Silver - La Trilogia dei Sogni

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Silver - La Trilogia dei Sogni
Titolo originale: Silber
Traduzione dall’originale tedesco
di Alessandra Petrelli
aprile 2006
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Kerstin Gier
Silver
Romanzo
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Mi ero immaginata la dimora di Ernest Spencer molto più
sontuosa e vasta e rimasi un tantino delusa quando il taxi
si fermò davanti a una casa di mattoni quasi modesta in
Redington Road. Un edificio tradizionale, con finestre
bianche e a listelli, numerosi bovindo e frontoni, nascosta
dietro a siepi e muri, come la maggior parte delle altre case. Aveva smesso di piovere e il sole al tramonto tingeva
tutto di una luce dorata.
« Molto graziosa » bisbigliò Mia sorpresa, mentre seguivamo la mamma verso l’ingresso sul vialetto lastricato e
fiancheggiato di ortensie in fiore e di cespugli di bosso potati ad arte.
« Anche tu » mormorai di rimando. Era così: Mia era irresistibile con la sua acconciatura a trecce che Lottie aveva insistito a farle per compensare i jeans che la mamma ci
aveva permesso di portare (con grande disappunto di Lottie). Soprattutto perché voleva indossare lei il suo abito da
tè appena stirato.
Quando la mamma schiacciò il campanello udimmo un
armonioso accordo a tre note risuonare all’interno della
casa. « Vi prego di essere carine. E cercate di comportarvi
bene. »
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« Significa che a tavola non dobbiamo lanciarci pezzi di
cibo come facciamo di solito, non dobbiamo ruttare e raccontare barzellette sconce? » Mi scostai una ciocca di capelli dal viso. Lottie avrebbe voluto fare le trecce anche a
me, ma saggiamente ero rimasta nella vasca da bagno così
a lungo che poi non c’era più stato tempo. « Sul serio,
mamma, se c’è qualcuno che dovrebbe essere ammonito a
comportarsi bene, quella sei tu! »
« Esatto! Noi abbiamo maniere impeccabili. Buonasera, signore. » Mia fece un inchino civettuolo all’imponente
statua in pietra collocata accanto alla porta, un misto tra
un’aquila (dalla testa al torace) e un leone (tutto il resto),
e decisamente grassa. « Mi permetta di presentarmi, mi
chiamo Mia Silver, lei è mia sorella Olivia Silver e quella
con la fronte aggrottata è la nostra madre-arpia, l’illustre
professoressa Ann Matthews. Posso chiedere con chi ho
l’onore? »
« Quello è lo spaventoso Freddy, detto anche Fat Freddy. » La porta si era aperta silenziosamente e davanti a noi
c’era un ragazzo alto, di qualche anno più grande di me,
con maglia nera a maniche lunghe e jeans. Tirai un sospiro
di sollievo. Fortuna che la mamma si era messa lei quello
stupido abito da tè; se lo avessi avuto io avrei fatto una figuraccia.
« Era il regalo di nozze da parte dei nonni ai miei genitori » proseguì il ragazzo, dando una pacca sul becco dello
spaventoso Freddy. « Papà vorrebbe spostarlo nell’angolo
più lontano del giardino da anni, ma pesa almeno una
tonnellata. ».
« Ciao, Grayson! » La mamma baciò il ragazzo sulle
guance poi indicò verso di noi. « Queste sono le mie due
topoline, Mia e Liv. »
Mia e io odiavamo sentirci chiamare « topoline », era
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come se la mamma volesse mettere in evidenza subito con
tutti i nostri incisivi in effetti un po’ grandi.
Grayson ci sorrise. « Ciao. Piacere di conoscervi. »
« Come no, ci scommetto » mormorai.
« Hai del rossetto sulla guancia » osservò Mia.
La mamma sospirò e Grayson fece una faccia un po’
perplessa. Non potei fare a meno di constatare che somigliava molto a suo padre, capelli a parte. Le stesse spalle
larghe, la stessa posa disinvolta, lo stesso sorriso diplomatico. Forse era per questo che mi risultava familiare. Per
fortuna le sue orecchie non erano grandi come quelle di
Ernest, ma potevano sempre crescere. Da qualche parte
avevo letto che orecchie e naso sono le uniche parti del
corpo che continuano a crescere fino alla vecchiaia.
La mamma superò Grayson di slancio, come se conoscesse perfettamente la casa, e noi non potemmo fare altro
che seguirla. Una volta nell’ingresso, ci fermammo interdette, perché era scomparsa.
Grayson richiuse la porta alle nostre spalle e si passò il
dorso della mano sulla guancia. In realtà Mia si era inventata la storia del rossetto.
« Anche noi siamo straordinariamente felici di poter essere qui » dichiarò Mia dopo che eravamo rimasti a fissarci impacciati per qualche secondo. « C’è almeno qualcosa
di buono da mangiare? »
« Certamente » rispose Grayson con un altro sorriso.
Non avevo idea di come ci riuscisse. Io da parte mia non
trovai la forza di ricambiare. Che stupido presuntuoso.
« Mrs. Dimbleby ha preparato quaglie al forno. »
Perfetto, quasi quanto un pugno in un occhio. « Mrs.
Dimbleby? » ripetei. « Si tratta della cuoca, immagino. E
Mr. Dimbleby deve essere il giardiniere. »
« Cuoca e governante. » Grayson sorrideva ancora, ma
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da come mi guardava (con un sopracciglio leggermente
inarcato), compresi che aveva colto benissimo il mio tono
sarcastico. Notai che non aveva ereditato gli occhi azzurri
di Ernest; i suoi erano color nocciola e creavano un irresistibile contrasto con i capelli biondi. « A quanto ne so Mr.
Dimbleby fa l’assicuratore. È papà a occuparsi del giardino. Dice che lo rilassa. » Il sopracciglio si inarcò ancora di
più. « Ho saputo che voi invece avete una bambinaia, giusto? »
« Ecco... » Accidenti. Per fortuna fummo interrotti da
Ernest. La mamma si teneva aggrappata al suo braccio come a un salvagente. Il padrone di casa ci guardò con la sua
solita espressione raggiante, quasi non avesse mai visto
niente di tanto meraviglioso.
« Bene, vedo che Grayson vi ha già preso i soprabiti.
Benvenute a casa Spencer. Entrate, Florence aspetta già
con gli antipasti. »
Noi tre – Mia, Grayson e io – preferimmo sorvolare sul
fatto che non eravamo arrivate proprio con nessun soprabito (sarebbe stato impossibile, dal momento che il nostro
abbigliamento autunnale e invernale era ancora stipato in
qualche scatolone dopo il trasloco). La mamma ci lanciò
un’ultima occhiata ammonitrice, poi seguimmo lei ed Ernest oltre una porta a doppio battente che dava nel soggiorno. Era un ambiente piacevole, con parquet, porte-finestre, un camino, divani bianchi corredati di cuscini, un
pianoforte e un grande tavolo da pranzo da cui si godeva
una vista spettacolare sul giardino. Tutto era raffinato, ma
non esagerato e incredibilmente... accogliente. Non avrei
attribuito neanche lontanamente a Ernest divani così poco raffinati, piuttosto vecchiotti, con gli angoli lisi e cuscini colorati non abbinati. Ce n’era persino uno puff di pel8
liccia rossa a forma di gatto che si stiracchiò quando ci avvicinammo.
« Quello è Spot, il nostro gatto. » Una ragazza ci era scivolata accanto in silenzio e aveva posato un piatto in tavola. Era senza alcun dubbio la sorella gemella di Grayson,
aveva i suoi stessi occhi nocciola. « Voi dovete essere Liv e
Mia. Ann ci ha già raccontato molte cose di voi. Che bella
pettinatura che hai. » Sorridere le risultava naturale come
al fratello e su di lei aveva un effetto persino più irresistibile, per via delle fossette sulle guance e di un adeguato
naso a patatina con una spruzzata di lentiggini. « Sono
Florence. È un piacere conoscervi. » Era minuta e delicata, ma con un seno pronunciato e una massa di boccoli castani lucenti che le scendevano sulle spalle. Mia e io la fissammo a bocca aperta. Era assolutamente perfetta.
« Che bell’abito, Ann », disse alla mamma con una voce
dolce come miele. « Il blu ti dona tantissimo. »
Di colpo mi sentii non solo rozza, magra come un manico di scopa e con un naso troppo lungo, ma soprattutto
immatura. Aveva ragione la mamma: non conoscevamo le
buone maniere. Avevamo seminato intorno a noi occhiate
torve, parole impertinenti solo per punirla. Come due
bambine capricciose che al supermercato si buttano per
terra urlando e battendo i pugni. Florence e Grayson, al
contrario, non facevano tante storie, avevano un contegno
posato e adulto. Erano imperturbabili, sorridevano, distribuivano complimenti e chiacchieravano in maniera
amabile. Forse erano veramente contenti che il loro padre
avesse conosciuto nostra madre. Forse, però, la loro era
solo una posa. In ogni caso erano superiori a noi.
Umiliata, decisi che d’ora in poi mi sarei comportata in
modo altrettanto educato e cortese. La cosa, tuttavia, si
sarebbe rivelata tutt’altro che facile.
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« L’antipasto è molto leggero. » Quando tutti ebbero
preso posto, Florence sorrise benevola verso di noi dal­l’al­
tro lato del tavolo. « Mrs. Dimbleby ha comperato troppe
quaglie, sapete. Spero che vi piacciano con purea di se­
dano. »
Già, iniziavamo bene. Sedano, puah. « Molto... interessante » risposi nel tono più adulto e cortese possibile. « Interessante » era un aggettivo che andava bene sempre.
« Purtroppo sono vegetariana » disse Mia, come al solito sempre molto più pronta di me. « E poi ho una terribile
allergia al sedano. »
E come se non bastasse ti sei rimpinzata di biscotti di
Natale, aggiunsi tra me.
« Capisco, allora ti preparerò un sandwich, se vuoi. » Il
sorriso di Florence era così luminoso da fare male agli occhi. « Qui a Londra abitate nell’appartamento di città dei
Finchley, vero? Mrs. Finchley colleziona ancora quelle
meravigliose statuine di porcellana? »
Valutai se potessi cavarmela ancora una volta rispondendo « Sì, interessante », senza sembrare scortese, ma
Mia mi precedette e rispose al posto mio. « No! Adesso
colleziona orribile paccottiglia kitsch! Delle ballerine dal­
l’aria idiota. »
Abbassai lo sguardo sull’antipasto per non scoppiare a
ridere. Che diavolo c’era sopra? Quella specie di straccetto rosso doveva essere carne, ma la poltiglia accanto che
cos’era?
Grayson, seduto accanto a me, parve leggermi nel pensiero. « Il chutney è la specialità di Mrs. Dimbleby » mi bisbigliò. « Questo è un chutney di pomodori verdi. »
« Ah. Hm, interessante. » Me ne portai alla bocca una
generosa forchettata e rischiai di sputarla all’istante. Per
un attimo dimenticai i miei buoni propositi. « Uvetta? »
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biascicai incredula. Grayson non mi rispose. Aveva tirato
fuori dalla tasca l’iPhone e guardava lo schermo tenendolo sotto il tavolo. Mi sarebbe piaciuto sbirciare per pura
curiosità, ma ero troppo impegnata a deglutire quell’orribile chutney. A parte l’uvetta recava tracce di cipolla,
aglio, curry, zenzero e – sì! certo! – cannella. C’era anche
qualcos’altro che aveva la consistenza di bottoni marci.
Evidentemente Mrs. Dimbleby ci aveva infilato a casaccio
tutto quello che doveva buttare via. Se questa era la sua
specialità, non volevo nemmeno immaginare che sapore
avessero i piatti che non cucinava troppo bene.
Mia mi sorrise maligna, mentre trangugiavo un sorso di
aranciata per sciacquare via il tutto.
« Ma i Finchley non torneranno il mese prossimo dal
Sudafrica, papà? » chiese Florence.
« Proprio così. A partire dal primo ottobre avranno di
nuovo bisogno del loro appartamento. » Ernest gettò una
fugace occhiata alla mamma, poi tirò un profondo respiro. « Volevamo parlarvi anche di questo, stasera. »
Il display dell’iPhone di Grayson si illuminò e lui, accorgendosi del mio sguardo incuriosito, spinse la mano
ancora più sotto il tavolo, quasi temesse che potessi leggere il testo. Ma i suoi SMS non mi interessavano tanto
quanto il tatuaggio che notai all’interno del suo polso.
Erano lettere nere, per metà nascoste dalla manica della
maglia.
« Fai parte del gruppo di ragazzi biondi a scuola » bisbigliai. « Ecco perché mi risultavi familiare. »
« Come, scusa? »
« Ci siamo già incontrati. Ti ho visto a scuola insieme ai
tuoi amici. »
« Davvero? Non me ne ricordo proprio. »
Sai che sorpresa. Non mi aveva degnata di uno sguar11
do. « Non ha importanza. Carino il tatuaggio. » Sub um...
il resto purtroppo non riuscii a leggerlo.
« Come? » Seguì il mio sguardo. « Ah, questo. Non è un
tatuaggio, è una scritta a penna. Hm, appunti di latino. »
Certo, come no. « Interessante » dissi. « Fammi vedere! »
Grayson non aveva la minima intenzione di farlo. Abbassò la manica della maglia sugli « appunti » di latino e si
concentrò nuovamente sul suo iPhone.
Questo sì che era interessante. Senza riflettere mi infilai
in bocca una seconda forchettata di chutney. Pessimo errore – il secondo boccone aveva un sapore persino peggiore del primo. Se non altro riconobbi i bottoni marci come noci, stavolta.
« Sì, ecco, la situazione è questa... » Ernest aveva assunto un’espressione festosa e aveva stretto la mano alla mamma. Con un sorriso forzato, lei fissava il grazioso centrotavola con le ortensie azzurre. La faccenda era decisamente
seria.
« Ann... cioè vostra madre... » Ernest si schiarì la voce e
ricominciò daccapo. Stavolta non balbettò, ma sembrava
che parlasse di fronte alla commissione bilancio del Parlamento europeo. « Ann e io abbiamo deciso di interpretare l’impossibilità di affittare il cottage come segno del
destino per consolidare il nostro rapporto e dirimere la
questione della residenza per mezzo di una specie di... fusione. »
Dopo questo annuncio ci furono cinque secondi di assoluto silenzio, poi fui colta da un terribile accesso di tosse, perché inspirando un chicco di uva passa mi era andato di traverso. Mi ci volle un po’ per spu..., pardon dirimere la questione. Anche se mi lacrimavano gli occhi, vedevo
benissimo che di fronte a me Florence non sorrideva più.
Persino il sole aveva smesso di entrare dalla finestra, era
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tramontato dietro il tetto della casa dirimpetto. Grayson,
invece, era sempre occupato con il suo cellulare sotto la
tavola. Probabilmente stava controllando su Google
« consolidare ». Il significato però era davanti agli occhi di
tutti.
« Lottie dice che quando si usano parole difficili, bisogna farlo in maniera chiara » osservò Mia.
« Già, papà, spiegaci, che cosa sarebbe questa storia? »
La voce di Florence non era più flautata. Somigliava piuttosto al sapore del chutney. « Avete intenzione di trovarvi
un appartamento insieme? Subito? Ma vi conoscete da sei
mesi... »
« In un certo senso... ma non precisamente. » Ernest
sorrideva ancora, ma aveva la fronte imperlata di sudore.
« Dopo un’approfondita riflessione... Alla nostra età il
tempo è prezioso... » Scosse la testa. Doveva essere irritato
oltre misura sentendosi balbettare così. « Questa casa è
abbastanza grande per tutti noi » dichiarò infine energicamente.
« E voi siete cresciuti qui » aggiunse la mamma. Gli angoli della bocca fremevano leggermente. « Non volevamo
costringervi a un trasloco proprio l’ultimo anno di scuola. »
Ma naturale, i traslochi non erano indicati per il delicato equilibrio interiore dei giovani. Noi ne eravamo l’esempio. Mia emise una specie di singulto, simile al verso della
nostra cagnolina quando le veniva pestata una zampa.
« Dovremmo trasferirci in questa casa? » chiese poi sottovoce. « Dovremmo abitare qui tutti insieme? »
Ernest e la mamma, che si tenevano sempre per mano,
si scambiarono una breve occhiata.
« Sì » confermò Ernest con voce decisa. La mamma annuì in silenzio.
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Allora avevo capito bene.
« Ma è assurdo. » Florence allontanò il piatto da sé. « La
casa è sufficiente giusto per noi – si può sapere dove vorresti sistemare tre persone in più? »
« Quattro! » avrei voluto correggerla. Si era dimenticata di Lottie. Ma dalla bocca mi uscì solo un suono soffocato – avevo sempre qualcosa incastrato in gola.
« La casa è enorme, Florence » obiettò Ernest. « Ci sono sei camere da letto. Con qualche modifica, ci sistemeremo benissimo. Se Grayson prende la stanza anteriore al­
l’ul­ti­mo piano e tu torni nella tua vecchia camera, in questo modo Mia e Liv possono sistemarsi... »
« Cosa? » A questo punto la voce di Florence era quasi
isterica. « Il sottotetto lo uso io. Non ho nessuna intenzione di rinunciarci e dividere di nuovo il bagno con Grayson. Grayson! Di’ qualcosa anche tu! »
Grayson assunse un’espressione confusa. Non aveva
neppure alzato gli occhi dal suo iPhone. Un bel coraggio,
mentre sopra la tavola era scoppiato il finimondo. Aveva
proprio i nervi saldi! « Hm... Giusto » disse ora. « Perché
Florence non può restare nel sottotetto? Al pianterreno ci
sono abbastanza stanze. »
« Ehi, dimmi un po’, ma sei stato almeno a sentire? »
Florence lo guardava allibita. « Vogliono trasferirsi qui il
mese prossimo! Digli che non c’è posto per loro! La camera all’ultimo piano è della nonna, la vecchia camera è lo
studio di papà, la stanza d’angolo è la camera degli ospiti,
e nell’armadio a muro della tua camera ho messo tutte le
mie cose invernali... »
« Flo, tesoro, ora smetti... » Le gocce di sudore sulla
fronte di Ernest si erano ingrandite. « Capisco che tu abbia la sensazione di doverti restringere, ma... »
« Ma che cosa? » ribatté Florence indignata. Nonostan14
te la confusione, non potevo fare a meno di esserle riconoscente per aver smesso di comportarsi in maniera adulta e
responsabile. La sua voce isterica e gli occhi lampeggianti
di collera mi risultavano molto più simpatici. Mia e io
guardavamo da lei a Ernest come se assistessimo a una
partita di tennis, la mamma intanto fissava ostinata il centrotavola e Grayson era rapito dal suo iPhone. Forse stava
cercando su Google « famiglia patchwork » e « pronto
soccorso ».
« ... Non sarebbe per sempre » stava dicendo Ernest.
« Prova a pensarci. L’anno prossimo di questi tempi andrete via per studiare da qualche altra parte, e tornerete al
massimo per le vacanze... »
Florence lo interruppe. « Allora, per non sentirti solo, ti
porti in casa una donna e due figlie surrogate? Non puoi
aspettare almeno che ce ne siamo andati? »
Esatto, e magari anche un paio di anni di più.
A questo punto anche la voce di Ernest diventò più
fredda. « Capisco che tu debba abituarti a questa nuova
situazione, come tutti noi. Ma la decisione è già stata presa. » Si passò il dorso della mano sulla fronte. « Si tratta di
fare giusto qualche cambiamento. Grayson può occupare
la stanza all’ultimo piano... »
« ... che è della nonna! » Florence aveva gridato così
forte che il gatto rosso aveva fatto un salto giù dal divano.
Era piuttosto grasso. « L’hai già informata dei tuoi progetti? Naturalmente no! Guarda caso in questo momento è
in crociera in capo al mondo e non può essere raggiunta. »
« Florence... »
« Dove dormirà lei quando viene a trovarci? »
« Per favore Florence, non essere ridicola. Vostra nonna abita a meno di venti minuti da qui – non ha alcun bisogno di una camera in questa casa, può benissimo torna15
re a casa sua dopo essere venuta a trovarci... Comunque,
se preferisci, puoi essere tu a prendere la stanza in alto, e
Grayson può restare nella sua vecchia camera. Mia va nella stanza d’angolo e per Liv libererò lo studio. » Ernest
sorrise alla mamma. « Tanto lavoro troppo, e in questo
modo eviterò di portarmi il lavoro a casa. »
La mamma ricambiò timidamente il suo sorriso.
« Un momento, se Liv e Mia si sistemeranno al pianterreno, per chi sono le mie stanze del sottotetto? » Florence
rivolse un’occhiata penetrante alla mamma. « Per te? »
« No » rispose la mamma spaventata. « Io non ho bisogno di spazio, davvero, per quanto mi riguarda ho al massimo un paio di scatoloni di libri. No, vostro padre pensava di destinare le stanze di sopra a Lottie. »
A questo punto Florence si lasciò andare del tutto.
« Per la bambinaia? » esclamò in tono isterico, agitando il
dito indice in aria con tanta foga da rischiare di trapanare
la fronte di Mia. « Queste due sono troppo grandi per una
bambinaia... E io dovrei rinunciare ai miei spazi e condividere un bagno con altre tre persone? È inaudito! »
« Lottie è molto più di una bambinaia, si occupa di tutte le faccende domestiche, della spesa e della cucina » disse Ernest. « E in questo momento non può essere esclusa
da questa costellazione come...hm... fondamentale fattore
emotivo. »
« Che cosa vorrebbe significare? »
« Significa che abbiamo bisogno di Lottie » risposi sottovoce.
« Naturalmente non sarà per sempre » si affrettò a dire
la mamma. « Tu hai perfettamente ragione, Florence, Mia
e Liv sono troppo grandi per una baby-sitter. Lottie potrebbe restare per un anno ancora, magari meno... » Vide
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che Mia stava per mettersi a piangere e aggiunse, « staremo a vedere quanto tempo ancora ci sarà bisogno di lei. »
Allungai la mano sotto il tavolo e strinsi quella di Mia.
Non piangere, la implorai in silenzio. Temevo infatti che
se avesse cominciato, sarei scoppiata in lacrime an­ch’io.
« E allora Mrs. Dimbleby? »
« Sono già diversi anni che Mrs. Dimbleby voleva andarsene » rispose Ernest. « Le farà piacere sapere che ci
sarà bisogno di lei solo un paio di giorni a settimana. »
« Grayson! Hai sentito? » esclamò Florence.
Grayson alzò la testa. Finora si era dedicato completamente al suo iPhone. « Certo » rispose.
Florence non gli credette. In tono stridulo gli riassunse
i fatti della serata. « Papà non pretende solo che Ann e le
sue figlie si trasferiscano qui, che noi sgomberiamo le nostre stanze e condividiamo un bagno in quattro » – a questo
punto temetti che i vetri delle finestre andassero in frantumi per quanto era acuta la sua voce – « no, vuole pure licenziare Mrs. Dimbleby e assumere la bambinaia di Ann
al suo posto! Che andrà a occupare le mie stanze del sottotetto. »
« Oh » fece Grayson. « Che disdetta. Significa che dovremo passare dalla sua camera da letto per andare al tavolo da biliardo che è in solaio. »
Florence sbuffò. « Dimmi un po’, ma hai idea di quello
che ha appena detto papà? Tra tre settimane si trasferiranno qui... »
« Veramente sono due settimane, per la precisione. Ho
preso apposta un giorno di ferie » intervenne Ernest.
« Prima c’è anche da imbiancare. »
« Si installeranno qui, con bagagli e bambinaia! »
« E cane » precisò Mia.
« E cane » ripeté Florence. Sembrava stremata, aveva
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smesso di urlare, la parola « cane » le uscì come un colpo
di tosse. Quasi fosse un segnale, il gatto rosso si piazzò
davanti al tavolo da pranzo e miagolò con insistenza. Lo
sfogo di Florence sembrava averlo attratto anziché spaventato.
Ernest sorrise. Forse c’era una punta di mestizia nel
suo sorriso, ma era decisamente un sorriso. « Benissimo.
Allora siamo d’accordo. A questo punto possiamo servire
le quaglie, vero Spot? Mi dai una mano, Ann? »
La mamma si alzò così di scatto da rischiare di portarsi
via la tovaglia. « Molto volentieri » disse.
Il gatto li seguì in cucina.
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Grayson, Florence, Mia e io restammo seduti a tavola in
silenzio. Ecco come doveva sentirsi chi veniva seppellito
da una valanga. Avevo immaginato che Ernest e la mamma progettassero di andare a vivere insieme, ma che volessero farlo così rapidamente aveva sorpreso anche me. Dovevano essere davvero sicuri di quello che facevano.
Il cellulare di Grayson iniziò a vibrare nel silenzio.
« Era chiaro » dichiarò Florence amareggiata. « Tante
grazie per il tuo sostegno, Grayson. »
« Scusa. » Grayson osservava lo schermo. « Ma tanto le
cose erano già state decise, giusto? E non avevi detto proprio ieri che eri tanto contenta per papà? »
« Infatti è così. Ma nessuno poteva immaginare che volessero andare a vivere insieme così in fretta. Si conoscono
appena. Lei è americana. potrebbe essere una truffatrice,
oppure una psicopatica, o... »
« ... accumulatrice patologica, cleptomane, repubblicana, testimone di Geova... » le suggerii.
« Non è affatto divertente » ribatté Florence.
« Hai qualcosa contro i testimoni di Geova? » chiese
Mia con finto candore.
Grayson spinse all’indietro la sedia e si alzò, senza di19
stogliere lo sguardo dal cellulare. Anche stavolta non aveva seguito nemmeno una parola. « Esco un attimo a chiarire una faccenda. Di’ a papà che torno subito. Lasciatemi
almeno tre quaglie. Muoio di fame. »
« Ma sei proprio... » Florence gli scoccò un’occhiata risentita. « Non ti accorgi proprio di niente? »
Mi schiarii la voce. « Dovrei andare al bagno. Dove...? »
« Senti, visto che questa diventerà casa tua, puoi benissimo trovartelo da sola il bagno » rispose acida Florence.
« Hai ragione » concordai. Non poteva essere così difficile. Seguii Grayson fuori in corridoio.
« Dimmi una cosa, tuo padre è un terrorista ricercato in
tutto il mondo oppure un serial killer? » sentii chiedere alle mie spalle da Mia con voce innocente.
Non ebbi modo di udire la risposta di Florence.
La prima porta che aprii era quella di uno sgabuzzino,
ma dietro la seconda, subito accanto alla scala, c’era il bagno per gli ospiti. Cercai a tentoni l’interruttore della luce.
« Proprio stanotte non è possibile, maledizione! » La
voce di Grayson mi giunse dalla finestra socchiusa. Evidentemente stava telefonando fuori dalla porta di casa.
Lasciai la luce spenta e mi avvicinai di soppiatto alla finestra per sentirlo meglio.
« Sì, lo so che stanotte è luna nuova, ma non possiamo
rimandare a domani, in via del tutto eccezionale? Qui è
scoppiato l’inferno e non so se stanotte riuscirò a dormire... Sì, mi rendo conto benissimo che non si può spostare
la luna nuova per mie necessità, ma... No, certo questo
non lo voglio. Ok, come volete. Di’ ad Arthur che ci proverò... Spero di trovarlo... Immagino che sia tutta colpa
tua, vero? Lo immaginavo... No, te lo racconto domani.
Se non torno subito dentro, mia sorella mi ammazza... Sì,
grazie della comprensione. A più tardi. »
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Hm. Interessante. Mi misi seduta sulla tavoletta del gabinetto al buio, dimenticando il motivo per cui mi trovavo
lì. A dispetto di ogni cautela provai un fremito di curiosità. Che cosa aveva potuto distrarre Grayson per tutta la
cena dalla tragedia familiare che era andata in atto? Che
genere di attività poteva essere intrapresa soltanto con la
luna nuova? Che significato avevano le parole latine scritte sul polso di Grayson? Era lampante: il mio futuro fratellastro aveva un segreto – e io adoravo i segreti.
Tornai in sala da pranzo di ottimo umore, un attimo
appena prima di Grayson. E subito prima che la testimone di Geova e il serial killer servissero in tavola le quaglie
in perfetta armonia.
Il resto della serata trascorse relativamente senza intoppi. Almeno fino a quando afferrai con troppo slancio il
mio bicchiere e mi rovesciai l’aranciata sulla camicia. Dato che Ernest me lo aveva appena riempito con l’aggiunta
di diversi cubetti di ghiaccio, fui subito assalita da un violento tremito di freddo.
« Me lo aspettavo dall’inizio della serata! » commentò la
mamma con il suo tono alla an­ch’io so essere spiritosa.
« Rovesciare bicchieri è una specialità delle mie topoline. »
« Mamma! L’ultima volta che mi è successo avevo sette
anni! E questo che cos’è? » Un cubetto di ghiaccio mi si
era infilato dentro il reggiseno, dove si stava squagliando.
(Se avessi dato ascolto a Lottie e avessi allacciato i primi
due bottoni della camicia, non sarebbe successo.) Mi affrettai a tirarlo fuori e lo appoggiai sul piatto, senza curarmi se fosse educato o meno. A giudicare dall’espressione
di Florence e Grayson, non lo era particolarmente.
« Esatto » confermò Mia. « Casomai è la mia specialità. »
« Un bicchiere di coca cola sulla tastiera del computer »
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ricordò la mamma. « E succo di mirtillo su tovaglie immacolate. Poi qualche frullato sul tappeto. »
Non osavo strizzarmi la camicetta, perché altrimenti
avrei macchiato il tappeto persiano che aveva l’aria preziosa.
Ernest mi rivolse un’occhiata impietosita. « Florence,
per favore, abbi la gentilezza di prestare a Liv una maglietta, non può tornare a casa in questo stato. Muore di
freddo. »
« Come no! » Florence incrociò le braccia. « Prima devo lasciarle la mia camera e adesso pure i miei vestiti? »
Bisognava riconoscere a Florence una notevole forza
d’animo per essere riuscita a rimanere seduta a tavola fino
a questo momento, invece di alzarsi con enfasi al termine
del grande dramma, sbattere la porta e correre in camera
per gettarsi a piangere sul letto. Al suo posto io lo avrei
fatto. Lei invece se ne era stata qui a rosicchiare con la
massima tranquillità la sua quaglia, partecipando persino
alla conversazione, seppure a monosillabi. Forse, però,
non voleva lasciare soli suo padre e nostra madre. Da parte loro Ernest e la mamma si erano sforzati in ogni modo
per fingere di aver cancellato completamente dalla memoria il litigio dell’ultima ora. Avevano parlato di tutto e di
più, tranne che dei cambiamenti imminenti. Io invece avevo tenuto d’occhio la manica di Grayson, casomai gli salisse di nuovo rivelando le parole misteriose. Ma sebbene
Grayson si fosse spazzolato nientemeno che quattro povere quaglie, il tutto con un notevole impegno manuale (a
ogni ossicino che si spezzava Mia trasaliva, credo che fosse a un passo dal diventare sul serio vegetariana), il polso
era rimasto sempre coperto.
« Florence! » la rimproverò Ernest.
« Papà! » ribatté Florence con lo stesso tono.
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« Non importa » intervenni. « Tanto si asciuga. » Domani o dopodomani.
« Sciocchezze. Sei tutta bagnata. » Ernest aveva corrugato la fronte. « Adesso Florence va di sopra e ti prende
un pullover. »
« Florence non ci pensa nemmeno lontanamente » dichiarò Florence sostenendo il suo sguardo.
« Florence Cecilia Elizabeth Spencer! »
« Che cosa vuoi fare, papà? Mandarmi a letto senza il
dolce? »
« Basta così! » Grayson posò sul piatto la coscia di quaglia che stava addentando e si alzò. « Le do una delle mie
felpe. »
« Uh, che cavalleria » commentò Florence.
« Non è necessario » protestai io battendo i denti, ma
Grayson era già uscito.
« Cerca sempre l’armonia ed evita ogni tipo di conflitto » dichiarò Florence a nessuno in particolare.
« Bei nomi. » Mia guardò Florence sgranando gli occhi.
« Sei proprio fortunata, lo sai? La mamma ha dato a Liv e
me come secondo nome quelli delle sue due zie preferite,
Gertrude e Virginia. »
Il volto di Florence si illuminò per un istante.
« Le zie portano i nomi di Gertrude Stein e Virginia
Woolf » spiegò la mamma. « Due scrittrici eccezionali. »
« Con nomi schifosi » aggiunse Mia.
La mamma sospirò. « Credo che sia meglio cambiare
argomento. È stata una meraviglio... » Si interruppe e diede un colpetto di tosse. Doveva essersi accorta lei stessa
che era un’esagerazione. « Grazie della squisita cena, Ernest. »
« Sì, grazie » ripeté Mia. « Adesso so apprezzare molto
di più le doti culinarie di Lottie. »
23
Avrei giurato di vedere un guizzo agli angoli della bocca di Ernest quando si alzò e porse la mano alla mamma.
« Mrs. Dimbleby ha preparato anche un dessert, ma capisco benissimo che preferiate andare... È già tardi e domani i ragazzi devono andare a scuola. Vi chiamo un taxi. Arriverà nel giro di due minuti. »
« Tieni. » Grayson era tornato. « Fresca di bucato. » Mi
porse una felpa grigia con cappuccio e mentre Ernest
chiamava il taxi, mi cambiai nel bagno degli ospiti. La felpa profumava davvero di detersivo e un pochino anche di
quaglia arrostita. Proprio deliziosa.
Quando uscii dal bagno, erano tutti nell’ingresso ad
aspettarmi. Solo Florence era sparita. Probabilmente stava mettendo le sue cose sotto chiave.
Grayson mi rivolse un sorriso stanco. « Ti sta benissimo, solo sei taglie in più. »
« Mi piacciono i capi comodi » ribattei, appallottolando
la camicia tra le mani. « Grazie. Te la restituirò... Prima o
poi. »
Lui sospirò. « Pare che in futuro ci vedremo spesso. »
« Sarà inevitabile. » Ops, speravo di non essere sembrata troppo trepidante. Gettai un’ultima occhiata al suo polso, ma purtroppo la misteriosa scritta era sempre nascosta
dalla manica della maglia.
24
Questa volta la mamma aveva lasciato Hänsel e Gretel,
ovvero Mia e me, non nel bosco, bensì nel corridoio della
casa di Ernest, per poi scomparire oltre una porta dopo
aver sentenziato « È per il vostro bene ».
« Lo senti anche tu? » chiese Mia. « Da qualche parte
devono esserci delle quaglie che pigolano. »
« Giusto! » La porta dello sgabuzzino si aprì cigolando
e balzò fuori Lottie. Brandiva una scure. « Dovreste darmi
una mano. Qualcuno deve tenere fermo il collo così posso
decapitarle meglio. »
« Se non fai le cose per bene, cara bambinaia, papà ti
butterà fuori di casa e al tuo posto farà tornare Mrs. Dimbleby. » Florence attraversò il corridoio leggiadra con un
paio di pattini da ghiaccio e un tutù nero di paillettes. Fece una giravolta davanti al guardaroba e ci sorrise amabile.
« Sono sicura che state cercando la casetta di marzapane,
giusto? La strega sarà contentissima di conoscervi. Grayson, vuoi essere così gentile da mostrare loro la strada? »
Grayson, appoggiato al muro accanto al guardaroba,
alzò brevemente lo sguardo dall’iPhone e indicò la porta
dietro la quale era sparita la mamma. La maniglia aveva la
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forma di un enorme kipferl alla vaniglia. « Da quella parte, topoline » disse, e Mia partì senza indugio.
« È una trappola, sciocco Hänsel » avrei voluto gridarle, ma qualcosa mi bloccava la voce e prima che potessi
impedirlo, Mia aveva afferrato il kipferl alla vaniglia, un
artiglio era comparso dal nulla, l’aveva presa per il collo e
l’aveva portata via.
« E quella era solo una piccola quaglia con cui devo
condividere il bagno » disse Florence ridendo. « Da brava,
Liv, adesso segui tua sorella. »
« Non lo fare » bisbigliò Lottie alle mie spalle. « È solo
settembre, è ancora troppo presto per i dolci natalizi. »
Con la scure indicò una porta laccata di verde accanto allo
sgabuzzino. « Là dentro sarai al sicuro. »
« Non ci provare! » strillò Florence venendomi incontro con i suoi pattini. Mi precipitai verso la porta verde, la
spalancai, mi infilai dentro e la richiusi alle mie spalle, un
decimo di secondo prima che Florence cominciasse a
prenderla a pugni dal­l’al­tra parte. Solo in quel momento
mi resi conto che stavo sognando e che per di più si trattava di un sogno alquanto idiota. (Soprattutto di facile interpretazione, a parte forse la storia dei pattini da ghiaccio. Che cosa voleva comunicarmi il mio subconscio?) Il
cuore però mi batteva forte per l’agitazione.
Mi guardai intorno indecisa. Mi trovavo in un altro corridoio, all’apparenza infinito, con tantissime porte a destra e a sinistra. Quella da cui ero entrata era dipinta di
verde carico, aveva borchie di metallo scure e antiquate,
una fessura per le lettere dello stesso materiale e una graziosa maniglia di ottone a forma di lucertola ricurva. Decisi di tornare indietro, perché ora che sapevo che stavo sognando, Florence non mi faceva più alcuna paura. Avevo
una grandissima voglia di mostrarle le mie doti di kung26
fu. In sogno, naturalmente, erano persino meglio che nella realtà. Stavo per abbassare la lucertola, quando colsi un
movimento con la coda dell’occhio. Un’altra porta si era
aperta e qualcuno era uscito in corridoio. Grayson. Sebbene fosse a pochi metri da me, non sembrava essersi accorto della mia presenza. Si richiuse lentamente l’uscio alle spalle e borbottò qualcosa di incomprensibile tra sé.
Poi fece un profondo respiro, riaprì la porta e scomparve
di nuovo. Io staccai la mano dalla maniglia per avvicinarmi alla porta di Grayson e osservarla meglio. Somigliava
in tutto e per tutto al portoncino d’ingresso laccato di
bianco di casa Spencer, con tanto di gradini anteriori e di
statua sovrappeso metà aquila e metà leone. Quando mi
avvicinai, la statua sbatté le palpebre, alzò una zampa leonina e annunciò con voce incredibilmente stridula, « qui
dentro può entrare solo colui che pronuncia il mio nome
per tre volte al contrario. »
Ah, un indovinello. Mi piacevano gli indovinelli. Però
preferivo quelli un po’ più impegnativi. « Tu sei lo spaventoso Freddy » dissi.
La statua di pietra chinò maestosamente il becco. « Solo Freddy, prego. »
« Oh, ma allora è troppo facile » ribattei delusa, provando quasi un pizzico di compassione per l’ottusità del
mio subconscio onirico. « Ydderf, Ydderf, Ydderf! »
« Esatto » pigolò Freddy. « Puoi passare. »
« Ah bene. » Diedi una spinta alla porta. Quando varcai
la soglia, non mi trovai come mi aspettavo nell’ingresso
degli Spencer, bensì su un prato. Era notte ed era piuttosto buio, ma scorgevo alberi e pietre che spuntavano dal
terreno. A breve distanza da me Grayson teneva una torcia accesa rivolta verso terra.
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Questa svolta del sogno era decisamente più fica della
mia precedente variante Hänsel-e-Gretel.
« È un cimitero questo? » chiesi.
Grayson si voltò di scatto, mi illuminò la faccia con la
torcia ed emise un gridolino strozzato di spavento.
Io gli sorrisi.
« Si può sapere che cosa ci fai tu qui? » Con la mano libera si massaggiò la fronte. « Vattene via, per favore. »
« Sì, è un cimitero » mi risposi da sola. A una certa distanza riconoscevo le sagome di croci, colonne e statue in
pietra. Avevo una vista incredibilmente sensibile che migliorava di secondo in secondo. « Siamo al cimitero di Highgate, giusto? »
Grayson fece finta di niente. Abbassò il fascio della torcia puntandolo su una lapide in terra.
« Ganzo. Conosco Highgate solo in foto, ma mi sarebbe sempre piaciuto visitarlo » proseguii. « Magari però
non di notte. »
Grayson sbuffò suo malgrado. « Neppure io, questo è
sicuro. È il solito punto d’incontro scelto alla cavolo » disse, rivolto più a se stesso che a me. « Come se le cose non
fossero già abbastanza agghiaccianti. E poi qui non si vede assolutamente niente. »
« Io ci vedo benissimo. » Cercai di trattenermi e di non
mettermi a saltellare su e giù per l’entusiasmo. « Al buio ci
vedo come un gatto. Solo in sogno, però è fichissimo. Di
solito senza occhiali o lenti a contatto sono cieca come
una talpa. Che cosa stiamo cercando? »
« Noi non cerchiamo proprio niente. » Grayson aveva
un tono alquanto stizzito. Con la luce della torcia esaminava le iscrizioni sulle lapidi lungo il vialetto. Avevano
un’aria antica, molte erano spezzate o ricoperte di edera,
altre erano sorvegliate da statue di angeli e rivestite di mu28
schio. Brandelli di nebbia molto verosimili erano sospesi
sul terreno e il vento faceva frusciare il fogliame sugli alberi. Di sicuro il posto pullulava di topi. E ragni. « IO cerco la tomba di Christina Rossetti. »
« Una tua amica? »
Grayson sbuffò, ma stavolta almeno rispose. Aveva un
tono sconfortato, come se si fosse rassegnato alla mia presenza. « Christina Rossetti era una poetessa vittoriana. A
scuola non ti hanno fatto studiare le sue poesie? Where
sunless rivers weep their waves into the deep... blablabla, e
poi stelle, ombre, usignoli e non so che altro. »
« She sleeps a charmed sleep. Awake her not. » Una figura si staccò dall’ombra di un salice piangente e ci venne
incontro declamando versi. Era il ragazzo che quel giorno
a scuola avevo battuto nell’afferrare al volo il pompelmo,
il tipo spettinato dell’aereo. Carino che ci fosse anche lui
nel sogno; io infatti nel frattempo mi ero quasi completamente scordata di lui. « Led by a single star, she came from
very far to seek where shadows are her pleasant lot. »
Hm, niente male... dei ragazzi che sapevano recitare
poesie. Dunque esistevano, almeno in sogno.
« Henry. » Grayson salutò il nuovo arrivato con una nota di sollievo nella voce.
« Dove eri finito, accidenti? La tomba di Christina Rossetti è là dietro. » Henry indicò vagamente alle proprie
spalle. « Ti avevo detto di prendere come punto di riferimento il truce angelo incappucciato. »
« Di notte sono tutti truci. » Grayson e il nuovo venuto
si esibirono in un rituale di saluto da asilo, un insieme di
dammi-cinque, intreccio di dita e stretta di mano. Che teneri. « Per fortuna sei arrivato, altrimenti avrei continuato
a girare a vuoto per ore. »
« Già, me lo immaginavo. Manca anche Jasper. Arthur
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è andato a cercarlo. Chi c’è lì con te? » Henry evidentemente non vedeva bene come me al buio, perché non mi
aveva riconosciuto. Adesso però lanciò un gemito spazientito. « Si può sapere perché devo sognare questa qui
proprio adesso? Prima ho incontrato Plum, il mio gatto,
quello che è stato investito quando avevo dodici anni. Mi
si è strusciato sulle gambe facendo le fusa. »
« Che carino » dissi.
« Carino un corno. Era esattamente come l’ultima volta
che l’ho visto: tutto insanguinato e con le budella di fuori... » Henry si scrollò. « Tu al contrario sei uno spettacolo
molto piacevole. Tuttavia... Adesso vattene, non so che
cosa ci stai a fare qui. Sparisci! » Agitò la mano come se
volesse scacciare un insetto molesto. « Ho detto sparisci!
Vattene! » Vedendo che restavo immobile, si stizzì. « Perché non sparisci? »
Grayson si schiarì la gola. « Temo che lei... hm... che lei
sia venuta con me, Henry. » A giudicare dal suo tono la
cosa lo imbarazzava molto.
« Tu la conosci? » chiese Henry perplesso.
« Così pare. » Grayson si massaggiò nuovamente la
fronte con il dorso della mano. « Proprio stasera ho scoperto che è la mia nuova sorellina. »
« Merda! » Henry assunse un’espressione preoccupata.
« Vuoi dire che...? »
Grayson assentì. « Te l’avevo detto che da noi a casa era
scoppiato l’inferno. Una cena pazzesca. Florence ha dato
fuori di matto quando papà ci ha informati di voler accogliere in casa nostra la professoressa, con le due figlie, la
bambinaia e il loro bassotto. Tra due settimane. »
« Buttercup non è un bassotto » protestai indignata.
« Al massimo al dieci percento. »
I due non mi degnarono di uno sguardo. « Accidenti,
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mi spiace sul serio. Ci mancava solo questa. » Henry cinse
le spalle di Grayson in un gesto compassionevole. Si avviarono insieme dalla parte da cui era giunto Henry, lungo un viottolo disseminato di erbacce. Io corsi loro dietro.
« Tuo padre allora fa proprio sul serio. Mi sorprende
che tu la stia sognando. » Henry si girò verso di me. « Devo dire però che ti sarebbe potuta andare peggio... è piuttosto carina, no? »
Anche Grayson girò il capo. « E continua a seguirci. »
« Già. Evidentemente ho paura a stare qui da sola » osservai io. « E poi mi piacerebbe davvero sapere che cosa
avete intenzione di fare. »
« Devi mandarla via » disse Henry a Grayson. « Sii energico! A me prima con Plum ha funzionato. Si è dissolto in
piccoli anelli di fumo. Naturalmente potresti anche trasformarla in una lapide oppure in un albero, ma per cominciare riuscire a mandarla via sarebbe già abbastanza. »
« Ci provo. » Grayson si fermò e aspettò che lo avessi
raggiunto. Poi fece un profondo sospiro. « Che cosa ci
facciamo qui, Henry? È assolutamente pazzesco. »
« Puoi dirlo, amico. »
Grayson si guardò intorno. « Tu non hai paura? » bisbigliò quindi.
« Sì » rispose Henry serio. « Ma mi fa ancora più paura
pensare a che cosa accadrebbe se non lo facessimo... »
« È un incubo » dichiarò Grayson ed Henry annuì.
« Avanti, adesso non esagerate, ragazzi » intervenni io.
« State facendo una tranquilla passeggiatina di notte in un
famoso cimitero e ci sono an­ch’io con voi: altri troverebbero carino un sogno del genere. »
Grayson lanciò un gemito. « Sei ancora qui. »
« Mandala via » ordinò Henry. « Concentrati e falla sparire. »
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« D’accordo. » Grayson mi guardò intensamente negli
occhi. Essendo solo un sogno, sostenni il suo sguardo.
Prima a cena non ero stata tanto sfacciata, inoltre mi interessava di più vedere il suo polso. Ma adesso constatavo
che il mio futuro fratellastro era maledettamente bello,
nonostante la somiglianza con Ernest e Florence. Tutto
ciò che in Florence era morbido e arrotondato, in lui era
duro e spigoloso, in particolar modo il mento. La cosa più
bella erano gli occhi, che in questa luce soffusa avevano il
colore delle caramelle mou. Il suo sguardo si velò leggermente e si abbassò piano dai miei occhi alle mie labbra.
Hah! Che bel sogno. Proprio un bel sogno. C’era da augurarsi che adesso non spuntasse Lottie con la sua scure.
Henry si schiarì la voce. « Grayson? »
« Ah, sì. » Sbagliavo o Grayson era arrossito leggermente? « Per favore, adesso vattene, Liv. »
« Solo se mi dici che cosa hai scritto sul polso » ribattei,
per vincere il mio stesso imbarazzo. « Sub um... E poi? »
« Come? »
« Sub umbra floreo » rispose Henry al suo posto. « Devi
essere più deciso, Grayson, devi volerlo per davvero. »
« Ma io lo voglio! » dichiarò Grayson. « Però lei è così... »
« So che cosa intendi » disse Henry. Poi si bloccò. « Ma
quella che ha indosso non è la tua felpa? »
Abbassai lo sguardo impacciata. In effetti portavo la
felpa con cappuccio di Grayson. Per la precisione sopra la
camicia da notte. Prima di addormentarmi ero stata assalita da un gran freddo, così mi ero alzata di nuovo e mi ero
infilata la felpa. Oltre a felpa e camicia da notte portavo
anche dei calzini spessi a pois. Un classico dei miei sogni:
non ero mai vestita come si doveva.
Grayson sbuffò. « Sì, sembra proprio la mia felpa » am32
mise. « Oddio, quanto odio il mio subconscio. Perché fa
così? »
« Su, non prendertela, potrebbe essere molto, ma molto peggio. Pensa al povero Jasper con Mrs. Beckett in bikini. » Henry scoppiò a ridere. « Adesso spicciati, Jasper e
Arthur ci staranno sicuramente aspettando. A patto che
Jasper sia riuscito a venire fin qui. »
« Spero di no » mormorò Grayson. « Così magari avremmo un’altra proroga fino alla prossima luna nuova... »
« Sub umbra floreo: che cosa significa? Sotto l’ombra
dei fiori? » domandai.
Henry ridacchiò.
« Ho studiato latino solo un semestre » protestai in tono offeso. « E un sacco di tempo fa. Non mi ricordo più
molto. »
« Già, si vede » disse Henry.
Grayson scrollò la testa risentito. « Adesso basta. Vattene, Liv! » esclamò con enfasi. « Sparisci da qui. »
Henry mi guardò trepidante. Evidentemente si aspettava che mi dissolvessi in una nuvola di fumo.
« E va bene » dissi, vedendo che non succedeva niente e
sulla faccia di Grayson compariva un’espressione disperata. « Se proprio non mi volete con voi, me ne vado. Buon
divertimento, eh. » Girai sui tacchi e mi incamminai sul
viottolo di ghiaia. Lanciai un’occhiata alle mie spalle e vidi
che Grayson e Henry restavano a fissarmi per qualche secondo e poi riprendevano il loro cammino nella direzione
opposta. Non appena si mossero, feci due passi di lato e mi
nascosi dietro un grosso tronco d’albero. Pensavano forse
di potersi liberare di me tanto facilmente? Nemmeno per
sogno, proprio adesso che le cose si facevano interessanti.
...continua in libreria dal 6 febbraio 2014
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