Periferie preziose - Clinique de Concertation

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Periferie preziose - Clinique de Concertation
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Ai Lettori
Avremmo voluto più tempo per curare la
testimonianza di un lavoro tanto “intenso” e ci
auguriamo di poterlo fare domani.
Oggi, privilegiamo la diffusione di un materiale
grezzo, confezionato artigianalmente, a più mani e in
lingue diverse…com’è la maggior parte delle azioni
del nostro vivere quotidiano, con la convinzione che
ragionare insieme di problemi e soluzioni sia la
pratica più efficace di pensare al futuro.
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INTRODUZIONE
La Clinica della Concertazione è un approccio al trattamento del disagio sociale e psicologico
complesso, messo a punto negli anni ’90 da Jean Marie Lemaire, psichiatra e terapeuta famigliare,
direttore dell’Istituto di Terapia Familiare a Liegi e del Centro di Salute Mentale di Flemalle
(Belgio).
L’idea di predisporre un nuovo dispositivo di lavoro nasce dalla presa di coscienza
dell’insufficienza delle metodologie di lavoro tradizionali (colloqui, terapie familiari, gruppi
terapeutici) per quell’utenza caratterizzata da problematiche molteplici, che attiva a più livelli la
rete sociale dei Servizi e delle Istituzioni. Significativa, ai fini della costruzione dell’impianto
teorico-operativo della Clinica della Concertazione, è l’esperienza che lo psichiatra belga matura
come responsabile di progetti pilota sulla “rete terapeutica centrata sulle famiglie”, realizzati con le
popolazioni dell’ex-Yugoslavia traumatizzate dalla guerra 1 .
Questa particolare figura del lavoro di rete prende spunto dalle teorie di Boszormenyi-Nagy
sull’approccio contestuale, che considerano l’etica relazionale come dimensione inevitabile della
relazione, e si perfeziona grazie all’elaborazione di anni di intervento con famiglie, utenti dei servizi
pubblici, che presentano disagi multipli e complessi. Inoltre, la pratica della Clinica della
Concertazione risente dell’influenza della formazione di J.M. Lemaire come terapeuta familiare
(come testimoniato dalla metodologia di lavoro del “sociogenogramma”, ove la rete dei Servizi e
delle Istituzioni si sviluppa attorno ad un genogramma) e delle teorie bioniane di conduzione di
gruppo.
Il dispositivo della Clinica della Concertazione convoca persone che vivono insieme disagi multipli
ed esperti dell’aiuto e della cura, direttamente o potenzialmente coinvolti promuovendo la creazione
di spazi di fiducia tra le persone e tra persone e istituzioni e favorendo la ricostruzione delle
identità.
Nell’ottobre del 2000, l’esperienza della Clinica della Concertazione è presentata ad Alessandria
nell’ambito delle iniziative nel settore penitenziario coordinati dell’Assessorato alla Pubblica
Istruzione e Servizi sociali della Provincia, su proposta della Regione Piemonte (Assessorato
Politiche sociali) e del Centro di Formazione professionale Piemontese– Casa di Carità di Torino.
Successivamente, è stata ripresa da Progetti inseriti nel Programma comunitario EQUAL al cui
svolgimento la Provincia partecipa, sempre in collaborazione con il C.F.P.P.
L’invito alla Clinica della Concertazione è stato inizialmente diffuso ai Servizi socio-sanitari, alle
Scuole, al privato sociale e al volontariato di tutto il territorio come progetto di 10 giornate di
lavoro, a cadenza mensile, che si configuravano come momento di formazione ma anche di
intervento sulle pratiche di rete. Agli incontri hanno partecipato, in modo continuativo, una
trentina di operatori con qualifiche diverse (formatori, neuropsichiatri, psicologi, assistenti sociali,
educatori, insegnanti) provenienti dai Servizi del territorio (SerT, Scuola, Consorzi socioassistenziali, Servizi penitenziari, privato sociale e volontariato).
Nel 2003, l’attività della Clinica della Concertazione ha coinvolto anche le Scuole e le Famiglie: un
breve ciclo di cinque incontri, insegnanti, formatori, educatori e assistenti sociali (circa 60) e
genitori (circa 15) hanno avuto modo di sperimentare l’efficacia del dispositivo in situazioni
problematiche di integrazione scolastica, di rapporto scuola-famiglia, di disagio scolastico e di
relazione tra i Servizi.
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A. Chauvenet, V.Despret, J.M.Lemaire “Clinique de la reconstruction. Une expérience avec le réfugiés en exYugoslavie”, l’Harmattan, Paris, 1996
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Tale ciclo di appuntamenti è diventato l’occasione per Concertazioni Cliniche con famiglie che
hanno permesso di arricchire il patrimonio formativo degli operatori e ha dimostrato la trasferibilità
di quest’approccio nelle pratiche operative dei Servizi del territorio.
Nel 2004, con il progetto PERIFERIE PREZIOSE/ Progetto di ricerca/azione con il metodo della
Clinica della Concertazione l’esperienza si è arricchita di altri due “momenti” (oltre ai tradizionali
venerdì):
- il primo, è consistito nella pratica del dispositivo direttamente all’interno dei Servizi e delle
Scuole, su richiesta degli operatori e delle famiglie;
- il secondo, in considerazione dell’interesse suscitato dalla pratica e dell’eterogeneità
professionale degli operatori che partecipavano agli incontri, si articolava in momenti di
“approfondimento” sugli strumenti del dispositivo, la loro integrazione con le pratiche di
intervento già diffuse all’interno dei servizi e sulle condizioni che posso favorirne la
trasferibilità.
Ciascun incontro è stato condotto da un “esperto” collaboratore di Jean Marie Lemaire, oltre ai
due appuntamenti approfonditi da lui medesimo, attraverso la modalità concertativa ed è stato
verbalizzato al fine di poter rendere il prodotto di tale lavoro un’occasione per allargare il
confronto con coloro che sono interessati alla diffusione delle pratiche del lavoro di rete.
Le pagine che seguono sono tratte dai verbali degli incontri “tematici” e di questi ultimi conservano
la forma dialogica e i nomi delle persone hanno portato il loro contributo alla discussione
concertativa.
Le iniziative realizzate sul territorio alessandrino con l’impiego del metodo della Clinica della
Concertazione sono state coordinate da Clementina Tacchino, responsabile del Servizio Pubblica
Istruzione della Provincia di Alessandria.
AVVERTENZE
I verbali sono stati inizialmente redatti, in italiano, da Giorgio Abonante ed Elisabetta Mussio, con
la collaborazione di Teresa Premoli e Graziana Vommaro – In seguito sono stati tradotti in francese
da Ivana Pretta – Laurent Halleux ha apportato alcune modifiche al testo francese, al fine di rendere
più comprensibili certi passaggi e ha aggiunto, a guisa di interludio, qualche elemento di riflessione
supplementare.
La riproduzione di tutto il materiale, nelle varie stesure, è stata curata da Sergio Guidobono, mentre
l’impostazione grafica dei depliants informativi è opera di Daniele Caracciolo.
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INCONTRI DI APPROFONDIMENTO
Sala Convegni – Via dei Guasco 49 – Alessandria
lunedi 27 ottobre 2003, ore 14,15 – 17
I CAMPI DI SOVRAPPOSIZIONE E LA CLINICA DELLA STAFFETTA
Marie Claire Michaud, assistente sociale, terapeuta familiare,
responsabile del Centro Ecole et Famille(Parigi)
lunedi 10 novembre 2003, ore 14,15 – 17
LA PSICOTERAPIA NEL SERVIZIO PUBBLICO
Claire Delforge, psicologa, psicoanalista
lunedi 1 dicembre 2003, ore 14,15 – 17
LE DIVERSE FIGURE DEL LAVORO TERAPEUTICO DI RETE
(Clinica della concertazione, concertazione clinica, clinica della staffetta, coordinamento…)
Jean Marie Lemaire, psichiatra, terapeuta familiare, clinico di concertazione
lunedi 26 gennaio 2004, ore 14,15 – 17
L’ARTICOLAZIONE DELLE VARIE FIGURE
DEL LAVORO TERAPEUTICO DI RETE
Jean Marie Lemaire, psichiatra, terapeuta familiare, clinico di concertazione
lunedi 16 febbraio 2004, ore 14,15 – 17
IL SEGRETO CHE FA PARLARE
Vinciane Despret, dottore in filosofia, psicologa - Università di Liegi e Bruxelles
lunedi 22 marzo 2004, ore 14,15 – 17
L’APPROCCIO CONTESTUALE
TRA I DIVERSI MODELLI DI TERAPIA RELAZIONALE
Pierre Michard, dottore in filosofia, psicologo, formatore, psicoanalista infantile
lunedi 26 aprile 2004, ore 14,15 – 17
LA GIUSTIZIA RELAZIONALE
Magda Heireman, psicologa, terapeuta familiare, formatrice - Università di Lovanio
lunedi 24 maggio 2004, ore 14,15 – 17
LA PARZIALITA’ MULTIDIREZIONALE
Magda Heireman, psicologa, terapeuta familiare, formatrice -Università di Lovanio
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Partecipanti:
Angela ABBANEO -insegnante
Giorgio ABONANTE – PROVINCIA di Alessandria – Politiche giovanili
Gabriella AMERIO – Associazione DI A PSI - Tortona
Margherita BASSINI - C.I.S.S. di Valenza
Cristina BEGANI- VILLA ESPERIA di Salice Terme
Rossella BODELLINI - “GIOCANIDO” di Valenza
Carlo BUSCAGLIA - IST. COMPR. di Rivalta Bormida
Francesco BUSETTI - “IL DELFINO – Onlus Casale Monferrato
Michele CACCAVO – CFPP – Casa di Carità – Onlus - Torino
Silvia CALOSSO - C.S.S.A. di Torino
Emanuela CAVAZZA - ASL 22 – Ser.T di Novi Ligure
Graziella DAMASCHI – insegnante
Alessandra DONATO - C.S.S.A. di Torino
Gianna DONDO - “GIOCANIDO” di Valenza
Barbara FANTINI – A.S.O (infantile) Tortona
Alessandra FERRARI - C.T.P. EDA di Acqui
Laura FERRIGNO- C.S.S.A. di Alessandria
Maria Franca FORNERIS - IST. COMPR. “P. Straneo”-Alessandria
Serena FORNESI - C.I.S.A di Tortona
Nicoletta FRIGO –SCUOLA MEDIA Vochieri - Alessandria
Mario GARELLO - C.S.S.A. di Torino
Santina GEMELLI - C.S.S.A. di Alessandria
Carina HERNANDEZ- C.T.P. EDA di Acqui Terme (sede di Novi Ligure)
Maria Pia LENZI - ASILO NIDO di Tortona
Vita MARANGI- U.S.S.M. di TORINO
Carla MIGLIO - SPIN c/o C.S.S.A. di Alessandria
Federica MOLINARI – V° Circolo - Alessandria
Elisabetta MUSSIO - C.I.S.S. di Valenza e Ser.T – ASL 21 di Valenza
Sabah NAIMI- C.T.P. EDA di Alessandria e Acqui Terme
Raffaella NERVI- PROVINCIA di Alessandria,Servizio Politiche del Lavoro
Emanuele OLIVERI- ex ASL 1 di Torino
Piera PAVETTI- ASILO NIDO di Tortona
Maria Grazia PERUGINI- V° Circolo Alessandria
Ugo PEZZUOLO- Gruppo Comunale Protezione Civile Tortona
Fulvia PRAGLIA – IV° Circolo Alessandria
Maria Teresa PREMOLI - U.S.S.M. di Torino
Ivana PRETTA - Traduttrice
Sebastiano PULEIO - COMUNE di Alessandria - INFORMAGIOVANI
Rosmina RAITERI – I° Circolo Valenza - Istituto Cooperaz. allo Sviluppo
Agostino REPETTO - C.T.P. EDA di Acqui Terme
Alessia RONCATI - PROVINCIA di Alessandria- Settore Lavoro e Formazione Prof.le
Silvia SACCO- Ser.T – ASL 21 di Valenza
Daniela SANDRU - ASO INFANTILE di Alessandria
Maria SCIGLIANO- PROVINCIA di Alessandria,Servizio Lavoro e inserimento disabili
Milly SEIRA - CHANGE di Torino
Roberta SOVERINO - ASO INFANTILE di Alessandria
Flora SPANDONARI - C.T.P. – EDA di Alessandria
Clementina TACCHINO – PROVINCIA di Alessandria – Pubblica Istruzione
Stefania TESTA - C.T.P. – EDA di Alessandria
Andrea TRAVAGLIO - SCUOLA ELEMENTARE di Oviglio - Masio
Alice VIZZOTTO – studentessa D.U.S..S - Università“Avogadro”
Graziana VOMMARO - LUDOTECA COMUNALE di Alessandria
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Verbale incontro
Lunedì 27 ottobre 2003– Palazzo Guasco, Alessandria
I CAMPI DI SOVRAPPOSIZIONE E LA CLINICA DELLA STAFFETTA
Marie Claire Michaud, assistente sociale, terapeuta familiare,
responsabile del Centro Ecole et Famille(Parigi)
Apertura
Presentazione dei partecipanti
Marie-Claire Michaud
Parleremo oggi dei “campi di sovrapposizione”, un concetto introdotto dal dottor Lemaire nel
suo lavoro di elaborazione della Clinica della Concertazione. Ma prima di riflettere sulle
questioni e sui problemi posti da tali campi, è necessario spiegare brevemente di cosa si tratta.
Le famiglie e i loro figli si trovano talvolta di fronte a disagi multipli che non riescono a gestire
da sole nella propria rete. Esse delegano quindi una parte di questa presa in carico a degli
operatori, che propongono degli inizi di risposta. Queste domande, queste deleghe sono nello
stesso tempo massicce ed espresse in modo inatteso; provocano l’attivazione di numerosi
professionisti su di uno stesso territorio o all’interno di una stessa istituzione. L’attivazione, la
convocazione dei professionisti fa apparire dei tempi e degli spazi nei quali si creano delle
sovrapposizioni da una parte delle competenze, e dall’altra dei compiti dei professionisti. Ad
esempio, quando un alunno ha delle difficoltà a scuola, il coinvolgimento degli insegnanti o di
altri professionisti all’interno della stessa scuola e nello stesso tempo degli altri professionisti
esterni alla scuola è attivato, e capita che le competenze di questi professionisti si
sovrappongano. Queste situazioni non sono rare. Véronika, ad esempio, una ragazza di 14
anni, rifiuta di imparare e soprattutto di andare a scuola. Diverse persone sono “chiamate” da
lei: la direttrice, l’assistente sociale, e quest’ultima convoca la mamma proponendole di venire
al centro Ecole et Famille 2 . L’assistente sociale capisce che molti professionisti conoscono la
situazione e si preoccupano per la ragazza e per i suoi fratelli che presentano gli stessi suoi
sintomi. Chiede quindi a tutti di rivolgersi, con la famiglia, al centro, poiché ogni
professionista attivato dalla ragazza e dalla famiglia ha una visione diversa delle cose, del
contesto.
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Struttura nella quale lavoro e che cerca di consolidare, di rendere più affidabili e duraturi i legami tra la scuola e la
famiglia.
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Professore
principale
Véronika assente a
scuola rifiuta di
investire la scuola
Direzione
Consigliere
educativo
Madre
Assistente
Sociale
Il medico o
l’infermiera
Tutti i professionisti coinvolti non hanno lo stesso modo di affrontare il problema: alcuni
sanzionano il bambino, altri interpellano e sanzionano i genitori, altri ancora cercano delle
soluzioni alternative, infine altri chiedono un affidamento del bambino, un aiuto educativo,
ecc. Questo problema, questo sintomo che riguarda un certo numero di professionisti non ha
lo stesso significato per tutti. Ora, proprio da questo fatto dovranno riconoscere uno spazio
comune di lavoro (che è la ricerca di un aiuto,) avendo la possibilità di affermare le loro
divergenze nella maniera di rispondere.
La problematica di Véronika, rendendosi assente a scuola, passa da un professionista ad un
altro, di sportello in sportello e permette ai professionisti di incontrarsi in maniera più o meno
esplicita.
Lo spazio di sovrapposizione è costituito da una zona di mezzo dove i campi di competenza
dei due professionisti sono attivati da una stessa problematica, da una stessa situazione. Che
fare? O si ha la possibilità di passare il problema ad un altro più “esperto”perché ciò che è
esposto non rientra nel nostro campo di competenze, oppure si ha la possibilità di lavorare in
questa zona di mezzo e di esporre ciò che costituisce la nostra parte comune e ciò che
costituisce le nostre divergenze, al fine di costituire così un terzo campo di lavoro di
elaborazione con, se possibile, la presenza dell’utente.
Questa zona di sovrapposizione è quella dove gli utenti vorrebbero vederci lavorare più
spesso!!
Quando si parla dell’utente, ho in mente il giovane scolarizzato che spera di vedere gli adulti
concertarsi a proposito di lui: è in questi momenti in cui può riuscire a costruirsi o almeno a
mobilitarsi maggiormente.
Questa zona di sovrapposizione fa uscire i professionisti dal loro isolamento, dalla loro
clandestinità quando agiscono senza avere sempre l’accordo e il sostegno della loro gerarchia.
E’ un campo di lavoro piuttosto sconosciuto e poco riconosciuto, mentre è una realtà di lavoro;
una realtà abitata dalle famiglie che conoscono ognuno dei professionisti coinvolti, interpellati.
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Le famiglie invitano i professionisti a lavorare insieme su una parte comune che dà senso
all’aiuto richiesto.
Véronika si espone a scuola, e lo stesso fanno i suoi fratelli; i tre ragazzini si mettono a rischio
in un luogo che sicuramente li ascolterà, ascolterà il loro disagio, col fine di attirare
l’attenzione dei professionisti sulla loro madre in grande difficoltà psichica, psicologica ed
economica.
Non chiedono l’aiuto di luoghi che spezzetteranno le loro richieste, di professionisti che
cercheranno ognuno nel loro angolo, nel loro campo; vogliono che gli adulti abbiano un
posizionamento largo, una visione d’insieme.
In generale, ciò che accade, è che più i problemi sono acuti, più i membri di una famiglia
attraversano la linea del tempo e i numerosi spazi dei professionisti.
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EN
1
EN 1
E&F
Hôpital
CAF
Médecin
ANPE
AEMO
Véronika
scuola
Lavoro
clinico
Cura
psy
Sosten.
Econom.
salute
Lavoro educativo
Per tornare alla mia esperienza personale, vorrei sottolineare che gli spazi nei quali riflettiamo
con le famiglie e gli insegnanti sono molto fertili. Capiscono che non sono soli, di fronte a
situazioni complesse, ma che fanno parte di tutta una rete che la famiglia o/e il figlio
interpellano. Partecipano così ad un lavoro di elaborazione e di riflessione con più entusiasmo
o meno convinzione.
A partire dalle difficoltà che sorgono a scuola si cerca di allargare la rete ad altri professionisti
identificando i percorsi che attivano i professionisti. “Come valorizzare e migliorare le staffette
all’interno della realtà di un territorio?”, “le famiglie come consultano i professionisti?”, “come
la domanda degli utenti crea dei campi di sovrapposizione?”: queste sono le domande che
ruotano attorno a questa problematica.
Questo concetto di “campo di sovrapposizione” è quindi complesso, perché va contro le nostre
pratiche e la nostra formazione. E’ un argomento clandestino, perché mette in difficoltà i capi
istituzionali che possono avere l’impressione di perdere il controllo e l’autorità. Ma è anche un
argomento eccessivamente innovatore, perché tiene realmente conto delle difficoltà dei
professionisti che devono rispondere a delle ingiunzioni istituzionali e delle ingiunzioni che
provengono dalle famiglie, mentre queste affrontano spesso dei disagi multipli difficili da
gestire. Insomma, questi campi di sovrapposizione possono proporre e iniziare nuovi quadri di
lavoro.
Tacchino
Per comprendere meglio la novità di questo concetto, bisogna aggiungere che la
“sovrapposizione” è stata spesso per noi sinonimo di spreco: diversi professionisti lavorano
nello stesso momento nello stesso spazio. Al contrario, la Clinica della Concertazione propone
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di valorizzare questo concetto. E prestare attenzione alla forza convocatrice dell’utente
significa vedere questi spazi fertili. Ma allora, quali sono gli strumenti che possono aiutarci ?
Lemaire
Questa domanda è evidentemente cruciale. Spesso in effetti è a causa di un’assenza di metodo
che emergono per i professionisti convocati nei campi di sovrapposizione, delle angosce e
delle resistenze. Laddove la coordinazione, come metodo di lavoro terapeutico di rete, viene
messa in discussione, nei fatti, dagli utenti, bisogna inventarsi dei nuovi metodi che rendano
più produttive le diverse competenze e i compiti specifici coinvolti. E questa mancanza di
strumenti può provocare nella maggior parte dei casi risultati paradossali: più questi campi di
sovrapposizione saranno attivati dagli utenti, meno saranno utilizzati dai professionisti.
Tacchino
In Italia gli spazi che si possono praticare non mancano, forse è il metodo che manca.
Lemaire
Questo metodo necessario non può tuttavia essere semplicemente trasferito da un altro tipo di
lavoro di rete, come il coordinamento ad esempio. Se questo tipo specifico di lavoro è
assolutamente necessario, il nostro lavoro va bel al di là. Mentre il coordinamento consiste in
una “messa in ordine”, mirando a diminuire la tensione, noi vogliamo, al contrario, alzarla.
Insomma, noi preferiamo coltivare, praticare il conflitto piuttosto che risolverlo attraverso un
consenso debole. Riprendendo l’esempio di Véronika, di fronte al suo rifiuto di andare a
scuola, sembra difficile percepire un reale suggerimento positivo (per esempio, migliorare le
condizioni di vita a casa). Qui, il lavoro di Marie-Claire Michaud rende possibile una
percezione più ricca della situazione, utilizzando i campi di sovrapposizione.
Michaud
Il rifiuto di Véronika avrebbe potuto fermarsi là. Se ogni professionista avesse lavorato nei
proprio campo, senza dubbio si sarebbero prese delle decisioni diverse. La mamma ci ha dato
accesso ad altri problemi familiari, personali (ha appena perso il marito), professionali (è stata
licenziata), finanziari, psicologici….Ha quindi aperto altri spazi che vanno a sollecitare le
risorse della rete. Di conseguenza, siamo necessariamente legati ad altri campi a partire da una
sovrapposizione.
La mamma, in questo esempio, attraversa la linea del tempo e lascia nella rete dei
professionisti delle domande esplicite ed implicite; invita i professionisti ad esaminare più da
vicino il modo in cui le cose si incatenano…..eppure, questa apertura, questa eliminazione dei
compartimenti non è così evidente. Gli insegnanti, ad esempio, vogliono affermarsi come
insegnanti attraverso il rifiuto di altri ruoli. Ma possono rendersi conto in seguito che non sono
i soli a incontrare dei problemi e sono quindi invitati ad aprirsi. Le zone di sovrapposizione
invitano all’apertura e all’eliminazione dei compartimenti. Bisogna volerlo e non temere di
lavorare in questi spazi.
Quali sono i rischi?
Siccome i professionisti provengono da diversi organismi, non è facile per loro lavorare in
questi campi di sovrapposizione. La sensazione di insicurezza professionale provoca piuttosto
una posizione di ripiegamento, o una posizione di ricerca del controllo. Questa sensazione di
insicurezza proviene dall’uscita dal quadro. Sembra troppo difficile uscire dal proprio quadro,
perché ciò implica di esporre la propria pratica, di condividere delle informazioni con altri
professionisti di cui non si conosce l’affidabilità. S’aggiunge poi la paura di perdita della
propria identità professionale data dall’apertura agli altri, e dal fatto che se ne debba render
conto alla propria istituzione.
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Insomma, lavorare in queste zone destabilizza, poiché si tratta di lavorare con qualcosa di
sconosciuto, e in presenza dell’utente. Questo costituisce un ostacolo supplementare a questo
tipo di lavoro. I professionisti temono di perdere la fiducia della famiglia. Alcuni insegnanti
pensano che ciò possa rovinare la relazione pedagogica. Preferiscono evitarlo, mantenere il
controllo ed essere discreti rispetto alle informazioni che possono circolare.
Sulla questione della chiusura messa in atto spesso durante le nostre pratiche, noi proponiamo
un’apertura. Ho notato che più si accentuavano i problemi di chiusura, più si accentuavano i
problemi di esplosione, di straripamento. E’ l’esempio delle barriere, delle protezioni
sofisticate installate attorno agli istituti scolastici, con il pretesto della sicurezza. Sono delle
barriere che portano delle violenze importanti nei dintorni di questi stessi istituti. E’ l’esempio
delle famiglie cui si raccomanda di consultare uno psicologo/psichiatra e di smettere di
lasciare domande in tutti i servizi. Esse ovviamente andranno a rinforzare questo movimento,
interpellando altri professionisti o trasformando la loro domanda in passaggio all’atto.
Credendo di garantire lo spazio privato delle famiglie, si va a chiudere, a ridurre il numero
degli operatori: questa garanzia serve alla famiglia o ai professionisti?
Andrea
Ma chi sbloccherà la situazione quando un professionista si trova bloccato? Chi attiverà un
lavoro come questo? Ci sono infatti dei professionisti che vorrebbero parteciparvi, altri che non
lo desiderano.
Lemaire
Bisogna almeno prendere in considerazione la presenza fisica di coloro che si sono spostati per
essere presenti, di coloro che prendono il rischio di esporsi in questi spazi. Non ci sono i
“buoni” che invitano i “meno buoni”, o peggio, i “cattivi”. Siamo tutti invitati dal disagio della
famiglia, nessuno si appropria delle dinamiche attivate dal nucleo familiare. Non inventiamo
niente, la nostra parzialità è al servizio del territorio. Tutti i professionisti che lavorano nella
prossimità del disagio lo sanno. Si tratta di riconoscere i campi di sovrapposizione per
rinforzare le competenze dei campi specifici. Lavoriamo in campi sovrapposti al fine di
rinforzare quelli che sono specifici. Non si tratta quindi assolutamente di criticare, o peggio, di
negare le competenze specifiche dei diversi professionisti, ma piuttosto di valorizzarle grazie a
questi spazi. I professionisti devono rimanere tali.
Michaud
Non si tratta di fare in modo che tutti i professionisti siano presenti. Alcuni professionisti
manifestano sicuramente una certa reticenza a partecipare a questo tipo di lavoro. Nonostante
ciò, quando è la famiglia stessa che ci invita a questo lavoro, generalmente non ci si tira
indietro. Anzi, i professionisti che avevano deciso di non partecipare finiscono spesso con
l’avvicinarsi, per non ritrovarsi troppo isolati nella rete.
Non si tratta nemmeno di ignorare la protezione dello spazio privato delle famiglie. Ma spesso,
i disagi multipli superano questi spazi troppo chiusi e cercano l’apertura. I ragazzi a scuola, ad
esempio, preferiscono rivolgersi a delle persone nelle quali hanno fiducia, e non
necessariamente ai professionisti formati per rispondere loro. Perché non si riflette sul fatto
che preferiscono aprirsi agli insegnanti nei quali hanno fiducia, piuttosto che a degli assistenti
sociali che sono pagati per ascoltarli e per rispondere alle loro domande, ma che rimangono
degli estranei?
Gli utenti distribuiscono le loro domande dove hanno fiducia, e non necessariamente dove c’è
la competenza. Il professionista è innanzitutto scelto per la fiducia che ispira, piuttosto che per
la sua competenza tecnica.
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Testa
Mi piacerebbe fare una domanda sulla posizione dei volontari in questo tipo di lavoro. Qual è
la reazione dei professionisti di fronte ai volontari, che sono visti spesso come degli “invasori”
e non come delle persone di fiducia, delle persone-risorse?
Michaud
Le persone che fanno del volontariato sono generalmente ben accolte, a condizione che il loro
lavoro sia legato con quello dei professionisti della rete. Quando si creano dei campi di
sovrapposizione fra volontari e professionisti, bisogna in ogni caso ridistribuire i doveri e le
competenze. E’ in quel momento che la famiglia, e i professionisti stessi, riconoscono le
occasioni di lavorare insieme che sono a portata di mano.
Testa
Mi ricordo del volontario gentilmente ripreso la scorsa volta dopo essere intervenuto nel campo
di azione di un professionista senza che avesse preso sufficienti precauzioni.
Lemaire
Ricordiamoci che dobbiamo quanto meno aiutare le famiglie a rivolgersi alle persone
adeguate, agli sportelli “giusti” proposti dal coordinamento, senza per questo squalificare le
alternative che le famiglie mettono in azione (ad esempio rivolgersi ai volontari quando non
ottengono soddisfazione presso i professionisti). Ma spesso, lo sportello “giusto” che cercano,
invano, di attivare le famiglie in disagio multiplo è la rete, nella sua dimensione collettiva e
conflittuale, ricca di campi di sovrapposizione. L’abbiamo già detto, l’attivazione di questo
sportello può far emergere angosce e resistenze, a causa della mancanza di un metodo di
lavoro, soprattutto quando si tratta di selezionare e condividere “l’informazione utile”. Capita
spesso che una famiglia in disagio multiplo attivi numerose istituzioni, molti professionisti e
che i campi di sovrapposizione fra queste competenze e i compiti specifici non incontrino altro
che resistenze. Non è raro che queste situazioni trattate esclusivamente da una coordinazione
delle competenze e dei compiti specifici senza attivare i campi di sovrapposizione in
dinamiche concertative finiscano “sul giornale”, dopo aver conosciuto degli episodi estensivi
(violenze, disagi pubblici). Ad Asti, abbiamo confrontato ciò che era stato scritto a proposito
dello stesso caso sul giornale e sul verbale della Clinica di Concertazione. Il verbale era meno
indiscreto e molto più rispettoso. Non è quindi perché si lascia lo studio dello
psicologo/psichiatra che la situazione sarà automaticamente trasferita sulla piazza pubblica.
La Clinica della Concertazione, fra altre figure terapeutiche di rete, può essere considerata
come uno stadio intermedio tra i due poli costituiti dallo studio del professionista –
radicalmente chiuso – da una parte, e la piazza pubblica – aperta, troppo aperta – dall’altra.
Così, mi sembra più prudente, a volte, assumere il rischio di lavorare nei dispositivi
concertativi, quando siamo convocati dalle famiglie in disagio multiplo, piuttosto che resistere
e imporre una coordinazione rinforzata di compartimenti consultativi stagni.
Michaud
Lavorare sui campi di sovrapposizione è un bene, a condizione che i professionisti accettino di
attraversare un momento di fragilità. Nell’esempio citato, la ragazza è rientrata a scuola con
uno spirito diverso e la mamma ha una fiducia rinnovata nei professionisti. Ciò che mi ha
colpito, è stata la tranquillità ritrovata, la calma quiete dei ragazzi che si sono messi a
frequentare meglio la scuola e a impegnarsi maggiormente e il ringraziamento della mamma
nei confronti degli educatori mentre prima rifiutava qualsiasi intervento di aiuto educativo.
Lavorare nei campi di sovrapposizione permette alle persone che domandano un aiuto di avere
più voglia di partecipare, di essere attive nel processo di intervento messo in atto; ciò permette
loro di rendersi conto concretamente che possono entrare in interazione con i professionisti,
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partecipare al loro dibattito e così, di staffetta in staffetta, possono avere una visione migliore
dell’insieme della rete di aiuto e di cura sulla quale possono appoggiarsi.
Se si opta per l’apertura, se si pensa che queste zone offrono un potenziale importante, se si
accetta di essere in uno stato di confusione, di squilibrio, se si accetta di costruire un altro
quadro di lavoro senza annullare i precedenti, si percepiscono poco a poco dei vantaggi.
Nell’esempio di Véronika, l’insegnante e l’assistente sociale hanno lavorato in una zona di
sovrapposizione e hanno fatto appello insieme ad un terzo spazio per riflettere con la mamma
e con gli altri insegnanti dei fratelli di Véronika.
*Dalla complessità delle situazioni, si passa alla messa in comune di una riflessione
comune e di una ricerca
*I professionisti passano da una cultura della sfiducia fra di loro ad una cultura in cui si
esercitano dei momenti, delle occasioni di fiducia cercando le cose che fanno muovere la
situazione.
Nell’esempio citato, si è potuto notare un placarsi dei bambini che si sono messi a frequentare
la scuola e a meglio impegnarsi.
Quando la famiglia è associata a questo processo di elaborazione delle staffette fra i
professionisti, cambia di statuto e diventa partecipante nel processo di intervento che la
riguarda. La madre di Véronika ha accesso ad una visione di insieme della rete sulla quale può
appoggiarsi.
Quali sono le condizioni di installazione e di rinforzo delle “staffette”:
™ Avvistare le zone di sovrapposizione e identificarle
™ Accettare l’idea che l’estensione e l’apertura è un processo diverso per ogni
professionista (è diverso per un clinico e per un insegnante)
™ Identificare uno o alcuni strumenti di lavoro comune che va a unire i professionisti
™ Non rinunciare al proprio campo di competenze
™ Riflettere su ciò che può circolare sulle zone di sovrapposizione
™ Badare a mettere sempre le cose in discussione senza idea di chiuderle
I campi di sovrapposizione sono i luoghi dove le connessioni si possono fare, dove la corrente
può circolare.
Le cose si riconnettono in un lavoro piuttosto collettivo dove la domanda diventa meno
compatta.
I campi di sovrapposizione allora si demoltiplicano e si organizzano e permettono un lavoro
più collettivo che va verso la concertazione dell’insieme dei campi di sovrapposizione.
Uno degli elementi più importanti è la fiducia che si costruisce fra i professionisti che indurrà
un’altra fiducia, quella dell’utente nei confronti del professionista.
La madre di Véronika partecipa all’elaborazione del suo “percorso di viaggio” nella rete dei
professionisti, è attualmente in grado di esprimere la sua soddisfazione rispetto all’aiuto
portato dai professionisti, ed è in grado di formulare nuove richieste più discriminate senza
idea di timore o di giudizio.
INTERLUDIO
La realtà celata dalla nozione di “campo di sovrapposizione” pone, l’abbiamo visto, alcuni
problemi pratici. Ma questo concetto mette anche in questione il potere dei professionisti e in
16
questa misura la parte legata con la politica. Per definizione, parlare di campi di
sovrapposizione implica il lavoro comune di diversi professionisti, facendoli uscire dal loro
quadro abituale, eventualmente dal loro studio. Inutile aggiungere che il loro quadro abituale
autorizza una certa presa di potere sull’utente, garantita tra l’altro dal segreto professionale.
Nel nome di questo principio sacro, nessuna informazione può uscire dalla relazione tra il
professionista e l’utente, nessuno dispone di un potere di controllo sulla pratica del
professionista. Al contrario, nelle zone di sovrapposizione, i professionisti non sono più soli di
fronte agli utenti, ma sono ugualmente di fronte ad altri professionisti. Ognuno può quindi
intervenire, e rimettere in discussione, riflettere, sulle pratiche tradizionali. Non si tratta
assolutamente di annullare tutte le relazioni di potere, che condurrebbe/porterebbe ad una
negazione del conflitto, ad un consenso debole. Si tratta al contrario di dare potere a tutti gli
attori della rete, al fine che ognuno possa partecipare alla costruzione, all’elaborazione
dell’aiuto più efficace.
La questione difficile dell’interdisciplinarità sembra in questo quadro terapeutico trovare una
risposta soddisfacente. Nelle situazioni complesse dei disagi multipli, la messa al lavoro di
diversi professionisti non ha nulla di gratuito, di artificiale. E’ la famiglia che attiva l’insieme
dei professionisti, che li convoca con lo scopo di lavorare insieme. L’interdisciplinarità quindi
è di fatto. E’ allora che bisogna approfittare di questa forza convocatrice della famiglia che,
creando le zone di sovrapposizione, permette di rimettere in discussione alcune evidenze,
alcune questioni, crea uno spazio di riflessione, di discussione sulla norma. I campi di
sovrapposizione si rivelano allora come la condizione di possibilità per eccellenza di una
riflessione critica sulle pratiche terapeutiche.
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Verbale incontro
lunedi 10 novembre 2003, Palazzo Guasco - Alessandria
LA PSICOTERAPIA NEL SERVIZIO PUBBLICO
Claire Delforge, psicologa, psicoanalista
Apertura – presentazione dei partecipanti
J.M.Lemaire
Mi sembra che sarebbe bene cominciare ascoltando la storia del primo incontro tra Tina e
Claire
Tacchino
Eravamo a Bruxelles e c’era per la prima volta un incontro fra tutti coloro che, provenendo da
vari paesi, erano interessati alla Clinica della Concertazione. Michele ed io ci siamo trovati
davanti ad un grande ospedale con tante finestrelle, era il luogo dell’incontro. All’interno
dell’edificio c’erano delle piccole stanze contrassegnate dai nomi dei medici e degli psicologi.
A questo primo incontro c’eravamo Jean Marie Lemaire, Claire, Marie-Claire Michaud, uno
psichiatra algerino, Michele ed io. Ad un certo punto, un bambino entra nello studio: cercava
sua mamma che era a colloquio con uno psicologo. Sono rimasta colpita dal contrasto tra la
struttura enorme dell’ospedale da un lato e la piccolezza degli spazi spezzettati al suo interno
dall’altro.
Delforge
In quel periodo, lavoravo in due servizi. Uno dei due era un servizio universitario, organizzato
in dipartimenti poco legati fra di loro. Lavoravo nel dipartimento adolescenti. Era un servizio e
allo stesso tempo un luogo di formazione in psicanalisi rivolta ai bambini, agli adolescenti e
agli adulti; lavoravamo anche con le famiglie. In quegli anni di formazione ho imparato il
rigore psicoterapeutico, come fare una diagnosi, la maniera competente di parlare alle famiglie
dei bambini e degli adolescenti. Era un servizio riconosciuto.
Era sicuramente accessibile al pubblico, tuttavia mi ponevo la domanda circa la sua
accessibilità: a quale pubblico era accessibile? Succedeva che soltanto le famiglie che erano
capaci di formulare una domanda in modo corretto consultavano questo centro. Ho allora
cercato di suggerire di cambiare il nostro modo di pensare. La trasgressione del quadro da
parte di una famiglia o il rifiuto del trattamento poteva essere capito in un modo diverso e non
soltanto in termini di “manipolazione”.
Il contratto ideale, adatto, è quello in cui l’offerta e la domanda corrispondono, ovvero quando
i due partners terapeutici curante – paziente si adattano perfettamente. L’utente viene laddove
lo si aspetta, e reclama l’aiuto che il professionista può giustamente proporgli. Ma questa
situazione rimane molto spesso un ideale. Numerose famiglie in disagio multiplo non sanno
che fare di queste offerte. Non vengono dove le aspettiamo, rifiutano le nostre offerte,
rompono il legame. Piuttosto che dispiacersene o lamentarsene, sarebbe meglio chiedersi
perché non vanno dove li aspettiamo, e cercare di sapere se non potremmo raggiungerle dove
sono. Ci chiedono in definitiva altre cose, fra le tante di lavorare nelle zone di sovrapposizione,
in quelle zone di cui sono esperte e dove hanno molto da insegnarci. Eppure, mentre
situazioni come questa si presentano quotidianamente nel lavoro sociale e psicoterapeutico,
noi non (vi) siamo assolutamente preparati. Bisogna quindi modificare la nostra offerta,
inventare delle nuove pratiche al fine di poter aiutare queste famiglie.
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Ho in seguito deciso di lasciare il servizio universitario, perché escludeva la presa in carico di
alcune famiglie, quelle che ci chiedono di lavorare diversamente, che ci convocavano dove non
le aspettavamo.
Oggi vorrei parlare del mio lavoro nell’altro servizio, che utilizza la Clinica della
Concertazione, il servizio di salute mentale di Wavre.
Ho cominciato a lavorare a domicilio di alcune famiglie quattro anni fa. Un professionista che
si occupa di prevenzione per la prima infanzia e che partecipa al gruppo suggerisce che
sarebbe bello permettere alle famiglie in difficoltà di utilizzare questo approccio perché
possano beneficiare di una presa in carico psicologica.
Le famiglie alle quali faceva allusione sono le famiglie che voi conoscete: vengono una volta o
due, poi interrompono il lavoro. Si dice di loro che non hanno domanda o che non hanno
abbastanza “insight” per fare un lavoro psicologico.
Ho deciso di accettare questa sfida. Prendiamo appuntamento, insieme, presso la famiglia per
presentarmi e per spiegare la ragione per la quale mi si era chiesto di andare a casa loro.
Con mia grande sorpresa ho iniziato a fare un vero lavoro di psicoterapia a domicilio, una volta
alla settimana, sempre alla stessa ora, salvo un giorno perché alla famiglia era stata tolta la
corrente elettrica. Il lavoro è durato più di due anni, poi la famiglia si è fatta espellere.
La richiesta di questo genere di interventi è aumentata: ci è stato chiesto di andare presso altre
famiglie e abbiamo costituito un gruppo di lavoro per rifletterci. Ho avuto molte sorprese dal
lavoro a domicilio. E’ un lavoro appassionante e inquietante; ci obbliga a riflettere su ciò che si
sta facendo. Si tratta spesso di aspetti che non abbiamo imparato durante la formazione di
psicoterapeuta.
Vi parlerò ora di una situazione particolare, spero che mi farete delle domande.
E’ la storia di una donna di 37 anni che ho conosciuto tre anni fa. Aveva interpellato un servizio
di maternità in occasione della nascita del suo terzo figlio. Questo servizio temeva che lei non
fosse una “buona madre”. La figlia maggiore, Pamela, viveva con la nonna materna e la
seconda figlia, Mélanie, viveva in una comunità. La maggiore viveva con la nonna perché la
mamma glielo aveva chiesto. I servizi sociali erano intervenuti e avevano trovato un accordo
con la mamma (questo servizio sociale non può lavorare senza l’accordo dei genitori; dopo, se
ci sono dei problemi, possono passare alla competenza del Tribunale per i minori).
Quindi, questa mamma ha interpellato il servizio di maternità che ha attivato l’Ufficio
Nazionale dell’Infanzia nella persona di Madame Lucas. Quest’ultimo servizio doveva
verificare come la mamma se la cavava con il suo ultimo nato. Inoltre, siccome la mamma si
trovava in uno stato depressivo, Madame Lucas chiamò il servizio di salute mentale dove
lavoro. La madre ha accettato la mia presenza a casa sua; il bambino aveva all’epoca otto mesi.
Per quanto riguarda il padre del bambino, non ama molto gli psicologi, ma accetta nonostante
tutto il mio lavoro.
Il bambino è presente durante tutti i colloqui, e talvolta partecipa attivamente. Si vede che la
mamma è molto fiera di questo bambino. Mi fa vedere i suoi progressi nella crescita. Le
angosce riguardo a questo bambino spariscono velocemente. Dopo avermi raccontato la sua
storia fatta di violenze e di erranze, mi parla molto delle altre due figlie. Pamela, cinque anni,
vive con la nonna e la mamma la vede una volta alla settimana. Rispetto a lei, non si sente
riconosciuta come mamma. Peraltro, Pamela deve essere seguita a scuola e questa situazione
infastidisce molto la mamma: si sente giudicata dal servizio di affidamento familiare. Inoltre, a
partire dalla nascita del terzo figlio, non è più andata a fare visita a Mélanie, l’altra figlia che si
trova in comunità. Sa che queste assenze possono essere interpretate come una mancanza di
interesse. Cerco allora di convincerla a riprendere le visite per evitare questo fraintendimento,
perché in effetti si interessa evidentemente alla sua seconda figlia. La madre rimpiange di aver
accettato l’affidamento alla comunità ma in quel periodo non aveva scelta: la bambina aveva
bisogno di cure mediche importanti. Tuttavia, non aveva nessuno che potesse accompagnarla
in queste visite a Mélanie. Ha chiesto a me di farlo.
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Non ho più potuto tirarmi indietro, considerando la sua insistenza. Partivamo insieme in
macchina e durante il lungo tragitto, esprimeva ciò che significava per lei essere madre di tre
bambini, con le difficoltà e le gioie che ciò comportava per lei. E’ durante questi momenti
passati insieme che mi sembra di essere riuscita a farle riconoscere il suo ruolo di madre.
Qual è il mio ruolo, la mia identità professionale, quando sono in macchina con lei? Posso
pretendere di rifugiarmi nel mio ruolo di psicologa? Non sono io stessa un utente in quei
momenti con lei in macchina? Devo mantenere il confine netto e distinto tra la mia professione
e la mia intimità? O piuttosto, non riuscirei a rinforzare i legami di fiducia, costruttori, tra lei e
me se metto da parte il mio ruolo specificamente psicologico?
Attualmente la madre si può spostare più facilmente perché il suo bambino è cresciuto. Viene
al centro ogni tanto, ma spesso salta gli appuntamenti. Penso comunque che il legame che
aveva instaurato con me rimanga un punto di riferimento per lei. Soprattutto, era molto poco
riconosciuta dai Servizi che avevano il compito di tutelare i bambini. E per la fine della storia,
sappiate che Mélanie ha raggiunto sua sorella presso la nonna.
Insomma, questo lavoro a domicilio è sconcertante per molti aspetti. Non sappiamo mai in
anticipo come si svolgeranno i colloqui, chi sarà presente. All’inizio, mi chiedevo come avrei
potuto assicurarmi un’intimità sufficiente per fare un lavoro di psicoterapia. Ad esempio,
siamo talvolta al centro della sofferenza senza poter essere aiutati dalla camera di
decompressione rappresentata dalle sale di attesa. D’altra parte, se, al Servizio, una famiglia ha
molto poco potere – sono i professionisti che dicono come le cose si devono svolgere – al
contrario, a domicilio non si può non rispettare le abitudini della famiglia. Lavoriamo con lei, a
casa sua, siamo noi che dobbiamo piegarci alle sue costrizioni. Soprattutto, per questi aspetti
che ribaltano il quadro tradizionale, il lavoro a domicilio rende più accessibile una presa in
carico delle famiglie in grande difficoltà. Infatti, talvolta, la paura della reazione sociale
impedisce all’utente di venire in consultazione: ad esempio, il bambino aveva distrutto due
volte lo studio dei professionisti. Questi atti possono rendere più difficile la creazione di legami
di fiducia tra i professionisti e la famiglia.
Lavorare come psicoterapeuta in un servizio pubblico significa per me “aprire il quadro”. La
Clinica della Concertazione cambia il modo di osservare le cose. Durante la mia formazione,
mi era stato imposto di lavorare con un “setting” rigoroso. Ma lo stesso “setting” non va bene
per tutti: è troppo stretto per alcune persone. In questo caso, una nuova opzione doveva essere
inventata: aprire il “setting” e lavorare su ciò che le famiglie potevano portare. Era rischioso,
non eravamo sicuri di ciò che facevamo, ma sicuramente questa scelta ha portato una grande
ricchezza. Nel lavoro con le famiglie in grande disagio, il compito del servizio pubblico è
quello di avere la più grande apertura possibile. Un’altra difficoltà era quella di doversi
astenere dal “fare” qualcosa, poiché questo compito rientra nella competenza dell’assistente
sociale. Mi chiedevo: “Sono ancora una psicoterapeuta nel momento in cui la mamma sale
sulla mia macchina?”. Questa domanda può aprire un dibattito: come fare per rendere il
servizio pubblico fruibile per tutto il pubblico e non unicamente per coloro che possono fare la
domanda in modo corretto?
La Clinica della Concertazione mi ha insegnato l’altra parte del mestiere: quella che consiste a
vivere e a inventare con la famiglia, a trovare le risorse anche nelle situazioni più catastrofiche,
a recuperare il filo dal quale si può ripartire.
Ho chiamato un giorno una scuola per chiedere di prendere in carico un bambino che doveva
essere seguito: avevo a carico la famiglia. Mi è stato detto che noi, gli psicologi, ci vedono a
scuola soltanto all’inizio e alla fine dell’anno; ma durante tutto il resto del tempo, non
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chiamiamo più. Questo mi ha fatto riflettere e credo al contrario che si debba andare
regolarmente a scuola.
Sacco
Non vedo molto bene la connessione tra l’esempio che ha raccontato e la Clinica della
Concertazione.
Delforge
Se non avessi avuto le risorse della Clinica della Concertazione non avrei saputo come situarmi
rispetto al Servizio di Affidamento Familiare. Riflettere sulla situazione con il mezzo della
Clinica della Concertazione mi ha consentito di lavorare con la mamma, curando i rapporti con
il Servizio di Affidamento Familiare, che aveva una visione particolare della mamma. L’ho
aiutata a fornire un’altra immagine di se stessa, ad avere altri contatti con la comunità, a far
vedere come si preoccupava per sua figlia. Il conflitto è diventato praticabile. La Clinica della
Concertazione mi ha insegnato a vedere le risorse anziché i problemi. Non si trattava più di
svelare le mancanze, ma al contrario le occasioni nelle quali la mamma si rivelava essere una
“buona madre”. Ha potuto dimostrare in cosa era una “buona madre”.
Educatrice nido Valenza
La mamma, a partire dai suoi disagi multipli, ha attivato numerose strutture, istituzioni. Dei
professionisti lavoravano in queste strutture: si è trovata in campi di sovrapposizione con altre
strutture? Ad esempio, questo lavoro nel campo di sovrapposizione potrebbe manifestarsi con
il passaggio dal suo ruolo di psicoterapeuta ad un ruolo più specificatamente di assistenza. Ma
ha utilizzato altre figure del lavoro terapeutico di rete?
Delforge
Tra gli altri professionisti, c’era Madame Lucas. Quando la madre mi ha chiesto di
accompagnarla, lo ha chiesto anche a Madame Lucas. In seguito, la madre ha comunicato alla
comunità che la sua psicoterapeuta l’avrebbe accompagnata.
A proposito del lavoro collettivo, o delle altre figure del lavoro terapeutico di rete, devo dire che
è difficile mettere tutti i professionisti attorno ad un tavolo. Ho cercato, ho fatto delle
telefonate, ma è stato impossibile organizzare un incontro. Da cosa è dipeso? Dai
professionisti? Dalla mamma? Non lo so.
Questa osservazione pone la difficile questione della comparsa della Clinica della
Concertazione, della partecipazione dei professionisti, degli utenti. Sono i professionisti che
convocano altri professionisti? Mi sembra di no. E’ piuttosto la forza convocatrice della
famiglia che permette ai professionisti di lavorare insieme. Se è difficile per un professionista
convincere un altro professionista a partecipare ad una Clinica di Concertazione, mi sembra
molto più difficile rifiutare una tale domanda quando essa proviene dalla famiglia stessa. E’
quindi sempre quest’ultima che si trova alla base di una Clinica di Concertazione. O meglio,
trovare l’origine di una Clinica non è possibile. Si costituisce a partire da un “fascio di
volontà”, di cui devono far parte almeno tre elementi: gli utenti, i professionisti e il politico.
Noi chiamiamo l’insieme di questi elementi la “triade concertativa”. Se un elemento di questa
triade viene a mancare, la Clinica di Concertazione non potrà avere luogo.
A.S. Torino
Dopo aver iniziato questo tipo di lavoro a domicilio, c’è stata la creazione di un gruppo di
lavoro con la partecipazione anche delle famiglie?
Delforge
21
No. Le famiglie non partecipano ancora, ma ci sono alcune regole, le stesse prescritte dalla
Clinica della Concertazione, ad esempio: “parlare come se le persone fossero presenti”. Queste
famiglie potrebbero venire in seguito alla Clinica di Concertazione se questo risulta essere
necessario.
A.S. Torino
Avevo capito male. Le famiglie sanno comunque che le loro difficoltà hanno fatto scaturire una
riflessione.
Delforge
Si, i compiti del Servizio di salute mentale consentono di offrire delle supervisioni agli
operatori di prima linea. Lo psicoterapeuta è messo in una posizione di sapere. Lavorare in
collaborazione con gli operatori di prima linea è una posizione più interessante secondo me.
Tacchino
Due piccole domande. Innanzi tutto, mi chiedevo se ci sono delle riflessioni a proposito della
staffetta. In secondo luogo, pensavo a questo cambiamento: prima c’era una sala d’attesa,
dopo c’è la casa della famiglia nella quale si può arrivare in qualsiasi momento. Mi sembra
rischioso. Come la Clinica della Concertazione può aiutare a contenere i rischi di questa
intrusione?
Delforge
Sulla questione della staffetta, la Clinica della Concertazione crea pian piano dei campi di
fiducia fra i professionisti del territorio. Ognuno può far conoscere la propria pratica clinica in
questo spazio. Ognuno conosce l’altro, il suo modo di lavorare, poiché tutti i professionisti
sono riuniti attorno ad una situazione e lavorano sotto gli sguardi incrociati degli altri. Credo
che il fatto che ogni professionista possa sentirsi riconosciuto nelle sue competenze possa
avere delle conseguenze positive sulla famiglia. Ci sono delle famiglie che ribaltano, che
scuotono la rete. Per esempio, il maltrattamento dei bambini scuote la rete. In queste
situazioni, le famiglie possono beneficiare dei legami di fiducia tra i professionisti.
Rispetto al secondo aspetto, il rischio è che la psicoterapia possa diventare un controllo
sociale. Le famiglie hanno molte risorse per mettere dei limiti e per dire “Basta!”. Occorre
rispettare la voce della famiglia. Il rischio è quello di un’intrusione reciproca, vale a dire anche
quella della famiglia nei confronti del terapeuta. Non è la stessa cosa se sono nel mio studio o
a casa dell’utente. Se mi si chiude la porta, non significa necessariamente che non mi si vuol
far entrare, ci sono forse altre ragioni. Si tratta di discuterne.
Bassini
In Italia si discute da anni della “domiciliarità”. Storicamente è la psichiatria che ha iniziato
(legge Basaglia), in seguito è stata introdotta nel quadro delle tossicodipendenze, poi nel
Servizio Educativo Territoriale che si occupa di minori e delle famiglie in disagio. Il contesto
della casa è importante per tutti gli operatori, non soltanto per gli psicoterapeuti. Il discorso
della reciprocità è valido per diverse figure professionali. Inoltre, si parlava di “terapia
familiare” che per noi significa che tutta la famiglia è presente, altrimenti si tratta di un
“intervento familiare”.
Sacco
Per noi, la “terapia familiare” è un intervento al quale partecipano tutti i componenti della
famiglia. Mentre andare in una casa è un “intervento familiare”.
Delforge
22
Ho una formazione psicanalitica, e sono in supervisione come terapeuta contestuale. Non
parlo quindi come terapeuta familiare. Posso semplicemente spiegarvi brevemente come si
integra la famiglia nel mio lavoro. Nella fattispecie, ho sempre incontrato i genitori dei
bambini all’inizio delle consultazioni per capire il bambino. Dopo continuavo il mio percorso
con il bambino, vedendo di tanto in tanto i genitori. Non ho mai pensato che la psicanalisi nel
suo “setting” classico e rigoroso fosse adatta al servizio pubblico. La Clinica della
Concertazione mi ha consentito di dare più interesse ai legami e meno all’intrapsichico. Non
so se faccio della terapia di sostegno, della terapia familiare. Ciò che mi interessa, è di
mettermi a disposizione di questa mamma. Penso di fare un lavoro che agisce su tutto il
sistema familiare anche se i membri della famiglia non sono tutti presenti. Mi preoccupavo
anche del papà.
Sacco
Metterei quest’ultimo “pezzo” all’inizio del suo racconto. Condivido assolutamente il
problema dell’etichetta: qual è la mia identità professionale? Ci si aspetta da me che sia
barricata nel mio studio, altrimenti non sono più considerata una psicoterapeuta. Eppure, mi
sembra di poter fare molto bene qualcosa di terapeutico al di fuori dal mio studio, in un
corridoio o in un altro luogo. E’ altrettanto terapeutico, con i rischi che comporta il fatto di
uscire dal proprio studio. Resta vero che la definizione di questo lavoro al di fuori dal quadro
rimane difficile. E’ ancora realmente psicoterapia?
Verbale redatto da Elisabetta Mussio e tradotto da Ivana Pretta
Interludio
I rapporti che intrattengono la psicoterapia nel settore pubblico con quella del settore privato
sono complessi. Spesso, la prima considera la seconda come un ideale da raggiungere.
Ultimamente, e fondamentalmente, è ad un tipo di contratto liberale che dovrebbe rifarsi
qualsiasi psicoterapia 3 . Il contratto liberale costruito fra colui che cura e un paziente, nel quale
l’offerta e la domanda si accordano perfettamente, costituirebbe l’essenza della terapia, il luogo
dove quest’ultima si manifesterebbe nel modo più puro. Tuttavia, e la discussione di prima lo
ha ben dimostrato, un tale contratto non è sempre realizzabile, e nemmeno auspicabile. Se
conviene in alcuni casi particolari, e non si tratta assolutamente di negare l’utilità di questo
tipo di psicoterapia, altre situazioni chiedono un altro tipo di risposta. Così, la psicoterapia nel
settore pubblico forse non dovrebbe più cercare di colmare lo scarto che la separa dal settore
privato, ma al contrario considerare positivamente il suo modo di procedere, senza
confrontarla sempre al contratto liberale, come se non ne fosse che una pallida copia, una
misera approssimazione, sempre in difetto.
Considerandosi per se stessa, e non in riferimento al settore privato, la psicoterapia del settore
pubblico potrà allora aprirsi a nuove idee, creare nuove forme di aiuto, corrispondenti talvolta
più alle domande sconcertanti delle famiglie in disagi multipli. Da questo punto di vista, è
lasciata al settore pubblico una vera possibilità di innovazione, di creazione, di ricerca in
psicoterapia. E allora si potrebbe dichiarare, forse un po’ audacemente, che è proprio nel
settore pubblico che avrà luogo una vera ricerca nel campo della psicoterapia, mentre il settore
privato rimarrebbe, rifugiato ad essere un ordine del controllo, della normalizzazione.
3
Notiamo al contrario che Michel Foucault, nelle sue belle analisi sulla nascita della medicina nel XVIII secolo, ci
insegna che, alle origini, le medicina è sempre stata innanzitutto sociale.
23
Verbale incontro
lunedi 1 dicembre 2003, Alessandria, Palazzo Guasco
LE DIVERSE FIGURE DEL LAVORO TERAPEUTICO DI RETE
(Clinica della concertazione, concertazione clinica, clinica della staffetta, coordinamento…)
Jean Marie Lemaire, psichiatra, terapeuta familiare, clinico di concertazione
Apertura –Presentazione dei partecipanti
Tacchino
Stiamo componendo il materiale (verbali, lucidi, sociogenogrammi) con l’ambizione di
formare un tutto coerente durante quest’estate. “Le diverse figure del lavoro terapeutico di
rete” sarà l’argomento di oggi.
Lemaire
Mi sembra che lo spazio del lunedì pomeriggio assuma il suo vero significato quando è legato
agli altri incontri del lunedì da una parte, e al costante lavoro di rete dall’altra. Direi quindi che
le domande sul lunedì precedente potrebbero darci la possibilità di cominciare il lunedì
successivo.
Tacchino
Un approccio potrebbe essere quindi questo argomento che ritorna sempre, parlo dei “campi
di sovrapposizione”. Far passare in primo piano i campi di sovrapposizione, rispetto al
coordinamento che rimane importante, serve a cercare di cambiare le pratiche di intervento
laddove tali modifiche si rendono necessarie. Il riconoscimento della forza convocatrice del
caso ci permette di valorizzare questi campi di sovrapposizione.
Lemaire
Dare valore ai campi di sovrapposizione, significa diminuire gli spazi chiusi. Se un
professionista è spinto ad invadere il campo specifico di un altro, allora c’è sovrapposizione.
Sarebbe senza dubbio più proficuo considerarla non come un’invasione, nel suo senso
negativo. Abbiamo spesso l’impressione che se questa sovrapposizione diventasse un dato
positivo, allora i campi chiusi e le competenze specifiche perderebbero un po’ del loro valore.
Ad esempio, se un insegnante si interessa all’alunno, ai suoi problemi, c’è una sovrapposizione
delle competenze tra l’insegnante e lo psicologo. Ma spesso si pensa che tutto ciò sia
squalificante, che ci sia una perdita di energie. E’ la stessa cosa con i disagi multipli delle
famiglie. Quest’ultime ci rivolgono delle domande che non corrispondono a ciò che si propone
loro tradizionalmente, oppure chiedono alcuni compiti ai servizi che non ne hanno la titolarità,
la competenza. Giungiamo allora ad alcune situazioni inattese, siamo sconcertati, e ci può
capitare di rigettarne l’errore sulla famiglia, di accusarla di non rispettare la coordinazione.
Eppure, agendo in questo modo, andiamo a chiudere la situazione e ad impedire la ricerca
delle risorse residuali. Occorre quindi cercare di prendere in considerazione le due cose
contemporaneamente: da una parte considerare la sovrapposizione positivamente, attraverso la
nozione di campo di sovrapposizione, e dall’altra parte non indebolire, ma al contrario
rafforzare le competenze specifiche dei professionisti.
Tacchino
Tre anni di Clinica ci hanno fatto conoscere molti professionisti di diverse origini, ma la
questione dell’intruso è passata in secondo piano. Questo tema dell’intrusione, per dirlo in
altro modo il tema della critica dei campi chiusi, non mi interessa, se è fine a se stessa. Oggi,
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preferisco conoscere le difficoltà che i professionisti incontrano nel quotidiano, nelle loro
pratiche per arrivare all’ “apertura”.
Lemaire
Parlerò dello sviluppo del “lavoro terapeutico di rete”. Per dodici anni della mia formazione
come psichiatra, sono stato educato ad un certo tipo di lavoro terapeutico tradizionale. Dopo
questa prima esperienza, sono passato con difficoltà alla terapia familiare. Questa transizione
si è rivelata delicata, perché ero considerato un contestatario; fu ancora più difficile da
negoziare il passaggio al coordinamento, che non era allora considerata nella pratica
terapeutica. Ci fu in seguito l’approccio comunitario, molto apprezzato a Trieste. Aggiungerei
che una delle difficoltà nell’affrontare gli altri tipi di lavoro non tradizionali può provenire dalla
mancanza di opere di riferimento su questi soggetti. E’ stato scritto molto poco sulle figure
terapeutiche che costituiscono il Coordinamento o il Passaggio. Questo stato di cose potrebbe
derivare dal fatto che sono le famiglie le vere esperte di queste nuove forme di lavoro. Sono loro
che effettivamente ci insegnano come lavorare meglio. Le famiglie non vanno dove le
aspettiamo, e dobbiamo quindi modificare il nostro modo di lavorare. Questa urgenza di un
nuovo quadro terapeutico mi si è imposto quando ho sentito dire da alcuni professionisti, a
proposito di queste famiglie in disagi multipli: “come dare da bere ad un asino che non ha
sete?”. Dovevo reagire, e chiedermi perché le famiglie non accettavano le nostre offerte.
E’ allora che si sono posti diversi problemi. Accettare dei nuovi tipi di lavoro terapeutico
significava rimettere in discussione la gerarchia tradizionale del lavoro terapeutico. In
quest’ultima, il primo posto è occupato evidentemente dal colloquio individuale – in maniera
sintomatica il contratto liberale. A questo proposito, la coordinazione (che esiste
evidentemente da molto tempo) si piazzava in seconda posizione. Dopo essersi resi conto che
le famiglie non venivano dove le si aspettava, c’è stato il bisogno di chiedersi dove ci
aspettavano. Nella nuova gerarchia che proponevo allora, non si trattava più di lasciare il
colloquio individuale al primo posto. E’ piuttosto la Clinica di Concertazione che occupava la
prima posizione, seguita dalla Concertazione Clinica, la Clinica della Staffetta, il colloquio
individuale, il Passaggio e il Coordinamento. La vera novità in questa nuova gerarchia
consisteva sicuramente nella Clinica della Concertazione, che non bisogna confondere con un
Coordinamento. Nella Clinica di Concertazione, si tratta di rinunciare alle finalità immediate,
di coltivare i conflitti praticabili, il dibattito contraddittorio, e non di appianare il dibattito per
trovare una soluzione a tutti i costi.
Mi rendo conto oggi, dopo dieci anni, che fu un errore quello di opporre le due gerarchie,
dando il mio consenso alla seconda. C’era sicuramente all’inizio una volontà negativa di critica
della gerarchia tradizionale. Sicuramente mi sembrava che fosse necessaria l’opposizione delle
due gerarchie, al fine di voler far accettare la seconda. Tuttavia oggi, credo che con
l’estensione alla Clinica di Concertazione non abbiamo più bisogno di gerarchie opposte.
Inoltre, non nego assolutamente l’utilità della terapia individuale, io stesso pratico questo tipo
di terapia, ricevo dei pazienti nel mio studio per dei colloqui individuali. Ma mi sembra che
lavorare in Concertazione rinforzi proprio il lavoro individuale, e che rinforzi anche la
“privacy”.
Credo quindi che la cura non si possa limitare al colloquio individuale. Può capitare, a seconda
del compito e dell’impegno che ci è chiesto, che ci si ritrovi in una terapia o in un’altra. Certo,
la legge dice che soltanto i medici e gli psicologi possono fare della terapia, ma gli utenti non
la pensano così. La terapia relazionale non può risolversi e non si risolve con la ricetta medica.
Evidentemente non è un errore della famiglia il fatto che attivi numerose istituzioni nella rete,
e non è che non si accontenti dell’offerta tradizionale del colloquio individuale. Questa vasta
implicazione non nuoce, al contrario mi sembra che produca una crescita. Usciamo quindi
definitivamente dalle gerarchie e consideriamo tutte le figure del lavoro terapeutico di rete
sullo stesso piano. Al fine di non introdurre più gerarchia discriminante, proponiamo così di
25
disporre le diverse figure del lavoro terapeutico di rete su di un cerchio, che può essere girato
come si vuole.
Vedi lo schema pag.seg.
Le figure del lavoro terapeutico di rete
I professionisti dell’aiuto, della cura, dell’educazione e del controllo sono invitati dagli
utenti a partecipare a diverse figure del lavoro terapeutico di rete. Questo invito può assumere
le forme più diverse e più creative. Al momento dell’appello, i professionisti non possono
sempre sapere le condizioni che gli permetteranno di riconoscere, facilmente, le figure alla
quale è invitato e qualche volta è obbligato a partecipare.
La Clinica della Concertazione è uno spazio di ricerca dove ci si impegna a migliorare
l’intuito dei professionisti nel riconoscere le figure nella quale sta per implicarsi o sta per
essere implicato e forse anche quelle che lui stesso può proporre se la ritiene migliore di quelle
proposte.
Per presentare le figure identificate, senza introdurre una gerarchia discriminante, noi
le abbiamo disposte in cerchio di conseguenza l’orientamento può essere facilmente
modificato con un movimento di rotazione
Clinica della Concertazione = XUdC + XPdC + XPpC + XPndC + 1CC +Ag + Ag + Sg
Pratica del Passaggio = 1PdC + 1PpC
Clinica della Staffetta = 1 o XUDC + 1PdC + XPpC + Ag + Ag
Colloquio individuale, Clinica della Consultazione = 1PdC + 1 o XUdC + Ag + Ag
Concertazione Clinica = XUdC + XPdC + XPpC + 1CC facoltativo + Sg + Ag + Ag
Coordinamento = XPpC
Legenda: C = coinvolto; dC = direttamente coinvolto; ndC = non direttamente coinvolto;
pC = potenzialmente coinvolto; CC = Clinica della Concertazione;
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P = professionista; U = utente; X = un certo numero di
Ag = Agenda degli utenti; Ag = Agenda dei professionisti
Sg = sociogenogramma
Psicologa argentina
Come l’informazione arriva agli “asini”? Come i professionisti riescono a capire e a capirsi?
Lemaire
E’ la questione della forza convocatrice della famiglia che entra in gioco. A chi possono
rivolgersi gli utenti? Questa domanda è stata posta un giorno qui da un genitore. Per questo,
basta avere fiducia nella forza convocatrice della famiglia. E’ lei che sa meglio come attivare i
professionisti. Per esempio, se un bambino ha delle difficoltà a scuola, è possibile rivolgersi a
una persona di fiducia, ovvero agli insegnanti, senza troppo chieder loro, ma sapendo che essi
stessi possono attivare altri professionisti che curano. E poi bisogna considerare il
trasferimento di fiducia, deve uscire dall’astratto e deve essere verificato nella pratica
concertativa.
Gemelli
Dove lo si può fare. Questo trasferimento di fiducia non si può effettuare ovunque. Per
esempio, con il magistrato non si può.
Lemaire
Si, è vero. Nel campo della giustizia c’è una libertà da assicurare e il trasferimento della fiducia
non è sempre possibile né auspicabile. A questo proposito, la separazione netta è garantita. Ma
io valorizzerei gli spazi dove questo trasferimento della fiducia è possibile, piuttosto che gli
spazi non praticabili. Ritornando alla domanda, credo che aprendo questa pratica al territorio
si destabilizzi rapidamente i professionisti. Certo, la perdita di un quadro rigido con delle
regole deve essere compensata da un quadro rigoroso. Bisogna allora costruire una pratica
rigorosa con delle regole e questo si fa con il lavoro e la calma. Ad esempio, quando un
genitore parla all’insegnante, cosa vuole veramente? Non è facile capirlo.
Amerio
Aprire la Concertazione è talvolta difficile a causa delle risposte immediate di alcuni servizi. La
risposta non è automatica nel campo psichiatrico. Anche per la famiglia a volte è difficile
aprire la concertazione. E’ ancora più difficile quando si esce dallo spazio ristretto del nucleo
familiare.
Lemaire
Dobbiamo offrire uno spazio abitabile per le famiglie in disagio multiplo. E manca meno di
quanto non si possa immaginare. E’ difficile in effetti rifiutare il richiamo di una famiglia in
disagio. Una volta che questa ci ha attivato, ci riveliamo spesso capaci di offrirle uno spazio
abitabile. Per aiutarci, bisogna quindi riconoscere e sostenere i diversi contatti. Ma anche
negoziare con le figure del lavoro di rete, utilizzare l’immaginazione. In questa prospettiva, il
cerchio che contiene tutte le figure non deve irrigidirci in questa rappresentazione. Non
rappresenta che un’idea generale, che può essere discussa. Il dibattito stesso attorno alle
figure, o alla forza convocatrice della famiglia diventa terapeutico in sé.
Aggiungiamo inoltre che l’agenda rappresentata sullo schema è l’agenda vera e propria, non è
inserita in senso figurato. Le equazioni sottolineano l’aspetto concreto del lavoro. Quando si
parla di aprire all’incatenamento è ovvio che non è facile. La Clinica della Concertazione non
può essere aperta da un’istituzione, deve essere un’esperienza sostenuta collettivamente con
una staffetta politico-organizzativa.
27
Tacchino
Proveremo ad inviarvi le bozze degli ultimi due lunedì, spero che le arricchirete con le vostre
annotazioni. Il prossimo incontro avrà luogo il 26 di gennaio, per il venerdì ci si vede il 12
dicembre. Vi ricordo che il lunedì mattina è sempre a disposizione per i servizi o le scuole.
Lemaire
La dott.sa Mussio può aiutarvi per l’organizzazione perché la preparazione è fondamentale.
Non ci si deve spostare per forza. Questa sala è sempre disponibile.
Mussio
Siamo disponibili per anche per i venerdì.
Tacchino
Bisogna sempre pensare alla staffetta dei clinici. La disponibilità a impegnarsi nel territorio
aumenta. Ci sono sei persone nella rete di Alessandria che si sono impegnate nella formazione
a Torino (Marina Moreddu, Monica Ferrero, Betty Mussio, Graziana Vommaro, Margherita
Bassini e Santina Gemelli), sarebbe importante pensare al modo in cui queste persone possono
aiutare la rete. La loro disponibilità a prendere in carico la staffetta come cliniche di
concertazione consentirebbe di programmare dei nuovi interventi per il prossimo anno in un
modo più articolato. Chiedo loro di essere presenti, se possibile, alla clinica di gennaio.
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Verbale incontro
lunedi 26 gennaio 2004, Alessandria, Palazzo Guasco
L’ARTICOLAZIONE DELLE VARIE FIGURE
DEL LAVORO TERAPEUTICO DI RETE
Jean Marie Lemaire, psichiatra, terapeuta familiare, clinico di concertazione
Apertura – presentazione dei partecipanti
Lemaire
Dalla mia esperienza sono stato portato a modificare la gerarchia tradizionale delle figure del
lavoro di rete nella quale il colloquio individuale si situa in cima. La scommessa è che la
contestazione di questa gerarchia, il rifiuto del primato del solo colloquio individuale a
discapito degli altri tipi di terapie non siano distruttivi ma critici. A questo proposito, la
gerarchia che avevo proposto, in modo un po’ caricaturale, deve essere interpretata come un
campanello d’allarme. Avevo allora cercato di articolare diversamente, in un’altra gerarchia,
l’approccio collettivo, i campi di sovrapposizione, il lavoro di rete. Questa innovazione era
richiesta dal fatto che possiamo essere attivati da diverse figure del lavoro terapeutico di rete, e
dal fatto che la domanda dell’utente spesso supera quella di un semplice colloquio individuale.
In definitiva bisognava quindi cercare di uscire dalla gerarchia, per entrare in un cerchio che
gira.
Esistono due vie attraverso le quali siamo attivati a lavorare in concertazione. O una sola
persona attiva due istituzioni diverse che non ne sono a conoscenza, oppure molti soggetti
sono attivati sullo stesso caso, e costruiscono così un’unità potenziale di trattamento. E’ a
questo punto che andiamo ad introdurre questa nuova competenza che è il lavoro di rete nel
nostro bagaglio.
L’iniziativa di questo lavoro di rete proviene dagli utenti. Sono loro che, attraverso la loro forza
convocatrice, ci obbligano a lavorare dove non siamo abituati a lavorare, nelle zone di
sovrapposizione. Questo succede, ad esempio, quando l’utente si rivolge allo sportello
“sbagliato”, dove non lo si aspetta. Prendiamo una situazione in cui la rete è attivata da più
poli: c’è un ragazzino di quattordici anni che è conosciuto dalla polizia; ha una sorella minore
che frequenta la scuola materna e la madre parla della sua depressione all’educatrice della
materna. Potremmo dire che questa mamma ha sbagliato sportello, e non capire che lei sta
facendo appello all’educatrice per un suo problema mentre non è il compito di quest’ultima.
Ma si potrebbe anche capire questa situazione in maniera diversa, dicendosi che la mamma ha
potuto verificare come la figlia è presa in carico e quindi ha più fiducia nell’educatrice che non
in un buon psichiatra. La mamma, sbagliandosi di sportello, fa qualcosa di molto intelligente:
fa progredire la rete. E se inoltre esiste un legame di fiducia tra l’educatrice e la/lo
psicoterapeuta, l’educatrice acquisirà un ruolo fondamentale per il passaggio.
In Belgio, i centri di aiuto sono divisi in centri per adulti, centri per adolescenti e centri per
bambini. Un tale spezzettamento e divisione delle pratiche rischia di nuovo di mostrare delle
incrinature quando si tratterà di occuparsi di alcune situazioni, come quelle delle famiglie in
disagio multiplo. Se ad esempio un ragazzino di quattordici anni è ricoverato per aver ingerito
delle pasticche e la mamma è ricoverata per una crisi depressiva, il padre (e marito) tratterà
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con due équipes separate. Bisogna quindi considerare che questo disagio multiplo ha una
dinamica estensiva che crea delle risorse.
Quando una famiglia attiva numerose istituzioni, sbagliando interlocutori inconsapevolmente,
è importante estendere la fiducia, ovvero bisogna riconoscere le figure chiamate dalla famiglia,
senza per questo incoraggiare l’approccio sistemico o la terapia familiare. Non si vuole
squalificare la psicoterapia, anch’io la pratico. Ma penso all’assistente sociale, all’educatrice,
che creano un trasferimento di fiducia che è qualcosa di molto importante.
Tacchino
Ho due brevi domande, che si riferiscono allo stesso tema, quello del legame. Come si produce
il trasferimento della fiducia allo scopo di costituire un’unità di trattamento?
Carina
La fiducia è la parola chiave che fa il sostegno. La persona va dove c’è fiducia, anche prima di
avere coscienza della situazione. Sente dove si può fare qualcosa. La continuità tramite la
fiducia crea un luogo abitabile perché l’utente (la persona in questione) sa che i professionisti
sanno. La fiducia è la sicurezza della persona.
E’ evidentemente perché l’utente trova delle persone nelle quali ha fiducia che si può avere
l’impressione che sbagli sportello, che rifiuti l’offerta, che rompa il legame. La competenza non
è il primo criterio quando si ha bisogno di aiuto. Si preferisce spesso ricorrere innanzitutto alle
persone di cui ci si fida. Nella situazione presentata qui sopra, la mamma, per parlare della sua
depressione, si rivolge all’educatrice della materna, con la quale ha avuto occasione di avere
già qualche contatto, invece di ricorrere direttamente ad uno psicologo o psichiatra, forse più
competente, ma che non conosce. Allora, piuttosto che considerare questo trasferimento di
fiducia come inutile, come una perdita, bisognerebbe interessarsene e utilizzarlo allo scopo di
costruire una rete utile all’utente.
Lemaire
Bisogna distinguere bene una “rete di fiducia” da una rete nella quale la fiducia venga
capitalizzata. Non si tratta di creare una rete di assoluta trasparenza, nella quale tutti
sarebbero al corrente di tutto. La discrezione è necessaria, e un lavoro di rete come questo
pone ovviamente delle questioni fondamentali, in particolare sul trasferimento
dell’informazione, e in particolare sul segreto professionale. Qual è l’informazione
condivisibile? Quali informazioni devono aiutare la creazione di spazi d’intimità? Per esempio,
nella figura particolare del lavoro terapeutico di rete che costituisce la Clinica di
Concertazione, il lavoro attorno ad una situazione, in presenza di numerosi professionisti,
siano essi direttamente coinvolti o no, metterà l’accento su ciò di cui la famiglia va fiera
piuttosto che su ciò di cui ha vergogna. Tutt’altra dinamica, positiva, sarà quindi creata, e
permetterà di esaminare la situazione sotto un’altra prospettiva, applicandosi specialmente alle
risorse residuali, agli elementi positivi, solidi della rete, piuttosto che alle mancanze su cui la
psicoterapia si applica troppo spesso. La fiducia è il mattone del lavoro di rete.
La Clinica della Concertazione è al servizio della Clinica della staffetta e non il contrario. Noi
comunichiamo che siamo disponibili a sperimentare nuovi modelli concertativi. Ma queste
proposte di lavoro di rete incontrano delle resistenze, che si possono capire. Se rappresentiamo
schematicamente la situazione, possiamo considerare due estremi nel lavoro terapeutico: da un
lato il colloquio individuale e dall’altro lato la “piazza grande” (vedi schema a fine capitolo).
Chi è abituato a lavorare nel privato pensa che se modifica la sua pratica, se apre il suo studio
ermeticamente chiuso, allora si finirà necessariamente sulla piazza pubblica. E’ vero anche che
quando si verifica questo salto brusco da un’estremità all’altra, questo possa rivelarsi
distruttivo. Può capitare che si espongano sul giornale alcune informazioni molto intime, che
non migliorano ovviamente la situazione esposta.
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Tuttavia, questo salto radicale da un estremo all’altro non è necessario. Crediamo infatti che
c’è dello spazio fra questi due poli per le altre figure del lavoro terapeutico di rete, che oscillano
tra la chiusura radicale dello studio dello psichiatra e l’apertura pericolosa, perché non pensata,
della piazza pubblica. Al contrario, l’apertura che reclamiamo in maniera incondizionata per
ciò che riguarda la Clinica di Concertazione non significa, l’abbiamo sottolineato, una
trasparenza assoluta della situazione esposta. Abbiamo d’altronde confrontato il verbale di una
Clinica con l’articolo di un giornale che trattavano lo stesso caso. Il verbale si è rivelato più
rispettoso dell’articolo. Aggiungiamo inoltre che queste figure intermediarie non sono create
artificialmente da noi professionisti. Sono richieste dagli utenti.
Nel quadro dei disagi multipli, le buone esperienze possono essere formative e possono quindi
essere trasferite ad un altro pezzo della rete, dove si vede che l’organizzazione del lavoro di
cura, di aiuto, di aiuto e di controllo diventa inseparabile dal lavoro di cura, di aiuto e di
controllo. Ed è questa stessa associazione che renderà il lavoro terapeutico. Ad esempio, un
professionista direttamente coinvolto, come l’educatrice della materna, ha guadagnato la
fiducia della mamma a partire dal buon rapporto che ha con la figlia. Questo è uno spazio
abitabile, che non può essere costruito se non attraverso la pratica. Il trasferimento di fiducia è
essenziale nel lavoro di rete e non lo si impara in maniera astratta.
Damaschi
I legami disegnati sul sociogenogramma non sono ripartiti in maniera omogenea. Si vede
chiaramente una certa distanza tra i professionisti.
Lemaire
I mezzi di comunicazione attivati dal ragazzo sono potenti, è vero, ma la fiducia si instaura più
faticosamente. C’è molta più fiducia nell’interesse condiviso per la figlia. E’ un rapporto
inversamente proporzionale. Bisogna riconoscere la forza convocatrice della famiglia che
riesce ad attivare delle pratiche legate ai campi di sovrapposizione. Di nuovo, sempre in questa
situazione, bisogna rovesciare la gerarchia tradizionale della rete. Chi ha studiato molto
potrebbe, ad esempio, conoscere poco dei campi dove le competenze si applicano, il che
significa che non siamo formati a lavorare nelle figure intermediarie, dove gli utenti ci
aspettano. E’ la famiglia che ci propone una nuova gerarchia.
Tacchino
Cosa ne è dell’equilibrio dello scambio? Si tratta di mettere la lente di ingrandimento sui
campi di sovrapposizione seguendo il trasferimento di fiducia; ma non si tratta solo di una
questione ideologica? In pratica, come utilizzare questi campi di sovrapposizione? Come fare
per superare i segmenti clinici tra le diverse istituzioni convocate dalla famiglia?
Lemaire
Stai parlando dei segmenti clinici. Tra la scuola materna e l’ospedale questo segmento è
visibile, basta che la rete informale si manifesti. Dobbiamo capire, quando il ragazzo ha dei
problemi, quale trasferimento di fiducia recuperare e come farlo, sotto l’aspetto educativo in
questo caso. Ma come funziona l’alchimia scuola materna - ospedale? Non possiamo copiare
da una situazione già affrontata, tutto è sempre da rifare, questo campo deve essere praticato
come se fosse la prima volta, perché le situazioni sono diverse. E il trasferimento è anch’esso
sempre diverso, dobbiamo quindi sempre rapportarci alla pratica. Detto questo, il punto di
vista teorico, che noi sviluppiamo al momento, non deve essere considerato per questo come
superfluo. La riflessione sui concetti ha ugualmente la sua importanza, e sarà forse bene
recuperare la nostra esperienza di Alessandria, perché tutto ciò che abbiamo imparato non è
ancora stato sistematizzato.
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Repetto
Esiste una riconoscenza e una conoscenza reciproca a livello formale? Parlava di una rete
informale e sociale, ma esiste un momento formalizzato e forse periodico che sia dedicato a
questa ri-conoscenza?
Lemaire
Noi proponiamo effettivamente di avere uno spazio tutti i mesi che permetterebbe di occuparsi
di questa ri-conoscenza. Ognuno può valutarvi il proprio lavoro, rispetto agli altri e alle
concertazioni già viste. Quindi la riconoscenza reciproca deve far parte di uno spazio abitato,
vissuto, anche se è immerso in una realtà di rivalità che sappiamo esistere. Questa mattina
abbiamo visto che in alcuni ambiti scolastici, i professionisti usano il metodo dello
scaricabarile, in una specie di dinamica negativa. Ma il CTP, se ci si pensa, trasforma in
positivo questa realtà. Bisogna trasformare questo “scaricabarile” in una Clinica della staffetta,
che accetterà questo compito in un modo positivo e pensato.
Possiamo sommariamente far vedere in cosa consista il trasferimento di fiducia in diverse
figure terapeutiche della rete. Così, per quanto riguarda la Concertazione Clinica: è una messa
in compresenza di diverse Cliniche della staffetta (ad es. la telefonata tra l’assistente sociale e il
psicoterapeuta). In una Concertazione Clinica non prendiamo unicamente un segmento, ma
tutta la storia della famiglia con la rete. Possiamo quindi, a partire da questa figura, trovare dei
trasferimenti di fiducia interessanti. Rimane pur vero che questo trasferimento di fiducia è una
pratica poco utilizzata. E lo spazio di riconoscimento, indispensabile a qualsiasi trasferimento,
è difficile da creare, a causa della paura di perdervi le proprie competenze specifiche.
Proiezione del lucido…
Come può uno spazio in difficoltà imparare qualcosa da un’altra esperienza? Come scoprire i
segmenti – risorse? La Clinica della concertazione consiste essa stessa in una sovrapposizione
di diverse Concertazioni Cliniche. E’ uno spazio di supervisione permanente dove la nostra
pratica è valutata dagli altri. Una parte del nostro mestiere è giudicata dai nostri colleghi. E’
ciò che la rende temibile. Ma il riconoscimento non si produce sulla base degli errori degli
altri. Al contrario, è creato dai punti positivi dell’impegno nel lavoro. Non si distruggono le
competenze, si condividono. Non si capitalizza la fiducia, si capitalizzano i mezzi per
ottenerla. E questo costituisce forse una delle vie che permettono il passaggio dal controllo
all’aiuto, grazie all’utente.
Tacchino
Considero il tema di oggi come importante e non esaurito. Sono cose su cui bisogna
continuare a riflettere. Inoltre, mi sembrano centrali per i professionisti coinvolti nel settore
scolastico. Abbiamo affrontato questi concetti anche come genitori e mi sembra che le
categorie individuali e le considerazioni generali non aiutino molto. Bisognerebbe sempre
pensare queste questioni con la prospettiva di affrontare delle situazioni concrete.
Verbale redatto da Giorgio Abonante e Betty Mussio e tradotto da Ivana Pretta
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Verbale incontro
Lunedì 16 febbraio 2004 – Palazzo Guasco, Alessandria
IL SEGRETO CHE FA PARLARE
Vinciane Despret, filosofa, psicologa - Università di Liegi e Bruxelles
Apertura – Presentazione dei partecipanti
Vinciane Despret
Mi interesso di psicologia animale e di etologia non tanto perché io sia un'amante degli
animali, quanto per l'ammirazione nei confronti delle persone che si occupano di animali.
Sono persone che hanno dovuto cambiare le proprie pratiche, che si chiedevano cosa avrebbe
potuto interessare all'uomo e ora pensano a cosa sono interessati gli animali; un ribaltamento
funzionale al tentativo di avvicinare gli animali, condizione minima per l'attività studio.
Quindi i ricercatori si scoprono, fanno vedere sempre cosa fanno, si mostrano per eliminare la
diffidenza. Con queste premesse diventa interessante chiedersi come gli animali vedono noi. I
ricercatori che hanno prodotto lavori significativi hanno usato la cortesia per far diventare
l'apprendimento interessante. Studi condotti sui babbuini sono partiti dal presupposto che per
studiarli occorre avvicinarli e per avvicinarli bisogna sapere se lo vogliono. Il babbuino ci deve
vedere e deve sempre sapere o poter prevedere ciò che stiamo per fare. Quando ci
comportiamo in modo naturale e il babbuino lo vede allora ci lascia avvicinare. Comprendere
come farsi ospitare da un gruppo di babbuini passa da una domanda fondamentale; 'Cosa è
importante per loro?'
Più in generale la domanda è 'ciò che sto facendo è un mio problema o lo è per l'animale?', la
risposta precisa non c'è anche perché l'animale non risponde. Posso però chiedermi come
permetto loro di prendere posizione nei miei confronti.
La questione del segreto in terapia si sviluppa attraverso queste considerazioni. E' un
problema per chi si rivolge al terapeuta o per il terapeuta stesso? Il segreto costringe a ripetere
sempre le stesse cose oppure a trasgredire. Ci si deve chiedere come aprire lo spazio, come
rendere le cose disponibili perché le persone possano prendere posizione, la questione del
segreto è centrale per i professionisti. In altre culture il segreto è di proprietà del terapeuta, non
del paziente. Nella nostra tradizione abbiamo due tipi di segreto con stessa funzione ma
ragioni storiche diverse.
Esempio: a Parigi alla fine del XIX secolo Achille si presenta presso l'ospedale psichiatrico più
famoso ma viene dirottato nell'istituto di un importante psichiatra. Achille presenta sintomi di
presenze demoniache manifestate con urla e bestemmie, è convinto di essere posseduto. Il
primario indaga nel suo passato, il paziente spiega che è un uomo d'affari di una piccola città
della Provenza e che in un viaggio di lavoro ha tradito la moglie, il senso di colpa non gli dà
tregua, da quel momento il diavolo secondo lui lo possiede. Lo psichiatra lentamente lo fa
parlare, gli fa rivelare il segreto; Achille, liberatosi dal peso del segreto, guarisce. Achille
rappresenta due mondi che si incontrano, quello esterno in cui domina il diavolo e quello in
cui è l'inconscio che agisce. C'è un mondo religioso all'esterno e uno laico all'interno dove il
diavolo non c'è. Nel primo mondo la guarigione avverrà attraverso strumenti esterni, con le
armi dell'esorcista. Nel secondo caso lo specialista guarirà l'interno, agendo sulla rivelazione
del segreto. Abbiamo bisogno di un esorcista quando siamo posseduti, di uno psichiatra
quando abbiamo un segreto. Abbiamo bisogno di essere posseduti quando siamo in una
regione con tanti esorcisti? O di tanti segreti che facciano ammalare le persone se siamo in una
regione con tanti psichiatri? Sono gli psichiatri americani che producono disagi multipli? In
altre parole, sono i farmaci che producono patologie? C'è qualcosa nel segreto che non è
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innocente. Sono gli psichiatri che hanno bisogno del segreto che crei persone che hanno
bisogno di psichiatri? Nella terapia individuale il terapeuta induce il paziente a rivelare cose
intime (e non banali), che sono poi il segreto blindato, qualcosa di intimo che non sarà rivelato
e che obbliga anche il paziente. Il segreto è, paradossalmente, un qualcosa che fa parlare. La
pratica del segreto nella terapia, si dice, è liberale, però lo stesso segreto compromette la
trasmissione mettendo dei limiti alla dimensione pubblica della terapia. Il segreto rende i
terapeuti pericolosi: chi li giudica? Il segreto come dimensione politica, a livello collettivo, è
ciò che alimenta il potere e come tale non si nasconde, principalmente separa. La secrezione è
ciò di cui il corpo si priva, da cui si separa, l'etimologia è la stessa. Per me il segreto è ciò che
organizza la separazione. Chi (e quali informazioni, e a chi) ha il diritto di ripetere? Se
chiediamo a uno psichiatra 'mi parli del suo paziente' la risposta è 'no'. E nemmeno se lo
chiede l'équipe che si occupa del paziente? Quali operatori possono chiedere notizie? Quindi
alla domanda 'chi ha il diritto di pretendere le informazioni' non si risponde facilmente, lo
psichiatra ha il diritto di non dire, ma allora il segreto non ha nessun potere di organizzazione?
Tutti hanno gli stessi diritti e doveri (e quindi questo discorso no ha senso)? Lo vediamo alla
lavagna.
Mussio
Ho incontrato un genitore per un'iniziativa da sviluppare con i bambini e poco dopo
l'assistente sociale mi ha parlato della stessa famiglia rivelandomi un segreto che non avrei
dovuto lasciarmi sfuggire. La mia situazione era strana: i genitori mi conoscono, senza sapere
che sono a conoscenza del fatto, ma non ignorano che conosco l'assistente sociale che loro
sanno essere al corrente.
Oliviero
Segreto di Franceschiello.
Despret
I terapeuti hanno ereditato dai preti la creazione d'intimità (il segreto diventa tale perché si
può dire solo lì); l'intimità fisiologica incrocia quella religiosa. Il segreto, come abbiamo visto,
ha organizzato relazioni complesse, non è la caricatura della distribuzione del potere. R.
Barrett dice che il segreto dà potere al terapeuta perché lo protegge dall'esterno. E dal punto di
vista del paziente? Il segreto della confessione per esempio è vero che spetta al prete ma lo
stesso peccatore dovrebbe evitare di confessare segreti che riguardano altri. Gli utenti di Betty
partendo da un segreto hanno organizzato una rete in modo tale da poter dire che sono stati
tutt'altro che passivi. Se l'operatore incoraggia il segreto in un certo modo allora spinge a
raccontare il peggio, perché ricordiamoci che non è segreto ciò che è bello. Il dibattito su
questo tema non è semplice ma quando Barrett afferma certe cose vuole criticare l'idea del
segreto che organizza l'autonomia delle professioni che a un certo punto non rendono conto
più a nessuno. Durante gli anni '70 (e ancora oggi) alcune pratiche hanno permesso di vedere
la persona come coordinatrice della rete, dell'équipe, attivata dal soggetto stesso. Diverso è se
guardiamo all'individuo e ai legami sociali, un insieme tutto scomposto e rivisto, in un sistema
organizzato invece dal segreto. In questa visione il professionista protegge se stesso
dall'esterno, dallo Stato, da tutto ciò che sta fuori.
Lemaire
Sulla situazione di Betty mi sembra che i pazienti non abbiano accettato il modello e abbiano
provato a inventarne un altro.
Despret
I pazienti non si fanno irretire, sfruttano il potere organizzativo del segreto.
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Oliviero
Ad ogni livello c'è un segreto; psichiatra - paziente poi si passa allo psicologo che si occupa del
comportamento e c'è un altro segreto, poi all'assistente sociale e ce n'è un altro ancora. Chi ha
il potere è quindi il paziente che mette gli altri nelle condizioni di parlarsi per completare il
quadro.
Despret
La storia dei babbuini insegna a non fidarsi. Quando dicono 'è un problema nostro o dei
babbuini?' sanno che non è quella la domanda ma come viene posta. Allora la domanda vera è
'avrà ripercussioni sulla loro vita?, ma di fronte ad un interrogativo del genere non si fa più
niente.
Lemaire
La metafora ricercatori - babbuini funziona soprattutto a rapporti invertiti. Gli utenti sono
ricercatori che utilizzano il segreto, che noi crediamo nostro, per scoprire.
Gemelli
Seguiamo un ergastolano, il giudice concede la libertà condizionale se il soggetto si impegna
nel volontariato. L'ufficio fornisce indicazioni alla persona la quale si presenta al colloquio dal
sindaco che gli chiede che reato avesse commesso, lui spiega tutto senza omettere i particolari.
Io chiaramente no avrei rivelato niente. Insomma il servizio sociale ha dovuto supportare l'ente
ricevente rispetto al reato sconcertante per tutti.
Lemaire
Ma ha sbagliato o no? Se sì, chiude la possibilità di andare avanti; preferisco pensare che abbia
attivato qualcosa, che abbia fatto come i babbuini.
Despret
Certo è possibile. A questo punto non posso più chiuderlo come prima. Preferisco dire che il
segreto è uno strumento di potere e non possiamo sbarazzarcene. Voglio pensare a quante
frecce si formano con la trasgressione del segreto. Il segreto non è ciò che è, è ciò che produce.
Tacchino
Il segreto nella negoziazione, come regolatore di rapporti.
Despret
L'aspetto organizzativo lo imparo oggi qui. Oggi ho visto che il segreto può essere un mezzo
per organizzare il lavoro degli operatori. Utilizzando la metafore del treno possiamo dire che
l'utente attiva lo scambio. Rispetto all'assistente sociale tramite il segreto si verifica una
sospensione ma anche la sua attivazione, il nuovo giro della rete per ripartire.
Il segreto critico ci parla della vergogna, quello di Barrett invece del potere sulla situazione.
Una terza lettura l'abbiamo vista oggi, il segreto come fattore di organizzazione della rete.
Lemaire
Lo scambio, per tradurlo nel linguaggio della Clinica, sarebbe il campo di sovrapposizione.
Tra l'esorcismo e la psicoanalisi c'è lo spazio per il dibattito, speriamo non sia l'esorcista a
discutere.
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Verbale incontro
Lunedì 22 marzo 2004, ore 14.30 – 17.00
L’APPROCCIO CONTESTUALE
TRA I DIVERSI MODELLI DI TERAPIA RELAZIONALE
Pierre Michard, filosofo, psicologo, formatore, psicanalista infantile
Apertura – presentazione dei partecipanti
Michard
Mi capita spesso di parlare di Approccio Contestuale e di non sapere dove andare a finire.
Conto quindi sul vostro aiuto e sono consapevole della responsabilità che assumo
nell'affrontare questo tema. Prima di tutto, e per situare l’Approccio contestuale rispetto ad
altri approcci terapeutici, bisogna sottolineare che esso riconosce da una parte l’Approccio
sistemico e dall’altra la psicoanalisi, anche se possiede una propria specificità.
Indichiamo direttamente ciò che ci sembra essere il tratto caratteristico dell’approccio di cui
parleremo. Vogliamo parlare dell’etica relazionale. Quest’ultima, inventata da BoszormenyiNagy, il fondatore dell’Approccio contestuale, consiste in una nuova dimensione della
relazione, che sovrasta tutte le altre.
Egli crea quindi un’etica relazionale che riconosce un equilibrio fra le parti, un conto
relazionale tra ciò che è dato e ciò che è reso. Nagy 4 ha sempre lavorato per la giustizia nella
relazione, una tendenza all'equilibrio che è spontanea e sempre presente. Il fatto di dare ricevere - rendere attiene al discorso della reciprocità, discorso non nuovo. Non è quindi
questo che costituisce l’originalità dell’Approccio contestuale. I legami familiari sono plasmati
da questa contabilità. Inoltre Nagy introduce l’idea che esiste un bilancio in ogni relazione. In
questa prospettiva, possiamo definire la terapia come una voce del bilancio, mentre nella
banalità della vita non c'è mai un dialogo tra queste voci. Ma qual è il ruolo di queste diverse
voci? Uno degli apporti dell’Approccio contestuale consiste appunto, attraverso la parzialità
multidirezionale 5 , nell’ascoltare tutte queste voci, cioè anche quella del bambino. Anch’egli è
infatti compreso nella dinamica del dare - ricevere, perché anche lui è capace di donare e di
sostenere. Questo tratto segna una rottura essenziale di un’altra concezione del bambino,
sostenuta dalla psicoanalisi. Infatti, ingrandendo i tratti, possiamo dire che il bambino
freudiano è potente, concentrato sui suoi desideri, capace di sognare di uccidere il genitore del
proprio sesso e di possedere sessualmente quello dell'altro. Nagy non rifiuta questo punto di
vista, ma non riduce il bambino ai soli desideri. Secondo lui occorre riconoscere i contributi
del bambino al genitore in difficoltà; il bambino ha il diritto di contribuire. Il bambino
freudiano guardava dalla serratura i genitori in intimità (dalla quale era quindi escluso), il
bambino di Nagy si trova di fronte ai genitori in difficoltà essendone il legame più stabile.
Pensiamo ad un quindicenne che vive la separazione della coppia: vede un film romantico con
la madre quando avrebbe voluto che a vederlo con lei fosse il padre, cerca un partner per il
genitore, lascia il divano per il nuovo partner, conosce i fratelli acquisiti da altre relazioni.
Questo ragazzo gestisce un'enormità di relazioni, un sistema sempre ai limiti dell'esplosione.
L'Approccio contestuale prova a capire tutto questo, cioè gli sforzi del bambino che prova a
tenere la situazione, che è in grado di prendersi delle responsabilità. La cosa principale credo
sia di riconoscere l’impegno del bambino.
4
Per comodità dell’esposizione, chiameremo Boszormenyi-Nagy semplicemente Nagy.
Avremo occasione di ritornare su questo punto e di svilupparlo più avanti. Ci basti affermare che consiste “nel
prendere successivamente le parti di ogni membro della famiglia” (M.HEIREMANN, Du côté de chez soi, Paris, ESF
éditeurs, 1989, p. 77)
5
36
Personalmente, dell'Approccio contestuale mi ha colpito favorevolmente proprio questo
riconoscimento, che talvolta manca da parte dei professionisti e anche dei genitori. E'
importante cosa si fa per aiutare i bambini a riqualificare la loro vita, e cosa si fa invece perché
la loro vita venga riqualificata. Uno dei primi lavori della “Clinica della concertazione” è
adoperarsi perché il bambino responsabilizzato venga preso in considerazione. Malgrado la
mancanza di esperienza rispetto all'adulto, il bambino ha una legittimazione quasi superiore.
Questa questione del riconoscimento è cruciale. Il bambino che non vede riconosciuto il suo
lavoro a un certo punto si stanca, si stanca nel dare perché viene meno la sua fiducia in sé.
Questa analisi può valere per tutti i membri della famiglia, per tutti quelli che aiutano e che
hanno meriti rispetto al sostegno offerto. Il merito diventa allora legittimità a ricevere, 'ho
diritto ad essere ringraziato ', e così si può continuare a dare. Certo, la questione della bilancia
tra il merito e il credito si pone sempre. E’ un concetto fondamentale quello dell’equilibrio,
della bilancia, che ha preoccupato molto Nagy. Una persona può credere di meritare molte
cose ma non vedere riconoscimenti. Il riconoscimento deve venire dal bersaglio dell'aiuto e
non può essere soltanto un 'contro-dono'. Il fatto di dare e di non ricevere in cambio qualcosa
di adeguato in termini di riconoscimento è un argomento nodale. Avete delle domande?
Caruso
Dott. Michard, lei dice 'è possibile che il bambino, o l'adulto, possa continuare a dare e a
dare, poi però si pone a un certo punto la questione dei conti '. Quale evento pone la questione
del conto?
Michard
Spesso i conti di una generazione pesano su quella successiva, si scaricano sui figli cose non
avute dai genitori appropriandosi del diritto di ottenere ciò che non si è avuto in passato.
L’Approccio contestuale non può aiutare in questo senso, perché si rischia semmai di reiterare
gli errori. Questo non significa che il passato dei genitori non rivesta alcun ruolo. Esso entra
nella vita dei genitori e attraversa la coppia. Ma l’Approccio contestuale tenta di riconoscere
che il bambino spesso si impegna per rendere meno duro il mondo per i genitori. Si tratta di
vedere e riconoscere il bambino per riparare alle aspettative tradite dei genitori. L'idea è che
nel dialogo e in terapia qualche questione deve rimanere aperta. Pensiamo al marito che torna
a casa e non fa niente, mentre il bambino, con grande tristezza, non può aiutare la mamma.
Come può il genitore aiutare il bambino a prendersi delle responsabilità?
Olivero
La modalità che ha presentato mette in crisi il paradigma classico degli operatori, i modelli
ancestrali della crescita del bambino; si punta tutto sulla relazione, sulla lettura dell'agire e non
dello sviluppo. Questo modello come può far cambiare la cultura dei servizi?
Michard
Non si ha la possibilità di essere ingenui. Per esempio, se prendiamo il caso di una ragazza
sola in casa, con il padre depresso perché la mamma è andata via, il suo sforzo di badare a lui:
se fosse un ragazzo la storia sarebbe diversa. Quindi sarebbe stupido non considerare gli
sforzi, i sogni, il discorso psicanalitico. Dall'altra parte non ci si può fermare alla psicanalisi e
semplificare le situazioni. Ogni relazione complessa che la figlia ha con il padre non può
portare semplicemente ad un Edipo non risolto. E il metodo psicanalitico non è quindi il solo
modo di trovare delle soluzioni. Ricordo il lavoro fatto in un caso con una coppia separata, con
due figlie, in cui il padre si ammala gravemente. Le figlie volevano occuparsi di lui. Abbiamo
lavorato con le figlie, ma anche con la madre e sul modo di permettere alla mamma di aiutare
le figlie ad aiutare il padre, sulla difficoltà nell'affrontare la morte e la solitudine delle ragazze.
37
Domanda
Il rischio non è di rimanere ancorati ai genitori come se fossimo una loro estensione? Non
comprendersi come persone, creare un rischio di non vivere le età normalmente?
Michard
Questa questione si ricollega a quella dell’individualizzazione. Come individualizzarsi
all'interno della relazione? L’individualizzazione significa la negazione della relazione?
L’autonomia è possibile senza eteronomia?
[Se si osa affermare che la filosofia ha progredito lungo il corso della sua storia, uno dei suoi
progressi sarebbe giustamente ciò che ci ha insegnato su questo punto, cioè che una persona
non può individualizzarsi da sola. E’ senza dubbio vero che ogni persona non ha accesso al
proprio vissuto, e non può quindi affermare con rigore e radicalità l’esistenza dell’altro. Per
dirlo brevemente, è impossibile raggiungere gli altri ponendo al principio soltanto il sé. Il solo
modo di venirne fuori consiste allora nel mettere in primo piano la relazione. Una volta posta,
sarà allora possibile cercare i termini della relazione, ovvero io e l’altro. In altri termini,
nessuno può, da solo, diventare una persona. La relazione con gli altri è la condizione di
possibilità di sé. L’io presuppone il tu. Così, l’individualizzazione presuppone la relazione, e
l’autonomia non può effettuarsi senza eteronomia.]
Pensiamo che più c'è credito tra le persone, più le persone sono vive all'interno della relazione.
Prendere l'individualizzazione in un senso comune, come negazione della relazione, significa
chiedere di essere sleali rispetto alle proprie origini. Rischiamo quindi di far entrare in conflitto
i professionisti ed il bambino che vuole sostenere i genitori. 'Occupati di te stesso e non di tuo
padre in difficoltà, pensa alla tua vita!!!' è una frase che si sente. Vuol dire dimenticarsi che noi
ci individualizziamo nelle relazioni, non al di fuori di esse.
Caccavo
Cos'è l'identità per l'Approccio contestuale?
Michard
L’identità, è poter mettere insieme la propria vita in una storia e poter testimoniare il proprio
conto nella vita. Testimoniare alle persone che sono vicine perché possano prendere una
posizione, perché possano aiutare a riparare ciò che è stato ingiusto per me, permettendo loro
di dare. E' appropriarsi della propria esistenza. Nell'Approccio contestuale c'è l'idea che non
si fa la propria storia da soli. Non posso sapere chi sono fino a quando non ho raccontato la
mia storia a mio figlio ed ho avuto da lui una risposta. L'identità è un'identità etica, significa
testimoniare alle persone che mi sono vicine, perché hanno bisogno di sapere qual è il mio
conto verso i miei antenati e i miei genitori, perché possano posizionarsi senza alienarsi, senza
che io sfrutti la loro lealtà.
Domanda
Cosa guadagna il bambino che si occupa dei genitori in difficoltà?
Michard
E' l'eterna questione del cosa si guadagna nel dare. Provo a riprendere le parole di Nagy. Cosa
è che fa che si doni? Qual è il vantaggio nel dare? Prendiamo un esempio economico. Ci sono
A e B, B ha bisogno di soldi e A gli dà 100 Euro. Si potrebbe dire che B ha un debito di 100
Euro con A e che quando li avrà li renderà. Resta qualcosa di questo scambio? Resta qualcosa
che possiamo chiamare obbligazione supplementare per B, cioè quella di aiutare A nel
momento del bisogno. Per A rimane qualcosa da questo scambio, qualcosa che Nagy chiama
“merito”, una sorta di diritto ad essere aiutato perché si è costruita una storia di fiducia fra le
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due parti. Il merito, secondo Nagy, si accumula per diventare “legittimità”, l'altezza etica
dell'essere umano, la grandezza dell'essere umano. Ma il merito e la legittimità non scattano
se non c'è riconoscimento. Un aspetto importante dell'Approccio contestuale consiste proprio
nel validare le storie, l'insieme dei meriti che accumuliamo in termini di legittimità. Il merito è
una richiesta di riconoscimento, è un diritto di ricevere. A quest’ultimo diritto si pone allora
una questione inevitabile. In effetti, se non ottengo ciò che sono in diritto di ricevere, il mio
merito non riconosciuto può diventare diritto di distruggere, legittimità distruttiva. Siamo
allora nel campo dello scambio squilibrato, dello sfruttamento, con i rischi di conseguenze su
altri protagonisti. Questo approccio permette allora un’altra comprensione di un fenomeno
come l’aggressività. Essa non appare più semplicemente come una maleducazione, ma
soprattutto rappresenta qualcosa di legittimo che non è stato riconosciuto.
Detto questo, la situazione più grave per il bambino resta il fatto di essere nell’impossibilità di
donare, di ricevere. Ciò che Nagy chiama la “lealtà scissa” è una situazione nella quale il
bambino non può donare e ricevere dalla mamma senza ferire o far soffrire troppo il padre. Se
ogni scambio è impossibile, il guadagno di legittimità diventa impossibile. Non bisogna però
credere che il solo dono permetta il riconoscimento. Anche il fatto di ricevere è molto
importante, perché in qualche modo ricevendo si guadagnano dei meriti, in questo senso si
accetta la vita, il dare-ricevere dello scambio (un proverbio dice “accettare con gioia è già
donare”). Tutto l’Approccio contestuale è una riflessione su queste questioni, sulla fiducia
nella relazione, sulla difficoltà di dare e di ricevere, sulla moneta dello scambio. E’ proprio
perché ci sono degli psicologi, degli insegnanti e dei genitori che è importante riflettere sulla
relazione. Ad esempio chi dà di più tra l’insegnante e l’alunno? E tra lo psicoterapeuta e il
paziente? Come si articola la questione del transfert e del contro-transfert?
Domanda
Conosco poco la “Clinica della Concertazione”, ma credo che il fatto di mettere insieme i
professionisti e gli utenti possa significare il riconoscimento di ciò che ognuno può dare.
Michard
E’ importante che il terapeuta riconosca i meriti di chi è presente, e che riconosca anche che il
suo lavoro funziona anche grazie all’impegno delle persone presenti.
Lemaire
La “Clinica della Concertazione, rispetto ai disagi multipli, è un dispositivo che prende in
considerazione le famiglie nelle quali lo scambio dei riconoscimenti dei meriti è stato
interrotto. Ristabilendo il riconoscimento tra gli operatori, o tra un professionista e un membro
della famiglia, ristabiliamo lo scambio nella famiglia. La “Clinica della Concertazione”,
durante le due ore circa della seduta, serve proprio a riaccendere questa possibilità, per i
professionisti e per la famiglia.
Ad Alessandria, la Clinica della Concertazione diventa “vecchia” ed è soltanto adesso che
introduciamo questi criteri, questi concetti, perché all’inizio sono poco praticabili. Si tratta di
concetti che portano uno ribaltamento, un cambiamento di sguardo.
Michard
Quando ho un ragazzino in terapia che è stato maltrattato (ad esempio dal padre o dalla
famiglia cui è stato affidato) e che è violento a scuola, e quando ricostruisco la sua storia con la
mamma, mi capita di pensare che se i professionisti della scuola fossero presenti questo
probabilmente consentirebbe loro di gestire in modo diverso i loro conti con ciò che il
ragazzino fa loro vivere a scuola.
39
Verbale incontro
lunedi 26 aprile 2004, ore 14,15 – 17
LA GIUSTIZIA RELAZIONALE
Magda Heireman, psicologa, terapeuta familiare, formatrice - Università di Lovanio
Apertura – presentazione dei partecipanti
Magda Heiremann
Vorrei parlarvi oggi dell’Approccio contestuale e delle quattro dimensioni relazionali tra gli
esseri umani definite da Nagy. Ma prima di cominciare, desidero dirvi perché mi sono
specializzata in questo metodo. Ho lavorato come psicologa in un centro per la terapia di
coppia e dopo in un ospedale, dove mi sono dedicata alle famiglie e ai gruppi di famiglie.
Essendo spesso confrontata a situazioni di separazione, mi sono concentrata sulle famiglie e
sui conflitti di lealtà con i bambini. L’approccio sistemico strutturale (sulle abitudini, i costumi
e le regole della famiglia) mi ha aiutato, ma mancava qualcosa che credo di aver acquisito con
Nagy. A Roma e a Milano, abbiamo avuto spesso occasione di incontrare delle famiglie nelle
quali i bambini maltrattati facevano prova di lealtà interessanti, di lealtà che si manifestano
quando i bambini hanno ricevuto molto, di lealtà sconcertanti, forse anche superiori a quelle
dei rapporti normali. Ho imparato molto da Nagy partecipando ad una formazione specifica in
Olanda e a Philadelphia. L’approccio contestuale è seducente perché si riflette sul nostro
vissuto; all’inizio sembrava facile, ma applicandolo ci si rende conto che le cose si complicano.
Si va avanti e si torna indietro, perché la teoria aiuta, certo, ma non può fare tutto. E’ un lavoro
guidato dalla famiglia stessa. Lo considero come un approccio non esclusivo, ma
complementare ad altri metodi. Prima di tutto vi espongo i 4 pilastri fondamentali
dell’Approccio contestuale, in seguito analizzerò le dimensioni (4) che ci interessano oggi.
Psicanalisi – fenomenologia esistenziale – pratica clinica – teoria sistemica
Innanzi tutto, sottolineiamo alcuni aspetti di altri approcci, per cogliere meglio la specificità
del nostro approccio. La scuola di Budapest metteva in rilievo le relazioni con gli altri, mentre
Freud accentuava piuttosto l’intrapsichico. Da parte sua, Nagy pensa che è nella relazione con
gli esseri umani che l’uomo si costruisce. Possiamo vedervi una forte influenza di Buber
(l’essere umano si costruisce negli incontri), anche se Nagy non ha mai incontrato questo
40
filosofo. Diversi tipi di relazione possono essere definiti. Ad esempio, la relazione normale dei
bambini rispetto alle istituzioni è funzionale, nella famiglia hanno una relazione ontica.
Esistono molti modi per descrivere le relazioni; per classificarle, possiamo considerare che le
persone possano essere soggetto o oggetto nella relazione. In una relazione, tutto si gioca nei
ruoli attribuiti alle due persone 6 .
1
2
S
O
O
S
Per esempio, un tipo di relazione è qualificato come fusionale quando non esiste alcuna
demarcazione Soggetto-Oggetto. Questo tipo di relazione è caratterizzata da un “rifiuto di
prendere posizione e da una negazione delle differenze” 7 . Un altro tipo di relazione, “essere
l’oggetto”, si verifica quando una persona B è sempre e unicamente considerata come un
oggetto da parte di una persona A 8 .
Questi tipi di relazioni non sono fissati una volta per tutte. Una dinamica li anima e se nasce
uno squilibrio, può in seguito sparire. In particolare, una giustizia relazionale apparirà se i due
termini della relazione possono essere nello stesso tempo soggetto e oggetto. Se prendiamo
l’esempio dell’amore, ciò significa che desideriamo essere amati (polo oggetto), volendo però
allo stesso tempo amare (polo soggetto). Un altro esempio, quello del capro espiatorio, non
permette la giustizia relazionale, perché questa persona non può che trovarsi dalla parte
dell’oggetto. Ne risulta un blocco della relazione.
Oltre a questi tipi di relazioni, Nagy distingue quattro dimensioni 9 nelle relazioni umane:
6
Per un’esposizione precisa dei tipi di relazioni possibili, cf M.HEIREMANN, Du côté de chez soi, op. cit.. pp. 37-41
Ibid, p.39
8
Rimandiamo alle ricche e profonde analisi di Sartre sull’essere-oggetto, e la cattiva fede che vi è legata (cf. L’être et le
néant, Paris, Gallimard, 1943).
9
Oggi ne aggiunge una quinta che non ci interessa qui.
7
41
[Precisiamo un po’ queste quattro dimensioni, insistendo direttamente sul fatto che la quarta
dimensione, che abbiamo già affrontato, costituisce l’originalità dell’approccio contestuale 10 .
La prima dimensione si riferisce ai fatti, cioè rimanda ai dati del destino, alle determinazioni
biologiche, ma anche ad alcuni elementi come l’adozione o il divorzio. La seconda dimensione
dipende dalla psicologia individuale. Tiene conto dei bisogni elementari come la riconoscenza,
l’amore, il piacere, ma anche dei meccanismi di difesa, d’introiezione, di transfert. La terza
dimensione, quella dei sistemi transazionali, contiene i pattern di comportamento osservabile
e di comunicazione interpersonale. La sua descrizione si effettua in termini sistemici. Infine, la
quarta dimensione, che sovrasta le prime tre, è l’etica relazionale. “Si tratta della giustizia delle
relazioni, della bilancia dei meriti acquisiti e dei debiti, descritti dalle nozioni di lealtà, di
fiducia e di legittimità” 11 . Questa descrizione, secondo Nagy, è legata alla condizione umana.
In questo senso, la teoria di Nagy sostiene di appoggiarsi su un’ontologia, sull’essenza
dell’uomo. Si può vedere, grazie a queste quattro dimensioni, che l’Approccio contestuale non
squalifica gli altri approcci, ma li ingloba].
La psicologia individuale rimane importante, ma ciò che bisogna dire sulla fenomenologia si
trova sull’etica relazionale. Sul quarto pilastro, l’approccio sistemico, Nagy ha lavorato fin
dall’inizio, anche se i terapeuti che lo stavano sviluppando gli creavano dei problemi. Ha
collaborato con Salvini ed altri. Era deluso dai deboli risultati e dai contatti troppo bruschi con
altri terapeuti e si era convinto che dovesse integrare il suo lavoro con altre teorie. L’Approccio
contestuale non vuole essere soltanto un rimedio, ma anche un lavoro di prevenzione per le
generazioni future. L’etica relazionale è la dimensione nella quale si possono ritrovare le altre
tre dimensioni, e questa dimensione non deve essere considerata unicamente in un quadro
intra-famigliare. Riguarda anche il rapporto dei terapeuti con gli utenti.
10
Per questi chiarimenti ci riferiamo ancora al testo di Magda Heiremann dedicato all’Approccio contestuale: Du côté
de chez soi, Paris, ESF Editeur, 1989, pp. 44-45
11
Ibid, p. 45
42
Nagy osserva i fatti e le loro conseguenze nelle relazioni fra le persone. Le conseguenze dei
cambiamenti sulle famiglie, sull’equilibrio del dare e del ricevere. Pensiamo ad una famiglia
che adotta, e che quindi dà a qualcuno che non è abituato a ricevere; è un esempio, ma
bisogna ricordare che è valido non soltanto per le conseguenze, ma anche per le risorse. Con
una tale prospettiva, appaiono nuove questioni, come quella della responsabilità, che non è
trattata dai sistemici puri. Sono soprattutto gli avvenimenti che hanno delle conseguenze di
questo tipo: l’immigrazione, l’adozione, il posto che si assume nella fratria.
E’ importante lavorare sul dare-ricevere, non dimenticando mai questa bilancia, anche quando
è nascosta. Spesso ricevo dei gruppi di famiglie con delle persone depresse che sentono
pressione attorno, il tentativo di aiuto da parte degli altri; allora cerco di capire anche ciò che
gli altri possono ricevere dalla persona depressa.
Caccavo
Perché dice di essere ambigua nei confronti dell’Approccio contestuale?
Magda Heiremann
Sono stata colpita dal lato seduttore di questo approccio, ma anche dalla difficoltà di
applicarlo. Nagy scrive delle bellissime cose teoriche, ma la pratica è dura. Sicuramente questo
approccio ha bisogno di tempo per essere applicato. Il mio giudizio è ovviamente positivo,
diversamente non sarei qui, ma ho avuto dei momenti di difficoltà. Non vedo l’Approccio
contestuale come una religione. Nel caso del bambino adottato, la sua lealtà nei confronti dei
genitori biologici può trasformarsi in slealtà verso quelli adottivi, e questi ultimi si troverebbero
di fronte ad enormi difficoltà.
Il bambino che non va più a scuola perché i genitori si sono separati presenta una situazione
che qualcuno affronterebbe lavorando sulla famiglia, per superare le difficoltà a scuola. Marie
Claire Michaud ed io pensiamo che è per questo motivo che occorre lavorare sia a casa sia a
scuola, cercando le risorse ovunque esse siano.
Bassini
L’Approccio sistemico, secondo lei, si sarebbe fermato al sintomo. Ma credo che la terapia
famigliare sia andata più lontano rivalorizzando Nagy. Riprende anche le nozioni di lealtà e di
attaccamento. La scuola italiana di terapia famigliare è molto più ricca della scuola sistemica
originaria.
Magda Heiremann
43
Sono d’accordo con lei, ma in Nagy si accentua maggiormente la ricerca delle risorse. E
introduce l’idea della fiducia nel bambino. La sua osservazione è giusta, perché l’approccio
sistemico non è vecchio. L’Approccio contestuale può servire da base sulla quale si innestano
altre forme di terapia. Occorre quindi, partendo dalle risorse, utilizzare diversi contributi.
Prima di darvi un esercizio, voglio ancora parlarvi di alcuni aspetti legati all’etica relazionale.
Una famiglia che perde i suoi figli per una malattia ereditaria ha subito un’ingiustizia che deve
essere riconosciuta, perché la distribuzione dei pesi è a volte squilibrata. Se un figlio è disabile
mentre l’altro non ha alcun problema, ci si aspetta che sia il secondo a sopportare il carico: c’è
una giustizia distributiva e una giustizia retributiva. La prima è quindi legata in qualche modo
al destino, così una famiglia può essere toccata da una tara ereditaria, di cui nessuno può
essere considerato responsabile. La seconda riguarda il modo in cui questa (in)giustizia sarà
accettata dalla famiglia. Per Nagy la lealtà è una forza regolatrice, il bambino che ha ricevuto
la vita vuole restituire qualcosa.
Incontriamo tutti dei conflitti di lealtà. I conflitti di lealtà rendono le aspettative
contraddittorie. Se la mamma non ha studiato, gli studi dei figli diventano molto importanti, se
il padre è un “self-made man” non darà loro la stessa importanza. La delusione di aspettative e
l’assenza di fiducia possono allora rendere le cose complicate. E’ il motivo per cui Nagy si è
molto interessato alla questione della generazione. Se ciò che il bambino dà per valorizzare il
padre non è riconosciuto, le conseguenze sulla sua identità potranno essere importanti. E’
come se la sua esistenza fosse spezzata. In questa prospettiva, il suicidio può essere un modo
per avvicinare i genitori. Mi ricordo di una ragazza anoressica che bevendo dei prodotti tossici
pensava che avrebbe rivisto la sua famiglia riunita davanti alla sua morte. E’ importante
sottolineare la possibilità di dare di fronte a delle persone che non hanno molta empatia; le si
mette in contatto con altre figure, suggerendo che possono fare qualche cosa per loro.
Possiamo distinguere diversi tipi di lealtà:
Lealtà diretta: se noi operatori siamo scioccati dal fatto che i genitori non mantengano
le loro promesse fatte ai figli, i figli prenderanno le difese dei genitori.
Lealtà indiretta: i bambini continuano le abitudini acquisite all’interno della famiglia.
Lealtà inadeguata (agli occhi dei professionisti, non a quelli dei bambini): il bambino
vuole dare troppo
44
Lealtà invisibile: si può esprimere da sintomi che si manifestano molti anni dopo,
pensiamo ai bambini genitorializzati che si comportano come dei genitori con i propri
genitori.
Cerchiamo ora di lavorare in gruppo per trovare degli esempi di lealtà indiretta e invisibile.
Nell’esempio che ho sviluppato si è vista la lealtà dei bambini verso la famiglia, ma c’è anche
una forza che sale dai bambini verso l’alto. Noi professionisti possiamo utilizzare questa forza
per migliorare le relazioni tra di noi al fine di aiutare meglio la famiglia.
I partecipanti si dividono in gruppi, per trovare delle situazioni in cui si manifestino dei
rapporti di lealtà, indiretta o invisibile. Condivisione degli esempi.
Caccavo
Rispetto al primo punto pensiamo alla slealtà del figlio, che si preoccupa per la salute del
partner della mamma, nei confronti del padre biologico.
Damaschi
Abbiamo un esempio, quello di un bambino di 5 anni che si rifiutava di dimostrare le sue
capacità di lettura e di scrittura perché i suoi genitori erano analfabeti.
Repetto
Un bambino di tre anni alla scuola materna che ha difficoltà la mattina a separarsi dalla
mamma e che, durante i giochi a scuola, delimita degli spazi protetti (si crea delle specie di
ripari, di rifugi). Si era fatto carico della malattia dei nonni e soffriva della mancanza di
attenzione nei suoi riguardi da parte dei genitori, impegnati a curare i nonni. Mi sembra sia un
chiaro esempio del “dare”. In effetti, in seguito il padre ha colto il consiglio che il bambino ci
aveva dato e ha agito di conseguenza.
Quarto gruppo
Un ragazzo di 14 anni, aggressivo, con un fratello più piccolo. Il padre si suicida, poi anche la
mamma muore; il figlio maggiore si occupa del fratellino. Davanti alla minaccia di separarli e
di trasferirli in due città diverse, l’aggressività del maggiore aumenta, è meglio riconoscere i
suoi meriti, ciò che riesce a dare.
45
Magda Heiremann
Su ognuno di questi esempi ci sarebbero molte cose da dire. Negli ultimi due esempi si parla
di fratelli e sorelle, i fardelli sono molto pesanti e i professionisti pensano allo sviluppo dei
bambini. Questa elaborazione nasce dalla seconda e dalla terza dimensione dell’approccio
contestuale. La quarta dimensione permette di andare più lontano: l’approccio contestuale ci
dà la voglia di dare e quindi di riconoscerla, di vedere se ci sono dei blocchi nella bilancia del
dare e del ricevere. E’ possibile per il ragazzo di 14 anni che sia meglio vivere altrove.
L’Approccio contestuale consiglia di riconoscerlo nel suo impegno, quindi di dialogare con lui
per permettergli di “dare”.
Interludio - il dono
La bilancia della giustizia di cui si parla nell’Approccio contestuale può avviare una
riflessione più generale sul dono. In effetti, Nagy accentua a più riprese l’importanza del dono,
ma anche e nello stesso tempo ciò che il donatore è in diritto di ricevere, in rapporto con ciò
che ha già dato. Riprendiamo qualche elemento di una teoria del dono, per poter giudicare in
quale misura l’Approccio contestuale offra su questo tema un punto di vista pertinente.
A prima vista, il dono può sembrare inseparabile da un debito del donatario nei
confronti del donatore. Se qualcuno mi fa un regalo, posso sentirmi in debito verso questa
persona. Le farò a mia volta un regalo quando si presenterà l’occasione. Questo è il punto di
vista di un autore come Mauss. Secondo lui, il dono è inseparabile da una obbligazione di
ricevere e dall’obbligazione di rendere. Niente dono senza contro-dono. In questa prospettiva,
un modo di prendere il sopravvento sugli altri – ad esempio un capo di una tribù sul capo di
una tribù rivale – si realizza facendo il dono più grande possibile. Il donatario potrà essere
schiacciato dall’enormità di questo dono, e se non possiede le stesse ricchezze per renderlo,
questo capo sarà indebitato, cioè in un certo modo sottomesso.
Tuttavia, se in una situazione simile il modello presentato da Mauss sembra adeguato, è
legittimo interrogarsi sulla natura di un tale dono e porsi semplicemente la questione di sapere
se un tale dono rimane un dono. In altri termini, non si tratta qui piuttosto di un puro rapporto
di scambio, economico. E’ il motivo per cui alcuni autori hanno potuto affermare che il dono
fosse impossibile: siccome il dono reclama un contro-dono, il dono iniziale sparisce in quanto
dono per essere ridotto ad un rapporto strettamente economico.
Ciononostante, ci sembra ancora pertinente parlare di dono. Ma per affermarsi come
tale e come tale rimanere, occorrerà distaccarlo dallo scambio economico, dalla reciprocità.
46
Un dono non può manifestarsi come tale se non nel momento in cui non reclama nessun
contro-dono. A questo titolo, l’amore è un esempio molto rappresentativo. Colui che ama, in
effetti, non può che amare , cioè senza poter pretendere di essere amato a sua volta. La
relazione amorosa riesce appunto a superare il rapporto di scambio, economico. Si ama senza
contare, senza ragione. Ci sembra che questa situazione non si possa applicare soltanto agli
innamorati, ma anche ad altri tipi di amore, come l’amore filiale. E’ soprattutto in questo caso
preciso che il dono sembra più palese, perché il bambino è giustamente incapace di rendere
tutto ciò che i genitori gli hanno dato. In questo senso, siccome il dono dei genitori non può
essere reso, il dono rimane in quanto tale, e non può esser ridotto ad uno scambio.
Ma allora, come bisogna considerare il donatario, che riceve tanto e che non può
rendere puramente e semplicemente al donatore? E’ qui che il punto di vista dell’Approccio
contestuale si rivela molto pertinente, da una parte non rifiutando il dono in quanto tale – cioè
non reso – dall’altra parte tenendo conto nello stesso tempo del desiderio del donatario di dare
a sua volta. In effetti, se non può rendere al donatore e cancellare il dono, e si sente comunque
in debito, potrà a sua volta dare, ma a qualcun altro. E’ così che il bambino, diventato lui
stesso genitore, potrà a sua volta dare senza contare 12 .
12
Quando si parla di bilancia di giustizia, non bisogna intenderla in termini di reciprocità, ma in termini di equità
(M.HEIREMANN, Du côté de chez soi, op. cit. , p. 50)
47
Verbale incontro
lunedi 24 maggio 2004, ore 14,15 – 17
LA PARZIALITA’ MULTIDIREZIONALE
Magda Heireman, psicologa, terapeuta familiare, formatrice -Università di Lovanio
Apertura - Presentazione dei partecipanti
M.Heiremann
Oggi vorrei allacciarmi all’approfondimento della volta scorsa e al contributo di Pierre
Michard. Siccome alcune persone presenti oggi non lo erano la volta scorsa, ricomincerò
questa seduta facendo un breve accenno a ciò che avevamo sviluppato durante l’ultimo
incontro. Avevamo parlato delle quattro dimensioni dell’Approccio contestuale e di alcuni
concetti come la giustizia, l’ingiustizia, la lealtà, la lealtà invisibile. Avevamo anche parlato dei
pilastri fondamentali, ma non ripeterò tutto. Riassumiamo semplicemente alcuni elementi. Se
guardiamo una relazione possiamo distinguere: i fatti, la psicologia individuale, i sistemi
transazionali, l’etica relazionale.
L’etica relazionale è situata sopra tutto il resto, tocca tutti gli altri livelli, li colora in un certo
modo. D’altronde è questa dimensione che costituisce la specificità dell’Approccio
contestuale. Questo campo – nel quale si tocca la responsabilità delle persone, la bilancia del
dare e del ricevere – è importante nella ricerca delle risorse. Al fine di ben ricordare ciò che
significano le quattro dimensioni, possiamo aiutarci con un esempio. Prendiamo la
dimensione dei fatti: se delle persone Congolesi arrivano in Belgio come rifugiati, è possibile
che i loro genitori abbiano vissuto delle situazioni dolorose in Congo a causa dei Belgi. Questo
fatto – indipendente dalle persone, che si impone dall’esterno – giocherà un ruolo nelle
relazioni tra queste persone e i servizi belgi.
Ovviamente non bisogna fermarsi ai fatti, ma cercare le loro conseguenze. Questo compito
non si può realizzare senza entrare in dialogo con le persone coinvolte. Ad esempio, una
separazione o un divorzio non ha sempre le stesse conseguenze sui figli: ci sono dei divorzi
che si consumano con un’enorme sfiducia tra i genitori, dove un genitore ha screditato l’altro
genitore agli occhi dei figli, e queste situazioni sono molto più nocive per i bambini rispetto ad
altri divorzi.
La volta scorsa ho anche parlato della lealtà, verticale e orizzontale; la lealtà verticale presenta
un aspetto diacronico. Si tratta della lealtà verso i propri genitori, se si sale nella linea del
tempo, o ancora la lealtà verso i figli e le generazioni future 13 , se si scende lungo la linea del
tempo. Per quanto riguarda la lealtà orizzontale, essa presenta un aspetto diacronico. Si tratta
dei rapporti di lealtà che si mantengono con le persone della stessa generazione: verso il
marito, la moglie, il partner, i fratelli e le sorelle e anche nei confronti di tutti coloro che si
occupano della cura e dell’aiuto e che hanno meritato più o meno fiducia.
L’Approccio contestuale sottolinea che non bisogna soltanto tenere conto delle conseguenze
che provengono dalle generazioni anteriori sulle generazioni future. La freccia del tempo può
anche essere considerata all’inverso ed è importante essere attenti anche al dono del bambino
verso i genitori, delle nuove generazioni verso le vecchie.
L’abbiamo già visto con Pierre Michard. Questo concetto cambia radicalmente la definizione
solita del bambino. Si cerca di vedere il bambino non soltanto come un essere che riceve delle
cose, che ha dei bisogni, ma anche come un essere che ha bisogno di dare alla propria
famiglia. Nel migliore dei casi, i genitori possono riconoscere ciò che il bambino dà e il
13
Ricordiamo che uno dei punti originali dell’Approccio contestuale consiste nel tener conto dei membri assenti di una
famiglia, di una rete, cioè anche dei figli non ancora nati, delle generazioni in futuro in generale.
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bambino può interiorizzare il fatto che è capace di dare e di essere importante nella relazione.
Ma esistono molte situazioni in cui i genitori non possono più riconoscere ciò che il bambino
dà. In quel momento, e se noi siamo là in qualità di professionisti, esiste il pericolo di rendere
il bambino sleale se ci mettiamo al posto della famiglia. Infatti, in questo caso il bambino può
trovarsi in un conflitto di lealtà: se noi cerchiamo di essere dei genitori migliori dei suoi
genitori, è possibile che il bambino lasci il trattamento o che lo rifiuti a causa della lealtà che
mantiene verso i suoi genitori.
Se il bambino non può essere leale verso i suoi genitori, o se ad esempio una madre non può
essere leale con i suoi figli, la lealtà rischia di passare ad un livello invisibile. Il fatto che diventi
invisibile significa che la lealtà diventa inclusa in alcuni sintomi: ad esempio un bambino in
un’istituzione si arrabbia con i professionisti, gli operatori, perché fanno delle cose che non gli
piacciono, perché sente che gli educatori non sono parziali o rispettosi dei suoi genitori.
Oggi parliamo di parzialità multidirezionale, e se avremo tempo faremo un’esercitazione su
questo. La parzialità multidirezionale è l’attitudine e il metodo più importante del terapeuta e
dei professionisti che utilizzano l’Approccio contestuale. Secondo tale approccio, le risorse
vanno trovate nelle relazioni tra le persone che sono importanti le une per le altre. Spesso, nelle
situazioni che incontriamo, le risorse sono bloccate, gli scambi sono bloccati al livello del darericevere. Quindi questa attitudine alla parzialità multidirezionale dei terapeuti aiuta a
sbloccare le situazioni. Si tratta realmente di una parzialità, non è una neutralità, come dicono
i lavori di Salvini di Milano. Spieghiamo cosa intendiamo con questo.
Si tratta di prendere le parti di tutti i membri del sistema, ma di non prendere mai le parti
contro qualcun altro 14 . E’ per questo motivo che viene denominata “multidirezionale”: la
parzialità del terapeuta va verso molteplici direzioni. E lo scopo non è che tutte le persone si
sentano comprese dal terapeuta, lo scopo è l’aumento della parzialità multidirezionale delle
persone verso gli altri 15 .
[Dal punto di vista etico, questa attitudine mira a “scoprire l’umanità di ogni partecipante,
fosse anche il mostro della famiglia 16 . Alcuni critici dell’Approccio contestuale hanno voluto, a
partire da questo punto metodologico, rifiutare l’insieme dell’approccio. Il loro rimprovero
deriva dal fatto che capiscono la parzialità multidirezionale come un’attitudine che mira a
scusare gli atti di un membro della famiglia, a vittimizzare oltraggiosamente il colpevole. Non
si tratta sicuramente di questo. La parzialità multidirezionale non è destinata ad approvare in
modo incondizionato gli atti di ognuno, a scusare ogni condotta qualunque essa sia. Piuttosto,
accordando del credito a tutti i membri della famiglia, della rete, permetterà l’introduzione di
un dialogo, grazie all’esplorazione della relazione dal punto di vista di più persone.]
L’attitudine della parzialità multidirezionale è già presente nel contratto dell’intervento:
quando ricevo una persona, dimostro di essere ugualmente interessata alle persone che sono
importanti per lei e per le persone che sono coinvolte dal lavoro terapeutico, siano esse presenti
o no, fino a tener conto di chi non è ancora nato. Ad esempio, se si parla con una coppia che
ha molte difficoltà, si potrà porre la domanda: “In cosa pensate che queste difficoltà possano
avere delle conseguenze sul bambino che desiderate o aspettate?”.
Vorrei ora spiegare qualche aspetto della parzialità multidirezionale. Il primo aspetto evidente
è l’empatia, attraverso la quale si cerca di mettersi al posto della persona coinvolta, di sentire e
di vivere ciò che la persona vive in quella situazione. È chiaro però che non si è sempre capaci
di essere empatici. Ad esempio, se ricevo una coppia in cui il marito ha maltrattato la moglie, è
ovvio che avrò piuttosto la tendenza ad avere dell’empatia verso la donna. Penso che sarebbe
l’opposto se fosse stata la donna ad aver maltrattato il marito, perché esiste anche questo.
14
Il terapeuta non stringe quindi nessuna alleanza con un membro della famiglia contro un altro membro. “la parzialità
multidirezionale non è questione di strategia” (M. HEIREMANN, Du côté de chez soi, op. cit. , p. 81)
15
La parzialità multidirezionale non è quindi una variabile esclusiva del terapeuta! Come modo terapeutico efficace,
non funziona se non quando è capace di indurre un’altra attitudine all’interno della famiglia (ibid. p. 99)
16
Ibid. , p. 76
49
[Questa attitudine non si riduce ad uno “sguardo positivo incondizionato”. Tentare di
immaginarsi come ogni membro della famiglia si sente non è sinonimo di una giustificazione
degli atti della famiglia. Si tratta semplicemente, attraverso questa attitudine, di “offrire ad
ognuno la possibilità di rivendicare ciò di cui ha bisogno in funzione dei suoi interessi vitali
sulle quattro dimensioni. L’empatia […] aiuta ad instaurare una considerazione reciproca tra i
membri” 17 ].
Il secondo aspetto della parzialità multidirezionale è dare del credito a qualcuno. È una
nozione più propriamente contestuale che la prima, perché per poter dare del credito a
qualcuno si deve andare alla ricerca dei meriti di questa persona. Nell’esempio dell’uomo che
ha maltrattato la moglie, una delle possibilità potrebbe essere che egli abbia dato molto da
giovane ai suoi genitori, e stia regolando con la moglie i conti che non ha potuto regolare con i
genitori nel passato. Questo non vuol dire che giustifico questo marito, ma piuttosto che cerco
di entrare in contatto con il suo lato positivo, con il suo lato responsabile, non tanto per me,
quanto per lui stesso e per la moglie.
Il terzo aspetto è l’aspettativa del terapeuta; occorre cercare di aiutare la persona ad essere
attenta ai bisogni degli altri; si cerca di aprire la possibilità che possa essere attenta. Pensiamo
a una persona che ha sofferto molto e che è in uno stato depressivo: bisogna comunque
chiederle di fare delle cose, per esempio di fare delle cose per suo figlio; chiedendole qualche
cosa, le si offre la possibilità di essere in contatto con i suoi lati positivi, con la possibilità di
donare. Questo terzo aspetto è importante per le istituzioni che lavorano con le famiglie,
perché non vuole solo dire che si ascoltano i bisogni delle famiglie, ma anche che si chiede alle
famiglie di fare delle cose per i loro figli; le istituzioni devono andare alla ricerca dei bisogni
delle famiglie, ma anche alla ricerca delle competenze delle famiglie. Naturalmente si deve
essere realisti, non si può chiedere a qualcuno che è depresso di occuparsi delle lezioni e dei
compiti di scuola del proprio figlio, gli si può però chiedere di fare con lui una passeggiata o di
leggergli il suo racconto preferito.
Il quarto aspetto è l’inclusività: tutti quelli che sono importanti per l’esistenza di questa
persona sono inclusi in questa parzialità, anche se i legami attuali sono interrotti.
Vado direttamente ad aggiungere il quinto aspetto, il timing, una parola inglese che significa
“trovare il momento giusto”. Vuol dire che se per esempio lavoro con una famiglia, e so che ci
sono i figli che hanno sofferto molto per un trattamento dei genitori, sarò innanzitutto parziale
verso questi figli prima di essere parziale verso i genitori. Non ci sono molte regole su questo,
è piuttosto l’esperienza che vi dà delle indicazioni. Anche nell’esempio che ho appena citato,
laddove sono parziale con i figli, devo creare un legame con i genitori, perché altrimenti i
genitori hanno diritto di abbandonare il trattamento. Non dipende solo dal caso e dalla
situazione, ma anche dal contesto in cui si lavora; per esempio in un contesto giudiziario, le
persone sono obbligate ad andare e si può dividere il tempo in modo diverso.
[Questa questione del timing può essere ricollegata al concetto di ritmo. Sviluppiamo i nostri
pensieri. Roland Barthes, in un corso del Collège de France sul “vivere insieme” osservava:
“Dalla mia finestra (1° dicembre 1976), vedo una madre che tiene il suo bimbo per mano e che
spinge il passeggino vuoto davanti a lei. Avanzava imperturbabilmente al suo passo, il bimbo
era tirato, sballottato, costretto a correre tutto il tempo, come un animale o una vittima
“sadica” che viene frustata. Ella avanza al suo ritmo, senza sapere che il ritmo del bimbo è un
altro. Eppure, è sua madre!”. Una tale osservazione, banale, mostra quello che può avere di
traumatizzante, di violento, il fatto di vedersi imporre un ritmo altro dal proprio. E questo
perché il ritmo è essenzialmente legato al potere. Ciò che il potere impone innanzitutto, è un
ritmo – di vita, di pensiero, di tempo. A questo riguardo, la domanda di “idiorrythmie” (il
ritmo proprio) si fa sempre contro il potere. Questa nozione del ritmo, dell’”idiorrythmie”, si
può applicare a tutte le relazioni di potere. Si comprende allora il fatto che Barthes accordi un
posto particolare a questo concetto nei suoi corsi sul “vivere insieme”. Ci offre così una nuova
17
Ibid. , p. 78
50
griglia di lettura per decifrare le relazioni di potere nella società. Questa nuova griglia può
essere fruttuosamente applicata alle pratiche della Clinica della Concertazione. Spieghiamoci.
Una famiglia in disagio multiplo si trova all’origine di una rete originale. Essa si confronta con
diverse istituzioni, istituzioni che non intrattengono alcuna relazione tra loro. Così ogni
istituzione si occupa dei problemi che la riguardano, e impone un ritmo particolare alla
famiglia. Non essendovi alcuna concertazione tra i professionisti, i ritmi più diversi le sono
imposti. Questi impediscono ogni fenomeno di risonanza, e non possono far altro che rendere
la famiglia diffidente. Essa si trova strattonata da diverse istituzioni, e rischia di manifestare
dei rifiuti sempre più pronunciati alle risposte che le sono offerte. La Clinica della
Concertazione propone una risposta a questo problema; non essendo il ritmo dettato dai
professionisti, ma anche dagli utenti, si rende possibile la creazione di una nuova dinamica.]
Vi ho quindi parlato dei 5 aspetti teorici, ma prima di darvi la possibilità di fare delle domande
vorrei parlarvi ancora della legittimità, costruttiva e distruttiva. La legittimità è un credito che
si guadagna in una relazione, è un credito che ci può rassicurare per il fatto che c’è uno
scambio di dare e ricevere abbastanza affidabile in quella relazione. È una garanzia
relazionale: in una certa relazione nel momento in cui io ho dato qualche cosa, allora ho il
diritto di ricevere qualche cosa, e viceversa, perché in una relazione si vuole entrambe le cose,
non si vuole essere solo amati dall’altro, ma si vuole anche amare l’altro 18 .
C’è la versione positiva che è la legittimità costruttiva, cioè dal fatto che ho considerazione per
i bisogni degli altri aumenta la possibilità che ci sia reciprocità. Ci sono maggiori possibilità
che gli altri abbiano della considerazione verso di me. In questa situazione di legittimità
costruttiva, la bilancia non è sempre in equilibrio, ma quantomeno c’è un’attenzione verso i
bisogni reciproci delle persone. E’ ovvio che se si tratta di relazione tra genitori e figli, si tratta
di bisogni asimmetrici, il figlio ha molti più bisogni verso i propri genitori che l’inverso.
Invece la legittimità distruttiva deriva da uno sfruttamento di una persona nella sua legittimità,
ad esempio perché i genitori non hanno riconosciuto i suoi bisogni, perché hanno sfruttato la
sua fiducia (e tutto ciò che rientra in questo contesto); a lungo termine se nessuno riconosce
questa ingiustizia, la persona sfruttata acquisisce una legittimità distruttiva, si sentirà cioè
legittimata a sfruttare gli altri, o a ricevere da queste altre persone quello che non ha ricevuto
dai propri genitori. Questo si può tradurre con la vendetta, forse su persone innocenti.
Ciò che è importante malgrado tutto in questa legittimità, ma anche nella sua forma
costruttiva, è che essa rappresenta una forza di vita nella relazione, il diritto di essere in vita.
Nel caso della legittimità distruttiva lo scopo non è quindi di eliminarla, perché non è
possibile. Penso che come operatori conosciate tutti delle situazioni in cui le persone agiscono
partendo da una legittimità distruttiva. Inoltre è proprio verso queste persone che abbiamo le
maggiori difficoltà ad essere parziali, perché quando le persone sono gentili è più facile.
Innanzitutto le persone che hanno una legittimità distruttiva hanno poca fiducia negli
operatori. Con queste persone, penso che già il fatto che si presentino, anche se perché
obbligati, deve essere riconosciuto come un enorme passo da parte loro, anche se sappiamo
che hanno poca fiducia. Occorre riconoscere ogni atto che la persona fa, per esempio quello di
presentarsi, di parlare dei suoi problemi, anche se si tratta solo di accenni. Bisogna vedere
tutto questo come un dono di questa persona che è probabilmente bloccata nella
comunicazione. Allora per parlare di questa legittimità distruttiva utilizzo un disegno che ho
ideato per aiutarmi: immaginiamo che questo cerchio sia la totalità della legittimità 19 . In
questa totalità di legittimità troviamo della legittimità distruttiva (che disegno con delle bolle).
Ci sono persone che hanno molte legittimità distruttive nella loro vita, che sono state sfruttate,
che hanno vissuto in situazioni di profonda sfiducia, e che hanno tendenza ad agire nelle
18
Tuttavia una mezza nota può essere aggiunta su questo punto. Rimandiamo al nostro interludio precedente, sulla
questione del dono.
19
E’ importante sottolineare che la legittimità appartiene alla quarta dimensione (etica relazionale) e non alla seconda
(psicologia individuale), non si tratta del sentimento di legittimità.
51
relazioni partendo dalla legittimità distruttiva. Hanno delle idee come ‘Io non valgo nulla;
questo uomo o questa donna che mi ha appena visto, non devo aspettarmi nulla da lui/lei, ho
sfiducia ’ ‘Non valgo nulla, non ho diritto all’attenzione di nessuno ’, ‘Siccome non valgo
niente, le persone che si prendono cura di me non sono poi tanto degne di credibilità ’, oppure
‘Non si può credere agli altri, sono tutti falsi o non mantengono la parola ’. Se si guardano le
relazioni di una tale persona, per esempio una madre e suo figlio, si può dire che il bambino ha
anche lui una certa legittimità distruttiva, ma ha ancora molta legittimità costruttiva; se il
bambino ha dei bisogni rispetto alla mamma, è possibile che la madre, se ha molta legittimità
distruttiva, sia sorda alle esigenze del bambino, non perché il bambino non sia importante per
lei, ma perché lei si vive come una persona che non è capace di amare il proprio figlio. Invece
di essere attenta alle esigenze del bambino, è possibile che lei chieda al figlio di amarla e di
provarle che è una buona madre. Questo è ciò che si chiama la “genitorializzazione”, il
bambino è messo in una situazione di genitore verso il proprio genitore.
Ci si può chiedere allora ‘questo è determinato, immutabile?’, soprattutto perché si guadagna
della legittimità costruttiva prendendo in considerazione i bisogni degli altri; se si è ciechi nei
confronti degli altri si è in una sorta di impasse. Fortunatamente ci sono qui degli “isolotti” di
legittimità costruttiva; per dirlo in altro modo, ad esempio, diciamo che questa donna lega dei
ricordi molto importanti a sua nonna, o ha sentito che la nonna l’apprezzava per alcune
competenze. Sono cose molto semplici a volte: quando era in vacanza dalla nonna dava da
mangiare ai polli con la nonna, e quest’ultima le ha fatto i complimenti per aver curato bene i
polli; o il nonno che ha visto e riconosciuto che lei si era presa cura del fratellino a scuola.
Allora se si può riuscire a mettere in contatto la madre con questi “isolotti” positivi, ci sono più
possibilità che lei possa donare qualcosa al bambino. Questo non vuol dire che tutte le azioni
che derivano da questa legittimità distruttiva, che può essere molto nociva, possono essere
negate. Occorre fare entrambe le cose: metterla in contatto con le esperienze positive, ma allo
stesso tempo cercare di degenitorializzare il bambino a lungo termine. Dico a lungo termine
perché per il bambino innanzitutto è molto importante venire riconosciuto per quello che ha
donato ai suoi genitori, prima che lo si voglia forzatamente degenitorializzare.
Tornando all’inizio del discorso, 'dare del credito ' a qualcuno vuol dire andare alla ricerca
della legittimità costruttiva, senza dimenticare allo stesso tempo la legittimità distruttiva che
esiste, perché questa va a giocare un ruolo nella relazione tra operatori e persone.
Se avete delle domande o delle osservazioni le ascolto volentieri, sapendo che non è facile, che
più semplice spiegarlo che metterlo in pratica.
Marangi
In una difficoltà per una separazione, o perché la mamma è morta o perché è lontana, come si
fa ad affrontare il rapporto?
Magda Heiremann
Bisogna partire dalla ricerca delle risorse. Per esempio mi ricordo di una situazione che ho
seguito, in cui la madre si è suicidata quando la figlia aveva 10 anni. La ragazza all’età di 21
soffriva di depressione. L’ho conosciuta per questo motivo, era ricoverata nell’ospedale dove
lavoro. Una cosa importante da dire è che in quel periodo stava facendo uno stage in
un'istituzione per minori, in cui c’erano tra gli altri anche dei bambini che non avevano più
contatti con i genitori. Penso che questo stage le abbia fatto rivivere la mancanza della madre.
Non è stato l’unico fattore perché ci sono sempre diversi fattori che giocano un ruolo, ad
esempio il fatto che il fratello era andato a vivere in un’altra città e lei era rimasta a vivere con il
padre, per il quale si preoccupava. Ci sono quindi diversi elementi; quello che lei diceva era
che la madre aveva una storia di patologia maniaco depressiva. Quando la ragazza ha iniziato
a soffrire di depressione si sentiva molto sola, e diceva ‘Ora so ciò che mia mamma ha vissuto
’. La madre aveva avuto questa malattia ed era stata ricoverata diverse volte in ospedale
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psichiatrico, e i vicini ritenevano che fosse meglio per i figli quando la madre era ricoverata,
perché la situazione era pesante da sopportare. Il fatto che anche la ragazza si trovava in
ospedale per una depressione l’aveva messa in contatto in qualche modo con la madre che non
aveva più da dieci anni, ed ha cominciato a porsi molte domande sulla vita della madre, ma
suo padre non le dava molte risposte. Allora abbiamo invitato la sorella della madre in presenza
del padre per parlare con la famiglia. Questa sorella ha parlato delle preoccupazioni che la
madre aveva nei confronti dei figli. Questo ha permesso alla ragazza di esprimere in un modo
diretto una lealtà verso la madre, che lei aveva conosciuto in dei periodi stabili come un madre
molto calorosa, molto simpatica, divertente addirittura; per gli altri era una madre matta, ma
per lei era la sua mamma. E la lealtà invisibile che era nella depressione è diventata una lealtà
diretta grazie al ruolo della zia e del padre. A volte, se la persona non è più in vita, può essere
utile mettersi in contatto con altre persone del suo contesto per esprimere una lealtà in una
modalità diretta. Il fatto che lei potesse esprimere le sue lealtà dirette le offriva anche
l’autorizzazione di esprimere la sua aggressività per averla lasciata.
Il fatto di andare alla ricerca delle persone risorse è quindi un modo di procedere, ma in alcune
situazioni può rivelarsi impossibile perché tutta la famiglia può essere morta. Per esempio, ho
lavorato in Ruanda, dove, a causa del genocidio, c’erano delle persone che erano rimaste
assolutamente sole. Ci sono comunque delle domande che si possono porre, per esempio
‘Quali aspettative pensa che questa persona che è morta aveva nei suoi confronti? Se egli fosse
ancora in vita, che cosa vorrebbe donargli? Quale memoria di questa persona, ad esempio di
suo marito, vuole dare ai suoi figli?’. Mi ricordo che in un gruppo con cui ho lavorato con dei
consiglieri ruandesi e con delle donne che erano state tutte violentate, tutte vedove, malate di
Aids, queste domande, senza avere delle vere risposte, hanno aiutato le madri a parlare della
loro malattia in relazione ai propri figli, perché sapevano che sarebbero morte; hanno avuto la
possibilità di esprimere la loro considerazione che avevano dei figli che avrebbero continuato a
vivere dopo la loro morte. Conosco delle persone che lavorano nelle carceri (dico questo perché
so che anche qui ce ne sono): in alcune situazioni in cui il padre ha ucciso la madre, come può
il padre dare qualcosa ai suoi figli, quando c’è talvolta una rottura totale con i figli? In una di
queste situazioni, dopo questo lavoro è stato di nuovo possibile che un bambino avesse un
contatto con i nonni paterni con i quali non c’erano più stati contatti, e a lungo termine
possono succedere delle cose nella relazione tra padre e figlio.
Calosso
Ci si trova talvolta di fronte a delle situazioni di famiglie in cui ci sono molte persone con molti
disagi diversi; come si fa a decidere, se si deve decidere, con chi essere parziali, in quale
momento. C’è un metodo per scegliere il “come” e il “quando”?
Magda Heiremann
È difficile parlarne in generale, vi darò due indizi. Innanzitutto si può pensare che quello che
soffre di più merita la maggiore considerazione. Ma questo non è sempre evidente, perché ci
sono persone che hanno molti sintomi che chiedono attenzioni, ma ci sono delle altre che sono
molto più in disagio che non chiedono nulla. Secondariamente, se si parla di parzialità
multidirezionale in una famiglia numerosa, è possibile che il terapeuta ponga una domanda
che testimonia la sua parzialità nei confronti di un figlio, ma che nello stesso tempo offra una
possibilità al padre di dare un riconoscimento al figlio. Quindi il terapeuta è anche parziale nei
confronti del padre, perché gli dà la possibilità di donare della legittimità costruttiva.
Prendiamo un esempio. Se si può parlare del fatto che il padre ha perso una sorella, e si
domanda al bambino cosa può fare, che cosa sa fare per consolare il padre che è triste, in
questo modo si è parziali verso il bambino, e verso il padre, e quindi verso questa relazione.
Anche senza aver dato più tempo al padre per esprimere il suo dolore per la mancanza della
sorella, lo si riconosce come padre che soffre e che è capace allo stesso tempo di vedere ciò che
il suo bambino fa per lui. Ma in una famiglia simile è possibile che ci sia ancora un altro
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membro che ha dei problemi a scuola, un altro con problemi di droga: si ha la possibilità
anche di influire nel loro pensiero domandando dove i membri della famiglia trovano dell’aiuto
o con chi possono parlare dei loro problemi. Si ha quindi la possibilità di integrare la rete nel
lavoro. Fortunatamente non siamo soli sul territorio. È possibile che non si faccia nulla su
questi due problemi citati, sul contenuto, ma che il fatto che si lavori insieme aumenta la
possibilità che questi due membri trovino nel proprio sistema d’aiuto un po’ più di fiducia; il
processo su cui si lavora è l’incremento della fiducia, quindi non si deve fare tutto da soli. Io
lavoro nella psichiatria, e mi capita di ricevere dei genitori senza vedere gli altri membri della
famiglia; sapendo che i genitori hanno fiducia in qualcuno, succede che il figlio decida anche
lui di vedere un’altra persona. Si può lavorare sul processo anche senza vedere tutte le persone,
e questo può aumentare la possibilità che si trovino delle risorse altrove. Il terzo aspetto è che
le persone che sono in una situazione particolare nella loro vita, che sono in fase di transizione,
per esempio un bambino che non mostra dei sintomi ma che rischia di restare troppo
implicato nella famiglia e di non costruire il proprio destino, allora probabilmente in quel
momento ha più diritto alla parzialità rispetto a qualcuno che ha probabilmente dei sintomi,
ma che non si trova in una fase decisiva della vita. Sono le famiglie che vi aiutano a trovare gli
indizi.
[Nella Clinica della Concertazione, il ritmo non è più controllato unicamente dagli operatori,
ma anche e soprattutto dalla famiglia, che con la sua forza convocatrice si trova ad essere
l’esperta delle domande multiple. Le famiglie ci aiutano veramente a lavorare meglio, a
lavorare meglio insieme.]
Facciamo un piccolo esercizio per applicare la parzialità multidirezionale.
Teresa presenta una situazione.
Teresa Premoli
Ecco la famiglia: una mamma, due figli e una figlia, un padre che è morto e un nonno che è
morto, non so se la nonna sia ancora in vita. Ci sono tre assistenti sociali di tre servizi diversi.
Magda Heiremann
Creiamo dei piccoli gruppi composti da due persone. Ogni gruppo deve immaginare una
domanda e deve immaginare di essere dalla parte della madre, o del figlio maggiore, o della
figlia e così via fino ai nonni paterni. Pensiamo ai bisogni di tali persone ed agli investimenti
nelle relazioni.
Premoli
Alfio, il figlio maggiore, ha compiuto 18 anni a febbraio, sembra trovarsi in una forte crisi, è
tossicodipendente ed è stato ammesso da un anno al servizio; la giustizia minorile e la mamma
sospettavano da tempo problemi di questo genere. All'ultimo arresto c'è stato il contatto fra la
Giustizia e il Ser. T.
Ad accompagnarlo chi è stato?
In previsione della sua liberazione, la Giustizia e il Ser.T, hanno pensato a questa soluzione di
ammetterlo al nostro servizio, a condizione che fosse presente anche la madre. Nutrivamo
dubbi, invece sono venuti e per qualche mese hanno frequentato il servizio con costanza.
Vive con la mamma?
Sì, ed è stato mandato in Comunità di recupero senza successo.
Le paure della mamma?
Ha paura che possa finire male, pensa alle frequentazioni del figlio che non lo hanno certo
aiutato, Alfio ha avuto molte denunce. Gli altri figli sono stati inseriti in una Comunità alloggio
per minori.
E del papà, cosa si sa?
La mamma dice che è stato ammazzato nel 1990 in Sicilia. La figlia è di un altro padre da cui
poi la madre si è separata. Questo papà non mantiene contatti.
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E l'assegno di mantenimento?
Niente.
Magda Heiremann
Durante la presentazione del caso qualcuno, si nota subito, si fa mettere in disparte. Della
famiglia con chi vi sentite parziali?
Diverse risposte: Con la figlia ultimogenita. - Con la mamma. - Con la mamma e Alfio.
Normalmente questa domanda si ripete in momenti diversi.
Questa semplice attitudine di parzialità multidirezionale porta delle chiarificazioni sulla
famiglia, sulla rete e sulle risorse disponibili. Servirsi di questo metodo permette di non
dimenticare nessun componente della rete, di essere attenti ai componenti in disparte. Bisogna
ad esempio chiedersi se qualcuno è escluso. Peraltro, questa attitudine di parzialità
multidirezionale dovrebbe essere assunta da tutti gli operatori, e questo permette di equilibrare
alcuni rapporti. Lo abbiamo appena visto, il professionista ha spesso la tendenza a mostrarsi
più parziale verso un utente piuttosto che verso un altro. Potrebbe esserci un operatore che non
è in buoni rapporti con la madre e accorgendosene gli altri potrebbero riequilibrare. E poi,
quali sono i bisogni della madre e cosa vorrebbe donare agli altri membri della famiglia?
Potrebbe esserci in Alfio la voglia di sostituire il padre nella cura della famiglia.
Dal racconto non si capisce molto del rapporto fra Alfio e i nonni. Inoltre vedo un parallelo con
la nonna che non ha il marito, come la figlia. Questa potrebbe essere una risorsa. Per quanto
riguarda i nonni paterni, si può notare il loro totale distacco, forse perché non c’è più loro
figlio.
Ecco, questa era una breve e semplice applicazione della parzialità multidirezionale.
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