo scopato la più famosa attrice d'America (per sua stessa ammissione un po' meno che giovincella, per la verità) e
il cui nome era stato pronunciato in relazione al Premio Nobel per la Letteratura. Le conseguenze sarebbero state prima un minaccioso inclinarsi sul
cavalletto e poi un fatale stramazzamento. La terra lungo il bordo della
strada sembrava compatta, ma era soprattutto atteggiamento, non molto
diverso dagli atteggiamenti di certe persone che avrebbe potuto citare per
nome, non esclusa quella che poteva guardare bene in faccia solo con l'uso
di uno specchio. E cercate di rialzare da terra trecentocinquanta chilogrammi di Harley-Davidson, specialmente a cinquantasei anni e fuori forma. Avanti, accomodatevi.
Non ci penso proprio, disse tra sé osservando la Harley Softail bianca e
rossa, una moto davanti alla quale qualsiasi purista avrebbe arricciato il
naso, e ascoltando il ticchettio del motore nel silenzio. Oltre al motore si
sentivano solo il vento caldo e i granelli di sabbia che gli colpivano il giubbotto di pelle. Milleduecento dollari da Barney's a New York. Un giubbotto che avrebbe dovuto essere fotografato da un finocchio della rivista Interview, se mai ce n'era stato uno. Direi che questa parte la saltiamo a piè
pari, ti va?
«Mi va», rispose. Si tolse il casco e lo posò sul sedile. Poi si passò adagio la mano sulla faccia che era calda come il vento e bruciata almeno il
doppio. Rifletté che non si era mai sentito così stanco o così fuori dal suo
ambiente naturale.
2
Il celebre scrittore s'inoltrò sulle gambe rigide nel deserto, con i lunghi
capelli grigi che gli accarezzavano il colletto del giubbotto da motociclista
e il mesquite e la pilosella che gli solleticavano i gambali (anch'essi comperati da Barney's). Osservò con attenzione la strada in entrambe le direzioni ma non vide arrivare nessuno. C'era un veicolo parcheggiato ad
almeno un miglio a ovest, un autocarro o forse un camper di grandi dimensioni, ma anche se c'era qualcuno a bordo, era difficile che potessero spiare
il grand'uomo che orinava senza l'uso di un binocolo. Che importanza aveva, in ogni caso? Era un trucchetto che conoscevano quasi tutti.
Si aprì la lampo, John Edward Marinville, l'uomo che Harper's aveva
definito «lo scrittore che Norman Mailer ha sempre desiderato essere»,
l'uomo che Shelby Foote aveva definito «l'unico scrittore vivente americano della statura di John Steinbeck», ed estrasse la sua penna stilografica originale. Aveva bisogno di farla peggio di un rinoceronte ma per quasi un
minuto non accadde niente: restò lì immobile con il pisello asciutto nella
mano.
Poi, finalmente, lo zampillo partì colorando di un verde più scuro e brillante le foglie coriacee e polverose del mesquite.
«Lode a Gesù, grazie, Signore!» tuonò nella voce stentorea e tremula di
Jimmy Swaggart. Era uno dei suoi cavalli di battaglia ai ricevimenti; una
volta Tom Wolfe aveva riso così forte della sua voce da evangelista da fargli temere che gli venisse un infarto. «Acqua nel deserto, portento dei portenti! Hello Julia!» Alle volte gli veniva da pensare che fosse stata la sua
versione di «alleluia» e non il suo appetito insaziabile per alcol, droghe e
donne più giovani a indurre la famosa attrice a spingerlo nella vasca della
piscina durante la conferenza stampa alla quale si era presentato ubriaco al
Bel-Air e successivamente a portare altrove i suoi smeraldi.
L'episodio non aveva segnato l'inizio del suo declino, ma aveva segnato
il momento a partire dal quale gli era diventato impossibile far finta che
declino non fosse: non stava avendo una giornata no e nemmeno un anno
no, stava avendo piuttosto una vita no. L'immagine del campione che emergeva dalla piscina nell'abito bianco gonfio d'acqua con un gran sorriso
da ubriaco sulla faccia era apparsa sul numero di Esquire dedicato alle
«imprese discutibili», dopodiché erano cominciate le sue apparizioni più o
meno regolari sulla rivista Spy. Era arrivato a convincersi che Spy fosse il
luogo dove andavano a morire le buone reputazioni un tempo legittime.
Almeno quel pomeriggio, mentre guardava a nord e pisciava con l'ombra
che gli si allungava sulla destra, i pensieri di tal sorta lo torturavano meno
del solito, certo non come lo torturavano incessantemente a New York,
dove tutto in quel periodo era una tortura. Il deserto aveva il dono di sgonfiare anche la più pompata delle reputazioni. E quando sei diventato una
specie di Elvis Presley della letteratura, attempato, grasso e ancora in pista
quando da tempo saresti dovuto tornare a casa, non era malaccio.
Divaricò un po' di più le gambe, piegò leggermente la schiena e abbandonò il pene per potersi massaggiare le vertebre lombari. Gli avevano detto
che facendo così si prolungava un po' la minzione e gli sembrava che fosse
vero, ma sapeva che avrebbe dovuto comunque fermarsi di nuovo molto
prima di arrivare ad Austin, che era la prossima caccola del Nevada sulla
lunga via per la California. La sua prostata non era chiaramente più quella
di una volta. Quando ci pensava di questi tempi (il che avveniva spesso)
immaginava una forma enfiata e bitorzoluta che somigliava a un gigantesco cervello cotto dalle radiazioni in un film dell'orrore degli anni Cinquanta. Avrebbe dovuto farsela controllare, lo sapeva, e non in un'analisi
estemporanea, ma nell'ambito di un check-up completo. Certo che avrebbe
dovuto, ma, diamine, non è che stesse pisciando sangue o altro del genere,
e poi...
E va bene. Aveva paura, quello era l'e poi. Di poco simpatico nella sua
vita non c'era solo il modo in cui la sua reputazione letteraria gli si era
sciolta fra le dita in quegli ultimi cinque anni, e aver smesso pasticche e
alcol non aveva migliorato la situazione quanto aveva sperato. Anzi, da un
certo punto di vista l'aveva peggiorata. Il guaio dell'essere lucidi di mente,
aveva scoperto Johnny, era che si ricordava tutto ciò di cui era giusto aver
paura. Temeva che un medico non si limitasse a trovargli una prostata delle dimensioni del Cervello del Pianeta Turgo, quando avesse infilato un dito nelle terga del celebre scrittore; temeva che il medico gli trovasse una
prostata più nera di una zucca marcia e più incancrenita di... di quella di
Frank Zappa. E se poi il cancro non si annidava lì, poteva essere in agguato da qualche altra parte.
In un polmone, perché no? Per vent'anni aveva fumato due pacchetti di
Camel al giorno, poi per altri dieci tre pacchetti di Camel Lights, come se
fumare Camel Lights potesse sistemare ogni cosa, nettargli i bronchi, lucidargli la trachea, ripristinare il buon funzionamento di alveoli incollati dal
catrame. Tutte stronzate. Erano dieci anni ora che non fumava più, né sigarette leggere né pesanti, eppure non aveva smesso di rantolare come un
vecchio cavallo da tiro fino a mezzogiorno e qualche volta si svegliava tossendo nel cuore della notte.
O nello stomaco! Sì, perché non lì? Morbido, roseo, fiducioso, il posto
perfetto dove sferrare l'attacco. Era cresciuto in una famiglia di famelici
mangiatori di carne dove «al sangue» significava che il cuoco aveva soffiato un po' forte sulla bistecca ed era sconosciuto il concetto di «ben cotto»;
adorava le salse piccanti e i peperoncini; non credeva in frutta e verdura se
non in casi di stitichezza estrema; aveva mangiato così per tutta la sua vita
di merda, mangiava ancora così e avrebbe probabilmente continuato a
mangiare così fino al giorno in cui l'avrebbero sbattuto su un letto d'ospedale per cominciare ad alimentarlo con tutti i nutrimenti giusti attraverso
un tubicino di plastica.
Il cervello? Possibile. Possibilissimo. Un tumore, o magari (ecco un
pensierino particolarmente esaltante) un caso precoce di Alzheimer.
Il pancreas? Be', almeno con quello si faceva alla svelta. Servizio espresso, recapito immediato.
Infarto? Cirrosi? Ischemia?
Come gli sembravano probabili! Logici!
In molte interviste si era definito offeso dalla morte, ma in quello navigava nello stesso mare di minchiate che aveva sparato fin dall'inizio della
sua carriera. Lui era terrorizzato dalla morte, ecco la verità, e per aver dedicato la vita ad affinare la fantasia, se la vedeva arrivare addosso da almeno quattro decine di direzioni diverse... e a notte fonda quando non riusciva a dormire gli capitava di vedersela arrivare addosso da quattro decine
di direzioni diverse contemporaneamente. Rifiutarsi di andare dal medico,
rifiutarsi di sottoporsi a un check-up e lasciare che gli addetti ai lavori dessero una sbirciata sotto il cofano, non avrebbe spinto alcuno di quei malanni a concedersi una pausa nella loro progressiva opera di demolizione
(posto che l'opera avesse già avuto inizio, naturalmente), ma restando alla
larga dai medici e dalle loro diaboliche macchine, almeno non doveva saperlo. La verità pura e semplice era che, se non accendevi mai la luce in
camera, non eri costretto a vedertela con il mostro nascosto sotto il letto o
in agguato nell'angolo. E quello che evidentemente nessun medico al mondo sapeva era che, per uomini come Johnny Marinville, temere era talvolta
meglio che scoprire. Specialmente dopo aver messo fuori lo zerbino del
benvenuto per tutte le malattie di passaggio.
Incluso l'Aids, pensò con lo sguardo sempre perso nel deserto. Aveva
cercato di starci attento e la dolorosa verità era che comunque non si esercitava più in quel campo con la frequenza di un tempo; sapeva che almeno
negli ultimi nove o dieci mesi era stato attento davvero, perché gli attacchi
di amnesia erano cessati quando aveva smesso di bere. Ma nell'anno pre-
cedente c'erano state almeno quattro o cinque occasioni in cui si era svegliato accanto a un'anonima fanciulla. In ciascuno di quei casi si era alzato
ed era corso in bagno a controllare. Una volta aveva trovato un preservativo che galleggiava nell'acqua della tazza e riteneva di poter archiviare
quell'episodio. Ma le altre volte non c'era niente. Chiaro che o lui o la sua
amica (la sua amichetta, in scandalese) poteva aver fatto scorrere l'acqua
durante la notte, ma poteva esserne sicuro? Non quando l'alcol è arrivato
alla fase dei cortocircuiti mentali. E l'Aids...
«Quello è uno schifoso che ti entra dentro e aspetta», disse a voce alta.
Poi fece una smorfia perché un refolo più vivace gli aveva scagliato una
spolverata alcalina contro guancia, collo e organo pendente. Quest'ultimo
aveva smesso di produrre qualcosa da almeno un minuto.
Johnny lo scrollò energicamente e se lo reinfilò negli slip. «Fratelli», declamò rivolto alle distanti montagne nella sua più appassionata voce da
predicatore, «è detto nella Lettera agli Efesini, capitolo terzo, nono versetto, che non importa se ce l'hai piccolo o grande, le ultime due gocce ti finiscono nelle mutande. Così è scritto e così è...»
Si stava girando, mentre chiudeva la lampo e parlando più che altro per
tener lontani i pensieri malinconici (si andavano radunando come avvoltoi,
da qualche tempo a quella parte, i pensieri malinconici), ma si fermò di
botto.
C'era un'automobile della polizia ferma dietro la motocicletta, con i lampeggianti blu che ruotavano pigri nella luce surriscaldata del deserto.
3
Era stata la prima moglie a fornire a Johnny Marinville quella che poteva essere la sua ultima occasione.
Oh, non la sua ultima occasione di pubblicare; merda, no. Sarebbe stato
in grado di continuare a farlo se fosse stato capace di continuare a: a) mettere nero su bianco e b) spedire i fogli scritti al suo agente. Una volta accolto nell'Olimpo della letteratura, c'era sempre qualcuno felice di continuare a pubblicare le tue parole anche dopo che fossero degenerate in autoparodia o plateali baggianate. Johnny pensava talvolta che la caratteristica più orrida dell'ambiente letterario americano era il modo in cui ti lasciavano dondolare nel vento a morire piano piano strangolato mentre i tuoi
colleghi si riunivano nei loro merdosi ricevimenti a scambiarsi congratulazioni per l'affetto dimostrato nei confronti di quel povero, vecchio come-
si-chiama.
No, Terry non gli aveva elargito l'ultima occasione di pubblicare, ma
forse l'ultima occasione di scrivere qualcosa di qualche pregio, qualcosa
per cui si potesse tornare ad accorgersi di lui in senso positivo. E qualcosa
che avrebbe potuto vendere alla grande... procurandogli soldi che gli sarebbero tornati comodi, senza il minimo dubbio.
Ma soprattutto pensava che Terry non avesse avuto la più pallida idea di
che cosa aveva detto e questo significava che non avrebbe dovuto dividere
con lei i proventi, se proventi ci fossero stati. Non sarebbe stato nemmeno
tenuto a citarla nella pagina dei Ringraziamenti, se avesse preferito non
farlo, ma probabilmente si sarebbe ricordato di lei. La ritrovata sobrietà era
stata un'esperienza per molti versi terrificante, ma aiutava non poco a
rammentare a una persona le sue responsabilità.
Aveva sposato Terry quando lui aveva venticinque anni e lei ventuno,
terzo anno a Vassar. Terry non aveva mai portato a termine gli studi. Il loro matrimonio era durato quasi vent'anni durante i quali lei aveva dato alla
luce tre figli, tutti grandi ormai. Uno, Bronwyn, gli rivolgeva ancora la parola. Quanto al resto della sua prole... be', quando avessero deciso di smettere di darsi la zappa sui piedi, lui si sarebbe fatto trovare. Non era vendicativo per natura.
Lo sapeva anche Terry. Dopo che per cinque anni avevano comunicato
solo tramite avvocati, avevano avviato un prudente dialogo, talvolta per
lettera, più spesso per telefono. Questi contatti erano stati dapprima titubanti, timorosi com'erano entrambi delle mine ancora seppellite tra le macerie dei loro affetti, ma con il passare del tempo erano diventati più frequenti. Terry manifestava per il suo famoso ex un interesse stoico e divertito che gli trasmetteva una certa angoscia: non era secondo lui l'atteggiamento che una ex moglie doveva avere verso un uomo divenuto nel frattempo uno degli scrittori più discussi della sua generazione. Però sapeva
anche parlargli con una disincantata dolcezza che trovava rilassante, come
una mano fresca sulla fronte febbricitante.
I loro contatti si erano intensificati da quando aveva smesso di bere (ma
sempre per telefono o lettera; senza doverne discutere, intuivano tutti e due
che incontrarsi di persona avrebbe messo a repentaglio il fragile legame
che andavano consolidando), ma in un certo senso le conversazioni sobrie
erano state ancor più pericolose... non perché affiorasse l'acrimonia, ma
perché la possibilità era palpabile. Terry voleva che tornasse a frequentare
gli Alcolisti Anonimi, gli aveva detto senza mezzi termini che se non lo
avesse fatto, prima o poi avrebbe ripreso a bere. E sarebbe seguita la droga, aveva aggiunto, sicuro come la notte segue il giorno.
Johnny le aveva risposto di non avere intenzione di trascorrere il resto
dei suoi giorni seduto negli scantinati delle chiese con un branco di ubriaconi, tutti a decantare la gioia di avere una forza più grande della propria...
prima di montare ciascuno sulla sua vecchia carretta e tornare alla propria
casa da scapolo a dar da mangiare ai gatti. «Quelli dell'AA sono di solito
troppo fondamentalmente finiti per rendersi conto di aver consegnato la
propria vita a un concetto vuoto e a un ideale fallito», aveva dichiarato.
«Puoi credermi, perché io ci sono passato. O prendilo da John Cheever, se
ti va. Lui ne ha dato un quadro particolarmente efficace.»
«Ma Johnny Cheever non scrive molto di questi tempi», aveva risposto
Terry. «E credo che tu sappia perché.»
Sapeva essere irritante, su questo non ci pioveva.
Era stato tre mesi prima, quando gli aveva dato la grande idea, buttandola lì in mezzo a una serie di convenevoli che avevano spaziato da che cosa
stessero combinando i ragazzi, a che cosa stesse combinando lei e, naturalmente, lui. Ciò che aveva combinato nella prima parte di quell'anno era
straziarsi l'anima sulle prime duecento pagine di un romanzo storico su Jay
Gould. Aveva finalmente visto la sua opera per quel che era, Gore Vidal
riscaldato, e l'aveva cassata. Bruciata, per la precisione. In un attacco di
stizza che aveva deciso di tenere tutto per sé, aveva gettato nel forno a microonde i dischetti contenenti le duecento pagine del romanzo e li aveva
cotti per dieci minuti al livello massimo. Il tanfo era stato indicibile, una
cosa che era saltata fuori dalla cucina munita di aculei, ed era stato costretto a comprarsi un forno nuovo.
Poi si era ritrovato a raccontare ogni cosa a Terry. Alla fine, seduto sulla
sua poltrona da ufficio con il ricevitore premuto sull'orecchio e gli occhi
chiusi, aveva atteso di sentirsi dire di lasciar perdere le riunioni degli Alcolisti Anonimi e di cercarsi un buon psichiatra, in fretta, perché ne aveva
molto bisogno.
Lei invece aveva detto che meglio avrebbe fatto a mettere i dischi su un
piatto e a cuocerli nel forno a convezione. Sapeva che scherzava e che almeno in parte la vittima dello scherzo era lui, ma il modo in cui accettava
come era e come si comportava gli dava sempre quella sensazione di una
mano fresca su una fronte calda. Non era approvazione, quella di Terry,
ma non era nemmeno approvazione quella che lui andava cercando.
«Naturalmente non sei mai stato un mago in cucina», aveva aggiunto
Terry e il tono asettico della sua dichiarazione lo aveva fatto ridere. «Dunque ora che cosa farai, Johnny? Qualche idea?»
«Nemmeno l'ombra.»
«Dovresti scrivere qualcosa di diverso, stare per un po' lontano dai romanzi.»
«Questa è una sciocchezza, Terry. Non sono capace di scrivere saggi, lo
sai.»
«Io non so niente del genere», aveva risposto lei in quel tono brusco da
«non farmi perder tempo con le tue scemenze» che in quei giorni nessuno
usava con lui, meno che mai il suo agente. Più lui sbandava e annaspava,
più Bill Harris diventava disgustosamente ossequioso. «Durante i primi
due anni insieme, devi aver scritto almeno una decina di saggi. E li hai anche pubblicati. Guadagnandoci parecchio. Life, Harper's, persino un paio
di volte sul New Yorker. Facile per te dimenticarlo. Non eri tu a fare la
spesa e a pagare le bollette. A me erano piaciuti un sacco.»
«Oh, i cosiddetti 'Saggi sul Cuore Americano'. Giusto. Non li ho dimenticati, Terry, li ho segati. Buoni per pagare l'affitto dopo che avevamo finito i soldi del fondo Guggenheim, ecco che cos'erano. Non sono stati mai
nemmeno raccolti.»
«Perché tu non hai permesso che fossero raccolti», lo aveva rintuzzato
lei. «Non corrispondevano al tuo virtuoso concetto di immortalità.»
Johnny aveva reagito restando in silenzio. C'erano volte in cui detestava
la sua memoria. Non era mai stata capace di scrivere uno straccio che valesse qualcosa, la roba che aveva presentato al seminario di scrittura in università l'anno in cui l'aveva conosciuta era semplicemente vomitevole e
dopo d'allora non aveva pubblicato niente di più complicato di una lettera
al direttore, ma in fatto di archiviazione dati era imbattibile. Glielo doveva
concedere.
«Sei ancora lì?»
«Sono qui.»
«So sempre quando ti dico qualcosa che non ti piace», aveva affermato
lei allegramente, «perché sono le uniche volte che stai zitto. Metti il muso.»
«Be', sono qui», aveva ripetuto lui incupito e si era zittito di nuovo, sperando che cambiasse argomento. Naturalmente lei non lo aveva fatto.
«Avevi scritto tre o quattro di quei saggi perché qualcuno te l'aveva
chiesto, non ricordo bene chi...»
Un miracolo, aveva pensato lui. Non ricorda chi.
«...e sono sicura che avresti smesso se altri direttori non avessero cominciato a sollecitarti. Cosa che non ha sorpreso me per niente. Quei pezzi erano buoni.»
A quel punto il suo silenzio era dovuto non al disinteresse o alla disapprovazione, ma al fatto che stava tornando indietro nella mente, cercava di
ricordare se fossero stati davvero scritti di valore. Terry non era affidabile
al cento per cento in questioni del genere, ma nemmeno si potevano stralciare le sue conclusioni dal verbale senza ascoltarle almeno una volta.
Come scrittrice apparteneva alla scuola del «ho visto un uccellino allo
spuntar del sole e il mio cuore ha spiccato un balzo», ma come critico sapeva essere rigorosa e penetrante come chiodi d'acciaio ed era capace di
rivelazioni che avevano qualcosa di soprannaturale, quasi una forma di telepatia. Uno degli aspetti della sua personalità che lo avevano tanto attirato
(anche se riteneva di non poter minimizzare il fatto che all'epoca avesse le
più belle tette d'America) era la dicotomia tra ciò che desiderava fare, cioè
scrivere romanzi, e ciò che era capace di fare, cioè scrivere critiche più taglienti di un diamante.
Quanto ai cosiddetti Saggi sul Cuore Americano l'unico che ricordava
con chiarezza dopo tanti anni era «Morte al secondo turno». Vi si raccontava di padre e figlio che lavoravano insieme in un'acciaieria di Pittsburgh.
Il padre aveva avuto un infarto ed era morto tra le braccia del figlio durante il terzo giorno dei quattro che Johnny Marinville stava dedicando a una
ricerca sul campo. Il suo impegno era rivolto a un aspetto completamente
diverso del lavoro in fabbrica, ma di fronte a quel fatto di cronaca il risultato della sua ricerca aveva preso immediatamente un'altra piega, e senza
ripensamenti. Ne era uscito un pezzo strappalacrime (né serviva a migliorare la situazione l'assoluta fedeltà del suo racconto ai fatti realmente accaduti), ma il successo era stato travolgente. La persona che aveva curato il
suo pezzo per Life gli aveva fatto pervenire un biglietto sei settimane dopo
in cui gli riferiva che il suo servizio aveva provocato la quarta valanga di
lettere in ordine di volume nella storia della rivista.
Allora avevano cominciato a tornargli alla memoria altri suoi scritti, perlopiù solo i titoli, cose come «Attizzando il fuoco» e «Un bacio sul lago
Saranac». Titoli terribili, ma... la quarta valanga di lettere per volume.
Mmmm.
Dove potevano essere finite quelle vecchie scartoffie? Nella Collezione
Marinville a Fordham? Possibile. Chissà, magari erano addirittura nella
soffitta del cottage nel Connecticut. Non gli sarebbe spiaciuto darci un'oc-
chiata. Forse li si potevano ritoccare, aggiornandoli un po'... oppure...
Qualcosa aveva cominciato a rosicchiargli un angolo della mente.
«Hai ancora la tua brum-brum, Johnny?»
«Come?» Non l'aveva quasi udita.
«La tua due ruote, la tua moto.»
«Certo», aveva risposto. «La tengo in quella rimessa giù a Westport che
usavamo ai nostri tempi. Sai quale?»
«Da Gibby?»
«Sì, quella di Gibby. Adesso non c'è più lui, c'è qualcun altro, ma è quella.» Era stato semiaccecato dallo sfavillio di un ricordo particolarmente saporoso: lui e Terry vestiti di tutto punto a pomiciare come matti dietro il
Gibby's Garage in un pomeriggio di... mah, molto molto tempo prima, e
lasciamola lì. Terry indossava un paio di calzoncini attillati di colore blu.
Dubitava che avessero avuto l'approvazione di sua madre, Dio, mai più,
ma dal canto suo pensava che quell'offerta speciale ultrascontata indosso a
lei ne facesse la regina dell'Occidente. Il suo sedere era solo carino, ma le
gambe... ragazzi, quelle gambe non le arrivavano solo al mento, ma più su,
fin oltre Arturo. Come diavolo erano finiti laggiù, poi, fra copertoni lisci e
pezzi di motore arrugginiti, immersi per metà nei girasoli a infilarsi le mani dappertutto... Non lo ricordava più, ma ricordava la curva rigogliosa del
suo seno nella mano e come lei lo aveva agganciato per i passanti dei jeans
quando lui aveva lanciato un grido dalla bocca schiacciata contro il suo
collo, premendoselo addosso perché le venisse contro i muscoli tesi del
ventre. Aveva abbassato la mano e non era rimasto molto sorpreso di quello che aveva trovato. Ehi, ragazzi, eppur si muove!
«... una nuova serie, o magari una raccolta da ricavarne un libro.»
Lui aveva riportato con fermezza la mano sul bracciolo della poltrona.
«Eh? Come?»
«Stai diventando anche sordo oltre che rimbambito?»
«No. Stavo ricordando una volta con te dietro alla rimessa di Gibby. A
farci le coccole.»
«Ah. Nei girasoli, giusto?»
«Giusto.»
Era seguita una pausa prolungata durante la quale Terry aveva forse meditato sull'opportunità di contribuire con un commento proprio in proposito. Johnny lo aveva quasi sperato. Ma lei era tornata al suo copione precedente.
«Dicevo che forse faresti bene a fare un giro sulla tua moto prima di di-
ventare troppo vecchio per far funzionare le pedivelle o prima che riprendi
a bere e finisci schizzato di qua e di là sulle pendici delle Black Hills.»
«Sei fuori di testa? Sono tre anni che non monto in sella a quel coso e
non ho intenzione di riprovarci, Terry. Gli occhi non mi funzionano molto
bene...»
«Mettiti un paio di lenti più forti...»
«...e sono lento di riflessi. Sarà anche vero che John Cheever è morto di
alcolismo, ma John Gardner si è decisamente fatto fuori in moto. Ha litigato con un albero. Ha perso. È successo su una strada della Pennsylvania.
Una strada sulla quale sono passato anch'io.»
Terry non lo ascoltava. Era una delle poche persone al mondo che si sentiva perfettamente a suo agio ignorandolo e lasciandosi trasportare dai propri pensieri. Era forse un'altra delle ragioni per cui l'aveva lasciata. A lui
non piaceva essere ignorato, specialmente da una donna.
«Potresti andare in giro sulla tua moto e raccogliere materiale per una
nuova serie di articoli», stava dicendo. Nella voce c'erano insieme eccitazione e divertimento. «Includendo i pezzi migliori tra quelli che hai già
scritto, come Parte Prima, per esempio, potresti mettere insieme un libro di
buone dimensioni. Cuore americano, 1966-1996, appunti di viaggio di
John Edward Marinville.» Aveva riso. «Chissà, potresti beccarti un altro
bel voto da Shelby Foote. È quello che ti è sempre piaciuto di più, vero?»
Si era interrotta per attendere la sua risposta, ma visto che rimaneva in silenzio, gli aveva chiesto se era ancora lì, prima in tono scherzoso, poi con
una punta di preoccupazione.
«Sì», le aveva detto. «Sono qui.» All'improvviso era contento di essere
seduto. «Senti, Terry, ora devo andare. Ho un appuntamento.»
«Una nuova amica?»
«Podologo», aveva risposto, pensando a Foote. Quel nome era come l'ultima cifra della combinazione di una camera blindata. Clic e la porta si apre.
«Riguardati», gli aveva raccomandato lei. «E dico sul serio, Johnny,
pensa bene se non è il caso di tornare dagli AA. Che male può farti?»
«Nessuno, suppongo», aveva ribattuto lui, pensando a Shelby Foote, che
di John Edward Marin ville aveva detto un giorno che era l'unico fra gli
scrittori americani viventi a essere all'altezza di John Steinbeck, e Terry
aveva ragione, fra tutte le sviolinate che aveva ricevuto, quello era l'elogio
che gli era piaciuto di più.
«Infatti, nessuno.» Aveva fatto una pausa. «Johnny, sei sicuro di star be-
ne? Non mi sembri del tutto presente.»
«Sto benissimo. Salutami i ragazzi.»
«Lo faccio sempre. Di solito reagiscono con quelle che mia mamma
chiamava parole da vasino, ma non manco mai di farlo. Ciao.»
Aveva riattaccato senza guardare il telefono e quando il ricevitore era
caduto dalla scrivania sul pavimento, ancora non lo aveva guardato. John
Steinbeck aveva attraversato il paese a bordo di una vecchia familiare accompagnato dal suo cane. Johnny aveva usato pochissimo la sua HarleyDavidson Softail 1340 cc che conservava nel Connecticut. Non Cuore americano. Su quello si sbagliava e non solo perché era il titolo di un film
di qualche anno prima con Jeff Bridges. Non Cuore americano ma...
«In viaggio con Harley», aveva mormorato.
Era un titolo ridicolo, un titolo risibile, come una parodia di Mad... ma
era forse peggio di un pezzo intitolato «Morte al secondo turno» o «Attizzando il fuoco»? Non gli sembrava proprio... e aveva idea che auel titolo
potesse funzionare, avesse la forza di emergere dalle sue origini scìaradesche. Si era sempre fidato delle sue intuizioni e da anni non ne aveva una
così violenta. Avrebbe potuto attraversare il paese sulla sua Softail bianca
e rossa, dall'Atlantico dove lambiva il Connecticut fino al Pacifico dove
lambiva la California. Un libro di impressioni che avrebbe potuto spingere
i critici a rivedere completamente l'immagine che si erano fatti di lui, un
libro di appunti che, chissà, avrebbe potuto far riapparire il suo nome nella
lista dei best-seller se... se...
«Se fosse stato appassionato», aveva esclamato. Il cuore gli batteva forte
nel petto, ma una volta tanto era una sensazione che non gli faceva paura.
«Appassionato come Strade blu. Appassionato come... be', come Steinbeck.»
Seduto nella sua poltrona da ufficio con il telefono che ronfava ai suoi
piedi, ciò che Johnny Marinville aveva visto era stato niente meno che redenzione. Una via d'uscita.
Aveva ripescato il ricevitore e chiamato il suo agente, volando con le dita sui tasti.
«Bill», aveva esordito, «sono Johnny. Ero qui a pensare a certi articoli
che ho scritto da ragazzo e mi è venuta un'idea fantastica. Detta così, brutalmente, ti sembrerà un po' folle, ma ascolta un po'...»
4
Mentre risaliva il pendio sabbioso cercando di non ansimare troppo,
Johnny vide che l'uomo che dietro la sua Harley stava trascrivendo il numero di targa era il più imponente pezzo di sbirro che avesse mai incontrato. Un metro e novantacinque almeno e nell'ordine del quintale e mezzo di
peso.
«'Giorno, agente», lo salutò. Abbassò la testa e vide che aveva una macchiolina scura all'altezza del cavallo dei Levi's. Non importa se ce l'hai
piccolo o grande, pensò.
«Signore, sa che parcheggiare un veicolo su una strada statale è contro la
legge», lo apostrofò il poliziotto senza alzare gli occhi.
«No, ma non credo che...»
... possa costituire un problema su una strada deserta come la U.S. 50
erano le parole con cui intendeva completare la frase, peraltro nel tono altezzoso e trapuntato di indignazione che da anni riservava ai subalterni e al
personale di servizio.
Poi però notò qualcosa che gli fece cambiare idea. Aveva del sangue sul
polsino e sulla manica della camicia sul lato destro, parecchio sangue, ormai asciutto e brunito. Doveva aver finito da poco di sgombrare la strada
da qualche animale rimasto accidentalmente travolto, un cervo o un alce,
investito probabilmente da qualche autocarro. Tanto avrebbe spiegato sia il
sangue, sia il cattivo umore. Ma la camicia era da buttar via, non sarebbe
mai riuscito a ripulirla da tutto quel sangue.
«Signore?» lo interpellò in tono brusco il poliziotto. Aveva finito di trascrivere il numero di targa ma continuava a osservare la motocicletta, con
le sopracciglia bionde aggrottate e le labbra compresse. Era come se non
volesse guardare il proprietario della moto, come se sapesse che vederlo lo
avrebbe reso ancor più contrariato di quanto già era. «Stava dicendo?»
«Niente, agente», rispose Johnny. Usò un tono neutro, né umile né altezzoso. Non era il caso di indispettire quel bisonte in un momento in cui aveva evidentemente le palle per traverso.
Sempre senza alzare gli occhi, con il taccuino stretto in una mano e lo
sguardo severo fisso sui fanalini di coda della Harley, il poliziotto aggiunse: «È contro la legge anche orinare rimanendo visibili da una strada statale. Questo lo sapeva?»
«No, mi spiace», rispose Johnny. Represse l'impulso a ridere che si sentì
ribollire nel petto.
«Ma così è. Ora, la lascerò andare...» alzò gli occhi per la prima volta, lo
guardò e li sgranò, «...andare con un semplice avvertimento, per questa
volta, ma...»
S'interruppe, con gli occhi ormai dilatati come quelli di un bambino
quando la strada viene invasa dal corteo del circo in un turbinio di clown e
tromboni. Era un'espressione che Johnny conosceva, anche se mai si sarebbe aspettato di incontrarla laggiù, nel deserto del Nevada, e sulla faccia
di un gigantesco vichingo in divisa da poliziotto le cui letture potevano alternarsi tra le barzellette di Playboy e la rivista Armi e munizioni.
Un ammiratore, pensò. Sono qui in mezzo al nulla del nulla tra Ely e
Austin e ho trovato nientemeno che un ammiratore.
Non vedeva l'ora di raccontarlo a Steve Ames, quando lo avesse ritrovato quella sera ad Austin. Anzi, magari lo avrebbe chiamato sul cellulare...
posto che i cellulari funzionassero da quelle parti. Anzi, a pensarci bene
era improbabile. La batteria era buona, l'aveva tenuta sotto carica per tutta
la notte, ma non aveva usato quel dannato coso per parlare con Steve da
quando aveva lasciato Salt Lake City. Per la verità non andava proprio
matto per i cellulari. Non che pensasse che potessero provocare il cancro,
quella era probabilmente una delle tante sparate giornalistiche, però...
«Merdaccia», mormorò il poliziotto. La sua mano destra, quella dalla
parte dove la camicia era tutta insanguinata, salì alla sua guancia. Per un
momento gli fece pensare a un giocatore professionista di football in un
numero alla Jack Benny. «Merda...ccia.»
«Dov'è il problema, agente?» chiese Johnny. Stava trattenendo un sorriso con non poche difficoltà. Una cosa non era cambiata negli anni: gli piaceva essere riconosciuto. Dio, come gli piaceva.
«Lei è... JohnEdwardMarinville!» gracchiò il poliziotto, srotolando la
sua identità tutta in una volta come se davvero avesse un nome solo, come
Pelé o Cantiflas. Non accennava minimamente a sorridere a sua volta e
Johnny pensò: Oh, signor poliziotto, ma che denti grandi che hai. «Cioè,
lei è lui, vero? Ha scritto Godimento! Oh, merdaccia, e Il tam-tam d'Oriente! Sono qui davanti all'uomo che ha scritto Il tam-tam d'Oriente!»
Poi fece qualcosa che Johnny trovò davvero commovente: allungò la
mano e gli toccò la manica del giubbotto, come per accertarsi che l'uomo
che lo indossava fosse vero. «Merdacda!»
«Ebbene sì, sono Johnny Marinville», dichiarò parlando nel tono modesto che riservava a quelle occasioni (e solo a quelle, sia chiaro). «Anche se
devo ammettere di non essere mai stato riconosciuto da qualcuno che mi
ha appena visto orinare ai bordi di una strada.»
«Oh, ma non stia a pensarci proprio!» minimizzò il poliziotto e gli ag-
guantò la mano. Per un attimo, prima che le dita del poliziotto si chiudessero sulle sue, Johnny notò che aveva anche la mano sporca di sangue semirappreso; la linea della vita e quella dell'amore spiccavano nel palmo
come striscioline di fegato. Johnny cercò di continuare a sorridere mentre
si scambiavano la stretta e fu abbastanza soddisfatto del risultato dei suoi
sforzi, pur sentendo che gli angoli della bocca gli si erano improvvisamente appesantiti. Me lo sta appiccicando addosso, pensò. E non potrò lavarmi prima di Austin.
«Mamma mia», stava dicendo il poliziotto, «lei è uno dei miei autori
preferiti! Dico, Il tam-tam d'Oriente... So che ai critici non è piaciuto, ma
che ci capiscono quelli?»
«Non molto», mormorò Johnny. Avrebbe preferito che gli liberasse la
mano, ma il poliziotto doveva essere uno di quelli che te la scuotevano in
segno di punteggiatura e sottolineatura, oltre che di saluto e pace. Johnny
avvertiva la forza latente nella sua presa; se avesse schiacciato, il suo scrittore prediletto avrebbe dovuto battere a macchina il suo nuovo libro con la
sola sinistra almeno per un mese o due.
«Non molto, ben detto! Il tam-tam d'Oriente è il miglior libro sul Vietnam che abbia mai letto. Altro che Tim O'Brien, Robert Stone...»
«Grazie, grazie di cuore.»
Finalmente il poliziotto allentò la presa e Johnny recuperò la sua mano.
Avrebbe voluto esaminarsela, vedere quanto sangue gli aveva passato, ma
si rendeva conto che non era opportuno. Il poliziotto si stava ficcando il
taccuino gualcito nella tasca posteriore e intanto lo fissava con gli occhi
sgranati e uno sguardo intenso che lo metteva un po' a disagio. Sembrava
quasi che temesse che Johnny potesse sparire come un miraggio se avesse
fatto tanto di sbattere le palpebre.
«Che cosa fa quaggiù, signor Marinville? Mamma mia! Credevo che vivesse da tutt'altra parte!»
«In effetti è così, ma...»
«E questo non è un mezzo di trasporto per un... un... be', come altro vuole che la definisca se non una risorsa nazionale. Ma sa qual è il tasso di incidenti in cui incorrono i motociclisti? Calcolato in base alle ore di percorrenza? Io glielo posso dire perché sono un lupo e il consiglio della Sicurezza Nazionale mi manda un rapporto mensile. Ebbene, fa un incidente
ogni quattrocentosessanta moto circolanti al giorno. Sembra buono, lo so,
finché non si considera la percentuale di incidenti nel caso di veicoli chiusi. Vale a dire un incidente ogni ventisettemila veicoli al giorno. C'è una
bella differenza. Ti dà da riflettere, no?»
«Eh, sì.» Pensando: Ho sentito male o ha detto di essere un lupo? «Queste statistiche sono... sono...» Sono che cosa? Avanti, Marinville, tirati su.
Se puoi passare un'ora in compagnia di una troia mangiauomini della rivista Ms. riuscendo a non bere nemmeno mezzo bicchiere, saprai pur sopravvivere a quest'uomo. Del resto sta solo cercando di mostrarsi premuroso. «Sono davvero impressionanti», finì.
«Dunque come mai è qui? E su un mezzo di trasporto così insicuro?»
«Sono qui per raccogliere materiale.» Johnny sentì gli occhi che scendevano sulla manica sinistra del poliziotto, indurita dal sangue coagulato, e si
costrinse a rialzarli sul suo volto bruciato dal sole. Difficile pensare che
fossero in molti a dare filo da torcere a un tipo come quello; a guardarlo, lo
avresti detto capace di mangiar chiodi e sputare filo spinato, anche se non
aveva proprio la carnagione adatta per quel clima.
«Per un nuovo romanzo?» Lo sbirro si stava emozionando. Johnny cercò
brevemente una targhetta con il nome sulla sua camicia, ma non trovò
niente.
«Be', un libro nuovo, sì. Posso farle una domanda, agente?»
«Sicuro, certo, però sono io a dover fare domande a lei, ne ho qui una
camionata, di domande. Non ho mai pensato... che qui in mezzo al nulla...
Merdaccia!»
Johnny sorrise. Faceva un caldo d'inferno e voleva rimettersi in marcia
prima di ritrovarsi Steve attaccato al culo (non sopportava di guardare nello specchietto e vedere quel grosso camion giallo, gli rovinava l'atmosfera), ma era arduo rimanere insensibili allo spontaneo entusiasmo di quell'uomo, soprattutto quand'era rivolto a un argomento che lui stesso considerava con rispetto, meraviglia e, sì, soggezione.
«Visto che evidentemente conosce così bene il mio lavoro, che cosa direbbe di un libro di annotazioni sulla vita nell'America di oggi?»
«Scritte da lei?»
«Da me. Una specie di diario di viaggio intitolato...» prese fiato, «...In
viaggio con Harley?»
Si era preparato a una reazione perplessa o alla risata che accompagna la
battuta finale di una barzelletta. Se non che il poliziotto tornò a contemplare la moto massaggiandosi il mento (era il mento di un eroe dei fumetti di
Bernie Wrightson, squadrato e diviso in due da una fessura), con la fronte
corrugata in un'espressione assorta. Johnny ne approfittò per una sbirciata
furtiva alla propria mano. Sì, gliel'aveva sporcata di sangue, e non poco.
Soprattutto sul dorso e sulle unghie. Puà.
Poi il poliziotto rialzò lo sguardo e lo colse alla sprovvista mettendo in
parole ciò che lui stesso andava rimuginando da due giorni di monotona
traversata del deserto. «Potrebbe funzionare, ma in copertina dovrebbe esserci una foto di lei su questo suo trabiccolo. Una foto seria, che a nessuno
venga in mente che sta cercando di prendere in giro John Steinbeck... o se
stesso, se è per questo.»
«Ma sì!» proruppe Johnny, trattenendosi a stento da allungargli una pacca sulla schiena. «È questo il pericolo principale, che la gente lo prenda
come una specie di... di scherzo bizzarro. Invece la copertina dovrebbe trasmettere tutta la serietà dell'operazione... magari addirittura un'aria di gravità... Cosa direbbe di metterci solo la moto? Una foto della moto, magari
seppiata? Ferma su una strada di campagna... o qui, anche, nel deserto, sulla riga al centro della Highway 50... con l'ombra che si allunga su un lato...» L'assurdità di intraprendere lì quella discussione con un poliziotto
mastodontico che pochi attimi prima era sul punto di ammonirlo per aver
pisciato sul mesquite non gli sfuggì, ma nemmeno guastò il suo momento
di esaltazione.
E una volta ancora il poliziotto gli disse esattamente quello che desiderava sentire da lui.
«No! Mamma mia, no! Lei deve esserci.»
«Per la verità è quello che penso anch'io», concordò Johnny. «Seduto
sulla moto... magari con il cavalletto abbassato e i piedi su... in atteggiamento... disinvolto, sa?... sbadato, ma...»
«...ma autentico», annuì il poliziotto. Fissò in quelli di Johnny i suoi impervi occhi grigi, poi tornò a osservare la moto. «Sbadato ma autentico.
Senza sorridere. Non si azzardi a sorridere, signor Marinville.»
«Niente sorriso», convenne Johnny pensando: quest'uomo è un genio.
«E un po' distaccato», aggiunse il poliziotto. «Lo sguardo perduto. Come
se stesse pensando a tutte le miglia che ha...»
«Sì, e a tutte le miglia che ancora ho da percorrere.» Johnny osservò l'orizzonte per cercare lo stato d'animo giusto per quell'espressione da vecchio guerriero che guarda a ovest, una cosa alla Cormac McCarthy, e di
nuovo scorse il veicolo fermo a più di un miglio ai bordi della strada. Vedeva ancora bene da lontano e il riverbero del sole si era spostato abbastanza perché adesso fosse quasi sicuro che si trattava di un camper. «Miglia letterali e metaforiche.»
«Già, le une e le altre», fece eco quello straordinario poliziotto. «In
viaggio con Harley. Mi piace. Suona da palle sotto. E non c'è bisogno che
le dica che leggerei qualsiasi cosa scritta da lei, signor Marinville. Romanzi, saggi, poesie... mamma mia, la sua lista per la tintoria.»
«Grazie», rispose Johnny commosso. «Probabilmente non saprà mai
quanto ho apprezzato i suoi complimenti. Quest'ultimo anno è stato difficile per me. Pieno di dubbi. Di interrogativi sulla mia identità e il mio scopo
nella vita.»
«Sono guai di cui so qualcosa anch'io», ribatté il poliziotto. «Forse lei
non lo crederà, guardando uno come me, ma mi capita. Se sapesse giusto
di una giornata come quella che ho passato oggi... Signor Marinville, non è
che potrei avere il suo autografo?»
«Ma si capisce, con piacere», rispose Johnny sfilandosi dalla tasca posteriore il proprio taccuino. Lo aprì e sfogliò rapidamente appunti, indicazioni di località, numeri di strade, stralci di carte geografiche trascritte in
un segno di matita delicato e un po' approssimativo (queste ultime erano
opera di Steve Ames, che non aveva impiegato molto a rendersi conto che
il suo famoso cliente, per quanto ancora in grado di montare la moto con
un discreto grado di sicurezza, se non aiutato finiva immancabilmente per
perdere l'orientamento e le staffe anche in borghi di quattro case in croce).
Trovò finalmente una pagina bianca. «Come si chiama, agente...»
Fu interrotto da un ululato che gli gelò il sangue nelle vene... non perché
era evidentemente il verso di un animale selvatico, ma perché era vicino. Il
taccuino gli cadde dalla mano. Si girò su se stesso così bruscamente da rischiare di cadere. Poco oltre il ciglio della strada, a meno di cinquanta metri, c'era uno sparuto esemplare canino con quattro zampe secche secche e i
fianchi incavati del denutrito. Aveva il pelo grigiastro costellato di lappole
e una brutta escoriazione infiammata su una delle zampe anteriori, ma
Johnny registrò quei particolari senza prenderne nota. Ad affascinarlo era
il muso della creatura, che sembrava sogghignare, e gli occhi gialli, che
sembravano insieme stupidi e astuti.
«Mio Dio», mormorò. «Che cos'è? Un...»
«Coyote», disse il poliziotto pronunciandolo ki-yote. «C'è gente da queste parti che li chiama lupi del deserto.»
È così che aveva detto, pensò Johnny. Che da queste parti c'era un coyote, un lupo del deserto. Si vede che avevi capito male. L'ipotesi lo tranquillizzò anche se sotto sotto non ci credeva affatto.
Il poliziotto avanzò di un passo in direzione del coyote. Poi ne fece un
altro. Una pausa, poi un terzo passo. Il coyote non mollò ma cominciò a
tremare da cima a fondo. Da sotto il fianco macilento partì un getto di orina. Una folata di vento gli disperse l'insignificante zampillo in una sventagliata di goccioline.
Quando il poliziotto compì il quarto passo, il coyote alzò il muso arruffato e ululò di nuovo, un verso prolungato e lugubre che fece accapponare
la pelle sulle braccia di Johnny e gli risucchiò i testicoli nel basso ventre.
«Ehi, non gli dia la carica», disse al poliziotto. «È très macabro.»
Il poliziotto lo ignorò. Fissava il coyote, che ora ricambiava il suo
sguardo con i suoi occhi gialli. «Tak», disse il poliziotto. «Tak ah lah.»
Il lupo continuò a guardarlo come se per lui quei versi dal suono vagamente indiano avessero un significato e Johnny continuò a sentirsi la pelle
d'oca. Il vento rinforzò di nuovo, spingendo il taccuino caduto sul bordo
della strada dove si fermò contro una pietra. Johnny non se ne accorse. In
quel momento il suo taccuino e l'autografo che intendeva regalare al poliziotto appartenevano a un altro mondo.
Questa finisce nel libro, pensò. Tutto il resto di quello che ho visto è ancora in predicato, ma questa ce la schiaffo, poco ma sicuro. Oh, se ce la
schiaffo.
«Tak», ripeté il poliziotto e batté le mani, una volta sola, un colpo secco.
Il coyote si girò e corse via, galoppando su quelle zampe smunte a una velocità che Johnny non si sarebbe mai aspettato. Il gigante lo seguì con lo
sguardo finché il suo pelo grigio non si confuse nel grigiore generale del
deserto. Non ci volle molto.
«Mamma mia, se sono brutti», borbottò. «E da qualche tempo a questa
parte sono più numerosi delle zecche su una coperta. Non li vedi mai di
mattina o nel primo pomeriggio, quando fa più caldo, ma appena il sole cala un po', quando comincia... a fare sera... a scendere il buio...» Scosse la
testa come per dire: ecco che ti spuntano fuori.
«Che cosa gli ha detto?» domandò Johnny. «Incredibile, sa? Erano parole indiane? Qualche dialetto indiano?»
Il poliziotto rise. «Non conosco nessun dialetto indiano», rispose. «Che
dico, non conosco nessun indiano. Era il linguaggio che si usa per i neonati, sa, come cipicipicipi, turitututu.»
«Ma la stava ascoltando!»
«No, mi stava guardando», lo corresse il poliziotto e gli rivolse un cipiglio severo, come per sfidarlo a contraddirlo. «Gli ho preso gli occhi, niente di più. I buchi degli occhi. Credo che quello che si racconta in giro di
solito sul modo di domare gli animali sia un mucchio di balle, ma nel caso
di bestiacce con la coda di paglia come i lupi del deserto... be', se gli prendi gli occhi non ha importanza che cosa dici. E comunque di norma non
sono pericolosi se non hanno la rabbia. Basta che non ti fiutino la paura
addosso. O il sangue.»
Gli occhi di Johnny tornarono per un momento alla sua manica destra. Si
chiese se il coyote fosse stato attratto da quella.
«E mai e poi mai vanno affrontati quando sono in branco. Specialmente
un branco con un capo forte. Allora non hanno paura di niente. Sono capaci di attaccare un alce e corrergli dietro fino a fargli scoppiare il cuore.
Certe volte solo per divertirsi.» Fece una pausa. «E anche un uomo.»
«Caspita», commentò Johnny. «È...» non poteva dire très macabro, perché l'aveva già sfruttato, «...sconcertante.»
«Eh, sì», annuì il poliziotto e sorrise. «Leggende del deserto. Scritture
delle terre desolate. Eco di luoghi solitari.»
Johnny lo guardava con la bocca non del tutto chiusa. Tutt'a un tratto il
suo amico poliziotto parlava come Paul Bowles in un giorno di bioritmi
negativi.
Sta cercando di far colpo su di te, devi capirlo, sono chiacchiere da cocktail senza cocktail. Sono cose che hai visto e sentito un migliaio di volte.
Forse. Ma lo stesso ne avrebbe fatto volentieri a meno in quel contesto.
In lontananza si levò un altro ululato, che tremò nell'aria come un'auditiva
corrente ascensionale. Non era stato il coyote appena scappato da lì, ne era
certo. Quel richiamo veniva da più distante, forse in risposta al primo.
«Ehi, tempo scaduto!» esclamò il poliziotto. «Meglio che metta via quello, signor Marinville!»
«Come?» Per un attimo ebbe l'idea peggio che balzana che l'agente alludesse ai suoi pensieri, come se si esercitasse in telepatia oltre che in pretenziosi ermetismi, ma l'omaccione si era rimesso a osservare la moto e
stava indicando la borsa appesa sul lato sinistro. Vide allora che ne spuntava come una lingua una manica del suo impermeabile nuovo, una mantella arancione che lo proteggeva e lo rendeva più visibile in condizioni di
maltempo.
Com'è che non l'ho visto quando mi sono fermato per pisciare? si domandò. Come può essermi sfuggito? E non era tutto. Aveva fatto sosta di
rifornimento a Pretty Nice e dopo aver riempito i serbatoi della Harley, aveva aperto la borsa per prendere la carta del Nevada. Aveva controllato la
distanza che lo divideva da Austin, aveva ripiegato la carta e l'aveva riposta. Poi aveva stretto di nuovo le cinghie della borsa. Ne era sicuro, eppure
ora la cinghia era slacciata.
L'intuito non gli era mai mancato, anzi, a esso doveva la sua miglior
produzione come scrittore. Alcol e droga glielo avevano offuscato, ma non
distrutto, e da quando si era rimesso in riga aveva ripreso a farsi sentire,
ancora debole ma vivo. Ora, guardando la mantella che spuntava dalla borsa aperta, sentì squillare un campanello d'allarme.
È stato lui.
Era assurdo, ma l'intuito gli diceva che era vero lo stesso. Il poliziotto
aveva aperto la borsa e ne aveva sfilato un lembo dell'impermeabile arancione mentre lui era in altre faccende affaccendato, girato dall'altra parte. E
durante la loro conversazione, il gigante si era volutamente sistemato in
maniera da impedirgli di vedere il lembo che sporgeva. Il visibilio dimostrato nell'aver incontrato il suo autore preferito non era forse tutto oro.
Forse non lo era affatto. E aveva un piano.
Che piano? Vorresti gentilmente illustrarmelo? Che piano?
Non sapeva che piano fosse, ma non gli piaceva lo stesso. E non gli era
piaciuta nemmeno quella cavoiata da stregone con il coyote.
«Allora?» lo sollecitò il poliziotto. Sorrideva e lì c'era un'altra cosa che
non gli piaceva. Non era più il sorriso un po' ebete dell'ammiratore invaghito, se mai lo era stato; ora aveva qualcosa di gelido. Forse sprezzante.
«Allora che cosa?»
«Vuole sistemarlo o no? Tak!»
Johnny provò un tuffo al cuore. «Tak... che cosa vuol dire?»
«Io non ho detto tak, lo ha detto lei. Lei ha detto tak.»
Il poliziotto incrociò le braccia sul petto e lo contemplò in silenzio, sorridendo.
Voglio andarmene, pensò Johnny.
Sì, la conclusione era senz'altro quella, no? E se per farlo doveva eseguire i suoi ordini, benissimo. Il breve interludio che all'inizio era stato bizzarro in un modo simpatico, era improvvisamente diventato bizzarro in un
modo molto poco simpatico... come quando una nuvola copre il sole e la
giornata prima piacevole si rabbuia, diventa sinistra.
E se avesse brutte intenzioni? È chiaro che si è scolato quasi per intero
una confezione da sei.
Già, rispose a se stesso, mettiamo che le abbia? Che cosa vorresti fare?
Presentare reclamo ai ki-yote locali?
La sua iperesercitata fantasia gli presentò un'immagine molto sgradevole: il poliziotto che scavava una fossa nel deserto mentre all'ombra della
sua macchina giaceva il cadavere di un uomo che aveva vinto un National
Book Award e scopato la più famosa attrice d'America. Respinse l'immagine quand'era ancora solo poco più di un barlume, non tanto per la paura
che gli incuteva ma in virtù di una particolare presunzione protettiva. Gli
uomini come lui non finivano assassinati. Qualche volta si toglievano la
vita, ma non venivano ammazzati, meno che mai da ammiratori psicopatici. Quelle erano stronzate da letteratura di bassa lega.
C'era stato John Lennon, si capisce, ma...
Si avvicinò alla moto cogliendo una zaffata del poliziotto. Per un momento gli apparve nella mente il ricordo vivo seppur sfocato del padre alcolizzato, violento e strampalato, che era sempre impregnato di quello
stesso odore: Old Spice in superficie, sudore sotto il dopobarba, cattiveria
sadica allo stato elementare sotto tutto il resto, come il pavimento in terra
battuta di una vecchia cantina.
Entrambe le fibbie erano slacciate. Johnny alzò la patta frangiata della
borsa, con le narici ancora invase dall'odore di traspirazione e dopobarba.
Il poliziotto era appena dietro di lui. Abbassò la mano per prendere la manica della mantella e si bloccò alla vista dell'oggetto posato sulla pila delle
sue carte stradali. In parte era sbigottito, ma perlopiù non era nemmeno
sorpreso. Si girò a guardare il poliziotto. Il poliziotto stava osservando il
contenuto della borsa.
«Oh, Johnny», sospirò con rammarico. «Che delusione. Questo è très
deludente.»
Sollevò dalla borsa il sacchetto da quattro litri sopra le carte stradali.
Johnny non ebbe bisogno di fiutare l'aria per sapere che non conteneva tabacco da pipa e si domandò chi potesse essere stato il buontempone che vi
aveva incollato la faccia gialla e rotonda di Smiley.
«Quella roba non è mia», affermò. La sua voce risuonò stanca e incerta,
come il messaggio registrato di una segreteria telefonica molto vecchia.
«Non è mia e lei lo sa, vero? Perché ce l'ha messa lei.»
«Ma sì, buttiamo tutto addosso agli sbirri», ribatté il gigante. «Come nei
suoi libri da radical-chic, vero? Ma se le ho sentito il tanfo addosso appena
mi si è avvicinato. Dico io, ma la usa per farci il bagno? Tak!»
«Senta...» cominciò Johnny.
«Salga in macchina, radical-chic! In macchina, frocio!» La voce colma
di indignazione, gli occhi grigi colmi di ilarità.
È uno scherzo, pensò Johnny. Una burla di cattivo gusto, ma sempre
una burla.
Poi, da sudovest giunsero altri ululati, un coro confuso questa volta, e
quando gli occhi del poliziotto si girarono in quella direzione e sulle sue
labbra apparve un sorriso, Johnny sentì un grido che gli si arrampicava
nella gola e dovette serrare la bocca per tenerlo dentro. Non c'era nulla di
burlesco nell'espressione che il grosso poliziotto rivolse a quei richiami: la
sua era la faccia di un uomo totalmente impazzito e, Gesù, com'era grosso!
«I miei figli del deserto!» esclamò il poliziotto. «I can toi! Che musica
che fanno!»
Rise, abbassò lo sguardo sul pacco di marijuana che teneva nella mano
enorme, scosse la testa e rise più forte ancora. Impietrito, Johnny lo guardava e guardandolo sentì svanire d'incanto la certezza che gli uomini come
lui non venissero assassinati.
«In viaggio con Harley», rifletté il poliziotto a voce alta. «Si rende conto
di quant'è stupido questo titolo per un libro? Di quanto è stupido come
concetto in sé? E millantare il retaggio letterario di John Steinbeck... uno
scrittore al quale lei non è degno nemmeno di leccare la suola delle scarpe... questo mi fa veramente incazzare.»
E senza che avesse visto o intuito nulla, Johnny si sentì esplodere nella
testa un'argentea, possente vampata di dolore. Si rese conto di vacillare all'indietro con le mani premute sulla faccia e sul sangue caldo che gli sgorgava tra le dita, di annaspare in cerca di equilibrio, di pensare non è niente,
non cascherò, non è niente, e finalmente di essere disteso su un fianco nella strada a gridare alla volta azzurra del cielo. Non si sentiva più il naso diritto; ora gli pareva che gli pendesse sulla guancia sinistra. Aveva il setto
deviato per tutta la coca che aveva tirato negli anni Ottanta e ricordava che
il medico gli aveva raccomandato di farselo sistemare prima di finire contro un palo o una porta a molla, con il rischio che gli esplodesse. Ebbene,
non erano stati né una porta né un palo e il suo naso non era propriamente
esploso, ma aveva senz'altro subito una ristrutturazione rapida e radicale.
Elaborò tutti questi pensieri con la dovuta coerenza mentre la sua bocca
continuava a gridare per conto proprio.
«Anzi, mi manda in bestia», rettificò il poliziotto e gli sferrò un calcio
alla coscia sinistra. Il dolore lo invase come una colata di acido e gli pietrificò i muscoli portanti della gamba. Johnny prese a dibattersi, tenendosi
ora la gamba invece del naso, e grattando la guancia sull'asfalto della
Highway 50, gridando, ansimando, risucchiando sabbia in gola e tossendola fuori quando cercò di gridare di nuovo.
«La verità è che mi fa vedere rosso per la collera», precisò meglio il po-
liziotto e gli sferrò un calcio al sedere, in alto, a livello del coccige.
Questa volta il dolore fu smisurato e insopportabile. Era sicuro che sarebbe svenuto. Invece no. Continuò a dibattersi e strisciare sulla tratteggiatura bianca, gridando e sanguinando dal naso rotto e tossendo sabbia mentre in lontananza i coyote ululavano all'addensarsi delle ombre serali
proiettate dalle montagne.
«Su», comandò, «in piedi, Lord Jim.»
«Non posso», farfugliò Johnny Marinville, portandosi le gambe al torace
e allacciandosi le braccia sul ventre nella posizione difensiva che ricordava
ancora più o meno dai tempi della Convenzione democratica del '68 a Chicago e, ancor prima di allora, da una conferenza che aveva ascoltato a Filadelfia, prima che avessero inizio le marce per la libertà nel Mississippi.
Aveva avuto intenzione di partecipare a una di quelle missioni, non solo
perché era una causa nobile, ma perché era la materia prima della grande
letteratura, ma al momento opportuno era saltato su qualcos'altro. Probabilmente il suo cazzo, alla vista di una sottana alzata.
«In piedi, pezzo di merda. Ora sei a casa mia, la casa del lupo e dello
scorpione, ed è meglio che non te lo dimentichi.»
«Non ce la faccio, mi hai spezzato la gamba, Gesù Cristo, mi hai massacrato...»
«La gamba non è rotta e non ti ho ancora massacrato. E adesso alzati.»
«Non posso. Davvero non...»
Lo sparo fu assordante, il rimbalzo del proiettile sul fondo stradale stridette come il ronzio di una vespa mostruosa, e Johnny fu in piedi ancor
prima di sentirsi sicuro al cento per cento di non essere morto. Si trovò con
un piede nella corsia in direzione est e l'altro in quella opposta, a dondolare
come un ubriaco. Aveva la parte inferiore della faccia ricoperta di sangue.
Vi si era appiccicata della sabbia che gli aveva disegnato riccioli e virgole
sulle labbra, le guance e il mento.
«Ehi, campione, ti sei bagnato le brache», lo apostrofò il poliziotto.
Johnny abbassò gli occhi e constatò che era vero. Non importa se ce
l'hai piccolo o grande, pensò. Nella coscia sinistra avvertiva scariche come
in un dente infetto. Il sedere era ancora quasi del tutto intorpidito, gli sembrava di avere un taglio di manzo surgelato appeso alla schiena. E ritenne
di doversene rallegrare, tutto considerato. Se la seconda volta il poliziotto
l'avesse colpito con il piede un po' più su, forse ora sarebbe stato paralizzato.
«Tu sei una pietosa parodia di scrittore e anche una pietosa parodia di
uomo», sentenziò il poliziotto. Impugnava un'enorme rivoltella. Lanciò un'occhiata al sacco di droga che reggeva ancora nell'altra mano e scosse la
testa con un'espressione nauseata. «Lo so non solo per quello che dici, ma
per la bocca da cui lo dici. Anzi, se stessi a guardare per troppo tempo
quelle tue labbra molli e quella tua bocca autocompiacente, mi scapperebbe d'ammazzarti subito. Non riuscirei a trattenermi.»
I coyote ulularono in lontananza, u-u-auuuuu, come incisi nella colonna
sonora di un vecchio film con John Wayne.
«Ci hai già dato dentro abbastanza», commentò Johnny con la voce impastata.
«Non ancora», obiettò il poliziotto e sorrise. «Ma il naso è un inizio. In
effetti ti ha migliorato i connotati. Non molto, intendiamoci.» Aprì lo sportello posteriore dell'automobile. Johnny intanto si chiedeva quanto fosse
durata quella piccola commedia. Non ne aveva la più pallida idea, ma durante lo svolgimento della scena non era transitato nessun veicolo, né
grande né piccolo. Nessuno. «Monta, campione.»
«Dove mi porti?»
«Secondo te dove dovrei portare un merdoso sinistroide spinellomane
come te? Nella brava vecchia gattabuia. E adesso sali in macchina.»
Johnny ubbidì. Mentre saliva, si toccò la tasca superiore sinistra del giubbotto da motociclista.
Lì dentro c'era il cellulare.
5
Non poteva star seduto, gli faceva troppo male, così si appoggiò alla coscia destra, con una mano posata con delicatezza sul naso dolorante. Se lo
sentiva vivo e malevolo, un parassita che gli conficcava nelle carni pungiglioni velenosi, ma in quel momento era in grado di non pensarci. Fai che
il cellulare funzioni, pregava rivolto a un Dio che aveva deriso per quasi
tutto l'arco della sua vita creativa, l'ultima volta in un racconto intitolato
Intemperie dall'alto dei cieli, uscito sulle pagine di Harper's e salutato da
commenti generalmente favorevoli. Ti supplico, fai che questo dannato telefonino funzioni, Dio mio, e fai che Steve abbia acceso le orecchie. Poi,
accorgendosi di aver spinto il carro un bel po' davanti ai buoi, aggiunse
una terza richiesta: Ti prego, dammi la possibilità di usarlo, vuoi?
Come in risposta a quest'ultima implorazione, il gigantesco poliziotto
passò oltre il muso dell'automobile senza nemmeno guardar dentro e tornò
alla moto di Johnny. Indossò il suo casco, alzò una gamba al di là del sedile (era molto alto, perciò più che montare in sella, vi si calò sopra), e pochi
istanti dopo l'aria vibrò del brontolio del motore acceso. Il poliziotto era a
cavalcioni della Harley, con le cinghie del casco che gli pendevano ai lati
del collo, e sotto la sua mole molto meno elegante la moto sembrava rimpicciolita alle dimensioni di un giocattolo. Diede gas quattro o cinque volte, facendo rombare il motore come se gli piacesse il suono. Poi raddrizzò
la Harley, chiuse con un colpo di tacco il cavalletto e con la punta dello
stivale inserì la prima. Procedendo dapprima con circospezione, come
Johnny stesso aveva fatto quando l'aveva recuperata dalla rimessa e montata nel traffico per la prima volta dopo tre anni, scese dal ciglio della massicciata. Usava il freno del manubrio e pagaiava con i piedi, attento a eventuali ostacoli o irregolarità nel terreno. Giunto sulla spianata desertica accelerò, salendo rapidamente da una marcia all'altra e serpeggiando tra ciuffi di salvia.
Precipita in qualche tana di topo del deserto, vigliacco schifoso, gli augurò Johnny provando con cautela a inalare aria nel naso dolorante. Vai a
sbattere contro qualcosa di duro. Schiantati e incendiati.
«Non sprecare tempo con lui», mormorò e fece saltare con il pollice il
bottone automatico della tasca destra del giubbotto. Estrasse il Motorola
(quella del cellulare era stata un'idea di Bill Harris, forse l'unica buona idea
che il suo agente aveva avuto in quattro anni) e lo aprì. Osservò il quadrante trattenendo il fiato e pregando ora di vedere apparire una S e due barrette. Avanti, Dio, ti prego, pensava intanto con il sudore che gli colava sulle
guance e il sangue che gli sgorgava ancora dal naso storto e gonfio. Fammi
vedere una S e due barre, se no tanto vale che me lo schiaffi in quel posto.
Il telefono mandò un bip. Nella finestrella sul lato sinistro del quadrante
apparve una S, che valeva per «servizio», accompagnata da una barretta.
Solo una.
«No», gemette. «No, non puoi farmi questo, dammene un'altra, una ancora, ti supplico!»
Agitò il telefono in un gesto di frustrazione... e si accorse di non aver estratto l'antenna. Rimediò all'istante e sopra la prima, apparve una seconda
barra. Si spense, ricomparve, si decise finalmente a rimanere seppure dando segni di esitazione.
«Sì!» mormorò Johnny. «Sììì!» Alzò la testa di scatto e guardò dal finestrino. I suoi occhi che sporgevano da pozze di sudore sbirciarono attraverso un groviglio di lunghi capelli grigi, ora impiastricciati di sangue come
gli occhi di un animale braccato che spia dalla sua tana. Il poliziotto aveva
fermato la Harley a trecento metri dalla strada. Ne smontò e si allontanò di
un passo lasciandola cadere. Il motore si spense. Nonostante la situazione,
Johnny non poté non provare un moto di indignazione. La Harley lo aveva
portato fin lì senza che il suo fidato motore americano perdesse un sol colpo e gli feriva il cuore vederla trattata con così noncurante disprezzo.
«Gran pezzo di merda», bisbigliò. Tirò su per il naso sangue semicoagulato, ne sputò un fiotto sul pavimento ingombro di carte dell'abitacolo e
tornò a guardare il telefono. Nell'ultima fila di tasti, il secondo da sinistra
era contrassegnato da NAME/MENU. Steve aveva programmato quella
funzione poco prima di partire. Pigiò il tasto e nel quadrante apparve il
nome del suo agente: BILL. Pigiò di nuovo e apparve TERRY. Schiacciò
ancora una volta e apparve JACK, cioè Jack Appleton, il suo editor alla
FS&G. Dio del cielo, perché aveva fatto precedere tutti quei nomi a Steve
Ames? Steve era la sua sola polizza sulla vita.
Nel deserto, a trecento metri da lui, il poliziotto pazzo si era tolto il casco e stava scalciando sabbia sulla Harley dell'86 di Johnny. Da quella distanza sembrava un bambino nel pieno di una crisi di nervi infantile. Meglio così. Se aveva intenzione di ricoprire per intero la moto, Johnny avrebbe avuto tutto il tempo di inoltrare la sua chiamata... sempre che il telefono avesse voluto collaborare. La spia dell'accensione continuava a
lampeggiare e questo era un buon segno, ma la seconda barretta era ancora
incerta.
«Dai, dai», incitava Johnny rivolto al cellulare fra le mani tremanti e
rosse di sangue. «Ti prego, tesoro, ti prego.» Premette di nuovo il pulsante
NAME/MENU e apparve STEVE. Allora schiacciò subito il pulsante con
la scritta SEND. Poi si portò il telefono all'orecchio, chinandosi ancora di
più a destra e allungando lo sguardo attraverso il fondo del finestrino. Il
poliziotto stava ancora buttando sabbia sul motore della Harley.
Il telefono cominciò a squillare, ma Johnny sapeva di essere ancora lontano da un possibile successo. Si era semplicemente inserito nella rete locale e aveva da compiere ancora un passo prima di mettersi in contatto con
Steve Ames. Un passo molto lungo.
«Dai, dai, dai...» Una goccia di sudore gli finì nell'occhio. Se la tolse con
una nocca.
Il telefono smise di squillare. Udì uno scatto. «Benvenuto nella Western
Roaming Network!» lo salutò una gioviale voce elettronica. «La vostra
chiamata è stata inoltrata! Grazie per la vostra pazienza e buona giornata!»
«Lascia perdere le sviolinate e muoviti, dannazione», imprecò Johnny.
Silenzio. Nel deserto il poliziotto indietreggiò di qualche passo e contemplò la moto come per cercare di decidere se l'avesse mimetizzata a sufficienza. Tra le carte e le sporcizie del sedile posteriore della sua automobile, Johnny Marinville cominciò a piangere. Non poté farne a meno. In un
certo senso era come bagnarsi di nuovo le mutande, ma alla rovescia.
«No», gemette sottovoce. «No, non ancora, non basta, non con questo vento così forte, meglio che ci butti su un altro po' di sabbia. Fa' il bravo, un
altro po'.»
Immobile, il poliziotto osservava la motocicletta e ora la sua ombra
sembrava allungarsi per mezzo miglio di deserto. Johnny lo spiava sfiorando con lo sguardo il bordo inferiore del vetro, con i capelli insanguinati
negli occhi e il cellulare schiacciato contro l'orecchio destro. Reagì con
una specie di rantolo di sollievo alla vista del poliziotto che si riavvicinava
alla moto e riprendeva a coprirla con la sabbia, gettandola ora sul manubrio.
Il telefono si rianimò, questa volta con squilli sfiatati e indeboliti dalla
distanza. Se il segnale stava passando, come sembrava indicare la qualità
degli squilli, un altro Motorola stava suonando in quel momento sul cruscotto di un camioncino in un punto imprecisato tra le cinquanta e le duecentocinquanta miglia a est dell'attuale posizione di John Edward Marinville.
Nel deserto il poliziotto continuava a scalciare e scalciare, seppellendo il
manubrio della moto di Johnny.
Due squilli... tre squilli... quattro...
Ancora uno, due al massimo, prima che un'altra voce artificiale (aveva
scoperto che la tecnologia cellulare echeggiava e rimbombava di voci artificiali) gli comunicasse che la persona con cui cercava di mettersi in contatto o era fuori portata, o si era allontanata dal veicolo. Sempre piangendo,
chiuse gli occhi. Nell'oscurità screziata di rosso sotto le palpebre vide il
pulmino parcheggiato davanti a una stazione di servizio appena a ovest
della linea di confine tra Utah e Nevada. Steve era allo spaccio a comprare
le sue dannate sigarette e a filarsi la commessa, mentre fuori, sul cruscotto
del Ryder il cellulare (l'altro terminale della linea di comunicazione che
l'agente di Johnny aveva preteso fosse sempre in funzione) squillava nella
cabina vuota.
Cinque squilli...
Poi, lontana, quasi dispersa nei disturbi di energia statica ma benedetta
ugualmente come quella di un angelo sportosi dal paradiso, udì la voce di
Steven, nel suo tipico accento strascicato da texano. «Pronto... tu... capo?»
L'automobile della polizia tremò al passaggio di un TIR lanciato a tutto
gas in direzione est. Johnny quasi non lo notò e non fece alcun tentativo di
richiamare l'attenzione del conducente. Probabilmente non ci avrebbe provato nemmeno se tutta la sua attenzione non fosse stata concentrata sul telefono e la voce tenue di Steve. L'autocarro era transitato a tutta birra. Che
cosa poteva sperare che vedesse il camionista nei due decimi di secondo
impiegati per sfrecciare accanto all'auto di pattuglia, considerato tra l'altro
che tutti i finestrini erano annebbiati da un denso strato di polvere?
Risucchiò aria dal naso e soffiò fuori sangue, resistendo al dolore perché
voleva schiarirsi il più possibile la voce.
«Steve! Steve, sono nei guai. Guai grossi!»
Ci fu una scarica di disturbi più intensi e lì per lì credette di averlo perso,
ma un attimo dopo udì di nuovo la sua voce: «... c'è, capo? Ripeti!»
«Steve, sono Johnny! Mi senti?»
«... sento... Che...» Un'altra scarica. Soffocò quasi del tutto l'ultima parola, ma Johnny pensò che potesse essere stata «guai». Ti sento, che guai?
Dio, fai che non mi stia inventando tutto. Ti scongiuro.
Il poliziotto aveva di nuovo smesso di dar calci alla sabbia. Indietreggiò
per un'altra valutazione critica della sua opera, poi si girò e s'incamminò
verso la strada, con la testa abbassata, la tesa del cappello che gli oscurava
il volto, le mani sprofondate nelle tasche. Fu allora che, pervaso a un tratto
da un'ondata di orrore, Johnny si rese conto di non sapere che cosa dire a
Steve. Si era talmente concentrato sulla telefonata che doveva fare, chiamando a raccolta tutta la forza di volontà di cui disponeva, quasi che senza
la sua energia spirituale il telefono non avrebbe mai potuto funzionare, da
aver escluso dalla mente ogni altro pensiero.
E adesso?
Non sapeva nemmeno bene dove si trovava, solo che...
«Sono a ovest di Ely, sulla Highway 50», disse. Altro sudore gli bruciò
gli occhi. «Non so quanta strada ho fatto, almeno una quarantina di miglia.
Poco più avanti c'è un camper fermo. E c'è uno sbirro... non uno della polizia stradale, uno della municipale, credo, ma non so di quale città... non ho
visto che cosa c'è scritto sulla portiera... non so nemmeno cóme si chiama...» Parlava sempre più in fretta via via che il poliziotto si avvicinava; di
lì a pochi secondi avrebbe cominciato a farfugliare.
Calma, calma, è ancora a cento metri, hai tutto il tempo. Per l'amor di
Dio, fai quello che dovrebbe esserti naturale, quello per cui ti pagano, fai
quello che hai fatto per tutta la vita. Comunica, cristo!
Ma non aveva mai dovuto farlo per salvarsi la vita. Per far soldi, per essere conosciuto negli ambienti giusti, per levare talvolta la voce nel ruggito
del vecchio leone coraggioso, questo sì, ma mai per la propria vita nel senso più letterale del termine. E se il poliziotto avesse improvvisamente alzato la testa dalla sua camminata a capo chino e lo avesse visto... lui era accovacciato ma l'antenna del cellulare sporgeva, naturalmente, non poteva
non sporgere...
«Ha preso la mia moto, Steve. Ha preso la mia moto e l'ha portata nel
deserto. L'ha coperta con la sabbia, ma con il vento che tira così forte... È
in mezzo al deserto, un miglio circa a est del camper di cui ti ho detto, sul
lato nord. Forse riesci a trovarla, se c'è ancora un po' di sole.»
Deglutì.
«Chiama la polizia. La polizia statale. Digli che sono stato sequestrato
da un poliziotto biondo, grande e grosso... Cazzo, un gigante come non si è
mai visto! Hai capito?»
Dal cellulare solo silenzio frusciante affettato da scariche di statica.
«Steve! Steve, sei lì?»
No, non c'era.
Ora sul quadrante c'era una sola barretta e non lo stava ascoltando nessuno. Era caduta la linea e lui, tutto preso da quello che doveva riferire,
non sapeva quando fosse accaduto, o quanto di quello che aveva trasmesso
Steve avesse ricevuto.
Johnny, ma sei sicuro che abbia sentito qualcosa?
Era la voce di Terry, una voce che in certi momenti amava e in altri odiava. Ora la odiò. La odiò più di qualunque altra voce avesse mai sentito.
La odiò ancora di più per la compassione di cui era venata.
Sei sicuro di non esserti immaginato tutto?
«No, c'era, era lì, quel gran figlio di puttana, era lì a sentirmi», protestò.
Si accorse dell'inflessione supplichevole della propria voce e odiò anche
quella. «C'era, carogna che non sei altro. Per qualche secondo c'è stata di
certo.»
Il poliziotto era a non più di cinquanta metri. Johnny chiuse l'antenna e il
telefonino e cercò di infilarselo nella tasca destra. La patta glielo impedì. Il
telefono gli cadde in grembo e da lì scivolò sul fondo dell'abitacolo. Lo
cercò frenetico, a tastoni, trovando dapprincipio solo carte e scartoffie, volantini della lotta alla droga soprattutto e involti bisunti di hamburger. Le
sue dita si chiusero su un oggetto lungo e stretto, non quello che voleva,
ma la breve occhiata che lanciò sotto il sedile gli bastò a fargli provare un
brivido prima che riaprisse la mano. Era un fermaglio di plastica per capelli. Da bambina.
Non ci pensare, non hai tempo di chiederti che cosa ci faceva una bambina su questa macchina. Ritrova il tuo dannato telefono, ormai dev'essere
quasi arrivato...
Sì. Quasi. Ora sentiva il rumore dei suoi passi nonostante il vento, rinforzatosi ora al punto da far cigolare di tanto in tanto i molloni dell'automobile.
La sua mano aveva incontrato un nido di bicchierini di plastica, fra i
quali era finito il suo cellulare. Lo afferrò, se lo infilò nella tasca della
giacca e schiacciò il bottone automatico. Quando si rialzò a sedere, il poliziotto stava girando davanti al muso dell'automobile, camminando chino
per guardare attraverso il parabrezza. La sua faccia era ustionata più che
mai e in certi punti si stava quasi screpolando. Sul labbro inferiore gli erano apparse in effetti le prime vesciche e un'altra bolla gli si andava gonfiando sulla tempia destra.
Bene. Questo non mi addolora affatto.
Il poliziotto aprì lo sportello del posto di guida, si sporse dentro e guardò
attraverso la rete che divideva i sedili. Dilatò le narici fiutando l'aria.
Johnny le vide vaste e profonde come gallerie.
«Non è che mi hai vomitato in macchina, vero, Lord Jim? Perché se l'hai
fatto, la prima cosa che ti troverai tra le mani appena saremo in città sarà
un bel cucchiaione.»
«No», rispose. Altro sangue gli stava scivolando giù per la gola impastandogli di nuovo la voce. «Ho avuto dei conati, ma non ho vomitato.» In
verità le parole del poliziotto gli avevano restituito un briciolo di speranza.
La prima cosa che ti troverai tra le mani appena saremo in città significava che non aveva intenzione di trascinarlo giù da quell'automobile, fargli saltare le cervella e seppellirlo di fianco alla moto.
Se non sta solo cercando di sviare i miei sospetti. Di tranquillizzarmi
perché gli sia più facile... be', fare quel che ha in mente di fare.
«Hai paura?» domandò l'agente, sempre piegato all'interno dell'abitacolo
a guardare attraverso la rete. «Dimmi la verità, Lord Jim, perché mi accorgo se menti. Tak!»
«Certo che ho paura.» Il suo «certo» suonò come «cetto», nella voce nasale di un forte raffreddore.
«Bene.» Il poliziotto si sedette al volante, togliendosi il cappello e rimirandolo per qualche istante. «Non ci sta», osservò. «Quella troia di una
cantante folk mi ha rovinato quello che potevo tenere in testa in macchina.
E nemmeno che mi abbia cantato Leaving' on a Fucking Jet Plane.»
«Che peccato», mormorò Johnny, che non aveva la più vaga idea di che
cosa stesse dicendo.
«Le labbra che mentono è meglio che stiano chiuse», dichiarò il poliziotto, lasciando cadere sul sedile accanto il cappello che non era suo e che finì
sul groviglio di una striscia a maglie tempestata di aculei. Lo schienale
contro cui si appoggiò, spinto all'indietro dal suo peso, calò come una
pressa contro il ginocchio sinistro di Johnny.
«Tirati su!» urlò Johnny. «Mi stai schiacciando la gamba! Tirati su e
fammela tirare via! Gesù, così mi uccidi!»
Il poliziotto non reagì e la pressione sulla gamba sinistra, già spaventosa,
aumentò. Se la afferrò con entrambe le mani e la sfilò da dietro lo schienale con uno sforzo che gli spremette altro sangue in gola. Questa volta fu
scosso da conati veri.
«Bastardo!» latrò in uno spasmodico colpo di tosse vaporizzato di sangue, incapace di trattenersi. Il poliziotto sembrò non accorgersi nemmeno
di essere stato insultato. Sedeva con la testa abbassata e tamburellava lieve
sul volante. La sua respirazione era gutturale e ansimante e per un attimo
Johnny si chiese se lo stesse canzonando. Improbabile. Spero che sia asma, pensò. E spero che tu ne muoia strozzato.
«Senti», lo richiamò senza lasciar trasparire nulla del suo stato d'animo,
«ho bisogno di qualcosa per il mio daso... naso. Non ce la faccio più. Anche un'aspirina mi va bene. Hai un'aspirina?»
Il poliziotto tacque. Continuò a tamburellare sul volante con la testa abbassata.
Johnny aprì la bocca per aggiungere ancora qualcosa, ma la richiuse.
Soffriva molto, sì, più di quanto gli fosse mai accaduto, peggio persino
della volta che aveva espulso quel calcolo nell'89, ma non soffriva tanto da
voler morire. E c'era qualcosa nell'atteggiamento del poliziotto, come se si
fosse rifugiato in un luogo profondo della mente a decidere qualcosa di
importante, che lo induceva a temere che la morte potesse essere vicina.
Così tenne la bocca chiusa e attese.
Il tempo trascorse. Le ombre delle montagne diventarono più intense,
scendendo un po' di più verso il deserto, ma almeno i coyote si erano calmati. Il poliziotto teneva la testa chinata e tamburellava con le dita sul vo-
lante, come assorto in meditazione. Non alzò lo sguardo nemmeno quando
passarono un altro autocarro in direzione est e un'automobile in direzione
ovest, quest'ultima scartando non poco sulla sua sinistra per dare ampio
spazio all'automobile di pattuglia ferma sul ciglio della strada con i lampeggianti accesi.
Poi raccolse qualcosa che aveva accanto a sé: una vecchia doppietta a
due grilletti. La osservò con attenzione. «Mi sa che quella donna non era
una vera cantante folk», mormorò. «Però ce l'ha messa tutta a cercare di
ammazzarmi con questa.»
Johnny non disse niente, aspettò. Il suo cuore batteva lentamente ma
molto forte.
«Tu non hai mai scritto un romanzo veramente spirituale», lo accusò il
poliziotto. Parlava adagio, pronunciando con precisione parola dopo parola. «È il tuo maggior difetto, da tutti trascurato, ed è il fulcro del tuo comportamento presuntuoso e vanesio. Tu non hai alcun interesse per la tua
natura spirituale. Ti fai beffe del Dio che ti ha creato e mortifichi così il
tuo stesso pneuma ed esalti il fango che è il tuo sarx. Mi capisci?»
Johnny aprì la bocca e la richiuse. Parlare o non parlare, questo era il dilemma.
Glielo risolse il poliziotto. Senza alzare gli occhi dal volante, senza
nemmeno uno sguardo allo specchietto retrovisore, si posò le canne della
doppietta sulla spalla destra puntandogliela addosso attraverso la rete metallica. Johnny si mosse d'istinto, spostandosi a sinistra per sottrarsi a quegli enormi fori neri.
Sempre senza che il poliziotto muovesse la testa, le canne ruotarono tenendolo sotto mira con la precisione di un servomotore controllato da un
radar.
Forse ha uno specchio in grembo, rifletté Johnny. Ma a che cosa gli
servirebbe? Vedrebbe solo il soffitto della macchina. Che diavolo succede
qui?
«Rispondimi», lo esortò il poliziotto. La sua voce era cupa, tenebrosa.
La sua testa era ancora chinata. La mano con cui non reggeva la doppietta
continuava a tamburellare sul volante e un'altra folata di vento colpì l'automobile sventagliando il finestrino di sabbia e polvere alcalina. «Rispondimi subito! Non aspetterò. Non sono obbligato a farlo. C'è sempre qualcun altro in arrivo. Allora... capisci che cosa ti ho appena detto?»
«Sì», rispose Johnny con la voce tremante. «Pneuma è l'antica parola
gnostica per spirito. Sarx è il corpo. Hai detto e correggimi se sbaglio...»
Ma non con il fucile, ti prego di non correggermi con il fucile, «...che io ho
ignorato il mio spirito a favore del mio corpo. E forse hai ragione. È possibilissimo.»
Si spostò di nuovo a destra. Le canne della doppietta seguirono i suoi
movimenti, sebbene avrebbe giurato che le molle del sedile posteriore non
avessero minimamente fiatato sotto di lui e che il poliziotto non potesse
vederlo, a meno che lo tenesse d'occhio in un monitor nascosto.
«Non adularmi», lo ammonì in tono stanco il poliziotto. «Puoi solo peggiorare le cose.»
«Mi...» Johnny si passò la lingua sulle labbra. «Mi dispiace. Non intendevo...»
«Sarx non è il corpo. Il corpo è soma. Sarx è la polpa del corpo. Il corpo
è fatto di carne, come si dice che il Verbo si fosse fatto carne con la nascita
di Gesù Cristo. Ma il corpo è più della carne di cui è costituito. La somma
è maggiore delle sue parti. È così difficile da capire per un intellettuale
come te?»
E le canne della doppietta ruotavano di qui e di là. Tenendolo sotto tiro
come se fossero manovrate da un autogiro.
«Io non ho mai... mai...»
«Riflettuto sul concetto in questo termini? Su, andiamo. Persino un naïf
spirituale come te non può non capire che un pollo arrosto non è un pollo.
Pneuma... soma... es-s-s-»
La voce gli si era via via contratta e ora stava inalando come fa una persona quando cerca di finire di esporre il suo pensiero anticipando uno sternuto. Abbassò bruscamente il fucile e boccheggiò (lo schienale del suo sedile scricchiolò, quasi imprigionando di nuovo il ginocchio sinistro di
Johnny) e sternuti. Da bocca e naso non spruzzò muco, bensì sangue e una
bava rossa e trasparente che sembrava fatta di fili di nylon. Questo materiale, tessuto organico fuoriuscito dalla gola e dalle cavità nasali del poliziotto, colpì parabrezza, volante e cruscotto. L'odore che si propagò era orribile, era odore di carne marcia.
Johnny si portò le mani al viso e gridò. Gli sarebbe stato impossibile evitarlo. Si sentiva i bulbi oculari pulsare nelle orbite, l'adrenalina rovesciarglisi nel corpo come un'inondazione.
«Mamma mia, non c'è niente di peggio di un raffreddore estivo, eh?»
commentò il poliziotto nel suo tono cupo e pensieroso. Si schiarì la gola e
sputò sul cruscotto un coagulo grosso come una melina selvatica, che rimase appeso per qualche istante, poi cominciò a scivolare allungandosi
sulla radio di bordo come una disgustosa lumaca, lasciandosi dietro una
scia di sangue. Dondolò per un attimo o due nell'aria, prima di staccarsi e
cadere sullo stuoino con un tonfo flaccido.
Johnny chiuse gli occhi dietro le mani e gemette.
«Quello era sarx», lo informò il poliziotto e avviò il motore. «Ti conviene tenerlo a mente. Direi 'per il tuo prossimo libro', ma io non credo che ci
sarà un prossimo libro, dico bene, signor Marinville?»
Johnny non rispose. Tenne le mani sulla faccia e gli occhi chiusi. Gli balenò l'ipotesi che nulla di tutto quello stesse accadendo davvero, che fosse
finito in chissà quale manicomio e che fosse vittima della più orrenda allucinazione del mondo. Ma il buonsenso negava quell'eventualità. Il fetore
della roba sputata da quell'uomo...
Sta morendo, per forza, quello era il frutto di un'infezione e di un'emorragia interna, sta male, la sua malattia mentale è solo un sintomo di qualcos'altro, qualcosa frutto di radiazioni o del contagio di un animale rabbioso o... o...
Il poliziotto fece un'inversione di marcia e puntò il muso in direzione
est. Johnny si tenne le mani sul viso ancora un po', cercando di ritrovare un
minimo di controllo, poi le abbassò e riaprì gli occhi. Ciò che vide dal finestrino destro lo fece restare a bocca aperta.
A intervalli di una ventina di metri erano seduti lungo la strada una fila
di coyote come una guardia d'onore, silenziosi, con gli occhi gialli e la lingua a penzoloni. Sembrava che sorridessero.
Guardò dall'altra parte e ne trovò altri, seduti nella polvere, nel sole fulgido del tardo pomeriggio, a guardar passare la macchina della polizia. È
un sintomo anche questo? si domandò. Quello che stai vedendo è un sintomo? Ma allora perché lo vedo io?
Guardò dal lunotto posteriore. Appena oltrepassati, i coyote partivano al
galoppo, allontanandosi nel deserto.
«Imparerai, Lord Jim», lo apostrofò il poliziotto e Johnny si voltò di
nuovo verso di lui. Vide occhi grigi che lo fissavano nello specchietto.
Uno era velato di sangue. «Prima che venga la tua ora, credo che capirai
molto più di adesso.»
Più avanti c'era un cartello stradale con una freccia puntata nella direzione di qualche piccolo centro abitato. Il poliziotto azionò il lampeggiatore sebbene non ci fosse in giro nessuno.
«Ti porto in classe», annunciò. «Le lezioni stanno per cominciare.»
Sterzò a sinistra e l'automobile si alzò su due ruote per qualche istante
prima di ritrovare l'assetto. Proseguì in direzione sud, verso la parete screpolata della miniera a cielo aperto e le poche case che si affastellavano sotto le sue pendici.
4
1
Steve Ames stava violando uno dei cinque comandamenti, l'ultimo della
lista, per la precisione.
Aveva ricevuto i cinque comandamenti un mese prima, non da Dio ma
da Bill Harris. Erano nell'ufficio di Jack Appleton. Appleton era da dieci
anni il redattore che si occupava dei lavori di Johnny Marinville. Era stato
presente al passaggio dei comandamenti ma non aveva partecipato a quella
parte della conversazione fino alle ultime battute: seduto alla sua scrivania,
con le dita curatissime aperte sui risvolti della giacca, aveva ascoltato. Il
campione si era congedato da un quarto d'ora, testa alta e grigia criniera da
stallone che gli ondeggiava sul collo, annunciando di aver promesso a non
si sapeva chi di raggiungerlo a una galleria d'arte nel centro di SoHo.
«Tutti questi comandamenti sono divieti e non credo che avrai difficoltà
a ricordarli», aveva esordito Harris. Era un ometto tozzo, probabilmente
inoffensivo, ma in tutto quello che diceva aveva il piglio di un re debole
che si difende a colpi di decreti. «Stai ascoltando?»
«Signorsì», aveva risposto Steve.
«Primo, non berrai con lui. Ha chiuso i rubinetti da qualche tempo, cinque anni, sostiene lui, ma ha smesso di frequentare gli Alcolisti Anonimi e
non è un buon segno. Inoltre, anche se ha stretto le manopole dei rubinetti,
non li ha sigillati, nemmeno quando era con gli AA. Però non gli piace bere da solo, perciò se ti chiede di fargli compagnia per un bicchierino o due
dopo una giornata dura in sella alla vecchia Harley, gli rispondi di no. Se si
mette a spingere sostenendo che fa parte dei tuoi compiti, gli dici di no lo
stesso.»
«Non c'è problema», aveva commentato Steve.
Harris non lo aveva nemmeno sentito. Aveva il suo discorso da enunciare e non si sarebbe lasciato sviare.
«Secondo, non gli procurerai roba da fumare. Nemmeno mezzo spinello.
«Terzo, non gli procurerai donne da scopare... e te lo chiederà, specie se
si presenteranno certe fanciulline ben fatte ai ricevimenti che gli sto orga-
nizzando lungo la strada. Come per l'alcol e la droga, se rimorchia da solo,
affari suoi. Ma tu non lo devi aiutare.»
Steve aveva pensato di ricordargli che non faceva il ruffiano di professione, che doveva averlo scambiato per qualcuno della sua stessa famiglia,
suo padre, per esempio, ma gli era sembrato alquanto imprudente. Così aveva scelto il silenzio.
«Quarto, non lo coprirai. Se si mette a bere o a fumare erba, ma peggio
ancora se hai ragione di pensare che si stia facendo di coca, mettiti immediatamente in contatto con me. Capito? Immediatamente.»
«Capito», aveva affermato Steve e così era, ma tanto non significava che
avrebbe necessariamente ubbidito. Aveva deciso che voleva stare a quel
gioco a dispetto di certi problemi che presentava (in parte per via dei problemi che presentava; la vita senza problemi era un'impresa di scarsissimo
interesse), ma non per questo avrebbe venduto l'anima pur di non perdere
l'occasione, e mai e poi mai l'avrebbe venduta a un giacca e cravatta con il
pancione e la voce di un bambino troppo cresciuto che ha passato troppa
parte della sua vita adulta a cercare risarcimenti per le snobbate vere o presunte patite nel cortile della scuola elementare. E se John Marinville non
era esattamente perfetto, mostrava un tasso di stronzaggine che rientrava
nella media. Quanto a Harris, viceversa... la categoria era tutt'altra.
A quel punto Appleton si era sporto in avanti per dare il suo contributo
alla discussione prima che l'agente di Marinville recitasse l'ultimo comandamento.
«Qual è la sua impressione su Johnny?» gli aveva domandato. «Ha cinquantasei anni, lo sa, e con parecchia strada accidentata sul contamiglia.
Percorsa perlopiù negli anni Ottanta. È finito ricoverato d'urgenza in ospedale tre volte, due nel Connecticut e una quaggiù. Nei primi due casi si era
trattato di overdose. Non le racconto storie riservate, perché se n'è parlato
diffusamente sulle pagine dei giornali. L'ultima volta può essere stata un
tentativo di suicidio, e questa è faccenda riservata. Le chiedo di tenerla per
sé.»
Steve aveva annuito.
«Allora, che ne pensa?» gli aveva chiesto Appleton. «È davvero in grado
di portare una motocicletta di quasi mezza tonnellata dal Connecticut alla
California fermandosi lungo la strada per una ventina tra conferenze e ricevimenti? Voglio conoscere la sua opinione, signor Ames, perché francamente io sono poco convinto.»
Si era aspettato che intervenisse l'alacre Harris a glorificare la leggenda-
ria forza d'animo e le palle d'acciaio del suo cliente (Steve conosceva i
giacca e cravatta, conosceva gli agenti, e Harris era l'uno e l'altro), ma Harris aveva tenuto la bocca chiusa. Forse non era poi così stupido, aveva riflettuto Steve. Forse quel particolare cliente gli stava persino un po' a cuore.
«Voialtri lo conoscete molto meglio di me», aveva risposto. «Del resto
io l'ho visto per la prima volta solo due settimane fa e non ho mai letto
nemmeno uno dei suoi libri.»
Harris gli aveva fatto capire con l'espressione del viso che non ne era per
niente sorpreso.
«La ragione precisa per cui glielo domando», aveva spiegato Appleton.
«Cioè che noi lo conosciamo da molto tempo. Io dal 1985, quando frequentava la bella gente al 54, Bill dal 1965. È il Jerry Garcia del mondo
letterario.»
«Questo è ingiusto», aveva protestato Harry risentito.
Appleton aveva alzato le spalle. «Occhi nuovi vedono meglio, soleva dire mia nonna. Dunque sentiamo, signor Ames, secondo lei ce la può fare?»
Steve aveva visto che la domanda era seria, forse addirittura di vitale
importanza, e ci aveva meditato per quasi un minuto intero. I suoi due interlocutori avevano atteso in silenzio.
«Non so se ai ricevimenti sarà capace di mangiare il formaggio senza
toccare il vino», aveva risposto alla fine. «Ma quanto ad attraversare il paese in moto... sì, probabilmente sì. Mi sembra abbastanza ben piantato.
Molto più di com'era verso la fine Jerry Garcia, per la verità. Ho lavorato
con molti cantanti che hanno la metà dei suoi anni e non sono in forma
come lui.»
Appleton era rimasto dubbioso.
«Ma direi che è soprattutto per qualcosa che gli vedo in faccia. Lui lo
vuole fare. Lui vuole mettersi in strada, rompere le palle un po' in giro, tirar giù qualche nome. E...» In quel momento si era ritrovato a pensare al
suo film preferito, quello che rivedeva più o meno una volta l'anno in cassetta, Hombre, con Paul Newman e Richard Boone. Gli era affiorato un
sorriso sulle labbra. «E mi sembra che abbia ancora parecchia corteccia
dura addosso.»
«Ah.» Quella dichiarazione aveva evidentemente sconcertato Appleton,
senza che Steve ne fosse molto sorpreso. Se mai Appleton aveva avuto
della corteccia dura addosso, doveva esserglisi sgretolata via ancora ai
tempi dell'università a Exeter o a Choate, o quando aveva cominciato a in-
dossare blazer e cravatte di seta.
Harris si era schiarito la voce. «Se abbiamo concluso su questo argomento, l'ultimo comandamento...»
Appleton aveva soffocato un gemito. Harris aveva tenuto lo sguardo su
Steve fingendo di non sentire.
«Quinto e ultimo comandamento», aveva ripetuto, «non caricherai autostoppisti sul camioncino. Né maschi né femmine, ne caricherai, ma in particolare se femmine.»
Motivo per il quale probabilmente Steve Ames non aveva avuto un attimo di esitazione quando aveva visto la ragazza ferma ai bordi della strada
nei sobborghi di Ely, la ragazza snella con il naso storto e i capelli a due
tinte. Aveva accostato e aveva fermato il pulmino.
2
Aprì lo sportello ma non montò subito in cabina. Lo guardò alzando sopra il sedile ingombro di carte geografiche Io sguardo di due grandi occhi
blu. «Sei una brava persona?» gli chiese.
Steve rifletté prima di annuire. «Credo di sì», rispose. «Mi piace farmi
un sigaro due o tre volte al giorno, ma non ho mai preso a calci un cane
che non fosse grosso come me e ogni sei settimane mando dei soldi a casa
a mia mamma.»
«Non è che cercherai di saltarmi addosso o che so io?»
«No», rispose Steve divertito. Gli piaceva come continuava a fissarlo
con quegli occhioni blu. Sembrava una bambina che studia le pagine a fumetti. «Mi so controllare abbastanza bene in quel senso.»
«E non sei un serial killer mezzo matto?»
«No, ma sant'Iddio, pensi che te lo verrei a raccontare se lo fossi?»
«Probabilmente lo capirei dai tuoi occhi», dichiarò la ragazza magra con
i capelli a due tinte. E anche se il tono era stato serio, aveva mezzo sorriso
sulle labbra. «Ho il sesto senso. Niente di trascendentale, ma qualcosa di
paranormale c'è. Credimi.»
Passò fragoroso un camion frigorifero a clacson spiegato, sebbene Steve
accostando fosse praticamente sceso dalla sede stradale e non ci fossero altri veicoli in vista in entrambe le direzioni. Ma nemmeno per quello c'era
da stupirsi più che tanto: Steve sapeva per esperienza che circolavano uomini incapaci di tenere le mani lontane dal clacson o dall'uccello. Avevano
sempre da schiacciare o l'uno o l'altro.
«Ora basta con il questionario, signora. Lo vogliamo questo passaggio o
no? Io devo andare.» Per la verità era molto più vicino al suo principale di
quanto lui avrebbe gradito scoprire. A Marinville piaceva l'idea di essere
tutto solo in giro per l'America, a volo libero, un piccione viaggiatore che
usava le proprie penne per scrivere, e Steve aveva il sospetto che in quello
spirito avrebbe concepito il suo libro. E gli andava benissimo, ottimo, gran
classe. Ma lui, Steven Andrew Ames di Lubbock, aveva un compito da
svolgere, vale a dire assicurarsi che Marinville non scrivesse il suo libro su
una tavoletta ouija invece che sulla tastiera del suo computer. La sua tecnica per ottenerlo era sinonimo stesso di semplicità: stargli alle costole e non
permettere che la situazione gli sfuggisse di mano se non assolutamente
inevitabile. Era a settanta miglia da lui e non centocinquanta, ma quello
che il suo capo non sapeva, non poteva fargli male.
«Credo di sì», rispose lei montando in cabina e chiudendo lo sportello.
«Allora dovrò ringraziarti, biscottino», ribatté lui. «Sono commosso dalla tua fiducia.» Controllò nello specchietto retrovisore, non vide altro che
le ultime case di Ely e ripartì.
«Non chiamarmi così», lo redarguì lei. «È da maschilista.»
«Biscottino è da maschilista? Andiamo.»
Molto compita e sulle sue, lei replicò: «Tu non mi chiamare biscottino e
io non ti chiamo pastafrolla».
Steve scoppiò a ridere. Probabilmente a lei non andava, ma non poté
trattenersi. Così funzionava con il riso, come quando ti scappa di mollare
da dietro, qualche volta lo trattieni, ma molte altre volte non ce la fai.
La spiò e vide che rideva un po' anche lei mentre si sfilava lo zaino dalla
schiena, dunque doveva averla presa bene. La misurò sotto il metro e settanta e secca come un grissino, massimo cinquanta chili, probabilmente
quarantacinque. La canotta che indossava era una maglietta a cui aveva
strappato le maniche, concedendogli così una generosa visuale di seno, per
una ragazza timorosa di incontrare Ted Bundy su un camioncino. Non che
avesse molto da preoccuparsi all'ammezzato; probabilmente trovava la sua
taglia al reparto ragazzi. Sul davanti della maglietta una faccia dalla pelle
scura incorniciata di treccine sorrideva al centro di uno psichedelico astro
verde-azzurro. A fargli da aureola c'erano le parole: NON MOLLARE
MAI!
«Deve piacerti Peter Tosh», osservò lei. «Non possono essere le mie tette.»
«Ci ho lavorato una volta, con Peter Tosh.»
«Ma va'!»
«Va», ribadì lui. Guardò di nuovo nello specchietto e vide che Ely era
già scomparsa. Era inquietante come succedeva in fretta da quelle parti.
Fosse stato anche lui una giovane autostoppista avrebbe preso una o due
informazioni prima di salire per amore o per forza sul veicolo di uno sconosciuto. Forse non sarebbe servito a niente, ma male non avrebbe fatto.
Perché una volta in mezzo al deserto, poteva capitarti di tutto.
«Quando hai lavorato con Peter Tosh?»
«1980 o '81», rispose lui. «Non ricordo più bene. Madison Squadre
Garden, giù a Forest Hills. A Forest Hills c'era Dylan a suonare i bis con
lui. Blowin' in the Wind, se vuoi crederci.»
Lei lo guardava con franco stupore, sbalordita senza riserve, almeno per
quel che poteva giudicare lui. «Pazzesco! Tu che facevi, il roadie?»
«Sì. Poi ho fatto il riparatore di chitarre. Adesso...» Già, la partenza era
buona, ma poi? Non era più un tecnico di chitarre, poco ma sicuro. Più o
meno degradato di nuovo al livello di roadie. E anche strizzacervelli a
tempo perso. E anche una specie di Mary Poppins, solo con lunghi capelli
castani da hippie che al centro cominciavano a tendere al grigio. «Adesso
mi occupo di altro. Come ti chiami?»
«Cynthia Smith», rispose lei e gli porse la mano.
Gliela strinse. Quella della ragazza era affusolata, leggera come una
piuma fra le sue dita, con un'ossatura incredibilmente sottile. Sembrava di
stringere la mano a un uccellino. «Io faccio Steve Ames.»
«Del Texas.»
«Sì, Lubbock. È un accento che hai già sentito, vero?»
«Una volta o due.» Un sorriso da monella le illuminò tutto il viso. «Uno
del Texas, lo puoi portare dove vuoi, ma...»
Lui finì la battuta in coro con lei, poi si scambiarono un sorriso d'intesa,
già amici, come si diventa amici, almeno per un po', quando ci si incontra
per le vie d'America che attraversano i luoghi più solitali.
3
Cynthia Smith era un'eccentrica, ma Steve era un veterano del campo, né
si poteva passare la gran parte della propria vita adulta nel giro della musica senza soccombere all'eccentricità. Ma non se ne dava cura. Lei gli spiegò che aveva ottimi motivi per non fidarsi degli uomini; uno le aveva quasi
staccato l'orecchio sinistro e un altro le aveva rotto il naso non molto pri-
ma. «E quello che mi ha ferito all'orecchio era uno che mi piaceva», aggiunse. «Tengo un casino alle mie orecchie. Sarà vero che il naso ha carattere, d'accordo, ma io voglio particolarmente bene alle mie orecchie, Dio
sa perché.»
Lui controllò. «Be', sopra è un po' piatto, ma non è poi così grave. Se ti
sta veramente tanto a cuore, puoi farti crescere i capelli e coprirlo un po'.»
«Neanche a parlarne», ribatté lei con fermezza e si sprimacciò la pettinatura, sporgendosi un po' a destra per darsi un'occhiata nello specchietto laterale. La metà dei capelli dalla parte di Steve era verde; l'altra arancione.
«La mia amica Gert dice che ho l'aspetto di un'orfanella scappata dall'inferno. Troppo forte perché abbia voglia di cambiarlo.»
«Niente ricci, eh?»
Lei sorrise battendosi la mano sulla maglietta. «A modo mio, come Peter, amico!» dichiarò in una passabile imitazione di giamaicano.
Il modo di Cynthia Smith era stato di piantare casa sua e le critiche più o
meno costanti dei suoi genitori a diciassette anni. Aveva trascorso qualche
tempo sulla Costa Orientale («Me ne sono andata quando ho capito che
stavo cominciando a diventare una scopata pietosa», confessò senza scomporsi), per poi trasferirsi nel Midwest, dove si era «ripulita» e aveva conosciuto un bel ragazzo a una riunione degli AA. Il bel ragazzo aveva dichiarato di essere completamente ripulito, ma mentiva. Oh, ragazzi, se mentiva! Cynthia era andata a vivere lo stesso con lui, un errore («Non sono mai
stata quella che si chiama una ragazza sveglia con gli uomini», aveva spiegato a Steve nello stesso tono imperturbato di prima). Una sera il bel ragazzo era tornato a casa imbottito e aveva deciso che voleva il suo orecchio sinistro da usare come segnalibro. Cynthia aveva trovato rifugio in un
ricovero per donne, si era ripulita un altro po', ci aveva lavorato persino
come assistente dopo che la direttrice era stata assassinata e sembrava che
l'istituto dovesse chiudere. «Il tizio che ha ucciso Anna è lo stesso che mi
ha rotto il naso», raccontò. «Quella era una brutta storia. Pete, il tizio che
voleva il mio orecchio come segnalibro, aveva solo un brutto carattere.
Norman aveva brutto tutto. Leggi era pazzo.»
«L'hanno preso?»
Cynthia scosse la testa con un'espressione solenne. «Comunque non potevamo permettere che le F & S fossero spazzate via solo perché a un tizio
aveva dato di volta il cervello quando sua moglie lo aveva piantato, così
abbiamo riunito le forze per salvarle. E ce l'abbiamo fatta.»
«F & S?»
«Sta per Figlie e Sorelle. Ho ritrovato molta della mia fiducia in me stessa durante il periodo in cui sono stata là.» Guardava scorrere il deserto dal
finestrino e si massaggiava pensosa il naso con il polpastrello del pollice.
«In un certo senso mi ha aiutato persino quello che mi ha lasciato questo
regalino.»
«Norman.»
«Già. Norman Daniels, così si chiamava. Ma almeno io e Gert, la mia
amica, ricordi, quella che dice che sembro Annie l'Orfanella, gli abbiamo
tenuto testa.»
«Capisco.»
«Così qualche settimana fa mi sono decisa a scrivere ai miei. E ho messo
anche un recapito sulla busta. Ho pensato che quando mi rispondevano, se
mai lo facevano, sarebbero stati scazzati di brutto. Specialmente papà, che
faceva il pastore di anime. Adesso è in pensione, ma...»
«Puoi togliere il ragazzo dal fuoco dell'inferno, ma non puoi togliere il
fuoco dell'inferno dal ragazzo», commentò Steve.
Cynthia sorrise. «Comunque così mi aspettavo io, invece ho ricevuto in
risposta una lettera fantastica. Li ho chiamati. Abbiamo parlato. Mio padre
si è messo a piangere.» Lo riferì con una punta di stupore. «Piangeva, capito? Ci credi?»
«Senti, sono stato in tournée per otto mesi con i Black Sabbath», rispose
Steve. «Sono pronto a credere a qualsiasi cosa. Dunque torni a casa, eh? Il
ritorno del Biscottino Prodigo?» Lei gli lanciò una frecciata con gli occhi.
Lui reagì con un sorriso birichino. «Chiedo scusa.»
«Facile. Comunque è più o meno così.»
«Dov'è casa tua?»
«Bakersfield. A proposito, tu fin dove arrivi?»
«San Francisco. Però...»
Lei sorrise di gioia. «Scherzi? È stupendo!»
«Ma non posso prometterti di portarti fin là. Anzi, non posso nemmeno
prometterti di portarti più in là di Austin. Quella del Nevada, sai, non quella che c'è nel Texas.»
«So dov'è Austin, ho una carta», replicò lei e ora lo stava rimproverando
con uno sguardo da sorella minore a stupido fratello maggiore che gli piaceva ancor più di quello a sopracciglia inarcate da Miss Perbenino. No,
non era niente male... e non le sarebbe piaciuto sentirselo dire?
«Ti porto fin dove posso; ma questo incarico è un po' balordo. Cioè, tutti
gli incarichi nel mondo dello spettacolo sono balordi per natura, e qui sia-
mo nel mondo dello spettacolo... credo, almeno... ma... cioè...»
S'interruppe. Che cosa voleva dire? Il suo ingaggio come roadie di uno
scrittore (una definizione quanto mai inadatta e non c'era bisogno di essere
scrittori per accorgersene, ma non gli veniva in mente niente di meglio) era
quasi al termine e ancora non sapeva che cosa pensare né di quello che aveva fatto né di Johnny Marinville. Con certezza era in grado solo di affermare che il grand'uomo non gli aveva mai chiesto di rimediargli della
droga o qualche femmina e che quando aveva bussato alla porta del suo albergo, non gli aveva mai aperto con l'alito che sapeva di whisky. Per il
momento poteva bastare. Avrebbe pensato a come descrìvere l'incarico
svolto quando fosse venuto il momento di includerlo nel curriculum.
«E che mestiere stai facendo?» volle sapere lei. «Questo camioncino non
è abbastanza grande per una band. Cos'è, ti porti in giro un cantante folk?
Gordon Lightfoot o qualcuno del genere?»
«Immagino che si possa dire che il mio principale sia un artista folk, se
vogliamo», rispose Steve sorridendo. «Solo che lui usa la bocca invece di
una chitarra o un'armonica. È...»
Fu quello il momento in cui il cellulare sul cruscotto mandò il suo grido
stridulo e un po' nasale: Miip! Miip! Steve lo staccò dal cruscotto ma non
lo aprì subito. Guardò invece la ragazza. «Non dire una parola», le raccomandò mentre il telefono gli squillava nella mano una terza volta. «Se ti
fai sentire potresti mettermi nei pasticci. Intesi?»
Miip! Miip!
Lei annuì. Steve abbassò il microfono e schiacciò il pulsante SEND, che
serviva anche ad accettare le chiamate in arrivo. Il primo particolare di cui
prese nota quando si avvicinò il telefono all'orecchio fu la massa ingente di
disturbi che comprometteva la comunicazione. C'era da chiedersi come
fosse potuta passare la chiamata.
«Pronto, sei tu, capo?»
Ci fu un rombo più fondo e uniforme dietro alle scariche di energia statica, il rumore di un autocarro, pensò Steve, poi udì la voce di Marinville.
Sentì il panico anche attraverso i disturbi, cosa che fece cambiare marcia al
suo cuore. Aveva già sentito altri parlare in quel tono di voce (almeno una
volta durante ogni tournée rock) e lo riconobbe all'istante. Là da dove
Johnny Marinville gli stava parlando era scoppiato qualche megacasino di
genere ancora ignoto.
«Steve! Steve! Sono... guai... grossi...»
Allungò lo sguardo sulla strada che s'infilava come una freccia nel de-
serto e sentì goccioline di sudore che cominciavano a formarglisi sulla
fronte. Pensò al grassoccio agente del principale con i suoi divieti e i suoi
modi da gradasso e scacciò in fretta tutto quanto. Gli mancava giusto Bill
Harris a ingombrargli la mente in un momento come quello.
«Hai avuto un incidente? È così? Che succede? Ripeti!»
Crac, zit, crac.
«Johnny... senti?»
«Sì, ti sento!» Ora gridava, sapeva che era del tutto inutile, ma gridava
lo stesso. Vedeva con la coda dell'occhio che la ragazza lo guardava con
crescente preoccupazione. «Che ti è successo?»
Nessuna risposta, un silenzio così prolungato che questa volta fu certo di
averlo perso. Si stava allontanando il telefono dall'orecchio quando la voce
del suo principale tornò, da una distanza impossibile, come giungendo da
un'altra galassia: «... ovest... Ely... canta».
No, non canta, rifletté Steve, qualcosa anta... cinquanta. «Sono a ovest
di Ely sulla Highway 50.» Forse. Forse aveva detto così. Un incidente.
Senz'altro. È finito fuori strada con la moto ed è seduto da qualche parte
con una gamba fratturata e il sangue che gli cola sulla faccia e quando
torno a New York i suoi compari mi metteranno in croce, se non altro perché non possono mettere in croce lui...
«Non so quanta strada... almeno... miglia... poco più avanti... camper
fermo...»
La più violenta scarica, poi qualcosa a che vedere con la polizia. Polizia
statale e polizia municipale.
«Che cosa...» cominciò la ragazza accanto a lui.
«Ssst! Non ora.»
Dal telefono: «... la mia moto... nel deserto... vento... miglio circa a est
del camper...»
Fine della trasmissione. Steve gridò il suo nome cinque o sei volte, ottenendo in cambio solo silenzio. La comunicazione era caduta. Schiacciò ripetutamente il pulsante NAME/MENU per far apparire J.M., poi pigiò
SEND. Una voce registrata gli diede il benvenuto nella Western Roaming
Network, ci fu una pausa, poi un'altra registrazione io informò che questa
volta la sua chiamata non poteva essere inoltrata. La voce cominciò a elencare tutte le ragioni per cui gli era impedito il collegamento. Steve schiacciò END e richiuse il telefono. «Maledizione!»
«È grave, vero?» chiese Cynthia. I suoi occhi erano di nuovo grandi, ma
questa volta non avevano niente di affascinante. «Te lo leggo in faccia.»
«Forse», rispose lui, poi scosse la testa, seccato con se stesso. «Probabilmente. Era il mio capo. È davanti a noi su questa strada. Io calcolo una
settantina di miglia, ma potrebbero anche essere un centinaio. È su una
Harley. Sta...»
«Una moto grossa, bianca e rossa?» domandò lei animandosi all'improvviso. «Uno con lunghi capelli grigi, un po' alla Jerry Garcia?»
Steve annuì.
«L'ho visto stamattina, molto a est di qui», riferì lei. «Ha fatto rifornimento a un piccolo distributore con annesso bar a Pretty Nice. Conosci
Pretty Nice?»
Lui annuì di nuovo.
«Stavo facendo colazione e l'ho visto dalla finestra. Mi è sembrato di riconoscerlo. Come se lo avessi già visto a Oprah o magari Ricki Lake.»
«Fa lo scrittore.» Consultò il tachimetro e vide che stava sfiorando le
settanta miglia. Decise di poterci mettere una tacca in più e guardò l'ago
salire verso le settantacinque. Fuori dei finestrini il deserto cominciò a
scorrere un po' più in fretta. «Attraversa il paese raccogliendo materiale
per un libro. Ha tenuto anche qualche conferenza, ma soprattutto se ne va
in giro a parlare con la gente comune e a prendere appunti. Comunque ha
avuto un incidente. Almeno così penso io.»
«La comunicazione era incasinata, vero?»
«Già.»
«Vuoi fermarti? Mollarmi giù? Perché guarda che non c'è problema, se
preferisci.»
Lui soppesò con cura la sua proposta. Ora che lo smarrimento iniziale
era passato, la sua mente aveva ripreso a funzionare con la precisione e la
freddezza di sempre, in situazioni come quella. No, concluse, non voleva
lasciarla giù, niente affatto. Aveva per le mani una grana, una di quelle che
andavano affrontate senza indugio, ma non per questo era giusto dimenticare il futuro. Era possibile che Appleton la prendesse bene anche se
Johnny Marinville si era capottato sulla sua Harley rompendosi metà delle
ossa che aveva a disposizione, gli era sembrato il tipo d'uomo capace di
accettare che alle volte le cose vanno per il verso storto per proprio conto,
a dispetto dei suoi blazer e delle sue cravatte di seta. Bill Harris al contrario gli aveva dato l'impressione di essere uno di quelli che non stavano a
perder tempo se c'era da andare a schiaffare la coda della colpa sul culo
dell'asino appena qualcosa si metteva male... e a spingerla su per il culo
dell'asino, se solo ne aveva l'occasione.
Come asino prescelto, Steve decise che un testimone era quanto di più
propizio in un momento come quello, soprattutto un testimone che non l'aveva mai visto né conosciuto fino al giorno prima.
«No, preferisco che tu venga con me. Ma devo essere onesto, non so che
cosa troveremo. Potrebbe esserci del sangue.»
«Non sono di quelle che svengono», asserì lei.
4
Non commentò sulla velocità a cui viaggiavano, ma quando il pulmino a
noleggio toccò le ottantacinque e il telaio cominciò a tremare, si allacciò la
cintura. Steve schiacciò un po' di più il pedale dell'acceleratore e quando il
veicolo toccò le novanta, le vibrazioni diminuirono. Teneva però entrambe
le mani ben ferme sul volante; il vento era forte e a quella velocità sarebbe
bastata una folata più vivace a spingerlo fuori strada. E se finivi con le ruote nella sabbia, allora sì che erano guai. Guai da capottamento. E il principale viaggiava in moto, in condizioni di maggior vulnerabilità agli sbandamenti, rifletté. Forse l'aveva tradito un refolo improvviso.
Ormai aveva illustrato a Cynthia gli aspetti salienti del suo incarico: faceva le prenotazioni, controllava gli itinerari, accudiva agli impianti acustici nei luoghi dove il suo principale doveva parlare, si manteneva defilato
per non intaccare con la sua presenza l'immagine che voleva dare di sé il
suo datore di lavoro: Johnny Marinville, lupo solitario dell'intelletto, eroe
di Sam Peckinpah politicamente corretto, scrittore che non aveva dimenticato le durezze e le astuzie del vivere quotidiano.
Sul camioncino, le aveva spiegato, non trasportava quasi niente. Oltre ai
pochi bagagli e utensili, c'era una lunga rampa di legno che Johnny poteva
usare per caricare la moto nel cassone se le condizioni atmosferiche si fossero messe oltremodo al peggio. Siccome si era in piena estate era molto
improbabile, ma c'era anche un'altra ragione a spiegare la presenza della
rampa e dei punti di ancoraggio che Steve aveva installato sul pianale prima di partire. Nessuno dei due ne aveva discusso, ma entrambi sapevano
di quella precauzione dal giorno in cui si erano lasciati alle spalle Westport
nel Connecticut. Era possibile che un giorno Johnny Marinville si svegliasse per scoprire molto semplicemente di non aver più voglia di montare in sella alla Harley.
O di non esserne più in grado.
«Ho sentito parlare di lui», rispose Cynthia, «ma non ho mai letto niente
di quello che ha scritto. A me piacciono Dean Koontz e Danielle Steel.
Leggo per svago. Però la moto è bella. E anche i capelli del tuo principale
mi prendono bene. Stile rock, sai?»
Steve annuì. Sapeva. Lo sapeva anche Marinville.
«Sei più preoccupato per lui o per quello che può succedere a te?»
Si sarebbe probabilmente risentito se la domanda gli fosse stata rivolta
da qualcun altro, ma nel tono di Cynthia percepì solo curiosità, nessuna
critica. «Sono preoccupato per tutti e due.»
Lei annuì. «Quanta strada abbiamo fatto?»
Lui controllò il contamiglia. «Quarantacinque miglia da quando l'ho perso al telefono.»
«Ma non sai esattamente da dove chiamava.»
«No.»
«Pensi che abbia inguaiato solo se stesso o anche qualcun altro?»
Lui si girò a guardarla sorpreso. Che il principale avesse inguaiato qualcun altro era esattamente ciò che paventava, ma non lo avrebbe mai confessato se non fosse stata lei ad avanzare l'ipotesi.
«Può esserci andato di mezzo qualcun altro», le rispose con riluttanza.
«Ha accennato qualcosa sulla polizia statale e quella municipale. Può darsi
che abbia detto: 'Non chiamare la polizia statale, chiama quella municipale'. Ma non so bene.»
Lei indicò il cellulare, di nuovo appeso al cruscotto.
«Fossi matto», dichiarò lui. «Io non chiamo nessuna polizia finché non
vedo in che casino si è cacciato.»
«E io ti prometto che non lo metterò nella mia deposizione, se tu mi
prometti di non chiamarmi più biscottino.»
Lui abbozzò un sorriso, anche se aveva ben poca voglia di sorridere.
«Probabilmente è una buona idea. E tu potresti sempre sostenere...»
«...che il telefono non funzionava più», concluse lei. «Tutti sanno come
sono capricciosi quegli aggeggi.»
«Sei in gamba, Cynthia.»
«Anche tu non sei malaccio.»
A poco meno di novanta miglia orarie, la strada si scioglieva sotto le
ruote come neve in primavera. A sessanta miglia dal punto in cui aveva
perso il contatto, Steve cominciò a rallentare di un paio di miglia l'ora per
ogni miglio percorso. Non si erano imbattuti in nessuna macchina di pattuglia, né in una direzione né nell'altra, e riteneva di poterlo considerare un
buon segno. Si espresse in questi termini e Cynthia scosse la testa.
«Non è normale, piuttosto. Se c'è stato un incidente e il tuo capo o qualcuno si è fatto male, non pensi che ormai dovrebbe essere passata qualche
macchina della polizia? O un'ambulanza?»
«A meno che non siano arrivati dall'altra parte...»
«Secondo la mia cartina, la prossima città è Austin, che è molto più lontana da qui in su di quanto sia Ely dietro di noi. Sarebbe logico pensare
che, dovendo arrivare qualche veicolo ufficiale, dico quelli con la sirena, a
quest'ora ci avrebbe raggiunti provenendo da est verso ovest. Ti pare?»
«Sì, credo che tu abbia ragione.»
«E allora dove sono?»
«Non lo so.»
«Nemmeno io.»
«Comunque, tu continua a cercare... che cazzo, qualcosa che stona,
qualsiasi cosa.»
«Lo sto facendo. Rallenta ancora un po'.»
Steve controllò l'orologio. Erano le sei meno un quarto. Le ombre si erano allungate, ma la giornata era ancora luminosa e calda. Se Marinville era
da quelle parti, lo avrebbero visto.
Puoi scommetterci, pensò. Sarà seduto sul ciglio della strada, probabilmente con la testa abbottata e gli abiti a brandelli per il ruzzolone. Probabilmente è lì che prende appunti su come si sente. Meno male che almeno
è uno di quelli che gira con il casco, altrimenti...
«Vedo qualcosa! Laggiù!» La voce di Cynthia era emozionata ma sotto
controllo. Si parava gli occhi con la sinistra e puntava l'indice della destra.
«Vedi? Potrebbe... ah, no, niente da fare. È troppo grosso per essere una
moto. Sembra più una casa mobile.»
«Ma io credo che sia da qui che ha chiamato. Da un posto nelle vicinanze.»
«Perché?»
«Ha parlato di un camper non molto distante da dove si trova. È un particolare che ho sentito con chiarezza. Ha detto di essere un miglio a est dal
camper, cioè più o meno dove siamo noi in questo momento, dunque...»
«Sì, non dirlo, sto guardando, sto guardando.»
Steve rallentò ancora e quando furono a pochi metri dal camper, ridusse
la velocità a passo d'uomo. Cynthia aveva abbassato il vetro dalla sua parte
e si sporgeva per metà, così che la canotta gli si era arrampicata su per la
schiena a scoprire il vitino (il vitinino, si corresse Steve) e il cordone della
spina dorsale.
«Niente?» le chiese.
«No. Ho visto un luccichio, ma era lontano, in mezzo al deserto, troppo
distante dalla strada se il presupposto è che abbia avuto un incidente o che
sia sbandato per colpa del vento.»
«Saranno stati i riflessi del sole su qualche scaglia di mica.»
«Sì, è possibile.»
«Non cascarmi fuori dal finestrino, fanciulla.»
«Non temere», rispose lei, poi strinse di scatto gli occhi perché il vento,
sempre più scontroso, le aveva soffiato granelli in faccia.
«Se questo è il camper di cui mi ha parlato, abbiamo superato già il punto da cui ci ha chiamati.»
Lei annuì. «Sì, ma tu va' avanti. Se c'è qualcuno a bordo, può darsi che
l'avranno visto.»
Steve grugnì. «'Può darsi che l'avranno visto.' Questa l'hai imparata leggendo Dean Koontz o Danielle Steel?»
Lei si ritrasse per scoccargli un'occhiata gelida di sdegno... ma a lui
sembrò anche un po' addolorata. «Scusa», le disse. «Scherzavo.»
«Ah sì?» lo apostrofò lei. «Dimmi un po', signor Big Texas Roadie, tu
hai mai letto niente di quello che ha scritto il tuo capo?»
«Be', mi ha regalato una copia di Harper's dove c'è un suo racconto. Intemperie dall'alto dei cieli, s'intitola. Quello l'ho letto, sì. Parola per parola.»
«E hai capito parola per parola?»
«Questo no. Senti, ho fatto lo sbruffone. Ma ti ho anche chiesto scusa.
Di cuore.»
«Affare fatto», gli accordò lei, ma il tono lasciava intendere che lo avrebbe tenuto almeno per un po' sotto osservazione.
Steve aprì la bocca con l'idea di dire qualcosa di spiritoso, se avesse avuto un po' di fortuna, qualcosa che le strappasse un sorriso (il suo era davvero incantevole), poi guardò meglio il camper. «Ehi, che storia è questa?»
mormorò, più a se stesso che a Cynthia.
«Che c'è?» La ragazza si girò a guardare dal parabrezza mentre Steve
accostava per fermarsi dietro al camper. Era uno di quelli di medie dimensioni, più grandi di Lassie ma più piccolo dei Godzilla che aveva incrociato fin dal Colorado.
«Questo deve essere finito su una carrettata di chiodi o che so io», commentò. «Ha tutte le gomme a terra.»
«Eh, già. Allora come mai a noi non è successo niente?»
Mentre lui elaborava l'ipotesi che gli occupanti del camper potessero essere stati animati da così alto senso civico da scendere a raccogliere i chiodi, la ragazza con i capelli bicolore era già scesa dalla cabina e si avvicinava al grosso veicolo chiamando.
Bisogna ammettere che ti sa sparare una buona battuta finale, rifletté
Steve mentre scendeva a sua volta. Il vento che lo investì lo fece traballare.
Ed era caldo, come l'aria che giunge da un inceneritore.
«Steve?» La sua voce era cambiata, non si sentiva più nulla della pungente impertinenza che era forse il suo modo di flirtare. «Vieni qui. C'è
una cosa che non mi piace.»
Si era fermata davanti alla porta laterale, che era rimasta aperta e sbatteva un po' nel vento sebbene fosse dalla parte coperta. La scaletta era abbassata. Ma non stava guardando né porta, né scalini. Per terra, semisepolta nella sabbia che il vento aveva spinto sotto il camper, c'era una bambola
con i capelli biondi e un vestitino blu. Era a faccia in giù, abbandonata.
Nemmeno a Steve piacque vederla. Le bambole senza bambine nelle vicinanze a curarsi di loro mettevano addosso uno scomodo disagio in qualunque circostanza, almeno così la pensava lui, e trovarne una abbandonata ai
bordi della strada e semiseppellita dalla sabbia spinta dal vento...
Aprì del tutto la porta e infilò la testa a bordo. Il caldo era opprimente,
oltre i quaranta gradi di certo. «Ehi? C'è nessuno?»
La domanda era solo pro forma. Ci fosse stato qualcuno, avrebbe acceso
il motore per mettere in funzione il condizionatore dell'aria.
«Lascia perdere.» Cynthia aveva raccolto la bambola e la stava spazzolando per toglierle la sabbia dai capelli e dalle pieghe del vestito. «Questa
non è una bambola che si compera ai grandi magazzini. Non varrà una fortuna, ma qualcosa è costata. Ed è anche tenuta in molta considerazione.
Guarda qui.» Lisciò la sottana con le dita per mostrargli il punto dove uno
strappo era stato riparato con una piccola toppa cucita con grande professionalità. E il tessuto era di un colore quasi identico a quello del vestito.
«Se la bambina a cui appartiene questa bambola fosse qui intorno, ti posso
praticamente garantire che non l'avremmo trovata buttata lì in quel modo.
La domanda è: perché non l'ha portata con sé quando è andata via con i
suoi genitori? O almeno perché non l'ha rimessa dentro?» Esitò per qualche istante, poi salì i gradini e si fermò, indugiando ancora una volta. Si girò verso di lui. «Coraggio.»
«Non posso. Devo trovare il capo.»
«Un minuto, no? Non farmi entrare da sola. Mi ricorda troppo l'Andrea
Doria, o qualcosa del genere.»
«Alludi al Mary Celeste. L'Andrea Doria è affondato.»
«Come vuoi tu, sapientone. Intanto vieni dentro, non ci metteremo molto. E poi...»
«E poi potrebbe avere a che fare qualcosa con il mio capo? È questo che
stai pensando?»
Cynthia fece cenno di sì. «Non è un'ipotesi così peregrina, sono scomparsi tutti e due, no?»
A lui non andava, però, gli sembrava di vederci una complicazione di
cui poteva fare a meno. Qualcosa di queste considerazioni lei intuì dalla
sua espressione (e forse non solo qualcosa; di sicuro non era stupida), così
alzò improvvisamente le mani in segno di resa. «Al diavolo, guardo da sola.»
Entrò, portando la bambola con sé. Steve ci pensò su ancora per qualche
istante, poi la seguì. Cynthia gli lanciò un'occhiata, annuì, poi posò la
bambola su una poltroncina. Si agitò quindi la mano all'altezza della scollatura. «Che caldo», commentò. «Un forno.»
Mentre lei s'inoltrava nella sezione posteriore, Steve passò nella cabina
di guida, chinando la testa per non batterla. Sul cruscotto, davanti al sedile
del passeggero, c'erano tre mazzetti di figurine del campionato di baseball,
ordinatamente suddivise secondo le squadre: Indians di Cleveland, Reds di
Cincinnati e Pirates di Pittsburgh. Le passò rapidamente in rassegna e notò
che parecchie erano firmate e forse una metà di quelle firmate avevano anche una dedica. Sotto al ritratto di Albert Belle c'era scritto: «A David.
Continua a pestare! Albert Belle». Un'altra, del mazzetto di Pittsburgh,
portava la scritta: «Occhio alla palla prima di battere, Dave. Il tuo amico,
Andy Van Slyke».
«C'era anche un maschio», lo informò Cynthia. «A meno che la bambina
fosse appassionata anche di G.I. Joe e Judge Dredd e i MotoKop, oltre che
di bambole in blu. Qui c'è uno stipetto pieno di fumetti.»
«Sì, c'è un maschietto», confermò Steve, riponendo Albert Belle e Andy
Van Slyke nei rispettivi mazzi di figurine. Ha portato solo quelle che per
lui sono veramente importanti, rifletté con un'ombra di sorriso. Quelle che
assolutamente non sopportava di lasciare a casa. «Si chiama David.»
«Come diavolo fai a saperlo?» domandò lei stupita.
«Ho imparato tutto guardando X-Files.» Dalla massa di carte pigiate nel
vano del cruscotto pescò una ricevuta per l'acquisto di carburante effettuato con carta di credito. Era tutta accartocciata. La lisciò. Il nome che vi les-
se era quello di Ralph Carver, corrispondente a un indirizzo dell'Ohio. La
scritta copiativa era sbavata, ma la località poteva essere Wentworth.
«Non è che sai altro di lui, vero?» chiese lei. «Il cognome, magari. La
città di residenza.»
«David Carver», rispose Steve, ora sorridendo del tutto. «Figlio di
Ralph. Arrivano da Wentworth, Ohio. Bel posticino. Vicino a Columbus.
Ci sono stato con Southsdie Johnny nell'86.»
Cynthia gli si avvicinò. Aveva recuperato la bambola che teneva ora
contro il seno minuscolo. Fuori il vento rinforzò di nuovo scagliando sabbia contro il camper. Sembrava pioggia forte. «Ti stai inventando tutto.»
«Nossignora», si difese lui mostrandole la ricevuta. «Qui c'è il cognome.
Il nome del bambino, l'ho trovato sulle sue figurine. Ha una collezione di
autografi che vale una mezza fortuna, credimi.»
Lei prese le figurine e le esaminò brevemente, prima di riporle e girarsi
lentamente su se stessa, con un'espressione solenne sul volto lucido di sudore. Sudava anche lui, e non poco. Si sentiva colare per tutto il corpo,
come se gli avessero versato addosso un secchio di olio leggero. «E dove
sono finiti?»
«All'abitato più vicino in cerca di aiuto», ipotizzò lui. «Qualcuno avrà
dato loro un passaggio. Non è che ricordi di aver letto sulla tua carta qual è
il posto più vicino?»
«No. Ce n'è uno, mi pare, ma non ricordo come si chiama. Comunque,
se è andata come dici tu, perché non hanno chiuso a chiave? Dico io, qui è
pieno di roba.» Sventagliò una mano. «Sai che cosa c'è là, vicino al divanetto?»
«No.»
«Il portagioie della donna. Una rana di ceramica. Metti anelli e orecchini
nella bocca della rana.»
«Ma che delizia.» Steve aveva una gran voglia di scendere dal camper e
non solo perché il caldo toglieva il respiro o perché doveva rimettersi in
caccia del suo principale. Doveva scendere perché quel camper era davvero come il Mary Celeste. Era troppo facile immaginarsi vampiri nascosti
negli armadi, vampiri in bermuda e maglietta con scritte come SONO
SOPRAVVISSUTO ALLA HIGHWAY 50, LA STRADA PIÙ
DESOLATA D'AMERICA.
«Per la verità è carina», obiettò lei, «ma non è questo il punto. Dentro ci
sono due coppie di orecchini e un anello. Non sono gemme costosissime,
ma nemmeno chincaglieria. L'anello è una tormalina, credo. Allora perché
non hanno...» S'interruppe per aver visto qualcosa nel vano del cruscotto,
qualcosa spuntato dopo che Steve aveva manomesso carte e scartoffie. Estrasse un fermaglio da banconote a forma di dollaro che sembrava di argento vero. Contò rapidamente le banconote, poi ributtò il fermaglio nel
vano come se bruciasse.
«Quanto?» volle sapere lui.
«Una quarantina», gli rispose. «Ma il fermaglio vale probabilmente tre o
quattro volte tanto. Ti dirò una cosa, straniero... la faccenda puzza.»
Un altro refolo mitragliò di sabbia il veicolo sul lato esposto a nord, questa volta abbastanza forte da farlo dondolare un po' sulle gomme a terra. Si
scambiarono un'occhiata dai volti lucidi di sudore. Steve incontrò lo
sguardo celeste e fisso della bambola. Che cos'è successo qui, tesoro? Che
cos'hai visto tu?
Si girò verso la porta.
«È ora di chiamare gli sbirri?» chiese Cynthia.
«Presto. Prima voglio tornare indietro a piedi per qualche centinaio di
metri, vedere se c'è qualche segno del mio capo.»
«Con questo vento? Ma tu sei tutto scemo!»
Lui le lanciò un'occhiata senza commentare, poi scese risoluto.
Lei lo raggiunse in fondo alla scaletta. «Ehi, facciamo che siamo pari, ti
va? Tu mi hai preso in giro per la mia grammatica e io ho preso in giro te
per non si sa cosa.»
«Il mio intuito.»
«Intuito? È così che lo chiami? Va bene. Pari e patta? Di' di sì. Ti prego.
Sono troppo sulle spine per aver voglia di farla nella lettiera del gatto.»
Lui le sorrise, sentendosi un po' commosso dall'ansia che le vedeva in
viso. «D'accordo», le concesse. «Siamo pari.»
«Vuoi che porti giù il pulmino? Posso calcolare un miglio e darti un traguardo da raggiungere.»
«Sei capace di fare inversione senza...» In quell'istante transitò a settanta
miglia orarie, in direzione est, un autocarro che aveva sul fianco la scritta
KLEENEX DOLCE SOFFIARE. Cynthia si ritrasse d'istinto, proteggendosi gli occhi dalla sabbia con un braccìno magro magro. Steve la sorresse
per un momento o due prendendola per le spalle da passerotto, «...senza finire insabbiata?» concluse.
Lei lo guardò con una punta di dispetto, liberandosi dal suo abbraccio.
«Ma certo.»
«Be'... vogliamo fare un miglio e mezzo? Per sicurezza.»
«Okay.» Cynthia si avviò ma dopo pochi passi si fermò per girarsi. «Mi
è venuto in mente come si chiama quel posticino che c'è da queste parti»,
gli disse indicando a est. «È in quella direzione, a sud della strada. Un nome che è un programma. Ti piacerà da pazzi, Lubbock.»
«Come si chiama?»
«Desperation.» Cynthia sorrideva mentre si sedeva al volante del camioncino.
5
S'incamminò lentamente in direzione est sul ciglio della corsia opposta,
levando la mano per salutare ma senza alzare la testa quando Cynthia gli
passò di fianco ad andatura moderata. «Non ho la più pallida idea di che
cosa stai cercando!» gli gridò lei dal finestrino.
Era già lontana prima che potesse risponderle, ma era meglio così, tanto
non ne aveva idea nemmeno lui. Impronte? Ridicolo, con quel vento. Sangue? Scaglie di cromatura o frammenti di fanalini? Sì, già più plausibile.
Due cose sole sapeva con certezza: che l'istinto non lo aveva solo invitato
a mettersi in cammino, ma glielo aveva imposto, e che non riusciva a togliersi dalla mente lo sguardo fisso di quella bambola. La bambola del
cuore di una bambina... solo che la bambina aveva lasciato Vestina Blu a
faccia in giù ai bordi della strada. Mamma aveva lasciato i suoi gioielli,
papà aveva lasciato il suo fermaglio e il piccolo David aveva lasciato le
sue figurine autografate.
Perché?
Più avanti, Cynthia sterzò, si portò ai margini del fondo stradale e manovrò in modo da girare il veicolo giallo nella direzione da cui era arrivata.
Eseguì la manovra con un'economia che Steve non sapeva se sarebbe stato
in grado di uguagliare, dovendo usare la marcia indietro una volta sola.
Scese e s'incamminò verso di lui di buon passo, senza mai guardarsi intorno, e lui trovò il tempo, in un momento come quello, per sentirsi moderatamente contrariato che lei avesse rinvenuto ciò che il suo istinto l'aveva
spinto ad andare a cercare proprio in quel tratto di strada. «Ehi!» esclamò
Cynthia. Si chinò a raccogliere qualcosa, che subito ripulì dalla sabbia.
Lui la raggiunse al trotto. «Cosa? Che cos'è?»
«Un taccuino», rispose lei porgendoglielo. «Sì, dev'essere stato qui.
Quassù c'è scritto J. Marinville. Vedi?»
Lui prese dalla sua mano il piccolo taccuino a spirale con la copertina ri-
piegata e lo sfogliò velocemente. Indicazioni stradali, cartine che lui stesso
aveva disegnato e appunti nella brutta scrittura sbilanciata del suo principale, soprattutto riguardanti i ricevimenti in programma. Sotto l'intestazione St. Louis, Marinville aveva segnato: Patricia Franklin. Rossa,
maggiorata. Non CHIAMATELA PAT O PATTY! Nome org. è AMICI
DELLE BIBLIOTECHE GRATUITE. Bill dice P.F. anche attiva in iniz. diritti degli animali. Veget. Sull'ultima pagina usata c'era una sola vocale in
una versione della sua scrittura più barocca del solito: A.
Nient'altro. Come se avesse cominciato a scrivere una dedica prima dell'autografo.
Alzò gli occhi su Cynthia e la vide incrociarsi le braccia sotto il piccolo
seno e cominciare a strofinarsi le punte dei gomiti. «Brrr», mormorò lei.
«Sarà impossibile sentir freddo qui, ma io sto gelando. Questa storia è
sempre meno piacevole.»
«Com'è che questo taccuino non è volato via?»
«Puro caso. E finito contro un sasso più grosso degli altri e la sabbia l'ha
coperto per metà. Come la bambola. L'avesse lasciato cadere una spanna
più a destra o sinistra, ora sarebbe già in viaggio per il Messico.»
«Che cosa ti fa pensare che l'abbia lasciato cadere?»
«Perché tu non credi che sia stato così?»
Steve aprì la bocca per rispondere che non credeva né una cosa né un'altra, poi lasciò perdere. Scorgeva uno scintillio nel deserto, probabilmente
lo stesso che aveva visto Cynthia prima di raggiungere il camper, solo che
ora non erano in movimento e lo scintillio perdurava. E non erano i riflessi
della luce su scaglie di mica in qualche roccia, ci avrebbe scommesso. Per
la prima volta provò paura vera, dolorosa. Stava correndo nel deserto, stava correndo verso il brillio, prima ancora di accorgersi di essersi mosso.
«Ehi, non così veloce!» gridò lei colta alla sprovvista. «Aspetta!»
«No, resta dove sei!»
Sprintò per cento metri, senza perdere d'occhio il punticino di luce davanti a sé (che però via via si allargava assumendo una forma che, più gli
diventava familiare, più gli provocava angoscia), poi fu colto da un capogiro e dovette fermarsi. Si chinò con le mani sulle gambe poco sopra le ginocchia, convinto che tutti i sigari che aveva fumato negli ultimi diciotto
anni gli fossero calati addosso, assetati di vendetta.
Quando la vertigine passò e il martellio del battito cardiaco nelle orecchie cominciò a diminuire, udì alle spalle un ansimare distinto ma vagamente femmineo. Quando si girò vide Cynthia che sopraggiungeva al pic-
colo trotto. Sudava copiosamente ma per il resto era agile e scattante. Le si
erano un po' afflosciati i capelli, ma niente di più.
«Appiccichi... peggio di un cappero... sulla punta di un dito», rantolò
quando le fu a tiro.
«Dev'essere il complimento più carino che mi sia mai stato rivolto da un
uomo. Non ti dimenticare di includerlo nella tua raccolta di poesiole del
cazzo, mi raccomando. E non farti venire un infarto. Quanti anni hai, poi?»
Lui si raddrizzò con un certo sforzo. «Troppi per essere interessato alle
tue frattaglie, pollastrella, e sto benissimo. Grazie della premura.» Sulla
strada sfrecciò un'automobile senza rallentare. Guardarono entrambi. Laggiù ogni veicolo di passaggio era un evento degno di nota.
«Posso suggerire di fare il resto della strada camminando? Qualunque
cosa sia, non va da nessuna parte.»
«So che cos'è», replicò lui e percorse gli ultimi venti metri al trotto.
S'inginocchiò come un primitivo davanti a un simulacro sacro. La Harley
del suo principale era stata ricoperta di sabbia in maniera alquanto approssimativa e con una certa fretta. Il vento aveva già scoperto del tutto un lato
del manubrio e parzialmente l'altro.
Quando gli scese addosso l'ombra della ragazza, alzò la testa con l'intenzione di dirle qualcosa con cui convincerla che il ritrovamento non lo aveva precipitato nel terrore, ma dalla gola non gli uscì nulla. Non era peraltro
sicuro che lei lo avrebbe udito, bloccata com'era a fissare la moto con gli
occhi sgranati e pieni di spavento. Poi s'inginocchiò anche lei, aprì le braccia come per voler misurare, quindi cominciò a scavare poco alla destra del
manubrio. La prima cosa che trovò fu il casco. Lo estrasse dalla sabbia e lo
pose da parte. Quindi cominciò a spazzare con delicatezza nella piccola
fossa rimasta. Steve la guardava. Non era sicuro che le gambe lo avrebbero
retto se avesse deciso di alzarsi. Continuava a pensare a certe notizie che si
leggono ogni tanto sui giornali, storie di corpi rinvenuti nelle cave di
ghiaia.
Su un lato dell'avvallamento da lei provocato, scorgeva ora metallo verniciato che brillava contro lo sfondo grigiastro della sabbia. I colori erano
rosso e bianco latte. E lettere. HARL.
«È questa», mormorò lei. Era difficile capire che cosa diceva, perché
continuava a sfregarsi una mano sulla bocca in un riflesso nervoso. «Sì, è
proprio quella che ho visto io.»
Steve afferrò il manubrio e tirò. Niente. Non c'era da meravigliarsi: non
aveva tirato con molta decisione. Si rese conto a un tratto di un nuovo a-
spetto interessante, per quanto nuovo disagio aggiungesse alla situazione.
Non era più preoccupato per il suo principale. La sua preoccupazione si era
ampliata. E aveva quella sensazione, una sensazione così inusuale, come
se...
«Steve, mio nuovo e simpatico amico», disse Cynthia con un filo di voce
rialzando gli occhi dal pezzetto di serbatoio che aveva dissotterrato. «Tu
penserai probabilmente che sia un'imperdonabile cavolata, una di quelle
cose che dicono sempre le fanciulle sceme nei film cretini, ma io ho la sensazione di essere spiata.»
«Non mi sembra per niente stupido», ribatté lui, togliendo un altro po' di
sabbia dal telaio. Niente sangue. Meno male. Il che non significava che
non ci fosse sangue da qualche altra parte. Per esempio sotto la moto. «Ho
la stessa sensazione anch'io.»
«Possiamo andarcene?» propose lei, quasi lo supplicò. Si tolse il sudore
dalla fronte con un braccio. «Per piacere...»
Steve si alzò e s'incamminò con lei. Quando Cynthia gli porse la mano,
fu contento di prendergliela.
«Dio, se è forte», gemette lei. «Anche per te?»
«Sì. Sono pronto a credere che sia solo perché siamo troppo con i nervi a
fior di pelle, però... sì, la sensazione è forte. Come...»
In lontananza si levò un ululato tremulo. La stretta di Cynthia intorno alla sua mano s'intensificò abbastanza perché Steve avesse da rallegrarsi che
si mangiava le unghie.
«Che cos'è?» sussurrò, un po' stridula. «Oh, mio Dio, questo cos'è?»
«Un coyote», rispose lui. «Proprio come nei film western. Non ci faranno niente. Molla un po', Cynthia, mi fai male.»
Lei stava per allentare la stretta, ma subito gli strizzò le dita di nuovo
quando partì un secondo ululato, arrotolandosi pigramente intorno al primo
come un buon tenore della domenica che entra in controcanto.
«Non sono vicini», la rassicurò lui, ora costretto a sforzarsi per non cercare di staccare la mano da quella di lei. Era molto più forte di quel che
sembrava e gli stava facendo stridere le ossa. «Tranquilla, su da brava, non
saranno nemmeno in questa contea.»
Lei allentò finalmente la stretta, ma il viso che gli rivolse era atteggiato a
un terrore che muoveva quasi a compassione. «D'accordo, non sono vicini,
probabilmente sono nell'altra contea, anzi, staranno telefonando dalla California, ma non mi piacciono le cose che morsicano. Ho fifa delle cose che
morsicano. Possiamo tornare al tuo pulmino?»
«Sì.»
Camminava sfiorandolo con l'anca, ma al terzo ululato non gli strapazzò
la mano come aveva fatto prima e del resto l'ultimo richiamo giungeva evidentemente da una notevole distanza e non fu immediatamente corrisposto. Raggiunsero il camioncino. Cynthia montò lanciandogli un sorrisetto
rapido e nervoso. Steve passò intorno al muso mentre rifletteva sulla sensazione ora molto meno intensa di essere osservato. Aveva ancora paura,
ma ora la sua preoccupazione era rivolta di nuovo principalmente al suo
capo: se John Edward Marinville era morto ne avrebbero scritto in tutto il
mondo e Steve Ames avrebbe senz'altro avuto la sua parte nella storia.
Non una bella parte. Steve Ames sarebbe stato il salvagente sgonfio, la rete
di sicurezza che non si era fatta trovare al suo posto quando il grand'uomo
era finalmente cascato dal trapezio.
«Quella sensazione di essere spiati... saranno stati i coyote, non pensi?»
chiese lei.
«Può darsi.»
«E ora?» volle sapere Cynthia.
Lui trasse un respiro profondo e staccò il cellulare dal cruscotto. «È ora
di chiamare la polizia», rispose e compose il 911.
Udì più o meno quello che si era aspettato, una di quelle voci registrate
che gli porgeva le sue scuse per l'impossibilità di inoltrare la chiamata. Il
capo ce l'aveva fatta, almeno per qualche secondo, ma doveva essere stato
un errore. Steve richiuse il microfono con un colpo secco e indispettito,
buttò il cellulare sul cruscotto e avviò il motore. Non gli piaceva la tinta
violacea che si andava espandendo sulla spianata del deserto. Merda. Avevano passato più tempo di quanto avesse pensato a bordo del camper abbandonato e in ginocchio davanti alla moto semisepolta del suo principale.
«Niente, vero?» L'espressione di Cynthia era di solidarietà.
«Niente. Andiamo a cercare questo posto che mi hai detto. Come fa?»
«Desperation. È a est.»
Steve inserì la marcia. «Mi dirigi tu?»
«Certo», rispose lei e poi gli toccò il braccio. «Troveremo aiuto. Anche
in un posto così piccolo ci sarà almeno un poliziotto.»
Si fermò al camper abbandonato prima di riprendere verso est e vide che
la porta sbatteva ancora. Nessuno dei due aveva pensato a bloccarla. Si
fermò, mise in folle e aprì lo sportello.
Cynthia lo afferrò per la spalla prima che potesse abbassare la prima
gamba. «Ehi, dove vai?» Non era in preda al panico, ma nemmeno tran-
quilla.
«Calma, ragazza. Dammi un secondo.»
Scese e fermò la porta del camper, che era un Wayfarer, secondo quanto
scritto sulla fiancata. Poi tornò al camioncino.
«Che cosa saresti, uno di quei tipi tutti a modino?» lo apostrofò lei.
«Di solito no, ma non mi andava che quella porta continuasse a sbattere
nel vento.» Indugiò con un piede sul predellino, guardandola e pensando.
Poi si strinse nelle spalle. «Era come le imposte alla finestra di una casa
stregata.»
«Va bene», si arrese lei, dopodiché si alzarono nuovi ululati in lontananza, forse a sud, ma forse a est, perché con quel vento era difficile stabilire
con certezza quale fosse la direzione, se non che questa volta gli animali
dovevano essere almeno cinque o sei. Un branco. Steve salì e chiuse frettolosamente lo sportello.
«Via», annunciò inserendo di nuovo la marcia. «Torniamo indietro e
cerchiamo qualche rappresentante della legge.»
5
1
David Carver la vide mentre la donna in jeans e camicia celeste cominciava finalmente ad arrendersi, rannicchiata contro le sbarre della cella più
grande e facendosi scudo al petto con gli avambracci per proteggersi dal
poliziotto che trascinava all'indietro la scrivania per raggiungerla.
Non toccarlo, gli aveva gridato suo padre quando la donna aveva gettato
la doppietta, che era scivolata rumorosamente sulle assi del pavimento andando a cozzare contro le sbarre della cella in cui si trovava lui. Non toccarlo, è scarico, lascialo stare!
Aveva ubbidito, ma aveva visto qualcos'altro per terra quando aveva abbassato lo sguardo sul fucile: una delle cartucce rotolata giù dalla scrivania. Era finita contro l'ultima sbarra verticale a sinistra della sua cella. Una
cartuccia grossa e gonfia, verde, della manciata ruzzolata in ogni dove
quando il poliziotto pazzo aveva cominciato a sbattere sedia e scrivania
contro quella donna, Mary, per farle mollare il fucile.
Suo padre aveva ragione, sarebbe stato inutile cercare di recuperare
l'arma. Se fosse riuscito a mettere le mani anche sulla cartuccia, lo stesso
non avrebbe avuto senso. Il poliziotto era grosso, alto come un giocatore
professionista di basket, largo come un giocatore professionista di football,
ed era anche veloce. Lui che non aveva mai avuto per le mani un fucile vero, che non sapeva bene nemmeno da che parte s'infilasse la cartuccia, che
speranze aveva di combinare qualcosa prima che il gigante gli fosse addosso? Ma lasciando perdere il fucile e tornando alla cartuccia... chissà... forse...
«Ce la fai a camminare?» stava domandando il poliziotto alla donna di
nome Mary. C'era del grottesco nella premura del suo tono di voce. «Niente di rotto?»
«Che differenza fa?» La voce della donna tremava, ma David pensava
che a farla tremare fosse collera e non paura. «Uccidimi se è quello che
vuoi, falla finita.»
David lanciò un'occhiata all'uomo anziano con cui divideva la cella per
vedere se avesse notato anche lui la cartuccia. Per quanto gli era dato di
capire la risposta era negativa, sebbene avesse finalmente abbandonato la
branda per avvicinarsi alle sbarre.
Invece di prendere a male parole la donna che aveva fatto del suo meglio
per spappolargli il cervello, o anche punirla aggredendola fisicamente per
quello, il poliziotto la strinse per qualche istante con un braccio solo. Un
abbraccio cameratesco. Senza darsene una ragione, David trovò quel piccolo e apparentemente sincero gesto d'affetto più inquietante di tutta la
violenza a cui aveva assistito poco prima. «Non ho intenzione di ucciderti,
Mare!»
Il poliziotto si guardò intorno come a chiedere ai tre Carver e al prigioniero dai capelli bianchi se si potesse mai credere a quella folle donna. I
suoi luminosi occhi grigi incontrarono quelli azzurri di David, il quale indietreggiò involontariamente di un passo. A un tratto si sentì indebolito
dall'orrore. E vulnerabile. Sembrava impossibile sentirsi più vulnerabile di
quanto già gli pareva di essere, ma così era.
Gli occhi del poliziotto erano vuoti. Così vuoti che sembrava privo di
sensi con gli occhi aperti. Gli tornò allora alla mente l'amico Brian e la sua
ultima memorabile visita all'ospedale dov'era ricoverato nel novembre
scorso. Ma non era proprio lo stesso, perché gli occhi del poliziotto riuscivano a essere contemporaneamente vuoti e non vuoti. Sì, perché c'era dentro qualcosa e David non sapeva che cosa fosse o come potesse essere insieme qualcosa e niente. Sapeva solo di non aver mai visto nulla del genere.
Il poliziotto tornò a guardare la donna di nome Mary con un'espressione
di esagerato stupore. «Mamma mia, no!» esclamò. «Non quando la cosa
comincia a farsi interessante!» Dalla tasca anteriore destra estrasse un anello con un mazzo di chiavi e ne selezionò una che non sembrava affatto
una chiave: era un rettangolo con una strisciolina nera al centro. David
pensò che potesse essere una di quelle tessere che si usano al posto delle
chiavi negli alberghi. La inserì nella serratura della cella più grande e il
cancello si aprì. «Salta dentro, Mare», ordinò. «Quatta quatta, chiotta
chiotta come una lumachina nella sua chiocciola.»
Lei non lo considerò proprio. Stava guardando invece i genitori di David. Erano aggrappati l'uno accanto all'altra alle sbarre della cella piccola
di fronte a quella in cui si trovava David in compagnia dell'uomo canuto,
signor Zitto. «Quest'uomo, questo maniaco ha ucciso mio marito. Gli ha
messo...» Deglutì, fece una smorfia, e il poliziotto la contemplò benevolo,
quasi sorridendo di incoraggiamento: Coraggio, Mary, sputa il rospo, ti
sentirai meglio dopo che ti sarai sfogata. «Gli ha messo un braccio intorno
come ha fatto con me poco fa e gli ha sparato quattro colpi.»
«Ha ucciso la nostra bambina», ribatté Ellen Carver e qualcosa nel tono
della sua voce colpì David come l'eco di un interludio di irrealtà onirica.
Era come se le due donne avessero ingaggiato una gara a chi la sparava più
grossa. Ora sarebbe toccato alla donna di nome Mary, che avrebbe detto,
oh be', a noi ha ucciso il cane e allora sua madre avrebbe risposto...
«Non ne siamo sicuri», intervenne il padre di David. Era in uno stato
spaventoso, con la faccia gonfia e rossa di sangue, come un peso massimo
che le ha prese per dodici round senza interruzione. «Ancora no.» Guardò
il poliziotto e una terribile espressione di speranza gli si disegnò nelle tumefazioni del volto, ma il poliziotto lo ignorò. Era concentrato su Mary.
«Adesso basta chiacchiere», l'ammonì nel tono di un nonno affettuoso.
«Salta nella tua cameretta, Mary-mia. Nella tua gabbietta dorata, mia piccola pappagallina dagli occhi blu.»
«Altrimenti? Cosa fai, mi uccidi?»
«Ti ho già detto di no», ribadì lui nello stesso tono del nonno buono,
«ma non ti scordare quella famosa sorte peggiore della morte ben nota a
grandi e piccini.» Il suo tono non era cambiato, ma ora lei lo osservava rapita, come un capretto in pastoie guarda il boa constrictor che si avvicina.
«Posso farti male, Mary», continuò lui. «Posso farti così male da farti rimpiangere di non averti ucciso. Tu ci credi, vero?»
Lei lo fissò ancora per un momento, poi staccò gli occhi (ed è proprio in
questi termini che lo avvertì David dalla sua postazione a qualche metro di
distanza, la sentì separarsi da lui, come quando si strappa un pezzo di nastro adesivo dalla carta intorno a un pacco) ed entrò nella cella. I suoi lineamenti rabbrividirono mentre entrava, poi il poliziotto richiuse con un tonfo la porta della cella alle sue spalle e il mondo le cascò addosso. Si gettò
su una delle quattro brande, si nascose il volto nelle braccia e cominciò a
singhiozzare. Il poliziotto si trattenne per qualche momento a guardarla a
capo chino. David ebbe tempo di lanciare un'altra occhiata alla cartuccia e
di pensare a come impossessarsene. Poi il gigantesco poliziotto si riebbe
con un sussulto improvviso, si scrollò come risvegliandosi da un assopimento e girò le spalle alla cella dove la donna piangeva. Poi attraversò il
piccolo locale in direzione di David.
L'uomo dai capelli bianchi rinculò veloce colpendo con le gambe il bordo della branda, sulla quale cadde seduto e semiripiegato. Poi si applicò di
nuovo le mani agli occhi. Fino a poco prima David l'aveva scambiato per
un gesto di disperazione, ma ora vi vedeva rispecchiato l'orrore che lui
stesso aveva provato quando lo sguardo del poliziotto si era fermato su di
lui, non disperazione, ma il gesto istintivo di chi sceglie di non guardare
una cosa se non vi è assolutamente costretto.
«Come va, Tom?» chiese il poliziotto all'uomo sulla branda. «Come ti
butta, vecchio?»
Il signor Biancone si raggomitolò di più, senza togliersi le mani dagli
occhi. Il poliziotto lo guardò ancora per un istante, poi spostò di nuovo gli
occhi su David. David scoprì di non poter distogliere i suoi, perché questa
volta era toccato ai suoi essere catturati. E c'era qualcos'altro, vero? Un
senso di chiamata.
«Ti diverti, David?» gli domandò il mastodontico poliziotto biondo. E i
suoi occhi sembravano espandersi, trasformarsi in stagni grigi pieni di luce. «Stai prendendo ben nota di tutto?»
«Non...» Fu un gracidio polveroso. Si passò la lingua sulle labbra e riprovò. «Non capisco.»
«No? Chissà. Perché vedo...» Si portò una mano all'angolo della bocca,
se lo toccò per un attimo. L'espressione sul suo viso sembrava di perplessità sincera. «Non so che cosa vedo. È una domanda, oh sì, una bella domanda. Chi sei, ragazzo?»
David lanciò un'occhiata ai genitori e non poté restare a guardare a lungo
quello che trovò sui loro volti. Pensavano che il poliziotto stesse per ucciderlo, come aveva ucciso Pie e il marito di Mary.
Tornò a guardare il poliziotto. «Mi chiamo David Carver», disse. «Abito
al 248 di Poplar Street, Wentworth, Ohio.»
«Sì, sono sicuro che è vero, ma, piccolo Dave, chi ti ha fatto? Sai dirmi
chi ti ha fatto? Tak!»
Non mi sta leggendo nel pensiero, rifletté David, ma credo che potrebbe
farlo. Se volesse.
Un adulto l'avrebbe probabilmente ripreso per una considerazione come
quella, lo avrebbe esortato a non comportarsi da sciocco, a non soccombere alla paranoia indotta dalla paura. È solo quello che vuole darti a intendere, di essere un lettore del pensiero, avrebbe obiettato l'adulto. Ma David non era un uomo, era un ragazzino di undici anni. E nemmeno un ragazzino qualsiasi, non dopo quello che era avvenuto in novembre. Da allora c'erano stati cambiamenti sostanziali. Poteva solo sperare che lo aiutassero con quello che stava vedendo e sperimentando ora.
Intanto il poliziotto lo osservava con uno sguardo pensieroso e penetrante.
«Immagino che mi abbiano fatto mia madre e mio padre», gli rispose.
«Non è così che funziona?»
«Un fanciullino che sa di cavoli e cicogne! Splendido! E quanto alla mia
altra domanda, giovanotto? Ti stai divertendo?»
«Hai ammazzato mia sorella, quindi non farmi domande stupide.»
«Non provocarlo, figliolo!» gridò suo padre con la voce contratta dal terrore. Non sembrava nemmeno più la sua.
«Oh, ma io non sono stupido», ribatté il poliziotto, penetrando ancor di
più negli occhi di David con quel suo orribile sguardo luminoso e grigio.
Le sue iridi sembravano in movimento, ruotavano e ruotavano come girandole. Guardandole David provava la nausea, sentiva la voglia di rimettere, eppure non riusciva a staccare gli occhi. «Sarò molte cose, ma stupido
non è fra quelle. E molte cose so, giovanotto. Oh sì, molte.»
«Lascialo stare!» strillò sua madre. David non la vedeva, la mole del poliziotto gliela nascondeva. «Non hai fatto già abbastanza alla nostra famiglia? Se provi a toccarlo, ti uccido!»
Fu come se il poliziotto non la sentisse proprio. Alzò gli indici alle palpebre inferiori e le tirò verso il basso, facendo sporgere le palle degli occhi
in una maschera grottesca. «Ho occhi da aquila, David, e sono occhi che
vedono la verità da lontano. Stacci attento. Occhi da aquila, sissignore.»
Era immobile a guardare attraverso le sbarre e ora l'impressione era che
fosse l'undicenne David Carver ad aver ipnotizzato lui.
«Tu sei speciale, vero?» mormorò l'agente. «Sei molto speciale. Oh sì,
credo di sì.»
Pensala come vuoi, basta che non pensi a me che penso alla cartuccia.
Gli occhi del poliziotto si dilatarono un po' di più e per un momento orribile David credette che fosse esattamente quello che stava pensando, che
si fosse sintonizzato sulle onde della sua mente come su un segnale radio.
Poi ululò un coyote, un richiamo prolungato e triste, e il poliziotto si girò
da quella parte. Il filo che li aveva uniti, forse telepatia, forse una combinazione di paura e malia, si spezzò.
Il poliziotto andò a raccogliere la doppietta. David trattenne il fiato, sicuro che avrebbe scorto la cartuccia poco distante da lui, ma il poliziotto non
guardò mai in quella direzione. Si rialzò e spinse una levetta laterale.
L'arma si aprì e le canne gli si appoggiarono sul braccio come un animale
ubbidiente. «Non andare via, David», gli raccomandò nel tono confidenziale di un amicone di vecchia data. «Abbiamo molto di cui parlare insieme. È una conversazione a cui guarderò con ansia, credimi, ma ora come
ora ho un piccolo impegno.»
Tornò al centro della stanza, con la testa abbassata, raccogliendo via via
le cartucce cadute. Inserì le prime due nel fucile e s'infilò meccanicamente
le altre nelle tasche. David non osò attendere oltre. Si chinò, allungò con
un guizzo la mano tra le sbarre sul lato sinistro della cella e afferrò il cilindro verde. Se lo fece scivolare immediatamente nella tasca dei jeans. La
donna di nome Mary non vide. Era ancora sdraiata sulla branda a singhiozzare con il volto nascosto nelle braccia. I suoi genitori non videro.
Erano in piedi alle sbarre della loro cella, a tenersi a vicenda per la vita
guardando l'uomo in divisa cachi come incantati dall'orrore. David si voltò
e vide che il vecchio signor Biancone, Tom, aveva ancora le mani sugli
occhi, dunque anche da quel lato poteva ritenere che fosse andato tutto bene. Solo che gli occhi lacrimosi del vecchio Tom erano aperti dietro le dita, David se ne accorse, dunque forse da quel lato non era andato tutto bene. In ogni caso era troppo tardi per disfare ciò che era fatto. Sempre rivolto all'uomo che il poliziotto aveva chiamato con il nome di Tom, David si
portò una mano alla bocca in un breve segnale di silenzio. Il vecchio Tom
non reagì. I suoi occhi, nella loro personale prigione, continuarono a fissare attraverso le sbarre delle dita.
Il poliziotto che aveva ucciso Pie raccolse da terra l'ultima cartuccia,
diede un'occhiata veloce sotto la scrivania, poi si rialzò e richiuse il fucile
con un colpo secco del polso. David aveva seguito attentamente la raccolta, cercando di intuire se stesse contando le cartucce. Così aveva con-
cluso... fino a quel momento. Ora il poliziotto era immobile, girato dall'altra parte, con la testa abbassata. Si voltò e tornò alla sua cella. David si
sentì lo stomaco diventare di piombo.
Per un momento il poliziotto sostò a guardarlo in silenzio, quasi che cercasse di forzarlo e David pensò: Cerca di forzarmi il cervello come un ladro cerca di forzare una serratura.
«Stai pensando a Dio?» gli chiese. «Lascia stare. Quaggiù il territorio di
Dio si ferma a Indian Springs e persino il signor Satana non mette il suo
piede caprino a nord di Tonopah. Non c'è Dio a Desperation, fanciullo.
Quaggiù c'è solo can de lach.»
Con ciò parve aver finito. Uscì con la doppietta sotto il braccio. Passarono forse cinque secondi di silenzio, rotti solo dai singhiozzi soffocati della
donna di nome Mary. David guardò i genitori e loro guardarono lui. Fermi
in quel modo, abbracciati, gli parve di vederli come dovevano essere stati
da bambini, molto prima che si conoscessero a Wesleyan e questo pensiero
lo spaventò oltre ogni misura. Avrebbe preferito sorprenderli nudi a scopare. Avrebbe voluto rompere quel silenzio, ma non trovava il modo.
Poi il polizotto riapparve all'improvviso con un balzo. Dovette chinarsi
per non picchiare la testa nell'architrave della porta. Aveva un ghigno da
matto che a David ricordò Garfield, il gatto dei fumetti, quando si esibiva
nei suoi estemporanei numeri da avanspettacolo. Come sembrava stesse
appunto facendo anche il poliziotto. C'era un vecchio apparecchio telefonico appeso al muro, una scatola di plastica beige sudicia e piena di crepe. Il
poliziotto staccò il ricevitore e se lo portò all'orecchio. «Servizio in camera! Mandatemene su uno!» Riattaccò e rivolse ai prigionieri il suo sorriso
folle da Garfield. «Jerry Lewis», annunciò. «I critici americani non capiscono Jerry Lewis, ma va fortissimo in Francia. Una forza della natura!»
Guardò David.
«Neanche in Francia c'è Dio, giovanotto. Credi a moi. Solo Cinzano e
escargot e donne che non si depilano le ascelle.»
Mentre rivolgeva i suoi ossequi agli altri, il sorriso gli si spense sulle
labbra.
«Voi dovete starvene qui da bravi», li ammonì. «So che avete paura di
me e forse avete ragione ad avere paura, ma siete sottochiave per un motivo, credetemi. Questo è l'unico posto sicuro in un raggio di miglia. Là fuori ci sono forze di cui non avete nemmeno voglia di sentir parlare. E quando si farà notte...» Si limitò a guardarli scuotendo la testa in un gesto gravido di tetri presagi che era meglio tacere.
Stai mentendo, bugiardo, pensò David... ma poi dalla finestra aperta nel
vano delle scale giunse un altro ululato ed ebbe qualche dubbio.
«In ogni caso», stava continuando il poliziotto, «queste sono celle fatte
bene, con serrature resistenti. Sono state costruite da gente con le palle sotto per tenerci i minatori e fuggire da qui è escluso. Se è questo che vi frulla
nella testa, mettetevelo pure in saccoccia. E datemi retta. È la miglior cosa
che potete fare. Credetemi, lo è.» Poi se ne andò, questa volta davvero,
David sentì l'eco dei suoi passi pesanti sulle scale, scuotere tutto l'edificio.
Rimase dov'era per qualche attimo ancora, sapendo bene che cosa doveva fare, e doveva farlo, ma riluttante al cospetto dei genitori. Ma aveva
scelta? E aveva visto giusto sul conto del poliziotto. Il gigante non aveva
proprio letto i suoi pensieri come le frasi scritte su una pagina di giornale,
ma qualcosa gli aveva carpito: le riflessioni su Dio. Ma forse era un bene.
Meglio se vedeva Dio e non la cartuccia da fucile, forse.
Si girò e fece due passi lenti verso la branda. Quando si muoveva sentiva
il peso della cartuccia nella tasca. Era un peso molto specifico, distinto.
Era come se vi avesse nascosto una pepita d'oro.
No, qualcosa di molto più pericoloso dell'oro. Un pezzo di materiale radioattivo, per esempio.
Si fermò di nuovo, con la schiena rivolta all'esterno, poi, piano piano, si
abbassò sulle ginocchia. Trasse un respiro a fondo, riempiendosi i polmoni
fin quando sentì che non c'era più posto per altra aria, poi espirò in un soffio prolungato e silenzioso. Congiunse le mani sulla lana ispida della coperta e vi posò dolcemente la fronte.
«David, che cosa c'è?» si preoccupò sua madre. «David!»
«Non è niente», la tranquillizzò il marito e David sorrise mentre chiudeva gli occhi.
«Come sarebbe che non è niente?» strillò Ellie. «Guardalo, è caduto, è
svenuto! David!»
Le loro voci ora erano lontane, si andavano spegnendo, ma prima che
scomparissero del tutto, sentì ancora suo padre rispondere: «Non è svenuto, prega».
Non c'è Dio a Desperation? Be', vediamo un po'.
Poi non fu più lì, non si preoccupò più di che cosa stessero pensando i
suoi genitori, non si preoccupò più che il vecchio signor Biancone lo avesse visto nascondere la cartuccia e potesse riferirlo all'orco che li aveva presi prigionieri, non si disperò più per la dolce piccola Pie, che non aveva
mai fatto male a nessuno e non meritava di morire in quel modo. Volendo,
non era più nemmeno veramente all'interno della propria testa. Ora era nel
buio, cieco ma non sordo, era nel buio a cercare con l'udito il suo Dio.
2
Come tutte le conversioni spirituali, quella di David Carver era appariscente solo all'esterno; dentro era intima, un fatto quasi secolare. Razionale
no, forse, le questioni spirituali non si possono mai definire razionali in
senso stretto, ma forte di una sua chiarezza e logica. E almeno per David,
la sua autenticità era fuori discussione. Aveva trovato Dio, nient'altro. E
(l'aspetto che considerava probabilmente più importante) Dio aveva trovato lui.
Nel novembre dell'anno prima il suo migliore amico era stato investito
da un'automobile mentre andava a scuola in bicicletta. Brian Ross era stato
scaraventato in un volo di sei o sette metri contro il muro di una casa. Tutte le mattine, puntualmente, David sarebbe stato con lui, ma proprio quel
giorno era rimasto a casa perché non stava bene, insidiato da un virus non
molto pericoloso. Il telefono aveva squillato alle otto e mezzo e dieci minuti dopo sua madre era entrata in soggiorno pallida e tremante. «David, è
successo qualcosa a Brian. Ti prego, cerca di essere forte.» Non ricordava
molto della conversazione che era seguita, solo le parole diffìcile che sopravvìva.
Era stata un'idea sua di andare a trovare Brian in ospedale il giorno seguente, dopo aver telefonato da solo quella sera per accertarsi che l'amico
fosse ancora vivo.
«Tesoro, capisco il tuo stato d'animo, ma è davvero una cattiva idea»,
aveva obiettato suo padre. Quando usava «tesoro», un vezzeggiativo da
lungo andato in pensione insieme con i suoi giocattoli di pezza, aveva la
misura dell'angoscia di cui era preda suo padre Ralph. Aveva lanciato uno
sguardo alla moglie, ma Ellen non si era mossa da dove si trovava, al lavandino della cucina, a torcere nervosamente un canovaccio tra le mani.
Da lei evidentemente non avrebbe avuto aiuto. E dove mai avrebbe sbattuto la testa da solo, si era chiesto Ralph, che mai e poi mai si era aspettato
di dover sostenere una conversazione come quella? Dio, il ragazzo aveva
solo undici anni e lui ancora non aveva cominciato a raccontargli i fatti
della vita, figuriamoci quelli della morte. E meno male che Kirstie era di là
a guardare i disegni animati in Tv.
«No», aveva risposto David. «È una buona idea. Anzi, è l'unica idea.»
Pensò di aggiungere qualcosa di umile ed eroico come: e poi Brian lo farebbe per me, ma rinunciò. Per la verità non pensava che Brian lo avrebbe
fatto per lui, ma la situazione non cambiava per questo. Perché aveva vagamente compreso già allora, prima di quello che sarebbe accaduto nel bosco di Bear Street, che non ci andava per Brian ma per sé.
Sua madre si era staccata di qualche passo titubante dal lavandino. «David, tu hai il cuore più buono di questo mondo... il cuore più generoso di
questo mondo... ma Brian... è stato... ecco... scagliato...»
«Quello che tua madre sta cercando di dirti è che è stato catapultato con
la testa contro un muro di mattoni», era intervenuto suo padre. Si era allungato sul tavolo per prendergli le mani. «Ha subito danni gravi al cervello. È in coma e non dà segni vitali che spingano all'ottimismo, Sai che cosa
vuol dire.»
«Che ha il cervello ridotto a una frittata.»
Ralph aveva fatto una smorfia, ma aveva annuito. «È in una situazione
in cui la speranza di tutti è che, per il suo bene, finisca al più presto. Se vai
a trovarlo, non vedrai l'amico che ricordi, quello a casa del quale andavi
così spesso a dormire...»
A quel punto sua madre si era ritirata in soggiorno, aveva sorpreso la
povera Pie caricandosela in grembo e si era rimessa a piangere.
Il padre di David l'aveva seguita con lo sguardo come se avesse desiderato accompagnarla, prima di riprendere il suo discorsetto. «È meglio se
ricordi Bri com'era quando l'hai visto l'ultima volta. Capisci?»
«Sì, ma non lo posso fare. Devo andarlo a trovare. Se non mi vuoi portare tu, non fa niente. Prendo l'autobus dopo la scuola.»
Ralph aveva mandato un sospiro pesante. «Ma sì che ti porto io, merda.
E non dovrai nemmeno aspettare che finiscano le lezioni. Solo, per l'amor
del cielo, che non ti scappi una parola di tutto questo con...» Aveva alzato
il mento in direzione del soggiorno.
«Con Pie? Mamma mia, no.» Non aveva aggiunto che Pie era già stata
in camera sua a domandargli che cosa fosse accaduto a Brian e se si era
fatto male e com'era secondo lui morire, si andava da qualche parte o no, e
cento altre domande ancora. Tutto con un faccino serio serio, quasi solenne. Ma spesso era opportuno non raccontare ogni cosa ai genitori. Erano
vecchi e certe cose davano loro sui nervi.
«I genitori di Brian non ti lasceranno entrare», aveva pronosticato Ellie
rientrando. «Conosco Mark e Debbie da anni. Sono sconvolti, e si capisce,
fosse toccata a te, io sarei impazzita, ma non tanto da non rendermi conto
quanto sia inopportuno che un ragazzino vada a vedere... un suo coetaneo
che sta morendo.»
«Li ho chiamati dopo aver telefonato all'ospedale e ho chiesto se posso
andare a trovarlo», riferì David senza scomporsi. «La signora Ross mi ha
detto che va bene.» Suo padre lo stava ancora tenendo per la mano. Niente
di male. Voleva molto bene a papà e mamma e gli dispiaceva di vederli
così costernati, ma non aveva dubbi su che cosa fosse suo dovere fare. Era
come se qualche altra forza, una forza che giungeva dall'esterno, già lo
stesse guidando. Come una persona più anziana e saggia guida la mano di
un bambino, aiutandolo a disegnare un cane o una gallina o un pupazzo di
neve.
«Che cosa le ha preso?» aveva protestato Ellen Carver, sgomenta. «Che
cosa diavolo le ha preso, chiedo io!»
«Ha detto che era contenta che andassi a salutarlo. Ha detto che lo staccheranno dalle macchine questo fine settimana dopo che saranno venuti a
dirgli addio i suoi genitori e che è contenta che ci vada prima io.»
Il giorno dopo, Ralph aveva preso il pomeriggio libero ed era andato a
prelevare il figlio a scuola. David lo aspettava sul marciapiede con il permesso della direzione che gli spuntava dal taschino della camicia. All'ospedale erano saliti al quarto piano, reparto di terapia intensiva, con l'ascensore più lento del mondo. Durante l'ascesa David aveva cercato di
prepararsi alla scena che lo aspettava. Fatti forza, David, gli aveva raccomandato la signora Ross al telefono. Non è bello da vedere. Siamo sicuri
che non sente alcun dolore, il coma è troppo profondo, ma da vedere non è
bello.
«Vuoi che venga dentro con te?» si era offerto suo padre davanti alla
camera in cui era ricoverato Brian. Aveva scosso la testa. Era ancora in
pieno possesso della sensazione che lo aveva come dire ingoiato da quando sua madre, pallida come un cencio, gli aveva portato la notizia dell'incidente, la sensazione di essere guidato da una persona più esperta di lui,
qualcuno che sarebbe stato coraggioso al suo posto se a lui fosse venuta
meno la baldanza.
Era entrato. C'erano i coniugi Ross, su sedie rivestite in vinile rosso.
Tutti e due avevano fra le mani un libro che non stavano leggendo. Brian
era nel letto vicino alla finestra, circondato da macchinali che mandavano
segnali acustici e mostravano linee verdi su una serie di monitor. Aveva
una coperta leggera che gli arrivava fino alla vita.
Sopra un sottile camice bianco da ospedale era aperto a formargli ali
d'angelo ai lati del petto, dove gli avevano applicato ogni sorta di ventose
di gomma. Altre ne aveva sulla testa, sotto un ingombrante copricapo
bianco fatto di bende. Da sotto quel turbante, un lungo taglio gli scendeva
per la guancia sinistra fino all'angolo della bocca, dove s'incurvava come
un amo da pesca. Era stato suturato con filo nero. Agli occhi di David era
apparso come il personaggio di un film di Frankenstein, uno di quei vecchi
lungometraggi con Boris Karloff che mandavano in onda nelle sere del sabato. Certe volte, quando andava a dormire a casa di Brian, restavano su
fino a tardi a mangiare popcorn e a guardare quei film. Avevano la passione dei vecchi mostri in bianco e nero. Un giorno, durante La mummia,
Brian si era girato verso di lui e gli aveva detto: «Oh cazzo, abbiamo la
mummia alle calcagna, allunghiamo il passo». Una stupidaggine, ma all'una meno un quarto di notte qualsiasi cosa può scatenare l'ilarità di due ragazzini di undici anni e loro due ne avevano riso da veri amici.
Gli occhi di Brian lo avevano guardato dal letto d'ospedale. Avevano
guardato lui e gli avevano guardato attraverso. Erano aperti e vuoti come
aule di scuola in agosto.
Sentendo più che mai di muoversi per volontà altrui, David era entrato
nella magica cerchia delle macchine. Aveva osservato le ventose sul torace
e sulle tempie di Brian. Aveva osservato i fili che uscivano da quelle ventose. Aveva osservato la strana forma della medicazione grande come un
casco sul lato sinistro della testa di Brian, come se i contorni di ciò che
conteneva fossero radicalmente mutati. E così doveva essere. Quando si
finisce con la testa contro un muro di mattoni, qualcosa cede. Aveva un
tubo nel braccio destro e un altro che gli usciva dal petto. I tubi arrivavano
a sacche piene di liquido appese a dei sostegni. Aveva un arnese di plastica
inserito nelle narici e una cinghia intorno a un polso.
Aveva pensato: queste sono le macchine che lo tengono in vita. E quando le spegneranno, quando gli tireranno via tutti quegli aghi...
A quell'idea si era sentito riempire di incredulità, di dubbi che erano solo
i coaguli del suo profondo cordoglio. Lui e Brian si spruzzavano l'acqua
alla fontanella nel corridoio della scuola ogni volta che potevano sperare di
farla franca. Correvano in bicicletta nel mitico bosco di Bear Street, fingendosi commandos. Si scambiavano libri e giornaletti e figurine di baseball e certe volte se ne stavano semplicemente seduti sulla veranda dietro a
casa sua a giocare con il Gameboy di Brian o a leggere bevendo la limonata che preparava sua mamma. Si scambiavano dei cinque da finire per
terra e si davano del «bambino cattivo». (Talvolta, quand'erano soli, si da-
vano della «testa di cazzo» o «rottinculo».) In seconda elementare si erano
punti un dito con uno spillo e li avevano schiacciati insieme giurandosi fratellanza eterna. Nell'agosto di quell'anno, con l'aiuto di Mark Ross, avevano costruito un Partenone con i tappi di bottiglia prendendo a esempio la
fotografia trovata in un libro. Ne era uscita un'opera così straordinaria che
Mark la conservava in casa e la mostrava a tutti. Per il primo dell'anno era
previsto che il Partenone di tappi di bottiglia avrebbe percorso un isolato e
mezzo di strada fino alla casa dei Carver.
Era stato sul Partenone che la mente di David si era fissata con fermezza
al capezzale dell'amico in coma. L'avevano costruito loro, lui, Brian e il
papà di Brian, nel box dei Ross, al ritmo incessante di Rattle and Hum in
una cassetta nel registratore su una mensola poco distante. Una cosa sciocca perché erano solo tappi di bottiglia, un'impresa fantastica perché sembrava quello che doveva essere, lo riconoscevi a prima vista. E una cosa
fantastica perché l'avevano fatta con le loro mani. E presto le mani di Brian
sarebbero state sollevate e lavate da uno sconosciuto che avrebbe usato un
pennello speciale e prestato particolare cura alle unghie. Nessuno avrebbe
sopportato di contemplare un cadavere con le unghie sporche, pensava. E
quando avesse avuto le mani pulite e fosse stato adagiato nella bara scelta
dai suoi genitori, l'impresario delle pompe funebri gli avrebbe intrecciato
le dita. E così sarebbero rimaste, giù nella terra. Unite e intrecciate, come
si voleva che fossero sul banco in seconda elementare. Niente più costruzioni con tappi di bottiglia per quelle mani. Niente più spruzzi alla fontana per quelle dita. Giù nel buio.
Non era stato il terrore a invadergli la mente e il cuore a quei pensieri,
ma era stata disperazione, come se l'immagine delle dita intrecciate di
Brian nella bara dimostrassero che non esisteva nulla che valesse qualcosa,
che non una volta al mondo fare impedisse morire, che nemmeno i bambini erano esentati dall'orrore che si aggirava ruggente dietro la facciata delle
telesvenevolezze in cui i tuoi genitori credevano e in cui volevano credessi
anche tu.
Né il padre né la madre di Brian gli avevano parlato durante la visita,
mentre lui guardava l'amico meditando su quei fatti nella maniera stenografica dei bambini. E il loro silenzio gli andava benissimo; gli erano simpatici, specialmente il signor Ross, che aveva una sua interessante vena di
eccentricità, ma non era lì a trovare loro. Non erano loro a essere nutriti attraverso dei tubi e a respirare attraverso macchine che sarebbero state staccate dopo l'addio dei nonni.
Lui era lì a trovare Brian.
Aveva preso la mano dell'amico. Era incredibilmente fresca e inerte, ma
ancora viva. Gli aveva sentito la vita scorrere dentro come un motore. L'aveva stretta con delicatezza e gli aveva bisbigliato: «Come va, bambino
cattivo?»
Nessuna risposta oltre al rumore delle macchine che respiravano per suo
conto ora che il suo cervello era quasi completamente guasto. Quella macchina era in capo al letto ed era la più grande. Su un lato aveva un tubo di
plastica trasparente. Dentro il tubo c'era qualcosa di simile a una fisarmonica bianca. Il rumore che produceva quella macchina era sommesso (tutte
le macchine erano silenziose) ma quella fisarmonica lo metteva lo stesso a
disagio. Faceva un rumore fondo, enfatico ogni volta che saliva. Un rantolo. Era come se una parte di Brian non fosse sprofondata così tanto da non
fargli provare dolore, ma fosse stata bensì estratta dal suo corpo e infilata
nel tubo di plastica, dove il peggio non era nemmeno il dolore che si provava, ma l'essere schiacciati a morte da quella fisarmonica bianca.
E poi c'erano gli occhi.
David sentiva i propri costretti a tornarvi di continuo. Nessuno lo aveva
avvisato che gli occhi di Brian sarebbero stati aperti; fino a poco prima
non aveva saputo che gli occhi potessero rimanere aperti in stato di incoscienza. Debbie Ross gli aveva raccomandato di farsi forza, che Brian non
sarebbe stato un bello spettacolo, ma non gli aveva parlato di quello sguardo da testa d'alce impagliata. Forse aveva fatto bene, forse non ci si può
preparare alle cose veramente orribili, mai, a nessuna età.
Un occhio di Brian era iniettato di sangue, con un'enorme pupilla nera
che si mangiava quasi tutta l'iride lasciando solo un sottile circoletto castano. L'altro era limpido e la pupilla sembrava normale, ma nient'altro lo era,
perché non c'era traccia del suo amico in quegli occhi, nemmeno l'ombra.
L'amico che lo aveva fatto scoppiare a ridere dicendo Oh cazzo, abbiamo
la mummia alle calcagna, allunghiamo il passo non era affatto lì... a meno
che fosse nel tubo di plastica, alla mercé di quella fisarmonica bianca.
David distoglieva lo sguardo, lo posava sul taglio ricucito a forma di
amo da pesca, sulle bende, sulla sola orecchia cerea che spuntava da sotto
la medicazione... poi il suo sguardo tornava agli occhi aperti e fissi di
Brian, con le pupille diverse. Era il niente ad attirarlo, l'assenza, la vacanza
di quegli occhi. Era peggio che sbagliato. Era... era...
Malefico, gli aveva bisbigliato una voce nel profondo della mente. Era
una voce diversa da quelle che gli era capitato di udire nei propri pensieri,
totalmente aliena, e quando aveva sentito sulla spalla la mano di Debbie
Ross, aveva dovuto comprimere le labbra per non gridare.
«L'uomo che l'ha investito era ubriaco», gli aveva riferito con una voce
roca e gonfia di pianto. Già nuove lacrime le scivolavano per le guance.
«Dice di non ricordarsi niente, che ha avuto un mancamento, e sai una cosa
spaventosa, Davey? Gli credo.»
«Deb...» aveva cercato di intervenire il signor Ross, ma la mamma di
Brian non lo aveva ascoltato.
«Come può Dio lasciare che un uomo non ricordi di aver investito mio
figlio con la sua automobile?» La sua voce aveva cominciato ad aumentare
di volume. Ralph Carver aveva fatto capolino dalla porta aperta, ansioso, e
un'infermiera che passava per il corridoio spingendo un carrello si era fermata di botto. Aveva allungato nella stanza 508 due grandi occhi blu vibranti di oh-santo cielo. «Come può Dio essere così misericordioso con
una persona che merita di svegliarsi urlando per il ricordo del sangue che
esce dalla povera testa rotta di mio figlio notte dopo notte per il resto della
vita?»
Il signor Ross le aveva cinto le spalle. In corridoio, Ralph Carver aveva
ritirato la testa come una tartaruga che rientra nel suo guscio. David lo aveva visto e forse in quel momento lo avevo odiato per quel gesto, ma non
ricordava bene. Ricordava invece di aver guardato il volto pallido e immoto di Brian con quel bendaggio deforme che sembrava pesargli sopra, l'orecchio di cera, il taglio con i suoi labbri rossi stretti in un bacio dal filo
nero... e gli occhi. Soprattutto ricordava gli occhi. La madre di Brian era lì
che piangeva e strepitava e quegli occhi non cambiavano.
Ma lui c'è lì dentro, aveva pensato a un tratto. E quell'idea, come molto
di quanto gli era accaduto dopo che la madre gli aveva riferito dell'incidente, non gli era sembrata uscire dalla sua mente ma piuttosto passarle attraverso... come se mente e corpo gli si fossero trasformate in un veicolo.
Lui c'è lì dentro, lo so. È ancora lì dentro, come quando si resta imprigionati in una slavina... o in una forra...
Debbie Ross si era lasciata andare del tutto. Quasi strillava, agitandosi
tra le braccia del marito nel tentativo di liberarsi. Il signor Ross cominciò a
spingerla verso le seggiole rosse, ma l'impresa gli era ardua. L'infermiera
era accorsa dal corridoio ad agganciarle la vita con un braccio. «Si sieda,
signora Ross. Si sentirà meglio se si siede.»
«Che Dio può permettere a un uomo di dimenticare di aver ucciso un
bambino?» aveva urlato la mamma di Brian. «Un Dio che vuole che quel-
l'uomo si ubriachi un'altra volta e uccida un altro bambino, ecco quale
Dio! Un Dio che ama gli ubriachi e odia i bambini!»
Brian che guardava con i suoi occhi assenti. Ascoltava il sermone di sua
madre con un orecchio di cera. Brian che non percepiva niente. Non era lì.
Eppure...
Sì, aveva bisbigliato una voce. Sì, che c'è. Lui c'è. Da qualche parte.
«Infermiera, potrebbe fare un'iniezione a mia moglie?» aveva chiesto il
signor Ross. Ormai non aveva più le forze per trattenerla e impedirle di
buttarsi su David, Brian, l'uno e l'altro. Qualcosa dentro di lei aveva rotto
gli ormeggi. Qualcosa che aveva molto da dire.
«Vado a chiamare il dottor Burgoyne, è qui in corridoio.» L'infermiera
era uscita di corsa.
Il padre di Brian aveva rivolto a David un sorriso tirato. Il sudore gli colava sulle guance e gli tempestava la fronte di una galassia di punticini.
Aveva gli occhi rossi e a David sembrava che fosse già dimagrito. Non era
possibile, eppure così gli sembrava. Intanto il signor Ross aveva passato
un braccio intorno alla vita di sua moglie, mentre con l'altra mano le teneva imprigionata una spalla.
«Ora devi andare, David», lo aveva pregato. Si sforzava di non ansimare, ma non ci riusciva del tutto. «Non... non siamo in grado.»
Ma non l'ho ancora salutato, avrebbe voluto ribattere lui e allora si accorse che non era sudore quello che colava sulle guance del signor Ross,
erano lacrime. E si era commosso. E quando era arrivato alla porta e si era
girato e aveva visto il signore e la signora Ross confondersi in una folla di
genitori aveva capito che di lì a poco avrebbe pianto anche lui.
«Posso tornare, signor Ross?» aveva domandato senza quasi riconoscere
la propria voce, rotta e tremante. «Domani?»
La signora Ross aveva smesso di lottare. Le mani del signor Ross le erano risalite fin sotto il seno e ora la donna si era accasciata con i capelli che
le pendevano davanti al viso. In quella posa avevano ricordato a David gli
incontri di wrestling che qualche volta aveva seguito in televisione con
Bri. Capitava che un lottatore bloccasse l'avversario in quel modo. Oh cazzo, abbiamo la mummia alle calcagna, aveva pensato senza alcun motivo.
Il signor Ross stava scuotendo la testa. «Non credo, Davey.»
«Ma...»
«No, non credo. Vedi, i medici dicono che non c'è nessuna possibilità
che Brian... Brian...» La sua faccia aveva cominciato a cambiare come mai
David aveva visto accadere a un adulto, come se si andasse disfacendo dal-
l'interno. Solo dopo, nel bosco di Bear Street, se ne era fatta una ragione...
più o meno. Aveva assistito al momento in cui una persona che da molto
tempo non piange, anni forse, finalmente non riesce più a trattenersi. Il
momento in cui la diga cede.
«Oh, bambino mio!» aveva gridato il signor Ross. «Oh, bambino mio!»
Aveva staccato le mani dalla moglie ed era caduto contro la parete tra le
due sedie rosse. Si era retto così per qualche istante, come appoggiandosi,
poi gli si erano piegate le ginocchia. Era scivolato a sedere per terra, le
mani protese verso il letto, le guance bagnate, muco che gli pendeva dalle
narici, una cresta di capelli dietro la nuca, camicia fuori, orlo dei pantaloni
sollevato a lasciar vedere l'estremità superiore delle calze. Così seduto si
era abbandonato a un pianto senza speranza. La moglie gli si era inginocchiata accanto prendendolo tra le braccia come meglio poteva ed era stato
allora che era entrato il medico seguito a ruota dall'infermiera e David era
scivolato via, piangendo forte ma cercando di non singhiozzare. Era in un
ospedale, in fondo, e c'era gente che cercava di guarire.
Suo padre era pallido com'era stata la madre quando gli aveva dato l'annuncio e quando gli aveva preso la mano, David aveva sentito la sua pelle
molto più fredda di quella di Brian.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a quella scena», aveva commentato il genitore mentre attendevano l'ascensore più lento del mondo.
David aveva avuto il sospetto che la sua mente non sarebbe stata capace di
formulare altro che quello. Tornando a casa Ralph Carver aveva cominciato a parlare due volte e due volte si era interrotto subito. Aveva acceso la radio, trovato una stazione di vecchi successi, poi aveva abbassato
il volume per chiedergli se gli andava di mangiare un gelato o qualcos'altro. David aveva scosso la testa e suo padre aveva alzato di nuovo il volume, al massimo.
A casa David aveva informato il padre che sarebbe uscito a tentare qualche canestro davanti al box. Il padre aveva annuito ed era corso dentro.
Fermo appena dietro alla crepa che usava come linea dei tiri liberi, David
aveva udito le voci dei genitori che gli giungevano dalla finestra aperta sopra il lavello in cucina. La mamma voleva sapere che cos'era successo,
come l'aveva presa il figlio. «C'è stata una brutta scena», aveva riferito suo
padre, come se il coma e la morte imminente di Brian facessero parte di
una rappresentazione teatrale.
David si era estraniato. Lo aveva preso di nuovo la sensazione di un'altra
presenza, quel sentirsi piccolo piccolo, una parte invece di un tutto, di pro-
prietà altrui. Aveva avvertito impellente il bisogno di andare al bosco di
Bear Street, giù alla piccola radura. C'era un sentiero che vi arrivava, stretto, ma percorribile in bicicletta andando in fila indiana. Era stato là, nella
Vedetta Vietcong, che l'anno prima avevano provato una delle sigarette di
Debbie Ross e l'avevano trovata vomitevole, era là che avevano sfogliato il
loro primo Penthouse (Brian l'aveva visto posato sul cassonetto dietro all'E-Z Stop 24, il negozio sotto casa sua), era stato là che con i piedi penzoloni avevano avuto le loro lunghe conversazioni e avevano sognato i loro
sogni... soprattutto su come sarebbero stati sovrani della scuola media di
Wentworth. Era stato là, nella radura che si raggiungeva percorrendo la pista Ho Chi Minh, che i due bambini avevano vissuto appieno la loro amicizia ed era là che David improvvisamente aveva sentito di dover andare.
Aveva palleggiato un'ultima volta facendo rimbalzare il pallone con cui
lui e Brian avevano fatto un miliardo di partitelle, aveva piegato le ginocchia e lanciato. Ciuff, canestro pieno. Quando la palla gli era ritornata, l'aveva gettata nell'erba. I suoi erano ancora in cucina, le loro voci gli arrivavano ancora dalla finestra aperta, ma non pensò nemmeno di mettere dentro la testa per avvertirli che si allontanava. Avrebbero potuto vietarglielo.
Né aveva pensato di prendere la bicicletta. Si era incamminato a testa
bassa, con il foglietto blu del permesso scolastico che gli spuntava ancora
dal taschino della camicia, quando ormai le lezioni erano finite. I grossi
autobus gialli percorrevano i loro itinerari da scuola a casa; lo incrociavano
correndo gruppi di bambini piccoli, che agitavano i fogli dei compiti in
classe e dondolavano i cestini della colazione. David non li aveva visti. La
sua mente era altrove. Più tardi il reverendo Martin gli avrebbe parlato della «voce calma e sommessa» di Dio facendogli provare un formicolio di
riconoscimento, ma non era una voce in quel momento, e nemmeno un
pensiero o un'intuizione. L'immagine a cui tornava la sua mente era quella
dell'assetato che, giunto al punto dell'estrema sofferenza per la mancanza
d'acqua, si sarebbe buttato per terra a bere da una pozzanghera, non avendo
di meglio.
Aveva raggiunto Bear Street e da lì la pista Ho Chi Minh. L'aveva percorsa camminando adagio, con la testa sempre abbassata, con l'aria di uno
studioso assorto in un problema immenso. La pista non era di esclusiva
proprietà sua e di Brian, erano molti i bambini che la usavano per andare e
tornare da scuola, ma in quel tiepido pomeriggio di metà autunno non aveva incontrato nessuno; sembrava quasi che tutti si fossero fatti da parte per
lui. Prima di raggiungere la radura aveva scorto la confezione di una me-
rendina e l'aveva raccolta. Era una 3 Musketeers, l'unico dolce che mangiava Brian (lui la chiamava i 3 Muskies) e David era sicuro che fosse stato lui a lasciar cadere la carta sul sentiero un giorno o due prima dell'incidente. Non che Brian fosse così maleducato, in circostanze normali si sarebbe messo il sacchetto in tasca. Ma...
Ma forse qualcosa l'aveva spinto a buttarlo per terra. Qualcosa che sapeva che io sarei venuto qui dopo che l'automobile l'avesse investito e scaraventato contro il muro di mattoni che gli avrebbe spaccato la testa,
qualcosa che sapeva che io l'avrei trovata e mi sarei ricordato di lui.
Si era rimproverato dandosi del matto, ma forse la cosa più pazzesca di
tutte era che in realtà a lui non sembrava affatto un'idea folle. Forse a enunciarla a voce alta, ma dentro la testa gli sembrava perfettamente logica.
Senza riflettere su quel che faceva, David si era messo in bocca la bustina rossa e argentata e aveva succhiato le briciole dolci di cioccolato rimaste all'interno. Lo aveva fatto con gli occhi chiusi e nuove lacrime che gli
sgorgavano da sotto le palpebre abbassate. Finito tutto il cioccolato, quando non era rimasto che il gusto della carta bagnata, aveva sputato l'involto
e si era rimesso in marcia.
Ai margini est della radura c'era una quercia con due grossi rami che si
dividevano in una V a sei o sette metri d'altezza. I bambini non avevano
avuto il fegato di fare trentuno e costruire una vera e propria casa nella biforcazione, perché qualcuno avrebbe potuto accorgersene e obbligarli a distruggerla; un anno prima però, d'estate, avevano portato assi, martelli e
chiodi e avevano fabbricato una piattaforma che esisteva ancora. David e
Brian sapevano che ogni tanto se ne servivano i ragazzi del liceo (sulle
vecchie assi scurite dalle intemperie avevano trovato mozziconi di sigarette e una volta anche un collant), ma sempre solo dopo il buio e comunque
l'idea che ragazzi più grandi usassero una cosa che avevano costruito loro
li lusingava. Mentre i primi appigli a cui dovevi aggrapparti per salire erano abbastanza alti da scoraggiare i bambini più piccoli.
David si era arrampicato, con le guance bagnate e gli occhi gonfi, avendo ancora in bocca il sapore del cioccolato e quello della carta bagnata, avendo ancora nelle orecchie il rantolo di quella strana fisarmonica. Pensava di trovare qualche altro segno di Brian sulla piattaforma, come il cartoccio dei 3 Muskies sul sentiero, ma non c'era niente. Solo il cartello inchiodato all'albero, quello con la scritta VEDETTA VIETCONG che avevano montato un paio di settimane dopo aver completato la piattaforma.
L'ispirazione per quel cartello (e il nome che avevano dato al sentiero) era
stato un vecchio film con Arnold Schwarzenegger di cui David non ricordava più il titolo. Si aspettava sempre di trovare da un giorno all'altro che i
liceali avessero tirato via il cartello o vi avessero scritto sopra qualcos'altro, tipo SUCCHIAMELO. Invece il cartello aveva resistito com'era. Evidentemente piaceva anche a loro.
Un venticello leggero s'intrufolava negli alberi rinfrescandogli la pelle
surriscaldata. Solo fino al giorno prima ci sarebbe stato anche Brian a godere la brezza assieme a lui. Avrebbero fatto dondolare i piedi chiacchierando e ridendo. Così aveva ricominciato a piangere.
Perché sono qui?
Nessuna risposta.
Perché sono venuto? Qualcosa mi ha spinto a venire?
Nessuna risposta.
Se c'è qualcuno qui, mi risponda, per piacere!
Nessuna risposta per molto tempo... poi ne era arrivata una e non aveva
avuto il sospetto di essersi messo a parlare con se stesso dentro la testa per
poi ingannarsi su ciò che stava facendo per darsi un po' di consolazione.
Come già al capezzale di Brian, il pensiero che gli si era formato nella
mente non gli sembrava suo.
Sì, aveva risposto quella voce. Sono qui.
Chi sei?
Chi sono, aveva detto la voce e non aveva aggiunto altro, come se la
spiegazione fosse tutta lì.
David aveva incrociato le gambe, seduto alla turca al centro della piattaforma, e aveva chiuso gli occhi. Si era agganciato le ginocchia con le mani
e aveva spalancato il più possibile la mente. Non sapeva che cos'altro fare.
In quel modo aveva atteso per un tempo ignoto, udendo le voci lontane dei
bambini che tornavano a casa, conscio delle forme rosse e nere in movimento sulle palpebre, proiettate dal gioco del sole con le foglie spostate dal
vento.
Dimmi che cosa vuoi? aveva chiesto alla voce.
Nessuna risposta. Forse la voce non voleva nulla.
Allora dimmi che cosa devo fare.
Nessuna risposta.
Lontano lontano aveva sentito il fischio della stazione dei vigili del fuoco in Columbus Broad. Erano le cinque. Era seduto sulla piattaforma con
gli occhi chiusi da almeno un'ora, più probabilmente due. Papà e mamma
dovevano essersi accorti che non era più davanti al box, dovevano aver vi-
sto la palla abbandonata nell'erba, dovevano essere in pensiero. Voleva loro bene e non voleva che stessero in pensiero (capiva a suo modo che la
morte imminente di Brian li aveva sconvolti quanto lui), ma ancora non
poteva tornare a casa. Perché ancora non aveva finito.
Vuoi che preghi? aveva chiesto alla voce. Se lo vuoi ci provo, ma non so
come, noi non siamo gente che va in chiesa e...
La voce si era sovrapposta alla sua, senza rimprovero, senza ironia, senza esasperazione, senza niente che potesse decifrare. Stai già pregando,
aveva detto.
Per che cosa devo pregare?
Oh cazzo, abbiamo la mummia alle calcagna, aveva detto la voce. Allunghiamo tutti il passo.
Non so che cosa vuol dire.
Sì che lo sai.
No non lo so!
«Sì, lo so», si era contraddetto a voce alta, quasi in un gemito. «Sì, lo so,
significa chiedere quello che nessuno di loro ha il coraggio di chiedere,
pregare per quello che nessuno di loro ha il coraggio di pregare. È così?»
Nessuna risposta dalla voce.
Aveva aperto gli occhi e il pomeriggio lo aveva bombardato di luce crepuscolare, il riverbero rosso e dorato di novembre. Gli si erano intorpidite
le gambe dalle ginocchia in giù e gli sembrava di essersi appena risvegliato
da un sonno profondo. La bellezza elementare e assoluta del giorno lo aveva stordito e per un momento si era sentito con precisione come parte di un
intero, una cellula della pelle viva del mondo. Aveva staccato le mani dalle
ginocchia, le aveva girate con i palmi all'insù e così le aveva tenute.
«Fallo guarire», aveva chiesto. «Dio, fallo star meglio. Se lo farai, io farò qualcosa per te. Ascolterò che cosa vuoi e lo farò. Promesso.»
Non aveva chiuso gli occhi e aveva invece teso l'orecchio, nel caso la
voce avesse qualcosa da aggiungere. Dapprincipio era sembrato di no. Aveva abbassato le mani e cominciato ad alzarsi, poi aveva contratto i lineamenti del viso all'esplosione di aghi che gli salì dai piedi nelle gambe.
Aveva persino riso un po'. Si era aggrappato a un ramo per sostenersi e
mentre si trovava in quella posizione la voce aveva parlato di nuovo.
Aveva ascoltato, a capo chino, sempre appeso al ramo, sempre sentendosi i muscoli pungere all'impazzata per il sangue che stentava a riprendere il
suo fluire naturale. Poi aveva annuito. Avevano piantato tre chiodi nel
tronco dell'albero per fissare il cartello. Con il passare del tempo la tavola
di legno si era ritirata e deformata e ora le capocchie arrugginite dei chiodi
sporgevano. David si era tolto di tasca il lasciapassare blu avuto dalla direzione della scuola e lo aveva infilzato su uno dei chiodi. Fatto questo, aveva marciato sulla piattaforma per sciogliere il formicolio nelle gambe fino
a che si era sentito abbastanza sicuro da poter ridiscendere.
Era tornato a casa. Era ancora sul marciapiede che già i suoi genitori erano usciti di corsa. Ellen Carver si era fermata sull'ingresso della cucina,
con le mani alla fronte per proteggersi gli occhi, mentre Ralph gli si era
quasi precipitato incontro e lo aveva afferrato per le spalle.
«Dov'eri? Dove diavolo eri finito, David?»
«Sono andato a fare una passeggiata. Al bosco di Bear Street. Pensavo a
Brian.»
«Gesù, ci hai spaventati a morte», aveva protestato sua madre. In quel
momento l'aveva raggiunta Kirsten. Stava mangiando una ciotola di Jell-O
con Melissa Sweetheart, la sua bambola del cuore, stretta sotto il braccio.
«Persino Kirstie era preoccupata, non è vero?»
«No», aveva risposto Pie riprendendo subito a mangiare il suo Jell-O.
«Stai bene?» si era informato suo padre.
«Sì.»
«Sicuro?»
«Sì.»
Era entrato in casa e passando aveva strattonato una treccia di Pie. Pie lo
aveva guardato arricciando il naso e poi aveva sorriso.
«La cena è quasi pronta, vai a lavarti», gli aveva ordinato Ellen.
Si era messo a squillare il telefono. Sua madre era andata a rispondere,
quindi aveva richiamato bruscamente David già diretto in bagno a lavarsi
le mani, che in effetti erano molto sporche, appiccicose e nere per l'arrampicata sull'albero. David si era girato e aveva visto la madre che con una
mano tendeva il ricevitore verso di lui e si torceva l'altra nel grembiule.
Aveva cercato di parlare, sua madre, muovendo le labbra senza che ne uscisse alcun suono. Aveva deglutito e tentato una seconda volta. «È Debbie Ross, per te. Sta piangendo. Credo che sia finita. Per l'amor del cielo,
sii gentile con lei.»
David era andato a rispondere. Era di nuovo in preda a quella sensazione
di alterità. Era sicuro che sua madre avesse ragione almeno per metà: qualcosa era finito.
«Pronto? Signora Ross.»
Piangeva così forte che sulle prime non era riuscita a parlare. Si era sfor-
zata, ma tra i singhiozzi era riuscita a pronunciare solo versi incomprensibili. Da poco distante da lei aveva udito la voce di suo marito: «Lascia fare
a me». E la signora Ross aveva risposto: «No, ci riesco». Aveva sentito un
potente starnazzo, come il verso di un'oca affamata, poi di nuovo la voce
della signora Ross: «Brian è sveglio».
«Davvero?» aveva risposto David. Quelle parole lo avevano fatto sentire
felice come mai era stato in vita sua, eppure non lo avevano sorpreso affatto.
È morto? gli stava domandando Ellen muovendo solo le labbra. Aveva
ancora la mano affondata nel grembiule e la ruotava e torceva.
«No», le aveva risposto coprendo il microfono con la mano per parlare
ai suoi genitori. Poteva farlo senza problemi perché Debbie Ross si era rimessa a singhiozzare. Pensava che sarebbe scoppiata in singhiozzi ogni
volta che avesse dato la notizia a qualcuno, almeno per qualche tempo.
Non avrebbe saputo trattenersi perché il suo cuore aveva rinunciato a sperare.
È morto? gli chiese di nuovo Ellen con le labbra.
«No!» aveva ripetuto, un po' irritato. Neanche stesse parlando con una
sorda. «Non è morto, è vivo. Ha detto che si è svegliato.»
Padre e madre erano rimasti a bocca aperta come pesci in un acquario.
Era passata Pie, ancora occupata a mangiare il suo Jell-O e con gli occhi
sulla faccia della sua bambola, che le spuntava rigida dalla piega del braccio. «Te l'avevo detto che andava così», aveva commentato rivolta a Melissa Sweetheart nel tono tagliente di chi sta chiudendo una discussione
una volta per tutte. «O no?»
«Sveglio», aveva detto la madre di David tra sconcerto e smarrimento.
«Vivo.»
«David, sei lì?» aveva chiesto la signora Ross.
«Sì, sono qui.»
«Venti minuti dopo che te ne sei andato, il monitor dell'encefalogramma
ha cominciato a mostrare delle onde. Sono stata io la prima ad accorgermene, Mark era giù al bar a prendere da bere, e sono andata dalle infermiere. Non mi hanno creduto.» Rideva tra le lacrime. «Del resto come avrebbero potuto? E quando finalmente sono riuscita a convincere qualcuno a
venire a vedere, hanno chiamato gli operai della manutenzione invece di
un dottore, tanto erano sicuri che non poteva succedere. E adesso te ne racconto una che è davvero fuori del mondo, sai? Pensa un po', hanno sostituito il monitor.»
«Sì», aveva concordato David. «Pazzesco.»
Ora entrambi i genitori gli parlavano con le labbra e anche suo padre si
era messo a fare grandi gesti con le mani. A David sembrava un ricoverato
di una clinica per malattie mentali convinto di essere il presentatore di un
gioco a premi. Gli veniva voglia di ridere. Non voleva farlo mentre era al
telefono, perché la signora Ross non avrebbe capito, così si era girato verso il muro.
«Solo quando hanno visto le stesse onde sul monitor nuovo, più intense
ancora di quelle di prima, una delle infermiere ha chiamato il dottor Waslewski. È il neurologo. Prima che arrivasse lui, Brian ha aperto gli occhi e
ci ha guardati. Mi ha chiesto se oggi avevo dato da mangiare ai pesci rossi.
Gli ho detto di sì, che i pesci stavano bene. E non ho pianto, sai? Ero troppo sbalordita per piangere. Poi ha detto che gli faceva male la testa e ha
chiuso di nuovo gli occhi. Quando è entrato il dottor Waslewski sembrava
di nuovo in coma e l'ho visto dare un'occhiataccia all'infermiera, come per
dirle: 'Che cosa le è venuto in mente di disturbarmi?' Capisci?»
«Certo.»
«Ma quando il dottore gli ha battuto le mani vicino all'orecchio Brian ha
riaperto subito gli occhi. Avresti dovuto vedere la faccia di quel vecchio
polacco, Davey!» Aveva riso e la sua risata era stato il cachinno rotto di
una squilibrata. «Poi... poi Brian ha d-d-detto che aveva sete e ha chiesto sse poteva bere un p-p-po' d'acqua.»
A quel punto si era persa del tutto tra singhiozzi così potenti da fargli
male all'orecchio. Poi i singhiozzi si erano placati ed era intervenuto il papà di Brian. «David? Ci sei ancora?» Non era molto in se stesso nemmeno
lui, ma almeno riusciva a parlare ed era un sollievo.
«Sì.»
«Brian non ricorda l'incidente, non ricorda niente dal momento in cui
aveva finito di fare i compiti in camera sua la sera prima, ma ricorda il suo
nome, l'indirizzo di dove abita e come ci chiamiamo noi. Sa chi è il presidente e risolve semplici problemi di matematica. Il dottor Waslewski ha
detto che sa di casi come questo, ma che non ne aveva mai visto uno. Lo
ha definito un 'miracolo clinico'. Non so se ha qualche significato o se è
solo qualcosa che aveva sempre voluto dire e non mi importa. Io voglio solo ringraziare te, David. E lo stesso vuole fare Debbie. Dal profondo del
cuore.»
«Me?» si era meravigliato David. Una mano lo tirava per la spalla cercando di indurlo a girarsi. Aveva resistito. «Perché volete ringraziare me?»
«Per averci restituito Brian. Tu gli hai parlato. Le onde sono apparse appena te ne sei andato. Ti ha sentito, Davey. Ti ha sentito ed è ritornato.»
«Non ero io», aveva detto. Si era voltato. I genitori lo stavano quasi soffocando, incombevano su di lui frenetici di speranza, sbigottimento, confusione. Sua madre piangeva. Che giornata per le lacrime! Solo Pie, che di
solito frignava per almeno sei ore su ventiquattro, sembrava imperturbata.
«Io so quello che so», aveva dichiarato il signor Ross. «So quello che so,
David.»
Doveva parlare ai suoi genitori prima che continuando a fissarlo in quel
modo gli incendiassero la camicia... ma c'era ancora una cosa che doveva
sapere. «A che ora si è svegliato e ha chiesto dei pesci? Quanto tempo dopo che sono apparse le onde cerebrali?»
«Be', hanno cambiato il monitor... questo te l'ha detto... e poi... non so...»
La voce gli era morta in gola per un momento, poi aveva aggiunto: «Sì, ora
ricordo. Subito prima ho sentito il fischio dei vigili del fuoco giù a Columbus Broad. Dunque dev'essere stato pochi minuti dopo le cinque».
E David aveva annuito per nulla sorpreso. Più o meno nel momento in
cui la voce nella sua testa gli aveva detto: Stai già pregando. «Posso venire
a trovarlo domani?»
Allora il signor Ross aveva riso. «David, puoi venire a trovarlo a mezzanotte, se ti va! Perché no? Il dottor Waslewski ha detto che dobbiamo continuare a svegliarlo in ogni caso e a fargli domande stupide. So che cosa
teme, che Brian cada di nuovo in coma, ma io non credo che succederà, dico bene?»
«No, non succederà», aveva risposto David. «A presto, signor Ross.»
Aveva riappeso e per poco i genitori non gli erano saltati addosso. Com'è
accaduto? volevano sapere. Com'è accaduto e in che modo pensano che
abbia a che fare con te?
David allora aveva avvertito l'impulso, una forza incredibile, ad abbassare gli occhi in un atteggiamento di modestia e rispondere: Be', si è svegliato, più di così per la verità non so. Solo che... ecco... Si sarebbe interrotto
dando un'impressione di riluttanza, prima di aggiungere: I signori Ross
pensano che possa aver sentito la mia voce e abbia reagito per quello, ma
sapete come sono sconvolti. Tanto gli sarebbe bastato per dar vita a una
leggenda e lo sapeva. E aveva voglia di farlo.
Una parte di lui ne aveva una voglia matta.
Non era stata la strana voce interiore a fermarlo, bensì un pensiero suo,
più intuito che articolato: Se ti prendi il merito, finisce qui.
Che cosa finisce?
Tutto quello che conta, aveva risposto la voce dell'intuizione. Tutto quello che conta.
«David, avanti», lo aveva esortato il padre, scuotendolo un po' per le
spalle. «Ci fai morire.»
«Brian è sveglio», aveva risposto allora scegliendo con attenzione le parole. «Parla, ricorda. Il medico dei cervelli dice che è un miracolo. I signori
Ross pensano che io abbia fatto qualcosa, che Brian mi abbia sentito parlare e sia uscito dal coma, ma non è andata così. Io gli ho tenuto la mano e
lui non c'era. Era la persona più andata via che ho mai visto. È per questo
che ho pianto, non perché i suoi avevano una crisi, ma perché Brian era
andato via. Non so che cos'è successo e non m'importa. È sveglio ed è l'unica cosa che conta.»
«E va benissimo così, caro», aveva replicato sua madre stringendolo in
un abbraccio breve ma forte.
«Ho fame», aveva annunciato lui. «Che cos'abbiamo per cena?»
3
Ora era sospeso nel buio, cieco ma non sordo, in ascolto della voce,
quella che il reverendo Gene Martin aveva definito la voce calma e sommessa di Dio. Negli ultimi sette mesi il reverendo Martin aveva ascoltato
attentamente la storia di David non una ma molte volte ed era particolarmente soddisfatto di come David gli riferiva di essersi sentito durante la
conversazione con i genitori dopo aver finito di conferire con il signor
Ross.
«Sei stato perfetto», si era complimentato. «Non è stata un'altra voce
quella che hai sentito alla fine, non certo la voce di Dio... se non nel senso
che Dio ci parla sempre attraverso la nostra coscienza. I laici, David, credono che la coscienza sia solo una specie di censore, un luogo dove sono
immagazzinate le sanzioni sociali, mentre è una specie di interferenza a
suo modo, che spesso ci guida a buone soluzioni anche in situazioni che
sfuggono del tutto alla nostra comprensione. Mi segui?»
«Credo di sì.»
«Tu non sapevi perché fosse sbagliato prenderti il merito per il recupero
del tuo amico, ma non ce n'era bisogno. Satana ti ha tentato come ha tentato Mosè, ma in questo caso tu hai fatto ciò che Mosè non ha fatto, o che
non poteva fare: prima intendere, quindi resistere.»
«E Mosè? Lui che cos'ha fatto?»
Il reverendo Martin gli aveva raccontato che quando gli israeliti che aveva condotto via dall'Egitto avevano avuto sete, Mosè aveva colpito una
roccia con il bastone di Aronne e ne aveva fatto sgorgare acqua. E quando
gli israeliti gli avevano domandato a chi dovessero rivolgere i loro ringraziamenti, Mosè aveva risposto che potevano ringraziare lui. Mentre raccontava la sua storia il reverendo Martin sorseggiava qualcosa da una tazza
da tè con la scritta FELICE, GIOIOSO E LIBERO, ma quello che c'era
nella tazza non aveva proprio l'odore del tè. Somigliava piuttosto al whisky
che beveva ogni tanto suo padre quando guardava il telegiornale della notte.
«Solo un piccolissimo passo falso in una lunga vita di travagli al servizio
del Signore», aveva esclamato allegramente il reverendo, «ma per questo
Dio gli negò la Terra Promessa. Fu Giosuè a condurre gli israeliti al di là
del fiume... quella marmaglia di ingrati.»
Questa conversazione aveva avuto luogo in una domenica pomeriggio di
giugno. Già i due si conoscevano da qualche tempo e si trovavano bene insieme. David aveva preso l'abitudine di andare in chiesa la mattina e tornare alla canonica metodista nel pomeriggio a discorrere con il reverendo
Martin per un'oretta nel suo studio. Erano incontri ai quali entrambi si preparavano con gioia. Gene Martin era immensamente interessato a quel
bambino che in certi momenti sembrava del tutto ordinario e improvvisamente sembrava maturo come un adulto. E c'era qualcos'altro: credeva che
David Carver avesse ricevuto una grazia dal Signore e che quella grazia
non si fosse ancora esaurita.
La storia di Brian Ross lo aveva affascinato e ormai la vicenda di Brian
aveva spinto David, perfetto analfabeta religioso della fine del ventesimo
secolo, a cercare risposte... a cercare Dio. Aveva confidato alla moglie che
David era l'unico sincero convertito che avesse mai conosciuto e che quello che era accaduto all'amico di David era l'unico miracolo dell'era moderna di cui avesse sentito che si potesse prendere per autentico. Brian era uscito dall'incidente rimesso quasi a nuovo, salvo che per una lieve claudicanza, e i medici dicevano che forse con gli anni si sarebbe riavuto anche
da quel difetto.
«Meraviglioso», aveva risposto Stella Martin. «Tutto questo sarà di
grande conforto per me e il piccolo se il tuo giovane amico dirà le cose
sbagliate sulla sua istruzione religiosa e tu finirai in tribunale a difenderti
da un'accusa di molestie a minore. Devi essere prudente, Gene e sei pazzo
a bere in sua presenza.»
«Io non bevo in sua presenza», aveva protestato Martin, trovando a un
tratto qualcosa di molto interessante da guardare dalla finestra. Finalmente
si era girato di nuovo verso la moglie. «Quanto al resto, il Signore è il mio
pastore.»
Aveva continuato a ricevere David la domenica pomeriggio. Non aveva
ancora compiuto trent'anni e scopriva per la prima volta il piacere di leggere su una lavagna completamente pulita. Non aveva smesso di versare del
Seagram nel suo tè, un'antica tradizione dei pomeriggi domenicali, ma tutte le volte che era nello studio con David lasciava la porta aperta. Il televisore era sempre acceso durante i loro colloqui, sempre con l'audio spento e
sintonizzato su varie partite, football senza sonoro quando David arrivava,
poi basket muto, poi baseball muto.
Era stato durante una muta partita di baseball tra gli Indians e gli A's che
David era rimasto un po' in silenzio a meditare sulla storia di Mosè e dell'acqua che zampillava dalla roccia. Dopo un po' aveva distolto gli occhi
dallo schermo per chiedere: «Dio non è molto indulgente, vero?»
«Sì che lo è», aveva risposto il reverendo un po' stupito. «Deve esserlo
per forza, proprio perché è così esigente.»
«Ma è anche crudele, vero?»
Gene Martin non aveva esitato. «Sì», aveva dichiarato. «Dio è crudele.
Ho del mais, David. Vuoi che ti faccia dei popcorn?»
Ora galleggiava nel nero cercando con l'udito il Dio crudele del reverendo Martin, quello che aveva rifiutato a Mosè di entrare a Canaan perché
Mosè una sola volta si era vantato della Sua opera, il Dio che si era servito
di lui per salvare Brian Ross, il Dio che aveva poi ucciso la sua dolce sorellina e messo tutti loro nelle mani di un pazzo gigantesco che aveva gli
occhi vuoti di un paziente in coma.
C'erano altre voci nel luogo buio in cui si recava a pregare; le udiva
spesso quando era lì, di solito in lontananza, come le voci fioche che si odono talvolta in sottofondo in una comunicazione interurbana, altre volte
più distinte. Quel giorno ce n'era una più chiara che mai.
Se vuoi pregare, prega me, diceva. Perché rivolgere preghiere a un Dio
che uccide le sorelline? Non riderai più delle sue trovate buffe, non le farai più il solletico fino a farla strillare. Non le tirerai più le trecce. È morta e tu e i tuoi genitori siete in prigione. Quando tornerà, il poliziotto pazzo, probabilmente vi ucciderà tutti e tre. E anche gli altri. Questo ha fatto
il tuo Dio e del resto che cos'altro puoi aspettarti da un Dio che uccide le
sorelline? È più pazzo del poliziotto, a ben guardare. Eppure tu ti inginocchi al suo cospetto. Avanti, Davey, datti una dritta. Fatti furbo. Prega me.
Almeno io non sono pazzo.
Non si lasciava smuovere da quella voce, se non forse marginalmente.
L'aveva già udita e forse la prima volta era insinuata nel forte impulso che
aveva provato di dare ai genitori l'impressione di essere stato lui a richiamare Brian dai recessi profondi del suo coma. La udiva più limpida, più
personale durante le preghiere diurne ed era un fatto che lo turbava, ma
quando aveva riferito al reverendo Martin del modo in cui quella voce si
intrometteva talvolta come parlando da una derivazione telefonica, il religioso aveva riso. «Come Dio, anche Satana ci parla più chiaramente nelle
nostre preghiere e meditazioni», aveva spiegato. «È quando siamo più aperti, più in contatto con il nostro pneuma.»
«Pneuma? Che cos'è?»
«Lo spirito. La parte di te che agogna a realizzare il suo potenziale divino e diventare eterna. La parte per la quale Dio e Satana stanno ancora litigando.»
Aveva insegnato a David un piccolo espediente da usare in quei momenti e se ne servì ora. Guarda in me, sii in me, pensò, ripetendoselo molte
volte. Aspettava che la voce dell'altro si dissolvesse, ma aveva anche bisogno di superare il dolore. Continuava a riaffiorare come un crampo. Pensare a che cosa era successo a Pie lo straziava così in profondità. Ed era vero,
era in collera con Dio per aver lasciato che il poliziotto pazzo la buttasse
giù per le scale. Anzi, il suo non era risentimento, era odio.
Guarda in me, Dio. Sii in me, Dio. Guarda in me, sii in me.
La voce di Satana (se davvero era lui, cosa di cui David non era sicuro)
scomparve e per un po' ci fu solo il buio. Dimmi che cosa devo fare, Dio.
Dimmi che cosa vuoi. E se è Tua volontà che moriamo qui, aiutami a non
sprecare tempo arrabbiandomi, o facendomi prendere dalla paura o invocando una spiegazione.
Lontano, l'ululato di un coyote. Poi più niente.
Attese, cercando di rimanere aperto, e ancora non accadde niente. Finalmente rinunciò e recitò le parole conclusive che gli aveva insegnato il
reverendo Martin, mormorandole nelle mani giunte: «Signore, fammi essere utile a me stesso e aiutami a ricordare che se non ci riesco, non posso
essere utile agli altri. Aiutami a ricordare che tu sei il mio creatore. Io sono
ciò che tu hai fatto, talvolta il pollice della tua mano, talvolta la lingua nella tua bocca. Fai di me un veicolo che sia totalmente al tuo servizio. Gra-
zie. Amen».
Aprì gli occhi. Come sempre, fissò dapprima l'oscurità al centro delle
mani giunte e come sempre la prima cosa che gli venne in mente fu un occhio: un foro come un occhio. Di chi, però? Di Dio? Del diavolo? O solo il
suo?
Si alzò, si girò lentamente, guardò i genitori. Loro guardarono lui, Ellie
meravigliata, Ralph solenne.
«Il cielo sia lodato», esclamò sua madre. Gli diede una possibilità di ribattere qualcosa e, visto che lui non parlava, domandò: «Ma stavi davvero
pregando? Sei rimasto in ginocchio per quasi mezz'ora e ho pensato che ti
fossi addormentato. Invece stavi pregando?»
«Sì.»
«Lo fai sempre o questo è un caso speciale?»
«Lo faccio tre volte al giorno. Mattina, sera e una volta durante la giornata. Quella di mezzo, la uso per ringraziare per le cose buone della mia
vita e per chiedere aiuto per tutto quello che non capisco.» Rise, un suono
esile, nervoso. «Che è sempre tantissimo.»
«È un'innovazione recente o lo fai da quando hai cominciato ad andare
in chiesa?» La madre lo osservava ancora con un'aria perplessa che lo metteva a disagio. In parte era l'occhio nero (le si andava sviluppando un livido spaventoso dov'era stata colpita dal poliziotto), ma il motivo principale
era un altro: lo guardava come se non lo avesse mai visto prima.
«È dall'incidente di Brian che prega», intervenne Ralph. Si toccò la tumefazione sopra l'occhio sinistro, fece una smorfia e riabbassò la mano.
Fissò David attraverso le sbarre, a disagio come il figlio. «Sono salito a
darti il bacio della buonanotte... erano passati pochi giorni da quando avevano lasciato tornare a casa Brian... Ti ho visto in ginocchio ai piedi del
letto. Lì per lì ho pensato che... be', non lo so, che stessi... facendo un'altra
cosa... poi ho sentito qualcosa di quello che dicevi e ho capito.»
David sorrise sentendosi arrossire. Era assurdo, in quelle circostanze,
eppure avvertiva il calore nelle guance. «Ora lo faccio tutto nella testa.
Non muovo nemmeno le labbra. Un giorno durante l'ora di studio, a scuola, alcuni compagni mi hanno sentito mormorare e hanno pensato che avessi un attacco di debolezza di mente.»
«Forse tuo padre capisce, ma io no», dichiarò Ellen.
«Parlo a Dio», spiegò lui. Era imbarazzante, ma forse una volta detto
chiaro e tondo, non sarebbe stato necessario ripeterlo. «È questo il significato della preghiera, parlare con Dio. All'inizio ti sembra di parlare con te
stesso, ma poi cambia.»
«È qualcosa che sai da te, David, o è una cosa che ti ha detto il tuo nuovo amico della domenica?»
«Una cosa che so da me.»
«E Dio risponde?»
«Qualche volta mi sembra di sentirlo», rispose David. S'infilò la mano in
tasca e toccò la cartuccia con la punta delle dita. «E una volta so di averlo
sentito. Gli ho chiesto di far guarire Brian. Dopo che papà mi ha accompagnato in ospedale, sono andato al bosco di Bear Street e sono salito sulla
piattaforma che avevamo costruito io e Bri sull'albero. Ho chiesto a Dio di
farlo guarire. Gli ho detto che se lo avesse aiutato, io gli avrei dato un pagherò. Sai che cosa intendo?»
«Sì, David. So che cos'è un pagherò. Una cambiale. E ti ha chiesto di
onorarla? Questo tuo Dio?»
«Non ancora. Ma quando mi sono alzato per scendere dall'albero, mi ha
detto di infilare su un chiodo che usciva dalla corteccia il permesso che mi
avevano dato a scuola per uscire in anticipo. Era come se mi chiedesse di
restituirlo, ma a lui invece che alla signora Hardy in segreteria. E non è tutto. Voleva che scoprissi tutto quello che potevo su di lui, che cos'è, che cosa vuole, che cosa fa e che cosa non fa. Non che l'abbia proprio sentito
messo in parole, ma ho sentito il nome della persona a cui mi chiedeva di
rivolgermi. Il reverendo Martin. Per questo vado alla chiesa metodista.
Non credo che interessi molto la marca a Dio, però. Lui mi ha detto solo di
frequentare la chiesa per il bene del mio cuore e del mio spirito e il reverendo Martin per il bene della mia mente. In quel momento non sapevo
nemmeno chi fosse, il reverendo Martin.»
«Ma sì che lo sapevi», lo contraddisse Ellie Carver. Aveva assunto il tono benevolo e dolce di chi ha capito all'improvviso di avere a che fare con
una persona con qualche problema mentale. «Gene Martin è passato da noi
per due o tre anni di fila a chiedere soldi per gli aiuti alle popolazioni africane.»
«Davvero? Non l'ho mai visto. Si vede che veniva quand'ero a scuola.»
«Sciocchezze», insisté sua madre, ora con molta fermezza. «Veniva sotto Natale, perciò non potevi essere a scuola. Ora ascoltami, David. Con
molta attenzione. Quando è successa quella cosa a Brian, tu devi aver... be', non so... pensato di aver bisogno di un aiuto esterno. E il tuo inconscio
ha tirato fuori l'unico nome che aveva. Il Dio che hai sentito nel tuo momento di solitudine spirituale era il tuo inconscio in cerca di risposte.» Si
rivolse a Ralph spalancando le braccia. «Quella mania di leggere la Bibbia
era già abbastanza un guaio, ma questo... Perché non mi hai detto di questa
storia delle preghiere?»
«Perché mi sembrava una cosa privata.» Ralph si strinse nelle spalle evitando di guardarla negli occhi. «E non faceva male a nessuno.»
«Oh, no, pregare è bellissimo, senza la religione probabilmente il serrapollici e la Vergine di Norimberga non sarebbero mai stati inventati.»
Questa era una voce che David aveva già udito, era la voce nervosa e prepotente che sua madre adottava quando si sforzava di non perdere completamente il controllo di sé. Era così che aveva parlato a lui e a suo padre
quando Brian era in ospedale. Era andata avanti su quel registro per un'intera settimana dopo che Brian si era risvegliato.
Suo padre si girò dall'altra parte, guardando il pavimento con le mani in
tasca. Quel gesto la fece infuriare di più. Ellie se la prese di nuovo con David, ora con un fremito nella bocca e gli occhi che le luccicavano di nuove
lacrime.
«Che genere di patto ha stipulato con te, questo splendido Dio? È stato
come uno di quei baratti che fai con i tuoi amici quando vi scambiate le figurine? Ti ha detto: 'Ehi, ti do questo bel Brian Ross dell'84 in cambio di
questa Kirstie Carver dell'88?' È andata così? O magari...»
«Signora, è suo figlio e non voglio intromettermi, ma perché non la
pianta? Capisco che ha perso la sua bambina. Io ho perso mio marito. È
stata una giornataccia per tutti.»
Era la donna che aveva sparato al poliziotto. Era seduta sulla branda. I
capelli neri le pendevano sulle guance come ali inerti ma non le nascondevano il viso; era traumatizzata, stranita e stanca. Soprattutto stanca. David
non ricordava di aver mai visto due occhi così pieni di sfinimento.
Pensò per un momento che sua madre avrebbe sfogato sulla donna bruna
tutto il furore che aveva dentro. Non si sarebbe meravigliato, certe volte
esplodeva con perfetti sconosciuti. Ne ricordava una, quando lui aveva sei
anni e lei aveva aggredito un candidato alle elezioni che cercava di rastrellare voti davanti al supermercato del quartiere. Il candidato aveva commesso l'errore tattico di cercare di allungarle un volantino quando lei aveva
le braccia ingombre di sacchetti della spesa ed era in ritardo a un appuntamento. Si era rivoltata contro di lui come un piccolo animale ringhioso
domandandogli chi si credesse di essere, che cosa pensasse di rappresentare, quale fosse la sua posizione sul deficit della bilancia commerciale, se
avesse mai fumato spinelli, se avesse mai in vita sua trasformato lo split
sei-dieci, se fosse favorevole al diritto di scelta della donna. Su quell'ultimo punto il candidato era stato enfatico: assolutamente sì, era a favore del
diritto di scelta della donna, aveva dichiarato con orgoglio a Ellen Carver.
«Bene, splendido, perché in questo preciso istante io scelgo di dirle di
TOGLIERSI DAI MIEI PIEDI ORA E SUBITO!» aveva urlato e a quel
punto il poveraccio aveva potuto solo ruotare sui tacchi e darsela a gambe.
Né David lo biasimava. Ma se mai aveva provato l'impulso di scatenarsi
sulla malcapitata, qualcosa sul viso della donna bruna (Mary, pensò David,
si chiama Mary) le fece cambiare idea.
Si rivolse di nuovo al figlio.
«Sentiamo, non è che questa D maiuscola ti ha dato qualche consiglio su
come uscire da questo impiccio? Con tutto il tempo che sei stato in ginocchio, avrai pur ricevuto qualche messaggio.»
Intervenne ancora Ralph. «Smettila di tormentarlo!» abbaiò. «Piantala!
Credi di essere l'unica a star male?»
Lei gli rivolse uno sguardo pericolosamente vicino al disprezzo, prima
di tornare a guardare David. «Allora?»
«No», rispose lui. «Nessun messaggio.»
«Arriva qualcuno», annunciò Mary. Dietro la sua branda c'era una finestra. Montò sulla branda per cercare di guardar fuori. «Merda! Ci sono le
sbarre e il vetro è smerigliato con tanto di rete metallica dentro! Ma lo sento, però!»
Lo sentiva anche David, un motore che si avvicinava. Aumentò di giri
all'improvviso, rombando a pieno gas. Il rumore fu accompagnato da uno
stridio di copertoni. Si girò verso il prigioniero anziano, che si strinse nelle
spalle e gli mostrò i palmi.
David udì quello che poteva essere un grido di dolore e poi un altro strillo. Questa volta umano. Sarebbe stato meglio poter pensare che fosse uno
strillo del vento catturato da un pertugio o un pluviale, ma era quasi certo
che fosse umano.
«Che succede?» proruppe Ralph. «Gesù! C'è qualcuno che urla come un
matto! Sarà il poliziotto?»
«Dio voglia di sì», proclamò con ferocia Mary, sempre in piedi sulla
branda a tentare di sbirciare dall'inutile finestra. «Spero che qualcuno gli
stia strappando a mani nude i polmoni dal petto!» Si voltò verso di loro. I
suoi occhi erano sempre stanchi, ma adesso vibravano anche di agitazione.
«Potrebbe essere qualcuno che ci può aiutare. Ci avete pensato? Potrebbero essere i soccorsi!»
Un'altra accelerata del motore, non troppo vicino ma senz'altro non lontano. I copertoni stridettero di nuovo, come fanno puntualmente nei film e
quasi mai nella realtà. Poi ci fu uno scricchiolio sordo. Legno, metallo,
forse entrambi. Un breve colpo di clacson, come se qualcuno l'avesse urtato senza volere. Un ululato di coyote, ondeggiante e vetroso. Gliene si aggiunse un altro e un altro e un altro ancora. Come per canzonare la speranza della donna bruna che stessero arrivando i soccorsi. Ora il motore si avvicinava, brontolando appena sopra il minimo.
L'uomo dai capelli bianchi era seduto ai piedi della branda con le mani
unite e schiacciate tra le cosce. Parlò senza alzare gli occhi dalle mani.
«Non siate troppo ottimisti.» La sua voce era rotta e polverosa come le distese di sale a est e a nord di lì. «C'è solo lui. Riconosco il motore.»
«Mi rifiuto di crederlo», affermò recisa Ellie Carver.
«Rifiuti quello che le pare», rispose il vecchio. «Non fa niente. Io ho
partecipato alla commissione che ha approvato lo stanziamento per l'acquisto della nuova macchina di pattuglia. È successo poco prima che concludessi il mio mandato e mi ritirassi dalla politica. Nel novembre scorso sono stato a Carson City con Collie e Dick e abbiamo comperato noi la macchina a un'asta della DEA. È la stessa macchina. Prima di fare la nostra offerta ho messo la testa sotto il cofano e tornando indietro l'ho guidata io
per metà della strada a velocità variabile dalle sessantacinque alle centodieci miglia. La riconosco, non posso sbagliare. È la nostra.»
E mentre si girava a guardare il vecchio, David udì la voce calma e
sommessa, quella che aveva sentito per la prima volta in ospedale, al letto
di Brian. Come al solito, il suo arrivo lo coglieva di sorpresa e le due parole che pronunciò non ebbero un significato immediato.
Il sapone.
Udì le parole con la stessa chiarezza con cui aveva sentito stai già pregando seduto a occhi chiusi nella Vedetta Vietcong.
Il sapone.
Guardò nell'angolo in fondo a sinistra della cella che divideva con il
vecchio signor Biancone. C'era un water senza sedile. Accanto a esso c'era
un vecchio lavabo di porcellana macchiato di ruggine. Vicino al rubinetto
di destra c'era una saponetta verde, quasi certamente Irish Spring.
Fuori il rumore dell'auto di pattuglia di Desperation prese consistenza.
Non molto distante ulularono i coyote. Nella mente di David quei versi avevano cominciato a somigliare molto alle risa di un gruppo di mentecatti
all'uscita dei guardiani dal manicomio.
4
Sconvolti e concentrati com'erano sul loro sequestratore, i Carver non
avevano notato il cane appeso al cartello di benvenuto, ma John Marinville
era un osservatore per mestiere. Né era facile vederlo. Dopo che da lì erano
passati i Carver, il cane era stato trovato dagli avvoltoi. Erano al suolo sotto la carcassa, gli uccelli più brutti che Johnny avesse mai visto, uno tirava
la coda del cane, l'altro gli strappava con il becco brani dalle zampe penzoloni. Il corpo dell'animale dondolava appeso alla corda stretta intorno al
collo. Johnny fece un verso di disgusto.
«Colli rossi!» esclamò il poliziotto. «Mamma mia, che uccellacci.» La
voce gli si era andata impastando. Durante il tragitto in città aveva sternutito ancora due volte e la seconda nel sangue che gli era volato dalla bocca
c'erano dei denti. Johnny non sapeva che cosa gli stesse accadendo e non
gli importava: sperava solo che fosse una cosa veloce. «Ti dirò una cosa
sugli avvoltoi dal collo rosso», continuò il poliziotto, «vegliano il sonno e
si danno tempo per vegliare. Imparano andando dove devono andare. Non
sei d'accordo, mon capitarne?»
Un poliziotto squilibrato che citava poesie. Fantastico.
«Come dice lei, agente.» Non aveva intenzione di contrariarlo di nuovo
se appena possibile; sembrava preso da una crisi autodistruttiva e Johnny
voleva essere ancora tutto intero quando fosse finita.
Oltrepassarono il cane morto e i raccapriccianti, spelacchiati volatili che
se ne stavano cibando.
E i coyote, Johnny? Che facevano i coyote?
Ma non si permise di riflettere sui coyote allineati ai bordi della strada a
intervalli regolari come una guardia d'onore, non si concesse di chiedersi
perché se la fossero filata al galoppo appena passata l'automobile, tornando
di corsa nel deserto come se avessero la testa in fiamme e il sedere in procinto di andare arrosto...
«Scoreggiano, sai?» seguitò il poliziotto nella sua voce impastata di sangue. «Gli avvoltoi scoreggiano.»
«No, non lo sapevo.»
«Sissignore, sono gli unici uccelli che lo fanno. Te lo dico così lo puoi
scrivere nel tuo libro. Capitolo 16 di In viaggio con Harley.»
Alle orecchie di Johnny il titolo provvisorio della sua opera non era mai
suonato così pietoso.
Passarono davanti alla sede di una società mineraria. C'erano automobili
e pickup nel piazzale e gli parve strano. Ormai era tardi perché ci fosse
gente in ufficio. Perché quei veicoli non erano parcheggiati davanti alle abitazioni o di fronte all'abbeveratoio più vicino?
«Già già», borbottò il poliziotto. Alzò una mano come per incorniciare
un'immagine. «Ora lo vedo bene. Capitolo 16: Gli avvoltoi scoreggioni di
Desperation. Sembra il titolo di un romanzo di Edgar Rice Burroughs, no?
Ma Burroughs scriveva meglio di te e sai perché? Perché era uno scribacchino senza grilli per la testa. Uno che aveva delle priorità. Raccontare la
storia, fare il proprio sporco mestiere, dare alla gente qualcosa da poter gustare senza sentirsi stupida e stare alla larga dalle cronache mondane.»
«Dove mi sta portando?» domandò Johnny cercando il tono più neutro
possibile.
«In galera», rispose il mastodonte in divisa nella sua voce vischiosa.
«Dove tutto quello che raglierai sarà abusato contro di te in un'aura di mestizia.» Ora transitavano davanti a un parcheggio di roulotte. Johnny notò
una scritta davanti a un vecchio rimorchio arrugginito:
BEVO SNAPPLE, LEGGO LA BIBBIA,
ODIO CLINTON, SONO ARMATO E CATTIVO!
FREGATENE DEL CANE, ATTENTO AL PADRONE!
Benvenuti all'inferno della country music, pensò Johnny.
Si sporse in avanti e cercò di dominare con una smorfia la fitta di dolore
che provò alla schiena dove il poliziotto lo aveva colpito con il calcio. «Lei
ha bisogno di aiuto», disse. Cercò il più possibile di evitare un tono accusatorio, tentò addirittura di parlare con dolcezza. «Se ne rende conto, agente?»
«Sei tu ad aver bisogno di aiuto», rispose il poliziotto. «Spirituale, fisico
ed editoriale. Tak! Ma non arriverà nessun aiuto, Johnny. Hai consumato la
tua ultima colazione letteraria e ti sei scopato la tua ultima troia culturale.
Ora sei solo in mezzo al deserto e questi saranno le quaranta notti e i quaranta giorni più lunghi di tutta la tua inutile vita.»
Quelle parole gli vibrarono nella testa come i rintocchi di una tetra campana. Chiuse gli occhi per un momento. Quando li riaprì erano nell'abitato
e stavano passando davanti al Gail's Beauty Bar su un lato e al True Value
Hardware sull'altro.
Non c'era nessuno in strada, assolutamente nessuno. Non aveva mai vi-
sto vera e propria animazione in uno di quei piccoli borghi western, ma
tanta desolazione era ridicola. Possibile che non ci fosse nessuno? Transitando davanti alle pompe della Conoco vide una persona in ufficio, con la
sedia spinta all'indietro e i piedi sul tavolo, ma nient'altro. A parte... più
avanti...
Un paio di animali attraversarono trottando pigramente l'unico incrocio
della cittadina, in diagonale sotto il semaforo. Johnny cercò di illudersi che
fossero cani, ma non erano cani. Erano coyote.
Non è solo il poliziotto, Johnny, non cercare di pensarlo. Qui c'è qualcosa di poco normale. Qualcosa di pochissimo normale.
Giunti all'incrocio, il poliziotto frenò all'improvviso. Johnny, che non se
l'era aspettato, fu catapultato in avanti contro la rete che divideva i sedili.
Batté il naso e mandò un grido di dolore e sorpresa.
«Billy Rancourt!» proruppe gioioso il poliziotto ignorandolo. «Diavolo,
quello è Billy Rancourt! Mi domandavo che fine avesse fatto! Ubriaco nella cantina del Broken Drum, scommetto! Dollari sonanti contro baci e abbracci! Billy Palle Sotto in persona!»
«Il mio daso!» gemette Johnny. Aveva ripreso a sanguinare e sembrava
di nuovo una sirena da nebbia umana. «Dio, che male!»
«Zitto, là dietro», lo redarguì il poliziotto. «Mamma mia, ma sai che sei
una lagna?»
Indietreggiò di qualche metro, poi sterzò in modo da puntare verso ovest. Abbassò il finestrino e si affacciò. Ora aveva il collo del colore di
mattoni scuriti dal tempo, cosparso di screpolature e piaghe. In alcuni dei
solchi della cute brillavano fili di sangue. «Billy!» chiamò a gran voce.
«Ehi, Billy Rancourt! Ehi, vecchia canaglia!»
Il lato occidentale di Desperation doveva essere quello residenziale, polveroso e mesto, ma forse un tantino meno lugubre del parcheggio delle
roulotte. Attraverso il velo di lacrime che aveva davanti agli occhi Johnny
scorse un uomo in blue jeans e cappello da cowboy fermo al centro della
via. Stava osservando due biciclette rovesciate con le ruote all'insù. Ce n'erano tre in tutto, ma quella più piccola, una bici da bambina color rosa confetto, era stata buttata giù dal vento che andava rinforzando. Le ruote delle
altre due giravano all'impazzata. L'uomo alzò lo sguardo, vide la macchina, abbozzò un saluto esitante e s'incamminò verso di loro.
Il poliziotto ritirò il testone dal finestrino. Si girò a guardare Johnny, che
capì al volo che il tizio in strada non poteva aver dato una buona occhiata a
quel particolare rappresentante della legge; se lo avesse fatto, a quell'ora
starebbe correndo nella direzione opposta. Le labbra del poliziotto erano
rientrate come accade quando dietro non ci sono denti a sostenerle e dagli
angoli della bocca gli scendevano rivolini di sangue. Un occhio era ridotto
a una pozza macilenta dalle cui liquide profondità solo di tanto in tanto affiorava un barlume grigio. La metà superiore della camicia cachi era lucida
di sangue.
«È Billy Rancourt», gli confidò tutto contento. «Mi taglia i capelli. Lo
stavo cercando, diamine.» Abbassò la voce al volume adatto alle confidenze e soggiunse: «Alza un po' il gomito». Poi si girò verso il parabrezza, ingranò la marcia e pigiò il pedale dell'acceleratore. Il motore mandò un
ruggito; i copertoni stridettero; Johnny fu catapultato all'indietro con un altro grido di sorpresa. La macchina partì a razzo.
Johnny si protese in avanti e si agganciò con le dita alla rete metallica,
riuscendo a rimettersi seduto. Vide l'uomo in jeans e cappello da cowboy,
Billy Palle Sotto Rancourt, paralizzato in mezzo alla strada, due o tre metri
davanti alle biciclette. Ebbe l'impressione di vederlo gonfiarsi nel parabrezza della vettura che gli piombava addosso. Era come un trucco cinematografico.
«No!» strillò Johnny, battendo la mano sinistra sulla rete dietro la testa
del poliziotto. «No! No! ATTENTO!»
All'ultimo momento Billy Rancourt capì e cercò di scappare. Partì verso
destra, in direzione di una baracca semisgangherata che si reggeva stancamente oltre uno steccato, ma il suo passo fu troppo breve e tardivo. Gridò,
poi ci fu il botto dell'urto, abbastanza violento da far vibrare tutto il telaio.
Lo steccato fu investito da uno spruzzo di sangue e ci fu il doppio tonfo
del corpo travolto dalle ruote dell'automobile che un istante dopo sfondava
la staccionata. Il poliziotto frenò a tavoletta, fermando la macchina nello
spiazzo di terra davanti alla baracca. Johnny fu spedito di nuovo contro la
rete, ma questa volta riuscì ad alzare il braccio e abbassare la testa salvandosi il naso.
«Billy... bastardone!» starnazzò ilare il poliziotto. «Tak an lah!»
Billy Rancourt urlò. Johnny si girò e lo vide arrancare strisciando verso
il lato nord della strada. Non andava molto veloce, si tirava dietro una
gamba spezzata. Aveva il disegno del battistrada sulla camicia e i jeans. Il
cappello da cowboy era sul marciapiede, rovesciato anch'esso come le biciclette. Billy Rancourt lo urtò con un ginocchio inclinandolo e ne sgorgò
fuori sangue come acqua da un secchio. Altro sangue gli scaturiva dalla
faccia schiacciata e dal cranio spaccato. Era gravemente ferito, ma sebbene
investito in pieno e poi travolto, sembrava tutt'altro che morto. Né Johnny
se ne meravigliò molto. Il più delle volte ce ne vuole per uccidere un uomo, lo aveva visto e rivisto in Vietnam. Ragazzi vivi con mezza testa esplosa, ragazzi vivi con le viscere in grembo ad attirare le mosche, ragazzi
vivi con il sangue che sprizzava attraverso le dita sporche dalla giugulare
squarciata. La gente normalmente è dura a morire. Lì stava l'orrore.
«I-hooo!» giubilò il poliziotto ingranando la marcia indietro. I copertoni
strillarono e fumarono sul marciapiede, l'automobile cadde con un tonfo
oltre il ciglio sul fondo stradale e schiacciò il cappello da cowboy di Billy
Rancourt. Il retrotreno urtò una delle biciclette (il fragore fu potente, la bicicletta strisciò sul lunotto posteriore, scomparve per qualche istante e ricomparve davanti al muso della macchina). Johnny ebbe il tempo di vedere che Billy Rancourt aveva smesso di strisciare, che ora li guardava con la
testa girata sulla spalla, che sul suo viso massacrato e rosso di sangue aveva un'espressione di indescrivibile rassegnazione. Non avrà nemmeno trent'anni, rifletté Johnny, poi l'uomo finì sotto le ruote della macchina lanciata
all'indietro. Al di là del corpo si fermò con il motore acceso contro il cordolo sull'altro lato della via. Nel girarsi per guardare di nuovo davanti il
poliziotto urtò il volante con il gomito mandando un breve segnale di clacson. Di fronte al muso, Billy Rancourt giaceva bocconi in una grande
pozza rossa. Un piede fu scosso brevemente da un sussulto, poi più nulla.
«Bah», commentò il poliziotto. «Che casino.»
«Già, l'hai ucciso», ribatté Johnny. A un tratto l'idea di tenergli testa, di
sopravvivergli, non gli importava più. Non gli importava del libro, della
Harley, di dove fosse Steve Ames. Forse un'altra volta, se ci fosse stata, si
sarebbe curato di trivialità del genere, ma non ora. Ora, al colmo dello
sgomento, dal profondo del suo io era riemersa una bozza precedente di sé,
una versione ancora non corretta di un Johnny Marinville a cui non fregava
un cazzo del Pulitzer e del National Book Award o di scoparsi attrici con o
senza smeraldi. «L'hai schiacciato in mezzo alla strada come un qualsiasi
coniglio. Bravo!»
Il poliziotto si voltò, lo fissò con l'occhio buono, poi tornò a girarsi verso
il parabrezza. «'Ti ho insegnato la via della saggezza'», recitò, «'ti ho guidato per i giusti sentieri. Quando andrai, il tuo passo non sarà ostacolato; e
quando correrai, non inciamperai.' Questo è dal Libro dei Proverbi, John.
Ma io credo che il vecchio Billy sia inciampato. Eh, sì. È sempre stato debole di piedi. Credo che fosse il suo problema di fondo.»
Johnny aprì la bocca. Fu una delle rare volte in cui in tutta la sua vita
non ne uscì nulla. Ma forse era meglio così.
«Tieni da conto le istruzioni; non lasciarle andare: conservale; perché
sono la tua vita.' È un piccolo consiglio che ti viene comodo, signor Marinville. Scusami un momento.»
Scese e si avvicinò al cadavere nella strada. Il vento ora teso gli soffiò
sabbia sugli stivali dando l'impressione di un luccichio. Ora aveva una larga macchia di sangue sul fondo dei calzoni e quando si chinò a raccogliere
da terra il compianto Billy Rancourt, Johnny vide altro sangue uscire dalle
cuciture strappate sotto le sue ascelle. Sembrava che letteralmente sudasse
sangue.
Forse è così. Probabilmente è così. Credo che sia sul punto di disfarsi in
un grande fiotto rosso, come succede alle volte agli emofiliaci. Se non fosse così dannatamente grosso, probabilmente ora sarebbe già morto. Sai
che cosa devi fare, vero?
Sì, certo. Aveva un brutto carattere, un carattere orribile e non sembrava
che fosse servito a domarlo nemmeno essere preso a calci da un maniaco
omicida. Ciò che doveva fare ora era tenere il suo caratteraccio sotto controllo. Niente più provocazioni come poco prima, quando si era congratulato ironicamente. Con il risultato di guadagnarsi un'occhiata che non gli
era piaciuta affatto. Un'occhiata pericolosa.
Il poliziotto trasportò il corpo di Billy Rancourt dall'altra parte della
strada, passando attraverso le biciclette cadute e quella le cui ruote giravano ancora mandando brillii dai raggi nella luce del tardo pomeriggio. Valicò i resti dello steccato divelto, salì i gradini della baracca e spostò il carico per provare la porta, che si aprì senza problemi. Di nuovo Johnny non
vi trovò nulla di strano: era da presumere che la gente che viveva da quelle
parti, di regola, non si desse il disturbo di chiudere a chiave.
Dovrà ammazzare chi sta là dentro, pensò. È automatico.
Invece il poliziotto si chinò per scaricare il suo fardello e uscì di nuovo
in veranda. Chiuse la porta e vi si pulì le mani, lasciando strisce di sangue
sull'architrave. Era così alto che non ebbe nemmeno bisogno di alzarle.
Quel gesto fece provare a Johnny un brivido di gelo, gli ricordava qualcosa
del Libro dell'Esodo, istruzioni che l'Angelo della Morte doveva trasmettere... solo che quell'uomo era l'Angelo della Morte. Il distruttore.
Il poliziotto tornò indietro, salì in macchina e ripartì ad andatura moderata verso l'incrocio.
«Perché l'hai portato là dentro?» volle sapere Johnny.
«Che cosa volevi che facessi?» ribatté il poliziotto. Ora la sua voce era
più impastata che mai, sembrava che si facesse i gargarismi con le parole.
«Lasciarlo agli avvoltoi? Mi vergogno di te, mon capitaine. Sei vissuto così a lungo nella cosiddetta popolazione civile che cominci a pensare come
loro.»
«Il cane...»
«Un uomo non è un cane», sentenziò il poliziotto. All'incrocio svoltò a
destra, poi quasi immediatamente a sinistra, entrando in uno spiazzo vicino
alla sede del municipio. Spense il motore, scese e aprì lo sportello posteriore destro. Risparmiò almeno così a Johnny il dolore e la fatica di trascinare il corpo martoriato oltre lo schienale del posto di guida. «Un pollo
non è un pollo arrosto e un uomo non è un cane, Johnny. Nemmeno un
uomo come te. Avanti, scendi. Animo.»
Johnny smontò. Era molto consapevole del silenzio; i rumori che sentiva, il vento, il chiacchiericcio dei granelli alcalini che colpivano la facciata
di mattoni del municipio, un monotono cigolare, sottolineavano quel silenzio, lo trasformavano in una sorta di cupola. Distese le membra per sgranchirsi, sopportando con una smorfia il dolore alla schiena e alla gamba, ma
costretto a soccorrere i muscoli malamente rattrappiti. Poi si sforzò di alzare gli occhi alla devastazione sul viso del poliziotto. La sua statura non solo metteva soggezione, ma disorientava. Non era solo che Johnny, dall'alto
del suo metro e ottantasette, era abituato ad abbassare lo sguardo per guardare la gente in faccia; era l'ammontare del differenziale a metterlo in imbarazzo, non un centimetro o due, ma almeno dieci. Poi c'era la larghezza.
La nuda, cruda larghezza. Non era solo gigantesco; era opprimente.
«Perché non hai ucciso anche me come hai fatto con quel tizio? Quel
Billy? Sempre che abbia senso chiederlo. Sei già andato oltre i perché?»
«Oh, merda, siamo tutti oltre i perché, lo sai anche tu», rispose il poliziotto, mostrando denti insanguinati in un sorriso di cui Johnny avrebbe
fatto volentieri a meno. «Il fatto importante è... ascolta bene... che potrei
lasciarti andare. Ti piacerebbe? Devi avere almeno ancora due stupidi libri inutili nel cervello, chissà, magari qualcuno di più. Potresti scriverne
alcuni prima di imbatterti sulla tua strada in quella bella botta alle coronarie che il destino ha in serbo per te. E sono sicuro che, avendone il tempo,
saresti capace di gettarti alle spalle questo interludio e convincerti ancora
una volta che quello che fai giustifica la tua esistenza. Ti piacerebbe,
Johnny? Vorresti che ti lasciassi libero?»
Erin go bragh, pensò Johnny per nessun motivo e per un momento da
incubo credette di ridere. Poi la voglia passò e annuì. «Sì, mi piacerebbe
molto.»
«Libero! Come un uccellino fuori della gabbia.» Sbatacchiò le braccia e
Johnny vide che le macchie di sangue che aveva sotto le ascelle si erano
allargate. Ora la camicia della divisa era tutta rossa lungo le cuciture strappate fin quasi alla cintura.
«Sì.» Non che si illudesse che il suo nuovo compagno di giochi avesse
anche solo una vaga intenzione di lasciarlo libero, oh no, ma detto compagno di giochi stava per trasformarsi in un sanguinaccio tenuto assieme solo
dagli indumenti che indossava e se lui fosse riuscito a mantenersi sufficientemente integro fino a quel momento...
«D'accordo, allora. Questa è la mia proposta, campione. Tu mi succhi il
cazzo e io ti lascio andare. Nient'altro.»
Si aprì la lampo dei calzoni, si abbassò l'elastico dei boxer ed espose una
specie di lumacone morto. Johnny osservò senza meraviglia il sangue che
stava perdendo. Sanguinava da tutti gli orifizi disponibili, no?
«Parlando in senso letterario», spiegò il poliziotto sorridendo, «questo
particolare pompino sarà un po' più Anne Rice che Armistead Maupin. Ti
suggerisco di seguire il consiglio della regina Vittoria: chiudi gli occhi e
pensa a un biscotto ripieno di fragola.»
Johnny Marinville guardò il pene del pazzo, poi il viso sorridente del
pazzo, poi di nuovo il pene. Non sapeva che cosa si aspettasse, se urla, moti di repulsione, lacrime, suppliche melodrammatiche, ma gli sembrava
chiaro che non stava provando le sensazioni che il poliziotto si era aspettato.
Sembra proprio che tu non capisca che ho visto ben peggio che un cazzo
che gocciola sangue. E non solo in Vietnam.
Sentì che lo stava invadendo di nuovo la collera, minacciava di sopraffarlo. Merda, era proprio collera, quell'iracondia che era sempre stata la
prima delle sue scimmie, prima di whisky, coca e quaalude. Pura e semplice iracondia. Non aveva niente a che vedere con quello che il poliziotto si
era tirato fuori dai calzoni e forse era quell'aspetto che non avrebbe mai
potuto comprendere. Il sesso non c'entrava niente. La verità era che Johnny
Marinville non aveva mai sopportato che nessuno gli sbattesse qualcosa in
faccia. Qualsiasi cosa fosse.
«Mi inginocchierò davanti a te se è quello che vuoi», rispose e sebbene
il suo tono fosse pacato, qualcosa mutò sul volto del poliziotto, ci fu per la
prima volta un cambiamento vistoso: la sua espressione si era spenta, eccetto che per l'occhio ancora sano, che si socchiuse insospettito.
«Perché mi guardi in quel modo? Che cosa diavolo ti dà il diritto di
guardarmi in quel modo? Tak!»
«Tu non pensare a come ti guardo e sturati bene le orecchie, pezzo di
merda. Tre secondi dopo che me lo sarò messo in bocca, quel tuo stupido
pendaglio sarà per terra ai tuoi piedi. Hai capito bene? Tak!»
Aveva praticamente sputato quell'ultima parola in faccia al poliziotto,
alzandosi sulla punta dei piedi per farlo, e per qualche attimo il gigante più
che sorpreso parve sgomento. Poi il suo viso si accartocciò in un crampo di
furore. Allontanò Johnny da sé con una spinta così violenta che per un
momento gli parve di volare. Cozzò contro il muro con la nuca, vide le
stelle e rimbalzò in avanti, finendo lungo disteso quando incrociò involontariamente i piedi. Lampi di dolore gli partirono da posti nuovi e urla infernali da posti vecchi, ma tante sofferenze erano ampiamente ripagate dall'espressione che aveva visto sul volto del poliziotto. Alzò gli occhi per
vedere se era ancora lì, desiderando un altro assaggio come un'ape che
succhia il cuore dolce di un fiore, e restò senza fiato.
La pelle sul volto del gigante si era tesa e ora sembrava trucco, o uno
strato sottile di vernice... irreale. Persino l'occhio pieno di sangue sembrava irreale. Era come se sotto quella che vedeva, ci fosse un'altra faccia che
spingeva da dentro cercando di emergere.
L'occhio sano si fissò su di lui per un istante, poi la testa si rovesciò all'indietro. Il poliziotto puntò verso il cielo tutte e cinque le dita della mano
sinistra. «Tak ah lah», gorgogliò dal fondo della gola. «Timoh. Can de
lach! On! On!»
Ci fu un frullio, come di indumenti stesi al vento, e un'ombra cadde sul
viso di Johnny. Ci fu un grido rauco, non proprio un gracchio, poi gli
piombarono addosso ali ruvide e svolazzanti, artigli adunchi gli afferrarono le spalle e affondarono nel tessuto della sua camicia, un becco gli si infilò tra i capelli mandando di nuovo il suo grido disumano.
Fu l'odore a dirgli che cos'era, un odore di carne febbricitante di putrefazione. Il volatile consolidò la sua posizione sbattendogli le ampie ali arruffate sulla faccia e spingendogli il suo tanfo nella bocca e nel naso, schiaffandoglielo dentro, facendolo boccheggiare in preda alla nausea. Vide il
cane pastore appeso alla corda dondolare sotto gli attacchi degli uccelli
calvi che gli tiravano coda e zampe. Ora uno di essi si era appollaiato su di
lui, un uccello dannato che evidentemente non aveva mai sentito dire che
gli avvoltoi sono fondamentalmente vigliacchi e aggrediscono solo le carcasse, e il suo becco gli arava il cuoio capelluto spillando sangue.
«Via!» urlò fuori di sé. Cercò di afferrare le ali ma riuscì solo a riempirsi
le mani di penne. E non vedeva più niente, aveva paura che, se avesse aperto gli occhi, l'avvoltoio avrebbe cambiato posizione per strapparglieli
dalle orbite. «Gesù santo, via, ti prego, caccialo via!»
«Mi guarderai nel modo giusto se lo faccio?» chiese il poliziotto. «Senza
più insolenzà? Senza mancarmi più di rispetto?»
«Sì! Sì! Quello che vuoi!» Avrebbe promesso qualunque cosa. La bestia
che per un momento aveva avuto il sopravvento e aveva censurato il poliziotto era scomparsa, l'avvoltoio gliel'aveva estirpata come un verme risucchiato da una pannocchia.
«Prometti?»
L'uccello sbatteva le ali e gracchiava e tirava. Puzzolente come carne
verde e budella esplose. Su di lui. A mangiarlo. A mangiarlo vivo.
«Sì! Sì! Prometto!»
«Fottiti», lo invitò, calmo, il poliziotto. «Fottiti, os pa, e vada a farsi fottere la tua promessa. Cavatela da solo. Oppure muori.»
Con gli occhi stretti, in ginocchio, la testa china, Johnny annaspò alla
cieca, trovò il punto in cui le ali si articolavano al corpo dell'uccello e se lo
strappò dalla testa. Il volatile si divincolò spasmodico nell'aria sopra di lui,
espellendo getti di escrementi bianchi che il vento allungava in stelle filanti, cacciando le sue grida roche (che ora però erano di dolore) e scuotendo
la testa da una parte e dall'altra. Singhiozzando, più che altro per il raccapriccio, Johnny gli strappò un'ala e lo scagliò contro il muro. L'avvoltoio
lo guardò con occhi neri come catrame, aprendo e richiudendo il becco
rosso di sangue con piccoli schiocchi liquidi.
Quello è il mio sangue, bastardo, pensò Johnny. Lasciò cadere l'ala che
gli aveva strappato e si alzò in piedi. L'avvoltoio cercò di ritrarsi, manovrando con l'ala rimasta come un remo, sollevando polvere e penne. Si trascinò in direzione della macchina del poliziotto, ma prima che potesse allontanarsi per più di due metri, Johnny gli calò sopra lo stivale da motociclista e gli spezzò la schiena. Le zampe squamose del volatile si aprirono
come per tentare una spaccata. Johnny si coprì gli occhi con le mani convinto per un momento che la sua mente stesse per cedere come la schiena
dell'uccello.
«Non male», fu il commento del poliziotto. «L'hai sistemato, socio. Ora
girati.»
«No.» Johnny rimase immobile, a tremare dalla testa ai piedi con le mani sul viso.
«Girati.»
La voce non ammetteva obiezioni. Si voltò e vide il poliziotto che puntava di nuovo le dita aperte verso il cielo. Levò gli occhi e vide altri avvoltoi, almeno una ventina, appollaiati in fila all'estremità nord del piazzale,
vigili.
«Vuoi che li chiami?» lo apostrofò il poliziotto con ingannevole dolcezza. «Posso farlo, sai? Gli uccelli sono un mio hobby. Se voglio, ti mangiano vivo.»
«N-n-no.» Gli fu di sollievo vedere che il poliziotto aveva chiuso la patta dei calzoni. Anche se una nuova macchia di sangue gli era apparsa sul
bassoventre. «No, n-n-non voglio.»
«Qual è la parola magica, Johnny?»
Per pochi secondi di puro terrore, non seppe a che cosa stesse alludendo.
Poi capì. «Per piacere.»
«Ora sarai ragionevole?»
«S-sì.»
«Sarà», dubitò il poliziotto come parlando tra sé. «Vedremo.»
Johnny si limitò a guardarlo in silenzio. La collera era scomparsa. Tutto
era scomparso, sostituito da un profondo torpore.
«Quel ragazzino», mormorò il poliziotto alzando gli occhi al primo piano del municipio, dove alcune finestre avevano il vetro opacizzato ed erano protette dalle sbarre. «Quel ragazzino mi turba. Chissà che non dovrei
parlartene. Forse potresti consigliarmi.»
Incrociò le braccia con le mani all'insù e cominciò a battersi le dita sulle
clavicole, un po' come aveva fatto in macchina sul volante. Intanto osservava Johnny.
«O forse farei meglio ad ammazzarti e basta, Johnny. Forse sarebbe la
cosa migliore. Da morto potrebbero assegnarti il Nobel a cui hai sempre
ambito tanto. Che te ne pare?»
Alzò la testa rivolta alla fila di avvoltoi e cominciò a ridere. Gli uccelli
gli risposero con un coro di versacci rauchi e Johnny non poté soffocare il
pensiero che formulò in quel momento. Era orribile perché così convincente.
Stanno ridendo con lui. Perché la battuta non è sua. Sono stati loro a
farla.
Una ventata spazzò il piazzale facendo barcollare Johnny e spingendo 1
ala strappata come un piumino. La luce del giorno moriva... si andava spegnendo troppo in fretta. Guardò a ovest e vide che un fronte di sabbia sol-
levata aveva sfumato i contorni delle montagne e presto le avrebbe cancellate del tutto. Il sole era ancora al di sopra del polverone, ma forse non per
molto. Era una tempesta di sabbia e si dirigeva su di loro.
5
Le cinque persone chiuse nelle celle, i Carver, Mary Jackson e il signor
Biancone, ascoltarono le grida dell'uomo e i rumori che le avevano accompagnate, versi rochi di uccelli e sbattere d'ali. Quando il chiasso cessò David sperò che nessun altro fosse morto, ma, a voler bene esaminare la situazione, che probabilità c'erano?
«Come ha detto che si chiama?» chiese Mary.
«Collie Entragian», rispose il vecchio. Dalla voce sembrava che ascoltare quelle grida lo avesse spossato. «Collie sta per Collier. È arrivato qui da
una cittadina mineraria del Wyoming... saranno quindici o sedici anni fa.
Era poco più che un ragazzo. Voleva essere assunto nella polizia, non ci è
riuscito ed è andato a lavorare per la Diablo Company, su alla miniera. Ma
era già ormai l'epoca in cui la Diablo si preparava a chiudere baracca e burattini. Mi pare di ricordare che Collie fu uno di quelli licenziati dopo la
chiusura.»
«A me e a Peter ha detto che la miniera è aperta», obiettò Mary.
Il vecchio scosse la testa in un gesto che poteva essere stanchezza o esasperazione. «C'è gente che crede che il vecchio China Pitt non sia esaurito,
ma si sbaglia. È vero che sono andati a rimetterci le mani, ma non ne caveranno un fico secco. Butteranno via i soldi di chi ci ha investito e lo chiuderanno di nuovo. E nessuno sarà più felice di Jim Reed, stufo com'è di
tutte quelle risse. Tutti noi saremo felici e contenti quando lasceranno di
nuovo in pace la vecchia miniera. È stregata, così pensano gli ignoranti di
queste parti.» Fece una pausa. «Io sono uno di loro.»
«Chi è Jim Reed?» domandò Ralph.
«Il responsabile della sicurezza qui da noi. Quello che in una città più
grande si chiamerebbe capo della polizia, ma qui siamo solo in duecento o
giù di lì. Jim ha due aiutanti a tempo pieno, Dave Pearson e Collie. Nessuno pensava che Collie sarebbe rimasto dopo la chiusura della Diablo. Non
era sposato e aveva una pensione di inabilità. Per un po' si è arrabattato in
vari lavoretti e a un certo momento Jim ha cominciato a dargli qualche
piccolo incarico. Si è dimostrato abbastanza abile così, quando si è presentata l'occasione, il consiglio ha accettato la raccomandazione di Jim e lo ha
assunto a tempo pieno. È stato nel '91.»
«Tre poliziotti sembrano un'enormità per un posticino come questo», osservò Ralph.
«Probabile. Ma abbiamo ricevuto stanziamenti da Washington grazie alla legge sull'ordine pubblico nelle zone rurali e abbiamo un contratto con
la contea di Sedalia che assegna a noi la vigilanza sui territori disabitati del
circondario. Eccessi di velocità, guida in stato di ubriachezza, cose di questo tipo.»
Altri coyote levarono i loro lamenti, che il vento più sostenuto fece ondeggiare nell'aria.
«Come mai aveva una pensione di invalidità? Per qualche problema
mentale?»
«No, signora. Il pickup che guidava si è rovesciato mentre scendeva nel
pozzo. È successo poco prima che quelli della Diablo decidessero che era
meglio chiudere. Ci ha rimesso un ginocchio. Poi si è ripreso bene, ma
zoppicava, su questo non c'è dubbio.»
«Allora non è lui», affermò Mary.
Il vecchio la guardò sollevando le sopracciglia incolte.
«L'uomo che ha ucciso mio marito non zoppica.»
«No», convenne il vecchio. Parlava in uno strano tono sereno. «No, non
zoppica. Però è Collie. L'ho visto praticamente tutti i giorni per quindici
anni, gli ho pagato da bere al Broken Drum e lui ha pagato da bere a me
qualche volta al Bud's Suds. È stato lui quello che è venuto alla clinica a
scattare fotografie e a rilevare le impronte digitali la volta che entrarono
quei tizi. Forse stavano cercando stupefacenti, non saprei. So che non li
hanno mai acciuffati.»
«Lei è medico?» s'informò David.
«Sono veterinario», rispose il vecchio. «Tom Billingsley.» Gli offrì una
grande mano rugosa che tremava un po'. David l'accettò con circospezione.
Giunse il tonfo di una porta che veniva spalancata. «Eccoci qui. Big
John!» esclamò il poliziotto. La sua voce salì gioviale per le scale. «La tua
stanza ti aspetta! Stanza? Diavolo, ma abbiamo per te una suite con tutti i
crismi! Su coraggio! Ci siamo dimenticati il computer, ma ti mettiamo a
disposizione tutto lo spazio rimasto sui muri a parte qualche piccola comunicazione di servizio come SUCCHIAMI L'UCCELLO e MI SONO
SCOPATO TUA SORELLA.»
Tom Billingsley lanciò un'occhiata alla porta delle scale, poi tornò a
guardare David. Parlò a voce abbastanza alta perché udissero anche tutti
gli altri, ma era David che osservava, sembrava che si stesse rivolgendo a
lui in particolare: «Vi dirò una cosa. È più grosso».
«In che senso?» Ma David credeva di aver capito.
«Nel senso che ho detto. Collie non è mai stato un nanerottolo, sopra il
metro e novanta e sopra i cento chili di peso. Ma ora...»
Guardò di nuovo in direzione della porta, dalla quale giungeva un rumore di passi. Due persone. Tornò a guardare David. «Ora direi che si è alzato
di una mezza spanna, ti pare? E peserà una trentina di chili in più.»
«Ma è pazzesco», protestò Ellen.
«Sissignora», concordò il veterinario. «Ma così è.»
Si spalancò la porta delle scale e volò dentro un uomo con la faccia insanguinata e lunghi capelli grigi che gli arrivavano alle spalle, anch'essi
sporchi di sangue e appiccicaticci. Non veleggiò con la grazia da ballerina
di Mary Jackson, ma inciampò dopo pochi passi e cadde in ginocchio, protendendo le mani per non sbattere contro la scrivania. L'uomo che varcò la
soglia dietro di lui era quello che li aveva chiusi là dentro e contemporaneamente non lo era: era una specie di gorgone sanguinolenta, una creatura
che sembrava disintegrarsi di secondo in secondo.
Li contemplò dalle pieghe semidisfatte del volto e distese la bocca in un
ampio sorriso che gli aprì squarci nelle labbra. «Ma che bello!» proruppe
insinuando una nota sentimentale nella voce impastata. «Che bellezza!
Mamma mia! Una sola, grande famiglia felice!»
PARTE SECONDA
Desperation:
In questi silenzi qualcosa potrebbe sorgere
1
1
«Steve?»
«Cosa?»
«Quella laggiù è quello che penso io?»
Aveva alzato l'indice verso ovest.
«Tu che cosa pensi che sia?»
«Sabbia», rispose lei. «Sabbia e vento.»
«Già. Pare anche a me.»
«Vuoi accostare un attimo?»
Lui la osservò perplesso.
«Solo un minuto.»
Steve Ames fermò il Ryder ai bordi della strada che portava in direzione
sud dalla Highway 50 a Desperation. L'avevano trovata senza alcuna difficoltà. Ora, seduto al volante, osservava Cynthia Smith, che era riuscita a
far breccia nel suo disagio definendolo il suo nuovo e simpatico amico. La
quale Cynthia non stava guardando in quel momento il suo nuovo e simpatico amico, bensì l'orlo inferiore della sua maglietta con Peter Tosh, che si
arrotolava e srotolava nervosamente tra le dita.
«Sono un tipo cocciuto», brontolò senza alzare gli occhi. «Con un po' di
sesto senso, ma cocciuta lo stesso. Ci credi?»
«Probabile.»
«E pratica. A questo credi?»
«Senz'altro.»
«È per quello che ho riso della tua intuizione. Ma tu eri convinto che avremmo trovato qualcosa laggiù e così è stato.»
«Sì. Così è stato.»
«Dunque la tua intuizione era buona.»
«Vuoi arrivare al dunque? Il mio capo...»
«Giusto. Il tuo capo, il tuo capo, il tuo capo. So che è a quello che pensi
e in fondo non sai pensare ad altro ed è per questo che sono preoccupata.
Perché ho una brutta sensazione, Steve. Una brutta intuizione.»
Lui la fissava. Adagio, restia, lei alzò la testa e girò gli occhi su di lui.
Ciò che lui vi lesse gli fu di sgradevole sorpresa. Era il luccichio vitreo
della paura.
«Che cosa c'è? Perché sei spaventata?»
«Non lo so.»
«Guarda, Cynthia... non abbiamo che da cercare un poliziotto. E se non
lo troviamo ci basterà un telefono. Denunceremo la scomparsa di Johnny.
E anche di una famiglia di nome Carver.»
«Ma anche così...»
«Non temere, sarò prudente. Te lo prometto.»
«Non vuoi provare di nuovo al 911 al cellulare?» propose lei con un filo
di voce mite che non le era affatto usuale.
Lui l'accontentò, non aspettandosi alcun risultato e non ottenendone.
Nemmeno la registrazione, questa volta. Non avrebbe potuto giurarlo, ma
pensava che la tempesta di sabbia o di vento in arrivo potesse far peggiora-
re in modo decisivo una situazione già spinosa.
«Spiacente, niente da fare», annunciò. «Vuoi provare tu? Forse hai più
fortuna di me. Con le donne non si sa mai.»
Lei scosse la testa. «Ma tu non senti proprio niente?»
Lui sospirò. Sì, qualcosa sentiva. Gli ricordava lo stato d'animo che aveva avuto in certi momenti nella prima pubertà, giù nel Texas. L'estate dei
suoi tredici anni era stata l'estate più lunga, più dolce e più strana della sua
vita. Sul finire di agosto la sua zona era stata spesso percorsa da temporali
serali, quelle brevi ma infernali convulsioni che i vecchi cowboy chiamavano bender. E quell'anno (un anno in cui sembrava che alla radio non esistessero altre canzoni pop se non quelle dei Bee Gees), i momenti di quiete
prima di quelle tempeste, cielo nero, aria immota, affilar di tuono, pungoli
di saette nella prateria come forchette che s'infilzavano in un pezzo di carne dura, lo eccitavano fisicamente in un modo tutto nuovo. Si sentiva gli
occhi come globi di elettricità in orbite cromate, lo stomaco gli vibrava, il
pene gli si colmava di sangue e gli si drizzava come un manico di padella.
E in quei silenzi lo invadeva un'estasi atterrita, la sensazione che il mondo stesse per rivelare qualche grande segreto, che stesse per metterlo in tavola come giocando una carta speciale. Alla fine naturalmente non c'era
mai stata alcuna rivelazione (se non si voleva chiamare così la scoperta
della masturbazione avvenuta circa un anno dopo), ma solo pioggia. Così
si sentiva ora, senza erezione, senza formicolio nelle braccia, senza estasi,
senza terrore, non esattamente. La sensazione che avvertiva da quando aveva scoperto il casco del suo principale era di vago presagio, la percezione che gli eventi avessero preso una brutta piega e fossero destinati a peggiorare. Fino a quando non l'aveva interpellato Cynthia, aveva tenuto il suo
disagio in secondo piano. Da ragazzino reagiva probabilmente ai cambiamenti della pressione atmosferica all'avvicinarsi del temporale, o all'aumento dell'elettricità nell'aria o qualcos'altro del genere. E una tempesta si
stava approssimando ora, no? Sì. Dunque probabilmente era qualcosa di
analogo, un déjà vu, né più né meno, come si dice, perfettamente comprensibile . Tuttavia...
«Sì, d'accordo, sento qualcosa anch'io. Ma che cosa ci posso fare? Non
vorrai che torni indietro, spero.»
«No. Non possiamo farlo. Solo sta' attento, va bene?» Una folata fece
dondolare il pulmino. Una nuvola di sabbia rossiccia attraversò la strada
trasformandola per un attimo in un miraggio. «Va bene, ma tu mi devi dare
una mano.» Ripartì. Il sole era ormai sceso a sfiorare la cortina di sabbia
che si alzava dal deserto e il suo spicchio inferiore era diventato rosso come sangue.
«Sì, sì», mormorò lei, reagendo con una smorfia a un'altra ventata che
investì il veicolo. «Puoi contarci.»
2
Il poliziotto fradicio di sangue chiuse il nuovo prigioniero nella cella accanto a quella di David Carver e Tom Billingsley. Fatto questo, ruotò lentamente sui tacchi in un giro completo, con un'espressione solenne e contemplativa sul volto insanguinato e scomposto. Poi si sfilò di nuovo dalla
tasca il mazzo di chiavi. Scelse la stessa di prima, notò David, quel rettangolo con la banda magnetica, che doveva essere una chiave universale.
«Tu-li-lem-blem-blu», intonò. «Pesco a caso e ci sei tu.» Si avvicinò alla
cella dov'erano chiusi i genitori di David. Padre e madre indietreggiarono
vedendolo arrivare, tenendosi abbracciati.
«Lasciali stare!» gridò David allarmato. Billingsley lo prese per il braccio ma David si liberò. «Mi hai sentito? Lasciali stare!»
«Te lo puoi sognare, moccioso», rispose Collie Entragian. Infilò la tessera nella serratura della cella e si udì un lieve scatto. Aprì la porta. «Buone
nuove, Ellie. Ti hanno concesso la libertà vigilata. Esci pure.»
Ellen scosse la testa. Ora nella prigione avevano cominciato ad addensarsi le ombre della sera, nelle quali il suo viso appariva sospeso, pallido
come carta. Ralph le passò intorno alla vita anche l'altro braccio e la strinse
contro di sé. «Non hai già fatto abbastanza alla nostra famiglia?» protestò.
«In una parola, no.» Entragian estrasse il mezzo cannone che portava al
fianco. Lo puntò su Ralph e armò il cane. «Tu vieni subito fuori, piccola
signora, se non vuoi che trivelli un foro tra gli occhi di questa mezza cartuccia smidollata. Vuoi che si tenga il cervello nella testa o vuoi vederlo
asciugarsi sul muro? Per me fa lo stesso.»
Dio, fallo smettere, pregò David. Fallo smettere, ti supplico. Se hai potuto far tornare Brian da dove era finito, puoi fare anche questo. Puoi farlo smettere. Buon Dio, ascoltami, non fargli prendere mia madre.
Ellen stava respingendo ora Ralph, si staccava le sue mani di dosso.
«No, Ellie!»
«Ma devo, non lo vedi anche tu?»
Ralph rimase con le braccia abbandonate lungo i fianchi. Entragian riabbassò il cane della pistola che ripose nella fondina. Tese una mano a Ellen
come invitandola a un giro di ballo. E lei andò da lui. E quando parlò, la
sua voce era molto bassa. David sapeva che stava dicendo qualcosa che
non era per le sue orecchie, ma aveva l'udito buono.
«Se vuoi... quello, portami dove mio figlio non debba vedere.»
«Non aver paura», rispose Entragian nello stesso bisbiglio da congiurato. «Non voglio... quello. Specialmente non da... te. Ora vieni.»
Richiuse la porta della cella e la scosse per assicurarsi che la serratura
fosse scattata, mentre con l'altra mano teneva la mamma di David. Poi la
condusse verso l'uscita.
«Mamma!» invocò David. Si aggrappò alle sbarre scrollandole con foga
e facendole tintinnare. «Mamma, no! Lasciala stare, bastardo! LASCIA
STARE MIA MADRE!»
«Calma, David, tornerò», promise lei, ma il tono amorfo della sua voce
lo spaventò a morte, era come se fosse già altrove. O se il poliziotto l'avesse ipnotizzata solo per averla toccata. «Non stare in pensiero per me.»
«No!» gridò David. «Fermalo, papà! Fermalo!» Una certezza andava
crescendo nel suo cuore: se quel gigante tutto sporco di sangue avesse portato sua madre fuori da lì, non l'avrebbero più rivista.
«David...» Ralph indietreggiò vacillando, piombò a sedere sulla branda,
si portò le mani al volto e cominciò a piangere.
«Avrò cura di lei, Dave, non temere», lo tranquillizzò Entragian. Era
fermo sulla soglia della porta delle scale e tratteneva Ellen Carver per un
braccio. Il sorriso che aveva sulle labbra sarebbe stato smagliante, se non
avesse avuto i denti rossi di sangue. «Sono un tipo sensibile, alla I ponti di
Madison County, solo senza macchina fotografica.»
«Se le fai del male, te ne pentirai», lo ammonì David.
Il sorriso scomparve. Il poliziotto parve ora rabbioso e anche un po' offeso. «Forse sì... ma ne dubito. Molto. Tu sei un pretino, vero?»
David lo fissò diritto negli occhi senza parlare.
«Sì, sì, che sei un pretino. Si vede da quegli occhi grandi grandi e quella
bocca da preghiera. Un pretino con una maglietta da baseball! Mamma
mia!» Avvicinò la testa a quella di Ellen e gli rivolse uno sguardo malizioso attraverso il velo dei suoi capelli. «Prega finché vuoi, David, ma non
aspettarti niente in cambio. Il tuo Dio qui non c'è, come non era con Gesù
quando Gesù è morto in croce con le mosche negli occhi. Tak!»
Ellen lo vide salire le scale. Gridò e cercò di divincolarsi, ma Entragian
la trattenne. Il coyote scivolò oltre la soglia. Non guardò nemmeno la donna che strillava con la mano serrata nel pugno del poliziotto. Giunse calmo
al centro della stanza e si fermò. Girò la testa e fissò sul poliziotto il suo
sguardo giallo da animale impagliato.
«Ah lah», disse Entragian e abbandonò il braccio di Ellen per l'attimo
necessario a battere la mano destra sul dorso della sinistra in un gesto veloce che ricordò a David lo schizzare di un ciottolo piatto sulla superficie
di uno stagno. «Him en tow.»
Il coyote si sedette.
«Il ragazzo è veloce», commentò Entragian. Si rivolgeva un po' a tutti,
ma i suoi occhi erano su David. «Veloce sul serio. Più veloce di un cane.
Mettete fuori una mano o un piede e ve lo siete giocato prima che vi siate
accorti di niente. Garantito.»
«Lascia stare mia madre», ripeté David.
«Figliolo», gli rispose in tono di rimpianto Entragian, «se ho voglia, le
ficco un bastone nella figa e la faccio girare finché prende fuoco, a tua madre, e nessuno mi può fermare. Aspettami, che tornerò per te.» Uscì portandosi via la mamma di David.
3
C'era silenzio, disturbato solo dai singhiozzi soffocati di Ralph Carver e
dall'ansimare del coyote che sedeva con gli occhi troppo intelligenti su
David. Goccioline di saliva gli cadevano dalla punta della lingua come da
un tubo che perde.
«Fatti forza, figliolo», gli mormorò l'uomo con i lunghi capelli grigi. Il
tono era di una persona più abituata a essere consolata che a consolare.
«L'hai visto, ha un'emorragia interna, sta perdendo i denti, gli si è già
spappolato un occhio. Non durerà a lungo.»
«Non gli ci vorrà molto per uccidere mia madre, se così decide», replicò
David. «Ha già ucciso la mia sorellina. L'ha spinta giù per le scale e le ha
rotto... rotto il c-c-collo.» Gli si appannarono improvvisamente gli occhi e
lottò per ricacciare indietro le lacrime. Non era il momento di mettersi a
frignare.
«Sì, ma...» La voce si spense sulle labbra dell'uomo con i capelli grigi.
David si ritrovò a ricordare uno scambio che aveva avuto con il poliziotto durante il tragitto dal camper a quella città, quando ancora pensavano
che il poliziotto fosse una persona normale e li stesse aiutando. Gli aveva
chiesto come sapesse il suo nome e il poliziotto aveva risposto che lo aveva letto sulla targhetta sopra il tavolo. Era stata una buona risposta, perché
c'era una targhetta con il loro nome sopra il tavolo... ma Entragian non avrebbe mai potuto vederla da dove si era fermato davanti alla scaletta. Ho
occhi da aquila, David, aveva detto, e sono occhi che vedono la verità da
lontano.
Ralph Carver riattraversò lentamente la cella, quasi strisciando i piedi
sul pavimento. Aveva gli occhi arrossati, le palpebre gonfie, il viso sconvolto. Per un attimo David si sentì quasi accecato dall'ira, scosso dal desiderio di urlare: È tutta colpa tua! È colpa tua se Pie è morta! È colpa tua
se ha portato via la mamma per ucciderla o violentarla! Tua e della tua
passione per il gioco! Tua e delle tue stupide idee per le vacanze! Avrebbe
dovuto portar via te, papà, te doveva prendersi!
Fermo, David. Pensiero suo, voce di Gene Martin. Così è come lui vuole
che tu pensi.
Lui? Il poliziotto? Entragian? E in che modo voleva che pensasse? Meglio ancora, perché doveva importargli in che modo pensava?
«Guarda quell'animale», richiamò la sua attenzione Ralph distogliendolo
dai suoi pensieri. «Come ha potuto chiamarlo qui dentro? E perché resta
qui?»
Il coyote si girò verso di lui, poi lanciò un'occhiata a Mary, poi tornò a
fissare David. Ansimava. Altra saliva cadde sulle assi del pavimento, dove
si andava formando una piccola pozza.
«Li avrà addestrati», suggerì l'uomo dai capelli grigi. «Come ha fatto
con gli uccelli. Fuori ci sono anche degli avvoltoi addomesticati. Gliene ho
ammazzato uno, di quei pennuti bastardi. L'ho schiacciato sotto un piede...»
«No», lo interruppe Mary.
«No», fece eco Billingsley. «Sono sicuro che si possa addomesticare un
coyote, ma qui non c'entra niente.»
«Invece è quello che ha fatto, è ovvio», insisté seccato l'uomo dai capelli
grigi.
«Il poliziotto?» domandò David. «Il signor Billingsley dice che è diventato più alto. Che è cresciuto di parecchi centimetri.»
«Che scempiaggine.» L'uomo dai capelli grigi indossava un giubbotto da
motociclista. Aprì la lampo di una tasca, ne tolse un cilindretto un po'
sgualcito di Life Savers e se ne mise una in bocca.
«Scusi, mi può dire come si chiama?» gli domandò Ralph.
«Marinville. Johnny Marinville. Sono...»
«Quello che è lei glielo dico io. Cieco. È cieco se non vede che qui sta
succedendo qualcosa di terribile e assolutamente anormale.»
«Non ho detto che non fosse terribile e certamente non ho detto che fosse normale», si difese l'uomo dai capelli grigi. Continuò nella sua arringa,
ma proprio in quel momento tornò la voce, quella esterna, e David perse il
filo del dibattito.
Il sapone. David, il sapone.
I suoi occhi si posarono di nuovo sulla saponetta verde vicino al rubinetto e intanto pensava alle ultime parole di Entragian. Tornerò per te.
Il sapone.
A un tratto capì... o così gli parve. Sperò di aver capito.
Sarà bene che non mi sbagli. Sarà bene che non mi sbagli, altrimenti...
La maglietta che indossava era dei Cleveland Indians. Se la sfilò e la lasciò cadere sul pavimento della cella. Alzò lo sguardo e vide che il coyote
lo osservava. Aveva di nuovo drizzato le orecchie e David ebbe l'impressione di sentirlo ringhiare piano piano, in fondo alla gola.
«Figliolo?» lo chiamò il padre. «Che cosa fai?»
Non gli rispose. Si sedette sulla branda, si tolse le scarpe e le buttò vicino alla maglietta. Ora non aveva più dubbi: il coyote ringhiava. Come se
avesse capito le sue intenzioni. Come se volesse ostacolarlo se ci avesse
provato davvero.
Scemo che sei, è ovvio che ha intenzione di fermarti se ci provi, se no
perché il poliziotto lo avrebbe lasciato qui? Devi solo aver fiducia. Fiducia e fede.
«Abbi fede nella protezione di Dio», mormorò.
Si alzò, si slacciò la cintura, poi sostò con le dita sul bottone dei jeans.
«Signora?» chiamò. «Signora?» La donna lo guardò e David si sentì arrossire. «Mi chiedevo se fosse così gentile da girarsi dall'altra parte», le chiese. «Devo togliermi i calzoni e temo che dovrò togliermi anche gli slip.»
«Ma che cosa ti viene in mente, in nome di Dio?» proruppe suo padre,
ora con la voce tremante di panico. «Qualunque cosa sia, te lo proibisco!
Nel modo più assoluto!»
David non gli rispose. Continuò a fissare Mary. La fissava con l'intensità
con cui il coyote sorvegliava lui. Lei sostenne per pochi istanti il suo
sguardo, poi si voltò senza una parola. L'uomo in giubbotto da motociclista
si sedette sulla sua branda, a guardarlo masticando la sua caramella. David
si vergognava della propria nudità come quasi tutti gli undicenni e quello
sguardo lo metteva a disagio... ma come già aveva ricordato una volta a se
stesso non era il momento di comportarsi da stupido. Un'altra occhiata alla
saponetta di Irish Springs, poi si calò calzoni e slip.
4
«Bello», commentò Cynthia. «Un tocco di classe.»
«Che cosa?» chiese Steve. Sedeva proteso in avanti, a scrutare con attenzione la strada. La guida si era fatta complicata a causa del rincorrersi
ora più assiduo di sabbia e cespugli.
«Il cartello. L'hai visto?»
Steve guardò. La scritta originaria era LE ORGANIZZAZIONI
LAICHE E RELIGIOSE DI DESPERATION VI DANNO IL BENVENUTO! ma qualche spiritosone aveva pensato bene di cambiarla con una
bomboletta spray in I CANI MORTI DI DESPERATION VI DANNO IL
BENVENUTO! Vi dondolava appeso un pezzo di corda, con l'estremità
tutta sfrangiata. Il cane però non c'era più. Gli avvoltoi l'avevano usato per
antipasto, poi erano giunti a banchettare i coyote. Affamati e per nulla
schizzinosi all'idea di mangiare un cugino di primo grado, avevano strappato la corda e si erano portati via la carcassa, fermandosi solo di tanto in
tanto per bisticciare. Quel che restava (soprattutto ossa e unghie) era sul
dosso successivo. Presto la sabbia avrebbe fatto scomparire tutto.
«Da queste parti sanno come spassarsela», borbottò Steve.
«Si vede.» Cynthia alzò un dito. «Fermati là.»
Era un edificio di lamiere arrugginite. L'insegna era DESPERATION
MINING CORP. Accanto c'era uno spiazzo dov'erano parcheggiati alcuni
veicoli.
Steve accostò, senza entrare nel parcheggio. Ora il vento era diventato
più costante, le folate si erano gradatamente concatenate in un flusso uniforme. A ovest il sole era un surreale disco rosso arancio sopra la catena
delle Desatoya, piatto e gonfio come una fotografia di Giove. Da poco distante giungeva un ritmico tintinnare, forse il rumore del fermaglio d'acciaio all'estremità di una cordicella che urtava un'asta da bandiera.
«Che cos'hai in mente?» domandò.
«Chiamiamo la polizia da qui. C'è gente. Vedi le luci?»
In effetti nel lato posteriore dell'edificio la luce brillava dorata in cinque
o sei finestre. Nell'oscurità piena di polvere sembravano i finestrini illuminati di un convoglio. Lanciò un'occhiata a Cynthia stringendosi nelle spalle. «Perché da qui, quando possiamo andare direttamente alla stazione di
polizia? Il centro di questa città, se così vogliamo chiamarla, non può esse-
re lontano.»
Lei si strofinò una mano sulla fronte come per scacciare un momento di
stanchezza o un'emicrania incipiente. «Hai detto che saresti stato prudente.
Io ti ho detto che ti avrei aiutato a esserlo. È quello che sto cercando di fare
ora. Preferirei farmi un'idea di com'è la situazione prima che un tizio in divisa mi metta a sedere da qualche parte e cominci a bombardarmi di domande. E non chiedermi perché, perché non lo so. Se chiamiamo la polizia
e chi ci risponde sembra in regola, tanto meglio. A posto loro, a posto noi.
Ma... dove cazzo era la polizia? Lasciamo pur stare il tuo capo che è
scomparso di sana pianta, ma come la mettiamo con un caravan abbandonato sul ciglio della strada, con tutte le gomme a terra, la porta aperta e gli
oggetti di valore in balia del primo che passa? No, fammi capire, la polizia
dov'era?»
«Nasce tutto da lì, vero?»
«Sissignore, nasce da lì.» Gli agenti di polizia avrebbero potuto essere
sulla scena di un incidente stradale o occupati con l'incendio di un ranch o
con una rapina a qualche negozio fuori mano, persino con un omicidio, e
lo sapeva bene anche lei. E ci sarebbero andati tutti, perché non c'erano
molti agenti di polizia in un posto come quello. Però tutto nasceva dal caravan. Perché non era solo strano. C'era qualcosa di storto.
«D'accordo», si arrese Steve senza altre obiezioni ed entrando nel piazzale. «Del resto è possibile che non ci sia più nessuno alla stazione di polizia di Desperation. Si è fatto tardi. A dire la verità mi sorprende che ci sia
qualcuno qui. Dev'esserci da guadagnare grana buona dai minerali, eh?»
Si fermò vicino a un pickup, aprì lo sportello e il vento glielo strappò di
mano, facendolo sbattere contro la fiancata del veicolo accanto. Fece una
smorfia aspettandosi di veder arrivare di corsa il proprietario incazzato di
turno con una mano sul cappello. Non arrivò nessuno. Sfrecciò un cespuglio apparentemente diretto a Salt Lake City, ma niente di più. E la polvere
alcalina volava in quantità. Aveva un fazzolettone rosso nella tasca posteriore. Lo sfilò, se lo annodò intorno al collo e se lo alzò sopra la bocca.
«Aspetta, aspetta», disse trattenendo Cynthia per un braccio per impedirle di aprire lo sportello dalla sua parte. Rovistò nel cruscotto, trovò un altro
fazzoletto, questa volta blu, e glielo porse. «Prima mettiti questo.»
Lei lo esaminò molto seria, con aria solenne, poi girò verso di lui occhi
sgranati da bambina. «Niente pidocchietti?»
Lui tirò su con il naso sorridendo sotto il fazzoletto rosso. «Nemmeno
suo fratello, come diciamo noi giù a Lubbock. Mettitelo.»
Lei se lo annodò intorno al collo e se lo agganciò al naso. «Butch e Sundance», dichiarò, con la voce ora un po' ovattata.
«Facciamo Bonnie e Clyde.»
«Omar e Sharif», ribatté lei e ridacchiò.
«Attenta quando scendi. Il vento non scherza più.»
Scese e il vento lo schiaffeggiò facendolo vacillare. Una gragnuola di
granelli di sabbia lo mitragliò alla fronte. Cynthia era appesa alla maniglia,
a testa bassa, con la maglietta che le si gonfiava sul corpo magro come una
vela.
C'era ancora uno scampolo di luce diurna e il cielo sopra di toro era ancora azzurro, ma il paesaggio aveva assunto un'insolita coloritura cupa e
priva di ombre. Luce da tempesta, se mai Steve ne aveva vista una.
«Presto!» gridò passando un braccio intorno alla vita di Cynthia. «Tiriamoci via da qui!»
Attraversarono di corsa l'asfalto crepato. In fondo all'edificio c'era una
porta, di fianco alla quale, sulla lamiera ondulata, era imbullonata una tabella con la scritta DESPERATION MINING CORP., come l'insegna davanti, ma Steve notò che la scritta era sovrapposta a qualcos'altro, un altro
nome che affiorava sotto la vernice bianca come uno spettro rosso. Fu sicuro che una delle parole sottostanti fosse DIABLO, con la I modificata in
modo da sembrare un forcone da diavolo.
Cynthia stava bussando alla porta con un'unghia smangiucchiata. All'interno, a una piccola ventosa trasparente, era stato appeso un avviso. Steve
giudicò il messaggio smaccatamente western, nella maniera più squisita,
più irritante, più pacchiana.
SE SIAMO APERTI, SIAMO APERTI
SE SIAMO CHIUSI, TORNERAI
«Hanno dimenticato figliolo», commentò.
«Come?»
«La scritta avrebbe dovuto essere 'Tornerai, figliolo'. Allora sarebbe stata perfetta.» Vide che erano le sette e venti. Il che significava naturalmente
che erano chiusi. Ma se gli uffici erano chiusi, come mai fuori c'erano tutte
quelle automobili e quei camioncini?
Provò la porta. Si aprì. Dall'interno emerse country music rotta da forti
scariche di energia statica. «L'ho costruita un pezzetto alla volta», cantava
Johnny Cash, «e non mi è costata un bottone.»
Entrarono. Un pistone pneumatico richiuse la porta. Fuori il vento si divertiva a far rumoreggiare le ondulazioni metalliche della facciata. Erano
in una zona accettazione. A destra c'erano quattro sedie rivestite di vinile
rappezzato. Sembrava che fossero utilizzate solo da uomini corpulenti in
jeans sporchi e scarpe da lavoro. Davanti alle sedie c'era un tavolo basso e
lungo, ingombro di riviste che non si trovavano nelle sale d'aspetto degli
ambulatori: Guns and Ammo, Road and Track, MacLean's Mining Report,
Metallurgy Newsletter, Arizona Highways. C'era anche un vecchissimo
numero di Penthouse con Tonya Harding in copertina.
Diritto davanti a loro c'era un grigio banco da reception, così ammaccato
da far pensare che fosse stato spinto a calci fin lì dalla Highway 50. Era
coperto da una montagna di scartoffie, oltre a una pila di volumi in equilibrio instabile con la scritta Prontuario MSHA (sulla pila c'era un posacenere stracolmo) e tre cestini di fil di ferro pieni di pezzi di minerale. A un'estremità c'era una macchina per scrivere manuale (nessuna traccia visibile della presenza di un computer); la seggiola era di quelle montate su rotelle, ma nessuno la occupava. Il condizionatore era in funzione e faceva
troppo freddo.
Steve girò intorno al banco, vide che c'era un cuscino sulla sedia e lo
sollevò per mostrarlo a Cynthia. In un antiquato stile western portava ricamata una scritta: POSTO DA CULO.
«Oh, delizioso», commentò lei.
Di fianco a una battuta di spirito (NON INDURMI IN TENTAZIONE,
PERCHÉ ME LA TROVO DA ME) e la targa con un nome (BRAD
JOSEPHSON) c'era una fotografia, una posa in studio che ritraeva una
graziosa donna di colore, seppure sovrappeso, con due bei bambini. Un
uomo alla reception, dunque, e non esattamente signor Ordinatino. La radio, una vecchia Philco un po' scassata, era su una mensola vicino al telefono. «Più o meno allora mia moglie se ne andò», piangeva Johnny Cash
fra cannonate di disturbi statici, «E ho capito subito che non aveva dubbi.
Ma aprì la porta e disse: 'Tesoro...'»
Steve spense la radio. La costruzione fu colpita dalla folata di vento più
forte di tutto il pomeriggio, facendola scricchiolare come un sottomarino a
profondità eccessiva. Cynthia, che aveva ancora il volto coperto per metà
dal fazzoletto che le aveva passato lui, si guardò intomo a disagio. La radio
era spenta eppure, molto debole, Steve sentiva ancora Johnny Cash cantare
nella macchina che aveva trafugato dalla fabbrica della GM portandola via
un pezzetto per volta nel cestino della colazione. Stessa stazione, altra ra-
dio, più lontana. Dove c'erano le luci accese, probabilmente.
Cynthia indicò il telefono. Steve sollevò il ricevitore, ascoltò, lo lasciò
ricadere. «Muto. Dev'essere caduta qualche linea.»
«Ma non passano sottoterra oggigiorno?» obiettò lei e Steve notò un particolare interessante: parlavano entrambi a voce bassa, quasi bisbigliando.
«Penso che forse nei paraggi di Desperation non abbiano ancora sostituito i cavi.»
Dietro il banco c'era una porta. Lui allungò le dita alla maniglia e lei gli
prese il braccio.
«Sì?»
«Non so», restò sul vago lei. Gli lasciò il braccio e si abbassò il fazzoletto. Poi fece una risatina nervosa. «Non so, è tutto così... così strampalato.»
«Ci sarà qualcuno di là», ribatté lui. «La porta non è chiusa a chiave, le
luci sono accese, fuori ci sono le automobili.»
«Hai paura anche tu, vero?»
Lui rifletté e annuì. Sì. Era come prima dei temporali, i bender, quand'era bambino, ma senza quella strana sensazione di gioia. «Comunque dobbiamo lo stesso...»
«Sì, lo so. Coraggio.» Cynthia deglutì e Steve udì lo schiocco nella sua
gola. «Ehi, dimmi che fra pochi secondi saremo lì a ridercela sentendoci
come due imbecilli. Sei capace, Lubbock?»
«Fra pochi secondi saremo lì a ridercela come due idioti.»
«Grazie.»
«Non c'è di che», rispose lui e aprì la porta. Si trovò davanti a un angusto corridoio lungo una decina di metri. Era illuminato da due file di tubi al
neon e il pavimento era protetto da una moquette industriale. C'erano due
porte da una parte, aperte entrambe, e tre dall'altra, una delle quali chiusa.
In fondo al corridoio una forte illuminazione giallastra rischiarava una zona più ampia, forse un'officina o un laboratorio. La luce era quella che si
vedeva dall'esterno ed era da lì che giungeva la musica. A Johnny Cash erano subentrati i Tractors, che stavano proclamando che a baby piaceva
scatenarsi nel rock 'n' roll come un trenino ciù ciù che balla il boogiewoogie. Pura millanteria, pensò Steve.
Qui siamo fuori completi. Lo sai, vero?
Lo sapeva. C'era una radio. C'era il vento, carico di aspra granaglia alcalina, che ora colpiva le lamiere ondulate della costruzione con la violenza
di una tempesta di neve nel Montana. Ma dov'erano le voci? Gente che
parla, scherza, spara cazzate? Le persone che dovevano corrispondere ai
veicoli parcheggiati all'esterno?
Si avviò lento per il corridoio, pensando che avrebbe dovuto gridare
qualcosa come Ehi, c'è nessuno? e non avendone il coraggio. L'atmosfera
era di abbandono e contemporaneamente la sensazione di una presenza era
netta, anche se non riusciva a far conciliare le due...
Cynthia lo tirò per la camicia. Lo strattone fu così energico e improvviso, da strappargli quasi un grido.
«Che cosa?» chiese, esasperato, con il cuore in gola. Ora si accorse che
bisbigliava davvero.
«Hai sentito?» chiese lei. «Sembra... non so... un bambino che soffia in
una cannuccia immersa in una lattina.»
Sulle prime riuscì a udire solo i Tractors («Ha detto di chiamarsi Emergency e ha chiesto di vedere il mio fucile. Ha detto che il suo numero di telefono era il 911») poi udì anche lui, un rumore liquido, serrato. Meccanico, non umano. Un suono che quasi riconobbe. «Sì, lo sento.»
«Steve, voglio andarmene.»
«Allora torna al pulmino.»
«No.»
«Cynthia, per l'amor di Dio...»
La guardò, trovò i suoi occhioni sbarrati, la sua bocca tesa dall'ansia, e
rinunciò. No, non sarebbe tornata al Ryder da sola e non poteva biasimarla. Aveva detto di essere una cocciuta, e forse lo era, ma in quel momento
era anche una bambina spaventata quasi a morte. La prese per le spalle
magre, l'attirò a sé e le stampò un bacio sulla fronte, di preciso in mezzo
agli occhi. «Non temere, piccola Nell», la confortò in un'apprezzabile imitazione di Dudley Do-Right, «perché io ti proteggerò.»
Lei non riuscì a non sorridere. «Scemo.»
«Andiamo. Tu stammi vicino. Se c'è da scappare, corri forte. Se no ti
calpesto.»
«Non ti preoccupare che non succederà», rispose Cynthia. «Sarò fuori di
qui prima che tu abbia il tempo di girarti.»
La prima porta a destra si affacciava in un ufficio. Vuoto. Alla parete era
appesa una tavola di sughero piena di Polaroid con scorci di una miniera a
cielo aperto. Steve diede per scontato che fosse il pozzo al centro del grande cratere che aveva visto spuntare al di là dell'abitato.
Anche il primo locale a sinistra era un ufficio. Vuoto anch'esso. Ora il
ribollire era più forte e Steve capì che cos'era prima di far capolino oltre lo
stipite della seconda porta a destra. Provò una punta di sollievo. «È solo un
acquario», annunciò.
L'ufficio era molto più accogliente degli altri due, con un vero tappeto
per terra. L'acquario era posato su un sostegno a sinistra della scrivania,
sotto la fotografia di due uomini in stivali, cappello e abbigliamento d'affari in stile western, nell'atto di stringersi la mano vicino a un'asta di bandiera, probabilmente quella che c'era dietro la costruzione. L'acquario era popoloso; vide alcuni pesci tigre, pesci angelo, pesci rossi e un paio di splendidi esemplari neri. C'era anche un oggetto strano posato nella sabbia sul
fondo, uno di quegli elementi che si mettono negli acquari a scopo decorativo, solo che quello non era uno scafo affondato o uno scrigno di pirati o
il castello di Nettuno. Era qualcos'altro, qualcosa che somigliava a...
«Ehi, Steve», mormorò Cynthia con un filo di voce esanime. «Quella è
una mano.»
«Che cosa?» sbottò lui, davvero confuso. Ma più tardi avrebbe riflettuto
che doveva essersi accorto da subito di che cosa c'era sul fondo della vasca, che cos'altro sarebbe potuto essere?
«Una mano», quasi gemette lei. «È una mano, cazzo.»
E mentre uno dei pesci tigre scendeva a nuotare tra medio e anulare (su
quest'ultimo brillava una sottile fascetta d'oro), vide che aveva ragione.
Con tanto di unghie. E il segno bianco di una cicatrice sul pollice. Era una
mano.
Si avvicinò, opponendosi alla mano con cui lei lo tirava per la spalla, e si
chinò per osservarla meglio. La sua speranza era che la mano fosse falsa
nonostante lo scintillio dell'anello nuziale e il fin troppo realistico biancore
della cicatrice sul pollice. Dove avrebbe dovuto esserci il polso, la mano
terminava con frastagliature di tessuto organico e spezzoni di tendine. Oscillavano come alghe nella corrente generata dalla ventola. E si vedevano
le ossa.
Si rialzò e vide Cynthia ferma alla scrivania. L'impiegato che occupava
quell'ufficio era molto più ordinato. Sul tavolo c'era un'agenda chiusa. Accanto all'agenda, un telefono. Di fianco al telefono una segreteria telefonica sulla quale lampeggiava la spia rossa che segnalava la presenza di messaggi registrati. Cynthia sollevò il ricevitore, ascoltò, lo ripose. Lo sconcertò la bianchezza del suo viso. Con così poco sangue nella testa, dovrebbe essere già stramazzata per terra svenuta, pensò. Invece di perdere i
sensi, Cynthia allungò un dito verso il tasto di ascolto sulla segreteria.
«Non farlo!» sibilò lui. Non sapeva perché non voleva, ma comunque
era troppo tardi.
Ci fu un bip. Un clic. Poi una voce strana, che non era né maschile né
femminile e mise in corpo a Steve una fifa blu, cominciò a parlare.
«Pneuma», disse in tono contemplativo. «Soma. Sarx. Pneuma. Soma.
Sarx. Pneuma. Soma. Sarx.» Proseguì a enunciare adagio queste parole,
crescendo via via di volume. Com'era possibile? Steve guardò meglio la
macchina, affascinato, sentendosi martellare il cervello da quella litania
(soma sarx pneuma)
come una mitragliata di minuscoli e appuntiti rivetti. Avrebbe continuato
a fissarla per Dio solo sa quanto tempo se Cynthia non si fosse allungata
all'improvviso piantando un dito sul pulsante di STOP con tanta veemenza
da farla sobbalzare sul tavolo.
«No, nemmeno a parlarne, troppo spettrale.» Nel suo tono battagliero
c'era una vena di giustificazione.
Uscirono. In fondo al corridoio, nell'officina o laboratorio, i Tractors
cantavano ancora della patita di boogie-woogie che ce l'aveva alta fino al
soffitto e che te la schiaffava in faccia.
Ma quanto cazzo è lunga questa canzone? si chiese Steve. Sarà un quarto d'ora che la mena.
«Possiamo andarcene adesso?» chiese di nuovo Cynthia. «Per piacere?»
Lui le indicò la luce gialla in fondo al corridoio.
«Gesù santo, tu sei tutto matto», mormorò lei, ma quando lui s'incamminò lo seguì.
5
«Dove mi sta portando?» domandò per la terza volta Ellen Carver. Era
sporta in avanti, con le prime falangi delle dita infilate nella rete metallica
tra i sedili. «Me lo dica, la prego.»
Dapprincipio si era ritenuta fortunata di non essere stata violentata o uccisa... e mentalmente si era concessa un sospiro di sollievo vedendo che ai
piedi delle scale non c'era più il corpicino della povera piccola Kirstie. Sui
gradini davanti all'ingresso c'era una grande macchia di sangue, però, ancora non del tutto asciutta e solo parzialmente coperta dalla sabbia che il
vento vi aveva sparso sopra. Doveva essere il sangue del marito di Mary.
Cercò di scavalcarlo, ma il poliziotto, Entragian, le teneva il braccio stretto
in una morsa da tenaglia e ce la trascinò attraverso girando intorno all'angolo diretto al parcheggio, cosicché si lasciò dietro tre raccapriccianti strisce rosse. Brutto. Tutto quanto. Orribile. Ma era ancora viva.
Sì, dapprincipio sollievo, che però era stato sostituito da un crescente
senso di premonizione. Per cominciare il processo che aveva colpito quella
creatura dell'inferno stava accelerando. Sentiva i piccoli schiocchi della
pelle che si apriva in vari punti del suo corpo e il gorgoglio sottile del sangue che colava fuori. Il dorso della camicia non era più cachi, ma color
rosso sporco.
E non le piaceva la direzione che aveva scelto, sud. Non c'era niente da
quella parte se non la possente parete della miniera a cielo aperto.
L'automobile percorse adagio Main Street (doveva essere la Main Street,
non era così dappertutto?), oltrepassando gli ultimi due esercizi, un altro
bar che si chiamava Broken Drum e un'officina, la Harvey's Small Engine
Repair. L'ultimo negozio era una piccola baracca un po' sinistra con la
scritta BODEGA sopra la porta. Il vento aveva fatto cadere dal suo treppiede un cartello davanti all'ingresso, che Ellen riuscì a leggere lo stesso:
CUCINA MESSICANA.
Il sole era una sfera cadente di fuoco polveroso e nell'aria si era diffusa
una trasparente oscurità diurna che aveva qualcosa di apocalittico. Il problema non era nemmeno più dove fosse, bensì chi fosse. Non poteva credere di essere la stessa Ellen Carver dell'Associazione genitori e insegnanti, che aveva preso in considerazione di presentarsi candidata al consiglio
scolastico nel prossimo autunno, la stessa Ellen Carver che qualche volta
usciva a pranzo con le amiche al China Happiness, dove lasciarsi andare a
suon di maitai e chiacchierare di vestiti, figli e matrimoni, verificare di
volta in volta quali traballavano e quali no. Era la Ellen Carver che sceglieva i capi di abbigliamento più carini dal catalogo Boston Proper e si
spargeva di Red quando si sentiva particolarmente affettuosa e possedeva
una buffa maglietta con la scritta REGINA DELL'UNIVERSO in scaglie
di strass? La Ellen Carver che aveva cresciuto due figli adorabili e aveva
conservato il suo uomo mentre tutte le donne intorno a lei perdevano i loro? Quella che si esaminava il seno ogni sei settimane circa, quella a cui
nelle sere del fine settimana piaceva acciambellarsi in soggiorno con una
tazza di tè caldo, qualche cioccolatino e qualche tascabile con titoli come
Misery in Paradiso? Davvero? Sul serio? Oh, sì, probabilmente, era tutte
quelle Ellen e mille altre: Ellen in seta ed Ellen in jeans ed Ellen sul water
a fare pipì leggendo la ricetta per una torta alla frutta; sì, era sempre lei, in
ciascuna delle sue parti ed era ancora lei in qualcosa di più di tutte le sue
parti, quando raccolte assieme... ma era allora anche la Ellen Carver la cui
amata figlioletta era stata assassinata e che ora sedeva rannicchiata sul se-
dile posteriore di un'automobile di pattuglia dove il puzzo stava diventando
indicibile, la stessa donna che vedeva passare al di là del finestrino la scritta CUCINA MESSICANA, la stessa donna che non avrebbe mai più rivisto la sua casa, le sue amiche o suo marito? Era la Ellen Carver che una
creatura indescrivibile stava portando in un'oscurità piena di vento e polvere dove nessuno leggeva mai il catalogo Boston Proper o beveva mai-tai
con ombrellini di carta che spuntavano dal bicchiere e dove l'unica certezza era la morte?
«Oh, Dio, la prego, non mi uccida», gemette in una voce sfibrata dai
tremiti che non riconobbe come sua. «La prego, signore, non mi uccida,
non voglio morire. Farò tutto quello che dice, ma non mi uccida. La supplico.»
Lui non rispose. Il veicolo fece un piccolo sobbalzo abbandonando l'asfalto. Il poliziotto accese i fari, che non furono di grande aiuto; Ellen vide
due coni di luce schiantarsi contro una parete di sabbia tumultuante. Ogni
tanto davanti a loro passava volando un cespuglio diretto a est. La ghiaia
sotto le ruote produceva un ruvido fruscio e picchiettava contro il fondo
dell'automobile.
Oltrepassarono una costruzione bassa e allungata con pareti di metallo
arrugginito, un capannone dove poteva aver sede una fabbrica di qualche
genere, poi la strada s'inclinò. Stavano salendo verso la cima del cratere.
«La prego», bisbigliò lei. «La prego, mi dica solo che cosa vuole.»
«Ac...» fece lui, storcendo la bocca e mettendoci dentro tre dita come
quando ci si vuole liberare di un pelo rimasto incollato alla lingua. Invece
di un pelo tirò fuori la lingua. La guardò per un momento, posata flaccida
sul palmo come un pezzo di fegato, poi la buttò via.
Oltrepassarono due pickup, un autocarro ribaltabile, una ruspa gialla,
parcheggiati tutti insieme nel gomito del primo tornante della strada.
«Se mi deve uccidere, faccia in fretta», continuò a implorare lei con la
voce tremante. «La prego, non mi faccia del male. Almeno questo, mi
prometta di non farmi male.»
Ma l'uomo sanguinante che guidava curvo sul volante non le promise
nulla. Salì nella polvere portata dal vento verso la cima della montagna.
Quando fu in vetta, senza minimamente esitare proseguì scendendo dall'altra parte e lasciandosi il vento alle spalle. Ellen si girò per vedere ancora
l'ultima luce, ma era già tardi, le pareti della voragine le nascondevano
quanto restava del tramonto. L'automobile scendeva in un vasto lago di tenebre, un abisso in cui la luce dei fari era un barlume irrisorio.
Laggiù era già scesa la notte.
2
1
La tua è una conversione, aveva detto una volta a David il reverendo
Martin. Era stato agli inizi. Era stato anche all'epoca in cui David aveva
cominciato ad accorgersi che verso le quattro della domenica pomeriggio il
reverendo Gene Martin non era più sobrio nel senso stretto del termine.
Sarebbero trascorsi ancora alcuni mesi però prima che David si rendesse
conto di quanto beveva il suo nuovo maestro. Anzi, la tua è l'unica conversione autentica di cui sono stato testimone e forse resterà l'unica. Non sono tempi molto buoni per il Dio dei nostri padri, David. Sono molti a pronunciare le parole giuste, sono pochi quelli che compiono i giusti passi.
David non era sicuro che «conversione» fosse la definizione giusta per
quello che gli accadeva, ma non aveva sprecato molto tempo a cercarne
una migliore. Qualcosa senz'altro era accaduto e gli dava già abbastanza da
fare. Quel qualcosa lo aveva condotto al reverendo Martin e il reverendo
Martin, ubriaco o no, gli aveva dato spiegazioni che aveva bisogno di conoscere e gli aveva assegnato compiti che aveva bisogno di svolgere.
Quando, durante uno di quegli incontri della domenica pomeriggio (con
una partita di pallavolo ad audio spento sullo schermo), David gli aveva
domandato che cosa dovesse fare, la risposta del reverendo Martin era stata immediata. «Il compito del nuovo cristiano è incontrare Dio, conoscere
Dio, avere fede in Dio, amare Dio. E guarda che non è proprio come andare con la lista della spesa al supermercato, dove puoi buttare nel carrello
tutto quello che devi comperare in qualsiasi ordine. C'è una progressione
da rispettare, come nello sviluppare le tecniche matematiche dal conteggio
al calcolo. Tu hai incontrato Dio e direi in una maniera abbastanza clamorosa. Ora devi conoscerlo.»
«Be', vengo a parlare con lei», aveva risposto David.
«Sì, e parli con Dio. Lo fai, vero? Non hai smesso di pregare?»
«Ah. no. Ma non lo sento rispondere spesso.»
Il reverendo aveva riso e aveva bevuto un sorso dalla sua tazza. «Dio è
un conversatore penoso, non c'è dubbio, ma ci ha lasciato un manuale operativo. Ti suggerisco di consultarlo.»
«Cioè?»
«La Bibbia», aveva affermato il reverendo Martin, guardandolo con gli
occhi iniettati di sangue da sopra il bordo della tazza.
Così aveva letto la Bibbia, cominciando in marzo e finendo l'Apocalisse
(«La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Amen») una
settimana prima che partissero per l'Ohio. Aveva affrontato l'impresa come
quando faceva i compiti, venti pagine per sera (fine settimana esclusi),
prendendo appunti, mandando a memoria i brani che gli sembravano importanti, saltando solo le parti che gli indicava il reverendo Martin e che
avevano riguardato soprattutto i tediosi elenchi della Genesi. E ciò che ricordava più chiaramente ora, mentre tremava al lavandino della cella bagnandosi con l'acqua gelida, era la storia di Daniele nella fossa dei leoni. Il
re Dario non aveva avuto intenzione di gettarcelo, ma vi era stato indotto
con l'inganno dai suoi consiglieri. L'aveva molto sorpreso trovare tanti esempi di politica nella Bibbia.
«Smettila subito!» tuonò suo padre, strappandolo alle sue meditazioni e
spingendolo a voltarsi. Nella luce morente il volto di Ralph Carver era allungato dal terrore, i suoi occhi erano rossi di angoscia. Nella sua agitazione sembrava regredito anche lui a undici anni di età, in preda a una crisi di
nervi infantile. «Smettila IMMEDIATAMENTE, mi hai sentito?»
David non gli rispose e gli girò le spalle, riprendendo a buttarsi acqua
sulla faccia e sui capelli. Ricordava il consiglio con cui re Dario si era accomiatato da Daniele prima che lo portassero via: «Il Dio che tu servi nei
tuoi giorni e nelle tue notti ti assisterà». E qualcos'altro, qualcosa che Daniele aveva detto il giorno dopo sul perché Dio avesse chiuso la bocca ai
leoni...
«David! DAVID!»
Ma non avrebbe guardato di nuovo. Non poteva. Lo straziava sentire suo
padre gridare e non aveva mai visto o sentito suo padre gridare in quel
modo. Era terribile, come se qualcuno gli avesse squarciato una vena nel
cuore.
«David, rispondimi!»
«Ci dia un taglio», lo censurò Marinville.
«Ce lo dia lei!» lo aggredì Mary.
«Ma sta facendo irritare il coyote.»
«David», domandò Mary, «che cosa stai facendo?»
David non rispose. Non era di quelle cose che si potessero discutere razionalmente, anche se ci fosse stato tempo, perché la fede non è un atto razionale. Era un concetto sul quale il reverendo Martin era tornato molte
volte, inculcandoglielo nella mente come si fa per le regole fondamentali
della grammatica: gli uomini e le donne nel pieno possesso delle loro facoltà mentali non credono in Dio. Era un fatto pacifico. Non puoi dirlo dal
pulpito perché i fedeli ti scaccerebbero dalla città, ma è così. La ragione
non c'entra niente con Dio. Dio ha a che vedere con fede e credo. Dio dice: «Ecco, tira pur via la rete. E quando non c'è più la rete, tira via anche
la fune».
Si riempì ancora una volta le mani di acqua e se la gettò sul viso e sui
capelli. Sulla testa. Era lì che si sarebbe deciso il suo successo, già lo sapeva. Era la parte più importante di lui, e la scarsa elasticità di un cranio
era risaputa.
Prese la saponetta e cominciò a sfregarsela addosso. Lasciò stare le
gambe, che non partecipavano al gioco, e s'insaponò dall'inguine in su,
strofinando con maggior forza e producendo più schiuma via via che risaliva. Suo padre stava ancora gridando, ma ora non c'era più tempo di ascoltarlo. Doveva sbrigarsi... e non solo perché c'era il rischio che si perdesse
d'animo se si fosse soffermato troppo a lungo a pensare al coyote là fuori.
Se avesse dato tempo al sapone di asciugarsi, non sarebbe servito come
unguento, anzi, seccandoglisi addosso gli sarebbe stato di impedimento.
Dedicò particolare cura al collo, poi passò a viso e capelli. Con gli occhi
stretti in due fessure, tenendo sempre la saponetta in una mano, andò alla
porta della cella. Una sbarra orizzontale attraversava quelle verticali a un
metro circa dal pavimento. Tra una sbarra e l'altra c'erano dieci o dodici
centimetri. Le celle erano state costruite per imprigionarvi uomini, perlopiù muscolosi minatori, e non smilzi ragazzini undicenni, quindi non riteneva che gli sarebbe stato molto difficile scivolarvi attraverso.
Almeno fino alla testa.
Presto, sbrigati, non pensare, abbi fiducia in Dio.
S'inginocchiò rabbrividendo, coperto di verde sapone liquefatto dai fianchi in su, e cominciò a strofinare la saponetta prima all'interno di una sbarra verticale, poi all'interno dell'altra.
Il coyote si alzò sulle zampe. Il ringhio divenne più sonoro. I suoi occhi
gialli erano fissi su David Carver. Il muso si arricciò in un inquietante ghigno feroce.
«No, David! Non farlo, figlio mio! È una follia!»
«Ha ragione, ragazzo.» Ora Marinville era in piedi alle sbarre della sua
cella. Anche Mary si era avvicinata. Era imbarazzante, ma probabilmente
del tutto naturale, considerato il clamore del padre. Ma in ogni caso non
aveva scelta. Doveva farlo e subito. Non era riuscito a far scorrere acqua
calda e temeva che il freddo gli avrebbe asciugato il sapone sulla pelle ancor più velocemente.
Ricordò di nuovo la storia di Daniele e i leoni mentre, abbassato su un
ginocchio, si preparava mentalmente alla sua impresa. Tutt'altro che sorprendente, date le circostanze. Il giorno dopo re Dario aveva trovato Daniele sano e salvo. «Il mio Dio ha inviato il suo angelo che ha chiuso la
bocca ai leoni», gli aveva riferito Daniele. «Per tutta l'innocenza trovata in
me.» Non era andata proprio così, ma David sapeva che tutta la magia era
in quella parola, «innocenza». Ne era rimasto affascinato, aveva sollecitato
risonanze nel profondo della sua anima. Ora la usò rivolgendosi all'essere
la cui voce udiva talvolta, quella che aveva definito la voce dell'altro: Trova innocenza in me, Dio. Trova innocenza in me e chiudi la bocca di quel
cagnaccio. Nel nome di Gesù, ti prego, amen.
Si girò su un fianco e affidò tutto il peso del corpo a un solo braccio come Jack Palance quando aveva fatto flessioni alla consegna dell'Oscar. In
quel modo poté infilare contemporaneamente entrambi i piedi attraverso le
sbarre. Poi cominciò a spingersi dimenandosi, prima le caviglie, poi fino
alle ginocchia, poi le cosce... e fu a quel punto che cominciò ad avvertire la
pressione delle sbarre.
«No!» strillò Mary. «No, via, bestiaccia! STAI LONTANA DA LUI!»
Ci fu un tintinnio, seguito da un rotolio sottile. David gettò un'occhiata e
vide Mary con le mani protese dalle sbarre della sua cella. Quella di sinistra era chiusa. La vide raccogliere da essa una seconda moneta con l'altra
mano e lanciarla al coyote. La seconda volta l'animale non le badò quasi
per niente, sebbene la monetina lo colpisse a un fianco. Abbassò la testa
ringhiante e s'incamminò invece verso i piedi e le gambe nude di David.
2
Dio del cielo, gemette tra sé Johnny. Quel ragazzo deve aver lasciato il
cervello fuori della porta.
Si sfilò frettolosamente la cinghia che serviva a stringere il giubbotto intorno alla vita, protese il più possibile il braccio dalle sbarre e calò la fibbia sul fianco smunto del coyote un attimo prima che azzannasse il piede
destro del bambino.
Il coyote guaì di dolore e sorpresa. Girò la testa di scatto cercando di
mordere la cinghia. Johnny la ritrasse perché era troppo sottile e quasi cer-
tamente le fauci dell'animale l'avrebbero strappata prima che il bambino
avesse il tempo di uscire dalla cella... sempre che avesse qualche speranza
di riuscirci, cosa di cui Johnny dubitava. Si fece volare la cinghia oltre la
spalla e si tolse anche il pesante giubbotto di pelle, cercando di tenere incollato su di sé lo sguardo giallo del coyote. Quegli occhi gli ricordarono
quelli del poliziotto.
Soffocando un'esclamazione nel fondo della gola, il bambino spinse il
sedere oltre le sbarre e Johnny ebbe tempo di chiedersi che effetto potesse
aver fatto sui proverbiali gioielli di famiglia. Il coyote cominciò a girarsi e
Johnny gli gettò addosso la giacca tenendola per il colletto. Se l'animale
non fosse venuto avanti di due passi per azzannare la cinghia, non lo avrebbe mai raggiunto, ma così stando le cose arrivò a sfiorargli una spalla,
inducendolo a contrattaccare. Il coyote azzannò il giubbotto con uno strattone che per poco non lo strappò dalle mani di Johnny. Avendolo trattenuto saldamente nella mano, fu trascinato contro le sbarre. L'urto gli procurò
un dolore immenso e una vampata rossa lo accecò per qualche istante, tuttavia ebbe di che rallegrarsi che il naso gli fosse finito fra due sbarre e non
schiacciato contro una di esse.
«Oh, no, toglitelo dalla testa», grugnì arrotolandosi il colletto intorno alle mani e cominciando a tirare. «Vieni, bellezza... vieni, carogna ambulante... vieni qui... che facciamo due chiacchiere.»
Il coyote emise un mugolio feroce con i denti serrati sul giubbotto comprato da Barney's a New York per milleduecento dollari. Non ne aveva
certo previsto quell'utilizzo quando lo aveva provato.
Contrasse i muscoli e fletté le braccia, non con la forza di trent'anni addietro, ma con discreta energia lo stesso, e cominciò a trascinare il coyote
verso di sé. Le unghie grattarono sulle assi del pavimento. Oppose resistenza con una delle gambe anteriori contro la scrivania scuotendo il giubbotto da parte a parte per strapparglielo dalle mani. Volarono di qua e di là
la sua collezione di Life Savers, le carte stradali, il mazzo di chiavi di riserva, la sua farmacia tascabile (aspirina, capsule di codeina, Sucret e un
tubetto di Preparazione-H), gli occhiali da sole e il dannato cellulare. Lasciò che il coyote indietreggiasse di un passo o due, mantenendo vivo il
suo interesse, lavorandolo come un pesce preso all'amo, poi cominciò a tirarlo di nuovo. Cozzò con la testa sullo spigolo della scrivania e il rumore
che produsse scaldò il cuore di Johnny. «Arriba!» ansimò. «Ti è piaciuto,
bellezza?»
«Presto!» gridò Mary. «Presto, David!»
Johnny lanciò un'occhiata. Ciò che vide gli fece rilassare i muscoli per la
paura e quando il coyote diede uno strattone, poco mancò a non averla vinta.
«PRESTO!» ripeté Mary, ma Johnny vedeva che David non poteva rispondere alla sua esortazione. Insaponato, nudo come un gambero sgusciato, era arrivato fino al mento e lì era rimasto incastrato, con il corpo fuori
della cella per tutta la sua lunghezza e la testa dentro. Johnny si sentì tramortire da una tetra impressione evocata soprattutto dalla torsione del collo e dalla tensione nella linea della mandibola.
Il bambino si era impiccato.
3
Andò tutto per il meglio finché fu alla testa, poi rimase bloccato con la
guancia sulle assi del pavimento, l'osso della mandibola schiacciato contro
una barra insaponata e la nuca contro l'altra. Panico indotto da un attacco
di claustrofobia, l'odore delle assi di legno, il contatto metallico delle sbarre, l'angoscia evocata dal ricordo dell'immagine che aveva visto di un Puritano nei ceppi, gli offuscarono la vista come una tenda scura. Sentiva le
grida di suo padre, gli strilli della donna, i ringhi del coyote, ma erano tutti
suoni distanti. Aveva la testa imprigionata, sarebbe dovuto tornare indietro, solo che non era sicuro di poterlo fare, perché ora le sue braccia erano
dall'altra parte e ne aveva uno schiacciato sotto il corpo e...
Dio aiutami, pensò. Non gli sembrava una preghiera, era un'invocazione
troppo atterrita e diretta perché fosse una preghiera. Ti prego aiutami, non
lasciarmi incastrato qui, ti prego aiutami.
Gira la testa, gli rispose allora la voce che udiva di tanto in tanto. Come
sempre il tono era quasi disinteressato, come se le sue enunciazioni fossero
lapalissiane, e come sempre David la riconobbe per il modo in cui gli sembrava di sentirsela passare attraverso.
Gli apparve allora davanti agli occhi l'immagine di due mani che schiacciavano le copertine di un libro, premendo insieme le pagine e riuscendo a
comprimerle un po' nonostante il dorso e la rilegatura. Poteva fare così con
la testa? Pensava di sì, o forse lo sperava soltanto. Ma doveva mettersi nella posizione giusta.
Gira la testa, aveva detto la voce.
Qualcosa si strappò di netto dietro di lui, poi udì la voce di Marinville, in
cui si mescolavano ironia, ansia e indignazione: «Ehi, dico, hai idea di
quanto mi è costato?»
David ruotò in maniera da trovarsi disteso sulla schiena invece che sul
fianco. Già non sentire più la pressione della sbarra contro la mandibola gli
fu di immenso sollievo. Poi appoggiò i palmi contro le sbarre.
Va bene così?
Nessuna risposta. Quante volte non otteneva una risposta. Perché?
Perché Dio è crudele, gli rispose il reverendo Martin che conduceva il
suo magisterio nella sua testa. Dio è crudele. Ho del mais, David, vuoi che
prepari un po' di popcorn? Magari troviamo in televisione uno di quei
vecchi film dell'orrore, qualcosa della Universal, forse persino La mummia.
Spinse con le mani. Dapprincipio non accadde nulla, ma poi, piano piano, la sua testa insaponata cominciò a scivolare tra le sbarre. Ci fu un attimo terribile in cui si fermò con le orecchie pigiate contro la testa e una
pressione terrificante che gli batteva nelle tempie, una nera pulsazione che
fu forse il più intenso dolore fisico che avesse mai provato. In quel momento fu certo che sarebbe rimasto incastrato così fino a morire tra indicibili sofferenze, come un eretico in uno strumento di tortura dell'Inquisizione. Strinse più forte con le mani, gli occhi al soffitto in un'espressione di
dolente concentrazione, e liberò un sottile gemito di sollievo quando cominciò a muoversi di nuovo quasi subito. Avendo offerto alle sbarre l'orientamento del cranio che ne offriva la sezione più stretta l'ultima fase
della manovra gli fu abbastanza agevole. Gli sanguinava un orecchio, ma
era fuori. Ce l'aveva fatta. Nudo, cosparso di schiuma verdognola, David si
alzò a sedere. Una mostruosa fitta di dolore gli attraversò la testa dalla nuca alla fronte e per un attimo si sentì gli occhi letteralmente sporti all'infuori, come Tom il gatto allo sfarfallar di ciglia di una micia da sballo.
Il coyote almeno per il momento era il minore dei suoi problemi, Dio gli
aveva chiuso la bocca con un giubbotto da motociclista. Il contenuto delle
tasche era sparso dappertutto e il giubbotto in sé era strappato in due. Dal
muso del coyote pendeva uno scampolo di pelle nera bagnata di saliva come un sigaro ben masticato.
«Scappa, David!» gli urlò suo padre. Aveva la voce roca di pianto e agitazione. «Scappa finché puoi!»
L'uomo con i capelli grigi, Marinville, distolse per un istante gli occhi
dal coyote per guardare lui. «Ha ragione, figliolo. Sparisci.» Poi tornò a
dedicarsi al suo avversario. «Dacci dentro, Fido, sai fare di meglio! Gesù
quanto mi piacerebbe esserci quando comincerai a cagare cerniere lampo
alla luce della luna!» Strattonò la giacca con un colpo violento. Il coyote
scivolò a gambe rigide sul pavimento, scuotendo la testa abbassata per
strappargli via il giubbotto.
David si girò sulle ginocchia e recuperò gli abiti attraverso le sbarre.
Palpò i calzoni, cercando il piccolo cilindro della cartuccia. Era ancora al
suo posto. Si alzò e per qualche secondo il mondo intorno a lui vorticò
come una giostra. Dovette appoggiarsi alle sbarre della sua cella per non
cadere. Billingsley gli coprì la mano con la sua. Era molto calda. «Vai, figliolo», lo esortò. «Non c'è quasi più tempo.»
David si avviò trottando alla porta. La testa gli faceva ancora male, il
suo senso dell'equilibrio era al minimo e la porta gli rollava davanti agli
occhi come il boccaporto sulla tolda di un'imbarcazione nel mare grosso.
Vacillò, si riprese l'aprì. Si girò a guardare suo padre. «Tornerò.»
«Non t'azzardare», lo ammonì all'istante il genitore. «Trova un telefono
e chiama la polizia, David. La polizia di stato. E sii prudente. Non...»
Con uno schiocco definitivo, il costoso giubbotto di pelle di Johnny si
separò finalmente in due pezzi. Il coyote non si era aspettato una vittoria
così subitanea e volò all'indietro, rotolando sul fianco. Fu allora che vide il
bambino nudo sulla soglia. Si rimise prontamente sulle quattro zampe e si
avventò con un ringhio. Mary strillò.
«Vai, ragazzo, ESCI!» urlò Johnny.
David passò sul pianerottolo e si tirò dietro l'uscio. Una frazione di secondo dopo il coyote vi rovinò addosso con un tonfo violento. Allora l'aria
vibrò di un ululato terribile perché così vicino. Pareva quasi che avesse capito di essere stato giocato, pensò David; pareva quasi sapere che, quando
l'uomo che lo aveva chiamato lì sarebbe tornato, non sarebbe stato molto
contento.
Ci fu un altro tonfo quando il coyote si scagliò una seconda volta contro
la porta. Una pausa, poi un terzo colpo violento. Il coyote ululò di nuovo.
La pelle delle braccia di David si accapponò sotto la pellicola di sapone.
Davanti a lui c'erano le scale per le quali la sua sorellina era rotolata trovando la morte; se il poliziotto pazzo non l'aveva portata via, era ancora
laggiù ad aspettarlo nella penombra, con gli occhi aperti in un'espressione
d'accusa, ad aspettare di chiedergli perché non avesse fermato il Babauone,
a chiedergli a che cosa serviva un fratello maggiore se non era capace di
fermare un Babau.
Non posso scendere laggiù? pensò. Non posso, non ci riesco.
No... ciononostante doveva.
Il vento sferzò la costruzione di mattoni facendola scricchiolare come
una nave nel mare in tempesta. Si udivano anche le mitragliate della sabbia
che frusciava contro i muri e le porte lungo la strada. Il coyote ululò di
nuovo, separato da lui da non più di due centimetri di legno... e consapevole della breve distanza che li divideva.
Chiuse gli occhi e si premette le dita contro bocca e mento. «Dio, sono
di nuovo David Carver. Sono in un pasticcio, Dio, un pasticcio pazzesco.
Ti prego proteggimi e aiutami a fare ciò che devo. Nel nome di Gesù io
prego, amen.»
Aprì gli occhi, trasse un bel respiro e cercò il corrimano. Poi, nudo, con
il fagotto degli indumenti schiacciato contro il petto, cominciò a scendere
nel buio.
4
Steve tentò di parlare e non ci riuscì. Tentò di nuovo e di nuovo non riuscì, anche se la seconda volta emise uno squittio strozzato. Una scoreggia
di topo dietro lo zoccolo alla base del muro, pensò.
Sentiva la pressione della mano di Cynthia che lo stringeva abbastanza
da fargli male, ma non sentiva il male. Chissà per quanto tempo sarebbero
rimasti fermi lì sulla soglia dello stanzone in fondo alla costruzione di lamiere se il vento non avesse sospinto per la strada un oggetto rumoroso.
Cynthia inalò come una persona colpita da un pugno sotto la cintura e si
portò l'altra mano alla guancia. Quando si girò verso di lui in quell'atteggiamento, Steve vide di lei un solo occhio, sbarrato dall'orrore. Ne colavano lacrime lente.
«Perché?» bisbigliò. «Perché?»
Lui scosse la testa. Non sapeva perché, non sapeva nemmeno dove andarne a cercare uno. L'unica deduzione coerente che fu capace di trarre da
quello spettacolo era che le persone che ne erano responsabili non c'erano
più, altrimenti lui e Cynthia sarebbero già stati morti entrambi. Ne conseguiva che lui, Steve Ames di Lubbock, Texas, non aveva intenzione di essere ancora lì se avessero deciso di tornare.
Lo stanzone fungeva allo stesso tempo da officina, laboratorio e magazzino. Era illuminato da lampade ad alta intensità con paralumi di metallo,
simili a quelle appese sui tavoli da biliardo. Proiettavano fasci di luce giallo limone. L'impressione era che vi lavorassero due squadre, una addetta
alla campionatura sul lato sinistro, l'altra alla selezione e catalogazione sul
lato destro. Da quella parte, allineate contro la parete, c'erano alcune ceste
da lavanderia, tutte piene di pezzi di roccia. Era chiaro che i minerali erano
stati suddivisi, in una cesta c'erano rocce soprattutto nere, in un'altra le dimensioni erano più piccole, in un'altra c'era pietrisco in cui ammiccavano
frammenti di quarzo.
Dalla parte della campionatura (se così era) c'era un lungo tavolo sul
quale, in una confusione di utensili e manuali, erano allineati alcuni Macintosh. I Mac erano accesi e nella loro memoria stavano girando programmi salvaschermo. Su uno si vedevano ellissi variopinte sopra la scritta
GASCROMATOGRAFO PRONTO. Su un altro, senz'altro non vistato
dalla Disney, Pippo si calava i calzoni ogni sette secondi a esporre un
membro smisurato sul quale erano scritte le parole YUCK YUCK YUCK.
In fondo allo stanzone, in una zona adibita a rimessa oltre un portellone
a ribalta con la scritta BENVENUTI ALL'EREMO DI HERNANDO in
lettere blu, c'era un fuoristrada, dietro il quale era agganciato un rimorchio
scoperto. Anche il carrello era pieno di campioni di minerale. Sulla parete
di sinistra, nella rimessa, c'era un avviso: È OBBLIGATORIO PORTARE
L'ELMETTO - NORMATIVA MSHA - NESSUNA DEROGA. Sotto
l'avviso c'erano alcuni ganci, a nessuno dei quali era appeso un elmetto.
Gli elmetti erano sparsi sul pavimento, sotto i piedi delle persone che erano state appese ai ganci al loro posto, appese come quarti di manzo nella
ghiacciaia di una macelleria.
«Steve... Steve... sono... sono fantocci? Manichini di quelli che si mettono nelle vetrine? È... è... uno scherzo?»
«No.» La parola era esile e sembrava fatta della stessa polvere che aveva
invaso l'aria all'esterno, ma era sempre un inizio. «Sai che non lo sono. Lasciami, Cynthia, mi stai spezzando la mano.»
«No, ti prego, non posso», mormorò lei. Aveva ancora l'altra mano sulla
faccia e fissava con un occhio solo i cadaveri appesi in fondo allo stanzone. Alla radio, ai Tractors era subentrato David Lee Murphy, il quale a sua
volta si era fatto da parte per dar spazio a un inserto pubblicitario di un posto che si chiamava Whalen, un negozio di Austin dove, secondo l'annunciatore, c'era «di tutto e di più!»
«Non c'è bisogno che ti stacchi, basta che allenti un po' la stretta», si corresse Steve. Poi si mise a contare sulle dita. Uno... due... tre...
«Credo di essermi bagnata un po' le mutandine», sussurrò lei.
«Ti capisco.» Quattro... cinque... sei...
«Dobbiamo andarcene da qui, Steve. A paragone di quello che ha fatto
questo, il tizio che mi ha rotto il naso è più buono di Babbo Na...»
«Zitta, lasciami contare!»
Cynthia ammutolì. Le labbra presero a tremarle e il petto a sussultare per
lo sforzo di trattenere i singhiozzi. Steve era rammaricato di aver alzato la
voce con una ragazza che ne aveva già viste abbastanza prima di quel
giorno, ma non riusciva a pensare con molta lucidità. Posto che pensasse.
«Tredici», annunciò.
«Quattordici», rettificò lei con un filo di voce trapuntato di imbarazzo.
«Vedi laggiù nell'angolo? Uno è caduto. Uno è cascato dal g-g-g...»
«Gancio» stava cercando di dire, ma la balbuzie le trasformò l'iniziale in
una serie di conati che la fecero piangere. Steve la prese tra le braccia e la
strinse, sentendosi fremere contro il torace il suo viso bagnato e caldo. Sotto lo sterno. Era proprio uno scricciolo.
Sopra la massa elettrizzata dei suoi capelli a due colori vedeva la rimessa. Cynthia aveva ragione, c'era un quattordicesimo cadavere accartocciato
nell'angolo. Quattordici corpi in tutto, almeno tre di donne. Con la testa all'ingiù e il mento posato contro il petto, per alcuni di loro era difficile stabilire di che sesso fossero. Nove indossavano camici da laboratorio, anzi,
dieci, contando quello caduto nell'angolo, e due erano in jeans con la camicia con il colletto aperto. Altri due erano in giacca e cravatta e scarpe da
città. Gli pareva che a uno di questi mancasse la mano sinistra e aveva una
mezza idea di sapere dove fosse andata a finire, oh, sì. Per la maggior parte
erano stati uccisi con un'arma da fuoco e dovevano aver guardato in faccia
il loro assassino, perché nella nuca di quasi tutte le teste ripiegate all'ingiù
Steve vedeva il foro d'uscita del proiettile. Almeno tre però erano stati
sventrati come pesci. Pendevano con i camici bianchi neri di sangue rappreso e pozze sotto il groviglio degli intestini.
«Abbiamo qui ora Mary Chapin Carpenter a raccontarci perché oggi si
sente così fortunata», proclamò l'annunciatore riaffiorando valorosamente
da un'altra esplosione di energia statica. «Forse è stata da Whalen ad Austin. Sentiamo un po'.»
Mary Chapin Carpenter cominciò a raccontare ai morti appesi nel laboratorio della Mining Corporation di Desperation della sua vincita alla lotteria e Steve lasciò andare Cynthia. Si inoltrò nel laboratorio annusando l'aria. Non sentiva odore di cordite e forse non significava molto se il ricambio d'aria dovuto ai condizionatori era abbastanza veloce, ma il sangue si
era rappreso sui cadaveri eviscerati, quindi era probabile che i responsabili
di quella carneficina fossero già lontani.
«Andiamo via!» sibilò Cynthia tirandolo per un braccio.
«Va bene, va bene, lasciami solo...»
Si liberò da lei attirato da un oggetto in fondo al tavolo dei computer, a
destra dello schermo su cui Pippo faceva l'esibizionista. Non era un pezzo
di roccia mineraria, o comunque non era solo un sasso. Era stato lavorato.
Si avvicinò per esaminarlo meglio.
La ragazza gli corse dietro per strattonarlo di nuovo. «Ma che ti prende?
Non siamo in visita turistica, sai? E se...» Poi vide che cosa stava guardando Steve, lo vide davvero, e s'interruppe. Allungò con titubanza un dito per
toccare l'oggetto. Trattenne il fiato ritirando la mano. Contemporaneamente spinse il bacino in avanti come reagendo a una scarica elettrica, urtando
il bordo del tavolo. «Cazzo», imprecò sottovoce. «Credo di...» E si fermò.
«Credi che cosa?»
«Niente.» Ma sembrava che stesse arrossendo, quindi proprio niente
niente non doveva essere, rifletté Steve. «Sul vocabolario dovrebbero mettere una fotografia di quel coso di fianco alla parola brutto.»
La scultura, molto approssimativa, voleva ritrarre un lupo o un coyote
ma, per quanto rozza, emanava un fascino speciale che fece loro dimenticare almeno per qualche secondo di trovarsi a pochi metri dai resti di un
massacro. La testa dell'animale appariva protesa in un'angolazione non del
tutto naturale (che aveva qualcosa di famelico) e gli occhi parevano sporgere in un'espressione di furia sfrenata. Il muso era vistosamente sproporzionato rispetto al corpo, quasi il muso di un alligatore, aperto a mostrare
file di denti aguzzi. La scultura, se scultura era, era spezzata sotto la linea
del busto. C'erano abbozzate le zampe anteriori e nient'altro. La pietra di
cui era fatta era butterata ed erosa dal tempo. Qua e là baluginava come le
pietre raccolte in una delle ceste. Di fianco, fermato da una scatoletta di
plastica piena di puntine da disegno, c'era un foglietto con un messaggio:
Jim, che diavolo è questo? Qualche idea? Barbie.
«Hai visto la lingua?» chiese Cynthia in uno strano tono di voce distratto.
«Che cos'ha?»
«È un serpente.»
Sì, era vero. Forse un serpente a sonagli. Comunque un rettile munito di
zanne.
Cynthia rialzò di scatto la testa. Aveva le pupille dilatate in un'espressione di allarme. Lo afferrò di nuovo per la camicia. «Che diavolo stiamo
facendo?» sbottò. «Questa non è una lezione di storia dell'arte, santo cielo!
Dobbiamo andarcene da qui!»
Sì, dobbiamo, pensò Steve. La domanda è: dove andiamo?
Se ne sarebbero preoccupati quando fossero stati di nuovo al pulmino.
Non lì dentro. Sospettava che non fosse loro possibile produrre idee lì dentro.
«Ehi, che cos'è successo alla radio?» domandò lei.
«Come?» Steve tese l'orecchio ma la musica non si sentiva più. «Non
capisco.»
Con un gesto quasi risoluto Cynthia allungò di nuovo la mano al reperto.
Questa volta lo toccò fra le orecchie. Sussultò trattenendo il fiato. Le lampade appese al soffitto vacillarono. Steve lo notò senza possibilità di errore, e la radio tornò a funzionare. «Ehi Dwight, ehi Lyle, ragazzi, su con il
morale, allegria», cantava Mary Chapin Carpenter fra una scarica e l'altra,
«stasera la fortuna è dalla mia!»
«Cristo», gemette Steve. «Perché l'hai fatto?»
Cynthia lo guardò con gli occhi velati. Si strinse nelle spalle, si toccò
con la punta della lingua il centro del labbro superiore. «Non lo so.» A un
tratto si portò una mano alla fronte e si premette le tempie, con forza.
Quando staccò la mano, i suoi occhi erano di nuovo limpidi, ma spaventati. «Cosa diavolo è stato?» domandò, più a se stessa che a lui.
Steve allungò a sua volta la mano verso il reperto. Lei gli ghermì il polso
appena in tempo. «Non farlo. Non è piacevole.»
Steve si liberò di lei e posò un dito sul dorso del lupo (tutt'a un tratto era
sicuro che non fosse un coyote, ma un lupo). La radio si spense di nuovo.
Contemporaneamente ci fu uno scroscio di vetri rotti alle loro spalle.
Cynthia si lasciò sfuggire un guaito.
Steve aveva già ritratto la mano dalla scultura e lo avrebbe fatto anche se
non fosse accaduto nulla, perché Cynthia aveva ragione, la sensazione non
era piacevole. Ma per un istante qualcosa era avvenuto. Era stato come se
fossero andati in corto i circuiti più vitali presenti nella sua testa. Ma solo
in superficie, perché... non aveva pensato alla ragazza? Di fare qualcosa alla ragazza, con la ragazza? Il tipo di cosa che tutti e due forse desiderereste
provare ma dì cui mai parlereste ai vostri amici? Una specie di esperimento?
Ancora occupato in quelle riflessioni, mentre cercava di ricordare quale
potesse essere stato l'esperimento, già allungava di nuovo la mano verso la
pietra. La decisione di farlo non era cosciente, ma ora che si stava muovendo gli sembrava una buona idea. Lascia che il dito si posi dove vuole,
pensava. Lasciagli toccare...
Lei gli afferrò la mano e gliela torse allontanandola dalla scultura un istante prima che la punta del dito si posasse sulla groppa del lupo. «Ehi,
guarda bene il movimento delle mie labbra: Voglio andarmene da qui! Subito!»
Lui trasse un respiro profondo e lo espulse. Ripeté l'operazione. Sentì
che cominciava a riprendere confidenza con la propria testa, ma tutt'a un
tratto era più impaurito che mai. Per che cosa, non avrebbe saputo dire.
Non era sicuro di volerlo sapere. «D'accordo. Andiamocene.»
La prese per mano conducendola fuori dallo stanzone. Si guardò alle
spalle una volta, posando di nuovo gli occhi sulla grigia testa canina. Famelica, predatoria. Occhi sporgenti. Muso troppo lungo. Lingua a forma di
serpente. E poco più in là, qualcos'altro. Le ellissi e il Pippo esibizionista
erano scomparsi. Gli schermi erano scuri, come se qualcuno avesse tolto la
spina.
C'era acqua che stava uscendo dalla porta aperta dell'ufficio dove si trovava l'acquario. Un pesciolino spiaggiato sul bordo del tappeto in corridoio
stava tirando gli ultimi dimenandosi inutilmente. Adesso sappiamo che cosa si è rotto, rifletté Steve, non abbiamo più bisogno di scoprirlo.
«Non guardare quando passiamo», consigliò a Cynthia. «Guarda diritto
davanti...»
«Hai sentito quel rumore?» chiese lei. «Un colpo, un tonfo, qualcosa del
genere.»
Steve tese l'orecchio, udì solo il vento... poi gli parve di sentire un frusciare furtivo che proveniva da dietro.
Si girò bruscamente. Niente. Per forza, che idea balzana gli era venuta?
Che uno dei cadaveri si fosse sganciato per inseguirli? Pura idiozia. Anche
volendosi giustificare con l'eccesso di tensione, rimaneva l'ipotesi di un
imbecille. Tuttavia qualcosa di innegabile restava, un disagio che poteva
avere una sola origine, fosse o no da idioti pensarlo: la scultura. Era come
una presenza fisica nella sua testa, un pollice conficcato rudemente nel tessuto del suo cervello. Rimpiangeva di averla voluta guardare da vicino.
Rimpiangeva soprattutto di averla toccata.
«Steve? Hai sentito? Potevano essere spari. Ecco! Ce n'è stato un altro!»
Il vento strepitò correndo sulle lamiere dell'edificio e qualcos'altro all'esterno cadde strappando loro un grido e buttandoli l'uno nelle braccia dell'altra come bambini spaventati dal buio. L'oggetto caduto si mise a correre
per terra con un rumore stridente.
«Io sento solo il vento. Probabilmente quella che hai sentito tu era una
porta che sbatteva. Se l'hai sentita.»
«Era un rumore che si è ripetuto tre volte», insisté lei. «Forse non erano
spari, erano piuttosto tonfi, ma...»
«Può essere stato qualcos'altro trasportato dal vento. Non ci pensare più,
biscottino, alziamo un po' di più i tacchi.»
«Tu non mi chiamare biscottino e io non ti chiamo pastafrolla», recitò
meccanicamente lei, evitando di guardare quando passarono davanti alla
porta aperta dell'ufficio dal quale stava ancora uscendo l'acqua.
Guardò Steve. L'acquario era ridotto a un rettangolo di sabbia bagnata in
una corona di cocci di vetro. La mano era per terra vicino alla scrivania.
Era caduta sul dorso. Nel palmo aveva un girino morto. Le dita sembravano quasi chiamarlo, dai, straniero, fatti sotto, mettiti comodo, tira su i piedi, mi casa es su casa.
No grazie, pensò Steve.
Non aveva ancora cominciato ad aprire la porta che dava all'esterno, che
gli fu strappata di netto dalle mani. Entrarono cannonate di polvere. Le
montagne a ovest erano state completamente cancellate dalle masse in movimento di oro brunito, sabbia e resti alcalini spinti dal vento negli ultimi
dieci minuti di luce diurna, ma sopra di loro si vedevano distinte le prime
stelle. Un vecchio fusto arrugginito con la scritta ZOOM CHEMTRONICS
- RIFIUTI SPECIALI rotolò da una parte all'altra del piazzale di parcheggio, passò davanti al Ryder e attraversò la strada. Si allontanò nel deserto.
Il tintinnio del fermaglio contro l'asta da bandiera era diventato febbrile e
alla loro sinistra qualcosa risuonò due volte, in due secchi rintocchi ovattati simili a spari da una pistola munita di silenziatore. Cynthia sussultò involontariamente. Steve si girò a guardare e vide un grosso cassonetto blu.
In quel mentre il vento sollevò per metà il coperchio che ricadde subito
dopo. Ci fu un altro tonfo smorzato.
«Ecco i tuoi spari», le disse alzando la voce per farsi sentire nel boato
del vento.
«Be'... il rumore non era proprio quello.»
Si alzò nella notte una concatenazione di ululati, alcuni da occidente,
portati loro dal vento assieme alla sabbia, altri da nord. I gridi ricordarono
a Steve vecchi ritagli di giornale sul fenomeno della Beatlemania, dove si
vedevano ragazzine strillare a pieni polmoni per i quattro scarafaggi di Liverpool. Scambiò un'occhiata con Cynthia. «Andiamo», la sollecitò. «Al
pulmino. Subito.»
Vi si avventurarono abbracciati, con il vento che li spingeva da tergo.
Quando furono di nuovo in cabina, Cynthia bloccò il suo sportello abbassando il pulsante con un colpo di taglio della mano. Lo stesso fece Steve
dall'altra parte, prima di avviare il motore. Si sentì confortato dal suo brontolio regolare e dalle spie che si accesero sul cruscotto quando azionò l'interruttore dei fari. Si girò verso la sua compagna.
«Allora, dove andiamo a raccontare di questa storia? Austin è fuori discussione. È troppo lontana nella direzione da cui arriva il casino. Prima o
poi ci ritroveremo in panne sul ciglio della strada a pregare di riuscire a
riavviare il motore quando sarà passata la tempesta. Ci resta Ely, che è a
due ore da qui, anche di più, se veniamo raggiunti dalla tempesta, oppure
possiamo provare Desperation, che è a meno di un miglio.»
«Ely», rispose lei con prontezza. «I cari ragazzi che hanno fatto quella
cosa potrebbero benissimo essere di qui e dubito che un paio di sbirri del
posto o anche sceriffi veri e propri potrebbero tener testa a gente capace di
quello che abbiamo visto là dentro.»
«Può anche darsi che quelli che lo hanno fatto siano di nuovo sulla
Highway 50», ribatté lui. «Non dimenticare il camper e la moto del mio
capo.»
«Ma almeno abbiamo visto un po' di traffico», obiettò lei, e subito dopo
trasalì a un altro tonfo poco distante. Qualcosa di grosso e metallico. «Cristo, Steve, vuoi per piacere andartene da qui?»
Lui lo desiderava non meno di lei, ma scosse la testa. «Non prima che
abbiamo preso una decisione. È importante. Quattordici persone morte,
senza contare il mio capo e quelli del camper.»
«La famiglia Carver.»
«Questa è roba grossa, quando viene fuori, a livello nazionale. Se torniamo a Ely e si scopre che qui c'erano due poliziotti con tanto di telefoni e
radio a meno di un miglio da questo capannone, e se i responsabili la faranno franca perché noi abbiamo impiegato troppo tempo a dare l'allarme... be', ti assicuro che vorranno qualche spiegazione convincente. O per
meglio dire, la esigeranno.»
Le spie del cruscotto le coloravano il viso di verde facendola sembrare
malata. «Mi stai dicendo che potrebbero pensare che c'entriamo noi?»
«Non lo so, ma ti dirò una cosa: tu non sei la duchessa del Kent e io non
sono il duca di Windsor. Se siamo qualcosa, siamo una coppia di sbandati.
Che cos'hai come credenziali? Una patente di guida?»
«Non ho mai sostenuto l'esame. Sono sempre in giro.»
«Tessera della previdenza?»
«Proprio la tessera no, l'ho persa. Credo di essermi dimenticata di prenderla quando ho mollato il tizio che mi ha mezzo staccato l'orecchio. Però
ricordo il numero.»
«Documenti veri e propri, ne hai?»
«Ho la tessera discount della Tower Records and Video», rispose secca
lei. «Ancora due acquisti e mi danno un CD gratis. Credo che chiederò
Saltan fuori i lupi. Mi sembra adatto, vista la colonna sonora di questo posto. Soddisfatto?»
«Sì», rispose lui mettendosi a ridere. Lei lo fissò per un momento, con le
guance verdi, le ombre che le si increspavano sulla fronte, gli occhi scuri, e
Steve si aspettò che gli si avventasse contro per stabilire all'atto pratico
quanta pelle fosse in grado di staccargli dalla faccia. Poi cominciò a ridere
anche lei, una serie di latrati striduli che non lo tranquillizzarono affatto.
«Vieni qui un attimo», le disse porgendole la mano.
«Non fare il furbo con me, ti avverto», lo ammonì lei, ma strisciò le natiche sul sedile abbandonandosi senza indugio al suo abbraccio. Steve sentì
la sua spalla tremargli contro. Avrebbe avuto freddo con quella maglietta
senza maniche se avessero dovuto abbandonare il camioncino. In quelle
zone la temperatura precipitava subito dopo il tramonto del sole.
«Davvero vuoi andare in città, Lubbock?»
«Quello che vorrei sarebbe trovarmi a Disneyland a mangiare zucchero
filato, ma mi sa che dovremo proprio andare a dare un'occhiata. Se è tutto
normale... se abbiamo la sensazione che sia normale... vorrà dire che cercheremo qualche rappresentante delle autorità a cui fare rapporto. Ma se
notiamo anche il più piccolo segno di anomalia, partiamo a tutta birra per
Ely.»
Lei lo contemplò con un'espressione solenne. «Ti prendo in parola.»
«Ci sto.» Steve ingranò la marcia e si avviò piano verso la strada. A ovest il bagliore dorato che filtrava dalla sabbia si andava spegnendo in un
rosso cupo. Altre stelle apparivano sopra di loro, ma anch'esse cominciavano a offuscarsi dietro la cortina della sabbia che si addensava.
«Steve? Non è che per caso sei armato, vero?»
Lui scosse la testa, considerò per un istante se tornare nella baracca a
cercare qualcosa, ma scartò subito l'idea. No, là dentro non ci tornava per
nessuna ragione. «Armi da fuoco no, ma ho un temperino di quelli grossi
davvero, un multilama con tutti gli accessori di questo mondo, carillon e
macchinetta per il caffè compresi. Ha persino una lente d'ingrandimento.»
«Ah, adesso sì che sto meglio.»
Lui fu sul punto di chiederle della scultura e se le fossero venute idee
strambe, di esperimenti, ma rinunciò. Come la prospettiva di rimettere piede in quel capannone, erano argomenti che gli trasmettevano troppo disagio. Imboccò la strada tenendole sempre un braccio intorno alle spalle e
prese in direzione dell'abitato. Il vento spingeva densi banchi di sabbia di
traverso nella luce degli abbaglianti, avvitandoli in ombre fluttuanti che insistentemente gli ricordavano uomini penzolanti.
5
Ai piedi delle scale il corpo di sua sorella non c'era più ed era già un sollievo. David sostò per un momento a guardare attraverso i battenti dell'ingresso. La luce del giorno si spegneva e sebbene il cielo fosse ancora limpido, di un color indaco sempre più opaco, al livello del terreno la luce
moriva soffocata dalla polvere. Dall'altra parte della strada dondolava nel
vento l'insegna sopra un negozio con la scritta DESPERATION COFFEE
SHOP AND VIDEO STOP. Seduti davanti alla porta a sorvegliarlo c'erano
altri due coyote. Fra di loro con il disordinato piumaggio che svolazzava
come le penne sul copricapo domenicale di una vecchia signora, sedeva un
volatile di grosse poporzioni e con il collo spennato. Un avvoltoio dal collo rosso. Seduto in mezzo ai coyote.
«Impossibile», mormorò, ma anche se lo era lo vedeva lo stesso.
Si rivestì alla svelta, tenendo d'occhio la porta alla sua sinistra. Sul vetro
smerigliato c'era scritto UFFICI, con l'orario di apertura al pubblico, dalle
nove alle sedici. Si annodò le stringhe e aprì la porta, pronto a darsela a
gambe difilato se avesse visto qualcosa di pericoloso... se solo avesse notato il minimo movimento, per la precisione.
Ma dove posso scappare? C'è un posto dove scappare?
La stanza era scura e silenziosa. Tastò a sinistra, aspettandosi da un
momento all'altro di sentirsi afferrare la mano, ma non accadde nulla del
genere. Trovò invece la mascherina dell'interruttore e poi la levetta. L'abbassò, sbattendo le palpebre appena si accesero gli antiquati globi che pendevano dal soffitto. Poi entrò. Davanti a lui c'era un bancone lungo con
una serie di finestre simili a quelle delle banche di un tempo. Le scritte erano IMPOSTE E TRIBUTI, LICENZE CACCIA, PRATICHE
MINERARIE. L'ultima finestra, la più piccola, portava la scritta MSHA e
NORMATIVA FEDERALE TERRITORIO.
Sul muro dietro la zona riservata agli impiegati c'era una scritta spray a
grandi lettere rosse: IN QUESTI SILENZI QUALCOSA POTREBBE
SORGERE.
E qualcosa è sorto, mi pare, pensò, girandosi a controllare l'altro lato.
Qualcosa di non molto...
Non completò mai il pensiero. I suoi occhi si spalancarono e le mani gli
salirono alla bocca a contenere un grido. Per un momento il mondo ingrigì
e temette di svenire. Per scongiurarlo si tolse le mani dalla bocca e se le
schiacciò invece sulle tempie, resuscitando il dolore nella testa. Poi abbandonò le braccia lungo i fianchi, e sostò a guardare con gli occhi sbarrati e
la bocca tremante di angoscia lo spettacolo che gli si presentava sul muro a
destra della porta. C'erano ganci per appendervi indumenti. A quello più
vicino alla finestra era appeso uno Stetson con una striscia di pelle di serpente per banda. Ai due successivi erano appese due donne, una uccisa con
un colpo d'arma da fuoco, l'altra sventrata. La seconda aveva lunghi capelli
rossi e la bocca aperta in un urlo muto. Alla sua sinistra c'era un uomo in
divisa cachi, con il capo piegato in avanti e la fondina vuota. Pearson, forse, l'altro agente della polizia locale. Accanto a lui c'era un uomo che indossava un paio di jeans e una camicia tutta sporca di sangue. L'ultima della fila era Pie. Era stata appesa per il colletto della sua maglietta MotoKop.
Sul davanti aveva Cassie Styles, a gambe divaricate davanti al suo Sognante, a braccia conserte, con un sorriso smagliante sulle labbra. Cassie era
sempre stata la MotoKop favorita di Pie. La sua testa era ripiegata sul collo
spezzato, poco sopra le scarpette da tennis immobili, rivolte all'ingiù.
Le mani. Continuava a guardarle le mani. Piccole e rosa, con le dita un
po' distanziate.
Non la posso toccare, non mi posso avvicinare!
Ma poteva. E doveva, se non aveva intenzione di abbandonarla lì con le
altre vittime di Entragian. E del resto a che cos'altro serviva un fratello
maggiore, specie uno non tanto maggiore da impedire al Babau un'azione
così spaventosa?
Con il petto scosso dagli spasmi, schiuma verde di sapone che gli si seccava in scaglie sulla pelle, congiunse di nuovo le mani e se le avvicinò al
viso. Chiuse gli occhi. La sua voce, quando gli uscì dalla bocca, tremava
così forte che stentò a riconoscerla. «Dio, so che mia sorella è con te e che
quello che vedo è solo quanto di lei è rimasto quaggiù. Ti prego, aiutami a
fare quello che devo fare per lei.» Aprì di nuovo gli occhi e guardò la sorellina. «Ti voglio bene, Pie. Mi spiace per tutte le volte che ti ho presa a
male parole o ti ho tirato troppo forte le trecce.»
Quell'ultimo ricordo fu troppo. S'inginocchiò per terra, si mise le mani
sulla testa reclinata e le tenne lì, respirando convulsamente e cercando di
non svenire. Le lacrime gli disegnarono strisce nella patina verde che gli
era rimasta sul volto. A straziarlo di più era la consapevolezza che la porta
che si era chiusa tra loro non si sarebbe mai riaperta, non certo in questo
mondo. Non avrebbe mai visto Pie uscire la prima volta con il suo ragazzo
o tirare un canestro da tre due secondi prima dello scadere. Lei non gli avrebbe più chiesto di guardarla mentre faceva la verticale sulla testa o se la
lucetta del frigorifero rimaneva accesa anche quando lo sportello era chiuso.
Quando si fu placato, trascinò una seggiola fino al muro. Guardò le sue
mani, le sue manine rosee, e la sua mente vacillò di nuovo. Si sforzò di resistere, e solo scoprire di riuscirci, se necessario, fu una sorpresa confortante. La voragine del dolore tornò ad aprirsi sotto di lui quando montò
sulla sedia e vide da vicino il pallore cereo, innaturale del suo faccino e il
livore delle labbra. Con circospezione, si lasciò scivolare un po'. Intuiva
che sarebbe stato meglio così. Era la prima persona morta a cui si avvicinava, ma era anche Pie e non voleva aver paura di lei o provare ribrezzo
nel toccarla. Allora era meglio sentirsi un po' in pena e si concesse di soffrire. E soffrì.
Presto, David.
Non era sicuro che fosse la voce sua o dell'altro, ma in quel momento
non importava. La voce aveva ragione. Pie era morta, ma suo padre e gli
altri erano ancora vivi. E poi c'era la mamma. Quando pensava a lei l'angoscia era ancora più lancinante di quella che provava per la sorte toccata a
Pie, perché non sapeva. Il poliziotto pazzo aveva portato via sua madre e
avrebbe potuto farle qualsiasi cosa. Qualsiasi.
Non ci voglio pensare. Guai a me se ci penso.
Pensò invece a tutte le ore che Pie aveva trascorso davanti al televisore a
guardare Gli Antenati con Melissa Sweetheart sulle ginocchia. Da un anno
a quella parte nel suo cuore il dinosauro viola aveva lasciato il posto d'onore ai MotoKop (specialmente Cassie Styles e il conturbante Colonnello
Henry), ma Dino sembrava a David ancora la risposta migliore. Ricordava
solo una delle canzoncine del dinosauro, quella sull'aria di This Old Man, e
la cantò ora mentre allungava le braccia intorno alla bambina morta e la
sollevava dal gancio. «Io voglio bene a te... tu vuoi bene a me...»
La testa di Pie gli cadde sulla spalla. Era straordinariamente pesante...
Come riusciva a tenerla tutto il giorno diritta sul collo, piccola com'era?
«Siamo una famigliola felice...»
Si girò, scese goffamente dalla sedia, barcollò ma non cadde e portò Pie
alle finestre. Mentre camminava le lisciava la maglietta sul dorso. Si era
strappata, ma solo di poco. L'adagiò per terra sostenendola dietro la nuca
per non farle picchiare la testa. Era il modo che gli aveva insegnato mamma quando Pie era ancora neonata e lui le aveva chiesto il permesso di tenerla in braccio. Le cantava canzoni anche allora? Non ricordava più. Forse sì.
«Se ti abbraccio e ti do un bacino sul nasino all'insù...»
Brutte tende verde scuro pendevano ai lati delle finestre, strette e alte fin
quasi al soffitto. David ne strappò una dagli anelli.
«Mi dirai che mi vuoi bene anche tu?»
Stese la tenda di fianco al corpo della sorella, cantando di nuovo la stupida canzoncina. Gli sarebbe piaciuto restituirle Melissa Sweetheart per
farle compagnia, ma 'Lissa era rimasta al caravan. Sollevò Pie da terra e la
posò sulla tenda, ripiegando la metà inferiore per coprirla. Le arrivava fino
al collo e ora gli sembrava che stesse meglio. Molto meglio. Come se fosse
a casa a dormire nel suo letto.
«Se ti abbraccio e ti do un bacino sul nasino all'insù», cantò di nuovo,
«mi dirai che mi vuoi bene anche tu?» La baciò sulla punta del naso. «Io ti
voglio benissimo», mormorò rovesciando l'ultimo lembo di tenda a coprirle la testa.
Si trattenne per un momento accanto alla sorellina con le mani strette tra
le cosce, mentre lottava di nuovo per tenere a bada le emozioni. Quando si
sentì più sicuro di sé, si alzò in piedi. Il vento rombava, la luce del giorno
si era quasi spenta del tutto e il rumore della sabbia contro i vetri era come
il tamburellare leggero di mille dita. Sentiva anche il cigolio monotono di
qualcosa che ruotava nel vento e sobbalzò quando qualcosa all'esterno
cadde con fragore nell'oscurità crescente.
Adagio, passò dietro il bancone. Non c'erano altri cadaveri, ma dietro lo
sportello di IMPOSTE E TRIBUTI le carte erano sparpagliate, alcune
macchiate di sangue. Lo sgabello con lo schienale alto era rovesciato.
Nella zona al di là del bancone c'era una cassaforte con la porta aperta
(David vide altre risme di carta, ma niente denaro e nessun segno che facesse pensare che fosse stata rovistata). A destra c'erano alcune scrivanie
ravvicinate. A sinistra c'erano due porte chiuse, entrambe con scritte in lettere dorate. Ignorò quella contrassegnata con CAPO VIGILI DEL
FUOCO, concentrandosi sull'altra, quella dell'ufficio del responsabile locale dell'ordine pubblico. Jim Reed, si chiamava.
«Quello che chiamereste capo della polizia in una città più grande»,
mormorò mentre si avvicinava alla porta. Non era chiusa a chiave. Cercò
di nuovo sulla parete, localizzò l'interruttore e lo abbassò. La prima cosa
che vide fu l'enorme testa di caribù montato sulla parete a sinistra della
scrivania. La seconda fu l'uomo alla scrivania. Era rovesciato all'indietro
sulla sua poltrona. Era così rilassato nel suo atteggiamento che si sarebbe
potuto pensare che dormiva, non fosse stato per le penne a sfera che gli
sporgevano dagli occhi e per la targa con il nome che gli spuntava dalla
bocca. Aveva le mani una sull'altra, posate sul ventre rotondo. Indossava
una camicia cachi attraversata da una bandoliera come quella di Entragian.
Fuori qualcos'altro cadde e i coyote unirono le loro voci in un corale ululato da osteria. David trasalì, poi si lanciò un'occhiata alle spalle per assicurarsi che non stesse per piombargli addosso Entragian. Non c'era nessuno. Tornò a osservare il funzionario. Sapeva che cosa doveva fare e pensò
che se era riuscito a toccare Pie. avrebbe potuto toccare anche quello sconosciuto.
Prima però sollevò il ricevitore. Si aspettava di non sentire alcun segnale
e così fu. Pigiò comunque i pulsanti un paio di volte dicendo: «Pronto?
Pronto?»
Servizio in camera, mandatemene su uno, pensò e rabbrividì mentre riponeva il ricevitore. Girò intorno alla scrivania e si fermò davanti al poliziotto con le penne negli occhi. La targa con il nome, JAMES REED,
ORDINE PUBBLICO, era ancora sulla scrivania, quindi quella che aveva
in bocca era qualcos'altro. Sulla parte che gli sporgeva oltre i denti si leggeva SCE QUI.
Percepì un odore familiare che non era né dopobarba né acqua di colonia. Gli guardò le mani, vide le screpolature profonde nella pelle e capì.
L'odore che sentiva era di unguento emolliente, quello che usava sua madre o qualcosa di analogo. Jim Reed doveva appena aver finito di spalmarsene sulle mani prima che fosse ucciso.
Cercò di guardargli in grembo e non ci riuscì. L'uomo era troppo grasso
e troppo a ridosso della scrivania perché David riuscisse a vedere dove voleva. C'era un forellino nero al centro dello schienale, quello si vedeva bene. Reed era stato ucciso con un colpo d'arma da fuoco. La trovata delle
penne (sperava David) era posteriore al decesso.
Muoviti. Presto.
Cominciò a tirare la poltrona all'indietro, poi gridò di sorpresa e spiccò
un balzo laterale quando imprevedibilmente si rovesciò scaricando il peso
morto di Jim Reed sul pavimento. Nell'urto il cadavere emise un rutto sonoro. La targa che aveva in bocca schizzò fuori come un missile dalla rampa. Finì girata dall'altra parte, ma David lesse la scritta lo stesso senza difficoltà: L'ARBITRIO FINISCE QUI.
Con il cuore che gli batteva più forsennato che mai, si abbassò su un ginocchio di fianco al cadavere. La divisa di Reed era sbottonata e con la
lampo abbassata su un paio di mutande decisamente non d'ordinanza (taglia abnorme, seta, color pesca), ma David non se ne accorse. Stava cercando qualcos'altro e sospirò di sollievo quando lo trovò. Sul rotolo di ciccia che imbottiva il fianco di Reed c'era la pistola. Dall'altra parte pendeva
un mazzo di chiavi. Morsicandosi il labbro inferiore, sicuro più che mai
che il poliziotto morto avrebbe alzato un braccio
(oh cazzo abbiamo la mummia alle calcagna)
per afferrarlo, David armeggiò per staccare le chiavi dal passante. Il moschettone gli oppose resistenza per qualche secondo, ma alla fine riuscì a
sfilarlo. Passò rapidamente in rassegna le chiavi sperando di trovare quella
di cui aveva bisogno... e c'era: una tessera rettangolare che non sembrava
affatto una chiave. Al centro era percorsa da una sottile banda magnetica
nera. La chiave universale che apriva le celle al piano di sopra.
Sperava.
Si mise in tasca il mazzo. Il suo sguardo vagò incuriosito sui calzoni
slacciati di Reed. Poi slacciò la fibbia che bloccava la pistola nella fondina.
Sfilò l'arma, tenendola con entrambe le mani e avvertendone il peso straordinario e l'insita violenza. Era una rivoltella, non un'automatica con i
proiettili nascosti dentro il calcio. Rivolse la canna verso di sé, attento a
tenere le dita fuori del ponticello, per esaminare il tamburo. C'erano proiettili in tutti gli alloggiamenti che vedeva, dunque poteva ritenersi soddisfatto. Era possibile che il primo fosse vuoto, nei film certe volte i poliziotti
non mettevano il primo proiettile per evitare di ferirsi accidentalmente, ma
calcolava di poter ovviare al possibile impiccio premendo il grilletto almeno due volte in rapida successione.
Rigirò di nuovo la pistola e la ispezionò dalla parte del calcio, cercando
la leva della sicura. Non ne vide una e schiacciò il grilletto con estrema
prudenza. Quando vide il cane cominciare ad alzarsi, tolse il dito in fretta e
furia. Non voleva sparare lì sotto. Non sapeva quanto intelligenti fossero
quei coyote, ma riteneva che se avevano imparato a riconoscere qualcosa,
era certamente un'arma da fuoco.
Tornò nella stanza principale. Il vento sparò altra sabbia contro la finestra. I vetri avevano assunto la tinta scura di un'ecchimosi. Presto sarebbero diventati neri. Spostò gli occhi sulla brutta tenda verde e la sagoma che
si delineava appena sotto di essa. Ti voglio bene, Pie, pensò, poi uscì nell'atrio. Si fermò un momento a respirare a fondo con gli occhi chiusi e la
pistola contro la gamba, puntata verso il pavimento.
«Dio, non ho mai sparato in vita mia», mormorò. «Ti prego aiutami a
usare questa. Nel nome di Gesù, amen.»
Ciò fatto, salì le scale.
3
1
Mary Jackson sedeva sulla sua branda a guardarsi le mani giunte e a
pensare pensieri all'arsenico riguardanti sua cognata, Deirdre Finney, con
il suo bell'ovale pallido e il suo dolce sorriso da ebete e i suoi riccioli preraffaelliti; Deirdre che non mangiava carne («che crudeltà!») ma fumava
erba, quella sì, Deirdre che da chissà quanti anni faceva coppia fissa con
quella mascalzona della rossa di Panama; Deirdre con i suoi adesivi con il
faccione di Smiley; Deirdre che aveva fatto ammazzare suo fratello e aveva fatto sbattere sua cognata nella cella di una gattabuia di campagna che
era in realtà il braccio della morte e tutto perché si era fritta troppo il cervello da ricordare di aver lasciato la sua riserva sotto la ruota di scorta.
Non è giusto, le rispose una parte più razionale della sua mente. È stata
la targa, non è stata l'erba. È per la targa che Entragian vi ha fermati. In
un certo senso è stato come se l'angelo della morte passando non avesse
visto il segno giusto sulla porta. Non fosse stato per la droga, avrebbe trovato qualcos'altro. Una volta visti, eravate fatti, tutto qui. E lo sai benissimo.
Sì, ma non voleva saperlo. Metterla così, classificandola come una sorta
di sventura naturale, era troppo orribile. Molto meglio incolpare la sorella
idiota di Peter, immaginarsi di infliggerle punizioni in mille modi nessuno
dei quali letali, tutti dolorosissimi. Cento bastonate, il genere di castigo che
si somministrava ai ladri a Hong Kong, era una delle alternative che trovava più soddisfacenti, ma non le dispiaceva vedersi nell'atto di affondare la
punta acuminata di una scarpetta da donna in quel sederino tirato da mo-
della. Qualunque cosa per toglierle dagli occhi quell'espressione da camera
da affittare il tempo sufficiente da urlarle in faccia: «HAI FATTO
AMMAZZARE TUO FRATELLO, STUPIDA TROIA, HAI CAPITO?» e vedere accendersi la luce della comprensione.
«La violenza genera violenza», disse alle proprie mani in un pacato tono
dottrinale. Parlare da sola in circostanze come quelle le sembrava perfettamente normale. «Lo so, lo sanno tutti, ma pensarlo è così piacevole certe
volte.»
«Come?» chiese Ralph Carver. Non sembrava molto per la quale. Anzi,
per quanto macabra l'idea, somigliava un po' a quel cortocircuito ambulante che era sua cognata.
«Niente. Lasci stare.»
Si alzò. In due passi fu alle sbarre. Vi si aggrappò e guardò fuori. Il coyote era seduto davanti ai resti del giubbotto di pelle di Johnny Marinville
a fissare lo scrittore come ipnotizzato.
«Pensa che sia riuscito a scappare?» le domandò Ralph. «Crede che mio
figlio ce l'abbia fatta, signora?»
«Io non sono signora, sono Mary e la risposta è che non lo so. Voglio
pensarlo, questo sì. E credo che ci siano buone probabilità che ci sia riuscito.» Sempre che non si sia imbattuto nello sbirro, aggiunse mentalmente.
«Sì, lo credo anch'io. Non sapevo che questa storia delle preghiere fosse
così seria per lui», commentò Ralph. Sembrava quasi volesse scusarsi e in
quella situazione a Mary sembrò fuori luogo. «Pensavo che fosse... non
so... una mania passeggera. Certo non ha dato l'impressione che stesse
scherzando poco fa, vero?»
«No», gli accordò Mary. «Per niente.»
«Che cos'hai da fissare, Fuffy?» chiese Marinville al coyote. «Ti sei fatto il mio giubbotto, che cos'altro vuoi? Come se non lo sapessi.» Guardò
Mary. «Mi creda, se uno di noi riuscisse a uscire da qui, sono convinto che
quella colonia ambulante di pulci se la batterebbe con la coda tra...»
«Zitto!» lo interruppe Billingsley. «Sta salendo qualcuno!»
Aveva sentito anche il coyote. Aveva staccato gli occhi da Marinville e
si era girato ringhiando verso la porta. I passi si avvicinarono, raggiunsero
il pianerottolo, cessarono. Mary lanciò un'occhiata furtiva a Ralph Carver,
ma non poté osservarlo a lungo, la speranza e il terrore che gli si mescolavano sul viso davano origine a un'immagine troppo angosciante. Lei aveva
perso il marito e il dolore era più straziante di quanto avesse mai potuto
aspettarsi. Che effetto poteva fare vedersi spazzar via tutta la famiglia in
un solo pomeriggio?
Il vento rinforzò fischiando nelle grondaie. Il suono innervosì il coyote
che voltò la testa per un attimo, poi avanzò di qualche passo verso la porta
con le orecchie mosse da guizzi spasmodici.
«David!» gridò alla disperata Ralph. «David, se sei tu non entrare! Quella bestia è davanti alla porta!»
«Quanto dista?» Era proprio lui, il ragazzo. Era lui davvero. Stupefacente. E più stupefacente ancora era la tranquillità nella sua voce. Mary pensò
di rivalutare la forza della preghiera.
Ralph parve disorientato, come se non avesse capito la domanda. Rispose lo scrittore. «Meno di due metri», gridò. «Con la testa verso di te. Sii
prudente.»
«Ho una pistola», annunciò il ragazzino «Credo che sia meglio che vi
mettiate tutti sotto le brande. Mary, si avvicini il più possibile dalla parte
di mio padre. È sicuro che sia proprio davanti alla porta, signor Marinville?»
«Sì. In tutta la sua carne, le sue ossa e la sua immensa bruttezza. Hai mai
usato una pistola, David?»
«No.»
«Oh, Padre nostro...» mormorò Marinville alzando gli occhi al soffitto.
«No, David!» strepitò Ralph. I lineamenti gli si andavano disgregando in
un'espressione tardiva di allarme; solo in quel momento cominciava a intuire che cosa stava accadendo. «Scappa e cerca aiuto! Se apri la porta quel
bastardo ti sarà addosso in un balzo!»
«No», rispose il figlio. «Ci ho pensato, papà, e preferisco affrontare il
coyote che il poliziotto. E poi ho una chiave. Credo che funzioni. Sembra
identica a quella che ha usato lui.»
«Io mi sento convinto», affermò Marinville come per chiudere la questione. «Tutti giù! Conta fino a cinque, David, poi... buona fortuna.»
«Lo farà ammazzare!» urlò Ralph a Marinville. «Farà ammazzare mio
figlio solo per salvarsi il culo!»
«Capisco la sua preoccupazione, signor Carver», intervenne Mary, «ma
io credo che se non usciamo da qui moriremo tutti.»
«Conta fino a cinque, David!» ripeté Marinville. S'inginocchiò e si infilò
sotto la branda.
Guardando la porta, Mary si rese conto che la sua cella si sarebbe trovata
sulla linea di fuoco del ragazzino e capì perché le aveva raccomandato di
portarsi dalla parte di suo padre. Aveva solo undici anni, ma sapeva far
funzionare la testa meglio di lei.
«Uno», cominciò a contare David. Sentiva nella voce tutta la sua paura,
che trovò del tutto comprensibile. «Due.»
«Figliolo!» esclamò Billingsley. «Ascoltami, figliolo! Inginocchiati!
Tieni la pistola con tutt'e due le mani e sta' pronto a sparare verso l'alto. In
su, figliolo! Non arriverà di corsa, spiccherà un salto! Hai capito?»
«Sì», rispose David. «Sì, va bene. Sei sotto la tua branda, papà?»
Ralph era ancora alle sbarre della sua cella. La faccia gonfia tra i due tubi bianchi era una maschera di terrore. «Non farlo, David! Te lo proibisco!»
«Giù, imbecille!» gli comandò Marinville. Da sotto la sua branda guardava il padre di David con occhi furiosi.
Mary, che condivideva i suoi sentimenti, pensò che comunque la tecnica
utilizzata da Marinville era solo controproducente; si sarebbe aspettata
qualcosa di meglio da uno scrittore. Un altro scrittore, per meglio dire,
quello lo aveva già catalogato. L'uomo che aveva scritto Godimento, il libro forse più sporco del secolo, era al fresco nella cella accanto alla sua,
surreale ma vero, e con un naso che probabilmente non sarebbe mai stato
più lo stesso dopo quello che gli aveva fatto il poliziotto, ma nonostante
ciò conservava l'atteggiamento di chi si aspetta di ottenere sempre quello
che vuole. Magari su un vassoio d'argento.
«Allora, mio padre si è messo al riparo?» Ora la paura nella sua voce era
accompagnata da insicurezza e Mary odiò il padre di David: stava pizzicando come corde di chitarra i nervi già troppo tesi di quel bambino.
«No!» ragliò Ralph. «E non mi metterò al riparo! Vattene da qui! Cerca
un telefono! Chiama la polizia statale!»
«Ho provato al telefono sulla scrivania del signor Reed», gli rispose David. «Non funziona.»
«Allora provane un altro! Dannazione, continua a provare finché ne trovi
uno che...»
«La smetta di comportarsi da idiota e si metta sotto la branda», gli intimò Mary controllando il tono della voce. «Che cosa vuole che ricordi suo
figlio di oggi? Di aver visto uccidere la sorella e di aver ammazzato lui
stesso suo padre per errore? Tutto prima di cena? La pianti, una buona volta! Suo figlio sta cercando di uscire da questo pasticcio. Veda di dargli una
mano.»
Lui la guardò. Le guance pallide e lucide facevano vivo contrasto con il
sangue sul lato sinistro della faccia. «È tutto quello che mi resta», mormo-
rò. «Lo capisce?»
«Certo che lo capisco. Ora si metta sotto la branda, signor Carver.»
Ralph indietreggiò dalle sbarre della sua cella, titubante, poi si abbassò e
strisciò sotto la branda.
Mary controllò la cella dalla quale si era sfilato David (Dio, che fegato!)
e vide che anche il vecchio veterinario era sotto la sua. Nel buio i suoi occhi, l'unica parte di lui ancora giovane, brillavano come gemme azzurre.
«David!» gridò Marinville. «Siamo pronti!»
La voce che gli rispose era venata di dubbio: «Anche mio padre?»
«Sono sotto la branda», annunciò Ralph. «Figliolo, fa' attenzione. Se...»
Gli tremò la voce e aspettò che passasse. «Se ti salta addosso», riprese,
«non mollare la pistola e cerca di sparargli nella pancia.» Mise la testa fuori, improvvisamente in ansia. «Ma è carica? Sei sicuro?»
«Sì, sono sicuro.» Un momento di silenzio. «È ancora davanti alla porta?»
«Sì», gli rispose Mary.
In verità il coyote era avanzato di un altro passo. Teneva la testa abbassata e il mugolio che gli vibrava nel fondo della gola sembrava un fuoribordo in folle. Ogni volta che il bambino parlava da dietro la porta gli
guizzavano le orecchie.
«Va bene, sono in ginocchio», avvertì David. Ora Mary udiva più distintamente la sua tensione. Doveva essere ai limiti. «Riprendo a contare. Tiratevi indietro il più possibile prima che arrivi al cinque. Non... non voglio
ferire nessuno per sbaglio.»
«Ricordati di sparare in su», ripeté il veterinario. «Non troppo, solo un
pochino. D'accordo?»
«Perché spiccherà un salto. Va bene. Me lo ricordo. Uno... due...»
Fuori il vento calò all'improvviso. Nella quiete Mary udì due suoni precisi: il ringhio sommesso del coyote e il proprio cuore nelle orecchie. La
sua vita era nelle mani di un undicenne con una pistola. Se avesse mancato
il bersaglio o si fosse paralizzato e non avesse nemmeno premuto il grilletto, con tutta probabilità il coyote lo avrebbe ucciso. Poi, quando fosse tornato il poliziotto psicopatico, sarebbero morti anche loro.
«... tre...» Ora ascoltando il tremito che gli si era insinuato nella voce lo
avresti detto non meno stranito di suo padre. «... quattro... cinque.»
Il pomolo della porta ruotò.
2
Per Johnny Marinville fu come essere riprecipitato nel Vietnam, dove i
momenti fatali si manifestavano a una velocità supersonica che ti coglieva
sempre alla sprovvista. Non aveva affidato molte delle sue speranze a quel
bambino, che avrebbe facilmente spedito proiettili da tutte le parti meno
che nella pellaccia di Fuffy, ma altro a cui aggrapparsi non aveva. Come
Mary, aveva concluso che se non fossero stati fuori di lì prima che tornasse
il poliziotto, per loro era finita.
E il bambino lo sorprese.
Per cominciare non spalancò la porta, con il rischio che urtasse il muro e
tornasse indietro nascondendogli il bersaglio. La spinse, ma con delicatezza.
Era in ginocchio e di nuovo vestito, ma aveva le guance ancora verdi di
Irish Spring e gli occhi gli erano diventati enormi. La porta si stava ancora
muovendo e già aveva coperto la mano sinistra con la destra intorno al calcio della pistola, che gli sembrò una .45. Grossa per un bambino. La teneva all'altezza del petto, con la canna leggermente inclinata all'insù. L'espressione era solenne, persino diligente.
Il coyote, che forse non si aspettava che la porta si aprisse nonostante la
voce che giungeva dall'altra parte, indietreggiò di mezzo passo, poi contrasse i muscoli delle zampe posteriori e spiccò un balzo ringhiando.
Johnny giudicò che fosse stato quel breve retrocedere a segnare il suo destino, perché così facendo aveva dato al ragazzo tutto il tempo di cui aveva
bisogno per prepararsi. Fece fuoco due volte, aspettando che la pistola
sobbalzasse e tornasse a puntarsi sul bersaglio prima di premere il grilletto
la seconda volta. Al chiuso gli spari furono assordanti. Poi il coyote, che
era in volo dopo il primo sparo e prima del secondo, piombò su David atterrandolo.
Suo padre gridò uscendo precipitosamente da sotto la branda. L'impressione era che il bambino stesse lottando con l'animale sul pianerottolo, ma
Johnny trovava quasi impossibile credere che il coyote avesse ancora energie da spendere; aveva sentito i proiettili andare a segno e c'era il suo
sangue sul pavimento di legno e sulla scrivania.
«David! David! Sparagli nella pancia!» sbraitò suo padre, saltando come un matto alle sbarre della sua cella.
Invece di sparare, il ragazzino si sbarazzò del coyote come un cappotto
in cui si fosse sbadatamente impigliato. Strisciò via sulle natiche, un po'
stordito. Aveva la maglietta sporca di sangue e di ciuffi di pelo. Trovò la
parete con la schiena e se ne servì per alzarsi in piedi. Contemplò la pistola
mentre si ergeva, come meravigliandosi di trovarla ancora lì in fondo al
braccio.
«Sto bene, papà, sta' tranquillo. L'ho preso, non è riuscito nemmeno a
graffiarmi.» Si passò la mano sul petto e lungo l'altro braccio come per
confermarlo anche a se stesso. Poi guardò il coyote. Era ancora vivo, ansimava con la testa oltre il primo gradino delle scale. Nel petto aveva un'ampia ferita sanguinante.
David si abbassò su un ginocchio e gli posò la punta della canna sulla testa penzoloni. Poi girò la propria dall'altra parte. Johnny lo vide stringere
con forza le palpebre e provò un moto di tenerezza e solidarietà nel cuore.
Non aveva mai gioito molto dei propri figli, che avevano avuto il talento
particolare di farlo soffrire per i primi vent'anni, per poi snobbarlo per i
venti successivi, ma avere un figlio così forse era un piacere. Aveva grinta,
come si dice per gli atleti.
Sarei persino disposto a inginocchiarmi con lui all'ora di andare a letto,
pensò. Diamine, lo farebbe chiunque. Guarda che risultato!
Sempre con quell'espressione dolente (la faccia di un bambino che sa
che deve mangiare il suo fegato prima di uscire a giocare con gli amici),
David premette il grilletto per la terza volta. La detonazione fu potente ma
meno secca. Il corpo del coyote sussultò. Sotto la ringhiera apparve un
ventaglio di goccioline rosse e fini come trine. Il roco ansimare cessò. Il
bambino aprì gli occhi e guardò che cosa aveva fatto. «Grazie, Dio», disse
con un filo di voce atona. «Ma è stato orribile. Veramente orribile.»
«Ottimo lavoro, figliolo», si complimentò Billingsley.
David si alzò ed entrò camminando adagio. Ralph protese le braccia. Ricominciando a piangere, andò da lui e si lasciò stringere in un goffo abbraccio ostacolato dalle sbarre che li dividevano.
«Avevo paura per te, giovanotto», disse Ralph. «Per questo ti ho detto di
andare via. Lo sai, vero?»
«Sì, papà.» Ora David piangeva più forte e Johnny capì ancor prima di
lui che quelle lacrime non erano dovute alla bestiaccia che aveva ucciso.
«Pie era appesa a un g-g-gancio da basso. C'erano anche altre p-persone.
L'ho tirata giù. Non ho potuto tirare giù gli altri, sono a-a-adulti, ma ho tirato giù Pie. Ho c-cantato... cantato per l-l...»
Cercò di finire, ma le parole vennero ingoiate da singhiozzi isterici.
Premette il viso tra le sbarre mentre il padre gli accarezzava la schiena e
gli mormorava parole di conforto e incoraggiamento, gli diceva che era si-
curo che avesse fatto tutto quello che poteva per Kirsten, che non aveva
niente da rimproverarsi.
Johnny concesse loro un minuto pieno cronometrato sul suo orologio
prima di chiamare il ragazzo. Lo meritava se non altro per aver aperto
quella porta sapendo che dall'altra parte c'era un animale feroce pronto a
sbranarlo. David non si girò, così lo chiamò una seconda volta, un po' più
forte. Allora richiamò la sua attenzione. Aveva gli occhi arrossati e stava
ancora piangendo.
«Senti, ragazzo, so che te la sei vista brutta», disse Johnny, «e se usciamo da questa storia vivi, sarò il primo a proporti per la Stella d'Argento.
Ora come ora però dobbiamo squagliarcela. Forse Entragian sta già tornando. Se è vicino, probabilmente ha sentito gli spari. Quindi se hai una
chiave, è ora di provarla.»
David si tolse di tasca il grosso mazzo di chiavi e selezionò la tessera
simile a quella che aveva usato Entragian. La infilò nella serratura della
cella di suo padre. Non accadde nulla. Mary mandò un grido di delusione
battendo la mano contro le sbarre.
«Dall'altra parte», intervenne Johnny. «Rovesciala.»
David rovesciò la tessera e la infilò di nuovo. Si udì allora uno schiocco
potente, quasi un tonfo, e la porta si socchiuse.
«Sì!» proruppe Mary. «Oh, sì!»
Ralph uscì e sollevò il figlio da terra stringendoselo al torace, ora che
non era più impedito dalle sbarre e quando David gli baciò il lato sinistro
del volto, dov'era gonfio, Ralph Carver gridò di dolore e allo stesso tempo
rise. Johnny giudicò quei suoni i più straordinari che avesse mai udito,
manifestazioni che mai avrebbe potuto descrivere in un libro; la loro ricchezza, come l'espressione sul viso di Ralph Carver mentre guardava il figlio, avrebbe eluso qualunque similitudine o perifrasi.
3
Ralph prese la tessera dalla mano del figlio e la usò per aprire le altre
celle. I prigionieri si riunirono davanti alla scrivania della guardia, Mary di
New York, Ralph e David dell'Ohio, Johnny del Connecticut, il vecchio
Tom Billingsley del Nevada. Si guardarono l'un l'altro con gli occhi dei
superstiti di un disastro ferroviario.
«Battiamocela», propose Johnny. Vide che il ragazzo aveva consegnato
la pistola al padre. «Sa usare quella, signor Carver? Ci vede abbastanza per
usarla?»
«Sì a entrambe le domande», rispose Ralph. «Andiamo.»
Fu il primo a raggiungere la porta, tenendo David per mano. A loro si
unì Mary, seguita da Billingsley. Johnny chiudeva la fila. Mentre scavalcava il coyote vide che l'ultimo proiettile gli aveva praticamente polverizzato la testa. Si domandò se il padre del bambino sarebbe stato capace di
tanto. Nemmeno sul proprio conto era molto sicuro.
Ai piedi delle scale David li fermò. Ora i vetri della porta erano neri, era
scesa la notte. Il vento strideva come qualcosa che si è smarrito ed è furioso per questo. «Voi non ci crederete, ma vi giuro che è vero», esordì il
bambino, raccontando poi che cos'aveva visto sull'altro lato della strada.
«Guardate, l'avvoltoio giacerà con il coyote», declamò Johnny sbirciando dal vetro. «È nella Bibbia. Lettera ai giamaicani, capitolo tre.»
«Non lo trovo divertente», commentò Ralph.
«Nemmeno io», ribatté Johnny. Vedeva le case dall'altra parte e qualche
cespuglio che rotolava per la via, ma nient'altro. Aveva importanza? Avrebbe avuto importanza anche se davanti alla sala da biliardo locale ci
fosse stata una muta di lupi mannari a fumare crack in attesa di qualche
fuggiasco? Non potevano restare lì comunque. Entragian sarebbe tornato,
quelli come lui tornano sempre.
Quelli come lui non esistono, gli bisbigliò la mente. Nella storia del
mondo non c'è mai stato uno come lui e lo sai.
Sì, forse sì, ma il principio non cambiava lo stesso. Dovevano andarsene.
«Io ti credo», dichiarò Mary a David. Guardò Johnny. «Andiamo nell'ufficio del capo della polizia o come diavolo lo chiamano qui.»
«Per far cosa?»
«Torce e armi. Vuole venire, signor Billingsley?»
Billingsley scosse la testa.
«David, vuoi darmi le chiavi?»
David gliele porse. Mary se le infilò in una tasca dei jeans. «Tenete gli
occhi aperti», raccomandò loro. David annuì. Mary prese la mano di
Johnny (aveva le dita fredde come ghiaccio) e lo trascinò alla porta del settore in cui si trovavano gli uffici.
Johnny vide la scritta sul muro e gliela indicò: «'In questi silenzi qualcosa potrebbe sorgere.' Che cosa può voler dire?»
«Non lo so e non me ne frega niente. Voglio trovare un posto dove ci
siano luci, gente, telefoni, e dove possiamo...»
Stava girando a destra mentre parlava e il suo sguardo sorvolò la tenda
verde ripiegata per terra sotto le alte finestre (la sagoma sottostante era
troppo vaga per attirare la sua attenzione). Poi vide i cadaveri appesi. Le
mancò il fiato e si piegò in avanti come se qualcuno l'avesse colpita al ventre, poi si girò per fuggire. Johnny la trattenne, ma per un momento temette
di non farcela. C'era una forza insospettata nascosta in quel corpo snello.
«No!» gridò, scuotendola con energia, spinto in parte dall'esasperazione.
Si vergognava di sentirsi così, ma non era in grado di reprimere del tutto il
suo stato d'animo. «No, mi devi aiutare! Basta che non li guardi!»
«Ma uno di loro è Peter!»
«Ed è morto. Mi dispiace molto, ma è morto. Noi no. Non ancora. Non
guardarlo. Andiamo.»
La guidò velocemente alla porta del responsabile dell'ordine pubblico. E
dovette prendere atto di un'altra piccola, ripugnante sfaccettatura di quell'esperienza: Mary Jackson lo stava eccitando. Fremeva imprigionata dal
suo braccio e la curva morbida del suo seno gli sfiorava la mano e lui la
desiderava. Dietro di loro suo marito era appeso al muro come un soprabito eppure stava avendo una dignitosa erezione, considerati tra l'altro i probabili guai alla prostata. Terry ha sempre avuto ragione, pensò. Sono uno
stronzo.
«Andiamo», la esortò, stringendola in quello che sperava fosse un abbraccio fraterno. «Se quel ragazzo è stato capace di fare quello che ha fatto, tu non puoi essere da meno. Ne sono sicuro. Fatti forza, Mary.»
Lei respirò a fondo. «Ci sto provando...»
«Brava... oh, merda. Abbiamo da digerirne un altro qui. Ti direi di non
guardare, ma credo che non sia più tempo di complimenti.»
Mary guardò il corpo del capo della polizia locale e con il rumore che
produsse nel fondo della gola lasciò intendere che quella digestione non le
era facile. «Il bambino... David... Gesù Cristo... ma come ha fatto?»
«Non lo so», replicò Johnny. «Certo non è un ragazzino comune. Secondo me ha spinto lo sceriffo Jim giù dalla poltrona per prendergli le chiavi.
Senti, perché tu non vai nell'ufficio del capo dei vigili del fuoco? Faremo
più in fretta se cerchiamo tutti e due contemporaneamente.»
«Va bene.»
«Preparati. Se il pompiere era al suo posto quando a Entragian è scoppiato il cervello, probabilmente è morto come tutti gli altri.»
«D'accordo. Prendi queste.»
Gli tese le chiavi, poi andò all'altra porta. Johnny la vide cominciare a
girare la testa verso il marito e fermarsi in tempo. Annuì e cercò di inviarle
un incoraggiamento telepatico, brava ragazza, buona idea. Mary aprì la
porta del capo dei vigili del fuoco, spingendola con le dita come per evitare un trabocchetto guardò dentro, mandò un sospiro e mostrò i pollici a
Johnny.
«Tre cose, Mary: torce, armi da fuoco e chiavi d'automobile. Intesi?»
«Intesi.»
Johnny entrò nell'ufficio del poliziotto cercando rapidamente tra le chiavi che aveva prelevato David. C'erano quelle di un'automobile della GM
che dovevano appartenere all'auto di pattuglia di Entragian. Se fosse stata
fuori nel piazzale avrebbe potuto essere molto utile, ma Johnny ci sperava
poco. Poco dopo l'uscita del pazzo con la moglie di Carver aveva sentito
un motore.
I cassetti della scrivania erano bloccati, ma quando infilò la chiave giusta nella serratura del cassetto più grande sopra il vano per le ginocchia, si
aprirono tutti. In uno trovò una torcia e in un altro una cassetta chiusa a
chiave con la scritta RUGER. Provò varie chiavi scelte fra le più piccole,
ma nessuna andava bene.
Portarla via comunque? Forse. Se nessuno dei due avesse trovato altre
armi.
Attraversò l'ufficio e si fermò a guardare dalla finestra. Non vide altro
che polvere. Forse non c'era altro da vedere. Dio, perché non aveva preso
l'interstatale?
L'idea gli parve comica. Ridacchiò sottovoce, mentre guardava la porta
chiusa dietro la scrivania di Reed. Sto andando via di testa, pensò. Altro
che In viaggio con Harley; se ne vieni fuori con la pelle addosso, ti conviene intitolare il libro In viaggio con il Mentecatto.
Rise più forte. Si mise una mano davanti alla bocca per soffocare l'ilarità
e aprì la porta. La risata gli morì d'incanto dietro le dita. Fra scarpe e stivali, seminascosta da soprabiti e divise appese, c'era una donna morta. Era
appoggiata alla parete laterale del ripostiglio e indossava gli abiti che
Johnny definiva della Segretaria Zampettante: pantaloni che si stringevano
intorno alle caviglie e camicia di seta con incrocio di rose ricamate sopra il
seno sinistro. Sembrava lo fissasse con due occhi grandi e rotondi, ma era
solo un'illusione.
Perché ti aspetti di vedere occhi, rifletté, e non solo due grandi orbite
rosse con dentro niente.
Resistette all'impulso di richiudere il ripostiglio e spinse invece dall'una
e dall'altra parte gli indumenti appesi per vedere la parete di fondo. Buona
idea. Vi trovò una rastrelliera con cinque o sei tra fucili e carabine. Il terzo
posto da destra era vuoto e Johnny dedusse che era quello del fucile che
Entragian gli aveva spianato addosso.
«Centro!» esclamò entrando nel ripostiglio. Divaricò le gambe dall'una e
dall'altra parte del cadavere seduto, ma si sentì immediatamente in grande
disagio; una volta se l'era fatto succhiare da una donna seduta nell'identica
posizione contro la parete di una camera da letto. Era stato a una festa a
East Hampton. C'era anche Spielberg. E Joyce Carol Oates.
Retrocesse, posò un piede su una spalla del cadavere e spinse. La donna
scivolò lentamente sulla destra. Mentre scivolava le sue grandi orbite rosse
lo fissavano con un'espressione che gli sembrava di sorpresa, come a chiedersi come potesse un uomo della sua cultura, un vincitore del National
Book Award, cielo santissimo, abbassarsi al punto da buttar giù una signora in un ripostiglio. Fili dei suoi capelli la seguirono come una scia sulla
parete.
«Spiacente, signora, ma, mi creda, così è meglio per tutti e due.»
I fucili erano protetti da un cavo d'acciaio che passava nei ponticelli. Il
cavo era bloccato da un lucchetto su un lato della rastrelliera. Johnny si
augurò di aver più fortuna nel trovare la chiave giusta di quella che aveva
avuto quando aveva cercato la chiave dell'astuccio che conteneva la Ruger.
Al terzo tentativo il lucchetto si aprì. Fece scorrere il cavo con uno strattone così forte che uno dei fucili, un Remington .30-06, saltò fuori dalla
rastrelliera. Lo afferrò prima che cadesse, si girò... e si trovò faccia a faccia
con Mary. Fece un verso strozzato che probabilmente sarebbe stato un urlo
se non avesse avuto tanta paura. Il suo cuore smise di battere e per un momento molto lungo temette che non riprendesse più; sarebbe morto di paura prima di accasciarsi sul cadavere in camicetta di seta.
Poi, grazie a Dio, il battito ricominciò. Si diede un pugno poco sopra il
capezzolo sinistro (una zona che in un'altra epoca era stata di carni sode e
che ora così non era più) giusto per mostrare alla pompa sottostante chi era
il capo.
«Non ti ci provare mai più», ammonì Mary, cercando di non ansimare.
«Che ti prende?»
«Credevo che mi avessi sentita.» Non sembrava molto compassionevole.
Incredibile ma vero, portava appesa alla spalla una borsa da golf. In tessuto
scozzese. Guardò il cadavere nel ripostiglio. «Ce n'è uno anche nell'armadio del pompiere. Maschio.»
«Hai idea di che handicap aveva?» Il cuore gli galoppava ancora, ma
forse non veloce come prima.
«Non perdi mai il vizio, vero?»
«Vaffanculo, Mary, sto cercando di far finta di non morire. Tutti i Martini che ho bevuto in vita mia mi sono saltati sul cuore. Cristo, se mi hai
spaventato.»
«Mi dispiace, ma dobbiamo sbrigarci. Potrebbe tornare da un momento
all'altro.»
«Un'ipotesi che non mi è mai passata per questa schifezzuola che ho al
posto del cervello. Prendi questo. E stacci attenta.» Le consegnò il Remington pensando a una vecchia canzone di Tom Waits. Neri pallettoni di un
.30-06, cantava Waits nella sua voce spanata e un po' demoniaca. Ti riducono in trucioli.
«Quanto attenta? È carico?»
«Non mi ricordo nemmeno come si fa per controllare. Ho fatto un giro
in Vietnam, ma come giornalista. È stato molto tempo fa. Le sole armi da
fuoco che ho mai visto usare dopo di allora erano sullo schermo dei cinematografi. Ci pensiamo dopo, vuoi?»
Lei infilò con cautela il fucile nella borsa. «Ho trovato due torce. Funzionano. Una è molto lunga. Fa una luce forte.»
«Bene.» Johnny le consegnò anche quella che aveva trovato lui.
«La borsa era appesa dietro la porta», riferì Mary, lasciandovi cadere
dentro la terza torcia. «Il capo dei pompieri... se era lui... be', aveva una
mazza infilata dentro dalla cima della testa. Tutta dentro. Come... come allo spiedo.»
Johnny prese altre due carabine e un fucile dalla rastrelliera e si girò. Se
la cassa di noce sotto la rastrelliera conteneva munizioni, come riteneva,
poteva dirsi soddisfatto. Un fucile o una carabina a ciascuno degli adulti. Il
bambino avrebbe potuto tenersi la .45 dello sceriffo Jim. Al diavolo, quel
ragazzino poteva prendersi l'arma che voleva, per quanto importava a lui.
Almeno finora David Carver era il solo del gruppo ad aver dimostrato di
saperne usare una se necessario.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto vedere una cosa del genere», commentò mentre aiutava Mary a mettere le armi nella borsa da golf.
Lei scosse la testa in un moto spazientito, come se non fosse quello il
punto. «Che forza ci vuole per una cosa così? Per spingere il manico di un
bastone da golf attraverso la testa di un uomo, giù per il collo fin nel torace? Per spingerlo giù tanto da lasciar spuntare solo la testa come... come
un cappellino o che so io?»
«Non lo so. Un sacco, immagino. Ma Entragian è un bisonte.» Sì, d'accordo, era un bisonte, ma ora che Mary aveva descritto la probabile manovra, gli sembrava un po' strano.
«È il livello di violenza a spaventarmi di più», continuò lei. «La ferocia.
Quella donna... le ha cavato gli occhi, vero?»
«Sì.»
«La bambina dei Carver... quello che ha fatto a Peter, sparandogli a bruciapelo nello stomaco non so quanti colpi... le persone appese come cervi
nella stagione della caccia... capisci che cosa voglio dire?»
«Naturalmente.» E sei solo all'inizio, Mary, pensò. Quello non è solo un
serial killer. È il dottor Dolittle in versione Bram Stoker.
Lei si guardò intorno innervosita da una folata di vento più forte che investì l'edificio. «Non importa dove andiamo adesso, basta che sia fuori di
qui. Per l'amor del cielo, vieni via!»
«Solo due secondi e arrivo.»
S'inginocchiò vicino alle gambe della donna, nell'odore di sangue e profumo. Ricominciò a tentare le chiavi e questa volta esaurì quasi completamente il mazzo prima di far scattare la serratura della cassetta che, come si
era augurato, conteneva una ben assortita scorta di munizioni, sebbene di
dimensioni contenute. Prelevò otto o nove scatole, quelle che pensava potessero andar bene per le armi che aveva scelto, e le buttò nella borsa da
golf.
«Non riuscirò mai a trasportare tutta quella roba», protestò Mary.
«Ci penso io.»
Restò deluso. Si vergognò un po' quando scoprì di non riuscire nemmeno a sollevare la borsa da terra. Se questa deficiente non mi avesse spaventato a morte, pensò, poi dovette ridere di sé.
«Che c'è?» chiese lei in tono brusco, vedendo la sua espressione.
«Niente.» Il sorriso gli scomparve dal volto. «Tu prendi da questa parte.
Aiutami a trascinarla.»
Tirarono la borsa insieme. Uscendo da dietro il banco Mary tenne la testa bassa e gli occhi fissi sul mazzo delle canne. Johnny si concesse una
sola occhiata ai cadaveri appesi e pensò: La tempesta, i coyote allineati
sulla strada come una guardia d'onore, quello che sorveglia le celle, gli
avvoltoi, i morti. Che bello poter credere che fosse tutto un sogno. Ma non
era così, gli bastava annusare l'odore acre del proprio sudore per i canali
ostruiti e doloranti del naso. Stava accadendo in quel luogo qualcosa che
era al di là di qualunque cosa potesse aver mai creduto, di qualunque cosa
potesse aver mai considerato di credere.
«Ci siamo, non guardare», ansimò.
«Non guardo, sta' tranquillo», rispose lei. Johnny fu contento di sentire
che anche Mary aveva il fiato un po' corto.
Nell'atrio il vento era più rumoroso che mai. Ralph attendeva davanti alla porta con un braccio intorno alle spalle del figlio. Dietro di loro c'era il
vecchio. Tutti si girarono al loro arrivo.
«Abbiamo sentito un motore», li informò subito David.
«Ci è sembrato», precisò Ralph.
«Era la macchina della polizia?» chiese Mary. Sfilò dalla borsa da golf
uno dei fucili e quando la canna arrivò nei pressi di Billingsley, il veterinario la respinse con la mano, facendo una smorfia.
«Io non sono nemmeno sicuro che fosse davvero un motore», aggiunse
Ralph. «Il vento...»
«Non era il vento», insisté David.
«Fari?» domandò Johnny.
David scosse la testa. «No, ma c'è troppa sabbia sollevata dal vento.»
Johnny spostò lo sguardo dal fucile che Mary aveva tra le mani (ora aveva puntato la canna verso terra) agli altri che spuntavano dalla borsa da
golf e lo fermò infine su Ralph. Ralph alzò le spalle e guardò il vecchio.
Billingsley sospirò. «Coraggio, tirateli fuori», parve arrendersi. «Vediamo che cosa avete.»
«Non si può rimandare?» obiettò Mary. «Se torna quel pazzo...»
«Mio figlio dice di aver visto altri coyote là fuori», spiegò Ralph Carver.
«Dobbiamo essere pronti nel caso ci attacchino, signora.»
«Per l'ultima volta, mi chiamo Mary!» s'irritò lei. «Allora va bene, diamoci da fare. In fretta, però.»
Johnny e Ralph sostennero la borsa mentre Billingsley toglieva i fucili e
li passava a David. «Mettili in fila», gli ordinò. David li allineò ai piedi
delle scale, dove sarebbe stato possibile esaminarli alla luce proveniente
dagli uffici.
Poi Ralph sollevò la borsa per rovesciarla. Johnny e Mary raccolsero
torce e munizioni prima che cadessero per terra. Il vecchio passò le scatole
di munizioni a David, indicandogli per ciascuna presso quale arma dovesse
collocarla. Finirono con tre scatole per il .30-06 e nessuna per l'ultimo fucile della fila. «Non avete preso niente per quel Mossberg», disse Billingsley. «È un buon fucile, ma ci vogliono proiettili del .22. Vuole tornare di
là a vedere se ce ne sono?»
«No», rispose subito Mary.
Johnny la guardò indispettito per un attimo, non gli piacevano le donne
che rispondevano a domande rivolte a lui. Ma Mary aveva ragione. «Non
c'è tempo», ribatté, rivolto a Billingsley. «Ma porteremo via il fucile lo
stesso. Ci sarà pure qualcuno in paese con delle pallottole del .22. Prendilo
tu, Mary.»
«No grazie», rispose con freddezza lei, scegliendo invece il fucile che il
veterinario aveva identificato come un Rossi calibro .12. «Se deve essere
usato come mazza, è meglio che sia un uomo a farlo, non credi?»
Johnny si rese conto di essere caduto in una trappola. Tesa con notevole
astuzia, tra l'altro. Brutta stronza, pensò e forse lo avrebbe anche detto a
voce alta, con o senza il marito appeso a un muro, se non fosse intervenuto
David Carver. «Un camion!» esclamò in quel momento affrettandosi ad
aprire la porta.
Da qualche tempo ormai udivano il vento e lo sentivano scuotere l'edificio di mattoni in cui si trovavano, ma nessuno di loro si sarebbe aspettato
la ferocia con cui strappò il battente dalla mano di David mandandolo a
cozzare contro il muro in uno scroscio di vetri infranti. I manifesti e le circolari affisse al tabellone dell'atrio crepitarono, alcuni fogli furono strappati via di netto risalendo in un vortice nella tromba delle scale. Johnny si
sentì mitragliare in faccia dalla sabbia. Alzò una mano per proteggersi e si
colpì inavvertitamente il naso. Gridò di dolore.
«David!» chiamò Ralph afferrando il figlio per la maglietta. Troppo tardi. Il bambino si era tuffato nel buio rombante, impavido delle insidie che
potevano essere in agguato. Allora Johnny capì che cosa lo avesse tanto
galvanizzato: una luce di fari. Fanali accesi che spazzavano la strada da
destra a sinistra nella sterzata di un veicolo. La sabbia turbinava nei fasci
di luce in movimento.
«Ehi!» gridò David sbracciandosi. «Ehi, voi! Voi del camion!»
La luce dei fari cominciò ad affievolirsi. Johnny raccolse da terra una
delle torce e inseguì i Carver. Fu assalito dal vento che lo fece barcollare.
Si aggrappò allo stipite per non rotolare dai gradini. David era corso in
mezzo alla strada, abbassandosi di scatto per schivare un oggetto buio che
gli sfrecciò vicino. Johnny temette che fosse un avvoltoio, ma quando accese la torcia vide che era solo un cespuglio.
Puntò allora la luce in direzione dei fanalini di coda che si stavano allontanando e la mosse in un arco orizzontale, socchiudendo gli occhi nella
sabbia. Ma la lotta tra la sua lampadina e le tenebre dense di sabbia era
impari.
«EHI!» gridò David. Dietro di lui, rivoltella in mano, il padre cercava di
guardare contemporaneamente in tutte le direzioni, come una guardia del
corpo presidenziale che avverte il pericolo. «EHI, TORNATE INDIETRO!»
Ma i fanalini di coda si allontanavano in direzione nord sulla strada che
riportava alla Highway 50. Il semaforo oscillava nel vento e quando il veicolo vi passò sotto Johnny lo intravide per un istante nel suo bagliore intermittente. Non era grande, un camioncino con una scritta sul portellone
posteriore. Non riuscì a leggerla, c'era troppa sabbia nell'aria.
«Tornate dentro!» urlò. «È andato via!»
Il bambino si trattenne ancora per qualche momento nella strada, con le
spalle accasciate. Il padre gli toccò una mano. «Vieni, David. Non abbiamo bisogno di quel camion. Siamo in città. Troveremo qualcuno che ci
possa aiutare e...» La frase gli si spense sulle labbra quando si girò e si accorse di quello che Johnny aveva già notato. L'abitato era immerso nell'oscurità. Era ovvio che la gente del posto si era rintanata, che tutti sapevano
che cosa stava succedendo e si erano nascosti dal pazzo in attesa della cavalleria. Così dettava la logica, ma non così sentiva il cuore di Johnny.
Per il suo cuore l'atmosfera che c'era in quel posto era quella di un cimitero.
David e suo padre tornarono verso l'edificio, il bambino scoraggiato, a
testa bassa, l'adulto a guardarsi ancora intorno, vigile. Osservando Mary
ferma sulla soglia ad aspettarli, Johnny la trovò straordinariamente bella,
con i capelli che le volavano intorno alla testa.
Quel camioncino, Johnny. Aveva qualcosa quel camioncino, vero? Era
la voce di Terry.
Nel buio ventoso si levarono nuovi ululati. Sembravano di scherno, come risa, e sembravano arrivare da ogni dove. Ma Johnny non li udì. Pensava al camioncino. Sì, c'era qualcosa... le dimensioni, e la scritta, c'era qualcosa nell'insieme, nonostante il buio e la densa cortina di sabbia. Qualcosa...
«Merda!» proruppe portandosi nuovamente una mano al petto. Non al
cuore, questa volta, ma a una tasca che non esisteva più. Rivide mentalmente il coyote che tirava e strattonava il suo prezioso giubbotto e finalmente lo strappava, spedendo il contenuto delle tasche in giro per tutta la
stanza. Compreso...
«Cosa?» chiese Mary, allarmata dall'espressione che aveva sul viso.
«Cosa?»
«Tutti dentro, presto, finché non avremo caricato questi fucili», li esortò
Billingsley. «Se non volete finire tra le grinfie di qualche bestiaccia.»
Johnny non sentì nemmeno quelle parole. Era sicuro che le lettere sul
portellone posteriore del camioncino scomparso nella tempesta componevano la parola «Ryder». Logico, no? Steve Ames lo stava cercando. Aveva
fatto un salto a Desperation, non aveva visto niente, e ora avrebbe provato
altrove.
Abbandonò un attonito Billingsley, accovacciatosi a caricare le armi, e si
lanciò su per le scale, pregando il Dio di David Carver che il suo cellulare
fosse ancora tutto intero e funzionante.
4
Se è tutto normale, se abbiamo la sensazione che sia normale, aveva
detto Steve Ames, vorrà dire che cercheremo qualche rappresentante delle autorità a cui fare rapporto. Ma se notiamo anche il più piccolo segno
di anomalia, partiamo a tutta birra per Ely.
Ora, sul pulmino fermo con il motore acceso sotto il semaforo lampeggiante che danzava sopra l'unico incrocio di Desperation, Cynthia lo tirò
per la camicia. «È ora di tornare a Ely», lo esortò indicandogli qualcosa al
finestrino. «Vedi quelle bici nella strada? Mia nonna diceva sempre che le
bici in mezzo alla strada sono una di quelle cose che ti fanno piovere addosso una scalogna nera, come quando rompi uno specchio o posi un cappello sul letto. È ora che ce la battiamo.»
«Così diceva tua nonna, eh?»
«Per la verità non ho mai avuto una nonna, nel senso che non ne ho mai
conosciuta una, ma usa la testa, che ci fanno lì? Perché nessuno le ha ritirate prima che arrivasse la tempesta? Non è normale.»
Steve osservò le biciclette, adagiate come se fossero state abbattute dal
vento, poi allungò lo sguardo nella via che correva in direzione est-ovest.
«Già, però c'è gente in casa. Vedo le luci.»
Sì, c'erano luci accese in alcune delle abitazioni, ma i lumi erano sparsi
in una maniera scomposta che aveva qualcosa di innaturale. E poi...
«C'erano luci accese anche in quel capannone della miniera», osservò.
«E se guardi bene la maggior parte delle case è al buio. Vuoi spiegarmi tu
perché?» Sentì la venatura sarcastica che le serpeggiava nella voce, non le
piacque, non poté trattenerla. «Pensi che il grosso dei locali abbia noleg-
giato un pullman per andare a vedere le Fave di Desperation incontrare in
partita doppia gli Stronzi di Austin? Un megaderby del deserto? L'evento
che tutti attendono con trepidazione per tutto l'an... Ehi, che cosa stai facendo?»
Non che avesse bisogno di domandare. Steve stava imboccando l'altra
strada in direzione ovest. Un cespuglio rotolante si lanciò sul pulmino come saltando dallo schermo in un film in 3 D. Cynthia lanciò un grido alzando un braccio davanti al viso. Il cespuglio colpì il parabrezza, rimbalzò,
grattò sul tetto e scomparve dietro di loro.
«Questa è una stupidaggine», decretò. «Pericolosa per giunta.»
Lui le scoccò un'occhiata, sorrise e annuì. Cynthia avrebbe dovuto essere
in collera con lui, vedendolo sogghignare in quel modo, ma era difficile
adirarsi con un uomo capace di trasmettere serenità in maniera così inaspettata e sapeva che quello era gran parte del suo problema. Come si
compiaceva di ripetere Gert Kinshaw giù alle F & S, coloro che non imparavano dal passato erano condannati a esserne presi a botte. Non reputava
Steve Ames uomo incline a usare i pugni su una donna, ma non era quella
l'unica maniera in cui gli uomini facevano male a una donna. Facevano loro male anche sorridendo, così candidamente, inducendole a mettere volontariamente la testa tra le fauci del leone. Di solito portando con sé la
pentola in cui cuocerle.
«Se sai che è pericoloso, perché lo fai, Lubbock?»
«Perché abbiamo bisogno di trovare un telefono che funzioni e perché
non mi piace lo stato d'animo in cui mi trovo. È quasi buio e non ricordo di
aver mai avuto tanto i nervi a fior di pelle. Lasciami dare un'occhiata a un
paio di posti giusto per non lasciare che abbia la meglio il nervosismo sulla
ragione. Tu puoi rimanere su.»
«Ma neanche per... ehi, guarda là.» Gli indicò la palizzata che era stata
abbattuta sul prato di una piccola casa. La luce artificiale dei fanali impediva di capire di che colore fosse la casa, ma Cynthia non ebbe difficoltà a
vedere le impronte dei battistrada sulla staccionata; erano troppo nitide.
«Può essere stato un ubriaco», commentò lui. «Ho già visto due bar,
senza nemmeno che li stessi cercando.» Un'ipotesi poco verosimile, secondo lei, ma le piaceva sempre di più il suo accento texano. Altro brutto
segno.
«Dai, Steve, usa la testa.» Si levarono nella notte ululati di coyote a far
da contrappunto al vento. Cynthia gli si avvicinò di più. «Gesù, come detesto quei versacci. Che diavolo hanno?»
«Non lo so.»
Steve guidava a non più di dieci miglia orarie per essere in grado di
bloccare il veicolo appena i fari avessero illuminato un qualsiasi ostacolo.
Molto furbo da parte sua, ma più furbo ancora, nell'umile opinione di
Cynthia, sarebbe stato invertire rapidamente la marcia e battersela ancor
più rapidamente da quel posto da brividi.
«Steve, non vedo l'ora di arrivare in qualche posto dove ci sono cartelloni pubblicitari e insegne di banche e rivendite di auto usate che restano aperte tutta notte.»
«Ti sento», rispose lui e lei pensò: No, non mi senti affatto. Quando uno
dice: «Ti sento», è proprio perché non sente niente.
«Fammi dare un'occhiata qui, solo in questa casa, poi chiudiamo il capitolo di questo buco nel deserto», disse lui e imboccò il vialetto di una piccola abitazione in stile ranch sul lato sinistro della via. Avevano percorso
poche centinaia di metri dall'incrocio e Cynthia vedeva ancora il semaforo
nei turbini di sabbia.
Nella casa scelta da Steve c'erano luci accese, luci intense che filtravano
dalle tende sottili della finestra del soggiorno, meno forti e più gialle che
illuminavano i vetri di tre feritoie che si aprivano in diagonale nella porta
dell'ingresso.
Si sollevò il fazzoletto su naso e bocca e aprì lo sportello, trattenendolo
con la mano quando il vento cercò di strapparglielo. «Resta qui.»
«Sì, come no.» Cynthia aprì la portiera dall'altra parte, ma lei non riuscì
a resistere al vento, che gliela strappò dalla mano. Scese prima che Steve
potesse protestare.
Una folata la respinse facendola vacillare. Si aggrappò allo sportello aperto per non cadere. La sabbia le bruciò labbra e guance, spingendola ad
affrettarsi ad alzare il proprio fazzoletto con una smorfia di dolore. E come
se già non bastasse, c'era la possibilità che quella tempesta fosse ancora solo in fase di preriscaldamento.
Si guardò in giro alla ricerca dei coyote che le erano sembrati molto vicini, ma non ne vide. Non ancora. Steve stava già salendo in veranda, alla
faccia del maschio protettivo. Lo seguì, stringendo i denti a un altro schiaffo del vento che minacciò di farla ruzzolare.
Ci comportiamo come i personaggi di un film dell'orrore di seconda categoria, pensò con sgomento, restando dove non dovremmo restare, andando a ficcare il naso dove non dovremmo mai avvicinare nemmeno la
punta.
Abbastanza vero... ma non era sempre così per tutti? Quando Richie Judkins era tornato a casa inferocito e con una gran voglia di strappare orecchie, non aveva trovato forse Cynthia ad aspettarlo? Non era da quella tendenza che si sviluppavano i fattacci più cruenti del mondo, proprio perché
si restava quando si sapeva benissimo che era mille volte più opportuno
andarsene, si teneva duro quando l'istinto gridava che era il momento di
darsela a gambe? In ultima analisi, non era proprio quello il motivo per cui
i film dell'orrore di seconda categoria piacevano tanto al grande pubblico?
Non era perché la gente si riconosceva nei personaggi atterriti che si rifiutavano di abbandonare la casa stregata anche dopo che erano cominciati gli
omicidi?
Steve era alla porta nel boato del vento e nei vortici di polvere, la testa
incassata nelle spalle, il fazzoletto che gli sbatacchiava sul mento. Stava
suonando il campanello. Stava nientemeno che schiacciando il pulsante del
campanello, neanche volesse domandare alla padrona di casa il permesso
di entrare per spiegargli i vantaggi di uno Sprint rispetto a un AT&T. Fu
troppo per lei. Lo scansò, catapultandolo quasi nei cespugli, afferrò il pomolo e lo ruotò. La porta si aprì. Non poteva vedere la metà inferiore della
faccia di Steve per via del fazzoletto, ma trovò molto soddisfacente l'espressione di sbigottimento che aveva negli occhi guardandola entrare.
«Ehi, c'è nessuno in casa? Chiamata urgente dai prodotti Avon!»
Nessuna risposta... ma uno strano suono che proveniva da una porta aperta sulla destra. Una specie di sibilo.
Cynthia si voltò. «Non c'è nessuno, visto?» riferì a Steve. «Ora possiamo
andare.»
Lui invece entrò a sua volta e s'inoltrò per il corridoio.
«No!» bisbigliò lei con foga prendendogli un braccio. «No, enne-o, vale
a dire no, ora basta!»
Steve si liberò della sua mano senza guardarla (uomini, uomini maledetti, cavalieri senza macchia e senza paura e con un sacco di cacca al posto
del cervello) e continuò ad avanzare. «Scusi?» continuava a ripetere mentre camminava... così chiunque si accingesse a farlo fuori poteva sapere
esattamente dov'era. Cynthia aveva ogni buona intenzione di uscire e tornare al pulmino. Gli avrebbe concesso tre minuti e se lui non fosse tornato
entro quel termine, sarebbe partita da sola, detto fatto.
Invece lo seguì.
«Scusate?» Steve si fermò a mezzo passo dalla porta aperta, chissà, forse
per una recrudescenza di buonsenso, poi sbirciò cautamente con un occhio
solo oltre lo stipite. «Diavolo...» S'interruppe. Ora il sibilo era più forte che
mai, un suono vibrante, quasi come quello...
Cynthia guardò da sopra la spalla di lui. Avrebbe preferito non farlo, ma
la tentazione era stata troppo forte. Steve era sbiancato sopra il fazzoletto e
non era un buon segno.
No, nemmeno il sibilo era un vero sibilo. Era un crepitio.
Il locale era la sala da pranzo. La famiglia si era riunita per consumare
quello che doveva essere il pasto serale, ma, notò subito, non il pasto di
quella sera. L'arrosto era preso d'assalto dalle mosche e su alcune fette si
erano già sviluppate colonie di larve. La salsa si era già coagulata nella
ciotola delle pannocchie. Il sugo nella salsiera era una gelatina compatta.
C'erano tre persone sedute al tavolo, una donna, un uomo e un infante
sul seggiolone. La donna indossava ancora il grembiule lungo con il quale
aveva preparato la cena. L'infante aveva un bavaglino con la scritta
GROSSO NON VUOL DIRE GRANDE. Era accasciato di traverso dietro
la ribaltina abbassata sulla quale si erano induriti alcuni spicchi d'arancia.
Rivolgeva a Cynthia un ghigno immobile. Era livido in viso. Gli occhi gli
sporgevano come bilie di vetro dalle orbite gonfie. Erano gonfi anche i genitori. Scorse alcuni forellini sul volto dell'uomo, piccoli e a coppie, non
più grandi di quelli prodotti da un ago ipodermico. Ne aveva due anche nel
naso.
Sul tavolo vagavano tra i piatti, scuotendo la coda, alcuni grossi serpenti
a sonagli. Vide il grembiule della donna sollevarsi all'improvviso e per un
attimo pensò che potesse essere ancora viva nonostante il livore del viso e
gli occhi vitrei, credette che stesse respirando, ma solo finché non vide apparire dalle pieghe la testa triangolare di un rettile che la fissò con minuscoli occhi neri. Il serpente aprì la bocca e sibilò facendo guizzare la lingua.
E ce n'erano altri ancora. C'erano serpenti sul pavimento sotto il tavolo, a
strisciare sulle scarpe dell'uomo. Serpenti nel locale attiguo, la cucina: ne
vide uno enorme, un crotalo adamantino, strisciare sul piano di laminato
sotto il forno a microonde.
E quelli per terra venivano verso di loro e venivano veloci.
Scappa! gridò a se stessa e scoprì di non potersi muovere. Era come se
gli si fossero incollate le suole al pavimento. Odiava i serpenti più di qualunque altra creatura, la disgustavano in un modo primitivo che non avrebbe mai saputo né descrivere, né comprendere. E quella casa ne era zeppa,
potevano essercene altri alle loro spalle, tra loro e la porta...
Steve l'afferrò e la tirò all'indietro. Quando vide che non era in grado di
muovere le gambe, la sollevò e la portò via fra le braccia, uscendo di corsa
nella notte, tuffandosi oltre la soglia e nel buio all'esterno come uno sposo
al contrario.
5
«Steve... hai visto...»
Lo sportello dalla parte di lei era ancora aperto. Steve la buttò dentro e lo
richiuse, poi corse dalla sua parte e saltò su. Guardò attraverso il parabrezza il rettangolo di luce che si proiettava dalla porta della casa, poi si girò
verso di lei. I suoi occhi erano diventati enormi sopra il fazzoletto.
«Ho visto, ho visto. Tutti i serpenti dell'universo. E tutti che stavano venendo verso di noi.»
«Non riuscivo a muovere le gambe... i serpenti... mi paralizzano ... mi
dispiace.»
«Colpa mia che ho voluto entrare.» Steve percorse a marcia indietro il
vialetto e, sceso sul fondo stradale, sterzò per puntare a est, verso le biciclette rovesciate, la palizzata abbattuta e il semaforo lampeggiante. «Adesso torniamo difilato alla Highway 50 e ti chiedo scusa in anticipo se ti verranno le vertigini.» La fissò con un'espressione di incredulità e orrore.
«C'erano, vero? Voglio dire, non è che ho avuto un'allucinazione?»
«Sì, c'erano. Adesso vai, Steve, guida.»
Steve partì, questa volta a un'andatura più sostenuta ma non tanto perché
fosse pericolosa. Cynthia ammirò il suo controllo specialmente in quel
momento in cui era evidentemente peggio che scosso. Al semaforo girò a
sinistra e prese in direzione nord, da dove erano arrivati.
«Prova la radio», la esortò quando vide l'orribile cittadina cominciare a
rimpicciolirsi dietro di loro. «Trova della musica. Basta che non sia musica
da cuori infranti. È l'unica condizione che ti pongo.»
«D'accordo.»
Cynthia si chinò sul cruscotto e mentre si abbassava i suoi occhi passarono sullo specchietto retrovisore montato dalla sua parte. Per un istante
ebbe l'impressione di vedere un balenio muoversi in un arco in lontananza.
Poteva essere il raggio di luce di una torcia, poteva essere un riflesso creato dal semaforo che balla nel vento e poteva essere solo uno scherzo della
sua immaginazione. Preferì credere a quest'ultima ipotesi. In ogni caso era
già scomparso, ingoiato dalla sabbia. Pensò se fosse il caso di riferirlo a
Steve e decise di no. Non credeva che avrebbe voluto tornare indietro a indagare, era convinta che fosse ormai terrorizzato quanto lei, ma era saggio
non sottovalutare mai la tendenza di un uomo a trasformarsi in John Wayne.
Ma se c'è della gente laggiù...
Scosse la testa con decisione. No. Non ci sarebbe cascata. Sì, ci saranno
anche state persone vive in quel posto, medici e avvocati e capi indiani, ma
c'era anche qualcosa di molto, molto poco simpatico. La miglior cosa che
potevano fare per qualsiasi superstite ancora presente a Desperation era
cercare aiuto.
E poi non ho visto niente. Ne sono quasi sicura.
Accese la radio, l'abitacolo fu invaso da scariche violente da un capo all'altro della gamma di lunghezze d'onda. Quando la ricerca automatica si
concluse, la spense di nuovo.
«Lascia perdere, Steve. Non si sente nemmeno una delle stazioncine locali...»
«Che cazzo?» sbottò lui in una voce stridula che non era la sua. «Che
cosa cazzo c'è ancora!»
«Io non vedo...» cominciò lei, ma si ricredette subito. C'era qualcosa davanti a loro, una sagoma enorme appena visibile nei turbini di sabbia e
polvere. Aveva grandi occhi gialli. Si portò le mani alla bocca, ma non fu
abbastanza veloce da trattenere il grido. Steve piantò entrambi i piedi sul
pedale del freno. Cynthia, che non aveva allacciato la cintura, fu proiettata
contro il cruscotto, riuscendo a frapporre all'ultimo istante gli avambracci
ed evitando così di picchiare la testa.
«Dio onnipotente», mormorò Steve, in una voce ora un po' più normale.
«Come diavolo è finito quello in mezzo alla strada?»
«Che cos'è?» chiese lei, ma già conosceva la risposta prima di aver formulato per intero la domanda. Non era un mostro di Jurassic Park (il suo
primo pensiero, per bontà di Dio) e nemmeno una mastodontica macchina
di quelle usate per gli scavi in miniera. E non aveva grandi occhi gialli:
aveva scambiato per occhi il riflesso dei loro fanali nel finestrino laterale.
Una vetrata, per l'esattezza. L'oggetto misterioso era un trailer. In mezzo
alla strada. Di traverso. A bloccare la strada.
Guardò a sinistra e vide che lo steccato tra la strada e il parcheggio delle
roulotte era stato abbattuto. Mancavano tre dei trailer più grandi, come si
arguiva facilmente dalle basi di cemento ora abbandonate. I tre rimorchi
erano ora disposti di traverso sulla strada, il più grosso davanti, gli altri a
formare una seconda muraglia nel caso che la prima linea di difesa fosse
stata sfondata. Uno di questi due era l'Airstream arrugginito sul quale era
montata la parabolica del Rattlesnake Trailer Park. Il disco era caduto rovesciandosi ai margini del parcheggio, trascinando con sé una corda da bucato con tutti i suoi indumenti appesi, che ora svolazzavano ancorati all'antenna.
«Giraci intorno», lo sollecitò lei.
«Da questa parte non posso, è troppo ripido. Ed è ripido anche dalla parte del parcheggio, ma...»
«Puoi farcela», insisté lei, cercando di dominare il tremito che le stava
affiorando nella voce. «E me lo devi. Io sono entrata in quella casa con
te...»
«Va bene, va bene.» Abbassò la mano sulla leva del cambio, probabilmente con l'intenzione di inserire la marcia più bassa, e restò bloccato così.
Inclinò la testa. Lei udì un secondo dopo di lui e il suo primo pensiero terrorizzato andò
(sono qui oh Gesù sono entrati sul pulmino)
ai serpenti. Ma non era lo stesso suono. La vibrazione era in una tonalità
più bassa. Ricordava quella che produrrebbe un pezzo di carta rimasto impigliato in un ventilatore, oppure...
Qualcosa cadde dall'aria agitata sopra di loro, una forma simile a una
grossa pietra nera. Colpì il parabrezza, pesante abbastanza da opacizzare il
punto dell'impatto come avrebbe fatto un proiettile e irradiare da esso lunghe crepe d'argento. Un getto di sangue, nero in quell'illuminazione, schizzò il vetro come se qualcuno vi avesse scagliato sopra un calamaio pieno.
Un terribile schiocco accompagnò il ripiegarsi su se stesso del kamikaze e
per un attimo Cynthia ne vide un occhio, spietato e agonizzante. Gridò di
nuovo, questa volta senza tentare di portarsi le mani alla bocca.
Ci fu un altro tonfo violento, questa volta sopra le loro teste. Alzò gli
occhi e vide un'ammaccatura sul soffitto. «Portaci via da qui, Steve!» strillò.
Lui azionò le spazzole, una delle quali spinse su una delle prese d'aria
esterne l'avvoltoio schiacciato. Lì s'impigliò raggomitolato come un bizzarro tumore munito di becco. L'altra spazzola sparse per il vetro penne e
sangue. Subito vi si appiccicò la sabbia. Steve azionò la pompa del liquido
di lavaggio. Il parabrezza si ripulì un po' nella parte superiore, ma sotto
non c'era niente da fare, la carcassa dell'uccello morto impediva al tergicristallo di lavorare a dovere.
«Steve», gemette Cynthia. Sentì che stava pronunciando il suo nome, ma
solo con l'udito, perché le labbra le erano diventate insensibili. E la parte
centrale del suo corpo non rispondeva più, quasi che fosse scomparsa, al
posto del fegato e delle viscere le sembrava di avere uno spazio vuoto in
cui fischiava il vento. «Sotto il trailer. Li vedi?»
Stava puntando il dito. Steve vide. La sabbia spinta dal vento si era disposta sull'asfalto in mucchietti allungati e orientati da est a ovest come dita protese. Se la tempesta fosse proseguita con quell'intensità, di lì a non
molto i mucchietti si sarebbero ingrossati in piccole dune, ma al momento
erano solo dita. E da sotto il trailer, impettiti come l'avanguardia di un esercito in marcia, stava emergendo un battaglione di scorpioni. Impossibile
contarli, quando ancora le riusciva difficile crederle che li stesse vedendo
davvero, probabilmente meno di un centinaio, ma molte dozzine lo stesso.
Tra essi e dietro di essi strisciavano serpenti, disegnando rapide esse sulle montagnole di sabbia alla velocità di bisce che attraversano uno specchio d'acqua.
Non possono entrare qui, disse a se stessa. Non perdere la calma, qui
non entrano!
No, e forse nemmeno lo desideravano. Forse non era quello il loro proposito. Forse la loro intenzione era di...
Ci fu un altro tonfo, questa volta dalla sua parte. Cynthia si gettò verso
Steve, cercò rifugio contro di lui con il braccio destro alzato a proteggersi
il volto. L'avvoltoio colpì il suo finestrino come una bomba piena di sangue invece che di esplosivo. Il vetro si imbiancò come latte curvandosi
verso di lei senza ancora sgretolarsi. Un'ala batté debolmente sul parabrezza. La spazzola del tergicristallo ne strappò un brandello.
«È tutto sotto controllo!» gridò lui, quasi ridendo, mentre la cingeva con
un braccio. Sembrava voler rispondere al timore che lei aveva espresso solo nel pensiero. «È tutto a posto, non possono entrare!»
«Sì, che possono!» gridò lei. «Possono entrare gli uccelli se restiamo
qui! Se diamo loro il tempo di farlo! E i serpenti ... gli scorpioni...»
«Che cosa? Che cosa dici?»
«Non possono forarci le gomme?» Era il caravan, quello che vedeva con
gli occhi della mente, il caravan con tutte le gomme a terra... e l'uomo seduto in cucina con la faccia gonfia e tatuata da forellini disposti a due a
due, così piccoli che sembravano bruscoli di pepe rosso. «Possono farlo,
vero? Se si mettono tutti insieme a mordere e pungere, lo possono fare.»
«No», rispose lui con una risata che gli si trasformò in guaito sotto il pa-
lato. «Piccoli scorpioncini del deserto lunghi dieci centimetri con un aculeo non più grande di uno spino di rosa?» Ma poi il vento cessò di soffiare
per un istante e da sotto il pulmino, praticamente sotto di loro, giunse un
rumore confuso di fruscii e Cynthia vide qualcosa di cui avrebbe fatto volentieri a meno: non credeva nemmeno lui a quello che le stava dicendo.
Avrebbe voluto, ma non ci credeva.
4
1
Il cellulare era dall'altra parte del locale, ai piedi di uno schedario sul
quale campeggiava un adesivo con la scritta PAT BUCHANAN FOR
PRESIDENT. Non sembrava rotto, ma...
Johnny estrasse l'antenna. Il telefono mandò un segnale acustico e apparve la S. Bene, ma niente barrette di trasmissione. Male. Molto male. Ma
doveva provare lo stesso. Premette il pulsante NAME/MENU finché non
apparve
STEVE, poi Schiacciò SEND.
«Marinville.» Era Mary, ferma sulla soglia. «Dobbiamo andare. Il poliziotto...»
«Lo so, lo so, un secondo.»
Niente. Nessuno squillo, nessuna voce artificiale, niente di niente. Solo
un soffio cupo e costante, come quello che si sente in una conchiglia.
«Affanculo», brontolò richiudendo il telefono. «Ma quello era Steve, lo
so. Se fossimo solo usciti trenta secondi prima... trenta cazzutissimi secondi...»
«Johnny, per piacere.»
«Arrivo.» La seguì giù per le scale.
Mary aveva in mano il Rossi e quando furono fuori, Johnny vide che
David Carver aveva ripreso la pistola, tenuta ora contro la gamba. Ralph
gliel'aveva ceduta per prendere uno degli altri fucili. Lo teneva nel braccio
ripiegato, quasi si credesse un novello Daniel Boone. Oh, Johnny, lo canzonò una voce interiore; era Terry, l'imperitura stronza alla quale doveva la
brillante idea che lo aveva catapultato in quel monumentale casino. Non
dirmi che sei invidioso del signor Provincia Ohio!
Be', forse sì. Un pochino. Soprattutto perché il signor Provincia Ohio
aveva un fucile carico, non come il Mossberg che era toccato a lui.
«Quello è un Ruger calibro 44», stava spiegando il vecchio a Ralph.
«Quattro colpi. Non ho messo quello in canna. Se le capita di usarlo, se lo
ricordi.»
«Lo ricorderò», promise Ralph.
«Le tirerà una bella botta. Ricordi anche questo.»
Billingsley raccolse l'ultimo fucile, il .30-06. Per un momento Johnny
pensò che fosse disposto a fare scambio con lui, ma non andò così. «Bene», concluse rialzandosi, «credo che siamo pronti. Non sparate a quelle
bestiacce se non si fanno sotto. Manchereste il bersaglio sprecando munizioni e probabilmente ci tireremmo addosso tutto il branco. Ha capito bene, Carver?»
«Sì», rispose Ralph.
«Carver figlio?»
«Sì.»
«Signora?»
«Sì», rispose Mary. Sembrava che stesse cominciando a rassegnarsi a
quel «signora», almeno finché non fosse tornata nel mondo civile.
«E io non menerò colpi di clava finché non saranno vicini, lo giuro», dichiarò Johnny. Doveva essere una battuta di spirito, qualcosa per risollevare gli animi, ma gli guadagnò solo un'occhiataccia da parte di Billingsley.
La giudicò immeritata.
«Ha qualche problema con me, Billingsley?» lo apostrofò.
«Non mi va particolarmente a genio il suo aspetto», ribatté senza mezze
parole Billingsley. «Dalle nostre parti non abbiamo molto rispetto per la
gente di una certa età che si fa crescere i capelli. Quanto alla sua domanda,
se ho o no qualche problema con lei, ancora non posso dirlo.»
«Per quel che ho potuto constatare con i miei occhi, l'hobby più diffuso
dalle sue parti è quello di sventrare la gente e appenderla a un gancio come
un cervo, dunque mi vorrà scusare se non terrò in grande considerazione le
sue opinioni.»
«Mi ascolti bene...»
«E se i miei capelli lunghi le fanno il solletico al culo perché le manca il
suo litro quotidiano di spremutina, non deve prendersela con me.» Provò
vergogna nel vedere il lampo guizzare negli occhi del vecchio, ma provò
anche un senso di amara soddisfazione. Riconosci d'istinto quelli della tua
razza, perdio. C'erano un sacco di teste di cazzo laureate in tuttologia negli
Alcolisti Anonimi, ma su quel punto avevano ragione. Riconoscevi quelli
della tua razza anche quando non gli sentivi l'alcol nell'alito o trapelare dai
pori. Ti pareva quasi di udirli, segnali che ti echeggiavano nella testa come
quelli di un sonar.
«Finiscila!» gli intimò Mary. «Se vuoi comportarti da imbecille, fallo
per conto tuo!»
Johnny la guardò, ferito dal suo tono di voce, con la voglia di ribattere
qualcosa di infantile come: Ehi, è stato lui a cominciare!
«Dove si va?» chiese David. Diresse la luce della sua torcia sull'altro lato della strada, dove c'era il Coffee Shop and Video Stop. «Laggiù? Vedo
che i coyote e gli avvoltoi non ci sono più.»
«Troppo vicino, secondo me», obiettò Ralph. «Perché non cominciamo
andandocene da questo posto? Avete trovato le chiavi di qualche macchina?»
Johnny si frugò in tasca e ne cavò il mazzo che David aveva sottratto al
poliziotto morto. «Qui ce ne sono. Secondo me sono quelle della macchina
che guidava Entragian.»
«Che guida», lo corresse David. «Non c'è. L'ha usata per portare via mia
madre.» Pronunciò queste parole con un'espressione indecifrabile. Suo padre gli posò una mano sotto la nuca.
«Potrebbe essere comunque poco prudente partire a bordo di un veicolo
in questo momento», considerò Ralph. «Sarebbe troppo vistoso quando
non c'è ombra di traffico sulle strade.»
«Qualsiasi posto andrà bene, basta che ci allontaniamo», tagliò corto
Mary.
«Qualsiasi posto, sì, ma più strada mettiamo tra noi e la casa base di
quello sbirro, meglio sarà», osservò Johnny. «Questa è l'opinione dell'imbecille.»
Mary gli spedì un'occhiata rabbiosa. Johnny l'accettò senza distogliere lo
sguardo. Dopo un momento lo fece lei, innervosita.
«Potrebbe essere conveniente se ci nascondiamo per un po'», propose
Ralph.
«Dove?»
«Lei che cosa ne pensa, signor Billingsley?» domandò David.
«L'American West», rispose lui dopo aver riflettuto per qualche istante.
«Per cominciare potrebbe andar bene.»
«Che cos'è?» volle sapere Johnny. «Un bar?»
«Un cinematografo», gli rispose Mary. «L'ho notato quando siamo arrivati in città. Mi sembrava chiuso.»
Billingsley annuì. «Lo è. Sarebbe stato demolito dieci anni fa se avesse-
ro avuto qualcos'altro da mettere al suo posto. È sprangato, ma io so come
entrarci. Andiamo. E ricordate che cosa vi ho detto delle bestiacce. Non
sparate se non siete costretti.»
«E restiamo tutti uniti», aggiunse Ralph. «Faccia strada lei, Billingsley.»
Di nuovo Johnny fece da retroguardia quando il drappello s'incamminò
per la Main Street, tutti con le spalle curve contro le scudisciate del vento.
Da dietro Johnny allungò lo sguardo su Billingsley, che guarda caso conosceva un modo per intrufolarsi nel vecchio cinematografo abbandonato
della sua città; Billingsley, che, ad aizzarlo un po', aveva in serbo un bagaglio di opinioni buone per tutti gli argomenti. Sei un alcolizzato all'ultimo
stadio, non è vero, amico mio? rifletté Johnny Ne hai tutti i segni e i sintomi.
Se così era, se la stava cavando bene per uno con il vizio rimasto in secco ormai da un po'. Johnny desiderava qualcosa per ridurre le pulsazioni
dolorose nel naso e aveva il sospetto che approfittare dell'occasione per rifornire anche il vecchio Tommy avrebbe potuto essere un buon investimento per il loro futuro.
Stavano passando sotto il vecchio tendone dell'Owl's Club. «Fermatevi»,
disse. «Entro lì un attimo.»
«Sei ammattito?» lo aggredì Mary. «Dobbiamo toglierci da questa strada!»
«Sulla quale ci siamo solo noi», replicò Johnny, «se non l'hai notato.»
Moderò la voce, cercò di sollecitare comprensione. «Senti, ho solo bisogno
di un po' di aspirina. Questo naso mi sta uccidendo. Trenta secondi, un minuto al massimo.» Provò la porta prima che lei potesse rispondere. Era
chiusa a chiave. Colpì il vetro con il calcio del fucile, sperando di far partire il raglio di un antifurto, ma udì solo il tintinnare dei cocci che cadevano
all'interno e l'incessante boato del vento. Staccò dal riquadro i frammenti
acuminati, poi infilò la mano a cercare la serratura.
«Guardate», mormorò Ralph. Indicava l'altro lato della strada.
Sul marciapiede davanti a un tozzo edificio di mattoni con la parola
SERVIZI stampata su una finestra e ACQUA sull'altra c'erano quattro coyote. Non si mossero, ma tutti stavano osservando il loro gruppo. Da sud
ne giunse trotterellando un quinto che si unì agli altri.
Mary alzò il Rossi. David Carver le inclinò la canna verso il basso. La
sua espressione era distratta, assorta altrove. «No, va bene così. Stanno solo guardando.»
Johnny trovò la serratura, ruotò la manopola e aprì la porta. Gli interrut-
tori erano a sinistra. Accendevano vecchi tubi al neon, dentro plafoniere di
quelle che sembrano vassoi per i cubetti di ghiaccio rovesciati. Le lampade
illuminarono una piccola zona ristorante (deserta), una fila di slot machine
(spente) e un paio di tavoli da gioco. A una delle plafoniere era appeso un
pappagallo. Lì per lì Johnny pensò che fosse impagliato, ma quando sì avvicinò notò gli occhi strabuzzati e gli schizzi di sangue e guano sul legno
sottostante. Era un pappagallo vero. Qualcuno lo aveva impiccato.
Si vede che a Entragian non piaceva il tono di voce con cui diceva «Loreto», pensò.
Il locale puzzava di vecchi hamburger e birra. In fondo c'era la zona negozio. Johnny prelevò un flacone grosso di aspirina, poi passò dietro il
banco del bar.
«Sbrigati!» lo incalzò Mary. «Muoviti, dannazione!»
«Arrivo», rispose. Sul linoleum sudicio che ricopriva il pavimento era
disteso un uomo in pantaloni scuri e una camicia che un tempo era stata
bianca. Lo fissava con occhi di vetro simili a quelli del pappagallo impiccato. Il barista, a giudicare dall'abbigliamento. Aveva la gola squarciata.
Johnny prese dalla mensola una bottiglia da un litro di Jim Beam.
La tenne in controluce per controllare il livello del contenuto, poi uscì.
Un pensiero, non piacevole, cercò di affiorare nella sua mente e lo ricacciò
giù calcandolo con forza. Voleva lubrificare il vecchio dottore dei cavalli,
niente di più, carburarlo. A ben guardare sarebbe stato un atto di carità cristiana.
Ma che tesoro d'uomo che sei, lo apostrofò nella testa la voce di Terry.
Un santo, non c'è altra parola per descriverti. St. John Lubrificante. E poi
la sua risata cinica.
Chiudi il becco, stronzo, pensò... ma, come sempre, Terry non mollava
facilmente.
2
Calma, Steven, si ammonì. È l'unico modo che hai per uscirne. Se cedi
al panico, ci sono buone probabilità che muoriate tutti e due su questo
dannato camioncino a noleggio.
Ingranò la marcia indietro e guidando aiutandosi con lo specchietto laterale (non osava aprire lo sportello e sporgersi; sarebbe stato un bersaglio
troppo facile per qualcuno di quegli avvoltoi kamikaze), cominciò a retrocedere. Il vento aveva ripreso a soffiare con forza, ma udiva lo stesso lo
scricchiolio degli scorpioni sotto le ruote. Era il rumore dei fiocchi di granturco della prima colazione.
Non finirmi fuori strada, fai il bravo, evitamelo.
«Non ci seguono», lo informò Cynthia. Il sollievo nella sua voce era
marcato.
Guardò anche lui, vide che diceva il vero e si fermò. Era indietreggiato
di una quindicina di metri, abbastanza perché il primo rimorchio che ostruiva la strada fosse di nuovo una sagoma quasi indistinta nei turbini di
sabbia. Sui cumuli grigiastri che si erano formati sulla strada vedeva
chiazze più scure. Scorpioni schiacciati. Da lì sembravano sterco di bovini.
E gli altri battevano in ritirata. Ancora pochi istanti e avrebbe cominciato
ad avere difficoltà a credere che fossero mai esistiti.
C'erano, c'erano, si tranquillizzò. Se cominci a dubitarlo, allora dà un'occhiata all'uccello morto che ti blocca le prese d'aria in fondo al parabrezza.
«Ora che si fa?» domandò lei.
«Non ne ho idea.» Guardò dal finestrino e vide il Desert Rose Cafe. Metà della tenda rosa era crollata nella furia del vento. Guardò dall'altra parte
e vide un lotto di terra vacante con tre assi inchiodate sull'entrata. Su quella centrale, in gocciolanti maiuscole bianche, qualcuno che non credeva
nell'ospitalità western aveva scritto FUORI DI QUI.
«Qualcosa vuole tenerci in città», commentò Cynthia. «Questo l'hai capito, vero?»
Steve indietreggiò fin nell'area di parcheggio del Desert Rose, mentre
cercava di escogitare un piano. La mente gli si affollò invece di una confusione di immagini e parole. La bambola a faccia in giù sotto la scaletta del
caravan. I Tractor che dicevano che la ragazza si chiamava Emergency e
che il suo numero di telefono era 911. Johnny Cash che diceva che l'aveva
comprata un pezzo alla volta. Corpi appesi, un pesce tigre che nuotava tra
le dita di una mano sul fondo di un acquario, il bavaglino dell'infante, il
serpente sotto il forno a microonde.
Si rese conto di essere in bilico sul precipizio del panico, forse sul ciglio
di qualche iniziativa avventata, e annaspò pronto ad aggrapparsi a qualunque cosa gli avesse offerto un appiglio, lo avesse aiutato a far funzionare di
nuovo il cervello a dovere. Gli apparve allora nella mente, non invitata, un'immagine del tutto inattesa. Era più nitida di tutte quelle precedenti,
l'immagine di una scultura in pietra che avevano visto sul tavolo dei computer nella baracca della società mineraria. Il coyote con quella strana testa
mezza girata e protesa e lo sguardo strabuzzato, il coyote che aveva un
serpente per lingua.
Sul vocabolario dovrebbero mettere una fotografia di quel coso di fianco alla parola brutto, aveva commentato Cynthia e aveva ragione, oh, sì,
se ne aveva, ma Steve si sentì a un tratto sicuro che una cosa così brutta
dovesse essere anche potente.
Stai scherzando? domandò a se stesso quasi per gioco. Quando lo toccavi la radio suonava e non suonava, le luci si accendevano e si spegnevano,
l'acquario è esploso. Hai qualche dubbio sulla sua potenza?
«Che cos'era quel pezzo di sasso scolpito che abbiamo trovato?» chiese.
«Che razza di trucco nasconde?»
«Non lo so. Io so solo che quando l'ho toccato...»
«Che cosa? Quando l'hai toccato, che cosa?»
«Mi è sembrato di ricordare tutte le porcate che mi sono successe», rispose lei. «Sylvia Marcucci che mi sputava in faccia a scuola, giù in cortile. E diceva che le avevo rubato il ragazzo e io non sapevo nemmeno di
che cosa stesse parlando. Poi la volta che mio padre si è ubriacato al secondo matrimonio di zia Wanda e mi ha palpato il sedere mentre ballavamo fingendo di avermi toccata per sbaglio. Come se poteva essere uno
sbaglio anche il fatto che ce l'aveva duro.» La mano le salì involontaria
lungo il lato del viso. «Gli urlacci che mi sono presa. Le fregature. Richie
Judkins che quasi mi staccava un orecchio. Ho pensato a tutte queste cose.»
«Sì, questo ti è tornato in mente ma tu a che cosa hai pensato esattamente?»
Per un momento sembrò che volesse suggerirgli di badare ai fattacci
suoi. «Sesso», rispose invece e mandò un sospiro tremante. «E non ho
pensato solo a scopare. Al sesso in generale. Cose sporche. E più erano
sporche, più erano eccitanti.»
Sì, pensò lui, più sporche erano, più erano eccitanti. Cose che uno vorrebbe provare ma non oserebbe mai parlarne. Esperimenti.
«Tu a che cosa stai pensando?» Il tono della voce di Cynthia era stranamente brusco e allo stesso tempo stranamente penetrante, come un odore.
Steve si girò a guardarla e si ritrovò inaspettatamente a chiedersi se ce l'avesse stretta. Un pensiero folle da avere in un momento come quello, eppure...
«Steve?» Ancora più insistente, ora. «Che cosa stai pensando?»
«Niente», gli rispose. Gli si era strozzata la voce, era quella di un uomo
che cerca di emergere da un sonno profondo. «Niente, lascia stare.»
«Comincia per F come fottere?»
Per la verità, mia cara, comincia con F come figa, ma potrei risponderti
fuochino fuochino.
Che cosa gli stava succedendo? Che nuovo fenomeno dell'altro mondo
era mai quello? Gli veniva il sospetto che quel pezzo di pietra avesse messo in funzione anche un'altra radio, una che gli suonava nella testa e trasmetteva una voce che era quasi la sua.
«Di che cosa stai parlando?»
«Della forza», rispose lei. «F come forza», spiegò, tradendo un momento
di esasperazione nella scelta di un tono petulante da bambina capricciosa.
No, non lo stava accusando di niente, ma era abbastanza naturale se per un
istante aveva avuto quell'impressione. Cynthia anzi dava segni di emozione. «Quella cosa che abbiamo visto nel laboratorio! Se l'avessimo qui, potremmo andarcene! Potremmo sfruttarne la forza, Steve! E non sprecare il
mio tempo e il tuo venendomi a dire che sono matta!»
Considerato tutto quello che avevano visto e vissuto in quell'ultima ora e
mezzo, non gli passava nemmeno per l'anticamera del cervello. Se era matta lei, lo erano tutti e due. Tuttavia...
«Mi avevi detto di non toccarlo.» Faceva ancora fatica a parlare, gli
sembrava che i suoi circuiti intellettuali fossero incrostati di fango. «Hai
detto che non era...» Già, che cosa aveva detto?
Bello. Così aveva detto. «Toccalo, Steve. È bello.»
No. Sbagliato.
«Hai detto che non era bello.»
Lei gli sorrise. Nel chiarore verde del cruscotto il suo sorriso apparve
crudele. «Vuoi sentire qualcosa di bello? Senti qui.»
Gli prese la mano, se la infilò tra le gambe e sollevò le natiche dal sedile,
spingendo in su due volte. Steve serrò la mano tra le sue cosce, forse tanto
da farle male, ma il sorriso di lei non vacillò. Anzi.
Che cosa stiamo facendo? E in nome di Dio perché lo facciamo ora?
Udì la voce, ma era quasi sperduta, come una voce che grida al fuoco in
una sala da ballo piena di gente di grida e di musica scatenata. Le spinte
diventarono più violente, più esigenti. La sentiva scottare attraverso la tela
dei jeans. Ardeva.
Ha detto di chiamarsi Emergency e ha chiesto di vedere il mio fucile,
pensò Steve. Lo vedrai, tesoro, se lo vedrai, una .38 carrozzata .45, spara
bordate a palle incatenate.
Compì uno sforzo tremendo per tenersi, cercò alla disperata qualcosa
con cui bloccare la reazione prima della fusione del nocciolo. E si aggrappò a un'immagine, quella del viso di lei curioso e diffidente che lo guardava dallo sportello aperto, senza salire subito, gli occhioni azzurri che prima
lo squadravano bene cercando di stabilire se fosse un morsicatore, o qualcuno incline a strapparle qualcosa, mettiamo un orecchio. Sei una brava
persona? gli aveva domandato. E lui aveva risposto: Credo di sì, poi, da
quella brava persona che era, l'aveva portata in questa città di morti e le teneva una mano tra le gambe e stava pensando che gli sarebbe piaciuto scoparla e farle del male allo stesso tempo, giusto come esperimento, si sarebbe potuto dire, uno di quelli che ha a che fare con il piacere e il dolore, il
dolce e il salato. Perché così si faceva nel posto del lupo, così si faceva
nella casa dello scorpione, così era l'amore a Desperation.
Sei una brava persona? Non sei un serial killer mezzo matto? Sei una
brava persona, sei una brava persona?
Ritrasse la mano da lei e sussultò in un brivido. Si girò a guardare dal finestrino l'oscurità nella quale la sabbia danzava come neve. Si sentiva sudato sul torace, lungo le braccia, sotto le ascelle, e anche se adesso andava
un po' meglio, continuava a sentirsi come un malato tra una crisi di delirio
e l'altra. Ora che aveva pensato al lupo di pietra, non riusciva più a toglierselo dalla mente, continuava a vederne la testa protesa e storta, gli occhi
sporgenti. Ce l'aveva stampato nel cervello come un'abitudine insoddisfatta.
«Che cosa c'è?» gemette lei. «Oh, Gesù, Steve, non volevo fare così, che
cosa ci succede?»
«Non lo so», rispose lui con la voce roca. «Ma ti dirò una cosa che invece so. Abbiamo avuto un piccolo assaggio di quello che sta accadendo in
questa città e non mi è piaciuto. Non riesco più a togliermi dalla testa quel
maledetto pezzo di pietra.»
Trovò finalmente il coraggio di guardarla in faccia. Cynthia si era ritratta
completamente contro la portiera, come un'adolescente spaventata alla
prima uscita con un ragazzo che aveva allungato un po' troppo le mani e
anche se ora sembrava abbastanza calma, aveva le guance avvampate e si
asciugava lacrime con le nocche.
«È lo stesso per me», gli rispose. «Ricordo una volta che mi entrò un
pezzettino di vetro in un occhio. La sensazione è più o meno la stessa.
Continuo a pensare che mi piacerebbe prendere quella testa di pietra e
sfregarmela... be', sai dove. Ma non è tanto che lo penso. Il pensare non
c'entra niente qui.»
«Lo so», annuì lui, dispiaciuto nel profondo dell'anima che lei lo avesse
confessato. Perché ora la stessa idea si era impossessata anche della sua
mente. Si figurava a sfregarsi quell'orribile coso, brutto ma così potente,
sul pene eretto. E da lì passava a immaginarsi ad accoppiarsi con lei per
terra sotto quella fila di ganci, sotto quei cadaveri appesi, con quel pezzo di
sasso grigio e un po' sgretolato in mezzo, tenuto da entrambi con i denti.
Spazzò via tutte quelle immagini... senza poter prevedere per quanto
tempo sarebbe riuscito a tenerle lontane. La guardò di nuovo e riuscì a sorridere. «Tu non mi chiamare biscottino», le disse. «Tu non mi chiamare biscottino e io non ti chiamo pastafrolla.»
Lei mandò un fiato lungo, tremante, semi vocalizzato, che non riuscì del
tutto a prendere la forma di una risatina. «Già. Qualcosa del genere. Credo
che stia cominciando ad andare un po' meglio.»
Lui fece un cauto cenno di assenso. Sì. Aveva ancora un'erezione da
rampa missilistica, per la quale avrebbe accolto con gioia un ordine di sospensione, ma adesso si sentiva di nuovo un po' più padrone dei propri
pensieri. Se fosse stato capace di tenerli ancora un po' lontani da quel pezzo di pietra, pensava che si sarebbe riavuto del tutto. Ma per qualche secondo era stata una brutta esperienza, forse la più brutta di tutta la sua vita.
Durante quei secondi aveva capito che cosa potevano aver provato personaggi come Ted Bundy. Avrebbe potuto ucciderla. Forse lo avrebbe fatto
se non avesse interrotto il contatto fisico in tempo. Oppure sarebbe stata lei
a uccidere lui. Era come se in quell'orribile cittadina istinto sessuale e istinto omicida si fossero scambiati di posto. E ancora non era convinto,
perché in realtà non era un problema di sessualità. Ricordava che quando
lei aveva toccato il lupo, le luci si erano accese e la radio aveva ripreso a
funzionare.
«Non è il sesso», disse a voce alta. «E nemmeno l'istinto omicida. È energia.»
«Come?»
«Niente. Adesso riattraversiamo la città. Verso la miniera.»
«Quel muraglione che c'è a sud?»
Steve annuì. «È una miniera a cielo aperto. Ci sarà almeno una pista di
servizio che raggiunge la Highway 50. Andiamo a cercarla e usiamo quella. Sono quasi contento che questa strada sia bloccata. Non ho nessuna voglia di passare di nuovo davanti a quel capannone, dove c'è quel...»
Lei lo afferrò per il braccio. Steve seguì la direzione del suo sguardo e
vide un'ombra entrare di soppiatto nella zona illuminata dai fanali del pulmino. La sabbia era così densa che dapprincipio l'animale sembrò uno
spettro, uno spirito indiano evocato da un lontano passato. Era un lupo,
delle dimensioni di un pastore tedesco, ma più slanciato. I suoi occhi erano
palle cremisi nella luce dei fari. A seguirlo come attendenti in una fiaba
dalle tinte truci sopraggiungevano due file di scorpioni del deserto con l'aculeo arricciato sulla schiena. A fiancheggiare gli scorpioni c'erano i coyote, due per parte. Con le fauci atteggiate a un ghigno nervoso.
Il vento rinforzò. Le sospensioni del camioncino cigolarono. A sinistra il
pezzo di telone caduto sbatacchiò come una vela stracciata.
«Il lupo sta trasportando qualcosa», notò lei con ansia.
«Sei matta», ribatté lui, ma quando l'animale fu più vicino dovette ricredersi.
Il lupo si fermò a pochi metri dal camioncino, nudo e crudo come una
fotografia ad alta risoluzione della Scientifica scattata sul luogo del delitto.
Abbassò la testa e lasciò cadere l'oggetto che teneva tra i denti. Lo osservò
con attenzione per un momento, poi indietreggiò di tre passi. Si sedette e
cominciò ad ansimare.
Era il frammento di sasso scolpito, abbandonato su un fianco all'entrata
del parcheggio, nella sabbia spinta dal vento, con le fauci aperte in un ringhio, la testa protesa, il collo ritorto, gli occhi sporgenti. Furia, ferocia,
sesso, energia: tutto questo insieme sembrava trasmettere al veicolo in un
cono compatto, come una specie di campo magnetico.
Gli riaffiorò nella mente l'immagine di accoppiarsi con Cynthia, di sprofondare in lei come una spada conficcata fino all'elsa nel denso di una terra
limosa e calda, a faccia a faccia, entrambi con le labbra tese in smorfie identiche, a serrare tra i denti il coyote di pietra.
«Devo prenderlo?» chiese Cynthia e ora era lei a dare l'impressione di
parlare nel sonno.
«Stai scherzando?» fu la risposta di Steve. La voce era sua, suo era l'accento texano, ma non le parole. Non ora. Quelle parole provenivano dalla
radio nella sua testa, quella che aveva messo in funzione la scultura di pietra.
Gli occhi strabuzzati lo fissavano.
«Che si fa allora?»
Lui la guardò e sorrise. La contrazione dei muscoli del viso gli trasmise
una sensazione orribile. E anche meravigliosa. «Lo prendiamo assieme,
naturalmente. Va bene?»
Ora la tempesta era nella sua mente, il vento ruggiva scagliandosi da una
parte all'altra, da sopra a sotto, spingendo davanti a sé le immagini di quello che lui avrebbe fatto a lei, quello che lei avrebbe fatto a lui, quello che
avrebbero fatto insieme a chiunque si fosse messo in mezzo.
Lei rispose al suo sorriso, le sue guance magre risalirono verso gli zigomi finché fu come vedere il ghigno di un teschio. La luce verdognola del
cruscotto le colorì fronte e labbra, le riempì le orbite. Sporse la lingua in
quel sorriso e la fece guizzare come la lingua a forma di serpente della
scultura. Lui fece lo stesso, lingua per lingua. Poi cercò la maniglia. Sarebbe corso con lei a prendere il pezzo di sasso e avrebbero fatto l'amore
tra gli scorpioni tenendolo in bocca insieme e ciò che sarebbe stato dopo
non aveva importanza.
Perché in un senso molto pratico, loro non sarebbero stati più lì.
3
Johnny uscì sul marciapiede e consegnò la bottiglia di Jim Beam a Billingsley, che la guardò con gli occhi increduli di chi ha appena ricevuto la
notizia di aver vinto il primo premio alla lotteria. «Prenda qui, Tom», lo
invitò. «Si faccia un goccio, ma solo uno, mi raccomando, poi passi la bottiglia. A me niente, perché ho fatto voto.» Allungò lo sguardo sull'altro lato della strada aspettandosi di vedere altri coyote, ma trovò solo i cinque di
prima. Prenderò il quinto, pensò, mentre il veterinario svitava il tappo della bottiglia di whisky. Te la scoleresti tutta, eh Tom? Credo proprio di sì.
«Si può sapere che cosa ti prende?» lo apostrofò Mary. «Hai qualcosa
che non ti funziona più molto bene?»
«Niente», rispose lui. «Oh, be', il naso rotto, ma non è a questo che alludevi, giusto?»
Billingsley inclinò la bottiglia con un colpo secco del polso che aveva
tutto il collaudato automatismo con cui un'infermiera pratica un'iniezione.
Poi tossì. Gli occhi gli si inumidirono. Si avvicinò di nuovo la bottiglia alle
labbra e Johnny gliela strappò di mano. «Nossignore, non credo proprio,
amico mio.»
Offrì la bottiglia a Ralph, che la prese, la guardò, poi bevve un sorsetto
veloce. Ralph la porse a Mary.
«No.»
«Coraggio», la esortò. La sua voce era bassa, quasi umile. «Fa bene.»
Mary rivolse a Johnny uno sguardo perplesso e risentito, poi accettò di
bere. Tossì, allontanando da sé la bottiglia come se fosse piena di liquido
tossico. Ralph gliela prese dalla mano, sfilò da quella di Billingsley il tappo e lo riavvitò.
Durante tutta quell'operazione, Johnny aprì il flacone di aspirina, si versò qualche compressa nella mano, le fece sobbalzare due o tre volte, poi se
le buttò in bocca.
Si rivolse a Billingsley. «Allora, Doc, ci faccia strada.»
Mentre s'incamminavano, Johnny spiegò loro perché si era quasi rotto
l'osso del collo per recuperare il cellulare. Sull'altro lato della strada i coyote si alzarono e partirono con loro. A Johnny piacque poco ma che cosa
avrebbero potuto fare? Cercare di abbatterli a fucilate? Troppo fracasso.
Almeno non si vedeva il poliziotto. E se lo avessero scorto prima di aver
raggiunto il cinema, avrebbero potuto sempre imbucarsi in uno degli altri
negozi. Qualunque porto offriva un rifugio nel pieno di una burrasca.
Deglutì. Le aspirine gli scivolavano a stento giù per la gola e si scioglievano bruciando. Cercò di infilare il flacone nel taschino. Urtò il telefono.
Tolse il cellulare, mise al suo posto la bottiglietta con le compresse, fece
per infilarsi il cellulare in una tasca dei calzoni, poi decise che tanto valeva
provare di nuovo. Estrasse l'antenna e aprì il telefono. Anche questa volta
niente barrette.
«Crede davvero che fosse il suo amico?» domandò David.
«Sì.»
David gli porse la mano. «Posso provare io?»
Qualcosa nella sua voce. Lo notò anche suo padre. Johnny lo vide nel
modo in cui guardava il figlio.
«David? Figliolo? C'è qualcosa...»
«Posso provare, per piacere?»
«Ma certo.» Johnny consegnò al ragazzino il telefono inservibile e
quando David lo strinse nella mano vide apparire le tre barrette della trasmissione di fianco alla S. Non una o due, ma tre.
«Figlio d'un cane...» mormorò recuperando bruscamente il telefono. David, che stava studiando la tastiera, si accorse del movimento troppo tardi
per schivarlo.
Appena il telefono fu di nuovo nella mano di Johnny, le barrette della
trasmissione scomparvero e rimase solo la S.
Non ci sono mai state, quelle barrette, lo sai, vero? Era un'allucinazione. È stato il tuo cervello a...
«Me lo restituisca!» gli ordinò David. Johnny trasalì, sorpreso dalla col-
lera nella sua voce. Il telefono gli fu strappato via, ma la veemenza del ragazzino non gli impedì di veder riapparire subito la luce dorata delle tre
barrette.
«È tutto così maledettamente stupido», commentò Mary, guardando
prima dietro di sé, poi i coyote sull'altro lato della via. Si erano fermati
quando si erano fermati loro. «Ma se è così che vogliamo giocarcela, perché non piazziamo un bel tavolo in mezzo alla strada e non ci ubriachiamo?»
Nessuno le diede retta. Billingsley stava ancora contemplando la bottiglia di Beam. Johnny e Ralph sorvegliavano il bambino, che maneggiava
la tastiera con la velocità di un veterano dei videogame. Fece scorrere rapidamente i nomi dell'agente di Johnny, della sua ex moglie e del suo
editor, fermandosi su STEVE.
«David, che cosa c'è?» chiese Ralph.
David ignorò il padre rivolgendosi invece a Johnny. «È questo qui, signor Marinville? Steve è quello che guida il camion?»
«Sì.»
David schiacciò SEND.
4
«Salvato dalla campana» era un'espressione che Steve conosceva bene,
ma il colpo di scena gli sembrò ugualmente inverosimile.
Nel momento in cui trovava la maniglia con la punta delle dita e sentiva
Cynthia che si preparava a sua volta a scendere dall'altra parte, il cellulare
cominciò a mandare il suo richiamo nasale e insistente: Miiip! Miiip!
Steve si bloccò. Guardò il telefono. Guardò Cynthia, che aveva già aperto lo sportello. Lei ricambiò il suo sguardo, mentre il sorriso le moriva sulle labbra.
Miiip! Miiip!
«Allora?» lo incitò. «Vuoi rispondere?» E lui udì qualcosa nella sua voce, un tono così mogliesco che lo fece ridere.
Fuori il lupo alzò il naso nelle tenebre e ululò come se avesse udito la risata di Steve e la disapprovasse. I coyote presero il suo grido come un segnale. Si alzarono e scomparvero da dove erano venuti, incamminandosi a
testa china nella sabbia alzata dal vento. Gli scorpioni erano già andati via.
Se c'erano mai stati. Poteva darsi di no; l'atmosfera nella sua testa assomigliava a quella di una casa stregata, popolata di allucinazioni e falsi ricordi
invece che di fantasmi.
Miiip! Miiip!
Staccò il telefono dal cruscotto, premette il tasto di SEND e se lo avvicinò all'orecchio. Lo fece tenendo gli occhi sul lupo. E il lupo continuò a fissarlo. «Capo? Capo, sei tu?»
Certo che era lui, chi altri poteva essere a chiamarlo? Invece si sbagliava. Era la voce di un bambino.
«Il suo nome è Steve?» domandò la voce infantile.
«Sì. Com'è che hai il telefono del mio capo? Dove...»
«Non ora, la prego», lo interruppe il bambino. «È nei guai? Sì, vero?»
Steven aprì la bocca. «Non credo...» la richiuse. Fuori il vento fischiava
intorno al camioncino. Con il piccolo telefono contro il lato della faccia,
guardava il lupo da sopra la carcassa sanguinante dell'avvoltoio. Vedeva
anche il pezzo di scultura davanti alle sue zampe anteriori. Le crude immagini di sesso mescolato a violenza che gli avevano inondato la mente si
andavano ritirando, ma ricordava la potenza dalla quale si era sentito dominato come si ricordano certi incubi troppo realistici.
«Sì», rispose infine. «Credo che si possa dire così.»
«È a bordo del camion che abbiamo visto?»
«Se hai visto un camion, è probabile che fossimo noi. Ma il mio capo è
lì con te?»
«Il signor Marinville è qui. Sta bene. E lei sta bene?»
«Non saprei», rispose Steve. «C'è un lupo qui e ha portato questo coso...
una scultura, solo che...»
La mano di Cynthia sfrecciò sotto di lui e pigiò il clacson. Steve trasalì.
Davanti all'entrata del parcheggio trasalì anche il lupo. Steve lo vide scoprire i denti e appiattirsi le orecchie sul cranio.
Il clacson non gli piace, rifletté. Poi si materializzò un altro pensiero,
uno di quelli così semplici che ti fanno venir voglia di batterti la mano sulla fronte per punire l'infingardaggine del tuo cervello. Se non si scansa,
posso tirarlo sotto, no?
Sì. Certo che poteva. Era lui quello con il camion.
«Cos'è stato?» domandò con ansia il ragazzino. Poi, come rendendosi
conto di aver formulato la domanda sbagliata: «Perché l'ha fatto?»
«Abbiamo compagnia. Stiamo cercando di liberarcene.»
Cynthia suonò di nuovo il clacson. Il lupo si alzò. Aveva ancora le orecchie ripiegate all'indietro. Sembrava seccato, ma anche confuso. Quando
Cynthia suonò per la terza volta, Steve posò entrambe le mani sulla sua. Il
lupo li osservò ancora per un momento, con la testa piegata su un lato e gli
occhi che mandavano una torva luce giallo verde nel riverbero dei fari. Poi
raccolse fra i denti la pietra scolpita e si dileguò.
Steve e Cynthia si guardarono. Lei era ancora spaventata, ma ora stava
cercando di sorridere.
«Steve?» La voce era debole, affiorava a intermittenza dai disturbi sulla
linea. «Steve, è lì?»
«Sì.»
«E la sua compagnia?»
«Se n'è andata. Almeno per ora. Ma, mi domando, che cosa facciamo
adesso? Qualche suggerimento?»
«Può darsi di sì.» E, dannazione, sembrava proprio che stesse sorridendo
anche lui.
«Come ti chiami, figliolo?» domandò Steve.
5
Dietro di loro, nella direzione in cui si trovava il municipio, qualcosa si
arrese alla furia del vento e cadde con un fragore pauroso. Mary si voltò di
scatto, ma non riuscì a distinguere nulla. Si rallegrò del sorso di whisky
che Carver l'aveva convinta a bere. Senza di esso quel frastuono, forse la
falsa facciata di un edificio che crollava nella strada, le sarebbe costato un
mezzo infarto.
Il bambino parlava ancora al telefono, accerchiato dai tre uomini. Mary
vedeva quanto Marinville era sulle spine, desideroso di reimpossessarsi del
suo apparecchio. Vedeva anche che non ne aveva il coraggio. Ti farà bene
non poter avere quello che vuoi, Johnny, pensò. Ti farà un mondo di bene.
«Può darsi di sì», disse David abbozzando un sorriso. Ascoltò, disse come si chiamava, poi si rivolse all'ingresso del negozio e, prima di parlare
di nuovo, abbassò la testa, così che Mary non lo udì quasi più. Un'ipotesi
poco plausibile le fece provare un principio di vertigine.
Non vuole che i coyote sull'altro lato della strada sentano che cosa sta
dicendo. È pazzesco, ma è quello che sta facendo. E che cosa c'è di ancora
più pazzesco? C'è che credo che abbia ragione.
«C'è un vecchio cinema», bisbigliò David al telefono. «Si chiama American West.» Chiese con gli occhi conferma a Billingsley.
Billingsley annuì. «Digli di passare da dietro», gli suggerì e Mary concluse che se era pazza lei, non era la sola; anche Billingsley parlava sotto-
voce e aveva lanciato uno sguardo dietro di sé, uno solo, frettoloso, come
per accertarsi che i coyote non si avvicinassero a origliare. Assicuratosi
che fossero ancora davanti alla palazzina dei servizi pubblici, tornò a rivolgersi a David. «Digli che c'è un vicolo.»
David ubbidì. Poi a Marinville venne in mente qualcosa. Allungò una
mano verso il telefono, ma la ritrasse subito. «Digli di parcheggiare lontano dal cinema», sussurrò. Dunque anche il grande romanziere americano
parlava a voce bassa e con una mano sulla bocca, quasi temesse che fra i
coyote ce ne fosse qualcuno capace di leggere sulle labbra. «Se lascia il
suo camion davanti all'ingresso e arriva Entragian...»
David annuì e trasmise anche quel messaggio. Ascoltò qualcosa che gli
diceva Steve muovendo la testa e il sorriso gli riapparve sulle labbra. Lo
sguardo di Mary vagò, tornando ai coyote. Fu allora che si ritrovò a soffermarsi su una considerazione non poco perversa: se fossero riusciti a
sfuggire a Entragian abbastanza per riunirsi e abbandonare quel posto, in
parte avrebbe avuto di che dispiacersene. Perché conclusa quella brutta avventura, avrebbe dovuto affrontare la morte di Peter; avrebbe dovuto piangere la sua scomparsa e la distruzione della vita che avevano costruito insieme. E forse non era ancora quella la conseguenza peggiore. Avrebbe
anche dovuto pensare a tutto quello, cercare di cavarne un senso, e non era
sicura che ci sarebbe riuscita. Non era sicura che ci sarebbe potuto riuscire
uno dei suoi compagni. Fatta eccezione forse solo per David.
«Faccia più in fretta che può», diceva in quel momento il ragazzino.
Quando premette il pulsante che interrompeva la comunicazione si udì un
lieve segnale acustico. Poi David chiuse l'antenna e restituì il telefono a
Marinville, il quale la riestrasse subito, osservò costernato i LED e lo richiuse.
«Come fai, David? È magia?»
Il ragazzino lo guardò come se stesse conversando con un pazzo. «Dio»,
rispose.
«Dio, scimunito», fece eco Mary in un tono di voce che non riconobbe
come suo. Non era il momento di fare il contropelo a Marinville, ma semplicemente non seppe resistere.
«Forse avresti dovuto dire all'amico del signor Marinville di venire semplicemente a prelevarci», rifletté Ralph dubbioso. «Probabilmente sarebbe
stato il modo più semplice, David.»
«Non è semplice», obiettò David. «Te lo spiegherà anche Steve quando
saranno qui.»
«Saranno?» intervenne Marinville.
David lo ignorò. «E poi c'è la mamma», continuò rivolto al padre. «Non
ce ne andiamo senza di lei.»
«E che cosa facciamo di quelli?» volle sapere Mary, indicando i coyote
sull'altro lato della strada. Avrebbe giurato che non solo avevano visto il
suo gesto, ma ne avevano compreso il significato. Marinville scese dal
marciapiede. I lunghi capelli grigi mossi dal vento lo facevano sembrare
un profeta del Vecchio Testamento. I coyote si alzarono e il vento portò alle orecchie di Mary il loro ringhio sommesso. Doveva averlo sentito anche
Marinville, che tuttavia avanzò di un altro passo. Socchiuse gli occhi per
un istante, non dando l'impressione di essere infastidito dalla sabbia, ma
piuttosto di cercare di ricordare qualcosa. Poi batté le mani una volta, in un
colpo secco. «Tak!» Uno dei coyote sollevò di scatto il muso e ululò. Mary
rabbrividì. «Tak, ah lah! Tak!»
I coyote reagirono riavvicinandosi tra loro, ma niente di più.
Marinville batté di nuovo le mani. «Tak!... Ah lah... Tak!... bah, al diavolo, le lingue straniere non sono mai state il mio forte.» Fece una smorfia di
disgusto. Che potessero attaccarlo, aggredire lui e il suo Mossberg scarico,
sembrava un'ipotesi lontana mille miglia dalla sua mente.
Scese anche David dal marciapiede. Suo padre lo trattenne per il colletto. «Niente paura, papà», lo tranquillizzò lui.
Ralph lo lasciò andare, ma lo seguì. David raggiunse Marinville e a quel
punto disse qualcosa che Mary pensò che avrebbe ricordato anche se fosse
riuscita nell'intento di cancellare dalla memoria tutto il resto; fu una di
quelle frasi che riemergono nei sogni, se non durante la veglia.
«Non gli parli nella lingua dei morti, signor Marinville.»
David avanzò di un altro passo. Ormai era solo in mezzo alla strada, con
Ralph e Marinville dietro di lui. Più indietro ancora, Mary e Billingsley,
sul marciapiede. Il boato del vento si era trasformato in uno stridio acuto.
Mary si sentiva tempestare le guance e la fronte dalla sabbia, ma in quel
momento il fastidio le sembrava irrilevante, a lei estraneo.
David si portò entrambe le mani davanti alla bocca, appoggiando polpastrello a polpastrello nell'atteggiamento infantile della preghiera. Poi le
protese, con i palmi alzati, in direzione dei coyote. «Che il Signore vi benedica e assista, che il Signore vi illumini, vi animi e vi dia pace», disse.
«E ora andatevene. Via.»
Fu come se fossero stati investiti da uno sciame di api. Si contorsero in
una massa confusa ed esagitata di musi e orecchie e zanne e code, cercan-
do di mordersi l'un l'altro, di azzannare se stessi ai fianchi e sulla schiena.
Poi partirono al galoppo, guaendo e latrando in una specie di sofferente litigio. Continuarono a udirli per molto tempo, nonostante il sibilo stridulo
del vento.
Allora David si girò, contemplò le loro espressioni sbalordite, troppo teatrali perché l'oscurità gli impedisse di decifrarle. E sorrise. Alzò le spalle
come a dire: Be', che intendete fare? Mary vide che in faccia era ancora
sporco del verde del sapone. Sembravano i resti di una scadente mascheratura da Halloween.
«Andiamo», li esortò.
Si riunirono in strada. «E un bambino li guiderà», sentenziò Marinville.
«Dunque avanti, bambino, guida.»
Si avviarono in direzione nord sulla Main Street, verso l'American West.
5
1
«Credo che sia quello.» Cynthia puntava il dito al finestrino. «Lo vedi?»
Curvo sul volante a scrutare attraverso il parabrezza sporco di sangue
(ma il vero problema era la sabbia che gli si era appiccicata), Steve annuì.
Sì, vedeva l'antiquata pensilina, ancorata al vecchio edificio con catene
marrone di ruggine. Era rimasta una sola lettera, una R sbilenca.
Svoltò a sinistra, sullo spiazzo delle pompe della Conoco. Per terra era
caduto il cartello con la scritta SIGARETTE A PREZZI IMBATTIBILI.
La sabbia si era accumulata contro la base di cemento dell'unica colonnina.
«Ma dove stai andando? Il bambino non ti aveva parlato del cinema?»
«Mi ha anche consigliato di non parcheggiare vicino. E ha ragione. Non
sarebbe... Ehi, là dentro c'è un tizio!»
Bloccò bruscamente il pulmino. C'era davvero qualcuno nell'ufficio della stazione di rifornimento, un uomo su una seggiola spinta all'indietro,
con i piedi posati sulla scrivania. Non fosse stato per qualcosa di innaturale
nel suo atteggiamento, soprattutto come aveva la testa ripiegata sul collo,
si sarebbe potuto pensare che dormiva.
«Morto», disse Cynthia e posò una mano sulla spalla di Steve che stava
aprendo lo sportello. «Lascialo perdere. Si vede da qui.»
«Abbiamo lo stesso bisogno di un posto dove nascondere il camioncino.
Se c'è spazio in officina, apro il portellone e tu lo porti dentro.» Inutile
chiederle se ne era capace; non si era scordato la disinvoltura con cui si era
destreggiata sulla Highway 50.
«Va bene. Ma fai in fretta.»
«Contaci.» Nel momento di smontare, Steve indugiò. «Ehi, stai bene,
vero?»
Lei sorrise. Era evidente che era frutto di uno sforzo, ma fu lo stesso un
sorriso apprezzabile. «Per ora. E tu?»
«Me la cavo.»
Scese, sbatte lo sportello e attraversò di corsa lo spiazzo. Era incredibile
quanta sabbia si fosse già accumulata. Sembrava quasi che il vento da ovest avesse intenzione di seppellire la città. E a giudicare da quanto aveva
visto finora, non era nemmeno una brutta idea.
Un cespuglio era rimasto impigliato nel vano dell'ingresso, dove i suoi
rami secchi crepitavano sotto le sferzate del vento. Steve lo allontanò con
un calcio facendolo volare nella notte. Controllò il pulmino. Vide che
Cynthia si era seduta al volante e le inviò un cenno di saluto. Lei alzò i pugni, ora seria più che mai, poi sollevò i pollici. Controllo missione, tutto
secondo i piani! Steve sorrise, annuì ed entrò. Brava ragazza, pensò. E sapeva essere così spassosa. Forse non se ne rendeva neanche conto.
L'uomo seduto alla scrivania aveva urgente bisogno di un posto dove essere sepolto. Nell'ombra proiettata dalla visiera del berretto, la sua faccia
era viola, la pelle tesa e lucida. Era stato punto in almeno una ventina di
posti diversi. Non erano morsicature di serpente e i punticini neri erano
troppo piccoli perché fossero punture di scorpione...
Sulla scrivania c'era una rivista porno. Steve lesse il titolo alla rovescia:
Lesbo Sweethearts. Allora vide qualcosa spuntare dal bordo della scrivania
e avventurarsi sulle donne nude in copertina. Lo seguirono due amici.
Raggiunsero insieme lo spigolo opposto e lì si fermarono in fila come soldati schierati sul riposo.
Altri tre sbucarono da sotto la scrivania correndo verso di lui sul linoleum che copriva il pavimento. Indietreggiò di un passo, si preparò al contrattacco e calò di colpo una scarpa. Ne prese due su tre. L'altro zigzagò a
destra in direzione di una porta che doveva essere quella del bagno. Quando tornò a guardare la scrivania, Steve vide che ora c'erano otto camerati
disposti in fila lungo il bordo come indiani in cima alle colline in un film
western.
Erano ragni, di quelli comunemente chiamati ragni violino, per la forma
del corpo che ricordava vagamente quella di un violino da gighe. Steve ne
aveva visti in gran numero nel Texas, e ne era stato anche punto una volta
che da ragazzo frugava nella catasta della legna a casa di zia Betty. Era accaduto ad Arnette, e il dolore che aveva provato era stato intenso. Simile
alla morsicatura di una formica, ma accompagnata da bruciore. Allora capì
come mai il defunto emanasse un odore di putrefazione così forte nonostante il clima secco. La zia Betty aveva voluto assolutamente disinfettargli subito il morso con l'alcol e gli aveva spiegato che non bisognava trascurare mai la ferita provocata da un ragno violino, perché accade spesso
che la carne intorno cominci a morire. Era qualcosa che avevano nella saliva. E se si riunivano in buon numero e attaccavano tutti insieme una persona...
Ne apparvero altri due, che scivolarono fuori dal pertugio al centro della
rivista. Andarono a raggiungere gli altri. Ora erano dieci. E lo guardavano.
Lo sapeva. Un altro sbucò dai capelli del benzinaio, gli scese per la fronte
e il naso, gli superò le labbra gonfie, gli attraversò la guancia. Era probabilmente diretto al congresso che si stava preparando sul bordo della scrivania, ma decise di non aspettare per accertarsene. Si diresse all'officina,
sollevandosi il colletto. Per quel che ne sapeva, di là poteva essere pieno di
ragni. A loro piacevano i luoghi scuri.
Allora sbrigati.
Trovò un interruttore sulla sinistra della porta. Accese le luci. Si animarono con un brusio cinque o sei tubi al neon. L'officina era divisa in due
corsie. Un ponte era occupato da un pickup su cui erano state montate ruote sovradimensionate per trasformarlo in un fuoristrada. Era color carta da
zucchero e sullo sportello del guidatore, in rosso, campeggiava la scritta
THE DESERT ROVER. Dall'altra parte comunque c'era spazio sufficiente
a ricoverare il pulmino, se avesse spostato una pila di copertoni e la pistola
per riavvitare i dadi.
Inviò un cenno a Cynthia, senza sapere se da là riuscisse veramente a
vederlo, mentre si avvicinava ai copertoni. Quando cominciò a chinarsi,
dal foro al centro della pila saltò fuori un topo che gli affondò i denti nella
camicia. Mandò un grido di sorpresa e raccapriccio, calandosi addosso una
mano di taglio e spezzandogli la schiena. Il topo cominciò a dimenarsi, pedalando nell'aria con le zampe posteriori e squittendo attraverso i denti serrati con cui aveva cercato di morderlo.
«Merda!» proruppe Steve. «Merda, merda, lascia andare, gran pezzo di
merda!»
Grande, sì, quasi quanto un gatto adulto. Steve si piegò in avanti, in ma-
niera da creare uno spazio tra il proprio torace e la camicia (lo fece senza
pensare, come del resto non sapeva che stava urlando e imprecando), poi
afferrò il topo per la coda glabra e tirò. Il topo venne via portandosi dietro
un brano di camicia e finendo a terra sulle sporgenze della spina dorsale
spezzata. Subito si arricciò cercando di morsicargli la mano.
Steve lo fece roteare come un Tom Sawyer impazzito, e quando ebbe
acquisito sufficiente abbrivio aprì la mano. Il roditore sfrecciò da una parte
all'altra dell'autofficina, un ratteroide, andando a stamparsi contro il muro
dietro a THE DESERT ROVER. Rimase a terra con le zampe all'insù. Steve lo sorvegliò per qualche istante, volendosi assicurare che non si alzasse
per attaccarlo di nuovo. Tremava dalla testa ai piedi e il rumore che produceva dalla bocca era quello di una persona che soffre il freddo.
A destra della porta c'era un bancone pieno di attrezzi. Scelse un palanchino per pneumatici, prendendolo dalla parte del piede di porco, e fece
crollare la catasta. I copertoni rotolarono come enormi monete. Balzarono
fuori altri due topi, un po' più piccoli del primo, che si guardarono bene dal
prendersela con lui e si lanciarono invece squittendo verso le zone più buie
della rimessa.
Non sopportando il calore del sangue del topo contro la pelle, finì di
strapparsi la camicia e se ne sbarazzò, manovrando sempre con una mano
sola. Per nessun motivo avrebbe abbandonato il palanchino. Vi prenderete
il mio palanchino quando me lo scalzerete dalle dita paralizzate dalla
morte, pensò e rise. Stava ancora rabbrividendo. Si esaminò attentamente
il torace, con meticolosità maniacale, a caccia di un qualsiasi graffio, anche minuto. Non trovò niente. «Fortunato», mormorò mentre spingeva
contro il muro il compressore e correva al portellone. «Fortunato, solo
schifosamente fortunato.»
Premette il pulsante che trovò di fianco alla saracinesca, che cominciò a
salire. Si fece da parte per dare spazio a Cynthia, continuando a guardare
dappertutto, pronto a difendersi da topi, ragni e Dio solo sapeva quali altre
spiacevoli sorprese. Vicino al tavolo da lavoro, appesa a un chiodo, c'era
una tuta grigia da meccanico e, mentre Cynthia entrava nell'officina, fra
ruggiti del motore e sciabolate di luce dai fanali, Steve cominciò a batterla
con il palanchino, partendo dal basso come una donna che batte un tappeto, attento a che cosa potesse saltar fuori da maniche o calzoni.
Cynthia spense il motore e si calò dal posto di guida. «Che cosa stai facendo? Perché ti sei tolto la camicia? Ti buscherai un raffreddore. La temperatura sarà già scesa di...»
«Topi.» Aveva raggiunto la scollatura della tuta senza aver individuato
tane di alcun genere. Ora cominciava a tornare verso il basso, continuando
a battere. Tanto per non sbagliare. Continuava a sentire lo schiocco della
schiena del topo che si spezzava, continuava a sentirsi la coda liscia nel
pugno. Calda, era. Calda.
«Topi?» Cynthia si guardò intorno con ansia.
«E ragni. Sono stati i ragni a far fuori quel tizio...»
Si ritrovò a un tratto da solo. Cynthia era nel piazzale, a stringersi le
braccia intorno alle spalle magre per proteggersi dalla sabbia spinta dal
vento. «Ragni! Brrr! Detesto i ragni! Sono peggio dei serpenti!» Sembrava
in collera, nemmeno i ragni fossero colpa sua. «Vieni via da lì!»
Steve concluse che la tuta non era infestata. La staccò dal chiodo, fece
per gettare il palanchino e ci ripensò. Con la tuta appesa a un braccio, pigiò
il pulsante di fianco al portellone e raggiunse Cynthia. Aveva ragione, cominciava a far freddo. La polvere alcalina gli bruciava sulle spalle nude.
Cominciò a infilarsi la tuta. Gli sarebbe rimasta un po' abbondante davanti
al ventre, ma meglio troppo larga che troppo stretta.
«Scusa», mormorò lei alzandosi una mano a proteggere il volto da una
nuova scarica di sabbia. «Ma i ragni... aug, che schifo, non... che tipo?»
«Meglio se non lo sai.» Steve chiuse la cerniera centrale e le passò un
braccio intorno alle spalle. «Hai lasciato niente a bordo?»
«Il mio zaino, ma credo che per questa volta salterò il cambio della
biancheria», rispose lei con un sorriso fioco. «E il tuo telefono?»
Lui si batté la mano sulla tasca anteriore dei jeans sotto la tuta. «Non me
ne separo mai», dichiarò. Qualcosa gli provocò prurito sotto la nuca e vi
menò uno schiaffo precipitoso, ripensando ai ragni violino schierati lungo
il ciglio della scrivania, militi al servizio di qualche causa sconosciuta in
un luogo sperduto.
«Che cosa c'è?»
«Sono solo un po' teso. Coraggio, andiamo al cinema.»
«Oh», esclamò lei, ritrovando quel tono un po' formale e distaccato che
lui trovava così spassoso. «Un invito fuori. Sì, grazie.»
2
Mentre Tom Billingsley guidava Mary, i Carver e il più grande romanziere vivente d'America (almeno nell'opinione del romanziere medesimo)
in un vicolo tra l'American West e la rivendita di mangimi e granaglie, il
vento fischiava sopra di loro come passando attraverso un imbuto.
«Non usate le torce», si raccomandò Ralph.
«Giusto», concordò Billingsley. «E attenti a dove mettete i piedi. Ci sono bidoni della spazzatura e un cumulo di rifiuti. Pezzi di legno e lattine.»
Passarono intorno ai bidoni e alla catasta di pezzi di legno. Mary trasalì
quando Marinville la prese per un braccio, non avendolo riconosciuto subito. Quando vide i suoi lunghi capelli, un po' gigioneschi, cercò di staccarsi
da lui. «Risparmiami le galanterie. Me la cavo benissimo.»
«Brava, ma io no», la rintuzzò lui. «Nel buio non vedo più un fico secco.
Mi sento come cieco.» Il tono della sua voce era cambiato. Non che fosse
diventato umile, una condizione che, sospettava, John Marinville non sarebbe stato capace di ottenere più di quanto si potesse pretendere un do da
un diapason, ma almeno sembrava umana. Gli concesse di restarle aggrappato.
«Vedi qualche coyote?» le domandò Ralph sottovoce.
Lei si trattenne dal rispondergli con sarcasmo: almeno questa volta le
aveva dato del tu. «No. Ma non vedrei neanche la mia mano se me la mettessi davanti agli occhi.»
«Non ci sono più», li informò David, che sembrava del tutto sicuro di sé.
«Per adesso almeno.»
«Come fai a saperlo?» chiese Marinville.
David alzò le spalle nell'oscurità. «Lo so.»
E Mary pensò che potevano fidarsi di lui. A quel punto di follia era precipitata la situazione.
Billingsley sbucò per primo da dietro l'angolo. S'incamminò lentamente
con le braccia protese nello spazio di poco più di un metro tra il muro posteriore del cinematografo e una rachitica recinzione di assi di legno. Gli
altri lo seguirono in fila indiana nello stretto passaggio. Quando Mary cominciava a pensare che il vecchio non avesse ben chiaro dove stesse andando, Billingsley si fermò.
«Siamo arrivati.»
Si chinò e Mary lo vide sollevare qualcosa. Era una cassa di legno, che
collocò sopra una seconda cassa. Salì quindi con una smorfia all'altezza del
vetro smerigliato e sporco di una finestra. Vi applicò le mani a dita divaricate e spinse verso l'alto, sollevando il telaio.
«È il gabinetto delle donne», annunciò. «Attenti, che c'è da saltare giù.»
Si girò e scivolò all'interno, come un monello un po' troppo maturo e rugoso che entrava di soppiatto nel nascondiglio della banda del quartiere.
Lo seguirono David e Ralph. Toccò quindi a Johnny Marinville, che al
momento di voltarsi per poco non precipitò dalla cassa. Era davvero praticamente cieco al buio, rifletté Mary, raccomandando a se stessa di non salire mai su un'automobile dove al volante ci fosse lui. E una moto? Davvero aveva attraversato il paese in moto? Se così, Dio lo amava molto più di
quanto avrebbe mai potuto amarlo lei.
Lo agganciò per la cintura aiutandolo a ritrovare l'equilibrio. «Grazie»,
mormorò lui e questa volta c'era davvero umiltà nella sua voce. Poi si dimenò nel vano della finestra, ansando e grugnendo, con i lunghi capelli
appiccicati al viso.
Mary si guardò rapidamente intorno e per un momento udì voci fantasma nel vento.
Non l'hai visto?
Visto che cosa?
Su quel cartello. Quello del limite di velocità.
E allora?
C'era un gatto morto.
Ora, in piedi sulla cassa, pensò: Le persone che hanno detto quelle cose
sono davvero fantasmi, perché sono morte. E io non sono meno morta di
lui, perché la Mary Jackson partita per questo viaggio non esiste più. La
persona che si trova qui ora, dietro questo vecchio cinema, è una persona
nuova.
Passò attraverso la finestra il fucile e la torcia consegnandole alle mani
che attendevano dall'altra parte, poi si girò e valicò senza difficoltà il davanzale, scendendo nel gabinetto.
Ralph la prese per i fianchi aiutandola a posare i piedi a terra. David esaminava il locale alla luce della torcia, tenendo una mano sopra il vetro
per non abbagliare nessuno. L'odore fece arricciare il naso a Mary. Umidità, muffa, alcol. In un angolo c'era una scatola di cartone piena di bottiglie
vuote. In uno dei box c'erano due capaci bidoni di plastica pieni di lattine
di birra. Coprivano l'apertura dove un tempo doveva esserci stato un sanitario. All'epoca della morte di James Dean, più o meno, a giudicare dall'ambiente, rifletté. Si rese conto che non le sarebbe dispiaciuto usare il
bagno e che, nonostante il cattivo odore, aveva anche appetito. Perché no?
Erano quasi otto ore che non metteva niente sotto i denti. Si sentì in colpa
di aver fame perché Peter non avrebbe mangiato mai più, ma prevedeva
che il disagio sarebbe stato passeggero. Quello era il lato odioso della questione. Proprio quello, a ben pensarci.
«Merda secca», imprecò Marinville usando la propria torcia per illuminare il deposito di lattine di birra. «Ci date dentro di brutto quaggiù, lei e i
suoi amici, Thomas.»
«Ripuliamo una volta al mese», si difese Billingsley. «Non come i ragazzi che facevano casino al piano di sopra fino all'inverno scorso, quando
finalmente la vecchia scala antincendio è crollata. Noi non pisciamo negli
angoli e non ci facciamo di droghe.»
Marinville contemplò il cartone di bottiglie vuote. «A mescolare qualche
droga con quel po' po' di roba che vi siete scolati, ci sarebbe da saltare in
aria.»
«E se non la fate negli angoli, si può sapere, di grazia, dove la fate invece?» s'informò Mary. «Perché non mi dispiacerebbe approfittare di un
buon suggerimento.»
«C'è un recipiente dall'altra parte del corridoio, nel gabinetto degli uomini. Di quelli che si usano negli ospedali. Teniamo pulito anche quello.»
Rivolse a Marinville uno sguardo complicato, truculenza e timidezza in
parti uguali. Mary ebbe la sensazione che Marinville stesse per colpirlo. E
anche che Billingsley se lo aspettasse. E perché? Perché gli uomini come
Marinville avevano la necessità di stabilire un ordine di beccata e il veterinario era evidentemente la persona più beccabile a portata di mano.
«Scusatemi», intervenne. «Johnny, mi presti la tua torcia?»
Porse la mano verso di lui. Lui la guardò titubante, poi le passò la torcia.
Lei lo ringraziò e si diresse alla porta.
«Uau... grandioso!» commentò David a bassa voce e Mary si fermò.
Nel fascio di luce della torcia il ragazzino aveva circoscritto uno dei pochi tratti di parete ancora quasi del tutto piastrellati. Lì qualcuno aveva disegnato un sontuoso pesce rococò usando pennarelli di vari colori. Era
quel genere di semimitologica illustrazione ittica che si trova talvolta sulle
ondine di mappe marine molto antiche. Ma l'esemplare che nuotava sul
muro sopra la cassetta rotta delle salviette di carta non aveva niente del
mostro marino: con i suoi occhi blu alla Betty Boop, le branchie rosse e la
pinna dorsale gialla, aveva qualcosa di dolce ed esuberante, qualcosa che
nell'oscurità maleodorante aveva del miracoloso. Solo una piastrella si era
staccata dal disegno portandosi via la metà inferiore della coda sinuosa.
«Signor Billingsley, è stato lei...»
«Sì, figliolo, sì», rispose il vecchio fra la sfida e l'imbarazzo. «L'ho disegnato io.» Guardò Marinville. «Probabilmente da ubriaco.»
Mary sostava sulla soglia in attesa della risposta di Marinville, il quale la
sorprese. «Risulta che abbia disegnato qualche pesce da ubriacatura anch'io», confessò. «Li ho disegnati con le parole invece che con i feltri colorati, ma il principio di base mi sembra lo stesso. Niente male, Billingsley.
Ma perché qui? Perché proprio in questo posto?»
«Perché questo posto mi piace», rispose lui con considerevole dignità.
«Specialmente da quando se ne sono andati i ragazzi. Non che ci abbiano
mai disturbato quaggiù, loro se ne stavano soprattutto in galleria. A voi
sembrerà incomprensibile, ma non mi importa più che tanto. Qui è dove
venivo a stare con i miei amici da quando sono andato in pensione e ho lasciato il consiglio municipale. Ci venivo sempre volentieri. È solo una
vecchia sala cinematografica, ci sono i topi e le poltrone sono ammuffite,
ma che cosa importa? Sono affari nostri, no? Nostri e solo nostri. Solo che
ora credo che siano tutti morti. Dick Onslo, Tom Kincaid, Cash Lancaster.
Tutti i miei vecchi amici.» Fece un verso roco e inatteso, come il gracchiare di un corvo. La fece sussultare.
«Signor Billingsley?» Era David. «Crede che abbia ucciso tutti in città?»
«Ma è pazzesco!» protestò Marinville.
Ralph gli tirò il braccio come fosse la maniglia delle fermate di emergenza su una carrozza ferroviaria. «Zitto.»
Billingsley stava ancora guardando David, mentre si sfregava le lunghe
dita sotto gli occhi. «Non lo escluderei», rispose e scoccò una breve occhiata a Marinville. «Penso che possa averci almeno provato.»
«Di quante persone stiamo parlando?» volle sapere Ralph.
«A Desperation? Centonovanta, forse duecento. Dall'apertura della nuova miniera ha cominciato ad arrivare gente nuova, forse cinquanta o sessanta persone. Ma non si può sapere quante erano quaggiù e quante su al
cratere.»
«Il cratere?» chiese Mary.
«Il China Pit. La miniera che hanno riaperto. Per cercare il rame.»
«Non mi venga a raccontare che un uomo solo, anche grande e grosso
come un bisonte, è andato in giro per la città ad ammazzare duecento persone», insorse Marinville, «perché, mi scusi tanto, ma non ci credo. Sono
pronto a giurare sull'intraprendenza americana, ma non esageriamo.»
«Oh, be', può anche averne mancata qualcuna alla prima passata», ironizzò Mary. «Non hai detto che quando ti ha portato qui ha travolto un tizio per la strada? Lo ha preso sotto la macchina e lo ha ucciso?»
Marinville si voltò a dispensarle un cupo cipiglio. «Credevo che fossi
andata a fare pipì.»
«Ho reni buoni. Lo ha fatto, no? Ha schiacciato qualcuno sotto le ruote.
L'hai detto tu.»
«Sì, l'ha fatto. Lo ha chiamato Rancourt. Billy Rancourt.»
«Oh, Gesù!» Billingsley chiuse gli occhi.
«Lo conosceva?» chiese Ralph.
«Signore, in una città piccola come questa, tutti si conoscono. Billy lavorava al negozio di mangimi e a tempo perso faceva il parrucchiere.»
«Benissimo, Entragian ha veramente travolto Rancourt passandogli sopra con la macchina. L'ha tirato sotto come un cane», ribadì Marinville,
ora stizzito. «Sono pronto ad accettare che Entragian abbia ucciso molte
persone. So di che cosa è capace.»
«Davvero?» domandò pacato David e tutti lo guardarono. David stava
contemplando il pesce variopinto sulle piastrelle.
«Che un uomo solo uccida centinaia di persone...» riprese Marinville,
ma s'interruppe per un momento, come se avesse perso il filo del suo ragionamento. «Anche se lo avesse fatto di notte... insomma...»
«Forse non ha agito da solo», suggerì Mary. «Forse lo hanno aiutato gli
avvoltoi e i coyote.»
Marinville cercò di respingere quell'ipotesi, anche in quelle condizioni di
luce così scarsa lei vide che si sforzava, ma dovette rinunciare. Sospirò e si
massaggiò una tempia come se provasse dolore. «D'accordo, forse è andata
così. È un fatto che quando gliel'ha ordinato lui, l'uccello più schifoso dell'universo ha cercato di scotennarmi. Ma lo stesso...»
«È come la storia dell'Angelo della Morte nell'Esodo», intervenne David. «Gli israeliti dovevano segnare con il sangue le porte delle loro abitazioni per far vedere che erano quelli buoni. Solo che qui l'Angelo della
Morte è lui. Dunque perché ci ha risparmiati? Avrebbe potuto ucciderci
come ha fatto con Pie, o con suo marito, Mary.» Si rivolse all'uomo dai
capelli bianchi. «Perché non ha ucciso lei, signor Billingsley? Se ha ucciso
tutti gli altri abitanti di questa città, perché non uccidere anche lei?»
Billingsley si strinse nelle spalle. «Non lo so. Ero a casa ubriaco. È arrivato sulla sua auto nuova, quella che l'ho aiutato a scegliere io stesso, Dio
del cielo, e mi ha prelevato. Mi ha buttato su e mi ha portato in cella. Gli
ho chiesto perché, che cosa avevo fatto, ma non ha voluto rispondere. L'ho
pregato. Ho pianto. Non sapevo che era pazzo, non ancora. Come avrei potuto sospettarlo? Era taciturno, ma non ha mai dato segni di squilibrio. L'idea ha cominciato a venirmi dopo, ma all'inizio ero solo convinto di aver
combinato qualche pasticcio in un momento in cui avevo troppo alcol in
corpo per sapere che cosa stavo facendo. Magari ero andato in giro in
macchina e avevo fatto del male a qualcuno. Qualcosa... qualcosa del genere mi era già capitata.»
«Quando è venuto a prenderla?» domandò Mary.
Billingsley dovette meditare un po' per dare una risposta convinta. «L'altro ieri. Poco prima del tramonto. Io ero a letto con il mal di testa, stavo
pensando di prendere qualcosa, un'aspirina... e un sorsetto aggiuntivo come antidoto contro i postumi. È arrivato lui e mi ha tirato giù dal letto. Avevo solo i boxer addosso. Ha lasciato che mi vestissi. Anzi, mi ha aiutato
addirittura. Ma non mi ha permesso di bere neanche un sorsetto anche se
tremavo come una foglia e non ha voluto dirmi perché mi metteva dentro.»
Fece una pausa, sempre strofinandosi sotto gli occhi. Quel gesto cominciava a innervosire Mary, che avrebbe voluto dirgli di smetterla. «Più tardi,
dopo che mi aveva rinchiuso, mi ha portato un pasto caldo. Si è seduto alla
scrivania e ci è rimasto per un po' a parlare. È stato allora che ho cominciato a pensare che non avesse tutte le rotelle a posto, perché niente di quello
che diceva aveva senso.»
«'Vedo buchi come occhi'», citò Mary.
Billingsley annuì. «Sì, cose così. 'Ho la mente piena di uccelli neri', è un'altra delle frasi che ricordo. E molte altre che ora non so più. Sembrava
che recitasse i pensierini raccolti in un libro scritto da un mentecatto.»
«A parte il fatto di vivere in questo posto, lei è come tutti noi», affermò
David. «E come noi, nemmeno lei sa per quale motivo non l'ha uccisa.»
«Temo che sia così.»
«A lei che cos'è successo, signor Marinville?»
Marinville raccontò loro che il poliziotto si era fermato dietro la sua moto, mentre lui si era allontanato per orinare e stava contemplando il paesaggio a nord della strada. Confessò di averlo trovato simpatico all'inizio.
«Abbiamo parlato dei miei libri. Pensavo che fosse un mio ammiratore.
Stavo per dargli un autografo, che cazzo. Chiedo scusa, David.»
«Di niente. Mentre parlavate è passata qualche macchina? Scommetto di
sì.»
«Qualche automobile è passata, mi pare, e senz'altro due autocarri. Ma
non ci ho fatto molto caso.»
«E nemmeno lui.»
«No.»
«Ce l'aveva solo con lei.»
Marinville fissò il ragazzo in silenzio.
«Ha preso di mira lei fra tutti», insisté David.
«È... è possibile. Ma non potrei sottoscriverlo. Tutto sembrava filare per
il verso giusto prima che trovasse la droga.»
Mary alzò le mani. «Piano, piano, pausa.»
Marinville si girò a guardarla.
«Questa droga...»
«Non era mia, non farti quest'idea. Ti pare che cercherei di attraversare il
paese da una costa all'altra su una Harley portandomi dietro un sacchetto di
erba? È vero che ho il cervello fritto, ma non fritto fino a questo punto.»
Mary cominciò a ridere sommessamente. Peggiorava il suo bisogno di
orinare, ma non seppe trattenersi. Era tutto troppo perfetto, troppo deliziosamente congruo. «Il sacchetto era sigillato con un adesivo?» gli chiese,
ridendo più forte. Non aveva bisogno che gli rispondesse, ma lo desiderava
lo stesso. «Il faccione tondo di Smiley?»
«Come fai a saperlo?» Marinville era sconcertato. Somigliava anche
molto ad Arlo Guthrie, almeno nella luce delle torce, e il ridacchiare di
Mary si trasformò in risa aperte. Sentì che se non fosse corsa in bagno subito se la sarebbe fatta addosso.
«P-perché veniva dal bagagliaio della n-nostra macchina», spiegò tenendosi la pancia. «Apparteneva a mia c-c-cognata. Una schizzata senza speranza. Entragian sarà anche pazzo, ma è uno a cui piace riciclare... S-sscusate, sto per avere un in-incidente.»
Scomparve. Quello che vide quando aprì la porta del gabinetto per gli
uomini la fece ridere ancora di più. Piazzato al centro del locale come un
trono in una parodia c'era una toilette portatile sotto la quale era sospeso
un sacchetto di tela in un telaio metallico. Sulla parete di fronte c'era un altro disegno a pennarelli, dovuto evidentemente alla stessa mano che aveva
tracciato il pesce. Qui c'era un cavallo al galoppo. Soffiava fumo arancione
dalle narici e negli occhi gli brillava una luce feroce. Era lanciato verso gli
spazi aperti di una prateria che si estendeva più o meno a est del sole e a
ovest dei lavabi. Nessuna piastrella era caduta da quel muro, ma per la
maggior parte si erano staccate conferendo allo stallone una superficie fluttuante, come deformata dalla visione in sogno.
Fuori fischiava il vento. Mentre si sedeva pensò all'improvviso all'abitudine che aveva Peter di portarsi la mano alla bocca quando rideva, con il
pollice che gli toccava un angolo, l'indice che gli toccava l'altro, come se
ridere lo rendesse in qualche modo vulnerabile; e tutt'a un tratto, senza soluzione di continuità apparente, stava piangendo. Com'era tutto stupido,
essere moglie a trentacinque anni, fuggiasca in una città di morti ammazzati, seduta nel gabinetto per gli uomini di un cinematografo abbandonato
su un water portatile con il recipiente di tela a fare pipì e a piangere allo
stesso tempo, a zampillare da sopra e sotto, si sarebbe potuto dire, contemplando il disegno di un cavallo su una parete così sconnessa da dare l'impressione che il suo galoppo avvenisse sott'acqua; che stupido sentirsi così
spaventata e dover soffocare quasi del tutto il cordoglio per la brutale risolutezza a sopravvivere a ogni costo... come se Peter non avesse mai contato
nulla, come se fosse sempre stato solo un'annotazione a margine.
Che stupido sentirsi ancora così affamata... ma lo era.
«Perché sta succedendo? Perché a me?» bisbigliò e si posò la faccia nelle mani.
3
Se Steve o Cynthia fossero stati armati, probabilmente le avrebbero sparato.
Transitavano davanti al Bud's Suds (l'insegna al neon in vetrina era
APPROFITTATE DELLA NOSTRA SLOTSPITALITÀ) quando si aprì la
porta dell'esercizio accanto, la lavanderia automatica, e saltò fuori una
donna. Vedendo solo una sagoma scura, Steve alzò il palanchino con l'intenzione di colpirla.
«No!» intervenne Cynthia prendendolo per il polso. «Fermo!»
La donna (aveva una gran massa di capelli scuri e la pelle molto bianca,
ma Cynthia non riuscì a determinare altro di lei sulle prime) si aggrappò
alle spalle di Steve, piantandogli praticamente il naso in bocca. Non doveva essersi nemmeno accorta del piede di porco levato nell'aria. Adesso gli
chiederà se ha trovato Geeeesù, pensò Cynthia. Non è mai Gesù quando ti
saltano addosso in quel modo, è sempre Geeeesù.
Naturalmente non andò così.
«Dobbiamo scappare», lo dichiarò con un filo di voce arrochita. «Subito.» Si lanciò uno sguardo alle spalle, ne scoccò uno a Cynthia, poi parve
escluderla subito, tornando a fissare Steve. Era un fenomeno al quale
Cynthia non era nuova e non ne fu offesa. Quando la situazione diventava
delicata, un certo tipo di donne riuscivano a vedere solo i maschi. Talvolta
era per come erano state cresciute; più spesso sembrava che la reazione
fosse stata inserita al momento della nascita nei loro piccoli e sofisticati
circuiti da Barbie.
Intanto cominciava a vederla un po' meglio, nonostante l'oscurità e la
sabbia portata dal vento. Una donna matura, di almeno trent'anni, dall'aria
intelligente, tutt'altro che brutta. Gambe lunghe sotto un vestito corto che
la rendeva forse un po' goffa, come se la donna che c'era dentro non fosse
abituata a portarne. Non che fosse goffa lei di natura, a giudicare da come
riusciva a muoversi assieme a Steve, ogni volta che si muoveva lui, quasi
danzassero. «Avete una macchina?» chiese con trepidazione.
«Non serve», rispose Steve. «La strada che esce da qui è bloccata.»
«Bloccata? In che senso bloccata?»
«Da un paio di case mobili», spiegò lui.
«Dove?»
«Vicino alla sede della società mineraria», precisò Cynthia, «ma non è
quello il solo problema. C'è un sacco di gente morta...»
«A me lo vieni a dire», la interruppe l'altra e rise stridula. «Collie è impazzito. L'ho visto con questi occhi uccidere una decina di persone. Correva loro dietro sulla sua automobile e li uccideva sparandogli per la strada.
Come se fossero manzi e la Main Street fosse il mattatoio.» Era ancora aggrappata a Steve e lo scuoteva mentre parlava, come per rimproverarlo, ma
i suoi occhi vagavano altrove. «Dobbiamo metterci al riparo. Se ci sorprende qui... entriamo. Lì siamo al sicuro. Io ci sto da ieri mattina. Una
volta è entrato. Mi sono nascosta sotto la scrivania nell'ufficio. Credevo
che mi avrebbe scoperto per il profumo che ho addosso... che girasse intorno alla scrivania e mi trovasse... invece no. Forse ha il naso ostruito!»
Poi si lasciò andare a risa isteriche e per fermarsi si schiaffeggiò in viso.
Era buffo, per quanto sconcertante, era il gesto che si vede compiere ogni
tanto dai personaggi dei vecchi disegni animati della Warner Brothers.
Cynthia scosse la testa. «Non in lavanderia. Andiamo al cinema. C'è altra gente che ci aspetta.»
«Ho visto la sua ombra», bisbigliò la donna. Teneva ancora Steve per le
spalle e il suo volto era ancora fiduciosamente alzato verso quello di lui,
come se lo avesse scambiato per Humphrey Bogart e credesse di essere Ingrid Bergman e sull'obiettivo della cinepresa ci fosse un filtro flou. «Ho
visto la sua ombra, l'ho vista allungarsi sulla scrivania, e ho creduto... invece no, e penso che saremo al sicuro in ufficio mentre cerchiamo di decidere che cosa possiamo...»
Cynthia le prese il mento nella mano e la obbligò a girare la testa.
«Che cosa stai facendo?» protestò furiosa la donna bruna. «Che cosa ti
salta in mente?»
«Di ottenere la tua attenzione, con un po' di fortuna.»
Cynthia la lasciò andare e come c'era da aspettarsi lei si voltò immediatamente a guardare Steve, con la naturale meccanicità di un fiore che ruota
sullo stelo per seguire il sole, e subito riprese la sua mitragliata di parole.
«Ero sotto la scrivania... e... e... dobbiamo... ascoltare bene... dobbiamo...»
Cynthia l'afferrò di nuovo per il mento, girandole la testa.
«Tesoro, segui il movimento delle mie labbra. Cinema. C'è altra gente
là.»
La donna corrugò la fronte come se cercasse di capire il significato delle
sue parole. Poi alzò gli occhi oltre la sua spalla, in direzione della pensilina
dell'American West.
«La vecchia sala?»
«Sì.»
«Sei sicura? Ieri sera ho provato la porta quando si è fatto buio. È chiusa
a chiave.»
«Ci hanno detto di passare da dietro», spiegò Steve. «Ho un amico. È
stato lui a darmi le indicazioni.»
«E come?» domandò insospettita la donna bruna, ma quando Steve s'incamminò in quella direzione, lo seguì. Cynthia si avviò affiancandola sull'esterno. «Come ha fatto a parlarti?»
«Con un cellulare», rispose Steve.
«Di norma da queste parti non funzionano molto bene», obiettò la donna
bruna. «Ci sono troppi depositi di minerale.»
Passarono sotto la pensilina (un cespuglio rimasto impigliato di traverso
tra il botteghino e la porta sinistra dell'ingresso crepitava come maraca) e
si fermarono quando furono dall'altra parte. «C'è un vicolo», disse Cynthia.
S'incamminò di nuovo, ma la donna rimase dov'era, a spostare gli occhi
dall'uno all'altra.
«Quale amico? Quale altra gente?» Era dubbiosa. «Come sono arrivati
qui? Com'è che quel pazzo di Collie non li ha fatti fuori?»
«Lasciamolo a dopo», tagliò corto Steve prendendola per un braccio.
Lei gli oppose resistenza e questa volta, quando parlò di nuovo, la sua
voce risonò strozzata. «Mi state portando da lui, vero?»
«Senti, non sappiamo nemmeno di chi stai parlando», rispose Cynthia.
«Per l'amor del cielo, vieni senza altre proteste!»
«Sento un motore», annunciò Steve. Aveva inclinato la testa su una spalla. «Mi pare che venga da sud. Di certo in questa direzione.»
La donna sgranò gli occhi. «È lui», mormorò. «È lui.» Si guardò alle
spalle, come rimpiangendo la lavanderia, poi prese la sua decisione e si
lanciò nel vicolo. Prima che arrivassero alla staccionata dietro al cinematografo, stavano correndo anche Cynthia e Steve per tenerle dietro.
4
«Siete proprio sicuri...» cominciò la sconosciuta, poi poco più avanti
lampeggiò il fascio di luce di una torcia. Erano in fila indiana, Steve tra le
due donne. Prese la mano di quella che lo precedeva, la donna sbucata dalla lavanderia (sentendola molto fredda sotto le dita) e allungò la sinistra
dietro di sé per prendere quella di Cynthia, leggermente più calda. La donna bruna li guidò lentamente nel passaggio tra l'assito e il muro. La torcia
mandò un altro lampo, questa volta rivolto verso il basso dove illuminò
due casse, una sull'altra.
«Montate lì ed entrate», bisbigliò una voce. Steve fu felice di riconoscerla.
«Capo?»
«Sono qui.» Dal tono dedusse che Marinville stava sorridendo. «Bella
quell'idea della tuta. Molto mascolina. Da questa parte, Steve.»
«Siamo in tre.»
«Meglio, così si arricchisce la festa.»
La donna bruna si sollevò il vestito per poter montare sulle casse e Steve
vide il suo principale che non perdeva l'occasione di occhieggiare. Certe
cose non le cambia nemmeno l'apocalisse.
Poi Steve aiutò Cynthia e per ultimo salì lui. Si girò, s'infilò nella finestra per metà, poi allungò un braccio e spinse la cassa superiore giù da
quella sottostante. Non sapeva se sarebbe bastato a ingannare l'uomo di cui
aveva tanta paura la donna bruna, ma se fosse andato a indagare nel vicolo
era sciocco lasciargli a disposizione un indizio così lampante.
Si ritrovò in quello che riconobbe subito per un covo di ubriaconi e
scambiò un abbraccio con il suo capo. Marinville rise di sospresa e piacere. «Niente lingua, Steve, insisto.»
Steve lo trattenne per le spalle sorridendo a sua volta. «Ti avevo dato per
morto. Abbiamo trovato la tua moto sepolta nella sabbia.»
«L'avete trovata?» Ora Marinville era deliziato. «Questa poi!»
«Cos'hai fatto alla faccia?»
Marinville s'illuminò il volto con la torcia trasformando la faccia tume-
fatta in un'immagine da film dell'orrore. Il suo naso sembrava passato sotto
un rullo compressore. Il sorriso, per quanto gioviale, riusciva solo a peggiorare la situazione. «Se tenessi un discorso in queste condizioni all'associazione dei poeti, scrittori e scribacchini d'America, credi che quei
coglioni mi darebbero finalmente retta?»
«Cavoli», commentò Cynthia incredula. «Qualcuno le ha reso un bel
servizio.»
«Entragian», le rivelò Marinville in tono solenne. «Voi l'avete conosciuto?»
«No», rispose Steve. «E dopo quello che ho sentito finora, preferisco così.»
La porta del bagno si aprì cigolando sui cardini e sulla soglia si fermò un
ragazzino, capelli corti, faccino pallido, maglietta dei Cleveland Indians
sporca di sangue. Aveva una torcia in una mano che mosse rapidamente a
illuminare a uno a uno i volti dei nuovi arrivati. Steve ricompose mentalmente la situazione in pochi attimi. Ritenne di aver trovato la chiave nella
maglietta che indossava il bambino.
«Lei è Steve?» gli chiese lui.
Annuì. «Proprio io. Steve Ames. Lei è Cynthia Smith. E tu sei il mio telefono amico.»
Il ragazzino abbozzò un sorriso.
«Complimenti per il tempismo, David. Probabilmente non saprai mai
come la tua telefonata sia giunta a proposito. Piacere di conoscerti. David
Carver, vero?»
Venne avanti per stringere la mano del ragazzo, soddisfatto dell'espressione sorpresa sul suo volto. Dio sapeva quanto quel marmocchio aveva
colto di sorpresa lui, raggiungendolo in quel modo per telefono.
«Come fa a sapere come mi chiamo di cognome?»
Quando Steve gliela lasciò andare, gli prese la mano Cynthia. Gliela
scrollò una volta, con energia. «Abbiamo trovato il tuo camper. Steve ha
visto le tue figurine.»
«Onestamente», domandò allora Steve a David. «Credi che Cleveland
riuscirà mai a vincere le World Series?»
«Onestamente non m'importa, se avrò la fortuna di vederli giocare ancora una volta sola», ribatté David con una traccia di sorriso.
Cynthia si rivolse alla donna della lavanderia, quella che avrebbero forse
ucciso se fossero stati armati. «E questa è...»
«Audrey Wyler», si presentò la donna bruna. «Sono una geologa presta-
ta alla Diablo Mining. O per meglio dire lo ero.» Esaminò rapidamente il
locale con grandi occhi stupefatti, prendendo nota dello scatolone con le
bottiglie, dei bidoni con le lattine e del fantastico pesce che nuotava sulle
piastrelle sporche del muro. «Ora come ora non so che cosa sono. Propendo per un polpettone vecchio di tre giorni.»
Si girò piano piano in direzione di Marinville, mentre parlava, un po'
come aveva fatto rivolgendosi a Steve davanti alla lavanderia, e tornò al
suo copione originario.
«Dobbiamo andare via da questo posto. I vostri amici qui dicono che la
strada è bloccata, ma io ne conosco un'altra. Parte dalla spianata ai piedi
del terrapieno e arriva alla Highway 50. È malridotta, ma nel parcheggio ci
sono dei fuoristrada, almeno cinque...»
«Sono sicuro che le sue informazioni ci torneranno molto utili, ma credo
che sarà opportuno soprassedere», replicò Marinville. Aveva assunto un
tono suadente che aveva un che di professionale e che Steve riconobbe all'istante. Era il modo in cui il suo principale si rivolgeva alle donne (erano
invariabilmente donne, quasi sempre sui cinquanta o primi sessanta) che
andavano ad ascoltare le sue conferenze letterarie, quelle che lui chiamava
i suoi bombardamenti culturali. «Prima è meglio che discutiamo un po'.
Andiamo in sala. C'è una scenografia interessante. Sono sicuro che ne sarà
sorpresa.»
«Che idiozia sarebbe?» proruppe lei. «Non abbiamo da discutere un bel
niente, abbiamo solo bisogno di scappare!» Guardò gli altri. «Forse non vi
rendete conto di quello che sta succedendo qui. Quell'uomo, Collie Entragian...»
Marinville alzò la torcia e si illuminò il volto per un momento, dando il
tempo di osservarlo bene. «Come può vedere, ho già avuto l'onore e capisco benissimo. Andiamo di là, signora Wyler, e parliamone. Comprendo la
sua impazienza, ma le assicuro che è meglio. I falegnami hanno un detto:
misura due volte, tagli una sola. È una buona filosofia. D'accordo?»
Lei fece una smorfia di riluttanza, ma quando lui si avviò alla porta lo
seguì. Si accodarono Steve e Cynthia. Fuori il vento stridette intorno all'edificio facendone gemere le giunture più profonde.
5
La sagoma scura di un'autovettura, una macchina con le luci sul tetto,
procedeva lentamente in direzione nord nell'oscurità sibilante di vento, al-
lontanandosi dalla buia montagna del China Pit, all'estremità sud di Desperation. Procedeva a luci spente. La cosa al volante vedeva benissimo nel
buio, anche quando le tenebre erano stipate di sabbia.
La macchina transitò davanti alla bodega. La sabbia aveva ricoperto
quasi del tutto l'insegna caduta con la scritta CUCINA MESSICANA; di
essa, nel fioco chiarore della lampadina in veranda, si leggeva solo NA
ME. Proseguì adagio fino al municipio, entrò nel parcheggio e si fermò
nello stesso posto di prima. Dietro il volante, la forma mastodontica e ingobbita con il cinturone e il distintivo stava cantando una vecchia canzone
stonandola e andando fuori tempo: «E andremo a ballare, baby, io e te...
Così vedrai che c'è magia nella musica e che la musica è in me...»
La creatura al posto di guida spense il motore della Caprice e rimase seduta a testa bassa a tamburellare sul volante. Dalla polvere che riempiva
l'aria uscì volando un avvoltoio, eseguì un'ultima correzione di rotta sulla
spinta di un refolo e atterrò sul tetto dell'automobile. Ne seguirono un secondo e un terzo. L'ultimo arrivato gracchiò ai compagni, poi sparò un
fiotto denso di guano sul tetto del veicolo.
Allineati, chinarono la testa a guardare attraverso il parabrezza sporco.
«Ebrei», disse il guidatore. «Devono morire. E i cattolici. E anche i
mormoni. Tak.»
Lo sportello si aprì. Un piede si posò per terra, poi l'altro. La creatura
con il cinturone militare si alzò. Richiuse lo sportello. Aveva il cappello
nuovo schiacciato sotto il braccio. Nell'altra mano stringeva la doppietta
che quella donna, Mary, aveva preso dalla scrivania. Raggiunse l'ingresso
dove, a fiancheggiare i gradini, c'erano due coyote. Emisero mugolii di disagio e si accucciarono, rivolgendo sicofantici ghigni cagneschi alla creatura che passò tra loro senza degnarli di un'occhiata.
Alla porta la sua mano si fermò a mezz'aria. Era socchiusa. Un mulinello
di vento l'aveva risucchiata verso lo stipite... ma non del tutto.
«Che cazzo...» mormorò e la spinse. Salì veloce, prima rimettendosi il
cappello in testa (costretto a calcarlo con forza perché adesso non gli stava
più) per poter usare entrambe le mani per il fucile.
In cima alle scale c'era un coyote morto. Era aperta anche la porta delle
celle. La cosa con la doppietta tra le mani entrò, già sapendo che cosa avrebbe trovato, ma saperlo non servì a scongiurare il ruggito di furore che
gli scaturì dal petto. Fuori, ai piedi delle scale, i coyote guairono, raggomitolandosi e spruzzando orina. Anche gli avvoltoi appollaiati sulla macchina
udirono l'urlo della cosa e sbatterono le ali innervositi, quasi decollando e
allungando di scatto il collo l'uno verso l'altro come per scambiarsi beccate.
Tutte le celle erano aperte e vuote.
«Quel ragazzo», mormorò l'essere fermo sulla soglia. Le mani gli si erano sbiancate sul calcio della doppietta. «Quell'odioso piccolo tossicomane.»
Indugiò ancora per un momento, poi entrò camminando adagio. I suoi
occhi guizzavano di qua e di là sul volto inespressivo. Il cappello, un copricapo alla Smokey con la tesa piatta, andava risalendo sospinto dai capelli. Erano capelli molto più folti di quelli del precedente proprietario. La
donna che Collie Entragian aveva portato via da lì era alta uno e sessantotto per cinquantotto chilogrammi. La cosa sembrava la sorella di quella
donna, ma molto più grande di lei: un metro e novanta di statura, spalle
larghe, almeno cento chilogrammi di peso. Indossava una tuta che aveva
preso dal ripostiglio prima di abbandonare quella che la società mineraria
chiamava Rattlesnake Numero Due e che per più di cento anni la gente del
luogo aveva chiamato China Pit. La tuta gli andava un po' stretta intorno al
petto e ai fianchi, ma era sempre meglio degli indumenti che quel corpo
aveva indossato in precedenza, che ora gli erano inutili non meno delle ansie e ambizioni della Ellen Carver che fu. Quanto a Entragian, gli aveva
preso cinturone, distintivo e cappello. E di lui portava anche la pistola al
fianco.
Per forza. Del resto Ellen Carver era l'unico rappresentante della legge a
ovest del Pecos. Mantenere l'ordine era il suo lavoro e Dio avesse pietà di
chiunque avesse cercato di impedirle di svolgerlo al meglio.
Il suo ex figlio, per esempio.
Dal taschino della tuta tolse un pezzo di pietra scolpita. Un ragno ricavato da un sasso grigio. Era tutto storto sulla sinistra sul palmo di Ellen (gli
mancava una delle zampe posteriori), senza che il difetto guastasse in alcun modo la generale sensazione che trasmetteva di bruttezza e malvagità.
Butterati occhi di pietra, violacei di ferro che era stato cotto a temperature
vulcaniche millenni prima, sporgevano da sopra la sua mandibola, aperta a
lasciar spuntare una lingua che invece di una lingua era la testa ghignante
di un minuscolo coyote. Sul dorso del ragno era disegnata una forma che
ricordava vagamente un violino da gighe.
«Tak!» disse la creatura ferma vicino alla scrivania. La faccia era molle
come un impasto crudo, crudele parodia del viso della donna che dieci ore
prima leggeva alla figlia un libro di curiosità per bambini condividendo
con lei una tazza di cioccolata. Eppure gli occhi in quella faccia erano vivi
e vigili e velenosi, orribilmente simili agli occhi dell'oggetto che aveva nel
palmo della mano. Se lo passò dall'altra parte e lo alzò sopra la testa, nella
luce della sfera di vetro che pendeva dal soffitto in corrispondenza della
scrivania. «Tak ah wan! Tak ah lah! Mi him, en tow! En tow!»
Dall'oscurità del vano delle scale, dalle crepe nello zoccolo, dagli angoli
più bui delle celle vuote corsero verso di lei ragni a frotte. Si disposero in
cerchio. Lentamente, la creatura posò il ragno di sasso sulla scrivania.
«Tak!» esclamò sottovoce. «Mi him, en tow!»
Un tremito mosse la cerchia attenta dei ragni. Erano una cinquantina in
tutto, molti non più grossi di acini d'uva. Poi il circolo si scompose, defluendo verso la porta in due file. La cosa che era stata Ellen Carver prima
che Collie Entragian la portasse nel fondo del China Pit li guardò andare.
Poi ripose la scultura nella tasca della tuta.
«Gli ebrei devono morire», dichiarò alla stanza vuota. «I cattolici devono morire. I mormoni devono morire. I fan dei Grateful Dead devono morire.» Fece una pausa. «Anche i pretini devono morire.»
Alzò le mani di Ellen Carver e cominciò a tamburellare meditabonda
con le dita di Ellen Carver sulle clavicole di Ellen Carver.
PARTE TERZA
«American West»:
Ombre leggendarie
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«Merdaccia!» esclamò Steve. «Stupefacente.»
«Fuori del mondo», fece eco Cynthia e poi si guardò intorno come per
assicurarsi di non aver offeso il vecchio. Ma Billingsley non era in vista.
«Mia giovane signora», l'apostrofò Johnny. «Fuori del mondo è il disordine, l'unica invenzione che va a credito della vostra generazione. Questo
non è per niente fuori del mondo. È del nostro mondo e senza dubbio più
che meritevole.»
«Fuori del mondo», ripeté Cynthia, ma sorrideva.
Johnny calcolava che l'American West dovesse essere stato costruito nel
decennio immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mon-
diale, quando le sale cinematografiche non erano più gli Xanadu spampanati che erano state negli anni Venti e Trenta, ma molto prima che la filosofia degli ipermercati e delle multisale le trasformassero in scatoloni dolbizzati. Billingsley aveva acceso i punti luce al di sopra dello schermo e
quelli dentro la trincea che una volta si chiamava golfo mistico, permettendogli di esaminare l'ambiente. Era una sala ampia ma spoglia. A parte le
applique vagamente art déco, non c'erano altri motivi ornamentali. I sedili
c'erano ancora quasi tutti, ma i rivestimenti rossi erano scoloriti e lisi e
mandavano un forte odore di muffa. Lo schermo era un enorme rettangolo
bianco sul quale Rock Hudson aveva un tempo amoreggiato con Doris
Day e Charlton Heston aveva gareggiato sulla sua quadriga contro Stephen
Boyd. Doveva essere lungo almeno dodici metri per sette d'altezza. Da dove si trovava lui, le dimensioni apparivano quelle di uno schermo di drivein.
Poiché si trattava in effetti di una sala di teatro, davanti allo schermo c'era un palcoscenico, un preziosismo architettonico a scopo puramente estetico, riteneva, visto che all'epoca in cui avevano costruito l'edificio la rivista doveva essere morta da un pezzo. Chissà se era mai stato utilizzato?
Probabilmente sì, per comizi o cerimonie di diploma del liceo, magari per
la finale della gara di ortografia della contea di Cagacazzi. Quale che fosse
il servizio che aveva reso il palcoscenico in passato, di certo nessuna delle
persone che avevano assistito a quelle pittoresche cerimonie rurali avrebbe
mai immaginato quale sarebbe stata la sua ultima funzione.
Si guardò intorno, ora un po' preoccupato per Billingsley, e lo vide sopraggiungere per il breve e angusto corridoio che dai bagni portava alla
zona dietro le quinte, dov'erano riuniti gli altri. La vecchia canaglia ha una
bottiglia nascosta da qualche parte ed è tornata indietro a farsi un cicchetto, nient'altro, pensò, ma quando gli passò vicino non gli sentì odore di
alcol addosso e quello era un aroma che non mancava mai di individuare
ora che aveva smesso di bere.
Seguirono Billingsley sul palcoscenico, i membri di quella che Johnny
aveva mentalmente battezzato (non senza affetto) Associazione dei Sopravvissuti a Collie Entragian. La fossa dell'orchestra fece risonare i loro
passi e i suoi lumicini ne allungarono le ombre grigie. Billingsley aveva
acceso questi ultimi usando gli interruttori di una cassetta che si trovava di
fianco all'ingresso di sinistra al proscenio. L'illuminazione stentata si esauriva rapidamente poco sopra le gualcite imbottiture rosse delle poltrone,
cosicché l'area sovrastante della sala era immersa in un'oscurità che saliva
ad altitudini invisibili. Sopra tutto quanto, e tutt'attorno, fischiava il vento
del deserto. Era un suono che congelava il sangue nelle vene di Johnny...
ma non poteva negare che vi fosse in esso anche qualcosa di stranamente
attraente... senza che riuscisse a determinare che tipo di attrazione potesse
essere.
Oh, non mentire. Lo sai. Lo sapevano anche Billingsley e i suoi amici ed
è per questo che sono venuti qui. Dio ti ha dato orecchie per sentire quel
suono e un luogo chiuso come questo ne è un amplificatore naturale. Ancora meglio lo senti se sei seduto davanti a uno schermo con i tuoi vecchi
amici a proiettare ombre leggendarie e a brindare al passato. È un suono
che dice che mollare tutto è giusto, che in effetti mollare tutto è l'unica
scelta sensata. È il suono che racconta il richiamo del nulla e i piaceri
dello zero.
Al centro del palcoscenico polveroso e davanti allo schermo senza sipario c'era un soggiorno: poltrone, divani, lampade a stelo, un tavolino, persino un televisore. I mobili erano sistemati su un grande tappeto. Sembrava
un po' l'allestimento nella sezione dell'arredamento ai grandi magazzini,
ma Johnny si era fissato sull'idea che se Eugène Ionesco avesse scritto un
episodio per Ai confini della realtà, il set sarebbe stato più o meno come
quello. Dominava su tutto un bar di legno di quercia scurito. Johnny passò
una mano sopra il bancone mentre Billingsley accendeva una dopo l'altra
le lampade a stelo. I cavi elettrici s'infilavano in strette fessure che si aprivano nel bordo inferiore dello schermo. Gli strappi erano stati rammendati
con filo elettrico per impedire che si dilatassero.
Billingsley indicò il bar alzando il mento. «Quello viene dal vecchio
Circle Ranch. Era finito nella vendita all'asta di Clayton Loving. Io e Buzz
Hansen ci siamo messi insieme e lo abbiamo agganciato per diciassette
dollari. Incredibile, eh?»
«Francamente sì», ammise Johnny, cercando di immaginare a quanto sarebbe stato messo in vendita un oggettino come quello in una delle preziose bottegucce di SoHo. Aprì le antine e vide che il bar era ben rifornito.
Roba di qualità, fra l'altro. Non di primissima scelta, ma di classe. Richiuse
le antine in tutta fretta. Le bottiglie riposte là dentro lo chiamavano in un
modo in cui non si era sentito chiamare dalla bottiglia di Beam presa all'Owl's.
Ralph Carver si sedette su una poltrona a schienale alto a contemplare le
file di poltroncine vuote con la trepidazione stordita di un uomo che osa
pensare di trovarsi forse in un sogno. David controllò il televisore. «Ma ri-
cevete niente su questo... ah, capisco.» Aveva scorto il videoregistratore
che si trovava sotto. Si piegò a leggere i titoli delle cassette che vi erano
impilate sopra.
«Figliolo...» cominciò Billingsley, ma rinunciò subito.
David le passò velocemente in rassegna: Studentesse assatanate, Debuttanti depravate, Hostess a volo d'uccello, Parte 3. «Guardate questa roba?»
Billingsley si strinse nelle spalle, rassegnato e imbarazzato assieme.
«Siamo troppo vecchi per partecipare di persona, figliolo. Forse un giorno
capirai.»
«In fondo sono affari vostri», lo scagionò David rialzandosi. «Chiedevo
tanto per chiedere.»
«Guarda», disse Cynthia a Steve. Indietreggiò, si portò le braccia al di
sopra della testa, incrociò i polsi e dimenò i gomiti. Un'enorme forma nera
svolazzò con pigri battiti d'ala sullo schermo, ingrigito da decenni di polvere. «Una cornacchia. Non male, eh?»
Lui sorrise, si piazzò di fianco a lei e unì le mani davanti a sé facendo
sporgere un dito.
«Un elefante!» rise Cynthia. «Fortissimo!»
David rise con lei, un suono spontaneo, gioioso e libero. Suo padre si girò con un sorriso sulle labbra.
«Bel colpo per un ragazzo di Lubbock!» esclamò Cynthia.
«Meglio che stai in guardia, se non vuoi che riprenda a chiamarti biscottino.»
Lei gli mostrò la lingua, chiudendo gli occhi e sfarfallando le dita con i
pollici nelle orecchie. A Johnny ricordò Terry in maniera così precisa da
non poter fare a meno di scoppiare a ridere. Ne fu sorpreso, quasi spaventato. Ebbe il sospetto che in un momento imprecisato tra Entragian e il tramonto dovesse aver deciso che non avrebbe riso mai più... quanto meno
non di cose divertenti.
Mary Jackson, che si era aggirata per il salotto a esaminarlo pezzo per
pezzo, sospese il suo inventario per guardare l'elefante di Steve. «Io so fare
i grattacieli di New York», dichiarò.
«Ma va' là!» commentò Cynthia, già incuriosita.
«Vediamo!» la sfidò David. Aveva gli occhi fissi sullo schermo nell'espressione palpitante di un ragazzino che aspetta l'inizio dell'ultimo Ace
Ventura.
«Presto fatto», ribatté Mary e alzò le mani con le dita all'insù. «Dunque,
vediamo... un momento... l'ho imparato al campo estivo ed è passato molto
tempo...»
«Che cosa cazzo state facendo?»
La voce aspra fece trasecolare Johnny e non solo lui. Mary si lasciò
sfuggire un gridolino. I grattacieli di New York che avevano cominciato a
materializzarsi sul vecchio schermo prima si sfocarono, poi scomparvero
del tutto.
Pallida, con gli occhi incandescenti, Audrey Wyler era ferma tra l'entrata
di sinistra e l'allestimento di mobili al centro del palcoscenico. La sua ombra ingigantita sullo schermo dietro di lei creava un'immagine tutta sua, all'insaputa della persona che la proiettava: il mantello di Batman.
«Dovete essere pazzi come lui. È là fuori a cercarci. Ci sta dando la caccia in questo preciso istante. Ricordi la macchina che hai sentito, Steve?
Era lui che stava tornando! E voi ve ne state qui... con le luci accese... a fare giochini di ombre cinesi!»
«Le luci non si vedrebbero all'esterno nemmeno se le avessimo accese
tutte», obiettò Billingsley. La contemplava con uno sguardo in cui si fondevano insieme comprensione e sentimento... come se, pensò Johnny, avesse l'impressione di averla già vista altrove. Magari in Debuttanti depravate. «È un cinema, costruito in modo che dall'esterno non si sentano rumori e non si vedano luci. È il motivo principale per cui a me e ai miei amici piaceva tanto.»
«Ma andrà in giro a cercare dappertutto e se ci si mette d'impegno, ci
troverà di sicuro. Non sono molti i posti dove ci si può nascondere a Desperation.»
«Venga pure», mormorò Ralph Carver truculento, alzando il fucile. «Ha
ucciso la mia bambina e ha portato via mia moglie. Ho avuto modo di capire con chi abbiamo a che fare quanto lei, signora. Dunque che venga. Ho
una spedizione in posta celere da consegnargli.»
Audrey ebbe un attimo di indecisione. Lui la fissò in silenzio con occhi
cupi di odio. Lei lanciò un'occhiata a Mary, non trovò niente che fosse di
suo interesse, e tornò a guardare Billingsley. «Potrebbe arrivare senza che
ce ne accorgiamo. Un posto come questo avrà chissà quante entrate.»
«Infatti», confermò Billingsley. «E sono tutte sprangate eccetto che la
finestra del gabinetto delle donne. Sono giusto stato lì appena adesso a sistemare un po' di bottiglie di birra sul davanzale interno. Quando si apre la
finestra, il telaio bascula verso l'interno. Dunque se cercasse di entrare da
lì, farebbe cadere le bottiglie che si infrangerebbero per terra. Lo senti-
remmo, signora. E appena mettesse piede qui dentro lo riempiremmo di
tanto di quel piombo che poi potremmo tagliarlo a fettine e usarlo per andare a pescare.» La osservava con attenzione mentre si lanciava in quelle
iperboli, spostando avanti e indietro lo sguardo dal viso, che era grazioso,
alle gambe, che nell'umile opinione di John Edward Marinville erano mozzafiato.
Lei continuò a guardare Billingsley come se non avesse mai visto un
imbecille peggiore. «Mai sentito parlare di chiavi, buonuomo? I poliziotti
hanno le chiavi per aprire tutti gli esercizi di queste piccole città.»
«Gli esercizi in attività», tenne a precisare Billingsley senza scomporsi.
«Ma l'American West è chiuso da un pezzo. E le porte non sono solo chiuse a chiave, sono sprangate e sbarrate con le assi. Per entrare i ragazzi usavano la scala antincendio, ma anche quella ha tirato gli ultimi nel marzo
scorso. No, signora, credo che questo sia il posto più sicuro che avremmo
potuto trovare.»
«Più sicuro che in strada», commentò Johnny.
Audrey si voltò verso di lui con le mani sui fianchi. «E allora che cosa
vorreste fare? Starvene qui a fare ombre di animali su quel cavolo di
schermo?»
«Non perdere la calma», cercò di rabbonirla Steve.
«Non so che cosa farmene della calma!» quasi esplose lei. «Voglio andarmene da qui!»
«Tutti quanti vogliamo andarcene, ma non è questo il momento», affermò Johnny. Guardò gli altri. «Qualcuno non è d'accordo?»
«Sarebbe folle uscire con questo buio», convenne Mary. «Con questo
vento non si riesce più nemmeno a camminare e con tutta la sabbia che c'è
nell'aria, potrebbe facilmente farci fuori a uno a uno.»
«Che cosa credete che cambierà domani quando la tempesta sarà finita e
sarà spuntato il sole?» l'apostrofò Audrey. Ma la domanda era in realtà diretta a Johnny.
«Che il nostro amico sia morto», rispose lui. «Se non lo è già.»
Ralph annuì. Accovacciato vicino al televisore, con le mani abbandonate
tra le ginocchia, David osservava Johnny con insolito interesse.
«Perché?» domandò Audrey. «In che modo?»
«Non l'hai visto?» le chiese Mary.
«Certo che l'ho visto. Non oggi, però. Oggi l'ho sentito solo andare in giro in macchina... a piedi... e l'ho sentito parlare da solo. Ma non l'ho più
veramente visto da ieri.»
«Non è che c'è qualche fonte di radioattività nei dintorni, signora?» s'informò Ralph. «Non è che c'è stata qualche discarica per le scorie radioattive o magari qualche deposito di vecchi armamenti? Testate di missili o
qualcosa del genere? Perché il nostro sbirro sembrava in via di disfacimento.»
«Io non credo che sia un fenomeno indotto dalle radiazioni», intervenne
Mary. «Ho visto delle foto e...»
«Un momento», interloquì Johnny a mani levate. «Ho una proposta da
fare. Credo che dovremmo metterci comodi a discuterne perbene. Se non
altro servirà a passare il tempo e può darsi che parlando salti fuori anche
un'idea su come regolarci da qui in avanti.» Rivolse ad Audrey il suo sorriso più accattivante e fu contento di vederla rilassarsi un po', se non proprio
sciogliersi. Forse non aveva perso tutto il suo antico fascino. «Nel peggiore dei casi sarà più costruttivo che giocare alle ombre cinesi.»
Il suo sorriso vacillò mentre si soffermava a guardarli uno dopo l'altro:
Audrey, sull'orlo del tappeto in quel vestitino sexy che non sembrava il
suo; David, accosciato vicino al televisore; Steve e Cynthia, ora seduti sui
braccioli di una voluminosa poltrona che forse aveva fatto compagnia al
bar al vecchio Circle Ranch; Mary, in piedi vicino allo schermo in un atteggiamento un po' da insegnante, con le braccia incrociate sul seno; Tom
Billingsley, che stava ispezionando in quel momento il pensile sopra il
bancone, con le mani strette dietro la schiena; Ralph nella poltrona a
schienale alto ai margini della zona illuminata, con l'occhio sinistro ora
quasi completamente nascosto nella tumefazione. L'Associazione dei Sopravvissuti a Collie Entragian al gran completo.
Che squadra, pensò. I Manhattan Transfer nel deserto.
«C'è un altro motivo per cui dobbiamo parlare», riprese. Lanciò uno
sguardo alle loro ombre che si muovevano nella vastità dello schermo. Per
un momento gli sembrarono tutte ombre di giganteschi uccelli. Pensò a
Entragian che gli spiegava che gli avvoltoi dal collo rosso erano gli unici
volatili a fare peti. Entragian che diceva: Oh merda, siamo tutti oltre i perché, lo sai anche tu. Forse nessuno gli aveva mai detto nulla di altrettanto
terrorizzante. Soprattutto perché sapeva troppo di verità.
Annuì lentamente, come concordando con un interlocutore che aveva
dentro di sé.
«Ho visto cose straordinarie in vita mia», seguitò poi, «ma non sono mai
stato testimone di quella che potremmo definire un'esperienza soprannaturale. Prima, forse, di oggi. E ciò che mi spaventa soprattutto è che forse
questa esperienza è ancora in corso. Non so. Posso affermare con certezza
solo che nelle ultime ore sono stato partecipe di avvenimenti che non so
spiegare.»
«Di che cosa diavolo stai parlando?» protestò Audrey che sembrava sull'orlo delle lacrime. «Non è già abbastanza orrendo quello che succede
senza trasformarlo in una... una storia da focolare?»
«Sì», ammise lui in un tono di voce pacato e compassionevole che ebbe
difficoltà a riconoscere per suo. «Ma questo non cambia la situazione.»
«Io ascolto e parlo meglio quando non sto morendo di fame», annunciò
Mary. «Non è che qui dentro ci sia qualcosa da mangiare, vero?»
Tom Billingsley si mostrò imbarazzato. «Temo che mi colga alla sprovvista, signora. Noi si veniva qui la sera a bere e a parlare dei vecchi tempi,
non a mangiare.»
Lei sospirò. «Quel che pensavo.»
Il vecchio allungò una mano in direzione dell'entrata di destra. «Però
qualche sera fa Marty Ives aveva portato qualcosa. Probabilmente sardine.
Marty adora sardine e cracker.»
«Che squisitezza», commentò Mary con nauseato sarcasmo, riuscendo a
sembrare interessata lo stesso. Johnny rifletté che di lì a due o tre ore le sarebbe venuta l'acquolina in bocca anche a sentir parlare di acciughe.
«Do un'occhiata», si offrì Billingsley. «Forse c'è anche qualcos'altro.»
Ma non sembrava molto ottimista.
Si alzò David. «Faccio io, se vuole.»
Billingsley strinse le spalle. Guardava di nuovo Audrey e sembrava essersi già dimenticato delle sardine di Marty Ives. «Appena esci dal palcoscenico c'è un interruttore sulla sinistra. Davanti a te ci sono gli scaffali.
Tutta la roba che si portava qui da sgranocchiare finiva normalmente lì sopra. Vedi un po'.»
«Mi piace», si congratulò Johnny. «Forse alzavate un po' troppo il gomito, ma almeno non vi dimenticavate quel minimo indispensabile di sostanze solide da mettersi in corpo.» Il veterinario lo osservò per un attimo con
un sopracciglio alzato, poi tornò a contemplare le gambe di Audrey Wyler.
Lei sembrava non accorgersene. Oppure non le importava niente.
David fece due passi, poi tornò indietro a prendere la .45. Controllò con
gli occhi il padre, ma Ralph aveva di nuovo lo sguardo perso nella sala,
sulle poltroncine rosse che degradavano in lontananza scomparendo nel
buio. S'infilò con cautela la pistola nella tasca dei jeans in modo da far
sporgere solo il calcio e ripartì. Passando vicino a Billingsley domandò:
«C'è acqua corrente?» domandò.
«Qui siamo nel deserto, figliolo. Quando un edificio viene dismesso,
tolgono l'acqua.»
«Peccato. Sono ancora pieno di sapone e mi prude.»
Li lasciò e sporse la testa oltre l'estremità del palcoscenico. Un momento
dopo la luce si accese. Johnny si tranquillizzò un po', accorgendosi solo in
quel momento di aver temuto che qualcosa balzasse addosso al ragazzino,
e sentì su di sé lo sguardo di Billingsley.
«Quello che ha fatto il ragazzino al municipio, il modo in cui è uscito da
quella cella», osservò il vecchio, «non è possibile.»
«Allora noi dobbiamo essere ancora sotto chiave», ribatté Johnny. Gli
sembrava di aver trovato il tono di voce giusto, quello che lo caratterizzava, ma dell'evento a cui si era riferito il veterinario aveva già fatto tema di
riflessione lui stesso. Aveva persino coniato un'espressione: miracoli in
sordina. L'avrebbe trascritta sul suo taccuino se non l'avesse perso sulla
Highway 50. «È questo che pensa?»
«No, noi siamo qui e glielo abbiamo visto fare», rispose Billingsley. «Si
è riempito di sapone e si è spremuto fuori da quelle sbarre come un seme
di anguria. A dirlo sembra del tutto fattibile, no? Ma io sostengo, amico
mio, che nemmeno Houdini sarebbe stato in grado di farlo così. Per via
della testa. Sarebbe dovuto rimanere incastrato con la testa.» Li guardò a
uno a uno, finendo con Ralph, il quale ora stava osservando lui e non le
poltrone, ma Johnny non era sicuro che capisse che cosa stava dicendo il
vecchio. E forse era meglio così.
«Dove vuole arrivare?» domandò Mary.
«Non ne sono sicuro», rispose Billingsley. «Ma credo che faremo bene a
raccoglierci tutti intorno al giovane Mastro Carver.» Esitò, poi aggiunse:
«I vecchi dicono che quando la notte è fredda qualunque falò può andar
bene».
2
Raccolse da terra il coyote morto e lo esaminò. «Il soma muore; il
pneuma se ne va; solo il sarx resta», recitò con una voce che era un paradosso: sonora ma anche totalmente priva di tono. «Così è sempre stato; così sempre sarà; prima ti frega la vita, poi muori.»
Trasportò l'animale da basso, facendo dondolare il suo corpo come una
stola insanguinata, con le zampe e la testa fracassata penzoloni. Sostò per
un istante all'interno della porta del municipio ad ascoltare il vento con gli
occhi fissi nel buio turbinoso.
«So cah set!» esclamò, poi si girò e portò il coyote negli uffici aperti al
pubblico. Guardò i ganci a destra della porta e vide immediatamente che la
bambina, Pie, la chiamava suo fratello, era stata staccata dal suo, adagiata
per terra e avvolta in un drappo.
L'ira distorse la sua faccia pallida.
«L'ha tirata giù!» disse al coyote morto che teneva tra le braccia. «Quel
moccioso l'ha tirata giù! Stupido rompiscatole!»
Sì. Bambino irresponsabile. Bambino maleducato. Bambino stupido. In
un certo senso quest'ultimo appellativo era il migliore, no? Il più giusto.
Uno stupido pretino che cercava di raddrizzare almeno qualcosa, come se
si potesse modificare in qualche modo una cosa così, come se la morte fosse una parola oscena da poter cancellare dal muro della vita con una sfregata di braccio. Come se il libro chiuso potesse essere riaperto e letto ancora una volta, con un finale diverso.
Eppure la sua collera era trapuntata di paura, un filo blu cucito in una
stoffa rossa, perché quel bambino non mollava, perciò non avrebbero mollato nemmeno gli altri. Non avrebbero dovuto trovare il coraggio di fuggire da
(Entragian lei esso loro)
nemmeno se avesse lasciato le loro celle con la porta spalancata. Invece
l'avevano fatto. Per colpa di quel bambino, quel maledetto tronfio pretino
che aveva avuto l'insolenza di staccare dal gancio quella troietta di sua sorella e darle qualcosa di somigliante a una dignitosa sepoltura...
Un senso di tepore sulle dita. Abbassò lo sguardo e vide di aver affondato le mani di Ellen nel ventre del coyote fino ai polsi.
Aveva avuto l'intenzione di appendere il coyote a uno dei ganci semplicemente perché così aveva fatto con alcuni degli altri, ma ora ebbe un'altra
idea. Si avvicinò al fagotto, s'inginocchiò e sollevò un lembo della tenda
verde. Guardò con i denti scoperti in un ghigno silenzioso la bambina morta che era cresciuta dentro il suo corpo attuale.
E lui aveva avuto l'ardire di coprirla!
Estrasse dalla pancia del coyote le mani di Ellen ora rivestite da tiepidi
guanti di sangue e adagiò l'animale su Kirsten. Gli aprì le fauci e gliele sistemò intorno al collo della bimba. C'era qualcosa di macabro e fantastico
in questo suo tableau de la mort; sembrava l'illustrazione xilografica di
una fiaba gotica.
«Tak», mormorò e sorrise. Quando lo fece il labbro inferiore di Ellen
Carver si squarciò. Un rìvolo di sangue le colò per il mento. Probabilmente
quel detestabile marmocchio presuntuoso non avrebbe mai visto quella revisione della sua revisione, ma che bello immaginarsi la sua reazione! Che
bello se avesse visto con i suoi occhi l'inutilità dei suoi occhi, la facilità
con cui si poteva sperdere il rispetto, la naturalezza con cui lo zero si riaffermava sugli artificiosi numeri interi concepiti dall'uomo.
Tirò la tenda fino al collo del coyote. Ora bambina e animale sembravano amanti. Peccato che non ci fosse il ragazzo! Anche il padre, ma specialmente il moccioso. Perché era il moccioso ad aver così urgente bisogno
di istruzioni.
Il pretino era quello pericoloso.
Sentì un rumore alle spalle, troppo lieve perché fosse udibile... ma lo
sentì lo stesso. Ruotò sulle ginocchia di Ellen e vide tornare i ragni. Arrivavano dalla porta, giravano a sinistra e si arrampicavano per il muro, sui
manifesti che annunciavano provvedimenti e iniziative di interesse locale e
sollecitavano volontari per le celebrazioni autunnali della festa dei pionieri. Al di sopra della circolare che annunciava una riunione alla quale i funzionari della Desperation Mining Corporation avrebbero discusso della ripresa degli scavi al cosiddetto China Pit, i ragni ricostruirono il loro cerchio.
La donna in tuta e cinturone si rialzò per avvicinarsi. Il cerchio sul muro
tremò, come per esprimere paura o estasi; o forse entrambi. La donna unì
le mani insanguinate, poi le aprì con i palmi rivolti al muro. «Ah lah?»
Il cerchio si scompose. I ragni si affrettarono a creare una nuova forma,
muovendosi con la precisione di un reparto bene addestrato. Formarono
una C, poi si rimescolarono e riallinearono in una I. Seguirono una N e una
E...
Li fermò mentre zampettavano di qua e di là per il muro cercando la disposizione migliore per creare una M.
«En tow», disse. «Ras.»
I ragni rinunciarono alla loro M e ricostruirono il loro cerchio tremante.
«Ten ah?» domandò dopo un momento e i ragni formarono un nuovo disegno. Era circolare, la forma dell'ini. La donna con le mani di Ellen Carver lo contemplò per alcuni momenti, battendosi le dita di Ellen sulle clavicole di Ellen, poi fece un gesto. Il disegno si disfece. I ragni cominciarono a scendere verso il pavimento.
Uscì nell'atrio senza badare ai ragni che correvano tra i suoi piedi. Sa-
rebbero stati a disposizione se ne avesse avuto bisogno e tanto gli bastava.
Guardò i battenti dell'ingresso, gli occhi persi di nuovo nella notte. Non
vedeva l'edificio del vecchio cinematografo, ma non era essenziale, sapeva
dov'era l'American West, duecento metri a nord di lì, appena oltre l'unico
crocevia. E grazie ai ragni violino ora sapeva anche dov'erano loro.
Dov'era lui. Quella caccola di pretino.
3
Johnny Marinville raccontò di nuovo la sua storia, tutta quanta questa
volta, eccezionalmente, dopo tanti anni, cercò di farla breve e c'erano critici in ogni angolo degli Stati Uniti che avrebbero applaudito, anche stentando a credere alle proprie orecchie. Raccontò loro di essersi fermato per
orinare e che mentre era altrimenti affaccendato Entragian gli aveva messo
la marijuana nella borsa della sella. Raccontò loro dei coyote, quello con
cui Entragian aveva parlato e gli altri, disposti lungo la strada a intervalli
regolari come una improbabile guardia d'onore, e raccontò dell'aggressione
fisica che aveva subito dal gigantesco poliziotto. Descrisse l'assassinio di
Billy Rancourt e poi, senza cambiare il tono della voce, dell'avvoltoio che
lo aveva attaccato come ubbidendo a un ordine di Collie Entragian.
Audrey Wyler ascoltò quelle ultime parole con un'espressione di franca
incredulità, ma Johnny vide che Steve e la fanciulla pelle e ossa che aveva
caricato a bordo del pulmino si scambiavano un'occhiata come se ne sapessero qualcosa. Non si girò a vedere come la stessero prendendo gli altri,
abbassando invece lo sguardo sulle mani che teneva posate sulle ginocchia
e concentrandosi come faceva quando cercava di superare una fase di scrittura particolarmente ostica.
«Voleva che glielo succhiassi. Credo che sia stato quello il momento in
cui ho cominciato a farneticare e implorare pietà, ma non avevo trovato la
proposta traumatizzante come Entragian si era forse aspettato. La pretesa
di una prestazione sessuale è tipica delle situazioni in cui le autorità strabordano dai normali limiti del loro ufficio, ma non è come appare. In superficie l'abuso sessuale è un fatto di aggressione e prevaricazione. Sotto
però è originato da collera indotta dalla paura.»
«Grazie, dottoressa Ruth», intervenne Audrey. «Ova zisguderemo della
eiagulazionen pregocen.»
Johnny la contemplò senza rancore. «Ho scritto un romanzo che aveva
per argomento lo stupro omosessuale. Tiburon. Non un grande successo di
critica, ma avevo parlato con molte persone e credo di aver raggiunto un
buon grado di conoscenza della materia. Comunque il fatto è che la mia
reazione è stata ira e non paura. Ormai avevo concluso di non avere nulla
da perdere in ogni caso. Così gli ho risposto che sì, gli avrei preso l'uccello
in bocca, ma una volta che lo avessi avuto tra i denti, glielo avrei strappato
via. Poi... poi...»
Si spremette le meningi come non faceva da almeno dieci anni, annuendo tra sé mentre si sforzava.
«Poi gli ho buttato in faccia una di quelle sue parole senza senso. Parole
che almeno sembrano senza senso a me, quelle che sembrano di una lingua
inventata. Una cosa un po' gutturale...»
«Era tak?» chiese Mary.
Johnny assentì. «E non sembrò senza senso, né ai coyote, né a lui.
Quando gliel'ho gridata in faccia lui è come trasalito... ed è stato quello il
momento in cui ha chiamato l'avvoltoio perché mi piombasse addosso.»
«Io non credo che sia successo», dichiarò Audrey. «Suppongo che tu sia
uno scrittore noto o qualcosa del genere e hai l'aria di essere poco abituato
a sentir mettere in dubbio quello che dici, ma io non ci credo lo stesso.»
«Ma è andata così», insisté lui. «Tu non sei stata testimone di niente del
genere? Un immotivato comportamento aggressivo?»
«Io ero nascosta in lavanderia», gli rammentò lei. «Dico, pronto? Stiamo parlando la stessa lingua?»
«Ma...»
«Senti, hai voglia di parlare di strano comportamento aggressivo?» lo
soverchiò Audrey. Si sporse in avanti fissando in quelli di Marinville due
occhi ardenti. «Allora stai parlando di Collie. Collie come è ora. Ha ucciso
tutti quelli che gli sono capitati a tiro, non ti basta? Abbiamo bisogno anche di avvoltoi ammaestrati?»
«E i ragni?» intervenne Steve. Ora non era più sul bracciolo della poltrona, ci si era seduto dentro insieme con la ragazza e le cingeva le spalle.
«Che cosa c'entrano?»
«Non hai visto ragni... be'... mettersi in formazione?»
«Come gli uccelli di uno stesso stormo?» Gli stava dispensando uno
sguardo in cui lampeggiava l'avviso: ATTENZIONE, PAZZO ALL'OPERA.
«No, non mi sono espresso bene. Dico di ragni che viaggiavano insieme.
In branchi. Come i lupi. O i coyote.»
Lei scosse la testa.
«Serpenti?»
«Nemmeno serpenti. Né ho visto coyote in città. Nemmeno un cane in
bicicletta con un cappellino di carta. È tutta roba nuova per me.»
David riapparve in palcoscenico con un sacchetto di quelli in cui i commessi mettono acquisti di piccola entità, merendine, cartoni di latte, una o
due lattine di birra. Sotto il braccio aveva anche una scatola di Ritz. «Ho
trovato qualcosa», annunciò.
«Bravissimo», lo accolse Steve osservando con pessimismo scatola e
sacchetto. «Con questo dovremmo risolvere il problema della fame in America. A quanto ammonta, Davey? Una sardina e due cracker a testa?»
«Per la verità ce n'è abbastanza», rispose il ragazzino. «Più di quanto si
potesse sperare. Ehm...» S'interruppe osservandoli pensieroso e con una
punta di ansia. «A qualcuno dispiace se recito una piccola preghiera prima
di distribuire?»
«Una benedizione?» domandò Cynthia.
«Sì.»
«A me sta bene», dichiarò Johnny. «Quanto a benedizioni ben vengano
tutte quelle che possiamo accumulare.»
«Amen», fece eco Steve.
David si posò sacchetto e scatola tra i piedi. Poi chiuse gli occhi e si
congiunse di nuovo le mani davanti al viso, dito contro dito. Johnny fu
colpito dalla naturalezza di quel gesto. C'era in esso una semplicità a cui
l'abitudine aveva conferito una straordinaria qualità estetica.
«Dio, benedici ti prego questo cibo che stiamo per consumare», cominciò David.
«Quel poco che c'è», commentò Cynthia e immediatamente si dispiacque di aver aperto bocca. Ma David non parve contrariato, forse non l'aveva nemmeno udita.
«Benedici la nostra congrega, abbi cura di noi e liberaci dal male. Ti
prego, abbi cura anche di mia madre se è nelle tue volontà.» Fece una pausa, poi in un tono di voce più basso aggiunse: «Probabilmente non lo è, ma
ti prego di farlo, se lo è. Nel nome di Gesù, amen». Riaprì gli occhi.
Johnny si commosse. La breve preghiera del bambino lo aveva toccato
in quel punto che Entragian aveva cercato di raggiungere senza successo.
Per forza. Perché lui ci crede. Di fronte alla sua umiltà, Papa Giovanni
Paolo con i suoi abiti sfarzosi e quel suo cappello da Las Vegas sembra un
cristiano che mette piede in chiesa solo a Pasqua e a Natale.
David raccolse il cibo che aveva trovato, mettendosi a rovistare nel sac-
chetto con l'entusiasmo di un magnate che presiede a una mensa per i poveri allestita per la Festa del Ringraziamento.
«Ecco qui, Mary.» Estrasse una scatoletta di sardine e gliela consegnò.
«La chiavetta è sotto.»
«Grazie, David.»
Lui sorrideva da un orecchio all'altro. «Bisogna ringraziare l'amico del
signor Billingsley. Il cibo è suo, non mio.» Le passò i cracker. «Li distribuisca, per piacere.»
«Prendi quello che ti serve e lascia il resto», la esortò Johnny con magnanimità. «È così che diciamo noialtri amici del circolo, vero, Tom?»
Il veterinario lo osservò distratto e non disse niente.
David consegnò una scatola di sardine a Steve e un'altra a Cynthia.
«Oh, no, caro, non c'è bisogno», protestò Cynthia cercando di restituire
la sua. «A me e Steve ne basta una.»
«Non c'è bisogno», replicò David. «Ce n'è abbastanza. Davvero.»
Diede una scatoletta ad Audrey, una scatoletta a Tom e una scatoletta a
Johnny. Johnny se la rigirò due volte nella mano, come per assicurarsi che
fosse vera, prima di strappare la confezione, staccare la chiavetta dal fondo
e inserirla nella linguetta metallica. L'aprì. Appena l'aroma del pesce gli
sfiorò le narici, lo colse un appetito famelico. Se qualcuno gli avesse pronosticato una simile reazione davanti a una squallida scatoletta di sardine,
l'avrebbe mandato a quel paese.
Qualcuno lo toccò sulla spalla. Era Mary, che gli offriva la scatola dei
cracker. La sua espressione era quasi estatica. Un rivoletto luccicante di olio gli scivolava dall'angolo della bocca giù per il collo. «Prendi, prendi»,
lo incitò. «Sono deliziose sui cracker. Credimi!»
«Oh sì», confermò allegramente Cynthia. «Più gusto meno caccao, dico
sempre io.»
Johnny accettò la scatola, vi guardò dentro e vide che era avanzato un
solo cilindro di carta ondulata, già saccheggiato per metà. Ne tolse tre cracker. Il suo stomaco protestò per tanta generosità e all'ultimo momento non
riuscì a trattenersi dal prenderne altri tre prima di passare la scatola a Billingsley. I loro occhi si incontrarono e gli sembrò di udire il vecchio che
diceva che nemmeno Houdini avrebbe potuto farlo. Per via della testa. E
naturalmente c'era anche il telefono, quelle tre barrette che si accendevano
quando era nelle mani del bambino e mai quando lo stringeva lui.
«E con questa abbiamo chiuso la disputa una volta per tutte», proclamò
Cynthia con la bocca piena, senza tentare di nascondere un appetito non
meno incontenibile di quello di Mary. «Mangiare è mille volte meglio che
scopare.»
Johnny guardò David. Era seduto su un bracciolo della poltrona di suo
padre e mangiava anche lui. Ralph aveva la propria scatola di sardine sulle
ginocchia, ancora chiusa. Contemplava le file di poltroncine vuote. David
prelevò un paio di sardine dalla scatola che teneva in mano, le posò con
cura su un cracker e le offrì al padre, che cominciò a masticare meccanicamente, come se il suo unico scopo fosse di svuotarsi di nuovo la bocca.
L'espressione di premuroso affetto sul viso del ragazzino mise Johnny a
disagio, come se ne stesse violando l'intimità. Distolse lo sguardo e vide la
scatola di cracker per terra. Tutti erano occupati a mangiare e nessuno prestò particolare attenzione a lui, quando raccolse la scatola per guardarci
dentro.
Aveva fatto il giro completo del gruppo, tutti si erano serviti di almeno
cinque o sei cracker (e Billingsley poteva averne presi anche di più; il vecchiaccio li stava letteralmente sbafando), ma quell'ultimo cilindro di carta
ondulata c'era ancora e Johnny avrebbe giurato che era pieno per metà, che
il numero dei cracker che conteneva non era cambiato affatto.
4
Ralph raccontò l'incidente subito dalla famiglia Carver come meglio poteva, interrompendosi di tanto in tanto per masticare sardine. Cercava di
schiarirsi la mente, cercava di tornare in sé, per amore di David più che per
se stesso, ma gli era difficile. Continuava a vedere Kirstie immobile ai piedi delle scale, continuava a vedere Entragian che trascinava via Ellie tenendola per un braccio. Calma, David, tornerò, aveva promesso lei, ma
per lui, che credeva di aver udito ogni inflessione e variazione della sua
voce nei loro quattordici anni di matrimonio, quelle parole erano un addio.
Comunque David aveva il diritto di pretendere che suo padre fosse presente. Che tornasse dal luogo in cui la sua mente confusa e sconvolta, e anche
piena di rimorso, sì, c'era anche quello, cercava di portarlo.
Ma gli era difficile.
Quand'ebbe finito, Audrey osservò: «Almeno questa volta non abbiamo
sentito di una sommossa del regno animale. Ma sono davvero desolata per
sua moglie e la sua bambina, signor Carver. E dico anche a te, David».
«Grazie», mormorò Ralph e quando David ribatté: «Mia madre potrebbe
ancora caversela», gli spettinò i capelli e gli disse di sì, che era vero.
Fu la volta di Mary che raccontò del pacchetto sotto la ruota di scorta, di
Entragian che nell'illustrare i loro diritti aveva infilato dentro la frase «vi
ucciderò» e del momento in cui, assolutamente senza preavviso o provocazione, aveva ucciso suo marito sulle scale.
«Ancora niente follie animalesche», commentò Audrey. Ora sembrava si
fosse concentrata su quello. Inclinò la scatoletta delle sardine e bevve le ultime gocce di olio.
«O non hai sentito la parte del coyote che ha piazzato davanti alle celle a
fare la guardia, o non hai voluto ascoltare», l'apostrofò Mary.
Audrey la rintuzzò con un cenno della mano. Ora era seduta offrendo a
Billingsley almeno dieci nuovi centimetri di gamba da contemplare. Anche
Ralph guardava, ma non sentiva assolutamente niente per quello che vedeva. In quel momento il suo circuito emotivo era più arido del deserto in cui
era rimasto imprigionato.
«Si possono addomesticare, sapete», affermò. «Dai loro da mangiare e li
addestri come si fa con i cani.»
«Hai mai visto Entragian girare per la città con un coyote al guinzaglio?» domandò educatamente Marinville.
Lei lo incenerì. «No. Lo conoscevo quel tanto da scambiarci qualche parola, come tutti in città, ma niente di più. Io passavo il mio tempo alla miniera o in laboratorio o all'aria aperta. Non sono una che fa vita di comunità.»
«E tu, Steve?» domandò Marinville. «Qual è la tua storia?»
Ralph vide l'uomo allampanato con l'accento texano scambiare uno
sguardo con la sua ragazza, se sua era, prima di alzare gli occhi su di lui.
«Per cominciare, se vai a raccontare al tuo agente che ho tirato su un'autostoppista, mi gioco la gratifica.»
«Nella situazione in cui siamo credo che tu lo possa considerare la minore delle tue preoccupazioni. Coraggio. Sentiamoti.»
La raccontarono insieme, alternandosi, consapevoli entrambi che ciò che
avevano visto e vissuto aumentava considerevolmente la puglia di credibilità presente sul piatto. Espressero entrambi frustrazione per l'incapacità di
articolare l'orrore indotto dall'immagine della scultura trovata nel laboratorio della miniera e la forza dell'influenza che aveva avuto su di loro, e nessuno dei due trovò il coraggio di confessare apertamente che cosa era accaduto quando il lupo (concordavano nel sostenere che non fosse un coyote) aveva portato davanti a loro il frammento prelevato dal capannone.
Ralph intuì che ci fosse uno sfondo sessuale, ma niente di più.
«Allora, vuoi continuare a sostenere la tua parte di san Tommaso?»
chiese Marinville ad Audrey quando Steve e Cynthia ebbero concluso. Il
tono della voce era bonario, come se volesse evitare che si sentisse minacciata. Naturale che non vuole che si senta minacciata, pensò Ralph. Siamo
solo in sette e vuole che si stia tutti nella stessa squadra. E non se la sta
cavando nemmeno male.
«Non so», rispose lei un po' svagata. «Vorrei non credere a tutte queste
cazzate, solo prenderle come ipotesi mi fa drizzare i capelli... ma non capisco perché dovreste mentire.» Fece una pausa. «A meno che vedere quelle
persone appese all'Eremo di Hernando...» aggiunse poi. «Chissà, magari
quello spettacolo vi ha spaventati al punto...»
«Da cominciare ad avere delle visioni?» domandò Steve.
Lei annuì. «I serpenti che avete visto in quella casa, ecco, almeno quelli
hanno una logica. Sentono arrivare queste tempeste anche con tre giorni di
anticipo, certe volte, e cercano qualsiasi riparo. Quanto a tutto il resto...
non saprei. Sono una scienziata e non vedo come...»
«E via, ora mi sembri un bambino che sostiene di avere la bocca cucita
per non mangiare le barbabietole», protestò Cynthia. «Tutto quello che abbiamo visto noi è coerente con quello che ha visto Marinville prima di noi
e quello che ha visto Mary prima di lui e quello che i Carver hanno visto
prima di tutti gli altri. Giù fino alla palizzata abbattuta dove Entragian ha
piallato il barbiere o chi diavolo era. Perciò, ti chiedo, sii buona, mollami
questa storia della scienziata per un po'. Siamo tutti sulla stessa pagina. Solo tu sei rimasta su quella prima.»
«Ma io non ho visto niente di tutto questo!» quasi piagnucolò Audrey.
«Allora raccontaci che cos'hai visto tu», la invitò Ralph.
Audrey accavallò le gambe tirando verso il basso l'orlo del vestito. «Ero
accampata. Avevo quattro giorni di libertà, così ho preso Sally e sono andata verso nord, al Copper Range. È il posto che mi piace di più nel Nevada.» Ralph ebbe l'impressione che fosse sulla difensiva, come se in passato
si fosse presa qualche strigliata per questo suo comportamento.
Billingsley dal canto suo parve risvegliarsi a un tratto da un sogno... uno
nel quale aveva forse le lunghe gambe di Audrey agganciate dietro il suo
vecchio sedere smagrito. «Sally», sbottò. «Come sta?»
Audrey lo guardò per un momento come se non avesse capito, poi sorrise come una bambina. «Sta bene.»
«La storta è andata a posto?»
«Sì, grazie. La pomata era ottima.»
«Ne sono felice.»
«Di che cosa si parla?» s'informò Marinville.
«Ho curato io il suo cavallo un anno fa», spiegò Billingsley.
Ralph pensò che non era sicuro che avrebbe consegnato il proprio cavallo nelle mani di Billingsley se ne avesse avuto uno; non era sicuro che avrebbe affidato alle sue cure nemmeno un gatto randagio. Ma forse un anno prima era diverso. Quando fai del bere una carriera, dodici mesi contano parecchio. Nel senso negativo del termine.
«Rimettere in sesto la Rattlesnake è stato un lavoraccio», riprese Audrey. «Ultimamente c'è stata la sostituzione dei diffusori con un sistema a
colatori. Erano morte alcune aquile.»
«Alcune?» proruppe Billingsley. «Andiamo, io non sono un verde, ma
può anche essere più onesta.»
«D'accordo, ne sono morte quaranta in tutto. Poca roba in termini di pericolo per la specie, perché non c'è minaccia di estinzione nel Nevada.
Come sa bene anche lei, Doc. Lo sanno anche i verdi, ma loro prendono
ogni aquila morta come se fosse un bambino bollito in pentola. Il problema
vero, la sostanza della questione, è che vogliono farci smettere di estrarre il
rame. Dio sa quanto mi stufano in certi momenti. Vengono qui nelle loro
belle macchinine straniere, con una ventina di chili di rame americano dentro ciascuna, e ci dicono che siamo dei mostri che violentiamo la terra.
Non...»
«Chiedo scusa», intervenne con cortesia Steve, «ma fra noi non c'è nessun esponente di Greenpeace.»
«Questo lo so. Sto solo cercando di dire che è dispiaciuto a tutti per le
aquile, e se vogliamo anche per i falchi e i corvi, alla faccia di quello che
vanno blaterando gli arboricoli.» Li guardò come per valutare fino a che
punto accettassero la sua sincerità, poi continuò. «Noi filtriamo il rame utilizzando acido solforico. Il modo migliore di applicarlo è con i diffusori,
che sembrano dei grandi irroratori per prati. Ma i diffusori possono creare
pozzanghere. Gli uccelli le vedono, scendono per lavarsi e bere e muoiono.
E non è una bella morte.»
«Oh, no», fece eco Billingsley, facendo guizzare su di lei gli occhi lacrimosi. «Ai tempi in cui dal China Pit e dal Desatoya Pit si estraeva l'oro,
dico ancora negli anni Cinquanta, nelle pozze c'era cianuro. Altrettanto letale. Erano tempi in cui però non esistevano i verdi. Dev'essere stato un bel
vivere per la società mineraria, vero, signora Wyler?» Si alzò, andò al bar,
si versò un dito di whisky e lo mandò giù come una medicina.
«Potrei averne una dose uguale anch'io?» chiese Ralph.
«Sissignore, credo di sì», rispose Billingsley. Gli porse il bicchiere e ne
preparò alcuni altri. Offrì analcolici tiepidi, ma scelsero tutti acqua pura e
semplice, che versò da un bottiglione di plastica.
«Abbiamo tolto i diffusori e li abbiamo sostituiti con condotti di distribuzione», riprese Audrey. «È un sistema a gocciolamento, più costoso di
quello a pioggia, molto più costoso, ma così gli uccelli non bevono gli agenti chimici.»
«Già», sottolineò Billingsley. Si versò un altro goccio. Bevve il secondo
più lentamente, contemplando di nuovo le gambe di Audrey da sopra il
bicchiere.
5
Un problema?
Non ancora forse... ma potrebbe diventarlo, senza le dovute contromisure.
La cosa che somigliava a Ellen Carver sedeva ora alla scrivania al centro
dell'area di detenzione ora deserta, testa alta, occhi scintillanti. Fuori il
vento saliva e scendeva, saliva e scendeva. Dalle scale giunse un rumore
ovattato accompagnato dai rintocchi delle unghie. Le zampe di un animale
che stava salendo. Il rumore cessò davanti alla porta. Poi si udì un mugolio
cupo. La porta si aprì, spinta dal muso di un coguaro. Era una femmina, di
dimensioni superiori alla media, forse due metri dal naso ai quarti posteriori, con una grossa coda nervosa che aggiungeva un altro metro alla
sua lunghezza totale.
Mentre il coguaro varcava la soglia ed entrava camminando basso sul
pavimento di legno con le orecchie schiacciate all'indietro contro la testa a
forma di cuneo, la cosa affondò un po' di più in se stessa per assaporare i
sentimenti dell'animale oltre che attirarlo. Era spaventato, vagliava i diversi odori senza trovare rassicurazione in alcuno. Era una tana umana, ma il
fatto contribuiva solo in parte al suo disagio.
C'erano molti odori inquietanti in quel posto. Polvere da sparo, per cominciare; per la leonessa di montagna l'odore dei colpi esplosi era ancora
intenso e acre. Poi c'era l'odore della paura, un misto di sudore ed erba
bruciata. E c'era anche odore di sangue: sangue di coyote e sangue umano
mescolati insieme. E c'era la cosa seduta alla scrivania a guardarla venire
avanti furtiva, riluttante ma costretta ad avanzare comunque. Sembrava un
essere umano ma l'odore non era quello giusto. Il coguaro non lo riconosceva tra quelli già sentiti. Si accucciò ai suoi piedi e mandò un lungo
miagolio lamentoso.
La cosa in tuta si alzò dalla sedia, s'inginocchiò sulle ginocchia di Ellen
Carver, sollevò il muso della bestia e guardò nei suoi occhi. Cominciò a
parlarle svelta in quell'altra lingua, la lingua degli informi. Disse al coguaro dove doveva andare, come doveva attendere e che cosa doveva fare
quando fosse giunto il momento. Erano armati e probabilmente lo avrebbero ucciso, ma non prima che portasse a compimento il suo incarico.
Mentre la cosa parlava, il naso di Ellen cominciò a sanguinare. Sentì il
sangue, lo deterse. Sulle guance e sul collo di Ellen avevano cominciato a
gonfiarsi alcune vesciche. La dannata desquamazione cutanea! Sì, almeno
per cominciare più che quello non era! Perché mai certe donne non sapevano prendersi cura del proprio corpo?
«Vai, ora», disse al coguaro. «Aspetta il momento. Io ascolterò con te.»
Il felino miagolò di nuovo, passò la lingua ruvida sulla mano della cosa
che indossava il corpo di Ellen Carver, si girò e uscì.
L'essere tornò a sedersi appoggiandosi allo schienale. Chiuse gli occhi di
Ellen e ascoltò l'incessante crepitare della sabbia contro le finestre lasciando che parte di sé andasse con la bestia.
2
1
«Dunque avevi un po' di tempo libero a disposizione, hai sellato il tuo
cavallo e te ne sei andata in montagna», ricapitolò Steve. «E poi?»
«Ci sono rimasta quattro giorni. A pescare, a scattare fotografie... la fotografia è la mia grande passione. Sono state giornate splendide. Poi, la sera di tre giorni fa sono rientrata e sono andata direttamente a casa mia, che
si trova sul lato nord della città.»
«Perché?» volle sapere Steve. «Il tempo si stava mettendo al brutto?»
«No. Avevo con me la mia radiolina e le previsioni erano tutte buone.»
«Come quelle che ho sentito io», confermò Steve. «Questo schifo è un
vero mistero.»
«Dovevo vedermi con Allen Symes, il direttore amministrativo della ditta, per la messa a punto della sostituzione del sistema a pioggia con quello
a gocciolamento. Doveva arrivare in aereo dall'Arizona. Avevamo appun-
tamento all'Eremo di Hernando alle nove del mattino di due giorni fa. L'Eremo è il nome che abbiamo dato al capannone dove ci sono il laboratorio
e gli uffici, ai margini dell'abitato. Comunque è per questo che indosso
questo dannato vestito, per via di quell'appuntamento e perché Frank Geller mi aveva detto che a Symes non piacciono le donne in jeans. Non piacevano. So che era tutto normale quando sono rientrata dalla mia gita, perché è stato allora che Frank mi ha telefonato e mi ha detto di mettermi un
vestito per l'appuntamento. Erano circa le sette di sera.»
«Frank Geller chi è?» chiese Steve.
«L'ingegnere capo», rispose Billingsley. «Direttore delle operazioni di
riapertura al China Pit. Lo era, quanto meno.» Rivolse ad Audrey un'occhiata interrogativa.
Lei annuì. «Sì. È morto.»
«Tre sere fa», commentò Marinville pensieroso. «Tutto era ancora rose e
fiori a Desperation fino a tre sere fa, almeno per quanto ti risulta.»
«Infatti. Ma quando ho rivisto Frank, era appeso a un gancio. E gli mancava una mano.»
«L'abbiamo visto», mormorò Cynthia rabbrividendo. «E abbiamo visto
anche la mano. Dentro un acquario.»
«Prima di tutto questo, nella notte, mi sono svegliata almeno due volte.
La prima volta ho pensato di aver sentito un tuono, ma la seconda volta mi
sono sembrati spari. Ho concluso che avevo sognato e mi sono rimessa a
dormire, ma dev'essere stato più o meno quello il momento in cui... in cui
ha cominciato. Poi, quando sono arrivata in ufficio...»
Dapprincipio, ammise, non aveva avuto sentore di nulla, certo non le era
sembrato strano che Brad Josephson non fosse alla sua scrivania. Non c'era
mai, se appena trovava una scusa buona. Così era tornata all'Eremo di
Hernando e lì aveva visto la scena davanti alla quale molto tempo dopo si
sarebbero trovati anche Steve e Cynthia: corpi appesi. Probabilmente tutti
quelli che si erano mostrati in ufficio quel giorno. Quello in giacca e cravatta e con un paio di stivaletti eleganti che avrebbero solleticato l'interesse di un cantante country & western doveva essere Allen Symes. Arrivato
da Phoenix per morire a Desperation.
«Se devo credere a quello che avete raccontato voi», aggiunse rivolta a
Steve, «Entragian deve aver ucciso altri dipendenti dopo quelli che ho visto io. Non li ho contati, terrorizzata com'ero non mi sarebbe mai nemmeno passato per la testa, ma direi che non potevano essere più di sette. Sono
rimasta impietrita. Può anche darsi che per un momento abbia perso la ca-
pacità di connettere, non so. Poi ho udito gli spari. Questa volta non ho avuto dubbi, erano davvero spari e qualcuno ha gridato. Poi altri spari e le
grida sono cessate.»
Era tornata alla sua automobile, senza correre, confessò che temeva di
essere sopraffatta dal panico se si fosse messa a correre. Era tornata in città. Aveva avuto l'intenzione di riferire a Jim Reed quello che aveva visto e,
se Jim fosse stato in giro, come accadeva sempre, si sarebbe rivolta a uno
dei suoi due aiutanti, Entragian o Pearson.
«Non sono tornata di corsa alla macchina e non mi sono precipitata in
città a tavoletta, ma ero in stato di choc lo stesso. Ricordo di aver cercato
le mie sigarette nel cruscotto anche se non fumavo più da cinque anni. Poi
ho visto due persone attraversare di corsa l'incrocio. Sapete quale, vero?
Dove c'è il semaforo.»
Tutti annuirono.
«Subito dietro ho visto arrivare a tutta birra la nuova macchina di pattuglia comperata dal municipio. Al volante c'era Entragian, ma al momento
non lo sapevo ancora. Ho sentito tre o quattro colpi d'arma da fuoco e le
persone che stava inseguendo sono stramazzate sul marciapiede, una proprio davanti al negozio di alimentari, l'altra appena dopo. C'era sangue.
Molto. Lui non ha mai rallentato, è passato come un razzo per l'incrocio
diretto a ovest e qualche secondo dopo ho sentito altri spari. Sono anche
sicura di aver sentito lui che gridava: 'Ye-ho!'.
«Ho pensato di soccorrere le persone a cui aveva sparato, se ancora potevo salvarle. Mi sono avvicinata un po', ho fermato la macchina e sono
scesa. Probabilmente è stato l'aver abbandonato l'automobile a salvarmi la
vita perché Entragian sparava a tutto quello che vedeva muoversi. Persona
o cosa. Tutto. C'erano automobili e camion abbandonati in mezzo alla
strada come giocattoli, girati di qui e di là, almeno una decina di veicoli.
All'altezza del negozio di ferramenta c'era un camioncino rovesciato su un
fianco. Quello di Tommy Ortega, credo. Lo trattava praticamente come la
sua fidanzata, quel camioncino.»
«Io non ho visto niente del genere», obiettò Johnny. «Quando ha portato
in città me, la città era sgombra.»
«Eh, sì, quel bastardo è molto pignolo in fatto di ordine e pulizia, bisogna rendergliene atto. Non voleva certo che qualcuno, capitando in città da
fuori, avesse a chiedersi che cosa stava succedendo. Si è limitato praticamente a spingere la polvere sotto il tappeto, ma quanto basta per dargli il
tempo di cui ha bisogno. Specialmente ora che è arrivata la tempesta di
sabbia.»
«Che non era prevista», ricordò Steve.
«Già, che non era prevista.»
«E poi?» la incalzò David.
«Sono corsa dalle persone distese per terra. Una era Evelyn Shoenstack,
la donna che gestisce Cut 'n Curl e dà una mano in biblioteca. Era morta
con il cervello tutto in giro.»
Mary fece una smorfia. Audrey se ne accorse e si girò verso di lei.
«Questo è un altro particolare che è necessario che teniate a mente. Se vi
vede e decide di spararvi, vi fa secchi.» Ruotò gli occhi su tutti i suoi ascoltatori come per volersi accertare che la prendessero sul serio, che non
pensassero che stava esagerando. «È un tiratore letale. Accento su letale.»
«Lo terremo a mente», promise Steve.
«L'altro era un fattorino. Indossava la divisa della Tastykake. Entragian
aveva centrato anche lui, ma non lo aveva ucciso.» Parlava con una calma
che Johnny riconosceva. L'aveva già incontrata in Vietnam, all'indomani di
una mezza decina di scontri a fuoco. L'aveva registrata da non combattente, con il taccuino in una mano, la penna nell'altra e un registratore appeso
alla spalla con una cinghia alla quale era puntato il simbolo della pace.
Aveva osservato e ascoltato e preso appunti e si era sentito un estraneo. Si
era sentito invidioso. Le amare considerazioni che gli avevano attraversato
la mente allora, di un eunuco in un harem, del pianista in un bordello, riaffiorarono ora nel suo ricordo come i pensieri di un pazzo.
«A dodici anni, quando abitavo a Sedalia, il mio vecchio mi regalò un
fucile calibro .22», riprese Audrey Wyler. «La prima cosa che ho fatto è
stata uscire di casa e sparare a una ghiandaia. Quando sono andata a vedere
era ancora viva. Tremava guardando diritto davanti a sé e apriva e richiudeva il becco piano piano. Mai in vita mia avevo tanto desiderato tornare indietro nel tempo per non fare quello che avevo fatto. Mi sono inginocchiata e ho aspettato che finisse. Mi sembrava di doverglielo. E l'uccellino ha continuato a tremare come una foglia fino alla morte. Ebbene, il
fattorino tremava nello stesso modo. Guardava giù per la strada, dietro di
me, dove non c'era nessuno, e aveva la fronte coperta di goccioline di sudore. La sua testa era tutta deformata e aveva della materia bianca su una
spalla. Lì per lì mi è venuta quest'idea un po' sciocca che fossero palline di
polistirolo, come quelle che si mettono nelle scatole per spedizioni di oggetti fragili, poi ho visto che erano frammenti di osso. Erano briciole del
suo cranio.»
«Basta così», intervenne Ralph, brusco. «Ho sentito abbastanza.»
«Non posso criticare il tuo stato d'animo», osservò Johnny, «ma credo
che dobbiamo sapere. Perché non fai un giretto dietro le quinte con il tuo
ragazzo? Vedi se c'è qualcosa di interessante.»
Ralph annuì e si alzò avvicinandosi al figlio.
«No», si oppose David. «Dobbiamo restare.»
Ralph corrugò la fronte.
David annuì. «Mi dispiace, ma è così.»
Ralph rimase in piedi ancora per un momento, poi tornò a sedersi. Durante quello scambio Johnny studiò Audrey. Osservava il ragazzino con
un'espressione che poteva essere soggezione. Come di fronte a una creatura del tutto nuova. Poi ricordò i cracker che uscivano da quella scatola come clown da un'utilitaria e si domandò chi di loro avesse mai visto una
creatura simile a David Carver. Pensò alle barrette di trasmissione e a Billingsley che affermava che non ci sarebbe riuscito nemmeno Houdini. Per
via della testa. Dedicavano tutta la loro attenzione agli avvoltoi e ai ragni e
ai coyote, a topi che balzavano fuori da pile di pneumatici e case dove brulicavano i serpenti a sonagli; soprattutto si concentravano su Entragian,
che parlava lingue misteriose e sparava meglio di Buffalo Bill. Chi però
pensava a David? Chi meditava su che cosa esattamente fosse quel ragazzino?
«Va' avanti, Audrey», la incitò Cynthia. «Però, se ti riesce, cerca magari
di passare dal vietato ai minori di diciotto al si consiglia la presenza di un
adulto.» Sollevò il mento a indicare David.
Audrey la contemplò distratta, dando l'impressione di non aver capito.
Poi trasse un respiro e riprese.
2
«Mentre ero inginocchiata vicino al fattorino e cercavo di decidere che
cosa fare, se restare con lui o correre a chiamare qualcuno, da Cotton
Street sono arrivati altri strilli e spari. Fragore di vetri. Poi uno schiocco
forte, di legno spezzato, poi un altro fracasso, questa volta di metallo. E il
motore dell'auto di pattuglia che saliva di giri. Mi pare quasi di non aver
sentito altro per due giorni, nient'altro che i colpi di acceleratore di quella
macchina. L'ho sentito partire e venire dalla mia parte. Ho avuto solo un
secondo per pensare, ma credo che non mi sarei comportata diversamente
anche se avessi avuto più tempo. Sono scappata.
«L'idea era di tornare alla mia macchina e andarmene con quella, ma
pensavo che non ce l'avrei fatta. Non mi pareva di avere nemmeno il tempo di arrivare all'angolo, così sono entrata nel negozio di alimentari. Da
Worrell. Wendy Worrell era morta, sul pavimento vicino al registratore di
cassa. Suo padre, che è il macellaio oltre che il proprietario, era seduto nel
vano dell'ufficio. Ucciso con un colpo alla testa. Era senza camicia. Deve
avergli sparato mentre si cambiava per indossare il camice bianco.»
«Hugh comincia a lavorare sempre molto presto», spiegò Billingsley.
«Molto prima degli altri della sua famiglia.»
«Oh, ma Entragian continua a tornare indietro a controllare», affermò
Audrey. Il suo tono era lieve, colloquiale, isterico. «Per questo è così pericoloso. Continua a tornare indietro a controllare. È pazzo ed è spietato,
ma è anche metodico.»
«Però le cose non vanno tanto bene nemmeno a lui», osservò Johnny.
«Quando ha portato me in città, era vicino a morire dissanguato e sono già
passate sei ore. Se il processo in corso non è rallentato...» Alzò le spalle.
«Non lasciarti ingannare», bisbigliò lei.
Johnny capì che cosa sottintendeva. Sapeva da quel che aveva visto con i
propri occhi che era impossibile, ma sapeva anche che dirlo a lei sarebbe
stato inutile.
«Continua», la esortò Steve.
«Ho cercato di usare il telefono nell'ufficio di Worrell. Era muto. Sono
rimasta nel retrobottega per mezz'ora. L'auto di pattuglia è passata due volte durante quel periodo, una volta per la Main Street, un'altra di dietro,
probabilmente sulla Mesquite o di nuovo la Cotton. Ci sono stati altri spari. Sono salita al primo piano, dove c'è l'abitazione dei Worrell, pensando
che forse lì avrei trovato un telefono funzionante. Niente da fare. Male anche per la signora Worrell e il ragazzo, Mert, mi pare si chiamasse. Lei era
in cucina con la testa nel lavello e la gola tagliata. Lui era ancora a letto.
Sangue dappertutto. Mentre ero ferma sulla porta della sua camera a guardare i manifesti di cantanti rock e di giocatori di pallacanestro, ho sentito
passare di nuovo la macchina, a grande velocità, di nuovo in accelerazione.
«Sono scesa passando dal retro, ma quando sono arrivata da basso non
ho avuto il coraggio di aprire la porta. Me lo vedevo in agguato in veranda
ad aspettarmi. Certo, lo avevo appena sentito passare e allontanarsi, ma
non potevo fare a meno di immaginarmelo là fuori.
«Ho pensato che la cosa migliore era aspettare che facesse buio. Poi me
ne sarei andata con la mia macchina. Forse. Non si poteva essere sicuri di
nulla, perché lui era così imprevedibile. Non era sempre in Main Street e in
certi momenti, quando non lo sentivi più, ti veniva da tranquillizzarti, da
pensare che forse se ne fosse andato da qualche altra parte, ed ecco che a
un tratto era di nuovo lì, come un coniglio che salta fuori dal cilindro di un
mago.
«Ma non potevo restare nel negozio. C'erano le mosche, un ronzio che
mi stava facendo impazzire, e faceva caldo. Di solito non lo soffro, sarebbe
un bel guaio per uno che vive nel cuore del Nevada, ma avevo l'impressione di sentire il loro odore. Così ho aspettato di sentirlo sparare da qualche
parte vicino alla stazione di servizio, quella di Dumont Street, praticamente all'estremità est dell'abitato, e sono uscita. Uscire da quel negozio e tornare in strada è stata una delle decisioni più difficili che abbia preso in vita
mia. Come un soldato che si avventura nella terra di nessuno. All'inizio
non riuscivo a muovermi, sono uscita e sono rimasta lì, come paralizzata.
Ricordo di aver pensato che dovevo assolutamente camminare, senza correre per non lasciarmi prendere dal panico, però dovevo camminare. Ma
non riuscivo. Ero bloccata. Poi l'ho sentito tornare. È stato così strano...
come se mi avesse sentito. Come se avesse percepito qualcuno muoversi
dietro di lui. Come se avesse cambiato le regole di un gioco da bambini,
per cui chi perde viene ammazzato invece che rispedito alla base di partenza. E quel motore... è così rumoroso quando sale di giri. Così potente. Così
forte. E quando non lo sento, mi immagino di sentirlo lo stesso. Sembra...
sembra un puma quando sco... sembra un felino selvatico in calore. Era un
rumore così quello che ho sentito venire verso di me e ancora non riuscivo
a muovere le gambe. Lo ascoltavo diventare sempre più forte, più vicino.
Allora ho pensato al fattorino, a come tremava come la ghiandaia che avevo abbattuto quand'ero ragazzina e finalmente ho reagito. Sono entrata nella lavanderia e mi sono buttata per terra proprio nel momento in cui passava lui. Ho sentito altre grida a nord, ma non so che cos'altro stesse succedendo perché non potevo guardare. Non potevo nemmeno alzarmi. Devo
essere rimasta sdraiata là sotto per almeno venti minuti, nello stato in cui
ero. Posso dire che ero ben oltre la paura ormai, ma non saprei spiegare la
strana sensazione che ti prende alla testa quando sei così. Me ne stavo
sdraiata laggiù a guardare gomitoli di polvere e mozziconi schiacciati e a
pensare come anche sdraiata sul pavimento si capiva benissimo che ero in
una lavanderia per l'odore e perché tutti i mozziconi erano sporchi di rossetto. No, non mi potevo muovere e non mi sarei mossa nemmeno se lo
avessi sentito arrivare dal marciapiede. Sarei rimasta sdraiata dov'ero an-
che se mi avesse piantato la canna della pistola alla tempia e...»
«No», la interruppe Mary con una smorfia. «Non dirlo.»
«Ma non riesco a smettere di pensarci!» gridò lei e qualcosa in quelle
parole trafisse le orecchie di Johnny Marinville come nulla di quanto aveva raccontato fino ad allora. Compì uno sforzo visibile per controllarsi e
riprese. «A rianimarmi è stato il rumore di gente all'esterno. Mi sono alzata
sulle ginocchia e carponi sono arrivata fino alla porta. Ho visto quattro
persone sull'altro lato della strada, vicino al bar. Due erano messicani, il
giovane Escolla che lavora al frantumatoio della miniera e la sua ragazza.
Non so come si chiama, ma ha una striatura bionda nei capelli, naturale, ne
sono quasi certa, ed è molto, molto carina. Era molto carina. C'era anche
un'altra donna, una grassona che non avevo mai visto prima. Avevo invece
già visto l'uomo, giù al Bud's a giocare a biliardo con lei, Tom. Flip qualcosa.»
«Flip Moran? Ha visto Flipper?»
Audrey annuì. «Risalivano l'altro marciapiede provando tutte le automobili, cercandone una con le chiavi. Ho pensato alla mia e a come avremmo
potuto andarcene tutti insieme. Ho fatto per alzarmi. Stavano passando davanti al vicolo che c'è là di fronte, quello tra la casa dove una volta c'era il
ristorante italiano e il Broken Drum, quando proprio dal vicolo è uscito
Entragian, balzando fuori sulla sua macchina come una fiera. Direi che li
stava aspettando. Li ha centrati tutti insieme, ma credo che il suo amico
Flip sia l'unico rimasto ucciso sul colpo. Gli altri sono rotolati su un lato
come i birilli quando sbagli il tiro. Li ho visti affannarsi per cercare di sorreggersi a vicenda e poi mettersi a correre. Il giovane Escolla teneva la ragazza per la vita. Lei gridava con un braccio schiacciato contro il seno. Era
fratturato. Lo si vedeva perché sembrava che avesse un'articolazione in più
sotto il gomito. L'altra donna aveva la faccia rossa di sangue. Quando ha
sentito arrivare Entragian, quando ha sentito quel motore così potente, si è
girata e ha alzato le mani come un vigile. Lui guidava con la destra, sporgendosi dal finestrino come un macchinista su una locomotiva. Le ha sparato due volte prima di passarle sopra con la macchina. E stata la prima
volta che l'ho visto bene in faccia, la prima volta che ho capito con che cosa avevo a che fare.»
Li guardò a uno a uno, come per valutare l'effetto che aveva su di loro il
suo racconto.
«Sorrideva. Sorrideva e rideva come un bambino che vede Disney
World per la prima volta. Di felicità, sapete? Di felicità.»
3
Accovacciata dietro la porta della lavanderia a gettoni, Audrey aveva
guardato Entragian lanciarsi all'inseguimento dei due ragazzi che scappavano per la Main Street. Li aveva raggiunti e travolti come aveva fatto con
la grassona. Era stato facile investirli entrambi insieme, riferì, perché il
giovane stava cercando di aiutare la ragazza e i due correvano a fianco a
fianco. Dopo averli atterrati, Entragian si era fermato, era tornato indietro,
passando lentamente sopra i loro corpi (non c'era vento, raccontò Audrey,
e aveva udito distintamente lo scricchiolio e gli schiocchi delle loro ossa),
era sceso, era andato a inginocchiarsi accanto alle vittime, aveva piantato
una pallottola nella nuca della ragazza, aveva tolto il cappello al giovane
Escolla, che nonostante il trambusto gli era rimasto sulla testa, e aveva
sparato alla nuca anche a lui.
«Poi gli ha rimesso il cappello», seguitò Audrey. «Se sopravviverò, questo è il particolare che non dimenticherò mai, dovessi vivere cent'anni. Entragian che toglieva il cappello al ragazzo, gli sparava alla nuca e glielo
rimetteva sulla testa. Sembrava che cercasse di fargli intendere che si rendeva conto di quanto dura fosse per loro e desiderasse essere il più riguardoso possibile.»
Entragian si era rialzato e aveva compiuto un giro completo su se stesso
(mentre ricaricava), dando l'impressione di guardare contemporaneamente
in tutte le direzioni. Audrey disse che gli aveva visto sulle labbra un grande sorriso beato. Johnny capì al volo, l'aveva visto anche lui; anzi, la sensazione, per pazzesca che potesse sembrare, era di aver già visto tutto quello che Audrey raccontava, in un sogno o in un'altra vita.
È un altro attacco di Vietnam Blues, pensò. La descrizione che dava
Audrey dello sbirro gli ricordava certi soldati imbottiti di supefacenti che
aveva incontrato laggiù e certe storie che gli avevano raccontato di notte,
storie bisbigliate da fanti che avevano visto uomini che erano loro commilitoni compiere atti terribili, inenarrabili, con quella stessa espressione di
immacolata giovialità sul viso. È il Vietnam, ecco che cos'è, che ti ripiomba addosso come un flashback all'LSD. Ora per chiudere il cerchio ti
manca solo una radio a transistor che spunta dalla tasca di qualcuno e
una voce che canta People Are Strange o Pictures of Matchstick Men.
Ma era davvero una rivisitazione? Qualcosa dentro di lui ne dubitava.
Quel qualcosa pensava che lì fosse in corso un'altra realtà che poco o nien-
te aveva a che fare con i ricordi un po' meschini di un romanziere che si
era cibato della guerra come un avvoltoio di una carogna... e aveva di conseguenza prodotto esattamente quel genere di cattivi libri che derivano da
un comportamento simile.
Avanti, allora, se non è farina del tuo sacco, che cos'è?
«Poi che cos'hai fatto?» le chiese Steve.
«Sono tornata nell'ufficio della lavanderia. Strisciando per terra. E quando ci sono arrivata mi sono infilata nel vano delle ginocchia sotto la scrivania e lì mi sono raggomitolata e addormentata. Ero molto stanca. Vedere
tutte quelle cose, tanta gente morta in quel modo... mi aveva sfinita.
«È stato un sonno leggero. Continuavo a sentire rumori. Spari, esplosioni, schianti di vetri, grida. Non so quanto fosse realtà e quanto immaginazione. Mi sono svegliata che era tardo pomeriggio. Ero tutta indolenzita e
all'inizio ho pensato che fosse stato tutto un sogno, che forse ero ancora
accampata in montagna. Poi ho aperto gli occhi, ho visto dov'ero, rannicchiata sotto la scrivania, ho sentito l'odore della candeggina e dei detersivi
e un bisogno di correre in bagno come non mi era mai successo. Avevo anche le gambe addormentate.
«Ho cominciato a divincolarmi per strisciare fuori dalla scrivania, raccomandando a me stessa di non farmi prendere dal terrore se fossi rimasta
incastrata, ed è stato in quel momento che ho sentito entrare qualcuno. Mi
sono infilata subito dentro di nuovo. Era lui. L'ho capito dal modo in cui
camminava. Era un rumore di stivali.
«Dice: 'C'è nessuno qui?' e viene avanti nel passaggio tra le lavatrici e
gli essiccatoi. Come se seguisse le mie tracce. In un certo senso era proprio
così. Era colpa del mio profumo. Non lo metto quasi mai, ma me ne ero ricordata quando avevo indossato il vestito, avevo pensato che potesse darmi una mano nel rendere più simpatica l'atmosfera durante il mio incontro
con Symes.» Alzò le spalle, forse per una punta d'imbarazzo. «Sapete quel
che si dice degli strumenti del mestiere.»
Cynthia stralunò gli occhi, ma Mary annuì. «'Mi sembra Opium', dice.
'Ci ho azzeccato? È Opium, quello che ti sei messa?' Io non ho parlato, me
ne sono stata piccola piccola sotto la scrivania con le braccia chiuse intorno alla testa. E lui: 'Perché non vieni fuori? Se vieni fuori, sarò veloce. Se
devo scovarti io, sarà una cosa lunga'. E io volevo uscire, per dire a che
punto mi aveva incantata. A che punto mi aveva terrorizzata. Pensavo che
fosse sicuro che ero ancora lì da qualche parte e che seguendo le tracce del
mio profumo sarebbe arrivato fino a me come un segugio, così avevo vo-
glia di uscire da sotto la scrivania e andare da lui per farmi uccidere velocemente. Volevo andare da lui come quelli di Jonestown devono aver voluto mettersi in fila per andare a farsi riempire il bicchiere. Ma non potevo
lo stesso. Ero di nuovo paralizzata e l'unica cosa che potevo fare era restare
dov'ero e pensare che sarei morta con il bisogno di andare in bagno. Ho
guardato la sedia che avevo spostato per potermi infilare sotto la scrivania
e ho pensato: quando vedrà dov'è la sedia, capirà dove sono nascosta. È
stato allora che è entrato in ufficio, mentre io pensavo alla sedia. 'C'è nessuno qui?' chiede di nuovo. 'Vieni qui, non ti farò del male. Voglio solo
farti qualche domanda. Qui stanno succedendo cose strane. Abbiamo un
problema grave.'»
Audrey cominciò a tremare, come Johnny pensava dovesse aver tremato
incastrata nel vano delle ginocchia sotto la scrivania in attesa che Entragian entrasse del tutto nel gabbiotto, la trovasse e la uccidesse. Ma Audrey
stava anche sorridendo e il suo era uno di quei sorrisi che si preferisce non
guardare.
«A dimostrazione di quanto era pazzo.» Si strinse le mani in grembo.
«Un attimo prima ti dice che se vieni fuori sarà tanto generoso da ammazzarti alla svelta e un attimo dopo dice che vuole solo interrogarti. Follia
pura. Ma io ho creduto all'una e all'altra cosa. Dunque chi è più pazzo qui?
Eh? Chi è il più pazzo?
«È entrato di un paio di passi. Credo che fossero un paio. Abbastanza
perché la sua ombra arrivasse alla scrivania fino al lato sul quale mi trovavo io. Ricordo di aver pensato che se la sua ombra avesse avuto occhi mi
avrebbe vista. Poi si è fermato ed è rimasto fermo lì per non so quanto
tempo. Lo sentivo respirare. Poi ha mormorato: 'Affanculo', e se n'è andato. Passato un minuto o giù di lì ho sentito aprirsi e richiudersi la porta della strada. Subito ho pensato che fosse un trucco. Lo vedevo chiaramente
come vedo voi ora nell'atto dì aprire e richiudere la porta rimanendo dentro
il negozio, vicino al distributore delle dosi di detersivo. Fermo lì con la pistola in pugno ad aspettare che mi muovessi. E sapete una cosa? Ho continuato a vederlo così nella mia mente anche quando ho sentito rombare la
sua dannata macchina e riprendere a girare come un matto per le strade in
cerca di altra gente da uccidere. Credo che sarei ancora sotto quella scrivania se non avessi saputo che me la sarei fatta addosso e proprio non ci tenevo. Se era stato capace di sentire il mio profumo, figuriamoci la mia orina fresca. Così sono strisciata fuori e sono andata in bagno. Barcollavo
come una vecchietta perché avevo le gambe ancora intorpidite, ma ce l'ho
fatta lo stesso.»
E sebbene avrebbe proseguito ancora per una decina di minuti, Johnny
giudicò che quello fosse il punto in cui in fondo si chiudeva la storia di
Audrey Wyler, con lei che raggiungeva faticosamente il bagno per andare
a orinare. La sua macchina era lì vicino e le chiavi erano nella tasca del
suo vestito, ma per quel che le serviva avrebbe potuto anche essere sulla
luna invece che in Main Street. Era andata avanti e indietro più di una volta tra ufficio e reparto lavatrici (meritò l'ammirazione incondizionata di
Johnny al pensiero del coraggio necessario anche solo ad aggirarsi per il
negozio), ma di più non aveva fatto. Non perché non ne avesse avuto il fegato, ma perché aveva i nervi a pezzi. Quando gli spari e quelle incessanti,
angoscianti accelerate cessavano per un po', tornava a considerare di tentare la fuga, raccontò, ma poi immaginava Entragian che la raggiungeva nella strada, la investiva con la sua automobile e le sparava nella testa. E poi,
aggiunse, era convinta che prima o poi sarebbero arrivati i soccorsi. Non
poteva essere altrimenti. Desperation era anche a una certa distanza dalla
strada principale, ma non poi tanto lontana e, con la miniera che si accingeva a riaprire, aveva già avuto inizio un certo andirivieni.
Era inevitabile che in città arrivasse qualcuno, insisté. Verso le cinque
del pomeriggio aveva visto un camioncino della Federal Express e intorno
a mezzogiorno, l'indomani, un pickup dell'azienda elettrica della contea di
Wickoff. Entrambi erano passati per la Main Street. Aveva sentito musica
provenire dal pickup. Quella volta non aveva udito l'automobile di Entragian, ma cinque minuti dopo che il pickup era transitato davanti alla lavanderia, c'erano stati altri spari e poi un uomo aveva gridato: «Oh, no!
Oh, no!» con una voce così stridula che sarebbe potuta essere quella di una
ragazza.
Poi un'altra notte interminabile, con la voglia di scappare, senza il coraggio di provarci, a mangiare le merendine del distributore in fondo alla
fine degli essiccatoi, a bere acqua dal lavandino in bagno. Poi un nuovo
giorno, con Entragian sempre in giro per la città come un animale da preda.
Non si era resa conto, disse, che portava gente in città e la chiudeva in
cella. A quel punto era capace solo di pensare a piani di fuga, nessuno dei
quali le sembrava praticabile. E la lavanderia sempre più diventava il suo
habitat naturale, il luogo in cui si sentiva sicura. Entragian era già stato lì
una volta, se n'era andato e non vi aveva rimesso piede. Forse non sarebbe
più tornato.
«Mi aggrappavo all'idea che non potesse aver ucciso tutti, che dovessero
esserci altri come me che avevano visto in tempo che cosa stava succedendo ed erano riusciti a nascondersi. Prima o poi qualcuno avrebbe lasciato
la città, qualcuno avrebbe informato la polizia statale. Continuavo a ripetermi che era più saggio almeno per il momento aspettare. Poi è arrivata la
tempesta e ho deciso di approfittarne. Protetta dalla sabbia che aveva
riempito l'aria contavo di tornare all'ufficio della miniera. C'è un fuoristrada nella rimessa dell'Eremo...»
Steve annuì. «L'abbiamo visto. Con dietro un carrello pieno di campioni
di minerale.»
«La mia idea era di staccare il rimorchio e prendere il fuoristrada per
raggiungere la Highway 50. Avrei usato una delle bussole che teniamo in
ufficio per non perdermi nella tempesta. Chiaro che avrei comunque corso
il rischio di finire in qualche crepaccio o che so io, ma non mi sembrava un
pericolo così terribile dopo quello che avevo visto. E dovevo assolutamente andarmene. Due notti in una lavanderia... bah, provateci voi! E mi stavo
preparando quando siete arrivati voi due.»
«C'è mancato poco che ti spaccassi la testa», commentò Steve. «Mi
spiace.»
Lei gli rivolse uno spettro di sorriso, poi guardò di nuovo tutto il gruppo.
«Il resto lo sapete», concluse.
Non sono d'accordo, rifletté Johnny Marinville. Le pulsazioni nel naso
stavano diventando di nuovo dolorose. Aveva voglia di bere qualcosa, una
voglia difficile da contenere. Siccome sarebbe stata una follia, almeno per
lui, estrasse di tasca il flacone di aspirine e prese due compresse con un
sorso d'acqua. Secondo me non sappiamo un bel niente. Non ancora almeno.
4
«Adesso che cosa facciamo?» domandò Mary Jackson. «Come usciamo
da questo pasticcio? Vogliamo provare o aspettiamo che qualcuno venga a
salvarci?»
Per un lungo tempo nessuno rispose. Poi Steve si mosse sulla poltrona
che condivideva con Cynthia e dichiarò: «Non possiamo aspettare. Non
per molto».
«Perché dici così?» volle sapere Johnny. Il suo tono era curiosamente
cortese, come se già conoscesse la risposta alla sua domanda.
«Perché qualcuno avrebbe dovuto scappare prima, qualcuno avrebbe dovuto raggiungere un telefono funzionante fuori di questa città e far bloccare quella macchina di morte. Ma nessuno lo ha fatto. Nemmeno prima che
cominciasse la tempesta qualcuno è andato a cercare aiuto. Qui è in azione
una forza smisurata e credo che contare su soccorsi provenienti dall'esterno
possa solo servire a farci morire tutti quanti ammazzati. Dobbiamo contare
solo su noi stessi e dobbiamo allontanarci da qui al più presto possibile.
Questa è la mia opinione.»
«Io non me ne vado senza aver saputo che cos'è stato di mia mamma»,
annunciò David.
«Non è il modo giusto di pensare, figliolo», obiettò Johnny.
«Lo è. E non cambierò idea.»
«Sbagli», intervenne Billingsley. Il tono della sua voce fece alzare la testa a David. «Sbagli perché qui sono in gioco le nostre vite. Sbagli per come sei... per quanto sei speciale. Noi abbiamo assolutamente bisogno di
te.»
«È ingiusto», mormorò David.
«Sì», convenne Billingsley. La sua faccia rugosa era di pietra. «Hai ragione.»
«Non sarebbe di alcuna utilità a tua madre se tu, e anche noi del resto,
morissimo cercando di trovarla», osservò Cynthia. «Se invece riusciamo
ad allontanarci da questo posto possiamo tornare con dei soccorsi.»
«Giusto», confermò Ralph, ma con la voce piatta di un automa.
«No, che non è giusto!» protestò David. «È una merdata, ecco che cos'è!»
«David!»
Il ragazzino li osservò con gli occhi animati di collera e straziati dalla
paura. «A nessuno di voi importa di mia madre, a nessuno. Nemmeno a te,
papà.»
«Questo non è vero», si difese Ralph. «Ed è una crudeltà dirlo.»
«Sì, ma io penso che sia così lo stesso. So che le vuoi bene, ma penso
che l'hai abbandonata perché credi che sia già morta.» Fissò quello sguardo
ardente negli occhi di suo padre e quando Ralph abbassò la testa a guardarsi le mani con le lacrime che gli uscivano dall'occhio gonfio, si rivolse
al veterinario. «E voglio dire una cosa anche a lei, signor Billingsley. Solo
perché prego non significa che sono un mago dei fumetti o qualcosa del
genere. Pregare non c'entra niente con la magia. L'unica magia che conosco sono un paio di trucchi con le carte che comunque non mi sono mai
riusciti bene.»
«David...» cominciò Steve.
«Se andiamo via e torniamo sarà troppo tardi per salvarla! Lo so! Ne sono sicuro!» Le sue parole echeggiavano dal palcoscenico come il monologo di un attore. Quando l'eco morì, giunse il sibilo insensibile del vento.
«David, probabilmente è già troppo tardi», obiettò Johnny. Aveva parlato in un tono di voce abbastanza neutrale, ma senza trovare la forza di
guardarlo.
Ralph sospirò. Suo figlio andò a sedersi accanto a lui e gli prese la mano. Ora sul volto di Ralph si erano incise le durezze della stanchezza e della confusione. Sembrava invecchiato di colpo.
Steve si rivolse ad Audrey. «Hai detto che conoscevi un'altra via.»
«Sì. Quella montagna di terra che si vede quando si arriva in città è la
parete nord della miniera che abbiamo riaperto. C'è una strada che sale fino alla cima e scende nella fossa. Ce n'è un'altra che raggiunge la Highway
50 a ovest da qui. Corre lungo il Desperation Creek, che ora è solo un letto
asciutto. Lei sa quale dico, Tom?»
Il veterinario annuì.
«Quella strada, che si chiama Desperation Creek Road, parte dal parco
macchine della miniera. Lì ci sono altri fuoristrada. Il più grande non può
caricare più di quattro persone, ma possiamo agganciare un rimorchio per
gli altri.»
Dall'alto dei suoi dieci anni di esperienza di carichi, scarichi, decisioni
tempestive e rapidi dileguamenti (spesso resi necessari dall'incontroscontro di alberghi a quattro stelle e rocchettari coglioni), Steve l'aveva ascoltata con attenzione. «Bene, allora la mia proposta è questa. Aspettiamo
fino a domattina. Vediamo di riposarci un po', magari schiacciare un sonnellino. Può darsi che a quell'ora la tempesta si sia spostata altrove...»
«Io ho l'impressione che il vento si sia già indebolito un po'», interloquì
Mary. «Forse è solo perché lo desidero tanto, ma a me sembra che non sia
più così forte.»
«Ma anche se soffiasse ancora potremmo arrivare lo stesso al parco
macchine della miniera, Audrey?»
«Ne sono certa.»
«Quanto dista?»
«Due miglia dall'ufficio, forse un miglio e mezzo da qui.»
Steve annuì. «E con la luce del giorno potremo vedere Entragian se ci attacca. Tentando di notte e in mezzo alla tempesta sarebbe più rischioso.»
«È non potremmo vedere nemmeno... nemmeno gli animali», aggiunse
Cynthia.
«Sto parlando di un'azione rapida e decisa», riprese Steve, «Se la tempesta ci dà tregua, possiamo raggiungere la miniera con il mio camioncino,
tre in cabina con me e quattro dietro. Se tira ancora il vento, e personalmente lo spero, penso che possiamo andarci a piedi. Daremo meno nell'occhio. Possiamo persino sperare che non si accorga mai che ce ne siamo andati.»
«Un sentimento che devono aver avuto anche il giovane Escolla e i suoi
compagni quando sono stati travolti da Collie», commentò Billingsley.
«Loro erano diretti a nord sulla Main Street», gli rammentò Johnny.
«Proprio dove avrebbe cercato Entragian. Noi andremo a sud, verso la miniera, almeno all'inizio, e abbandoneremo la zona per una strada secondaria.»
«Proprio così», annuì Steve. «Svaniremo nel nulla.» Si avvicinò a David
che aveva lasciato il padre per sedersi sul bordo del palcoscenico a guardare le file di vecchie poltrone, e si accosciò di fianco a lui. «Ma torneremo.
Mi hai sentito, David? Torneremo per tua mamma e per tutte le altre persone ancora vive. È una promessa solenne.»
David continuò a contemplare le poltroncine. «Non so che cosa fare»,
mormorò. «So che ho bisogno di chiedere a Dio di aiutarmi a riordinare i
pensieri, ma in questo momento sono così arrabbiato con lui che non ci
riesco. Ogni volta che tento di ricomporre la mia mente, vado a sbattere
sempre contro lo stesso ostacolo. Ha lasciato che quel poliziotto portasse
via mia madre! Perché? Gesù, perché?»
Lo sai che solo poco fa hai fatto un miracolo? pensò Steve. Non lo disse
a voce alta, avrebbe solo peggiorato la confusione e l'avvilimento di David. Dopo qualche istante si rialzò e rimase a guardare il ragazzino dall'alto, con le mani in tasca e un'espressione turbata negli occhi.
5
La femmina del puma percorse lentamente il vicolo, testa bassa, orecchie appiattite. Fu molto più agile degli umani nell'evitare i rifiuti ammassati e la catasta di legna; vedeva molto meglio di loro al buio. Si fermò
comunque in fondo al passaggio, emettendo dalla gola un ringhio contratto. Non le piaceva. Uno di loro era forte, molto forte. Percepiva la forza
di uno di loro attraverso il muro di mattoni dell'edificio, la sentiva pulsare
come un fuoco. Ma disubbidire era fuori discussione. L'estraneo, l'essere
della terra, era nella sua testa e la sua volontà le era penetrata nella mente
come un amo. Quell'essere parlava nella lingua degli informi, la lingua del
tempo di prima, quando tutti gli animali eccetto gli uomini e l'estraneo erano una cosa sola.
Ma non le piaceva quella forza. Quel fuoco.
Ringhiò di nuovo, un brontolio roco che salì d'intensità e decrebbe, passando più dalle narici che dalla bocca chiusa. Sporse la testa da dietro l'angolo, arricciando le labbra nel vento che le arruffò il pelo colmandosi le
nari dell'odore del bromo e della pilosella indiana, di vecchi liquori e ancor
più vecchi mattoni. Persino da così lontano le giungeva l'odore amaro che
proveniva dalla fossa a sud della città, l'odore che si era sparso nell'aria da
quando avevano fatto brillare le ultime cariche e riaperto quel luogo cattivo, quello che gli animali conoscevano e che gli uomini avevano cercato di
dimenticare.
Il vento cadde e la femmina del puma avanzò di qualche passo ancora tra
lo steccato e il muro posteriore del cinema. Si fermò ad annusare le casse,
dedicando maggior tempo a quella rovesciata che a quella ancora a ridosso
del muro. C'erano molti odori mescolati insieme lì. L'ultima persona che vi
era montata sopra aveva quindi spinto la cassa facendola rotolare giù da
quella ancora contro la parete. Il coguaro sentiva l'odore delle sue mani, un
odore diverso, più penetrante di quello degli altri. Odore di pelle, odore
denudato, arricchito di sudore e unguenti. Apparteneva a un maschio nel
pieno delle forze fisiche.
Sentiva anche odore di armi. In altre circostanze sarebbe fuggita, ma ora
non aveva importanza. Sarebbe andata dove il vecchio l'aveva mandata,
non aveva scelta. Fiutò il muro, poi alzò lo sguardo alla finestra. Non era
bloccata, la vedeva oscillare. Non molto, perché il vento non era più come
prima, ma abbastanza perché fosse sicura che la finestra era aperta. Poteva
entrare. Sarebbe stato facile. Il telaio si sarebbe alzato sotto la sua spinta,
cedendo sotto il suo peso come talvolta facevano le cose dell'uomo.
No, le disse la voce dell'informe. Non puoi.
Un'immagine le guizzò nella mente: oggetti luccicanti. Cose che usavano gli uomini per bere, cose che alle volte finivano in cocci luccicanti tra le
rocce, quando gli uomini avevano finito di servirsene. Capì (nel modo in
cui l'uomo della strada potrebbe vagamente comprendere una complicata
dimostrazione di geometria se spiegata con la dovuta chiarezza) che se avesse cercato di saltare dentro passando per quella finestra avrebbe fatto
cadere sul pavimento un certo numero di quegli oggetti dell'uomo. Non sapeva come potesse accadere, ma così diceva la voce nella sua testa e allora
gli altri avrebbero sentito il rumore degli oggetti che si rompevano.
Passò sotto la finestra, soffermandosi ad annusare la porta dell'uscita di
sicurezza, che era stata sprangata, e giunse quindi a una seconda finestra.
Era alla stessa altezza di quella difesa dagli oggetti che brillavano ed era
fatta dello stesso vetro bianco, ma era bloccata.
È quella che userai, le bisbigliò la voce nella testa. Quando ti dirò che è
ora, è quella che userai.
Sì. Si sarebbe forse tagliata con il vetro della finestra, come quando si
era ferita le zampe sui cocci degli oggetti brillanti tra le rocce, ma quando
la voce che udiva nella testa le avesse annunciato che il momento era giunto, avrebbe spiccato il salto. E dentro avrebbe continuato a fare quello che
le comandava la voce. Non era come sarebbe dovuto essere... ma per ora
così era.
La femmina del puma si sdraiò sotto la finestra bloccata del gabinetto
degli uomini, si avvolse la coda intorno al corpo e attese la voce della cosa
della miniera. La voce dell'estraneo. La voce di Tak. Poi si sarebbe mossa.
Fino a quel momento sarebbe rimasta sdraiata lì ad ascoltare la voce del
vento e a sentire l'odore amaro che portava con sé, come cattive notizie da
un altro mondo.
3
1
Mary guardò il vecchio veterinario prendere dal mobiletto dei liquori
una bottiglia di whisky, lasciarsela quasi sfuggire di mano e versarsi da bere. Parlò a Johnny a bassa voce. «Fallo smettere. Quello è uno che si ubriaca.»
Lui la osservò con le sopracciglia inarcate. «Chi ha eletto te Regina della
Temperanza?»
«Imbecille», sibilò lei. «Credi che non sappia chi l'ha fatto cominciare?
Credi che non abbia visto?»
Fece per affrontare Tom di persona, ma Johnny la trattenne e prese il suo
posto. La sentì soffocare un'esclamazione di dolore e pensò che forse le
aveva stretto il polso un po' più di quanto previsto dalle norme di buona
creanza. Del resto non era abituato a sentirsi dare dall'imbecille. Aveva pur
vinto un National Book Award, o no? Era stato o no sulla copertina di
Time? Sissignori, e aveva anche scopato la fidanzatina d'America (be', in
retrospettiva, almeno; aveva smesso di essere la fidanzatina d'America dal
1965 o giù di lì, comunque lui l'aveva scopata lo stesso) e non era abituato
a farsi dare dell'imbecille. Ma Mary non aveva tutti i torti. Lui, che pure
non era ignaro delle vie maestre e dei sentieri tortuosi degli Alcolisti Anonimi aveva nondimeno offerto il suo primo cicchetto della serata a quel
bell'esemplare di rammendatore di cavalli che era il Dottor Trincone. Aveva pensato di tirarlo un po' su di morale, aiutarlo a riorientarsi (e loro avevano bisogno che si orientasse bene, perché quella era la sua città)... ma
non era anche un tantino incazzato con lui per essersi preso un fucile carico lasciando un calibro .22 senza pallottole nelle mani del celebre letterato?
No. No, dannazione, il fucile non c'entra niente. Lo scopo era solo ed
esclusivamente quello di tenere su di giri il vecchio perché fosse d'aiuto.
Forse. Può darsi. Suonava un po' falso, ma bisognava pur concedersi il
beneficio del dubbio in certe situazioni, specialmente quelle fuori di testa
come certamente andava considerata l'attuale. Comunque era possibile che
non fosse stata un'idea così brillante. Aveva prodotto un gran numero di
idee non così brillanti nella sua vita e se c'era qualcuno qualificato a riconoscerne una, John Edward Marinville era in testa alla lista.
«Perché non conserviamo quello per dopo, Tom?» suggerì sfilandogli
destramente il bicchiere dalla mano prima che gli arrivasse alle labbra.
«Ehi!» gracchiò Billingsley cercando di riafferrarlo. I suoi occhi erano
più liquidi che mai e ora percorsi da sottili fili rossi che sembravano graffi.
«Ridammelo!»
Johnny lo tenne in maniera che non vi arrivasse, vicino alla propria bocca, e fu colto dall'impulso improvviso e irresistibile di risolvere il problema nella maniera più veloce e più semplice. Posò invece il bicchiere sul
bancone, sempre a distanza di sicurezza, a meno che il vecchio Tom non si
fosse esibito in un tuffo. Non che ritenesse Tommy incapace di un tuffo
pur di conquistarsi da bere; il veterinario doveva essere arrivato a un punto
in cui se qualcuno gli avesse promesso un doppio avrebbe probabilmente
tentato di intonare l'inno dei Marines a suon di peti. Intanto gli altri li
guardavano, anche Mary, che frattanto si massaggiava il polso (che in effetti era arrossato, ma solo un po', niente di grave).
«Dammelo!» ragliò Billingsley e allungò la mano sopra il bancone, aprendo e chiudendo le dita come un bambino infuriato che vuole indietro il
suo succhiotto. Un ricordo assalì Johnny all'improvviso: l'attrice, quella
degli smeraldi, quella che in altri tempi era stata la coniglietta d'America
numero uno, così dolce che nella sua vagina lo zucchero non si scioglieva,
lo spingeva nella piscina del Bel-Air, e tutti ridevano e rideva anche lui
mentre usciva dall'acqua gocciolante con la bottiglia di birra ancora nella
mano, troppo ubriaco per sapere che cosa stava accadendo, troppo ubriaco
per rendersi conto che lo scroscio che sentiva nella testa era quello dei rimasugli della sua reputazione che se ne andavano giù per il cesso. Sì cari
signori e sì care signore, là era in quella calda giornata, a Los Angeles, a
ridere come un matto nel suo Pierre Cardin bagnato fradicio, con la bottiglia di Bud levata nella mano come un trofeo, tutti gli altri a ridere con lui;
se la spassavano tutti alla grande, lui era stato spinto nella vasca della piscina come in un film e loro se la spassavano alla grande, ah ah ah e oh oh
oh, benvenuti nel mondo meraviglioso del troppo sbronzo da capirci qualcosa, vediamo che cosa sa inventare la tua penna per venire fuori da questa, Marinville.
Avvertì un'ondata di vergogna che era più per se stesso che per Tom, anche se sapeva che tutti stavano guardando il vecchio (a parte Mary, ancora
molto occupata dal suo polso), Tom che continuava a ripetere: «Dammelo
indietro!» mentre apriva e chiudeva la mano come un infante capriccioso,
Tom che aveva bevuto solo tre bicchierini ed era già partito. Erano scene
che Johnny conosceva; dopo un certo numero di anni passati a nuotare nella bottiglia, a bere tutto quello che si trova in giro riuscendo tuttavia a
mantenere un certo grado di sobrietà stordita, le branchie abituate al sapore
dell'alcol sviluppavano la strana tendenza a sigillarsi di scatto al primo assaggio. Straordinario ma vero. Guardate arrivare l'Incredibile Ex Alcolista,
signore e signori, e resterete sbalorditi.
Passò un braccio intorno alle spalle di Tom, sporse la testa nella nuvola
aromatica di Dant che aleggiava intorno a quella del vecchio come un'aureola fumigante e mormorò: «Fai il bravo ragazzo ora e avrai quel bicchiere dopo».
Tom lo fissò con gli occhi venati di rosso. Aveva le labbra screpolate
umide di saliva. «Me lo prometti?» ribatté in un bisbiglio da congiurato,
emettendo altri aromi alcolici e pronunciando le parole tutte insieme, cosicché diventarono Meopoetti?
«Sì», rispose Johnny. «Avrò sbagliato a farti cominciare, ma ora che ho
questa responsabilità, baderò io a te. Ma più di così non farò. Dunque abbi
un po' di dignità. Va bene?»
Billingsley lo guardò. Occhi grandi pieni di acqua. Palpebre rosse. Labbra luccicanti. «Non posso», mormorò.
Johnny sospirò e chiuse gli occhi per un istante. Quando li riaprì, Billingsley stava fissando Audrey Wyler.
«Perché deve mettersi un vestito così corto?» borbottò. Sentendo l'odore
del suo alito Johnny concluse che potesse anche non essere un caso di ubriacatura a prima vista; il vecchio Dottor Trincone doveva essersi servito
altre due o tre volte en passant.
«Non so», rispose distendendo le labbra in un sorriso che si sentì addosso enorme e falso come quello di un presentatore di un gioco a premi e
riaccompagnando Billingsley in seno al gruppo, in maniera che tenesse le
spalle rivolte al banco e al bicchiere che c'era sopra. «Hai di che lamentarti?»
«No», ammise Billingsley. «No, dicevo... dicevo solo...» Rivolse a
Johnny gli occhi lacrimosi da ubriaco. «Che cosa dicevo?»
«Non fa niente.» Ora c'era una voce da presentatore di gioco a premi che
usciva dal sorriso di presentatore di gioco a premi: calda, accorata, sincera
come quella del produttore quando ti promette di richiamarti la settimana
prossima. «Ma dimmi un'altra cosa, perché chiamate China Pit quella voragine? Mi piacerebbe saperlo.»
«Immagino che la signora Wyler ne sappia più di me», rispose Billingsley, ma Audrey non c'era più. Mentre David e suo padre li raggiungevano visibilmente preoccupati, Audrey aveva lasciato il palcoscenico, forse
in cerca di qualcos'altro da mangiare.
«Andiamo», lo apostrofò Ralph in un tono inaspettatamente brioso.
Guardandolo Johnny si accorse che, a dispetto di tutti i suoi problemi personali, Ralph Carver aveva un'idea abbastanza precisa di quello in cui si
stava dibattendo il vecchio Tommy. «Scommetto che ha dimenticato più
storia locale lei di quanto la giovane signora laggiù abbia mai appreso. E il
tema qui è la storia locale, o sbaglio?»
«Be'... sì. Storia e geologia.»
«Coraggio, Tom», lo esortò Mary. «Ci racconti una storia. Ci aiuterà a
passare il tempo.»
«E sia», si arrese lui. «Ma c'è poco da ridere, credetemi.»
Si avvicinarono anche Steve e Cynthia. Steve teneva un braccio intorno
alla vita della ragazza; lei faceva altrettanto con lui, con due dita infilate in
uno dei passanti dei suoi calzoni.
«Ci racconti, nonno», mormorò Cynthia. «Sentiamo.»
Così il nonno raccontò.
2
«Molto tempo prima che a qualcuno venisse in mente di cercare il rame
qui, c'erano oro e argento», cominciò Billingsley. Si accomodò sulla poltrona a schienale alto e scosse la testa quando David gli offrì un bicchiere
d'acqua. «E dico di molto prima che si pensasse a una miniera a cielo aperto. Nel 1858 una ditta che si chiamava Diablo Mining aprì la Rattlesnake
Numero Uno dove ora c'è il China Pit. C'era oro e in quantità discreta.
«Era una galleria, in un'epoca in cui tutte le miniere erano sotterranee, e
si scavava in continuazione, seguendo la vena, sempre più giù, sebbene
dovesse essere chiaro alla direzione della compagnia quanto fosse pericoloso. La superficie, sul versante nord dello scavo che c'è ora, non è male, è
fatta di calcare, skarn e di un tipo di marmo che si trova nel Nevada. Spesso ci trovi dentro della wollastonite. Non è pregiata, ma è bella da vedere.
«Ora, la galleria della Rattlesnake è stata scavata proprio lì, sotto il versante nord. E lì gli strati sottostanti non sono buoni. È terra brutta per le ricerche minerarie, brutta da coltivare, brutta per tutto. Gli scioscioni dicevano che era terra acida. Avevano una parola per descriverla, un'ottima parola, e quasi tutte le parole scioscione sono buone, ma ora non me la ricordo più. È tutto materiale eruttivo, roba iniettata nella crosta della terra da
quelle eruzioni vulcaniche che non sono mai riuscite a emergere in superficie. C'è un vocabolo anche per questi residui, ma ho scordato anche quello.»
«Porfido», lo aiutò Audrey. Era davanti all'uscita di destra del palcoscenico con in mano un sacchetto di ciambelline salate. «Nessuno ne vuole?
Hanno un odore un po' strano, ma il sapore è buono.»
«No, grazie», rispose Mary. Gli altri scossero la testa.
«Sì, è vero, porfido», annuì Billingsley. «È pieno di minerali pregiati,
dai granati all'uranio, ma per la maggior parte è materiale instabile. Nel
terreno dove hanno scavato la Rattlesnake Numero Uno c'era un buon filone d'oro, ma il grosso era hornfel, cioè roccia scistosa formatasi ad alte
temperature. Lo scisto è una roccia sedimentaria non molto forte. Puoi
spezzarlo con le mani e quando il pozzo della miniera è sceso di più di
venti metri e si sono sentite le pareti gemere e scricchiolare, gli uomini
hanno deciso che poteva bastare. E se ne sono andati. Non è stato uno
sciopero per ottenere una paga migliore, molto semplicemente non voleva-
no lasciarci la pelle. Così i proprietari hanno pensato bene di assumere i
cinesi. Li hanno fatti arrivare da San Francisco sui carri merci, incatenati
insieme come detenuti. Settanta uomini e venti donne, tutti con la loro
giacchetta trapuntata del pigiama e il cappellino rotondo sulla testa. Immagino che i proprietari si siano presi a schiaffi per non averci pensato prima,
perché davano ogni sorta di vantaggi rispetto agli uomini di razza bianca.
Non si ubriacavano e non facevano casino in città, non vendevano liquori
agli scioscioni e ai paiute, non andavano a caccia di prostitute. Non sputavano nemmeno tabacco sui marciapiedi. E questo era solo un di più, intendiamoci. Il fatto principale è che erano disposti a scendere sotto terra fin
dove veniva loro ordinato e non badavano agli scricchiolii e ai gemiti dell'hornfel. E si poteva scavare più velocemente di prima, perché non c'era
bisogno che la galleria fosse ampia come in precedenza dato che erano
molto più piccoli dei minatori bianchi e li si poteva far lavorare in ginocchio. Inoltre se un minatore cinese veniva pescato con una pepita nascosta
addosso, lo si poteva fucilare seduta stante. E alcuni ci sono rimasti.»
«Cristo», mormorò Johnny.
«Non somiglia molto ai vecchi film con John Wayne», ammise Billingsley. «Comunque erano scesi di cinquanta metri, quasi due volte di più di
dove erano arrivati i minatori bianchi quando avevano mollato i picconi,
quando la galleria è crollata. A questo proposito ci sono un sacco di storie
diverse. Una dice che avevano dissotterrato un waisin, una specie di antico
spirito della terra, che ha distrutto la miniera. Secondo un'altra avevano
fatto arrabbiare i tommyknocker.»
«Che cosa sono i tommyknocker?» domandò David.
«Piantagrane», spiegò Johnny. «La versione sotterranea dei gremlin.»
«Due cose», intervenne Audrey. Stava sgranocchiando una ciambellina.
«Prima cosa, la galleria non è un pozzo e un pozzo non è una galleria e
quella della Rattlesnake era una galleria. Seconda cosa, è stato un crollo
puro e semplice. Senza tommyknocker e senza spiriti della terra.»
«Ha parlato la razionalità fatta persona», proclamò Johnny. «Lo spirito
del secolo. Urrà!»
«Io non mi addentrerei nemmeno per tre metri in un terreno di quel genere», continuò Audrey. «Nessuna persona di buonsenso lo farebbe, mentre quelli erano sotto di cinquanta metri, quaranta minatori, due capisquadra, almeno cinque pony, a dare picconate a destra e a manca e a urlare ordini. Mancava giusto che piazzassero cariche di dinamite. La cosa sorprendente è casomai la protezione che questi idioti hanno ottenuto dai
tommyknocker per tutto il tempo che sono riusciti a restare laggiù!»
«Quando finalmente ci fu il crollo», riprese Billingsley, «avvenne in
quello che sarebbe dovuto essere un posto sicuro. Il soffitto venne giù a
una ventina di metri dall'adito.» Lanciò un'occhiata a David. «Così chiamano l'ingresso a una miniera, figliolo. I minatori sono risaliti fin lì dal
fondo e sono rimasti bloccati da una montagna di detriti, hornfel, skarn e
scisto. Partì la sirena e la gente della città venne su a vedere che cos'era
successo. Vennero anche le prostitute e i giocatori d'azzardo. Si sentivano i
cinesi gridare nella galleria, pregare che scavassero per tirarli fuori prima
che venisse giù anche il resto del soffitto. Alcuni dissero che sembrava che
litigassero tra loro, comunque nessuno aveva voglia di entrare a cercare di
aprire un varco. Lo squittio che fa l'hornfel quando il terreno diventa instabile era più forte che mai e in un paio di punti fra l'adito e il primo crollo il
soffitto era già imbarcato.»
«Si sarebbe potuto puntellare quel tratto di galleria?» chiese Steve.
«Sì, ma nessuno voleva assumersene la responsabilità. Due giorni dopo
arrivarono il presidente e il vicepresidente della Diablo Mines accompagnati da due ingegneri di Reno. Mio padre mi ha raccontato che mangiarono al sacco davanti all'ingresso della galleria mentre discutevano sul da
farsi. Mangiarono su una tovaglia di lino mentre dentro quel pozzo, cioè
quella galleria, a nemmeno trenta metri da loro quaranta disgraziati urlavano nel buio pesto.
«C'erano stati crolli anche più giù, la gente disse che si sentiva un rumore come di un rutto nella profondità della terra, ma i cinesi erano ancora
vivi dietro il primo sbarramento, a supplicare che li tirassero fuori. Ormai
immagino avessero cominciato a mangiare i pony e per due giorni non ebbero né acqua né luce. Gli ingegneri entrarono, o per meglio dire infilarono
dentro la testa, e dissero che era troppo pericoloso per tentare un'operazione di recupero.»
«Allora che cos'hanno fatto?» volle sapere Mary.
Billingsley alzò le spalle. «Hanno messo delle cariche di dinamite davanti alla miniera e hanno tirato giù quanto era ancora in piedi. L'hanno sigillata.»
«Mi sta dicendo che hanno deliberatamente sepolte vive quaranta persone?» esclamò Cynthia.
«Quarantadue, contando i due capisquadra», precisò Billingsley. «I due
bianchi non erano gente di cui si sentisse la mancanza. Almeno uno dei
due era un ubriacone che rivolgeva oscenità alle donne perbene.»
«Ma come hanno potuto?»
«Erano quasi tutti cinesi», rispose Billingsley. «Perciò è stato facile.»
Il vento rinforzò. L'edificio tremò sotto la sua ruvida carezza come un
essere vivente. Sentivano in lontananza i rintocchi della finestra che sbatteva nel gabinetto delle donne. Johnny si aspettava che da un momento all'altro il telaio avrebbe oscillato di più buttando giù le bottiglie che Billingsley aveva disposto sul davanzale come segnale.
«Ma la storia non finisce qui», continuò Billingsley. «Sapete anche voi
come avvenimenti di questo genere crescono con gli anni nella mente delle
persone.» Unì le mani e mosse le dita rese nodose dalla vecchiaia. Sullo
schermo parve decollare un uccello gigantesco, un misterioso aquilone funebre. «Crescono come ombre.»
«Allora la fine qual è?» lo incalzò Johnny. Nonostante il mestiere si lasciava ancora prendere da una storia buona e quella non era male.
«Tre giorni dopo al Lady Day, il saloon che si trovava più o meno dove
ora c'è il Broken Drum, si presentarono due giovani cinesi. Spararono a
sette persone prima di essere ridotti all'impotenza. Due rimasero uccise.
Una delle due vittime era l'ingegnere minerario di Reno che aveva consigliato di chiudere per sempre il pozzo con la dinamite.»
«Galleria», gli ricordò Audrey.
«Zitta», la censurò Johnny indicando a Billingsley di proseguire.
«Nel caos generale restò ucciso anche un coolie, come venivano chiamati i cinesi, per una coltellata ricevuta alla schiena, probabilmente, anche se
alla maggioranza piace la versione secondo la quale un giocatore di professione di nome Harold Brophy gli lanciò una carta dal tavolo al quale era
seduto tagliandogli la gola.
«Quello ancora vivo si era buscato cinque o sei pallottole. Questo non
evitò che l'indomani lo portassero fuori e lo impiccassero, dopo un breve
processo burla davanti a una corte fantoccio. Scommetto che fu una delusione. Secondo quel che si racconta, era troppo fuori di sé per capire che
cosa gli stavano facendo. Gli avevano messo catene alle gambe e manette
ai polsi e ancora lottava e si dimenava come un puma, sbraitando come un
matto nella sua lingua.»
Billingsley si sporse in avanti dando l'impressione di osservare David in
particolare. Il bambino lo guardava con gli occhi pieni di fascino.
«Tutto quello che disse era in cinese puro, ma l'idea che tutti si sono fatti
era che lui e il suo compagno fossero usciti dalla miniera per venirsi a
vendicare su quelli che prima li avevano mandati laggiù e poi ce li avevano
lasciati.»
Si strinse nelle spalle.
«Più probabilmente erano solo due giovani provenienti dal cosiddetto
campo cinese a sud di Ely, uomini meno passivi o rassegnati degli altri.
Ormai del crollo si sapeva in giro e la notizia doveva essere giunta anche
al campo. Ci saranno stati anche quelli che avevano parenti a Desperation.
E bisogna ricordare che quelli sopravvissuti alla sparatoria sapevano dire
in inglese sì e no le parole di uso quotidiano. Dunque devono aver cercato
di interpretare i suoi gesti, più che quello che diceva. E sapete quanto la
gente adori quell'ultimo giro di coltello in una storia che è già corposa in
sé. Fatto sta che non passa nemmeno un anno che comincia a girare la voce
che i minatori cinesi sono ancora vivi in quella miniera, che li si sente parlare e ridere e supplicare di essere tirati fuori, li si sente gemere e giurare
vendetta.»
«È possibile che due di loro siano usciti?» domandò Steve.
«No», rispose Audrey da dove si era fermata, ai margini del palcoscenico.
Billingsley guardò nella sua direzione, poi rivolse a Steve gli occhi gonfi
e rossi. «Io credo di sì», disse. «Può darsi che siano tornati indietro, mentre
gli altri rimanevano vicino allo sbarramento. Mettiamo che uno abbia ricordato l'esistenza di una presa d'aria o un camino...»
«Stronzate», dichiarò Audrey.
«Non è vero», protestò Billingsley. «E lo sa anche lei. Questo è terreno
vulcanico. A est di qui c'è persino del porfido estrusivo. Sembra vetro nero
con dentro scaglie di rubino, che in realtà sono granati. E dovunque c'è
roccia vulcanica, ci sono pertugi e crepacci.»
«Le probabilità che due uomini possano...»
«È solo un'ipotesi», intervenne Mary in tono da paciere. «È un modo per
passare il tempo, niente di più.»
«Ipotesi stronze», brontolò Audrey e mangiò un altro salatino dall'aspetto poco invitante.
«Comunque questa è la storia», concluse Billingsley. «Minatori sepolti
vivi, due che vengono fuori, pazzi ormai entrambi, e cercano di vendicarsi.
Poi i fantasmi nel sottosuolo. E se questa non è storia da raccontare in una
notte di tempesta, non so che cosa sia.» Si girò verso Audrey con un sorriso un po' provocatorio sulla faccia da ubriaco. «Voialtri che scavate lassù...
voi che siete arrivati adesso... non avete per caso trovato qualche ossicino?»
«È ubriaco, Billingsley», lo accusò lei con freddezza.
«No», rispose lui. «Mi piacerebbe, ma non lo sono. Vogliate scusarmi,
signore e signori. Quando faccio andare la lingua, poi mi scappa. Immancabilmente.»
Attraversò il palcoscenico a testa bassa, ingobbito, senza riuscire a mantenere una linea del tutto retta. L'ombra che lo seguì era ironica non solo
per le dimensioni, ma per il suo aspetto eroico. Salirono nella sala i rintocchi dei suoi passi. Lo guardarono andar via.
Ci fu uno schiocco improvviso che fece trasalire tutti quanti. Cynthia fece un sorriso colpevole e sollevò il piede da terra. «Chiedo scusa. C'era un
ragno. Credo che fosse uno di quei chitarrini.»
«Violini», la corresse Steve.
Johnny si chinò a guardare con le mani piantate sulle gambe poco sopra
le ginocchia. «No.»
«No, che cosa?» chiese Steve. «Non era un violino?»
«Non era solo», rispose Johnny. «Erano due.» Rialzò la testa. La smorfia
che aveva sulle labbra non era proprio un sorriso. «Forse sono violini cinesi.»
3
Tak! Can ah wan me. Ah lah.
La femmina del puma aprì gli occhi. Si alzò. La sua coda cominciò a
muoversi irrequieta. Era quasi ora. Le orecchie ruotarono in avanti, fremettero al rumore di qualcuno che entrava nel locale dietro il vetro bianco. Alzò la testa, vigile, concentrata al massimo, un congegno di misurazione e
messa a fuoco. Il balzo avrebbe dovuto essere perfetto per infilare la finestra e la perfezione era quello che le stava chiedendo la voce nella testa.
Attese, mentre di nuovo le saliva per la gola quel mugolio cristallino...
che ora però le usciva anche dalla bocca e non solo più dalle narici, perché
aveva dischiuso le labbra a mostrare i denti. A poco a poco cominciò a
raccogliere la tensione nelle zampe posteriori.
Quasi ora.
Quasi ora.
Tak ah ten.
4
Billingsley fece capolino prima nel gabinetto delle donne e illuminò la
finestra con la torcia. Le bottiglie erano ancora al loro posto. Aveva temuto
che una ventata più forte spingesse il telaio abbastanza da farle cadere dal
davanzale, provocando un falso allarme, ma non era accaduto e ora poteva
ritenere improbabile che succedesse. Il vento cadeva. La tempesta, un'eccezione meteorologica estiva come non aveva mai visto, si stava esaurendo.
Frattanto aveva un problema. Una sete da saziare.
Solo che in quegli ultimi cinque anni la sensazione era diventata sempre
meno quella di sete e sempre più simile a un prurito, come se fosse stato
contagiato da qualche brutta forma di irritazione che prende il cervello invece della pelle. Ma poco importava, giusto? Sapeva come risolvere il suo
problemino e tanto gli bastava. Serviva anche a distrarlo dal resto. Dalla
follia del resto. Fosse stata solo una questione di pericolo, qualcuno fuori
di matto che girava con una pistola, avrebbe potuto anche affrontarla, nonostante l'età, nonostante le sbornie. Ma quella faccenda non era così chiara e limpida. La geologa insisteva su quella posizione, ripeteva che si trattava solo di Entragian, ma lui sapeva che non era così. Perché ora Entragian era diverso. Lo aveva detto agli altri ed Ellen Carver gli aveva dato
del matto. Ma...
Ma in che modo Entragian era diverso? E come mai lui, Billingsley, aveva quella sensazione che il mutamento avvenuto nell'aiuto sceriffo fosse
importante, forse un elemento di vitale importanza per tutti loro? Chissà.
Avrebbe dovuto saperlo, avrebbe dovuto essere chiaro come il sole, ma da
qualche tempo quando beveva tutto diventava fosco, come se la vecchiaia
gli avesse atrofizzato il cervello. Non ricordava nemmeno il nome della
cavalla di quella geologa, quella con la distorsione alla zampa...
«Sì che lo ricordo», mormorò. «Sì che me lo ricordo, era...»
Che cos'era, vecchio rimbambito? Non lo sai più, vero?
«Sì che lo so, era Sally!» esclamò trionfante, mentre passava oltre l'uscita di sicurezza bloccata da assi inchiodate e apriva la porta del gabinetto
degli uomini. Illuminò per qualche istante il water portatile. «Sally, dannazione!» Alzò la torcia sul muro e illuminò il cavallo lanciato al galoppo
con il fumo delle nari.
Non ricordava di averlo disegnato, doveva essere stato in un momento di
buio mentale, ma era senza dubbio opera sua, e nemmeno delle più spregevoli. Gli piaceva l'aria che aveva conferito al cavallo di libertà e follia
insieme, come se fosse arrivato da un altro mondo dove le dee cavalcavano
ancora a pelo, divorando leghe e leghe nelle loro corse all'impazzata.
In quel momento la memoria gli si schiarì un po', come se il disegno sulla parete gli avesse aperto la mente. Sally, sì. Un anno prima, più o meno.
Le voci secondo le quali la miniera stava per riaprire cominciavano allora
a solidificarsi in un fatto acquisito. Nello spiazzo vicino alla baracca di
lamiere che fungeva da quartier generale della compagnia mineraria avevano cominciato ad apparire automobili e autocarri; sulla pista d'atterraggio a sud arrivavano aerei; e una sera, proprio lì, all'American West, per la
precisione, dov'era andato a bere con gli amici, qualcuno gli aveva detto
che nella vecchia casa di Rieper, era andata a stare una geologa. Giovane.
Sola. Carina.
Billingsley aveva bisogno di orinare, non aveva mentito, ma non era
quello il bisogno più impellente. In uno dei lavabi c'era un sudicio straccio
blu, di quelli che maneggeresti con le pinze e solo se strettamente necessario. Ora il vecchio veterinario lo sollevò esponendo una bottiglia di Satin
Smooth, uno strozzabudella se mai ne era stato distillato uno... ma ogni
porto è buono nel mare in tempesta.
Svitò il tappo e poi, reggendo la bottiglia con entrambe le mani perché
gli tremavano troppo, bevve una lunga sorsata. Un fiotto di napalm gli scivolò giù per la gola e gli esplose nello stomaco. Bruciava, questo sì, ma
come faceva quella canzone di Patty Loveless che si sentiva sempre alla
radio? Fammi male, baby, fammi male proprio bene.
Accompagnò la prima sorsata con un sorsetto (ora reggeva la bottiglia
più agevolmente, le mani non gli tremavano più), riavvitò il tappo e ripose
la bottiglia nel lavabo.
«Mi ha telefonato», mormorò. All'esterno la femmina del puma drizzò le
orecchie al suono della sua voce. Si abbassò un po' di più sugli arti posteriori, attendendo che si avvicinasse a dov'era lei, che si avvicinasse al punto che avrebbe raggiunto quando avesse spiccato il balzo. «Mi ha chiamato
al telefono, la donna. Mi ha detto che aveva un cavallo. Una femmina di
tre anni. Di nome Sally. Sissignore.»
Posò lo straccio sulla bottiglia, sovrappensiero, nascondendola per abitudine, con la mente concentrata su quel giorno dell'estate scorsa. Era andato a casa di Rieper, una bella casetta in collina, e un tizio della miniera,
il nero che sarebbe diventato poi il commesso dell'ufficio, lo aveva portato
a vedere la cavalla. Gli aveva spiegato che Audrey aveva ricevuto una telefonata urgente e che era dovuta partire in fretta e furia per presentarsi alla
sede della società a Phoenix. Poi, mentre andavano alla stalla, il nero lo
aveva preso a braccetto e aveva detto...
«'Eccola che va', mi ha detto», mormorò Billingsley. Aveva ricominciato
a fissare il cavallo che galoppava sulle piastrelle scollate e lo contemplava
con gli occhi spalancati dal ricordo. Dimentico ora del bisogno di orinare.
«E l'ha chiamata.»
Sissignore. Ciao, Aud! le aveva gridato e l'aveva salutato con la mano. E
lei gli aveva risposto. Aveva salutato anche Billingsley, mentre pensava
che gli avevano raccontato il vero: era giovane ed era bella. Non una di
quelle gnoccone del cinema, ma un bel bocconcino per un angolo di mondo dove non c'era donna sola che fosse costretta a pagarsi da bere se non
voleva. Aveva medicato il cavallo, aveva dato al nero un campione di pomata e più tardi era passata lei stessa a comprarne ancora. Glielo aveva riferito Marsha; lui non era in ambulatorio, era nei pressi di Washoe per una
malattia che aveva colpito un gregge. L'aveva vista però anche se non c'erano stati contatti tra loro, frequentavano ambienti diversi, ma l'aveva vista
pranzare all'Antlers Hotel o all'Owl's, una volta alla Jailhouse di Ely; l'aveva vista bere al Bud's Suds o al Drum con altri dipendenti della miniera,
l'aveva vista gettare i dadi per decidere chi doveva pagare; l'aveva vista al
Worrell's Market a fare la spesa, alla Conoco a fare rifornimento e un
giorno al negozio di ferramenta a comperare una tolla di vernice e un pennello; sissignore, l'aveva vista in giro per la città, in un posto così piccolo e
isolato ci si vede sempre, immancabilmente.
Perché rimugini tutte queste cose in quella tua mente scema? domandò
a se stesso, avvicinandosi finalmente al water. La sporcizia accumulatasi
nel tempo scricchiolò sotto le suole delle sue scarpe, mista alle briciole di
malta sgretolatasi dalle fessure tra le piastrelle. Si fermò un po' prima di
essere a distanza di tiro, illuminandosi con la torcia la punta sbucciata di
una scarpa mentre si apriva i calzoni. Che cosa c'entrava Audrey Wyler
con Collie? Che cosa poteva avere a che fare con Collie? Non ricordava di
averli mai visti insieme o di aver sentito che intrattenessero qualche tipo di
rapporto, no, non era quello. Allora che cos'era? E perché la sua mente insisteva nel volerlo far tornare al giorno in cui era andato a visitare la sua
cavalla? Quel giorno non l'aveva nemmeno vista. Oddio, per qualche momento sì, da lontano...
Si mise in linea con il water e tirò fuori la vecchia appendice. Ragazzi,
se aveva bisogno! Bevi un bicchiere e pisci una bottiglia, era così che dicevano, no?
Lei che alzava la mano per salutare... s'affrettava alla sua automobile...
andava all'aeroporto... era attesa a Phoenix. Vestita perbenino, sobria e
professionale, perché non andava in una baracca di lamiere in mezzo al
deserto, andava in un posto dove c'era la moquette per terra e la vista non
era quella di un secondo piano. Andava a trovare i pezzi grossi. Belle
gambe aveva... non sono più un ragazzo ma non sono nemmeno troppo
vecchio da non saper apprezzare un bel paio di quarti posteriori... belle
davvero, sissignore, ma...
E a un tratto gli tornò alla mente, non con uno scatto ma con un'esplosione, e per un attimo, prima che il puma ruggisse, credette che il rumore
di vetri infranti fosse nella sua mente, che fosse il suono dell'ispirazione.
Poi cominciò il ruggito, un ringhio che aumentò rapidamente d'intensità
spingendolo a orinare per il terrore. Per un momento gli fu impossibile associare quel verso a un qualsiasi animale. Si girò sventagliando orina e vide contro lo sfondo delle piastrelle una forma scura con gli occhi verdi.
Nel pelo del dorso luccicavano schegge di vetro. Capì immediatamente che
cos'era, la sua mente abbinò in un lampo la forma al ruggito nonostante
sorpresa e terrore.
La femmina del puma (la luce della torcia rivelò un esemplare di dimensioni straordinarie) alzò la testa e gli sputò in faccia, scoprendo due file di
lunghi denti bianchi. E il fucile era rimasto in palcoscenico, appoggiato allo schermo.
«Oh, mio Dio, no...» mormorò Billingsley e lanciò la torcia oltre la spalla destra del puma, mancandolo intenzionalmente. Quando l'animale girò
la testa di scatto per vedere che cosa aveva scagliato, Billingsley partì in
direzione della porta.
Corse a testa bassa, spingendosi il pene nei calzoni con una mano. La
femmina del puma levò un altro dei suoi versi rochi e striduli, il grido di
una donna aggredita, assordante nel locale angusto, poi si lanciò su Billingsley, con le zampe anteriori distese e le unghie fuori. Gli artigli gli forarono la camicia e gli si conficcarono nella schiena mentre annaspava nel
tentativo di aprire la porta, tagliandogli i muscoli atrofizzati e scorticandolo in due linee rosse di sangue che si congiunsero in una V. Le grosse
zampe lo agganciarono per la cintola dei pantaloni trascinando all'indietro
il vecchio che si era messo a urlare. Poi la cintura si strappò e Billingsley
cadde rovinandole addosso. Rotolò, urtò il pavimento pieno di vetri con il
fianco, si alzò su un ginocchio e la femmina gli fu sopra. Lo atterrò sulla
schiena e mirò alla sua gola. Billingsley alzò le mani e la femmina gliene
strappò un brano. Il sangue le imperlò i baffi come granati. Billingsley urlò
di nuovo e la spinse con l'altra mano sul petto cercando di strapparsela di
dosso. Si sentiva sulla guancia il suo fiato, pesante come una mano rovente. Dietro le spalle del puma vide il cavallo sul muro, il suo cavallo, che
galoppava selvaggio e felice. Poi la femmina del puma gli azzannò di nuovo la mano scuotendogliela e ci fu solo dolore. Riempì il mondo.
5
Cynthia si stava versando un altro bicchiere d'acqua quando il coguaro
ruggì la prima volta. Si sentì sciogliere d'incanto tutti i nervi e i muscoli.
La bottiglia di plastica le scivolò dalle dita improvvisamente inerti, piombò sul pavimento tra i suoi piedi ed esplose, come un palloncino pieno
d'acqua. Riconobbe subito il ruggito per quello che era, il verso di un felino, anche se non lo aveva mai sentito fuori da un cinema. E naturalmente
la bizzarria della sorte voleva che ancora così fosse.
Poi le grida di un uomo. Le grida di Tom Billingsley.
Si girò, vide Steve che guardava Marinville, vide Marinville distogliere
gli occhi, con le guance plumbee, le labbra compresse, che però tremavano
lo stesso. In quel momento lo scrittore gli apparve debole e sperduto e
stranamente femminile con quei lunghi capelli grigi, come una donna anziana che non solo si è dimenticata dov'è, ma anche chi è.
Ciononostante il sentimento che soprattutto provò in quel momento per
Johnny Marinville fu disprezzo.
Steve guardò Ralph, che annuì, afferrò il fucile e abbandonò precipitosamente il palcoscenico. Steve gli fu prontamente alle costole e scomparve
con lui. Il vecchio gridò di nuovo, ma questa volta udirono una macabra
liquidità nella sua voce, come se cercasse di urlare facendo contemporaneamente un gargarismo, e non durò a lungo. Poi il puma levò di nuovo
il suo feroce miagolio.
Mary andò a mettere il suo fucile nelle mani di Marinville. «Prendi. Vai
ad aiutarli.»
Lui si morsicò il labbro inferiore. «Senti», mormorò, «io non ho gli occhi buoni. Al buio non vedo niente. So che cosa sembra, ma...»
Il felino ruggì così forte da trapanarle le orecchie. Cynthia si sentì accapponare la pelle della schiena.
«Sembra la debole scusa di un vigliacco, ecco che cosa sembra», commentò Mary girandosi dall'altra parte. La sua critica ebbe l'effetto di muovere Marinville, che reagì però lentamente, come risvegliandosi da un son-
no profondo. Cynthia vide il fucile di Billingsley appoggiato allo schermo
e non lo aspettò. Afferrò l'arma e corse via, tenendola alzata al di sopra
della testa come un combattente per la libertà in un manifesto, non perché
desiderasse apparire romantica, ma perché non voleva andare a sbattere da
qualche parte con il rischio che il fucile sparasse. Avrebbe potuto ferire
qualcuno.
Sfiorò un paio di sedie polverose vicino a quello che sembrava un defunto quadro comandi per le luci, poi imboccò lo stretto corridoio che avevano percorso per arrivare al palcoscenico. Mattoni da una parte, assito dall'altra. Odore di uomini anziani con troppo tempo da riempire. E troppi
ormoni da smaltire, a giudicare dalla loro videoteca.
Ci fu un altro verso di animale, molto più forte ora, ma non si sentiva
più il vecchio veterinario. Brutto segno. Non molto lontano da lei sbatté
una porta, un rumore un po' sordo, quello che potrebbe fare solo l'uscio di
un gabinetto che urta una parete piastrellata. Bene, pensò. O uomini o donne, ma dev'essere quello degli uomini, perché è lì che c'è la toilette portatile.
«Attento!» riverberò quasi gridando la voce di Ralph. «Cristo, Steve...»
La fiera mandò un altro ruggito, questa volta liquido. Ci fu un tonfo.
Steve urlò e Cynthia non poté determinare se di dolore o sorpresa. Poi due
esplosioni assordanti. I lampi illuminarono la parete intorno alla porta del
gabinetto rivelando per un momento un estintore sul quale qualcuno aveva
appeso un vecchio sombrero macilento. Cynthia si abbassò d'istinto, poi
entrò. Ralph Carver teneva la porta aperta con il proprio corpo. Il gabinetto
era illuminato solo dalla torcia del vecchio, rotolata in un angolo. Il fascio
di luce era rivolto al muro e le piastrelle lo diffondevano abbastanza da rischiarare leggermente il locale. La penombra e il fumo dei colpi di fucile
sparati da Ralph conferivano alla scena una tenebrosa qualità allucinatoria
che le fece ricordare la mezza dozzina di esperimenti effettuati con peyote
e mescalina.
Billingsley, frastornato, strisciava verso gli orinali, quasi toccando il pavimento con la testa. Con gli indumenti a brandelli e il sangue che gli
sgorgava dalla schiena sembrava flagellato da un fanatico.
Al centro era in corso un singolare valzer. Il puma era eretto sulle zampe
posteriori, con quelle anteriori sulle spalle di Steve Ames. Perdeva sangue
dal busto, ma non sembrava gravemente ferito. Uno dei colpi di Ralph doveva averlo mancato; Cynthia vide che metà del cavallo disegnato sulle
piastrelle era ridotto in briciole. Steve teneva le braccia incrociate sul pet-
to, con i gomiti e gli avambracci contro quello del puma.
«Sparagli!» gridò. «Per l'amor dì Dio, sparagli di nuovo!»
Ralph, con il volto trasformato in una maschera di ombre, sollevò il fucile, cercò di prendere la mira, poi lo riabbassò soffocando un gemito di angoscia. Temeva di colpire Steve,
Il felino ruggì e protese la testa triangolare. Steve spostò bruscamente all'indietro la sua. Ballarono così, mentre gli artìgli della fiera sprofondavano
sempre di più nelle spalle dell'uomo e Cynthia vedeva sbocciare macchie
di sangue sulla sua tuta intorno alle zampe dell'animale. La coda del puma
sferzava rabbiosamente l'aria. Compirono un altro mezzo giro e Steve urtò
la toilette portatile, che si rovesciò su un fianco facendogli quasi perdere
l'equilibrio, mentre armeggiava con frenesia per parare gli attacchi del puma con le braccia incrociate. Billingsley aveva raggiunto l'angolo più lontano eppure continuava a cercare di strisciare, come se l'aggressione del felino lo avesse trasformato in un giocattolo a molla, destinato a continuare a
muoversi fino all'esaurimento della carica.
«Ammazza questo bastardo!» urlò Steve. Riuscì a infilare un piede tra la
parte inferiore della struttura che reggeva il sedile della toilette portatile e
il sacco di tela, ma non aveva più spazio di manovra e di lì a un momento
o due l'animale lo avrebbe atterrato. «Spara, Ralph, SPARA!»
Ralph alzò di nuovo il fucile, con gli occhi sbarrati, torturandosi il labbro inferiore, poi Cynthia fu urtata violentemente da tergo. Cadde in avanti
e si aggrappò al lavabo di mezzo dei tre allineati lungo la parete appena in
tempo per non spappolarsi il naso nello specchio. Si girò e vide entrare
Marinville con il calcio del fucile di Mary appoggiato all'avambraccio destro. I capelli grigi gli dondolavano dietro la testa accarezzandogli le spalle. Cynthia pensò che non aveva mai visto in vita sua una persona più terrorizzata di lui, ma ora che era entrato in azione, Marinville non esitò.
Piantò le canne della doppietta alla testa del puma.
«Spingi!» tuonò e Steve spinse. La testa del felino si alzò allontanandosi
da lui. Gli occhi incandescenti sembravano illuminati da dentro, come se
non fosse un essere vivente ma un pupazzo animato. Lo scrittore piegò la
bocca all'ingiù, distolse per quel che poteva la testa e premette i grilletti. Ci
fu un boato che ridicolizzò i precedenti spari del fucile di Carver. Una
fiammata accese l'aria, poi Cynthia sentì odore di pelo bruciato. Il puma
stramazzò su un fianco, quasi totalmente privo della testa. Un fumo sottile
gli si sprigionava dal pelo della schiena e del collo.
Steve agitò le braccia per mantenersi in equilibrio. Marinville, stordito,
fece un tentativo solo simbolico di afferrarlo e Steve, il suo nuovo e simpatico amico, rovinò goffamente a terra.
«Cristo, credo di essermi cacato addosso», annunciò Marinville in tono
quasi ciarliero. Poi aggiunse: «No, sarà stato il vento nelle frasche. Tutto
bene, Steve?»
Cynthia gli si era inginocchiata accanto. Steve si alzò a sedere; si guardò
intorno intontito, e fece una smorfia posandosi la punta della mano sulle
macchie di sangue che gli colorivano le spalle della tuta.
«Credo di sì», rispose cercando di mettersi in piedi. Cynthia gli passò un
braccio intorno alla vita e lo aiutò. «Grazie, capo.»
«Non ci credo», mormorò Marinville. A Cynthia sembrò del tutto naturale per la prima volta da quando lo aveva conosciuto, un uomo che vive
una vita invece di recitare una parte. «Non posso credere di averlo fatto. È
stata quella donna, mi ha fatto vergognare di me. Steve, ma stai bene davvero?»
«Ha dei graffi», disse Cynthia, «anche profondi, ma adesso è più importante che pensiamo al vecchio.»
Entrò Mary con il fucile di Marinville, quello scarico. Lo brandiva per la
canna tenendolo all'altezza di una spalla. La compostezza del suo viso
sembrò a Cynthia quasi paradossale. Osservò la scena, ora più onirica che
mai, attraverso il velo del fumo che si era sparso dappertutto, dopodiché
corse da Billingsley, che fece altri due tentativi di entrare nel muro e finalmente crollò dalle ginocchia in su, appoggiando dapprima la faccia al
muro e quindi strisciandola sulle piastrelle.
Ralph fece per posare una mano sulla spalla di Steve, vide il sangue e si
accontentò di afferrargli il bicipite. «Non ho potuto», si scusò. «Volevo,
ma non ho potuto. Dopo i primi due colpi avevo paura di ferire te. Quando
finalmente ti sei girato e ho avuto l'occasione buona, è arrivato Marinville.»
«Tutto a posto», minimizzò Steve. «Tutto è bene quel che finisce bene.»
«Glielo dovevo», dichiarò lo scrittore con un'esuberanza che Cynthia
trovò nauseante. «Non fosse stato per me, adesso non sarebbe qui in questo...»
«Correte!» esclamò Mary con la voce rotta. «Gesù, come sanguina!»
Si riunirono tutti intorno a Mary e Billingsley. Mary lo aveva rovesciato
sulla schiena e vedendolo Cynthia inorridì. Aveva perso quasi completamente una mano, con tutte le dita mangiate eccetto il mignolo. Ma lo spettacolo peggiore era quello offerto dagli squarci sul collo e sulla spalla, dai
quali il sangue sgorgava a fiotti. Eppure era cosciente, i suoi occhi erano
luminosi e svegli.
«Vestito», bisbigliò roco. «Vestito.»
«Non cercare di parlare, nonno», lo apostrofò Marinville. Raccolse la
torcia per illuminarlo. Nella luce le sue condizioni apparvero ancora più
gravi. Vicino alla testa aveva una grande pozza di sangue. Cynthia non capiva come potesse essere ancora vivo.
«Ho bisogno di qualcosa per tamponare le ferite», disse Mary. «Non statevene lì impalati, aiutatemi, se non fermiamo subito l'emorragia, questo
muore!»
Troppo tardi, bella mia, pensò Cynthia in silenzio.
Steve vide quello che sembrava uno straccio in un lavabo e lo afferrò.
Era in realtà una maglietta molto vecchia con su Joe Camel. La ripiegò in
due e la porse a Mary. Lei annuì, la piegò ancora una volta e la schiacciò
sul collo di Billingsley.
«Vieni», disse Cynthia a Steve prendendolo per un braccio. «Torniamo
sul palcoscenico. In mancanza di altro, posso almeno lavarti quelle ferite
con l'acqua del bar. Ce n'è a sufficienza sulla mensola in bass...»
«No», bisbigliò il vecchio. «Restate! Dovete... sentire.»
«Non puoi parlare», protestò Mary. Schiacciò con più energia il tampone
di fortuna sulla ferita. La maglietta stava già diventando scura. «Non smetterai più di sanguinare se parli.»
Lui alzò gli occhi su di lei. «Troppo tardi...» La sua voce era sempre più
roca. «Muoio.»
«Niente affatto, che stupidaggine.»
«Muoio», ripeté lui e si mosse con una convulsione violenta sotto le sue
mani. La sua schiena ferita produsse contro le piastrelle un rumore di
sciacquio che fece venire la nausea a Cynthia. «Avvicinatevi... tutti quanti... e ascoltatemi.»
Steve lanciò un'occhiata a Cynthia. Lei si strinse nelle spalle, poi si inginocchiarono entrambi davanti alle gambe del vecchio, di fianco a Mary Jackson. Dall'altra parte si acquattarono Marinville e Carver.
«Non dovrebbe parlare», insisté Mary, ma con scarsa convinzione.
«Lasciamogli dire quello che vuole», tagliò corto Marinville. «Allora,
Tom?»
«Troppo corto... per un incontro... di lavoro», bisbigliò Billingsley. Li
guardava, pregandoli con gli occhi di capire.
Steve scosse la testa. «Non ci sono.»
Billingsley s'inumidì le labbra. «L'ho vista solo un'altra volta con un vestito. È per questo che ho impiegato tanto ad accorgermi di che cosa... non
quadrava.»
Mary sussultò. «Ma sì, aveva detto che doveva vedere il direttore amministrativo! Quello arriva da Phoenix per ascoltare il suo rapporto su una
questione importante, qualcosa che si traduce in un sacco di quattrini, e lei
si mette un vestito così corto da far vedere le mutande ogni volta che accavalla le gambe? Non credo proprio.»
Il sudore rotolava sulle guance pallide e ruvide di barba di Billingsley
come grandi lacrime. «Mi sento così stupido», ansimò. «Ma non è tutta
colpa mia. No. Non la conoscevo abbastanza da parlarci assieme. Non c'ero l'unica volta che è venuta in ambulatorio a prendere della pomata. Sempre vista da lontano e qui le donne sono quasi sempre in jeans. Ma ci sono
arrivato. Sì. Ci sono arrivato e poi ho bevuto e me lo sono dimenticato di
nuovo.» Guardò Mary. «Il vestito doveva essere lungo giusto... quando lo
ha messo. Vedi? Capisci?»
«Che cosa diavolo sta dicendo?» brontolò Ralph. «Come sarebbe a dire
che era lungo giusto quando lo ha messo e poi diventa troppo corto per un
incontro di lavoro?»
«Più alta», bisbigliò il vecchio.
Marinville guardò Steve. «Che cosa? Mi è sembrato che dicesse...»
«Più alta», ripeté Billingsley. Pronunciò le parole con grande precisione
prima di tossire. Ormai la maglietta ripiegata contro il collo era fradicia.
Ruotò gli occhi sui loro volti. Girò la testa su un fianco, sputò sangue e la
crisi di tosse passò.
«Dio del cielo», gemette Ralph. «È come Entragian? È questo che stai
dicendo? Quella donna è come lo sbirro?»
«Sì... no», sussurrò Billingsley. «Non sono sicuro. L'avrei... capito subito... ma...»
«Tom, pensi che possa aver assorbito una dose minore della stessa cosa
che ha colpito il poliziotto?» domandò Mary.
Lui le rivolse uno sguardo di gratitudine e le strinse la mano.
«Di certo non si sta sciogliendo come lo sbirro», osservò Marinville.
«Non in modo tale che noi possiamo vederlo», precisò Ralph. «Oppure
non ha ancora cominciato.»
Billingsley allungò lo sguardo oltre Mary. «Dove... dove...»
Poi riprese a tossire e non poté finire, ma non era necessario. Gli altri si
scambiarono un'occhiata trepidante e Cynthia si girò. Audrey non era lì.
E nemmeno David Carver.
4
1
La cosa che era stata Ellen Carver, ora più alta, sempre con il distintivo
ma senza il cinturone, sostava sui gradini dell'ingresso del municipio a
guardare a nord nella via coperta di sabbia, oltre il semaforo che danzava
sospeso sull'incrocio. Da lì non vedeva il cinematografo, ma sapeva dov'era. Soprattutto sapeva che cosa stava succedendo dentro il cinema. Non
tutto, ma abbastanza da prenderla molto male. Il puma non era riuscito a
chiudere la bocca dell'ubriacone in tempo, ma almeno ayeva allontanato
gli altri dal bambino. Peccato però che il bambino era riuscito, almeno per
il momento, a eludere l'altro suo emissario.
Dov'era andato? Non lo sapeva, non lo vedeva, e da ciò avevano origine
la sua collera e la sua paura. Lui era la fonte. David Carver. Quel dannato
merdoso pretino. Avrebbe dovuto ucciderlo quando era ancora dentro il
poliziotto e aveva avuto l'occasione propizia, avrebbe dovuto farlo fuori
sulla scaletta del suo dannato caravan e lasciarlo in pasto agli avvoltoi. Ma
non lo aveva fatto e sapeva perché. C'era una zona d'ombra intorno a Mastro Carver, una dimensione occulta. Quella aveva salvato la vita al pretino.
Strinse i pugni. Il vento rinforzò alzando come una bandiera i capelli color rosso oro e corti di Ellen Carver. Perché è qui? Perché uno come lui è
venuto qui? È stato un incidente? O qualcuno ce l'ha mandato?
Perché sei qui tu? Tu sei un incidente? Qualcuno ha mandato te?
Erano domande inutili. A lui bastava sapere qual era il suo scopo, tak ah
lah. Chiuse gli occhi di Ellen rivolgendoli dapprima dentro di sé, ma solo
per un secondo, perché le sensazioni erano spiacevoli. Quel corpo aveva
già cominciato a cedere. Non era tanto un problema di decomposizione
quanto di perdita di intensità. La forza che conteneva, can de lach, cuore
dell'informe, lo sgretolava letteralmente con i suoi battiti... e i sostituti erano fuggiti.
Per colpa del pretino.
Il merdoso pretino.
Rivolse lo sguardo all'esterno cercando di non pensare al sangue che colava sulle cosce di quel corpo o alle pulsazioni che cominciava ad avere
nella gola o alle ciocche di capelli che gli restavano attaccate alle unghie
quando grattava la testa di Ellen.
Inviò invece lo sguardo nella sala del cinematografo.
Ciò che vide gli giunse in immagini sovrapposte, frammentarie e talvolta
contraddittorie. Era come guardare un multischermo televisivo riflesso in
un mucchio di cocci di vetro. Principalmente guardava attraverso gli occhi
dei ragni che si andavano infiltrando, ma c'erano anche mosche, scarafaggi, topi che sbirciavano dai buchi nei muri e pipistrelli appesi all'alto soffitto della sala. Questi ultimi proiettavano strane immagini bidimensionali
che erano in realtà echi.
Vide l'uomo del camioncino, quello che era arrivato a Desperation di sua
spontanea volontà, e la sua ragazza tornare sul palcoscenico alla testa del
drappello. Il padre chiamava a gran voce il figlio, ma il figlio non rispondeva. Lo scrittore si portò sul bordo del palcoscenico, si mise le mani intorno alla bocca e gridò il nome di Audrey. E Audrey dov'era finita? Impossibile saperlo. Non poteva vedere attraverso gli occhi di lei come vedeva con quelli di creature inferiori. Di sicuro era andata a cercare il ragazzino. Possibile che lo avesse già trovato? Pensava di no. Lo avrebbe sentito.
Batté una mano sulla coscia di Ellen in un gesto di ansia e stizza, lasciando un livido istantaneo come una zona marcia sulla buccia di una mela, poi tornò a concentrarsi sul cinema. Vide che si era sbagliato, l'effetto
prismatico della sua visione lo aveva ingannato in un primo tempo dandogli l'impressione che fossero tutti tornati sul palcoscenico.
Mary non c'era, era rimasta con il vecchio Tom. Se Ellen avesse potuto
raggiungerla mentre gli altri erano ancora occupati a cercare Audrey e David, si sarebbe risparmiato un sacco di problemi nel prossimo futuro. Non
ne aveva bisogno ora, il corpo attuale era ancora funzionante e lo sarebbe
stato per qualche tempo, ma non voleva correre il rischio che lo tradisse in
un momento cruciale. Molto meglio, più sicuro, se...
L'immagine che gli si disegnò nella mente era quella di una ragnatela
con molte mosche imbozzolate. Mosche drogate ma non morte.
«Razioni d'emergenza», bisbigliò l'antico con la voce di Ellen Carver
nella lingua di Ellen Carver. «Sii gentile, bel bambino, lancia un osso al
cagnolino.»
E la scomparsa di Mary avrebbe demoralizzato gli altri, avrebbe minato
l'ottimismo che potevano aver ritrovato per essere riusciti a scappare, aver
trovato un rifugio e aver ucciso il puma. Aveva messo in conto quest'ultima eventualità; del resto erano armati e il puma era un essere in carne e os-
sa, sarx e soma e pneuma, non un'entità astratta chiamata sulla terra dalle
vastità metafisiche. Ma chi avrebbe mai previsto che a ucciderlo sarebbe
stato quel presuntuoso fanfarone?
Ha chiamato quell'altro con un telefono che si portava addosso. Anche
questo non avevi previsto. L'hai capito solo quando hai visto arrivare il
camioncino giallo.
Sì e non essersi accorto del telefono era stata una svista, di cui si era reso
responsabile quando si era trovato di fronte alla mente di Marinville, nella
quale avrebbe dovuto leggere senza la minima difficoltà, però non si rimproverava più che tanto. Al momento l'obiettivo principale era stato quello
di mettere sottochiave quel parolaio e sostituire il corpo di Entragian prima
che si disfacesse del tutto. Ed era un peccato che avesse perso Entragian,
perché Entragian era forte.
Comunque se voleva prendere Mary, non avrebbe avuto a disposizione
un momento più favorevole. E forse mentre si occupava di lei, Audrey avrebbe trovato il bambino e lo avrebbe ucciso. Sarebbe stato meraviglioso.
Niente più problemi allora. Niente più stratagemmi. Avrebbe sostituito Ellen con Mary e sistemato gli altri con tutta calma.
E poi? Quando l'attuale (e limitata) scorta di corpi si fosse esaurita? Sarebbe andato a prelevare altri viaggiatori? Forse. E quando in città fosse arrivata altra gente, gente curiosa, a vedere che cosa diavolo stava succedendo a Desperation? Inutile fasciarsi la testa prima di romperla. La cosa aveva scarsa memoria e ancor meno interesse per il futuro. Per ora gli sarebbe
bastato portare Mary al China Pit.
Tak scese dai gradini del municipio, diede un'occhiata all'auto di pattuglia e attraversò la strada a piedi. Non avrebbe preso la macchina, non per
quella commissione. Arrivato sul marciapiede opposto si mise a correre a
lunghe falcate, sollevando la sabbia da sotto le scarpe da tennis che erano
state squarciate sui lati da piedi divenuti troppo grandi.
2
Audrey li sentiva in palcoscenico chiamare David... e lei. Presto si sarebbero sparpagliati per cercarli. Erano armati e quindi pericolosi. L'eventualità di essere uccisa non la turbava, non molto, comunque, non tanto
quanto all'inizio, ma l'idea che potesse avvenire prima che lei avesse ucciso il bambino la preoccupava. Per il puma la voce della cosa venuta dalla
terra era stata come un amo; nella mente di Audrey Wyler era come un
serpente rivestito di acido, che s'insinuava dentro di lei e scioglieva la personalità della donna che era stata in quel corpo via via che l'avviluppava.
Quella sensazione di scioglimento era molto piacevole, come un cibo morbido e dolce. Non era stato così all'inizio, all'inizio aveva sofferto, era stato
come soccombere a una febbre violenta, ma dopo che aveva raccolto un
numero sufficiente di can tah (come un bambino che partecipa a una caccia al tesoro), il fastidio era passato. Ora le interessava solo trovare il bambino. Tak, l'informe, non osava entrare in contatto con lui, così doveva farlo lei.
In cima alle scale, la donna che era stata alta un metro e settanta il giorno in cui Tom Billingsley l'aveva vista da lontano per la prima volta si
fermò a guardarsi in giro. Non avrebbe dovuto vedere niente, perché c'era
una sola finestra e la luce che filtrava attraverso i vetri sudici era quella del
semaforo e di un isolato e debole lampione davanti a Bud's Suds, ma la sua
vista era migliorata progressivamente a ogni can tah che aveva trovato o
aveva ricevuto. Ora vedeva quasi come un gatto e il corridoio per lei non
aveva segreti.
Le persone che avevano frequentato quella parte dell'edificio erano state
molto meno ordinate di Billingsley e i suoi amici. Invece di raccogliere le
bottiglie, le avevano fracassate lanciandole negli angoli e invece di disegnare pesci fantastici e cavalli sbuffanti, avevano decorato i muri con
grandi pittogrammi. In uno, primitivo come se disegnato dalla mano di un
cavernicolo, si vedeva un neonato deforme e cornuto appeso a una gigantesca mammella. Sotto c'era una rima: PICCOLINO BIRICHINO
TRULLALLÀ, HAI PAPPATO LA TETTINA DI MAMMÀ. Su entrambi
i lati del corridoio si erano accumulati rifiuti di ogni genere, sacchetti e
carte, pacchetti di sigarette vuoti, bustine che avevano contenuto preservativi. Un profilattico usato era appeso al pomolo della porta con la scritta
DIREZIONE, rinsecchito nei suoi fluidi solidificati come una lumaca morta.
La porta della direzione era alla sua destra. Dirimpetto c'era quella con
la scritta CUSTODE. Più avanti a sinistra c'era un'altra porta senza contrassegni e poi un arco con una scritta, la cui vecchia vernice nera si era
parzialmente desquamata. Nemmeno i suoi occhi riuscirono a capire che
parola fosse, ma quando fu più vicina di qualche passo ancora riuscì a leggerla: GALLERIA. Il passaggio era stato chiuso con delle assi, che in un
punto però erano state strappate via e accatastate su un lato. Al centro dell'arco era appesa una pornobambola quasi completamente sgonfia, con i
capelli biondi, un buco bordato di rosso per bocca e una rudimentale vagina glabra. Aveva un cappio al collo, annerito dal tempo. Sempre dal collo,
sulle flaccide tette di plastica, le pendeva un avviso scritto a mano che
sembrava vergato da un bambino della prima elementare. Era decorato da
un teschio con gli occhi rossi e due ossi incrociati. NON ENTRATE QUI,
diceva. PRONTO A CROLLARE. SUL SERIO. Di fronte all'ingresso della galleria c'era una nicchia in cui un tempo doveva esserci stato un piccolo
bar. In fondo al corridoio c'erano altri gradini che salivano nell'oscurità.
Alla cabina di proiezione, pensò.
Chiuse la mano sul pomolo della porta con la scritta DIREZIONE e appoggiò la fronte al legno. Fuori il vento gemette come un moribondo.
«David?» chiamò sottovoce. Fece una pausa in ascolto. «David, mi senti? Sono Audrey, David. Audrey Wyler. Voglio aiutarti.»
Nessuna risposta. Aprì la porta e vide un locale vuoto con un vecchio
manifesto di Gangster Story alla parete e un materasso strappato sul pavimento. Sempre con un pennarello, sotto il manifesto qualcuno aveva scritto: IO DORMO TUTTO IL GIORNO, DI NOTTE VADO E TORNO.
Poi provò la stanza del custode. Non era molto più grande di un ripostiglio e completamente vuota. La porta senza scritte si apriva su un locale
che poteva essere stato quello dove venivano conservate le scorte. Il suo
naso (ora più sensibile, come gli occhi) colse l'odore di vecchi popcorn.
C'erano molte mosche morte ed escrementi di topo, ma nient'altro.
Si fermò davanti all'arco, spostò con un braccio la bambola appesa e
guardò fuori. Da lì non vedeva il palcoscenico, solo la metà superiore dello
schermo. La ragazza pelle e ossa chiamava ancora David, ma gli altri avevano smesso. Poteva non significare nulla, ma non le andava non sapere
dove fossero.
Concluse che doveva esserci del vero nell'ammonimento appeso al collo
della bambola. I sedili erano stati tolti e si vedevano bene le ondulazioni
del pavimento; le fece ricordare una poesia che aveva letto all'università,
qualcosa a proposito di una nave dipinta su un oceano dipinto. Se il monello non era in galleria, era da qualche altra parte. Ma vicino. Non poteva essersi allontanato più che tanto. E non era in galleria, su questo non c'erano
dubbi: senza le poltroncine, non c'erano nascondigli, né c'erano tende dietro le quali celarsi, nemmeno un pezzetto di velluto.
Audrey lasciò ricadere il braccio con cui teneva ferma la bambola semisgonfia, che prese a dondolare, in un lento cigolio sordo del cappio intorno
al collo. La fissava con gli occhi inespressivi. Il foro che aveva per bocca,
una bocca con un solo scopo, sembrava deriderla. Guarda che cosa stai facendo, le pareva dicesse Frieda Fottibambola. Dovevi diventare la geologa
più pagata di tutto il paese, titolare della propria ditta di consulenze prima dei trentacinque anni, vincere magari il Premio Nobel prima dei cinquanta... non erano questi i sogni? La massima erudita del devoniano, la
laureata summa cum laude la cui tesi sulle stratificazioni tettoniche è stata
pubblicata su Geology Review dà la caccia ai bambini nei corridoi di cinematografi semidiroccati. E non un bambino qualsiasi, in questo caso.
Un bambino speciale, nello stesso modo in cui avevi sempre presunto di
essere speciale tu. E se lo trovi, Aud, che succederà? Quel bambino è forte.
Afferrò il cappio e diede uno strattone, strappando la vecchia corda e insieme con essa un ciuffo di capelli. La bambola cadde a faccia in giù ai
suoi piedi. Con un calcio la spedì in galleria. Compì un alto arco nel buio
prima di ricadere. Non più forte di Tak, pensò. Non m'importa che cos'è, in
ogni caso non è forte come Tak. Non è più forte nemmeno dei can tah. Ora
questa è la nostra città. Al diavolo il passato e i sogni del passato; questo è
il presente ed è dolce. Dolce è uccidere, prendere, possedere. Dolce è governare, anche nel deserto. Il bambino è solo un bambino. Gli altri sono
solo cibo. Ora qui c'è Tak e lui parla con la voce di epoche più antiche;
con la voce dell'informe.
Guardò le scale in fondo al corridoio. Annuì, infilandosi la mano destra
nella tasca del vestito a toccare le cose che conteneva, a muoversele contro
la coscia. Era nella cabina di proiezione. Sulla porta c'era un grosso lucchetto, dunque dove altro poteva essere?
«Him en tow», bisbigliò incamminandosi. I suoi occhi erano dilatati, le
dita della mano destra si muovevano in continuazione nella tasca del vestito. Da sotto i polpastrelli saliva un rumore tenue, un tintinnio sordo.
3
I ragazzi che avevano usato la galleria dell'American West per fare bisboccia fino a quando non era crollata la scala antincendio erano dei sudicioni, ma per le loro bravate avevano usato soprattutto il corridoio e l'ufficio della direzione; le altre stanze erano relativamente integre e la zona riservata al proiezionista, composta da cabina di proiezione, piccolo ufficio
e minuscola toilette, era rimasta quasi esattamente come quel giorno del
1979 quando cinque fumatori di sigarette del Nevada Sunlite
Entertainment erano entrati, avevano smontato i proiettori a filamento di
carbonio e li avevano trasferiti a Reno, dove languivano ancora in un magazzino pieno di attrezzature analoghe, come idoli caduti in disgrazia.
David era in ginocchio, a capo chino, occhi chiusi, le mani premute insieme davanti al mento. Il linoleum polveroso sotto di lui era più chiaro di
quello che lo circondava. Poco più avanti c'era un secondo rettangolo più
chiaro. Erano i punti in cui erano vissuti i vecchi proiettori, sferraglianti
dinosauri che in certe sere d'estate portavano la temperatura della cabina a
sfiorare i cinquanta gradi. Alla sua sinistra c'erano le feritoie dalle quali
avevano spedito le loro lame di luce e proiettato le loro ombre gigantesche:
Gregory Peck e Kirk Douglas, Sophia Loren e Jayne Mansfield, un giovane Paul Newman che giocava al biliardo, un'anziana ma ancora brillante
Bette Davis che torturava la sorella sulla carrozzina.
Per terra, qua e là, c'erano riccioli impolverati di pellicola come serpenti
morti. Alle pareti c'erano vecchie fotografie e locandine. In una di queste si
vedeva Marilyn Monroe ferma su una grata della metropolitana nell'atto di
cercare di trattenere la gonna. Sotto una freccia disegnata a mano che indicava le sue mutandine, uno spiritoso aveva scritto: Inserire con cura l'Asta
A nella Fessura B e assicurarsi che l'attrezzo sia ben saldo e non possa
scivolare fuori. C'era uno strano odore di decadimento, non esattamente di
muffa, ma nemmeno di vecchio e di chiuso. Era un odore di coagulo, di
qualcosa prima marcito in una maniera esuberante e poi asciugatosi.
David non si accorgeva del cattivo odore più di quanto sentisse Audrey
che pronunciava sottovoce il suo nome dal corridoio che correva dietro la
galleria. Era andato lassù quando gli altri erano corsi ad aiutare Billingsley
(persino Audrey era andata ad affacciarsi dietro le quinte sulle prime, forse
per assicurarsi che tutti gli altri si fossero allontanati) perché si era sentito
quasi soverchiare dal bisogno di pregare. Aveva pensato che questa volta
gli sarebbe bastato trovare un posto tranquillo dove aprirsi: era Dio che voleva parlare con lui e non viceversa. E aveva trovato il posto che gli sembrava adatto. Prega nell'intimità di casa tua e non in strada, diceva la Bibbia, e David pensava che fosse un consiglio eccellente. Ora aveva una porta chiusa fra sé e tutti gli altri e poteva aprire quella che aveva dentro.
Non aveva paura di essere spiato da ragni o serpenti o topi; se Dio desiderava che il loro fosse un colloquio privato, così sarebbe stato. Il problema vero era la donna trovata da Steve e Cynthia. Per qualche motivo lo
rendeva nervoso e aveva la sensazione che il suo stato d'animo fosse contraccambiato. Aveva desiderato allontanarsi da lei, così era sgattaiolato via
dal palcoscenico scendendo in platea e percorrendo di corsa il passaggio
centrale. Era già passato sotto la galleria pericolante e aveva raggiunto l'atrio prima che Audrey tornasse da dietro le quinte per cercarlo. Dall'atrio
era salito al primo piano e lì si era semplicemente lasciato guidare dalla
sua bussola interiore... o forse da quella che il reverendo Martin chiamava
la «voce calma e sommessa».
Era entrato nella cabina di proiezione, dove non aveva visto i riccioli di
vecchia pellicola e le locandine appese, non aveva fiutato l'odore che poteva essere di fantasie di celluloide cotte dal sole del deserto. Si era fermato
su quel pezzo di linoleum più chiaro, contemplando per un momento i
grossi fori agli angoli dell'altro rettangolo, quelli attraverso i quali una volta erano passati i bulloni che avevano tenuto fermo il proiettore al suo posto. Gli ricordarono
(vedo buchi come occhi)
qualcosa, che gli fluttuò per qualche istante nella mente e subito si disperse. Falso ricordo, ricordo vero, intuizione? Tutti e tre? Nessuno dei
tre? Ma aveva smesso subito di chiederselo, non ci aveva pensato più. Era
lì per uno scopo preciso e importante, mettersi in contatto con Dio, se ci
riusciva. Mai ne aveva sentito la necessità come ora.
Sì, gli rispose la voce pacata del reverendo Martin. È questo il momento
in cui le tue fatiche dovrebbero essere ricompensate. Ti tieni in contatto
con Dio quando la tua dispensa è piena per poterlo raggiungere quando è
vuota. Quante volte te l'ho ripetuto per tutto l'inverno e la primavera?
Molte. Sperava solo che Martin, che beveva più di quanto avrebbe dovuto e di cui forse non ci si poteva fidare fino in fondo, gli avesse detto la verità e non gli avesse invece ripetuto quegli slogan che suo padre chiamava
«le solite balle della vita». Lo sperava con tutto il cuore e tutta la mente.
Perché c'erano altri dei a Desperation.
Ne era sicuro.
Cominciò la sua preghiera come sempre, non a voce alta ma nella mente,
formulando parole chiare, pulsazioni di pensiero regolari: Guarda dentro
di me, Dio. Sii in me. E parla dentro di me, se è questo che vuoi, sia fatta
la tua volontà.
Come sempre nei momenti in cui sentiva più forte il bisogno di Dio, la
parte più esposta della sua mente era serena, ma nella parte più profonda,
dove la fede era in guerra costante contro il dubbio, palpitava il terrore che
non ci fosse risposta. Il problema era abbastanza semplice. Ancora adesso,
dopo tante letture e preghiere e lezioni, persino dopo quello che era acca-
duto al suo amico, dubitava dell'esistenza di Dio. Aveva davvero Dio usato
lui, David Carver, per salvare la vita di Brian Ross? Perché Dio avrebbe
dovuto fare una cosa così stravagante? Non era più probabile che quello
che il dottor Waslewski chiamava miracolo clinico e che lui considerava
una preghiera esaudita fosse nient'altro che una coincidenza clinica? La
gente poteva creare ombre che sembravano animali, ma erano pur sempre
ombre, piccoli trucchi di mani e luce. Non era probabile che la stessa cosa
fosse anche Dio? Una fra tante ombre leggendarie?
Strinse più forte le palpebre concentrandosi e cercando di sgombrare la
mente.
Vedi dentro di me. Sii in me. Parlami, se questa è la tua volontà.
E scese una strana tenebra. Non aveva mai sperimentato nulla di simile.
Si accasciò contro la parete, gli occhi gli si rovesciarono a mostrare il
bianco e le mani gli caddero in grembo. Dalla gola gli scaturì un lungo
verso gutturale. Fu seguito da un mormorio come di chi parla nel sonno
che forse solo sua madre avrebbe saputo decifrare.
«Cazzo», borbottò. «Abbiamo la mummia alle calcagna.» Poi si ammutolì appoggiato al muro con un rivolino argentato quasi sottile come il filo
tessuto da un ragno che gli scivolava dall'angolo di quella che era ancora
essenzialmente la bocca di un bambino. Fuori della porta che aveva chiuso
per restare solo con Dio (una volta c'era un chiavistello, ma ora era impossibile sprangarla), si udirono ora i passi di una persona che si stava avvicinando. Alla porta si fermarono. Ci fu una prolungata pausa d'ascolto, poi il
pomolo cominciò a ruotare. La porta si aprì. Apparve Audrey Wyler. I suoi
occhi si sgranarono quando si posarono sul bambino svenuto.
Entrò nell'aria viziata della piccola cabina, richiuse la porta e cercò qualcosa, un oggetto qualunque, da inserire sotto la maniglia per impedire che
la si potesse aprire dall'esterno. Un'asse, una seggiola. Non li avrebbe tenuti lontani a lungo se fossero saliti lassù, ma anche un minimo di margine
avrebbe potuto fare la differenza tra successo e fallimento. Ma non c'era
niente.
«Merda», mormorò. Guardò il bambino sentendo senza eccessivo stupore di avere paura di lui. Di avere paura persino di avvicinarglisi.
Tak ah wan! La voce nella sua testa.
«Tak ah wan!» Questa volta dalla sua bocca. Assenso. Insieme ineluttabile e accorato.
Scese i due gradini all'interno della porta nella cabina vera e propria,
torcendo la bocca a ogni scricchiolio sotto i piedi, e si avvicinò a David in
ginocchio, con la testa contro il muro tra le finestrelle. Continuava ad aspettarsi di vedere i suoi occhi spalancarsi all'improvviso, occhi che sarebbero stati densi di energia color blu elettrico. La mano destra nella tasca
schiacciò ancora una volta i can tah, traendone forza, poi, con riluttanza, li
abbandonò.
S'inginocchiò a sua volta davanti a David, con le dita fredde e tremanti
intrecciate davanti a sé. Com'era brutto! E l'odore che emanava era ancora
più ripugnante. Naturale che avesse cercato di stare alla larga da lui, sembrava una gorgone e puzzava come carne marcia in una pentola di latte inacidito.
«Pretino», disse. «Brutto pretino.» La sua voce aveva assunto un timbro
che non era né maschile né femminile. Forme nere avevano cominciato a
muoversi piano sotto la pelle delle sue guance e della fronte come le ali
semitrasparenti di piccoli insetti. «Questo è quello che avrei dovuto fare la
prima volta che ho visto la tua faccia da rospo.»
Le mani di Audrey, forti e abbronzate, tagliate e graffiate qua e là in
conseguenza del suo lavoro, si chiusero intorno al collo di David Carver.
Gli occhi del bambino fremettero quando le mani gli strinsero la trachea e
gli fermarono il respiro, ma solo una volta.
Solo una volta.
4
«Perché hai smesso?» chiese Steve.
Era al centro di quell'improbabile soggiorno scenico accanto all'elegante
vecchio bancone che era stato la mescita al Circle Ranch. Il suo desiderio
più ardente in quel momento era una camicia pulita. Aveva sofferto il caldo per tutta la giornata (definire il condizionatore d'aria del Ryder sottodimensionato sarebbe stato un atto di carità), ma ora si sentiva gelare. L'acqua con cui Cynthia gli lavava le ferite alle spalle gli colava sulla schiena
facendolo rabbrividire. Almeno era riuscito a dissuaderla dall'usare il
whisky di Billingsley per medicarlo come una ragazza da saloon che cura
un cowboy in un vecchio film.
«Mi è sembrato di vedere qualcosa», rispose Cynthia sottovoce.
«Ti è sembrato forse di vedere un gatto?»
«Molto divertente.» Cynthia alzò la testa e urlò: «David! Daaaaavid!»
Erano soli sul palcoscenico. Steve aveva voluto aiutare Marinville e
Carver a cercare il ragazzino, ma Cynthia aveva preteso di lavargli prima
quelli che chiamava «i buchi nella tua corteccia». I due uomini erano
scomparsi nell'atrio. Marinville si muoveva con una baldanza tutta nuova e
il modo in cui portava il fucile aveva indotto Steve a ricordare un altro tipo
di vecchi film, quelli in cui il cacciatore bianco ormai brizzolato ma eroico
supera mille perigli nella giungla e riesce infine a staccare uno smeraldo
grande come un uovo di struzzo dalla testa di un idolo che veglia su una
città morta.
«Cosa? Che cos'hai visto?»
«Non saprei. Una cosa strana. Su in galleria. Per un momento ho pensato
che fosse... be', non metterti a ridere, ora. Mi è sembrato un corpo sospeso
a mezz'aria.»
A un tratto qualcosa in lui cambiò. Non fu come se si fosse accesa una
luce, ma piuttosto come se una luce si fosse spenta. Si dimenticò del bruciore alle ferite che aveva sulle spalle, ma all'improvviso la sua schiena diventò più gelida che mai. Per la seconda volta quel giorno ricordò la gioventù a Lubbock e come sembrava che il mondo intero si fermasse prima
che dalle pianure giungessero i nubifragi con il loro carico talvolta mortale
di vento e grandine. «Non mi viene affatto da ridere», mormorò. «Andiamo lassù.»
«Probabilmente era solo un'ombra.»
«Io non credo.»
«Steve? Stai bene?»
«No. Sto male come quando siamo arrivati in città.»
Lei lo guardò con allarme. «D'accordo. Ma non abbiamo un fucile...»
«Al diavolo.» La ghermì per un braccio. I suoi occhi erano febbrili, la
bocca serrata. «Ora! Cristo, adesso c'è qualcosa che non va proprio per
niente. Non lo senti?»
«Io... può darsi. Non devo chiamare Mary? È di là con Billingsley...»
«Non c'è tempo. Vieni o resta. Fai tu.»
Si ricompose la tuta sulle spalle, saltò giù dal palcoscenico, inciampò, si
appoggiò a una poltroncina della prima fila per ritrovare l'equilibrio e partì
di corsa nel passaggio centrale. Quando arrivò in fondo alla platea,
Cynthia era dietro di lui, di nuovo per nulla sfiatata. Magra sì, ma in gran
forma, la fanciulla.
Dal botteghino stavano uscendo il suo principale e Ralph Carver. «Siamo andati a dare un'occhiata in strada», l'informò Johnny. «La tempesta è
definitivamente... Steve? Ma che cosa c'è?»
Senza rispondergli, Steve si guardò intorno, trovò le scale e si buttò da
quella parte. Vagamente era ancora sorpreso dalla subitaneità con cui era
stato colto da quella sensazione di pericolo. Soprattutto era solo impaurito.
«David! David, rispondimi se mi senti!»
Niente. Uno squallido corridoio disseminato di rifiuti correva dietro la
vecchia galleria, di fronte al cui ingresso c'era la nicchia di un piccolo bar.
In fondo vedeva una rampa di scale strette. Lì non c'era nessuno. Eppure
era nitida la sensazione che qualcuno ci fosse stato e solo poco tempo prima.
«David!» gridò.
«Steve?» Era Carver. Sembrava spaventato quanto lui. «Che cosa c'è? È
successo qualcosa a mio figlio?»
«Non lo so.»
Cynthia abbassò la testa per passare sotto il braccio di Steve e corse all'ingresso della galleria. Steve la seguì. Dal culmine dell'arco pendeva un
pezzo di corda strappata che dondolava ancora.
«Guarda!» esclamò Cynthia. Lì per lì Steve pensò che la cosa raggomitolata in galleria fosse un cadavere, poi riconobbe l'aspetto posticcio dei
capelli. Una bambola. Con un cappio intorno al collo.
«È questa che avevi visto?» le chiese.
«Sì. Qualcuno deve aver strappato la corda e poi forse l'ha lanciata.» Girò verso di lui un viso contratto dalla tensione. In un mormorio così tenue
che lui non poté udirla, bisbigliò: «Dio, Steve, non mi piace affatto».
Steve indietreggiò di un passo, guardò a sinistra (il suo principale e il
padre di David lo guardavano con ansia, stringendo le armi al petto), poi a
destra. Di là, gli bisbigliò il cuore... o forse era stato il naso a cogliere un
vago residuo di Opium. Lassù. Dev'esserci la cabina di proiezione.
Partì di corsa, subito seguito da Cynthia. Salì le scale e stava allungando
la mano al pomolo della porta quando si sentì trattenere. Era Cynthia che
lo aveva afferrato per la tuta.
«Il ragazzo ha una pistola. Se lei è lì con lui, potrebbe avergliela presa.
Sii prudente, Steve.»
«David!» urlò Carver. «David, stai bene?»
Steve fu sul punto di rispondere a Cynthia che non c'era tempo di essere
prudenti, che ne era passato troppo da quando avevano perso di vista David... ma non c'era nemmeno tempo per parlare.
Ruotò il pomolo e diede una spinta potente con la spalla, aspettando di
incontrare la resistenza di un meccanismo di serratura o altro. La porta si
spalancò. Steve volò dentro la cabina.
Di fronte a lui, contro il muro in cui si aprivano le feritoie per la proiezione, c'erano David e Audrey. Le palpebre di David erano semichiuse, ma
nelle fessure si vedeva solo il bianco degli occhi. Il colorito del suo volto
era quello orribile di un cadavere, ancora verdognolo dei residui di sapone,
ma soprattutto grigio. Gli si andavano allargando macchie color lavanda
sotto gli occhi e sugli zigomi. Si martellava le mani sulle gambe in uno
spasmo ritmico. Mandava fiochi suoni strozzati dalla bocca. Audrey gli
stringeva la gola nella mano destra con il pollice affondato nelle carni cedevoli sotto il mento sul lato destro e le dita premute sul lato sinistro. Il
suo volto grazioso era scomparso, trasformato ora in una maschera di odio
e furore come Steve non aveva mai visto in vita sua; sembrava che la malvagità le avesse scurito la pelle. Nella sinistra stringeva la calibro .45 che
David aveva usato per uccidere il coyote. Fece fuoco tre volte, poi il cane
batté a vuoto.
I due gradini all'interno della cabina risparmiarono quasi certamente a
Steve un altro buco nella sua corteccia già messa a dura prova e forse gli
salvarono la vita. Cadde in avanti come quando si sbaglia a contare i gradini e tutt'e tre le pallottole gli passarono sopra la testa. Una si conficcò
nello stipite alla destra di Cynthia trapuntandole di schegge l'esotica acconciatura.
Audrey levò un grido di frustrazione che aveva qualcosa di lupesco.
Scagliò la pistola scarica contro Steve, che simultaneamente scartò e alzò
una mano per schiaffeggiarla via. Poi si avventò di nuovo sul bambino riprendendo a strangolarlo con entrambe le mani e scuotendolo come un pupazzo. Le mani di David smisero bruscamente di tamburellare e gli si abbandonarono sulle gambe, inerti come stelle di mare morte.
5
«Paura», gracchiò Billingsley. Fu, per quel che Mary poté testimoniare,
la sua ultima parola. I suoi occhi cercarono quelli di lei, febbrili e un po'
confusi. Il vecchio cercò di dire qualcos'altro e produsse solo un debole
gorgoglio.
«Non aver paura, Tom. Sono qui con te.»
«Ah. Ah.» Gli occhi del vecchio si girarono da una parte all'altra, poi
tornarono a fermarsi sul suo viso e lì si bloccarono. Inalò un respiro profondo, lo espulse, ne prese un altro solo a metà, lo esalò... e non ne trasse
un terzo.
«Tom?»
Nient'altro che un refolo più violento e una scarica di sabbia contro il
muro esterno.
«Tom!»
Lo scrollò. La sua testa si piegò mollemente da una parte e dall'altra, ma
gli occhi rimasero fissi in quelli di lei in un'espressione che la raggelò; le
ricordavano gli occhi in certi dipinti in cui sembra che il ritratto ti segua
con lo sguardo dovunque ti sposti nella stanza. In un punto imprecisato
dell'edificio, ma molto lontano, sentiva il roadie di Marinville chiamare
David. Anche la ragazza gridava. Pensava che avrebbe dovuto unirsi a loro, aiutarli a rintracciare David e Audrey, ma non si sentiva di lasciare
Tom prima di essere sicura che fosse morto. Non che avesse dubbi in proposito, ma non era come in Tv, quando si sapeva...
«Aiuto?»
La voce, interrogativa e così debole da non riuscire quasi a sovrastare il
vento in fase calante, la fece trasalire comunque. Si schiacciò la bocca con
la mano per non gridare.
«Aiuto? C'è qualcuno? Vi prego... aiutatemi... sono ferita.»
Una voce di donna. La voce di Ellen Carver? Mio Dio, era proprio lei?
Sebbene fosse rimasta solo per poco in compagnia della madre di David,
Mary si sentì sicura immediatamente dopo averlo pensato. Si alzò con un'ultima occhiata alla faccia distorta e agli occhi vitrei del povero Tom Billingsley. Le si erano irrigidite le gambe e barcollò.
«Vi prego...» gemette la voce all'esterno. Era nel vicolo dietro il cinema.
«Ellen?» chiamò, rammaricandosi all'improvviso di non saper parlare
come un ventrìloquo. Le pareva di non potersi più fidare di nulla ora,
nemmeno di una donna spaventata e ferita. «Ellen, sei tu?»
«Mary!» Più vicino adesso. «Sì, sono io, Ellen. Tu sei proprio Mary?»
Mary aprì la bocca, poi la richiuse. C'era Ellen Carver là fuori, lo sapeva, ma...
«David sta bene?» domandò la donna che le parlava dal buio. La sentì
ricacciare indietro un singhiozzo. «Dimmi di sì, ti prego.»
«Per quel che ne so io, sta bene.» Mary si avvicinò alla finestra infranta,
passando intorno alla pozza del sangue del puma. Guardò fuori. Vide Ellen
Carver nel vicolo. Non stava bene. Era accasciata sul braccio sinistro che
si reggeva con il destro contro il seno. La parte del viso che Mary riusciva
a vedere era bianca come gesso. Le colava sangue dal labbro inferiore e da
una narice. Alzò su Mary occhi così scuri e disperati da non sembrare
nemmeno umani.
«Come sei riuscita a scappare da Entragian?» le chiese Mary.
«Non sono scappata. Entragian è... è morto. Dissanguato. Eravamo in
macchina, mi stava portando alla miniera, credo. La macchina è uscita di
strada e si è ribaltata. Una delle portiere si è aperta ed è stata una fortuna,
altrimenti sarei rimasta chiusa là dentro come un insetto in un barattolo.
Sono... sono tornata in città a piedi.»
«Che cos'hai fatto al braccio?»
«È rotto», rispose Ellen, piegandosi ancora di più su se stessa. C'era
qualcosa di poco attraente nella sua posa, le faceva pensare a un troll che si
rannicchia per nascondere contro di sé un sacchetto di oro rubato. «Mi aiuti a entrare? Voglio vedere mio marito e voglio vedere anche David.»
Una voce protestò nella mente di Mary, le gridò che c'era qualcosa che
non andava, ma quando Ellen alzò verso di lei il braccio sano e Mary vide
com'era sporco di terra e di sangue e come tremava di fatica, il suo cuore
fondamentalmente buono ebbe il sopravvento sulla lucertola diffidente dell'istinto che viveva nei recessi del suo cervello. Quella donna aveva perso
la figlioletta uccisa da un folle, era sopravvissuta a un incidente automobilistico mentre veniva portata con tutta probabilità alla sua morte, aveva un
braccio fratturato ed era tornata a piedi in mezzo a una tempesta di sabbia
in una città piena di cadaveri. E la prima persona in cui si imbatte si fa
prendere da una crisi di fifa e si rifiuta di aiutarla?
Oh, no, pensò. No categorico. E, forse a sproposito: Non è così che mi
hanno cresciuto i miei genitori.
«Non puoi entrare da questa parte, è pieno di vetri rotti. È... è saltato
dentro un animale. Se torni indietro di qualche passo troverai un'altra finestra, quella dell'altro gabinetto. Da lì è meglio. Ci sono anche delle casse
su cui salire. Ti aiuto io. Va bene?»
«Sì. Grazie, Mary. Meno male che ho trovato te.» Le labbra di Ellen si
distesero in un sorriso orrendo, un misto di gratitudine, umiltà leccapiedi e
forse terrore. Si allontanò a testa bassa e schiena curva. Solo dodici ore
prima era la signora Brava Mammina e Mogliettina in viaggio per una bella vacanza piccolo borghese a Lago Tahoe, dove intendeva probabilmente
indossare i nuovi acquisti da villeggiatura della Talbot's sui nuovi coordinati di biancheria intima della Victoria's Secret. Di giorno sola con i figli,
di notte sesso con il compagno sicuro e fidato di sempre, cartoline alle amiche: ci stiamo divertendo, l'aria è così pulita, mi piacerebbe che ci fossi
anche tu. Ora era una profuga, una megera di guerra senza età in fuga da
qualche spaventoso bagno di sangue nel deserto.
E Mary Jackson, la dolce principessina (vota per i democratici, dona il
sangue ogni due mesi, scrive poesie), aveva davvero meditato se lasciarla
là fuori a gemere nel buio in attesa di essersi consultata con gli uomini.
Che cosa significava, dunque? Che era rimasta coinvolta anche lei nella
medesima guerra, ne dedusse. Così si pensava, così ci si comportava,
quando ne diventavi protagonista in prima persona. E allora no, lei si sarebbe ribellata, si sarebbe distinta.
Attraversò il corridoio attenta a eventuali grida che provenissero dalla
sala. Non udì nulla. Poi, mentre apriva la porta dell'altro gabinetto, risonarono tre spari. Lontananza e muri ne ridussero l'intensità, ma li aveva riconosciuti senz'altro per quello che erano. Seguirono delle grida. Mary si
bloccò, sentendosi tirare in due direzioni diverse da forze che si uguagliavano. A deciderla fu il pianto sommesso che proveniva dalla finestra.
«Ellen? Che cos'è successo?»
«Sono così stupida, ecco che cos'è successo, che sono stupida! Ho battuto il braccio rotto nel mettere una cassa sopra l'altra!» Poi la donna all'esterno, un'ombra indistinta sul vetro smerigliato, si mise a piangere più forte.
«Resisti, sarai dentro in un batter d'occhio», la confortò Mary accorrendo alla finestra. Tolse le bottiglie di birra che Billingsley aveva disposto
sul davanzale e stava per sollevare il telaio mentre rifletteva su come meglio assistere Ellen risparmiandole altri guai al braccio, quando ricordò che
cos'aveva detto Billingsley del poliziotto: che era più alto. Dio del cielo,
aveva esclamato il padre di David sbarrando gli occhi per lo sgomento. È
come Entragian? È come lo sbirro?
Forse ha un braccio rotto, considerò con maggior freddezza Mary, forse
è vero. D'altra parte...
D'altra parte camminare curvi in quel modo era un buon stratagemma
per dissimulare la propria statura, no?
La lucertola che di solito soggiornava sulla parete di fondo del suo cervello spiccò un balzo improvviso squittendo di terrore. Mary decise di ritrarsi, di concedersi un momento o due per riflettere meglio... ma prima
che potesse muoversi una mano calda e muscolosa le afferrò un braccio.
L'altra aprì la finestra e tutte le forze di Mary si sciolsero in acqua davanti
al ghigno che la salutò. Il volto era quello di Ellen, ma il distintivo che c'era sotto
(vedo che è un donatore di organi)
apparteneva a Entragian.
Era Entragian. Era Collie Entragian che per qualche misteriosa magia
viveva nel corpo di Ellen Carver.
«No!» strillò indietreggiando nonostante il dolore che le procurarono le
unghie di Ellen, conficcandolesi nelle braccia e traendone sangue. «No, lasciami andare!»
«Non prima di averti sentito cantare Leavin' on a Fucking Jet Piane,
troia», rispose la cosa-Ellen e, mentre trascinava Mary fuori della finestra,
dalle narici le sgorgarono due spruzzi di sangue. Altro sangue le prese a
colare dall'occhio sinistro in un lacrimare gommoso. «Oh, è solo l'alba, le
prime ore del mattino...»
Mary ebbe la confusa sensazione di volare verso la barriera di tavole di
legno dall'altra parte del vicolo.
«Il tassista suona il clacson...»
Riuscì ad alzare in tempo un braccio, ma non del tutto. Urtò le assi con
la fronte e cadde in ginocchio frastornata. Un senso di calore le si diffuse
sulle labbra e sul mento. Benvenuto al club dei nasi rotti, baby, pensò rialzandosi faticosamente in piedi.
«Già mi sento così sola che potrei piangereeeee...»
Mary si tuffò, riuscì a compiere due passi, poi lo sbirro (non riusciva a
considerarlo diversamente, per lei era ancora e sempre lo sbirro, ora con
una parrucca e tette finte) l'afferrò per una spalla strappandole quasi una
manica mentre la faceva ruotare su se stessa.
«Lascia...» cominciò Mary e la cosa-Ellen la colpì al mento, un diretto
secco ed elementare che le spense le luci della coscienza. Sorresse Mary
sotto le ascelle accompagnandone la caduta e attirandola verso di sé.
Quando avvertì l'alito di Mary sulla pelle di Ellen, l'espressione un po' ansiosa che c'era sul suo viso si rasserenò.
«Mamma mia, come mi piace quella canzone», mormorò caricandosi
Mary su una spalla come un sacco di granaglie. «Mi fa sentire tutta languida dentro. Tak!»
Scomparve dietro l'angolo con il suo fardello. Cinque minuti dopo la
Caprice impolverata di Collie Entragian era di nuovo in viaggio verso il
China Pit e la luce dei suoi fari illuminava gli ultimi mulinelli di sabbia
sollevati da un vento ormai stanco. Mentre l'automobile si lasciava alle
spalle l'officina di Harvey e la bodega, nel cielo comparve un sottile e azzurrognolo spicchio di luna.
5
1
Anche nei giorni dell'alcol e della droga la capacità mnemonica di
Johnny Marinville era stata inesorabile. Nel 1986, trovandosi sul sedile posteriore della cosiddetta Partymobile di Sean Hutter (sulla vecchia e grossa
Caddy del '65 Sean batteva East Hampton tutti i venerdì sera con lui e altri
tre amici) era rimasto coinvolto in un incidente fatale. Sean, troppo ubriaco
persino per reggersi in piedi, aveva fatto compiere alla Partymobile due
salti mortali completi cercando di svoltare da Eggamoggin Lane sulla
Route B senza rallentare. La ragazza che gli sedeva accanto era rimasta
uccisa. Sean aveva avuto la spina dorsale polverizzata. Ora la sola Partymobile che guidava era una sedia a rotelle motorizzata di quelle che si
manovrano con il mento. Gli altri erano rimasti feriti solo superficialmente. Johnny se l'era cavata con una milza contusa e un piede rotto e aveva
ottimi motivi per ritenersi fortunato. Ma il punto è che era stato il solo a
ricordare che cosa era accaduto. Incuriosito, aveva interrogato i superstiti,
anche Sean, che non aveva fatto che piangere e chiedergli di andarsene
(Johnny non lo aveva accontentato prima di aver ottenuto ciò che voleva;
che diavolo, pensava, Sean glielo doveva). Patti Nickerson ricordava vagamente di aver sentito Sean dire: «Tenetevi forte, che oggi si vola», un attimo prima che l'automobile si ribaltasse, ma niente di più. Per tutti la memoria si fermava subito prima dell'incidente e riprendeva qualche tempo
dopo, come se qualcuno avesse spruzzato i loro ricordi di amnesia liquida.
Dal canto suo Sean aveva sostenuto di non ricordare niente di quanto era
avvenuto dopo che quel pomeriggio era uscito dalla doccia e aveva asciugato il vapore sullo specchio per potersi radere. Da quel momento in avanti
era tutto nero fino a quando si era risvegliato in ospedale. Era possibile che
mentisse, ma Johnny non lo credeva. Lui invece ricordava tutto. Sean non
aveva detto: «Tenetevi forte, che oggi si vola»; aveva detto: «Tenetevi, che
giro su una ruota sola». E lo aveva detto ridendo. Aveva continuato a ridere anche quando la Partymobile si stava ribaltando. Ricordava il grido di
Patti: «I capelli! Oh merda, i miei capelli!» e il momento in cui gli era
piombata sull'inguine con una mazzata da togliergli il fiato. Ricordava l'urlo di Bruno Gartner. E il fragore del tetto della Partymobile che crollava
nell'abitacolo sulla testa di Rachel Timorov, infilandogliela nel collo e aprendogliela come una corolla ossea. Era stato uno scricchiolio secco e so-
noro, come un cubetto di ghiaccio sotto i denti. Ricordava tutto. Sapeva
che faceva parte del mestiere di scrittore, ma non sapeva dire se fosse costituzione o formazione, causa o effetto. Forse non aveva importanza. Però
ricordava tutto anche quand'era confuso come gli ultimi trenta secondi di
un grande spettacolo pirotecnico. Gli eventi sovrapposti gli si separavano
automaticamente nella memoria riordinandosi già nel momento in cui avevano luogo, come residui ferrosi che si allineano sotto la trazione di una
calamita. Fino alla sera in cui Sean Hutter era uscito di strada Johnny non
aveva desiderato niente di diverso. Niente di diverso aveva desiderato dopo di allora... fino a oggi. In quel momento un po' di amnesia liquida da
spruzzare sulle vecchie cellule adibite alla memoria gli avrebbero fatto
molto comodo.
Quando Audrey fece fuoco vide un nugolo di schegge staccarsi dallo
stipite della porta della cabina di proiezione e infilarsi nei capelli di
Cynthia. Sentì il fischio di un proiettile che gli passava a pochi centimetri
dall'orecchio destro. Vide Steve, in ginocchio ma incolume, pararsi con la
mano quando la donna gli scagliò contro la rivoltella scarica. Vide lei che
arricciava il labbro superiore e ringhiava a Steve come un cane rabbioso e
riprendeva a stringere le mani intorno al collo del ragazzino.
Vai! gridò a se stesso. Vai, presto! Come hai fatto prima, quando hai
sparato al puma!
Ma non riusciva. Vedeva tutto ma non poteva muoversi.
Poi i particolari cominciarono a sovrapporsi, ma la sua mente si adoperò
con tenacia a metterli in sequenza, disporli secondo un ordine, coordinarli
in un disegno coerente, come una narrazione. Vide Steve saltare su Audrey
gridandole di lasciare il bambino, prenderla per il collo con una mano e afferrarle i polsi con l'altra. Contemporaneamente lui stesso fu catapultato
oltre la ragazza con i capelli bicolore come se fosse stato sparato da un
cannone in un numero da circo. Era stato Ralph a colpirlo alle spalle urlando il nome del figlio a pieni polmoni.
Volò giù dal dislivello dei due gradini con le ginocchia piegate, convinto
di dover mettere in conto una serie di fratture in tutto il corpo, convinto
che il bambino stesse morendo se non era già morto, convinto che la mente
di Audrey Wyler avesse ceduto allo stress spingendola a credere che David
Carver fosse il poliziotto o un suo scagnozzo... e per tutto il tempo i suoi
occhi continuarono a registrare e il suo cervello continuò a ricevere immagini e a immagazzinarle. Vide com'erano divaricate le gambe muscolose di
Audrey, vide com'era tesa la stoffa della sua sottana. Vide anche che sa-
rebbe atterrato vicino a lei.
Toccò il pavimento con un piede, come uno schettinatore che ha dimenticato gli schettini. Gli cedette il ginocchio. Non contrastò il proprio slancio piombando sulla donna e afferrandola per i capelli. Lei spostò la testa
di scatto cercando di mordergli la mano. Nello stesso istante (ma la sua
mente pretendeva che fosse l'istante successivo, desiderosa come sempre di
ricomporre quella follia in qualcosa di coerente, scandire i fatti secondo un
filo narrativo), Steve le strappò le mani dalla gola del bambino. Johnny vide i segni bianchi lasciati dalle sue dita mentre concludeva il suo volo. I
denti di Audrey lo mancarono e questa fu la buona notizia; ma contemporaneamente lui perse la presa sui suoi capelli e questa era quella brutta.
Mentre lui rovinava contro il muro, lei mandò un grido gutturale. Il suo
braccio s'infilò in una delle finestrelle per la proiezione, sbucando in sala
fino alla spalla, e per un momento temette con orrore di finire per intero
dall'altra parte... e poi giù e tanti saluti. Era naturalmente impossibile, la
feritoia non era abbastanza larga, ma lo pensò lo stesso.
In quello stesso momento (di nuovo la sua mente sostenne che era il
momento dopo, l'evento dopo, la frase seguente) Ralph Carver urlò: «Giù
le mani da mio figlio, bastarda!»
Johnny sfilò il braccio dall'apertura e si girò appoggiando la schiena al
muro. Vide Steve e Ralph che insieme trascinavano via la donna sbraitante. Vide David accasciato contro la parete che scivolava piano piano, con
quei segni che gli spiccavano bianchi sul collo. Vide Cynthia scendere nella cabina cercando di guardare dappertutto.
«Prendi il bambino, capo!» ansimò Steve. Lottava con Audrey, stringendole ancora i polsi in una mano mentre l'agganciava con l'altra intorno alla
vita. Lei si dibatteva come un puledro selvaggio. «Prendilo e portalo fuori
da...»
Audrey strillò e si divincolò da Steve. Quando Ralph fece un goffo tentativo di bloccarla per il collo con una presa da tergo, lei lo respinse violentemente con una manata sotto il mento. Indietreggiò di un passo, vide
David e ringhiò di nuovo scoprendo i denti. Si preparò ad aggredirlo.
«Provati a toccarlo e ti ammazzo», l'ammonì Ralph. «Giuro.»
Oh, facciamola finita, pensò Johnny prendendo il ragazzino tra le braccia. Era caldo, inerte, pesante. La sua schiena, già provata da mezzo continente percorso in sella a una moto, gli inviò uno scricchiolio di avvertimento.
Audrey guardò Ralph come sfidandolo a mantenere la promessa, poi
fletté i muscoli per balzare su Johnny. Prima che potesse muoversi, Steve
le era di nuovo addosso. L'afferrò ancora una volta per la vita, poi ruotò sui
piedi portandola con sé. Audrey lo investì con un prolungato e roco miagolio che gli fece stridere le otturazioni nei denti.
A metà della seconda piroetta, Steve la lasciò andare. Audrey volò all'indietro come un sasso scagliato da una frombola, continuando a ruotare
su se stessa. Cynthia, che era dietro di lei, si buttò carponi con la velocità
di una consumata monella. Audrey la urtò con i polpacci e ruzzolò sulla
sua schiena, finendo distesa sul rettangolo più chiaro dell'altro proiettore.
Momentaneamente stordita li guardò attraverso il groviglio dei capelli.
«Portalo via da qui, capo!» insisté Steve agitando una mano in direzione
dei gradini davanti alla porta. «Quella non è normale! È come gli animali!»
Come sarebbe a dire, come gli animali? pensò Johnny. È un animale
anche lei, punto e basta. Sentiva che cosa gli stava gridando Steve, ma non
si avviò verso la porta. Ancora una volta sembrava incapace di muoversi.
Audrey si rialzò da terra, appoggiandosi all'angolo. Non aveva smesso di
arricciare il labbro superiore in un ringhio feroce. I suoi occhi infuocati si
spostarono da Johnny al bambino svenuto tra le sue braccia, a Ralph, poi a
Cynthia, che rialzatasi si premeva contro il fianco di Steve. Johnny rimpianse il Rossi e il Ruger .44. Erano entrambi nell'atrio, appoggiati al botteghino, dal quale si dominava abbastanza bene la strada, ma che era troppo angusto perché fosse agevole entrarvi armati. E né lui, né Ralph avevano pensato di riprendere i fucili prima di salire in cabina. Credeva ora
che una delle lezioni più raccapriccianti tra quelle impartite loro da quell'incubo era la constatazione di quanto gravemente fossero stati impreparati a uscirne vivi. Eppure erano ancora lì. Quasi tutti. Finora.
«Tak ah lah!»
La voce della donna echeggiò terribile e potente, tutt'altra cosa da quella
con cui aveva parlato in precedenza, la sua voce narrante, quella pacata e
spesso impacciata da qualche esitazione. La nuova voce somigliava fin
troppo all'abbaiare di un cane. E stava forse ridendo? Almeno in parte sì,
secondo Johnny. E che cos'erano quelle forme scure che si muovevano sotto la sua pelle? Le stava vedendo davvero?
«Min! Min! Min en tow!»
Cynthia lanciò uno sguardo disorientato a Steve. «Che cosa sta dicendo?» Steve scosse la testa. Cynthia cercò aiuto da Johnny.
«È la lingua dello sbirro», le rispose lui. Tornò nella sua straordinaria
memoria al momento in cui il poliziotto gli aveva aizzato contro un avvoltoio. «Timoh!» esclamò rivolto ad Audrey Wyler. «Candy-latch!»
Quell'ultima non era proprio giusta, ma pensava di esserci andato vicino.
Audrey incassò la testa nelle spalle, intimorita, e per un momento sul suo
viso si disegnò un'espressione molto umana di stupore. Poi sollevò di nuovo il labbro superiore e nei suoi occhi riapparve quella luce forsennata e
ridanciana.
«Che cosa le hai detto?» chiese Cynthia a Johnny.
«Non ne ho idea.»
«Capo, devi portar via quel bambino. Subito.»
Johnny indietreggiò di un passo con l'intenzione di farlo. In quel mentre
Audrey s'infilò una mano in tasca e la estrasse chiusa su qualcosa. Ora lo
stava fissando e fissava solo lui, John Edward Marinville, celebrato romanziere e straordinario pensatore, con quei suoi occhi animaleschi.
Protese il braccio. «Can-tah!» gridò... e rise. «Can tah, can tak! Ciò che
prendi è ciò che sei! Naturale! Can tah, can tak, mi tow! Prendi questo! So
tah!»
Quando aprì la mano e gli mostrò la sua offerta, il clima emotivo nella
sua testa mutò all'istante... e tuttavia continuò a vedere tutto e a riordinarlo,
come quando la dannata Partymobile di Sean Hutter si era ribaltata. Anche
allora aveva continuato a registrare ogni cosa, quando era sicuro di essere
sul punto di morire, e continuò a registrare ogni cosa ora, mentre si sentiva
improvvisamente consumare di odio per il ragazzino che aveva tra le braccia e sopraffare dal desiderio di piantare qualcosa, per esempio le chiavi
della sua moto, nella gola di quel pretino impiccione e aprirlo come una
lattina di birra.
Pensò dapprima che nella sua mano aperta ci fossero tre portafortuna
dall'aspetto insolito, quel genere di gingilli che le ragazze si appendono
ogni tanto ai braccialetti. Ma erano oggetti troppo voluminosi, troppo pesanti. No, non erano pendagli ma sculture, pietre scolpite, lunghe cinque
centimetri. La prima era un serpente. La seconda un avvoltoio con un'ala
spuntata. Occhi sporgenti di follia lo fissavano da sotto la volta calva della
testa. La terza era un topo seduto sui posteriori. L'aspetto di tutti e tre era
di oggetti antichi, corrosi dal tempo.
«Can tah!» gridò Audrey. «Can tah, can tak, uccidi il bambino, uccidilo
ora, uccidilo!»
Steve si mosse. Concentrata com'era su Johnny, lei si accorse di lui solo
all'ultimo istante. Steve le fece volar via i sassi dalla mano. Il serpente si
spezzò in due. Audrey mandò un urlo di orrore e angoscia.
La furia omicida che aveva sconvolto la mente di Johnny si dissipò senza scomparire del tutto. Sentiva gli occhi che volevano girarsi verso l'angolo dov'erano cadute le piccole sculture. Dove lo aspettavano. Non aveva
che da raccoglierle.
«Portalo fuori da qui, porca merda!» tuonò Steve. Audrey si tuffò sui
suoi amuleti. Steve l'afferrò per un braccio e la tirò indietro. La sua pelle
diventava sempre più scura e flaccida. Johnny pensò che il fenomeno che
l'aveva modificata in un primo tempo stesse ora cercando di procedere in
senso inverso... con scarso successo. Si stava... che cosa? Avvizzendo?
Rimpicciolendo? Non riusciva a trovare la parola giusta, ma...
«PORTALO VIA!» urlò di nuovo Steve colpendo Johnny a una spalla.
L'urto lo svegliò. Fece per girarsi e si trovò a tu per tu con Ralph. Prima di
potersi rendere conto di che cosa stava avvenendo, il padre gli aveva strappato il figlio dalle mani e già correva verso l'uscita, goffo ma energico. In
pochi attimi aveva lasciato la cabina di proiezione senza mai guardarsi indietro.
Audrey lo vide uscire. Levò un ululato nel quale questa volta Johnny
sentì tutta la sua profonda disperazione, e cercò di buttarsi di nuovo sulle
sculture. Steve la trattenne. La cabina vibrò di un rumore simile allo sbuffare di un cavallo. Il braccio di Audrey si strappò all'altezza della spalla.
Steve se lo ritrovò in mano come la coscia di un pollo stracotto.
2
Non sembrava che Audrey se ne fosse accorta. Rimasta con un braccio
solo e con il fianco destro del vestito che ora si scuriva di sangue, si lanciò
sui suoi amuleti, continuando a farneticare nella sua strana lingua. Steve
era come paralizzato, con gli occhi sul braccio che gli era rimasto in mano,
un braccio umano, tempestato di rade lentiggini, con un orologio Casio al
polso. Era impietrito anche il suo principale. Non fosse stato per Cynthia,
avrebbe riflettuto in seguito Steve, Audrey sarebbe riuscita a recuperare i
suoi sassi. E Dio solo sa che cosa sarebbe accaduto allora; lui stesso aveva
percepito l'eco della loro forza anche quando Audrey l'aveva focalizzata
tutta su Johnny. E quella volta non aveva percepito niente di sensuale.
Quella volta c'era stata furia omicida e nient'altro.
Prima che Audrey si gettasse in ginocchio nell'angolo e recuperasse i
suoi giocattoli, Cynthia li allontanò con un calcio tempestivo, facendoli ro-
tolare lungo la parete nella quale si aprivano le finestrelle. Audrey ululò di
nuovo e questa volta proiettò dalla bocca un getto di sangue. Girò la testa
verso di loro e Steve vacillò all'indietro, alzando addirittura una mano come per impedire ai propri occhi di vederla.
Il bel viso di Audrey pendeva ora in una sacca di pieghe sovrapposte e
sudate, sulle quali i globi oculari scendevano ad adagiarsi sporgendo da
orbite via via più larghe. La pelle le si dischiudeva qua e là, diventando
sempre più scura. Ma la cosa più straziante non fu lo spettacolo che offriva, la cosa più straziante giunse quando Steve lasciò cadere il braccio incredibilmente caldo che ancora teneva tra le mani e lei si rialzò in piedi.
«Mi dispiace molto», gemette Audrey e nella voce strozzata e indebolita
Steve sentì una donna vera, non quella mostruosità in disfacimento. «Non
volevo fare del male a nessuno, non toccate i can tah. Per nessun motivo
dovete toccarli. State alla larga dai can tah.»
Steve guardò Cynthia. Lei ricambiò lo sguardo e nei suoi occhi sbarrati
Steve lesse i suoi pensieri: Io ne ho toccato uno. Due volte. Ho avuto fortuna?
Molta, pensò Steve. Penso che tu abbia avuto molta fortuna. Penso che
l'abbiamo avuta tutti e due.
Audrey si allontanò dai grigi amuleti sfarinati avanzando verso di loro.
Steve si sentì investire dall'odore saturo di sangue e putrefazione. Si mosse, ma fu solo un accenno, non trovò la forza di prenderla per un braccio e
impedirle di raggiungere la porta e il corridoio... di seguire Ralph e il bambino. Non trovò la forza perché sapeva che le sue dita le sarebbero sprofondate nelle carni.
Cominciò a udire allora tonfi flaccidi, pezzi di Audrey che si liquefacevano e cadevano sul pavimento come una pioggia di tessuti organici. Salì i
gradini e uscì correndo. Cynthia guardò Steve per un momento. Il suo viso
era smagrito e bianco. Lui le passò un braccio intorno alla vita e seguì
Johnny alla porta.
Audrey percorse metà della breve ma ripida rampa di scale che scendeva
al corridoio della galleria, poi cadde. Il rumore che produsse da dentro il
vestito intriso di sangue fu macabro, quasi quello di una secchiata d'acqua.
Eppure era ancora viva. Proseguì strisciando, con i capelli raccolti in nastri
appiccicaticci a nascondere lo spettacolo pietoso dei suoi lineamenti svuotati. In fondo al corridoio, davanti alle scale che scendevano nell'atrio,
stringendosi David al petto, Ralph guardava sopraggiungere la creatura.
«Sparatele!» urlò Johnny. «Per l'amor del cielo, qualcuno le spari!»
«Impossibile», rispose Steve. «L'unica arma che c'era quassù era la rivoltella ma è scarica.»
«Ralph, vai giù! Porta giù David!» insisté Johnny, mentre si avvicinava
alle scale. «Portalo giù prima che...»
Ma la cosa che non era più Audrey Wyler aveva apparentemente perso
ogni interesse per David. Raggiunse l'arco della galleria e appena vi fu
passata sotto, i sostegni di legno, seccatisi nel clima del deserto e consumati da generazioni di termiti, cominciarono a gemere. Steve s'affrettò alle
spalle di Johnny, sempre tenendo Cynthia per la vita. Ralph andò loro incontro. Si riunirono in tempo per vedere la cosa nel vestito inzuppato raggiungere il parapetto della galleria. Audrey era strisciata sopra la bambola
quasi completamente sgonfia pitturandole sul ventre una larga scia di sangue e fluidi organici non meglio definiti. Le grinze nelle labbra di Frieda
espressero forse la sua indignazione per essere stata trattata in quel modo.
Ciò che restava di Audrey Wyler era ancora aggrappato al parapetto e
ancora stava cercando di issarsi oltre di esso per buttarsi dall'altra parte
quando i sostegni cedettero e la galleria si staccò dalla parete con un pauroso boato. Dapprima scivolò in avanti rimanendo al medesimo livello,
come un vassoio o una zattera, strappando le assi dal ciglio del corridoio e
costringendo Steve e gli altri a indietreggiare mentre il vecchio tappeto si
squarciava e sotto di esso si apriva un varco come una faglia sismica. Tra
schiocchi di canniccio, i chiodi stridettero divorziando dalle assi nelle quali erano piantati. Poi, finalmente, la balconata cominciò a inclinarsi. Audrey ruzzolò oltre il parapetto. Per un istante Steve vide i suoi piedi scalciare nella polvere, poi più niente. Un attimo dopo crollava anche la galleria come un lastrone di roccia, piombando con uno schianto dirompente
sulle poltroncine della platea. La polvere ribollì in una miniatura di fungo
atomico.
«David!» gridò Steve. «Dov'è David? Sta bene?»
«Non lo so», rispose Ralph. Li guardò con gli occhi sgranati e lucidi di
lacrime. «Sono sicuro che era vivo quando l'ho portato via dalla cabina, ma
ora non so. Non lo sento più respirare.»
3
Lo spostamento d'aria aveva spalancato tutte le porte della platea e l'atrio
era denso della polvere sprigionata dal crollo della galleria. Portarono David a una delle uscite di sicurezza che si affacciavano sulla strada, dove l'a-
ria che entrava dall'esterno stava diradando più velocemente il polverone.
«Mettilo giù», disse Cynthia. Cercava di pensare a che cosa fare dopo
(diavolo, a che cosa fare prima), ma i pensieri le si impigliavano l'uno nell'altro. «Distendilo come si deve. Diamogli spazio per respirare.»
Mentre adagiava David sulla vecchia moquette, Ralph alzò su di lei occhi frementi di speranza. «Ci... ci capisci qualcosa?»
«Dipende da che cosa intendi», rispose Cynthia. «Di pronto soccorso
qualcosa so dai tempi delle Figlie e Sorelle, anche come si pratica la respirazione artificiale. Ma se mi chiedi se capisco qualcosa di donne che si trasformano in pazze assetate di sangue e poi vanno in putrefazione, la risposta è no.»
«È tutto quello che mi resta», dichiarò Ralph. «Tutto quello che resta
della mia famiglia.»
Cynthia chiuse gli occhi e si chinò su David. Provò subito un sollievo
immenso: sentiva sul viso, debole ma inequivocabile, il tocco del suo fiato.
«È vivo. Lo sento respirare.» Rivolse un sorriso a Ralph. «Non mi sorprende che tu non abbia potuto. Hai la faccia gonfia come una camera d'aria.»
«Già. Dev'essere stato quello. Ma avevo così paura...» Ralph cercò di
contraccambiare il sorriso e non ci riuscì. Mandò allora un sospiro sfiatato
e annaspò trovando in tempo un sostegno nelle assi inchiodate sullo sportello della rivendita di dolciumi.
«Adesso ti aiuto io», mormorò Cynthia. Contemplò il faccino pallido del
bambino. «Voglio solo darti una mano, David. Guadagnare un po' di tempo. Lasci che ti aiuti, vero? Fai il bravo.»
Gli girò con delicatezza la testa su un lato, osservando con una smorfia i
segni delle dita che ancora portava sul collo. In sala precipitò con un nuovo schianto un pezzo di galleria rimasto appeso. Tutti gli altri guardarono
da quella parte, ma Cynthia rimase concentrata su David. Gli aprì la bocca
con le dita della mano sinistra, si chinò e gli pizzicò dolcemente le narici
con la destra. Poi applicò la bocca su quella di lui e soffiò. Il torace del
bambino si alzò più di prima, poi tornò ad abbassarsi quando lei gli liberò
il naso rialzandosi. Gli parlò sottovoce all'orecchio. «Torna da noi, David.
Abbiamo bisogno di te. E tu di noi.»
Gli soffiò di nuovo in gola e mentre lasciava che lui esalasse l'aria di entrambi, ripeté: «Torna da noi, David». Osservò il suo viso. Ebbe l'impressione che la sua respirazione non assistita fosse un pochino più sicura ora e
vide che muoveva gli occhi sotto le palpebre azzurrate, senza però dare se-
gni di risveglio.
«Torna da noi, David. Torna qui.»
Johnny si guardò intorno improvvisamente agitato come se riaffiorato
all'improvviso da una meditazione profonda. «Mary dov'è? Non sarà finita
schiacciata sotto quel putiferio?»
«Perché sarebbe dovuto succedere?» ribatté Steve. «Era con il vecchio.»
«E tu pensi che sia ancora con lui? Dopo tutte quelle urla? Dopo che è
venuta giù niente meno che la galleria, santo cielo?»
«Non hai tutti i torti», gli concesse Steve.
«Che allegria», commentò con cupo sarcasmo Johnny. «Si ricomincia.
Lo sapevo. Andiamo, sarà meglio cercarla.»
Cynthia non li ascoltava. In ginocchio accanto a David, scrutava attentamente il suo viso. «Non so dove sei, figliolo, ma vedi di tornare qui. È
ora di montare a cavallo e cambiare aria.»
Johnny raccolse fucile e carabina. Consegnò quest'ultima a Ralph. «Tu
resta qui con tuo figlio e la ragazza», gli raccomandò. «Torniamo appena
possibile.»
«E se invece non tornate?»
Johnny rimase perplesso per un momento, poi distese le labbra in un sorriso solare. «Brucia i documenti, fracassa la radio e ingoia la tua capsula di
veleno.»
«Come?»
«Che cosa cazzo ne so? Usa il cervello. Una cosa posso dirti con sicurezza, Ralph: appena abbiamo ritrovato la Jackson, in questo posto di noi
si serberà solo il ricordo. Andiamo, Steve. Passiamo sulla sinistra. A meno
che ti punga vaghezza di scalare il Monte Galleria.»
Ralph li guardò uscire, poi si rivolse a Cynthia. «Che cos'ha?» le domandò. «Hai qualche idea? Credi che quella bastarda gli abbia bloccato il
respiro abbastanza da mandarlo in coma? Ha avuto un amico che è stato in
coma, David. Ne è venuto fuori. Tutti hanno detto che è stato un miracolo,
ma io non lo augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Pensi che sia in
coma?»
«Non credo nemmeno che sia del tutto svenuto, meno che mai in coma.
Vedi come muove le palpebre? Direi piuttosto che sta dormendo e sognando... o che è in trance.»
Alzò lo sguardo verso di lui. I loro occhi s'incontrarono per un momento,
poi Ralph s'inginocchiò accanto al figlio, dall'altra parte. Gli ravviò i capelli che gli erano caduti sulla fronte e gli posò un bacio fra gli occhi, dove
la tensione delle sopracciglia aveva creato una piccola ruga. «Ti prego,
David», gli sussurrò. «Torna qui.»
David soffiò aria dalle labbra socchiuse. Sotto le palpebre livide i suoi
occhi si muovevano e muovevano.
4
Nel gabinetto degli uomini trovarono un puma morto con la testa quasi
completamente disintegrata e un veterinario morto con gli occhi sbarrati.
Nel gabinetto delle donne non trovarono niente... o così sembrò a Steve.
«Fai luce qui», lo sollecitò Johnny. Quando Steve puntò la torcia sulla
finestra, aggiunse: «No, non lassù. Per terra».
Steve indirizzò il fascio di luce verso il basso, sulle bottiglie disposte in
piedi a destra della finestra.
«Il segnale d'allarme del vecchio», commentò Johnny. «Tutto intero e
messo accuratamente da parte. Interessante.»
«Io non mi ero nemmeno accorto che le bottiglie non erano più sul davanzale. Bravo, capo.»
«Vieni qui.» Johnny si avvicinò alla finestra e guardò fuori, poi si spostò
per far spazio a Steve. «Cerca di tornare con la mente al momento del tuo
arrivo in questo bucolico palazzo dei sogni, Steven. Che cos'è stata l'ultima
cosa che hai fatto prima di entrare in questo gabinetto? Ricordi?»
Steve annuì. «Sicuro. Avevamo impilato due casse per arrivare alla finestra. Io ho spinto giù quella superiore pensando che se lo sbirro fosse venuto qua dietro e le avesse trovate una sull'altra avrebbe capito subito dove
c'eravamo nascosti.»
«Troppo giusto. E adesso che cosa vedi invece?»
Steve usò la torcia anche se non ne avrebbe avuto bisogno; il vento era
caduto quasi del tutto e la polvere si era ridepositata quasi completamente.
C'era persino un accenno di luna.
«Sono di nuovo impilate», rispose e si girò a guardarlo allarmato. «Merda! Mentre noi eravamo alle prese con David è venuto Entragian. È entrato
e...» L'ha portata via, stava per aggiungere, ma vide Johnny scuotere la testa e si ammutolì.
«Non è così che la vedo io.» Johnny gli prese la torcia e illuminò di
nuovo la fila di bottiglie. «Tutte intere. Posate in ordine di fianco alla finestra. Chi è stato? Audrey? No, perché lei era andata dall'altra parte, correva
dietro a David. Billingsley? Non è possibile, considerate le condizioni in
cui era prima di morire. Ci resta solo Mary, ma lo avrebbe mai fatto per lo
sbirro?»
«Ne dubito.»
«Anch'io. Credo che se avesse visto quel pazzo presentarsi qui dietro sarebbe venuta di corsa ad avvertirci urlando come una forsennata. E come
mai le casse sono di nuovo una sopra l'altra? Ho fatto un'esperienza molto
personale di Collie Entragian. È alto almeno due metri, forse di più. Non
avrebbe avuto bisogno di una seconda cassa per arrivare alla finestra. Secondo me se sono di nuovo una sopra l'altra è perché la persona con cui
abbiamo a che fare era più bassa oppure ha voluto elevarsi dal vicolo abbastanza da poter afferrare agevolmente Mary. O le due cose insieme. Forse
sto pretendendo troppo nella mia ricostruzione, però...»
«Dunque potrebbero essercene degli altri. Altri come Audrey.»
«È possibile, ma non credo che si possa arrivare a quella conclusione da
quanto possiamo vedere con i nostri occhi. Dico solo che non può aver
spostato quelle bottiglie per uno sconosciuto. Nemmeno fosse stato un
bambino in lacrime. Secondo me sarebbe venuta a chiamare noi.»
Steve illuminò con la torcia il pesce di Billingsley, così allegro e vivace
nel buio del locale. Non si meravigliò di scoprire che non gli piaceva più
tanto quanto prima. Ora era come una risata in una casa stregata o un
clown a mezzanotte. Spense la luce.
«Che cosa stai pensando, capo?»
«Smettila di chiamarmi così, Steve. Non mi è mai andato a genio.»
«D'accordo, allora. Che cosa stai pensando, Johnny?»
Johnny si guardò intorno per assicurarsi che fossero ancora soli. Il suo
volto, dominato dal naso storto e gonfio, era stanco e concentrato. Mentre
si faceva cadere nella mano tre compresse di aspirina e le ingoiava senz'acqua, Steve fece una constatazione stupefacente: Marinville era ringiovanito. Dopo tutte le traversie passate, ora sembrava più giovane.
Johnny deglutì di nuovo, reagendo con una smorfia al sapore cattivo del
medicinale vecchio e mormorò: «La mamma di David».
«Che cosa?»
«Può essere. Pensaci un momento. Vedrai come viene fuori bene... in
tutto il suo orrore.»
E Steve vide come tutto si accordava alla situazione. Non sapeva fino a
che punto si poteva credere alla storia raccontata da Audrey Wyler, ma sapeva che a un certo punto quella donna era stata... cambiata dai sassi che
chiamava can tah. Cambiata? Ammorbata, piuttosto, contagiata da una ter-
ribile rabbia degenerante. E quello che era accaduto a lei poteva essersi ripetuto su Ellen Carver.
Si trovò a un tratto a sperare che Mary Jackson fosse morta. Una triste
sorte, d'accordo, ma in un caso come quello forse la morte era auspicabile,
no? Meglio che cadere vittima dei can tah. Meglio di quello che, a quel
che sembrava, accadeva quando i can tah ti venivano sottratti.
«Ora che si fa?» chiese.
«Ce ne andiamo da questo posto. Con qualunque mezzo.»
«Sono d'accordo. Se David è ancora svenuto, lo porteremo via a braccia.
Andiamo.»
Tornarono verso l'atrio.
5
David Carver scese per Anderson Avenue passando davanti alla scuola
media di Wentworth. Su un lato dell'edificio scolastico, in lettere gialle
spruzzate da una bomboletta spray, c'era scritto IN QUESTI SILENZI
QUALCOSA POTREBBE SORGERE. All'angolo con la Ohio imboccò
Bear Street. Era assurdo, visto che Bear Street e il bosco erano a nove
grandi isolati dalla scuola, ma è così che funzionano le cose nei sogni. Presto comunque si sarebbe svegliato nella sua stanza, a casa, e tutto si sarebbe dissolto.
Davanti a lui c'erano tre biciclette in mezzo alla strada. Erano state rovesciate con le ruote che giravano nell'aria.
«E il Faraone disse a Giuseppe, ho fatto un sogno», raccontò una voce,
«e di te mi hanno detto che tu sei capace di capire un sogno e interpretarlo.»
David guardò dall'altra parte della strada e vide il reverendo Martin. Era
ubriaco e con la barba lunga. Stringeva in una mano una bottiglia di
whisky. Sostava in una pozza gialla di vomito. Guardarlo lo faceva soffrire. I suoi occhi erano vuoti, morti.
«E Giuseppe rispose al Faraone dicendo, non sono io, Dio darà al Faraone una risposta di pace.» Il reverendo Martin alzò la bottiglia per brindare
con lui e bevve. «Vai a prenderli», disse. «Ora scopriremo se sai dov'era
Mosè quando si sono spente le luci.»
David proseguì. Pensò di tornare indietro, poi gli venne un'idea strana
ma persuasiva: se si fosse girato, avrebbe visto la mummia che lo pedinava
al piccolo trotto in un fagotto di bende e in una nuvola di spezie.
Allungò il passo.
Quando oltrepassò le biciclette notò che una delle ruote produceva un
suono penetrante e sgradevole, un cigolio fastidioso. Gli ricordò la banderuola sul Bud's Suds, lo gnomo con la pignatta di oro sotto il braccio. Quello a...
Desperation! Sono a Desperation e questo è davvero un sogno! Mi sono
addormentato mentre cercavo di pregare, sono salito nella cabina del vecchio cinema!
«Sorgerà tra voi un profeta e un sognatore di sogni», disse qualcuno.
David guardò dall'altra parte della strada e vide un felino morto, un puma, appeso a un cartello di limite di velocità. La testa del puma era umana.
La testa di Audrey Wyler. Gli occhi che c'erano in quella testa ruotarono
stancamente su di lui e gli parve che cercasse di sorridere. «Ma se ti dirà,
andiamo a cercare i nostri dei, tu non gli presterai attenzione.»
Distolse lo guardo con una smorfia e lì, sul suo lato di Bear Street, c'era
la piccola dolce Pie sulla veranda della casa del suo amico Brian (la casa di
Brian non era mai stata in Bear Street, ma ora tutto era cambiato). Stringeva tra le braccia Melissa Sweetheart. «Era proprio il Babauone», gli disse.
«Ora lo sai, vero?»
«Sì. Ora lo so, Pie.»
«Cammina un po' più veloce, David. Hai il Babauone alle calcagna.»
L'odore desertico di vecchie bende e spezie era più forte nelle sue narici
e David accelerò ancora. Davanti a lui c'era il varco nei cespugli che segnava l'ingresso della pista Ho Chi Minh. Non c'era mai stato niente a contrassegnarlo, se non qualche volta la griglia di gesso di un gioco della
campana o qualche scritta come KATHI AMA RUSSELL; quel giorno viceversa l'imboccatura era piantonata da un'antica statua di pietra, troppo
grande per essere un can tah, piccolo dio; quello era un can tak, un grande
Dio. Era uno sciacallo con la testa reclinata, la bocca aperta in un ringhio e
grandi occhi un po' comici e pieni di furia. Gli mancava un pezzo di orecchio, sbrecciato o eroso. La lingua nelle fauci non era una lingua bensì una
testa umana, la testa di Collie Entragian, con tanto di cappello da poliziotto
di campagna.
«Guardati da me e non calcare questo sentiero», lo ammonì il poliziotto
nella bocca dello sciacallo. «Mi tow, can de lach: temi l'informe. Ci sono
altri dei oltre ai tuoi... can tah, can tak. Sai che dico la verità.»
«Sì, ma il mio Dio è forte», rispose David, tranquillo. Infilò la mano nella bocca aperta dello sciacallo e afferrò la sua lingua psicotica. Sentì En-
tragian gridare e lo percepì, un urlo che gli vibrò nel palmo. Un attimo dopo la testa dello sciacallo esplose in un lampo silenzioso e senza schegge.
Rimase il corpo di pietra, ancora integro fino alle spalle.
David s'incamminò per il sentiero, vedendo piante che non aveva mai visto in Ohio prima di allora, cactus spinosi e cactus pelosi, yucca, perla del
deserto, erba cali... che chiamavano cespugli rotolanti. Dalla vegetazione
ai bordi del sentiero emerse sua madre. Aveva la faccia nera e avvizzita, un
ammasso di pieghe di cute afflosciata. Gli occhi le pendevano sugli zigomi. Nel vederla in quello stato si sentì riempire di orrore e tristezza.
«Sì, sì, il tuo Dio è forte», gli disse, «non si discute. Ma guarda che cosa
mi ha fatto. Questa forza merita ammirazione? È un Dio che vale la pena
venerare?» Allungò le mani verso di lui mostrandogli i palmi marcescenti.
«Non è stato Dio», ribatté David mettendosi a piangere. «È stato il poliziotto!»
«Ma Dio ha permesso che lo facesse», obiettò lei e un occhio le si staccò
dalla testa cadendo per terra. «Lo stesso Dio che ha consentito a Entragian
di spingere Kirsten giù per le scale e di appendere poi il suo corpo a un
gancio perché tu lo ritrovassi. Che Dio è questo? Volgigli le spalle e accogli il mio. Il mio almeno è sincero sulla sua crudeltà.»
Ma quegli inviti, non solo le lusinghe ma anche il tono di alterigia e minaccia, erano così estranei al ricordo che aveva David di sua madre, che riprese a camminare comunque. Doveva farlo. Aveva la mummia alle calcagna, e la mummia era lenta, sì, ma sospettava che quello fosse uno degli
stratagemmi con cui riusciva a raggiungere le sue vittime: usava la sua antica magia egizia per costellare di ostacoli la sua via.
«Stai lontano da me!» strillò l'essere-madre putrescente. «Stai lontano se
no ti trasformo in pietra nella bocca di un dio! Sarai can tah in can tak!»
«Non lo puoi fare», rispose David, paziente. «E tu non sei mia madre.
Mia madre è con mia sorella, in cielo, con Dio.»
«Che barzelletta!» proruppe indignata la cosa semiliquefatta. La sua voce ora era un gorgoglio, come quella dello sbirro. Parlando sputava sangue
e denti. «Il paradiso è una barzelletta, una frottola di quelle con cui il reverendo Martin si compiace tanto di riempirsi la bocca per ore, se gli comperi da bere, s'intende. Non è più reale dei pesci e dei cavalli di Tom Billingsley! Non mi dirai che te la sei bevuta, eh? Un bambino intelligente come
te? Ci hai creduto? Oh, Davey! Non so se ridere o piangere!» Intanto sorrideva furiosa. «Non c'è cielo e non c'è paradiso, non c'è aldilà di alcun genere... non per quelli come noi. Solo gli dei, can tak, can tah, can...»
Si accorse a un tratto di quale fosse l'intento di quel confuso sermone:
trattenerlo lì. Trattenerlo perché la mummia potesse raggiungerlo e strozzarlo. Afferrò la testa delirante e la schiacciò tra le mani. Si sorprese a ridere mentre lo faceva, perché il suo gesto era così simile alle pratiche che
esercitavano i predicatori fanatici nei programmi televisivi: afferravano le
loro vittime per la testa e si mettevano a sbraitare cose come: «Malattia
vieni FUORI! Tumori venite FUORI! Reumatismi venite FUORI! Nel nome di Geeeeesù!» Ci fu un altro di quei lampi senza rumore e questa volta
non rimase nemmeno il corpo; si ritrovò di nuovo solo sul sentiero.
Riprese il cammino con un'amara tristezza che gli tormentava il cuore e
la mente, mentre pensava alle parole della cosa-madre. Non c'è cielo e non
c'è paradiso, non c'è aldilà di alcun genere, non per quelli come noi. Poteva essere vero e poteva non esserlo, lui non aveva modo di saperlo. Ma la
cosa aveva anche sostenuto che Dio aveva permesso che sua madre e sua
sorella fossero uccise e quello era vero... o no?
Forse. Che cosa può sapere un bambino di questioni così complesse?
Però io so una cosa, che quella è la posizione di ripiegamento sulla quale
ha preferito assestarsi. È la posizione a cui è ricorso quando si è reso conto di non potermi convincere che è stato Dio stesso a ucciderle... che si sarebbe sporto da una nuvola per scagliare loro addosso la sua folgore.
Davanti a lui c'era la quercia con la Vedetta Vietcong. Alla base del
tronco c'era un pezzetto di carta rosso e argento, l'involucro di un 3 Muskies. Si chinò a raccoglierla e se la mise in bocca, succhiando a occhi
chiusi i residui del cioccolato. Prendete e mangiate, sentì dire al reverendo
Martin e quello era un ricordo e non una voce, della qual cosa si rallegrò.
Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi. Aprì gli occhi temendo
di dover vedere, nonostante tutto, la faccia ubriaca e gli occhi morti del reverendo Martin, ma il prete non c'era.
Sputò la carta e si arrampicò sulla Vedetta, avendo ancora sotto il palato
il sapore dolce del cioccolato. Salì accompagnato da una musica rock.
C'era qualcuno seduto a gambe incrociate sulla piattaforma a dominare
dall'alto il bosco di Bear Street. La posa che aveva assunto era così simile
a quella di Brian, con le gambe incrociate e il mento appoggiato ai palmi,
che per un momento David credette che fosse davvero il suo vecchio amico, ora giovane adulto. E pensò di potercela fare. Non avrebbe avuto per
interlocutore niente di più pazzesco del simulacro putrido di sua madre o
del puma con la testa di Audrey Wyler e il confronto sarebbe stato molto
meno sconvolgente.
Il giovane portava una radio appesa con una cinghia alla spalla. Non un
Walkman o uno stereo portatile, era piuttosto un apparecchio molto più
vecchio. Sull'astuccio di pelle c'erano due adesivi circolari, uno era un faccione sorridente, tutto giallo; l'altro il simbolo della pace. La musica proveniva da un piccolo altoparlante esterno. La trasmissione era metallica,
ma il pezzo aveva grinta, ritmica sostenuta, un giro di basso di quelli che
uccidono: «Fammi entrare, baby. Non so che cos'hai. Ma non perdere la
testa, altrimenti sono guai. Sono felice che ce l'abbiamo fatta...»
«Bri?» chiamò mentre si issava sulla piattaforma. «Sei tu?»
Il giovane si voltò. Era snello, capelli bruni sotto un berretto da baseball
degli Yankees, jeans, semplice maglietta grigia e occhialoni riflettenti, nei
quali David vedeva la propria immagine. Era la prima persona tutta umana
che David vedeva in quel... quel qualcosa, che non sapeva che cosa fosse.
«Brian non è qui, David», gli rispose.
«E tu chi sei?» Se lo sconosciuto con gli occhialoni riflettenti avesse
cominciato a marcire o a sanguinare come Entragian, avrebbe abbandonato
l'albero in fretta e furia e al diavolo la mummia che forse lo aspettava nel
bosco. «Questo è il nostro posto. Mio e di Bri.»
«Ma Brian non può essere qui», gli fece notare in tono cordiale il giovane bruno. «Brian è vivo, capisci?»
«No.» Ma temeva di sì.
«Che cosa hai detto a Marinville quando lui ha cercato di parlare ai coyote?»
Gli ci volle qualche momento per rammentare, e non se ne meravigliò,
perché quello che aveva detto non era arrivato da lui, ma attraverso lui.
«Gli ho detto di non parlare loro nella lingua dei morti. Però non ero proprio io che stavo...»
Il giovane con gli occhiali scuri lo zittì con un gesto della mano. «Il modo in cui Marinville ha cercato di parlare ai coyote è più o meno il modo in
cui ci stiamo parlando noi ora: si em, tow en can de lach. Ora capisci?»
«Sì. 'Noi parliamo la lingua degli informi.' La lingua dei morti.» David
cominciò a rabbrividire. «Dunque sono morto anch'io... vero? Sono morto
anch'io.»
«No. Sbagliato. Hai mancato l'ultima svolta.» Il giovane aumentò il volume della radio («Aspetta, baby, lascia che succeda anche a te!») e sorrise. «Spencer Davis Group», lo informò. «La voce è di Steve Winwood. Ti
piace?»
«Sì», rispose David con sincerità. Sentiva che avrebbe potuto ascoltare
quella canzone per tutta la giornata. Gli faceva pensare alla spiaggia, a belle ragazze in bikini.
Il giovane con il berretto degli Yankees ascoltò ancora per un momento,
poi spense la radio. Fu allora che David notò la brutta cicatrice che aveva
all'interno del polso destro, come se avesse cercato di tagliarsi le vene. Poi
rifletté che poteva aver fatto molto più che solo cercare di tagliarsele; non
era quello un luogo di defunti?
Represse un brivido.
Il giovane si tolse il berretto e se ne servì per detergersi il collo dietro la
nuca, poi se lo infilò di nuovo e lo contemplò con un'espressione grave.
«Questa è la Terra dei Morti, ma tu sei un'eccezione. Tu sei speciale. Molto.»
«Chi sei?»
«Non ha importanza. Solo uno del fan club dello Spencer Davis Group,
se vogliamo», rispose il giovane. Si guardò intorno, sospirò, abbozzò una
smorfia. «Ma ti dirò una cosa, giovanotto. Non mi sorprende affatto che la
Terra dei Morti si trovi proprio nelle campagne di Columbus.» Tornò a
guardare lui lasciandosi morire sulle labbra un accenno di sorriso. «Credo
che sia ora di venire al sodo. Non c'è molto tempo. Avrai un po' di mal di
gola quando ti sveglierai, a proposito, e all'inizio ti sentirai forse disorientato. Ti stanno trasportando al camioncino sul quale è arrivato in città Steve Ames. Hanno una gran fretta di abbandonare l'American West, in tutti i
sensi, e non mi sento di biasimarli.»
«Perché tu sei qui?»
«Per assicurarmi che tu sappia perché sei qui tu, David... almeno per
cominciare. Dunque dimmi un po': perché sei qui tu?»
«Non capisco che cosa...»
«Ti prego», lo interruppe il giovane. I suoi occhiali riflettenti mandarono
lampi di sole. «Se non lo sai, sei nella merda fino al collo. Perché sei sulla
terra? Perché Dio ti ha fatto?»
David lo osservò costernato.
«Coraggio, coraggio!» lo incitò spazientito il giovane. «Sono domandine
facili. Perché Dio ti ha fatto? Perché Dio ha fatto me? Perché Dio fa la
gente?»
«Perché lo amino e lo servano», rispose lentamente David.
«Oh, bravo. È già un inizio. E che cos'è Dio? Qual è la tua esperienza
della natura di Dio?»
«Non voglio dirlo.» David si guardò le mani, poi rialzò gli occhi sull'e-
spressione seria del suo interlocutore, quel giovane che gli era così stranamente familiare. «Ho paura di imbrogliarmi.» Esitò poi rivelò che cosa veramente temeva: «Ho paura che Dio sia tu».
L'altro reagì con una risatina mesta. «In un certo senso è anche divertente, ma lasciamo perdere. Rimaniamo concentrati. Che cosa sai della natura
di Dio, David? Qual è la tua esperienza in proposito?»
Con grande riluttanza, David rispose: «Dio è crudele».
Si guardò di nuovo le mani e contò lentamente fino a cinque. Quando
ebbe constatato di non essere stato ancora carbonizzato da un fulmine,
rialzò gli occhi. Il giovane in jeans e maglietta non aveva cambiato espressione, sempre grave come prima, non si era adirato.
«Giusto, Dio è crudele. Noi rallentiamo, alla fine la mummia riesce
sempre a raggiungerci e Dio è crudele. Perché Dio è crudele, David?»
Per un momento non rispose, poi riaffiorò nella sua memoria qualcosa di
tutto quello che gli aveva detto il reverendo Martin, il giorno in cui il televisore nell'angolo trasmetteva un incontro di allenamento di baseball ad
audio spento.
«La crudeltà di Dio serve a raffinare», rispose.
«Noi siamo la miniera e Dio il minatore?»
«Be'...»
«E tutta la crudeltà è buona? Dio è buono e la crudeltà è buona?»
«No, non è buona affatto!» esclamò David. Per un secondo gli apparve
l'immagine orribile di Pie appesa al gancio, Pie che schivava le formiche
sul marciapiede perché non voleva fare loro del male.
«Di che cosa è espressione la crudeltà?»
«Della malvagità. Chi è lei?»
«Non ci pensare. Chi è il padre della malvagità?»
«Il diavolo... o forse quegli altri dei di cui mi ha parlato mia madre.»
«Lascia da parte anche i can tah e i can tak, per ora. Abbiamo ben altra
carne al fuoco, perciò fa' attenzione. Che cos'è la fede?»
Quella domanda non era facile. «La sostanza delle cose in cui si spera, la
prova delle cose non viste.»
«Bene. E qual è lo stato spirituale di chi ha fede?»
«Mah... amore e accettazione. Credo.»
«E che cos'è l'opposto della fede?»
Ancora più difficile, davvero ostica, questa volta. Peggio di una prova
d'esame. Scegli a, b, c o d. E questa volta non c'era nemmeno la possibilità
di scegliere. «Miscredenza?» azzardò.
«No. Non miscredenza ma il rifiuto di credere. Il primo è uno stato naturale, il secondo volontario. E quando uno rifiuta di credere, David, qual è il
suo stato spirituale?»
Rifletté, poi scosse la testa. «Non lo so.»
«Lo sai, lo sai.»
Ci pensò di nuovo e si accorse di avere una risposta. «Lo stato spirituale
di chi rifiuta la fede è la disperazione.»
«Sì! E ora guarda giù, David!»
Guardò e trasecolò vedendo che la Vedetta Vietcong non era più sull'albero. Ora volava come un tappeto magico di assi, sospeso sopra una campagna desolata. Vedeva costruzioni qua e là fra file di piante grigie e macilente. Una era la baracca di lamiere che avevano visto arrivando in città;
un'altra era in realtà un trailer con un adesivo sul paraurti che avvertiva che
il proprietario era un bastardo consumatore di Snapple e nemico di Clinton; un altro era il municipio; un altro ancora il Bud's Suds. Lo gnomo ridente con la marmitta di monete d'oro sotto il braccio spiava da una giungla morta di soffocamento.
«Questo è il campo avvelenato», spiegò il giovane con gli occhiali riflettenti. «A confronto di quello che è successo qui, l'Agente Orange è zucchero filato. Non c'è modo di recuperare questo terreno. Dev'essere distrutto.
Cosparso di sale e rivoltato. Sai perché?»
«Perché si diffonderà?»
«No. Non può. Il male è fragile e stupido, muore subito dopo l'avvelenamento dell'ecosistema.»
«Allora perché...»
«Perché è un'offesa a Dio. Non c'è altra ragione. Nessun risvolto o sottinteso, nessuna scritta in piccolo in fondo alla pagina. Il terreno avvelenato è una perversità ed è un'offesa a Dio. Ora guarda giù di nuovo.»
David ubbidì. Si erano lasciati gli edifici alle spalle. Ora la Vedetta era
sospesa su un alto cratere. Da lassù appariva come un bubbone scoppiato,
la cui infezione era penetrata nella pelle propagandosi nel tessuto sottostante. I bordi sprofondavano in precise linee zigzaganti come scale; in un
certo senso guardarci dentro era come guardare dentro
(cammina un po' più veloce)
una piramide rovesciata. C'erano pini sulle alture del versante sud e c'era
vegetazione più bassa intorno ai bordi, ma le pareti della voragine in sé erano sterili, senza nemmeno un germoglio di ginepro. Sul lato più vicino,
quello che doveva essere il fronte nord, se il terreno avvelenato corrispon-
deva alla cittadina di Desperation, in prossimità del fondo gli ultimi camminamenti erano franati in una lunga lingua di detriti petrosi. Nel punto
dove il terreno aveva ceduto e non distante dall'ampia strada di ghiaia che
scendeva nel cratere, c'era una nera apertura. Vederla provocò a David un
disagio profondo. Era come se un mostro seppellito nel deserto avesse aperto un occhio. Lo metteva a disagio anche la frana tutt'attorno. Perché
aveva un aspetto singolare, come se fosse stata... be'... pianificata.
E in fondo alla voragine, sotto l'apertura frastagliata, c'era una zona adibita a parcheggio dov'erano radunate alcune grosse macchine per gli scavi
e per il trasporto dei minerali insieme con cingolati che somigliavano ai
carri armati della seconda guerra mondiale. Subito accanto c'era una baracca di lamiere arrugginite con un comignolo che spuntava storto dal tetto, BENVENUTI A RATTLESNAKE #2 salutava un cartello sulla porta,
GARANTE DI POSTI DI LAVORO E CONTRIBUTI ALL'ERARIO
DEL NEVADA CENTRALE DAL 195I. A sinistra della baracca di metallo c'era un basso cubo di cemento. La scritta in questo caso era più breve:
POLVERIERA
VIETATO L'ACCESSO AI NON ADDETTI
Tra i due edifici c'era la Caprice impolverata di Collie Entragian. Lo
sportello del posto di guida era aperto e la luce dell'abitacolo illuminava
una scena da mattatoio. Sul cruscotto, di fianco alla bussola, c'era un orsacchiotto di plastica con la testa oscillante.
Poi passarono oltre.
«Tu conosci questo posto, vero, David?»
«È il China Pit, giusto?»
«Sì.»
Si avvicinarono a una parete e David vide che lo scavo era ancora più
desolato del campo avvelenato. Non riusciva a scorgere un solo sasso o affioramento roccioso, tutto era stato sgretolato in macerie giallastre. Dietro
al parcheggio e alle costruzioni c'erano alti cumuli di roccia ancor più minuziosamente frantumata, al di sopra di vasti fogli di plastica nera.
«Quelle sono le discariche», spiegò la sua guida. «Il materiale che vedi
sui fogli di plastica è ganga. Residui. Ma la società non ha ancora finito di
lavorarli. Vedi, contengono ancora minerali vari: oro, argento, molibdeno,
platino. E rame, naturalmente. Soprattutto rame. I depositi sono così diffusi che sembrano vaporizzati. Recuperarli era troppo costoso, ma con l'esau-
rirsi dei giacimenti più importanti in giro per il mondo, quello che una volta era antieconomico è diventato redditizio. Quelle grandi plastiche servono per la raccolta. Il materiale che si vuole recuperare precipita sulla plastica, dalla quale viene successivamente grattato via. È un processo di lisciviazione, ma tu puoi chiamarlo come vuoi che tanto alla fine il risultato
è il medesimo. Continueranno a lavorare finché tutto questo che una volta
era una montagna alta più di duemilacinquecento metri sarà solo polvere
nel vento.»
«Perché ci sono quei gradoni che scendono nello scavo?»
«Vengono utilizzati anche per lo spostamento dei macchinali pesanti, ma
il loro scopo principale è di ridurre al minimo il pericolo di smottamenti.»
«Laggiù però non hanno funzionato molto bene.» David indicò dietro di
sé con il pollice. «E nemmeno quassù.» Si stavano avvicinando a un'altra
zona dove quelle specie di scale gigantesche che scendevano nel sottosuolo erano sepolte da un cumulo di detriti.
«Quello è un punto dove il terreno non era abbastanza solido.» La Vedetta Vietcong sorvolò la zona della frana. Al di là di essa David vide un
reticolo nero che somigliava a una ragnatela. Quando furono più vicini si
accorse che quelli che sembravano i fili di una ragnatela erano tubature in
PVC.
«Poco tempo fa hanno sostituito i diffusori con i colatori.» La sua guida
parlava in un tono di recitazione. David ebbe una sensazione di già vissuto
poi capì perché: il giovane ripeteva quanto già illustrato da Audrey Wyler.
«Sono morte alcune aquile.»
«Alcune?» ribatté David riprendendo la reazione di Billingsley.
«D'accordo, una quarantina in tutto. Poca roba in termini di specie. Non
c'è pericolo di estinzione delle aquile nel Nevada. Vedi con che cosa hanno
sostituito i diffusori, David? Quei grossi tubi sono i condotti di distribuzione. Can tak, potremmo dire.»
«Dei grandi.»
«Già. E quei tubicini tesi come una rete tra i tubi più grandi sono i terminali. Can tah. Fanno gocciolare una soluzione leggera di acido solforico. Libera il minerale... e avvelena il terreno. Tieniti, David.»
La Vedetta Vietcong s'inclinò in virata, muovendosi sempre come un
tappeto magico, e David si aggrappò saldamente ai bordi per non ruzzolare
giù. Non aveva nessuna voglia di finire su quel terreno terribilmente inquinato dove nulla cresceva e rivoli di fluido nerastro scendevano a confluire
sui fogli di plastica.
Scesero di nuovo all'interno del cratere e sorvolarono la baracca arrugginita con il comignolo storto, la polveriera e il gruppo di macchine parcheggiate dove finiva la strada. Nel tratto superiore del versante sud, sopra
l'apertura misteriosa, c'era un'ampia area in cui si aprivano altri fori molto
più piccoli. David calcolò che dovessero essercene almeno una cinquantina. Da ciascuno spuntava un bastone con l'estremità gialla.
«Sembra una colonia di topi del deserto», commentò. «La più grande del
mondo.»
«Questa è una zona di brillamento e i fori che vedi sono quelli che servono per la posa delle cariche», gli spiegò il suo compagno. «Questa è l'area in cui la miniera è effettivamente in attività. Ciascuna di quelle buche è
larga un metro e profonda una decina. Quando è tutto pronto, si cala sul
fondo un candelotto di dinamite con un detonatore. Quello è l'innesco. Poi
ci versi dentro un paio di carriole di ANFO, che sta per nitrato di ammonio
e olio combustibile. Le teste di cazzo che hanno fatto saltare la sede federale di Oklahoma City hanno usato ANFO. Di solito viene preparato in
palle che sembrano caramellone.»
Indicò la polveriera.
«Quella casa matta ne è piena. Non di dinamite, quella l'hanno fatta fuori
tutta il giorno in cui ha avuto inizio questa storia, ma c'è un sacco di
ANFO.»
«Non capisco perché mi racconti tutte queste cose.»
«Non ci pensare e ascolta. Vedi i fori?»
«Sì. Sembrano occhi.»
«Infatti, buchi come occhi. Sono scavati nel porfido, che è una roccia
cristallina. Quando si fa detonare l'ANFO, la roccia va in frantumi. I pezzi
contengono il minerale che si vuole estrarre. Ci sei?»
«Sì, credo di sì.»
«La roccia mineraria viene trasportata ai fogli di raccolta, si fa un bel
cumulo e ci si posa sopra il reticolo di tubicini, alimentati dai tubi portanti,
i can tah e i can tak. Poi comincia il processo di inquinamento e degrado.
Voilà, eccoti servito, non c'è niente di meglio al mondo dell'estrazione per
lisciviazione. Ma guarda che cosa hanno rivelato le ultime mine, David!»
Gli indicò l'apertura più grande e David si sentì invadere lentamente da
un gelo sgradevole e debilitante. Gli pareva che l'apertura lo guardasse, gli
trasmettesse un invito inconsapevole.
«Che cos'è?» domandò sottovoce pensando di averlo già capito.
«La Rattlesnake Numero Uno. Anche nota come Miniera Cinese o Gal-
leria Cinese o Pozzo Cinese. L'ingresso è stato disseppellito dall'ultima serie di brillamenti. Dire che gli operai sono rimasti sorpresi è dir poco, perché nessuno nel settore minerario del Nevada crede veramente a quella
vecchia favola. Ancora all'inizio del secolo la Diablo sosteneva che la
Numero Uno era stata chiusa semplicemente perché il filone si era esaurito. Invece era qui, David. Qui era e qui è ancora oggi. E adesso...»
«È stregata?» domandò David con un brivido. «È così, vero?»
«Oh, sì», confermò il giovane con il berretto da baseball, girando su di
lui i suoi vetri argentati. «Eccome.»
«Se mi hai portato quassù per dirmi qualcosa, non voglio ascoltarti!»
proruppe David. «Voglio che mi riporti indietro! Voglio tornare da mio
padre! Odio tutto questo! Odio essere nella Terra dei...» S'interruppe, colpito da un pensiero orribile. La Terra dei Morti, così l'aveva definita il suo
compagno. Aveva detto che lui rappresentava un'eccezione. Ma ciò significava...
«Il reverendo Martin... l'ho visto mentre andavo al bosco. È...»
Il giovane abbassò per un attimo lo sguardo sulla sua antiquata radio, poi
rialzò la testa e annuì. «Due giorni dopo la tua partenza, David.»
«Era ubriaco?»
«Verso la fine era sempre ubriaco. Come Billingsley.»
«È stato un suicidio?»
«No», rispose il giovane con il berretto degli Yankees e posò una mano
sulle spalle di David in un gesto di affetto. Era calda, quella mano, non era
la mano di un morto. «Perlomeno non è stato un suicidio cosciente. Era
andato in spiaggia con sua moglie. Per un picnic. Lui è andato a fare il bagno subito dopo mangiato e si è allontanato troppo dalla riva.»
«Riportami indietro», bisbigliò David. «Sono stanco di tutta questa morte.»
«Il campo avvelenato è un'offesa a Dio», ripeté il giovane. «So che è una
brutta faccenda, David, ma...»
«Allora che ci pensi Dio a bonificarlo!» esclamò David. «Non è giusto
che venga a chiederlo a me dopo che ha ucciso mia madre e mia sorella...»
«Non è stato lui a...»
«Non m'importa! Non m'importa! Anche se non è stato lui, è rimasto a
guardare senza fare niente per impedirlo!»
«Nemmeno questo è vero.»
David chiuse gli occhi e si tappò le orecchie con le mani. Non voleva
più sentire niente. Si rifiutava di ascoltare ancora. Eppure la voce del suo
compagno lo raggiunse lo stesso. Era inesorabile. Non sarebbe potuto
sfuggire a quella voce più di quanto Giona era riuscito a sottrarsi a Dio.
Dio era inesorabile come un segugio su una traccia fresca. E Dio era crudele.
«Perché sei sulla terra?» Ora la voce sembrava giungere da dentro la sua
testa.
«Non ti sento! Non ti sento!»
«Tu sei stato messo sulla terra per amare Dio...»
«No!»
«... e servirlo.»
«No! Al diavolo Dio! Il suo amore! Il suo servizio! Al diavolo tutto!»
«Dio non può obbligarti a fare nulla che tu non voglia...»
«Basta! Non ti ascolto più, non deciderò più niente! Mi hai sentito? Mi
hai...»
«Ssst. Ascolta!»
Non del tutto contro la propria volontà, David ascoltò.
PARTE QUARTA
China Pit:
Dio è crudele
1
1
Johnny si accingeva a proporre di partire comunque (Cynthia avrebbe
potuto tenere in grembo la testa del bambino e proteggerla dagli scossoni)
quando David alzò le mani e si premette le tempie. Prese un respiro profondo. Pochi istanti dopo aprì gli occhi e li guardò: Johnny, Steve,
Cynthia, suo padre. I due uomini più anziani avevano il volto tumefatto e
livido come quello di pugili alla giornata dopo una nottataccia in qualche
sperduto borgo di provincia; tutti avevano l'aria stanca e impaurita e trasalivano al minimo rumore come cavalli atterriti. I resti sbrindellati dell'Associazione dei Sopravvissuti a Collie Entragian.
«Ciao, David», lo salutò Johnny. «Bentornato. Sei sul...»
«...camioncino di Steve. Fermo vicino al cinema. Siete andati a riprenderlo dalla stazione della Conoco.» David si alzò a sedere, deglutì, fece
una smorfia. «Quella donna deve avermi sballottato come una raganella.»
«Sì», confermò Steve. Lo osservava con attenzione. «Ricordi Audrey
che ti aggrediva?»
«No», rispose David. «Mi è stato riferito.»
Johnny spedì un'occhiata a Ralph, che alzò di qualche centimetro le spalle: Non chiedere a me.
«C'è dell'acqua? La gola mi brucia da morire.»
«Abbiamo lasciato il cinema in fretta e furia e abbiamo portato solo le
armi», si scusò Cynthia. «Però ci sono queste.» Gli mostrò una cassetta di
Jolt Cola dalla quale erano già state prelevate alcune bottiglie. «Steve le
tiene a portata di mano per Marinville.»
«Ne vado pazzo da quando ho smesso di bere», spiegò Johnny. «E mi
piace solo la Jolt, Dio sa perché. E calda, ma...»
David prese una bottiglia e la tracannò, arricciando il naso quando le
bollicine gli irritarono la gola ma scolando lo stesso la bottiglia. Staccò la
bocca solo quando l'ebbe svuotata per tre quarti, posò la testa contro la parete del veicolo, chiuse gli occhi e mandò un rutto sonoro.
Johnny sorrise. «Sessanta punti!»
David aprì gli occhi e ricambiò il sorriso.
Johnny gli offrì il flacone di aspirine che aveva preso all'Owl's. «Ne
vuoi? Sono vecchie, ma sembra che facciano ancora effetto.»
David ci pensò su, poi prese due compresse e le ingoiò con il resto della
Jolt.
«Ce ne andiamo», lo informò Johnny. «Proviamo prima a nord. Ci sono
dei trailer in mezzo alla strada, ma Steve dice che secondo lui possiamo
passarci intorno dalla parte del parcheggio. Se non ci riusciamo, dovremo
andare a sud alla miniera e prendere la pista di servizio che raggiunge la
Highway 50 andando a nordovest. Tu e io ci siederemo davanti...»
«No.»
Johnny inarcò le sopracciglia. «Come?»
«Dobbiamo andare alla miniera, ma non per lasciare la città.» David era
roco, come se avesse pianto. «Dobbiamo entrarci.»
Johnny lanciò un'occhiata a Steve, che si limitò a stringersi nelle spalle.
«Che cos'hai in mente, David?» volle sapere Steve. «Stai pensando a tua
madre? Perché probabilmente sarebbe meglio per lei, oltre che per tutti
noi, se...»
«No, non è per la mamma... Papà?» Il bambino prese la mano di suo padre. Era un gesto di conforto da persona adulta. «La mamma è morta.»
Ralph chinò la testa. «David, non lo possiamo dire con certezza e non
dobbiamo rinunciare a sperare. Ma credo improbabile che sia ancora viva.»
«Io so per certo che non lo è.» Il suo viso era smunto nell'incrocio dei
fasci di luce proiettati dalle torce. I suoi occhi si fermarono su Johnny.
«Abbiamo delle cose da fare. Lo sapete, vero? È per questo che avete aspettato che mi svegliassi.»
«No, David, non è così. Abbiamo semplicemente avuto paura di spostarti prima di essere sicuri che stessi bene.» Ma quelle parole suonarono
menzognere al suo cuore. Intanto cominciava a diffondersi in lui una strana impazienza, un vago nervosismo. Era lo stato d'animo che sempre lo
prendeva negli ultimi giorni prima di cominciare un libro nuovo, quando
sentiva che non avrebbe potuto rimandare ancora a lungo l'inevitabile, che
presto sarebbe stato di nuovo sulla fune sospesa nel vuoto, a stringere il bilanciere e a spingere i pedali del suo stupido, piccolo monociclo.
Questa volta però la sensazione era più intensa. Molto di più. Sentì il desiderio di tramortire il ragazzino con il calcio del fucile, chiudergli la bocca prima che aggiungesse qualcos'altro. Non ci incasinare, marmocchio,
pensò. Non quando cominciamo a vedere un lumicino in fondo al tunnel.
David tornò a rivolgersi al padre, del quale stava ancora tenendo la mano. «È morta ma non riposa in pace. E in pace non sarà finché Tak abiterà
il suo corpo.»
«Chi è Tak, David?» chiese Cynthia.
«Uno dei Gemelli Orologiai!» rispose allegramente Johnny. «L'altro è
Tik.»
David gli rivolse uno sguardo che lo indusse ad abbassare gli occhi. Si
odiò per quello ma non poté evitarlo.
«Tak è un dio», spiegò David. «O un demone. O forse non è niente, solo
un nome, una sillaba senza senso, ma è un niente pericoloso, come una voce nel vento. Qualunque cosa sia, quello che conta è dare pace a mia madre. Poi potrà raggiungere mia sorella in... be', in quello che c'è per noi dopo la nostra morte.»
«Figliolo, quello che conta è andarcene al più presto da qui», insisté
Johnny. Riusciva ancora a dominare il tono della voce, ma già avvertiva un
sottofondo di contrarietà e paura. «A Ely ci metteremo in contatto con la
polizia statale. Anche l'FBI, se è il caso. Prima di domani a mezzogiorno ci
saranno cento poliziotti a terra e dieci elicotteri in cielo, te lo prometto. Ma
ora come ora...»
«Mia madre è morta, ma Mary no», lo interruppe David. «Lei è ancora
viva. È alla miniera.»
Cynthia trasalì. «Come facevi a sapere che è stata portata via?»
David le rispose con un sorriso triste. «Per cominciare non la vedo. Il resto l'ho saputo nello stesso modo in cui ho saputo che è stata Audrey a cercare di strangolarmi. Me l'hanno detto.»
«Chi, David?» chiese Ralph.
«Non lo so», rispose il bambino. «Non so nemmeno se è importante.
Comunque questa persona mi ha detto delle cose. Cose vere. Lo so.»
«L'ora della storia è finita», dichiarò Johnny. Avvertì un'inflessione
sgarbata nella propria voce, ma non seppe trattenersi. Né c'era da meravigliarsi. Del resto non era in corso un dibattito sul realismo magico o sulla
prosa concreta. L'ora delle fiabe era finita ed era arrivata l'ora di alzare i
tacchi. Non aveva nessuna voglia di stare ad ascoltare gli stupidi vagheggiamenti di quel piccolo, inquietante Jesus Scout.
Ma quel Jesus Scout è riuscito a uscire dalla sua cella, ha ucciso il coyote che Entragian aveva messo a guardia dei suoi prigionieri e ha salvato
la tua miserabile vita, gli ricordò Terry nella mente. Dunque forse faresti
bene a dargli retta, Johnny.
E con questo, rifletté, si spiegava perché aveva divorziato. Si spiegava
perfettamente. Era una bomba a letto, ma non aveva mai capito quand'era
opportuno che chiudesse il becco e ascoltasse chi le era intellettualmente
superiore.
Ma il danno era compiuto, ormai era troppo tardi per deviare da quel
corso di pensieri. Si ritrovò a meditare su quello che aveva detto Billingsley dell'evasione di David dalla sua cella. Nemmeno Houdini, così aveva
detto, vero? Per via della testa. Poi c'era stato il telefono. Poi aveva fatto
scappare i coyote. Poi c'era quella storia delle sardine e dei cracker. E lui
aveva pensato ai miracoli in sordina, giusto?
Doveva smettere di pensare in quel modo. Perché il risultato che ottenevano i Jesus Scout di questo mondo era di far ammazzare il prossimo.
Guarda Giovanni Battista, o quelle suore in Sudamerica, o...
Nemmeno Houdini.
Per via della testa.
Sentì che non sarebbe servito a niente indorare la pillola o inventarsi
piccole coreografie mentali o (e questo era il più vecchio dei trucchi) usare
voci diverse per liquidare la questione denunciandone l'incoerenza. La
semplice realtà è che non aveva più paura solo del poliziotto e delle altre
forze misteriose che si aggiravano per quella città.
Aveva paura anche di David Carver.
«Non è stato veramente il poliziotto a uccidere mia madre, mia sorella e
il marito di Mary», disse David e lo guardò in un modo che gli ricordò
Terry con vivo dispiacere. Era un'espressione che lo mandava letteralmente in bestia. Sai di che cosa sto parlando, era il messaggio sottintenso. Sai
esattamente di che cosa sto parlando, quindi non sprecare il mio tempo
fingendo di non capire. «E qualunque forma abbia preso la persona con cui
ho parlato mentre ero svenuto, in realtà era Dio. Il fatto è che Dio non si
può presentare agli esseri umani nella sua vera forma, li spaventerebbe a
morte e non riuscirebbe a concludere niente. Si presenta in altre forme.
Uccelli, colonne di fuoco, cespugli in fiamme, vortici di vento...»
«O persone», aggiunse Cynthia. «Dio è senz'altro un maestro dei travestimenti.»
Vedendo che la ragazza ribatteva come se lo prendesse sul serio, Johnny
sentì crollare dentro di sé anche l'ultima barriera di pazienza. «Ma qui
stiamo diventando tutti matti!» proruppe. «Dobbiamo andarcene, lo volete
capire? Siamo fermi in piena città, in Main Street, chiusi qua dentro senza
nemmeno un finestrino per guardar fuori! E lui potrebbe essere dappertutto, persino in cabina qui davanti, seduto al volante! Oppure... che ne so...
fra coyote... e avvoltoi...»
«Non è qui», affermò David nel suo tono pacato. Prese un'altra bottiglia
dalla cassa.
«Chi?» chiese Johnny. «Entragian?»
«Il can tak. Non importa in che corpo è entrato, se quello di Entragian o
quello di mia madre o quello in cui si è presentato la prima volta. È sempre
lo stesso. È sempre il can tak, il dio grande, il guardiano. Non è qui. Non si
sente?»
«Io non sento niente.»
Non fare lo scemo, lo apostrofò Terry nella sua mente.
«Non faccia lo scemo», disse David guardandolo diritto negli occhi. Teneva tra le mani la bottiglia di Jolt.
Johnny si chinò su di lui. «Mi leggi nel pensiero?» domandò in tono
quasi amichevole. «Perché se è così, vedi di uscire immediatamente dalla
mia testa, grazie.»
«Sto solo cercando di convincerla ad ascoltare», ribatté David. «Ascolteranno anche tutti gli altri se ascolterà lei! Non avrà bisogno di mandare i
suoi can tah o can tak contro di noi se litighiamo. Se c'è una finestra rotta,
lui entra e ci fa a pezzi!»
«Ehi», protestò Johnny, «non mi piace sentirmi accusare in quel modo.
Di quello che è successo io non ho nessuna colpa.»
«Non è quello che sto dicendo. Chiedo solo che mi ascolti, vuole?» quasi lo supplicò David. «Lo può fare perché c'è tempo. C'è tempo perché lui
non è qui. Non ci sono più nemmeno i trailer in mezzo alla strada. Non capisce? Lui vuole che ce ne andiamo.»
«Fantastico! Allora diamogli quello che vuole!»
«Sentiamo che cos'ha da dirci», intervenne Steve.
Johnny si girò verso di lui. «Mi sa che ti sei dimenticato chi ti paga lo
stipendio, Steve.» Si detestò per aver pronunciato quelle parole appena gli
furono uscite dalla bocca, ma non tentò di rimangiarsele. L'ansia di andarsene, di mettersi al volante di quel pulmino e far scorrere un po' di numeri
sul contamiglia, in qualunque direzione meno che verso sud, era così forte
da rasentare il panico.
«Hai detto di smetterla di chiamarti capo e ti ho preso in parola.»
«E poi c'è Mary», ricordò loro Cynthia. «Lui dice che è ancora viva.»
Johnny si girò dalla sua parte, ma l'impressione che diede fu di volerlesi
avventare addosso. «Se vuoi fare i bagagli e prendere un volo Trans-Dio
con David, accomodati. Ma senza di me.»
«Noi lo ascolteremo», dichiarò a bassa voce Ralph.
Johnny lo guardò sorpreso. Se si era aspettato aiuto da qualcuno, era
proprio il padre del ragazzo. È tutto quello che mi resta, aveva detto Ralph
nell'atrio dell'American West. Tutto quello che resta della mia famiglia.
Constatò allora con sgomento che gli altri lo spalleggiavano, che era rimasto solo contro tutti. E Steve aveva la chiave del camioncino in tasca. Eppure era su di lui che il bambino fissava gli occhi. Lui. Com'era stato lui,
John Edward Marinville, l'uomo a cui soprattutto il pubblico aveva dedicato la sua attenzione da quando aveva pubblicato il suo primo romanzo all'impossibile precoce età di ventidue anni. Pensava di essersi abituato e
forse era così, ma questa volta era diverso. Aveva il sospetto che nessuno
degli altri, insegnanti, lettori, critici, addetti ai lavori, compagni di bevute,
donne, aveva mai preteso da lui ciò che voleva quel bambino e che non era
solo che lo ascoltasse; Johnny temeva che ascoltare sarebbe stato solo l'inizio.
Ma i suoi occhi non lo stavano solo fissando. Lo stavano implorando.
Lascia andare, marmocchio, pensò. Quando al volante si mettono quelli
come te, chissà perché ma va sempre a finire che il pullman si schianta.
Non fosse per David, credo che il tuo pullman personale sarebbe già nel
fosso da un pezzo, lo rimbeccò Terry dal bunker della bisbetica dentro la
sua testa. Credo che a quest'ora saresti morto e appeso a un gancio. Ascoltalo, Johnny. Per l'amor di Dio, ascoltalo!
«Entragian è andato via», mormorò. «Ne sei certo?»
«Sì», ribadì David. «Anche gli animali. I coyote e i lupi hanno tolto i
trailer dalla strada. Devono essersi messi insieme a centinaia. Li hanno
spinti giù dalla massicciata. Ora si sono ritirati quasi tutti nel mi him, il
cerchio del guardiano.» Bevve un sorso dalla bottiglia. Gli tremava leggermente la mano in cui la stringeva. Li guardò a uno a uno, ma il suo
sguardo si fermò infine su Johnny. Sempre Johnny. «Lui vuole quello che
vuoi anche tu. Che ce ne andiamo.»
«Ma allora perché ci ha fatti venire qui?»
«Non è stato lui.»
«Che cosa?»
«Crede di essere stato lui, ma non è così.»
«Non capisco dove vorresti...»
«È stato Dio a portarci qui», disse David. «Per fermare lui.»
2
Nel silenzio che seguì Steve si sorprese ad ascoltare se c'era vento. Non
ce n'era. Gli parve di udire un aereo in lontananza, gente sana diretta alla
loro sana destinazione, gente che dormiva o mangiava o leggeva U.S.
News & World Report, ma niente di più.
Fu Johnny a rompere il silenzio, naturalmente, e anche se sembrava come sempre sicuro di sé, c'era qualcosa nei suoi occhi, un che di scivoloso,
che a Steve non piacque. Gradiva molto di più la sua anima imbizzarrita,
gli occhi spiritati e il ghigno terrorizzato alla Clyde Barrow con cui aveva
appoggiato le canne della doppietta all'orecchio del puma facendogli saltare la testa. Che in Johnny si nascondesse un farabutto un po' rozzo era una
verità che Steve conosceva molto bene: aveva visto scorci di quel personaggio fin dall'inizio del loro giro e sapeva che Bill Harris aveva in mente
il farabutto quando gli aveva illustrato i cinque comandamenti nell'ufficio
di Jack Appleton. Ora però sembrava che Clyde Barrow avesse abbandonato il campo all'altro Marinville, quello con il sopracciglio sornione e la
pomposa retorica alla William F. Buckley.
«Tu parli come se noi avessimo tutti lo stesso Dio, David», cominciò.
«Senza voler apparire presuntuoso, mi permetto di dissentire.»
«Ma è così», rispose con calma David. «A confronto di Tak, lei e un re
cannibale avete lo stesso Dio. Ha visto i can tah, lo so. E sa che cosa possono fare.»
Le labbra di Johnny tremarono, indicando, secondo Steve, che aveva incassato un colpo ma non gli andava di ammetterlo. «Sarà anche vero», replicò, «ma la persona che ha portato qui me era molto lontana da Dio. Era
un poliziotto biondo, grande e grosso e con problemi di pelle. Mi ha messo
della droga nella borsa della moto e poi mi ha pestato a sangue.»
«Sì, lo so. La droga era quella che c'era nella macchina di Mary. Ha
sparso chiodi in strada per fermare noi. È buffo, a pensarci. Buffo nel senso di strano, non divertente. È passato per Desperation come un turbine di
vento, ammazzando a destra e a manca, picchiando la gente, buttandola giù
dalle finestre, tirandola sotto con la sua automobile, eppure non ha potuto
presentarsi a noi, a nessuno di noi, semplicemente tirando fuori la pistola e
dicendo: 'Venite con me'. Ha dovuto trovare un... non so la parola.» Guardò Johnny.
«Pretesto», lo soccorse l'ex principale di Steve.
«Sì, giusto, un pretesto. È come succedeva ai vampiri nei vecchi film
dell'orrore. Un vampiro non poteva entrare da solo. Bisognava che qualcuno lo invitasse.»
«Perché?» chiese Cynthia.
«Forse perché Entragian, quello vero, era ancora dentro la sua testa.
Come un'ombra. O una persona che resta chiusa fuori della propria casa
ma può ancora guardare dentro dalle finestre e bussare alle porte. Ora Tak
è dentro mia madre, quello che resta di lei, e ci ucciderebbe se potesse...
ma probabilmente saprebbe fare ancora la miglior torta di limone del mondo. Se volesse.»
Abbassò gli occhi per un momento con un fremito nelle labbra, poi risollevò la testa.
«Comunque il fatto che abbia bisogno di un pretesto non ha una grande
importanza. Molte volte le cose che fa o dice non contano, sono capricci o
impulsi. Però sono tracce. Lo sono sempre. Si tradisce, lascia intravedere
che cos'è in realtà, come quando uno dice che figura vede in una macchia
d'inchiostro.»
«Ma se non conta questo, qual è l'elemento chiave?» volle sapere Steve.
«Che ha preso noi e ha lasciato andare via altri. Lui pensa di averci
preso a caso, come un bambino al supermercato che prende tutti i barattoli
che attirano la sua attenzione e li butta nel carrello di sua madre, ma non è
andata così.»
«È come l'Angelo della Morte in Egitto, vero?» domandò Cynthia insolitamente atona. «Però al contrario. Noi avevamo addosso un segno che diceva al nostro Angelo della Morte, questo Entragian, di fermarsi e prenderci.»
David annuì. «Sì. Al momento non lo sapeva, ma adesso lo ha capito. Mi
him en tow, direbbe. Il nostro Dio è forte, il nostro Dio è con noi.»
«Se questo è un esempio di Dio con noi, spero di non attirare la sua attenzione quando è di cattivo umore», commentò Johnny.
«Ora Tak vuole che ce ne andiamo», riprese David, «e sa che possiamo
farlo. Per via del patto del libero arbitrio. Così lo chiamava sempre il reverendo Martin. Lui... lui...»
«David!» intervenne Ralph. «Che cosa c'è?»
David alzò le spalle. «Niente. Non importa. Dicevo che Dio non ci fa
mai fare quello che vuole che facciamo. Ce lo dice e basta, poi aspetta di
vedere come ci comportiamo. Quando il reverendo Martin mi ha parlato
del patto del libero arbitrio è entrata sua moglie che è rimasta ad ascoltare
per un po'. Ha detto che sua madre aveva un motto: 'Dio dice di prendere
quello che vuoi e di pagarne il prezzo'. Tak ci ha aperto la porta per tornare
alla Highway 50... ma non è lì che dobbiamo andare. Se ci andiamo, se lasciamo Desperation senza fare quello che Dio ci ha mandato a fare qui, ne
pagheremo il prezzo.»
Guardò ancora una volta tutti gli adulti intorno a sé e ancora una volta i
suoi occhi si fermarono in quelli di Johnny Marinville.
«Io resterò comunque, ma perché funzioni è necessario che restiamo tutti. Dobbiamo rinunciare alla nostra volontà e lasciare che sia fatta la volontà di Dio e dobbiamo essere pronti a morire. Perché potrebbe esserci chiesto anche questo.»
«Tu sei matto, figliolo mio», lo compianse Johnny. «Di solito un tocco
di follia mi piace in una persona, ma qui ce n'è un po' troppa anche per uno
come me. Non sono vissuto per tutti questi anni per finire ammazzato da
una pistolettata o beccato a morte dagli avvoltoi in mezzo al deserto.
Quanto a Dio, per quel che mi riguarda, è morto nella zona demilitarizzata
nel 1969. C'era Jimi Hendrix che suonava Purple Haze alla radio delle forze armate.»
«La prego, ascolti fino alla fine. Mi fa questo favore?»
«Perché dovrei?»
«Perché c'è una storia.» David bevve di nuovo e deglutì con una smorfia.
«Una storia interessante. Ascolterà?»
«L'ora della storia è passata. Te l'ho già detto.»
David non replicò.
C'era silenzio a bordo del camioncino. Steve sorvegliava Johnny. Se solo
avesse accennato ad andare ad aprire il portellone posteriore, intendeva
fermarlo. Avrebbe preferito evitarlo, aveva trascorso molti anni nel mondo
furiosamente gerarchico del rock dietro le quinte da non aspirare a voler
calzare i panni di Fletcher Christian con Johnny nel ruolo del capitano
Bligh, ma se fosse stato costretto non si sarebbe tirato indietro.
Dunque fu per lui un sollievo vedere Johnny che alzava le spalle, sorrideva, si chinava di fianco al ragazzino e prelevava una bottiglia di Jolt.
«Va bene, allora, facciamo questa proroga dell'ora della storia. Solo per
questa sera.» Arruffò i capelli di David. Quel tanto di imbarazzo che ci fu
nel gesto lo rese più affettuoso. «Le storie sono il mio tallone d'Achille
praticamente da quando ho smesso il passeggino. Devo avvertirti però che
questa è una che mi piace sentir finire con 'e vissero tutti felici e contenti'.»
«Lo vorremmo tutti», mormorò Cynthia.
«Credo che la persona che ho incontrato mi abbia raccontato tutto», rispose David, «ma ci sono ancora delle parti che non conosco. Parti oscure,
se non addirittura nere. Forse perché non potevo capire o perché non volevo.»
«Metticela tutta», Io esortò Ralph. «Vedrai che andrà bene.»
David alzò gli occhi nell'oscurità riflettendo (evocando, pensò Cynthia)
e cominciò.
3
«Billingsley ci ha raccontato la leggenda e, come credo sia quasi sempre,
la leggenda era in gran parte sbagliata. Per cominciare non fu un cedimento naturale a chiudere la miniera cinese. Fu fatta crollare di proposito. E
non avvenne nel 1858 anche se fu allora che arrivarono i primi minatori orientali, ma nel settembre del 1859. Quando ci fu il crollo, nel sottosuolo
non c'erano quaranta minatori, bensì cinquantasette e non due bianchi ma
quattro. Sessantun uomini in tutto. E il dislivello non era di cinquanta metri, come ha riferito Billingsley, ma di quasi settanta. Pensateci un po': settanta metri di profondità scavati nell'hornfel che può crollare da un momento all'altro.»
Il ragazzino chiuse gli occhi. Appariva più fragile che mai, come un
bambino che ha appena iniziato a riprendersi da una malattia sfibrante e
potrebbe avere una ricaduta in qualsiasi momento. In parte l'aspetto gli era
conferito dalle scaglie di sapone verde che aveva ancora sulla pelle, ma
Cynthia era sicura che ci fosse dell'altro. Né dubitava dei poteri di David o
aveva problemi ad accettare che potesse essere stato toccato da Dio. Lei
stessa era cresciuta in una canonica e non era nuova a quell'espressione...
anche se mai l'aveva vista così intensa.
«Era l'una e dieci del pomeriggio del 21 settembre quando gli operai in
testa alla strada aprirono una breccia in un diaframma e sbucarono in quella che lì per lì pensarono fosse una grotta. All'interno trovarono un cumulo
di quelle pietre. Ce n'erano a migliaia. Sculture di alcuni animali, animali
inferiori, i timoh sen cah. Lupi, coyote, serpenti, ragni, topi, pipistrelli.
Presi dalla meraviglia e dall'emozione, i minatori fecero la cosa più naturale del mondo, si chinarono a raccoglierli.»
«Pessima idea», mormorò Cynthia.
David annuì. «Alcuni impazzirono subito, avventandosi sui loro amici,
quando non addirittura consanguinei, e cercando di scannarli. Altri, e non
solo quelli più indietro che non arrivarono a maneggiare i can tah, ma anche alcuni di quelli più vicini che li avevano toccati veramente, non diedero, almeno sulle prime, segni di squilibrio. Fra questi c'erano due fratelli
di Tsingtao, Ch'an Lushan e Shih Lushan. Guardarono entrambi da fuori,
fermi sulla soglia dell'apertura, e notarono che la grotta era in realtà un salone sotterraneo. La pianta era circolare, come il fondo di un pozzo. Le pareti erano fatte di facce, i musi di questi animali di pietra. Le facce dei can
tah, io credo, ma non ne sono certo. Su un lato c'era una piccola costruzione, il pirin moh, che non so bene che cosa significa e ve ne chiedo scusa,
mentre al centro c'era un foro circolare di quattro metri di diametro. Un
occhio gigantesco o un altro pozzo. Un pozzo dentro un pozzo. Come le
sculture che sono perlopiù animali che hanno altri animali al posto della
lingua. Can tak in can tah, can tah in can tak.»
«Ovvero camera in camera», osservò Marinville. Lo disse con un sopracciglio alzato, segno che stava ironizzando, ma David lo prese sui serio.
Annuì e cominciò a tremare.
«Quello è il posto di Tak», continuò. «L'ini, pozzo dei mondi.»
«Io non ti capisco», confessò Steve in tono di rammarico.
David non badò a lui, sembrava ancora che si stesse rivolgendo principalmente a Marinville. «La forza del male che scaturiva dall'ini riempiva i
can tah nello stesso modo in cui i minerali riempiono il terreno, soffiati in
ogni sua particella come fumo. E riempiva nella stessa maniera l'antro di
cui sto parlando. Non è fumo, ma forse non c'è un modo migliore per spiegarlo. Esercitò il suo effetto sui minatori in gradi diversi, come fa un germe quando trasmette una malattia. Quelli che impazzirono subito si scagliarono sui loro compagni. Il corpo di alcuni di loro cominciò a trasformarsi com'è accaduto verso la fine a quello di Audrey. Erano quelli che
avevano toccato i can tah, in certi casi riempiendosene le mani per qualche
attimo prima di posarli di nuovo per... be', lo sapete, per poter aggredire gli
altri.
«Alcuni allargavano la breccia che dalla galleria si apriva nell'antro. Altri sgusciarono dentro. Alcuni si comportavano come se fossero ubriachi e
alcuni come se avessero le convulsioni. Alcuni si buttarono ridendo nel
pozzo centrale. I fratelli Lushan videro un uomo e una donna che scopavano. Devo chiedere scusa di nuovo se uso questa parola, ma quello che
stavano facendo era quanto di più lontano si possa immaginare al fare l'amore. Si accoppiavano tenendo una di quelle sculture fra di loro. Con i
denti.»
Cynthia e Steve si scambiarono uno sguardo di sgomento.
«Intanto nella galleria gli altri minatori si accapigliavano anche a sassate
per superarsi a vicenda nel tentativo di scendere per primi nella grotta.»
S'interruppe per contemplarli, più serio che mai. «Io ho visto questa parte,
in un certo senso era divertente, sembrava la sequenza di un film comico.
E proprio per questo era ancora peggio. Per il fatto che faceva ridere. Mi
capite?»
«Sì», rispose Marinville. «Io ti capisco benissimo, David. Va' avanti.»
«I fratelli dissero di aver sentito intorno a sé la cosa che usciva dalla
grotta, ma non come una presenza intcriore, non in quel momento. Uno dei
can tah era caduto ai piedi di Ch'an. Quando si chinò per raccoglierlo, Shih
lo tirò indietro. Ormai sembrava che fossero gli unici due a non aver perso
la testa. La gran parte di quelli che non erano stati influenzati subito erano
stati uccisi dai loro compagni e dal foro al centro stava uscendo qualcosa,
come un serpente di fumo. Faceva un verso strano, una specie di squittio, e
i fratelli fuggirono. Giù per la galleria stava arrivando dal braccio principale uno degli uomini bianchi con la pistola in pugno. 'Che cos'è questo putiferio?' domandò.»
Cynthia si sentì raggelare la pelle. Cercò Steve e fu più che lieta quando
trovò la sua mano. Il ragazzino non aveva solo imitato il tono burbero di
un caposquadra; sembrava che stesse parlando con la voce di qualcun al-
tro. 'Andiamo, ora basta, giù giù a lavorare, se non volete buscarvi una pallottola in pancia.'
«Invece la pallottola la buscò lui. Ch'an lo afferrò per il collo e Shih gli
strappò la pistola. Gli posò la canna qui», e David si toccò con l'indice sotto il mento, «e gli fece saltare la testa.»
«David, hai idea di che cosa stessero pensando in quel momento?» chiese Marinville. «L'amico che hai incontrato in sogno è stato in grado di dartene una vaga idea?»
«Più che altro ho visto.»
«Evidentemente quei can tah avevano avuto la meglio anche su di loro»,
fu l'opinione di Ralph. «Altrimenti non avrebbero mai sparato a un bianco.
In qualunque situazione e comunque potente fosse il loro desiderio di
scappare.»
«Può darsi», ribatté David. «Ma io credo che Dio fosse anche dentro di
loro come è dentro di noi. Dio poteva indurii a compiere la sua opera in
ogni caso, anche se fossero stati mi en tak, perché il nostro Dio è forte: mi
him en tow. Capite?»
«Io credo di sì», gli rispose Cynthia. «Ma poi cos'è successo, David?»
«I fratelli risalirono di corsa la galleria, puntando la pistola del caposquadra a tutti quelli che cercavano di trattenerli o rallentarli. Non ce ne
furono molti. Nemmeno gli altri bianchi fecero molto caso a loro quando li
videro passare. Tutti volevano andare giù a vedere che cosa stava accadendo, che cos'avevano trovato i minatori. L'essere presente nell'antro li
attirava, capite? Lo capite, vero?»
Gli altri annuirono.
«A una ventina di metri dall'imboccatura della miniera, i fratelli Lushan
si fermarono e si misero a lavorare la volta. Non si scambiarono nemmeno
una parola. Videro picconi e vanghe e si misero al lavoro.»
«In che senso la volta?» chiese Steve.
«Il tetto della galleria», spiegò Marinville. «E tutta la terra che c'è sopra.»
«Lavorarono come forsennati», riprese David. «Il terreno era così cedevole che cominciò a cadere subito a blocchi dal soffitto, ma senza che la
volta crollasse. Le urla e le grida che arrivavano da sotto... ma queste sono
solo parole per descrivere certi suoni, troppo generici per dare un'idea dell'orrore di quelli che giungevano dalla grotta sotterranea. Alcune delle grida cambiavano da umane in qualcos'altro. Una volta ho visto un film di un
dottore su un'isola tropicale che trasformava gli animali in uomini...»
Marinville annuì. «L'isola del dottor Moreau.»
«I suoni che sentivo giungere dal fondo di quella miniera, quelli che ho
udito con le orecchie dei fratelli Lushan, erano come quelli del film, ma al
contrario. Come se lì ci fossero uomini che si trasformavano in animali. E
così credo che fosse. Credo che sia più o meno quello che fanno i can tah.
Il loro scopo.
«I fratelli... li vedo, due cinesi che si somigliano abbastanza da poter essere gemelli, con il codino che gli dondola sulla schiena nuda e sudata, che
si fermavano a guardare la volta della galleria e poi riprendevano a picconare là dove avrebbero dovuto provocare un crollo dopo i primi cinque o
sei colpi e invece non accadeva niente, continuando a gettare occhiate verso il fondo della galleria per vedere chi stesse arrivando. Per vedere che
cosa stesse arrivando. Dal soffitto si staccavano pezzi di roccia friabile.
Alcuni cadevano loro addosso e presto ebbero le spalle e la testa insanguinate. Il sangue cominciò a scorrere dai loro corpi, arrossandogli il volto, il
collo e il petto. Ormai dal fondo giungevano suoni diversi. Cose che ruggivano. Cose che scrosciavano. E ancora il soffitto non voleva saperne di
crollare. Poi cominciarono a vedere luci in lontananza, forse le candele,
forse le cherosene che portavano i capisquadra.»
«Che cosa...» cominciò Ralph.
«Le cherosene erano scatolette che prendevano il nome dal combustibile
con cui venivano alimentate. Contenevano un lume e i minatori se le assicuravano davanti alla fronte con una cinghia di cuoio. Fra la cinghia e la
pelle si infilava uno straccio per non scottarsi. Poi dall'oscurità sbucò qualcuno di corsa. Lo conoscevano. Era Yuan Ti. Era un tipo simpatico, credo,
ritagliava animali nella stoffa e organizzava spettacolini per i bimbi. Yuan
Ti era impazzito, ma c'era di più. Era diventato più grande, così grosso che
doveva correre piegato quasi in due. Arrivò scagliando sassi contro i fratelli, ingiuriandoli in cantonese, maledicendo i loro antenati, ordinando loro
di smettere subito di picconare la galleria. Shih gli sparò con la pistola del
caposquadra. Dovette sparargli molte volte prima che Yuan Ti giacesse
morto per terra. Ma stavano già arrivando gli altri, urlanti e assetati del loro sangue. Il fatto è che Tak conosceva le loro intenzioni.»
David li guardava, sembrava concentrato su di loro. I suoi occhi erano
sperduti, l'espressione ricordava quella di una trance, eppure non sembrava
che avesse cessato di vederli. In un certo senso era l'aspetto più terribile di
quanto stava avvenendo. David li vedeva benissimo... e altrettanto bene li
vedeva la forza dentro di lui, quella che in certi momenti Cynthia sentiva
emergere per chiarire le fasi del racconto che forse David non aveva pienamente compreso.
«Shih e Ch'an tornarono ad attaccare il soffitto della galleria, dando gran
colpi di piccone come due matti, come sarebbero stati prima della loro fine. Ormai il tratto di volta che avevano aggredito era come una cupola sopra le loro teste.» Quando cercò di rappresentarla con un gesto delle mani,
Cynthia vide che gli tremavano le dita. «E non ci arrivavano più molto bene con il piccone. Allora Shih, il più anziano, montò sulle spalle del fratello minore. Continuarono così, staccando pietrisco dal soffitto della galleria
e già si era formata una pila che arrivava quasi alle ginocchia di Ch'an Lushan, senza che la volta cedesse.»
«Erano posseduti da Dio, David?» chiese Marinville, e questa volta non
c'era sarcasmo nella sua voce. «Tu che cosa ne pensi?»
«Io non credo», rispose David. «Io non credo che Dio abbia bisogno di
possedere e credo che sia Dio proprio per questo. Io credo che volessero
quello che Dio voleva, far sì che Tak rimanesse prigioniero del suolo. Far
crollare il soffitto imprigionandolo dall'altra parte.
«Fatto sta che videro le cherosene che risalivano la galleria. Sentirono le
grida. Arrivava una moltitudine di minatori. Shih smise allora di picconare
il soffitto e rovesciò il piccone per prendere a bastonate una delle traverse
di sostegno. I minatori che stavano sopraggiungendo li presero a sassate e
non poche pietre colpirono Ch'an, senza per questo riuscire a farlo desistere. Rimase ostinatamente dov'era, con il fratello sulle spalle. Quando la
traversa finalmente si staccò, venne giù anche la volta della galleria. Ch'an
rimase seppellito fino alle ginocchia, ma Shih cadde al di là del cumulo ed
estrasse il fratello imprigionato. Ch'an era ammaccato da tutte le parti, ma
non aveva niente di rotto. Ed erano dalla parte giusta del crollo, sicuramente in quel momento era l'unica cosa che stesse loro a cuore. Sentivano i
minatori che imploravano aiuto, sentivano gridare amici, parenti e, nel caso di Ch'an Lushan, anche la sua promessa sposa. Tant'è che cominciò addirittura a scavare e Shih fu costretto a trattenerlo di forza e a ragionare
con lui.
«Perché, vedete, erano ancora in condizione di ragionare.
«Poi. come se i minatori rimasti intrappolati dalla parte di Tak avessero
capito qual era la loro sorte, le invocazioni d'aiuto si trasformarono in urla
e ululati. Gli strepiti di... be', di persone che non erano più veramente persone. Ch'an e Shih fuggirono. Uscendo incontrarono altri che stavano entrando, bianchi e cinesi. Nessuno li interrogò in alcun modo particolare, si
rivolgeva loro la domanda più ovvia, si voleva sapere che cosa fosse accaduto, e poiché altrettanto ovvia era la risposta, non si trovarono in difficoltà. Dissero che c'era stato un crollo e che alcuni minatori erano rimasti
intrappolati, dopodiché nessuno badò molto a un paio di cinesi terrorizzati
che avevano avuto la ventura di scamparla per un pelo.»
David scolò la bottiglia e la posò di fianco a sé.
«Tutto quello che ci ha raccontato Billingsley», osservò, «è stato un misto di verità, errori e invenzioni bell'e buone.»
«Si chiama processo di mitizzazione», intervenne Marinville con un sorrisetto teso.
«Gli altri minatori e la gente accorsa dalla città sentirono i cinesi che
gridavano dietro la volta crollata e non se ne rimasero con le mani in mano, ma cercarono di aiutare gli operai rimasti prigionieri e di puntellare la
prima ventina di metri della galleria. Ma poi ci fu un altro crollo, di dimensioni minori, e un altro paio di sostegni orizzontali cedettero. Così rinunciarono in attesa degli esperti di Reno. Non ci fu nessun picnic davanti
alla galleria, questa è una bugia e basta. All'incirca nel momento in cui gli
ingegneri minerali mettevano piede a Desperation, ci furono altri due crolli, questa volta naturali, entrambi di notevoli dimensioni. Il primo fu nel
tratto esterno della galleria, al di qua dello sbarramento provocato dai fratelli Lushan. Sigillò gli ultimi venti metri del condotto come un tappo in un
collo di bottiglia. E la scossa provocata da tonnellate e tonnellate di skarn e
hornfel diede origine a un secondo crollo più giù. Così finirono le grida,
almeno quelle tanto vicine alla superficie perché potessero essere udite
dall'esterno. Era tutto finito prima ancora che gli ingegneri minerari arrivassero dalla città a bordo di un carro per il trasporto dei minerali. Esaminarono la situazione dall'esterno, infilarono delle sonde, ascoltarono i
racconti e quando seppero del secondo crollo, che stando ai testimoni aveva scosso la terra come un terremoto e aveva fatto imbizzarrire i cavalli,
alzarono bandiera bianca dichiarando che probabilmente non era rimasto
nessuno vivo da salvare. E anche se qualche superstite c'era, avrebbero
messo a repentaglio più vite di quelle che potevano sperare di recuperare.»
«E in fondo non erano che cinesi», mormorò Steve.
«Infatti, piccoli cin-cin-cinesi. Su questo aveva ragione il signor Billinglsey. E mentre avveniva tutto questo, i due cinesi che si erano salvati
davvero erano nel deserto vicino a Rose Rock a impazzire. Perché alla fine, erano rimasti contagiati anche loro. Passarono quasi due settimane prima che tornassero a Desperation, non tre giorni. E fu nel Lady Day che en-
trarono, e vedete come la verità si è mescolata alle fantasie, ma non uccisero nessuno in quel locale. Shih fece vedere la pistola sottratta al caposquadra, che era scarica, e tanto fu sufficiente perché gli piombasse addosso un
branco di minatori e cowboy. Indossavano solo un perizoma. Erano coperti
di sangue. La gente che si trovava al Lady Day pensò che il sangue dovesse essere quello di tutte le persone che avevano assassinato, ma non era così. Erano andati nel deserto a chiamare gli animali... proprio come Tak ha
chiamato il puma che ha ucciso lei, signor Marinville. Solo che i fratelli
Lushan non li volevano come assistenti. Avevano solo voglia di mangiare.
Avevano mangiato tutto quello che era arrivato, pipistrelli, avvoltoi, ragni,
serpenti a sonagli.»
David si portò una mano insicura al volto e si asciugò prima l'occhio sinistro e poi il destro.
«Sono molto in pena per i fratelli Lushan. E mi pare di conoscerli un po'.
Di sapere che cosa devono aver provato. Quanta gratitudine devono aver
sentito, in un certo senso, quando la follia ha sconvolto finalmente del tutto
la loro mente e non hanno più dovuto pensare.
«Suppongo che sarebbero potuti rimanere praticamente per sempre sulle
colline di Desatoya, ma erano tutto ciò che Tak aveva e Tak ha sempre fame. Li spedì in città perché non aveva alternative. Uno, Shih, fu ucciso al
Lady Day. Ch'an fu impiccato due giorni dopo, più o meno dove c'erano
quelle tre biciclette rovesciate nella strada. Ve le ricordate? Fino alla fine
farneticò nella lingua di Tak, la lingua degli informi. Si strappò il cappuccio dalla testa, così tutti lo videro in faccia quando morì impiccato.»
«Certo che quel tuo Dio è un gran bel fenomeno!» esclamò gioviale Marinville. «Uno che sa veramente ripagare un favore!»
«Dio è crudele», ribatté David così sottovoce che nessuno capì.
«Che cosa?» lo incitò Marinville. «Come hai detto?»
«Lo sa. Ma la vita è qualcosa di più che inventarsi un percorso per schivare il dolore. È una cosa che una volta sapeva anche lei, signor Marinville, non è vero?»
Marinville distolse lo sguardo per posarlo in un angolo del camioncino.
Non disse niente.
4
La prima cosa che Mary percepì fu un odore. Era dolciastro, rancido,
stomachevole. Oh, Peter, maledizione, pensò confusa. È il freezer! È mar-
cito tutto!
Ma non era così, il congelatore si era spento durante il loro viaggio a
Maiorca ed era accaduto molto tempo prima, prima ancora di quando aveva perso il bambino. E da allora erano successe tante cose. E tante cose erano successe anche di recente, per la verità. Quasi tutte brutte. Ma che cosa?
La regione centrale del Nevada è piena di gente intensa.
Chi l'aveva detto? Marielle? Nella mente le era senz'altro sembrato di
sentire la voce di Marielle.
Non importa chi l'ha detto, se è vero. E lo è, no?
Non sapeva. Non voleva sapere. Voleva soprattutto risprofondare nelle
tenebre dalle quali una parte di lei stava cercando di affiorare. Perché c'erano voci
(sono un branco di bastardi)
e suoni
(riik-riik-riik)
che non voleva sentire. Meglio restare sdraiata lì e...
Qualcosa le passò sulla faccia. Qualcosa di leggero e peloso. Si alzò a
sedere, aggredendosi il volto con entrambe le mani. Una spaventosa fitta di
dolore le vibrò nella testa come un'esplosione, una miriade di punticini lucenti le si accesero davanti agli occhi in sincronia con l'improvviso accelerarsi del battito cardiaco, e altrettanto luminoso fu un lampo di memoria,
così nitido che avrebbe meritato persino l'ammirazione di Johnny Marinville.
Ho battuto il braccio rotto nel mettere una cassa sopra l'altra.
Resisti, sarai dentro in un batter d'occhio.
Poi era stata afferrata. Da Ellen. No, dalla cosa
(Tak)
che indossava Ellen. La cosa l'aveva percossa, dopodiché, bum, bum, le
luci si erano spente.
E in un senso molto letterale lo erano ancora. Aveva battuto ripetutamente le palpebre solo per assicurarsi di avere gli occhi aperti.
Oh, sì che sono aperti. Forse è solo che in questo posto c'è buio... ma
forse sei cieca. Simpatica eventualità, vero, Mare? Forse i colpi che ti ha
dato erano abbastanza forti da accecarti...
Aveva qualcosa sul dorso della mano. Zampettò per qualche centimetro
e si fermò, lo sentiva pulsare contro la pelle. Produsse un suono di ripugnanza con la lingua premuta contro il palato e agitò con forza la mano,
come quando si vuole scacciare un importuno. La pulsazione scomparve.
La cosa che aveva sulla mano non c'era più. Si alzò in piedi con un altro
spaventoso schianto di dolore nella testa del quale questa volta non si accorse se non vagamente. C'erano cose lì dentro e non aveva tempo da dedicare a un semplice mal di testa.
Si girò piano piano, inalando l'odore dolciastro così simile al puzzo che
aveva accolto lei e Pete al loro ritorno dalla minivacanza trascorsa alle Baleari. Era stata un regalo di Natale dei genitori di Peter l'anno dopo le nozze ed era stata così piacevole... fino a quando avevano rimesso piede in casa, con le valigie in mano, ed erano stati colpiti dal tanfo come un pugno in
faccia. Era andato tutto a male: due polli, le cotolette e gli arrosti che aveva comperato alla nuova macelleria economica che aveva trovato a Brooklyn, le bistecche di cervo avute in dono da Don, amico di Peter, i sacchi
di fragole che avevano raccolto con le loro mani l'estate precedente alla
Mohonk Mountain House. Questo odore... così simile...
Qualcosa delle dimensioni di una noce le cadde nei capelli.
Gridò, cominciò a battersi la testa con la mano. Non servì, allora si infilò
le dita nei capelli e afferrò il corpo estraneo. Lo sentì divincolarsi, poi le
scoppiò tra le dita. Un fluido denso le schizzò il palmo. Si strappò l'essere
irsuto dai capelli e agitò la mano per scollarselo di dosso. Lo sentì urtare
qualcosa con un rumore flaccido. La mano le prudeva e bruciava, peggio
che se l'avesse messa nelle ortiche. Se la strofinò sui jeans.
Ti prego Dio non far fare la stessa fine anche a me, pensò. Qualunque
cosa, ma non farmi finire come il poliziotto. Come Ellen.
Dominò l'impulso a lanciarsi alla cieca nell'oscurità che la circondava.
Avrebbe potuto rompersi la testa, sventrarsi o impalarsi, come un comprimario in un film dell'orrore, su qualche grottesca attrezzatura mineraria.
Ma ad angosciarla maggiormente non era quella prospettiva, l'orrore più
intenso derivava dalla possibilità che in quel buio ci fosse qualcos'altro ancora, oltre a qualche animaletto schifoso. Qualcosa che aspettava solo che
si lasciasse prendere dal panico.
L'aspettava a braccia spalancate.
Poi ebbe la sensazione (forse era frutto della sua immaginazione, ma ne
dubitava) di movimenti furtivi tutt'attorno. Un frusciare a sinistra. Uno
strisciare a destra. Un rumore sordo, improvviso, dietro di lei, troppo breve
perché avesse il tempo di reagire con un grido.
L'ultima cosa non era viva, si disse. Almeno non mi è parso. Credo che
sia stato un cespuglio che ha colpito qualcosa di metallico e poi c'è stri-
sciato sopra grattandolo. Devo essere in una costruzione. Mi ha chiuso da
qualche parte e il frigorifero non va, non c'è energia elettrica, e i cibi da
conservare si sono guastati.
Ma se Ellen era Entragian in un nuovo corpo, perché non l'aveva chiusa
nella cella in cui l'aveva imprigionata all'inizio? Temeva forse che gli altri
potessero ritrovarla e liberarla di nuovo? Era una ragione plausibile come
mille, ma era anche attraversata da un filo di speranza. A quello si aggrappò Mary, cominciando ad avanzare adagio con le mani protese.
Le parve di camminare così per molto tempo, per anni. Non smetteva di
aspettarsi che qualcosa la toccasse e finalmente così fu. Le corse sopra le
scarpe. Mary si raggelò. II rumore che sentì dopo che fu passato fu anche
peggiore del momento del contatto: un crepitio secco e sommesso che saliva dal buio davanti a lei, leggermente a sinistra. A quel che risultava a
lei, c'era una sola cosa che produceva un rumore così. Il crepitio non cessò,
ma andò via via morendo, come il frinire di una cicala in un caldo pomeriggio d'agosto. Si ripeté lo stridio sordo di poco prima. Fu sicura questa
volta che si trattasse di un cespuglio vagante che andava a cozzare contro
una parete di metallo. Era in un edificio minerario, forse la baracca di lamiere dove Steve e Cynthia, la ragazza con quei capelli pazzeschi, avevano
visto la piccola scultura che tanto li aveva spaventati.
Muoviti.
Non posso. C'è un serpente a sonagli qui dentro. Forse più di uno. Probabilmente più di uno.
Ma non ci sono solo serpenti. È meglio che ti muovi, Mary.
Dove la cosa che le era caduta nei capelli le aveva spruzzato il suo liquido la mano le pulsava di un dolore intenso. Il cuore le batteva nelle orecchie. Più piano che poteva, cominciò ad avanzare di nuovo, sempre a mani
tese. L'accompagnarono idee e immagini terribili. Vide un serpente grosso
come un cavo dell'alta tensione pararsi improvvisamente davanti a lei, appeso a una trave, con le fauci spalancate e la lingua biforcuta che guizzava
tra le zanne. Gli sarebbe finita addosso senza rendersene conto prima che
chiudesse la bocca sulla sua testa iniettandole il suo veleno diritto negli
occhi. Vide il suo uomo nero personale, il demone della sua infanzia che
per qualche motivo aveva battezzato Apple Jack. Era rannicchiato in un
angolo con la sua scura faccia di frutto tutta accartocciata in un ghigno.
Aspettava che cadesse nel suo abbraccio mortale. L'ultimo odore che avrebbe percepito sarebbe stato il suo aroma di sidro, soffocato dal tanfo
della putrefazione, nel momento in cui l'avrebbe stritolata nel suo abbrac-
cio coprendole il viso di bavosi e avidi baci da zio incestuoso. Vide un
puma, come quello che aveva ucciso il povero vecchio Tom Billingsley,
accovacciato in un angolo a battere la coda sul pavimento. Vide Ellen che
stringeva in una mano un micidiale rampino e attendeva con un sorrisetto
paziente che sembrava esso stesso un uncino il momento in cui le si fosse
avvicinata abbastanza da infilzarla.
Ma soprattutto vide serpenti.
A sonagli.
Le sue dita toccarono qualcosa. Trasalì trattenendo il fiato e resistette all'impulso di ritrarsi. L'oggetto era duro, inanimato. Un bordo all'altezza del
ventre. Un tavolo? Coperto da un telo cerato? Forse sì. Vi passò sopra le
dita e si immobilizzò quando si sentì sfiorare da un altro di quei piccoli esseri pelosi. Le si arrampicò sul dorso della mano e le scese fino al polso,
quasi certamente un ragno. Quando sentì che era passato tastò di nuovo
con la mano e qualcos'altro la toccò, un altro esemplare di quel settore del
regno animale a cui aveva alluso Audrey. Non un ragno. Qualunque cosa
fosse, era munito di tenaglie e carapace.
Ordinò a se stessa di non muoversi, ma non ci riuscì del tutto. Dalla bocca le sfuggì un gemito disperato. Il sangue che le bagnava la fronte e le
guance come caldo olio lubrificante le faceva bruciare gli occhi. Poi l'essere che aveva sulla mano le diede un pizzicotto che aveva qualcosa di volgare e si allontanò. Udì i lievi rintocchi dei suoi passi sul tavolo. Mosse di
nuovo la mano, opponendosi alle proteste della sua mente che voleva che
la tirasse indietro. Se avesse ubbidito, che cos'altro avrebbe fatto allora?
Sarebbe rimasta a tremare in quel buio fino a quando i rumori furtivi tutt'attorno le avrebbero spento il lume della ragione spingendola a correre girando su se stessa in preda al panico prima di cozzare con la testa in qualcosa di duro e perdere di nuovo i sensi?
Un piatto... anzi, no, una ciotola. C'era dentro qualcosa. Minestra rappresa? Tastò nelle vicinanze e trovò un cucchiaio. Sì, minestra. Tastò poco
più avanti e trovò qualcosa che poteva essere un coordinato per sale e pepe, poi qualcos'altro di morbido e cedevole. Ricordò a un tratto un gioco
che le capitava di fare alle feste quando era ancora ragazza a Mamaroneck.
Un gioco che si svolgeva al buio. Si facevano girare degli spaghetti e s'intonava: «Queste sono le budella di un morto»; si faceva passare una scodella di budino freddo e s'intonava: «Questo è il cervello di un morto».
Aveva toccato qualcosa di duro e di forma cilindrica. Cadde con un rumore che riconobbe subito... o sperò di aver riconosciuto: batterie che si
muovevano all'interno di una torcia.
Ti prego, Dio, implorò mentre la cercava con la mano. Dio, ti prego, fai
che sia quello che penso.
Di nuovo il rumore metallico all'esterno, ma questa volta non lo udì. La
sua mano incontrò un pezzo di carne fredda
(questa è la faccia del morto)
ma quasi non se ne accorse. Il cuore le martellava nel petto, in gola, persino nel naso.
Eccola! Eccola!
Metallo freddo, liscio. Cercò di schizzarle via, ma strinse con forza. Sì,
una torcia. Sentiva l'interruttore premerle tra pollice e indice.
Ora fai che funzioni, Dio. Ti prego...
Spinse l'interruttore. La torcia sprigionò un ampio cono di luce e per un
momento il cuore che le tuonava nelle orecchie si bloccò. Tutto si bloccò.
Il tavolo era lungo, ingombro su un lato di attrezzature da laboratorio e
campioni di minerale roccioso, coperto dall'altra parte da una tovaglia a
scacchi. Quell'estremità era stata apparecchiata per un pasto, con una terrina di minestra, un piatto, posate e un bicchiere. Un grosso ragno nero era
caduto nel bicchiere e non riusciva a riemergere dall'acqua; si dibatteva inutilmente, lasciando intravedere di tanto in tanto la clessidra rossa che
aveva sul ventre. Giravano per il tavolo anche altri ragni, quasi tutti vedove nere. E fra i ragni si aggiravano scorpioni, camminando avanti e indietro impettiti come parlamentari, con il pungiglione rovesciato sulla schiena. A capotavola sedeva un uomo corpulento e calvo che indossava una
maglietta della Diablo Mining Corporation. Era stato ucciso con un colpo
sparatogli da breve distanza alla gola. La sostanza che c'era nella ciotola,
quella che aveva toccato con la punta delle dita, non era minestra bensì il
suo sangue coagulato.
Il cuore di Mary si rimise in moto, spedendole sangue nella testa come
un'inondazione, e tutt'a un tratto il fascio giallo della torcia cominciò ad arrossare e tremare. Udì nelle orecchie un canto acuto e dolce.
Non svenire, non osare...
Il raggio della torcia si spostò a sinistra. Nell'angolo, sotto un manifesto
con la scritta AVANTI, PROIBITE LE RICERCHE MINERARIE,
LASCIATE CHE I BASTARDI CONGELINO NEL BUIO! c'era un gomitolo agitato di serpenti a sonagli. Fece scorrere la luce sulla parete di
metallo, passò su congreghe di ragni (c'erano vedove nere grosse come la
sua mano) e trovò altri serpenti nell'altro angolo. Si stavano destando dal
torpore diurno e si contorcevano gli uni negli altri, stringendo e disfacendo
le loro gasse d'amante, le bocche di lupo, i loro nodi vaccai e parlati, scuotendo ogni tanto la coda.
Non svenire, non svenire, non svenire...
Spostò la luce a destra e quando illuminò i tre cadaveri, capì alcune cose
tutte in una volta. Che avesse scoperto l'origine dell'odore cattivo fu la meno importante.
I corpi alla base della parete erano in avanzato stato di decomposizione,
un brulicare di larve di mosche, ma non erano stati semplicemente scaricati
là in fondo. Erano allineati... forse erano stati accuratamente adagiati. Avevano, incrociate sul petto, le mani gonfie e annerite. Ebbe l'impressione
che l'uomo al centro fosse nero di natura, ma non poteva esserne certa.
Non conosceva né lui né quello a destra, ma conosceva l'uomo a sinistra
del nero, lo riconobbe nonostante il saccheggio dei suoi lineamenti operato
dai vermi. Nella mente lo sentì infilare la frase vi ucciderò nell'esposizione
dei loro diritti al momento dell'arresto.
E sotto i suoi occhi dalla bocca di Collie Entragian sbucò un ragno.
Il raggio della torcia tremò ripassando sui tre cadaveri allineati. Tre uomini. Tre uomini grandi e grossi, non uno sotto il metro e novanta di statura.
So perché sono qui e non in prigione, rifletté. E so perché non sono stata
uccisa. Io sono la prossima. Quando avrà finito con Ellen... toccherà a me.
Mary cominciò a urlare.
5
L'antro dell'an tak era rischiarato da una debole luce rossa che sembrava
emanata dall'aria stessa. Una creatura che preservava ancora qualche somiglianza con Ellen Carver l'attraversò, scortata da scorpioni e ragni violino. Da sopra e tutt'intorno l'osservavano le facce di pietra dei can tak. La
facciata antistante era il pirin moh, una parete sporgente che ricordava un
po' un'hacienda messicana. Di fronte a essa c'era la voragine, l'ini, pozzo
dei mondi. Forse la luce si propagava da lì, ma era impossibile accertarlo.
Seduti in circolo intorno alla bocca dell'ini c'erano coyote e avvoltoi. Di
tanto in tanto uno degli uccelli faceva vibrare un ciuffo di penne o uno dei
coyote faceva guizzare un orecchio; non fosse stato per quei movimenti,
sarebbero sembrati anch'essi di pietra.
Il corpo di Ellen si muoveva adagio; la testa di Ellen era ripiegata. Un
dolore forte le pulsava nel ventre. Il sangue le scivolava per le gambe in rivoli sottili e costanti. Si era imbottito le mutandine di Ellen con una vecchia maglietta di cotone che era servita per un po', ma ormai la maglietta
era inzuppata e trasudava. Aveva avuto sfortuna e non una volta sola. Il
primo soffriva di cancro alla prostata, non diagnosticato, e la degenerazione aveva avuto inizio da lì, diffondendosi per il corpo con una velocità così
inaspettata che aveva rischiato grosso e meno male che aveva trovato Josephson in tempo. Josephson era durato un po' più a lungo e più ancora
Entragian, un esemplare quasi perfetto. Ed Ellen? Ellen soffriva di una infezione da saccaromiceti. Una semplice infezione da saccaromiceti, una
sciocchezza nell'ordine normale delle cose, ma sufficiente a dare inizio al
processo di disgregazione. E ora...
Be', ora c'era Mary. Non osava ancora impossessarsene, non prima di
sapere che intenzioni avevano gli altri. Se avesse vinto lo scrittore portando il gruppo via da Desperation, sarebbe balzato su Mary, l'avrebbe messa
al volante di uno dei fuoristrada (dopo averlo caricato con tutti i can tah in
grado di trasportare) e sarebbe salito in collina. Già sapeva dove andare: ad
Alphaville, una comunità vegan nelle Desatoya.
Ci sarebbero stati vegan per molto tempo dopo l'arrivo di Tak.
Se avesse prevalso quell'odioso pretino e avessero deciso di venire a sud,
Mary sarebbe potuta tornargli utile come esca. O come ostaggio. Ma non
gli sarebbe stata invece di alcuna utilità se il pretino si fosse accorto che
non era più un essere umano. Si sedette sul ciglio dell'ini a guardarci dentro. L'ini era a forma di imbuto, per cui le pareti andavano via via restringendosi e dai quattro metri del diametro superiore, a una profondità di una
decina di metri, si richiudevano praticamente del tutto in una conca al centro della quale rimaneva un pertugio di non più di un centimetro. Da quel
foro scaturiva una feroce luce pulsante, di un'intensità quasi insostenibile.
Era un buco come un occhio.
Un avvoltoio cercò di posare la testa nel grembo puzzolente di sangue di
Ellen. La cosa lo respinse. Aveva sperato di ritrovare la calma contemplando il fondo dell'ini, aveva sperato di trovarvi ispirazione su come
comportarsi ora (perché l'ini era dove viveva in realtà; Ellen Carver era solo un avamposto), invece sentiva solo aumentare l'irrequietudine.
La situazione era sul punto di mettersi pericolosamente al peggio. Riesaminandola, ora vedeva con chiarezza che altre forze avevano lavorato
contro di lui fin dall'inizio.
Aveva paura del bambino, specialmente nelle sue attuali condizioni di
debolezza. Lo terrorizzava soprattutto il pericolo di essere di nuovo rinchiuso oltre la stretta gola dell'ini come un genio in una bottiglia. Ma non
sarebbe stato necessariamente così. Anche se il bambino li avesse portati
lì, non era detta l'ultima parola. Gli altri sarebbero stati minati dai loro
dubbi, il bambino dalle sue preoccupazioni umane, specialmente nei confronti della madre; e se il bambino fosse morto, avrebbe chiuso di nuovo la
porta di comunicazione con l'esterno, l'avrebbe chiusa con un grande tonfo,
quindi si sarebbe occupato dei suoi amici. Era necessario eliminare lo
scrittore e il padre del ragazzo, ma avrebbe cercato di concupire e salvare i
due più giovani. Chissà, forse in seguito avrebbe avuto voglia di servirsi
dei loro corpi.
Si sporse in avanti senza pensare al sangue che spremette tra le cosce di
Ellen, non più di quanto avesse badato ai denti che cadevano dalla bocca di
Ellen o alle tre nocche che erano esplose come nodi di pino nelle fiamme
del caminetto quando aveva colpito Mary al mento. Guardò nell'imbuto del
pozzo il piccolo occhio rosso che brillava nel fondo.
L'occhio di Tak.
Il bambino poteva morire.
In fondo non era che un ragazzino... non un demone, un dio o un salvatore.
Si sporse di più sull'imbuto con le sue frastagliate pareti di cristalli e la
sua opaca luce rossastra. Allora udì un suono, molto lieve, una specie di
mugolio atono. Era un suono idiota... ma era anche bellissimo, affascinante. Chiuse gli occhi altrui e inalò a fondo, assorbendo la forza portata da
quel suono, cercando di assimilarne il più possibile nella speranza di rallentare almeno temporaneamente la degenerazione che stava divorando
quel corpo. Aveva bisogno di Ellen ancora per un po'. E intanto, finalmente, cominciava a sentire la pace dell'ini.
«Tak», bisbigliò nell'oscurità. «Tak en tow ini, tak ah lah, tak ah wan.»
Poi tacque. Dal fondo, dal rosso silenzio canterino dell'ini, giunse il rumore di qualcosa che si muoveva come una lingua intrisa di saliva.
2
1
David disse: «L'uomo che mi ha mostrato tutte queste cose, l'uomo che
mi ha guidato, mi ha incaricato di dirvi che nulla di questo è destino». Con
le dita serrate sulle ginocchia e la testa china, sembrava parlare alle sue
scarpe. «Questo è in un certo senso l'aspetto che più fa paura. Se sono morti il signor Billingsley, Pie e tutti gli altri uccisi a Desperation, è stato solo
perché un uomo odiava l'ente minerario di sorveglianza e sicurezza e un altro era troppo curioso e non sopportava di essere inchiodato alla scrivania.
Tutto qui.»
«E questo ti ha detto Dio?» chiese Johnny.
Il ragazzino annuì, sempre senza alzare la testa.
«Dunque qui si sta parlando di miniserie televisive», concluse Johnny.
«La prima sera abbiamo i fratelli Lushan, la seconda abbiamo Josephson,
il Receptionist Scalpitante. All'ABC ci faranno ponti d'oro.»
«Perché non chiudi il becco?» sibilò Cynthia.
«Altro giro, altra corsa!» proruppe Johnny. «Questa fanciulla, questa talentuosa vagabonda, questa fulgida femminea fiamma dell'impegno, ci
spiegherà ora, con ausilio di foto e accompagnamento registrato del noto
complesso rock Pearl Jam...»
«E piantala una buona volta», lo troncò Steve.
Johnny lo guardò in silenzio.
Steve alzò le spalle, imbarazzato ma risoluto. «È venuta l'ora di smetterla di passare davanti al cimitero fischiettando. Basta con le stronzate.» Si
rivolse a David.
«Di questa parte so di più», annunciò il ragazzino. «Più di quanto vorrei,
per la verità. Sono stato dentro quest'uomo. Sono stato nella sua testa.» Fece una pausa. «Ripton. Così si chiamava. È stato lui il primo.»
E, sempre con gli occhi sulle proprie scarpe, cominciò a raccontare.
2
L'uomo che detesta l'MSHA è Cary Ripton, capo delle operazioni di scavo alla nuova Rattlesnake. Ha quarantotto anni, calvizie incipiente, occhi
infossati, personalità cinica, più insofferente che no in questi ultimi tempi,
un uomo che desiderava con tutto il cuore diventare ingegnere minerario
ma che, essendo poco portato per la matematica, si è ritrovato invece a dirigere i lavori in una miniera a cielo aperto. A far brillare cariche di
ANFO e a cercare di non strozzare con le proprie mani lo spocchioso mollusco dell'MSHA quando viene per i suoi controlli il martedì pomeriggio.
Quando oggi fa irruzione in ufficio Kirk Turner con la faccia rossa di
eccitazione per informarlo che l'esplosione delle ultime mine ha disseppel-
lito l'imboccatura di una vecchia galleria di miniera e che dentro ci sono
delle ossa, le si vedono da fuori, il primo impulso di Ripton è di ordinargli
di organizzare una squadra di volontari perché devono entrare. Un cumulo di possibilità gli frullano nella testa. È troppo vecchio per lasciarsi andare a fantasie infantili di miniere d'oro smarrite e ritrovamenti di manufatti indiani, troppi sono gli anni cha ha sulle spalle per fantasticherie di
questo genere, eppure mentre esce di corsa con Turner, sono proprio questi i pensieri che lo animano, oh, sì.
Il gruppo che attende ai piedi dell'ultima parete in cui sono state fatte
brillare le cariche a osservare l'apertura rivelata dalle ultime esplosioni è
costituito da poche persone, sette in tutto, contando Turner, capo della
squadra. Ci sono attualmente meno di novanta uomini alle dipendenze delta Desperation Mining Corporation. Fra un anno, se hanno fortuna e la
miniera resta produttiva e i prezzi del rame restano alti, ce ne saranno
forse quattro volte tanti.
Ripton e Turner si avvicinano all'imboccatura. Ne esce un odore strano,
che Cary Ripton associa al gas illuminante delle miniere del Kentucky e
della Virginia occidentale. Ed è vero, ci sono delle ossa. Le vede sparpagliate nell'oscurità inclinata di un antiquato scavo rettangolare. Sono genericamente irriconoscibili, ma tra le altre c'è una scatola toracica quasi
certamente umana. E poco più giù, abbastanza vicino da stimolare la tentazione ma troppo lontano per poterlo illuminare bene anche con una torcia potente, c'è qualcosa che potrebbe essere un teschio. «Che cos'è?»
chiede Turner. «Qualche idea?» Ce l'ha, eccome. È la Rattlesnake Numero
Uno, la vecchia Miniera Cinese. Apre la bocca per dirlo, ma la richiude
subito. Non è faccenda da dare in pasto a un ottuso esplosomane come
Kirk Turner ed è certamente sprecata per gli uomini della sua squadra, nitroenergumeni che passano il fine settimana a Ely a giocare d'azzardo,
andare a puttane e bere... e a parlare, soprattutto. A parlare di tutto e
qualsiasi cosa. Né può portarli dentro con sé. Pensa che ci andrebbero,
che la curiosità li spingerebbe a seguirlo contro gli evidenti pericoli dell'impresa (una galleria così vecchia scavata in un terreno così friabile,
merda, un posto dove basterebbe uno sternuto per far crollare tutto), ma
la notizia arriverebbe in un batter d'occhio alle orecchie dello specchioso
mollusco dell'MSHA e allora perdere il posto di lavoro sarebbe diventato
l'ultima delle preoccupazioni di Ripton. Il mollusco dell'MSHA (tutto manuale e niente manovella, lo ha sintetizzato Frank Geller, capo ingegnere
minerario) ha per Ripton la simpatia che Ripton ha per lui e in meno di
due settimane il capo di una spedizione scesa oggi nella Miniera Cinese
appena disseppellita potrebbe trovarsi in un tribunale federale a sentirsi
affibbiare una multa di cinquantamila dollari e cinque anni di galera. Ci
sono almeno nove norme del regolamento scritte a lettere rosse che proibiscono espressamente di entrare in «strutture insicure e non collaudate».
Qual è il caso davanti ai suoi occhi, ovviamente.
Ma quelle ossa e quei vecchi sogni lo chiamano come voci angosciate
che si levano dalla sua infanzia, fantasmi di tutte le ambizioni inappagate,
e capisce subito che non consegnerà docilmente la Miniera Cinese alla
società e alle teste di cazzo federali senza aver dato almeno un'occhiata di
persona.
A Turner, che è profondamente deluso ma non molto combattivo (conosce bene quanto Ripton i regolamenti dell'MSHA... e forse, da esplosomane, anche meglio di lui), ordina di bloccare l'ingresso della vecchia miniera con nastri gialli di DIVIETO D'ACCESSO. Si rivolge quindi agli altri
della squadra e rammenta loro che la galleria dissepolta, che potrebbe essere un ritrovamento di straordinario interesse storico e archeologico, è
su una proprietà della DMC. «Non mi aspetto che teniate la bocca cucita
per l'eternità», aggiunge, «ma come favore personale vi chiedo di tenere
per voi la notizia per qualche giorno. Non raccontatelo nemmeno alle vostre mogli. Lasciatemi prima riferire ai pezzi grossi della ditta. Almeno
questo dovrebbe esservi facile, visto che già la prossima settimana deve
venire da Phoenix il direttore amministrativo. Mi venite incontro?»
Rispondono di sì. Naturalmente non tutti saranno in grado di mantenere
la loro promessa nemmeno per ventiquattr'ore, ci sono fra loro uomini incapaci di serbare un segreto, ma calcola che il rispetto che provano per
lui possa garantirgli almeno dodici ore di silenzio... e quattro saranno
probabilmente già sufficienti. Quattro ore dopo la fine della giornata lavorativa. Quattro ore da solo laggiù, con una torcia, una macchina fotografica e un carrellino elettrico su cui caricare tutti i souvenir che gli venga voglia di raccogliere. Quattro ore con tutte quelle fantasticherie infantili che alla sua non più tenera età non hanno più spazio nel cuore e nella
mente. E se il soffitto dovesse scegliere proprio quel momento, dopo quasi
centoquarant'anni e innumerevoli brillamenti tutt'attorno, per crollare
seppellendo lui? Pazienza. Non ha moglie, non ha figli, non ha genitori, ha
solo due fratelli che si sono dimenticati della sua esistenza. Comunque
nella sua mente si è già insinuato il sospetto che non perderebbe molti anni di vita. Da sei mesi circa si sente una schifezza e da non molto ha co-
minciato a orinare sangue. Poca roba, ma anche una goccia sembra un
fiume quando è il tuo che vedi nella tazza del water.
Se ne esco vivo, magari vado dal medico, pensa. Lo prendo come un'indicazione dall'alto e vado da quel dannato dottore. Facciamo così?
Turner vuole scattare qualche fotografia dell'imboccatura disseppellita
prima di smontare dal lavoro. Ripton lo lascia fare. Gli sembra il modo
più sbrigativo per liquidarlo.
«Quanto profondo pensi che sia il tratto che abbiamo scoperto?» chiede
Turner, fermatosi poco oltre i nastri gialli a scattare fotografie con la sua
Nikon: fotografie che, senza lampeggiatore, mostreranno solo un buco nero e il biancheggiare di qualche osso che potrebbe appartenere a un cervo.
«Impossibile dirlo», risponde Ripton. Sta facendo mentalmente l'inventario dell'equipaggiamento che deve portare con sé.
«Non è che hai in mente qualche stupidaggine, vero?» insinua Turner.
«Figurati», risponde Ripton. «È troppo sacro il mio rispetto delle norme
di sicurezza per meditare niente di quello che pensi tu.»
«Già, hai ragione», ride Turner e quella notte verso le due un Cary Ripton in versione molto più voluminosa entrerà nella camera dove Turner
dorme con la moglie e lo ucciderà nel sonno. Prima lui e poi anche la moglie. Tak!
È una notte molto attiva per Cary Ripton. Una notte di uccisioni (non un
solo componente la squadra di Turner vedrà il sole del mattino) e una notte di distribuzione di can tah; ne ha preso con sé un sacco pieno prima di
uscire dalla miniera, più di cento pezzi. Alcuni si sono sbriciolati, ma sa
che anche i frammenti conservano una parte del loro misterioso e imprevedibile potere. Consuma la gran parte della notte a piazzare quelle reliquie in angoli dimenticati, nelle cassette per la corrispondenza, negli stipetti dei cruscotti. Persino nelle tasche dei calzoni! Sì! Da quelle parti
nessuno ha l'abitudine di chiudere a chiave la porta di casa, è raro che
qualcuno stia sveglio fino a tardi, e le abitazioni degli uomini della squadra di Turner non sono le sole a cui fa visita Cary Ripton.
Torna alla miniera più sfinito di Babbo Natale quando torna al Polo
Nord dopo la sua notte di furore... con la differenza che il lavoro di Babbo
Natale finisce dopo la distribuzione dei regali, mentre per Ripton è solo
l'inizio. Sono le cinque meno un quarto. Ha più di due ore prima che arrivino gli uomini della piccola squadra del sabato comandati da Pascal
Martinez. Dovrebbero bastare, ma non c'è certo tempo da perdere. Il cor-
po di Cary Ripton è colpito da una emorragia così grave che ha dovuto
riempirsi le mutande di carta igienica per assorbire il sangue e due volte
uscendo dalla miniera ha dovuto fermarsi e vomitarne un fiotto dal finestrino del pickup. Ha inzaccherato tutta la portiera. Nelle prime incerte e
un po' sinistre luci del nuovo giorno, il sangue rappreso sembra saliva
striata di tabacco.
Nonostante la necessità di muoversi in fretta, due volte mentre andava
in miniera si è bloccato per un momento di fronte alla scena che gli mostravano i fari. Immobile, al volante del vecchio pickup, guarda con gli
occhi sgranati.
Gli animali del deserto che affollano la china nord del China Pit basterebbero a riempire un'arca: lupi, coyote, saltellanti avvoltoi dal collo rosso, civette con occhi come grandi vere nuziali d'oro, puma e linci e persino
qualche spelacchiato gatto domestico. Ci sono cani selvatici con le costole
che si stagliano sotto la pelle smagrita, molti dei quali fuggiti dalla comune di subumani che c'è in collina, e fra le loro zampe scorrazzano senza
essere molestati orde di ragni e plotoni di topi con gli occhi neri.
Ogni animale che esce dalla Miniera Cinese porta in bocca un can tah.
Arrivano a lunghe falcate, arrivano volando, arrivano strisciando su per
la strada come una moltitudine di profughi in fuga da un mondo sotterraneo. Sotto di loro, pazientemente seduti come indigenti a un centro di accoglienza due giorni prima di Natale (prenda un numero e attenda) ci sono altri animali. Stanno aspettando il loro turno di scendere nel buio.
Tak comincia a ridere vibrando le corde vocali di Cary Ripton. «Fantastico!» esclama.
Arriva all'ufficio, apre la porta con la chiave di Ripton e uccide Joe
Prudum, il guardiano di notte. Come guardiano il vecchio Joe non è un
gran che; arriva che è già buio, non ha la più pallida idea di quello che
sta succedendo nel cratere e non trova niente di strano nel fatto che Cary
Ripton si presenti in ufficio alle prime luci dell'alba. Ha messo a lavare un
po' di indumenti nella lavatrice che c'è nell'angolo, è seduto a consumare
la sua sgangherata versione di cena e tutto fila liscio e tranquillo fino al
momento in cui Ripton gli pianta una pallottola in gola.
Fatto questo Ripton chiama l'Owl's Club in città. L'Owl's è aperto giorno e notte (anche se, come i vampiri, non è mai veramente vivo). È lì che
Brad Josephson, dalla squisita pelle color cioccolato e pancione cadente,
consuma la sua prima colazione sei giorni la settimana... e sempre a quell'ora brutalmente precoce. Torna utile adesso. Ripton vuole avere Brad a
disposizione al più presto, prima che il nero sia inquinato dai can tah. I
can tah rendono molti servizi, ma guastano gli esseri umani scelti per il lavoro principale di Tak. Ripton sa di potersi prendere uno degli uomini di
Martinez, se fosse necessario, magari Pascal stesso, ma desidera (be', forse lo desidera Tak) Brad. Brad sarà utile in altri modi.
Quanto durano i corpi sani? chiede a se stesso mentre si avvicina al telefono. Per quanto tempo resistono se, quando li lanci al massimo, non stanno incubando un cancro o qualche altra porcheria degenerativa?
Non sa rispondere, ma calcola di avere fra poco l'occasione di scoprirlo.
«Owl's», risponde una voce femminile. Il sole non è ancora spuntato del
tutto e sembra già stanca.
«Buongiorno, Denise», la saluta. «Come ti girano?»
«Chi è?» Grande diffidenza.
«Cary Ripton, tesoro. Non riconosci la mia voce?»
«Si vede che quando ti svegli troppo presto hai la bocca molto impastata, bellezza. O forse stai prendendo il raffreddore.»
«Sarà un raffreddore», l'accontenta lui sorridendo e togliendosi con la
mano sangue dal labbro inferiore. Gli cola attraverso i denti. Più giù gli
sembra che gli si siano staccate le viscere dal resto del corpo e gli galleggino in un mare di sangue. «Senti, tesoro, c'è Brad per caso?»
«Nell'angolo di sempre, grande e grosso e famelico. Quattro uova, patate fritte, almeno due etti di bacon. Spero che quando finalmente esploderà,
vada a farlo da qualche altra parte. A che ti serve Brad a quest'ora del sabato mattina?»
«Questioni di lavoro.»
«Musica per le mie orecchie», ribatte lei. «Vedi di fare qualcosa per
quel raffreddore, Rip. Sembri tutto congestionato.»
«Con tutto il cuore e il mio amore per te», replica lui.
«Bravo», sbuffa lei e il ricevitore, abbandonato, va a cozzare contro
qualcosa di duro. «Brad!» la sente chiamare a gran voce. «Telefono! Per
te! La Dea Bendata!» Una pausa durante la quale Brad sta probabilmente
chiedendo maggiori chiarimenti. «Scoprilo da te», risponde lei e pochi istanti dopo Brad Josephson è in linea. Il suo pronto è quello di un uomo
che sa perfettamente che nessuno telefona alle cinque del mattino per annunciarti la vincita del primo premio a una lotteria.
«Sono Cary Ripton», gli risponde. Sa benissimo come indurre Brad a
raggiungerlo. Ha preso l'idea dal defunto, encomiabile Kirk Turner. «Hai
in macchina la tua attrezzatura fotografica?» Naturalmente sì. Fra le altre
cose, Brad è un appassionato di uccelli. Si ritiene un ornitologo dilettante.
Ma Cary Ripton ha ben altro da offrirgli stamane.
«Sì, certo, che c'è?»
Ripton si appoggia al manifesto appeso con il nastro adesivo, quello in
cui si vede un minatore tutto sporco che punta il dito contro lo Zio Sam e
grida AVANTI, PROIBITE LE RICERCHE MINERARIE, LASCIATE CHE
I BASTARDI CONGELINO NEL BUIO! Se salti in macchina e corri subito
qui, te lo mostro», risponde. «E se arrivi prima di Pascal Martinez e dei
suoi, ti do l'occasione di fare le più stupefacenti foto che hai mai scattato
in vita tua.»
«Di che cosa stai parlando?» Ora Josephson è ansioso.
«Le ossa di quaranta o cinquanta cinesi morti, tanto per cominciare,
che te ne pare?»
«Cosa...»
«Ieri pomeriggio abbiamo aperto un varco nella vecchia Miniera Cinese. A entrarci per nemmeno cinque o sei metri ti si presenta lo spettacolo
più straordinario...»
«Sono già in strada. Non ti muovere. Guai a te se ti muovi di lì!» Sente
lo scatto del telefono nell'orecchio e distende le labbra rosse in un sogghigno. «Non ci penso proprio», mormora. «Non temere Can de lach! Ah ten!
Tak!»
Dieci minuti dopo Ripton, che ora sanguina dall'ombelico oltre che dal
retto e dal pene, attraversa il fondo della voragine e si ferma davanti alla
parete in cui si apre la vecchia Miniera Cinese. Spalanca le braccia come
un evangelista e parla agli animali nella lingua degli informi. Tutti si dileguano, chi volando via, chi ritraendosi nella galleria. Non è bene che
Brad Josephson li veda. No, non andrebbe per niente bene.
Cinque minuti dopo, Josephson imbocca la ripida strada che scende sul
fondo della miniera a cielo aperto, guidando eretto al volante di una vecchia Buick. L'adesivo sul paraurti anteriore dice: I MINATORI VANNO
PIÙ A FONDO E CI RESTANO PIÙ A LUNGO. Ripton lo guarda dalla
soglia dell'ufficio. Non è nemmeno opportuno che Brad veda troppo bene
lui prima che sia a tiro.
Nessun problema. Brad ferma la Buick in uno sgretolio di ghiaia sotto i
copertoni, scende, si arma di tre diverse macchine fotografiche e corre al
piccolo trotto verso l'ufficio, fermandosi solo per qualche istante a contemplare sbigottito l'apertura pochi metri più in alto.
«Madonna, ma è davvero la Cinese!» esclama. «Per forza! Andiamo,
Cary! Per l'amor di Dio, Martinez sarà qui da un momento all'altro!»
«No, di sabato cominciano un po' più tardi», lo tranquillizza lui sorridendo. «Non perdere la calma.»
«E il vecchio Joe? Potrebbe...»
«Ti ho detto di stare calmo! Joe è a Reno. Sua nipote ha sparato fuori
un marmocchio.»
«Bene! Splendido! Si fa festa, eh?» Brad ride in maniera un po' sguaiata.
«Vieni dentro», lo invita Ripton. «Ho una cosa da mostrarti.»
«Qualcosa che hai preso dalla miniera?»
«Bravo», si complimenta Ripton e in un certo senso è così, in un certo
senso vuole davvero mostrare a Brad qualcosa che ha portato fuori dalla
galleria. Josephson è ancora occupato con le sue macchine fotografiche,
sta cercando di sbrogliare le cinghie, quando Ripton lo afferra e lo scaraventa in fondo alla stanza. Manda uno starnazzo di indignazione. Più tardi
avrà paura, e più tardi ancora sarà atterrito, ma in questo momento non si
è accorto del cadavere di Joe Prudum ed è solo offeso.
«Per l'ultima volta, stai calmo!» gli intima Ritpon mentre esce e chiude
a chiave. «Mamma mia! Rilassati!»
Ride mentre sale sul pickup. Come molti abitanti degli stati occidentali,
Cary Ripton crede con passione nel diritto degli statunitensi di girare armati; dietro il sedile ha un fucile e nel cruscotto una piccola Ruger dall'aspetto assai poco rassicurante. Carica il fucile e se lo appoggia sulle gambe. La Ruger, che è già carica, viene trasferita sul sedile accanto a quello
di guida. Il suo impulso sarebbe di infilarsela nella cintura, ma ormai nuota nel sangue da quelle parti (Ripton, idiota, pensa, non sai che gli uomini
della tua età dovrebbero farsi solleticare la prostata una volta all'anno?) e
immergerci la pistola potrebbe non essere una gran trovata.
Quando i pugni con cui Josephson tempesta la porta dell'ufficio cominciano a irritarlo, accende la radio, alza il volume e canta con Johnny Paycheck, che racconta a chi vuole ascoltarlo di essere stato l'unico inferno
allevato da sua mamma.
Di lì a poco compare Pascal Martinez per qualche oretta a una volta e
mezzo la paga dei giorni feriali. Ha portato con sé il suo amigo Miguel
Rivera. Ripton saluta con la mano. Pascal risponde al saluto. Si ferma oltre l'ufficio, poi scende e torna indietro con Mig per vedere come mai Ripton è in miniera il sabato mattina, a un'ora poi così poco cristiana. Sem-
pre sorridendo, Ripton sporge il fucile dal finestrino e li uccide tutti e due.
È facile. Non cercano di scappare. Muoiono sbalorditi. Ripton li contempla pensando al nonno che gli raccontava dei colombi migratori, uccelli
così stupidi che li puoi tramortire a bastonate quando sono per terra. Lì
tutti girano armati ma sono pochi quelli a pensare che un giorno capiterà
loro di usare le armi che portano. Tutto fumo e niente arrosto, o tutto manuale e niente manovella, se preferite.
Gli altri della squadra arrivano alla spicciolata, perché di sabato nessuno si preoccupa molto dell'orario di lavoro. Ripton li uccide via via che
arrivano e trascina i loro corpi dietro l'ufficio, dove presto cominciano ad
accumularsi come legna da ardere sotto il tubo di scarico dell'essiccatoio.
Quando finisce le cartucce (ha munizioni a sufficienza per la Ruger, ma la
pistola può servire solo per dare eventualmente il colpo di grazia, poiché
non ha alcuna precisione a una distanza superiore al metro e mezzo), trova le chiavi di Martinez, apre il suo Cherokee e, sotto una coperta, scopre
uno splendido (e assolutamente illegale) Iver Johnson automatico. Accanto ci sono due dozzine di caricatori da trentadue colpi l'uno in una scatola
da scarpe della Nike. I minatori che stanno sopraggiungendo sentono gli
spari mentre salgono per la parete nord della miniera, ma credono che sia
un'esercitazione di tiro, un'attività con. cui hanno inizio molti sabati mattina al China Pit. Ottima abitudine.
Alle otto meno un quarto Ripton ha ucciso tutti i membri della squadra
di Pascal Martinez. Come extra, fa fuori il tizio con una gamba sola mandato dal Bud's Suds a manutenere la macchina del caffè. Venticinque cadaveri dietro l'ufficio.
Gli animali ricominciano il loro va e vieni dalla Miniera Cinese, trasportando in città i can tah tenuti tra i denti. Presto farà giorno del tutto e
smetteranno in attesa di riprendere al calar delle tenebre.
Nel frattempo la miniera è sua... ed è ora di spiccare il balzo. Vuole
sbarazzarsi di quello spiacevole corpo in disfacimento e se non si sbriga,
non farà in tempo.
Quando apre la porta, Brad Josephson si butta su di lui. Ha sentito gli
sparì, ha sentito le grida delle volte in cui Ripton non ha ucciso la sua vittima al primo colpo e sa che la sua unica arma è la velocità. Crede che
voglia ammazzare anche lui, ma naturalmente Cary non può farlo. Lo afferra invece per le braccia, chiamando a raccolta le ultime forze del suo
corpo e spinge il nero contro la parete facendo tremare dalle fondamenta
il prefabbricato. E ora non è più solo Ripton, ora c'è anche la forza di Tak.
Come per conferma, Josephson gli chiede in nome di Dio come sia diventato così alto.
«Con i germogli di grano!» esclama la cosa. «Tak!»
«Che cosa fai?» domanda Josephson, cercando di sottrarsi quando lo
vede abbassare la testa e spalancare la bocca. «Che cosa stai...»
«Baciami, stupen