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AVVENIMENTO
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Vinyl
ADDICTION
Leroy Jenkins & Louis Sclavis
C’è un revival
che ultimamente
sta sempre più
prendendo corpo:
il ritorno di fiamma
di un qualcosa dato
per morto e sepolto
dieci anni fa.
Parliamo del disco
in vinile e lo facciamo
occupandoci
di due registrazioni
“viniliche”:
Lifelong Ambitions
di Leroy Jenkins
e Rouge
di Louis Sclavis
S
i dice che l’ellepi in vinile sia stato soppiantato con cinquant’anni d’anticipo.
Si dice che il compact disc sia apparso dieci anni prima del dovuto o che addirittura poteva non
apparire affatto. Si dice che tra poco arriveranno le
memorie solide ecc. ecc. Di cose in quest’interregno
tra music lover, audiofili e collezionisti del vintage se
ne possono dire molte.
Vista quindi la facilità con la quale ci si potrebbe smarrire dentro un argomento così multidisciplinare, tracciamo un percorso il più possibile attinente alla nostra linea. “Jazz Magazine” tratta in primis di musica e a questo fine vogliamo arrivare.
VOILÀ LE COMPACT!
Partiamo da lontano, dagli anni 80, da un’esperienza
personale. Ricordo bene la prima volta che sentii suonare un compact disc. Nell’improvvisata sala d’ascolto del mio negozio di dischi di riferimento stava suonando Brothers In Arms dei Dire Straits. Lo sentii tutto e, allo stesso tempo, non potevo fare a meno di origliare i commenti stupiti degli altri presenti. Evidentemente non ero il solo per cui quell’esperienza rappresentava “la prima volta”.
Alla fine, con alcuni di loro ci mettemmo a parlare di
questa novità. Condividemmo diverse cose. Per tutti
noi di provenienza vinilica, il fatto che non ci fossero
fruscii o click durante la riproduzione era un punto di
forza, non c’è dubbio. Anzi, sembrava addirittura troppo bello per essere vero. Però… C’era un però. Abituati all’antesignano in plastica nera, la voce di Mark
Knopfler era forse un po’ innaturale e la ritmica sembrava non scorrere fluida…
Si trattava di conclusioni estemporanee certo, scaturite da condizioni d’ascolto non ottimali e, soprattutto, prestando attenzione al suono di un lettore cd “rudimentale” se paragonato a qualsiasi oggetto da 99_
di oggi. Però, tutto sommato, le attuali considerazioni, confrontando la musicalità del cd a quella del disco in vinile, non sono poi così diverse.
Adesso, da quell’esperienza è intercorso per me qualche bel migliaio di ore d’ascolto. Ore che, per quanto
è stato possibile, ho sempre affrontato senza preconcetti di “partito preso”. Comunque, oggi sono arrivato a una sintesi personale: “Se il cd ci ha dato il silenzio, quel metafisico silenzio che si inserisce tra un
brano e l’altro (così metafisico che anche il lettore lo
visualizza con strani codici), il vinile rimane il suppor-
testo di Luca Buti
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to musicale per eccellenza”. Se il compact disc ha rappresentato l’evoluzione, il morso con il quale ci eravamo attaccati alla tigre del tempo, l’ellepi in vinile rappresenta una
fede. Una fede, inspiegabile per definizione, resistente a
ogni forma di confinamento e al virus dell’estinzione.
Considero il vinile come l’essere-animale gatto che, per molti (me compreso…) e per molte civiltà, è (oppure era) considerato un’entità superiore. Questo non perché il più forte,
o il più intelligente, o il più grande, o il più veloce o cos’altro. Gatto superiore a divinis. La riproduzione vinilica ha poco di così lapalissianamente e oggettivamente superiore all’equivalente digitale. Quindi, probabilmente, ciò che la rende per tanti preferibile è, seppur oggettivo, non tutto tecnologia-dipendente. O meglio: c’è una parte tecnologica, ma
ce n’è un’altra più legata a un’educazione insita, imposta,
che l’ascolto di questo medium richiede. Una sorta di “condizionamento labile”.
Liquidiamo per prima la parte che ha a che fare con la superiorità tecnologica del vinile sul cd. Fede o non fede, la
modulazione musicale analogica (in linea teorica perfetta)
è preferibile alla conversione al digitale/dal digitale (che
anche nella migliore delle ipotesi sarà un compromesso). Tutto sommato, non si fa altro che rifiutare che un bicchiere di
cristallo sia prima frantumato, poi ricomposto, incollato e rivenduto come nuovo (e nella musica digitale succede un qualcosa del genere).
In questa presunta “fede vinilica” per contro, non c’è niente di così oggettivo e di conseguenza i discorsi diventano
più nebulosi. C’è una ritualità, una disciplina richiesta nell’ascolto di un vinile, notevolmente diversa dall’ascoltare
un cd. È anche nell’espletamento di questi “riti” che risiede la differenza tra ascoltare e ascoltare. Il fatto che il supporto nel quale è incisa la nostra amata musica debba essere custodito, manutenuto, poggiato, girato di lato, control-
...considero
il vinile come
l’essere-animale
gatto che,
per molti
(me compreso…)
e per molte civiltà,
è (oppure era)
considerato
un’entità
superiore...
lato nella sua rotazione e così via è come se
ne esaltasse il valore.
Immaginiamo per contro la considerazione che
potremo avere per una
copia (probabilmente anrrier
che illegale) di Kind Of
icolas Pe
avis © N M Records
Louis Scl
EC
Blue in mp3, che se ne sta
in una chiavetta Usb.
L’importanza del fatto che, ancor prima di ascoltare un vinile, abbiamo tra le mani una copertina stampata grande, è
un preliminare non di poca importanza. Il fatto che la continuità dell’ascolto debba per major force essere divisa in
due parti, inframmezzate dalla richiesta dell’azione di cambiare il verso e il recto, ne ripropone l’importanza. Rispetto
al nipote digitale, la fragilità intrinseca del “sistema giradischi analogico”, che richiede un oculato posizionamento, la
regolazione micrometrica dei suoi componenti e che, allo stesso tempo, poco tollera e perdona, è una debolezza che lo fa
forte. Umanizza questa semplice e affascinante macchina,
rendendocela “vicina”.
Ecco giustificata la fede del rapporto con questo bizzarro feticcio, con questo assurdo supporto, che sopraffa la logica
dell’ascolto razionale e sterilizzato del cd. Ecco il perché
dell’apparente contraddizione di chi, di fronte a quest’ambiente sterile, rischia l’infezione di un disco nero, che, strisciando per attrito radente sotto una punta microscopica, produce musica. Altri professionisti (che non siamo noi), possono espandere l’argomento con altre e dovute considerazioni; da tecnici, da audiofili e da collezionisti.
LEROY JENKINS E LOUIS SCLAVIS:
LE DUE AVANGUARDIE
Gli anni 80 contengono una significativa inflessione.
È in questo periodo che si comincia a smettere di produrre
i dischi in vinile per utilizzare solamente il nuovo supporto
digitale. Per essere più precisi, in questo “ultimo” periodo,
l’usanza tipica della produzione discografica, era quella di
stampare un album in tre formati: lp, cd e musicassetta.
Provenienti da questo periodo, abbiamo scelto due ellepi “vinilici” per antonomasia: Lifelong Ambitions del 1981, dove
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suonano in duo Leroy Jenkins e Muhal Richard Abrams, e
Rouge del 1991, opera del quintetto di Louis Sclavis. Oltre
che per considerazioni inerenti la loro qualità artistica, sono anche due album volutamente selezionati tra quelli che,
con relativa semplicità, possono essere acquistati nuovi sia
in cd, che soprattutto in vinile.
Un accostamento artistico criptico, questo tra Jenkins e
Sclavis, che parte da due loro lavori, che, seppur di assoluto valore, non sono mai stati esaltati dalla critica. Emerge
un confronto. Tra due tipi di ricerca, due filosofie musicali,
due diverse strade evolutive. Sono due time capsule del loro periodo, rappresentativi di un periodo musicalmente controverso. Quando le nuove frontiere avanguardistiche del
post-Coltrane non hanno ancora trovato una propria identità, ma rimangono come intrappolate da ciò che rimane
dell’esperienza free e la musica contemporanea.
Veniamo agli album. Jenkins ci ha lasciato nel 2007 da grande e mai pienamente compreso, violista e violinista. Musicista generato dalla forza centrifuga del dirompente movimento della AACM di Chicago, tra i suoi meriti c’è quello di
aver portato le corde di violino e viola alla stregua del creativismo degli strumenti a fiato. Sul fronte discografico, non
è da considerare un artista prolifico. Comunque, nella diversità del trittico registrato per la Black Saint: Lifelong Ambitions, The Legend Of Ai Glatson (forse il più conosciuto) e
Mixed Quintet ci sono i suoi lavori più importanti.
Lifelong Ambitions cattura Jenkins impegnato insieme al
pianista Muhal Richard Abrams nella dimensione a due. La
musica è trasfigurata dall’azione delle corde (strisciate o
percosse che siano) nello spazio del creativismo contemporaneo. Piano e strings condividono mentalmente uno spazio
introspettivo e sofisticato, sfiorandosi a ripetizione, ma senza mai né unirsi, né opporsi. Seppur a prevalere nell’album
sia la dimensione del suono, sopra tutto si staglia la radice
black-soul, onnipresente nella musica dei due protagonisti.
Passiamo a Sclavis. Erede dell’approccio strumentistico e compositivo di Eric Dolphy, può essere considerato un alter ego
ideologico di Jenkins (“ideologico”, poiché il confronto “reale” tra i due non c’è praticamente mai stato). Sclavis è uno
tra i più innovativi clarinettisti-sassofonisti europei, non a
caso portabandiera della ECM ovvero di una delle etichette musicali di riferimento per la musica contemporanea. Con
altri nomi storici della casa discografica bavarese come
John Surman, Jan Garbarek ed Evan Parker è tra i più influenti sassofonisti bianchi del post-free.
Rouge è il suo primo album registrato per l’etichetta di Manfred Eicher. Ne seguiranno altri, tra cui quello che è considerato il suo capolavoro L’Affrontement Des Prétendants, nonché il recente L’Imparfait Des Langues. Maiuscole prestazioni sono anche Ceux Qui Veillent La Nuit, su etichetta Label
Bleu, e Trio De Clarinettes, registrato per la Free Music Production con l’omonima storica formazione a tre clarinetti.
In Rouge, Sclavis suona il sax soprano e i clarinetti. Gli altri della band sono Dominique Pifarély al violino, Bruno Chevillon al contrabbasso, François Raulin al piano e alle elettroniche e il batterista Christian Ville. C’è un brano che riassume la ricerca di tutto questo lavoro. È “Rouge-Pourquoi
Une Valse”. Brano emblematico e totale: un’intro cameristica, un violino rockettaro, un intermezzo di percussioni elettroniche e un valzer finale, che confermano l’influsso-forte
dei due capolavori dolphyani Out To Lunch e Out There.
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L’INCONFUTABILE VERITÀ SOGGETTIVA
(CONFRONTO DISCO-CONTRO-DISCO)
Lifelong Ambitions è una registrazione difficile
per natura. Il contenuto dinamico della musica
è notevole e i timbri degli strumenti spesso sono su registri opposti. In più, la mancanza di ritmica accentua ulteriormente il focus sui suoni.
Aiuta però il tipo di interplay che i due musicisti hanno: mai si ostacolano e raramente si sovrappongono.
La registrazione proviene direttamente da un
concerto. Questo significa principalmente due cose: registrati ci sono anche gli applausi del pubblico e il supporto tecnico utilizzato (microfonatura, mixer ecc.) è di tipo “da campo”. Il luogo
del concerto è la Washington Square Church di
New York. L’ambientazione è resa in modo fedele, con un suono abbastanza asciutto, rispettoso dell’acustica “ecclesiastica” di quel luogo.
Il vinile è di spessore abbastanza sottile e con un leggero difetto di planarità (come spesso capita nei dischi sottili). Il suono comunque non ne risente.
“Happiness” è una sorta di brano-verità per il confronto vinile versus cd. Oltre alla musica, c’è il sottofondo lontano di un veloce ticchettio, mentre la parte finale
è una mini suite per suoni concreti. In questo brano, la musica del cd appare più
veloce e con maggior risoluzione e microdettaglio. In alcuni passaggi però, il suono del violino si avvicina troppo alla saturazione. Il vinile ha un suono tendenzialmente più vellutato, più rotondo e più facilmente assimilabile.
Rouge, famoso anche per la fotografia di copertina di Guy Le Querrec, che riprende a cavallo un indiano nativo americano (ben apprezzabile solo nelle dimensioni lp), è una registrazione di studio (effettuata al Rainbow di Oslo). C’è da aspettarsi il marchio di fabbrica del tipico suono ECM: pulito, mai sovraccarico e velato da un pizzico di evanescente riverbero. Ci aspettiamo anche il suono del sax e
del clarinetto di Sclavis altrettanto preciso e controllato. Aspettative confermate
dall’ascolto di entrambi i supporti. Nessuna “delusione”.
Anche in Rouge, lo spessore del disco è sottile, ma la sua planarità è eccellente.
I suoni monotonici del sintetizzatore (per esempio in “Nacht”) sono più stabili
nella versione cd: sull’ellepi tendono un po’ a “pulsare”. Sempre nella versione cd appaiono più chiari gli acuti del violino, del sintetizzatore e del sax soprano. Nell’ascolto da cd si ha la sensazione che il volume sia sempre basso,
mentre il vinile meglio si presta all’ascolto a bassi (anche bassissimi) volumi.
Se però aumentiamo i decibel fino a volumi medio-alti (o anche altissimi), il cd
ha una tenuta migliore.
Anche in questo caso però, malgrado diversi risultati parziali favoriscano il cd, il
suono del vinile nel complesso scorre meglio, la timbrica è più naturale. Questo in
particolar modo nelle corde grandi del contrabbasso, che sembrano vibrare meglio,
e anche il suono del clarinetto basso nel vinile è riprodotto in modo più pieno.
Considerazione comune all’ascolto di entrambi gli album riguarda la prospettiva
stereofonica. Intrinseca nella registrazione su cd c’è una maggiore pulizia (a volte fin troppo) sui medio-alti, un microdettaglio migliore e un superiore impatto negli attacchi delle note. Questo fa sì che la ricostruzione del soundstage sia appannaggio del supporto digitale.
Quello del vinile rimane però, tra i due, il suono più musicale, più gradevole e il
meno affaticante (assumendo che l’ascolto della musica possa affaticare). Diverse battaglie dunque vinte dal compact disc, ma questa “guerra dei mondi” sembra decretare vincitore, ai punti, il vinile.
Concludendo, plauso ai produttori e ai progettisti che, attorno al dominio digitale, costruiscono eccellenti macchine, ma il giradischi analogico sembra in tutto e
per tutto una categoria a parte: è così che la fede vinilica resiste all’estinzione.
Luca Buti
JAZZ MAGAZINE - giugno 2008