Introduzione_Tutta un`altra vita_LTC

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Introduzione_Tutta un`altra vita_LTC
Tutta un'altra vita_pp_LTC
16-01-2012
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DICONO DI TUTTA UN’ALTRA VITA
Tutta un’altra vita è davvero bellissimo ed estremamente interessante. La sua lettura mi sta aiutando a ritrovare centratura e
motivazione, che ultimamente avevo un po’ perso. Grazie!
BRUNA
È un libro chiaro, diretto, avvincente. Mi piacciono le citazioni,
i racconti, il tono, la semplicità. L’ho letto tutto d’un fiato, non
riuscivo a smettere!
STEFANO
Tutta un’altra vita è semplicemente illuminante…
GIUSY
Grazie per aver scritto questo libro che ho trovato, oltre che ben
fatto, carico di umanità.
ANGELA
Durante la lettura ho iniziato a sentire la voglia irrefrenabile di
iniziare a scrivere i miei progetti e tutto quello che potevo fare
per realizzarli. È stato come voltare pagina. Da quando ho finito di leggere il libro non passa giorno che la sera, prima di andare a letto, guardando la mia mappa, mi chieda: «Cosa ho fatto oggi per realizzare tutto ciò che desidero?» Grazie di cuore a
Lucia per aver messo su carta ciò che io ero incapace di vedere
e che dentro di me era molto confuso.
ELISABETTA
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Sto leggendo Tutta un’altra vita e ho avuto enormi benefici nei
rapporti con chi mi sta vicino, nel lavoro e soprattutto con me
stesso.
ANGELO
A ogni affermazione, a cui mi verrebbe da porre una domanda,
segue infallibilmente la risposta. Non sembra un libro ma una
conversazione, dove Lucia fa una considerazione, io faccio una
domanda e Lucia risponde. Bellissimo!
GIANCARLO
Grazie a te e al tuo libro sto ricominciando a vivere…
LARA
Tutta un’altra vita mi sta aiutando moltissimo. In particolare
l’ho letto proprio mentre ero in un periodo davvero difficile a
livello emotivo e… ho trovato un senso a questa situazione.
Grazie!
ELENA
Lode all’autrice e non solo per aver dato un grande contributo
all’umanità, ma soprattutto per essere riuscita a creare una VOCE nel deserto dell’animo umano.
ALFA CENTAURI
Grazie a Tutta un’altra vita sto imparando, vivendo e a volte volando!
LUCA
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Bello e intenso, mi sta aiutando molto a capire me stessa!!!
DANIELA
Grazie a Tutta un’altra vita sto trovando l’equilibrio e imparando ad avere pazienza e a credere di più in me stessa.
VALERIA
Sono un appassionato di crescita personale e motivazione, ho
tantissimi libri. Mi sono letto Tutta un’altra vita ed è veramente
molto bello, un capolavoro, complimenti. L’ho regalato anche a
una mia amica.
PASQUALE
Ho letto tutto d’un fiato il libro, fantastico, propositivo e stimolante. Ne ho già comprate due copie da regalare.
DANIELA
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Della stessa autrice
MI MERITO IL MEGLIO
(anche in ebook)
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LUCIA GIOVANNINI
TUTTA
UN’ALTRA VITA
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TUTTA UN’ALTRA VITA
Proprietà Letteraria Riservata
© 2008 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
I edizione Sperling Paperback settembre 2011
ISBN 978-88-6061-743-9
15-I-11
Per ulteriori informazioni potete consultare i siti www.tuttaunaltravita.it e www.
blessyou.it
Le mappe dell’inserto sono di Allegra Agliardi.
Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di
ciascun volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633. Le riproduzioni effettuate
per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione
rilasciata da AIDRO, Corso di Porta Romana n. 108, Milano 20122, e-mail
[email protected] e sito web www.aidro.org
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Rosanna e Renato, non so se lo sapete
(e forse non ve l’ho mai detto in maniera così chiara),
ma siete stati due genitori meravigliosi.
Grazie per avermi accompagnato
in questo cammino sulla Terra
e per non aver mai smesso di credere in me.
Nicola, grazie per il tuo amore e la tua presenza
nella mia vita.
Il tuo sostegno è preziosissimo, e il solo fatto
di averti al mio fianco
mi fa sentire a casa.
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Indice
Prefazione all’edizione tascabile
Nota dell’autrice
Introduzione
A chi è rivolto questo libro, di cosa tratta
e che risultati vi potete aspettare
Suggerimenti per l’uso
XIII
XV
1
3
5
1. Abbracciare il cambiamento
L’arte del cambiamento
L’accettazione
La zona di potere
La respons-abilità
Suonare con tre corde
Pronti a saltare?
Il punto della situazione
9
10
15
21
25
29
31
34
2. Dove siamo?
La chiamata
Piacere e felicità
Facciamo silenzio
Crisi o possibilità?
Cos’altro possiamo fare?
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38
45
49
53
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3. Le cornici della mente
The Matrix
Il libretto delle istruzioni
Pronti per entrare in Matrix?
La matrice del Sé
La matrice del potere personale
La matrice degli altri
La matrice del tempo
La matrice del mondo
Paura del cambiamento?
62
65
71
75
79
90
95
102
108
113
4. Dove vogliamo andare?
Stabilire una meta
Una questione di n/um…
…e un bisogno di autorealizzazione
Il significato della vita
Torniamo a sognare
115
115
120
125
134
144
5. Costruire la visione
Crea la tua mappa
Tra sogno e realizzazione
I sette passi
Un ponte sul futuro
Attraversa il ponte, e fallo più spesso che puoi!
147
153
154
156
170
172
6. Gli assi del cambiamento
La consapevolezza
La motivazione
La decisione
La creazione
La solidificazione
175
180
186
191
194
198
7. Strumenti di trasformazione
La magia delle parole
204
207
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Dov’è il tuo focus?
La struttura dell’ottimismo
Spiritualità e fede
La meditazione
Il respiro: un filo tra noi e l’infinito
Sono arrabbiato, che faccio?
Superare il dolore: il perdono
Il potere della paura
«Mitakuye Oyasin» (siamo tutti collegati)
Animali: una fonte di amore
L’esercizio fisico
Cibo per la mente
Gruppi di lavoro: pillola blu o rossa?
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218
226
237
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251
262
266
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274
278
280
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E alla fine…
L’ultimo Dan
Cambiare se stessi
Cambiare il mondo
291
291
294
296
Ringraziamenti
301
Risorse
Sull’autrice
BlessYou! Community
Corsi disponibili
Beneficenza
305
305
306
307
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Bibliografia
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Prefazione all’edizione tascabile
FINO a poco tempo fa, se qualcuno mi avesse chiesto cosa è Tutta un’altra vita avrei risposto: una guida al cambiamento. E in
effetti lo è.
In questi anni Tutta un’altra vita ha aiutato migliaia di lettori
a creare i cambiamenti desiderati nella propria vita, a realizzare
i propri sogni, o almeno a fare grandi passi avanti. E allo stesso
tempo ha supportato altrettante persone a gestire al meglio i
cambiamenti non desiderati, quelli che la vita ci impone.
Quindi sì, il libro che avete in mano è una guida al cambiamento.
Ma in questi anni mi sono accorta che è molto di più.
Tutta un’altra vita è un metodo che raccoglie la mia esperienza
personale di quarant’anni di ricerca spirituale e psicologica e
quasi vent’anni di insegnamento di queste stesse materie.
Unisce la mia storia di trasformazione a quella di tanti partecipanti ai corsi BlessYou! in giro per il mondo.
Raccoglie diverse tecniche e correnti filosofiche, è un ponte
tra Oriente e Occidente, tra logica e intuizione, tra la saggezza
millenaria del passato, le scoperte scientifiche del presente e le
possibilità per il futuro.
E quando inizierete a metterlo in pratica vi accorgerete che è
uno stile di vita.
Tutta un’altra vita è prima una promessa, poi un’idea, una
serie di passi, e infine una realtà.
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Nota dell’autrice
PER illustrare meglio i concetti proposti, ho scelto di condividere
molti aneddoti personali e casi reali che hanno per protagoniste
persone che negli ultimi dieci anni hanno partecipato ai nostri incontri aziendali o ai corsi aperti al pubblico. Al fine di salvaguardare la loro privacy i nomi e alcuni dettagli significativi sono stati modificati. Gli episodi che riguardano la mia vita, invece, sono
stati riportati così come sono accaduti, poiché il mio intento è
quello di offrirvi il mio viaggio personale verso il cambiamento,
e i relativi insegnamenti, nella sua interezza e verità.
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«Nessuno ama il cambiare,
tranne i neonati con il pannolino sporco.»
ANONIMO
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Introduzione
«La differenza tra ciò che facciamo e ciò che siamo
capaci di fare risolverebbe la maggior parte dei problemi del mondo.»
MAHATMA GANDHI
SPESSO chi partecipa ai miei corsi alla fine dei seminari mi chiede: «Hai libri da consigliarci? Cosa possiamo leggere?» E poi fa
la fatidica domanda: «Ma tu hai scritto niente? Perché non scrivi un libro? Ci aiuterebbe a mettere in pratica nella quotidianità,
a casa, al lavoro, i passi verso lo sviluppo personale, ed accelererebbe il cambiamento. Sarebbe come avere un allenatore personale al nostro fianco che ci ricorda cosa fare, ci incita, ci corregge, ci stimola: un amico sempre disponibile da consultare…»
Per anni la mia risposta è stata automatica: «Ci sono migliaia
di libri in commercio, ecco una lista indicativa di volumi interessanti…» Ma ogni volta che qualcuno mi poneva questa domanda, qualcosa mi faceva battere il cuore e brillare gli occhi.
Evidentemente, il richiamo era profondo.
Un pensiero però si faceva strada nella mia mente: «Ma chi ti
credi di essere? Che cos’hai tu di speciale per scrivere un libro
che possa davvero essere d’aiuto agli altri?»
Nel luglio del 2005 mio marito Nicola e io avevamo pianificato di passare tutto il mese negli Stati Uniti per una serie di lezioni, ma all’ultimo momento i corsi furono rinviati. Improvvisamente, avevo a disposizione una grande risorsa che nella mia
vita scarseggiava: il tempo. E ne avevo in abbondanza. Non c’e1
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rano più scuse, finalmente avevo tutto il tempo per iniziare il libro che da sempre volevo scrivere.
Tuttavia, dopo qualche giorno mi sono ritrovata di nuovo
sommersa dagli impegni. Dovevo finire di arredare la casa in cui
ci eravamo da poco trasferiti, avevo il giardino da sistemare, il
sito web da rifare, il calendario dei corsi autunnali da preparare,
i dieci gatti randagi che avevano deciso di prendere la residenza
nel nostro giardino… Certo, il mio obiettivo era ancora di fronte
a me, ma qualche motivo mi impediva sempre di fare il passo, di
incominciare a scrivere. Lo spazio che mi separava da ciò che
desideravo mi pareva immenso, tanto da farmi seriamente considerare l’idea di mollare. Dopotutto era solo un sogno. E per di
più era difficile da realizzare.
È troppo complicato, pensavo, non ho abbastanza tempo (e
risorse, e soldi, e capacità), non ce la farò mai…
Vi suona familiare? Quante volte avete pronunciato queste
frasi?
Nel mio caso sapevo ciò che desideravo. Nonostante questo
non era per niente facile. Quanti di noi possono onestamente dire di sapere con esattezza ciò che vogliono? E, soprattutto, come
possiamo collegare ciò che desideriamo con lo scopo più
profondo legato al significato della nostra esistenza? Quale eredità vogliamo lasciare al mondo? Come, per cosa, vogliamo essere ricordati? E quando sentiamo la voglia di cambiare, di migliorare la nostra vita, le nostre relazioni, il nostro lavoro, come
possiamo guidare il cambiamento nella direzione scelta? Che
strumenti possiamo utilizzare? Quali sono le fasi del cambiamento e come metterle in atto nella maniera migliore? Di che
aiuti possiamo disporre in questo cammino? E come possiamo
imparare ad accettare i cambiamenti forzati, quelli che la vita ci
impone? Come trasformare l’incertezza, il dolore e la sofferenza
in carburante per la nostra crescita personale?
Questi ed altri sono gli interrogativi che mi hanno accompagnata per molti anni e che mi hanno stimolata ad analizzare i risvolti dell’animo umano, a studiare le nuove scoperte della psi2
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cologia cognitiva e delle neuroscienze, ad esaminare gli antichi
testi spirituali, a confrontarmi con uomini e donne di medicina
nei luoghi più remoti del mondo e a sperimentare sulla mia pelle tutto ciò che ho imparato, mentre affronto i cambiamenti della mia vita e le piccole e grandi sfide che essi comportano.
Questi ed altri sono gli interrogativi che vengono trattati nelle prossime pagine, con lo scopo di guidare il vostro cammino
verso il cambiamento.
A chi è rivolto questo libro, di cosa tratta e che risultati
vi potete aspettare
«Non sappiamo se cambiando si migliora, ma sappiamo che per migliorare bisogna cambiare.»
ANONIMO
Sostanzialmente i problemi che incontriamo nella vita si
possono riassumere in due categorie: quelli che ci obbligano ad
un cambiamento indesiderato e quelli che ci fanno desiderare un
cambiamento che non arriva.
In questo secondo caso le possibilità sono di nuovo due: sappiamo quello che vogliamo ma non sappiamo come ottenerlo.
Oppure non sappiamo quello che vogliamo.
In tutti i casi, sia che vi ritroviate ad affrontare un cambiamento indesiderato o che abbiate nel cassetto un sogno da realizzare, che stiate per iniziare una nuova fase della vita, che vogliate conoscervi meglio, sviluppare le vostre potenzialità,
migliorare il vostro lavoro, la vostra relazione sentimentale, il
rapporto con voi stessi o con gli altri o far sì che la vostra esistenza assuma un significato più profondo e soddisfacente, queste pagine intendono guidarvi nel percorso della trasformazione.
Tutta un’altra vita vuole essere un aiuto concreto a trovare la
motivazione, la forza e gli strumenti per affrontare e risolvere si3
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tuazioni e stati d’animo che tolgono ossigeno ed energia vitale,
facilitando così il cambiamento.
In questo libro si parla di sogni e di come trasformarli in
obiettivi raggiungibili, di come sviluppare la flessibilità senza
perdere la direzione, dei meccanismi che ci portano all’immobilismo, alla paura, all’ansia, e che bloccano la nostra piena realizzazione.
È un percorso attraverso le varie fasi del cambiamento: la
presa di coscienza del punto di partenza; la consapevolezza dei
meccanismi che utilizziamo per anestetizzarci e non sentire il
dolore emotivo e che ci impediscono a loro volta di ascoltare a
pieno la chiamata della trasformazione; il riconoscimento delle
credenze e dei limiti in cui noi stessi ingabbiamo la nostra identità: un recinto dalle sbarre invisibili e per questo ancora più pericoloso.
È un invito a fare chiarezza riguardo alla direzione che stiamo dando alla nostra esistenza, uno sprone a fare spazio alla
spinta di autorealizzazione e una guida nel compilare una «mappa della visione». Una volta stilata, avremo a disposizione una
bussola per gestire al meglio emozioni e stati d’animo e dare un
nuovo indirizzo alle nostre azioni.
Questo libro ci insegna inoltre alcune tecniche, facili e alla
portata di tutti, che possono essere paragonate ad una virtuale
cassetta degli attrezzi. Una volta apprese, resteranno a nostra disposizione per tutta la vita, senza scadenza. Si dice che questo
sia un viaggio per eroi: ma dentro ogni uomo e donna dorme un
eroe e quando viene risvegliato rende possibile a chiunque liberarsi dal disagio e dall’insofferenza e fare della propria esistenza
un capolavoro.
In tanti anni, nei miei seminari ho avuto l’onore di testimoniare il cambiamento di migliaia di persone che, grazie a questi
percorsi, hanno migliorato notevolmente la qualità della vita,
delle relazioni, del lavoro.
Anche questo libro trasmette nuove idee e spunti di riflessione che stimolano a smettere di svendere i propri sogni, sminuir4
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si, sentirsi vittime e senza via d’uscita, avere pensieri ed emozioni negative, vivere al di sotto delle proprie capacità e potenzialità.
Ovviamente, non è e non vuole essere una pillola magica che
risolve da sola tutti i vostri problemi. È un libro in cui trovate
dei semi, imparate come piantarli, come prendervi cura delle
pianticelle e come ottenere i frutti che desiderate. Questo processo richiede volontà, impegno e azione.
La scelta di cosa fare di questi semi, se buttarli o usarli, è
nelle vostre mani. Questi semi, se utilizzati, funzionano. È successo a migliaia di persone in tutto il mondo. È successo a me,
ed è questo il motivo per cui ho deciso di condividere con voi
anche diverse parti della mia vita. Perché non dovrebbero funzionare anche con voi?
Suggerimenti per l’uso
«Partecipare ad una conferenza sull’arte culinaria
non basta a togliervi la fame. Per sfamarvi, dovete cucinare e mangiare. Se volete far crescere della frutta,
il solo studio dell’agricoltura non basta. Dovete piantare degli alberi da frutto e prendervene cura.»
MATA AMRITANANDAMAYI (AMMA)
Potete servirvi di questo libro in vari modi. Potete semplicemente leggerlo e trovare spunti interessanti che vi indurranno
alla riflessione, o lo potete utilizzare come un corso per affrontare e favorire il cambiamento. In questo caso diventa un vero e
proprio viaggio interiore, un cammino verso una nuova relazione con voi stessi e con il mondo.
Troverete diversi esercizi che vi guideranno attraverso le fasi
della trasformazione e, poiché la qualità della nostra vita è in
buona parte determinata dalla qualità delle domande che ci poniamo, troverete anche tante domande. Se risponderete onestamente vi apriranno nuove possibilità, vi aiuteranno a conoscervi
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meglio, vi porteranno a definire chi siete, dove siete, dove volete andare e in che modo arrivarci. Come vedremo, molto di ciò
che guida i nostri pensieri e le nostre reazioni agisce a livello inconscio, al di fuori della nostra consapevolezza. Le domande
che troverete nei vari capitoli sono studiate proprio per aiutarvi
a fare luce in quella parte di voi stessi. Se di fronte ad alcune vi
trovaste confusi, state tranquilli. Significa solo che quei meccanismi sono ancora al di sotto del livello della vostra coscienza.
Per diventarne consapevoli, attuate una tecnica che suggeriamo
ai corsi, cioè ditevi: «So che non lo so, ma se lo sapessi quale
potrebbe essere la risposta?» e lasciate semplicemente che pensieri o associazioni di idee emergano, senza cercare di giudicarle o cambiarle.
In tutti i miei seminari la parte esperienziale ha un ruolo importante: solo attraverso l’esperienza possiamo provare cosa è
vero per noi e farlo nostro, integrarlo in profondità. C’è una sostanziale differenza tra la conoscenza intellettiva e quella emotiva. Sapere come rilassarsi produce un effetto completamente diverso dall’avere un’esperienza di rilassamento. Per imparare
uno sport non basta conoscerne le regole, ma occorre allenamento; allo stesso modo gli esercizi che troverete in queste pagine servono ad allenare i vostri muscoli mentali, emozionali e
spirituali. E possono essere svolti da soli, con un amico o in
gruppo.
Inoltre, una cosa che potete fare per approfondire la relazione con questo libro è tenere un diario. Quando iniziate il viaggio
interiore è molto utile prendere nota dei pensieri e degli stati
d’animo, delle reazioni, dei sogni, di eventuali intuizioni
profonde. Tutto ciò vi aiuterà a fissare su carta la vostra storia
personale ed essere più consapevoli di ciò che accade dentro di
voi. Dal sito www.tuttaunaltravita.it potete scaricare gratuitamente un diario creato per questo scopo. In più troverete molte
altre risorse, articoli, foto, esperienze, esercizi aggiuntivi, e tramite il blog potete mettervi in contatto con le comunità di lettori
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e praticanti in Italia e nel mondo di quello che amo chiamare il
«sentiero del cambiamento».
Potete usare le pagine del diario anche per gli esercizi. Potreste fare lo stesso semplicemente seguendo i vostri pensieri, senza
utilizzare carta e penna, ma finireste per perdervi nei meandri
dell’intelletto. Il fatto stesso di scrivere le idee ci permette di alleggerire la mente dai mille pensieri che la affollano e di prendere una certa distanza da emozioni e preoccupazioni. Questo, a
sua volta, ci porta ad osservare il tutto da una prospettiva diversa.
Se scegliete di usare il diario, fatelo dall’inizio, in modo che
contenga il vostro viaggio nella sua interezza. Troverete che
sarà molto più utile se lo aggiornerete con una certa continuità.
Potrete anche personalizzarlo ulteriormente con disegni, foto,
immagini o ritagli di frasi significative per voi.
Potete ripercorrere il sentiero del cambiamento ed i suoi
esercizi più e più volte. Servitevene come guida quando desiderate portare un cambiamento in qualche area della vostra vita.
Ogni volta scoprirete nuove parti di voi, nuove potenzialità e
aree di miglioramento.
Affinché funzioni, non occorre che «comperiate» a scatola
chiusa o che siate d’accordo con ogni idea presentata. Anche se
alla fine doveste fare vostra solo una singola idea o un singolo
esercizio, quella parte farà la differenza nella vostra vita.
Durante la nostra crescita un’adeguata alimentazione basta
per farci raggiungere l’autonomia fisica, non dobbiamo fare altro sforzo e tutto avviene in maniera naturale. Ma possiamo dire
lo stesso riguardo l’autonomia psicologica ed emozionale? È altrettanto facile da conquistare?
Nella nostra società investiamo molto tempo a immagazzinare dati e nozioni, siamo subissati di informazioni. Ma quanto
sappiamo di ciò che accade dentro di noi? La maggior parte delle persone dedica molte energie, tempo e denaro per migliorare
il proprio aspetto esteriore, ma questo costituisce forse un aiuto
sufficiente per affrontare le sfide della vita? Quanto tempo dedichiamo invece a conoscere noi stessi e a migliorarci? Ormai tut7
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ti accettano l’idea che per tenersi in forma occorre fare esercizio
fisico regolarmente. Come cambierebbe la nostra vita se accettassimo l’idea di fare con la stessa costanza esercizi per il benessere mentale ed emotivo?
Come giudichereste qualcuno che pur possedendo un tesoro
immenso, lo tiene seppellito sotto terra, fatica a mantenersi e
passa la vita a lamentarsi della sua miseria?
La maggior parte di noi non si comporta in maniera molto
diversa e trascorre tutta la vita senza comprendere e utilizzare il
proprio potenziale, senza fare quei cambiamenti necessari per
vivere meglio, realizzare i propri obiettivi e diventare un essere
umano migliore. Non rischiamo in questo modo di buttare al
vento le nostre giornate, di sprecare la vita?
Credo sia giunto il momento di investire sul vero benessere e
dedicare un po’ di tempo e di energia a esplorare i nostri meccanismi interiori e la complessità del nostro sistema mente-corpoemozioni.
Siete disposti ad allenare il vostro cuore e la vostra mente?
Volete entrare nel circuito del cambiamento?
Buon viaggio.
LUCIA
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Abbracciare il cambiamento
«Non sono i più forti della specie che sopravvivono,
non i più intelligenti, ma coloro che si adattano meglio
al cambiamento.»
CHARLES DARWIN
VI sono alcune condizioni o presupposti necessari affinché si verifichi una trasformazione positiva. E vi sono diversi livelli in cui
questa trasformazione può avvenire. Ciò che leggerete nelle prossime pagine è frutto di esperienze, studi, considerazioni, analisi e
ricerche sul funzionamento umano di fronte al cambiamento, indipendentemente dal fatto che si tratti di mutamenti forzati, passaggi obbligati che la vita ci impone, oppure di miglioramenti attuati consapevolmente. Individuando i livelli del cambiamento
comprenderete più a fondo la natura del processo di trasformazione e potrete sviluppare l’atteggiamento e lo stato d’animo necessari per iniziare il cammino nella maniera migliore. Infatti
qualsiasi cambiamento facciate, sia che si tratti del lavoro, della
vostra relazione o di ciò che vi circonda, sarà solo un cosmetico
senza effetto duraturo se non deriva da una trasformazione
profonda della vostra coscienza.
Lo scopo di questa parte quindi è gettare fondamenta solide,
creare una base che verrà arricchita, sviluppata, costruita e rafforzata con esempi, spiegazioni ed esercizi nei capitoli successivi.
Ci stiamo preparando a partire verso il miglioramento e ci è utile intanto capire cosa portare con noi.
Vi parlerò anche dei paradossi del cambiamento. L’incontro
con la contraddizione dei paradossi può lasciare interdetti: in
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realtà è proprio abbracciando due verità estreme e in apparente
contrasto tra loro che allarghiamo il nostro punto di vista e creiamo lo spazio affinché il cambiamento possa esistere.
Non so se ci avete fatto caso, ma la vita stessa è piena di paradossi. Qualche esempio? Riuscire a restare fedeli a se stessi,
ai propri valori, alla propria etica personale e contemporaneamente essere in grado di modificare il proprio modo di essere. O
mantenere una parola data, un impegno preso e allo stesso tempo avere la libertà di cambiare idea…
L’arte del cambiamento
«È solo cambiando che puoi rimanere costante. È solo
muovendoti che puoi rimanere dove sei.»
TONY BUZAN
Non possiamo non cambiare
Se c’è una costante, una certezza nella vita, questa è il cambiamento.
Un antico detto zen sostiene che non si può entrare nello
stesso corso d’acqua due volte. Ogni volta, infatti, le condizioni
sono diverse: la temperatura dell’acqua, la flora, la fauna, i microrganismi che compongono quel fiume saranno differenti e ci
porteranno ad avere un’esperienza nuova. In altre parole, ogni
volta sarà come entrare in un fiume diverso.
Lo stesso avviene nel torrente della vita. Tutto intorno a noi è
in continua metamorfosi.
Il corpo umano stesso, ben lungi dall’essere un semplice assemblaggio delle sue parti, è in continua crescita e cambiamento. In ogni attimo attraversa incredibili mutamenti biochimici e
biologici tanto che le ultime scoperte della scienza quantistica
sostengono che ogni sette anni le sue cellule sono completamente rinnovate.
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Cellule, sangue e organi lavorano infatti modificandosi senza
sosta per mantenere l’omeostasi, cioè un perfetto equilibrio. In
altre parole, per potersi assicurare di rimanere in uno stato di costante salute, il corpo cambia in continuazione.
È un meccanismo spontaneo, che in natura avviene senza sosta. E tutti ne abbiamo avuto una diretta esperienza, almeno una
volta nella vita, quando siamo entrati in acqua. Che si tratti di un
lago, un mare, un fiume o di una semplice piscina, quando siamo nell’acqua alta e i nostri piedi non toccano il fondo, come
facciamo a mantenere costante la nostra posizione? Abbiamo
bisogno di muoverci. Paradossalmente, anche solo per rimanere
dove siamo, abbiamo bisogno di cambiare, di essere in movimento. E di farlo in maniera coordinata, dando ritmo e direzione
alle nostre azioni.
Vivere significa cambiare. Giorno dopo giorno noi cambiamo. Anche in questo preciso istante, senza che ce ne accorgiamo, stiamo cambiando. Ma in quale direzione? Stiamo muovendoci per mantenere ciò che abbiamo (lavoro, sentimenti,
salute)? Per migliorarci? Ci stiamo facendo trascinare dalla corrente? O stiamo andando a fondo?
I cinque livelli del cambiamento
Nei suoi studi su apprendimento e cambiamento, il celebre
antropologo Gregory Bateson distingue cinque livelli.
Il livello zero consiste nella resistenza al cambiamento. Anche se non siamo soddisfatti dei risultati che otteniamo, continuiamo a fare le stesse cose, avere le stesse abitudini, frequentare gli stessi ambienti, reagire sempre allo stesso modo. In questa
maniera abbiamo un’illusione di stabilità, di sicurezza e apparentemente sembra non ci sia alcun mutamento. In realtà, come
quando siamo in acqua, noi stiamo comunque cambiando. Solo
che non stiamo migliorando. Non stiamo sviluppando nuove
qualità. Al contrario, più continuiamo a mettere in atto le stesse
soluzioni che non funzionano, più il disagio aumenta. E ci irri11
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gidiamo sempre più nelle vecchie posizioni col rischio di andare
a fondo.
«Basta che sia un intervento veloce, non ho tempo da perdere.» Filippo è direttore vendite di un’importante multinazionale.
Le persone che gli sono accanto temono le sue maniere brusche,
i suoi silenzi pieni di tensione e i suoi modi autoritari. Lo definiscono un padre-padrone. È per questo motivo che l’amministratore delegato dell’azienda ci chiede di seguirlo con delle sessioni di coaching.
«È il mio carattere», si difende Filippo, «e d’altronde è l’unica maniera per portare risultati, per fare in modo che la baracca
vada avanti.» A casa la situazione non è migliore. Il suo lavoro
richiede molto impegno, spesso anche nei week-end. «Ultimamente mia moglie ha iniziato a parlare di separazione, con le
mie figlie non c’è dialogo e in azienda il clima si fa sempre più
teso e ostile», confessa nervosamente giocherellando con il pacchetto di sigarette, di cui ha aumentato il consumo.
Da anni Filippo continua a comportarsi nello stesso modo.
Negli ultimi mesi è ingrassato, ha spesso mal di testa ed è sempre più nervoso. In questo caso il cambiamento è considerato involutivo o degenerativo, perché giorno dopo giorno, in maniera
quasi impercettibile, produce un peggioramento. Un tipico
esempio lo vediamo in molti matrimoni, dove con gli anni la comunicazione e l’intimità peggiorano anziché migliorare.
Il primo livello del cambiamento avviene quando cominciamo ad imparare qualcosa di nuovo e questo ci porta a compiere
nuove azioni. Ci sforziamo di usare la nostra capacità di adattamento, di sviluppare una certa flessibilità e diamo il via a nuovi
modi di rispondere alle situazioni.
Questo livello è conosciuto come «cambiamento incrementale»: pian piano iniziamo ad avere risultati migliori, pur restando in ambiti conosciuti.
Filippo si impegna nel programma di coaching e il primo
obiettivo che si dà è di affrontare meglio lo stress. Durante le sessioni impara a gestire il tempo personale, famigliare e lavorativo.
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All’inizio fa fatica, ma poco per volta acquisisce nuove abitudini
più salutari, smette di fumare, diminuisce gli alcolici e inizia ad
andare a correre regolarmente. Questo lo rende più rilassato.
Man mano che sviluppiamo nuovi comportamenti e diamo
nuove risposte alle situazioni, il nostro punto di vista si allarga
e presto arriviamo ad accorgerci che abbiamo solo toccato la
superficie delle possibilità di miglioramento e che c’è molto di
più. Sentiamo il bisogno di «cambiare il cambiamento» che abbiamo attuato al livello precedente. Questo ci spinge ad accedere a un livello superiore: iniziamo a chiederci quali nuove capacità, comportamenti, strategie abbiamo bisogno di esplorare,
anche se lo facciamo in maniera discontinua. Siamo nella fase
del «cambiamento sviluppativo», cioè iniziamo a sviluppare
nuove abilità e a ricercare nuovi territori.
Continuando le sessioni di coaching, Filippo inizia a rendersi conto del suo comportamento. «Mi vergogno ad ammetterlo,
ma fino ad ora vedevo le persone solo per la loro funzione. Erano numeri con cui fare fatturato e tutti dovevano essere al mio
servizio. Era l’unico modo che conoscevo per rispondere alle
pressanti richieste del mercato e ottenere risultati veloci. Mi
rendo conto che ho usato più o meno le stesse modalità anche in
famiglia: pretendevo che le mie esigenze venissero prima di tutto, anche se lì non c’era nessun consiglio d’amministrazione da
accontentare.»
Ben presto Filippo comprende che non gli basta imparare a
gestire lo stress. Ciò che ora desidera è migliorare le sue relazioni e imparare a gestire il mondo delle emozioni, area per lui
completamente sconosciuta: «Voglio imparare a relazionarmi in
maniera più aperta e positiva con i miei collaboratori. Voglio essere presente per le persone che mi sono vicine e voglio ascoltarle senza considerarlo una perdita di tempo. Voglio imparare a
vedere il loro valore e rispettare le loro esigenze.Voglio imparare ad abbracciare le mie figlie e a dire loro: ‘Vi voglio bene’».
Come Filippo, mentre procediamo in nuove direzioni, esplorando nuovi campi e adottando nuovi modi di pensare e nuovi
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comportamenti, iniziamo a diventare persone nuove, a sviluppare
nuove percezioni di noi stessi e della nostra identità. Il cambiamento non riguarda più solo i nostri comportamenti, il nostro lavoro, le nostre relazioni o la salute, ma il nostro sé più profondo.
È il livello «evolutivo».
Filippo scopre un nuovo mondo in cui non aveva mai navigato prima, quello dell’intelligenza emozionale: tenerezza, empatia, rapporti paritari, condivisione, supporto reciproco. Scopre
persino di avere una vena artistica e di amare dipingere. Passa
sempre più tempo nella natura e un week-end al mese invita i
collaboratori nella sua casa al lago. Da queste riunioni informali, dove l’atmosfera è leggera e rilassata, nascono nuovi progetti
e una squadra molto affiatata.
Quando emerge un nuova identità, il nuovo senso di sé modifica il nostro intero mondo, guida i criteri delle nostre scelte e dà
una nuova direzione alla nostra vita. È il momento del «risveglio», caratterizzato da profonde intuizioni.
A questo livello il cambiamento è chiamato «rivoluzionario». E infatti porta delle vere e proprie rivoluzioni nella nostra
esistenza.
Filippo si rende conto della ricchezza interiore e delle capacità di ogni singolo componente del suo gruppo e si pone l’obiettivo di aiutare ciascuno a dare il meglio di sé.
Partecipa con i membri del gruppo a molti dei nostri corsi di
sviluppo personale e ci chiede anche una formazione professionale per diventare coach. Ormai in azienda è conosciuto come
un mentore, una figura che gode di grande rispetto, colui che
riesce a creare i gruppi più performanti, coesi e motivati. Non
solo, chi lavora con lui è anche più allegro e soddisfatto. E la
moglie e le figlie? Dopo l’incredulità iniziale, sono felici del
suo cambiamento: «Sembra un’altra persona. È stata una vera
rivoluzione!» ci hanno detto felici.
Spesso è difficile misurare il cambiamento perché non lo
possiamo vedere o toccare con mano. Eppure è qualcosa di concreto: è un processo che avviene proprio sotto i nostri occhi.
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Ma cosa sta alla base del cambiamento?
Come risulta dallo studio di Bateson, le parole chiave sono
«imparare» e «crescere».
Cambiamo mentre cresciamo e nel frattempo impariamo e
sviluppiamo nuove capacità, idee, comportamenti. Mentre incorporiamo i nuovi insegnamenti, qualcosa dentro di noi inizia a
cambiare. Le cose stesse che impariamo, le esperienze che viviamo ci cambiano.
Il seme dell’arte del cambiamento è insito in ogni essere
umano. È un’abilità innata, esattamente come la capacità di
camminare. Nessuno nasce sapendo camminare, eppure pian
piano, dopo tanti tentativi finalmente impariamo. Lo sviluppo di
questa abilità rivoluziona la nostra intera esistenza. Poi, col tempo, se lo desideriamo, possiamo affinare ulteriormente questa
capacità, allenarla e diventare danzatori, corridori o atleti. O
semplicemente possiamo camminare per andare al lavoro, fare
la spesa, goderci una passeggiata in un giorno di sole.
Allo stesso modo possiamo usare la nostra naturale capacità
di cambiare per guidare le piccole o grandi trasformazioni quotidiane e indirizzarle verso l’evoluzione anziché lasciarci portare dalla corrente o addirittura farci trascinare verso il fondo.
Possiamo diventare dei veri e propri artisti del cambiamento,
imparare a creare le rivoluzioni che desideriamo.
L’accettazione
«Che Dio mi conceda la serenità di accettare le cose
che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare, e la saggezza di distinguere tra
le due.»
SAN FRANCESCO
Anni fa, io e mio marito volevamo andare a vivere in campagna insieme ad alcuni amici e collaboratori. L’idea era nata
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da un sogno: formare una nuova versione di comunità dove
ognuno avesse la privacy del suo appartamento e poi ci fossero
spazi comuni in cui ritrovarsi tutti insieme. Inoltre, sentivamo
sempre più forte l’esigenza di vivere in mezzo alla natura. Ovviamente la ricerca del luogo ideale non è stata facile: abbiamo esaminato decine di casolari e antichi borghi abbandonati
finché abbiamo finalmente trovato il posto giusto. Dopo aver
firmato il compromesso, con i progetti della ristrutturazione
pronti, e dopo aver persino scelto l’arredamento, abbiamo scoperto che non potevamo proseguire. Per diverse cause, condoni
edilizi e problemi personali di più della metà degli amici che
dovevano far parte del progetto, il nostro sogno stava andando
in frantumi. Dovevamo rinunciare a quella casa, almeno nei
termini pensati.
La mia prima reazione è stata di totale negazione di ciò che
stava accadendo: «Non è vero, non sono veri ostacoli, non voglio rinunciarci a nessun costo. Andrò avanti!»
Per mesi e mesi è stato un susseguirsi di incontri estenuanti,
di appuntamenti da notai, di letture e riletture delle leggi edilizie, di telefonate, mail e fax… senza alcun risultato se non
stress, perdite di tempo e di soldi. Io continuavo imperterrita a
lottare: il dispiacere di veder fallire il mio sogno era troppo
grande. Ma qualunque soluzione tentassi di trovare, continuavo
a sbattere contro dei muri insormontabili.
Finché ad un certo punto ho capito: forse era il momento di
accettare qualcosa che non potevo cambiare. Solo quando ho
fatto pienamente questo passo, e non è stato facile, ho scoperto
che non dovevo affatto rinunciare all’intero progetto, come
credevo, ma potevo focalizzare la mia attenzione sulle modifiche necessarie. E così è stato. Anziché continuare a rincorrere
il sogno iniziale, abbiamo indirizzato la ricerca su una semplice casa in campagna. E abbiamo anche accettato l’idea di non
possederla, ma di prenderla in affitto. Improvvisamente la situazione si è sbloccata. In meno di un mese abbiamo trovato
una casa bellissima ad una cifra che ci potevamo permettere.
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Io e Nicola ci siamo trasferiti lì e molti degli amici che erano
parte del progetto iniziale ora vivono a pochi chilometri di distanza. Abbiamo ugualmente modo di incontrarci tutti insieme
nella sala o nella veranda di casa nostra e di godere delle verdure dell’orto.
Se non avessimo aperto la porta dell’accettazione abiteremmo ancora a Milano e staremmo ancora lottando tra avvocati,
geometri e notai.
C’è un antico detto che cerco sempre di tenere in mente e
che anche in questa occasione si è rivelato molto utile: «Se posso cambiare qualcosa, perché preoccuparmi? E se si tratta di
qualcosa che non posso comunque cambiare, perché preoccuparmi?»
Senza accettazione, la determinazione degenera in testardaggine, la tensione creativa si tramuta in nervosismo e frustrazione, e il cambiamento diventa lotta. Ed è una guerra in cui il vero
nemico finiamo per essere noi stessi. È solo attraverso l’accettazione che si creano le condizioni necessarie per imparare dalle
esperienze, aumentare le nostre capacità e avviarsi verso il cambiamento evolutivo.
Ecco cosa pensava Bateson dell’accettazione: «Una certa libertà deriva dal riconoscimento di ciò che è necessariamente
presente, qui e ora. Da questo riconoscimento deriva il sapere
come agire».
Ma che cos’è l’accettazione? E soprattutto, cosa non è?
Spesso, quando affronto questo argomento nei corsi, mi sento chiedere se il fatto di accettare gli eventi non ci renda inerti
spettatori della vita. Come posso accettare ciò che non mi piace? Se accetto ogni situazione non rischio di adagiarmi e di
bloccare il cambiamento?
Una volta una donna che veniva regolarmente picchiata dal
marito affermò che lei ormai accettava il fatto. Quello non è un
esempio di accettazione, ma di rassegnazione. Anche perché in
quel caso le cose potevano essere cambiate.
La grande differenza è che la rassegnazione è uno stato d’a17
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nimo passivo: rassegnarci equivale a sopportare, spesso controvoglia, chiuderci in noi stessi e giocare il ruolo della vittima.
Accettare gli eventi ineluttabili invece richiede forza, coraggio, volontà e determinazione ad andare avanti. Vuol dire prendere atto di come stanno le cose, ascoltare la chiamata del cambiamento, smettere di nascondere la testa sotto la sabbia,
riconoscere ciò che sta accadendo ed essere onesti con se stessi.
Accettare significa osservare ogni parte di noi e della nostra
vita, anche quelle scomode, che non ci piacciono, che desideriamo cambiare.
Osservare senza giudizio: sfortuna o benedizione?
Affinché l’accettazione avvenga occorre osservare senza
giudizio, con sincera curiosità. Nel momento in cui giudichiamo
ci irrigidiamo nella nostra posizione. Questo inquina la capacità
di cogliere le sfumature, contamina la nostra interpretazione del
mondo e altera le risposte che diamo agli eventi.
Se siete abituati a vedere la critica e il giudizio come qualcosa di costruttivo potete iniziare pensando all’accettazione come
ad una semplice sospensione del giudizio.
Un’antica storia taoista narra di un saggio che viveva in un
villaggio nell’estremo nord della Cina. Un giorno a suo figlio
scappò il miglior cavallo. Il ragazzo fece di tutto per ritrovarlo
ma nel suo girovagare l’animale era finito oltrefrontiera ed era
stato preso da una carovana di nomadi. Tutto il villaggio cercò
di consolare il ragazzo che non riusciva a darsi pace della sua
sfortuna. Ma suo padre, il saggio, gli disse: «Come fai a dire che
sia una sfortuna e non una benedizione?»
Mesi dopo il cavallo ritornò portando con sé un bellissimo
stallone. Questa volta il giovane era raggiante e tutto il villaggio
si congratulava con lui per la sua fortuna.
Ma il padre gli disse: «Come fai a dire che sia una fortuna e
non un disastro?»
Lo stallone diventò presto il cavallo preferito del ragazzo e
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gli fece guadagnare parecchi soldi ma un giorno, in sella al suo
bellissimo animale, il giovane cadde e si ruppe un’anca. Ancora
una volta tutto il villaggio andò a consolare il povero ragazzo
sfortunato. Ma ancora una volta il padre disse: «Come fai a sapere che è una sfortuna e non una benedizione?»
Pochi mesi dopo una tribù nomade invase il nord della Cina
e tutti gli uomini abili furono reclutati per andare al fronte a
combattere. Nove su dieci non tornarono mai più a casa. Il giovane non fu arruolato ed ebbe salva la vita proprio grazie alla
caduta da cavallo. E così padre e figlio vissero felici e contenti
prendendosi cura l’uno dell’altro per molti anni.
Come ci ricorda questa storia, come facciamo a sapere che
ciò che definiamo una sfortuna non sia in realtà una benedizione? A cosa serve giudicare, allora?
Come scopriremo più avanti, l’idea non è certo quella di fare
finta di niente, né di raccontarci che tutto va bene quando non è
così. Si tratta invece di prendere atto della realtà mantenendo
l’osservazione il più pulita possibile, senza inquinarla con idee
fisse o preconcetti. Quando siamo dentro una situazione non
siamo comunque nelle condizioni migliori per giudicarla in maniera obiettiva.
E quando fallisco?
Riprendiamo l’esempio del momento in cui abbiamo iniziato
a camminare, uno dei primi grandi cambiamenti che tutti abbiamo affrontato. Per imparare abbiamo tutti fatto infiniti tentativi.
E abbiamo fallito migliaia di volte. Eppure non ci siamo mai
sentiti incapaci per questo, e nessuno ci ha mai giudicati. Ad
ogni caduta abbiamo semplicemente preso atto della situazione,
accettandola per quello che era. Questo ci ha permesso di rialzarci ogni volta, continuare a provare e migliorarci ogni giorno.
Come cambierebbero le cose se riuscissimo ad avere lo stesso
atteggiamento di accettazione senza giudizio davanti alle cadute
della vita!
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L’accettazione ci porta ad amarci ed apprezzarci anche se il
nostro punto di partenza non è quello che vorremmo, anche se
cadiamo per l’ennesima volta, anche se ci ritroviamo in una situazione indesiderata e apparentemente non abbiamo la forza
per uscirne.
Lo psicologo e scrittore Nathan Freeman suggerisce: «Dovete amare ed accettare le vostre nevrosi per poterle guarire!»
È così semplice allora? Non proprio. È semplice ma non è
facile perché c’è un tranello. Spesso infatti ci fermiamo alla prima fase, l’accettazione intellettuale. Quante volte pensiamo di
avere accettato parti della realtà e invece l’abbiamo fatto solo
razionalmente e dentro proviamo ancora rabbia, frustrazione,
delusione o sensi di colpa? La vera accettazione avviene solo
quando siamo aperti ad assorbire anche emozionalmente, a digerire completamente ciò che è.
Come vedremo più avanti, spesso è proprio dalle cose che
non possiamo cambiare come lutti, malattie, separazioni, che
giungono gli insegnamenti e le trasformazioni più importanti
della nostra vita. E spesso si tratta di esperienze non facili da
mandar giù. Ma è solo nel momento della vera accettazione che
ci liberiamo del peso emotivo, e che la trasformazione può avvenire.
Durante i corsi, molto del nostro lavoro consiste nell’aiutare
le persone a fare proprio questo passaggio.
Nei capitoli dedicati alle fasi del cambiamento e agli strumenti di trasformazione, tratteremo in maniera più approfondita
alcuni ingredienti dell’accettazione come la consapevolezza e il
perdono, e approfondiremo diversi temi che vi aiuteranno a sviluppare l’autoaccettazione, come l’ottimismo, la meditazione, la
fede e la spiritualità.
Se non accettiamo qualcosa (una situazione, un’esperienza,
una parte di noi), come possiamo possederla pienamente? E se
non la possediamo, come possiamo cambiarla?
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La zona di potere
«Se non ti piace qualcosa, cambialo. Se non puoi cambiarlo, cambia il tuo atteggiamento. Non lamentarti.»
MAYA ANGELOU
«Qui nessuno ti aiuta, anche se sei oberato di lavoro. Io vorrei
che le cose fossero diverse ma cosa posso farci?» Fin da quando è
entrata in sala un’ora fa, sul volto di Simonetta è stampato un sorriso piuttosto forzato che è difficile non notare. C’è un contrasto
notevole tra i muscoli delle guance che si allargano lasciando intravedere denti che potrebbero pubblicizzare un dentifricio sbiancante e gli occhi corvini dove ogni traccia di sorriso è assente.
Chissà cosa direbbe Paul Ekman* se la vedesse. È questo ciò che
lui chiama il sorriso Pan Am? Ecco che è successo di nuovo. Mi
sono distratta. Quando in una persona noto una forte dissonanza
tra ciò che dice e ciò che il suo corpo esprime, tendo a seguire i segnali di quest’ultimo. Oddio, cosa mi sarò persa? penso. Ma la mia
attenzione viene immediatamente richiamata dal tono rassegnato
con cui la donna prosegue. «Tanto qui le cose non cambieranno
mai. Si parla di collaborazione poi non solo ognuno pensa al suo
orticello ma butta anche le erbacce in quello altrui. Come si fa a
lavorare in un ambiente dove la mattina nessuno ti saluta?»
Decido di fare un tentativo: «Finora cosa hai fatto tu per migliorare le cose? Come potresti creare un ambiente più sereno e
collaborativo? Quanto sei disponibile tu ad aiutare i tuoi colleghi? Quante volte li hai salutati tu per prima la mattina?»
* Paul Ekman è un professore di psicologia dell’Università di San Francisco che ha studiato per molti anni le espressioni facciali. Ha catalogato per
l’uomo ben diciannove tipi diversi di sorriso, distinguendo quelli falsi da quelli veri. Ekman chiama i sorrisi veri «Duchenne» dal nome del neurologo dell’Ottocento che dimostrò che il sorriso è la risposta fisiologica a uno stato di
benessere, tanto che si sorride fin da quando si è nella pancia della mamma.
Tra sorrisi falsi che non coinvolgono i nervi e i muscoli di zigomi e occhi, i più
famosi sono i sorrisi Pan Am, perché ricordano il sorriso di benvenuto finto
del tipico assistente di volo della ex compagnia americana.
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«Ah no, sono loro che devono venirmi incontro. Io di sforzi
ne ho fatti già abbastanza. Quando abbiamo iniziato a dividere
l’ufficio, io salutavo sia Sara sia Marina. Certo mi rispondevano, ma senza nemmeno alzare lo sguardo dallo schermo del
computer.» Simonetta si mette sulla difensiva. Tentativo fallito.
«Non hai mai pensato che in quel periodo fossero molto impegnate o che magari per loro il saluto mattutino non sia così
importante? Ne hai mai parlato con loro?» chiedo continuando a
stupirmi di come anche nelle grosse aziende siano spesso dei
meccanismi così piccoli a influenzare il benessere e il rendimento delle persone.
«Beh, siamo tutti impegnati, ci sono sempre grane da risolvere. Sono loro che dovrebbero venire a chiedermi scusa. Mi
stanno rovinando la vita.» Il tono di Simonetta diventa sempre
più secco e la tensione nelle mascelle sempre più visibile. Secondo tentativo fallito. Peccato che non si renda conto che è lei
stessa a rovinarsi la vita.
Faccio un ultimo tentativo: «Come possono Sara e Marina
rovinarti la vita? Hanno così tanto potere su di te?» Silenzio. Simonetta mi guarda come se avessi parlato in aramaico. «In che
senso? Non capisco», balbetta.
A questo punto decido di andare fino in fondo: «Chi decide
come ti senti? Chi sceglie cosa pensi? Chi ti dice come reagire
alle situazioni? Chi determina il tuo umore, il tuo comportamento, l’andamento delle tue giornate? Vuoi che siano gli altri?
Vuoi essere come una banderuola in balìa degli eventi? Vuoi
consegnare ad altri questo potere o vuoi essere tu a decidere per
te stessa e per la tua vita?»
Silenzio. Simonetta rimane immobile per qualche istante.
Poi improvvisamente le sue mascelle si rilassano. Anzi, direi
che stanno proprio crollando verso il basso. «Certo che no. Nessuno ci può rovinare la giornata o la vita, se non siamo noi stessi a dargli il permesso. Non ci avevo mai pensato. Non avevo
mai guardato la situazione in questo modo», risponde con una
delle migliori espressioni di stupore che io abbia mai visto. Ten22
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tativo riuscito. È un concetto così semplice, perché continuiamo
a dimenticarlo?
Le due zone
Esistono due aree ben definite in cui ci muoviamo. Vi è una
zona che è in nostro totale potere e una che riguarda tutto ciò
che ci è estraneo, indipendente dalla nostra volontà, fuori dalla
nostra sfera diretta di influenza. Quanto spesso vorremmo tenere tutto sotto controllo? Il comportamento del partner, le scelte
dei figli, le risposte degli amici o dei colleghi, la politica aziendale, il traffico, la delinquenza, il computer o la macchina che si
rompono e così via. E quanto di tutto ciò è effettivamente sotto
il nostro diretto controllo? Ma, soprattutto, quanto tempo ed
energia impieghiamo a preoccuparci, a disperarci, a cercare di
cambiare le cose senza peraltro riuscirci?
Parafrasando la preghiera di san Francesco, conosciuta guarda caso anche come preghiera della serenità, è fondamentale tenere sempre presente la linea di confine tra queste due zone. Ed è
saggio concentrare la nostra attenzione sulla prima area perché è
lì che possiamo esercitare appieno la nostra influenza. È quella,
infatti, che ci riguarda personalmente e ha a che fare con il nostro
modo di rispondere agli eventi attraverso pensieri, emozioni, parole e azioni. Indipendentemente dalla situazione esterna, siamo
sempre noi a scegliere cosa pensare, come sentirci, come parlare
e come agire. Nessuno può obbligarci a pensare in un certo modo. Nessuno ha la proprietà delle nostre parole.
Nessuno ci può far sentire inferiori o tristi o arrabbiati, se noi
non lo vogliamo. Nessuno e niente ci può rovinare la vita, se non
siamo noi a cedergli questo diritto. Victor Frankl, neuropsichiatra
viennese di origine ebraica e padre della logoterapia, riflettendo
sulla sua lunga prigionia ad Auschwitz, disse che qualunque cosa
facessero i suoi carcerieri, non potevano comunque obbligarlo ad
odiarli e concluse che «in fin dei conti è possibile togliere agli uomini qualunque cosa tranne una, l’ultimo baluardo della libertà
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umana: la possibilità di scegliere con quale atteggiamento porsi di
fronte a qualunque circostanza in cui si possano venire a trovare».
Pensare, emozionarci, parlare e agire sono le nostre quattro
capacità principali, e insieme formano la nostra zona di potere.
È qui che risiedono il fulcro e il motore del cambiamento.
Le carte della vita
Mata Amritanandamayi, nota in tutto il mondo col diminutivo di Amma, ovvero Madre, è una guru indiana da molti considerata una santa per il suo incredibile impegno umanitario e i
suoi preziosi insegnamenti. Nata in una zona molto povera del
Kerala, ha dedicato la sua vita ad alleviare le sofferenze dei bisognosi. Pur non possedendo nulla tranne il suo sari, è riuscita a
costruire decine di scuole, orfanotrofi e ospedali, ha donato più
di 25.000 case ai senzatetto, e la sua organizzazione fornisce
tutti i giorni oltre 50.000 pasti agli affamati. Per tutte queste attività ha ricevuto moltissimi riconoscimenti internazionali ed è
stata più volte invitata alle Nazioni Unite, eppure è una delle
persone più umili che abbia mai conosciuto. Durante un soggiorno nel suo ashram in India l’ho sentita usare una suggestiva
metafora per spiegare la nostra zona di potere. Amma paragona
la vita ad una partita a carte. Le carte vengono distribuite da un
mazziere a cui possiamo dare vari nomi: Dio, il destino, il karma, il caso… A volte riceviamo carte bellissime con cui è facile
giocare, a volte invece ci ritroviamo in mano carte decisamente
più scadenti. In ogni caso non abbiamo alcuna influenza sulla
scelta delle carte. Ciò su cui abbiamo totale padronanza, invece,
è la maniera in cui decidiamo di giocarle. È questo che fa la differenza nella nostra vita e nel mondo. Detto da lei che ne è una
testimonianza vivente, fa un certo effetto!
Avere chiara questa distinzione ci permette di non sprecare
tempo ed energie nel tentativo di cambiare ciò che non possiamo cambiare, come una giornata di pioggia, un lutto, un licenziamento, una separazione. Sono le carte che la vita ci sta of24
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frendo in questa partita. Ma possiamo decidere come usarle. E
tutto ciò non solo è in nostro potere, è anche un nostro diritto e
un dovere verso l’evoluzione dell’umanità. Certo, possiamo anche scegliere di sbuffare, di lamentarci e passare intere giornate
ad arrabbiarci con il mazziere o con la sorte. Ma tutto ciò ci
aiuterà forse a far fruttare al meglio le nostre carte?
Quando decidiamo di incolpare gli altri, di sentirci vittime
indifese e senza speranza, stiamo rinunciando alla nostra zona
di potere. E più lo faremo più ci avvieremo verso un cambiamento di tipo peggiorativo o involutivo.
La respons-abilità
«Vivere significa prendersi la responsabilità di trovare
le giuste risposte ai problemi della vita.»
VICTOR FRANKL
Se solo avessi più denaro/tempo/fortuna…
Se solo ricevessi più aiuto dai colleghi/famigliari/amici…
Se solo mio marito mi sostenesse…
Se solo fossi più giovane/magra/bella…
Se solo il mio lavoro fosse meno stressante…
Vi suona familiare? Quali stati d’animo, quali azioni scaturiscono da questo modo di pensare? Quando ci troviamo a riflettere e
parlare in questa maniera, siamo forse nella nostra zona di potere?
La linea che identifica la nostra area di influenza è ben definita e ha un nome: respons-abilità.
Responsabilità non significa colpa. Non è certo colpa nostra se
siamo stati licenziati, lasciati dal partner o se siamo ammalati. Essere responsabili significa riappropriarsi dell’abilità di rispondere
agli eventi. Vuol dire usare la nostra abilità di cambiamento. Essere in grado di dare le risposte più funzionali alle domande che i
problemi della vita ci pongono. E significa farlo nella quotidianità,
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attraverso la nostra condotta, le nostre azioni, le nostre parole, a
casa e al lavoro, quando siamo da soli e quando siamo con gli altri.
Siamo completamente responsabili della nostra zona di potere, ovvero di ciò che pensiamo, delle nostre emozioni, di come
parliamo e agiamo. Siamo altresì responsabili dei nostri comportamenti, delle parole e delle azioni nei confronti degli altri.
Ma non siamo responsabili di ciò che un altro pensa, fa o dice. Questo rientra nella zona di potere dell’altra persona. Quindi
non possiamo cambiarlo. Possiamo solo cambiare come ci sentiamo a riguardo. Possiamo accettare gli eventi esterni e usare la
nostra abilità per rispondere, cioè la nostra respons-abilità.
Comprendere questo meccanismo ci aiuta anche a creare rapporti più sani, aperti, onesti ed efficaci.
«Siamo in dieci a lavorare su questo piano e ci sono due bagni. La settimana scorsa l’impresa di pulizie era in ferie e i bagni sono rimasti sporchi per tutto il tempo. È possibile che qualcuno non si prenda la briga di pulirli?»
«Ogni volta che arriva una pratica scomoda da trattare, rimbalza sulle diverse scrivanie come una patata bollente e nessuno
vuole farsene carico. Perché dovrei farlo proprio io?»
«Appena finito di mangiare, mio marito si incolla davanti al
televisore e non mi aiuta con i bambini. Se gliel’ho mai chiesto
apertamente? No, chiunque si renderebbe conto che ho bisogno
di una mano.»
«Il pianeta è ogni giorno più inquinato. Molti animali vengono maltrattati. Qualcuno prima o poi dovrà fare qualcosa!»
Ognuno, Qualcuno, Chiunque e Nessuno
Questa è la storia di quattro persone di nome Ognuno, Qualcuno, Chiunque e Nessuno. C’era un lavoro importante da fare e
a Ognuno venne chiesto di farlo. Ognuno era sicuro che Qualcuno l’avrebbe fatto. Chiunque avrebbe potuto farlo, ma Nessuno
lo fece. Qualcuno si arrabbiò a tale riguardo, perché era il lavoro
di Ognuno. Ognuno pensava che Chiunque potesse farlo, ma
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Nessuno capì che Ognuno non l’avrebbe fatto. E finì che Ognuno dette la colpa a Qualcuno quando Nessuno fece ciò che
Chiunque avrebbe potuto fare.
Traduzione: questa è la storia di Ognuno di noi.
Davanti ad un compito difficile, una conversazione scomoda
da iniziare, un passo faticoso da intraprendere, una situazione
pesante da cambiare, Nessuno è particolarmente felice. Per
Chiunque sarebbe molto più facile limitarsi a giocare il ruolo
della vittima e deprimersi o incolpare gli altri. Qualcuno invece
usa la sua zona di potere e decide di non farlo.
Ogni volta che scegliamo la respons-abilità facciamo un passo avanti verso il cambiamento evolutivo.
Togliere potere agli eventi esterni
«Quindi l’ansia, la rabbia, il malessere che da mesi provo, in
realtà non sono provocate dal comportamento delle mie colleghe, di mio marito e da altri eventi esterni, ma dalle mie reazioni ai loro comportamenti?» Simonetta mi fa questa domanda durante la pausa pranzo, prendendomi in disparte come se stesse
per svelare il più importante dei segreti. La guardo: ora sono i
suoi occhi a sorridere. So che conosce la risposta a questa domanda. Le relazioni in cui le persone sono responsabili non sono guidate dal bisogno, dal controllo, dalle aspettative che invariabilmente vengono deluse. Sono guidate dalla voglia di mettersi
in gioco, dal dialogo onesto e aperto, dal piacere della condivisione, dallo scambio, dalla consapevolezza e dal rispetto reciproco. In queste relazioni non esiste «vittima» e quindi non c’è
spazio nemmeno per il suo polo opposto, il «carnefice». In questo nuovo modo di essere non abbiamo bisogno di salvare o
cambiare nessuno, né tantomeno di essere salvati.
Potrebbe sembrare che la nostra zona di potere sia molto limitata. In realtà se la usiamo pienamente scopriamo che non è affatto così. Qui incontriamo un altro dei paradossi del cambiamento:
più è ristretta la zona di potere, più è ampia la sua influenza.
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Avere totale padronanza e quindi respons-abilità su un’unica
area, quella delle nostre risposte e dei nostri stati d’animo, implica togliere agli eventi esterni ogni ascendente su di noi.
Quando abbiamo pieno potere su noi stessi, abbiamo pieno potere sul mondo. Almeno sul nostro mondo.
Spesso cadiamo nell’errore di pensare che gli altri abbiano
qualcosa che non va, che siano in qualche modo «sbagliati», che
non siano in grado di risolvere i problemi. E in quel caso ci sentiamo chiamati a farlo noi al loro posto. Essere consapevoli della propria area di influenza implica lasciare la possibilità e lo
spazio a chi ci circonda per essere responsabile dei propri pensieri, parole, azioni e stati d’animo. E questo significa credere
negli altri, nella loro piena abilità di cambiare.
In questo senso, cambiando noi stessi apriamo la strada della
trasformazione anche per coloro che lo desiderano.
Quando parleremo di cambiamento, d’ora in poi daremo per
scontato che non si tratta di cambiare gli altri ma di imparare a
gestire al meglio noi stessi, i nostri stati d’animo, il nostro tempo, le nostre risorse e potenzialità. Ed è da questo punto di vista
che affronteremo la trasformazione.
Nei prossimi giorni, a casa, al lavoro, notate semplicemente
se e quando vi trovate al di fuori della vostra zona di potere.
Cosa è successo? A cosa, a chi avete permesso di gestire il
vostro stato d’animo e le vostre reazioni? Continuare a farlo vi
aiuta forse a vivere meglio?
È mio!
Pensate a qualcosa di cui sentite un forte senso di proprietà,
qualcosa che è assolutamente vostro e che non cedereste per
nessun motivo. Qualcosa di cui potete dire «è mio» con ogni
cellula del vostro corpo.
Di cosa si tratta? Del vostro portafoglio? Le chiavi di casa? La
vostra agenda con tutti i ricordi più belli? Il vostro pc? Il vostro
cane? La vostra macchina? Cedereste tutto questo alla prima per28
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sona che passa per strada? Dareste facilmente una gamba, un
braccio? Per quale motivo non lo fareste mai? Perché è vostro!
Allo stesso modo, anche la zona di potere è nostra, è un diritto di nascita. Perché la cediamo così facilmente?
Suonare con tre corde
«Non c’è nessuna passione nel giocare in piccolo, nell’accontentarsi di una vita al di sotto delle nostre capacità.»
NELSON MANDELA
Era il 18 novembre 1995 e quella sera il violinista Itzhak
Perlman si esibiva al Lincoln Center di New York.
Perlman attraversò il palcoscenico molto lentamente.
Chi aveva già assistito a un suo concerto sapeva che il solo
fatto di attraversare il palcoscenico per il musicista era un compito arduo. A causa della poliomielite contratta da bambino aveva dei rinforzi nelle gambe e camminava a fatica con l’aiuto di
due stampelle. Il pubblico attendeva con pazienza.
Finalmente si sedette, appoggiò le stampelle al suolo, tolse i
rinforzi dalle gambe, si sistemò nella sua posa caratteristica, un
piede piegato all’indietro, l’altro dritto in avanti, si piegò per
prendere il violino, lo pose sotto il mento, fece un cenno col capo al direttore d’orchestra e iniziò a suonare. La platea era abituata a questo rituale.
Ma quella volta fu diverso. Quella volta qualcosa andò storto.
Pochi minuti dopo aver cominciato a suonare, una delle corde del violino si ruppe. Tutto il pubblico la sentì chiaramente
spezzarsi con uno schiocco secco, come un colpo di pistola.
Non c’erano dubbi su ciò che significava quel suono. Non c’erano dubbi su cosa Perlman avrebbe dovuto fare.
Le persone presenti pensarono: ora poserà il violino, rimetterà i rinforzi per le gambe, prenderà le stampelle, si alzerà in
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piedi, si dirigerà faticosamente dietro le quinte, prenderà un altro violino o sostituirà la corda rotta del suo.
Ma non lo fece.
Invece, chiuse gli occhi per un momento, e poi accennò al direttore d’orchestra di ricominciare da dove si erano fermati. E
suonò con una tale passione, una tale purezza ed un potere mai
visti.
Il pubblico era ammaliato.
Tutti sanno che è impossibile suonare un brano sinfonico solo con tre corde.
Io lo so, e voi lo sapete, ma quella notte Itzhak Perlman si rifiutò di saperlo. E lo si poteva vedere modulare, cambiare, scomporre e ricomporre il pezzo sinfonico nella sua testa. A un certo
punto sembrava che facesse uscire dalle corde dei suoni mai sentiti prima. Quando finì ci fu un silenzio reverenziale, e poi il pubblico si alzò in ogni angolo del teatro. Erano tutti in piedi, urlavano e applaudivano per esprimere la loro totale ammirazione.
Egli sorrise, si asciugò il sudore dalla fronte, alzò il suo archetto per quietarli, e poi disse, in maniera umile, come se stesse riflettendo ad alta voce: «Sapete, talvolta è compito dell’artista scoprire quanta musica può ancora creare con ciò che gli è rimasto».*
Ed è decisamente compito nostro scoprire quanta musica
possiamo creare nella nostra vita con ciò che ci è rimasto!
Sarebbe bello se la vita fosse fatta di cose facili, se non esistessero la sofferenza, la paura, la tristezza, se tutti fossimo
sempre gioiosi e soddisfatti. Ma la vita non è così!
La nostra esistenza è fatta anche di periodi difficili. È fatta di
gioie e di dolori. Di luce e di buio. A volte abbiamo tutte e quattro le corde a disposizione. E a volte una corda si spezza. Come
reagiamo allora?
Sono le scelte che operiamo in quegli attimi che fanno la differenza.
*Da un articolo dello Houston Chronicle del 18 novembre 1995.
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Siamo in grado di accettare che una corda si rompa proprio
quando stiamo suonando davanti a migliaia di persone?
Siamo capaci di accettare che qualcosa indipendente dalla
nostra volontà vada male? Che una relazione finisca? Che una
malattia ci costringa a letto? Che un contrattempo mandi all’aria
il nostro lavoro? Che un amico ci abbandoni?
Siamo capaci in quelle occasioni di mantenere la nostra zona
di potere? Siamo in grado anche allora di scegliere la presa di
respons-abilità?
Riusciamo anche in quei momenti a indirizzare i nostri pensieri, emozioni, stati d’animo e comportamenti verso il cambiamento evolutivo?
Pronti a saltare?
«Il progresso è impossibile senza il cambiamento. E
coloro che non riescono a cambiare la propria mente
non riusciranno a cambiare nulla.»
GEORGE BERNARD SHAW
Tony Buzan, psicologo e studioso inglese, nel suo libro Embracing change usa un esempio molto calzante per illustrare il
comportamento umano di fronte al cambiamento. Se una rana
viene messa in una pentola di acqua fredda e l’acqua viene scaldata rapidamente, la rana sente il brusco cambiamento di temperatura, avverte con chiarezza il pericolo e salta fuori immediatamente. Ma se l’acqua viene scaldata gradualmente, la rana non
si accorge del cambiamento e pian piano si assopisce lasciandosi bollire viva. In questi casi l’estrema adattabilità, che di per sé
potrebbe essere una qualità positiva, diventa controproducente.
Durante la nostra esistenza i cambiamenti avvengono spesso;
sta a noi restare svegli per capire in che direzione la vita ci sta
portando e ricordarci la sottile ma fondamentale differenza tra
accettazione e rassegnazione.
È nostro compito percepire se ci avviciniamo pericolosa31
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mente al punto critico e decidere quando è il momento di saltare
per evitare di soccombere lentamente.
La zona di comfort
Noi esseri umani tendiamo a vivere all’interno di una zona di
sicurezza che potremmo definire il nostro territorio, costituito
da elementi conosciuti: convinzioni, amici, famigliari, lavoro,
sport. Siamo esseri assolutamente abitudinari: ogni giorno tendiamo a ripetere più o meno gli stessi pensieri e azioni del giorno precedente.
Pensate a quando vi sedete a tavola con la vostra famiglia.
Che posto occupate? Lo cambiate spesso o lo mantenete da anni? E i vostri famigliari? Quando andate in palestra scegliete
ogni volta un armadietto in posizione diversa o cercate sempre
lo stesso, e quando è già occupato ne prendete uno vicino? Potremmo andare avanti all’infinito: che dire della strada che percorrete per recarvi al lavoro? La variate ogni mattina? E la colazione? I vostri hobby? I vostri week-end? Le vostre letture? Le
vostre convinzioni?
Questo diventa il nostro mondo, la nostra isola di sicurezza.
Tutte queste abitudini ci fanno sentire protetti e a nostro agio.
Non c’è niente di male, a patto che le abitudini che ci siamo
creati ci sostengano in un continuo miglioramento e ci indirizzino verso il cambiamento evolutivo. Ma cosa succede, come nel
caso di Filippo o di Simonetta, quando non è così?
Saltare significa avere il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort per esplorare aree sconosciute. Vuol dire navigare
verso il mare aperto. Abbandonare le abitudini e i modi di essere che non sono più funzionali.
Durante la lettura di questo libro e soprattutto nella parte
pratica, verrete invitati più volte ad allontanarvi dalla vostra zona di comfort. Ogni volta che incontrate nuovi modi di pensare,
esempi che non rientrano nel vostro sistema di credenze, esercizi che vi spingono all’introspezione, state uscendo dalla vostra
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area di sicurezza. E, nel farlo, state iniziando a dare una nuova
direzione alla vostra vita.
L’intenzione focalizzata
Poiché in BlessYou! amiamo molto fondere le scoperte
scientifiche più recenti nel campo della psiche umana con la
saggezza e la filosofia millenaria, in alcuni dei nostri nostri corsi proponiamo un rituale che è praticato da secoli in tutto il
mondo: la camminata sul fuoco.
Non ho mai amato l’aspetto «macho» che alcuni movimenti
hanno dato a questa antica pratica. Nella mia opinione è come
convertire qualcosa di sacro in una sorta di bungee jumping: lo
sminuisce e ne travisa completamente il senso. Per me non è così importante se esista o meno una valida spiegazione scientifica
ma, come in molti rituali, ciò che è strepitoso è che il firewalking è una perfetta metafora della vita.
Per esempio, dopo aver guidato migliaia di persone attraverso i carboni ardenti non ho potuto fare a meno di notare la differenza sostanziale tra qualcuno che si trova senza volerlo a contatto con il fuoco e si ustiona e un camminatore sul fuoco: da
secoli in tutto il mondo quest’ultimo non attraversa il letto di
carboni «senza volerlo» ma è sostenuto da una ferma intenzione
che ha imparato a focalizzare.
Persino i detrattori della camminata sul fuoco, che hanno attraversato i carboni senza preparazione per dimostrare che non
era possibile bruciarsi, hanno sfruttato senza saperlo il potere
dell’intenzione focalizzata. Essi infatti erano sostenuti dalla ferma intenzione di screditare questa pratica e focalizzati totalmente sul successo della loro teoria.
Qualche volta mi è capitato di attraversare i carboni ardenti
senza una vera intenzione, distrattamente, quasi controvoglia. E
quando l’ho fatto, ho regolarmente riportato delle ustioni. Nella
vita questo meccanismo si ripete con le medesime modalità.
Se passiamo la nostra esistenza distrattamente, immersi in ciò
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che non vogliamo, agendo controvoglia, senza essere focalizzati
o guidati da una forte intenzione, è molto probabile che finiremo
per procurarci delle ustioni e, ormai assopiti come la rana della
storia, non ci accorgeremo quando è il momento di saltare.
Quando svolgiamo un lavoro che non amiamo, portiamo
avanti una relazione senza esserne convinti, facciamo qualcosa
solo per seguire la massa, ne riportiamo delle bruciature. E, man
mano, tutto ciò diventa un’abitudine così radicata che fatichiamo a renderci conto di ciò che sta realmente avvenendo. La differenza è solo che nella camminata sul fuoco la bruciatura è immediata ed evidente mentre nella vita le ustioni sono spesso
impercettibili, quasi invisibili, all’apparenza sopportabili, ma
colpiscono l’animo, la psiche, e lì rimangono per poi manifestarsi col tempo sul piano fisico sotto forma di disagi o malattie.
Quando questo accade cosa facciamo? Anziché ascoltare i
messaggi del nostro corpo e la chiamata che il mondo intorno a
noi ci sta mandando, ci ingegniamo a trovare mille modi per
ignorare e soffocare ogni sintomo, e continuiamo nella corsa
quotidiana raccontandoci che un giorno forse troveremo il tempo e il modo per attuare quei cambiamenti che sappiamo necessari e vivere finalmente come desideriamo. Ma non ora. Siamo
troppo impegnati a fare altro.
E intanto l’acqua continua a scaldarsi…
Siete pronti a saltare?
Il punto della situazione
«Il vero viaggio della scoperta non consiste nel cercare terre nuove ma nel guardare con occhi nuovi.»
MARCEL PROUST
Dove stiamo cercando?
Un viandante passa davanti alla casa di un’anziana e trova la
donna in giardino chinata per terra. L’uomo si ferma e le chiede
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cosa stia facendo. Lei risponde che ha perso i suoi preziosi orecchini e li sta cercando. Il viandante si offre allora di aiutarla ma
dopo diverse ore passate a setacciare il giardino centimetro per
centimetro ancora non riescono a trovarli. L’uomo allora le domanda in che punto esattamente li abbia persi, e la donna risponde di averli persi in camera da letto. Sbigottito, il viandante
le chiede perché mai li stia cercando in giardino e l’anziana quasi seccata ribatte: «È ovvio, in camera da letto è buio e non sarebbe possibile trovarli, in giardino almeno ci si vede bene».
Questo è esattamente ciò che facciamo quando cerchiamo risposte da qualche parte fuori di noi. Come possiamo sperare di
trovare soluzioni fuori dalla nostra area di influenza, lontano
dalla nostra zona di potere?
Fare il punto della situazione significa iniziare a guardare
dentro di noi, anche se per farlo dovremo esplorare zone buie.
Implica accettare la realtà così com’è, capire cosa rientra nella
nostra zona di influenza e cosa no, e prendersi la responsabilità
delle risposte che diamo attraverso pensieri, emozioni, parole e
azioni.
Fare il punto della situazione ci permette di capire quando
l’acqua sta pericolosamente iniziando a bollire, e ci mostra
quando occorre uscire dalla zona di comfort.
Affilare i propri strumenti
Stephen Covey, nel suo best-seller Le sette regole per avere
successo, racconta una storia che mi ha colpito e che ho usato
spesso nei miei corsi.
C’era una volta un giovane taglialegna il cui sogno era diventare il più grande taglialegna di tutti i tempi. Era quindi
molto impegnato a fare il suo lavoro e aveva poco tempo per
tutto il resto, amici, famiglia, fidanzata. Un giorno il giovane è
nei boschi a tagliare legna quando gli si avvicina un anziano
sconosciuto. Il vecchio, gracile, malfermo sulle gambe, di cor35
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poratura esile e dalla lunga barba bianca, gli sorride dicendo:
«Giovane, vieni, sediamoci, ho alcune cose da dirti».
Ma il ragazzo non ha tempo, ha altro da fare e inizia ad innervosirsi.
Il vecchio resta in silenzio pensieroso. Poi il suo viso si illumina. «Ho un’idea», dice. «Ti sfido. Domenica, dall’alba al tramonto, vediamo chi taglia la maggior quantità di legna tra noi due.»
Il giovane lo guarda, non riesce a credere alle sue orecchie.
Solo misurando le diverse costituzioni e considerando la differenza d’età pensa di avere la vittoria in pugno. Cos’ha da perdere? E così accetta la sfida. In fondo tutto il paese vi assisterà e
sarà un’ottima occasione per far parlare di sé.
Arriva la fatidica domenica e la gara ha inizio. Il giovane non
si ferma neanche un istante e lavora con più forza che può. L’anziano taglia la legna ma ogni tanto si siede. Quando il sole sta
per tramontare il sindaco annuncia la fine della sfida e le due cataste vengono pesate.
Incredibilmente, la legna tagliata dal vecchio pesa molto di
più di quella del giovane. Il ragazzo è allibito. Incredulo, si reca
dal vecchio e gli chiede con tono arrabbiato: «Com’è possibile?
Io non mi sono fermato un momento in tutta la giornata, neanche per bere un bicchiere d’acqua. E con la coda dell’occhio ti
guardavo e ti ho visto fermarti e sederti diverse volte. Che trucco hai usato?»
Il vecchio lo guarda e, con lo stesso sorriso sereno del loro
primo incontro, gli risponde: «Ragazzo, era quello che ho cercato di dirti l’altro giorno nel bosco, ma tu non avevi tempo per
ascoltare. È vero, io ogni tanto mi sedevo, ma quando mi fermavo, in realtà, stavo affilando i miei strumenti».
Fare il punto della situazione significa fermarsi un momento
e usare il tempo per affilare i nostri strumenti.
Vuol dire essere onesti con noi stessi e domandarci dove siamo, dove ci sta trasportando la corrente, dove invece vogliamo
andare, cosa ci blocca e che strumenti ci possono essere d’aiuto.
È il percorso che vi aiuterò a fare.
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